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#lunita — Public Fediverse posts

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  1. Nel disastrato panorama dell’editoria che un quotidiano cessi le pubblicazioni è quasi una non-notizia, se non fosse che a trovarsi per la terza volta con un piede nella fossa è la plurirattristata L’Unità.
    Potrei restare indifferente. Invece non so se sperare che la salma possa finalmente riposare in pace oppure che all’Unità sia concesso un futuro se non proprio radioso, quanto meno dignitoso.

    #lUnità #Romeo #PD #Sansonetti

  2. "Ci mancava solo lo stage in un lager con tanto di patrocinio dell’università. Sarà l’imminenza dell’entrata in vigore del Patto Ue Migrazione e Asilo — che dal prossimo giugno sdoganerà la detenzione amministrativa come modello di gestione dei flussi migratori, seppellendo per sempre l’utopia del modello accoglienza — ma in questi giorni fioccano notizie che sembrano assecondare una pericolosa tendenza alla normalizzazione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, i luoghi nei quali si esprimono ai loro massimi la violenza di Stato e il razzismo istituzionale: rinchiudere, annichilire, deportare; il tutto, di fatto, su base etnica."

    [Continua su #lunita]

    altreconomia.it/dalle-aule-al-

  3. Nella Milano appena liberata il partigiano Vittorini fondava la rivista «Politecnico»

    Fonte: http://www.gonnelli.it

    All’alba del 26 aprile 1945, nel clima di ritrovata libertà che succede al crollo del regime, si assiste a una straordinaria fioritura di iniziative editoriali. La stampa reagisce alle coercizioni a cui è stata precedentemente sottoposta e manifesta in un’esplosione di testate giornalistiche la volontà di comprendere uno scenario molto più articolato di quanto l’informazione ufficiale non abbia lasciato intendere negli anni precedenti. In Italia si ricompongono le schegge di un percorso storico che ha lasciato dietro di sé distruzioni belliche e traumi collettivi, e in tale processo il giornalismo riveste un ruolo certamente non secondario. All’indomani della Liberazione, pur nella penuria di mezzi e di rifornimenti, soltanto a Milano, con la stessa produttività che si registra in altri centri urbani della penisola, escono «l’Unità», «Avanti!», «L’Italia libera», «Il Popolo», il «Giornale lombardo», nell’ambito di una rinascita dell’informazione alla quale concorrono diverse tipologie di periodici. Alla proliferazione dei quotidiani, infatti, per altro ancora legati ad un assetto grafico tradizionale, con lunghi testi ingabbiati in una rigida verticalità, si affianca la pubblicazione di settimanali, spesso simili nel formato e nei contenuti allo stile dei quotidiani ma promotori di un impiego originale delle immagini. Tra i rotocalchi illustrati, meritano senz’altro una menzione «L’Europeo» di Arrigo Benedetti, «Tempo nuovo» (poi «Tempo», nel recupero della denominazione che il giornale presentava prima della guerra), «Oggi». L’impiego della fotografia proposto da tali riviste mostra declinazioni differenti – «L’Europeo» delega i suoi tratti distintivi alle immagini isolate, crude, qualche volta violente; «Tempo» elabora i prodromi del fototesto giornalistico, affidando alle immagini il ‘racconto’ degli avvenimenti; «Oggi» prova a interpretare i gusti dei lettori facendo perno sulla fotografia intimista – ma tutte concorrono a una nuova definizione della cultura dell’immagine negli anni dell’immediato dopoguerra. <1
    In questo contesto, la parabola breve ma ardente del «Politecnico», settimanale e poi mensile di cultura contemporanea, trova una peculiare possibilità di espressione. Pubblicata a Milano per Einaudi, diretta da Elio Vittorini tra il 1945 e il 1947, la rivista con i suoi trentanove fascicoli scardina i baluardi più stantii della comunicazione giornalistica e, con atteggiamento estremamente ricettivo, ritrae la realtà composita, caotica, contraddittoria di quello scorcio di secolo.
    […] All’indomani della Liberazione, che, come sappiamo, coglie un Vittorini reduce dalla reclusione nel carcere di San Vittore per aver organizzato un comizio il 25 luglio 1943, giorno della caduta di Mussolini, e dall’esperienza della fuga nel Sacro Monte di Varese, dove, identificato dalla polizia tedesca, si rifugia per nascondersi, lo scrittore porta avanti l’impiego presso «l’Unità» divenendone redattore capo. <25 Interessante, a tal proposito, appare il ricordo che di quel periodo ha lasciato Gian Carlo Pajetta: “«L’Unità» di Milano lo ebbe, dopo la Liberazione, primo redattore capo. Nessuno di noi sapeva ancora bene che cosa fosse e che cosa dovesse fare un redattore capo. Non certo Vittorini, a cui non venne in mente di poter dire di no […]. Ma erano tempo quelli – li ricordiamo con commozione, per lui e per noi – nei quali se avessimo detto a Vittorini che bisognava condurre un tram, la cosa gli sarebbe sembrata quasi naturale, comunque gli sarebbe parso impossibile non provarcisi, non farlo. Erano, del resto, i tempi nei quali il giovane critico letterario Mario Alicata faceva l’assessore alla Nettezza Urbana del comune di Roma, dimostrando di poter diventare quello che diventò poi, un dirigente politico”. <26
    La rievocazione dell’esponente del PCI restituisce il ritratto dell’impetuoso candore con cui Vittorini vive e assume su di sé le impellenze del reale; si tratta di un’immediatezza e di una riorganizzazione in presa diretta degli intenti ideologici e culturali che lo stesso Vittorini riecheggerà in riferimento all’esperienza partigiana: “La notte stessa che i tedeschi entravano in città ero con dei compagni in una casa per metà crollata. Qualcuno mi passò un arnese dicendomi che era il mio fucile e che avrei dovuto trovare il modo di portarlo fuori città. Mi diede anche una borsa piena di caricatori. Io non avevo mai avuto un fucile tra le mani, non avevo fatto il servizio militare e ignoravo persino come si carica una rivoltella. Non risposi niente ad ogni modo. Avvolsi di carta il fucile […] e lo portai attraverso gli sbarramenti dei tedeschi che occupavano la città fino alla stazione ferroviaria di Milano-Certosa”. <27
    Sotto i colpi della lotta resistenziale la robusta tempra dell’intellettuale Vittorini è già forgiata e, dopo il 25 aprile, pronta a convogliare gli interventi a carattere letterario, figurativo, politico, prima disseminati lungo un reticolo di sedi, in un un’unica rivista di sua creazione, «Il Politecnico. Settimanale di cultura contemporanea».
    [NOTE]
    1 Per una panoramica sulla stampa periodica italiana e sui giornali illustrati del dopoguerra cfr. F. Contorbia (a cura di), Giornalismo italiano 1939-1968, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2009, v. III, pp. XI-LV; U. Lucas, T. Agliani, La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia, Torino, Einaudi, 2015, pp. 159-193; A. Russo, Storia culturale della fotografia italiana. Dal Neorealismo al Postmoderno, Torino, Einaudi, 2011, pp. 48-66.
    25 Il 7 giugno 1945 Elio Vittorini informa il fratello Ugo: «I compagni mi hanno messo all’“Unità” come redattore capo» (AP, p. 3).
    26 G.C. Pajetta, Anche un militante, «Il Ponte», XXIX, nn. 7-8, luglio-agosto 1973, p. 1076.
    27 E. Vittorini, Della mia vita fino a oggi, cit., p. 513. Sulle testimonianze dell’autore circa la sua esperienza resistenziale cfr. anche la lettera a Ernest Hemingway del 8 marzo 1948, Milano, AP, pp. 226-227.
    Corinne Pontillo, Il «Politecnico». Progetto e storia di una narrazione visiva, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Catania, Anno Accademico 2017-2018

    #1945 #CorinnePontillo #ElioVittorini #fascisti #guerra #lUnità #Milano #partigiani #Politecnico #Resistenza #tedeschi
  4. L’oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera degli anni Settanta

    Nell’estate del 1974, nell’ambito delle indagini sulla morte del commissario Luigi Calabresi affiorò una “pista nera” che conduceva ad un grosso traffico d’armi con la Svizzera. Un anno dopo le prime indiscrezioni sulla “pista svizzera”, il quotidiano l’Unità tornava sull’argomento con due articoli di Mauro Brutto (24 e 25 Settembre 1975) nell’ambito delle indagini sul sequestro e la morte di Cristina Mazzotti. Siamo a pochi giorni dalle rivelazioni di Ballinari sul ruolo di Cicchellero nel riciclaggio del denaro dei sequestri ed è appena giunta la notizia che la polizia elvetica ha trovato, in una banca di Chiasso, banconote provenienti dai sequestri Mazzotti, Getty, Riboli, Malabarba e Vallino. Mauro Brutto scriveva: “I momenti più oscuri vissuti dal nostro paese in questi ultimi anni potrebbero avere una matrice comune con il più inquietante fenomeno mai apparso nella storia della delinquenza italiana, quello appunto dei sequestri di persona.” Richiamandosi alla “pista svizzera” di cui il giornale aveva parlato un anno prima, Brutto aggiunge che Calabresi si interessava “al traffico d’armi che, attraverso i boss internazionali del contrabbando, raggiungeva l’Italia, diretto alle organizzazioni eversive fasciste.” Secondo il cronista, Calabresi aveva individuato a Lugano la centrale che smistava le armi in Italia: la strada delle armi era la stessa che percorrevano, in senso opposto, i capitali esportati clandestinamente. Calabresi, sempre secondo il cronista dell’Unità, aveva anche identificato il responsabile della centrale luganese, ossia Ettore Cicchellero, personaggio chiave di quei traffici internazionali finanziati con il denaro sporco dei sequestri. Molti indizi portavano a pensare che le armi del traffico tra Svizzera e Italia fossero indirizzate al terrorismo nero e che il traffico si incrociasse in Svizzera con i canali del traffico di droga e di sigarette gestiti dalla criminalità organizzata.
    L’anno successivo, nel corso di un’inchiesta in Valtellina sulle attività del Mar, il giornalista Brutto aveva scritto che due collaboratori di Fumagalli, Roberto Colombo e Antonio Sirtori, erano in contatto con autorevoli esponenti mafiosi come “don Ignazio”, ossia quel Vincenzo Arena delegato da Liggio al controllo del traffico di stupefacenti al Nord. Arena, a sua volta, risultava legato ad Antonio Squeo, già coinvolto nella inchiesta per la strage di Brescia, e a Donato Convertino, indiziato per stupefacenti, entrambi titolari di autofficine collegate alla Oia di Fumagalli. E ancora, Arena aveva rapporti con un noto truffatore internazionale, Ugo Ratti, legato a sua volta a Tom Ponzi.
    Si delinea così un oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera si erano rafforzati negli anni seguenti, con il dilagare da un lato di fenomeni criminali quali rapine e sequestri, dall’altro di attentati terroristici e stragi.
    L’on. Pio La Torre, membro della Commissione parlamentare antimafia, dopo la cattura di Liggio aveva incontrato a Milano magistrati e dirigenti dei Corpi di Polizia. In un’intervista all’Unità (21.7.1974) aveva detto: “Una parte dei proventi dei sequestri è stata utilizzata per finanziare il terrorismo nero.”
    Non si è mai indagato realmente sui rapporti tra Fumagalli e Cicchellero ma diversi indizi, da Calabresi in poi, fanno sospettare l’esistenza di un possibile collegamento Liggio-Fumagalli-Cicchellero.
    Scrive “Giorni” del febbraio 1977 che “se Cicchellero potesse essere interrogato dalle nostre autorità molti misteri potrebbero essere chiariti”. E l’elenco che segue è lungo e inquietante: “Potrebbero saltare fuori i nomi di potenti ‘padrini’ politici a cui probabilmente inviava denari in vista di campagne elettorali… Potrebbe fornire particolari sulla famosa riunione tenuta da Luciano Liggio a Gandria (a 4 km. da Lugano) con esponenti di ‘Cosa nostra’, alcuni uomini politici italiani, il principe Junio Valerio Borghese e molti altri. Con Ettore Cicchellero si potrebbe parlare dei suoi rapporti con gli esponenti dell’‘internazionale nera’, con Gianni Nardi, con gli altri fascisti esuli e con i capi della ‘cosca’ tirrenica della mafia calabrese… Potrebbe dire chi regge, a livello ‘insospettabile’, il traffico d’armi fra la Germania e l’Italia (per non parlare di droga e diamanti). E, infine, rivelare chi sono i veri capi dei
    Concutelli e Vallanzasca… e dirci chi ha convinto Vallanzasca ad accettare le offerte dei neo-fascisti per diventare, in coppia con Concutelli, un ‘manovale di lusso’ della strategia della tensione.” Sicuramente l’anonimo articolista di “Giorni” mostrava di essere ben informato, e spicca, in questo senso, il riferimento ai rapporti fra la destra eversiva e le cosche tirreniche della n’drangheta.
    Ci siamo allontanati parecchio dalle carte processuali ma questa integrazione con le fonti a stampa dell’epoca è parsa utile per delineare un quadro d’insieme prima di esaminare alcuni spunti offerti dal materiale dell’inchiesta della Procura di Milano. Le carte milanesi non parlano di rapporti di Cicchellero con il terrorismo di destra né di una presenza di fascisti all’interno dell’organizzazione contrabbandiera. E’ verosimile che per la polizia tributaria incaricata delle indagini il colore politico fosse indifferente ai fini dell’accertamento dei reati. Tuttavia, esaminando le cartelle degli imputati, si può rilevare che, in almeno una decina di casi, i precedenti penali rimandano a comportamenti non strettamente identificabili con quelli del contrabbandiere “puro”. Allo spedizioniere napoletano Francesco Tavassi, per esempio, venivano sequestrate due pistole, una delle quali con matricola abrasa; in casa aveva una collezione di trentadue sveglie e aveva avuto due condanne per lesioni colpose. Il genovese Vincenzo Giarelli aveva in fedina lesioni personali e detenzione di munizioni per pistola, e ad un altro genovese, Pio Carossino, venivano trovate banconote di un sequestro. Infine sempre a Genova, lo spedizioniere Giovanni Pittaluga aveva precedenti per rissa e detenzione abusiva di armi e munizioni; mentre per il suo socio, Remo Beccalli, figuravano furto continuato e rapina. Emilio Manera per commercio di sostanze stupefacenti, il siracusano Giuseppe Zampardi, che operava a Trezzano, aveva già subìto condanne per lesioni e porto d’armi abusivo. Armando Marzani, condannato a nove anni per rapina, aveva collezionato una lunga serie di furti aggravati e percosse.
    Si denota quindi come l’evoluzione della figura del contrabbandiere non è più “pura”, ma che amplia i suoi orizzonti criminali.
    Vale anche la pena di segnalare la presenza, nel collegio dei difensori, dell’avvocato Vladimiro Sarno, noto estremista di destra ed intimo amico di Giorgio Pisanò. Insieme ad alcuni imputati minori, Sarno si occupava della difesa di due personaggi che rivestivano ruoli importanti nell’organizzazione: il noto Alberto Dugnani, titolare della Nuova Kelsea, e la signora Desdemona Calatroni, alias Mafalda, alias Maria, la quale aveva funzioni di recapito per tutta l’organizzazione “facendo da ponte” con Ettore Cicchellero.
    Qualche considerazione sulla natura dei “traffici” dell’organizzazione Cicchellero viene offerta dall’esame dei rapporti di p.g. dedicati al movimento di vagoni ferroviari che raggiungono l’Italia attraverso Vienna. Secondo la dogana austriaca, i vagoni entrati in Italia fra il 1974 e il 1976 sarebbero stati 99. Di questi 99, i vagoni intercettati dalla Tributaria italiana furono 5: due a Chiasso, uno a Milano e due a Forlì. In questi cinque vagoni vennero trovate e sequestrate circa 40 tonnellate di t.l.e. [tabacchi lavorati esteri], nascoste sotto le solite coperture. Non risulta che sia stata trovata “merce di contrabbando” di altra natura. Degli altri 94 carri ferroviari, 32 “non figurano entrati in Italia” e non si sa che fine abbiano fatto. Dei restanti sessantadue si appura che 55 raggiunsero varie località del triangolo industriale e vennero “scaricati” secondo le modalità di cui abbiamo già parlato; altri tre approdarono a Roma, uno a Sarno, due entrarono nel porto di La Spezia facendo perdere le proprie tracce, uno raggiunse il porto franco di Trieste per trasferire il carico in un container che, pochi giorni dopo, veniva imbarcato con destinazione Ashod (Israele). E’ poco probabile che l’organizzazione Cicchellero spedisse in Israele un container di sigarette. Qualche perplessità la destano anche i tre vagoni destinati a Roma; questi furono importati dall’International Shipping Agency di Franco Danesi e ufficialmente contenevano carbone di legna. Normalmente le merci di copertura vanno dalle balle di cotone a scatoloni contenenti mangimi, vetri o lampade etc; tutte merci di peso specifico simile o comunque compatibile con quello dei cartoni di sigarette, ma il peso specifico del carbone è assai superiore. Sdoganati a Roma i tre vagoni vennero scaricati ad Aprilia e a Pomezia. Si tratta di zone a quel tempo controllate dalla banda della Magliana, guidata dal Franco Giuseppucci che, fra l’altro, trafficava in armi.
    Abbiamo già detto che una parte consistente del traffico contrabbandiero dalla Svizzera e dalla Francia verso l’Italia avveniva per mezzo dei ben noti Tir. Grazie ai falsi sigilli applicati in partenza, gli autotreni potevano viaggiare praticamente indisturbati fino al luogo in cui poi era scaricata clandestinamente la merce.
    Sul traffico d’armi dalla Svizzera attraverso i valichi di frontiera scriveva il giornalista Carlo Brambilla (L’Unità, 8.2.1977): “Nel Varesotto c’è una “zona franca” per mercanti d’armi e neofascisti. La base del contrabbando d’armi e stupefacenti è a Luino. Dai 5 valichi di Ponte Tresa, Cremenaga, Zenna, Fornasette e Palone passano ogni giorno carichi di armi pesanti destinate in buona parte al Medio Oriente e grossi carichi di droga per il mercato interno.”
    E sullo stesso giornale, il 7.9.1977, Giovanni Laccabò scriveva da Luino: “Attraverso i ‘buchi’ della frontiera svizzera (sbarre alzate di notte e nessun controllo) transitano i TIR con le armi nel cassone. Si conoscono caratteristiche dei mezzi e imballaggi adottati.” Nelle carte dell’inchiesta milanese due Tir soltanto risultano intercettati e sequestrati nel novembre 1975 nei pressi di Pavia. La Polizia Tributaria sequestrava circa 20 tonnellate di t.l.e. in scatoloni di cartone celati all’interno di balle di cotone, ma non vi era traccia di altra “merce” (XI/1 e XX/1). Indizi di notevole interesse su un rilevante traffico d’armi invece emergono da una agenda sequestrata al broker genovese Enrico De Marchi e rinvenuta in un faldone di reperti (XXI/1). La città doriana ha dato i natali a numerosi De Marchi, fra i quali, oltre all’Enrico in oggetto, è bene ricordarne almeno due. Non si può escludere, infatti, che fra questi tre De Marchi possa esistere qualche rapporto di parentela. Il più noto è l’avvocato Giancarlo, rappresentante del Msi nel consiglio comunale di Genova e uomo di Borghese, arrestato il 12.11.1973 nell’ambito dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti con l’imputazione di cospirazione contro lo Stato e secondo la stampa anche traffico d’armi.
    […] I numeri romani rimandano ai fascicoli dell’inchiesta (procedimenti penali N. 1284/76 – A e N. 3168/75 – A del Tribunale di Milano) dove si trovano gli originali dei documenti […]
    Jacopo Marchi, Il contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia. La figura di Ettore Cicchellero 1950-1980, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2012-2013

    Carlo Fumagalli sarà attivo negli anni ’70 con il gruppo Mar in Valtellina. Nell’articolo: I fascisti “rivoluzionari” di G. CEREDA la Rivista Anarchica, anno 2 nr. 10 del febbraio 1972 si afferma che «Il valtellinese movimento d’azione rivoluzionaria è uno dei gruppi fascisti più interessanti nella storia dinamitarda degli ultimi due anni». L’articolo completo è in: http://www.arivista.org/index.php?nr=10&pag=10_05.htm. Fatte salve una serie di affermazioni approssimative o sbagliate in relazione ai fatti della Resistenza, di cui conviene non tener conto, il racconto del dopo Resistenza una qualche concretezza ce l’ha, per lo meno gli attentati ai tralicci sono veramente avvenuti e l’indagine della Procura della Repubblica ha portato poi ad un processo con condanne. Significativo questo passo con relativa nota della ricerca di F. CATALANO, La Resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, cit., pp. 131-132; la nota dice: “Fra tutte le moltissime testimonianze relative, può essere interessante anche confrontare l’articolo di L’Express” del 9 settembre 1974 nell’inchiesta sulle trame nere (p. 52 e sgg. e in particolare p. 59): ‘Le SID a suivi, avec la meme punctualité et les memes silences, la troisième ramification de la Trame noire: celle du groupe de Carlo Fumagalli, le plus dangereux de ses aventuriers. En 1943 M. Fumagalli était, à 19 ans, le chef tout-puissant du marquis de la Valtellina, la vallée alpestre des confins de la Suisse qui dèbouche sur le lac de Como. Un condoctière, courageau mais avide. Il avait monté une filière pour les Juifs qui tentaient de passer en Suisse. Dès que le malhereux arrivaient sur ses terres, il les dépouillait de tout ce que ils possedaient, et il les livrait aux Allemands. Alfin qu’il n’y ait pas de traces. Et, de fait, personne n’en a jamais parlé. A la retraite dès l’age de 20 ans, M. Fumagalli n’avait plus que deux passe-temps: gagner de l’argent et fignaler des attentats. A Milan, c’était un secret de polichinelle’ “. Oltre a questo, vi è anche il riferimento ai passaggi di frontiera prezzolati, specialità poi delle formazioni di Carlo Fumagalli nella zona di Tirano. Un certo atteggiamento del clero che, non solo non appoggiava più il fascismo (tranne casi isolati), ma talvolta si assumeva in prima persona rischi personali, come appunto nell’episodio di Sondalo e dei prigionieri alleati che don Valletta addirittura scorta fino al confine con la Svizzera. Notizie su il Mar e Carlo Fumagalli in: L. LANZA, Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, Eleuthera, Milano, 1997; http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=537
    Gabriele Fontana e Massimo Fumagalli, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu

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  5. "Nei primissimi anni ‘70 l’atteggiamento del PCI verso il fenomeno delle autoriduzioni è un atteggiamento di attenzione (anche se esclusivamente nei confronti delle iniziative di lotta per l’autoriduzione dei fitti guidate dall’UNIA)."

    #autoriduzioni #lUnità #lottaperlacasa #lottesociali #PCI #sindacati

    continua @ antiper.org/2025/09/15/riforme

  6. Il proposito – etico e al tempo stesso strategico – di ampliare la platea dei beneficiari delle autorizzazioni alla stampa doveva tuttavia conciliarsi coi limiti imposti dalla effettiva disponibilità di carta. Che questa fosse la questione centrale si deduce già dall’articolazione del Preliminary Report on Roman Dailies, redatto dal “R. & A. [Research and Analysis] Branch” di Roma ed inviato in data 15 luglio 1944 a William L. Langer, direttore del R. & A. di Washington <31: il rapporto dedicava i primi tre paragrafi rispettivamente al sistema di razionamento, di approvvigionamento e di assegnazione della carta. Per quanto concerne il primo punto, nel rapporto si affermava che dopo l’iniziale sospensione di tutte le pubblicazioni, deliberata dall’A.P.B. subito dopo la Liberazione della capitale, «it was decided to distribute existing stocks, without, in so far as possible, favoring or harming the political currents which the various papers represented»; la quantità di carta da assegnare alle singole testate fu calcolata in base al numero di copie vendute dai giornali di partito tra 5 e 6 giugno: «For example, the circulation of the Avanti was estimated at 150,000 and that of the Risorgimento Liberale at 75,000; hence the former now receives twice as much paper as the latter. Every publication has a known “official” circulation».
    Tali proporzioni non vennero tuttavia rispettate: dalle fonti ‘ufficiali’, citate nel medesimo rapporto si ricava infatti che a «Risorgimento Liberale» fu assegnata carta sufficiente per tirare 23.000 copie mentre all’«Avanti!» per appena 42.000; e questo nonostante i dati dell’Ufficio Stampa, forniti subito dopo, attribuissero all’organo socialista una circolazione effettiva di 60.000 copie, tra l’altro ben al di sotto delle potenzialità di vendita del giornale: «Socialist sources claim that if they had sufficient paper, they could sell 300,000 on the streets in Rome, and about 2,000,000 in liberated Italy».
    L’esistenza di canali alternativi (o complementari) di approvvigionamento della carta era ben nota e sostanzialmente tollerata; gli estensori del rapporto non avevano difficoltà a dichiararlo: “Several organs, have a circulation larger than their official one, because of the existence of private stocks on which they can draw. […] The total rationed to all Italian language dailies is 200 tons a month. PWB sources stated that this quantity can be supplied by one large local plant. Known stocks both in the Vatican and in the city totaled 650 tons at the beginning of June”.
    Con analogo “candore” nel terzo paragrafo del rapporto (Distribution of Paper) si ammetteva che «PWB highly favors “non-partisan” newspapers in its rationing system»; trattamento di favore riservato non solo all’organo di stampa degli Alleati, il «Corriere di Roma», che «receives over four times the amount of newsprint given to the largest Italian paper», ma anche alla stampa cosiddetta indipendente o non dichiaratamente legata a partiti o movimenti politici: “The Tempo, a “non-partisan” Italian paper the political affiliations of which cannot be accurately determined at present, is favored by PWB; the paper gets through regular channels enough newsprint to issue 25,000 copies a day, although PWB lists its circulation as 15,000»”.
    Illuminante il prosieguo: “None the less, the most important papers in the city from a political point of view are the party organs of the Socialists and Communists, L’Avanti! and L’Unità. More conservative newspapers object to the comparatively large rations which these papers get, saying that each of the six parties should have an equal amount of paper; there is little doubt, however, that the leftist papers are by far the most popular in the city”.
    I dati di diffusione della stampa di sinistra erano costantemente monitorati; un’attenzione che sembra convertirsi, a tratti, in preoccupazione. Nel trasmettere – il 30 luglio – il rapporto del “R. & A. Branch” all’attenzione del Segretario di Stato a Washington, l’ambasciatore a Roma Alexander Kirk si spingeva a prospettare scenari allarmanti: “It is believed that if the circulations of the various daily newspapers were allowed to seek their own level free of newsprint rationing or on a more equitable basis, that the left wing publications Avanti (Socialist) and L’Unita (Communist) would be the most popular, with Avanti having probably the largest circulation” <32.
    I relatori dell’OSS fornivano a riguardo dati empirici incontestabili: «It is very difficult to buy a copy [dell’«Avanti!»] after about nine in the morning, and the paper is said by several independent (non-Socialist) sources to be by far the most popular in Rome». I meriti di tale popolarità erano generalmente attribuiti «to the daily leading articles of its editor, Pietro NENNI. Though these articles have the full sanction of the Socialist party and represent its views, they are also considered by non-Socialists to represent the best expression of Italian national feeling in the capital»; ben diversa l’accoglienza riservata dai lettori all’ufficialissimo «Corriere di Roma»: «Criticized by Italians as being too optimistic and as hiding the depressed state of the country from the public» <33.
    Che la ‘partita’ cruciale che si giocava a Roma fosse quella tra l’organo ufficiale del PWB e le due testate storiche della sinistra italiana sembra confermato da un altro documento: si tratta di un rapporto riservato dell’OSS [Office of Strategic Services] del 1° agosto 1944 avente per oggetto “Roman Press”. Il paragrafo Circulation Figures si articolava in due punti: “1. PWB has fixed the circulation of Il Corriere [di Roma] at 180.000. The left-wing press (the two dailies Avanti and L’Unità) claims that it equals, if not exceeds, the combined circulation of al other dailies in the city; namely, about 150.000. If the Roman population is approximately two million, and the daily circulation of the newspapers is about half a million copies, there is one paper to every four persons in the city. 2. The outstanding paper in Rome has been Avanti; its circulation exceeded that of any paper in the city except Il Corriere, of PWB. Avanti hit a peak circulation of 130.000, and the demand exceeded the combined supply of newsprint available to it through PWB ration and through private acquisition” <34.
    Impressionante la stima – pur se approssimativa – delle 500.000 copie di giornali circolanti nella Capitale (per una media, oggi impensabile, di una ogni quattro abitanti); indicativo il confronto, a distanza ma vagamente polemico, tra il «Corriere di Roma» e i due maggiori giornali della sinistra; notevole, nel secondo punto del report, l’attenzione con cui venivano monitorati i dati di vendita dell’«Avanti! (ma anche l’accenno al duplice canale di acquisizione della carta: «through PWB ration and through private acquisition»).
    Un ulteriore documento, rinvenuto in un fascicolo del Fondo PCM – Ufficio Autorizzazioni Stampa conservato presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma, ci offre la possibilità di esaminare la spinosa questione della carta da assegnare ai giornali da una prospettiva diversa, quella del “soggetto richiedente”. Si tratta di una lettera indirizzata dal direttore dell’«Avanti!», Pietro Nenni, al “Colonnello Brown” e per conoscenza all’avvocato A. Rossini. I connotati del primo destinatario sembrano corrispondere a quelli del Colonnello G. Stewart Brown, Public Relations Director dell’Allied Control Commission (praticamente il successore del maggiore Lionel Fielden da noi precedentemente evocato); il secondo destinatario, a cui si inviava ‘per conoscenza’, era l’avvocato Armando Rossini, Capo dei Servizi Stampa attivi presso il Sottosegretariato Stampa e Informazioni.
    La lettera, dattiloscritta, reca la data del 6 ottobre 1944.
    “Illustre Colonnello,
    mi rivolgo direttamente a Lei, ben certo di poter fare assegnamento sulla Sua comprensione.
    L’Avanti! è il giornale di gran lunga più diffuso dell’Italia liberata, dopo il “Corriere di Roma”. […] Inoltre, l’Avanti! è l’unico giornale che ha impostato la sua gestione amministrativa su basi di rigida economia, abolendo quasi completamente le copie di resa. La diffusione del giornale ne ha sofferto in misura notevole, ma noi abbiamo avuto ed abbiamo la tranquillità di avere sempre evitato ogni inutile sperpero di carta.
    Lei sa, per diretta constatazione, come questi criteri non siano stati seguiti da tutti gli altri giornali, i quali hanno evidentemente goduto di un quantitativo di carta che permetteva loro di non comprimere la necessità della vendita. Orbene, malgrado le rigorose limitazioni di tiratura che abbiamo imposto all’Avanti!, non abbiamo stampato mai meno di 94.000 copie, come potrei dimostrarle in qualsiasi L’assegnazione della carta ci è stata fatta per 51.000 copie e Lei può ben comprendere a prezzo di quali sacrifici abbiamo potuto fino ad oggi colmare la differenza fra le 51.000 copie dell’assegnazione e le 94.000 del fabbisogno minimo indispensabile. / […] /
    Non le avrei scritto, Signor Colonnello, se le fonti di rifornimento che avevamo trovato presso il Vaticano, non avessero esaurito le scorte. Dire a Lei, che è un esperto di organizzazioni giornalistiche, che cosa potrebbe significare per l’Avanti! l’improvviso salto da 94.000 copie a 51.000, sarebbe superfluo […] / Il grande favore che ora Le chiedo, Signor Colonnello, è questo: di fare avere all’Avanti! una assegnazione supplementare di 50 q.li per la prossima decade.
    Le assicuro che con questa assegnazione supplementare l’Avanti! verrà a trovarsi, dal punto di vista della tiratura in rapporto alle necessità di vendita, in una situazione di equivalenza con gli altri giornali.
    Non dubito che Lei saprà esaminare con senso di giustizia la mia richiesta e non nutro alcun dubbio circa le decisioni che vorrà prendere.
    Grazie anticipate e distinti saluti / (Pietro Nenni)
    ” <35
    La documentazione presente nel fascicolo ACS non consente di conoscere l’esito della richiesta avanzata dal direttore de «L’Avanti!». È comunque significativo che Nenni indirizzi la sua richiesta in primis al responsabile delle pubbliche relazioni dell’Allied Control Commission (Brown) e solo in subordine all’italico Capo dei Servizi Stampa (Rossini); ma per comprendere meglio i rapporti – anche ‘di forza’ – tra i soggetti impegnati nella gestione della stampa romana, è opportuno fare un piccolo passo indietro.
    [NOTE]
    31 Office of Strategic Services (OSS), Allied Armies in Italy, APO 777, U.S. Army, R. & A. [Research and Analysis] Branch, Preliminary Report on Roman Dailies. Il rapporto è datato 15 July 1944 ed indirizzato ‘to Dr. William L. Langer, Director, R. & A. Washington’. Il Report è allegato alla copia inviata il 30 luglio 1944 da Alexander Kirk – ambasciatore americano a Roma – al ‘Secretary of State, Washington’. Il documento è conservato tra le carte ‘americane’ depositate presso il Centro Pestelli di Torino: vi è indicata la sua provenienza (NAW) ma non gli estremi archivistici.
    32 Ibidem.
    33 Ibidem.
    34 Rapporto riservato (report n. JR-892 dell’OSS) datato 1 August 1944 ma «distributed 21 August 1944», avente per subject “Roman Press”; le parti citate sono tratte dal paragrafo “Circulation Figures”. Anche questo documento è
    conservato presso il Centro Pestelli di Torino: vi è indicata la provenienza (NAW) ma non gli estremi archivistici.
    35 ACS, PCM, Servizio Stampa, Spettacolo e Turismo. Servizio Stampa. Ufficio autorizzazioni stampa 1944-1948, b. 2, fasc. 21, D2/1. Lettera dattiloscritta in due fogli (solo recto) su carta intestata ‘Avanti! / Quotidiano del Partito
    Socialista / Direzione amministrativa’; indirizzata: ‘Al Colonnello Brown -A.C.C. / Palazzo ex Ministero delle Corporazioni / e p.c. all’Avv. A. Rossini del Sottosegretariato Stampa e Informazioni’. Datata ‘Roma, 6 ottobre 1944’. In calce, a timbro, ‘(Pietro Nenni)’, con firma autografa. Il testo reca sottolineature a penna, non è chiaro se di mano del mittente o del destinatario. Un’eco non immediata della protesta de «L’Avanti!» è in un corsivo polemico – a firma ‘Babeuf’, nom de plume di Alberto Consiglio – apparso in data 14 dicembre 1944 sulla prima pagina del monarchico «Italia Nuova»: «L’Avanti! afferma che gli mancano molte migliaia di copie per far fronte alla richiesta dei suoi lettori,
    ed è pronto a documentarlo. Gli crediamo sulla parola. Anzi, fondiamo le nostre rivendicazioni proprio su questa ammissione. Infatti, all’Italia Nuova mancano decine di migliaia di copie, come possiamo largamente documentare. Del resto, le competenti autorità hanno potuto constatare, a seguito di una inchiesta condotta in proposito, che l’Italia Nuova si vende in borsa nera anche a cinque e a dieci lire! / Dunque, per ammissione dello stesso corsivista dell’Avanti!, mentre l’organo del P.S.I. con un’assegnazione di 43.000 copie si lamenta di aver bisogno di altre migliaia di copie, l’organo del P.D.I. con una assegnazione di 10.000 copie denuncia e documenta un fabbisogno di decine di migliaia di
    copie». In quanto all’accusa lanciata dal giornale socialista ai «concorrenti baronetti», Babeuf faceva notare che «noi “baronetti” non abbiamo il privilegio di pagare un appartamento mobiliato ai Parioli mille lire al mese: ma ne paghiamo duemila per una misera cameretta» (Babeuf [Alberto Consiglio], Carta e demagogia, «Italia Nuova», 14 dicembre 1944, p. 1).
    Marcello Ciocchetti, Giornali e riviste nella Roma liberata (giugno 1944- dicembre 1945), Tesi di Dottorato, “Sapienza” Università di Roma, Anno Accademico 2014-2015

    https://bigarella.wordpress.com/2024/10/11/nella-roma-appena-liberata-gli-americani-si-preoccupavano-della-vasta-diffusione-dellunita-e-dellavanti/

    #1944 #agosto #americani #lAvanti #lUnità #MarcelloCiocchetti #OSS #ottobre #PCI #PSI #Roma #stampa #statunitensi

  7. Il quotidiano [«l’Unità»] puntava ad esprimersi attraverso un linguaggio semplice, schietto e persuasivo: la sua funzione era quella di educare l’elettorato del Pci, tanto che nelle intenzioni di Palmiro Togliatti c’era l’idea che «diventasse il Corriere della Sera del proletariato». Il picco delle vendite venne raggiunto durante gli anni Settanta, quando il giornale arrivò ad oltre 94 milioni di copie vendute. In questo periodo, alla direzione del quotidiano si sarebbero succeduti Luca Pavolini, direttore dal 1975 al 1977, e Alfredo Reichlin, dal 1977 al 1981. Seppur diverse tra loro (basti ricordare, ad esempio, che Reichlin durante il decennio lavorò a fianco di Enrico Berlinguer nella direzione nazionale del partito), le due direzioni ebbero il merito di fare del giornale uno strumento e una forma di condivisione di quella linea dell’intransigenza adottata dal Partito comunista nei confronti del fenomeno terrorista apparso in Italia all’inizio del decennio. Durante gli anni di piombo, il mondo del giornalismo non fu solo centrale all’interno per il sistema d’informazione del paese, ma fu anche uno degli sfortunati protagonisti che, insieme alla magistratura, al corpo di polizia e alla classe dirigente italiana, subirono con maggiore frequenza e ferocia gli attacchi dei gruppi terroristici, in particolare della frangia più estrema e organizzata rappresentata proprio dalle Brigate rosse. Fu questo, ad esempio, il caso del vice-direttore de «La Stampa» Carlo Casalegno, primo giornalista ucciso dalle Br, e del cronista de «Il Corriere della sera» Walter Tobagi, rispettivamente morti il 29 novembre 1977 e il 28 maggio 1980. Durante la stagione degli anni di piombo «l’Unità» si sarebbe resa portavoce di quel tentativo culturale, politico e ideologico, portato avanti dal Pci e orientato a infondere una speranza nel futuro della Repubblica. Lo si evince con chiarezza nell’articolo di Giorgio Amendola pubblicato il 12 giugno 1977, in cui si affermava: «oggi intendiamo difendere lo Stato repubblicano, anche se ne vediamo esattamente le piaghe create dalla mancata attuazione della Costituzione. Ma sono queste piaghe che vogliamo eliminare, attraverso un’opera di risanamento e rinnovamento che esige il concorso della maggioranza del popolo» <54.
    Conclusasi la parentesi degli anni di piombo, a partire dall’inizio degli anni Ottanta il giornale affrontò la prima crisi delle vendite, passando da 100 milioni di copie annue nel 1981 a 60 milioni nel 1982. A determinare questo esito avrebbe certamente contribuito la diffusione di una stampa concorrente: lo sviluppo di quotidiani come «La Repubblica», ad esempio, segnò un momento di transizione per i quotidiani di partito poiché i lettori cosiddetti “non fidelizzati” avrebbero potuto ora trovare le informazioni sulle pagine di giornali più generalisti che disponevano di eccellenti redazioni politiche ed economiche e che utilizzavano un linguaggio lontano dai tecnicismi della politica e, dunque, più facilmente comprensibile. Per potenziare il numero delle vendite, nel 1986, il quotidiano avrebbe dato il via libera alla distribuzione della rivista satirica «Tango». Cinque anni più tardi, nel 1991, «l’Unità» avrebbe cessato di essere organo di partito, passando nelle mani di Walter Veltroni che avrebbe rivoluzionato il quotidiano arricchendolo di gadget a pagamento da vendere ai lettori: videocassette di film, audiocassette, ristampe di album delle figurine Panini rappresentano il nuovo orizzonte del quotidiano.
    19 febbraio 1977: «Ferma condanna in tutto il paese dell’aggressione squadristica di Roma»
    Particolarmente interessante fu il modo in cui l’organo di stampa del Partito comunista decise di interpretare i fatti del 17 febbraio del 1977, quando il segretario della Cgil Luciano Lama aveva presieduto un comizio sindacale presso l’università La Sapienza di Roma, sul tema dei precari. Il discorso di Lama era iniziato in questo modo: «i lavoratori, i sindacati sono venuti qui per ragionare, per parlare, per ascoltare con calma. La manifestazione di oggi non è fatta, come qualcuno ha detto, con i carri armati: migliaia di lavoratori e di studenti vogliono raccogliersi per discutere di un problema vitale per l’intera società» <55. Le parole che venivano diffuse dagli altoparlanti del dodge rosso che fungeva da palco per i rappresentanti della Federazione sindacale Cgil, Cisl e Uil, vennero inizialmente ascoltate dal pubblico di studenti, lavoratori e sindacalisti presenti quel giovedì mattina in Piazza della Minerva; tuttavia non era sfuggito agli occhi attenti del servizio d’ordine dell’organizzazione sindacale, un movimento sviluppatosi al lato del camion rosso, iniziato dagli esponenti degli “indiani metropolitani” e da quelle forze che poi «l’Unità» si sarebbe ostinata a definire «degli autonomi» (alcuni dei gruppi coinvolti nel cosiddetto “Movimento del ‘77”). Lama continuò a parlare, nonostante i manifestanti avessero alzato al cielo un fantoccio di cartapesta raffigurante lo stesso Lama, con un chiaro incoraggiamento rivolto ai giovani studenti «A chi grida che vogliamo affrontare il “movimento” rispondiamo che non abbiamo mai pensato di agire senza, e tantomeno contro le grandi masse di giovani – sottolineava Lama – dobbiamo lottare e vincere assieme la grande battaglia per il rinnovamento dell’intera società, battere e vincere il fascismo, le tentazioni reazionarie, le provocazioni eversive, ogni violenza o tentazione irrazionali» <56. Come riferiva nella sua ricostruzione un articolo de «l’Unità», pubblicato il 20 febbraio, inizialmente «c’era voglia di dialogare, di polemizzare magari duramente, ma con la forza delle sole idee» <57. Il comizio sindacale organizzato dalla Federazione e dal Partito comunista aveva preso accordi con il movimento studentesco: dopo il comizio di Lama, sarebbe stato uno studente del movimento a prendere la parola; tuttavia la situazione degenerò poco prima che il segretario della Cgil potesse completare il suo discorso, quando, dalle file degli “autonomi”, vennero lanciati dei palloncini pieni di vernice contro il palco della Federazione. Il servizio d’ordine
    dell’organizzazione sindacale si scagliò contro gli studenti e i manifestanti brandendo degli estintori per farsi largo tra la folla. La manifestazione si era sciolta lasciando spazio ad un feroce scontro tra studenti e forze dell’ordine, gli “indiani americani” e il gruppo degli “autonomi”, e tra gli uni e gli altri, indistinguibili a quel punto in Piazza della Minerva.
    Nei giorni seguenti quella che passò alla storia come “la cacciata di Lama” dal comizio e gli scontri dell’ateneo romano sarebbero stati ripresi da tutti i principali organi di stampa. Il primo a denunciare le aggressioni fu, il 19 febbraio, proprio «l’Unità» che, in prima pagina, usciva con il titolo “Ferma condanna in tutto il paese dell’aggressione squadristica di Roma” <58. La posizione dell’organo ufficiale del Partito comunista sui fatti dell’ateneo romano era esplicita: la colpa era da attribuirsi ad «uno squadrismo dall’etichetta di sinistra, espressione dei gruppi che si muovono nell’area della cosiddetta “autonomia”» <59; e l’obiettivo di tali gruppi era quello «di paralizzare le istituzioni, di provocare l’ingovernabilità dell’Università e del Paese» <60.
    Nel giorno di domenica 20 febbraio la direzione di Alfredo Reichlin pubblicava in prima pagina il “Documento della direzione Pci dopo i fatti di Roma”, nel quale il gruppo dirigente del Partito comunista proponeva «unità e iniziativa di massa contro lo squadrismo, per rinsaldare il legame fra giovani e democrazia» <61. La direzione del Pci esprimeva lo «sdegno» dei comunisti per la serie di atti che, a partire dall’Università di Roma, si stavano susseguendo in tutti gli atenei italiani. Dal nord a sud le maggiori università d’Italia erano state prese d’assalto da gruppi che, approfittando della occupazione imposta dagli studenti negli atenei, riuscivano a prendere il sopravvento, allontanando sempre di più i giovani dal dialogo con la classe politica italiana. Proprio perché l’emergenza non rappresentava un caso isolato alla capitale italiana, la dirigenza del Partito comunista considerava «necessaria una pressione unitaria perché lo Stato democratico agisca risolutamente contro tutte le centrali eversive e le formazioni squadristiche e armate – scrive la Direzione del Pc – ciò che si deve difendere è innanzitutto la possibilità della piena esplicazione della vita democratica, del dibattito e del confronto nella scuola, nell’università, nella società» <62. Nello stesso numero del quotidiano, in un articolo intitolato “Commenti della stampa: verità e deformazioni”, il Partito comunista denunciava la «soddisfazione dei giornali della destra per l’attacco squadristico» <63. Le lamentele erano soprattutto rivolte a «Il Giornale» ma anche a «la Repubblica». I comunisti riferivano nell’articolo le parole del foglio di Montanelli che «si augura che i fatti romani possano costituire una scintilla per lo scatenamento di una “rabbia” generale contro le sinistre e i sindacati» <64. «La Repubblica», invece, veniva accusata di aver riportato nei suoi articoli una versione stravolta dei fatti accaduti in Piazza della Minerva il 17 febbraio, attribuendo la responsabilità degli avvenimenti agli aggrediti e non agli aggressori, comeriportava nel titolo “Il comizio di Lama scatena gravi incidenti”. «Nessuna parola di condanna si legge su “la Repubblica” nei confronti di chi ha tentato di abolire la libertà di manifestazione e di parola» <65, mentre era stata apprezzata la linea di solidarietà espressa dal Partito socialista nelle righe de «l’Avanti!».
    Dall’analisi degli articoli citati si evince come la condanna del Partito comunista nei confronti dei gruppi eversivi fosse ferma e decisa; tuttavia nelle pagine del quotidiano «l’Unità» veniva taciuto un aspetto che potrebbe essere ritenuto centrale all’interno del contesto degli scontri di Roma. La stampa comunista, infatti, in nessun articolo avrebbe menzionato il fatto che il 12 febbraio 1977, cinque giorni prima del comizio di Lama, era stata prevista in Via delle Botteghe Oscure una riunione del Pci nella quale vennero convocati anche alcuni membri della Federazione sindacale e il Segretario della Camera del Lavoro di Roma, Bruno Vittoriano. Sarebbe stato proprio quest’ultimo, in un’intervista pubblicata postuma su «la Repubblica», a dichiarare al giornalista Luca Villoresi, che quello che doveva essere un comizio sindacale aveva “tacitamente” assunto un altro obiettivo: la manifestazione dei precari sarebbe dovuta diventare l’occasione per scacciare gli occupanti dall’ateneo romano. I vari accordi presi dal sindacato con il movimento studentesco saltarono: Lama non avrebbe più parlato sulle scale del Rettorato ma dal furgone rosso con il quale la Federazione era abituata ad aprire le file dei cortei; il rappresentante degli studenti occupanti non avrebbe più esposto la sua testimonianza; il servizio d’ordine per l’evento sarebbe stato garantito non dalle forze della polizia, ma dall’organizzazione sindacale. «A riveder oggi le posizioni di tanti protagonisti dell’epoca, sembra davvero che quella manifestazione fosse figlia di nessuno – dichiarava Vittoriano – mentre invece, diciamolo, la situazione precipitò perché qualcuno scelse, anche consapevolmente, la strada dell’atto di forza» <66. Il riferimento del Segretario della Camera del Lavoro era certamente indirizzato al Pci e alla sua scelta di rendere quel comizio sindacale una manifestazione di più largo respiro <67. Nelle pagine del «l’Unità» non fu fatto cenno neppure all’atteggiamento provocatorio che il servizio d’ordine della Federazione aveva assunto non appena entrato in Piazza della Minerva: le “tute blu”, infatti, erano arrivate armate di secchi di vernice bianca e pennelli, pronti a cancellare le scritte di protesta che erano apparse sui muri intorno alla facoltà nei precedenti 14 giorni di occupazione, prima tra tutte fu cancellata la scritta «i Lama stanno nel Tibet». Le provocazioni arrivarono certamente anche da parte dai movimenti studenteschi, dal fantoccio raffigurante il segretario della Cgil ai cori che recitavano «Lama nessun l’ama». Tuttavia, mentre in merito a queste provocazioni si trovano numerosi riferimenti tra le righe degli articoli pubblicati nei giorni che seguirono i fatti di Roma, del vero intento del Partito comunista, ossia quello di mandare un messaggio ben preciso alla popolazione, ossia che il Pc stesse lavorando in difesa delle istituzioni, non si dava neppure un accenno.
    Contemporaneamente al problema dei movimenti sociali, a partire dal 1976 le istituzioni italiane dovettero anche affrontare l’ascesa dell’organizzazione rivoluzionaria delle Brigate rosse, guidata dal brigatista Mario Moretti, artefice della strategia condotta contro il cuore dello Stato italiano, che avrebbe colpito non solo gli alti dirigenti delle fabbriche e volti noti della politica, ma anche professionisti, magistrati e giornalisti, come il vice direttore de «la Stampa» Carlo Casalegno.
    [NOTE]
    54 Giorgio Amendola, Difendere la Repubblica, in «l’Unità» del 12 giugno 1977, ora in Archivio storico de «l’Unità».
    55 Discorso di Luciano Lama alla manifestazione in Piazza della Minerva del 17 febbraio 1977, in «l’Unità», 19 febbraio 1977.
    56 Ibidem.
    57 Roberto Roscani, Studenti e operai insieme al comizio dei sindacati, in, «l’Unità», 20 febbraio 1977.
    58 Gregorio Botta, Ferma condanna in tutto il paese dell’aggressione squadristica di Roma, in, «l’Unità» del 19 febbraio 1977.
    59 Marisa Musu, I comunisti discutono gli incidenti, in, «l’Unità» del 20 febbraio 1977.
    60 Ibidem.
    61 Direzione del Partito comunista, Documento della direzione Pci dopo i fatti di Roma, in, «l’Unità» del 20 febbraio 1977.
    62 Ibidem.
    63 La Direzione del Partito comunista, Commenti della stampa: verità e deformazioni, in, «l’Unità» del 20 febbraio 1977.
    64 Ibidem.
    65 Ibidem.
    66 Luca Villoresi, Così andò quella mattina del 1977, quando Lama…, in «la Repubblica», 1987, ora in archivio storico de «la Repubblica».
    67 Ibidem.
    Francesca Lanzillotta, La svolta degli anni Settanta nelle pagine de «L’Unità» e de «Il Popolo», Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2015-2016

    https://bigarella.wordpress.com/2024/10/02/lama-continuo-a-parlare/

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  8. Lui, condannato a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi di reclusione, non si è mai pentito. Dal 2009 e’ completamente libero. Lui scrive su L’Unita’. Non ci meritavamo anche questo.

    #FascistiAssassini
    #lUnità

    unita.it/2023/05/29/democrazia

  9. #Renzi direttore de #IlRiformista. #Sansonetti direttore de #LUnità. Il cortocircuito di politica e informazione che si alimenta.

    #ilbortoneficio

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