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I consigli di Montanelli all'ambasciatrice statunitense https://bigarella.wordpress.com/2026/04/04/i-consigli-di-montanelli-allambasciatrice-statunitense/ #1953, #AlcideDeGasperi, #Ambasciatrice, #Caso, #ClareBootheLuce, #Elezioni, #FedericoRobbe, #IndroMontanelli, #Legge, #Politiche, #Questione, #StatiUniti, #Trieste, #Truffa
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I consigli di Montanelli all’ambasciatrice statunitense
Diversi [nel 1953, cone le elezioni politiche caratterizzate dalla legge maggioritaria ribatezzata “legge truffa”] erano i problemi di cui si doveva tenere conto e che complicavano l’ipotesi di un annuncio apparentemente senza problemi. Innanzitutto era indispensabile valutare l’impatto che avrebbe avuto sui partiti laici di centro, non entusiasti di un sistema troppo concentrato nelle mani della Dc e penalizzante per gli alleati minori. C’era poi una questione tempistica. In parlamento si stava già discutendo l’abrogazione della legge elettorale, quindi l’annuncio andava fatto in tempi ragionevoli e con dati precisi alla mano. Da ultimo, come si diceva, la perplessità di De Gasperi relativa alla nuova composizione di Camera e Senato non accompagnata da una issue d’impatto sull’elettorato. Si riferiva, più di ogni altra cosa, a Trieste, come annotava la signora Luce [ambasciatrice in Italia degli Stati Uniti] in chiusura di conversazione. E la questione, nel caso in cui fosse stata risolta, avrebbe potuto davvero imprimere un corso diverso agli eventi: “Quando [De Gasperi] mi accompagnò alla porta, mi chiese se sarei andata a casa per Natale. Dissi che speravo di sì. Poi, stringendomi la mano, affermò: ‘se il vostro Paese riuscirà a dare Trieste a questo governo per Natale, noi potremo farvi il regalo di annunciare che abbiamo ricontato i voti e vinto le elezioni di giugno, per poi cominciare la controversia coi comunisti. In quel caso potremmo avere qualche possibilità di vincere le future elezioni’ ” <59. Trieste, com’è noto, non tornò italiana quell’anno. Da un lato, i tempi non erano ancora maturi e, dall’altro, prevalse il senso di responsabilità di fronte a risultati e ad un parlamento ormai funzionante e legittimato <60.
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«Le elezioni non sono andate proprio a male – commentava la Luce usando un’immagine “gastronomica” – ma certamente si sono un po’ inacidite. Non offrono presagi luminosi per la nostra linea politica sulla Nato» <61. L’ambasciatrice accusava la stampa americana di aver dato un peso eccessivo al suo intervento di Milano: i giornali avevano fornito «immagini distorte e fuori dal contesto», dimenticando che solo la destra monarchico-fascista aveva esplicitamente attaccato il suo discorso <62. La conferenza del 28 maggio alla Camera di commercio di Milano è stata spesso ritenuta emblematica dell’interventismo della Luce, poiché in quella sede minacciò gravi conseguenze per il sostegno all’Italia in caso di vittoria di una delle ali estreme <63. Una tale interpretazione della vicenda, però, suscita a qualche perplessità. Esternazioni del genere non erano una novità per la diplomazia americana: John Foster Dulles in Germania aveva espresso sostanzialmente gli stessi concetti <64. Tuttavia, quelle di Milano risultarono sgradite al Dipartimento di Stato, che aveva espressamente chiesto alla Luce di non rilasciare dichiarazioni e tenere un basso profilo <65. In più, pochi giorni prima del discorso era stata la stessa ambasciatrice a fare considerazioni analoghe sui pericoli di un’eccessiva ingerenza statunitense. Scrivendo a Ferguson, amico personale nonché influente senatore repubblicano, aveva affermato che gli elementi antiamericani in Italia stavano «ansiosamente cercando prove di interferenza o pressione americana» <66.
In questo frangente, non è azzardato ipotizzare l’influenza di una personalità importante con cui Clare Luce aveva stretto un rapporto di amicizia privilegiato: Indro Montanelli. Poco prima della partenza per l’Italia, Mrs. Luce aveva ricevuto una lettera del giornalista toscano, suo amico di lunga data <67. Augurandole un magnifico successo, che sarebbe stato «un gran bene per i due paesi», Montanelli così si rivolgeva alla Signora: «Spero di non trovarla delusa dei miei compatrioti, del loro (apparente) cinismo, della loro (superficiale) immoralità. Comunque, li affronti con coraggio, qualche volta con insolenza, e sempre con assoluta spregiudicatezza. Gl’italiani vanno pazzi per queste virtù, forse perché non conoscono la Virtù vera» <68.
Pare proprio che l’ambasciatrice abbia seguito alla lettera i consigli del giornalista, a cui tra l’altro chiedeva, a conferma del rapporto di fiducia tra i due, un elenco di persone da incontrare a Roma. Montanelli le consigliò alcuni «manipolatori dell’opinione pubblica [sic]» <69. Da neofita della diplomazia e da scarsa conoscitrice del nostro Paese, Mrs. Luce doveva affidarsi necessariamente a qualcuno che la introducesse ai pregi e ai difetti del popolo italiano. Montanelli fu il suo “Cicerone” prima della partenza, dato che avevano passato molto tempo insieme a New York <70. Ma continuò ad essere una figura di riferimento molto ascoltata anche in Italia, suggerendo perfino vie d’uscita
extraparlamentari. Non fu perciò solo una concezione semplicistica e grossolana della politica e della capacità americana di influenzare l’Italia a dettare il tenore dell’intervento di Milano a una settimana dal voto. Pesarono, come spesso accade, rapporti di amicizia, situazioni contingenti e tanti dubbi. Dubbi che, da quanto risulta dalla documentazione, rimasero in Clare Boothe Luce fino alla fine, facendo conoscere aspetti finora trascurati dell’ambasciatrice come, appunto, i tormenti sulle decisioni da prendere.
[NOTE]
59 Memorandum of conversation, C.B. Luce, A. De Gasperi, November 21, 1953, NARA, RG 84, Italy, U.S. Embassy, Rome, Records of Clare Boothe Luce 1955-1957, Lot File 64F26 (d’ora in poi RG 84, CBL), Box 4, f. Memoranda of conversations ’53.
60 Pietro Ingrao, tra gli altri, ha sottolineato la correttezza di De Gasperi e Scelba nel prendere atto dei risultati, si veda C. Rodotà, Storia della legge truffa, cit., p. 105; M.S. Piretti, La legge truffa, cit., pp. 210-211.
61 C.B. Luce to C.D. Jackson (Special Assistant to the President), June 19, 1953, FRUS, 1952-54, VI, pt. 2, pp. 1612-13. Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 7.
62 C.B. Luce to C.D. Jackson, cit., pp. 1612-13.
63 M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica», cit., p. 977; A. Brogi, L’Italia e l’egemonia americana, cit., p. 74. Per il testo integrale del discorso in lingua originale si veda LOC, CBLP, Box 686, f. 4, May 28, 1953. Sulle varie reazioni della stampa italiana si vedano Wide press comments on Ambassador Luce’s speech, Italian press highlights n. 229, prepared by Mutual Security Agency and United States Information Service, May 30-31, June 1, 1953, DDEL, JFD Papers, 1951-59, General correspondence and memoranda series, Box 2, f. Strictly confidential – L (4); Italian elections, C. Norberg (Acting Deputy Assistant Director, PSB) to Acting Director (Office of Coordination, PSB), May 29, 1953, DDEL, WH Office, NSC Staff Papers 1953-1961, PSB Central File Series, Box 13, f. PSB 091 Italy (3).
64 Dulles mise in guardia i tedeschi sulla pericolosità di votare i socialdemocratici, M. Del Pero, American Pressures and their Containment in Italy during the Ambassadorship of Clare Boothe Luce, 1953-1956, «Diplomatic History», vol. 28, n. 3, june 2004, p. 418.
65 M. Del Pero, Stati Uniti e “legge truffa”, cit., p. 505; M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 186. Significativo, inoltre, il fatto che la Luce ricevette il plauso dell’armatore genovese Ernesto Fassio, che non nascose le simpatie per il ventennio fascista ma fu sempre assai critico verso il Msi, si veda LOC, CBLP, Box 603, f. Fa-Fea 1953.
66 C.B. Luce (Ambassador in Italy) to H.S. Ferguson (Republican Senator), May 11, 1953, NARA, RG 59, Subject files relating to Italian Affairs, 1944-1956, Lot File 58D357, Box 11, f. 380.02 Emigration 1951-54.
67 Il giornalista trasse da un incontro-intervista del 21 marzo a New York l’articolo Clare Luce, «Corriere della Sera», 7 aprile 1953. Si veda il commento nel diario di Montanelli, citato in S. Gerbi, R. Liucci, Lo stregone. La prima vita di Indro Montanelli, Einaudi, Torino, 2006, p. 295.
68 I. Montanelli a C.B. Luce, 31 marzo 1953, LOC, CBLP, Box 606, f. 3 Mod-Mon 1953.
69 I. Montanelli a C.B. Luce, s.d. ma tra il 21 marzo, quando i due si incontrano, e il 31 marzo 1953, data in cui Montanelli ringrazia per l’approvazione dell’articolo destinato al «Corriere», LOC, CBLP, Box 606, f. Mod-Mon 1953. Altro segno della stima reciproca tra i due è un passaggio di un memorandum del 1954, in cui la Luce enumera le tante volte (sei in venti mesi) in cui si è incontrata con il giornalista, definito «un profeta di inevitabili sventure». Al sostantivo «profeta» è abbinato l’aggettivo inesistente «voluable», non è chiaro se la parola originale fosse «valuable» (prezioso) o «voluble» (loquace). Si veda Memorandum of conversation, I. Montanelli, C.B. Luce, November 20, 1954,
NARA, RG 84, CBL, Box 4, f. Memoranda of conversations ’54.
70 È Montanelli ad affermare di essere amico di Mrs. Luce «da molto prima che lei diventasse ambasciatrice in Italia», si veda Una gladio in borghese, Intervista a Indro Montanelli di M.G. Rossi e M. Del Pero, «Italia contemporanea», settembre 1998, n. 212, p. 647.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
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Sulla riforma agraria c’era anche l’anticomunismo della DC, specie in Sicilia
È noto che con le elezioni del 7 giugno del 1953, il mancato raggiungimento del premio di maggioranza, previsto dalla legge Scelba (più nota come “legge truffa”), aveva posto fine all’ultimo esecutivo presieduto da De Gasperi e aperto la strada a Giuseppe Pella, il quale – malgrado il patto di transitorietà con il quale il suo governo aveva ottenuto la fiducia <43 – tentava di capitalizzare l’inaspettata popolarità derivatagli dalla gestione della questione triestina, presentandosi nuovamente alle Camere con un esecutivo composto da democristiani non invisi alle destre e collocati in ministeri chiave. Il tentativo di rimpasto, tuttavia, naufragava sul nome di un democristiano siciliano di estrazione popolare. Di fatti, il Presidente del Consiglio, nella prospettiva di manifestare un atteggiamento favorevole alle destre, aveva proposto, in sostituzione di Rocco Salomone, Salvatore Aldisio al Dicastero dell’Agricoltura: nome sul quale la Dc aveva posto un secco veto. A motivo di tale rifiuto vi era la svolta che Aldisio avrebbe potuto imprimere alla Riforma agraria una volta subentrato al posto di Salomone. È questa la ragione che lo rendeva così gradito alle destre. E non perché fosse contrario tout court a quella riforma, come sostenuto con eccessiva semplificazione da parte della stampa e della stessa Dc. Aldisio – che in verità di destra non era mai stato – era assolutamente favorevole alla Riforma ma in un senso diverso rispetto a quello che si era delineato dopo l’entrata in vigore dei decreti Gullo e Segni nel biennio 1944-46 <44. Più in particolare, per Aldisio, per Sturzo, così come per buona parte dei vecchi popolari, la Riforma agraria concepita nei termini di quei decreti stava conducendo la Sicilia a una pericolosa deriva bolscevica, dal momento che la quotizzazione del latifondo – consistendo nella divisione della terra sic et simpliciter, ovvero senza che quest’ultima fosse messa nelle condizioni di essere produttiva <45 – concedeva ai contadini terre incolte o mal coltivate, circostanza che avrebbe «aperto la strada a cooperative per lo più di ispirazione socialcomunista» <46. Già il 31 luglio 1950 Luigi Sturzo, in una lettera a De Gasperi, non faceva mistero di tale preoccupazione: “Le cooperative sono, novanta su cento, in mano ai rossi […]; è evidente che i rossi reagiranno come hanno sempre reagito e non lasceranno le terre. La mia interpretazione, da osservatore a distanza, è che né Segni, né il gruppo Segni, e in questo ci metto decisamente […] Salomone […], intendono urtarsi con i comunisti nell’attuazione della riforma agraria; noi avremo così fatta la piattaforma agli avversari con le nostre stesse mani” <47. Il testo di un documento inedito redatto il 5 gennaio 1947, in occasione del II Convegno regionale del partito tenutosi a Palermo, servirà in maniera più efficace a comprendere la posizione della Dc siciliana in merito alla riforma agraria: “Preso atto [della] gravissima situazione determinatasi per la Dc in conseguenza dell’attuazione del decreto Segni 6 settembre 1946 […] considerato che l’attuazione del decreto Segni ha introdotto per la prima volta il verbo comunista tra le masse dei lavoratori siciliani, presso le quali mai aveva avuto modo di attecchirvi, […] considerato che [queste ultime] attendono dal Governo la Riforma agraria tendente alla creazione della piccola proprietà con accorgimenti legislativi che impediscano la polverizzazione, tenendo come base della piccola proprietà coltivatrice la “Unità Colturale”, si ritiene che […] l’unica via d’uscita del labirinto in cui il decreto Segni ha cacciato il nostro Partito in Sicilia è [l’applicazione della] Riforma agraria progettata in seno al Decreto costitutivo dell’Alto commissariato del 28 dicembre 1944” <48. Si tratta di un decreto legislativo luogotenenziale che apportava talune modifiche alle competenze spettanti all’Alto commissario in Sicilia proprio quando a ricoprire quel ruolo era Salvatore Aldisio <49.
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È interessante notare come l’art. 9 del Capo II rubricato “Procedimenti per lo sviluppo agricolo” prevedesse, alla lettera b), «di stabilire i criteri e le forme di utilizzazione agraria e di miglioramento immediato da adottare per i terreni non coltivati o insufficientemente coltivati, e, alla lettera c), «di favorire la costituzione di associazioni e di cooperative agricole, con speciale riguardo a quelle di lavoratori della terra per la conduzione diretta di aziende agrarie» <50. In buona sostanza, si trattava di due aspetti non contemplati dal decreto Segni che avrebbero sbarrato le porte a quelle “cooperative rosse” tanto vituperate da Sturzo. Si noti ancora che il prete calatino, sin dal suo rientro in Italia, aveva cercato di rilanciare il sistema di casse rurali e consorzi di bonifica, azzerato dal fascismo, partendo proprio dalla sua città natale <51. A questo scopo, con una missiva del 15 luglio 1948 chiedeva a Giuseppe Pella, all’epoca Ministro del Tesoro, di «guardare benevolmente la domanda della Cassa rurale ed Artigiana di Caltagirone (da me fondata nel 1896) per la sua trasformazione, resasi necessaria dallo sviluppo avuto e dalle presenti condizioni» <52. Pochi giorni più tardi, il 27 luglio, Gaspare Barletta, direttore del consorzio di bonifica di Caltagirone, ringraziava Don Sturzo per «l’assegnazione di 350 milioni», considerati un «vero miracolo» poiché indispensabili al consorzio «per affrontare l’esecuzione di opere di bonifica e di trasformazione agraria di grande mole» <53. Infine, il 17 dicembre di quello stesso anno, Sturzo si complimentava con Gesualdo La Rosa, presidente della suddetta cassa rurale, per la «cura intelligente e appassionata nel guidare le sorti di cotesto Istituto» <54.
Tenuto conto, dunque, di questo retroterra, attorno all’affaire Aldisio-Salomone, e più in generale attorno alla crisi del Governo Pella <55, si avvitava una questione non riducibile a un gioco di poltrone e nemmeno, come voleva Vittorio Gorresio, a un semplice «episodio della lotta in corso fra diverse tendenze democristiane» <56. Più drasticamente, quella vicenda aveva svelato quanto ormai la spaccatura tra la destra e la sinistra del partito fosse diventata insanabile, anticipando, in qualche misura, ciò che sarebbe accaduto al Congresso di Napoli del giugno 1954 <57. In quell’occasione, infatti, il netto risultato ottenuto dalla lista di sinistra Iniziativa democratica aveva spianato la strada ad Amintore Fanfani verso la segreteria nazionale <58. È noto come da lì in avanti il politico aretino avrebbe impresso un cambio di passo al partito cercando di inserirlo, attraverso l’azione dinamica e moderna di una nuova classe dirigente, «nei settori chiave della vita sociale e facendolo uscire dalla più tranquilla e tradizionale fisionomia che gli aveva conferito la vecchia dirigenza degasperiana» <59. Benché la portata riformista di tale operazione politica fosse chiara a Fanfani sin da prima della sua investitura alla guida della segretaria nazionale, veniva apertamente dichiarata, dopo la morte di De Gasperi, al Convegno del Mezzogiorno il 19 dicembre 1954: “Mentre il Congresso del ‘47 faceva della Democrazia Cristiana un partito d’opinione, il V Congresso, quello di Napoli del ‘54 faceva della Democrazia Cristiana una efficace forza Politica moderna capace di operare non solo nella dimensione di Governo e di Parlamento ma nella vita reale del Paese. Di questa rivoluzione interna dell’ambito della Democrazia Cristiana il V Congresso è il punto di partenza; e non tanto e non solo per il rinnovamento dei dirigenti che pure assume tutta la sua importanza in quanto segna il succedersi di due generazioni politiche; ma per i nuovi compiti o la più piena funzione che ne deriva al Partito, che si va così trasformando da grande movimento d’opinione, che ha soprattutto il modo di saggiare la sua forza nel momento elettorale, a strumento popolare di costante presenza democratico o civile” <60.
Come può evincersi da tali dichiarazioni, si tratta di una trasformazione che, al di là del fisiologico ricambio generazionale, sarebbe dovuta coincidere con una riconsiderazione del ruolo e della funzione partitica non solo rispetto alla società ma anche rispetto all’intero assetto statale. «Mentre per De Gasperi la definizione dell’architettura istituzionale passava attraverso una rigida separazione dei ruoli […] tra partito, governo e Parlamento», nella logica fanfaniana, per converso, lo Stato avrebbe dovuto reggersi sul riconoscimento della centralità istituzionale del partito in grado di condizionare il governo tanto nella compagine soggettiva quanto nella sua azione programmatica <61.
Tutto questo valeva, ovviamente, anche per il Mezzogiorno: “La questione meridionale [non] è solo problema di depressione economica essa è soprattutto problema politico di mancanza di classe dirigente che sappia impostare i problemi della sua terra in maniera organica […]. La lotta per il rafforzamento della Democrazia cristiana se ha un significato politico in tutta Italia lo ha ancora di più per il Sud. La Riforma Agraria e la Cassa per il Mezzogiorno sono gli strumenti che la Democrazia cristiana ha creato per assolvere al suo dovere. Ma creati questi strumenti, messo in movimento questa struttura sociale, umana e italiana nasceva anche un problema nuovo per la Dc: dal momento che questi interventi hanno messo allo scoperto la carica vera della società italiana, nasceva il problema di raccogliere queste forze di movimento, di non farle degenerare in forze eversive, di sottrarle quindi al pericolo comunista, di
saldamente innestarle nello Stato e di legarle al suo destino […]”. <62
Calato nel contesto sociopolitico siciliano, il progetto politico fanfaniano trovava delle resistenze. Si è già avuto modo di accennare alla circostanza per la quale i provvedimenti legislativi che ruotavano attorno alla Riforma agraria, alla Cassa del Mezzogiorno e ai piani di industrializzazione invece di generare forze centrifughe davano vita a forze centripete all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana.
[NOTE]
43 “Pella non […] non era un capo corrente, non aveva la stoffa del leader, dunque gli aspiranti alla guida del partito potevano fidarsi di lui; quando fosse arrivato il momento si sarebbe ritirato in buon ordine, accontentandosi magari di una poltrona di ministro senza portafoglio o di sottosegretario o della presidenza di un ente del parastato” in G. Portalone, Giuseppe Pella e la questione di Trieste, Rassegna siciliana di Storia e cultura, 23-2023, https://www.isspe.it/rassegna-siciliana/49-numeri-rassegna-siciliana/rassegna-siciliana-di-storia-e-cultura-n-23/188-giuseppe-pella-e-la-questione-di-trieste-di-gabriella-portalone.html
44 “Aldisio riferendosi all’appunto che gli verrebbe rivolto di esser stato sempre contrario alla attuazione della riforma agraria, ha ricordato che al Consiglio nazionale del partito di alcuni anni fa, fu proprio lui a presentare un o.d.g. in cui auspicava l’attuazione e della riforma agraria […]. Per quanto riguarda in particolare al dibattito svoltosi in seno al Consiglio dei ministri sul disegno di legge per la riforma agraria, Aldisio ha fatto capire che egli era contrario non al principio della riforma agraria, ma alla riforma agraria quale risultava dalla legge Segni”, G. Corigliano, “Primi passi su una via senza uscita? Oggi il Presidente della Repubblica inizia le consultazioni al Quirinale”, La Stampa, 7 gennaio 1954. Sul pensiero di Aldisio in senso contrario all’impostazione data da Segni alla R. Agraria vedi un suo altro articolo scritto già alla fine del 1943 dal titolo “In tema di latifondo”: «Certo è necessario che a base di ogni trasformazione si imponga il risanamento igienico sanitario che permetta di fissare definitivamente il contadino alla terra, ma tutto questo oggi va fatto non nell’interesse dei proprietari inerti ed assenti che vedrebbero senza loro merito e sacrificio il valore dei latifondi fin ora abbandonati [bensì] a solo beneficio delle classi lavoratrici», si tratta di un articolo riproposto in “La Dc non ha tollerato il predominio di classi improduttive. Il partito ha combattuto sin dal ‘43 per una politica di Riforma Agraria”, in «Sicilia del Popolo», 27 dicembre 1953. Sulla figura di Antonio Segni vedi S. Mura, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2017. Sul pensiero di Sturzo rispetto alla R. agraria si ritiene molto efficace il quadro di sintesi offerto V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit., pp. 154-176.
45 “Ma se si cercherà a far rinascere la fiducia nel pacifico possesso degli interessati alla terra, vecchi e nuovi: sia nella possibilità di collaborazione in libere associazioni, consensi e libere cooperative (dico libere e so bene quel che dico); sia infine nel ritmo di nuove attività produttive verso la più sviluppata industrializzazione agraria, allora potremo arrivare attraverso le difficoltà e gli attriti di oggi, verso un crescente benessere che la Sicilia non avrà avuto nel passato di un secolo”, L. Sturzo, Problemi di agricoltura siciliana, «La Sicilia», 30 gennaio 1952.
46 V. De Marco, Sturzo e la Sicilia nel secondo dopoguerra (1943-1959), cit. 60.
47 A. Mattone, Il Ministro Antonio Segni “agrarista”. Politica e Scienza giuridica nell’elaborazione della riforma fondiaria e della legge sui contratti agrari (1946-1950) in «Studi Storici», (3) 2016, pp. 523-575.
48 ALS, Il convegno regionale di Palermo, dattiloscritto, 5 gennaio 1947, Parte IV (1946-1959), fasc. 1702.
49 https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?rn:nir:stato:decreto.legislativo.luogotenenziale:1944-12-28;416.
50 Ibidem.
51 “Per movimento creditizio delle casse rurali […] su base regionale la Sicilia [era] al primo posto assoluto, ancora più avanti del Veneto. Come depositi nelle casse rurali Caltanissetta risultava la quarta provincia in tutta Italia (la prima era Trento, terza Cosenza). Come numero di casse rurali e agrarie la Sicilia era al secondo posto dietro il Veneto. Se pensiamo all’importanza delle casse rurali in tutta la storia del movimento cattolico italiano, comprenderemo meglio quale duro colpo abbia inferto il fascismo al Movimento cattolico in Sicilia e al nisseno in particolare, inglobando o comunque controllando tutta l’attività creditizia”. Chiesa e società a Caltanissetta all’indomani della Seconda guerra mondiale, (a cura di) P. Borzomati, cit., p. 158; “Purtroppo non ritroviamo più gran parte delle nostre vecchie casse rurali, né le nostre gloriose cooperative agricole, attraverso le quali molti latifondi furono trasformati e divisi – ma troviamo le migliaia di piccoli proprietari da noi creati, i quali si affollano intorno a noi, non appena qualcuno di noi arriva nei centri che conobbero e sperimentarono questa nostra benefica attività. In un giro che ho fatto di recente nei comuni di Caltanissetta e di Enna sono rimasto commosso per le affettuose e sincere manifestazioni ricevute” così scriveva Aldisio a Sturzo il 31 marzo 1944, Luigi Sturzo-Salvatore Aldisio (1924-1956) (a cura di) V. De Marco, Caltanissetta, Sciascia, 2001, pp. 94-95.
52 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Giuseppe Pella, 15 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
53 ALS, lettera di Gaspare Barletta a Luigi Sturzo, 27 luglio 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1333.
54 ALS, lettera di Luigi Sturzo a Gesualdo La Rosa, 17 dicembre 1948, Parte IV (1946-1959), fasc. 1360.
55 “Nella breve fase del suo essere e declinare al governo, [Pella] ha indubbiamente smosso e trascinato con sé molte cose che giacevano ed erano custodite in inerzia, ha provocato strappi rivelatori in alcune situazioni ambigue, ha affrettato i tempi là dove abili pause erano predisposte, ha disturbato progetti, ha destato e distrutto aspettazioni di ogni genere, tutti tentando e tutti mettendo alla prova”, Nicolò Carandini, «Il Mondo», 26 gennaio 1954.
56 V. Gorresio, Pella ha presentato le dimissioni, in «La Stampa», 6 gennaio 1954.
57 V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia Degasperiana alle correnti democristiane, cit. p. 630.
58 “Il rivolgimento è certo profondo: Iniziativa democratica ha praticamente conquistato il partito, e la più forte minoranza è rappresentata da Forze sociali. Il nuovo Consiglio nazionale si riunirà fra 11, 10 e il 20 luglio per procedere all’elezione del segretario del partito e della nuova direzione. Alla segreteria verrebbe confermato De Gasperi, a meno che egli stesso non intenda rinunciare a tale faticoso incarico. Non è neppure da escludere che egli lasci la segreteria nel prossimo autunno, rimanendo, invece, presidente del consiglio nazionale, Il suo successore sarebbe, nell’un caso e nell’altro, l’on. Fanfani. L’on. Rumor sarebbe nominato vicesegretario del partito” in A.A., La lista “Inizia democratica” predomina al Congresso democristiano di Napoli, in «Corriere della Sera», I luglio 1954.
59 F. Malgeri, L’Italia Democristiana, Uomini e idee nel cattolicesimo democratico nell’Italia repubblicana (1943-1993), cit., p. 82.
60 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, fasc. 4.
61 Sulla concezione partitica di Fanfani vedi in particolare P. Craveri, Lo Stato e il partito nell’opera politica di Amintore Fanfani, in «Annali», Università degli studi Suor Orsola Benincasa, Vol. I 2009.
62 ALS, Dc, Segreteria Politica, Fanfani, Convegno del Mezzogiorno 19 dicembre 1954, sc. 20, f. 4.
Marco Carone, La Democrazia Cristiana in Sicilia 1940-1946. Il contributo dei popolari siciliani alla nascita del partito cattolico, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Messina, Anno Accademico 2022-2023 -
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