L'amnistia Togliatti del 22 giugno 1946 | ANPI https://www.anpi.it/libri/lamnistia-del-1946
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Le critiche di Gullo si rivolsero, poi, direttamente al segretario del Pci https://condamina.wordpress.com/2026/04/02/le-critiche-di-gullo-si-rivolsero-poi-direttamente-al-segretario-del-pci/ #11, #1956, #Congresso, #Critiche, #Dicembre, #Fatti, #FaustoGullo, #PalmiroTogliatti, #PCI, #ProsperoFrancescoMazza, #Rapporto, #Segreto, #Ungheria, #VIII°, #XX
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Il partito di Togliatti non si sentiva nella condizione di rompere completamente con i moderati
Per il Partito Comunista Italiano il 1947 fu un anno di terremoti che portarono a delineare la politica che il partito stesso avrebbe adottato negli anni successivi. Alla segreteria del partito vi era Palmiro Togliatti, storica guida del PCI sin dal 1926 e molto apprezzato negli ambienti del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Il clima internazionale ebbe dei riverberi all’interno della politica nazionale italiana; il cambio di politica promosso dal presidente statunitense Truman aveva portato anche a modificare il suo orientamento verso una politica estera pienamente internazionalista abbandonando la precedente tendenza ad un certo isolazionismo. In questo senso si crede che il PCI abbia assunto il ruolo d’opposizione per controbilanciare la strategia «imperiale» statunitense. La questione essenziale è rappresentata dalla natura del comunismo occidentale <18, ovvero il legame che dal 1947 intercorse tra i partiti comunisti del mondo e il partito comunista di Stalin. E’ ancora solo parzialmente corretto attribuire la natura dei rapporti tra i vari partiti comunisti solamente a delle logiche esterne; piuttosto la politica adottata in generale dai vari partiti comunisti nel mondo e nello specifico da quello italiano va intesa come un processo non lineare, creatosi sia come conseguenza di fratture di natura esterna da altre di natura endemica, risultato di una pluralità di fattori con scontri di ideologie, di interessi e di culture.
Interessante è cercare di analizzare il peso che il contesto politico nazionale ebbe nella determinazione dell’esito della rottura della solidarietà resistenziale (Governo Nazionale) contro il fascismo, che fece allontanare il PCI dalla compagine di governo. Come sopradetto bisogna tener conto del fatto che il tutto accadeva su uno sfondo internazionale ricco di mutamenti, ma che vi erano anche delle forti motivazioni interne. Il PCI aveva riscontrato insormontabili difficoltà nel tentativo di conciliare la cultura politica italiana con la lealtà alla linea politica dell’Unione Sovietica con effetti destabilizzanti sull’intero sistema politico italiano, ma in particolare all’interno del PCI. I temi su cui la mediazione risultava veramente complessa erano quelli dello sviluppo economico oltre che dell’impostazione sociale ed istituzionale che i vari partiti intendevano promuovere per la ricostruzione del paese. In Italia, essendo stato un paese storicamente sotto l’influenza occidentale, si riscontravano reali incongruenze tra i principi proposti dalla linea staliniana e la loro applicazione in un contesto culturale lontanissimo da quello russo. Le difficoltà nel mantenere cariche ministeriali per i ministri comunisti e allo stesso tempo seguire la dottrina sovietica risultarono una sfida estremamente complessa per il PCI. Un chiaro esempio concreto di queste difficoltà fu rappresentato proprio dalla questione del confine orientale o questione di Trieste che creò forti imbarazzi in seno al PCI, ponendo lo stesso partito tra due fuochi: da una parte il desiderio di favorire la Jugoslavia in quanto paese comunista e dall’altra la difesa degli interessi italiani.
Il nodo politico cruciale che il PCI si trovò ad affrontare in politica interna era relativo allo sviluppo economico e al reperimento delle risorse necessarie per la ricostruzione del paese. L’Unione sovietica non aveva le possibilità di sostenere economica un progetto ambizioso di ricostruzione postbellica. L’unica potenza che si offrì di fornire quanto necessario al rilancio dell’Europa, dettando però anche una serie ben precisa di condizioni, furono proprio gli Stati Uniti. I comunisti sapevano, o per lo meno avevano intuito, che un eventuale aiuto americano avrebbe potuto essere subordinato a determinate prese di posizione, tra cui l’eventuale allontanamento delle sinistre dal governo e una maggior integrazione dell’Italia nella sfera d’influenza occidentale. I partiti di centro e di destra si rendevano ben conto che la polarizzazione tra gli ideali occidentali e quelli orientali portava con sé anche una polarizzazione all’interno del governo antifascista nato dopo la guerra. La presenza comunista di fatto era un deterrente per ricevere gli aiuti americani. Lo stesso PCI era spinto da due forze centrifughe; si rendevano conto che per rappresentare al meglio il proprio blocco elettorale, cioè i lavoratori delle fabbriche, i contadini e i dipendenti, avrebbero dovuto trovare il modo per rilanciare la produzione. D’altro canto, l’unico modo per raggiungere l’obiettivo era trovare appoggi nei ceti borghesi vicini agli Stati Uniti e dialogare con essi.
Il partito di Togliatti non si sentiva nella condizione di rompere completamente con i moderati sui temi di politica economica proprio perché si rendeva conto dell’impraticabilità di strade alternative. La situazione drammatica di carenza di materie prime insieme alla continua crescita dell’inflazione, colpivano le fasce più deboli e povere della popolazione rendendo proprio le classi che il PCI rappresentava sempre più insofferenti e insoddisfatte.
La posizione che il PCI ricopriva al governo imponeva una logica riflessiva e moderata in merito alle questioni economiche e non un’impostazione di lotta come invece le classi più povere bramavano. Questa contraddizione paralizzava l’operato del PCI sia a livello decisionale governativo sia nell’aspetto di lotta di cui era sempre stato il principale motore, era il partito della classe operaia ma era anche quello garante della legalità in quanto al governo. Il PCI non solo doveva riconoscere che solamente gli USA avevano offerto quegli aiuti che l’Italia necessitava come l’aria ma anche che le proposte degli economisti di formazione marxista erano in totale contrapposizione con quelle degli economisti del Governo Militare Alleato (GMA), che, a sua volta, continuava ad avere una forte influenza nelle decisioni importanti del governo italiano. A complicare ancora di più la posizione comunista era il fatto che gli aiuti economici proposti dagli americani andavano principalmente nella direzione di una convinta difesa e ripresa della produzione; perno inamovibile per la DC e de facto a grande vantaggio della classe operaia. In questa situazione era difficilmente discutibile l’accettazione da parte dell’Italia degli aiuti d’oltreoceano perché andavano a sostenere nella realtà quotidiana proprio le fasce più colpite dalla crisi, che poi erano l’elettorato del PCI. I comunisti italiani sapevano anche che non potendo offrire valide alternative avrebbero dovuto sostenere anche un costo politico dal momento che, con l’inasprirsi della guerra fredda, gli Stati Uniti avrebbero sicuramente posto delle limitazioni o dei cambiamenti nella composizione del governo italiano. Emilio Sereni <19 sintetizzò il problema nell’aprile 1947: «Il prestito estero si farà contro di noi o con noi?» <20. In queste condizioni il Partito Comunista non poteva rifiutare gli aiuti e anzi avrebbe dovuto dare prova di grande senso di responsabilità. I membri però si erano anche resi conto delle implicazioni di queste accettazioni, e cioè che c’era uno schieramento internazionale che andava delineandosi sullo sfondo della dottrina del contenimento <21.
Verso la metà del 1947 Palmiro Togliatti sembrava non avere alternative se non accettare e assecondare la scelta di De Gasperi di propendere sempre più verso il mondo dell’industria e della finanza per rientrare nei parametri di ricezione degli aiuti economici, cercando così di stabilizzare la crisi sociale che stava dilagando. Il segretario del PCI non avrebbe mai accettato una esclusione delle sinistre dal governo, ma rendendosi conto della situazione, comprendeva bene che l’unico modo per continuare ad avere un piccolo peso all’interno dell’esecutivo si basava solamente sulle assicurazioni che il presidente del consiglio De Gasperi poteva promettergli. Assicurazioni che non bastarono perché la parte radicale delle sinistre continuava ad attaccare l’operato dei moderati e la parte dei moderati che già erano favorevoli ad una sua esclusione non accettava più le incomprensioni spingendo De Gasperi ad una nuova fase di alleanze. La crisi politica si era consumata.
Il quadro che emerge dalla situazione sopra descritta evidenzia come il PCI mancasse di progettualità e fondasse il suo riconoscimento politico sulla resistenza fatta durante la guerra contro la dittatura fascista e non possedeva un vero disegno di riforme e di politica economica. Le diverse filosofie all’interno del partito, tra chi sosteneva la linea sovietica e chi invece credeva fosse necessario adattare i principi comunisti al contesto culturale nazionale, finirono per indebolire la compagine comunista italiana. Parte della sinistra credeva che l’esclusione fosse temporanea, invece il maggio 1947 segnò un cambiamento epocale nella storia politica italiana e riportò il PCI alla lotta politica, terreno che storicamente sentivano più loro e, paradossalmente, si liberò delle contraddizioni che lo stare al governo aveva portato al proprio interno. Il maggio 1947 rappresentò la consacrazione della decisione del governo italiano di schierarsi con le forze filoccidentali e l’inizio della strada che portò alle elezioni politiche nazionali che si sarebbero tenute nell’aprile 1948.
[NOTE]
18 Guiso, Andrea. “I Partiti Comunisti e La Crisi Del 1947 in Italia e in Francia. Una Riconsiderazione in Chiave Comparativa.” Ventunesimo Secolo, vol. 6, no. 12, 2007, pp. 131–168. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23719683. Accessed 4 Nov. 2020.
19 Emilio Sereni dopo aver svolto un ruolo importante nella Resistenza come rappresentante, insieme a Luigi Longo, del Partito Comunista nel CLNAI di Milano e come componente del comitato insurrezionale costituito nell’aprile 1945, nel 1946 entra nel comitato centrale del PCI (vi resterà fino al 1975) e fu due volte ministro sotto Alcide De Gasperi.
20 Guiso, Andrea. “I Partiti Comunisti e La Crisi Del 1947 in Italia e in Francia. Una Riconsiderazione in Chiave Comparativa.” Ventunesimo Secolo, vol. 6, no. 12, 2007, pp. 131–168. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23719683. Accessed 4 Nov. 2020.
21 La politica del contenimento venne delineata per la prima volta da George F. Kennan nel suo famoso lungo telegramma. Kennan sosteneva che lo scopo primario degli USA doveva essere di impedire la diffusione del comunismo nelle nazioni non comuniste; ovvero di “contenere” il comunismo all’interno dei suoi confini.
Tommaso Cortivo, Politiche ufficiali ed ufficiose condotte dall’Italia nel biennio 1947-1948 al confine orientale, Tesi di Laurea, Università “Ca’ Foscari” – Venezia, Anno Accademico 2019-2020#1947 #AlcideDeGasperi #America #anticomunismo #DC #PalmiroTogliatti #PCI #Pcus #TommasoCortivo #URSS
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L’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli
L’8 settembre 1943, scrive Santo Peli, venne diffuso per radio il testo dell’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile, in base al quale lo Stato italiano dichiarò formalmente di non essere più in guerra con gli anglo-americani.
La dissoluzione dello Stato fascista, con il venir meno di riferimenti non solo istituzionali, ma anche ideologici con l’onnipresenza del regime, determinò un vuoto, una sconvolgente perdita di punti di riferimento <18. Il venir meno della presenza statale, afferma Pavone, poteva essere avvertita come un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. Prima ancora poteva essere immediatamente vissuto come eccezionale momento di armonia in una comunità sciolta dai vincoli del potere. Lo stesso autore riporta una testimonianza lasciata da un colonnello inglese che descrisse questa esperienza: «Quando un villaggio sta per settimane in terra di nessuno, fra le nostre linee e quelle nemiche, la gente non ruba e non si ammazza, ma s’aiuta l’un con l’altro in modo incredibile. Tutto ciò è assurdo e meraviglioso. Arriviamo noi e mettiamo su gli indispensabili uffici e servizi dell’AMG (Allied Force Headquarters) e gli italiani subito si dividono, si bisticciano, si azzuffano per sciocchezze, si denunziano fra loro. La concordia di prima si disfa in faide e vendette di ogni tipo. Davvero incredibile» <19.
Questa è la situazione che riporta Pavone durante i quarantacinque giorni di totale confusione dopo l’armistizio, affermando che però, tale situazione non era ancora definibile come prima fase resistenziale <20. Battaglia, come già detto, protagonista attivo di questo periodo storico, sostiene che è difficile individuare un momento preciso della nascita della resistenza armata. In una situazione che versava completamente nel caos, emersero le prime formazioni di nuclei partigiani, ma si trattava solo di primi focolai di Resistenza, formati da gruppi di sbandati e da reparti militari in disfacimento <21. Tuttavia nel momento in cui le truppe tedesche cominciarono a formalizzare la loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica sociale, quando cioè il vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere, dichiara Pavone, divenne più dura e drammatica: per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli italiani vissero in varie forme un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto era di particolare rilevanza educativa per la generazione che nella scuola elementare aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: «Quale deve essere la prima virtù di un balilla? L’obbedienza! E la seconda? L’obbedienza! E la terza? L’obbedienza!» . Il significato primo di libertà che assunse la scelta <22 resistenziale era implicito nel suo essere un atto di disobbedienza verso chi aveva la forza di farsi obbedire. A tal proposito Battaglia scrive che il primo periodo della vita partigiana sarebbe stato caratterizzato da questo senso gioioso di fare da sé, di avere finalmente rotto ogni vincolo con la vita civile del regime fascista che tante amarezze e dolori aveva dato: si trattava dell’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli <23.
Peli afferma che nella società italiana la vita dei partiti politici era cessata con l’instaurarsi del regime fascista. Con il parziale ritorno alla libertà, nell’agosto del 1943, sono circa 3.000 i militanti comunisti rilasciati dalle carceri e dal confino. L’organizzazione comunista, di fatto l’unica già esistente, basata su quadri e disciplina lungamente sperimentati, fu la più tempestiva nel cogliere le nuove opportunità; già dal ’42 infatti riprese una nuova edizione clandestina del quotidiano comunista «l’Unità». Anche per quanto riguarda gli scioperi del marzo ’43, il Pci si mostrò il partito più preparato a dirigere le masse operaie. La Democrazia cristiana, partito destinato a diventare, assieme al Pci, uno dei due grandi partiti di massa del dopoguerra, conobbe tra il ’42 e il ’43 una lunga fase di gestazione, praticamente assente nelle agitazioni di marzo su citate. La storia del gruppo dirigente <24 della Dc, a giudizio dell’illustre politologo Giorgio Galli, tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ’45 è la storia di un gruppo dirigente la cui linea generale fu di attendere la completa liberazione del territorio nazionale da parte degli eserciti
anglo-americani, dedicandosi all’organizzazione di un partito che trova nelle parrocchie e nell’Azione cattolica i suoi principali punti di riferimento organizzativi <25. Dello stesso giudizio è anche Magister, il quale afferma che l’adesione alla Dc di militanti della lotta di liberazione sarebbe stato un fenomeno diffuso, ma sarebbe restata sempre una scelta estranea a qualsiasi linea della Chiesa e del partito. Infatti, all’indomani dell’8 settembre, le varie organizzazioni cattoliche tennero a Roma un vertice. La riunione si chiuse con un nulla di fatto: alla tesi di un’immediata adesione alla lotta partigiana sostenuta dai cattolici comunisti, la Dc contrappose la parole d’ordine dell’attesismo, nella previsione di un intervento rapido e decisivo degli eserciti alleati <26.
Il 9 settembre 1943, il Comitato nazionale delle opposizioni assunse la denominazione di Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) e lanciò un appello per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le competeva nel consesso delle nazioni libere e democratiche <27.
Peli sottolinea che l’inverno ’43 fu ancora la stagione del dubbio, ma la Resistenza già nell’estate del ’44 avrebbe conquistato consistenza, coesione e notevole capacità operativa. Le tappe fondamentali di questo consolidamento furono costituite dalla “svolta di Salerno”, nell’aprile ’44, e dalla costituzione del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (Cvl), un paio di mesi dopo. La svolta di Salerno ebbe un’importanza vitale per il percorso della Resistenza. Ma, come scrive lo stesso Battaglia, prima ancora dell’azione che avrebbe svolto Togliatti, si realizzò un’altra attività, meno clamorosa, volta a superare le posizioni di intransigentismo ideologico promossi dal Congresso di Bari del Cln: l’opera di conciliazione e di mediazione di Benedetto Croce, coadiuvato da Enrico De Nicola. Come il giurista spiegò al filosofo, non ci sarebbe stato bisogno di un’abdicazione effettiva, ma sarebbe bastato che il re
delegasse i suoi poteri a un luogotenente e in tal modo egli sarebbe sparito dalla scena appagando l’ira “giacobina” del Cln <28. Anche Peli giudica la “svolta di Salerno”, ovvero la decisione del leader del Partito comunista Palmiro Togliatti di proclamare irrealistica la pregiudiziale antimonarchica che aveva congelato in uno sterile muro contro muro il governo del Sud e il Cln, un momento decisivo. Secondo Togliatti, era ormai indispensabile varare un governo di unità nazionale, inserendo i partiti politici antifascisti in un governo che si sarebbe impegnato a fondo nella lotta di liberazione, garantendo per il dopoguerra il diritto popolare a scegliere tra monarchia e repubblica. Peli pone l’accento su questo cambio di rotta improvviso, dovuto al prolungato soggiorno di Togliatti in Unione Sovietica e soprattutto al suo incontro, pochi giorni prima del rientro in Italia, con Stalin <29, che gli avrebbe suggerito di assumere questa nuova linea politica. Ma Peli non è l’unico ad avanzare una tesi del genere: anche lo storico Massimo Legnani, in «Resistenza e repubblica. Un dibattito ininterrotto», afferma che Togliatti assecondò la politica estera sovietica, che come vedremo al prossimo capitolo, aveva già dato per scontato l’inserimento dell’Italia nella sfera d’influenza anglo-americana. Un atteggiamento moderato da parte dell’Urss che di fatto tese a giustificare il suo futuro progetto politico nell’Europa orientale e balcanica. Oltre agli interessi della politica <30 estera sovietica però, esisteva anche l’interesse da parte di Palmiro Togliatti per il progetto politico da proporre al suo partito una volta rientrato in Italia, il quale, come scrive Alexander Höbel, era in porto già da diversi anni <31. Infatti al suo rientro, Togliatti affermò che la priorità sarebbe stata quella di liberarsi dai nazi-fascisti, unendo dunque tutte le forze antifasciste e “nazionali”. Poi precisò che l’obiettivo dei comunisti era quello di costruire un “regime democratico e progressivo”, una “nuova democrazia” che avrebbe sradicato il Paese dal fascismo e gli avrebbe dato una nuova Costituzione <32.
I partiti antifascisti compresero l’importanza di questa “svolta” e di fatto l’accettarono. Dinanzi ad atteggiamenti diffidenti di alcuni partiti politici, Togliatti intervenne impostando la questione in questo modo: «Nessuna libertà potrà essere garantita al popolo italiano fino a che i nazisti non saranno cacciati dal territorio nazionale. Bisogna quindi intensificare lo sforzo di guerra per liberare il paese. Costituiamo dunque un governo di unità nazionale e in tal modo faremo fare anche un passo notevole alla situazione» <33. Il leader del Pci dimostrò che bisognava uscire da una situazione caratterizzata dall’esistenza da una parte, di un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell’adesione dei partiti di massa, dall’altra parte di un movimento di massa autorevole, quale il Cln, ma escluso dal potere. Di conseguenza, era di fondamentale importanza varare un governo di unità nazionale. Secchia mette in evidenza come l’iniziativa di Togliatti “scoppiò come una bomba” suscitando negli altri partiti della giunta e del Cln vivaci discussioni, ma i più non poterono disconoscerne il realismo; ne accettarono l’impostazione e comunque ne subirono l’influenza <34.
Tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’44, scrive Peli, le formazioni partigiane dell’Italia centrale risultarono incapaci di coinvolgere le masse popolari nella guerra di liberazione, come stava invece avvenendo al Nord: la liberazione di Roma fu opera degli Alleati. Unica eccezione risultano le “Quattro giornate di Napoli”: un’insurrezione spontanea, frutto dell’esasperazione popolare, che portò alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane. Per la prima volta i “lazzari si schierarono dalla “parte giusta” comprendendo dove stava la barbarie e dove la civiltà <35. Mentre la mancata difesa di Roma rappresenta, a giudizio di molti storici, uno dei limiti della Resistenza. Peli riconduce questo fallimento a più cause: debolezza e divisione interne del Cln romano, mancanza di una classe operaia e atteggiamenti favorevoli al compromesso sostenuti anche dal Vaticano <36. Proprio il Vaticano, per Battaglia, è l’attore principale della mancata insurrezione di Roma <37. Della stessa opinione è Pietro Secchia, sostenendo che le principali cause della mancata insurrezione della capitale sarebbero da ricondurre al prevalere nella città delle correnti moderate ed attesiste contrarie praticamente all’intervento delle masse nella lotta e soprattutto contrarie all’insurrezione. Vaticano, monarchia, Stato maggiore, alta burocrazia: le forze che secondo lo storico comunista avevano collaborato al 25 luglio e che disponevano nella capitale di importanti posizioni sociali e politiche, di larghi mezzi finanziari e di una salda base organizzativa e logistica. Tra tutte questi componenti un’azione di gran peso sarebbe stata svolta dal Vaticano che non risparmiò gli sforzi per impedire che la resistenza contro le forze di occupazione sfociasse nell’insurrezione. Il pontefice in persona, Papa Pio XII, aveva pubblicamente espresso il suo pensiero, parlando il 12 marzo ad una grande folla che gremiva piazza San Pietro: «Come potremmo noi credere che alcuno possa mai tramutare Roma, che appartiene a tutti i tempi ed a tutti i popoli, ed alla quale il mondo cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo, di tramutarla in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto militarmente inglorioso quanto abominevole agli occhi di Dio e di una umanità cosciente dei più alti e intangibili valori spirituali e morali?» <38. La folla reagì accogliendo le frasi del pontefice e gridando “viva la pace, fuori i tedeschi”. <39
[NOTE]
18 Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, 2015 (I ed. 2006), pp.14-15.
19 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, p.23.
20 Ivi, pp.24-25.
21 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964 (I ed. 1953), pp.134-137.
22 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, pp.27-30.
23 Roberto Battaglia, op. cit., pp.188-189.
24 Santo Peli, op. cit., p.39
25 Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Bari, 1978, p.38.
26 Sandro Magister, La politica vaticana e l’Italia 1943-1978, Roma, 1979, p.37.
27 Santo Peli, op. cit., pp.37-42.
28 Roberto Battaglia, op. cit., pp.250-253.
29 Santo Peli, op. cit., pp.79-83.
30 Massimo Legnani, Repubblica e Resistenza. Un dibattito ininterrotto, in Italia Contemporanea, dicembre 1988, n.213, pp.819-823.
31 Alexander Höbel, La democrazia progressiva nell’elaborazione del Pci. Un’anticaglia?, in Historia Magistra, giugno 2013, n.18, pp.1-13.
32 Ibidem.
33 Pietro Secchia, op. cit., p.395.
34 Ivi, pp.396-397.
35 Ivi, p.256.
36 Santo Peli, op. cit., pp.57-59.
37 Roberto Battaglia, op. cit., pp.234-236.
38 Pietro Secchia, op. cit., pp.434-438.
39 Ibidem.
Marco Cerotto, Il ruolo del Pci dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2016-2017#1943 #1944 #angloAmericani #antifascisti #cattolici #CLN #comunista #CVL #DC #fascisti #guerra #MarcoCerotto #PalmiroTogliatti #partigiani #partiti #ribelli #Salerno #settembre #sovietici #svolta #tedeschi #Vaticano
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La storiografia che recentemente si è occupata di ricostruire la storia politica degli anni Settanta ha prevalentemente individuato le origini della nuova sinistra nella reazione di alcuni intellettuali dopo la svolta del 1956 <5.
Un’interpretazione di questo genere, se ha giustamente nobilitato l’elemento disgregante che soprattutto la critica allo stalinismo provocò sulle intelligenze di sinistra, ha però dimenticato di considerare in profondità il peso che un altro aspetto, non meno incisivo, ebbe in generale su tutta la militanza comunista e non solo su un’avanguardia illuminata. Mi riferisco alla scelta compiuta da Togliatti di sostituire ad una rivoluzione condotta per via insurrezionale, sogno toccato con mano durante la Resistenza ma proibito già durante la Ricostruzione, una promossa all’interno della legalità costituzionale secondo la nota ed ambigua formula della «democrazia progressiva». Di tale aspetto, è vero, non mancano certo insistenti accenni; ma il carattere scontato di tali richiami ha impropriamente celebrato una formazione troppo elitaria della nuova sinistra, rischiando di compromettere un giudizio maturo tanto in riferimento alle sue origini quanto in relazione ai suoi sviluppi.
È da qui, ritengo, che occorre partire per comprendere come una delle radici fondamentali del Sessantotto, quella indubbiamente più radicale, abbia avuto sì un’origine intellettuale ma non slegata da eventi storici e da soggetti sociali non sempre e non solo ideologicamente orientati. Occorre dunque analizzare con maggiore attenzione la giustificazione teorica che il Partito comunista diede alla teleologia della sua azione politica nell’Italia repubblicana: una rivoluzione sociale costruita per mezzo di un partito nuovo che fece dell’applicazione dei princìpi costituzionali la sua piattaforma programmatica.
La proposta di rinunciare non tanto alla rivoluzione quanto a quella forma di rivoluzione conosciuta – proposta che, come vedremo, non mancò affatto di una sottile giustificazione dottrinaria – ebbe effetti eterogenei. Se da una parte essa raccolse l’appoggio più o meno convinto di una classe operaia come quella degli anni Cinquanta, non ancora alienata dai processi di trasformazione produttiva indotti dal modello fordista, dall’altra non cancellò affatto una certa predisposizione all’insurrezione a cui, in più di un’occasione, ex partigiani, militanti di partito, operai e anche giovani si dimostrarono pronti. Non solo dunque il 1956, ma anche la ripetuta visibilità di tale predisposizione, accompagnata inoltre dalla compatibile esperienza di alcuni eventi internazionali, mise in atto un meccanismo di recupero di quella volontà rivoluzionaria che spinse in avanti alcuni intellettuali e si espresse nelle ricche esperienze editoriali di riviste poi ideologicamente determinanti per i gruppi della nuova sinistra di fine anni Sessanta.
Il percorso che si intende seguire in questo capitolo muove dunque da questa esigenza: un riposizionamento qualitativo delle origini della nuova sinistra che raccoglie in un respiro accettabilmente più sistematico la dinamica centrifuga che la proposta della nuova linea politica togliattiana ebbe nei confronti dei militanti e che mostra come contemporaneamente i soggetti che da essa si allontanarono, proprio raccogliendo un’esigenza latente, mantennero in vita un’altra idea di rivoluzione. La permanenza sul lungo periodo di questo desiderio, che troverà nel neocapitalismo un nemico scontato e nel Partito comunista un avversario inatteso, sarà dunque uno degli aspetti determinanti che esploderanno con forza dirompente nel Sessantotto.
La linea politica di Togliatti
Da un punto di vista storico si può affermare che nei primi dieci anni dell’Italia repubblicana la linea politica del Pci rimase sospesa nel dubbio che le posizioni di sostegno alla democrazia, espresse in ripetute occasioni da Palmiro Togliatti, fossero solo una tattica surrettizia per nascondere una strategia rivoluzionaria. Tale dubbio non attraversava solamente militanti pieni di speranza ma, data soprattutto la situazione internazionale di guerra fredda, preoccupava non poco anche gli avversari politici.
In merito a ciò, sono due le congiunture nelle quali la linea politica del Partito comunista cerca di essere sistematizzata: la prima riguarda il periodo 1944-1945, quando la fine della guerra impone una riflessione sulla opportuna fisionomia che il Pci avrebbe dovuto assumere in vista della fase di ricostruzione del paese; la seconda giunge circa dieci anni più tardi, nel 1956, ed è effetto del dibattito stimolato dal XX Congresso del Pcus e del «rapporto segreto» su Stalin. In entrambi i casi, due congressi provarono a sciogliere il dubbio sulla linea politica del partito, linea che, pur rinnovata nel 1945, era rimasta ugualmente prigioniera in un limbo che confondeva osmoticamente tattica e strategia, alimentando così fantasie rivoluzionarie.
L’analisi di questi due momenti ci permetterà di comprendere quali spazi questo nodo gordiano aprirà alla sinistra del Pci.
Tra il 1944 ed il 1945 Togliatti si era preoccupato di indicare chiaramente quali fossero le priorità che le organizzazioni di partito avrebbero dovuto seguire durante la guerra di liberazione. Così scriveva nel giugno 1944: “Ricordarsi sempre che l’insurrezione che noi vogliamo non ha lo scopo di imporre trasformazioni sociali e politiche in senso socialista o comunista, ma ha come scopo la liberazione nazionale e la distruzione del fascismo. Tutti gli altri problemi verranno risolti dal popolo, domani, una volta liberata l’Italia tutta, attraverso una libera consultazione popolare e l’elezione di un’Assemblea costituente” <6.
Il segretario del Pci aveva inoltre insistito sulla necessità di combattere per la democrazia e di costruire un partito nuovo: “Noi vogliamo una democrazia combattiva, che difenda la libertà distruggendo le basi oggettive della tirannide fascista e quindi rendendo impossibile ogni rinascita reazionaria, una democrazia che sia attivamente antifascista e antimperialista e perciò veramente nazionale, popolare e progressiva. […] Il partito nuovo che noi vogliamo creare tende inevitabilmente a essere, e dovrà dunque essere, il partito unico della classe operaia e dei lavoratori italiani, sorto dalla fusione delle correnti politiche proletarie attualmente esistenti, le quali non potranno fare a meno di portarvi, insieme con la loro forza numerica, organizzativa e politica, quegli elementi della loro tradizione che corrispondono ai compiti nuovi che stanno davanti a noi” <7. Una formazione politica unica della classe operaia e dei lavoratori italiani con lo scopo di costruire così, senza rinunciare ai princìpi del marxismo-leninismo, una democrazia popolare e progressiva, dunque.
La scelta di questa strategia si giustificava sulla base di due elementi, uno di carattere contingente e l’altro di carattere teorico. A guerra ancora in corso, il carattere contingente dipendeva dal contesto bellico internazionale: insistendo sull’obiettivo dell’unità nazionale, della lotta contro il nazifascismo e della liberazione dell’Italia, la «svolta di Salerno» del 1944 dava attuazione a quella politica di fronti popolari lanciata nel 1935 dal VII Congresso del Comintern e, più materialmente, era legata all’impossibilità di una rivoluzione socialista in una fase in cui gli Alleati occupavano il territorio italiano.
Più interessante è sottolineare l’elemento teorico che fondava la linea di Togliatti. Questi aveva infatti ben compreso quanto dense di verità fossero le riflessioni di Gramsci circa la realizzabilità di una rivoluzione socialista nei paesi occidentali nelle stesse forme con le quali essa si era realizzata in Russia dopo la Grande Guerra: mentre in Oriente il carattere ancora incipiente della società civile aveva reso più facile prendere il potere per via insurrezionale, in Occidente il carattere sostanzialmente maturo di quest’ultima rendeva preferibile intraprendere una strada diversa, una «guerra di posizione» lenta e prolungata, portata avanti per mezzo di un’egemonia culturale costruita all’interno di quella stessa società <8. Ma se durante la guerra di liberazione quella formulazione poteva ancora apparire come una tattica – combattere per la democrazia per fare poi la rivoluzione – e per di più impreziosita dall’influenza del pensiero di Gramsci, a suggellare definitivamente la linea togliattiana di lotta per la «democrazia progressiva» fu l’approvazione durante i lavori del V Congresso del Pci, svoltosi a Roma tra il 29 dicembre 1945 ed il 5 gennaio 1946, del nuovo Statuto del partito, di cui l’art. 1 chiariva le finalità: “Il Partito comunista italiano è l’organizzazione politica dei lavoratori italiani i quali lottano in modo conseguente per la distruzione di ogni residuo del fascismo, per l’indipendenza e la libertà del paese, per la edificazione di un regime democratico e progressivo, per la pace dei popoli, per il rinnovamento socialista della società” <9.
Il concetto della «democrazia progressiva» usciva così da quella doppia interpretabilità generata dalla contingenza della guerra per diventare parte giuridica del documento fondante del Partito comunista eliminando – quantomeno formalmente – i dubbi circa gli obiettivi dei comunisti: costruire un partito nuovo e combattere all’interno della legalità democratica per un rinnovamento in senso socialista. Ciò appariva tanto più opportuno se si considera che tutto questo avveniva in un contesto di gestazione istituzionale che richiedeva una certa maturità politica affinché un forza come quella del Pci, globalmente percepita come eversiva, potesse partecipare, e da protagonista, alla fase costituente che di lì a poco si sarebbe aperta.
Quello che qui preme osservare è che non solo il concetto di «democrazia progressiva» rimase alquanto sfuggente nel suo significato preciso – aspetto che più volte è stato sottolineato dagli storici <10 –, ma che, proprio per questo, la reazione di alcune componenti del Pci tese o a mostrarsi piuttosto critica nei confronti di una formulazione che sembrava abbandonare definitivamente l’ipotesi rivoluzionaria iniziata con la Resistenza, o – e ciò valse prevalentemente per alcuni quadri del partito – a aderire alla linea del Pci ma continuando a credere che quella scelta fosse ancora identificabile come un’astuzia tattica, non come la strategia <11.
Ma al V Congresso la linea togliattiana fu comunque prevalente e il nuovo Statuto venne approvato a maggioranza. La fisionomia politica con la quale il partito guidato da Togliatti si presentava all’inizio del 1946 era dunque quella di una formazione politica che, pur non rinunciando ai princìpi del marxismo-leninismo, aveva accettato di muoversi nella legalità democratica e di combattere, all’interno di essa, in nome di una trasformazione socialista della società stessa. La linea togliattiana trovava prevalentemente l’appoggio del partito anche se una parte di esso rimaneva apertamente critica e intimamente convinta della realizzabilità di un’altra soluzione.
Nel 1956 nove anni di opposizione parlamentare senza dubbio valsero al Pci l’onore della credibilità di posizioni che, allora, attendevano ancora l’onere della prova. Ma ad offrire o, meglio, a costringere ad un’ulteriore fase di chiarimento della strategia comunista fu prima il XX Congresso del Pcus, tenuto a Mosca tra il 14 e il 25 febbraio, e successivamente la pubblicazione, il 4 giugno sul «New York Times», del «rapporto segreto» di Chrušcëv sui crimini commessi da Stalin <12. Posto davanti al rischio di una profonda crisi del movimento comunista italiano, Togliatti rispose in due tempi cercando di frenare l’effetto potenzialmente disgregante che soprattutto il «rapporto segreto» avrebbe potuto generare e che in parte generò. Ora, l’urgenza di frenare la reazione centrifuga non accecò gli occhi del segretario del Pci il quale comprese la grande occasione che quella circostanza gli avrebbe dato. Le argomentazioni sostenute da Togliatti, infatti, non solo seguivano l’intento di rafforzare la giustificazione della via italiana al socialismo ma soprattutto – ed è questo l’aspetto che qui preme più evidenziare – gli permisero di elaborare una tesi volta a dimostrare come la scelta di una via italiana al socialismo si ponesse in perfetta e coerente continuità sia con la storia stessa dell’Unione Sovietica depurata dalla degenerazione stalinista, sia con l’ideologia leninista.
Occorre in primo luogo ricordare che uno degli aspetti più significativi del XX Congresso fu l’affermazione fatta da Chrušcëv riguardo al superamento della dottrina marxista-leninista circa l’inevitabilità della guerra contro il capitalismo. Affermando la possibilità di una coesistenza pacifica tra sistemi economici diversi, il segretario del Pcus non rinunciava affatto a combattere ideologicamente il capitalismo ma affidava alla «superiorità intrinseca» del socialismo la garanzia di una sua certa vittoria. Non solo la guerra non era più inevitabile, ma in quell’occasione Chrušcëv andò oltre, riconoscendo (un riconoscimento in odore di inevitabile concessione data la divergenza con la Jugoslavia di Tito e la Cina popolare) come potessero esserci nuove forme di passaggio verso il socialismo, non necessariamente identiche a quelle che avevano caratterizzato l’Unione Sovietica <13. Entrambe le posizioni – soprattutto la seconda – andavano logicamente a corroborare la scelta compiuta dal Pci di una via nazionale al socialismo. Tuttavia l’operazione con cui Togliatti cercò di rafforzare ulteriormente tale posizione fu molto più sottile poiché, consapevole dei destinatari precisi cui quel riconoscimento si indirizzava, si addentrò in una rilettura della storia dell’Urss nell’intento di dimostrare l’inevitabile evoluzione democratica, storicamente determinata, del sistema sovietico in assenza delle storture dello stalinismo.
Il primo passaggio della tesi di Togliatti muove dal tentativo di ricostruire le modalità attraverso le quali fu reso possibile lo stalinismo in Unione Sovietica. Rifiutando la spiegazione monocausale proposta dai sovietici legata al culto della personalità del dittatore, nell’intervista rilasciata a «Nuovi argomenti» del giugno 1956 Togliatti evidenzia la necessità di una «attenta indagine del modo come al sistema caratterizzato dagli errori di Stalin si giunse» <14. Sia pur lasciando la verità dell’ultima parola ai compagni sovietici, tale richiamo gli permette di ipotizzare che l’origine dello stalinismo sarebbe consistita in una degenerazione patologica di una necessità fisiologica: la «centralizzazione del potere» e «l’adozione di misure repressive radicali per schiacciare la controrivoluzione» dopo il 1917 finirono per riprodursi successivamente, anche dopo la loro necessità storica, e furono sapientemente dirette da Stalin, le cui capacità furono tali che anche le forze sane del partito che vi si riunirono intorno «non poterono più opporsi quando incominciarono a venire alla luce le cose cattive». Era dunque «dal partito» che, secondo Togliatti, «ebbero inizio le dannose limitazioni del regime democratico» <15.
Questa riflessione veniva ripresa ed approfondita pochi mesi dopo all’VIII Congresso del Pci, tenutosi a Roma tra l’8 ed il 14 dicembre, in una situazione meno tesa ma certamente non meno complessa. Il ragionamento geometrico muoveva dall’importanza del XX Congresso e del «rapporto segreto» circa «la strategia e la tattica del movimento comunista: l’affermazione della possibilità di evitare la guerra in conseguenza delle modificazioni stesse della struttura del mondo, il riconoscimento della possibilità di un’avanzata verso il socialismo che escluda la violenza insurrezionale e si compia nell’ambito della legalità democratica, utilizzando anche gli istituti parlamentari» <16. Rifiutando così la
«trasposizione meccanica» dell’esperienza sovietica ai paesi che lottavano per il socialismo, Togliatti parlava di «sviluppi creativi» pur rimanendo dentro ad uno spazio di legittimità ideologica: “La indispensabile ricerca da parte di ciascun partito di una propria via di avanzata e lotta per il socialismo, nonché di una propria via di sviluppo interno, esige autonomia di ricerca e di giudizio nella applicazione alle situazioni nazionali dei princìpi del marxismo-leninismo che sono la nostra guida. Questi stessi princìpi non sono un dogma. Ci forniscono un metodo, seguendo il quale noi siamo in grado di intendere la realtà, di adeguare ad essa la nostra azione, e attraverso l’azione sviluppare gli stessi princìpi e scoprire nuove leggi regolatrici della creazione di un mondo socialista […]. Tener fede ai princìpi e da essi dedurre tutto ciò che è necessario per il nostro rinnovamento, questo è il compito che oggi sta davanti a tutti noi” <17.
Ora, la forza di questa posizione – che si sarebbe concretizzata in quella stessa occasione nell’espressione «unità nella diversità» – veniva a fortiori confermata dal completamento del ragionamento aperto da Togliatti proprio qualche mese prima. Il segretario del Pci esprimeva, in modo ora chiaro e distinto, l’inevitabilità della democrazia sovietica qualora essa non fosse stata annientata dalle azioni compiute da Stalin. Riferendosi alla storia dell’Urss, Togliatti ribadiva che quando “la evoluzione della base economica era già arrivata a un punto che consentiva ed esigeva una estensione della vita democratica, questa non venne attuata, e si ebbero invece restrizioni e chiusure artificiali.
Qui mi pare stia la chiave che spiega come in una società socialista, il cui carattere sostanzialmente democratico risulta anche solo dalla continua iniziativa, dall’attività e dalla creazione economica e politica delle masse popolari anche nelle condizioni più difficili, la democrazia poté subire, nel partito e fuori di esso, le violazioni e limitazioni che oggi si denunciano” <18.
Qual era la forza implicita che si nascondeva dietro un’argomentazione così sottile? Sostenere che, in assenza delle storture compiute dallo stalinismo, anche l’Unione Sovietica si sarebbe storicamente determinata come società democratica significava fondare la scelta di una via italiana al socialismo costruita nella legalità democratica per mezzo di una legittimazione che si inseriva in ideale continuità con la storia stessa dell’Urss, soprattutto ora che il XX Congresso aveva mostrato il coraggio di denunciare e correggere proprio quelle storture. In sostanza, significava non rinunciare alla forza dell’esempio ma, in forza dell’errore dell’esempio, imitarlo con genuina originalità. Di conseguenza, questa formulazione permetteva a Togliatti di togliere forza a chi continuava a pensare che quella del Pci fosse una tattica democratica per una strategia rivoluzionaria.
[NOTE]
5 Indicazioni di questo genere si trovano, passim, nei lavori di D. Breschi, Sognando la rivoluzione. La sinistra italiana e le origini del ‘68, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2008; G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009; A. Ventrone, “Vogliamo tutto”. Perché due generazioni hanno creduto nella rivoluzione 1960-1988, Laterza, Roma-Bari 2012.
6 P. Togliatti, Le istruzioni alle organizzazioni di partito nelle regioni occupate, in Id., Opere scelte, a cura di G. Santomassimo, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 331-332.
7 P. Togliatti, Partito nuovo, in «Rinascita», 1944, 4, in ivi, pp. 372-373.
8 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 2006, pp. 51-57.
9 Statuto del Pci, approvato al V Congresso (29 dicembre 1945 -5 gennaio 1946), citato in A. Vittoria, Storia del Pci. 1921-1991, Carocci, Roma 2006, pp. 60-61.
10 Cfr. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 52-53.
11 Vittoria, Storia del Pci, cit., p. 59. In particolare, si vedano le posizioni assai critiche di Secchia sulla costruzione del «partito nuovo»; cfr. ivi, pp. 63-64.
12 Il «rapporto segreto» fu pubblicato in Italia da «Il Punto» il 9 giugno.
13 Cfr. E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali. 1918-1999, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 851-852.
14 P. Togliatti, Intervista a «Nuovi argomenti», in «Nuovi argomenti», 1956, 20, in Id., Opere scelte, cit., p. 715.
15 Ivi, p. 717.
16 P. Togliatti, Rapporto e conclusioni all’VIII Congresso nazionale del Pci, in Id., Opere scelte, cit., p. 786.
17 Ivi, pp. 792-793.
18 Ivi, p. 798.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014#1944 #1945 #1946 #1956 #AlbertinaVittoria #AndreaBertini #astuzia #Chrušcëv #Congresso #Democrazia #impossibilità #insurrezione #legalità #PalmiroTogliatti #PCI #Pcus #progressiva #rapporto #Resistenza #rivoluzione #Salerno #segreto #sinistra #stalinismo #Statuto #svolta #tattica #V #VIII #XX
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Il “Memoriale di Yalta” non fu un tema di ampio dibattito nel mondo intellettuale statunitense
L’opera in due volumi curata da Griffith e pubblicata nel 1964 intitolata “Communism in Europe. Continuity, Change, and the Sino-Soviet Dispute” faceva parte di una collana intitolata “Studies in International Communism”, pubblicata dalla casa editrice del MIT, e legata al lavoro del Center for International Studies attivo al suo interno. Nel momento in cui vennero pubblicati, la situazione del CIS era ancora stabile. La Guerra fredda era già entrata, tuttavia, in una fase nuova. Così, mentre veniva avviato il processo di Distensione e mentre nel panorama dei Soviet Studies appariva più di un’analisi sulla frattura sino-sovietica, un evento era destinato a mutare la storia italiana e a generare discussioni, sebbene timide, nella comunità transatlantica che si dedicava allo studio del PCI: la morte di Togliatti e la pubblicazione, sulle colonne del settimanale comunista “Rinascita”, del testamento intellettuale del leader comunista, passato alla storia come il “Memoriale di Yalta”, nel settembre del 1964. In quel momento, all’interno del progetto “Studies in International Communism” guidato da Griffith, venne lanciato un progetto sul comunismo europeo, perlopiù grazie all’impegno di uno degli affiliati della prima ora del centro, Donald L.M. Blackmer, che stava contestualmente iniziando la ricerca per la sua tesi di dottorato sui legami internazionali del PCI. Blackmer si unì al centro di ricerca di Cambridge poco dopo la sua fondazione, in un primo momento per ricoprire l’incarico di assistente del direttore, Lucien Pye. Il suo primo lavoro con il CIS fu la curatela del volume “The Emerging Nations and the Politics of the United States”, con l’economista Max Millikan. Si trattava di un volume scritto a venti mani, un esperimento ambizioso e forse non perfettamente riuscito di dieci autori diversi del centro. Tradotto da Il Mulino nel 1962, il libro è in realtà piuttosto breve, e risulta quasi un manifesto delle declinazioni del concetto di “modernizzazione”: si fa ampio uso di categorie di “sviluppo” e “sottosviluppo”, “tradizione”, e naturalmente “transizione” alla modernità, sulla base dell’opera di Rostow “The Stages of Economic Growth”. Probabilmente, l’aspetto più innovativo del lavoro consiste nell’inserimento delle strategie politiche che gli Stati Uniti avrebbero dovuto adottare nei confronti delle “nazioni emergenti”: elargizione di aiuti economici, assistenza militare, informazione, con esplicito richiamo alla pletora di strumenti messi in campo con il piano Marshall in Europa. L’obiettivo era quello di favorire la formazione di élite democratiche, che «sappiano mantenere un governo efficiente e ordinato senza far ricorso a metodi totalitari […], che siano disposti a cooperare nelle misure internazionali di controllo economico, politico e sociale» <177. L’obiettivo del contenimento del comunismo, scrivevano gli autori, «è chiaramente implicito negli interessi positivi, costruttivi e più fondamentali che abbiamo definito» <178. Fu proprio la pubblicazione del Memoriale di Togliatti ad aprire una prima discussione tra la comunità accademica del MIT e Giorgio Galli: il 17 settembre 1964, Blackmer scrisse una lettera indirizzata al politologo italiano. Gli chiedeva di rivedere un manoscritto, che Galli aveva inviato a Griffith per la pubblicazione, per poter fornire una chiave di lettura adeguata al revisionismo italiano alla luce della pubblicazione del segretario del PCI <179. A Blackmer faceva eco, del resto, lo stesso Griffith che riteneva superata la tesi di Galli alla luce di quelli che definiva «two major events», la diffusione del Memoriale di Togliatti e la caduta di Chruscev. Sebbene, sottolineava l’autore, “I agree with most of Italian writers, including yourself, that the testament presents little that is new in PCI writings, it is, rather, a codification of them. Nevertheless, it does go farther than Togliatti ever did before in public criticism of the Soviet Union and, more importantly, whatever may be the actual degree of novelty of its contents, it is already quite clear that its reverberation within the international Communist movement will be great” <180. In ogni caso, l’eventuale dissidio tra Galli e Griffith venne superato dal fatto che quest’ultimo, per timore di proporre analisi parziali o affrettate, decise di rimandare la pubblicazione di un volume sul revisionismo italiano. Occorre mettere in evidenza, comunque, che il “Memoriale di Yalta” non fu un tema di ampio dibattito nel mondo intellettuale statunitense. Il 1964 risulta però importante anche perché fu proprio allora che vennero effettuate le prime ricerche sul PCI da parte di studiosi che non concordavano con le interpretazioni precedenti, figlie dell’anticomunismo liberale. Donald Blackmer, che grazie al suo lavoro all’interno del MIT decise di intraprendere il programma di dottorato, scelse di redigere una tesi sul comunismo italiano. Arrivò in Italia nel 1964 per effettuare una serie di interviste, come impongono le scienze sociali. Il volume frutto di quell’esperienza italiana, intitolato “Unity in Diversity: Italian Communism and the Communist World” uscì nel 1968. Membro del CIS dal 1956, Blackmer si era formato negli studi sull’Unione Sovietica. Si era avvicinato all’accademia, peraltro, piuttosto tardi: figlio di un professore del Philips College di Andover, in Massachusetts, cresciuto in un ambiente intellettuale stimolante, aveva avuto, molto giovane, una predilezione per lo studio delle lingue straniere. Ebbe modo di viaggiare in Europa subito dopo la Seconda guerra mondiale e di vedere con i propri occhi le città francesi e inglesi distrutte dal conflitto. Conosceva già francese e tedesco prima di iniziare l’università e, da undergrad, si dedicò allo studio del russo. Laureatosi in storia e letteratura russa sotto la supervisione di Richard Pipes presso il dipartimento di Russian Studies all’Università di Harvard, fu arruolato nell’esercito americano e coinvolto in attività di Intelligence a Washington nei primi anni della Guerra fredda: si dedicava all’intercettazione e decifrazione di conversazioni telefoniche tra Berlino est e Berlino ovest. Dopo il periodo passato a lavorare per l’Intelligence in Germania, prima a Salisburgo e poi a Francoforte, venne assunto presso il CIS nel 1956 come assistente di Millikan, che era un conoscente del padre. Circa cinque anni dopo decise di cominciare un dottorato sul legame del Partito comunista italiano con il movimento comunista internazionale. L’argomento era certamente, all’epoca, di interesse del governo statunitense: i fondi che Blackmer ricevette furono tuttavia quelli del CIS, che gli consentì di passare un breve periodo in Italia per fare ricerca sul campo <181.
Effettivamente, lo studio del PCI in quei termini era piuttosto innovativo negli Stati Uniti e, nella prospettiva di chi si apprestava a diventare uno scienziato sociale, la possibilità di passare un periodo nel paese oggetto della ricerca era senz’altro allettante. In URSS, dove comunque studenti e professori statunitensi venivano accolti già da qualche anno, sarebbe stato più difficile trovare persone da intervistare, specie se politicamente attive. Grazie, dunque, al tema della sua ricerca, Blackmer si trovò in Italia, precisamente a Roma, nel 1964 e, come impone la ricerca politologica, dedicò parte del suo tempo alla raccolta di interviste. Fu la giovane studiosa Gloria Pirzio Ammassari a fargli da tramite nel panorama italiano <182. La politologa romana, reduce da un soggiorno di ricerca alla Cornell University grazie alla vincita di una borsa di studio Fulbright, lavorava a quel tempo come assistente di Joseph LaPalombara, anch’egli a Roma. Proprio quest’ultimo fece da tramite tra Blackmer e Pirzio Ammassari, che aveva numerosi contatti nel mondo sindacale della capitale, e suggerì a Blackmer di coinvolgere nello studio Alberto Spreafico, sociologo dell’Università di Firenze <183.
Le poche note raccolte durante il viaggio indicano che Blackmer ebbe contatti con Bruno Trentin, Segretario generale della Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), il sindacato italiano più grande e a maggioranza comunista. Blackmer definì Trentin uomo «extraordinarily open. Honest», e aggiunse che a suo avviso parlava liberamente, esprimendo opinioni personali <184. Il politologo ebbe modo di incontrare anche Spreafico e l’intellettuale e scrittore Fabrizio Onofri. Di fede antifascista, Onofri era stato vicino ai comunisti impegnati nell’attività clandestina di opposizione al regime di Mussolini durante il ventennio. Dopo la Liberazione aveva aderito al PCI, lavorando nella Sezione propaganda e nella Commissione culturale, fino ad essere eletto membro del Comitato centrale nel 1948. All’indomani della pubblicazione del rapporto Chruscev e soprattutto dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, Onofri animò un’accesa polemica nei confronti della linea del PCI, sino a essere espulso dal partito perché considerato ormai un oppositore interno. Nel 1956 fondò, assieme a Marco Cesarini Sforza, la rivista “Tempi moderni dell’economia, della politica, della cultura” con l’obiettivo di compiere revisione metodologica dell’esperienza della sinistra. Quando Blackmer lo conobbe, si dedicava ormai pienamente a “Tempi moderni”, attraverso la quale, nel frattempo, aveva stretto rapporti con la sinistra socialdemocratica e i sostenitori del federalismo europeo <185.
Il periodo che Blackmer prendeva in esame andava dalla morte di Stalin, nel 1953, alla morte di Togliatti. Mentre era difficile sottostimare l’importanza del PCI nella politica interna italiana, Blackmer riteneva che, alla luce dei suoi studi, il presunto carattere innovativo del partito rispetto al movimento comunista internazionale andasse ridimensionato: dopo aver analizzato la continua dialettica tra unanimità e divisioni all’interno del mondo comunista, Blackmer scrisse che il vero merito dei dirigenti del PCI, in particolare del segretario Togliatti, era stato quello di aver previsto l’emergere del policentrismo, molto più che aver contribuito a crearlo <186.
Il “Memoriale di Yalta” rappresentava così uno spartiacque non tanto per la novità del contenuto, che ribadiva una linea che il partito esprimeva già da qualche tempo, quanto per il fatto che metteva ancor più chiaramente in luce il ruolo indispensabile di Togliatti nel conciliare la politica del PCI in Italia con la linea del movimento comunista internazionale. Sebbene prevedere il futuro del partito con certezza fosse impossibile, Blackmer sosteneva che studiando le diverse prospettive generazionali se ne potesse intravedere qualche tratto, quantomeno alcune delle sfide principali cui il partito sarebbe stato sottoposto di lì a breve <187.
Pochi mesi prima della pubblicazione del volume di Blackmer, la casa editrice dell’Università di Yale, la Yale University Press, pubblicò la tesi di dottorato di un altro giovane studioso, che aveva terminato il suo corso di studi all’Università di Berkeley nel 1965: “Peasant Communism in Southern Italy”, pubblicato nella versione originale nel 1967 e tradotto in italiano per Einaudi nel 1972 <188. La tesi dello studioso era stata diretta dal politologo di Yale David E. Apter, autore del famoso volume “The Politics of Modernization”, pubblicato nel 1965 <189.
[NOTE]
177 Max Millikan e Donald L.M. Blackmer (a cura di), Le nazioni emergenti e la politica degli Stati Uniti, Bologna, Il Mulino, 1962, p. 131. (ed. or. Max Millikan and Donald L.M. Blackmer, The Emerging Nations. Their Growth and United States Policy, Boston, Little, Brown and Company, 1961).
178 Ibidem.
179 Donald L.M. Blackmer Papers (d’ora in poi DLMB Papers), MC 715, Box 5, Italy, Misc. People, Letter from Blackmer to Galli, Sept. 17, 1964, Massachusetts Institute of Technology (d’ora in poi MIT), Institute Archives and Special Collections, Cambridge, Massachusetts,
180 DLMB Papers, MC 715, Box 5, Italy, Misc. People, Letter from Griffith to Galli, Oct. 21, 1964, MIT, Institute Archives and Special Collections, Cambridge, Massachusetts.
181 Infinite History Project MIT, Interview with Professor Donald L.M. Blackmer, 8 marzo 2016, https://www.youtube.com/watch?v=BVxJDryL-UE (ultimo accesso 24 novembre 2017).
182 Blackmer, Unity in Diversity, cit., viii.
183 DLMB Papers, MC 715, Box 5, LaPalombara, Joseph, 1964-1984, Letter from LaPalombara to Blackmer, May 18, 1964, MIT, Institute Archives and Special Collections, Cambridge, Massachusetts.
184 DLMB Papers, MC 715, Box 5, Italian Interview Notes 1964, Interview to Bruno Trentin, July 20, 1964, MIT, Institute Archives and Special Collections, Cambridge, Massachusetts.
185 DLMB Papers, MC 715, Box 5, Italian Interview Notes 1964, Conversation with LaPalombara, Spreafico and Onofri, s.d., MIT, Institute Archives and Special Collections, Cambridge, Massachusetts; sul rapporto di Onofri con il PCI cfr. Albertina Vittoria, Togliatti e gli intellettuali: storia dell’Istituto Gramsci negli anni Cinquanta e Sessanta, Roma, Editori Riuniti, 1992 e Ajello, Intellettuali e PCI 1944-1958, cit.
186 Blackmer, Unity in Diversity, cit., pp. 375-394.
187 Ivi, p. 412.
188 Sidney G. Tarrow, Peasant Communism in Southern Italy, New Haven and London, Yale University Press, 1967.
189 David E. Apter, The Politics of Modernization, Chicago, Chicago University Press, 1965.
Alice Ciulla, Gli intellettuali statunitensi e la “questione comunista” in Italia, 1964-1980, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2012#1964 #AliceCiulla #BrunoTrentin #CGIL #DonaldLMBlackmer #FabrizioOnofri #GiorgioGalli #GloriaPirzioAmmassari #intellettuali #JosephLaPalombara #memoriale #PalmiroTogliatti #PCI #statunitensi #Yalta
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«Che cosa ha fatto ieri la Juventus?». Il dirigente del Pci tace. Allora il Migliore lo apostrofa, gelido: «E tu pretendi di fare la rivoluzione senza conoscere i risultati della Juve?». Come a dire, senza conoscere gli umori del popolo a cui chiedi di insorgere? 60 anni fa moriva #PalmiroTogliatti e il quadro di #RenatoGuttuso dedicato ai suoi funerali tanto quanto la tennista che a Togliatti, in Russia, ci è nata, sono la prova provata che lo sporcarsi le mani porta risultati #accaddeoggi
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“Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso, che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api, dell’amaro verso, col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: ‘Voi fate il miele oh api, ma sono altri che lo godono’.” #PalmiroTogliatti