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  1. L’affidavit di un magistrato a favore di Sindona

    L’8 settembre del ’76 Sindona si consegna alla giustizia federale statunitense a seguito del mandato di estradizione in Italia. L’udienza per l’estradizione viene spostata ad altra data, dopo aver versato un deposito di 150 mila dollari in contanti e obbligazioni del Tesoro Sindona viene rilasciato dopo il versamento di una cauzione di tre milioni di dollari. Bordoni viene arrestato il 24 dello stesso mese mentre si trova in Venezuela. Il 13 dicembre Sindona consegna alla Corte federale dei documenti con la sua linea di difesa.
    […] Come tutti i gruppi finanziari Sindona ha partecipato alla nazionalizzazione delle industrie di Stato e in particolare alla nazionalizzazione dell’industria per la produzione di energia elettrica, fatto che l’ambasciatore sottace.
    John McCaffery riprende le accuse contro La Malfa <511 e il governo: “Con La Malfa in una posizione chiave al Tesoro e, con i collegamenti politici ed economici che questo implicava, una persona come Sindona, che era apertamente anti-sinistra, che lottava contro il dilagante controllo statale, e che stava rapidamente diventando il principale pilastro italiano dell’iniziativa privata, nazionale e internazionale, era destinata a trovarsi in guai seri. La Malfa non è stato solo nei suoi sforzi per scardinare l’influenza e la reputazione di Sindona nell’ambiente d’affari italiano. Durante i miei rapporti con Sindona sono stato testimone di numerosi attentati in Italia ed all’estero di farlo cadere. Per esempio, Jocelyn Hambro, Presidente della Hambros, la banca inglese, è stato un fedele sostenitore di Sindona ed aveva affidato alla sua banca diversi progetti di Sindona. Durante l’assenza del Presidente, delle banche italiane
    orientate verso sinistra andarono negli uffici della Hambros per seminare sfiducia su Sindona e predire disastri per le sue iniziative”.
    Il rappresentante degli Hambros non spiega come il gruppo britannico, antivedendo i tempi, si fosse ritirato dal sostegno accordato a causa di manovre di cui non era stato informato chiudendo ogni partecipazione al sistema creato da Sindona. McCaffery legge le conseguenze giudiziarie delle operazioni del gruppo introducendo il tema della persecuzione: “L’azione giudiziaria italiana contro Sindona è sintomatica del deterioramento del paese. E’ triste dover ammettere che la magistratura italiana non è stata capace di evitare la penetrazione della sinistra”.
    Questo tema è centrale nell’affidavit di Carmelo Spagnuolo, presidente della quinta sezione della corte di Cassazione <512. La presenza di un Presidente di sezione della più alta corte dell’ordinamento giuridico italiano è indice di quanto la P2 avesse permeato i ranghi più alti del sistema giudiziario italiano. Spagnuolo, fatto inaudito fino a quel momento nella storia giudiziaria italiana, dichiara la sua appartenenza alla massoneria. In qualità di magistrato, su richiesta del Gran Maestro dei massoni (sic) presiede una commissione formata anche da quattro altri membri della Fratellanza di Piazza Gesù per istruire un processo massonico <513 dal quale Sindona sarebbe stato giudicato come innocente. Spagnuolo precisa di avere svolto delle indagini approfondite che portarono alla redazione di un rapporto che va nella direzione opposta di quello redatto dalla Commissione parlamentare. Spagnuolo sostiene che il procedimento giudiziario in corso di svolgimento è viziato per l’assenza di perizie tecniche come sarebbe in uso nei procedimenti di bancarotta: “Finora, sono stati accettati i dati forniti dal liquidatore della Banca Privata Italiana senza un controllo obiettivo degli stessi. Il Magistrato, invece di servirsi di un gruppo di esperti per le perizie tecniche, ha utilizzato sottufficiali della Polizia Tributaria che, sebbene siano esperti in materia di loro spettanza, non hanno la competenza per interpretare complicate transazioni bancarie che sono di difficile interpretazione perché spesso collegate con altre operazioni”.
    I dati forniti dal commissario liquidatore, prima che venisse ucciso su mandato di Michele Sindona, mostrano una realtà differente che vede Sindona e i sindaci delle banche come gruppo che lavora al di fuori di qualsiasi regola e prassi bancaria. I dati di Ambrosoli mai sono stati messi in discussone, ma anzi il commissario venne sentito come persona informata dei fatti anche negli States.
    Il giudice Spagnuolo analizza gli attacchi contro alcune società del gruppo mostrando grande attenzione nei confronti del tema dell’edilizia popolare <514 e si sbilancia fino a accusare la magistratura di essere influenzata ideologicamente: “Sull’argomento delle tendenze avanzate o sulle idee politiche dei giudici, devo dire che molti magistrati professano ideologie di sinistra, come è stato messo in luce dalla stampa in certe occasioni. Esistono vari gruppi con opinioni politiche differenti. La stampa ha ripetutamente menzionato, e gli organi forensi hanno lamentato, che un giudice che professi ideologie di sinistra è in contraddizione con lo spirito e la funzione tipica del giudice ed il suo ruolo di imparzialità. Queste tendenze ideologiche sono diventate sempre più evidenti durante l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. […] Vorrei dire che le correnti esistenti nella Magistratura sono le seguenti: Unione Magistrati, magistrati Indipendenti, Magistrati Democratici, Impegno Costituzionale, Terzo Potere Bianco, Terzo potere Nero” <515.
    Spagnuolo conclude parlando dell’omicidio di Francesco Coco, ucciso dalle Brigate Rosse, e di Vittorio Occorsio ucciso dal terrorismo di destra mentre si occupava dei legami tra massoneria ed estrema destra.
    La posizione del giudice trova la sua spiegazione negli ideali professati da Licio Gelli che dichiara alla Corte federale di essere a capo della Loggia Massonica P2 <516. Gelli coniuga la direzione di una loggia con la sua personale lotta politica anticomunista. Sindona è oggetto di continui attacchi della stampa di sinistra. L’affidavit si conclude dipingendo una situazione che “ha raggiunto un livello molto basso a causa dell’infiltrazione della sinistra”. Se tornasse in Italia Sindona non verrebbe giudicato imparzialmente e la sua vita sarebbe in pericolo. La preoccupazione di Gelli in merito all’estradizione viene frustrata due anni dopo quando viene scoperto il finto rapimento [nel 1979] di Sindona che pregiudica irrimediabilmente la sua credibilità negli States e nella Corte Federale nel quale si sta celebrando il suo processo.
    [NOTE]
    511 Affidavit di John Mac Caffery, ibidem, p. 153. Per un profilo del personaggio si rimanda al capitolo primo.
    512 Per avvalorare il suo affidavit Spagnuolo ricostruisce la sua carriera e riporta di essere stato giudice nella Corte di Appello e Pubblico Accusatore aggiunto a Milano dal 1947. Giudice della Corte Suprema e Pubblico Accusatore Capo a Milano dal ’57 al ’65. Procuratore Generale della Corte di Appello di Trieste dal gennaio del ’65. Procuratore Generale della Corte di Appello di Genova. Dal 17 febbraio 1971, Procuratore Generale della Corte di appello di Roma. Dal 2 luglio 1974 presidente della quinta sezione della Corte Suprema. In Affidavit Spagnuolo, ibidem, pag. 138 ssg.
    513 Gli atti di tale processo non sono consultabili per via del segreto massonico.
    514 Spagnuolo cita la Società Generale Immobiliare ma non precisa che la Società (il pacco di controllo) fu ceduta dalla Santa Sede a Sindona. Nel progetto del banchiere la società sarebbe stata nominalmente una società immobiliare ma di fatto avrebbe svolto le mansioni di una banca d’affari. La Generale Immobiliare entra nelle cronache a causa dell’inchiesta giornalistica di Cancogni che svela quali intrecci fossero nascosti dietro la gestione delle lottizzazioni per edilizia popolare e la destra romana della Democrazia Cristiana. Cfr. supra cap. 4
    515 Come specifica il magistrato i primi due gruppi, “sebbene considerati di destra, rappresentano in realtà correnti che professano la corretta ideologia del magistrato e sono contrari al coinvolgimento politico da parte della Magistratura. Gli altri quattro gruppi aderiscono a ideologie di sinistra”. Spagnuolo identifica l’appartenenza alle correnti di destra della magistratura italiana come indice di correttezza ribadendo la sua posizione in chiave anticomunista.
    516 Affidavit di Licio Gelli, ibidem, p. 133-136.
    Ottavio D’Addea, Michele Sindona e l’economia italiana, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2016

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  2. La mappa del potere locale cambia radicalmente nel 1975

    Nella primavera del 1975 però è la procura di Milano che comincia a lavorare sugli appoggi politici a Sindona, in particolare su un finanziamento di due miliardi fatto alla Dc (secondo alcuni in cambio della nomina di Mario Barone a consigliere di amministrazione del Banco di Roma, circostanza confermata anche da Aldo Moro nel “memoriale” scritto durante il sequestro operato dalle Br nel 1978), su cui i magistrati intendono sentire l’On. Micheli, responsabile amministrativo del partito, che però si dice disponibile solo dopo le elezioni amministrative di giugno. Successivamente però Micheli non chiarirà l’origine dei due miliardi che la Dc non può negare di aver ricevuto, mentre i magistrati milanesi inviano una comunicazione giudiziaria anche a Carli, governatore della Banca d’Italia, per l’autorizzazione data al salvataggio (rivelatosi poi inutile) della Banca Privata.
    La procura di Milano fin dal gennaio 1975 aveva inviato la richiesta di estradizione di Sindona al ministero di Grazia e giustizia per l’inoltro negli Usa (dove il bancarottiere era stato intanto tratto in arresto per il fallimento della banca USA Frankin, acquistata da Sindona pochi anni prima) ma, nel meccanismi della burocrazia qualcosa si era inceppato e la domanda non aveva ottenuto esiti. Secondo la denuncia dei comunisti si era trattato di una mossa deliberata per aiutare Sindona; inoltre si era prospettata anche la possibilità che emissari della Dc avessero contattato il finanziere per indurlo a dichiarare di aver ricevuto la restituzione dei due miliardi <211. In seguito, nel febbraio 1976, Giovanni Guidi, amministratore del Banco di Roma, affermerà ai magistrati di Milano che erano stati Fanfani e Andreotti a propiziare il finanziamento di 100 milioni di dollari da parte del Banco di Roma a Sindona <212, imponendo Mario Barone come consigliere e amministratore delegato della banca. Guidi spiegherà anche che il prestito era stato deciso in autonomia dalla banca e che Carli era stato informato solo dopo, a luglio.
    Nel seguire tutte le vicende l’Avanti non usa particolari cautele nei confronti dell’alleato di governo. Già nell’ottobre del 1974 aveva parlato, sebbene in termini generali, “delle compiacenze di cui ha goduto” Sindona <213; ma fra maggio e giugno del 75, con l’avvicinarsi delle amministrative, e quando il ruolo di esponenti della Dc appare pienamente documentato, un paio di articoli di Ugo Intini segnano un affondo del Psi <214. Afferma Intini che «La particolare caratteristica del crimine nel nostro Paese trova le sue radici […] nella corruzione del potere», inoltre il giornale attacca la politica di law & order promossa da Fanfani e dalla Dc, affermando che in realtà il pericolo per la legalità viene dal legame tra criminali e potere e cita ad esempio il caso Sindona. La Dc sui propri giornali quasi non si occupa della questione, in alcune delle poche circostanze in cui lo fa sostiene che l’operazione del Banco di Roma, tutto sommato è stata vantaggiosa e comunque era stata autorizzata dalla Banca d’Italia <215; molto simili nei loro contenuti le dichiarazioni del ministro del Tesoro Colombo su La Discussione <216.
    La definizione di “terremoto” <217 elettorale per le amministrative del giugno 1975, in un paese in cui lo spostamento di consensi da un partito all’altro è sempre stato piuttosto ridotto, sembra decisamente azzeccata. La Dc perde due punti e mezzo rispetto alla tornata del 1970, i socialisti guadagnano quasi due punti. Ma è soprattutto l’affermazione del Pci, il quale passa dal 27,9% al 33,5 e si trova quindi a meno di due punti dai democristiani, che crea sensazione. La mappa del potere locale cambia radicalmente, comincia la stagione delle “giunte rosse” che, per alcuni, potrebbero costituire un anticipo dell’affermarsi dell’”alternativa” anche al livello del governo centrale. Eppure i comunisti sono coerenti nel portare avanti la strategia del “compromesso”, che la grande affermazione contribuisce semmai a confermare. Tra i socialisti, nonostante l’incremento di voti, traspare una certa delusione perché l’altro partito della sinistra ha guadagnato ben di più, un dirigente socialista fa notare che «noi abbiamo scosso l’albero ma i comunisti hanno raccolto i frutti» <218; l’adesione al governo, è la riflessione di molti, penalizza il partito. In occasione del comitato centrale che ha luogo a luglio <219 comincia un periodo di riflessione che dura fino al CC successivo, nel mese di ottobre; in questa fase «si consuma la completa conversione del gruppo dirigente di quel partito alla linea dell’alternativa» <220, cambiamento di rotta poi formalizzato in occasione del congresso del marzo 1976.
    Ma chi subisce il travaglio più significativo all’indomani delle elezioni di giugno 1975 sono i democristiani i quali, per usare le parole di Moro, si rendono conto che il destino «non è più, in parte, nelle [loro] mani» <221. Fanfani, nonostante la sua strenua resistenza, perde la segreteria e dopo alcune convulsioni da parte delle correnti prevale la soluzione patrocinata con grande abilità tattica dal presidente del consiglio: il nuovo leader diviene Benigno Zaccagnini, almeno in via provvisoria, in attesa del congresso previsto per il 1976 <222. La sua figura <223 diverrà il simbolo del rinnovamento del partito e del tentativo di liberare dalla sua immagine l’associazione con una serie di episodi torbidi contrassegnati da corruzione, collusione con la criminalità organizzata e, secondo molti, anche con le vicende eversive in funzione anticomunista. Anche le strategie del partito per quanto riguarda le alleanze subiscono cambiamenti; quando Aldo Moro tiene il suo noto discorso in occasione della Fiera del Levante a Bari, a settembre, diviene chiaro che la Dc sta mutando atteggiamento nei confronti dei comunisti: «nessuno può disconoscere la forza e il peso del Pci nella vita del Paese. Nessuno può oggi sottrarsi ad un confronto serio, non superficiale né formale con la massima forza di opposizione…» <224
    Tuttavia il nuovo corso della Dc è ben lungi dall’essere accettato da tutte le sue componenti e le abilità di mediazione di Moro non impediscono alla nuova segreteria di essere oggetto di attacchi, soprattutto da parte dei dorotei <225.
    Ma le tensioni non si limitano al partito di maggioranza relativa: anche nell’ambito delle forze che sostengono il governo Moro il malcontento viene espresso in maniera sempre più esplicita, in particolare dai socialisti che alla fine dell’anno giungono a provocare la crisi, quando il loro segretario dichiara la «morte» del centrosinistra e reclama un governo che coinvolga in qualche modo i comunisti. Ma una simile mossa non viene raccolta dalla Dc e i socialisti non riescono ad ottenere un epilogo a loro favorevole. Moro può quindi costituire il suo ultimo governo, al quale questa volta partecipa il Psdi al posto del Pri, che pure assicura, come i socialisti, il sostegno parlamentare.
    [NOTE]
    211 “Sindona doveva asserire che la Dc gli aveva restituito i due miliardi” Unità del 13 settembre 1975
    212 “Il banchiere Guidi chiama in causa la Dc e Fanfani per il crack Sindona”, Unità del 20 febbraio 1976.
    213 “Nel sistema le radici del caso Sindona”, Avanti del 10 ottobre 1974.
    214 “Crimine, mafia, banche e politica”, Avanti del 09 maggio 1975, e “Il volto inquietante del potere” Avanti del 12 giugno 1975.
    215 “Piena luce sul caso Sindona”, Il Popolo del 12 ottobre 1974.
    216 “Colombo sul caso Sindona”, La Discussione N. 1044 del 11 novembre 1974.
    217 L’espressione viene introdotta nel dibattito pubblico per indicare gli esiti delle elezioni amministrative del 1975 da C. Ghini, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano, 1976.
    218 G. Galli, Ma l’Italia non cambia, Studio Tesi, Pordenone, 1978. Pag. 146
    219 Vedi l’Avanti del 29/07/75, “Una via democratica per rinnovare il Paese”, nella sua relazione al partito De Martino afferma chiaramente che è necessario “superare il centrosinistra”
    220 G. Amato e L. Cafagna, Duello a sinistra. Cit. pag. 106
    221 La nota frase viene pronunciata in occasione del discorso detto “della terza fase”, in occasione del Consiglio nazionale del luglio 1975.
    222 G. Galli, Mezzo secolo di Dc. Cit. Pag.285.
    223 Zaccagnini aveva sorpreso non pochi osservatori quando, alcuni mesi prima, nel corso di un’intervista, (apparsa su Panorama del 26 settembre 1974) aveva espresso l’opinione che il partito doveva rinnovarsi profondamente e abbandonare la ricerca del potere ad ogni costo, ricerca che era divenuta l’«elemento primario».
    224 Passaggi del discorso sono riportati su l’Avanti del 13/09/75, “Bilancio di Moro sulla situazione politica”.
    225 Vedere “Situazione pesante all’interno della Dc”, l’Avanti del 09 ottobre 1975 e “Piccoli attacca la segreteria e rilancia la centralità”, Avanti del 09 novembre 1975
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    #1975 #1976 #alternativa #amministrative #Banco #congresso #EdoardoMFracanzani #MicheleSindona #PCI #PSI #Roma

  3. Nel marzo del 1974 la Franklin dà le prime avvisaglie di crisi

    Nella primavera del 1975 però è la procura di Milano che comincia a lavorare sugli appoggi politici a Sindona, in particolare su un finanziamento di due miliardi fatto alla Dc (secondo alcuni in cambio della nomina di Mario Barone a consigliere di amministrazione del Banco di Roma, circostanza confermata anche da Aldo Moro nel “memoriale” scritto durante il sequestro operato dalle Br nel 1978), su cui i magistrati intendono sentire l’On. Micheli, responsabile amministrativo del partito, che però si dice disponibile solo dopo le elezioni amministrative di giugno. Successivamente però Micheli non chiarirà l’origine dei due miliardi che la Dc non può negare di aver ricevuto, mentre i magistrati milanesi inviano una comunicazione giudiziaria anche a Carli, governatore della Banca d’Italia, per l’autorizzazione data al salvataggio (rivelatosi poi inutile) della Banca Privata.
    La procura di Milano fin dal gennaio 1975 aveva inviato la richiesta di estradizione di Sindona al ministero di Grazia e giustizia per l’inoltro negli Usa (dove il bancarottiere era stato intanto tratto in arresto per il fallimento della banca USA Frankin, acquistata da Sindona pochi anni prima) ma, nel meccanismi della burocrazia qualcosa si era inceppato e la domanda non aveva ottenuto esiti. Secondo la denuncia dei comunisti si era trattato di una mossa deliberata per aiutare Sindona; inoltre si era prospettata anche la possibilità che emissari della Dc avessero contattato il finanziere per indurlo a dichiarare di aver ricevuto la restituzione dei due miliardi <211. In seguito, nel febbraio 1976, Giovanni Guidi, amministratore del Banco di Roma, affermerà ai magistrati di Milano che erano stati Fanfani e Andreotti a propiziare il finanziamento di 100 milioni di dollari da parte del Banco di Roma a Sindona <212, imponendo Mario Barone come consigliere e amministratore delegato della banca. Guidi spiegherà anche che il prestito era stato deciso in autonomia dalla banca e che Carli era stato informato solo dopo, a luglio.
    Nel seguire tutte le vicende l’Avanti non usa particolari cautele nei confronti dell’alleato di governo. Già nell’ottobre del 1974 aveva parlato, sebbene in termini generali, “delle compiacenze di cui ha goduto” Sindona <213; ma fra maggio e giugno del 75, con l’avvicinarsi delle amministrative, e quando il ruolo di esponenti della Dc appare pienamente documentato, un paio di articoli di Ugo Intini segnano un affondo del Psi <214. Afferma Intini che «La particolare caratteristica del crimine nel nostro Paese trova le sue radici […] nella corruzione del potere», inoltre il giornale attacca la politica di law & order promossa da Fanfani e dalla Dc, affermando che in realtà il pericolo per la legalità viene dal legame tra criminali e potere e cita ad esempio il caso Sindona. La Dc sui propri giornali quasi non si occupa della questione, in alcune delle poche circostanze in cui lo fa sostiene che l’operazione del Banco di Roma, tutto sommato è stata vantaggiosa e comunque era stata autorizzata dalla Banca d’Italia <215; molto simili nei loro contenuti le dichiarazioni del ministro del Tesoro Colombo su La Discussione <216.
    [NOTE]
    211 “Sindona doveva asserire che la Dc gli aveva restituito i due miliardi” Unità del 13 settembre 1975
    212 “Il banchiere Guidi chiama in causa la Dc e Fanfani per il crack Sindona”, Unità del 20 febbraio 1976.
    213 “Nel sistema le radici del caso Sindona”, Avanti del 10 ottobre 1974.
    214 “Crimine, mafia, banche e politica”, Avanti del 09 maggio 1975, e “Il volto inquietante del potere” Avanti del 12 giugno 1975.
    215 “Piena luce sul caso Sindona”, Il Popolo del 12 ottobre 1974.
    216 “Colombo sul caso Sindona”, La Discussione N. 1044 del 11 novembre 1974.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    Nel marzo del 1974 la Franklin dà le prime avvisaglie di crisi. Il banchiere corre ai ripari chiedendo al Tesoro un altro aumento di capitale questa volta per la Banca unione che vuole fondere con la Banca privata. La partita sembra volgersi a suo favore con la nomina di Barone (vicino alla corrente di Giulio Andreotti) ad amministratore delegato del Banco di Roma. Sindona chiede al Banco la concessione di un prestito di 100 milioni di dollari per la Generale Banking Corporation, garantendolo con il 51% delle azioni della Banca unione e da titoli della Generale immobiliare <387. L’operazione va in porto, Sindona convince i vertici del Banco, Ventriglia e Guidi, che il 20 giugno autorizzano il versamento della una prima tranche (rivelatasi illegittima per mancanza di autorizzazione e perché transitata attraverso il Banco di Roma Nassau). Voci sempre più insistenti denunciano perdite ingenti nelle società di Sindona a causa di irregolarità nelle procedure contabili, il Banco di Roma concede la seconda tranche del prestito, si scatena un dibattito politico che vede un’interrogazione parlamentare (D’Alema-Peggio, 5 luglio).
    L’unica alternativa al fallimento secondo il governatore sarebbe un’acquisizione da parte del Banco di Roma d’altra parte già impegnato con il prestito. Nel luglio dello stesso anno uno stuolo di dirigenti del Banco di Roma si insediano nella Banca unione ma la Banca privata resta in mano a Sindona che ne ha fatto la parte operativa del suo sistema <388. L’intervento dei funzionari del Banco di Roma non consente di appurare con tempestività la situazione che viene documentata dai rapporti degli ispettori di Bankitalia. Quando i vertici del Banco di Roma comunicano a Carli la gravità della situazione e l’irreversibilità del danno chiedono nel contempo un indennizzo di 35-40 miliardi per il servizio reso alla stabilità del sistema. A seguito dell’autorizzazione ministeriale, la Banca d’Italia concede la fusione di Banca unione e di Banca privata che confluiscono nella Banca privata
    italiana389. Sul finire di agosto le comunicazioni tra il Banco di Roma e il governatore si fanno più pressanti perché emerge in tutta la sua gravità la situazione in cui versa l’istituto. Il 28 agosto il Banco di Roma comunica che la Banca privata italiana ha debiti per 98 milioni di dollari, di cui 37 in depositi fiduciari di circa cinquecento intestatari i cui nomi sono registrati nel misterioso “tabulato dei 500”. Il governatore dispone che tali depositi siano restituiti per salvare la credibilità del sistema su cui incombe lo scandalo delle banche tedesche Herstt e Wolff di Sindona chiuse il 26 agosto per insolvenza. Il 3 settembre Ventriglia comunica a Carli che il disavanzo dell’istituto di Sindona ammonta a 168,4 miliardi di lire. I vertici di Bankitalia propongono a Sindona di vendere la Banca privata italiana al prezzo simbolico di una lira ottenendone un secco rifiuto. Carli progetta allora la creazione di un consorzio delle banche di interesse nazionale <390 che coinvolgerebbe il Banco di Roma, la Banca commerciale, il Credito italiano e l’Istituto mobiliare italiano per dare vita alla Banca d’Oltremare. Il progetto naufraga per l’opposizione del presidente dell’IRI Petrilli <391 che non vi intravede carattere di utilità in nome del paese. Continuano i prelievi massicci agli sportelli. Alla fine di settembre si rende necessaria la dichiarazione di fallimento dell’Istituto.
    Il finanziere ripara all’estero per sfuggire al mandato di cattura per bancarotta fraudolenta e da lì inizia una campagna che vede schierati quanti in Italia hanno fruito illegalmente delle prebende del finanziere. Dagli Stati Uniti Sindona lancia minacce contro Ambrosoli e Cuccia che si concludono con l’assassinio di matrice mafiosa del commissario liquidatore Ambrosoli.
    [NOTE]
    387 Il prestito del Banco di Roma equivale ad un salvataggio della banca di Sindona che ha prodotto secondo le stime del commissario uno sbilancio tra attivo e passivo di 168 miliardi (che rivalutati superano ampiamente il miliardo di euro). Solo la procedura di liquidazione permette di contenere i costi. La gestione ordinaria si sarebbe trovata esposta a passività per 472 miliardi e mezzo con uno sbilancio di più di 191 miliardi. Alla stima di 168 miliardi Ambrosoli aggiunge il rischio di forti multe valutarie ma anche la presenza di ingenti masse di capitali depositati in banche estere che applicano tassi di interesse pari o superiori a quelli interbancari. Cfr. Relazione di minoranza, ibidem.
    388 Relazione di minoranza, cit., p. 73.
    389 Relazione di minoranza, cit. p., 34.
    390 Le banche di interesse nazionale sono legate alla creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) nel ’33 come risposta alla grave crisi economica dei primi anni Trenta in Italia. Le banche di interesse nazionale erano i tre maggiori istituti di credito in Italia: Banca commerciale italiana (conosciuta come Comit), il Credito italiano e il Banco di Roma. I tre istituti avevano finanziato gli investimenti delle principali imprese coinvolte nello sforzo bellico, costruendo inoltre delle holdings finanziarie e acquistando le loro stesse azioni in borsa. Si veniva a creare – secondo la nota formula di Raffaele Mattioli – una «mostruosa fratellanza siamese», la cui debolezza sarebbe
    emersa con la politica monetaria di Mussolini e la conseguente crisi di borsa del ’29. Avendo perdonato l’atteggiamento politico precedente di Beneduce, Mussolini gli affida la soluzione del problema che si era creato attorno al rapporto tra imprese e banche, risolto con la creazione dell’Iri. L’istituto ottenne dalla Banca d’Italia i capitali necessari all’acquisto dei tre istituti (che da questo momento vengono definiti «banche di interesse nazionale»), controllando nel contempo le imprese possedute da queste banche.
    391 cfr., infra.
    Ottavio D’Addea, Michele Sindona e l’economia italiana, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2016

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  4. Due erano i meccanismi con cui Calvi faceva arrivare fondi alla galassia di società estere, tramite lo IOR

    Se il Vaticano e la sua banca ebbero un peso rilevante nella vicenda Sindona, lo ebbero ancora di più con Roberto Calvi. Come abbiamo visto, il banchiere milanese conobbe Paul Marcinkus, da poco divenuto presidente dello IOR, grazie a Michele Sindona, e i tre finirono per costituire un triumvirato finanziario, nel quale, almeno fino alla metà degli anni ’70, il finanziere di Patti ebbe il ruolo di primus inter pares <803.
    Nato il 15 gennaio 1922 a Cicero, violento sobborgo della Chicago di Al Capone, Paul Casimir Marcinkus era stato ordinato sacerdote il 3 maggio 1947. Negli anni ’50 studiò teologia a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, lavorando nella prestigiosa sezione inglese della Segreteria di Stato, dove conobbe monsignor Giovanni Battista Montini, che nel 1963 salì al soglio pontificio col nome di Paolo VI. Incaricato della sicurezza personale del Papa e dei suoi viaggi, fu decisivo in due occasioni a salvare la vita al pontefice <804.
    Benché non avesse particolari competenze bancarie o manageriali <805, il pragmatismo organizzativo di Marcinkus gli fece guadagnare importanti punti agli occhi del Pontefice, che lo nominò nel 1971 Presidente dell’Istituto Opere di Religione.
    Oltre ad aumentare la partecipazione azionaria dello IOR nel Banco Ambrosiano, Marcinkus accettò di vendere il pacchetto di controllo della Banca Cattolica del Veneto, in quel momento un dinamico istituto di credito con 172 sportelli nel Triveneto che, a differenza dell’Ambrosiano, aveva pochissime partecipazioni che ne appesantivano i bilanci. L’acquisizione di 18.060.000 azioni della banca, pari al 50% del capitale, fece entrare 45 milioni di dollari nelle casse dello IOR; le prime tre rate furono pagate dalla Vertlac, una delle società estere di Calvi, che a sua volta aveva preso i soldi in prestito dalla Cisalpine, mentre i restanti furono eseguiti dalla Radowal di Vaduz, costituita il 28 ottobre 1971 in vista anche dell’acquisizione del pacchetto di controllo della Centrale dagli Hambro. Il 10 dicembre 1971 quest’ultima e la Vertlac scrissero alla Compendium affermando che le azioni della Cattolica del Veneto erano state comprate per suo conto; il 13 giugno 1972 13 milioni e mezzo di azioni passarono alla Centrale, che le acquistò dal Credito Commerciale, una piccola banca privata milanese che fece da intermediario, mentre 4.560.000 di azioni restarono occultate nella Radowal: in questo modo Calvi poteva comunicare al Consiglio del Banco che la Centrale aveva acquistato il 37,4% del capitale della Cattolica del Veneto, senza dichiarare il restante 12,6% <806.
    La cessione dell’istituto veneto all’Ambrosiano di Calvi fu il primo di una serie di contrasti tra Marcinkus e Albino Luciani, allora patriarca di Venezia e futuro Papa Giovanni Paolo I, il quale protestò non solo per non essere stato informato in quanto presidente dell’episcopato veneto, ma soprattutto perché quella cessione metteva fine alla vocazione storica del banco, attenta alle esigenze produttive del territorio e con tassi favorevoli alle diocesi e alle parrocchie. L’allora patriarca di Venezia incontrò prima Giulio Andreotti, poi il Pontefice, che lo inviò da Marcinkus, il quale lo trattò «come un bidello», nel racconto che fece al vescovo Antonio Santin, vicepresidente della conferenza episcopale del Triveneto <807. A quell’incontro risalirebbe la celebre espressione a lui attribuita, e mai smentita, «la Chiesa non si amministra con le avemarie».
    Quando il 6 agosto 1978 l’ottantenne Paolo VI, il gran protettore del triumvirato Sindona-Calvi-Marcinkus, morì e il 26 agosto al soglio pontificio salì proprio Albino Luciani, la rimozione del monsignore statunitense sembrò inevitabile. Il nuovo Pontefice colse la palla al balzo quando il 12 settembre sulla rivista OP – Osservatorio Politico di Mino Pecorelli il nome di Marcinkus si trovava insieme a quello di altri 120 ecclesiastici iscritti alla Massoneria; il monsignore originario di Cicero risultava iscritto dal 21 agosto 1967 con numero di matricola 43/649 e soprannome Marpa.
    La sera del 28 settembre 1978 Papa Luciani confidò al segretario di Stato Jean Villot, anche lui presente in quella lista, che avrebbe trasferito tutti i vertici dello IOR, ponendo fine alla gestione spregiudicata portata avanti fino a quel momento. La mattina seguente il corpo senza vita di Giovanni Paolo I venne rivenuto nel suo letto: avvelenato col cianuro, secondo la tesi del giornalista investigativo David Yallop nel suo libro “In nome di Dio”, a cui si aggiunsero la testimonianza del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, che non ebbe però riscontri oggettivi, e di recente quella del nipote di Lucky Luciano, cugino di Marcinkus <808, affiliato a Cosa Nostra americana; morte naturale per un infarto acuto del miocardio, secondo il Vaticano, che però non dispose mai l’autopsia, alimentando i dubbi sull’omicidio del Papa, tesi confermata anche dal recente libro dell’editorialista di Avvenire Stefania Falasca <809.
    Morte naturale o meno, l’uscita di scena di Papa Giovanni Paolo I e l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla col nome di Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre portarono alla conferma di tutti i vertici dello IOR da parte del nuovo Papa, che usò anzi Calvi e Marcinkus per finanziare Solidarnosc in Polonia e i regimi dittatoriali in America latina, sempre in funzione anticomunista810.
    Merita qui essere riportata un estratto della lettera datata 5 giugno 1982 che Roberto Calvi inviò a Giovanni Paolo II, dodici giorni prima di «essere suicidato» sotto al Ponte dei Frati Neri a Londra, che ben riassume i rapporti tra IOR e Banco Ambrosiano: «Santità, sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commessi dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona, di cui ancora ne subisco le conseguenze; sono stato io che, su preciso incarico di Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest; sono stato io che, di concerto con le autorità vaticane, ho coordinato in tutto il Centro-Sud America la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono stato io, infine, che oggi vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità a cui ho rivolto sempre il Massimo rispetto e obbedienza» <811.
    In quei drammatici giorni in cui si avvicendarono ben tre papi a San Pietro, il Banco Ambrosiano era sotto ispezione da dodici funzionari della Banca d’Italia guidati dal dottor Giulio Padalino. Nel rapporto finale dell’ispezione, durata dal 17 aprile al 17 novembre 1978 <812, Padalino evidenziò come presso la sede centrale dell’Ambrosiano «esisteva uno sportello dedicato e riservato allo IOR, ove varie persone portavano somme di denaro per trasferirle all’estero» e che tali risorse «nel giro di qualche giorno» venivano «trasferite su un conto svizzero», sul quale venivano fatte transitare ingenti somme. Inoltre, l’ispettore accertò che «presso il Banco Ambrosiano era aperta una linea di credito accordata allo IOR per un massimo di 75 miliardi di lire» e che, verosimilmente, tale linea di credito veniva utilizzata per il versamento di contante da parte della clientela di Via Clerici. Non solo: i rastrellamenti azionari del Banco venivano effettuate, negli anni precedenti all’ispezione, con disponibilità proprie dell’istituto di credito, veicolate mediante diverse società, tra le quali ne figuravano alcune riconducibili allo IOR <813.
    Sul fronte della liquidità, Padalino metteva in guardia dalle «difficoltà che il Banco potrebbe trovare nello smobilizzo dei finanziamenti e dei depositi concessi alla Cisalpine di Nassau per un controvalore di 417 miliardi circa e sui quali l’azienda ispezionata non ha fornito alcuna informazione» <814: gli ispettori cercarono di conoscere, invano, i dettagli delle attività della banca di Nassau che aveva sancito l’inizio del sodalizio tra Sindona, Calvi e Marcinkus, così come delle altre società estere legate all’Ambrosiano <815. Ciononostante, seppure in forma dubitativa, la struttura portante messa in piedi da Calvi era stata intuita dagli ispettori, anche perché il pacchetto di controllo delle azioni dell’Ambrosiano era nelle mani di società estere fin dalla metà degli anni Sessanta: il banchiere di Dio si era limitato a spostarli dalle società del Lussemburgo e dal Liechtenstein, mete prescelte dai suoi predecessori, a quelle di Panama <816.
    Due erano i meccanismi con cui Calvi faceva arrivare fondi alla galassia di società estere, tramite lo IOR. Nel primo il Banco Ambrosiano o la Banca del Gottardo effettuavano bonifici a favore dello IOR, il quale a sua volta effettuava, tramite la Cisalpine, bonifici di pari importo alla United Trading Company di Panama, la capofila delle varie società estere dell’Ambrosiano; nel secondo, era la Cisalpine a fare bonifici allo IOR, che poi li rigirava sempre alla United <817. Alla base di questi due meccanismi c’era un accordo tra Calvi e Marcinkus per il quale ogni fondo pervenuto dalla Cisalpine allo IOR doveva essere immediatamente girato dalla banca vaticana alla United Trading Company di Panama, la capofila delle varie società estere dell’Ambrosiano, in cambio di una commissione di negoziazione su ogni operazione c.d. back to back di importo variabile tra lo 0,375 e lo 0,25% tra il 1972 e il 1975, che venne ulteriormente ridotta allo 0,625% a partire dal 23 gennaio 1975, per via dell’aumento del numero degli importi che l’Ambrosiano smistava nelle sue diverse operazioni tramite lo IOR <818. Osservando congiuntamente i due tipi di operazione, risultava che la Cisalpine si trovava a essere debitrice e creditrice nei confronti dello IOR, in uno schema che poi venne applicato anche ad altre banche compiacenti.
    In conclusione, a partire dal 1971 lo IOR viene coinvolto come tramite in una serie di operazioni con il Banco Ambrosiano <819, che prevedevano: depositi fiduciari dalla Cisalpine alla Radowal prima e alla United Trading Company, dopo la liquidazione della Radowal al centro dei principali affari con Sindona che Calvi voleva nascondere; depositi fiduciari dalla Banca del Gottardo alla Cisalpine; aperture di credito fatte avendo come garanzia azioni o obbligazione della Compendium, della Manic <820 e della Zitropo; detenzione fiduciaria delle azioni della United Trading Company.
    [NOTE]
    803 Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, p. 187.
    804 Nel 1964, Marcinkus salvò il Pontefice in visita al centro di Roma dalla folla che rischiò di schiacciarlo. Nel 1970, durante un viaggio nelle Filippine, bloccò un pittore armato di coltello che tentò di uccidere Paolo VI. Citato in NUZZI, G. (2009). Vaticano S.P.A., Milano, Chiarelettere, p. 21.
    805 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 176.
    806 Ivi, p. 195.
    807 Citato in Andrea Tornielli, Luciani e Marcinkus, l’incontro-scontro di cui si scrive da 30 anni, La Stampa, 5 luglio 2019
    808 Francesco Antonio Grana, “Papa Luciani avvelenato con il cianuro da Marcinkus”, il racconto del nipote del boss Lucky Luciano in un libro di memorie, Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2019.
    809 Secondo Cornwell, citato da Bellavite Pellegrini (p. 256), il Papa sarebbe morto di morte naturale ma vi furono negligenze gravi, in Vaticano, circa la sottovalutazione di dolori al petto che all’ora di cena il Pontefice avvertiva.
    810 Si veda ALMERIGHI, M. (2015). La borsa di Calvi, Milano, Chiarelettere, pp. 30-35.
    811 Ivi, p. 36. Corsivi nostri.
    812 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 214
    813 Citato in Luca Tescaroli, Rogatoria nel procedimento penale relativo all’omicidio Calvi, 28 novembre 2002, p. 4.
    814 Citato in Calabrò, op. cit., p. 83.
    815 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 295.
    816 Ivi, p. 297.
    817 Ivi, p. 246.
    818 Ivi, pp. 183-184.
    819 Ivi, p. 183.
    820 Stando alla testimonianza di Sindona, riportata dalla Calabrò (op. cit., p. 87), «nella Manic Calvi inserì tutte quelle operazioni che direttamente o indirettamente mi riguardavano. Come si sa, infatti, io avevo un conto denominato “Mani” dalle lettere iniziali dei nomi dei miei figli, Maria Elisa e Nino, conto intrattenuto presso Finabank. Tra “Mani” e “Manic” – aggiunse il finanziere di Patti – c’è solo l’ultima “c” che le differenzia. La “c” potrebbe significare Calvi». La Manic possedeva il 5,24% della Banca del Gottardo e il 6,3% del Banco Ambrosiano, pari al suo pacchetto di controllo. Secondo i giudici Pizzi e Bricchetti, la scelta della denominazione sociale «Manic» deriverebbe invece dalla scomposizione della parte iniziale dei nomi dei dipendenti del Kredietbank Luxembourg: Marie Christie van Mechelen e Nicole Mathie Devos. Come sottolinea la Calabrò, questa ricostruzione però si basa solo sulle dichiarazioni di Angelo De Bernardi, amministratore delegato dell’Ambrosiano Service di Lussemburgo.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  5. Sindona tuttavia non fu il primo maestro di Calvi

    Sindona sopravvalutò se stesso, la sua rete relazionale, la sua abilità su un mercato instabile come quello degli anni ’70 e, preso da delirio di onnipotenza, pensò di poterla fare franca persino di fronte all’omicidio di Giorgio Ambrosoli. La sua tragica fine, accreditata come suicidio dai più <792, ne è la prova esemplare.
    Al di là della variabile psicologica nella personalità di Michele Sindona, che ebbero certamente un peso nella sua vicenda, c’è un punto, segnalato anche dalla sentenza che lo ha condannato all’ergastolo, che vale qui sottolineare, cioè la radicata concezione del potere nella società italiana che aveva fatto propria. Una concezione: «secondo la quale il potere, meramente formale ed apparente, che si fonda sulle leggi e si esercita attraverso le istituzioni pubbliche è destinato fatalmente, in caso di conflitto, a soccombere di fronte a quello, effettivo e reale, che promana da certe condizioni di fatto, quali le amicizie influenti, le complicità, gli appoggi politici che contano, la disponibilità di danaro e le possibilità di ricatto, di corruzione e di intimidazione. Questa concezione essenzialmente mafiosa del potere – nella quale si rinvengono perfino connotazioni ideologiche antistatuali, come è confermato anche dalla evocazione e dalla mobilitazione dei vari poteri illegali ed occulti di Cosa Nostra, di mafia e di massoneria piduista compiute dal Sindona durante il suo finto rapimento – non era priva di un suo torvo realismo» <793.
    Un realismo che Sindona probabilmente aveva fatto proprio sin dalla tesi di laurea su Il Principe di Machiavelli, se arrivò a sbandierare quel suo legame col potere mafioso tanto agli amici che ai nemici, pur negandolo sempre davanti all’opinione pubblica. La sua vicenda è paradigmatica di come contiguità culturali, territoriali e biografiche possano portare un soggetto assolutamente estraneo all’organizzazione ad acquisire quegli schemi cognitivi e comportamentali tipici dell’habitus mafioso. E nonostante questo riuscire a sviluppare un’affinità elettiva immediata con più di un esponente della borghesia milanese, che nel finanziere siciliano trovò un formidabile alleato per arricchirsi speculando ed evitando pure di pagare il dovuto all’erario.
    Il suo riferimento accademico, Milton Friedman, nel 1970 scrisse che l’unica responsabilità sociale di un’impresa è aumentare i propri profitti, nel rispetto delle regole del gioco <794. Ed è questo il punto: Sindona iniziò la sua carriera aderendo perfettamente alle regole del sistema, che lo lasciò crescere e addirittura cercò di trasformarlo in un suo alfiere, come dimostrano i primi idilliaci rapporti d’affari con Cuccia, che una volta rotto col finanziere di Patti puntò sull’ingegnere di Paternò Salvatore Ligresti, che in quanto a spirito speculativo non era da meno. Sindona sarebbe potuto diventare il principe dei mediatori degli interessi tra quell’anima conservatrice-reazionaria della borghesia milanese e il potere mafioso, unite nella speculazione e l’arricchimento facile ai danni dello Stato e del sistema economico: il problema fu che voleva far saltare gli equilibri della finanza italiana, imponendo il suo capitalismo relazionale essenzialmente mafioso, che implicava la polverizzazione di quello imperniato su Mediobanca.
    «La storia, in fondo, è tutta qui», scrisse una volta Marco Vitale, definendo la vicenda Sindona una storia semplice e banale: «è il dilagare del metodo mafioso a tutta la società, la penetrazione progressiva del modello del ricatto, della minaccia, dell’avvertimento» <795. Non qualcosa di così semplice e banale, pensando alla gloriosa storia imprenditoriale che esprimeva la città di Milano.
    Il «cuore» della P2: Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano
    La storia di Roberto Calvi è strettamente legata a quella di Michele Sindona, sebbene poi i destini dei due si separarono una volta caduto in disgrazia il finanziere di Patti, e soprattutto dopo il ricatto ai danni del banchiere milanese di cui abbiamo parlato. Una cosa è certa: il triumvirato Calvi-Sindona-Marcinkus, ufficializzato il 23 marzo 1971 con la fondazione della Cisalpine Overseas Bank, fu l’elemento decisivo per la penetrazione nell’economia milanese dei soldi di Cosa nostra, dando inizio a quel processo di ibridazione a livello di classe dirigente tra habitus milanese e habitus mafioso.
    Calvi, milanese doc la cui famiglia era originaria di Como, presentò subito un’affinità di stile con quel modo di fare finanza tipico dei «siciliani di Milano» e sfruttò come il suo maestro Sindona il legame con il Vaticano, Licio Gelli e, per loro tramite, con il potere mafioso espresso da Cosa Nostra.
    Il sistema di società estere dell’Ambrosiano ideato da Calvi era infatti una versione migliorata di quello ideato da Sindona fondato sui depositi fiduciari. Nel Sistema Calvi, il meccanismo centrale era rappresentato dalle cosiddette operazioni back to back, attraverso le quali il Presidente dell’Ambrosiano effettuava investimenti all’estero senza che ne risultasse chiara evidenza nelle registrazioni contabili, dato che figuravano come un deposito o un prestito a banche terze, estranee al gruppo, anziché un reale finanziamento a società controllate per fini non apertamente dichiarabili, a causa, ad esempio, di restrizioni valutarie o di particolari vincoli imposti dalla Banca d’Italia <796. Sindona tuttavia non fu il primo maestro di Calvi, né fu quest’ultimo a creare il primo nucleo delle partecipazioni estere dell’Ambrosiano, volte ad aggirare i (pochi) vincoli imposti dalla legislazione italiana al mercato finanziario.
    Genesi di un banchiere cattolico
    Roberto Calvi venne assunto al Banco Ambrosiano con decorrenza 1° gennaio 1948, quando aveva appena 27 anni. Nato a Milano il 13 aprile 1920, suo padre Giacomo era un funzionario della COMIT di Raffaele Mattioli e fu decisivo nel suo primo incarico presso la Banca Commerciale, dove venne assunto il 16 ottobre 1943 <797, dopo essersi arruolato al fronte da convinto fascista ed essere tornato dalla disastrosa campagna di Russia. Prima della guerra, fresco del diploma in ragioneria, si era iscritto alla Bocconi, non riprendendo tuttavia più gli studi.
    Sempre il padre fu decisivo nell’assunzione all’Ambrosiano, anche se sul punto esistono due versioni: la prima vede un ruolo di primo piano di Francesco Bianchi, compagno di scuola del padre, nell’altra di Carlo Alessandro Canesi, di cui il giovanissimo Calvi divenne da subito il delfino, incaricato delle prime delicate e discrete operazioni del Banco con l’estero <798. Ad ogni avanzamento di carriera di Canesi, Calvi lo avrebbe seguito, fino alla nomina a direttore generale nel 1971 e a Presidente nel 1975.
    Il 19 settembre 1956 la Allgemeines Treuunternehmen, rappresentata da Walter Keicher, costituì a Vaduz, in Liechtenstein, la Lovelok Establishment, con 20mila franchi svizzeri di capitale. Questa società fu la capostipite di tutte le società estere, ufficiali e occulte, del Banco Ambrosiano sorte tra il 1956 e il 1982. Ufficialmente, Canesi non informò il Consiglio d’amministrazione della sua costituzione, anche se informalmente tutti ne erano a conoscenza <799.
    Le ragioni di questa costituzione furono essenzialmente due: poter operare in maniera occulta sul mercato azionario, senza far risalire ogni manovra direttamente al Banco, e acquisire partecipazione finanziarie in ogni parte del globo, come accadde nel 1963 in occasione della fondazione della Compendium in Lussemburgo e nel 1971 della Cisalpine a Nassau <800. Il primo passo fu la costituzione della Banca del Gottardo attraverso la Lovelok, che poi fu acquisita direttamente nel dicembre 1960 dal Banco Ambrosiano per esportare illegalmente un’ingente quantità di capitali all’estero, business che divenne un tratto distintivo della banca negli anni a venire.
    Insomma, Calvi sfruttò il Banco Ambrosiano per aumentare il proprio potere, ma il primo architetto dell’intricato sistema di relazioni estere non fu lui, ma Canesi, il quale se lo portò dietro nei viaggi all’estero insieme a Italo Signora, incaricato dei “rapporti tradizionali” del settore estero, e lo rese ben presto partecipe di tutti i segreti del Banco <801.
    È in quegli anni di apprendistato che Calvi maturò la sua concezione del potere e della finanza, tutta interna a quella che nel terzo capitolo abbiamo definito l’anima reazionaria-conservatrice della borghesia milanese. Carlo Alessandro Canesi aveva una concezione del potere fondata sull’accentramento di tutte le funzioni: quando divenne finalmente Presidente il 6 marzo 1965, inaugurò un nuovo criterio nella selezione del gruppo dirigente, quello della devozione al capo rispetto all’autonomia personale e di giudizio <802. Sotto questo punto di vista, Roberto Calvi fu un buon discepolo, tanto da arrivare a sommare su di sé non solo la carica di Presidente ma anche di amministratore delegato del Banco Ambrosiano, gestendo come fossero suoi i depositi dei clienti della banca per le spericolate operazioni finanziarie finalizzate ad ottenere maggior potere in seno alla classe dirigente.
    Il disegno iniziale di Calvi, ad ogni modo, era in stretta continuità con i suoi predecessori, Canesi e Mozzana, che fino al 1975 presero parte e avallarono tutte le iniziative finanziarie dell’allora Direttore Generale.
    [NOTE]
    792 Si veda al riguardo, Simoni, Turone, op. cit., p. 73 e ss.
    793 Sentenza n. 20/86 contro Michele Sindona + 25, p. 25.
    794 “Esiste una e una soltanto responsabilità sociale dell’impresa: usare le sue risorse e impegnarsi in attività pensate per aumentare i profitti in una aperta e libera competizione senza inganni o frodi”, cfr FRIEDMAN, M. (1970). The Social Responsibility of Business is to Increase its Profits, The New York Times, 13 settembre.
    795 VITALE, M. (1989). La lunga marcia verso il capitalismo democratico, Milano, il Sole 24 Ore Libri, p. 254
    796 MAUGERI, V. (2004). Consulenza Tecnica Contabile nell’ambito del Procedimento penale n. 13034/95, Tribunale di Roma, p. 6.
    797 Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, p. 84.
    798 Ivi, p. 85.
    799 Ivi, p. 100.
    800 Ivi, p. 101.
    801 Ivi, p. 109.
    802 Ivi, p. 143.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  6. In principio, era il 1960, i rapporti tra il “padrone dei padroni” [Enrico Cuccia] <755, per usare l’espressione di Giorgio Galli, e l’outsider siciliano [Michele Sindona] che si era conquistato le simpatie e l’amicizia di gran parte della borghesia milanese furono quasi idilliaci.
    Iniziò tutto quando Mino Brughera aveva dato a Sindona una procura per i suoi affari: conoscendo la proverbiale prudenza dell’ex-presidente del Credito Italiano, Cuccia, che fino ad allora lo aveva ignorato, mandò a dire all’avvocato di Patti che voleva andare a trovarlo nel suo ufficio in via Turati. «Mai al mondo! Non permetterò che il re della finanza si muova per me. Sarò io ad andare da lui» <756, così dopo pochi giorni varcò il portone della sede di Mediobanca in via Filodrammatici. Il colloquio, cordiale, si concluse con l’impegno di andare a colazione insieme e la volta dopo fu Cuccia ad andare nello studio di Sindona. Quando si trattò di pagare il conto, Cuccia volle a tutti i costi saldarlo lui: «Non accetto mai di rimanere in debito con qualcuno, preferisco essere sempre in credito» <757, sentenziò il patron di Mediobanca e Sindona, che aveva fatto di tutto per assecondarlo, accettò. Salvo poi riflettere sul valore simbolico di quel gesto soprattutto nella comune cultura siciliana e decise di contraccambiare, inviandogli un prezioso libro sulle opere di un pittore russo pubblicato dalla sua casa editrice. Nemmeno 24 ore dopo da via Filodrammatici arrivò un libro altrettanto prezioso <758. E andò avanti così per un po’, con Sindona che risolse anche un problema fiscale alla Fidia, creatura di Cuccia che nei suoi piani avrebbe dovuto diventare un gioiello finanziario di lusso, con partecipazioni selezionate solamente in società in sicura espansione. I due entrarono in società anche nella realizzazione di un complesso turistico-balneare al Lido di Spina, sul litorale di Ferrara <759.
    Il rapporto tra i due si incrinò quando Franco Marinotti propose di cooptare Sindona nel consiglio di amministrazione della SNIA Viscosa, dopo aver ottenuto il beneplacito di Adolfo Tino, Presidente di Mediobanca: Cuccia avrebbe voluto attribuirsi la paternità della nomina, creandosi un credito nei confronti dell’avvocato di Patti, ma Sindona ribatté che c’era già stato il gradimento di Tino, provocando la reazione stizzita del dominus della finanza italiana: «dovresti sapere che in Mediobanca sono solo io a prendere decisioni» <760.
    La rottura si consumò con l’affare CTIP (Compagnia Tecnica Italiana Petroli), una grande società con mille ingegneri specializzati nella progettazione e realizzazione di raffinerie che Sindona aveva rilevato da Moizzi. Cuccia aveva bisogno di una società di impiantistica per la Montecatini e propose a Sindona di cedere la sua CTIP al colosso della chimica. L’affare saltò per contrasti tra i vertici del colosso della chimica e Cuccia, che si era impegnato con Sindona, gli trovò un altro acquirente, la belga Sofina. L’affare andò in porto ma qualche tempo dopo, nel 1965, la Sofina accusò Sindona di aver falsificato i bilanci, che pure erano stati garantiti dalla Reconta, la società di revisione contabile di Mediobanca. Alla fine il finanziere di Patti aveva dovuto restituire parte dei milioni ricevuti dal colosso belga, anche se riuscì a far dichiarare dall’arbitrato di Ginevra che i bilanci da lui presentati non erano stati falsificati ma contenevano soltanto degli errori materiali. Cuccia però non poteva passare sopra alla figuraccia che Sindona gli aveva fatto fare con il potentissimo Andrè Meyer, il banchiere francese patron della Lazard definito il Picasso delle Banche, vicino ai democratici USA, che nell’affare rappresentava la Sofina.
    Da quel momento l’ostilità tra i due fu palese e Cuccia non perse occasione per mettere i bastoni tra le ruote alle mire espansionistiche del rivale, che giocava per soppiantarlo, forte dell’alleanza con la Hambros, la Continental Illinois di Kennedy e lo IOR di Marcinkus <761. Lo scontro tra i due può essere ben rappresentato come una lotta simbolica tutta interna alla classe dominante, in cui Sindona non faceva altro che rappresentare «la versione patologica ma tutt’altro che effimera» <762 di quel capitalismo relazionale di cui Cuccia era il maestro assoluto.
    Alla morte di Franco Marinotti nel 1966, fu Cuccia a convincere il figlio Paolo a non cedere la SNIA Viscosa a Sindona, così come sempre Cuccia, questa volta insieme al governatore della Banca d’Italia Guido Carli e all’intero establishment italiano, a far naufragare parte dell’assalto sindoniano alla finanza italiana nel biennio ’69-’71.
    Nel 1969 Sindona aveva iniziato la scalata al gruppo Pesenti, puntando all’Istituto Bancario Italiano e alla società di assicurazioni Ras, controllate dall’Italcementi attraverso la finanziaria Italmobiliare. Carlo Pesenti, che era parte di quella frazione della borghesia milanese che aveva fatto fortuna non solo per le proprie capacità ma anche per i solidi legami politici, si difese facendo intervenire sul governatore Carli l’allora ministro del tesoro democristiano Emilio Colombo, che costrinse Sindona e Hambro a rivendere a Pesenti le azioni che avevano rastrellato, dando loro però la facoltà di scegliere il prezzo, che fu fissato a 50 miliardi di lire (contro i 35 a cui erano state comprate) <763.
    Negli stessi mesi dell’assalto all’Italcementi, Sindona aveva iniziato a rastrellare anche azioni della Centrale finanziaria generale spa, ex-società elettrica e telefonica che dal 1962 aveva diversificato le proprie partecipazioni industriali, ad esempio partecipando al salvataggio dell’Olivetti nel 1963, insieme alla Fiat, alla Pirelli, all’Imi e a Mediobanca. Nonostante l’opposizione di Cuccia e Carli, questa volta Sindona riuscì a spuntarla, non solo perché, col sostegno degli Hambro, si disse disposto a pagare mille lire in più sulla quotazione fissata per ogni azione (6500 lire), ma soprattutto perché Gianni Agnelli, a cui il sindacato di controllo aveva offerto il pacchetto, rifiutò <764. Nel nuovo cda Sindona nominò, oltre a se stesso, Evelyn de Rothschild, Jocelyn Hambro, Massimo Spada, John McCaffery Jnr (figlio di John), Roberto Calvi e Cesare Merzagora <765. Con l’ex-presidente del Senato e neo-presidente delle Assicurazioni Generali Sindona aveva preso a frequentarsi nel 1967, grazie ai comuni amici McCaffery ed Ettore Lolli, all’epoca presidente della Ras <766: Merzagora riteneva Sindona la figura adatta per contrastare l’espansionismo dello Stato in economia <767.
    L’epilogo non fu quello sperato nel caso della Banca Nazionale dell’Agricoltura, il principale istituto privato di credito italiano che, con una rete di sportelli diffusa in tutta la penisola e con depositi dieci volte superiori a quelli della Privata e dell’Unione messe insieme, sarebbe potuta diventare la colonna portante del futuro impero sindoniano: Cuccia, alla testa dell’intero establishment economico-finanziario italiano, fece sfumare il sogno di Sindona sia in questa, che nell’OPA Bastogi <768, che il finanziere di Patti lanciò formalmente il 13 settembre 1971. Sacrificando l’indipendenza della Montedison dalla borghesia di Stato e favorendo, come abbiamo visto, l’ascesa di Eugenio Cefis, Cuccia ottenne anche un risultato prezioso a livello internazionale: la definitiva uscita di scena dal mercato italiano della Hambros, che all’ennesima sconfitta portò a capo della banca Charles Hambro, cugino di Jocelyn, che decise di disfare l’impero di partecipazioni estere della banca londinese <769, abbandonando Sindona e rivendendo tanto le sue quote nella Centrale, riacquistate da Roberto Calvi, che della Generale Immobiliare, riacquistate da Sindona <770. Nella guerra finanziaria internazionale che vedeva André Meyer da un lato e la maggioranza delle banche di investimento americane dall’altra (Hambros, Lehman Brothers, la Continental e altre), Cuccia metteva a segno per il suo nume tutelare patron della Lazard un colpo straordinario nella lotta simbolica ai vertici della classe dominante del capitalismo finanziario internazionale.
    [NOTE]
    755 GALLI, G. (1995). Il Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano, Milano, Garzanti.
    756 Ivi, p. 58.
    757 Ibidem.
    758 Ibidem.
    759 Ivi, p. 59.
    760 Galli, op. cit., p. 119
    761 Sul punto, si veda Galli, op. cit., p. 119 e Magnani, op. cit., p. 37 e ss.
    762 Magnani, op.cit., p. 4.
    763 A causa dell’esborso imprevisto, Pesenti fu costretto a liberarsi di diverse attività industriali, tra cui la Lancia, in perdita di 40 miliardi di lire, che fu ricomprata dalla Fiat per 1 lira ad azione. Secondo molti testimoni dell’epoca, i soldi per pagare Sindona furono prelevati direttamente dai depositi dell’IBI, violando la legge bancaria, esattamente come avrebbe fatto il finanziere di Patti anni dopo. In questo caso però l’establishment chiuse un occhio. Cfr Panerai, De Luca, op. cit., p. 75.
    764 Panerai, De Luca, op. cit., p. 122.
    765 Magnani, op. cit., p. 48.
    766 Lolli era a capo del sindacato di controllo della Centrale, quando arrivò l’offerta di Sindona.
    767 Magnani, op. cit., p. 48.
    768 Come ricorda Magnani, fu la prima volta che venne lanciata un’Offerta Pubblica di Acquisto, cosa abituale negli USA e in Gran Bretagna ma per nulla apprezzata in Italia, dove le maggiori operazioni venivano quasi sempre concordate in ristretti circoli finanziari a danno dei piccoli azionisti. Dalla parte di Sindona si schierarono quindi il Corriere della Sera, La Stampa, l’Espresso, il Mondo e Cesare Merzagora, che vedevano in questo elemento di novità un modo per normalizzare il sistema finanziario italiano, smuovendolo dalla palude del capitalismo relazionale di Cuccia. Oltre alla Hambros, Sindona era sostenuto dalla Continental Illinois, dalla Paribas e dalla Comit, nonché dallo IOR di Marcinkus. In maniera occulta, il finanziere di Patti era sostenuto anche dal Banco Ambrosiano, guidato da Roberto Calvi, e dalla compagna di tante speculazioni, Anna Bonomi.
    769 Panerai, De Luca, op. cit., p. 139.
    770 Magnani, op. cit., p. 53.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  7. Il 1960 non è solo l’anno in cui Sindona divenne banchiere, acquisendo il controllo della Privata Finanziaria, ma è anche quello in cui entrò in strettissimi legami con gli Hambro, i banchieri inglesi che da 100 anni facevano affari in Italia, sin da quel primo prestito di 4 milioni di sterline a un tasso del 5% al Regno di Sardegna impegnato con Cavour a riunificare il Belpaese <713.
    A introdurre Sindona alla corte degli Hambro fu Franco Marinotti, che gli presentò John McCaffery, uomo d’affari scozzese di origine inglese, fervente cattolico anti-comunista che durante la seconda guerra mondiale era stato membro del SOE (Special Operations Executive), il servizio segreto britannico che da Berna teneva i contatti con i movimenti di liberazione anti-nazisti in tutta Europa. Proprio nel SOE McCaffery aveva conosciuto Jocelyn Hambro, presidente della Hambros, e dopo la guerra ne era divenuto il rappresentante degli affari per l’Italia e la Svizzera <714. Cittadino onorario di Milano per il suo lavoro durante la Resistenza, McCaffery sviluppò da subito un’affinità elettiva particolare con Sindona, con il quale condivideva non solo il giudizio sull’arretratezza e il provincialismo della classe dirigente della finanza italiana, ma anche un anticomunismo viscerale: lo presentò quindi a Jocelyn Hambro, che aveva intenzione di usare Sindona per insidiare il monopolio di Mediobanca come merchant bank italiana.
    Così, quando lo IOR dovette rivendere la sua quota nella CO.FI.NA. a Sindona, prima che Spada si dimettesse da capo esecutivo della banca vaticana, gli Hambro accettarono di diventare soci di Sindona, rilevando il 24,5% della Privata Finanziaria.
    L’alleanza con una delle banche d’affari più importanti del mondo non bastava tuttavia al neobanchiere di Patti: «Perché le mie operazioni abbiano una dimensione davvero internazionale, ho bisogno di avere per alleato anche una banca americana», andava ripetendo all’oramai factotum Dan Porco <715.
    Il quale, a due anni dall’intesa con gli Hambro, gli procurò un canale privilegiato con David Kennedy, presidente della Continental Illinois Bank e futuro segretario del Tesoro di Richard Nixon, in quel momento avvocato consulente della Banca e candidato repubblicano sconfitto dal ben più celebre John F. Kennedy, con il quale il presidente della Continental non era imparentato <716. Sindona, con il consenso degli Hambro, cedette il 24,5% della Finanziaria alla Continental, ricevendone in cambio azioni della banca americana. Non fu l’unico vantaggio che il finanziere di Patti guadagnò: David Kennedy era amico e concittadino di Paul Marcinkus <717, in quel momento porporato americano destinato però a diventare Presidente dello IOR. I due si conobbero in occasione del battesimo di Davide Antonucci, figlio di Mark <718, officiato da Marcinkus con Sindona in veste di padrino.
    Tra paradisi fiscali e Wall Street
    La conquista del primo sportello in Svizzera da parte di Sindona fu merito dell’Avvocato Tito Carnelutti <719, che col suo studio fu per lungo tempo crocevia tra il mondo dell’imprenditoria e il potere romano <720. Fu grazie a lui infatti che riuscì a mettere le mani sulla Finabank di Ginevra, un piccolo ma attrezzato istituto di credito fondato da un gruppo di italiani, gli stessi ce avevano dato vita al Credito Lombardo e nel quale possedeva una partecipazione di circa il 20% il Vaticano <721.
    Fedele alla massima «le società si comprano e si vendono, le banche si comprano e si tengono» <722, Sindona divenne proprietario prima della Banca di Messina, un istituto con pochi depositi ma con una rete di 17 sportelli in tutta la provincia, poi rilevò come abbiamo visto nel 1968 la quota di controllo della Banca Unione dai Feltrinelli, con una campagna per accaparrarsi nuovi depositi con cui si inimicò ulteriormente il gotha bancario italiano <723, e infine, su richiesta del governatore della Banca d’Italia Guido Carli, il Credito Commerciale e Industriale, sull’orlo del fallimento, che gli permise di avere uno sportello della Finanziaria a Roma. In quest’ultimo caso, Sindona non sborsò nemmeno una lira per risanare i conti della sua nuova banca, poiché fu la Banca d’Italia a ripianarlo con una complessa procedura che, su consiglio degli stessi uffici di Carli, venne occultata dai bilanci della Privata Finanziaria <724.
    Nel mentre Sindona apriva società in molteplici paradisi fiscali: accanto alla Fasco AG <725 aperta in Liechtenstein già nel 1950, Sindona creò una serie di scatole vuole nel principato, pronte per essere riempite con le aziende che via via riusciva a comprare in Italia e negli USA. A Panama creò la Arana holding; alle Isole Caymans l’Edilcentro Sviluppo International e la Società Generale Immobiliare Banking Corporation; alle Bahamas l’Edilcentro International; in Liberia la Generale Immobiliare International Company; in Lussemburgo la Fasco International, che sarebbe servita per controllare le statunitensi Franklin National Bank e Talcott National Corporation, e la Fasco Europe, alla quale prima del crollo aveva girato i pacchetti azionari di controllo delle banche italiane <726. L’elenco potrebbe continuare all’infinito: la tecnica di Sindona stava proprio nel creare dietro a ogni società, un’altra collegata a tutte le altre da altri complicati intrecci finanziari.
    Con questa macchina da guerra di banche e società finanziarie, Sindona a metà degli anni ’60 era pronto per il suo primo assalto nel mondo finanziario internazionale, che ebbe come obiettivo la McNeill & Libby di Chicago, un gigante dell’alimentare specializzato in cibi in scatola e surgelati di cui il finanziere di Patti aveva sentito parlare sin dai tempi del suo primo impiego alla Busurgi in Sicilia. Con un azionariato frammentato, l’azienda sarebbe stata una facile preda. Lo fu ancora di più quando Sindona seppe che il presidente francese Charles De Gaulle, attraverso una delle più prestigiose banche d’Europa, la Banque de Paris e des Pays Bas (nota ai più come Paribas) era interessato a far diventare francese la Libby che stava costruendo uno stabilimento nel sud della Francia, in un’ottica geopolitica volta a frenare lo “sbarco degli americani” sul suolo francese. Attraverso Raffaele Mattioli e Carlo Bombieri, rispettivamente presidente e amministratore delegato della COMIT, Sindona riuscì ad accordarsi coi francesi per lanciare al 50% un’offerta pubblica di acquisto (tender, negli USA) sul 20% delle azioni, che ebbe un successo tale che la Nestlè, che aveva una quota della Libby, chiese di poter entrare nel sindacato di controllo della società, finché, per contrasti interni alle politiche di sviluppo dell’azienda, sia Paribas che Sindona uscirono dalla società rivendendo i propri pacchetti al colosso svizzero.
    Al di là del sostanzioso guadagno economico, Sindona ne guadagnava ancora una volta in capitale sociale ma soprattutto in capitale simbolico, ottenendo alla fine del 1964 ben due colonne con tanto di foto dal settimanale Time per elogiarne l’intraprendenza sul mercato; Business Week lo definì un «super dinamico operatore del mondo degli affari, il banchiere che molti considerano il più geniale finanziere italiano del dopoguerra»; il Fortune si spinse oltre, decretandolo «uno dei più geniali uomini d’affari del mondo» <727. Fu la definitiva consacrazione nell’olimpo della finanza internazionale.
    [NOTE]
    713 De Luca, Panerai, p. 37.
    714 Ivi, p. 38.
    715 Ivi, p. 41.
    716 Scrive Lombard, a p. 43 del suo libro, che non solo David Kennedy «non fa parte del “clan Kennedy” ma che se ne differenzia come un trafficante di Chicago se ne differenzia da un rampollo della borghesia snob di Boston».
    717 Simoni, Turone, op. cit., p. 36
    718 Legato ai servizi segreti americani, Antonucci fu uno dei pochi partner fedeli nell’avventura finanziaria di Sindona, divenendo suo socio in molteplici finanziarie, alcune delle quali, come la Securmark, utilizzate per finanziare in maniera illecita la Democrazia Cristiana. Si veda in proposito, Lombard, op. cit., pp. 44-45. Antonucci fu anche l’inventore del Domopak, di cui aprì il suo stabilimento a Frosinone coi fondi della Cassa per il Mezzogiorno.
    719 Panerai, De Luca, op. cit., p. 41.
    720 Oltre a Sindona, seguì anche Roberto Calvi, nonché alcune delle famiglie romane più blasonate come i Lefebvre d’Ovidio (citato in Fabio Tamburini, L’avvocato del Paradiso, la Repubblica, 24 novembre 1997). Carnelutti fu anche alla base della soffiata al Cardinale Di Jorio, Presidente dello IOR, sull’acquisto da parte di Spada per conto dell’Istituto delle azioni della CO.FI.NA., del quale non era stato informato. Per questo Spada fu costretto a lasciare il suo ruolo di capo esecutivo, pur restando nel cda della Finanziaria, rivendendo il pacchetto vaticano a Sindona e a Marinotti. Alla base della “vendetta” di Carnelutti fu la sua espulsione dal capitale della Finabank e della Finanziaria orchestrata da Sindona.
    721 Panerai, De Luca, op. cit., p. 42.
    722 Ivi, p. 43.
    723 Sindona aveva definito classista l’atteggiamento dei banchieri italiani, che snobbavano quelle categorie di lavoratori con modesti redditi, incaricando Ugo De Luca, direttore generale dell’Unione, di promuovere una serie di conferenze e incontri periodici con i lavoratori per insegnare loro a usare assegni e a depositare i propri risparmi in banca; non solo, offriva il 2% in più di interesse rispetto a tutte le altre banche, che avevano fatto cartello. In più, De Luca andò a fare incetta di depositanti tra i dipendenti delle aziende di Sindona, ai quali rifilava poi le azioni delle società in cui lavoravano, facendo schizzare le quotazioni e alimentando il mito di Sindona genio del mercato azionario. Paradigmatico il caso della Pacchetti, azienda conciaria rilevata nel 1966 il cui titolo balzò in pochi mesi da 250 lire a quasi 1000 lire per azione. Cfr De Luca, Panerai, op. cit., pp. 44-47.
    724 L’istituto di Via Nazionale anticipò il denaro a Sindona, prestandolo a un tasso bassissimo, vicino all’1%, denaro con il quale la Privata acquistò buoni del Tesoro con rendimento al 10%. Con la differenza fra l’1% del denaro preso a prestito e il 10% che avrebbe incassato, la Privata fu in grado di coprire, senza rimetterci una lira, il deficit del Credito. Cfr De Luca, Panerai, op. cit., p. 47.
    725 La sigla AG sta per Anstalt, una tipologia societaria domiciliare tipica del Liechtenstein a metà tra la fondazione e la corporazione che non ha azionisti, il cui consiglio di amministrazione può ridursi ad una sola persona che per legge deve risiedere nel principato. Le Anstalt non presentano bilanci ma pagano una tassa fissa annua dello 0,1 % sul capitale e ai proprietari è garantito l’anonimato. Cfr. De Luca, Panerai, op. cit., p. 49.
    726 Ivi, p. 50.
    727 Simoni, Turone, op. cit., p. 36.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  8. Nella teoria schumpeteriana dell’innovazione, la figura chiave dello sviluppo economico, il suo motore, è l’imprenditore con la sua capacità di introdurre una nuova funzione di produzione, animato da un insieme di motivazioni razionali e irrazionali <679, tra le quali spiccano la volontà di conquista, l’impulso di lotta e il desiderio di ottenere successo in quanto tale. Un altro punto che è qui utile richiamare è che «le innovazioni in genere sono sempre associate con l’ascesa al potere di uomini nuovi» <680.
    Michele Sindona senza dubbio appartiene a quella schiera di uomini nuovi del capitalismo italiano che conquistarono successo e ricchezza negli anni cruciali del boom economico e ha avuto ragione Marco Magnani <681 a definire la sua vicenda personale come una biografia degli anni ’70. E benché non sia previsto un ruolo nell’innovazione nella teoria di Schumpeter per il capitalista finanziere se non come fornitore di credito all’imprenditore, è indubbio che nel suo campo fu un innovatore, sapendo cogliere tutte le opportunità di guadagno che il sistema seppe dargli e mettendo a frutto le sue innegabili doti e intelligenza per appagare quell’insaziabile smania di affermazione che lo contraddistinse per tutta la vita. Nell’antica Grecia, le vicende come la sua venivano raccontate nei miti e nelle tragedie per mettere in guardia i cittadini dall’ὕβϱις (hýbris), il più mortale dei peccati che tendeva a manifestarsi in un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze che portava un individuo a sfidare le leggi di natura degli dei e quindi presto o tardi incappava nella loro vendetta, direttamente con la νέμεσις (némesis, la giustizia divina) oppure attraverso la condanna delle leggi degli uomini.
    La spregiudicatezza di Sindona, del resto, «si inseriva ottimamente nel contesto economico e finanziario italiano culminato nel miracolo economico» <682, dove nacque più di un’avventura imprenditoriale incardinata su «percorsi di arricchimento individuale al margine dell’illegalità» fondati sulla «collusione col potere politico» <683 come tanto il cinema che la letteratura si incaricarono di mostrare in quegli anni <684.
    Come scrisse Guido Carli <685, la fortuna di Sindona nacque proprio in quei primi anni Sessanta, quando le nazionalizzazioni e l’ingerenza dello Stato nell’economia avevano infranto le speranze della sua generazione fattasi classe dirigente, con la conseguenza di portare molte famiglie industriali storiche a cedere le proprie aziende e a vivere di rendita. Come Virgillito prima di lui, Sindona capì e seppe sfruttare quel momento storico per fare il salto di qualità in un sistema bancario e finanziario opaco e poco regolato come quello italiano.
    Era imprevedibile quello che sarebbe accaduto? Assolutamente no, se è vero che un economista e consulente d’impresa del calibro di Marco Vitale si affrettò a chiudere il suo conto presso la Banca Unione, il giorno stesso in cui lesse la notizia della vendita a Sindona <686: «Io allora non sospettavo minimamente che fosse colluso con la mafia», racconta, «si capiva però benissimo che era un truffatore e quindi che avrebbe prodotto disastri» <687.
    La passione per l’azzardo: i primi anni e l’arrivo a Milano
    Quando nacque, l’8 maggio 1920, Sindona prese il nome del nonno, principale commerciante di ferramenta di Patti, ridente cittadina in provincia di Messina affacciata sulle Eolie, con alle spalle il più bel teatro greco che si conservi al mondo. Tuttavia, l’attività di famiglia era andata in crisi: il nonno, benestante quanto basta per esser riverito per le strade del paese, aveva prestato denaro senza curarsi delle garanzie a molti suoi compaesani, che non erano stati in grado di ripagarlo. A cercare di risollevare le sorti della famiglia ci provò il padre Antonino, così chiamato in omaggio a Sant’Antonio di Padova, al quale i Sindona erano devoti. Il 1929 e la Grande Crisi li gettarono però definitivamente sul lastrico. A soli dieci anni, quindi, Michele Sindona si ritrovò in una famiglia decaduta che, nonostante tutto, riusciva a mantenere un decoro esteriore e continuava a frequentare l’unico circolo del paese, il Principe di Napoli, dove Sindona apprese dal padre la passione per il poker e il gioco d’azzardo, qualità del suo carattere che avrebbe contribuito parecchio alle sue fortune successive così come alla sua caduta <688. Aver sperimentato in così giovane età il declino economico contribuì sicuramente a plasmare il suo habitus primario e fu probabilmente alla base di quello spasmodico desiderio di successo alla base tanto della sua intraprendenza che della sua spregiudicatezza.
    Nel 1943, con gli americani in giro per la Sicilia liberata, iniziò il suo primo business: affittò col fratello Enio un furgone con autista e ogni giorno col fratello e qualche amico scambiava quintali di agrumi con quintali di grano, che andava a prendere nell’entroterra, a Racalmuto, paese natale di Sciascia ma anche di Baldassarre Tinebra, uomo d’onore nominato sindaco dagli alleati su indicazione di don Calogero Vizzini <689. Insomma, sin dal suo primo affare Sindona fu aiutato da due categorie di persone destinate a contare molto nella sua inarrestabile ascesa: gli americani e i mafiosi. L’esperienza non fu fondamentale solo perché ci guadagnò parecchio ma anche perché imparò le sue prime parole di inglese nelle trattative ai vari posti di blocco alleati lungo la strada che dall’entroterra portava a Patti, con i quali riusciva a convincere i soldati alleati della regolarità dei suoi trasporti, nonostante il proibizionismo imposto proprio dall’AMGOT <690. Finito il business del grano, si fece assumere come impiegato alla Busurgi, azienda che produceva ed esportava anche all’estero estratti di limoni, arance e mandarini: fu in questo periodo che acquisì le conoscenze su come mandare avanti un’azienda, ritrovandosi a fare di tutto, anche l’autista, e alla fine in pochi mesi ne divenne il direttore di fatto <691.
    La Sicilia, tuttavia, iniziò a stargli stretta e dopo la laurea in legge, un lavoro all’ufficio delle imposte e l’apertura di un affermato studio di consulenza con l’amico Antonio Alessandro con cui era tornato saldamente ai vertici della società bene messinese, nel 1946 decise di trasferirsi nella Milano costellata di macerie ripartendo da zero, fiutando che nella capitale morale l’economia sarebbe ripartita prima che altrove.
    A Milano non conosceva nessuno, aveva solo un lontano cugino, ma il Nord era terra di conquista ed era convinto di farcela, grazie ai trucchi imparati all’ufficio delle imposte e ad alcune lettere di presentazione. Iniziò a farsi conoscere scrivendo una serie di articoli su «Il Commercio lombardo», organo ufficiale dell’Unione commercianti, grazie al suo presidente Giuseppe Colombo, anche lui siciliano, che lo raccomandò alle associazioni professionali per le loro pratiche fiscali <692, a dimostrazione di quanto sia stato decisiva anche per Sindona la compaesanità. Associato allo studio del commercialista Raul Baisi, quest’ultimo avrebbe raccontato in seguito sui primi anni di Sindona a Milano:
    «Era una macchina. Sempre in movimento. Sempre pronto a lanciarsi in nuove esperienze. Un uomo assetato di novità, di cui aveva bisogno come l’aria che respira. Ma soprattutto aveva una dote che lo distingueva da tutti noi: la rapidità di esecuzione. Riusciva a fare tutto e bene nella metà del tempo normalmente necessario. Perfino al ristorante sapeva scegliere prima degli altri. Nessuno si era ancora orientato sul menu che lui aveva già scelto e finiva inevitabilmente per imporre i suoi gusti anche agli altri. Gli ospiti rimanevano a bocca aperta. Lui giocava sempre d’anticipo e non gli dava neppure il tempo per pensare» <693.
    Leggendo queste parole non può non venire in mente quanto scritto da Bauman sull’individuo della modernità liquida: Sindona risulta essere un precursore anche in questa sete di novità e capacità di giocare sempre d’anticipo, battendo tutti gli altri sul tempo. E d’anticipo in effetti giocò anche nella professione, specializzandosi nell’imposta patrimoniale, la tassa che il governo aveva introdotto soprattutto sui patrimoni immobiliari sopravvissuti alla guerra: Baisi cominciò a passare tutte le pratiche relative alle tasse a Sindona per via della sua rapidità nel risolverle e con le pratiche passarono anche molte delle amicizie importanti che avrebbero avuto un peso volontariamente o involontariamente nell’ascesa e nel crollo del finanziere siciliano <694, come il costruttore Gianni Trotta e l’immobiliarista e finanziere Anna Bonomi Bolchini <695, creandosi quel primo nucleo di capitale sociale che lo rese autonomo da Baisi e lo portò ad aprire un suo studio professionale che, come ricorda Magnani <696, in quella commistione tra patrimoni familiari e aziendali che fu sempre un tratto distintivo del capitalismo milanese, diventava un luogo cruciale di mediazione per gli affari degli imprenditori.
    In una Milano in ricostruzione ma già caparbiamente convinta che il primo nemico da combattere fosse il fisco, la fama professionale di Sindona crebbe a dismisura nel giro di pochi anni: aveva offerto ai borghesi milanesi la protezione di cui sentivano da sempre il bisogno, la tutela dei propri patrimoni dalle tasse dello Stato centrale. Più tardi, il finanziere di Patti avrebbe offerto ai capitali che avevano varcato clandestinamente la frontiera tra il 1964 e il 1968 per paura del comunismo di poter rientrare lecitamente in patria grazie al suo sistema di banche tra Svizzera, Germania, Stati Uniti e Italia <697.
    [NOTE]
    679 Martinelli, Economia e Società, p. 79
    680 Schumpeter, Il processo capitalistico, p. 122
    681 MAGNANI, M. (2016). Sindona. Biografia degli anni Settanta, Torino, Einaudi.
    682 Magnani, op.cit., p. 19.
    683 CRAINZ, G. (2005). Storia del miracolo italiano, Roma, Donzelli editore, p. 145.
    684 Sul fronte cinematografico, i film di Dino Risi come Una vita difficile (1961), Il Sorpasso (192), Il Successo (1963), Il boom (1963) di Vittorio De Sica; in ambito letterario, La speculazione edilizia (1963) di Italo Calvino. Per approfondire, si veda sempre Crainz, op.cit., nel paragrafo 6, Consumi.
    685 CARLI, G. (1993). Cinquant’anni di vita italiana, Roma-Bari, Laterza, p. 322, citato in Magnani, op. cit., p. 40.
    686 VITALE, M. (1989). La lunga marcia verso il capitalismo democratico, Milano, il Sole 24 Ore Libri, p. 165.
    687 Marco Vitale, Intervista all’autore, 11 febbraio 2021.
    688 DE LUCA, M., PANERAI, P. (1975). Il Crack. Sindona, la Dc, il Vaticano e gli altri amici, Milano, Mondadori, pp. 11-12
    689 Si veda in proposito LOMBARD (1980). Soldi truccati. I segreti del sistema Sindona, Milano, Feltrinelli, p. 37; SIMONI, G., TURONE, G. (2011). Il Caffè di Sindona, Milano, Garzanti, p. 34. Simoni e Turone riportano anche la voce di una raccomandazione da parte di Lucky Luciano per ottenere il via libera dagli americani, ma senza offrire una solida base documentale al riguardo.
    690 De Luca, Panerai, op. cit., p. 18.
    691 Ivi, p. 19
    692 Magnani, op. cit., p. 25
    693 De Luca, Panerai, op. cit., p. 21.
    694 Ivi, p. 25
    695 Anna Bonomi Bolchini, passata alla storia come Lady Finanza, era a capo di un impero immobiliare ereditato dal padre, che poi estese allacciando relazioni tanto con Raffaele Mattioli, patron della COMIT, che con Michele Sindona, suo consulente e poi socio in affari. Costruì il Pirellone e la prima città satellite del capoluogo lombardo, Milan San Felice. Ugo La Malfa la indicò tra i cinque golpisti della Borsa insieme allo stesso Sindona, Roberto Calvi (che la coinvolgerà nelle trame della P2), Eugenio Cefis e Carlo Pesenti.
    696 Magnani, op. cit., p. 25
    697 De Luca, Panerai, op. cit., p. 22
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  9. «A Torino i meridionali come dirigenti Fiat non esistono, qualche romano al massimo come Romiti o Mattioli. Milano è più accogliente», scrisse una volta Giorgio Bocca <672. E in effetti nella capitale morale sono stati molti i meridionali a trovarsi in posti di rilievo, sin dagli anni della semina mafiosa di Adonis: Enrico Cuccia, romano di origini siciliane, fu a capo della Montedison, creata per lui da Raffaele Mattioli, patron abruzzese della COMIT, mentre la Borsa era dominata dal siciliano Michelangelo Virgillito, originario di Paternò, il quale aveva scalzato i grandi borsari milanesi degli anni ’50, gli industriali Giulio Brusadelli e Giulio Riva (padre del bancarottiere ed ex-patron del Milan Felice).
    Di Cuccia si è già parlato, sottolineandone il ruolo decisivo nella scalata alla Montedison di Eugenio Cefis, campione della borghesia di Stato, che impresse un primo decisivo colpo alla tradizionale egemonia ambrosiana nell’economia nazionale. Come vedremo, però, il grande regista di Mediobanca fu decisivo anche nella carriera di Salvatore Ligresti, tanto nell’ascesa che nella ripresa dopo la rovinosa caduta degli anni ’90: con l’immobiliarista di Paternò Cuccia sviluppò da subito un’affinità elettiva particolare, probabilmente per via della sua sicilianità, come confessò lo stesso Ligresti anni dopo; affinità che non ebbe con un altro siciliano, Sindona, i cui progetti di egemonia contrastò al prezzo di imporre Cefis alla Montedison. Cuccia ebbe quindi un ruolo nel promuovere e nel rendere egemoni nel campo economico quegli imprenditori espressione del nuovo spirito speculativo che si impose in città a partire dagli anni ’80, che poi diedero vita a diversi «ecosistemi parassitici» e «formazioni predatorie». Non era cresciuto in Sicilia, ma doveva aver ben assimilato determinati schemi cognitivi e comportamentali se alla domanda del perché avesse taciuto sul proposito di Sindona di eliminare l’Avvocato Ambrosoli rispose «il silenzio è la difesa migliore» <673.
    A Michelangelo Virgillito è legato invece il primo grande ciclo negativo della storia di Piazza Affari, per via del crack del suo impero negli anni ’60. A conferma del peso decisivo dei siciliani nella finanza meneghina, dopo di lui il secondo grande ciclo negativo degli anni ’70 è legato al crack Sindona, mentre il terzo degli anni ’80 fu determinato da un milanese doc come Roberto Calvi, in affari però tanto con Sindona che con altri siciliani, mafiosi e piduisti. Nel secondo dopoguerra, insomma, due cicli negativi della Borsa su tre dipesero dalla spregiudicatezza negli affari di due siciliani <674.
    [NOTE]
    672 BOCCA, G. (1993). Metropolis. Milano nella tempesta italiana, Milano, Mondadori. Per un efficace e sintetica ricostruzione storica dell’atteggiamento dei milanesi e dei torinesi verso l’immigrazione dal sud, si veda FOOT, J. (2010). “Razzismo e Italia. Migrazioni interne, migrazioni dall’estero, storia e memoria”, in Contemporanea, gennaio 2010, Vol. 13, No. 1, pp. 143-150.
    673 Citato in STAJANO, C. (1991). Un eroe borghese, Torino, Einaudi, p. 209. Alla morte di Cuccia, il suo legale, l’Avvocato Alberto Crespi, riferì in un’intervista sul Corriere del 30 giugno 2000 di essere stato inviato dal suo cliente nel 1979 dai magistrati Ovidio Urbisci e Guido Viola per avvertirli del pericolo che correva Ambrosoli; il patron di Mediobanca avrebbe mentito in Corte d’Assise nel 1985 per proteggere i suoi figli, già minacciati di morte, consapevole in cuor suo di aver fatto il suo dovere di “cittadino”. Tuttavia, ciò non cambia il tenore delle sue dichiarazioni sul silenzio come miglior arma di difesa, rispetto alle minacce di morte ricevute da Sindona e i suoi sodali mafiosi.
    674 Cit. Giuseppe Turani, Ligresti, maestro del basso profilo, la Repubblica, 26 gennaio 1986.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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