Censura e libertà d’informazione: storia, media e social network
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ToggleLa censura accompagna la storia dell’informazione, della letteratura, dell’arte e della politica da secoli.
Libri proibiti, giornali sequestrati, opere teatrali vietate, programmi radiofonici controllati, musicisti ostacolati e, più recentemente, post rimossi e account sospesi appartengono però a situazioni molto differenti.
Non ogni limitazione della possibilità di comunicare è automaticamente censura.
E non ogni forma di moderazione di un contenuto equivale alla censura esercitata da uno Stato.
Comprendere queste differenze è fondamentale per discutere seriamente di libertà d’informazione e libertà di espressione.
Nella Costituzione italiana il punto di partenza è l’articolo 21:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Lo stesso articolo stabilisce inoltre che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure, pur prevedendo specifici casi e procedure per il sequestro.
A livello europeo, l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela non soltanto il diritto di esprimere opinioni, ma anche quello di ricevere e comunicare informazioni e idee. La libertà di espressione non è tuttavia assoluta: eventuali restrizioni devono essere previste dalla legge, perseguire finalità legittime e risultare necessarie in una società democratica.
Questo articolo fa parte del percorso di Magozine dedicato alla controinformazione, ai media indipendenti e alla verifica delle fonti.
Censura: significato
Nel significato più immediato, la censura consiste nel controllo o nella soppressione della circolazione di idee, informazioni o opere da parte di un’autorità.
Storicamente è stata esercitata soprattutto dallo Stato, dalle autorità religiose e da altre istituzioni dotate del potere necessario per impedire la pubblicazione o la diffusione di determinati contenuti.
La forma più evidente è la censura preventiva.
Un libro, un giornale, un film o uno spettacolo devono essere approvati prima di poter raggiungere il pubblico.
Esistono però anche forme successive di controllo: sequestri, divieti di distribuzione, chiusura di giornali, revoca delle autorizzazioni, persecuzione degli autori.
La censura può quindi agire sia prima che un contenuto venga pubblicato sia dopo la sua diffusione.
Libertà di espressione e libertà d’informazione
Libertà di espressione e libertà d’informazione sono strettamente collegate, ma non completamente identiche.
La prima riguarda il diritto di esprimere e comunicare idee e opinioni.
La seconda riguarda anche la possibilità di cercare, ricevere e diffondere informazioni.
Per questo la libertà dei media assume una funzione particolare.
Il Consiglio d’Europa considera la libertà di espressione una delle basi di una società democratica e pluralista e attribuisce ai media un ruolo fondamentale nella ricerca, verifica e diffusione delle informazioni.
Una società nella quale formalmente tutti possono parlare, ma nella quale le informazioni necessarie per valutare le decisioni pubbliche sono inaccessibili o fortemente controllate, presenta comunque un problema di libertà informativa.
La libertà di espressione non è illimitata
Difendere la libertà d’espressione non significa sostenere che qualsiasi contenuto debba poter circolare senza alcuna regola.
Lo stesso articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo ammette limitazioni previste dalla legge quando siano necessarie, tra l’altro, per la sicurezza pubblica, la prevenzione dei reati, la tutela della salute, della reputazione e dei diritti altrui o per impedire la divulgazione di informazioni riservate.
Il problema centrale diventa quindi quello della proporzionalità.
Non basta affermare che una restrizione serve a proteggere un interesse legittimo.
Bisogna domandarsi se sia realmente necessaria e se non vada oltre ciò che serve per raggiungere quell’obiettivo.
È qui che libertà di espressione, tutela dei diritti e potere di limitare la comunicazione entrano continuamente in tensione.
Censura e potere
La censura diventa particolarmente importante quando il soggetto che può limitare l’informazione coincide con il soggetto che quell’informazione dovrebbe poter criticare.
Un governo che controlla ciò che può essere pubblicato sul proprio operato dispone evidentemente di un vantaggio enorme.
Per questo la libertà di stampa non riguarda soltanto i giornalisti.
Riguarda la possibilità dei cittadini di conoscere decisioni pubbliche, contestare chi governa, discutere informazioni scomode e confrontare versioni differenti degli avvenimenti.
Il rapporto tra censura e controinformazione nasce proprio qui.
Quando alcuni canali vengono controllati o chiusi, spesso si sviluppano forme alternative di circolazione delle informazioni: stampa clandestina, volantini, radio indipendenti, editoria sotterranea e successivamente reti digitali.
Una lunga storia di libri proibiti
Uno dei terreni storici più importanti della censura è stato il libro.
La diffusione della stampa aumentò enormemente la possibilità di far circolare idee religiose, filosofiche e politiche.
Aumentò contemporaneamente l’interesse delle autorità verso il loro controllo.
La storia europea è attraversata da elenchi di opere proibite, autorizzazioni preventive, sequestri e persecuzioni di autori ed editori.
Uno degli esempi più conosciuti è l’Indice dei libri proibiti della Chiesa cattolica.
Su Magozine abbiamo ricostruito questa esperienza nell’approfondimento L’Indice dei libri proibiti: la censura nella storia.
Il caso è interessante non soltanto per la storia religiosa.
Mostra un problema che attraverserà tutta la modernità:
chi possiede l’autorità di stabilire quali idee possano raggiungere il pubblico?
Censura, propaganda e fascismo
Il Novecento mostra con particolare evidenza come censura e propaganda possano funzionare insieme.
La propaganda cerca di aumentare la presenza di determinati messaggi.
La censura può contemporaneamente ridurre o impedire la circolazione di quelli contrari.
Il fascismo italiano costruì progressivamente un sistema di controllo della stampa. Treccani ricostruisce il processo iniziato già nei primi anni del governo Mussolini e intensificatosi dopo il 1925: i giornali di opposizione vennero soppressi, mentre altre testate furono sottoposte a cambi di proprietà e controllo politico.
La legge sulla stampa del 31 dicembre 1925 introdusse un forte controllo politico su ciò che veniva pubblicato. Negli anni successivi il sistema interessò non soltanto la stampa, ma anche radio, cinema, teatro e altre forme di produzione culturale.
Questo permette di comprendere perché nel nostro cluster Propaganda e Censura rimangano due percorsi distinti ma profondamente collegati.
La propaganda studia soprattutto quali messaggi vengono costruiti e diffusi.
La censura riguarda soprattutto quali messaggi vengono ostacolati o esclusi.
La stampa clandestina
La censura non elimina necessariamente la circolazione dell’informazione.
Può spingerla verso altri canali.
Durante il fascismo continuarono a esistere forme clandestine di opposizione e, durante la Resistenza, si sviluppò un’estesa stampa clandestina prodotta dai partiti antifascisti e dalle formazioni partigiane. Treccani ricorda come, dopo la soppressione della libertà di stampa sotto il regime, la Resistenza abbia prodotto numerosi fogli e giornali clandestini.
Questo rapporto tra controllo dell’informazione e nascita di reti alternative è uno dei legami storici più forti tra censura e controinformazione.
Dopo il fascismo: l’articolo 21 della Costituzione
L’esperienza della dittatura spiega anche il rilievo attribuito alla libertà di espressione nella Costituzione repubblicana.
L’articolo 21 afferma la libertà di manifestazione del pensiero e stabilisce esplicitamente:
“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”
Non significa che la stampa sia completamente sottratta alla legge.
Lo stesso articolo disciplina il sequestro e prevede garanzie specifiche, tra cui l’intervento dell’autorità giudiziaria nei casi previsti.
La differenza fondamentale rispetto alla censura preventiva è che l’esistenza di un potere pubblico non comporta automaticamente il diritto di decidere in anticipo quali opinioni possano essere pubblicate.
Censura nella musica e nella cultura
Il controllo dell’espressione non riguarda soltanto giornali e libri.
Musica, cinema, teatro e arti visive possono diventare oggetto di restrizioni quando affrontano:
politica;
religione;
sessualità;
guerra;
conflitti sociali;
costumi considerati scandalosi.
La musica costituisce un caso particolarmente interessante perché una canzone può circolare con enorme rapidità e trasformarsi in una forma di identità collettiva, protesta o dissenso.
Per questo abbiamo dedicato un approfondimento specifico alle storie di censura nella musica.
Il tema collega direttamente questo percorso a quello dedicato a musica e controcultura.
Dalla censura statale alle piattaforme digitali
Internet sembrava inizialmente promettere una decentralizzazione quasi completa dell’informazione.
Chiunque poteva aprire un sito, un blog o un forum senza possedere un giornale, una stazione radio o una rete televisiva.
Questa possibilità esiste ancora.
Ma una parte crescente della comunicazione pubblica passa oggi attraverso grandi piattaforme private.
Questo produce una situazione nuova.
Facebook, Instagram, YouTube, TikTok, X e altri servizi non sono governi.
Ma possono stabilire condizioni di utilizzo, rimuovere contenuti, sospendere account e decidere quali comportamenti siano ammessi sulle proprie piattaforme.
Il Consiglio d’Europa distingue espressamente le restrizioni imposte dalle autorità pubbliche dalle regole applicate dai servizi online: i provider possono limitare determinati contenuti secondo le proprie policy, ma gli utenti dovrebbero essere informati chiaramente delle restrizioni e dei meccanismi disponibili per contestarle.
Questa distinzione è fondamentale.
Moderazione dei contenuti e censura non sono sinonimi
Quando un social network elimina un post, nel linguaggio comune si parla frequentemente di “censura”.
Il termine può descrivere l’esperienza soggettiva di chi non riesce più a pubblicare un contenuto.
Sul piano politico e giuridico, però, conviene distinguere.
La censura statale implica l’esercizio di un potere pubblico sulla libertà di espressione.
La moderazione privata deriva invece dalle regole del servizio utilizzato.
Questo non significa che la moderazione delle piattaforme sia irrilevante.
Quando pochi soggetti privati controllano spazi utilizzati da milioni di persone per informarsi e discutere, le loro decisioni acquistano inevitabilmente una rilevanza pubblica.
Ma chiamare automaticamente censura qualsiasi rimozione impedisce di comprendere un problema più complesso:
quali responsabilità e quali garanzie devono avere le piattaforme che amministrano grandi spazi della comunicazione pubblica?
Il Digital Services Act e la moderazione online
L’Unione europea ha affrontato parte di questo problema attraverso il Digital Services Act.
Il regolamento, pienamente applicabile dal febbraio 2024, stabilisce tra l’altro obblighi di maggiore trasparenza per i servizi digitali.
Quando una piattaforma rimuove un contenuto o sospende un account deve fornire spiegazioni sulla decisione; l’utente può inoltre utilizzare strumenti interni di contestazione e, in determinati casi, meccanismi extragiudiziali.
Questo non elimina le controversie sulla moderazione.
Introduce però un principio importante:
il potere di limitare la visibilità o l’accesso a un contenuto dovrebbe essere accompagnato da trasparenza e possibilità di ricorso.
La censura silenziosa dei social media?
Su Magozine abbiamo già affrontato il problema nell’articolo La censura silenziosa dei social media.
Quel testo racconta un caso specifico e pone il problema del rapporto tra piattaforme private, contenuti politici e libertà di espressione.
Oggi aggiungerei però una distinzione.
Una rimozione esplicita è relativamente semplice da individuare.
Più complesso è stabilire quando una riduzione della visibilità dipenda da:
una decisione deliberata;
un algoritmo di raccomandazione;
la scarsa interazione degli utenti;
le regole pubblicitarie;
una modifica tecnica della piattaforma.
Per questo espressioni come shadow banning o “censura algoritmica” richiedono prudenza.
Una diminuzione della diffusione non dimostra da sola l’esistenza di un intervento censorio.
Algoritmi e libertà d’informazione
Esiste però un problema reale anche quando nessuno vieta formalmente un contenuto.
I sistemi di raccomandazione decidono una parte significativa di ciò che vediamo.
Due persone che utilizzano la stessa piattaforma possono incontrare informazioni molto differenti.
Ciò significa che alla tradizionale domanda:
“Posso pubblicarlo?”
se ne aggiunge un’altra:
“Qualcuno riuscirà a vederlo?”
Libertà di pubblicazione e visibilità non sono la stessa cosa.
Un contenuto può essere perfettamente accessibile e contemporaneamente raggiungere pochissime persone.
Questo non equivale automaticamente alla censura, ma mostra come nell’ambiente digitale il potere informativo riguardi sempre più anche la distribuzione dell’attenzione.
Proprietà dei media e pluralismo
La libertà dell’informazione non dipende esclusivamente dall’assenza di censura.
Conta anche il pluralismo.
Se molte testate appartengono agli stessi soggetti o dipendono da poche fonti di finanziamento, alcune voci possono avere maggiori possibilità di raggiungere il pubblico rispetto ad altre senza che esista alcun censore ufficiale.
È importante però distinguere anche questo fenomeno dalla censura in senso stretto.
Concentrazione proprietaria, dipendenza pubblicitaria e scarsità di risorse possono influenzare ciò che viene pubblicato senza comportare necessariamente un divieto diretto.
L’Unione europea ha affrontato anche questi aspetti con l’European Media Freedom Act, entrato in vigore nel 2024 e in larga parte applicabile dall’8 agosto 2025, che introduce norme rivolte alla protezione dell’indipendenza e del pluralismo dei media.
L’autocensura
Esiste infine una forma di limitazione più difficile da misurare:
l’autocensura.
Un giornalista, uno scrittore o un cittadino può decidere di non esprimersi pur non avendo ricevuto un divieto formale.
Le ragioni possono essere molto diverse:
paura di conseguenze professionali;
pressioni sociali;
timore di azioni legali;
rischio di molestie;
dipendenza economica;
paura della repressione in contesti autoritari.
Non ogni scelta di non parlare è autocensura.
Possiamo decidere liberamente che qualcosa non meriti di essere detto.
Il problema nasce quando l’ambiente rende particolarmente costoso esprimere determinate informazioni o opinioni.
Censura e disinformazione
Il rapporto tra censura e disinformazione è particolarmente delicato.
La diffusione intenzionale di informazioni false può produrre danni reali.
Ma il tentativo di contrastarla può a sua volta creare problemi quando definizioni troppo ampie di “informazione falsa” vengono utilizzate per limitare il dissenso legittimo.
Per questo non basta chiedersi:
“Come eliminiamo la disinformazione?”
Bisogna chiedersi anche:
“Chi decide che un contenuto è falso, con quali prove e quali possibilità esistono di contestare quella decisione?”
Abbiamo approfondito il primo lato del problema nell’articolo dedicato a disinformazione, fake news e verifica delle fonti.
Censura e propaganda
Anche il rapporto tra censura e propaganda è stretto.
La propaganda aumenta la presenza di determinate rappresentazioni.
La censura può diminuire la presenza delle rappresentazioni concorrenti.
Quando i due strumenti vengono controllati dallo stesso soggetto, possono rafforzarsi reciprocamente.
Ma è importante mantenere i concetti distinti.
Un messaggio propagandistico può circolare in una società con ampia libertà di espressione.
E una restrizione della libertà di espressione può esistere senza che venga contemporaneamente prodotta propaganda.
Per questo Magozine dedica alla propaganda, alle sue tecniche e alla sua storia un percorso autonomo all’interno del cluster sulla controinformazione.
Il problema non è soltanto poter parlare
La libertà d’informazione non può essere ridotta alla semplice assenza di un censore.
Occorre considerare almeno tre domande.
Possiamo produrre informazioni?
Possiamo accedere a informazioni differenti?
Possiamo sapere perché un contenuto viene limitato o escluso?
Una società pluralista deve confrontarsi continuamente con il rapporto tra questi problemi e altri diritti: reputazione, privacy, sicurezza, tutela dei minori, protezione da minacce e discriminazioni.
Non esiste una soluzione valida per ogni situazione.
Per questo servono regole verificabili, proporzionate e contestabili.
Come valutare un caso di presunta censura
Prima di definire una vicenda come censura può essere utile verificare alcuni elementi: chi ha limitato il contenuto; quale potere possiede; quale regola è stata applicata; se la limitazione era conosciuta in anticipo; se è stata fornita una motivazione; se esiste una possibilità di ricorso; se la misura riguarda il contenuto in sé o un comportamento specifico; se altre informazioni sullo stesso tema continuano a essere accessibili.
Queste domande non risolvono automaticamente il problema.
Aiutano però a distinguere fenomeni differenti che nel dibattito pubblico vengono spesso confusi.
Percorsi sulla censura e la libertà d’informazione
La storia della censura attraversa molti ambiti che su Magozine abbiamo iniziato ad approfondire separatamente.
Per la censura storica e religiosa:
→ L’Indice dei libri proibiti: la censura nella storia
Per il rapporto tra piattaforme digitali e libertà di espressione:
→ La censura silenziosa dei social media
Per il rapporto tra espressione artistica e controllo:
→ Storie di censura nella musica
Per il contesto più ampio:
→ Controinformazione: siti, giornali e media indipendenti
→ Disinformazione: significato, esempi e come riconoscere le fake news
Libertà d’informazione significa anche pluralismo
La censura più evidente è relativamente semplice da riconoscere.
Un libro viene proibito.
Un giornale viene chiuso.
Un articolo non può essere pubblicato.
Un giornalista viene perseguito per ciò che scrive.
L’ambiente contemporaneo è più complesso.
Accanto ai governi esistono piattaforme private, algoritmi, sistemi pubblicitari, concentrazioni editoriali e nuovi intermediari capaci di influire sulla circolazione delle informazioni.
Non tutti questi fenomeni sono censura.
Ma tutti possono contribuire a determinare quali voci riescono effettivamente a raggiungere il pubblico.
Per questo difendere la libertà d’informazione non significa pretendere l’assenza di qualunque regola.
Significa soprattutto evitare che il potere di limitare la comunicazione diventi arbitrario e incontrollabile.
Significa poter conoscere le regole.
Chiedere spiegazioni.
Contestare una decisione.
Accedere a fonti differenti.
E mantenere aperto uno spazio nel quale chi esercita il potere possa essere criticato da chi ne subisce le conseguenze.
È proprio in questo spazio che libertà d’informazione e controinformazione finiscono per incontrarsi.
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