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  1. reinsisto (è fondamentale): diventare agenzie stampa noi stessi

    l'importanza di diventare (ciascuno = per tutti) "agenzie stampa indipendenti" è tra le cose più urgenti che questi ultimi anni hanno messo in evidenza. #agenziestampa #notizie #controinformazione

    marcogiovenale.me/2026/04/26/r

  2. esortazione (ingenua & a filo del cringe, va bene) a diventare agenzie stampa indipendenti

    dal differxdiario

    giocoforza bisogna essere / diventare *agenzie stampa in proprio* e trovare e diffondere le notizie VERE dal disastro. non bastano, non sono *mai* bastati i canali sedicenti ufficiali. (come il disgustoso Corriere della sera che, davanti all’assassinio da parte dello stato genocida della giornalista Amal Khalil, scrive semplicemente che è “morta”, non che è stata minacciata, le è stata data la caccia, ed è infine stata uccisa).

    la controinformazione sta a noi. va fatta con tutti i mezzi necessari. qui su noblogo come su WordPress, BlueSky e altri spazi, anche Substack (gratis), ma soprattutto, possibilmente, su Mastodon, Friendica, e grazie a noblogs.org.
    (questo post comparirà su vari spazi miei).

    adesso vedo la notizia degli ottomila licenziamenti di Meta, e bisogna parlarne per forza. almeno a partire da un link: https://marcogiovenale.wordpress.com/2026/04/24/meta-licenzia-altri-ottomila-dipendenti/ che rimanda al lancio di Adn Kronos.

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  3. esortazione (ingenua & a filo del cringe, va bene) a diventare agenzie stampa indipendenti

    dal differxdiario

    giocoforza bisogna essere / diventare *agenzie stampa in proprio* e trovare e diffondere le notizie VERE dal disastro. non bastano, non sono *mai* bastati i canali sedicenti ufficiali. (come il disgustoso Corriere della sera che, davanti all’assassinio da parte dello stato genocida della giornalista Amal Khalil, scrive semplicemente che è “morta”, non che è stata minacciata, le è stata data la caccia, ed è infine stata uccisa).

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    (questo post comparirà su vari spazi miei).

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  4. esortazione (ingenua & a filo del cringe, va bene) a diventare agenzie stampa indipendenti

    dal differxdiario

    giocoforza bisogna essere / diventare *agenzie stampa in proprio* e trovare e diffondere le notizie VERE dal disastro. non bastano, non sono *mai* bastati i canali sedicenti ufficiali. (come il disgustoso Corriere della sera che, davanti all’assassinio da parte dello stato genocida della giornalista Amal Khalil, scrive semplicemente che è “morta”, non che è stata minacciata, le è stata data la caccia, ed è infine stata uccisa).

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  5. esortazione (ingenua & a filo del cringe, va bene) a diventare agenzie stampa indipendenti

    dal differxdiario

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  6. esortazione (ingenua & a filo del cringe, va bene) a diventare agenzie stampa indipendenti

    dal differxdiario

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  7. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale

    La storia de «L’Ora» non si concluse con la partenza di Nisticò, il quale peraltro nel ’79 venne eletto presidente della cooperativa di giornalisti subentrata al Pci come proprietaria della testata. In sede conclusiva sembra opportuno dare conto per sommi capi di ciò che accadde negli anni successivi (che nondimeno meriterebbero un approfondimento specifico). Etrio Fidora successe a Nisticò come direttore alla fine del ‘75, accompagnando la fallimentare esperienza di una edizione del mattino (resa necessaria dalla crisi generale della stampa pomeridiana). Iniziò allora l’epoca del declino, con il Pci sempre meno disposto a fornire finanziamenti e l’allontanamento di molti professionisti storici dal giornale. Alla guida de «L’Ora» seguirono Alfonso Madeo (1978-79), Nino Cattedra (1978-84), Bruno Carbone (1984-89), ultimo direttore designato dalla cooperativa presieduta da Nisticò. Avvenne quindi che la gestione editoriale passasse alla Nuova editrice meridionale, che si procedesse alla ristrutturazione della sede, con l’acquisto di nuovi macchinari, e che il Pci rivendicasse il controllo della testata. La direzione toccò a un certo punto ad Alfonso Calasciura, ma intanto le tensioni interne al partito iniziarono a riflettersi pesantemente sulla redazione, provocando smottamenti e contrasti. Un ultimo tentativo di portare il giornale agli antichi fasti si ebbe nel 1991, con la direzione di Vincenzo Vasile, già “biondino” a «L’Ora» nei primi anni Settanta e in seguito giornalista de «L’Unità», e la vicedirezione di Franco Nicastro. Con al timone due esponenti della scuola di Nisticò il quotidiano sembrò riprendersi, raddoppiando la tiratura, rilanciando la sua storica vocazione al giornalismo d’inchiesta e alle campagne corrosive, quando venne chiuso definitivamente l’8 maggio 1992, a due settimane dall’eccidio di Capaci. Fu così che l’antico quotidiano dei Florio terminò per sempre la sua lunga e complessa esistenza <625.
    Giornalismo politico, giornalismo civile
    Nell’autunno del 2019 – come accennato all’inizio di questo lavoro – gli ex giornalisti de «L’Ora» hanno celebrato con alcune iniziative (tutte patrocinate dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando) il decennale dalla morte di Vittorio Nisticò (come anche il centenario dalla nascita), mostrando così riconoscenza verso l’antico direttore e maestro, nonché un forte senso di appartenenza alla comunità intellettuale in cui professionalmente e politicamente si formarono: una comunità – si direbbe dalla pagina Facebook creata per l’occasione – ancora viva e combattiva <626. È interessante notare come nei loro racconti, apparsi sul web e in un volume di recente pubblicazione <627, definiscano la storica battaglia del giornale contro la mafia – il tratto più caratteristico de «L’Ora» di Nisticò e che in questo lavoro si è tentato di ricostruire – come una battaglia insieme civile e politica, con una qualche prevalenza del primo termine sul secondo: un po’ all’opposto di quanto avveniva in passato, quando l’enfasi “civile” si affacciava per lo più in occasione di eventi drammatici (come l’eccidio di Ciaculli o l’assassinio di Scaglione) mentre predominante era la dimensione politica dello scontro in corso. D’altro canto, “Romanzo civile” s’intitola il pregevole libro postumo di Giuliana Saladino, firma tra le più autorevoli e rappresentative del giornale palermitano. L’opera ripercorre con intelligenza e disincanto la vicenda storica della sinistra siciliana, partendo dall’epopea contadina per arrivare all’inizio degli anni Ottanta, restituendo passioni, aspettative e angosce di una generazione di militanti <628. L’impressione è che lo slittamento di prospettiva – e di lessico – risalga proprio al periodo in cui la giornalista scrisse il romanzo, il 1983, quando l’offensiva della mafia contro lo Stato e il sistema politico assunse proporzioni senza precedenti. Tra il 1979 e il 1983 furono infatti assassinati uno dopo l’altro il vicequestore Boris Giuliano (1979), il magistrato Cesare Terranova (1979), il presidente della Regione Piersanti Mattarella (1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (1980), il procuratore Gaetano Costa (1980), il segretario del Pci Pio La Torre (1982), il generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), il giudice Rocco Chinnici (1983). Così la Saladino commentò la tragica sequenza di eventi di quegli anni: “Capisco. Nel 1983 capisco che non esiste città o cittadina o villaggio d’Europa che possa vantare – senza golpe, senza eserciti in armi, né assedio e irruzione entro le mura – l’intero establishment
    politico burocratico militarpoliziesco massacrato: capo della procura, vicequestore, capo dell’opposizione, capo della regione, medico legale, generale prefetto. In quest’era nostra forse è accaduto – ma non è detto – in qualche villaggio georgiano sotto Stalin, forse accade – non sappiamo con precisione – in qualche Macondo dell’America centrale o meridionale, forse, supponiamo, in qualche insediamento del centro dell’Africa. In Europa, nazismo eccettuato, non accade, credo, da oltre due secoli”. <629 L’escalation diede luogo a una prima, grande mobilitazione civile, segnata da iniziative di piazza, dal decisivo contributo dell’associazionismo e del mondo della scuola, dunque non riconducibile come in passato (si pensi alle lotte contadine) a uno specifico fronte politico <630. Accadde insomma che l’istanza antimafia diventasse – da tema tipico delle sinistre e segnatamente del Pci – risorsa “diffusa”, con qualche cedimento all’antipolitica motivato dal progressivo discredito dei partiti, per tornare a giocare un ruolo “politico” soprattutto nella fase di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica <631; che la “società civile” venisse assunta a serbatoio sano di una politica inesorabilmente corrotta. Non sorprende allora che alcuni giornalisti formatisi con Nisticò tendano a rileggere quel loro passato (e la stessa esperienza degli “anni ruggenti”) alla luce degli eventi e della sensibilità successivi <632. La battaglia storica de «L’Ora», in realtà, si svolse in assenza dell’opposizione politico/civile, anche perché i protagonisti della stagione di Nisticò credevano che gli obiettivi di qualunque battaglia civile fossero raggiungibili soltanto attraverso la lotta politica. Come ha scritto Vincenzo Vasile: “Fatto sta che «L’Ora» di Nisticò è frutto e insieme simbolo di un periodo abbastanza lungo, ma circoscritto e ormai chiuso, che in Sicilia vede l’identificazione quasi piena del movimento antimafia con il movimento contadino e popolare che fa capo al Pci e alla sinistra […] Superata la metà degli anni Settanta, e soprattutto dopo la campagna di delitti politici e le stragi, il movimento antimafia risorgerà e crescerà invece – come si dice – dal basso, segnato da sempre minori caratterizzazioni politiche, partitiche, o addirittura ideologiche. L’Ora di Nisticò invece è antimafiosa, perché in quegli anni eroici è di sinistra apertamente e dichiaratamente, e l’antimafia è di sinistra <633.
    Un’esperienza peculiare
    Si può a questo punto delineare un sintetico prospetto delle peculiarità de «L’Ora» sotto la direzione di Vittorio Nisticò, con particolare riferimento al ruolo da esso giocato nell’approntamento di conoscenze sul fenomeno mafioso e nella formazione di una moderna coscienza antimafia: si intende così dare conto della funzione storica svolta dal giornale nel campo della questione mafiosa.
    Continuità della linea politica. Il giornale si mosse lungo tutto il ventennio di Nisticò secondo le direttive del Pci siciliano, aventi come obiettivi fondamentali la rottura dell’isolamento e l’interlocuzione con le forze politiche, sociali e culturali tese al progresso democratico ed economico della Sicilia. In ciò consisté il sicilianismo della testata, il quale andò collocandosi in perfetta continuità con la formulazione datane da Togliatti nel secondo dopoguerra e che, mutatis mutandis, rimase pressoché identico sia al tempo del milazzismo – non a caso convintamente sostenuto dal quotidiano – sia negli anni Settanta, all’epoca del “patto autonomistico” con la Dc e delle larghe intese. Nelle
    pagine precedenti si è tentato di registrare le contraddizioni cui tale politica espose i comunisti e (in via indiretta) anche il giornale: in entrambe le stagioni storiche citate, infatti, la retorica sicilianista fece sì che l’autonomismo diventasse sinonimo di progressismo e che il Pci abbassasse la propria capacità di contrasto delle degenerazioni politiche regionali.
    Autonomia editoriale. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale. Ciò permise al giornalista calabrese di radunare un collettivo di giornalisti-intellettuali di estrazione composita: in esso prevalsero, com’era naturale che fosse, le figure politicamente riconducibili al Blocco del popolo (Pci e Psi) e alle lotte contadine del dopoguerra (il mito fondativo della sinistra siciliana e anche de «L’Ora»), esperienza che assicurò al quotidiano uno staff dirigente di eccezionale livello culturale. Aspetto costitutivo del giornalismo de «L’Ora», però, fu anche l’apertura verso aree politiche diverse, tanto che al suo interno poterono trovarsi comunisti, socialisti, democristiani e persino ex fascisti come De Mauro. Lo stesso criterio di selezione venne adottato sul fronte dei collaboratori esterni, dove spiccarono giornalisti e uomini di cultura non inquadrabili in alcun partito (si pensi a Sciascia, a Dolci, a Chilanti e in parte a Pantaleone). Dal punto di vista della conoscenza della mafia, la predilezione di Nisticò per i professionisti irregolari ebbe un effetto positivo, in quanto dal loro posizionamento politico dipesero (spesso fortemente) le rispettive interpretazioni della realtà mafiosa. L’eterogeneità delle prospettive d’osservazione, insomma, fece in modo che l’ottica del giornale non si appiattisse su quella del suo editore.
    Giornalismo investigativo. Altro aspetto peculiare del giornale palermitano fu quello di essere particolarmente votato alle indagini sul campo, alle inchieste, condotte attraverso complessi (e talora rischiosi) sistemi di ricognizione delle notizie. In un contesto caratterizzato da gravi e organici rapporti della mafia con le istituzioni pubbliche e con alcuni partiti (a cominciare dalla Democrazia cristiana), nonché dalla tolleranza delle agenzie di contrasto, la denuncia della mafia e delle complicità politiche restò a lungo appannaggio delle sinistre e in particolare del Pci. Merito de «L’Ora» fu dunque quello di innescare un potente flusso di contro-opinione (o contro-informazione), teso a sgomberare il terreno dalla convinzione – fatta propria da numerosi esponenti dei partiti di governo, da avvocati e intellettuali – che la mafia non esistesse o che corrispondesse a un comportamento, a un modo di regolare le relazioni sociali tipico dei siciliani e non a un’organizzazione formalizzata, gerarchicamente articolata in Famiglie e regolata al suo interno da codici normativi e meccanismi sanzionatori. Per il reperimento delle informazioni il giornale si servì, a seconda delle circostanze, delle strutture territoriali dei partiti di sinistra, e nello specifico del Pci, nonché delle sue organizzazioni collaterali (a partire dalla Cgil), ma anche di singoli esponenti delle forze dell’ordine, talora di mafiosi stessi. Il risultato fu che «L’Ora» indagasse non a rimorchio dei reparti investigativi, ma, per lo più, in autonomia, “supplendo” alle carenze degli organi ufficiali e non di rado pagandone le spese. Questa sensibilità, dunque, portò spesso il giornale a introdursi nel “sottomondo” mafioso, a portare alla luce testimonianze dal di dentro, con l’effetto di svelare al pubblico (e per la prima volta in Italia) il carattere strutturato della mafia siciliana. Nonostante qualche cedimento al fascino mitografico del fenomeno (penso a certe ricostruzioni di Pantaleone o ad altre di Farinella o Chilanti) il suo sforzo investigativo rimase d’importanza cruciale per l’avanzamento delle cognizioni sul tema e, a distanza di tanti anni, resta probabilmente il migliore (almeno fino alle deposizioni di Buscetta).
    Il ruolo di cerniera tra vecchia e nuova antimafia. «L’Ora» rappresentò il passaggio – e in ciò sta forse la sua funzione più importante – tra due concezioni diverse di lotta alla mafia. La prima, risalente al movimento contadino, si fondava sulla lotta al latifondo e inquadrava la battaglia antimafia in una più vasta contestazione dell’intreccio di poteri sociali (i proprietari terrieri e la mafia) e istituzionali (i partiti di destra, le forze dell’ordine e della magistratura). Questo tipo di antimafia aveva come motivi caratteristici, da un lato, la subordinazione della questione mafiosa alle lotte di massa, intese come mezzo di superamento degli equilibri sociali tradizionali e, dall’altro, l’ostilità nei confronti delle agenzie investigative (della polizia, dei carabinieri), percepite come antagonisti fondamentali, come il nemico. L’attività di denuncia e di sensibilizzazione portata avanti da «L’Ora» venne invece a
    incrociarsi con la nascita della Commissione antimafia: si determinò così una circolarità di sollecitazioni tra opinione pubblica, forze politiche e istituzioni che, rispetto al passato, rappresentava indubbiamente un’innovazione. Si era, insomma, alle origini dell’antimafia per come generalmente la si intende oggi, ossia come sostegno alle forze della repressione. Tale circolarità, espressasi soprattutto a livello informativo (nello scambio di materiali, notizie, documenti tra gli apparati di sicurezza, l’Antimafia e il giornale) ebbe l’effetto, oltre che di far progredire le cognizioni sul tema, di saldare «L’Ora» al giornalismo nazionale: avvenne cioè che progressivamente i maggiori quotidiani del paese considerassero il quotidiano palermitano un’affidabile opinion maker, appoggiandosi su di esso per avere informazioni sulla mafia. Fu così che il piccolo giornale palermitano riuscì a ritagliarsi un ruolo ben superiore ai suoi mezzi, un ruolo di conoscenza, di lotta e di responsabilità politica e civile.
    La scuola di giornalismo. Un ultimo elemento da sottolineare – e che consente di tracciare un filo tra passato e presente – riguarda la funzione di scuola di giornalismo svolta da «L’Ora» verso numerosi cronisti tuttora operativi. Indubbiamente il giornale palermitano rappresentò una palestra dura e formativa per diverse ragioni: il contesto “difficile” e di frontiera nel quale i cronisti operarono, segnato dall’ostilità di buona parte delle istituzioni e dei partiti; il giornalismo tecnicamente rigoroso richiesto da Nisticò (il quale chiedeva spasmodicamente riscontri, controllo delle fonti, correttezza linguistica); il piglio militante che i cronisti più anziani ed esperti trasmisero alle generazioni più giovani; il senso di missione che pervadeva la redazione. Tutti questi aspetti concorsero a formare giornalisti capaci di lavorare in ogni situazione, di portare all’esterno, in altri quotidiani, un giornalismo battagliero e coraggioso, preciso, colto, documentato, politicamente schierato, intellettualmente pregevole.
    [NOTE]
    625 R. S. Rossi, Era L’Ora, cit., p. 254.
    626 Cfr. la pagina Facebook L’Ora, edizione straordinaria, gestita dal cronista di «Repubblica» Roberto Leone (ex de «L’Ora»): https://www.facebook.com/leone4040/.
    627 Aa. Vv., L’Ora, edizione straordinaria, cit.
    628 G. Saladino, Romanzo civile, cit.
    629 Ivi, p. 142.
    630 U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit.
    631 A. Blando, L’antimafia come risorsa politica, cit.. Su questa linea si colloca in parte l’esperienza della Rete, ricostruita in D. Saresella, Tra politica e antipolitica: la nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994), Le Monnier, Firenze 2016.
    632 Sulla dimensione fortemente politica del giornalismo di Nisticò insiste nei suoi vari interventi Franco Nicastro.
    633 Vasile, Ma gli altri no, cit., p. 192.
    Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019

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  8. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale

    La storia de «L’Ora» non si concluse con la partenza di Nisticò, il quale peraltro nel ’79 venne eletto presidente della cooperativa di giornalisti subentrata al Pci come proprietaria della testata. In sede conclusiva sembra opportuno dare conto per sommi capi di ciò che accadde negli anni successivi (che nondimeno meriterebbero un approfondimento specifico). Etrio Fidora successe a Nisticò come direttore alla fine del ‘75, accompagnando la fallimentare esperienza di una edizione del mattino (resa necessaria dalla crisi generale della stampa pomeridiana). Iniziò allora l’epoca del declino, con il Pci sempre meno disposto a fornire finanziamenti e l’allontanamento di molti professionisti storici dal giornale. Alla guida de «L’Ora» seguirono Alfonso Madeo (1978-79), Nino Cattedra (1978-84), Bruno Carbone (1984-89), ultimo direttore designato dalla cooperativa presieduta da Nisticò. Avvenne quindi che la gestione editoriale passasse alla Nuova editrice meridionale, che si procedesse alla ristrutturazione della sede, con l’acquisto di nuovi macchinari, e che il Pci rivendicasse il controllo della testata. La direzione toccò a un certo punto ad Alfonso Calasciura, ma intanto le tensioni interne al partito iniziarono a riflettersi pesantemente sulla redazione, provocando smottamenti e contrasti. Un ultimo tentativo di portare il giornale agli antichi fasti si ebbe nel 1991, con la direzione di Vincenzo Vasile, già “biondino” a «L’Ora» nei primi anni Settanta e in seguito giornalista de «L’Unità», e la vicedirezione di Franco Nicastro. Con al timone due esponenti della scuola di Nisticò il quotidiano sembrò riprendersi, raddoppiando la tiratura, rilanciando la sua storica vocazione al giornalismo d’inchiesta e alle campagne corrosive, quando venne chiuso definitivamente l’8 maggio 1992, a due settimane dall’eccidio di Capaci. Fu così che l’antico quotidiano dei Florio terminò per sempre la sua lunga e complessa esistenza <625.
    Giornalismo politico, giornalismo civile
    Nell’autunno del 2019 – come accennato all’inizio di questo lavoro – gli ex giornalisti de «L’Ora» hanno celebrato con alcune iniziative (tutte patrocinate dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando) il decennale dalla morte di Vittorio Nisticò (come anche il centenario dalla nascita), mostrando così riconoscenza verso l’antico direttore e maestro, nonché un forte senso di appartenenza alla comunità intellettuale in cui professionalmente e politicamente si formarono: una comunità – si direbbe dalla pagina Facebook creata per l’occasione – ancora viva e combattiva <626. È interessante notare come nei loro racconti, apparsi sul web e in un volume di recente pubblicazione <627, definiscano la storica battaglia del giornale contro la mafia – il tratto più caratteristico de «L’Ora» di Nisticò e che in questo lavoro si è tentato di ricostruire – come una battaglia insieme civile e politica, con una qualche prevalenza del primo termine sul secondo: un po’ all’opposto di quanto avveniva in passato, quando l’enfasi “civile” si affacciava per lo più in occasione di eventi drammatici (come l’eccidio di Ciaculli o l’assassinio di Scaglione) mentre predominante era la dimensione politica dello scontro in corso. D’altro canto, “Romanzo civile” s’intitola il pregevole libro postumo di Giuliana Saladino, firma tra le più autorevoli e rappresentative del giornale palermitano. L’opera ripercorre con intelligenza e disincanto la vicenda storica della sinistra siciliana, partendo dall’epopea contadina per arrivare all’inizio degli anni Ottanta, restituendo passioni, aspettative e angosce di una generazione di militanti <628. L’impressione è che lo slittamento di prospettiva – e di lessico – risalga proprio al periodo in cui la giornalista scrisse il romanzo, il 1983, quando l’offensiva della mafia contro lo Stato e il sistema politico assunse proporzioni senza precedenti. Tra il 1979 e il 1983 furono infatti assassinati uno dopo l’altro il vicequestore Boris Giuliano (1979), il magistrato Cesare Terranova (1979), il presidente della Regione Piersanti Mattarella (1980), il capitano dei carabinieri Emanuele Basile (1980), il procuratore Gaetano Costa (1980), il segretario del Pci Pio La Torre (1982), il generale Carlo Alberto dalla Chiesa (1982), il giudice Rocco Chinnici (1983). Così la Saladino commentò la tragica sequenza di eventi di quegli anni: “Capisco. Nel 1983 capisco che non esiste città o cittadina o villaggio d’Europa che possa vantare – senza golpe, senza eserciti in armi, né assedio e irruzione entro le mura – l’intero establishment
    politico burocratico militarpoliziesco massacrato: capo della procura, vicequestore, capo dell’opposizione, capo della regione, medico legale, generale prefetto. In quest’era nostra forse è accaduto – ma non è detto – in qualche villaggio georgiano sotto Stalin, forse accade – non sappiamo con precisione – in qualche Macondo dell’America centrale o meridionale, forse, supponiamo, in qualche insediamento del centro dell’Africa. In Europa, nazismo eccettuato, non accade, credo, da oltre due secoli”. <629 L’escalation diede luogo a una prima, grande mobilitazione civile, segnata da iniziative di piazza, dal decisivo contributo dell’associazionismo e del mondo della scuola, dunque non riconducibile come in passato (si pensi alle lotte contadine) a uno specifico fronte politico <630. Accadde insomma che l’istanza antimafia diventasse – da tema tipico delle sinistre e segnatamente del Pci – risorsa “diffusa”, con qualche cedimento all’antipolitica motivato dal progressivo discredito dei partiti, per tornare a giocare un ruolo “politico” soprattutto nella fase di transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica <631; che la “società civile” venisse assunta a serbatoio sano di una politica inesorabilmente corrotta. Non sorprende allora che alcuni giornalisti formatisi con Nisticò tendano a rileggere quel loro passato (e la stessa esperienza degli “anni ruggenti”) alla luce degli eventi e della sensibilità successivi <632. La battaglia storica de «L’Ora», in realtà, si svolse in assenza dell’opposizione politico/civile, anche perché i protagonisti della stagione di Nisticò credevano che gli obiettivi di qualunque battaglia civile fossero raggiungibili soltanto attraverso la lotta politica. Come ha scritto Vincenzo Vasile: “Fatto sta che «L’Ora» di Nisticò è frutto e insieme simbolo di un periodo abbastanza lungo, ma circoscritto e ormai chiuso, che in Sicilia vede l’identificazione quasi piena del movimento antimafia con il movimento contadino e popolare che fa capo al Pci e alla sinistra […] Superata la metà degli anni Settanta, e soprattutto dopo la campagna di delitti politici e le stragi, il movimento antimafia risorgerà e crescerà invece – come si dice – dal basso, segnato da sempre minori caratterizzazioni politiche, partitiche, o addirittura ideologiche. L’Ora di Nisticò invece è antimafiosa, perché in quegli anni eroici è di sinistra apertamente e dichiaratamente, e l’antimafia è di sinistra <633.
    Un’esperienza peculiare
    Si può a questo punto delineare un sintetico prospetto delle peculiarità de «L’Ora» sotto la direzione di Vittorio Nisticò, con particolare riferimento al ruolo da esso giocato nell’approntamento di conoscenze sul fenomeno mafioso e nella formazione di una moderna coscienza antimafia: si intende così dare conto della funzione storica svolta dal giornale nel campo della questione mafiosa.
    Continuità della linea politica. Il giornale si mosse lungo tutto il ventennio di Nisticò secondo le direttive del Pci siciliano, aventi come obiettivi fondamentali la rottura dell’isolamento e l’interlocuzione con le forze politiche, sociali e culturali tese al progresso democratico ed economico della Sicilia. In ciò consisté il sicilianismo della testata, il quale andò collocandosi in perfetta continuità con la formulazione datane da Togliatti nel secondo dopoguerra e che, mutatis mutandis, rimase pressoché identico sia al tempo del milazzismo – non a caso convintamente sostenuto dal quotidiano – sia negli anni Settanta, all’epoca del “patto autonomistico” con la Dc e delle larghe intese. Nelle
    pagine precedenti si è tentato di registrare le contraddizioni cui tale politica espose i comunisti e (in via indiretta) anche il giornale: in entrambe le stagioni storiche citate, infatti, la retorica sicilianista fece sì che l’autonomismo diventasse sinonimo di progressismo e che il Pci abbassasse la propria capacità di contrasto delle degenerazioni politiche regionali.
    Autonomia editoriale. La forte personalità di Nisticò garantì a «L’Ora» un’apprezzabile libertà rispetto alle scelte editoriali e alla selezione del personale. Ciò permise al giornalista calabrese di radunare un collettivo di giornalisti-intellettuali di estrazione composita: in esso prevalsero, com’era naturale che fosse, le figure politicamente riconducibili al Blocco del popolo (Pci e Psi) e alle lotte contadine del dopoguerra (il mito fondativo della sinistra siciliana e anche de «L’Ora»), esperienza che assicurò al quotidiano uno staff dirigente di eccezionale livello culturale. Aspetto costitutivo del giornalismo de «L’Ora», però, fu anche l’apertura verso aree politiche diverse, tanto che al suo interno poterono trovarsi comunisti, socialisti, democristiani e persino ex fascisti come De Mauro. Lo stesso criterio di selezione venne adottato sul fronte dei collaboratori esterni, dove spiccarono giornalisti e uomini di cultura non inquadrabili in alcun partito (si pensi a Sciascia, a Dolci, a Chilanti e in parte a Pantaleone). Dal punto di vista della conoscenza della mafia, la predilezione di Nisticò per i professionisti irregolari ebbe un effetto positivo, in quanto dal loro posizionamento politico dipesero (spesso fortemente) le rispettive interpretazioni della realtà mafiosa. L’eterogeneità delle prospettive d’osservazione, insomma, fece in modo che l’ottica del giornale non si appiattisse su quella del suo editore.
    Giornalismo investigativo. Altro aspetto peculiare del giornale palermitano fu quello di essere particolarmente votato alle indagini sul campo, alle inchieste, condotte attraverso complessi (e talora rischiosi) sistemi di ricognizione delle notizie. In un contesto caratterizzato da gravi e organici rapporti della mafia con le istituzioni pubbliche e con alcuni partiti (a cominciare dalla Democrazia cristiana), nonché dalla tolleranza delle agenzie di contrasto, la denuncia della mafia e delle complicità politiche restò a lungo appannaggio delle sinistre e in particolare del Pci. Merito de «L’Ora» fu dunque quello di innescare un potente flusso di contro-opinione (o contro-informazione), teso a sgomberare il terreno dalla convinzione – fatta propria da numerosi esponenti dei partiti di governo, da avvocati e intellettuali – che la mafia non esistesse o che corrispondesse a un comportamento, a un modo di regolare le relazioni sociali tipico dei siciliani e non a un’organizzazione formalizzata, gerarchicamente articolata in Famiglie e regolata al suo interno da codici normativi e meccanismi sanzionatori. Per il reperimento delle informazioni il giornale si servì, a seconda delle circostanze, delle strutture territoriali dei partiti di sinistra, e nello specifico del Pci, nonché delle sue organizzazioni collaterali (a partire dalla Cgil), ma anche di singoli esponenti delle forze dell’ordine, talora di mafiosi stessi. Il risultato fu che «L’Ora» indagasse non a rimorchio dei reparti investigativi, ma, per lo più, in autonomia, “supplendo” alle carenze degli organi ufficiali e non di rado pagandone le spese. Questa sensibilità, dunque, portò spesso il giornale a introdursi nel “sottomondo” mafioso, a portare alla luce testimonianze dal di dentro, con l’effetto di svelare al pubblico (e per la prima volta in Italia) il carattere strutturato della mafia siciliana. Nonostante qualche cedimento al fascino mitografico del fenomeno (penso a certe ricostruzioni di Pantaleone o ad altre di Farinella o Chilanti) il suo sforzo investigativo rimase d’importanza cruciale per l’avanzamento delle cognizioni sul tema e, a distanza di tanti anni, resta probabilmente il migliore (almeno fino alle deposizioni di Buscetta).
    Il ruolo di cerniera tra vecchia e nuova antimafia. «L’Ora» rappresentò il passaggio – e in ciò sta forse la sua funzione più importante – tra due concezioni diverse di lotta alla mafia. La prima, risalente al movimento contadino, si fondava sulla lotta al latifondo e inquadrava la battaglia antimafia in una più vasta contestazione dell’intreccio di poteri sociali (i proprietari terrieri e la mafia) e istituzionali (i partiti di destra, le forze dell’ordine e della magistratura). Questo tipo di antimafia aveva come motivi caratteristici, da un lato, la subordinazione della questione mafiosa alle lotte di massa, intese come mezzo di superamento degli equilibri sociali tradizionali e, dall’altro, l’ostilità nei confronti delle agenzie investigative (della polizia, dei carabinieri), percepite come antagonisti fondamentali, come il nemico. L’attività di denuncia e di sensibilizzazione portata avanti da «L’Ora» venne invece a
    incrociarsi con la nascita della Commissione antimafia: si determinò così una circolarità di sollecitazioni tra opinione pubblica, forze politiche e istituzioni che, rispetto al passato, rappresentava indubbiamente un’innovazione. Si era, insomma, alle origini dell’antimafia per come generalmente la si intende oggi, ossia come sostegno alle forze della repressione. Tale circolarità, espressasi soprattutto a livello informativo (nello scambio di materiali, notizie, documenti tra gli apparati di sicurezza, l’Antimafia e il giornale) ebbe l’effetto, oltre che di far progredire le cognizioni sul tema, di saldare «L’Ora» al giornalismo nazionale: avvenne cioè che progressivamente i maggiori quotidiani del paese considerassero il quotidiano palermitano un’affidabile opinion maker, appoggiandosi su di esso per avere informazioni sulla mafia. Fu così che il piccolo giornale palermitano riuscì a ritagliarsi un ruolo ben superiore ai suoi mezzi, un ruolo di conoscenza, di lotta e di responsabilità politica e civile.
    La scuola di giornalismo. Un ultimo elemento da sottolineare – e che consente di tracciare un filo tra passato e presente – riguarda la funzione di scuola di giornalismo svolta da «L’Ora» verso numerosi cronisti tuttora operativi. Indubbiamente il giornale palermitano rappresentò una palestra dura e formativa per diverse ragioni: il contesto “difficile” e di frontiera nel quale i cronisti operarono, segnato dall’ostilità di buona parte delle istituzioni e dei partiti; il giornalismo tecnicamente rigoroso richiesto da Nisticò (il quale chiedeva spasmodicamente riscontri, controllo delle fonti, correttezza linguistica); il piglio militante che i cronisti più anziani ed esperti trasmisero alle generazioni più giovani; il senso di missione che pervadeva la redazione. Tutti questi aspetti concorsero a formare giornalisti capaci di lavorare in ogni situazione, di portare all’esterno, in altri quotidiani, un giornalismo battagliero e coraggioso, preciso, colto, documentato, politicamente schierato, intellettualmente pregevole.
    [NOTE]
    625 R. S. Rossi, Era L’Ora, cit., p. 254.
    626 Cfr. la pagina Facebook L’Ora, edizione straordinaria, gestita dal cronista di «Repubblica» Roberto Leone (ex de «L’Ora»): https://www.facebook.com/leone4040/.
    627 Aa. Vv., L’Ora, edizione straordinaria, cit.
    628 G. Saladino, Romanzo civile, cit.
    629 Ivi, p. 142.
    630 U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit.
    631 A. Blando, L’antimafia come risorsa politica, cit.. Su questa linea si colloca in parte l’esperienza della Rete, ricostruita in D. Saresella, Tra politica e antipolitica: la nuova «società civile» e il movimento della Rete (1985-1994), Le Monnier, Firenze 2016.
    632 Sulla dimensione fortemente politica del giornalismo di Nisticò insiste nei suoi vari interventi Franco Nicastro.
    633 Vasile, Ma gli altri no, cit., p. 192.
    Ciro Dovizio, Scrivere di mafia. «L’Ora» di Palermo tra politica, cultura e istituzioni (1954-75), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2018-2019

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  24. newslow: slowforward dal 24 dicembre 2025 al 20 gennaio 2026

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  25. newslow: slowforward dal 24 dicembre 2025 al 20 gennaio 2026

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  26. newslow: slowforward dal 24 dicembre 2025 al 20 gennaio 2026

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  29. newslow: slowforward dal 14 ottobre al 20 novembre 2025

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  30. newslow: slowforward dal 14 ottobre al 20 novembre 2025

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  31. newslow: slowforward dal 14 ottobre al 20 novembre 2025

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  33. newslow: slowforward dal 14 ottobre al 20 novembre 2025

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  34. Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente

    La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
    […] I principali attentati che precedettero l’attacco alla Questura di Milano furono, come sopra ricordato, essenzialmente due. In primo luogo si ricorda il fallito attentato del 7 aprile del 1973 sul direttissimo Torino-Genova-Roma ad opera del gruppo La Fenice. <32 L’esecutore materiale, Nico Azzi, giovane missino, nel tentativo di controllare l’ordigno, temendo che questo non fosse stato impostato correttamente, aveva fatto scoppiare inavvertitamente un detonatore tra le sue gambe, rendendo impraticabile l’innesco dell’ordigno. Nell’ipotesi iniziale all’attentato avrebbe dovuto seguire la solita operazione di attribuzione della paternità a sinistra. In quell’occasione si era deciso di far
    ricadere la responsabilità del gesto sul gruppo genovese “XXII ottobre”, collegato significativamente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Secondo il progetto iniziale, a questa strage doveva far seguito una seconda sul treno Monaco-Roma che poi non venne attuata a causa del fallito attentato sul primo treno, considerato che Azzi, colto in flagrante, era chiaramente di destra, per cui la messa in scena non poteva più essere orchestrata.
    Un secondo snodo significativo nella strategia perseguita prima dell’attentato a Rumor fu il cosiddetto “giovedì nero di Milano”. Il 12 aprile 1973 era stata indetta dall’MSI e dal Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, una manifestazione di protesta che, a causa dei fatti dei giorni precedenti, era stata limitata dal prefetto Libero Mazza al solo comizio. Nonostante ciò, centinaia di militanti del Movimento Sociale Italiano e delle principali organizzazioni dell’estrema destra scesero in piazza e si scontrarono con le forze dell’ordine. Nel corso della manifestazione rimase ucciso l’agente di polizia Antonio Marino, in seguito all’esplosione di una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, giovane missino che venne immediatamente identificato. Dalle testimonianze di Loi, che sentendosi abbandonato dal suo partito cominciò a parlare, si comprese che i disordini erano stati volontariamente provocati dalla dirigenza missina. <33
    Al di sopra degli attentatori, come è stato ormai accertato dalla Magistratura, operava il già citato gruppo golpista la Rosa dei Venti che svolgeva una funzione di coordinamento tra i diversi gruppi eversivi. <34 Si trattava di un’organizzazione atlantica intersecata con gli apparati dello stato, il cui nome conteneva un chiaro richiamo al simbolo della NATO, oltre ad evocare il numero dei gruppi di estrema destra associati alla stessa organizzazione. <35 Facevano parte dell’organizzazione diversi militari, quali ad esempio il maggiore Amos Spiazzi e il generale Francesco Nardella, oltre ad estremisti neri: tra i nomi più rilevanti ricordiamo il principale promotore del gruppo Dario Zagolin – informatore degli americani e del SID -, Eugenio Rizzato, Sandro Sedona e Sandro Rampazzo. Tra i membri risultavano anche diversi industriali ed esponenti del Fronte nazionale che avevano preso parte al golpe Borghese, tra cui occorre ricordare l’avvocato Giancarlo De Marchi, che come noto aveva già giocato un ruolo rilevante in qualità di collettore dei finanziamenti per il progetto golpista del principe Borghese.
    La figura di De Marchi ricompare proprio nel marzo 1973 quando, nell’ambito della riproposizione di un piano eversivo, venne contattato dal maggiore Amos Spiazzi, su indicazione di un agente del SID. Il compito era quello di valutare affidabilità e la serietà dell’avvocato genovese, che si era dichiarato disponibile a reperire fondi a sostegno della strategia stragista, rassicurandolo al contempo sulla concretezza e fattibilità del disegno golpista, stante l’esistenza di un rilevante numero di militari disposti a proseguire il fallito golpe Borghese.
    L’esistenza di un nuovo progetto golpista è stata confermata d’altra parte anche dalle indagini del giudice Giovanni Tamburino, dalle quali si evince chiaramente che la Rosa dei Venti nel 1973 aveva come obbiettivo quello di promuovere interventi tesi all’istaurazione di un regime autoritario in Italia attraverso la realizzazione di un colpo di stato. Secondo le dichiarazioni di Remo Orlandini, uomo di fiducia del principe Borghese, ai già citati eventi dell’aprile-maggio 1973 – l’attentato al treno Torino-Roma, la manifestazione del 12 aprile e la bomba alla Questura – doveva seguire, l’instaurazione di un clima di forte tensione sociale in Valtellina alla cui direzione avrebbe dovuto esserci il leader del Movimento di azione rivoluzionaria (MAR) Carlo Fumagalli, altro nome di fondamentale importanza nel mondo dell’estrema destra in quella stagione. Altro passaggio teso a creare un clima adatto ad un colpo di stato.
    Nell’aprile del 1973 l’attività della Rosa Dei Venti era strettamente connessa alle attività di Ordine Nuovo. Da fonti provenienti dai carabinieri e dal SID risulta infatti che il giorno della strage Bertoli era atteso da Sandro Rampazzo fuori dalla questura, che come abbiamo già sottolineato avrebbe dovuto farlo scappare a bordo della sua auto. <36 Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente e questo conferma il fatto che la strage di Bertoli si inserisse in un disegno di ben più ampia portata di quanto per lungo tempo abbiano voluto far credere sia parte dei Servizi Segreti sia una parte della stampa. Come avvenuto con il golpe Borghese, l’opinione pubblica sarebbe però venuta a conoscenza del progetto ordito dalla Rosa dei Venti, peraltro in modo parziale, solo nell’autunno del 1974 grazie all’evoluzione dell’inchiesta condotta dal giudice Tamburino.
    Al compimento dell’attentato avrebbe dovuto seguire l’intervento delle Forze Armate, in modo analogo a quanto era stato previsto dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Nonostante l’atto stragista non avesse raggiunto gli obbiettivi che si era prefissato, – Rumor rimase illeso – la Rosa dei Venti avrebbe comunque allertato le strutture civili e militari per passare all’azione il 2 giugno del 1973. Anche in questa occasione l’esecuzione del golpe rientrò soltanto a causa di un intervento esterno.
    Contrariamente a quel che sperava la destra, la bomba alla questura non determinò comunque uno spostamento a destra del governo, ma finì anzi per rafforzare all’interno della DC la linea favorevole ad una riedizione del centro-sinistra.
    Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato il nostro paese, l’attentato alla questura costituisce uno snodo rilevante nella storia della strategia della tensione. Come ha sottolineato in modo chiaro Dondi, esso costituì «l’ultima strage costruita cercando di attuare il meccanismo di provocazione con lo scambio di attribuzione». <37
    Contrariamente a quanto avevano sperato gli ordinovisti e diversamente da quanto era accaduto con la strage di Piazza Fontana, gran parte dell’opinione pubblica diffidò da subito della paternità anarchica dell’attentato. Probabilmente la lunga scia di sangue che aveva attraversato il Paese e l’attività sempre più incisiva della controinformazione avevano cambiato in modo profondo la sensibilità degli italiani. D’altro canto anche la stampa d’opinione, sia pure con le dovute eccezioni, non poté non ravvisare le evidenti incongruenze di una riconduzione della strage alla pista anarchica. Troppi erano gli elementi che non tornavano. Innanzitutto il profilo biografico-politico dell’attentatore, le cui frequentazioni di uomini e organizzazioni della destra eversiva erano difficilmente occultabili. «L’Unità» e «Paese Sera» già dal 18 maggio avevano rilevato i legami del Bertoli con Pace e Libertà, l’organizzazione finanziata dalla Cia.
    In secondo luogo, non si capiva come Bertoli avesse potuto sapere della commemorazione di Calabresi con una settimana di anticipo, cioè al momento di lasciare Israele, quando invece la cerimonia era stata resa pubblica soltanto il 15 maggio. Era evidente che ci doveva essere un coinvolgimento di qualcuno all’interno delle istituzioni. Risultava infine decisamente poco credibile non ipotizzare una trama internazionale alla luce dei numerosi spostamenti di Bertoli. Come era stato possibile infatti che il Mossad non fosse stato in grado di identificare un pregiudicato che operava sul suo territorio, che intratteneva rapporti con uomini dell’estrema desta francese e che andava e veniva dallo stato ebraico con un passaporto falso?
    Insomma, troppi elementi non quadravano nella strage di via Fatebenefratelli. Proprio per questo si può dire che l’attentato costituisce in senso tecnico la fine della strategia della tensione, almeno come era stata delineata nell’ambito del convegno dell’Istituto Pollio tenuto all’hotel Parco dei Principi di Roma del maggio 1965.
    [NOTE]
    32 A. Giannuli, E. Rosati, Storia di ordine nuovo. La più pericolosa organizzazione neo-fascista degli anni settanta, cit., p. 162. La Fenice fu un’organizzazione dell’estrema destra milanese fondata da Giancarlo Rognoni nel 1971. Il gruppo nel febbraio 1973, rientrò sotto l’ombrello del MSI, grazie all’accordo con Franco Servello, cosa avvenuta anche per Ordine Nuovo alla vigilia della strage di Piazza Fontana. Ai membri de La Fenice erano state infatti promesse alcune cariche all’interno del partito. Tra i principali militanti ricordiamo Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati. Il gruppo godeva della protezione di Pino Rauti.
    33 M. Dondi, op. cit., p.308-309.
    34 G. Tamburino, La Rosa dei Venti nel quadro dell’eversione stabilizzante, https://memoria.cultura.gov.it (consultato il 20 novembre 2024).
    35 M. Dondi, op. cit., p. 330. Le organizzazioni legate alla Rosa dei Venti, inizialmente venti, divennero poi ventitré. Tra queste ricordiamo Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte nazionale, Mar.
    36 Cfr. S. Ferrari, Le stragi di stato. Piccola enciclopedia del terrorismo nero da piazza Fontana alla stazione di Bologna, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006, p. 95.
    37 M. Dondi, op. cit., p. 327.
    Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

    #17 #1973 #AntonioMarino #attentati #CarloFumagalli #CIA #controinformazione #FrancescoNardella #fronte #Genova #GianfrancoBertoli #gioventù #golpe #Israele #maggio #MAR #MartaCicchinelli #Milano #militari #MSI #NATO #nazionale #neofascisti #NicoAzzi #OrdineNuovo #Questura #rosa #Sid #strage #strategia #tensione #tentativo #Valtellina #Venti #VittorioLoi

  35. Economia del genocidio: aziende complici, rapporti ONU e boicottaggio dei prodotti israeliani

    Indice dei contenuti

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    • Settore alimentare e beni di consumo
    • Le aziende italiane e la Difesa
    • Tecnologia, logistica e sponsorizzazioni
    • Infrastrutture, energia e finanza B2B
    • Energia e logistica marittima
      • Guida al consumo critico e consapevole

    Il dibattito sulla complicità aziendale nel conflitto israelo-palestinese ha ricevuto un nuovo impulso con la pubblicazione del rapporto From the Economy of Occupation to the Economy of Genocide (2025), redatto da Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati.

    Questo rapporto, chiave per la comprensione di chi finanzia la guerra a Gaza, ha delineato la transizione da una semplice economia dell’occupazione a una vera e propria economia del genocidio. Il rapporto analizza in dettaglio le aziende coinvolte nel genocidio a Gaza, evidenziando come i flussi economici globali contribuiscano al mantenimento dell’assedio e alla distruzione delle infrastrutture civili palestinesi.

    Parallelamente, il database indipendente Who Profits e il movimento BDS – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni hanno documentato i legami di numerose aziende globali con l’occupazione israeliana e gli insediamenti illegali.

    Questa lista aggiornata di aziende complici dell’occupazione israeliana incrocia i dati fondamentali per il consumo critico e consapevole in Italia:

    • Rapporto Albanese (ONU, 2025) – Economia del genocidio, analisi
    • Database Who Profits – Aziende e occupazione
    • Campagne BDS internazionali – Marchi da evitare secondo il movimento BDS

    L’obiettivo è offrire una panoramica verificata delle aziende complici dell’occupazione israeliana, permettendo ai cittadini di orientare le proprie scelte economiche e adottare un consumo realmente consapevole.

    ⚠️ Avvertenza importante:

    La presenza di un’azienda in queste fonti non implica una condanna legale, ma indica segnalazioni o campagne pubbliche basate su analisi indipendenti, inchieste giornalistiche o rapporti di ONG. Molte aziende contestano le accuse o hanno modificato le proprie politiche.

    Settore alimentare e beni di consumo

    In questa sezione si concentrano i marchi di largo consumo e i prodotti più facilmente individuabili nei supermercati italiani, al centro del boicottaggio alimentare etico.

    Azienda / MarcaProdotti e Marchi in ItaliaLegame ContestatoFonteNestléBaci Perugina, KitKat, Nescafé, S.Pellegrino, Levissima, Buitoni, PurinaDetiene una quota di controllo (>50%) del gruppo israeliano Osem, attivo anche nei Territori Occupati.Who Profits – Osem GroupPepsiCoLay’s, Gatorade, 7Up, Quaker, TropicanaJoint venture con Strauss Group (israeliana), accusata di sostegno economico all’esercito israeliano.BDS Movement – SabraMcDonald’s / Coca-ColaFast food / BevandeLe filiali israeliane hanno fornito pasti e supporto logistico alle forze armate.Al JazeeraSodaStreamMacchine per bibite gassateEx fabbrica in insediamento in Cisgiordania (chiusa nel 2015, ma simbolo storico del boicottaggio).Who Profits – SodaStreamProdotti agricoli israeliani (Jaffa, Carmel)Datteri, avocado, agrumiProduzioni provenienti da insediamenti nella Valle del Giordano.Who Profits – Agricultural Exports

    Le aziende italiane e la Difesa

    Sebbene in misura minore rispetto ai colossi internazionali, esistono aziende italiane coinvolte nel conflitto israelo-palestinese, sia per collaborazioni industriali sia per progetti di difesa congiunti. Il loro ruolo è stato oggetto di indagine nel Rapporto ONU Francesca Albanese (2025).

    Azienda ItalianaSettoreSegnalazione / CoinvolgimentoLeonardo S.p.A.Aerospazio e difesaCitata nel Rapporto Albanese per partnership con Elbit Systems e programmi congiunti di difesa (droni e radar).BarillaAlimentareNon risulta citata né in Who Profits né tra i target BDS.

    Tecnologia, logistica e sponsorizzazioni

    Molte aziende che finanziano Israele lo fanno attraverso partnership tecnologiche, servizi cloud o infrastrutture di sicurezza, rendendo il boicottaggio tecnologico una delle aree più discusse del movimento BDS.

    AziendaTipo di CoinvolgimentoFonteMicrosoft, Amazon Web Services, Google (Alphabet)Fornitura di servizi cloud e AI per il Progetto Nimbus, a supporto delle infrastrutture militari israeliane.The InterceptHewlett-Packard (HP)Servizi IT per database e sistemi biometrici nei checkpoint.Who Profits – HPCaterpillarFornitura di bulldozer usati nella demolizione di case palestinesi.Who Profits – CaterpillarPuma e ReebokSponsorizzazione della Israel Football Association (IFA), che include squadre in insediamenti illegali.BDS Movement – PumaAirbnb, Booking.comPromozione di strutture turistiche negli insediamenti.Who Profits – TourismTeva PharmaceuticalsMultinazionale israeliana boicottata per il suo ruolo economico nei territori occupati.Who Profits – Teva

    Infrastrutture, energia e finanza B2B

    Questa sezione include aziende essenziali per l’infrastruttura israeliana e gli investimenti nelle colonie, menzionate nel Rapporto ONU 2025 di Francesca Albanese per il loro ruolo nel sostegno strutturale all’occupazione.

    Azienda / SettoreTipo di CoinvolgimentoFonteGlencore / Drummond CompanyEnergia e carbone: principali fornitori di carbone per Israele.UN Report, 2025 – A/HRC/59/23ChevronEstrazione di gas naturale dai giacimenti di Leviathan e Tamar.UN Report, 2025 – A/HRC/59/23SiemensCoinvolta in progetti elettrici come l’Interconnettore Euro-Asia.BDS MovementBanche e Fondi d’InvestimentoInvestimenti in aziende attive negli insediamenti.UN Report, 2025 – A/HRC/59/23CAF (Spagna)Costruzione della ferrovia leggera di Gerusalemme.Who Profits – CAF

    Energia e logistica marittima

    Azienda / SettoreTipo di CoinvolgimentoFonteEni S.p.A. (Italia)Esplorazione Gas: Ha ottenuto licenze per l’esplorazione di gas (Blocco 9/Alon D) nel Mediterraneo orientale, per conto di Israele, vicino alle aree marittime contese.[Rapporto Greenpeace / Stampa Italiana]ZIM Integrated Shipping (Israele)Logistica Marittima: Principale compagnia di navigazione israeliana, considerata vitale per l’economia israeliana e obiettivo primario del boicottaggio logistico per le sue operazioni globali.[BDS Movement]APL, ZIM, OOCL (Logistica Container)Assicurazione/Riasicurazione: Molte compagnie marittime e assicurative sono citate per il trasporto di merci da/per insediamenti o per la copertura di rischi di infrastrutture militari.[Who Profits / Rapporto Albanese]Axon Enterprise (Taser)Sicurezza/Polizia: Fornitura di bodycam e armi non letali utilizzate dalle forze di sicurezza israeliane (Polizia, IDF, Amministrazione Penitenziaria).[Who Profits]

    Guida al consumo critico e consapevole

    Il boicottaggio etico dei prodotti israeliani è oggi uno strumento di pressione civile sempre più utilizzato.

    Per i consumatori che cercano di agire tramite il consumo consapevole, queste indicazioni pratiche possono essere d’aiuto:

    • 🔍 Verificare l’origineevitare prodotti etichettati “Israele” o marchi agricoli noti (Jaffa, Carmel, Jordan River).
    • 📦 Codice a barre 729: è l’identificativo dei prodotti israeliani.
    • 📱 App utiliBoycat e No Thanks permettono di scansionare i prodotti e verificare se sono tra gli obiettivi BDS.
    • 🌍 Database ufficiali: consultare WhoProfits.org e il Rapporto ONU di Francesca Albanese per approfondire i legami economici e di investimento.

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  39. newsletter slowforward 22 giugno – 10 agosto 2025 + sostieni l’eroica opra ultraventennale del sito!!

    poco fa ho spedito per mail – alle persone registrate – la newsletter (a)periodica di slowforward, con link a post pubblicati qui dal 22 giugno al 10 agosto. la newsletter non ha (ancora) un nome, e viene manualmente compilata da me. chi volesse riceverla, per leggere o rileggere informazioni e articoli che giocoforza sono recuperabili ma visivamente scomparsi oltre l’orizzonte degli eventi, può farmene richiesta scrivendo a https://slowforward.net/contact/

    chi volesse sostenere il lavoro di slowforward, di mg / differx,
    può farlo via
    ko-fi oppure paypal

    https://ko-fi.com/differx57119

    mettiamola (daccapo) così: sono fermo a uno dei semafori della rete, e vi faccio cenno indicando il parabrezza… bon: se voi apprezzate e vi fa piacere che io da 22 anni quotidianamente vi aiuti a renderlo ben trasparente e sensibile a informazioni & notizie su #scritturadiricerca #scritturasperimentale #palestina #asemicwriting #scritturaasemica #antifascismo #prosa #prosabreve #prosainprosa #artecontemporanea #materialiverbovisivi #audio #podcast #video #presentazioni  #criticaletteraria #teorialetteraria #letturepubbliche #progettiletterari, #archivi #anni70 … non avete da fare altro che offrirmi un caffè.

    *

    e… dal 9 al 30 settembre, chi intende sostenere tramite paypal o ko-fi il lavoro di mg / differx / slowforward con cifre uguali o superiori a 20 euro, riceve gratuitamente – con posta tracciata – una copia del mio recente Prima dell’oggetto.
    autografata, if they want.

    (n.b.: dopo il 30 settembre sarà sempre possibile – e da me auspicatissimo – sostenere mg, ovviamente, ma senza ricevere il libro).

    #2003 #Anni70 #anniSettanta #anni70 #annisettanta #antifascismo #archivi #archivio #arteContemporanea #artecontemporanea #asemic #asemicWriting #asemicwriting #audio #caffè #CarmeloBene #contact #controinformazione #CorradoCosta #criticaLetteraria #CriticaLetteraria #differx #diffusioneDiTesti #EmilioGarroni #EmilioVilla #flarf #glitch #googlism #informazione #informazioni #koFi #kofi #lavoro #letturePubbliche #letturepubbliche #link #MagdaloMussio #mail #materialiVerbovisivi #materialiverbovisivi #MG #NanniBalestrini #newsletter #newsletterPeriodica #notizie #orizzonteDegliEventi #Palestina #parabrezza #paypal #podAlPopolo #podalpopolo #podcast #post #presentazioni #PrimaDellOggetto #progettiLetterari #progettiletterari #prosa #prosaBreve #ProsaInProsa #prosabreve #prosainprosa #raccoltaDiMateriali #reading #scritturaAsemica #scritturaComplessa #scritturaDiRicerca #scritturaSperimentale #scritturaasemica #scritturadiricerca #scritturasperimentale #scrittureComplesse #scrittureDiRicerca #scrittureSperimentali #slowforward #slowforwardDal2003 #sostieniSlowforward #teoriaLetteraria #teorialetteraria #unCaffèASlowforward #video #videopresentazioni

  40. Alla ricerca di utenti che condividono i miei interessi: #controinformazione (ma no fake), #storia anche alternativa ed episodi curiosi (ma non fantasiosi), #simbologia e #arte, #occultismo, studio di sette segrete e #Massoneria (con sguardo critico ma serio), #esoterismo, #letteratura di ogni tipo, #film particolari (con messaggi non banali), religiosità e #spiritualismo (in modo laico), analisi socio-politica attuale (senza -ismi o preconcetti).

  41. Alla ricerca di utenti che condividono i miei interessi: #controinformazione (ma no fake), #storia anche alternativa ed episodi curiosi (ma non fantasiosi), #simbologia e #arte, #occultismo, studio di sette segrete e #Massoneria (con sguardo critico ma serio), #esoterismo, #letteratura di ogni tipo, #film particolari (con messaggi non banali), religiosità e #spiritualismo (in modo laico), analisi socio-politica attuale (senza -ismi o preconcetti).

  42. Alla ricerca di utenti che condividono i miei interessi: #controinformazione (ma no fake), #storia anche alternativa ed episodi curiosi (ma non fantasiosi), #simbologia e #arte, #occultismo, studio di sette segrete e #Massoneria (con sguardo critico ma serio), #esoterismo, #letteratura di ogni tipo, #film particolari (con messaggi non banali), religiosità e #spiritualismo (in modo laico), analisi socio-politica attuale (senza -ismi o preconcetti).

  43. #20luglio2001
    Il #genoasocialforum manifesta contro la #globalizzazione mentre il #g8 si riunisce a #genova.
    Al centro del saggio di Diego Cavallotti su #cinemaetcie il ruolo di #controinformazione svolto da #indymedia, che, grazie all'uso delle nuove tecnologie digitali e di internet, riesce a raccontare il movimento dal punto di vista dei manifestanti, creando un archivio di testimonianze utili a individuare le responsabilità dei disordini nella gestione della piazza

    🔗riviste.unimi.it/index.php/cin

  44. newsletter slowforward 9 maggio – 21 giugno 2025 + sostieni l’eroica opra ultraventennale del sito

    tra ieri e oggi ho spedito per mail – alle persone registrate – la newsletter (a)periodica di slowforward, con link a post pubblicati qui dal 9 maggio al 21 giugno. la newsletter non ha (ancora) un nome, e viene manualmente compilata da me. chi volesse riceverla, per leggere o rileggere informazioni e articoli che giocoforza sono recuperabili ma visivamente scomparsi oltre l’orizzonte degli eventi, può farmene richiesta scrivendo a https://slowforward.net/contact/

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  45. newsletter slowforward 9 maggio – 21 giugno 2025 + sostieni l’eroica opra ultraventennale del sito

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  46. Noam Chomsky: la forza della ragione contro il potere

    La ragione contro il potereNoam Chomsky e Jean Bricmont saggioPonte alle graze2019137

    Noam Chomsky, in dialogo con Jean Bricmont, analizza il rapporto tra ragione e potere in un mondo dominato da ingiustizie e controllo. Attraverso due interviste illuminanti, l’

    magozine.it/noam-chomsky-la-fo

    #ArteECultura #RecensioniLibri #chomsky #controinformazione #PonteAlleGrazie #saggio

  47. 2 Minuti all’apocalisse – Guerra nucleare e catastrofe ambientale

    2 minuti all'Apocalisse. Guerra nucleare & catastrofe ambientaleNoam Chomsky e Laray PolksaggioPiemmemaggio 2018164https://www.edizpiemme.it/libri/2-minuti-allapocalisse/

    Noam Chomsky e Laray Polk

    Noam Chomsky, nato a

    magozine.it/2-minuti-allapocal

    #Controinformazione #CrisiAmbientale #RecensioniLibri #anarchia #chomsky #ecologismo #unolibri

  48. Il meraviglioso Mago di Oz, la psicologia sociale di Kurt Lewin e la politica

    La favola de “Il meraviglioso mago di Oz”

    La favola “Il meraviglioso mago di Oz” è tra le storie più singolari e uniche di fine 800. È un romanzo per ragazzi di L.Frank Baum, illustrato la

    magozine.it/il-meraviglioso-ma

    #ArteECultura #Controinformazione #FilosofieEPsicologia #allegoria #IlMagoDiOz #letteratura #politica #psicologia