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presentazione de “l’eco del boato”, di mirco dondi (2015)
https://youtu.be/ZD3oZhUWO8g?feature=shared
Presentazione del libro L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, di Mirco Dondi (Laterza, 2015), Giovedì 10 dicembre 2015 @
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Spazio Pianoterra, Milano.
La strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, apre la stagione delle ‘stragi nere’ in Italia, una serie di episodi stragistici ed eversivi, compiuti per mano di gruppi di estrema destra e neofascisti, manovrati, infiltrati e partecipati da pezzi di apparati dello stato. Alcuni giorni dopo la bomba di Milano, il settimanale britannico “The Observer” parlerà di ‘strategia della tensione’, riferendosi non solo alle bombe, ma al più generale clima sociale e politico che si svilupperà in Italia negli anni successivi.
Mirco Dondi, grazie allo studio ed alla raccolta di una grandissima mole di documenti, emersi negli anni dalle diverse inchieste e commissioni d’inchiesta che si sono succedute e raccogliendo la letteratura prodotta in questi anni, propone uno dei primi tentativi di sintesi storiografica su quei decenni, inserendo gli avvenimenti nel più ampio quadro concettuale della Guerra Fredda (la guerra psicologica, la guerra non ortodossa, l’utilizzo dei media, la strumentalizzazione dell’opinione pubblica e l’esperienza della contro informazione ecc), mettendo a disposizione di lettori, studiosi e giovani, uno strumento che, finalmente, permette di fissare alcune verità storiche inoppugnabili, nonostante le mancate condanne processuali. -
Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa https://bigarella.wordpress.com/2026/04/13/quanto-accaduto-a-peteano-rimarra-alla-memoria-piu-come-unazione-dimostrativa/ #1969, #1970, #1972, #Americani, #Carabinieri, #Destra, #EnricoForlino, #Golpe, #JunioValerioBorghese, #Neofascisti, #OrdineNuovo, #Peteano, #Stragi, #Strategia, #Tensione, #Terrorismo, #VincenzoVinciguerra
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Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa
Nonostante quella di Piazza Fontana non sia stata, come si potrà osservare, la più sanguinosa delle azioni eversive avvenute, viene comunque definita come la “madre di tutte le stragi” in quanto probabile terreno di prova e apertura del sipario per tutta la cosiddetta stagione delle stragi. Da quel momento fino ai primi anni ’80 vi saranno numerosi eventi attribuibili o meno alla strategia della tensione e numerose furono le vittime, sia per la destra che per la sinistra extraparlamentare ma anche per i servitori e gli esponenti dello Stato. Circa a metà del 1970 venne pubblicato un libro che permise di coniare l’espressione da allora usata in seguito “Strage di Stato” dall’omonimo titolo, edito da alcuni esponenti di Lotta Continua <76. Costoro intenzionati ad attuare una contro-inchiesta, puntarono da un lato il dito contro i neofascisti in chiave di esecutori ma dall’altro riconobbero lo Stato stesso come mandante, arrivando in alcuni casi a riconoscere il coinvolgimento di alcune delle forze atlantiche, per quanto spesso suddette indicazioni siano spesso tese a generalizzare in un unico grande insieme gli antagonisti <77.
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Nell’arco dei tumulti non vi furono solo attentati o attacchi diretti a una fazione più che ad un altra e per comprendere appieno gli equilibri di quel momento storico è necessario parlare anche di quanto accadde durante la notte tra 7 e 8 dicembre 1970: circa ventimila persone tra militari dai più alti ranghi fino alla fanteria, esponenti di varie fronde della destra così come gruppi di industriali e politici, tentarono un colpo di stato che sarà poi conosciuto come Golpe Borghese prendendo il nome dal suo organizzatore Junio Valerio Borghese, conosciuto anche come il principe nero, fondatore del Fronte Nazionale <78, legato in amicizia ad Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie. L’obiettivo di questa azione era prendere il controllo della nazione istituendo un governo militare: procedendo con l’arresto di Saragat allora presidente della Repubblica, l’uccisione di Vicari al comando della Polizia e l’occupazione da parte di una reparto dei forestali degli studi Rai dai quali Borghese avrebbe condotto il suo discorso di insediamento per l’attivazione della Giunta Nazionale <79. Senza dimenticare una presunta occupazione del Ministero dell’Interno ad opera dei militanti di AN <80. Il putsch non ebbe esito in quanto Borghese, allertato da una telefonata, comunicò a tutti i partecipanti di abortire il piano, nonostante fosse già in attuazione. Probabilmente era stato avvisato da qualcuno di un’eventuale trappola tesa a sventare il tutto: nonostante ancora oggi non sia stata fatta chiarezza riguardo le motivazioni del dietro front, si suppone che gli americani, a conoscenza di tutto, abbiano ritirato il loro appoggio. L’intera faccenda fu sottoposta ad un’indagine segreta, nascosta all’opinione pubblica per mesi fino al 17 marzo 1971 momento in cui Paese Sera con uno scoop titolò “Complotto Neofascista” in prima pagina svelando in parte quanto accaduto. La risposta delle sinistre fu quella di manifestare e chiarire, seppur in maniera non violenta, che il risultato di un’insurrezione fascista sarebbe stato quello di portare ad una guerra civile <81. Ad oggi si suppone un coinvolgimento atlantico molto più forte in questa vicenda, riconoscendo la possibilità che Borghese sia stato coadiuvato da potenti politici italiani come Tanassi e Andreotti, supponendo che quest’ultimo fosse la figura chiave e il demiurgo dell’attentato alla Nazione <82. L’idea di rischiare un eventuale governo, simile a quello “dei colonnelli” greco, non portò ad altro se non ad una maggiore preoccupazione da parte delle sinistre a volte sfociata in violenza. Dall’altro lato per i movimenti di destra extra-parlamentare si iniziava a scegliere spesso la lotta di strada basata su raid e contrasto agli attacchi rivolti ai propri membri.
Invece il comportamento di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo prima e Nero poi si inasprirà sempre più minando all’ordine pubblico e alle vite civili, come d’altronde in previsione si sarebbe dovuto sviluppare l’inizio di un’ipotetica strategia della tensione.
Una delle più controverse stragi avviene il 31 marzo del 1972 durante la notte, a Peteano parte del comune di Sagrado in Gorizia. Alle ore 22:35 le forze dell’ordine vengono allertate anonimamente della scoperta di una 500 con evidenti segni di una sparatoria sul parabrezza <83, all’arrivo dei carabinieri vengono appurati dei fori di proiettile di calibro 22, pistola che in seguito si sarebbe scoperta appartenere ad uno degli autori dell’attentato: Cicuttini e detenuta dal complice Ivano Boccaccio <84. Durante l’ispezione della vettura, gli inquirenti aprirono il cofano scatenando l’esplosione di una bomba ad innesco collegata alla vettura. Saranno tre i morti e due i feriti. Quanto accadde nelle indagini è un esempio del meccanismo di protezione costruito da fronde deviate: in quanto vennero attivati numerosi tentativi di depistaggio da parte degli stessi carabinieri e polizia: infatti la colpevolezza di una cellula extra-parlamentare nera avrebbe causato numerosi danni sia alla destra sia alle forze dell’ordine, principalmente perché si rischiava uno spostamento politico dei moderati sia contro la destra sia contro i militari nell’opinione pubblica <85.
Ad alzare il velo di nebbia sull’avvenimento vi fu anche la natura dell’esplosivo: a partire dalla perizia di Marco Morin, spesso al servizio dei giudici di Venezia, il quale dichiarò l’utilizzo nell’attentato del Semtex-H <86, esplosivo al plastico di approvvigionamento militare di origine cecoslovacca, spesso utilizzato in quegli anni per attacchi terroristici. Venne poi appurato sotto sospetto del giudice istruttore Casson la falsità delle perizie, in quanto il suddetto reperto aveva la funzione di depistare le indagini sulla sinistra, sospetto in seguito il coinvolgimento di Morin all’interno di Gladio, per non parlare del suo rapporto di amicizia con Carlo Maria Maggi, una delle figure di riferimento di Ordine Nuovo a livello nazionale <87. Scoperta la falsificazione delle prove da parte del giudice venne messa in campo l’ipotesi che la componente deflagrante utilizzata fosse stata presa da un “Nasco” di Gladio presso Aurisina depredato di cinque kg di esplosivo C4. Essendo numerosi sul territorio i depositi di questo tipo che iniziavano a venire alla luce senza l’apparente controllo degli originari proprietari <88.
La reale paternità dell’ordigno si è ottenuta con la finale analisi del giudice Guido Salvini, che negò la provenienza dell’esplosivo da Aurisina, anzi ritenne le affermazioni di Casson infondate. In quanto convinto dell’utilizzo di materiale esplosivo civile utilizzato nelle cave, probabilmente sottratto dall’altopiano di Piancavallo intorno al 1970, come si evince nella sentenza del 1998: «Per quanto concerne l’esplosivo, infatti, la perizia ha evidenzia che quello utilizzato per l’ordigno era esplosivo civile da cava (e non l’esplosivo militare del tipo “C4” presente nei Nasco) e perdipiù Vinciguerra ha spiegato con abbondanza di particolari e dettagli come egli se lo sia procurato, nell’estate del 1970, insieme ad alcuni camerati anche originari della zona, sull’altipiano del Piancavallo, rubandolo da una baracchetta del tutto incustodita di una ditta che stava effettuando lavori di sbancamento». <89
La dichiarazione di Vinciguerra tagliò i ponti con la teoria di una possibile collaborazione con Gladio, almeno per questo evento, nonostante fosse più cara all’opinione pubblica. I colpevoli vennero riconosciuti dopo tempo e numerosi depistaggi, in Cicuttini, Boccaccio e Vinciguerra. Il loro obiettivo era quello di causare una frattura nei buoni rapporti tra Ordine Nuovo e i carabinieri, in quanto visti come un semplice prolungamento della NATO e più in generale dell’ordine <90.
Quanto accaduto a Peteano rimarrà alla memoria più come un’azione dimostrativa, in quanto per i poteri in gioco e per ciò che avvenne in seguito, non era possibile, per una piccola cellula rivoluzionaria, portare un cambiamento nelle alleanze al di sotto di un movimento esteso come quello di Ordine Nuovo. L’organizzazione a seguito di questi eventi venne messa a processo essendo considerata un pericolo che rischiava di prendere forza. Nel 1973 erano quarantadue membri di Ordine Nuovo <91 ad essere sotto l’accusa di aver violato la legge Scelba e dunque di essere intenzionati a ricostruire il disciolto partito fascista. Il 21 novembre dello stesso anno vennero tra questi, sentenziate trenta condanne per i dirigenti a seguito della violazione degli articoli 1, 2, 3 e 7 della suddetta norma <92.
[NOTE]
76 Gruppo di sinistra extra-parlamentare attivo tra gli anni ’60 e ’70 con ideali rivoluzionari di stampo marxista
77 M.Liggini, E. Di Giovanni, “La Strage di Stato”, Samonà e Savelli, Roma, 1970
78 Gruppo politico di estrema destra con all’interno numerosi veterani di Salò
79 Per completezza riportato di seguito “Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, e ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi saranno indicati i provvedimenti più importanti ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della nazione sono con noi; mentre, d’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo stato che creeremo sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera. Il nostro glorioso tricolore! Soldati di terra, di mare e dell’aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali, vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno all’amore: Italia, Italia, viva l’Italia!” Disponibile in L. Telese, “Cuori Neri”, Sperling Paperback, Milano, 2010, pp. 151-152
80 A. Giannuli, “Bombe a inchiostro”, BUR, Milano, 2008, p.142
81 M. Dondi, “L’eco del boato”, Laterza, Roma, 2015, pp.210-217
82 G. M. Bellu, “E la Cia disse: sì al golpe Borghese ma soltanto con Andreotti premier”, Repubblica, 5 dicembre 2005
83 Nel dettaglio la trascrizione: “Vorrei dirle che gh’è, che la xè una una machina che ga due buchi, eh sul parabressa, no? Fra la strada da Poggio Terza Armata a Savogna la xè una cinquecento da Poggio Terza Armata per venire giù a Savogna una cinquecento bianca e la ga due busi, due, due busi, sembra de palotola”, presente in G. Salvi, “La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise di Venezia per la strage di Peteano”, Editori Riuniti, Roma, 1989, p. 34
84 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta 22 marzo 2001, in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.145
85 A. Giannuli, “La strategia della tensione”, Ponte delle Grazie, Milano, 2018, p. 416-417
86 “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, “Doc. XXIII n.64 Volume Primo Tomo I”, Decisioni adottate dalla Commissione, Seduta del 22 marzo 2001 in merito alla pubblicazione degli atti e dei documenti prodotti e acquisiti, p.35
87 A. Silj, “Malpaese”, Donzelli, Roma,1994, p.178 e “Mentirono sulla strage”, Repubblica, 29 ottobre 1993
88 R. Bianchin, G. Cecchetti, “Il grande sospetto di Casson: quanti utilizzarono l’arsenale?”, Repubblica, 20 Dicembre 1990 e dagli stessi autori “Gladio: non tornano i conti sui Nasco”, Repubblica, 20 Gennaio 1991 e M. Griner, “Anime
Nere”, Sperling Kupfer, Milano, 2014
89 Sentenza Ordinanza N. 9/92 A.R.G.P.M., N. 2/92 F.R.G.G.I:, 3 febbraio 1998
90 V. Vinciguerra, “Ergastolo per la libertà”, Arnaud, Firenze, 1989, pp. 198-200
91 “I cento giorni di Ordine Nuovo”, Paese Sera, 30 gennaio 1972
92 Sentenza N. 5863/73, Tribunale di Roma, 21 Novembre 1973
Enrico Forlino, L’eversione nera negli anni di piombo: lo spontaneismo armato, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020 -
Il primo Campo Hobbit si svolse nell’estate del 1977 https://bigarella.wordpress.com/2025/12/16/il-primo-campo-hobbit-si-svolse-nellestate-del-1977/ #1956, #1960, #1968, #1977, #1979, #AlaineDeBenoiste, #Antiamericanismo, #AvanguardiaNazionale, #Campo, #Carta, #Destra, #Estrema, #Eversiva, #Fascismo, #Fascismo-movimento, #Fascismo-regime, #FedericaFrazzetta, #FrancoFreda, #FronteNazionale, #Hobbit, #Italia, #JuliusEvola, #Legione, #MSI, #NAR, #NouvelleDroite, #Nuova, #OrdineNuovo, #PinoRauti, #Razzismo, #TP, #Tradizionalisti, #Verona
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strage di Piazza Fontana, strage di Stato, strage fascista
12 dicembre, Piazza Fontana, strage di stato: non dimentichiamo
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Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente
La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
[…] I principali attentati che precedettero l’attacco alla Questura di Milano furono, come sopra ricordato, essenzialmente due. In primo luogo si ricorda il fallito attentato del 7 aprile del 1973 sul direttissimo Torino-Genova-Roma ad opera del gruppo La Fenice. <32 L’esecutore materiale, Nico Azzi, giovane missino, nel tentativo di controllare l’ordigno, temendo che questo non fosse stato impostato correttamente, aveva fatto scoppiare inavvertitamente un detonatore tra le sue gambe, rendendo impraticabile l’innesco dell’ordigno. Nell’ipotesi iniziale all’attentato avrebbe dovuto seguire la solita operazione di attribuzione della paternità a sinistra. In quell’occasione si era deciso di far
ricadere la responsabilità del gesto sul gruppo genovese “XXII ottobre”, collegato significativamente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Secondo il progetto iniziale, a questa strage doveva far seguito una seconda sul treno Monaco-Roma che poi non venne attuata a causa del fallito attentato sul primo treno, considerato che Azzi, colto in flagrante, era chiaramente di destra, per cui la messa in scena non poteva più essere orchestrata.
Un secondo snodo significativo nella strategia perseguita prima dell’attentato a Rumor fu il cosiddetto “giovedì nero di Milano”. Il 12 aprile 1973 era stata indetta dall’MSI e dal Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, una manifestazione di protesta che, a causa dei fatti dei giorni precedenti, era stata limitata dal prefetto Libero Mazza al solo comizio. Nonostante ciò, centinaia di militanti del Movimento Sociale Italiano e delle principali organizzazioni dell’estrema destra scesero in piazza e si scontrarono con le forze dell’ordine. Nel corso della manifestazione rimase ucciso l’agente di polizia Antonio Marino, in seguito all’esplosione di una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, giovane missino che venne immediatamente identificato. Dalle testimonianze di Loi, che sentendosi abbandonato dal suo partito cominciò a parlare, si comprese che i disordini erano stati volontariamente provocati dalla dirigenza missina. <33
Al di sopra degli attentatori, come è stato ormai accertato dalla Magistratura, operava il già citato gruppo golpista la Rosa dei Venti che svolgeva una funzione di coordinamento tra i diversi gruppi eversivi. <34 Si trattava di un’organizzazione atlantica intersecata con gli apparati dello stato, il cui nome conteneva un chiaro richiamo al simbolo della NATO, oltre ad evocare il numero dei gruppi di estrema destra associati alla stessa organizzazione. <35 Facevano parte dell’organizzazione diversi militari, quali ad esempio il maggiore Amos Spiazzi e il generale Francesco Nardella, oltre ad estremisti neri: tra i nomi più rilevanti ricordiamo il principale promotore del gruppo Dario Zagolin – informatore degli americani e del SID -, Eugenio Rizzato, Sandro Sedona e Sandro Rampazzo. Tra i membri risultavano anche diversi industriali ed esponenti del Fronte nazionale che avevano preso parte al golpe Borghese, tra cui occorre ricordare l’avvocato Giancarlo De Marchi, che come noto aveva già giocato un ruolo rilevante in qualità di collettore dei finanziamenti per il progetto golpista del principe Borghese.
La figura di De Marchi ricompare proprio nel marzo 1973 quando, nell’ambito della riproposizione di un piano eversivo, venne contattato dal maggiore Amos Spiazzi, su indicazione di un agente del SID. Il compito era quello di valutare affidabilità e la serietà dell’avvocato genovese, che si era dichiarato disponibile a reperire fondi a sostegno della strategia stragista, rassicurandolo al contempo sulla concretezza e fattibilità del disegno golpista, stante l’esistenza di un rilevante numero di militari disposti a proseguire il fallito golpe Borghese.
L’esistenza di un nuovo progetto golpista è stata confermata d’altra parte anche dalle indagini del giudice Giovanni Tamburino, dalle quali si evince chiaramente che la Rosa dei Venti nel 1973 aveva come obbiettivo quello di promuovere interventi tesi all’istaurazione di un regime autoritario in Italia attraverso la realizzazione di un colpo di stato. Secondo le dichiarazioni di Remo Orlandini, uomo di fiducia del principe Borghese, ai già citati eventi dell’aprile-maggio 1973 – l’attentato al treno Torino-Roma, la manifestazione del 12 aprile e la bomba alla Questura – doveva seguire, l’instaurazione di un clima di forte tensione sociale in Valtellina alla cui direzione avrebbe dovuto esserci il leader del Movimento di azione rivoluzionaria (MAR) Carlo Fumagalli, altro nome di fondamentale importanza nel mondo dell’estrema destra in quella stagione. Altro passaggio teso a creare un clima adatto ad un colpo di stato.
Nell’aprile del 1973 l’attività della Rosa Dei Venti era strettamente connessa alle attività di Ordine Nuovo. Da fonti provenienti dai carabinieri e dal SID risulta infatti che il giorno della strage Bertoli era atteso da Sandro Rampazzo fuori dalla questura, che come abbiamo già sottolineato avrebbe dovuto farlo scappare a bordo della sua auto. <36 Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente e questo conferma il fatto che la strage di Bertoli si inserisse in un disegno di ben più ampia portata di quanto per lungo tempo abbiano voluto far credere sia parte dei Servizi Segreti sia una parte della stampa. Come avvenuto con il golpe Borghese, l’opinione pubblica sarebbe però venuta a conoscenza del progetto ordito dalla Rosa dei Venti, peraltro in modo parziale, solo nell’autunno del 1974 grazie all’evoluzione dell’inchiesta condotta dal giudice Tamburino.
Al compimento dell’attentato avrebbe dovuto seguire l’intervento delle Forze Armate, in modo analogo a quanto era stato previsto dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Nonostante l’atto stragista non avesse raggiunto gli obbiettivi che si era prefissato, – Rumor rimase illeso – la Rosa dei Venti avrebbe comunque allertato le strutture civili e militari per passare all’azione il 2 giugno del 1973. Anche in questa occasione l’esecuzione del golpe rientrò soltanto a causa di un intervento esterno.
Contrariamente a quel che sperava la destra, la bomba alla questura non determinò comunque uno spostamento a destra del governo, ma finì anzi per rafforzare all’interno della DC la linea favorevole ad una riedizione del centro-sinistra.
Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato il nostro paese, l’attentato alla questura costituisce uno snodo rilevante nella storia della strategia della tensione. Come ha sottolineato in modo chiaro Dondi, esso costituì «l’ultima strage costruita cercando di attuare il meccanismo di provocazione con lo scambio di attribuzione». <37
Contrariamente a quanto avevano sperato gli ordinovisti e diversamente da quanto era accaduto con la strage di Piazza Fontana, gran parte dell’opinione pubblica diffidò da subito della paternità anarchica dell’attentato. Probabilmente la lunga scia di sangue che aveva attraversato il Paese e l’attività sempre più incisiva della controinformazione avevano cambiato in modo profondo la sensibilità degli italiani. D’altro canto anche la stampa d’opinione, sia pure con le dovute eccezioni, non poté non ravvisare le evidenti incongruenze di una riconduzione della strage alla pista anarchica. Troppi erano gli elementi che non tornavano. Innanzitutto il profilo biografico-politico dell’attentatore, le cui frequentazioni di uomini e organizzazioni della destra eversiva erano difficilmente occultabili. «L’Unità» e «Paese Sera» già dal 18 maggio avevano rilevato i legami del Bertoli con Pace e Libertà, l’organizzazione finanziata dalla Cia.
In secondo luogo, non si capiva come Bertoli avesse potuto sapere della commemorazione di Calabresi con una settimana di anticipo, cioè al momento di lasciare Israele, quando invece la cerimonia era stata resa pubblica soltanto il 15 maggio. Era evidente che ci doveva essere un coinvolgimento di qualcuno all’interno delle istituzioni. Risultava infine decisamente poco credibile non ipotizzare una trama internazionale alla luce dei numerosi spostamenti di Bertoli. Come era stato possibile infatti che il Mossad non fosse stato in grado di identificare un pregiudicato che operava sul suo territorio, che intratteneva rapporti con uomini dell’estrema desta francese e che andava e veniva dallo stato ebraico con un passaporto falso?
Insomma, troppi elementi non quadravano nella strage di via Fatebenefratelli. Proprio per questo si può dire che l’attentato costituisce in senso tecnico la fine della strategia della tensione, almeno come era stata delineata nell’ambito del convegno dell’Istituto Pollio tenuto all’hotel Parco dei Principi di Roma del maggio 1965.
[NOTE]
32 A. Giannuli, E. Rosati, Storia di ordine nuovo. La più pericolosa organizzazione neo-fascista degli anni settanta, cit., p. 162. La Fenice fu un’organizzazione dell’estrema destra milanese fondata da Giancarlo Rognoni nel 1971. Il gruppo nel febbraio 1973, rientrò sotto l’ombrello del MSI, grazie all’accordo con Franco Servello, cosa avvenuta anche per Ordine Nuovo alla vigilia della strage di Piazza Fontana. Ai membri de La Fenice erano state infatti promesse alcune cariche all’interno del partito. Tra i principali militanti ricordiamo Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati. Il gruppo godeva della protezione di Pino Rauti.
33 M. Dondi, op. cit., p.308-309.
34 G. Tamburino, La Rosa dei Venti nel quadro dell’eversione stabilizzante, https://memoria.cultura.gov.it (consultato il 20 novembre 2024).
35 M. Dondi, op. cit., p. 330. Le organizzazioni legate alla Rosa dei Venti, inizialmente venti, divennero poi ventitré. Tra queste ricordiamo Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte nazionale, Mar.
36 Cfr. S. Ferrari, Le stragi di stato. Piccola enciclopedia del terrorismo nero da piazza Fontana alla stazione di Bologna, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006, p. 95.
37 M. Dondi, op. cit., p. 327.
Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024#17 #1973 #AntonioMarino #attentati #CarloFumagalli #CIA #controinformazione #FrancescoNardella #fronte #Genova #GianfrancoBertoli #gioventù #golpe #Israele #maggio #MAR #MartaCicchinelli #Milano #militari #MSI #NATO #nazionale #neofascisti #NicoAzzi #OrdineNuovo #Questura #rosa #Sid #strage #strategia #tensione #tentativo #Valtellina #Venti #VittorioLoi
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Da queste informazioni è pacifico ritenere che la rete americana, o almeno alcuni suoi esponenti, fosse a conoscenza delle attività eversive di On prima ancora che le stragi avessero luogo, grazie all’attività informativa di uomini come Digilio. Le informazioni concernenti gli esplosivi destinati a Piazza Fontana e a Piazza della Loggia, nonché quelle riguardanti l’incontro di Colognola. Nel caso dell’esplosivo utilizzato presso la Banca dell’agricoltura, come si è visto Digilio ha più volte testimoniato di aver visionato a Mestre delle cassette militari contenenti esplosivo con delle scritte in inglese. In un’altra sede Digilio ha raccontato di essere stato inviato, tramite il prof. Lino Franco, un membro della struttura americana, a controllare l’arsenale di armi ed esplosivi che Ventura e Zorzi detenevano presso un casolare in provincia di Treviso, che a detta di Ventura sarebbe stato utilizzato per compiere un attentato ad un’alta personalità dello stato <1023. Nel caso dell’esplosivo utilizzato a Brescia, invece, egli ha affermato di aver appreso che sarebbe stato Soffiati, uomo dei Servizi americani, a trasportarlo all’interno di una valigetta. In entrambi i casi, quindi, l’esplosivo impiegato sarebbe stato di provenienza americana. Nell’incontro di Colognola, invece, Maggi aveva avvisato tutti di stare attenti perché presto ci sarebbe stato un attentato a scopo terroristico. Inoltre, in un incontro successivo al 28 maggio, Maggi aveva anticipato che alla strage di Piazza della Loggia avrebbero fatto seguito nuovi e più gravi attentati, che non dovevano essere sconosciuti agli Servizi americani in quanto Maggi era un loro informatore.
Le rivelazioni che riguardano la notizia per cui Minetto si sia recato sul luogo della strage di Piazza della Loggia per verificare quali fossero state le reazioni e i commenti seguiti all’attentato, in modo da farne una relazione alla Cia.
Anche in relazione alle numerose riunioni organizzate in Veneto gli atti processuali confermano sostanzialmente il quadro fornito da Digilio. La presenza di ufficiali italiani e americani alle riunioni della destra eversiva, al termine delle quali venivano distribuite armi provenienti dai sequestri dei Carabinieri di Padova sottolinea, ancora una volta, il comune interesse a bloccare ad ogni costo l’avanza comunista. La questione delle armi si collega direttamente a quella delle esercitazioni ad opera dei Servizi segreti americani per elementi italiani. Non è possibile affermare con certezza che l’organizzazione delle esercitazioni e la distribuzione delle armi fossero finalizzate alla realizzazione degli attentati, ma bisogna comunque considerare che i neofascisti italiani presenti erano ben conosciuti alla rete informativa statunitense, di cui erano peraltro informatori, e sappiamo che si trattava comunque di persone spregiudicate e senza scrupoli.
Bisogna poi considerare un altro elemento, costituito dalla relazione esistente tra la nascita delle centrali neofasciste in Veneto, e la presenza di basi statunitensi nella medesima regione. Si tratta più di una semplice coincidenza. Per indicazioni dello stesso Borghese, egli aveva costituito il Fronte nazionale su indicazione di James Jesus Angleton, dirigente della Cia, da cui era stato incoraggiato a imprimere una svolta nella politica italiana che bloccasse la penetrazione comunista <1024. Anche dietro la costituzione di On, nato nel 1966, appare esserci l’ombra dei Servizi segreti americani. Ciò comprova la priorità dell’impegno militare per il contenimento dell’espansione comunista.
Sembra infine accreditata l’ipotesi per cui, nonostante la Casa Bianca rimase sempre sostanzialmente contraria ai disegni di colpo di Stato e in generale ostile ad ogni possibilità di destabilizzazione, in quanto le possibilità di successo di tali progetti erano ritenuto scarse e un eventuale fallimento non avrebbe fatto altro che il gioco del Pci, le sedi diplomatiche e la Presidenza, o almeno certe parti di essa, non potessero non sapere. A supporto di questa teoria esistono diverse evidenze. Basti pensare ai finanziamenti fortemente voluti da Martin per stabilizzare la situazione italiana. Nelle intenzioni dell’ambasciatore i finanziamenti americani, che doveva allora avere un “catalytic effect”, dovevano cioè essere in grado di rivitalizzare le energie dei sostenitori della lotta al comunismo, finirono in buona parte nelle mani di personaggi direttamente coinvolti nelle stragi. Basti pensare agli 800.000 milioni consegnati a Vito Miceli, le cui connessioni con il terrorismo italiano erano ben note all’Ambasciata <1025.
In conclusione, dunque, non è possibile stabilire in che misura gli uomini di destra abbiano agito autonomamente o siano stati spinti dalla rete informativa americana, né si può stabilire a quali livelli e in quale catena di comando possano essere state assunte le decisioni di porre le bombe, ma da quanto affermato emerge che il ruolo americano oltrepassa di molto la semplice attività informativa e il “controllo senza repressione” che si è ipotizzato per gli organi della diplomazia, fino a configurarsi come la sostanziale condivisione di una strategia. Tutti gli eventi principali che hanno caratterizzato la stagione delle stragi in Italia presentano infatti non soltanto un elemento di controllo da parte della struttura di intelligence americana, ma arrivano sino a prevedere un’attività di aperto sostegno e di favoreggiamento delle scelte di On, e in certi casi anche una consulenza e un supporto tecnico delle attività in oggetto, che comunque nelle intenzioni statunitensi dovevano avere un effetto dimostrativo senza provocare vittime <1026. La strategia della tensione va quindi inserita in un quadro di responsabilità più ampio e articolato di quello strettamente nazionale. Il contesto descritto testimonia l’interesse dei servizi segreti americani a non fermare certi fenomeni eversivi che contribuivano a mantenere il nostro Paese in un determinato status quo politico. A questo proposito è sterile una qualunque contrapposizione fra “pista straniera” e “pista interna”. “Qualsiasi intervento straniero – data la portata e la durata temporale delle operazioni legate alla strategia della tensione, non avrebbe potuto realizzarsi senza il supporto compiacente di ampi settori istituzionali italiani. […] E, dunque, non vi è ragione di ritenere che le due piste non si completino a vicenda” <1027. La documentazione disponibile è ancora troppo scarsa e frammentaria per esprimere pareri definitivi sulla natura dei rapporti tra servizi segreti americani e attori nazionali. Tuttavia, i risultati del presente lavoro ci inducono ad adottare un punto di vista intermedio tra un atteggiamento che sopravvaluta la capacità degli Usa di influenzare il terrorismo italiano, quindi una regia unica statunitense, con il risultato di appiattire lo spessore delle vicende italiane, e uno che sopravvaluti al contrario l’autonomia delle organizzazioni nazionali. Non bisogna infatti dimenticare che, ad impedire lo scontro armato in Italia, contribuirono in primo luogo soprattutto le forze della democrazia: da un lato il Pci, che “ha potuto continuare a svolgere normalmente la propria attività politica, senza sostanziali compressioni della sua libertà”. Dall’altro la Dc, cui va riconosciuto il merito storico “di essere stata capace di resistere alle spinte antidemocratiche che venivano sia dal suo elettorato che dall’esterno […] I due partiti avevano ciascuno al proprio interno spinte antidemocratiche, ma hanno saputo assorbirle, sia pure a prezzo di logoranti scontri politici interni”. Si tratta di due storie speculari, che interagiscono tra loro, segnano la specificità della situazione italiana e cercano comunque di assecondare le rispettive evoluzioni democratiche, “nella consapevolezza che la complementarietà di queste due evoluzioni era essenziale al mantenimento della democrazia”. Un episodio è significativo di questa tendenza: “Taviani ci ha raccontato che l’ambasciatrice americana a Roma, [Claire Boothe Luce] con cui Randolfo Pacciardi aveva un rapporto di amicizia molto stretto, premeva su Mario Scelba, allora ministro degli Interni ed esponente dell’ala dura della Dc, per indurlo a usare il pugno di ferro nei confronti del Pci. E Scelba, secondo Taviani, rispose: “Noi siamo una democrazia, non un paese sudamericano. Certe cose le potete chiedere a loro, non a noi” <1028. La tradizione antifascista molto radicata nel paese ha sconfitto i suoi stessi nemici: i numerosi errori e le manchevolezze da parte della democrazia, furono compensati da scelte e decisioni che portarono alla sconfitta del fenomeno terroristico. Inoltre, malgrado la lunghezza delle vicende giudiziarie, e al di là dell’esito del giudizio, a quarant’anni di distanza i responsabili sono stati tutti rintracciati e processati, e il ruolo degli apparati di sicurezza atlantici e in linea generale delineato <1029.
[NOTE]
1023 Interrogatorio di Carlo Digilio di fronte al G.I. Guido Salvini, 19 febbraio 1994, in Atti BS/fasc. U-a-2, pp. 37-41; e interrogatorio del 5 marzo 1994, in Ibid. pp. 42-45.
1024 A. Giannuli, Il noto servizio, cit. p. 146.
1025 L. Guarna, L’Italia degli anni Settanta vista da Washington, cit. p. 168.
1026 Diverse fonti confermano questo elemento di “perdita del controllo” da parte degli ambienti statunitensi e del conseguente senso di smarrimento da parte dei neofascisti italiani. In più occasioni, Soffiati avrebbe affermato “dove ci stanno portando gli americani”. ln effetti la destra temeva che l’opinione pubblica, impressionata da fatti di grande gravità come le stragi, le si rivolgesse negativamente. Non è tuttavia possibile valutare pienamente la veridicità di questa tendenza. Interrogatorio di Carlo Digilio di fronte al G.I. Roberto di Martino, 20 gennaio 1997, in Atti BS/fasc. D-c-2, pp. 209-211.
1027 Relazione di Perizia del dott. A. Giannuli, 21 marzo 1997, cit. p. 284.
1028 G. Fasanella, C. Sestieri, G. Pellegrino, Segreto di stato, cit. p. 19.
1029 V. Satta, I nemici della repubblica. Storia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 2016.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020#1969 #1974 #1994 #1997 #anni #anticomunismo #CarloDigilio #CIA #Cinquanta #destra #eversiva #finanziamenti #GI_ #GuidoSalvini #interrogatorio #JamesJesusAngleton #LetiziaMarini #MarioScelba #nero #OrdineNuovo #RandolfoPacciardi #stragi #strategia #tensione #terrorismo #USA
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VERONA E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE, SABATO L’ULTIMO INCONTRO https://www.radiondadurto.org/2024/02/15/verona-e-la-strategia-della-tensione-sabato-lultimo-incontro/ #STRATEGIADELLATENSIONE #Centrodocumentazione #GiovanniBonetto #andreanicolini #GiorgioBertani #estremadestra #ordinenuovo #EliaRosati #infospazio #Politica #Cultura #LOCALI #Storia #verona
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"Verona e la strategia della tensione #3 - Storia di Ordine Nuovo". Con Elia Rosati.
📍 Info-Spazio 161
📅 sabato, 17 febbraio (05:30)
"𝐕𝐄𝐑𝐎𝐍𝐀 𝐄 𝐋𝐀 𝐒𝐓𝐑𝐀𝐓𝐄𝐆𝐈𝐀 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐓𝐄𝐍𝐒𝐈𝐎𝐍𝐄"Ciclo di tre incontri a cura del "Centro di Documentazione Giorgio Bertani" in
collaborazione con "Libre".-----------------------------------------------------------------
III incontro: "𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐎𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐍𝐮𝐨𝐯𝐨. 𝐈𝐥 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨
𝐯𝐞𝐫𝐨𝐧𝐞𝐬𝐞, 𝐭𝐫𝐚𝐦𝐞 𝐨𝐬𝐜𝐮𝐫𝐞 𝐞 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚."L’ultima conferenza affronterà il contesto e la storia di Ordine Nuovo. Nostri
ospiti saranno Elia Rosati, autore di "Storia di Ordine Nuovo" [Mimesis, 2017],
libro che ripercorre la storia del gruppo neofascista e Giovanni Bonetto. Una
serata davvero importante per mettere insieme i pessi e dare un senso logico e
cronologico dalla nascita alla fine del gruppo eversivo dell’estrema destra,
passando da una panoramica generale all’analisi del fenomeno veronese.Relatori: 𝐄𝐥𝐢𝐚 𝐑𝐨𝐬𝐚𝐭𝐢 [ricercatore UniMi] e Giovanni Bonetto.
Sabato 17 Febbraio
I
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"Pour l'Italie toujours... avant & après le 8 septembre 1943": tel est le titre d'un calendrier de l'armée italienne, vivement souhaité, semble-t-il, par la ss-secr. à la Défense #IsabellaRauti, membre de #FratelliDIItalia, fille d'un cofondateur de l'#OrdineNuovo, sinistre mvt néofasciste.
"Désolé de le dire, mais nous devenons une démocratie qui n'en a que le nom, les principes sur lesquels repose notre vie civile étant démantelés l'un après l'autre." #RobertoBertoni
https://www.articolo21.org/2024/01/prima-e-dopo-l8-settembre-ci-sono-due-italie-opposte-a-proposito-del-calendario-dellesercito/ -
VERONA E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: CICLO DI CONFERENZE A CURA DEL CENTRO DI DOCUMENTAZIONE BERTANI https://www.radiondadurto.org/2023/12/13/verona-e-la-strategia-della-tensione-ciclo-di-conferenze-a-cura-del-centro-di-documentazione-bertani/ #centrodocumentazionebertani #STRATEGIADELLATENSIONE #PiazzadellaLoggia #oresteveronesi #piazzafontana #antifascismo #neofascismo #ordinenuovo #andreaaola #infospazio #NAZIONALI #brescia #LOCALI #verona
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STRAGE DI PIAZZA LOGGIA A BRESCIA: UDIENZA PRELIMINARE SULLA PISTA VERONESE. LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO NON SI COSTITUISCE PARTE CIVILE: MANTOVANO PROVA A METTERCI UNA PEZZA https://www.radiondadurto.org/2023/03/23/strage-di-piazza-loggia-udienza-preliminare-sulla-pista-veronese-la-presidenza-del-consiglio-non-si-costituisce-parte-civile/ #SCELTA_LOCALI #piazzaloggia #ordinenuovo #INEVIDENZA #toffaloni #brescia #LOCALI #strage #zorzi #nato
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Témoignage du fils du juge Vittorio Occorsio, tué en juillet 1976 par des néofascistes.
"Pour le bien de la mémoire collective, il est bon de rappeler - dans un climat de célébrations surréalistes de Rauti, Almirante, #MSI & tout l'attirail néofasciste - que l'État italien ne juge pas les idéologies, mais les faits. Passages à tabac, agressions, attentats [...] étaient une pratique courante d'#OrdineNuovo, fondé en 1956 par Pino Rauti."
https://www.repubblica.it/commenti/2022/12/28/news/rauti_occorsio_mio_padre_ordine_nuovo_msi-380964060/?ref=nl-rep-a-bgr -
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Indignazione per la nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell’Archivio Centrale dello Stato.
Questa persona, infatti, si è dimostrata un AMMIRATORE del #FASCISTA #PINORAUTI, FONDATORE di #ORDINENUOVO e fervente promotore del #NEOFASCISMO, pesantemente coinvolto nella stagione #stragista
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«I nazisti di Ludwig e il rogo del cinema Eros»
Guido C
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