#alcidedegasperi — Public Fediverse posts
Live and recent posts from across the Fediverse tagged #alcidedegasperi, aggregated by home.social.
-
L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi
In effetti lo scontro frontale, tra mondo del lavoro, Stato e impresa, che si inaugura nel 1949, e che troverà poi una sua drammatica e ufficiale descrizione nell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del 1955, mette in risalto numeri impressionanti: “tra il gennaio del 1948 e il settembre del 1954 vi sono in Italia 75 operai uccisi, 5104 feriti, 148.269 arresti e 61.243 condannati in relazione ad azioni di protesta sindacale” <469. Altrettanto allarmante è la conta dei caduti e degli arresti nelle azioni di lotta condotte nelle campagne, tanto al Sud che nel Centro-Nord, “oltre 80 braccianti assassinati mentre lottavano per il lavoro, e oltre 10.000 anni di carcere per la gente delle campagne” <470. Mentre al secondo congresso della CGIL a Genova, nell’ottobre del 1949, si lanciava il Piano del lavoro, in 65 giorni venivano brutalmente colpite le lotte per l’occupazione delle terre con gli eccidi a Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso: in questo modo il governo sembrava dire “no alla proposta del Piano e alla richiesta di «distensione» che Di Vittorio aveva avanzato” <471. Il 9 gennaio del 1950, mentre la CGIL organizzava la Conferenza economica nazionale, prevista ufficialmente per gennaio e tenutasi a fine febbraio, la polizia sparò sugli operai a Modena uccidendone sei <472. Di Vittorio, dalle pagine del “Lavoro”, disse: “L’eccidio di Modena pesa; e continuerà a pesare per lungo tempo sulla vita italiana. Se De Gasperi e Scelba credono che si tratti d’un semplice «incidente», d’un fatto di cronaca che sarà presto dimenticato, si ingannano. A Modena, il 9 gennaio dell’Anno Santo 1950, le forze di polizia, agli ordini d’un governo cattolico e d’un Ministro degli Interni cattolico, hanno massacrato sei lavoratori, sei creature umane. Il raccapriccio, per questo orrendo massacro, diviene più acuto ed implacabile, quando si pensa che non si tratta d’un fatto isolato, accidentale. L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi, sempre di lavoratori, compiuti dalle stesse forze di polizia, agli ordini dello stesso Ministro degli Interni: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso. Il numero dei lavoratori uccisi, in soli due mesi, è salito a quattordici! È un primato, un ben triste primato – come ha osservato con alto senso umano e storico Luigi Salvatorelli ne «La Stampa» – perché ha superato tutti i precedenti della storia d’Italia e di altri paesi, se si eccettuano quelli fascisti o coloniali! Non un «incidente», quindi, ma un sistema, un metodo, una politica, che sono impersonati dal Ministro Scelba, pur essendone responsabile l’intero governo” <473.
#1949 #1950 #1952 #1954 #AlcideDeGasperi #assolutismo #braccianti #CGIL #cortei #DC #eccidi #EmilianoSchember #fredda #GiuseppeDiVittorio #governi #guerra #lavoro #LuigiSalvatorelli #manifestazioni #MarioScelba #Melissa #Modena #Montescaglioso #operai #padronale #PCI #piano #polizia #repressione #StatiUniti #Torremaggiore
Si configurava un vero e proprio attacco al mondo del lavoro finalizzato al ripristino dell’assolutismo padronale, che il protagonismo dei lavoratori nella lotta di Liberazione aveva messo in discussione, che fu sorretto da un’azione repressiva che assumeva “il carattere di una vera e propria rivincita” <474. L’azione sistematica del governo De Gasperi, richiamata da Di Vittorio, aveva le sue ragioni, non solo nella riorganizzazione dell’assetto produttivo e nella restaurazione dell’assolutismo padronale, ma anche nella necessità di rispondere alle esigenze di adesione al blocco internazionale di appartenenza e alla metamorfosi che, nel 1950, la politica americana di aiuti economici stava subendo. Il passaggio dal concetto di produttività, previsto dal Piano Marshall, a quello di rafforzamento dell’integrazione strategica del blocco occidentale, dovuto al precipitare della guerra fredda e allo scoppio della guerra “calda” in Corea, determinò un innalzamento dello scontro sociale che si concretizzò in un’accentuazione della violenza repressiva dello Stato: alle schedature, agli arresti, alle uccisioni, di lavoratori e militanti della CGIL e del PCI, si affiancò il ricatto economico a quelle aziende che non avessero avallato la politica discriminatoria anticomunista, nei termini della minaccia di esclusione dalle commesse internazionali legate alla produzione bellica <475.
Le lotte del Piano del lavoro si articolavano, su tutto il territorio nazionale, in questo contesto stretto tra le “esigenze” derivanti dalla guerra fredda e la concreta e specifica attività repressiva che si realizzava nelle singole realtà lavorative. In questo senso anche specifiche lotte, molto caratterizzate, dal punto di vista degli obiettivi, da limitati contesti territoriali o lavorativi, e che spesso venivano criticate anche dal PCI per un eccessivo “economicismo”, cioè per una loro presunta debolezza politica, finivano, invece, per avere un forte valore di difesa della democrazia <476.
[NOTE]
469 S. MISIANI, Dalla teoria della stagnazione al Piano per lo sviluppo, cit., nota n. 7, p. 289.
470 G. FABIANI, Il Piano del lavoro e le lotte per la riforma, cit., p. 112.
471 P. SANTI, Il Piano del lavoro nella politica della CGIL: 1949-1952, cit., p. 17.
472 “E poi ci furono i provvedimenti del governo De Gasperi – Scelba contro i comizi in fabbrica e contro le occupazioni degli stabilimenti, e ancora i due scioperi generali indetti dalla Cgil”, L. MUSELLA, I sindacati nel sistema politico, cit., p. 884.
473 G. DI VITTORIO, Modena e la crisi, in «Lavoro», anno III, n. 3, 15-21 gennaio 1950, ASCGIL nazionale.
474 L. VERSACE, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., p. 205.
475 “Dai concetti della produttività si passò velocemente a quelli condizionati dal conflitto in Corea e dal necessario rafforzamento dell’integrazione strategica in Europa. Non ne furono travolti i principi ma ad esso furono orientate le forniture, in maggioranza di tipo militare e dirette ad aziende privilegiate nelle quali la rappresentanza sindacale fosse anticomunista. […] Tra il 1951 e il 1955 si assiste quindi ad un innalzamento del livello dello scontro. Il Piano Demagnetize, la rete Stay Behind, le schedature di sindacalisti, operai ed esponenti della sinistra rientrano perfettamente in questa logica che viene applicata direttamente al mondo del lavoro. La repressione antioperaia che si scatena in quegli anni è quindi figlia diretta di questo clima e dell’applicazione concreta dell’attacco al PCI attraverso il sindacato attuato dagli Stati Uniti, perché costringe le imprese – se mai ce ne fosse un assoluto bisogno – a introdurre misure restrittive della libertà politica e sindacale all’interno delle fabbriche, al fine di assicurarsi o rientrare nell’applicazione delle cosiddette commesse off-shore e, quindi, agire concretamente in senso anticomunista e antioperaio”, P. IUSO, La CGIL e la guerra fredda (1947-1956), cit., p. 191.
476 “era vero che tante energie le rivolgevamo soltanto ad obiettivi quantitativi e ignoravamo che l’Abruzzo, in quel momento, non dava un sufficiente apporto alla grande lotta, più importante, che era la scelta di campo. Ma per capire come questo avvenisse, dobbiamo tener ben presente cos’era la lotta di classe allora: non era certo un fair play, ci si sparava. Dal 1° marzo ’50 al ’54 in Abruzzo noi avemmo i morti di Lentella ed i morti di Celano, ed avemmo 607 processi, 7410 processati, di cui 4197 condannati, per complessivi 396 anni, e un ergastolo. Per un terzo vennero processati per le lotte del Piano del lavoro, ma per due terzi furono processati per comizi, manifestazioni ecc. Ora, dire 7410 processati non è soltanto un problema tecnico: vuol dire che tutto l’apparato viene distolto per un’altra cosa, perché significava, in quel momento, non soltanto 4710 famiglie, ma significava il fatto politico, la risposta che bisognava dare; ed allora era evidente che l’obiettivo di lotta era democratico (fare uscire dalla galera, mobilitazione di avvocati, collegi di avvocati): era il tempo in cui il nemico imponeva un altro obiettivo dal quale tu non potevi prescindere. Quindi la debolezza del Piano del lavoro stava nel fatto che la lotta con l’avversario era così dura che imponeva quel modo di lottare”, L. DI PAOLANTONIO, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., pp. 162-3.
Emiliano Schember, La CGIL dal Piano del lavoro alla proposta di uno Statuto dei lavoratori (1949-1952), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012 -
L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi
In effetti lo scontro frontale, tra mondo del lavoro, Stato e impresa, che si inaugura nel 1949, e che troverà poi una sua drammatica e ufficiale descrizione nell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori nelle fabbriche del 1955, mette in risalto numeri impressionanti: “tra il gennaio del 1948 e il settembre del 1954 vi sono in Italia 75 operai uccisi, 5104 feriti, 148.269 arresti e 61.243 condannati in relazione ad azioni di protesta sindacale” <469. Altrettanto allarmante è la conta dei caduti e degli arresti nelle azioni di lotta condotte nelle campagne, tanto al Sud che nel Centro-Nord, “oltre 80 braccianti assassinati mentre lottavano per il lavoro, e oltre 10.000 anni di carcere per la gente delle campagne” <470. Mentre al secondo congresso della CGIL a Genova, nell’ottobre del 1949, si lanciava il Piano del lavoro, in 65 giorni venivano brutalmente colpite le lotte per l’occupazione delle terre con gli eccidi a Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso: in questo modo il governo sembrava dire “no alla proposta del Piano e alla richiesta di «distensione» che Di Vittorio aveva avanzato” <471. Il 9 gennaio del 1950, mentre la CGIL organizzava la Conferenza economica nazionale, prevista ufficialmente per gennaio e tenutasi a fine febbraio, la polizia sparò sugli operai a Modena uccidendone sei <472. Di Vittorio, dalle pagine del “Lavoro”, disse: “L’eccidio di Modena pesa; e continuerà a pesare per lungo tempo sulla vita italiana. Se De Gasperi e Scelba credono che si tratti d’un semplice «incidente», d’un fatto di cronaca che sarà presto dimenticato, si ingannano. A Modena, il 9 gennaio dell’Anno Santo 1950, le forze di polizia, agli ordini d’un governo cattolico e d’un Ministro degli Interni cattolico, hanno massacrato sei lavoratori, sei creature umane. Il raccapriccio, per questo orrendo massacro, diviene più acuto ed implacabile, quando si pensa che non si tratta d’un fatto isolato, accidentale. L’eccidio di Modena fa seguito ad altri tre eccidi, sempre di lavoratori, compiuti dalle stesse forze di polizia, agli ordini dello stesso Ministro degli Interni: Melissa, Torremaggiore, Montescaglioso. Il numero dei lavoratori uccisi, in soli due mesi, è salito a quattordici! È un primato, un ben triste primato – come ha osservato con alto senso umano e storico Luigi Salvatorelli ne «La Stampa» – perché ha superato tutti i precedenti della storia d’Italia e di altri paesi, se si eccettuano quelli fascisti o coloniali! Non un «incidente», quindi, ma un sistema, un metodo, una politica, che sono impersonati dal Ministro Scelba, pur essendone responsabile l’intero governo” <473.
#1949 #1950 #1952 #1954 #AlcideDeGasperi #assolutismo #braccianti #CGIL #cortei #DC #eccidi #EmilianoSchember #fredda #GiuseppeDiVittorio #governi #guerra #lavoro #LuigiSalvatorelli #manifestazioni #MarioScelba #Melissa #Modena #Montescaglioso #operai #padronale #PCI #piano #polizia #repressione #StatiUniti #Torremaggiore
Si configurava un vero e proprio attacco al mondo del lavoro finalizzato al ripristino dell’assolutismo padronale, che il protagonismo dei lavoratori nella lotta di Liberazione aveva messo in discussione, che fu sorretto da un’azione repressiva che assumeva “il carattere di una vera e propria rivincita” <474. L’azione sistematica del governo De Gasperi, richiamata da Di Vittorio, aveva le sue ragioni, non solo nella riorganizzazione dell’assetto produttivo e nella restaurazione dell’assolutismo padronale, ma anche nella necessità di rispondere alle esigenze di adesione al blocco internazionale di appartenenza e alla metamorfosi che, nel 1950, la politica americana di aiuti economici stava subendo. Il passaggio dal concetto di produttività, previsto dal Piano Marshall, a quello di rafforzamento dell’integrazione strategica del blocco occidentale, dovuto al precipitare della guerra fredda e allo scoppio della guerra “calda” in Corea, determinò un innalzamento dello scontro sociale che si concretizzò in un’accentuazione della violenza repressiva dello Stato: alle schedature, agli arresti, alle uccisioni, di lavoratori e militanti della CGIL e del PCI, si affiancò il ricatto economico a quelle aziende che non avessero avallato la politica discriminatoria anticomunista, nei termini della minaccia di esclusione dalle commesse internazionali legate alla produzione bellica <475.
Le lotte del Piano del lavoro si articolavano, su tutto il territorio nazionale, in questo contesto stretto tra le “esigenze” derivanti dalla guerra fredda e la concreta e specifica attività repressiva che si realizzava nelle singole realtà lavorative. In questo senso anche specifiche lotte, molto caratterizzate, dal punto di vista degli obiettivi, da limitati contesti territoriali o lavorativi, e che spesso venivano criticate anche dal PCI per un eccessivo “economicismo”, cioè per una loro presunta debolezza politica, finivano, invece, per avere un forte valore di difesa della democrazia <476.
[NOTE]
469 S. MISIANI, Dalla teoria della stagnazione al Piano per lo sviluppo, cit., nota n. 7, p. 289.
470 G. FABIANI, Il Piano del lavoro e le lotte per la riforma, cit., p. 112.
471 P. SANTI, Il Piano del lavoro nella politica della CGIL: 1949-1952, cit., p. 17.
472 “E poi ci furono i provvedimenti del governo De Gasperi – Scelba contro i comizi in fabbrica e contro le occupazioni degli stabilimenti, e ancora i due scioperi generali indetti dalla Cgil”, L. MUSELLA, I sindacati nel sistema politico, cit., p. 884.
473 G. DI VITTORIO, Modena e la crisi, in «Lavoro», anno III, n. 3, 15-21 gennaio 1950, ASCGIL nazionale.
474 L. VERSACE, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., p. 205.
475 “Dai concetti della produttività si passò velocemente a quelli condizionati dal conflitto in Corea e dal necessario rafforzamento dell’integrazione strategica in Europa. Non ne furono travolti i principi ma ad esso furono orientate le forniture, in maggioranza di tipo militare e dirette ad aziende privilegiate nelle quali la rappresentanza sindacale fosse anticomunista. […] Tra il 1951 e il 1955 si assiste quindi ad un innalzamento del livello dello scontro. Il Piano Demagnetize, la rete Stay Behind, le schedature di sindacalisti, operai ed esponenti della sinistra rientrano perfettamente in questa logica che viene applicata direttamente al mondo del lavoro. La repressione antioperaia che si scatena in quegli anni è quindi figlia diretta di questo clima e dell’applicazione concreta dell’attacco al PCI attraverso il sindacato attuato dagli Stati Uniti, perché costringe le imprese – se mai ce ne fosse un assoluto bisogno – a introdurre misure restrittive della libertà politica e sindacale all’interno delle fabbriche, al fine di assicurarsi o rientrare nell’applicazione delle cosiddette commesse off-shore e, quindi, agire concretamente in senso anticomunista e antioperaio”, P. IUSO, La CGIL e la guerra fredda (1947-1956), cit., p. 191.
476 “era vero che tante energie le rivolgevamo soltanto ad obiettivi quantitativi e ignoravamo che l’Abruzzo, in quel momento, non dava un sufficiente apporto alla grande lotta, più importante, che era la scelta di campo. Ma per capire come questo avvenisse, dobbiamo tener ben presente cos’era la lotta di classe allora: non era certo un fair play, ci si sparava. Dal 1° marzo ’50 al ’54 in Abruzzo noi avemmo i morti di Lentella ed i morti di Celano, ed avemmo 607 processi, 7410 processati, di cui 4197 condannati, per complessivi 396 anni, e un ergastolo. Per un terzo vennero processati per le lotte del Piano del lavoro, ma per due terzi furono processati per comizi, manifestazioni ecc. Ora, dire 7410 processati non è soltanto un problema tecnico: vuol dire che tutto l’apparato viene distolto per un’altra cosa, perché significava, in quel momento, non soltanto 4710 famiglie, ma significava il fatto politico, la risposta che bisognava dare; ed allora era evidente che l’obiettivo di lotta era democratico (fare uscire dalla galera, mobilitazione di avvocati, collegi di avvocati): era il tempo in cui il nemico imponeva un altro obiettivo dal quale tu non potevi prescindere. Quindi la debolezza del Piano del lavoro stava nel fatto che la lotta con l’avversario era così dura che imponeva quel modo di lottare”, L. DI PAOLANTONIO, in Il Piano del lavoro della CGIL 1949-1950, cit., pp. 162-3.
Emiliano Schember, La CGIL dal Piano del lavoro alla proposta di uno Statuto dei lavoratori (1949-1952), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012 -
I consigli di Montanelli all'ambasciatrice statunitense https://bigarella.wordpress.com/2026/04/04/i-consigli-di-montanelli-allambasciatrice-statunitense/ #1953, #AlcideDeGasperi, #Ambasciatrice, #Caso, #ClareBootheLuce, #Elezioni, #FedericoRobbe, #IndroMontanelli, #Legge, #Politiche, #Questione, #StatiUniti, #Trieste, #Truffa
-
I consigli di Montanelli all’ambasciatrice statunitense
Diversi [nel 1953, cone le elezioni politiche caratterizzate dalla legge maggioritaria ribatezzata “legge truffa”] erano i problemi di cui si doveva tenere conto e che complicavano l’ipotesi di un annuncio apparentemente senza problemi. Innanzitutto era indispensabile valutare l’impatto che avrebbe avuto sui partiti laici di centro, non entusiasti di un sistema troppo concentrato nelle mani della Dc e penalizzante per gli alleati minori. C’era poi una questione tempistica. In parlamento si stava già discutendo l’abrogazione della legge elettorale, quindi l’annuncio andava fatto in tempi ragionevoli e con dati precisi alla mano. Da ultimo, come si diceva, la perplessità di De Gasperi relativa alla nuova composizione di Camera e Senato non accompagnata da una issue d’impatto sull’elettorato. Si riferiva, più di ogni altra cosa, a Trieste, come annotava la signora Luce [ambasciatrice in Italia degli Stati Uniti] in chiusura di conversazione. E la questione, nel caso in cui fosse stata risolta, avrebbe potuto davvero imprimere un corso diverso agli eventi: “Quando [De Gasperi] mi accompagnò alla porta, mi chiese se sarei andata a casa per Natale. Dissi che speravo di sì. Poi, stringendomi la mano, affermò: ‘se il vostro Paese riuscirà a dare Trieste a questo governo per Natale, noi potremo farvi il regalo di annunciare che abbiamo ricontato i voti e vinto le elezioni di giugno, per poi cominciare la controversia coi comunisti. In quel caso potremmo avere qualche possibilità di vincere le future elezioni’ ” <59. Trieste, com’è noto, non tornò italiana quell’anno. Da un lato, i tempi non erano ancora maturi e, dall’altro, prevalse il senso di responsabilità di fronte a risultati e ad un parlamento ormai funzionante e legittimato <60.
#1953 #AlcideDeGasperi #ambasciatrice #caso #ClareBootheLuce #elezioni #FedericoRobbe #IndroMontanelli #legge #politiche #questione #StatiUniti #Trieste #truffa
«Le elezioni non sono andate proprio a male – commentava la Luce usando un’immagine “gastronomica” – ma certamente si sono un po’ inacidite. Non offrono presagi luminosi per la nostra linea politica sulla Nato» <61. L’ambasciatrice accusava la stampa americana di aver dato un peso eccessivo al suo intervento di Milano: i giornali avevano fornito «immagini distorte e fuori dal contesto», dimenticando che solo la destra monarchico-fascista aveva esplicitamente attaccato il suo discorso <62. La conferenza del 28 maggio alla Camera di commercio di Milano è stata spesso ritenuta emblematica dell’interventismo della Luce, poiché in quella sede minacciò gravi conseguenze per il sostegno all’Italia in caso di vittoria di una delle ali estreme <63. Una tale interpretazione della vicenda, però, suscita a qualche perplessità. Esternazioni del genere non erano una novità per la diplomazia americana: John Foster Dulles in Germania aveva espresso sostanzialmente gli stessi concetti <64. Tuttavia, quelle di Milano risultarono sgradite al Dipartimento di Stato, che aveva espressamente chiesto alla Luce di non rilasciare dichiarazioni e tenere un basso profilo <65. In più, pochi giorni prima del discorso era stata la stessa ambasciatrice a fare considerazioni analoghe sui pericoli di un’eccessiva ingerenza statunitense. Scrivendo a Ferguson, amico personale nonché influente senatore repubblicano, aveva affermato che gli elementi antiamericani in Italia stavano «ansiosamente cercando prove di interferenza o pressione americana» <66.
In questo frangente, non è azzardato ipotizzare l’influenza di una personalità importante con cui Clare Luce aveva stretto un rapporto di amicizia privilegiato: Indro Montanelli. Poco prima della partenza per l’Italia, Mrs. Luce aveva ricevuto una lettera del giornalista toscano, suo amico di lunga data <67. Augurandole un magnifico successo, che sarebbe stato «un gran bene per i due paesi», Montanelli così si rivolgeva alla Signora: «Spero di non trovarla delusa dei miei compatrioti, del loro (apparente) cinismo, della loro (superficiale) immoralità. Comunque, li affronti con coraggio, qualche volta con insolenza, e sempre con assoluta spregiudicatezza. Gl’italiani vanno pazzi per queste virtù, forse perché non conoscono la Virtù vera» <68.
Pare proprio che l’ambasciatrice abbia seguito alla lettera i consigli del giornalista, a cui tra l’altro chiedeva, a conferma del rapporto di fiducia tra i due, un elenco di persone da incontrare a Roma. Montanelli le consigliò alcuni «manipolatori dell’opinione pubblica [sic]» <69. Da neofita della diplomazia e da scarsa conoscitrice del nostro Paese, Mrs. Luce doveva affidarsi necessariamente a qualcuno che la introducesse ai pregi e ai difetti del popolo italiano. Montanelli fu il suo “Cicerone” prima della partenza, dato che avevano passato molto tempo insieme a New York <70. Ma continuò ad essere una figura di riferimento molto ascoltata anche in Italia, suggerendo perfino vie d’uscita
extraparlamentari. Non fu perciò solo una concezione semplicistica e grossolana della politica e della capacità americana di influenzare l’Italia a dettare il tenore dell’intervento di Milano a una settimana dal voto. Pesarono, come spesso accade, rapporti di amicizia, situazioni contingenti e tanti dubbi. Dubbi che, da quanto risulta dalla documentazione, rimasero in Clare Boothe Luce fino alla fine, facendo conoscere aspetti finora trascurati dell’ambasciatrice come, appunto, i tormenti sulle decisioni da prendere.
[NOTE]
59 Memorandum of conversation, C.B. Luce, A. De Gasperi, November 21, 1953, NARA, RG 84, Italy, U.S. Embassy, Rome, Records of Clare Boothe Luce 1955-1957, Lot File 64F26 (d’ora in poi RG 84, CBL), Box 4, f. Memoranda of conversations ’53.
60 Pietro Ingrao, tra gli altri, ha sottolineato la correttezza di De Gasperi e Scelba nel prendere atto dei risultati, si veda C. Rodotà, Storia della legge truffa, cit., p. 105; M.S. Piretti, La legge truffa, cit., pp. 210-211.
61 C.B. Luce to C.D. Jackson (Special Assistant to the President), June 19, 1953, FRUS, 1952-54, VI, pt. 2, pp. 1612-13. Si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 7.
62 C.B. Luce to C.D. Jackson, cit., pp. 1612-13.
63 M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica», cit., p. 977; A. Brogi, L’Italia e l’egemonia americana, cit., p. 74. Per il testo integrale del discorso in lingua originale si veda LOC, CBLP, Box 686, f. 4, May 28, 1953. Sulle varie reazioni della stampa italiana si vedano Wide press comments on Ambassador Luce’s speech, Italian press highlights n. 229, prepared by Mutual Security Agency and United States Information Service, May 30-31, June 1, 1953, DDEL, JFD Papers, 1951-59, General correspondence and memoranda series, Box 2, f. Strictly confidential – L (4); Italian elections, C. Norberg (Acting Deputy Assistant Director, PSB) to Acting Director (Office of Coordination, PSB), May 29, 1953, DDEL, WH Office, NSC Staff Papers 1953-1961, PSB Central File Series, Box 13, f. PSB 091 Italy (3).
64 Dulles mise in guardia i tedeschi sulla pericolosità di votare i socialdemocratici, M. Del Pero, American Pressures and their Containment in Italy during the Ambassadorship of Clare Boothe Luce, 1953-1956, «Diplomatic History», vol. 28, n. 3, june 2004, p. 418.
65 M. Del Pero, Stati Uniti e “legge truffa”, cit., p. 505; M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 186. Significativo, inoltre, il fatto che la Luce ricevette il plauso dell’armatore genovese Ernesto Fassio, che non nascose le simpatie per il ventennio fascista ma fu sempre assai critico verso il Msi, si veda LOC, CBLP, Box 603, f. Fa-Fea 1953.
66 C.B. Luce (Ambassador in Italy) to H.S. Ferguson (Republican Senator), May 11, 1953, NARA, RG 59, Subject files relating to Italian Affairs, 1944-1956, Lot File 58D357, Box 11, f. 380.02 Emigration 1951-54.
67 Il giornalista trasse da un incontro-intervista del 21 marzo a New York l’articolo Clare Luce, «Corriere della Sera», 7 aprile 1953. Si veda il commento nel diario di Montanelli, citato in S. Gerbi, R. Liucci, Lo stregone. La prima vita di Indro Montanelli, Einaudi, Torino, 2006, p. 295.
68 I. Montanelli a C.B. Luce, 31 marzo 1953, LOC, CBLP, Box 606, f. 3 Mod-Mon 1953.
69 I. Montanelli a C.B. Luce, s.d. ma tra il 21 marzo, quando i due si incontrano, e il 31 marzo 1953, data in cui Montanelli ringrazia per l’approvazione dell’articolo destinato al «Corriere», LOC, CBLP, Box 606, f. Mod-Mon 1953. Altro segno della stima reciproca tra i due è un passaggio di un memorandum del 1954, in cui la Luce enumera le tante volte (sei in venti mesi) in cui si è incontrata con il giornalista, definito «un profeta di inevitabili sventure». Al sostantivo «profeta» è abbinato l’aggettivo inesistente «voluable», non è chiaro se la parola originale fosse «valuable» (prezioso) o «voluble» (loquace). Si veda Memorandum of conversation, I. Montanelli, C.B. Luce, November 20, 1954,
NARA, RG 84, CBL, Box 4, f. Memoranda of conversations ’54.
70 È Montanelli ad affermare di essere amico di Mrs. Luce «da molto prima che lei diventasse ambasciatrice in Italia», si veda Una gladio in borghese, Intervista a Indro Montanelli di M.G. Rossi e M. Del Pero, «Italia contemporanea», settembre 1998, n. 212, p. 647.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010 -
L’operazione Sturzo durò in tutto solo «tre turbolenti giorni»
Particolarmente calda era la situazione di Roma, dove la proposta di creare una lista anticomunista aperta anche ai missini avrebbe suscitato dibattiti e polemiche intense all’interno della coalizione centrista e tra la Dc e la Chiesa.
All’origine dell’idea c’era, sostanzialmente, il timore di perdere una città importante come la capitale. E questi timori divennero ancora maggiori quando le sinistre decisero di candidare un esponente dell’Italia liberale di sicuro impatto: Francesco Saverio Nitti. A questo punto, settori del Vaticano e dell’Azione cattolica – in particolare Luigi Gedda – presero posizione a favore di un allargamento a missini e monarchici. Tra marzo e aprile ’52 si cercò in tutti i modi di fare pressioni su De Gasperi affinché accettasse il coinvolgimento delle destre in una lista civica. Per «spoliticizzare la consultazione elettorale», come consigliò Pio XII, emerse il nome di don Luigi Sturzo. Il sacerdote siciliano avrebbe dovuto fare da mediatore, in maniera tale da fare appello alle diverse sensibilità politiche romane contro il comunismo <185. Lo statista trentino, contro l’opinione, certo non poco influente, del Pontefice, decise di non coinvolgere Msi e Pnm, anche perché aveva appurato il parere contrario dei partiti laici di centro che minacciarono di ritirare i propri candidati in caso di allargamento a destra. Oltre a De Gasperi, che aveva intuito i rischi dell’operazione, erano contrari gli appartenenti al gruppo di Iniziativa democratica, alcuni esponenti dell’Azione cattolica – compresi i giovani (Giac) e gli studenti della Federazione universitaria (Fuci) – e altre organizzazioni cattoliche.
L’operazione Sturzo durò in tutto solo «tre turbolenti giorni» <186 e fu duramente osteggiata dall’ambasciata americana e da Washington, dove temevano una progressiva polarizzazione, in forza della quale il Pci avrebbe potuto porsi a capo di un fronte antifascista con molti democratici e moderati. «Particolarmente severo – ha scritto Del Pero – fu il giudizio del servizio di intelligence del Dipartimento di Stato (l’Office of Intelligence Research), che nei primi anni Cinquanta costituì assieme alla Cia uno dei principali rifugi degli elementi più liberal e progressisti dell’amministrazione Truman» <187. L’ambasciata nei mesi successivi avrebbe riservato particolare attenzione a Luigi Gedda che, «nonostante alcune sue idee politiche», non era visto come una «minaccia per la democrazia e per il successo del centro democratico». Veniva inoltre giudicato un «leale strumento della Chiesa» per porre l’accento sul rispetto delle gerarchie e delle loro indicazioni. Tale aspetto era imprescindibile proprio perché il supporto della Chiesa alla coalizione di centro era «indispensabile». Inoltre, continua la relazione di Thompson, «Gedda è una delle poche persone in Italia che hanno efficacemente utilizzato le lezioni della “guerra psicologica” e le tecniche dell’american advertising nell’azione politica».
Non si poteva però trascurare un pericolo. Solo nel caso in cui la Dc avesse fallito nelle politiche anticomuniste, il Vaticano avrebbe potuto spaventarsi. E Gedda avrebbe in qualche modo cercato di «mettere alcuni suoi uomini nelle liste della Dc e di fare pressioni per una svolta a destra» <188. L’episodio romano, pur senza sfociare in un’alleanza con le destre, era destinato a lasciare strascichi nell’arena politica nazionale. I “vespisti”, per i legami coi monarchici e con la Chiesa (soprattutto l’Azione Cattolica), venivano osservati attentamente dai funzionari Usa, timorosi sia della reazione di socialdemocratici e repubblicani che della nefasta prospettiva di una scissione democristiana <189.
Nel maggio ’52, alla vigilia del voto al Sud, il radicamento delle destre veniva così sintetizzato dall’ambasciatore Ellsworth Bunker, appena giunto in sostituzione di Dunn: “Escludendo Roma, solo un terzo della popolazione italiana, praticamente tutto al Sud, voterà. Il neofascismo e il monarchismo meridionale sono del tutto speciali, si tratta di un fenomeno “locale” dovuto al fatto che il Sud non ha mai conosciuto gli aspetti più duri dell’occupazione tedesca e della repubblica sociale, ha visto l’esercito americano come invasore, ha stretti legami con le colonie africane, ha accolto i rifugiati e ha sofferto i danni economici derivanti dalla perdita delle colonie, ha avuto una tradizione monarchica, e ha una struttura sociale che scoraggia il pensiero politico moderato o “progressista” .
La situazione italiana non faceva ben sperare, tanto che un arretramento del quadripartito era ampiamente previsto. Oltre a notare il fatto che la Dc, «partito di centro poco dinamico», avesse senza dubbio perso popolarità, all’ambasciata evidenziavano i tanti limiti dal punto di vista dell’informazione e della propaganda. Si pensi alla scarsa attività dei partiti di governo per intercettare il voto di protesta, che con ogni probabilità sarebbe andato a vantaggio dei socialcomunisti e del blocco di destra, così come, in generale, prevaleva la delusione per una campagna elettorale poco vigorosa <190.
Analizzando l’esito delle elezioni, emerge che i timori statunitensi erano in buona parte fondati. Il vero e proprio tracollo che subì il partito di De Gasperi andò soprattutto a vantaggio della destra monarchica e missina. A determinare l’emorragia di voti era stata la protesta dei «ceti medi moderati, timorosi del nuovo e sensibili alla campagna di stampa d’indole nazionalistica». Altri sostenitori della destra furono l’alta borghesia, ostile ai progetti riformatori e le masse di sottoproletariato meridionale «infarcito di sanfedismo qualunquista e di ribellismo nei confronti del Nord» <191. Com’è noto, la Dc e i partiti di governo subirono un’erosione di consensi significativa in Meridione. Il blocco delle forze nazionali riuscì ad ottenere la maggioranza a Napoli (dove fu eletto sindaco Achille Lauro con 117.000 preferenze), Avellino, Bari, Benevento (con un sindaco missino), Salerno e Foggia (governata in precedenza da un’amministrazione di sinistra).
Dopo il voto, tra i due partiti di destra iniziò un rapporto proficuo, propiziato «dalla comune emarginazione rispetto al potere». Come ha rilevato Baldoni, la collaborazione ebbe maggior successo dove il Msi rimase in secondo piano, e questo ha reso certo più semplice l’intesa al Sud, dove i missini erano interpreti di un generico conservatorismo non ostile alla monarchia e agli Usa, rispetto agli eredi della Rsi al Nord <192.
La percezione dei pericoli di destra e sinistra – e dei partiti al loro interno – era inevitabilmente legata alla situazione internazionale. Il Pnm, per il suo dichiarato atlantismo, costituiva un potenziale alleato o comunque un interlocutore con cui confrontarsi. L’apertura a sinistra cominciò a comparire nelle agende dei diplomatici americani. Si poteva pensare, in alternativa, di aprire a destra, ma questa strada era guardata con sospetto perché poteva causare malumori nei repubblicani e nei socialdemocratici, con il rischio di compattare un fronte delle sinistre. Restava poi l’ipotesi di modificare la legge elettorale in senso maggioritario, che avrebbe potuto offrire al governo maggiore stabilità, «rilanciando al contempo l’azione repressiva contro l’estrema destra e l’estrema sinistra» <193.
[NOTE]
185 Si vedano G. Malgeri, La stagione del centrismo, cit., pp. 123-129; L. Sturzo, Politica di questi anni. Dal luglio 1951 al dicembre 1953, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008; A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, Brescia, 2007; A. D’Angelo, De Gasperi, le destre e l’«operazione Sturzo». Voto amministrativo del 1952 e riforma elettorale, Studium, Roma, 2002.
186 The May 25 elections – Negotiations and alliances of democratic parties, L.E. Thompson Jr. (Minister Counselor,Embassy) to the Department of State, May 6, 1952, NARA, RG 59, C-3, Box 3, 765.00/5-652. Sulle elezioni romane si veda anche Rome municipal elections, M. J. Looram to O. Horsey (Embassy), February 5, 1952; Telegram 5142, E. Bunker (Ambassador in Italy) to Secretary of State, May 24, 1952, NARA, RG 84, Box 74, f. Italy elections (confidential) 1950-52.
187 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 161.
188 Gedda and the Church in the 1952 election campaign, L.E. Thompson Jr. (Embassy) to the Department of State, July 11, 1952, NARA, RG 59, C-3, Box 3, 765.00/7-1152. Si veda Telegram 343, E. Bunker (Ambassador in Italy) to Secretary of State, July 22, 1952, NARA, RG 84, 1950-1952, Box 74, f. 350.1 – CD Party confidential 1950-52. Su Gedda e la “guerra psicologica” si veda Mario Del Pero, Gli Stati Uniti e la «guerra psicologica», cit., pp. 955-961. Sulla linea “morbida” di Gedda e sul tentativo di integrazione Dc-Msi si veda Piero Ignazi, Il polo escluso, cit., pp. 64-65.
189 In un rapporto si afferma esplicitamente che «il supporto monarchico potrebbe essere necessario per vincere le elezioni politiche», Si veda Program of the right-wing of the Christian Democratic Party, Embassy to the Department of State, April 9, 1952, NARA, RG 84, Box 74, f. 350.1 – CD Party confidential 1950-52. Nello stesso documento si trova anche una sorprendente diversità di vedute sulla lotta al comunismo. Se i “vespisti” intendevano mettere fuori legge il Pci e incrementare la libera impresa per diminuire il peso dei comunisti, all’ambasciata consideravano il ritorno alla libera impresa come «open question» e diffidavano di tanti industriali italiani che avevano scoraggiato la nascita di
sindacati liberi «per evitare problemi», contribuendo così al rafforzamento del Pci.
190 Per un esempio evidente del rammarico americano poco prima delle elezioni e per un elenco di pubblicazioni e film propagandistici, tra cui “Come i comunisti ingannano i contadini” (148.700 copie), “Come si vive in Russia” (500.000 copie) e “La valle del terrore” (648.000 copie) si veda Usis/Msa Activities in connection with italian local elections, Foreign Service Despatch 2765, Embassy to the Department of State, May 23, 1952, NARA, RG 84, Box 74, f. 350 – Italy elections (confidential) 1950-52, da cui è tratta la citazione «the Christian Democratic Party, being a center party, is somewhat lacking in dynamism».
191 S. Setta, La Destra nell’Italia del dopoguerra, cit., p. 28.
192 A. Baldoni, La destra in Italia, cit., p. 394; G. Roberti, L’opposizione di destra in Italia, cit., pp. 154-155. Sul proliferare di gruppi scissionisti di centro, destra e sinistra in campo monarchico si veda D. De Napoli, Il movimento monarchico, cit., pp. 143-144.
193 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 163.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010#1952 #AlcideDeGasperi #ambasciata #amministrative #anticomunismo #Avellino #Bari #Benevento #centristi #CIA #DC #destra #don #elezioni #FedericoRobbe #Foggia #FrancescoSaverioNitti #intelligence #liberali #LuigiGedda #LuigiSturzo #missini #monarchici #neofascismo #partiti #PCI #Roma #Salerno #USA #Vaticano