Dopo decenni di promesse, a dettare le scadenze dell’ex Ilva sono i tribunali. Non un piano industriale.
E a pagarne il prezzo sono sempre gli stessi: le famiglie di Taranto, gli operai e chi lavora nell’indotto.
Il governo Meloni può approvare tutti i decreti che vuole. Ma la cassa integrazione, pur necessaria, non può essere l’unica prospettiva offerta a migliaia di persone: tamponare la crisi non significa risolverla.
L’acciaio serve per costruire treni, reti elettriche e impianti rinnovabili: perderne la produzione significa rinunciare a competenze, posti di lavoro e autonomia industriale. Il vero scandalo è che dopo anni di interventi pubblici, non sappiamo ancora chi pagherà le bonifiche, come cambierà la produzione e quale destino attende i lavoratori.
Noi non vogliamo che si scarichi tutto su un futuro acquirente: serve una regia industriale pubblica, fino al controllo diretto se necessario: un settore che diciamo strategico non può essere lasciato alla prossima emergenza.
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