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La proliferazione degli anglicismi: l’inevitabile conseguenza della nostra sudditanza culturale
Di Antonio Zoppetti
Ogni anno, con il cambio dell’ora legale, i giornali sfornano i consueti articoletti che illustrano i disturbi del sonno che ne derivano, oppure il risparmio energetico che ne consegue, ma la novità di quest’anno è che sono comparsi titoli che mettevano in risalto “cosa cambia con gli Usa” ed evidenziavano un (perturbante?) “disallineamento” con gli Stati Uniti, che la redazione del Corriere si è affannata a precisare che era solo “temporaneo” (per fortuna!), visto che oltreoceano il cambio dell’ora entra in vigore la prima domenica di novembre, invece che l’ultima di ottobre.
Gli Usa sono ormai il nostro punto di riferimento – qualcuno potrebbe dire il benchmark, per sentirsi più figo – di qualunque cosa, persino dello scandire del tempo, delle stagioni o delle generazioni i cui nomi sono stati decisi negli Stati Uniti (gen Z, gen X, Millennials…).
Qualche giorno dopo si è infatti celebrata la ricorrenza di Halloween, una festa introdotta in Europa dalle multinazionali alla fine degli anni Novanta, che nel nostro Paese si è particolarmente radicata. I “nativi halloweeniani”, cioè le nuove generazioni nate e cresciute nel nuovo contesto, non sembrano consapevoli del cambio di paradigma avvenuto, sono forse convinti che ci sia sempre stata, anche perché il loro immaginario è basato su film, prodotti di intrattenimento e pubblicità statunitensi che si fondono con le nostre emulazioni tutte interne (le feste a tema nei locali, i prodotti sugli scaffali dei supermercati e nelle vetrine). Dunque per loro è una festa molto sentita, ben di più del vecchio Carnevale che era invece una delle date più attese dei bambini e dei giovani del Novecento, ma che oggi è in via di regressione.Cambiamo mese. Dopo il nostro ottobre, sembra che da quest’anno sia arrivato il “Black November”, invece del mese di novembre, almeno su certi giornali.
Di nuovo tutto ciò è legato all’espansione delle multinazionali che hanno esportato la tradizione americana degli sconti prenatalizi, il Black Friday, legato soprattutto alla globalizzazione delle merci via internet, cioè quello che da noi si chiama ormai e-commerce e shopping online. Quando le merci (e i loro sconti) si rivolgono a tutto il mondo, è inevitabile che anche le tradizioni locali dei colossi che le propongono diventino un fenomeno globale, che viene espresso nel proprio idioma in una più ampia strategia commerciale che punta a rendere “universali” le proprie tradizioni, i propri costumi, la propria cultura e anche la propria lingua spacciata per “internazionale”.
Il passaggio dalle offerte internettiane ai punti vendita fisici (denominati ormai store, shop, outlet…) da noi è esploso nelle grandi città nel 2020, come avevo documentato fotografando le vetrine milanesi quando il fenomeno era ancora una novità, prima della sua istituzionalizzazione. Ma per un Paese satellite degli Usa, dove importiamo in modo gioioso e asservito qualunque cosa ci arrivi dall’America, i risultati linguistici sono imprevedibili e soprattutto incontenibili. E così il “venerdì nero” – come si potrebbe tradurre letteralmente – si declina in modo fantasioso e diverso rispetto a ciò che proviene dalla “casa madre”. Viene per esempio prolungato di qualche giorno, e si pubblicizzano “venerdì neri” che valgono anche per il fine-settimana (= weekend), oppure si parla di Black Week in una rivisitazione dove la parola d’ordine è evocare l’inglese (a costo di reinventarlo). In questo modo black diventa sinonimo di sconti, e si arriva al Black November che non è solo una ripresa lessicale, ma anche sintattica, visto che manteniamo l’inversione delle parole all’inglese.
Intanto, pochi giorni fa, i giornali italiani (non vedo un analogo interesse da parte dei mezzi di informazione spagnoli o francesi) hanno ribattuto che la parola dell’anno, secondo il Collins Dictionary, è “Vibe coding”, e il Corriere si è subito prodigato a spiegare anche agli italiani che cosa significhi, come se le parole dell’anno inglesi fossero anche le nostre, e come se la nostra cultura satellite non possa fare altro che ripeterle e adottarle, invece di adattarle o tradurle.
Per la cronaca, l’espressione si riferisce alla possibilità di una “programmazione naturale” che consiste nel chiedere ai sistemi di intelligenza artificiale – utilizzando il nostro linguaggio naturale – una soluzione che sarà l’IA (anzi il suo prompt) a tradurre in codici in grado di generare un programma che soddisfi la richiesta. Ma sui giornali come il Corriere non si parla di IA, ma di AI come ha deciso di insegnarci Google (AI mode) – che in televisione è pronunciata “ei-ai” – e ancora una volta, dietro queste scelte lessicali anglomani, si rivela tutta la nostra sudditanza nei confronti degli Usa.
Il vecchio “pappagallo italiano” che importunava le ragazze per strada con apprezzamenti sessisti è ormai superato, al suo posto è stato introdotto il concetto tutto inglese di “catcalling” (in una più generale anglicizzazione della derisione fisica denominata body shaming, della persecuzione divenuta stalking, della vessazione divenuta mobbing e via dicendo). Il nuovo pappagallo italiano del Duemila è invece colui che non sa fare altro che scimmiottare pateticamente ciò che ci arriva dall’anglosfera.
E così, sulla scia del trumpismo, un grande intellettuale come Gennaro Sangiuliano, candidato alle elezioni campane, distribuisce patetici cappellini rossi con la scritta “Make Naples Great Again”, ma sul fronte politico opposto, dopo il successo elettorale di Mamdani a New York, la sinistra si chiede se sia possibile emulare lo stesso risultato e le stesse proposte politiche nella città satellite italiana, cioè Milano, che ormai da qualche decennio si configura come una piccola succursale di provincia della città madre, in cui accanto ai nuovi grattacieli che ridisegnano lo “skyline” metropolitano si anglicizza un po’ tutta la toponomastica; i vecchi quartieri – diventati “district” – assumono nuovi nomi, come il NoLo (North of Loreto), o l’area della ex-fiera divenuta CityLife…
È questo il contesto socio-culturale da cui nasce l’anglicizzazione della lingua italiana. Un contesto figlio di una sorta di neocolonialismo che proviene dagli Stati Uniti sposato e favorito da una classe dirigente anglomane che ha smarrito la propria identità e le proprie radici e non sa fare altro che emulare la cultura superiore dell’anglosfera di cui pensa di essere l’espressione, come il Nando Mericoni di Alberto Sordi che voleva fare l’americano. Ma se l’alberto-sordità era ridicola, oggi è invece presa sul serio ed elevata a modello virtuoso, ed è per questo che tra gli addetti ai lavori nasce una newlingua ibrida a base inglese presentata come maggiormente tecnica e più solenne, dove parlare di economia – tra i mille esempi che si potrebbero fare – significa ricorrere a espressioni come small cap, Big Tech, blockchain, trading e asset tokenizzati.
Le lingue cambiano e si evolvono insieme al mondo, certo. Ma dietro questa banalità, quello che certi linguisti non sembrano in grado di cogliere è come la nostra lingua si stia evolvendo e soprattutto perché.
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La dittatura dell’inglese all’università: nuovi dati dalla Finlandia e dal Galles
Di Antonio Zoppetti
In Italia, le prove tecniche di anglificazione dell’università risalgono all’anno accademico 2007-2008, quando il Politecnico di Torino ha avviato i primi corsi erogati non in italiano, ma in lingua inglese, il che era una novità che serviva per sondare il terreno e le reazioni.
Poiché gli studenti andavano incentivati per fare in modo che abbandonassero la loro lingua madre, l’ateneo ha pensato bene di erogare i corsi in inglese in modo gratuito, al contrario dei corrispettivi in italiano. In questo modo si è introdotta la prima discriminazione che metteva in discussione un principio che raramente si sente invocare: il diritto allo studio nella propria lingua. Vuoi studiare nella tua lingua? Paga!Fase due. Il Politecnico di Milano – un’università pubblica e finanziata dallo Stato – a partire dall’anno accademico 2013-2014, ha alzato l’asticella e ha dato il via a un progetto pilota per rendere obbligatorio l’insegnamento in inglese e sopprimere quello in italiano. Nonostante le proteste, i ricorsi legali e i pronunciamenti della Corte istituzionale, questa imposizione (che si potrebbe anche considerare anglofascista) nell’arco di un solo decennio si è estesa a una quantità di atenei impressionante. È una velocità che spaventa, anche se in Italia non trovo una mappatura del fenomeno su scala nazionale (tra l’altro molto in divenire perché aumentano di continuo).
Teoricamente, la sentenza della Corte Costituzionale del 2017 (n. 42) ha ammesso la possibilità di erogare corsi anche in lingua inglese, ma riconoscendo la “primazia” della lingua italiana nella formazione, dunque si può insegnare in inglese “secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.”
Questo pronunciamento è stato salutato da molti come salomonico, perché permetteva di insegnare anche in inglese, pur sancendo che l’italiano non poteva essere messo in discussione. In realtà le cose sono andate in modo molto diverso, perché la proporzionalità non era definita, ma lasciata alla discrezione dei singoli atenei.
Nel 2019, l’ultima sentenza sulla decisione del Politecnico di Milano (n. 7694, Consiglio di Stato, Sez. VI, 11/19) stabiliva che anche se “su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 sono in inglese, 4 sono in italiano e 9 sono in italiano e in inglese” e anche se “su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 sono in inglese, 400 in italiano e 6 sono duplicati in italiano e in inglese” questa ripartizione era considerata equa.Fase 3. Davanti a questo strano modo di interpretare la “primazia” della lingua italiana e il principio di ragionevolezza, gli atenei di tutto il Paese che guardavano al modello del Politecnico milanese hanno avuto la strada spianata per passare all’insegnamento in inglese invece che in italiano.
Perché questa decisione?
Perché nelle classifiche internazionali che assegnano i punteggi dell’università conta moltissimo la capacità di attrarre studenti dall’estero, e questo obiettivo si persegue erogando corsi direttamente in inglese. Le università-aziende se ne fregano dell’italiano e del diritto allo studio in italiano. Per ottemperare alle leggi basta che garantiscano qualche corso anche in italiano, magari secondario e sfigato. Purtroppo lo Stato italiano non interviene per regolamentare questi aspetti e per proteggere i diritti dei cittadini. Eppure questa prassi è una vera e propria dittatura dell’inglese, perché è imposta dall’alto e non tiene conto del gradimento degli studenti italiani, che tanto non hanno alternative: dove altro possono andare a studiare? L’insegnamento in inglese è dunque un’imposizione, che non riguarda solo i giovani ma tutto il Paese, visto che le tasse che paghiamo per l’istruzione finiscono per finanziare un sistema che punta all’abbandono dell’italiano. L’inglese diventa un obbligo e un requisito imposto agli italiani, non è una scelta.La fase 4? Il sistema Italia, sembra intenzionato a ufficializzare l’inglese e a condurci sulla via di un bilinguismo forzato. I primi segnali sono inquietanti.
L’inglese è diventato obbligatorio nelle scuole (un tempo si poteva scegliere una seconda lingua); dalla scuola si è poi passati all’amministrazione: la riforma Madia ha cancellato il requisito di conoscere una seconda lingua per accedere ai concorsi pubblici sostituendola con “l’inglese”; intanto l’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i progetti di ricerca (Prin) e anche per ottenere i fondi per la scienza (Fis); queste domande devono essere presentate in inglese, altrimenti saranno considerate “irricevibili”, e in inglese si devono svolgere anche gli eventuali dibattiti in merito (questa è una cancellazione dell’italiano ufficializzata).La partita in gioco dei prossimi anni è invece l’anglificazione dell’università. Anche in questo caso, i corsi in inglese non derivano da una scelta degli studenti, si configurano come un obbligo, visto che spesso ci sono solo quelli. L’ultima protesta organizzata dagli Attivisti dell’italiano esattamente un anno fa – e appoggiata dall’Accademia della Crusca – ha riguardato l’università di Rimini che ha soppresso l’ennesimo corso in italiano per erogarlo solo in inglese, ma nonostante le rimostranze dei cittadini l’università va avanti per la sua strada perché lo Stato – e la nostra politica – glielo lascia fare.
È in questo modo che si uccidono le lingue. Le conseguenze di queste strategie si sono già viste in Africa con l’apertura delle scuole coloniali che insegnavano in inglese, come ha denunciato il kenyota Ngugi wa Thiong’o in Decolonizzare la mente (Jaca Book, Milano 2015): se l’alta formazione è solo in lingua inglese va a finire che chi non sa l’inglese non può studiare, e le lingue locali finiscono per diventare dei dialetti e di scomparire, mentre si impone ovunque la lingua dei Paesi dominanti.
L’Italia sembra decisa a perseguire la stessa visione coloniale e discriminante (alla faccia dell’inclusività di cui ci si rimpie la bocca). I nostri intellettuali collaborazionisti puntano a ufficializzare l’inglese a scapito dell’italiano, e a seguire il modello universitario dei Paesi scandinavi, proprio mentre negli stessi Paesi si sta facendo retromarcia.
Nuovi dati dalla Finlandia
I nuovi dati che arrivano dalla Finlandia mostrano che l’insegnamento in inglese ha avuto delle ricadute disastrose sulle competenze linguistiche interne di quel Paese. Lì le lingue ufficiali sono il finlandese e lo svedese, ma da tempo l’inglese è la lingua dominante dell’università, come lo si vuol far diventare anche da noi.
Stando all’ultimo rapporto sulle politiche linguistiche dell’Istituto per le lingue della Finlandia (Kotus), l’insegnamento in inglese all’università è aumentato notevolmente negli ultimi anni, al punto che le tesi di dottorato in inglese sfiorano il 90%. Ma questo non dipende dalla volontà degli studenti, tutto il contrario: in più dell’80% dei casi preferirebbero studiare nella propria lingua, più precisamente il 38% in finlandese e il 74% in svedese.
L’imposizione dell’inglese ai cittadini è dunque frutto di scelte politiche liberticide. E queste scelte sono devastanti non solo nella qualità dell’insegnamento (i risultati sono decisamente peggiori rispetto ai corsi tenuti nella lingua madre), ma anche nella regressione delle lingue native sul piano sociale.Il professor Michele Gazzola – docente di amministrazione e politiche pubbliche dell’Università dell’Ulster – mi ha segnalato un serissimo rapporto uscito nel gennaio 2025 che mostra come le competenze del finlandese e dello svedese diminuiscano proprio davanti al dominio dell’inglese nell’università. E di fronte a questi dati è sorto un dibattito acceso in cui l’anglificazione è stata finalmente messa in discussione. Il governo ha dovuto perciò intervenire davanti ai numerosi reclami, perché il predominio dell’inglese nelle università viola le leggi finlandesi che garantiscono il diritto all’istruzione nelle lingue ufficiali del paese. L’università si è quindi impegnata ad aumentare l’offerta in finlandese e in svedese persino negli atenei più anglomani come l’università di Aalto che nel 2023 ha annunciato l’adozione di nuove linee guida in cui ha dovuto rafforzare i corsi in finlandese e svedese.
Da noi avviene tutto il contrario, e il partito degli anglomani si allarga, mentre lo Stato non sembra interessato a tutelare né la nostra lingua né i nostri diritti.
Intanto sono usciti i nuovi risultati delle prove INVALSI che rivelano – guarda caso – un aumento dell’analfabetismo funzionale e un calo della conoscenza dell’italiano. C’è poco da stupirsi, visto che la centralità dell’italiano sta perdendo terreno – sapere l’inglese è considerato più importante – e visto che stiamo perseguendo una politica linguistica per diffondere l’inglese a scapito della lingua di Dante. Ma mentre noi ci suicidiamo culturalmente, c’è un Paese anglofono che punta invece a de-anglificarsi con successo.Nuovi dati dal Galles
Riporto dei dati che mi ha girato Jacopo Parravicini, un docente di fisica sperimentale presso l’Università di Firenze che si batte per l’insegnamento in italiano. Riguardano il Galles, e la premessa storica è che nelle isole britanniche l’inglese è stato imposto sradicando le parlate locali celtiche diffuse in Scozia, Irlanda e Galles. In quest’ultimo Paese, però, la resistenza è stata maggiore, e negli ultimi anni si sta assistendo a una crescita del gallese: se nel XX secolo questa lingua era parlata dal 20% della popolazione, nel nuovo millennio si è registrata un forte incremento: attualmente è salita al 25%, mentre più di due terzi della popolazione considera favorevolmente la ripresa del gallese.
E come si è ottenuto questo risultato?
Attraverso una politica e pianificazione linguistica che tutela la lingua locale dalla minaccia dell’inglese a partire proprio dalla scuola. In un Paese anglofono, dunque, è in corso una politica di de-anglificazione che funziona. Dal 2000, l’insegnamento del gallese fino a 16 anni è diventato obbligatorio in tutte le scuole del Galles, e di recente è stata messa in atto una strategia che promuove il gallese come prima lingua delle scuole. Questa opzione è una scelta, non un obbligo, e circa il 20% degli studenti ha preferito studiare in gallese invece che in inglese! In Galles c’è la libertà linguistica invece della dittatura. E questa libertà è favorita dalla politica.Nel 2011 è stata varata una legge per il rilancio del gallese (Welsh Language Measure), e nel 2017 è stato proposto un piano strategico per raddoppiare i parlanti di questa lingua con l’obiettivo di portarli a un milione (attualmente sono poco più di mezzo milione su una popolazione di circa 3 milioni di abitanti): il “Cymraeg 2050 – A milion of Welsh speakers”.
E questo vale anche per l’istruzione superiore, per fare in modo che “nel passaggio all’università non si perdano le competenze linguistiche in gallese”. E così sono stati ampliati i corsi di laurea e dottorato in gallese – invece che in inglese – in un piano di assunzione di docenti gallesi.
Mentre da noi aumentano i corsi in inglese, l’Università del Galles Trinity Saint David (17.000 studenti) e la Bangor University (11.000 studenti) puntano ad avere due terzi dei docenti in grado di parlare il gallese e di tenere le lezioni – ma anche i ricevimenti degli studenti – in gallese.
L’Università di Bangor ha anche emanato il “Welsh Language Policy and Action Plan“, cioè dei principi guida che puntano a “garantire che la lingua gallese rimanga al centro della vita e del lavoro dell’Università” e che gli studenti possano scegliere (parola che da noi è stata abrogata) di studiare in gallese, perché le due lingue devono essere trattate allo stesso modo e lo Stato interviene per garantire e aiutare chi preferisce studiare in gallese.Queste università non insegnano solo materie umanistiche, ma anche scientifiche e biomediche, e non sposano affatto l’idea che l’inglese sia la lingua internazionale della scienza. E quello che auspica Jacopo Parravicini è molto semplice: attuare le stesse politiche del Galles anche nel caso dell’italiano. Ma la nostra classe dirigente e politica, purtroppo, preferisce perseguire la via della dittatura.
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Di Antonio Zoppetti
Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.
L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.
La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.
Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).
Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!
La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.
Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.
Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:
“Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”
In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”
Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”
Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.
Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.
Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.
Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).
Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.
Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.
Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.
https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/
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