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#plurilinguismo — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #plurilinguismo, aggregated by home.social.

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  1. Il #plurilinguismo è ancora un valore, ecco perché | Intervista a Daniele Vitali - API - da "Palpiti di cultura"
    youtube.com/shorts/NrlUokEB_RM
    @cultura

  2. #18febbraio 1940 nasce #FabrizioDeAndré 🎂
    Nel 1984 esce #CreuzaDeMa, dalla collaborazione tra #DeAndré e #MauroPagani, in un multilinguismo sia linguistico che musicale, capace di unire tutte le genti del Mediterraneo. 🌊✨
    Un disco che non solo anticipa la #worldmusic, ma apre in Italia la stagione della canzone neodialettale🎶
    Davide Bozzo su #ItalianoLinguaDue racconta l'uso del #plurilinguismo nella #canzone dialettale italiana

    ⬇️ riviste.unimi.it/index.php/pro
    @cultura

  3. #21maggio

    Giornata Mondiale della #DiversitàCulturale per il #dialogo e lo #sviluppo, istituita per celebrare la ricchezza derivante dalle diverse culture del mondo e l'essenzialità del dialogo interculturale per l’#integrazione, la coesistenza pacifica e lo sviluppo sostenibile.

    Nell’articolo di #ItalianoLinguaDue viene descritta una ricerca sul #plurilinguismo svolto in tre istituti comprensivi di #Milano selezionati per l’alto tasso di alunni stranieri.

    ⬇️ riviste.unimi.it/index.php/pro

  4. #17gennaio Giornata del #dialetto

    "Travolta da un insolito destino: la lingua filmata nell'azzurro mare del cinema, oggi"

    Con questo articolo #OpenAccess, #LCdM esamina i vari dialetti rappresentati nel #cinemaitaliano contemporaneo, come conseguenza della multispazialità e #plurilinguismo che caratterizzano la nostra produzione cinematografica dagli anni Novanta ad oggi.
    Lo trovate qui

    ⬇️ riviste.unimi.it/index.php/LCd

    #cinema #lingue #linguaggio

  5. Di Antonio Zoppetti

    Tra le tante sciocchezze che circolano sulla questione dell’abuso dell’inglese, ce n’è una particolarmente fastidiosa che circola negli ambienti anglomani, secondo la quale l’ostentazione degli anglicismi sarebbe inversamente proporzionale alla buona conoscenza di quella lingua.

    La tesi di questa bizzarra panzana parte dal presupposto che chi padroneggia l’inglese non lo userebbe a sproposito e, in questa visione, l’idea caricaturale che emerge dell’itanglese è quella del linguaggio di Alberto Sordi degli anni Cinquanta, che si riempiva la bocca di mamy, papy e pseudoanglicismi come awanagana per darsi un tono, in modo ridicolo, per ostentare la padronanza di una lingua che non conosceva affatto.

    Naturalmente questa patetica ricostruzione delle cose non sta né in cielo né in terra, e chi sta cancellando l’italiano per sostituirlo con l’inglese non ha un problema con la lingua di Albione, ma con la nostra: l’italiano, vissuto come lingua antiquata e inferiore.

    La diglossia che fa dell’inglese una lingua superiore nasce negli ambienti colti, nelle elite, nelle classi egemoni e nei progetti politici che puntano ad affermare l’inglese come lingua “franca” e internazionale, anche se non c’è nulla di “franco” in tutto ciò.

    L’inglese proclamato a torto “lingua franca”

    L’espressione “lingua franca” un tempo designava un sistema di comunicazione commerciale diffuso nel Mediterraneo tra europei e islamici che era caratterizzato da un lessico soprattutto italiano e spagnolo con anche qualche arabismo, e da una grammatica estremamente semplificata. Per estensione, come riporta il vocabolario Treccani, indica “anche le lingue creole, miste di elementi europei e indigeni, e tutti quei tipi di lingue miste sorte per necessità pratiche di comunicazione in zone o ambienti dove vengono a contatto gruppi linguistici profondamente diversi”.

    Con un piccolo magheggio, in epoca di globalizzazione è invece l’inglese a essere proclamato “lingua franca”; peccato che – per chiamare le cose con il loro nome – l’inglese a cui ci si riferisce è la lingua naturale dei popoli dominanti, nella sua interezza, senza alcuna semplificazione, il che ha a che fare con processi più simili al colonialismo culturale e linguistico che non a un sistema di comunicazione neutro. E infatti nessuno definirebbe lo spagnolo coloniale, o prima ancora il latino dei popoli conquistati e romanizzati, una lingua “franca”, questi fenomeni erano invece l’imposizione della propria lingua ai Paesi sottomessi. L’attuale affermazione dell’angloamericano in contesti come la scienza o l’Ue (da cui il Regno Unito è uscito) segue questo schema coloniale più che il concetto di “lingua franca”, e rappresenta un giro d’affari dal valore incalcolabile per chi impone agli altri la propria lingua e non si deve preoccupare di studiarne altre.

    L’angloamericano diventa in questo modo una lingua di prestigio che schiaccia le lingue locali “inferiori” e sottrae loro terreno in una moderna diglossia neomedievale (come denuncia il lingusta tedesco Jurgen Trabant) che riduce le lingue nazionali a dialetti di un mondo che pensa e parla inglese, un mondo che si vuole costruire e legittimare – talvolta chiamato Occidente – e che non tiene conto del fatto che la conoscenza di questo inglese non appartiene al popolo (se non in alcuni Paesi come quelli scandinavi o del Nord-Europa), ma a un’oligarchia e a una minoranza.

    L’effetto collaterale di questo progetto politico su cui gli investimenti sono enormi – l’Europa spende miliardi per creare le nuove generazioni bilingui a base inglese sin dai primi anni di scuola – è che gli anglicismi finiscono poi pe penetrare in tutte le lingue del mondo, e dai settori specialistici della tecnica, della scienza o del lavoro si estendono alla lingua comune con un’intensità che ha portato alla coniazione di concetti come il franglais in Francia, lo spanglish per i Paesi ispanici, il Denglisch in Germania… e in questo “tsunami anglicus”, come lo ha chiamato Tullio De Mauro, persino le popolazioni che possiedono altri alfabeti – dal cinese al russo, dal coreano al giapponese – fanno i conti con un’invasione di anglicismi che arrivano dall’alto e snaturano le risorse linguistiche locali.

    L’itanglese è la lingua di una classe dirigente anglomane

    In Italia la situazione degli anglicismi è ben più pesante che in altri Paesi, e il motore di questo fenomeno non è certo determinato dagli awanagana di macchiette come Nando Mericoni di Alberto sordi. Quando vengono trapiantate espressioni inglesi come lockdown o fake news, che si radicano in un baleno, sono i giornalisti a riprendere le parole d’oltreoceano e a usare solo quelle fino a indottrinare la popolazione che alla fine non può che ripetere quel che passa il convento mediatico. Questi trapianti non arrivano affatto da chi l’inglese non lo conosce, tutto il contrario: chi è avvezzo a nutrirsi (culturalmente) pescando solo negli ambienti anglofoni (o anglomani) finisce per ricorrere all’inglese in modo sempre più spontaneo e a considerare gli anglicismi di volta in volta più solenni, più tecnici, più moderni, più internazionali… e in buona sostanza alimenta la “diglossia lessicale” per cui ogni parola inglese, e persino pseudoinglese, finisce per essere preferita alle alternative italiane (quando ci sono), che di conseguenza regrediscono.

    Affermare che chi conosce l’inglese non lo usa al posto dell’italiano non è solo una banalizzazione che rivela tutta l’incapacità di comprendere i reali meccanismi dei cambiamenti linguistici del Duemila, è funzionale all’affermazione del globish come lingua “franca”, in un ribaltamento della realtà dove per salvaguardiare la nostra lingua non si dovrebbe investire sull’italiano, ma tutto il contrario, bisognerebbe invece saper meglio l’inglese. Anche un bambino capisce che questa idiozia non sta né in cielo né in terra, ma per chi ha qualche difficoltà di comprendonio vorrei riportare un esempio che mi ha segnalato un luminare della fluidodinamica, Luigi Quartapelle Procopio, professore associato del Politecnico di Milano, autore di pubblicazioni in italiano e in inglese che opera nel panorama scientifico internazionale. Mi ha rigirato con sdegno – visto che è stato uno dei più agguerriti firmatari della petizione per non estromettere l’italiano dalla formazione universitaria – una comunicazione che gira in questi giorni tra i docenti di quell’ateneo e che voglio virgolettare:

    “(…) Da questo autunno attiveremo una serie di iniziative di comunicazione su intelligenza artificiale (AI) con l’intento di accentrare l’attenzione del territorio milanese e lombardo sul nostro ateneo. In questo momento in cui qualunque struttura cerca di posizionarsi come l’interlocutore di riferimento per AI, il polimi non poteva sottrarsi dal proporre un programma di alto profilo.

    Il target di queste iniziative è duplice. Avremo degli awareness panel su tematiche di interesse sociale diretti principalmente alla cittadinanza con speakers di eccellenza. Questi includeranno, in ordine, AI and Education, AI Risks and Regulation, AI and Health, AI and Sustainability, e, infine, un panel su AI Generativa il cui target sarà, diversamente dai precedenti, più orientato alle aziende. Avremo inoltre seminari scientifici il cui target è sia la comunità scientifica – non strettamente solo quella tecnica/tecnologica – sia gli studenti che le aziende che fanno ricerca e sviluppo. (…) Vi allego il programma per la fine del 2024, mentre il programma per il 2025 sarà presentato durante il primo awareness panel (12 novembre, su AI and Education). Ogni evento richiederà una registrazione online, il cui link potrà essere trovato nelle locandine che verranno piano piano pubblicate sui canali media dell’ateneo.”

    Naturalmente il programma allegato è in inglese, perché il Politecnico di Milano è l’ateneo che ha dato via al progetto pilota per estromettere l’italiano dall’insegnamento universitario. E la lingua più naturale e spontanea di chi ha scelto l’inglese come lingua “franca” dell’università ha una base italiana (più spontanea che scolarizzata, a giudicare da come scrive il mittente) in cui percolano i concetti e le espressioni in inglese che si sono normalizzati (almeno nella testa dello scrivente) e fissati in espressioni stereotipate intoccabili: AI invece di IA, la ripetizione meccanica di target, i concetti in inglese invece che in italiano che introducono Education, Regulation o Healt al posto di istruzione, regolamento o salute. E nell’anglicizzazione selvaggia queste parole si scrivono con le maiuscole all’americana, mentre anche la “s” del plurale viene normalizzata (speakers) alla faccia delle norme dell’italiano che si controlla pochino e che comunque poco interessa.

    Dunque, in casi come questo è la scarsa attenzione per la propria lingua madre che produce simili comunicazioni, dove l’ostentazione dell’inglese sembra semmai inversamente proporzionale all’amore e alla conoscenza dell’italiano.

    Il fatto grave è che questo tipo di comunicazione non è solo in voga tra gli anglomani, è quella che si sta imponendo nell’Università, tra gli addetti ai lavori, che viene ormai accettata e preferita negli ambienti culturali, tecnici, istituzionali e soprattutto viene diffusa e legittimata in un’educazione all’inglese rivolta a tutti: “il target di queste iniziative” non è “duplice”, come si legge nel documento, ma almeno “triplice”: il terzo obiettivo implicito (e non dichiarato) è quello di rendere questa lingua ufficiale, e di affermarla non solo sul “territorio milanese” ma anche nella testa delle giovani generazioni che si formano, e che costituiscono il nostro futuro (anche linguistico, oltre che culturale e produttivo).

    Chi studia in inglese è portato a pensare in inglese e a esprimersi con concetti in inglese, invece che in italiano, con la conseguenza della perdita della terminologia e della concettualizzazione nella nostra lingua. Nei Paesi del Nord Europa dove il progetto del globalese nelle università si è quasi compiuto, si sta cominciando a riflettere con preoccupazione sugli effetti nefasti di questa politica. L’inglese come lingua dell’università o della scienza non si è rivelato un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che ha fatto retrocedere la lingua nazionale e ha portato alla regressione del lessico e della lingua nativi. E quindi, dalla Svezia all’Olanda, si assiste a una messa in discussione di queste politiche e a una marcia indietro.

    In Italia, invece, si procede ciechi e bendati verso l’anglificazione dell’università, e il nostro modo di essere “internazionali” non significa guardare a ciò che avviene all’estero, anche a proposito delle politiche linguistiche di Paesi come la Francia, la Spagna, la Svizzera o l’Islanda; significa invece assumere e sposare il punto di vista degli “americani” (la parte per il tutto e cioè il monolinguismo invece del plurilinguismo), incuranti del fatto che questa strategia ci sta annichilendo. E così, un altro professore di fisica dell’Università di Firenze mi scrive affranto:

    “Anche qui a Firenze stiamo andando verso una laurea specialistica in fisica in inglese. Ho sentito colleghi proferire affermazioni del tipo ‘allora sarà VIETATO usare l’italiano’”. Davanti al compiacimento dell’abbandono dell’italiano il docente ha provato invano a replicare “se non suonasse letteralmente assurdo che potesse essere addirittura vietato usare l’italiano all’interno del territorio della Repubblica Italiana in un’istituzione di proprietà dello Stato Italiano finanziata tramite tasse versate dagli italiani la lingua ufficiale della Repubblica”; ma questo argomento suscita di solito un sollevamento di spalle.

    https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/10/14/insegnare-in-inglese-non-puo-che-alimentare-langlicizzazione-dellitaliano/

    #anglicismiNellItaliano #anglificazione #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #plurilinguismo #università

  6. Di Antonio Zoppetti

    Mi sono arrivate varie segnalazioni indignate a proposito di un intervento sul Corriere della scorsa settimana di Federico Rampini intitolato “Gli italiani non sanno l’inglese”.

    L’autore si mostra scandalizzato e affranto di fronte a questo fatto. Ma la cosa più imbarazzante del suo resoconto è la modalità con cui sembra scoprire l’acqua calda.

    La rivelazione gli è arrivata durante un convegno a Gorizia, mentre uno storico israeliano a quanto pare appoggiava le ragioni dell’attuale sterminio dei palestinesi suscitando le reazioni di protesta e i fischi degli spettatori. A colpire Rampini non sono state le tesi del suo interlocutore – che in fondo è un “progressista” che parla così solo per lo choc del 7 ottobre, chiosa il giornalista – bensì un piccolo dettaglio marginale che fa ben capire cosa si agita nella testa di simili prezzemolini televisivi che si presentano come progressisti ma sono invece l’espressione delle idee più reazionarie della nostra intellighenzia. Questo particolare a margine è che le grida della folla imbestialita non arrivavano in diretta, immediatamente dopo le parole che lo storico pronunciava in lingua inglese, ma in differita, cioè solo dopo la traduzione.

    Questo è ciò che ha colpito Rampini, che si è reso conto improvvisamente che il vero problema è che gli italiani non capiscono l’inglese! Un grave problema davanti al quale gli oltre 30.000 morti palestinesi (senza contare i feriti o i mutilati che spesso sono donne e bambini) passano evidentemente in secondo piano (almeno nella sua scatola cranica).

    Il giornalista sembra ignorare i dati Istat che ci dicono che in Italia la conoscenza dell’inglese appartiene a una minoranza della popolazione. Evidentemente non conosce nemmeno i rapporti come quelli di Eurostat che mostrano che anche in Europa l’inglese non è affatto compreso dalla maggioranza dei cittadini. E non è neppure a conoscenza delle statistiche di Ethnologue che spiegano che nel mondo l’inglese è conosciuto da meno del 20% dell’umanità (cfr. “Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione“). La sua consapevolezza arriva più empiricamente davanti a un bagno di folla: a Gorizia, “una delle città più ricche, moderne, evolute d’Italia, l’inglese ancora lo parlano e lo capiscono in pochi.” Eppure gli astanti erano gente colta – precisa stupito Rampini – tutta gente che legge persino i libri di storia!

    La parola “ancora” dice tutto: l’inglese – cioè la lingua naturale dei popoli dominanti che non studiano altre lingue perché impongono la propria a tutti gli altri – prima o poi trionferà, e finalmente tutta l’umanità si inchinerà alla sua dittatura. È solo questione di tempo.

    Questo è il nuovo colonialismo del Duemila, il nuovo imperialismo culturale difeso da chi ha come obiettivo l’imposizione dell’inglese dall’alto con cui educare il mondo intero. I Paesi già anglicizzati sono presentati come un modello aureo e avanzato, gli altri sono considerati “Terzo mondo”, un’espressione politicamente scorretta che si tende ormai a sostituire con “Paesi in via di sviluppo”. E a quale sviluppo li si deve condurre? A quello del modello occidentale, ovviamente, che viene fatto coincidere con quello statunitense, ci mancherebbe altro.

    Eppure l’Italia, pur essendo di fatto una provincia americana dal punto di vista sociale, politico, militare, economico e culturale è “ancora” arretrata sul piano linguistico. Ancora una volta, per Rampini, le fonti sulla conoscenza dell’inglese non sono le statistiche ma altre che ricordano i discorsi da bar: “Mi è stato detto che questa cosa cambia improvvisamente se uno, a poche centinaia di metri dalla sede di quel convegno, si reca Nova Gorica. È la città gemella, l’altra metà di Gorizia, in Slovenia, dove l’inglese lo sanno tutti.” E a questo punto sbotta: possibile che una nazione – che probabilmente considera sottosviluppata rispetto a noi sotto altri punti di vista – sia più avanti di noi nella conoscenza della lingua dei padroni?
    Al giornalista non viene neppure in mente che forse le persone di cultura della città conoscono il tedesco, o il francese, o altre lingue. Per lui il plurilinguismo non è un valore, e le altre lingue sono fuori dai parametri della neocultura che ha in mente, non contano niente. Nella sua testa c’è solo l’opzione inglese, la Novalingua da imporre orwellianamente a tutte le altre inutili e dannose Veterolingue.

    L’apologia della dittatura dell’inglese è la premessa e l’assioma di un disegno strisciante che viene fatto passare in modo manipolatorio:

    “Qui abbiamo un problema, guardate: perché non è possibile che in Slovenia un paese che è entrato nell’Unione europea molto più tardi, Paese più povero, piccolo tutti sappiano l’inglese e dall’altra parte del confine no.”

    In quest’ultima riflessione da temino liceale, la Slovenia è un Paese “inferiore” (piccolo e povero), entrato da poco nell’Ue (e qui si lascia credere che l’inglese sia la lingua dell’Unione Europea, il solito falso). I modelli virtuosi dell’Europa sono i Paesi già colonizzati linguisticamente, quelli “dalla Danimarca alla Svezia, dove le grandi università insegnano ormai corsi solo in lingua inglese e i bambini sono abituati a vedere i film americani in lingua originale quando hanno cinque anni.”

    Finalmente il consueto disegno linguicista emerge e prende forma: consiste nel cancellare le lingue nazionali dall’università (meglio omettere che i Paesi del Nordeuropa stanno facendo un passo indietro nell’anglificazione dell’università perché si sono resi conto che i danni sono maggiori dei vantaggi). E per meglio imporre la dittatura dell’inglese non resta che colonizzare i cittadini sin dall’infanzia, attraverso la tv e i film in lingua originale americana. L’apoteosi di questa visione colonialista arriva nel finale: oggi come oggi, “sapere l’inglese è come avere la patente di guida.”

    Questo esempio non è innocente: in gioco c’è proprio la “patente”.

    Non basta che il globalese sia di fatto la lingua dominante, diventata imprescindibile in alcuni settori come il mondo del lavoro o della scienza, per cui chi non lo usa è penalizzato ed emarginato. L’obiettivo è l’istituzionalizzazione del globish, che si vuole ufficializzare come la lingua dell’Europa. L’inglese è venduto come il requisito della cultura; a che vale leggere i libri di storia se non si sa l’inglese? E allora non resta che imporlo in tutti i modi, attraverso il potere morbido e quello duro. La prima strategia si basa per esempio sulla trasmissione dei film in inglese, oppure avviene attraverso cavalli di Troia come il progetto Erasmus, nato sulla carta per la diffusione degli scambi linguistici tra gli studenti europei, ma trasformato di fatto nella diffusione del solo inglese, la lingua unica che prende il posto di tutte le altre e le cancella. La stessa prassi che nell’Ue – che sulla carta nasce all’insegna del plurilinguismo – porta a di fatto a usare l’inglese come la sola lingua di lavoro o quasi. E grazie alla von der Leyen è sempre più usato anche nella comunicazione istituzionale rivolta agli europei, un’altra prassi illegittima, come quella dei documenti europei concepiti in alcuni Paesi come l’italia in modo bilingue.

    Accanto a queste cose c’è poi la politica linguistica europea a fare in modo che l’inglese sia ufficializzato: è stato introdotto nelle scuole sin dai primi anni dell’infanzia in modo da creare le nuove generazioni bilingui, un progetto che ci costa cifre astronomiche che vengono in questo modo convogliate verso i Paesi naturalmente anglofoni che sono fuori dall’Europa e che non hanno questi costi. Da qui nascono poi i provvedimenti come la riforma Madia che ha cancellato il requisito di “conoscere una seconda lingua” nei concorsi nella pubblica amministrazione per sostituirlo con l’obbligo di “conoscere l’inglese”.

    Per quelli come Rampini tutto ciò è rimosso, il loro fine è giustificare la dittatura dell’inglese, costi quel che costi. E un altro esempio riportato dal giornalista la dice lunga sul suo razzismo linguistico e sull’intolleranza e il fondamentalismo con cui guarda chi non parla la lingua dei padroni, quando cita un episodio avvenuto in un cinema ligure dove proiettavano il film Barbie. Per errore l’operatore ha avviato la pellicola in lingua originale invece che nella versione doppiata, e nel pubblico di ragazzine e mamme si è scatenato un putiferio! Quegli ottentotti che non conoscevano l’inglese, secondo Rampini, avrebbero forse dovuto avere un orgasmo davanti alla lingua superiore, invece di pretendere che si parlasse loro nella propria (come previsto all’acquisto del biglietto).

    Mentre per Rampini il problema degli italiani è che non sanno l’inglese, per gli italiani il problema sono quelli come Rampini, che non hanno alcun rispetto per la realtà e per la gente, perché hanno in testa solo la propria visione discriminante che vogliono imporre a tutti. L’idea della cultura rampiniana ricorda quella coloniale del generale Gneo Agricola lodato da Tacito perché aveva saputo romanizzare – anche linguisticamente – i Bretoni che aveva assoggettato: i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento. Mentre Rampini dichiara di sostenere le sue tesi: “Non perché io abito in America”, la realtà è che quelli come lui si sono asserviti al nuovo impero e agiscono come i collaborazionisti della dittatura dell’inglese, la minoranza oligarchica che vuole prevaricare, sottomettere ed educare tutti gli altri.

    Comunque la si pensi, voglio rimarcare un ultimo particolare. Le reazioni alle tesi di questo articolo si sono diffuse in Rete (per esempio sul sito Italofonia.info), ma sui mezzi di informazione – le nuove voci dei padroni dove regna il pensiero unico – tutto tace. Come se queste riflessioni fossero le uniche possibili. E questo è molto grave. Se questa anglomania è la cornice culturale e il presupposto della nuova intellighenzia, poi non c’è da stupirsi dei sempre più numerosi anglicismi che penetrano sui giornali e in ogni settore. Sono solo l’effetto collaterale sul piano interno della dittatura dell’inglese che si vuole legittimare su quello internazionale.

    Intanto, alle elezione europee l’astensionismo ha raggiunto livelli mai visti, e mentre alcuni partiti si gongolano dei risultati e gli altri si leccano le ferite, il dato più rilevante mi pare che per la prima volta la maggioranza degli italiani non è andata a votare (se fosse stato un referendum non avrebbe raggiunto il quorum), e se si includono le astensioni questo risultato è ancora più pesante. La nostra classe dirigente, e gli intellettuali alla Rampini, sono una minoranza e un’oligarchia che non rappresenta più il Paese. E forse sono loro che dovrebbero riflettere sulla propria “patente” di giornalisti o politici, non gli italiani.

    https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/06/10/rampini-e-la-patente-dellinglese-globale/

    #anglomania #globalese #globalizzazione #globalizzazioneLinguistica #globish #inglese #linguaItaliana #multilinguismo #plurilinguismo #politicaLinguistica #rassegnaStampa #UnioneEuropea

  7. Nell'introduzione, Carbonara e Scibetta, rispondono alle seguenti domande:

    - Come fa un docente che non conosce necessariamente tutte le lingue ad avvalersi del repertorio plurilingue della propria classe?

    - Come può la pedagogia del translanguaging contribuire ad affermare le identità degli studenti bilingui?

    - Quali vantaggi si possono riscontrare per gli studenti italofoni?

    #samalegge #plurilinguismo #pedagogia #translanguaging #libri

  8. Zeina Abirached definisce e disegna così il suo rapporto con il #francese e l'#arabo.
    [seconda parte]

    da "Il piano orientale", [Bao Publishing, 2016]

    #samalegge #plurilinguismo #lingue #zeinaabirached #Libri #leggere #leggeresempre #UnoLibri

  9. Zeina Abirached definisce e disegna così il suo rapporto con il #francese e l'#arabo
    [Prima parte]

    da "Il piano orientale" [Bao Publishing, 2016]

    Grazie a D'Une Langue A L'Autre (DULALA) che ha invitato l'autrice alla sua "Université d’été" e me l'ha fatta conoscere;)

    #samalegge #plurilinguismo #zeinaabirached #Dulala #libri #leggere #leggeresempre

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