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L’itanglese e l’aggiornamento al 2022 di Google Libri Ngram Viewer
di Antonio Zoppetti
Ho visto che Ngram Viewer è stato da poco aggiornato, e se prima si fermava al 2019, adesso permette di fare ricerche fino al 2022.
Il sistema si basa sull’indicizzazione dei libri digitali dell’archivio di Google Libri, e mostra i grafici della frequenza delle parole anno per anno. Nonostante le fonti attingano a saggistica, manualistica, narrativa, testi pratici, scientifici… in un calderone indifferenziato e senza esplicitare i criteri di inclusione, si tratta di un corpus che ha numeri di grandezza enormi, e l’affidabilità degli algoritmi di Google che da decenni si nutrono di fantastiliardi di parole è comunque significativa.Come tutti gli strumenti, però, Ngram va utilizzato con cognizione di causa, può essere molto utile per individuare delle tendenze – in alcuni casi – mentre in altri si può rilevare uno strumento inefficace. La sua affidabilità dipende dunque dal modo in cui lo si usa e da cosa si ricerca.
Per quanto riguarda la presenza degli anglicismi – che in linea di massima sono forme fisse che non presentano flessioni e a cui raramente si aggiunge la “s” dei plurali – è molto utile per vederne le frequenze, e da quello che ho potuto riscontrare restituisce dati piuttosto in linea e coerenti con quelli che si possono ottenere facendo ricerche per esempio sugli archivi dei giornali, e anche di altri archivi dalle fonte selezionate e considerati più rappresentativi, ma che non sempre hanno il vantaggio di essere aggiornati. Anche incrociando la comparsa delle parole con le datazioni indicate sui dizionari il più delle volte i dati presentano scarti poco significativi, con la differenza che il vocabolario tende a registrare la prima attestazione di una parola, mentre Ngram ne mostra la sua diffusione.
La frequenza di 10 neologismi dello Zingarelli 2025
Tra le 10 nuove parole pubblicizzate dallo Zingarelli 2025, ce ne son ben 6 in inglese e 4 in italiano, una proporzione che rispecchia lo stato delle cose, visto che nel nuovo millennio gli anglicismi costituiscono ormai la metà dei neologismi. Per curiosità ho provato a visualizzarne i grafici per vederne la comparsa e soprattutto la frequenza:
hype (= qualcosa di clamoroso), escape room (= gioco di fuga), fattanza (= lo stato di chi è alterato per l’assunzione di qualche sostanza), overtourism (sovraturismo), bubble tea (= un tè con le bollicine), catfishing (= il ricorrere a una falsa identità), maranza (=giovane tamarro), neurodivergenza (= profilo neurologico fuori media), gieffino (= concorrente del Grande Fratello) e shrinkflation (= sgrammatura, cioè la riduzione della quantità di un prodotto in commercio).
L’inglese, dunque, rispetto all’italiano riveste ormai un ruolo dominante non solo numericamente (tra i lemmi che entrano nel dizionario), ma anche dal punto di vista della sua frequenza e uso. L’idea che gli anglicismi siano per la maggior parte tecnicismi o relegati in ambiti settoriali di bassa frequenza aveva un senso sino agli anni Ottanta-Novanta, ormai non è più così.
Sull’aumento delle frequenze delle parole inglesi, ho provato a misurare la tendenza di alcune di quelle più popolari spuntate improvvisamente negli anni Duemila, per esempio selfie, location, fake news, stalker e cargiver. Come prevedibile, la loro frequenza continua ad aumentare, rispetto al 2019. Perché la tendenza, checché ne dicano i negazionisti, è questa. Non è vero che gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza, e che una volta passata la moda regrediscono, tutto il contrario.
Le parole inglesi con cui veniamo quotidianamente bombardati sono spesso passeggere, ma il loro numero è di almeno un ordine di grandezza superiore a quelle che si stabilizzano ed entrano così nei dizionari. E, una volta entrate, difficilmente escono, anzi si radicano, tendono a produrne altre (baby sitter produce babysitteraggio e favorisce i dog sitter o i pet sitter) e nel loro allargarsi e ricombinarsi portano persino alla comparsa di regole istintive che si estendono alla morfologia (dai prefissi come cyber- e over– alle suffissazioni in -er e -ing) e coinvolgono ormai la sintassi e la collocazione delle parole in un mischione con l’italiano sempre più ibridato (dall’election day al mortadella day).
Le parole della pandemia
L’aggiornamento al 2022 è importante perché finalmente include anche le parole comparse durante la pandemia, e ho subito provato a quantificarne qualcuna come appunto pandemia, covid e coronavirus.
A proposito della coerenza con le datazioni e i fatti storici si può notare che “pandemia” – parola ottocentesca, secondo il dizionario – ha conosciuto una sua diffusione negli anni Venti del secolo scorso quando era l’influenza spagnola a mietere vittime, per poi regredire sino all’epoca del covid in cui è tornata in auge con una ben diversa portata. Dunque anche questi particolari sembrano confermare l’attendibilità dello strumento.
Ho provato perciò a cercare 4 parole che con il covid sono diventate frequentissime: lockdown, smart working, green pass e droplet.
La datazione di lockdown, che il giorno della sua apparizione avevo immediatamente denunciato, appare anticipata di due o tre anni, rispetto alla sua esplosione, ma nel complesso il grafico mostra bene la tendenza di queste parole. L’espressione smart working era già apparsa da qualche tempo, e il gruppo Incipit della Crusca l’aveva scoraggiata inutilmente, visto che con il covid ha conosciuto un’impennata mai vista. E il confronto con le possibili alternative italiane (lavoro da casa, da remoto, telelavoro, lavoro agile) la dice lunga sulla prevalenza dell’inglese.
Solo sommando tutte le alternative in italiano si supererebbe la frequenza dell’anglicismo. In questo caso il telelavoro, che nel Novecento era in auge, in seguito è regredito proprio quando è diventato una realtà, che però è espressa in inglese.
Interessante è il caso di no vax, comparato con l’espressione storica italiana antivaccinista (sommata al plurale antivaccinisti). Le polemiche contro il primo vaccino che proteggeva dal vaiolo sono esplose nel Settecento e hanno infiammato i dibattiti di illuministi, filosofi e scienziati, ma sono poi continuate nei secoli successivi con l’introduzione dell’obbligo vaccinale a fine Ottocento e poi con quelli contro tetano o difterite degli anni Venti, e ancora una volta i picchi registrati da Ngram coincidono con queste tensioni culturali e sociali. Nel frattempo è l’espressione pseudoinglese no vax a spopolare (in lingua originale si parla di anti-vaxxer), ma la buona notizia è che c’è stato un parziale recupero anche dell’equivalente italiano, che sebbene si configuri come sinonimia secondaria, non è scomparso ed è un po’ tornato in uso.
La stessa tendenza, mi pare, si può notare in una coppia di parole recentissime che finalmente si possono osservare meglio: hater e odiatore. Quando è esploso il fenomeno sulle piattaforme sociali l’anglicismo era il solo tecnicismo in uso, riferito alla Rete, mentre la parola italiana odiatore, con un senso più generico che tendeva a scemare da tempo, non era utilizzata e in un primo tempo appariva poco intercambiabile. Successivamente ha cominciato a farsi strada anche con il nuovo significato, e oggi si è rivitalizzata come equivalente secondario impiegato e impiegabile accanto all’anglicismo. Certo, la frequenza dell’italiano è molto più bassa, e viene usato come nel passato anche fuori dal contesto internettiano, ma il fatto che circoli e registri un incremento è significativo.
Se in questi casi l’inglese ha la meglio, tra le novità in italiano più gettonate degli anni Venti del Duemila c’è il caso di resilienza, altra parola di coniazione ottocentesca rimasta a lungo di bassissima frequenza. Negli anni Quaranta si è diffusa in ambito psicologico e successivamente è stata impiegata come tecnicismo anche in altri ambiti (per esempio medico o ecologico). Nel nuovo millennio ha fatto il salto alla lingua comune per influsso dell’inglese (nonostante l’etimo latino).
La comparsa di “itanglese”
Infine, segnalo la comparsa della parola itanglese, che sino a qualche giorno fa non esisteva tra le registrazioni di Ngram Viewer, ma che adesso ha un sua posizione, benché di bassissima frequenza e con un andamento incerto e ancora poco significativo. Il punto è che più una parola è di bassa frequenza e più i grafici di Google sono da prendere con le pinze.
Visto che molti linguisti sono fermi al lessico, ribadisco invece che l’itanglese, nel Duemila, ha cessato di essere caratterizzato dall’infilare nell’italiano un gran numero di anglicismi che si moltiplicano nei dizionari e li affollano.
Siamo in presenza di un riversamento dell’inglese sempre più ampio e incontrollabile, dove gli anglicismi che capita di incontrare sui giornali, in tv, nei testi tecnico-scientifici, tra gli addetti ai lavori… sono di almeno un ordine grandezza superiore, anche se si tratta in gran parte di parole usa e getta o di bassa frequenza. Ma tutte insieme, complessivamente, rappresentano un flusso di elementi inglesi continuo e in aumento. E questa sovraesposizione si configura come uno stile ricercato che punta a imporsi come uno stilema comunicativo più prestigioso. Basta esaminare un titolo di giornale come il seguente per rendersene conto.
In questo tipo di comunicazione gli anglicismi da dizionario, con una loro stabilità, sono star e glamour. Tutto il resto è un incrocio insensato di suoni inglesi e italiani con pezzi d’inglese sempre più ampli dall’hair look ai beauty look delle beauty icon del Met Gala pre-party. L’itanglese è questo, non è il ricorso a qualche anglicismo, per chi ancora non se ne fosse accorto.
E il problema è che questa newlingua non è sanzionata come inammissibile, dalla nostra egemonia culturale fatta di menti colonizzate e di provincialismo; in sempre più settori diventa invece una consapevole e compiaciuta ostentazione che finisce per trasformarsi in un modello e persino in un obbligo. Se sei un giornalista di moda devi scrivere così, o ti fanno fuori, esattamente come nell’ambiente lavorativo, se non metti in pratica il gergo itanglese degli addetti ai lavori che il settore richiede e impone, finisci per essere percepito come fuori luogo.
E spesso sono proprio gli ambienti che stigmatizzano parole da bandire come razza o cieco, o quelli che predicano l’inclusività che allo stesso tempo impongono questa newlingua elitaria e irrispettosa del nostro patrimonio linguistico che nel mondo è invece enormemente ammirato.
E così una manifestazione istituzionale che punta a essere responsabile, sostenibile e inclusiva in ambito alimentare, allo stesso tempo esclude è irresponsabile e insostenibile sul piano della lingua, visto che – tra talk learn, cook e taste exhibition – è denominata TuttoFood Week (grazie a Marco Zomer che me l’ha segnalata).
Gli strumenti come Ngram Viewer, insomma, vanno bene per monitorare la frequenza di qualche parola, ma per renderci conto di cosa sia veramente l’itanglese ci vorrebbe un inglesometro di altra natura in grado di rendere conto di questo flusso continuo, per studiare come si sta evolvendo e allargando a discapito dell’italiano.
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