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Giornata Mondiale della traduzione
Buongiorno, amici di Perfettamente Chic! Oggi, mentre sorseggiate il vostro caffè o il tè della mattina, vi porto in un viaggio davvero speciale: quello della Giornata Mondiale della Traduzione, o come si dice elegantemente in inglese,
International Translation Day
Una giornata tutta dedicata a chi ci permette di capire il mondo, un dialogo alla volta, parola per parola.
Ma prima di tutto: quando si celebra e perché proprio questo giorno? Il calendario segna il 30 settembre. La scelta non è casuale: questa data coincide con l’anniversario di San Girolamo, il santo patrono dei traduttori. Girolamo, vissuto nel IV secolo, è famoso per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, dando vita alla celeberrima Vulgata. Insomma, un vero maestro del “parola per parola”!
Dove si festeggia? In tutto il mondo! Dalle grandi conferenze internazionali alle piccole scuole di lingue, dai traduttori freelance nelle loro accoglienti scrivanie ai poliglotti che si ritrovano online per brindare alle lingue. Ovviamente, ogni Paese porta il suo tocco particolare:
- in Spagna si fanno incontri con letture teatrali,
- in Cina si organizzano gare di traduzione simultanea, mentre
- in Canada si celebra con eventi bilingue che fanno invidia a qualsiasi festival culturale.
Ma chi ha deciso di istituire questa giornata?
È stata promossa dall’International Federation of Translators (FIT) nel lontano 1953, ma la celebrazione ha preso davvero piede solo negli anni successivi, diventando un momento ufficiale di riconoscimento per tutti i professionisti delle lingue, interpreti e traduttori. Un’occasione per ricordare quanto il loro lavoro sia fondamentale: senza traduttori, buona parte dei libri, film, serie TV e persino dei meme internazionali sarebbero… incomprensibili!
E parlando di curiosità, sapevate che
- in Giappone c’è chi colleziona dizionari rari come fossero opere d’arte, o che
- in Germania esiste un concorso per tradurre poesie impossibili da una lingua all’altra, con premi che comprendono cioccolato, libri e persino… viaggi linguistici?
E non dimentichiamo l’ironia di chi si trova a tradurre giochi di parole intraducibili: immaginatevi il traduttore di un cartellone pubblicitario che cerca di rendere divertente una battuta locale senza far piangere di noia chi legge dall’altra parte del mondo!
In Italia💚🤍❤️, la Giornata Mondiale della Traduzione è spesso celebrata con conferenze, workshop e reading letterari, con un occhio particolare al multilinguismo e all’importanza di preservare le lingue minoritarie. E se vi capita di incontrare un traduttore oggi, un sorriso, un caffè e magari un
Grazie per farci capire il mondo
saranno sicuramente apprezzati!
Insomma, questa giornata è un invito a guardare il mondo con curiosità, a scoprire lingue nuove, a ridere delle traduzioni improbabili e a celebrare chi, con pazienza e talento, rende tutto comprensibile… parola dopo parola. E adesso, tra una tazza di caffè e un biscotto, provate a tradurre qualcosa di buffo: chi lo sa, potreste scoprire un talento nascosto!
Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI
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di Antonio Zoppetti
È appena uscito un mio nuovo libro: Meglio l’italiano o l’itanglese? Linee guida sull’uso di anglicismi nella comunicazione trasparente (Mind Edizioni, Milano) che ha lo scopo di colmare una lacuna tutta italiana.
Negli ultimi vent’anni, infatti, sono state diramate decine di raccomandazioni e linee guida istituzionali sulla femminilizzazione delle cariche, mentre si moltiplicano i siti e le associazioni che promuovono il linguaggio inclusivo e non discriminante, e spuntano decreti leggi che mettono al bando la parola “razza” o prescrivono l’eliminazione di “handicap” in favore di condizione di disabilità, e non perché si tratta di un termine inglese, bensì perché viene proclamato discriminante, e dunque viene sconsigliato (e vietato per legge) nel linguaggio delle amministrazioni.
In sintesi, esistono fortissime pressioni che hanno come obiettivo la pianificazione linguistica e puntano a intervenire sull’uso – spesso a gamba tesa – per educare i cittadini a parlare in modo politicamente corretto, ma quando si tratta invece di regolamentare l’abuso sempre più selvaggio dell’inglese, i linguisti e gli intellettuali italiani cambiano subito casacca, e si appellano a una “sacralità” dell’uso che non può essere messo in discussione. Solo in questo caso parte la solita tiritera per cui sulla lingua non si può – né deve – intervenire, perché non si può limitare la libertà di espressione e non si possono certo mettere al bando le parole straniere come ai tempi del fascismo. Al contrario, il problema non sono i forestierismi in modo generico, ma la penetrazione sempre più massiccia di parole inglesi, tutte provenienti dalla stessa lingua dominante che sta schiacciando l’italiano. E gli anglicismi sono spesso discriminanti e poco trasparenti, perché escludono – invece di includere – una larga fascia di cittadini che non li comprendono, e in questo modo si creano barriere sociali e fratture generazionali. Ma le istituzioni, in questo caso, non si preoccupano né della trasparenza né della cancellazione dell’italiano, e anzi sono in prima linea nell’introdurre e diffondere parole come cashback, caregiver, whistleblowing, stepchild adoption e via dicendo.
Il non-interventismo, insomma, è invocato solo nel caso dell’inglese, ma la realtà è un’altra: nell’attuale società è in atto un processo di revisionismo linguistico molto forte, che punta ad affermare un nuovo modello di italiano dove le stesse forze riformiste – anche istituzionali – che prescrivono il politicamente corretto, l’inclusività, la femminilizzazione delle cariche… sono quelle che allo stesso tempo introducono gli anglicismi.
Nel libro questo fenomeno è ben denunciato, e le contraddizioni vengono finalmente fatte esplodere. Riporto una sola citazione:
“Colpisce, per esempio, che proprio il Ministero dell’Istruzione da cui sono scaturiti testi pieni zeppi di anglicismi come il Sillabo del 2018 o il Piano scuola 4.0 del 2023, contemporaneamente abbia diramato delle Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur (2018) che a loro volta riprendevano altri simili documenti promossi già da anni. Nella prefazione dell’allora ministra Valeria Fedeli si leggeva:
Credo che nel Miur la consapevolezza dell’importanza del linguaggio debba essere coltivata e praticata anche più che altrove – non solo per quanto riguarda l’uso del genere grammaticale femminile, quindi, ma anche per tutto ciò che riguarda la trasparenza degli atti amministrativi. Sappiamo che la lingua è un corpo vivente, che si evolve nell’uso quotidiano e non può essere cambiata per decreto. D’altra parte, le proposte riguardanti l’uso del femminile avanzate nelle presenti Linee guida non hanno nulla dell’imposizione dall’alto, perché richiedono semplicemente di applicare in modo corretto e senza pregiudizi le regole della grammatica italiana (p. 4).
Eppure questo richiamo alle pari opportunità, alla trasparenza e alle regole della grammatica italiana sembra che sia invocato solo nel caso dell’educazione al genere, ma venga invece nascosto sotto al tappeto nel caso degli anglicismi che al contrario vengono diffusi e promossi senza seguire gli stessi criteri, o forse li si introduce in modo consapevole proprio con l’intento di affermarli (a pensar male si commette peccato, ma spesso si indovina, recitava una vecchia battuta di Andreotti).”
[Meglio in italiano o in itanglese? p. 70].Le istituzioni, insomma, non sembrano veramente interessate alla trasparenza, e la usano come alibi quando fa loro comodo per diffondere il linguaggio “etico” che vorrebbero affermare, un modello linguistico che vuole essere politicamente corretto e allo stesso tempo anglicizzato. Un modello linguistico che afferma l’itanglese.
Una nuova definizione di itanglese
Nel libro c’è una dettagliatissima spiegazione di che cosa sia l’itanglese, che da un punto di vista tecnico ormai non è più solo un “italiano” che contiene un’alta frequenza di parole inglesi. L’itanglese travalica l’ingenua categoria dei “prestiti linguistici”, è fatto di pseudoanglicismi maccheronici (footing, smart working), di parole ibride (zoomare, clownterapia), di costrutti sintatticamente invertiti (matematica day, covid hospital), di suffissoidi formativi (babypensionato, over40), di cambiamenti morfologici (blogger invece di bloggatori), di famiglie di parole e di radici inglesi che si allargano nel nostro lessico (pet-shop, pet-food, pet sitter…).
Ma soprattutto, al di là di queste classificazioni forse per alcuni un po’ noiose, l’itanglese si configura come un ben preciso modello linguistico, uno stilema preferito e ostentato da un’egemonia culturale di imprenditori, giornalisti, tecnici, addetti ai lavori e influenti che puntano all’inglese e si vergognano dell’italiano. In questo modo prende piede una “diglossia lessicale” dove le parole inglesi sono spacciate di volta in volta come più evocative, più solenni, più appropriate, più moderne, più internazionali… e finiscono per scalzare e far regredire le nostre parole storiche, perché i nuovi comunicatori sono convinti che brand sia superiore e diverso da marchio, che overturism sia più appropriato di sovraturismo, che gay sia più inclusivo di omosessuale, che climate change sia un “internazionalismo” più tecnico di cambiamento climatico, che il body shaming sia più adatto della derisione fisica, che il catcalling sia più moderno del vecchio e deprecato pappagallismo italiano… e in fin dei conti che l’inglese (ma spesso è solo pseudoinglese) sia superiore alla lingua di Dante, la nostra lingua madre. Ma in questa corsa all’anglicizzazione scriteriata e sempre più sistematica, l’impatto dell’inglese sulla nostra lingua non è paragonabile a quello che abbiamo ereditato nel corso dei secoli da altre lingue, né per numero di parole né per frequenza, né per profondità né per velocità di attecchimento. L’itanglese è un fenomeno nuovo dalla portata dirompente; il libro racconta questa storia e smentisce i soliti luoghi comuni e stereotipi radicati tra i linguisti e tra gli intellettuali italiani, visto che in altri Paesi la situazione è ben diversa dalla nostra piccola visione provinciale imprigionata nel suo complesso d’inferiorità davanti alla cultura e alla lingua d’oltreoceano.
Linee guida e qualche considerazione di buon senso
Nel delineare delle linee guida che affrontano la questione dell’inglese partendo dagli stessi presupposti che guidano altri tipi di raccomandazioni, ho preso spunto da quanto avviene all’estero, a partire dalla cancelleria Svizzera che ha diramato delle raccomandazioni sull’uso dell’inglese nel linguaggio amministrativo che – guarda caso – sono proprio affiancate a quelle per un uso non sessista della lingua, perché da loro non ci sono i tabù e le rimozioni che abbiamo noi, e la trasparenza vale in ogni ambito, e non si usano due pesi e due misure. Anche la pianificazione linguistica di altri Paesi – come la Francia, la Spagna o l’Islanda – è stata presa come esempio e come fonte, e i principi di buon senso che si ritrovano ovunque tranne che da noi sono tutti incentrati su due cardini: il rispetto per le risorse linguistiche locali e il proprio patrimonio linguistico, ma anche la trasparenza. Sul piano nazionale ho ripreso invece il poco che c’è, soprattutto i comunicati, le considerazioni e le riflessioni del Gruppo Incipit della Crusca, anche se non hanno una valenza ufficiale. E a proposito della trasparenza del linguaggio amministrativo o giornalistico, sono partito dalle vecchie regole auree di Sergio Lepri, oltre che dalle analisi di Tullio De Mauro sulle parole che arrivano a tutti; entrambi gli intellettuali partivano dal presupposto che una comunicazione “onesta” si basa su un linguaggio adatto al destinatario. Oggi i titolisti e i giornalisti, in linea di massima, hanno cambiato prospettiva e puntano a educare all’inglese, a diffonderlo con un nuovo linguaggio elitario e discriminante dove l’inglesorum assume il ruolo cialtrone del latinorum manzoniano e dell’antilingua di Calvino.
Queste linee guida riflettono poi sulle questioni della gestione degli anglicismi dal punto di vista editoriale (pronunce, trattamento grafico, maiuscole, plurali, genere maschile o femminile) e soprattutto su come evitarne ogni abuso. Accanto alle 4 domande chiave che ha individuato il linguista Francesco Sabatini (prima di ricorrere a un anglicismo ne conosciamo il reale significato? Lo sappiamo pronunciare e anche scrivere correttamente? E l’interlocutore è davvero in grado di comprenderlo?) ho aggiunto una quinta domanda fondamentale per evitare che l’italiano diventi itanglese: “Quanti anglicismi stiamo usando nella nostra comunicazione?”.
E ancora, siamo sicuri che certi anglicismi siano davvero intraducibili? Che fare quando manca il corrispettivo italiano? E quando non ha la stessa connotazione?
La prefazione è di Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia.info, che ha sottoscritto queste linee guida che il portale si impegna a seguire e a diffondere, mentre in appendice – per sorridere ma anche per riflettere sul fenomeno – ho tradotto per intero il primo canto della Divina Commedia in itanglese di cui da tempo avevo già abbozzato l’incipit.
PS
https://www.youtube.com/embed/yKmCycRtJMA
Roberto, che gestisce il canale YouTube Un Italiano Vero (UIV), sta preparando dei video in cui è possibile ascoltare l’effetto che fa la Divina Comedy di Don’t Alighieri, di cui è disponibile la prima pillola, ma prossimamente seguiranno le altre puntate.
E poiché questo libro – il quarto che ho dedicato a questo tema – nuoce gravemente al pensiero dominante (mainstream), ringrazio tutti coloro che spargeranno la voce per far sapere della sua esistenza.
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Lo puoi ascoltare qui: https://t.me/mauriziolonobile/328Questa settimana: Linux, chatGPT, inglese a manetta e servizi liberi.