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La lingua di classe: l’italiano 2.0 a base inglese
Di Antonio Zoppetti
Mentre sui giornali lo tsunami degli anglicismi travolge quotidianamente la lingua italiana – soprattutto nei titoli, a caratteri cubitali e in bella vista – ogni tanto compare qualche lamentela dei lettori, nascosta tra le lettere alla redazione. Nello spazio della Stampa “Lo specchio dei tempi”, per esempio, il 30 gennaio Carla Crivello mi ha segnalato la denuncia di un torinese:
“Mi sono recato presso l’Asl di via Montanaro a Torino. Sono rimasto allibito! Vi è un cartello che indica un laboratorio con la scritta ‘Head and Neck Cancer Unit” Ho pensato che era bello sognare di e essere a Londra e mi sono dato un pizzicotto e invece ero a Torino. È mai possibile che i responsabili della Sanità Pubblica del Piemonte oltre a tutti i problemi che ben conosciamo non trovi niente di meglio che indicare un laboratorio così importante in lingua inglese?” (AB).
Il 31 gennaio è invece stato pubblicato il commento di Marco Zomer (attivista dell’italiano):
“Leggo che l’evento gratuito organizzato al Regio per seguire la finale del tennis era ‘soldout‘. Mi pare un ossimoro: non può essere ‘sold’ un evento gratuito! E se la smettessimo di usare anglicismi e scrivessimo ‘al completo’ o ‘tutto esaurito?'” (MZ).
Sold out, che come la maggior parte degli anglicismi composti non ha una grafia ben codificata e si trova anche scritto con il trattino (sold-out) o tutto attaccato (soldout), è un potenziale prestito sterminatore che sta facendo il suo sporco lavoro: distruggere l’italiano sovrapponendosi come espressione più prestigiosa e moderna. Poco importa che non tutti capiscano cosa significhi, si abitueranno. E verrà il giorno che anche questa parola sarà forse dichiarata “italiana” da certi linguisti che così definiscono parole di altra frequenza come chat o computer (come si legge per esempio in certe consulenze linguistiche dell’Accademia della Crusca). In Rete circolano innumerevoli battute che giocano sulla trasparenza di questa parola: “Vorrei acquistare i biglietti”. Risposta: “Ciao, Sono Sold Out”. Replica: “Ciao Sold Out, quindi come posso fare?”.
Intanto si registra l’uso in senso lato dell’espressione, che ha ormai perso il suo significato letterale legato al venduto (sold è participio passato del verbo sell) e nel suo sovrapporsi a tutto esaurito si impiega anche per ciò che non affatto in vendita, come il “sold out” dei musei milanesi causato dal fatto che durante il weekend l’ingresso era gratuito.
Durante il covid, anche i centri vaccinali – chiamati HUB – erano sold out in una no-stop da record, per riportare la lingua dei giornalisti moderni (tuttavia no-stop significherebbe che è vietato fermarsi, al contraio di non-stop che significa senza pause).
Purtroppo l’itanglese non è solo la lingua dei giornalisti, è il modello linguistico della nuova egemonia culturale, della nuova classe dirigente, o dell’élite, per usare un francesismo. Se la lingua dei Promessi Sposi manzoniani che si poneva come il nuovo modello dell’italiano si basava sul fiorentino dei ceti colti – e non certo quello del popolino inquinato da solecismi come diaccio per freddo – oggi il nuovo ceto alto sciacqua i propri cenci nell’East River del fiume Hudson (più che nel Tamigi), anche se i panni sporchi – si sa – sarebbe meglio lavarli in casa.
E così, in un Paese dove si punta all’inglese come lingua dell’Università e all’abbandono dell’italiano come lingua della formazione, poi non stupisce che gli ospedali inaugurino le Head and Neck Cancer Unit, invece di parlare dell’oncologia, della testa o del collo. Il punto è che questa lingua viene imposta ai cittadini che la subiscono ob torto collo, se non si dice ormai ob torto neck.
Tempo fa mi è capitato di frequentare i reparti ospedalieri specializzati nella cura degli ictus, ma il colpo apoplettico è roba di una volta, la cartellonistica dei reparti indica solo le Stroke Unit, perché in questo modo sono stati chiamati i centri di eccellenza. Nei documenti della Regione Lombardia si ufficializza la terminologia inglese, e si legge che il “Decreto della DG Sanità n. 10068 del 18/09/2008” è oggi sostituito dal “decreto DG Welfare n. 18447 del 17/12/2019”, mentre le nuove Stroke Unit si occupano anche della “corretta comunicazione ai caregivers” (con la “s” per formare il plurale), ma della comunicazione agli italiani che devono essere educati alla lingua dei padroni non interessa niente a nessuno, a parte i cittadini che scrivono le loro proteste ai giornali.
Se l’obitorio di Pescara viene trasferito, la comunicazione ospedaliera rivolta alla popolazione non parla più di obitorio – un brutta parola, che evoca la morte – ma di Morgue e il giornalista è costretto a riportare tra parentesi l’avvertenza che sui cartelli c’è solo “morgue”.
I delitti della via Morgue di Edgar Allan Poe, come in un racconto dell’orrore, si trasformano in delitti e crimini contro la lingua di Dante, che finisce nell’obitorio mentre prende vita l’itanglese affermato dalle istituzioni. Il che è inaccettabile.
Questa dittatura dell’inglese è la nuova lingua di classe. Una lingua che nell’era dell’inclusione esclude gli italiani, perché dietro il politicamente corretto c’è semplicemente il politicamente americano.
Tra i linguisti impazziti, intanto, c’è chi ci spiega che la lingua arriva dal basso e la nuova prospettiva “scientifica” della linguistica moderna è descrittiva, non è più prescrittiva e normativa come una volta… poi però, davanti agli usi dal basso che escono dall’italiano storico, per esempio l’uso di “piuttosto che” con il nuovo significato di “oppure” invece di “anziché”, non si fanno problemi a respingerlo e dichiararlo errore inammissibile, invece di descriverne l’uso sempre più inarginabile, come si legge sul sito della Crusca:
“Non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.”
Davanti all’ambiguità (e all’incomprensibilità) della comunicazione in inglese, tutto è invece più attutito (che significa soft per chi non è avvezzo alla lingua moderna) e spesso gli anglicismi non sono considerati altrettanto inammissibili né respinti. Certi linguisti impazziti, davanti all’anglicizzazione dell’italiano (che qualcuno ancora più impazzito continua a ridimensionare se non a negare) mediamente ci spiegano che sulla lingua non si può né deve intervenire, perché l’uso è sacro (anche se si tratta di un uso che arriva dall’alto e dagli anglomani, non certo dal popolo). Poi però decidono che è meglio scrivere “sé stesso” con l’accento e non con la sua omissione, e si mettono anche a scrivere così entrando a gamba tesa su un uso che – a torto o a ragione – si era affermato nel corso del Novecento come la norma editoriale in uso in tutta la letteratura e in tutti gli autori. Ma qualche linguista ha deciso di cambiare le regole, e dell’uso in questo caso se ne impipa (parola popolare e volgare di basso registro, nonostante sia stata usata da autori come Manzoni o Verga).
È in questo modo, e in questo contesto, che prende piede l’italiano 2.0, dove per interferenza dell’inglese il punto sta al posto della vecchia virgola e quello che è definito ipocritamente “italiano” non è altro che una lingua ibrida il cui nome più appropriato è invece itanglese. Una lingua classista che si vuole legittimare a partire dalle istituzioni, invece che arginare. È questo il nuovo specchio dei tempi (fino a quando non ci faranno dire mirror).
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