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  1. L’armistizio dell’8 settembre assunse in Sardegna i contorni di un quasi pacifico “esodo volontario”

    Il pomeriggio dell’8 settembre 1943 pioveranno sull’aeroporto di Pabillonis, a Nord di Villacidro, le ultime bombe sganciate da circa quaranta cacciabombardieri americani <365. Rappresenteranno le ultime manifestazioni di ostilità da parte del nemico: “la guerra, per i sardi – come afferma infatti Manlio Brigaglia – finisce davvero in quei tiepidi giorni di settembre” <366.
    La guerra totale, che individua nel “coinvolgimento massimo dei civili” <367 la sua essenza dolente, si manifesterà in Sardegna con ridottissimi elementi patologici, rendendo l’isola un caso a sé anche rispetto al Mezzogiorno. I “topoi” del conflitto di cui parla Gloria Chianese, quali “i bombardamenti, i rifugi antiaerei, i “tedeschi” e poi, con l’inizio dell’occupazione alleata, gli “americani” e i “marocchini”” <368, entreranno a far parte della semantica della memoria isolana solo in parte e in alcune zone circoscritte <369.
    La centralità dell’armistizio e la contestuale occupazione tedesca, che segneranno indelebilmente le memorie nazionali del conflitto, e saranno responsabili dell’inaudita impennata di violenze incrociate nel resto della penisola <370, non avranno riscontro nella regione: la Sardegna, come ha affermato Francesco Spanu Satta, “non fu (questa volta per sua fortuna) protagonista di storia” <371. Quella storia, s’intende, che aprirà spazi di memorie di estrema violenza (“Sanguina a toccarla la memoria” – recita appropriatamente un verso di una poesia di Orlando Biddau) <372, innescando processi civili e politici dagli esiti differenziati lungo la penisola.
    Il Mezzogiorno stesso sperimentò le atrocità dell’occupazione nazista, anche se questa durò, ad eccezione dell’Abruzzo, “poche settimane, in qualche caso addirittura giorni” <373. Tempo sufficiente, tuttavia, per conoscere, come ha affermato l’intervistata Maddalena Moirano, “l’altra storia”. Quella di un alleato divenuto repentinamente “ex-alleato”, “nemico”, che si macchierà dei più incredibili delitti, per i quali si attiverà in seguito anche nella memoria meridionale “l’immagine del nazista-massacratore” <374. Niente di tutto ciò in Sardegna.
    “Ho conosciuto mio marito che avevo 16 anni, e da lui ho appreso tutta l’altra storia, di queste storie che sono avvenute in Continente, così gravi, e tutto quanto. Poi, mano a mano, la storia ci ha documentato di come sono andate veramente le cose” <375.
    L’armistizio dell’8 settembre, che scriverà altrove pagine di allucinante violenza, assumerà infatti nell’isola i contorni di un quasi pacifico “esodo volontario” <376. Un discusso accordo fra il generale di corpo d’armata, Antonio Basso, dal 1940 responsabile del comando militare dell’isola <377, e il Generalleutnant Karl Hans Lungerhausen, a capo della 90ª Panzer Grenadier Division tedesca di stanza nell’isola, permetterà infatti a quest’ultima, nonostante gli ordini alla fine inequivocabilmente intimati, di abbandonare la Sardegna per transitare in Corsica, e da questa nel nord della penisola, in Toscana, dove le forze tedesche avranno modo di esercitare violentemente la loro ostilità. All’isola quindi – come ha affermato Girolamo Sotgiu – “fu risparmiata una drammatica esperienza” <378: “Ma l’operato del generale Basso ebbe però un prezzo: i tedeschi, nella resistenza che opposero all’avanzata degli alleati lungo la penisola, poterono contare sull’apporto certo non insignificante dei soldati provenienti dalla Sardegna e perciò le loro difese si rafforzarono rendendo più doloroso in altre parti del paese il dramma che l’isola aveva evitato” <379.
    In Sardegna, infatti, come ha rilevato Simone Sechi, “si ebbero pochi e isolati scontri per iniziativa di ufficiali di grado medio e basso” <380, episodi rientranti, secondo l’efficace definizione elaborata da Claudio Pavone, nella categoria di “guerra patriottica” <381.
    Nelle acque del Golfo dell’Asinara, come abbiamo citato nel precedente paragrafo, si verificherà il 9 settembre 1943 uno dei primi e più alti episodi della resistenza italiana: l’affondamento della nave ammiraglia della Regia Marina, “Roma”.
    Sempre il 9 settembre 1943, uno scontro fra forze tedesche e il 403° Battaglione appartenente al 132° Reggimento di Fanteria schierato in difesa del Ponte Mannu sul Tirso, fece registrare fra le forze italiane il ferimento di cinque uomini, la morte del sergente maggiore Fulvio Bavaro (medaglia d’argento al valore militare) <382, e fra le forze avversarie due morti e otto feriti.
    Il 10 settembre alcuni reparti della Divisione Nembo, in seguito ad uno “sbandamento ideologico” <383, decideranno di affiancarsi alla 90ª Divisione tedesca: “Molti superarono la crisi, altri desiderosi di lasciare l’isola diedero luogo ad atti di ribellione e palesi manifestazioni di indisciplina” <384, che culmineranno nell’uccisione del loro Capo di Stato Maggiore, il Tenente Colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna, il quale aveva tentato di richiamare all’obbedienza i militari dissidenti.
    Il 13 settembre, un colpo di mano tedesco a La Maddalena, finalizzato all’agevolazione del passaggio della 90ª Divisione in Corsica, darà avvio allo scontro più violento: vi trovarono la morte ventiquattro soldati italiani e otto tedeschi.
    Marco Coni e Francesco Serra segnalano inoltre episodi di resistenza da parte di alcune pattuglie delle forze operative dell’aviazione italiana <385.
    Un ragazzo di 17 anni, Anselmo Lampus, sarà l’unica vittima civile accertata di uno scontro con i tedeschi, avvenuto probabilmente nel contesto di una confisca di automezzi, nella regione Sa Grusci nei pressi di Baressa <386. Questo episodio, i cui contorni restano comunque ancora da chiarire, accosta la memoria dell’evento locale agli altri innumerevoli assassinii o eccidi avvenuti per mano nazista in altre località, anche del Mezzogiorno, finalizzati a “punire i comportamenti di ribellione con cui si tentava di difendere le proprie realtà familiari e comunitarie” <387.
    La singolarità dell’applicazione dell’armistizio in Sardegna traghetta l’isola su un piano di memoria singolare. L’immagine dei tedeschi <388 si struttura essenzialmente all’interno del quadro dell’alleanza italo-tedesca, producendo una molteplicità di narrazioni caratterizzate anche dalla presenza di stereotipi consolidati, quali quelli del tedesco “di casa” <389, buono, che era in fin dei conti “un poveraccio come tanti altri, mandato lì a sparare contro altri” <390, e sarà nel fluire dei racconti quello che accarezzerà la testa di un bambino dopo avergli premurosamente regalato del cioccolato <391, assaggerà le frittelle in casa della nonna perché “gli ricordavano casa sua” <392. Ascolterà inoltre “con grandissimo trasporto” la messa nella borgata dell’Argentiera <393, si premurerà per le cure mediche <394, canterà Lilì Marlene <395. In fin dei conti, “degli uomini come noi”, ha affermato Renato Fiori. “Quelli che erano qui – prosegue significativamente – non erano le SS, ma erano dei militari comuni. Nelle SS ci sono state delle sopraffazioni, ma degli altri no” <396, racconta, confermando la persistenza anche nelle memorie locali dello stereotipo, ampiamente confutato dalla storiografia della Repubblica Federale che, come ha affermato Leonardo Paggi, “ha ormai documentato con eccezionale ampiezza il pieno coinvolgimento della Wehrmacht nella politica del massacro” <397.
    Non mancheranno tuttavia anche delle narrazioni portatrici di immagini negative. Il tedesco era infatti anche quello che obbligava a lavorare, quello arrogante che faceva il padrone (“perché noi eravamo succubi di questa gente qua” <398). Quello che “con le donne quello e quell’altro” <399, quello che nel paese di Mores si infastidirà, fino ad arrivare alle mani, sui ragazzini sfollati che chiedevano po’ di pane. Ma “per fortuna”, conclude Gigi Urtis, tutto sommato: “questo è il ricordo che abbiamo dei tedeschi. Insomma…non possiamo dire cose… non è successo niente” <400.
    Solo grazie a integrazioni successive le memorie locali potranno accedere al pezzo mancante (“l’altra storia”, come ha affermato poc’anzi Maddalena Moirano). Saranno specialmente i racconti di chi ritorna dal fronte e di chi ha combattuto per la Liberazione del paese a svelare il volto mai afferrato fino in fondo del nazi-fascismo. Con racconti che parlano delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Cassino <401. Saranno i deportati militari, politici, a parlare delle esperienze nei campi. I film, i documentari, a mostrare a larga parte della società civile l’orrore della Shoah.
    [NOTE]
    365 Marco Coni, Francesco Serra, La portaerei del Mediterraneo, Storia e cronaca della Sardegna nella seconda guerra mondiale, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 119.
    366 Sardegna 1940-45, op. cit., p. 19.
    367 Gabriella Gribaudi, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste, Napoli e il fronte meridionale 1940-1944, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, p. 12.
    368 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    369 Cfr. al riguardo anche Raffaella Lucia Carboni, “Porto Torres nella formazione dell’Italia repubblicana: esperienza di una transizione nella memoria popolare”, in “memoria/memorie. materiali di storia”, n° 4, Cierre, Verona, 2009, pp. 15-78.
    370 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    371 Francesco Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 44.
    372 Orlando Biddau, “Che mai faremo dell’aprile”, in Le verdi vigilie, La tregua e il ritorno, Chiarella, Sassari, 1991, p. 41. Biddau nasce a Fiume nel 1938 da genitori sardi. In Sardegna rientra a due anni dove compie i primi studi nel paese d’origine dei suoi, a Modolo, e successivamente a Bosa e a Cagliari. Dopo essersi trasferito nelle Marche e poi a Genova, si laurea in Lettere a Parigi alla Sorbona nel 1967. Consegue poi un’altra laurea a Urbino in Lingue e letterature Straniere per poi fare ritorno definitivamente in Sardegna dove per sette anni insegna ad Oristano, ritirandosi poi a Modolo dove si dedica alla letteratura. Vincitore di diversi premi, collaboratore de “La grotta della vipera”, ricordiamo le pubblicazioni: “L’anima degli animali” (con prefazione di Carlo Bo), “Le verdi vigilie” (prefazione di Antonio Sanna), “L’inverno inconsolabile” (prefazione di Nicola Tanda).
    373 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    374 Ibidem.
    375 Intervista a Maddalena Moirano, realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Sassari, 1 marzo 2006.
    376 Cfr. Francesco Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 149.
    377 Cfr. Mariarosa Cardia, La nascita della Regione autonoma della Sardegna 1943-1948, FrancoAngeli, Milano, 1992, p. 32.
    378 Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna durante il fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 288.
    379 Ibidem.
    380 Simone Sechi, La partecipazione dei sardi alla Resistenza italiana, in L’antifascismo in Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone, Guido Melis, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1986, p. 136.
    381 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
    382 “Miles”, 9 settembre: la battaglia sul Tirso, ibidem.
    383 Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma, 1975, p. 279.
    384 Ibidem.
    385 Marco Coni, Francesco Serra, La portaerei del Mediterraneo, cit., p. 119
    386 F. Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 150.
    387 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    388 Cfr. al riguardo Brunello Mantelli, Da “paese della tecnica” a “selvaggio invasore”. Immagini della Germania nell’Italia prima alleata e poi occupata: 1939-1945, in Storia e Memoria, anno 5, n. 1, 1° semestre 1996, pp. 29-44; Gerhard Schreiber, Dall’ “alleato incerto” al “traditore badogliano”, all’ “amico sottomesso”: aspetti dell’immagine tedesca dell’Italia 1939-1945 (ivi, pp. 45-53); Filippo Focardi, “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini incrociate (ivi, pp. 55-83).
    389 Intervista ad Adriano Piccolo, realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 31/07/2006.
    390 Ibidem.
    391 Intervista a Gigi Urtis, cit.
    392 Intervista ad Adriano Piccolo, cit.
    393 Intervista a Renato Fiori (classe 1923), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Sassari, 27 febbraio 2007.
    394 Intervista a Jolanda Rais (1929), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 17 aprile 2007.
    395 Intervista a Giuseppe Chessa (classe 1924), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 31 luglio 2006.
    396 Intervista a Renato Fiori, cit.
    397 La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, a cura di Leonardo Paggi, La Nuova Italia, Firenze, 1997, p. XXVIII.
    398 Intervista a Giuseppe Chessa, cit.
    399 Ibidem.
    400 Intervista a Gigi Urtis, cit.
    401 In particolare l’intervista di Giuseppe Chessa “passato con gli americani” nella Divisione Mantova.
    Raffaella Lucia Carboni, L’uso delle fonti orali nello studio delle culture popolari: la transizione dal fascismo al Piano di Rinascita in Sardegna, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, 2013

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