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#contadini — Public Fediverse posts

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  1. La #Bolivia torna a esplodere.
    A #LaPaz la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro i manifestanti vicino al palazzo presidenziale.
    In piazza #insegnanti, #sindacati e movimenti #contadini contro il governo: chiedono #istruzione pubblica gratuita, aumenti salariali e lo stop alle contestate riforme agrarie.
    Sullo sfondo della crisi: #inflazione, #carburante di scarsa qualità, tensioni sociali e lo scontro politico con #EvoMorales.
    La Bolivia entra in una nuova fase di instabilità.
    @attualita

  2. La #Bolivia torna a esplodere.
    A #LaPaz la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro i manifestanti vicino al palazzo presidenziale.
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  3. La #Bolivia torna a esplodere.
    A #LaPaz la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro i manifestanti vicino al palazzo presidenziale.
    In piazza #insegnanti, #sindacati e movimenti #contadini contro il governo: chiedono #istruzione pubblica gratuita, aumenti salariali e lo stop alle contestate riforme agrarie.
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    La Bolivia entra in una nuova fase di instabilità.
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  4. La #Bolivia torna a esplodere.
    A #LaPaz la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro i manifestanti vicino al palazzo presidenziale.
    In piazza #insegnanti, #sindacati e movimenti #contadini contro il governo: chiedono #istruzione pubblica gratuita, aumenti salariali e lo stop alle contestate riforme agrarie.
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    La Bolivia entra in una nuova fase di instabilità.
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  5. La #Bolivia torna a esplodere.
    A #LaPaz la polizia ha lanciato gas lacrimogeni contro i manifestanti vicino al palazzo presidenziale.
    In piazza #insegnanti, #sindacati e movimenti #contadini contro il governo: chiedono #istruzione pubblica gratuita, aumenti salariali e lo stop alle contestate riforme agrarie.
    Sullo sfondo della crisi: #inflazione, #carburante di scarsa qualità, tensioni sociali e lo scontro politico con #EvoMorales.
    La Bolivia entra in una nuova fase di instabilità.
    @attualita

  6. Fastidiosa emergenza. Xylella: cronaca di un’agricoltura che muore e di un’altra che resiste
    Quando nel 2013 comparve il nome “Xylella fastidiosa”, l’opinione pubblica fu travolta da un’ondata di paura: un batterio sconosciuto, descritto come
    umanitanova.org/fastidiosa-eme
    #2026 #Articoli #DallItalia #numero_2 #agricoltura #agroalimentare #agrobiodiversit #ambiente #contadini #ecologia #puglia #scienza

  7. Fastidiosa emergenza. Xylella: cronaca di un’agricoltura che muore e di un’altra che resiste
    Quando nel 2013 comparve il nome “Xylella fastidiosa”, l’opinione pubblica fu travolta da un’ondata di paura: un batterio sconosciuto, descritto come
    umanitanova.org/fastidiosa-eme
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  8. Fastidiosa emergenza. Xylella: cronaca di un’agricoltura che muore e di un’altra che resiste
    Quando nel 2013 comparve il nome “Xylella fastidiosa”, l’opinione pubblica fu travolta da un’ondata di paura: un batterio sconosciuto, descritto come
    umanitanova.org/fastidiosa-eme
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  9. Fastidiosa emergenza. Xylella: cronaca di un’agricoltura che muore e di un’altra che resiste
    Quando nel 2013 comparve il nome “Xylella fastidiosa”, l’opinione pubblica fu travolta da un’ondata di paura: un batterio sconosciuto, descritto come
    umanitanova.org/fastidiosa-eme
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  10. Fastidiosa emergenza. Xylella: cronaca di un’agricoltura che muore e di un’altra che resiste
    Quando nel 2013 comparve il nome “Xylella fastidiosa”, l’opinione pubblica fu travolta da un’ondata di paura: un batterio sconosciuto, descritto come
    umanitanova.org/fastidiosa-eme
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  11. Un paese rurale del Veneto durante la guerra

    Meolo (VE). Foto: Luca Fascia. Fonte: Wikipedia

    La Pato di Meolo, invece, costruiva baracche per l’esercito, i falegnami che vi lavoravano erano pochi e anziani perché i giovani erano tutti militari o sbandati <146, di conseguenza vennero assunte molte donne della zona. Vennero creati gli orti di guerra in cui si coltivavano principalmente fagioli e patate. <147
    […] Il giorno dopo l’armistizio, i tedeschi da amici e alleati diventarono nemici e invasori ed iniziarono le deportazioni. La guerra fratricida segna Meolo, sebbene fosse sempre stato tradizionalmente un paese di moderati. Gli uomini abili al servizio militare ricevono la cartolina del precetto per andare a combattere per la Repubblica di Salò e chi si rifiutava doveva nascondersi, diventando sbandato. Nell’ottobre 1943, dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, nella piazza di Meolo cominciarono le scorribande delle Brigate Nere, considerate dagli abitanti del paese come peggiori dei tedeschi stessi. Si iniziò a parlare di Resistenza, di irredentisti e di renitenti alla leva, di collaborazione, di ribelli e di partigiani.
    L’anno seguente i nazifasciti iniziarono i rastrellamenti, le deportazioni e le fucilazioni. <150 Nell’estate 1944 a Meolo la situazione iniziò a tranquillizzarsi, le persone erano libere di spostarsi e la guerra fratricida sembrava momentaneamente conclusa. Ripresero i lavori sul Piave e nei campi. Continuò ad esistere l’ammasso obbligatorio nelle regioni controllate dai nazifascisti [foto 14]. <151 Per trebbiare il grano era necessario presentarsi in comune per denunciare l’ora in cui si desiderava trebbiare, l’identità del trebbiatore, che tipo di macchina si voleva usare per ricevere il combustibile adeguato e, nonostante ciò, vi era un controllore che si assicurasse che le norme venissero rispettate. Quello che era di spettanza per il diritto di macinazione veniva lasciato, se si produceva più del quantitativo stabilito doveva essere consegnato all’ammasso obbligatorio. Lo stesso valeva per il bestiame e la sua macellazione.
    A proposito delle tessere e dell’ammasso obbligatorio è interessante la ricerca sviluppata dal Centro di Documentazione Giuseppe Pavanello di Meolo, in collaborazione con il Comune, in cui si raccontano le memorie del tempo di guerra. Il documento prodotto è interessante ed emozionante, di una bellezza dolorosa. Una di queste testimonianze racconta della macinazione del frumento durante il fascismo e ricorda della paura di utilizzare il frumento donato dai partigiani. La macinazione avveniva naturalmente secondo il quantitativo indicato dalle tessere, di conseguenza se veniva prodotta più farina di quanto indicata, quella in più veniva consegnata al regime. Di conseguenza, i meolesi evitavano di andare al mulino da Cogo (a Meolo), presso cui si seguivano le regole fasciste, ma si dirigevano a Fossalta o a Vallio. Si partiva alle quattro della mattina per evitare di essere visti e si procedeva velocemente, di corsa e senza parlare. Si entrava nel mulino e il mugnaio aveva già pronta la farina per loro, in modo da velocizzare la pratica ed evitare il rumore della lavorazione. <152
    La Resistenza nelle campagne non va sottovalutata. Si diffusero soprattutto atteggiamenti di solidarietà verso i prigionieri in fuga, dei giovani che si davano alla macchia per evitare la deportazione o di essere arruolati, che venivano chiamati sbandati; ma anche nei confronti della povera gente, rimasta sola a soffrire la fame. Nelle campagne locali, i contadini piccoli proprietari o conduttori cercavano semplicemente di sopravvivere. Le loro forme di organizzazione e solidarietà erano principalmente apolitiche, anche se orientate il più delle volte all’antifascismo <153. Per sopravvivere, si cercava di essere indifferenti, di non protestare troppo nei confronti dei fascisti per non avere problemi e non arrecare danno alla famiglia.
    Nella primavera del 1945 inizia l’insurrezione e nel mese di marzo un drappello di Gamba Dura (un gruppo di destra di Roncade), sotto i portici, spara al maestro Luigino Benvenuti che muore dissanguato. Nell’aprile dello stesso anno gli Alleati sfondano la linea gotica e Radio Londra trasmette il segnale per avviare la ribellione. Nella piazza di Meolo i partigiani iniziarono a girare armati e i militari, costretti ad arruolarsi nella Repubblica di Salò che non vollero diventare sbandati, si tolsero la divisa e, legato un nastrino rosso alla propria arma, si unirono alla Resistenza.
    [NOTE]
    146 C. Baldoli, I bombardamenti sull’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, cit., p. 47.
    147 Ivi, pp. 8-9.
    150 Intervista di Laura Rizzetto a Pietro Favero, Meolo, 15/03/2023.
    151 Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi, Marsilio Editori, Venezia, 2002, p. 181.
    152 Centro di Documentazione Giuseppe Pavanello, Memorie del tempo di guerra: 1940-45 e le guerre del Novecento. La guerra vissuta in paese. Racconti di soldati, Meolo, pp. 41-42.
    153 S. Musso, Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi, cit., p. 182.
    Laura Rizzetto, Ierimo tuti contadini. Storie di famiglie rurali nella “grande trasformazione”, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno Accademico 2022-2023

    #1943 #1944 #1945 #alleati #campagne #contadini #farina #fascisti #frumento #LauraRizzetto #MeoloVE_ #Paese #partigiani #tedeschi

  12. Il partigiano è l’alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria

    La guerra di liberazione è vista dai contadini come la prima guerra nazionale e alla quale hanno partecipato come volontari. Loro sono stati gli artefici della “Resistenza civile”, con la messa in atto di forme antiche di solidarietà della comunità, con le coperture logistiche nei confronti dei partigiani e con sotterfugi per contrastare l’occupante. Sia con l’importante ruolo svolto dalle donne come “staffette”. Aiuti materiali sotto forma di cibo, vestiti donati agli sbandati dell’esercito italiano dopo l’8 settembre, e agli ex prigionieri di guerra alleati sfuggiti ai campi di concentramento. Tutte forme di aiuti e lotta “clandestina” adottati per contrastare il nazi-fascismo e che contribuirono “a ridare il senso di una dignità ritrovata a una nazione umiliata” (Nesti A., 1995).
    Infatti, come è scritto nell’introduzione del libro della partigiana Renata Viganò del 1949 “L’Agnese va a morire” “….migliaia di operai, di contadini che non credevano di poter avere una funzione determinate alla vita nazionale, e trovandosi nella lotta, a poco a poco videro formarsi in loro un nuovo spirito di responsabilità, un’attitudine a decidere sul destino proprio e altrui, una capacità politica legata alle situazioni concrete che via via si presentavano loro. Questo è stato il miracolo della Resistenza, questo è il miracolo che si ripete ogni volta che il popolo sviluppa un’iniziativa, assume la responsabilità del suo avvenire”.
    L’apporto dato dagli agricoltori alla lotta di liberazione è stato molto ampio e importante, sia in termini di lotta armata con molti contadini che con la renitenza alla leva partecipano e formarono gruppi partigiani, ma soprattutto con la lotta passiva tramite l’aiuto dato ai gruppi di ribelli e con il contrasto alle attività dei nazi-fascisti, come con la mancata consegna di cibo agli ammassi.
    Il celebre partigiano e giornalista Giorgio Bocca ne la “Storia dell’Italia partigiana” (1980) fa una distinzione fra la partecipazione contadina alla resistenza per la provenienza stessa dei contadini, fra montagne e pianura. “I contadini di montagna sono spettatori di prima fila di quello che accade, la loro coscienza politica è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiù nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell’omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare”.
    Alla fine del 1943, come ricordato sempre da Bocca, c’era il problema di riuscire a coinvolgere i contadini della pianura Padana ad appoggiare la lotta al nazi-fascismo. In tal senso fu fondamentale l’apporto dato ai gruppi Comunisti dal “clero povero” dai preti di campagna e dalle formazioni di Giustizia e Libertà che si fanno promotori della resistenza armata, “Togliendo i contadini padani dal lungo sonno e dalla diffidenza”, difatti, “L’inizio della lotta è lento e circospetto: i contadini sono cauti, né sanno rinunciare a una loro rivincita. Costretti a un lavoro faticoso, esclusi dalla cultura dell’Italia cittadina, umiliati dal suo disprezzo, considerati degli italiani di seconda categoria, ora possono imporre alle città affamate i prezzi del mercato nero. Il mondo contadino è ostile al fascismo per sicure ragioni di classe; ma anche gli interessi egoistici e l’anarchia favoriscono la prima alleanza con la ribellione.
    Il partigiano è l’alleato automatico di un contadino che non vuole più saperne della disciplina annonaria; la presenza partigiana gli serve a scoraggiare i controllori e a ingannarli: «Il grano? Me lo hanno preso i ribelli. Le bestie?
    Le hanno portate in montagna». I ribelli armati del ’43 sono quattromila in tutta l’Italia, il problema della loro annona è, in pratica, inesistente per il mondo contadino; e poi il ribellismo è volontario, non toglie d’autorità braccia alle campagne, consente partecipazioni temporanee. Gli interessi egoistici del mondo contadino esistono, dureranno per tutta la guerra partigiana, sono gli egoismi insopprimibili della condizione contadina”.
    Il rapporto tra partigiani e contadini comunque era ambivalente, non sempre poteva essere ottimale e idilliaco. D’altro canto però la popolazione civile era però quella che subiva le rappresaglie nazi-fasciste in risposta alle azioni dei ribelli. Spesso poi i contadini aiutavano i partigiani per paura, non perché erano entusiasti di loro, e questi potevano essere anche visti come usurpatori, di cibo e risorse, alla stregua dei nazisti e dei repubblichini (Residori S., 2005).
    Un esempio di collaborazione attiva e di vantaggio reciproco tra contadini e partigiani è quello che si verificò nel Mugello quando i partigiani incoraggiavano l’evasione dall’ammasso obbligatorio del cibo. Avevano escogitato un sistema per raggirare le autorità addette alla raccolta per gli ammassi, riuscendo addirittura a portare a vantaggio loro e dei contadini l’odioso provvedimento. Requisivano, in accordo con i contadini, parte del grano, rilasciando una ricevuta del CLN, per mostrare alle autorità che i partigiani avevano requisito il raccolto. Nella ricevuta era scritta una quantità maggiore di quanto effettivamente era stato preso dai partigiani, la differenza rimaneva ai produttori che quindi ne risultavano avvantaggiati ed allo stesso tempo aiutavano la Resistenza. Inoltre, i partigiani compivano azioni per rubare nei depositi e poi ripartivano in piazza quanto sottratto agli ammassi. La metà veniva dato ai contadini, un quarto agli sfollati delle città e altrettanto rimaneva agli stessi partigiani per il loro sostentamento (De Simonis P., 1995).
    La resistenza non riguardò solamente il centro-nord d’Italia, bensì, anche se scarsamente documentata, fu presente anche nel Mezzogiorno. Anche in questo caso i movimenti di lotta erano molto eterogenei e comprendevano giovani, uomini, donne, borghesi e contadini, in una sorta di “guerra di popolo” e di riscatto. Infatti, oltre ad essere condotte contro il regime fascista prima e i tedeschi poi, andarono anche contro il blocco agrario latifondista che era ancora egemone al Sud. Queste rivolte contadine iniziarono, infatti, già nel 1942 in risposta alle violenze squadriste e si intensificarono dopo lo sbarco degli alleati; poi si ricollegarono alle lotte che nel dopoguerra contribuirono a far promuovere la riforma agraria e quindi furono la premessa di quella trasformazione irreversibile della società agricola meridionale. Questo nonostante il tentativo di restaurazione del blocco agrario latifondista da parte del movimento separatista che era molto forte nell’immediato dopoguerra e connesso alla mafia che era economicamente legata alla cerealicoltura, al contrabbando del grano ed appunto al ceto latifondista (Chianese G., 2000).
    Oltre a questi episodi di lotta del mezzogiorno, è importante sottolineare il contributo che diedero le popolazioni del sud Italia alla Resistenza combattuta al Centro Nord. Difatti lo storico Monti nell’immediato dopoguerra stima, presumibilmente al rialzo, che le formazioni partigiane erano composte almeno per un 40% da “uomini del Mezzogiorno”, soprattutto soldati che dopo l’8 settembre in gran parte scelsero di scappare in montagna e di partecipare alla guerra di liberazione (Monti A. 1952).
    Gianluca Parodi, Alla ricerca della sostenibilità: lo sviluppo dell’agricoltura dall’Unità d’Italia alla green economy, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2013

    #1943 #1944 #1945 #agrari #alleati #ammasso #annona #cibo #contadini #ex #fascisti #GianlucaParodi #guerra #latifondo #partigiani #prigionieri #requisizioni #Resistenza #sfollati #Sud #tedeschi

  13. Problemi interni alle bande partigiane poco prima della liberazione di Alba

    Di fronte a un forte sviluppo del movimento, gli organi centrali e i comandi partigiani devono affrontare problemi nuovi di gestione. L’afflusso di centinaia di giovani sulle colline langarole e tra le valli alpine mette in moto processi che cambiano la configurazione interna delle bande. Oltre ai naturali sospetti nei confronti di chiunque salga in montagna, i comandanti devono affrontare un numero crescente di ragazzi che non hanno fatto la leva e che mancano in alcuni casi di disciplina. Già a partire da luglio [1944], Comitato di Torino e comandi periferici diffondono una serie di direttive per il mantenimento dell’ordine interno delle formazioni e per il rispetto della popolazione civile. Il 24 luglio, il Comando del 1° settore cuneese e delle Langhe emana un “Bando sulla disciplina”, seguito il giorno seguente da un decreto del CLNRP relativo alle norme sulla “costituzione e funzionamento dei CLN periferici”. <299 Per far fronte agli episodi di violenza e di rapina che coinvolgono alcuni elementi del movimento, vengono inoltre costituite Commissioni di giustizia. <300
    La formazione di unità sempre più grandi e strutturate richiede la creazione di un organismo che assuma la guida strategica della guerra di liberazione in tutto il nord Italia. A Milano, nel giugno, viene creato a questo scopo il Comando Generale del Corpo volontari della Libertà, che in agosto pone alle proprie dipendenze il neocostituito Comando militare regionale per il Piemonte. <301
    Nel “periodo d’oro” della Resistenza tutte le bande si omologano dal punto di vista della strategia e della tattica militare. Le bande hanno un consistente numero di uomini che hanno sperimentato la guerriglia e che possono istruire le reclute e le nuove leve che si danno alla macchia dopo febbraio e maggio ’44. Le condizioni ambientali e climatiche favoriscono inoltre più le azioni di guerriglia partigiana che quelle nazifasciste. Gli attacchi continui e rapidi creano una situazione di generale insicurezza nel territorio occupato, permettendo così il graduale avanzamento partigiano dapprima nelle aree circostanti i paesi dell’alta e della bassa Langa e poi verso la fine dell’estate nelle città. Complice la prospettiva di un’imminente fine della guerra, le brigate si sono spinte nell’occupazione di vaste aree di territorio, vere e proprie zone libere. È questo l’aspetto che caratterizza principalmente la VI zona Monregalese-Langhe e Monferrato tra l’estate e l’autunno del ’44. Nel corso dell’estate si verificano ugualmente rastrellamenti che provocano diversi problemi organizzativi alle brigate. Queste però, mantenendo il loro volume di uomini e anche grazie ai rifornimenti alleati, alle sovvenzioni che riceve il CLNAI e all’invio di ufficiali inglesi in Piemonte, <302 riescono a colpire colonne tedesche, presidi delle città e stabilimenti industriali, da dove prelevano combustibili e automezzi. <303
    Alba e tramonto delle zone libere
    La fase di espansione del movimento partigiano trova il suo punto più alto nella liberazione di ampie fette di territorio nel basso Piemonte e nella creazione di repubbliche partigiane, in particolare nel Monferrato. <304 I principali problemi che le brigate devono affrontare nella gestione delle zone libere riguardano il controllo interno e la difesa esterna. Se per quest’ultima vengono aumentati i presidi e i pattugliamenti lungo le vallate, per l’interno vengono presi provvedimenti e date disposizioni dai comandi centrali affinché vengano individuati elementi nocivi al movimento, soprattutto tra la popolazione. A queste problematiche si sommano quelle relative alle giurisdizioni territoriali delle diverse formazioni. In più occasioni, nel periodo estivo-autunnale, si verificano episodi di sconfinamento da parte di alcune bande in territori neutri o di altre formazioni, dove vengono eseguite requisizioni irregolari o senza permesso, come si evince dalle numerose denunce fatte da civili o da comandi partigiani. Il Comando della 48ª brigata Garibaldi ad esempio, arresta due partigiani identificati come appartenenti alla Brigata “Bra” comandata da Della Rocca, perché «compievano atti di prepotenza e di violenza allo scopo di indurre i proprietari delle bestie a consegnare denaro che intascavano indebitamente». <305
    Per tutto il mese di ottobre abbiamo una situazione molto preoccupante sul piano del controllo sugli uomini e su quello dei rapporti con la popolazione. Il comando della 48ª riceve infatti dai paesi di Monforte e Dogliani diverse denunce di «perquisizioni domiciliari da parte di elementi garibaldini, i quali, per il loro modo di agire […] provocano lamentele da parte degli interessati». <306 Gli abusi di potere nei confronti della popolazione di cui si macchiano alcuni partigiani proseguono anche nel periodo invernale e fino agli inizi di aprile, producendo anche casi come quello che coinvolge il tenente Speranza del 1° GDA. <307 Questo fenomeno assume proporzioni consistenti e sfocia in alcuni casi anche nel «brigantaggio», come denuncia lo stesso “Mauri”. <308
    La regolamentazione delle requisizioni ai civili giunge ai comandi partigiani dal Comitato militare di Torino già dal marzo del ’44. Questa predispone criteri molto arbitrari nella gestione dei prelevamenti forzosi ai civili. Solo in un secondo momento, superata la fase riorganizzativa e, soprattutto in seguito alla situazione di generale rilassamento normativo in materia disciplinare, che si era andata creando nel periodo estivo, i comandi divisionali possono adottare criteri più precisi e regole più ferree nei confronti dei trasgressori. In un documento garibaldino del settembre viene infatti specificato che «nessuno potrà d’ora in avanti fare requisizioni o perquisizioni nelle proprietà, senza autorizzazione scritta del comando di brigata». <309 Ma il controllo di un territorio, che si fa via via più esteso, e di gruppi partigiani sempre più numerosi e dislocati in ogni dove, nelle valli e sulle colline, non permette il completo rispetto delle regole. Già nell’agosto infatti, si moltiplicano denunce ed episodi di requisizioni illecite o irregolari, <310 mentre da settembre-ottobre il fenomeno assume dimensioni sempre maggiori: <311 la 48ª Garibaldi ad esempio, denuncia una serie di requisizioni «forzate» compiute nella zona di Alba, periodo nel quale la città viene occupata dalle forze partigiane, <312 mentre i comandi provvedono a dare disposizioni per i rifornimenti e per la tutela della popolazione “data la scarsità dei grassi sarà bene disporre che solo l’intendenza generale potrà fare i prelievi, si eviterà che contingenti partigiani vicini al luogo della produzione vengano forniti in esuberanza mentre altri più distanti rimangano addirittura senza” <313
    Sul piano dell’organizzazione politica interna, nel giugno ’44, il CG dà istruzioni affinché vengano costituite Giunte popolari comunali, previ accordi con i Comitati locali del CLN e con gli altri organi popolari. Le Giunte hanno i compiti di provvedere alle requisizioni, di fissare un regime di prezzi, di organizzare lavori utili per la comunità, prelevando dai «beni mobili ed immobili dei traditori della patria e provvederanno alla loro immediata utilizzazione». <314 Particolare attenzione è dedicata ai danni prodotti dalla «guerra partigiana e [d]alle rappresaglie tedesche» agli abitanti delle comunità. Vengono infatti presi provvedimenti per risarcire contadini e comunità dei danni provocati dalla guerra, azione intrapresa ai suoi esordi dallo stesso CLNRP, <315 e che viene ripresa, su decreto del CLN del luglio ’44, dalla 16ª brigata Garibaldi, la quale dispone l’accertamento dei danni provocati dai rastrellamenti tedeschi alla popolazione civile, sottolineando il delicato compito che dovrà svolgere la persona incaricata. Nel documento infatti si legge: “Egli dovrà essere un buon conoscitore del luogo e dei contadini, dovrà fare un esame scrupoloso dei danni, dando precedenza a quelle famiglie che rischiarono nella maniera più tangibile vita e averi per i patrioti, […] dovrà discriminare il reale grado di bisogno di ciascuno tenendo calcolo delle loro possibilità finanziarie di ripresa” <316
    Nelle Langhe la costituzione di giunte popolari comunali nelle zone controllate dalla VI divisione “Langhe” viene avviata alla fine di agosto, <317 coinvolgendo diversi comuni lungo il Tanaro, come quello di Monchiero, <318 di Somano, Farigliano, Piozzo, <319 Monforte, <320 Castiglione Falletto. <321 Sebbene la liberazione di questi territori abbia notevole importanza politica ed economica per il movimento, è pur vero che non rappresentano un vero e proprio successo dal punto di vista militare. Benché infatti le azioni di guerriglia abbiano costretto il nemico a ritirarsi nelle città e a fuggire dalle zone periferiche e di campagna, alle formazioni è necessaria un’ulteriore prova della propria efficienza militare, per esempio attraverso la liberazione di un grosso centro cittadino. Inoltre, un’operazione di questo tipo lancerebbe un segnale non solo al nemico ma, cosa ancor più importante, sosterrebbe il morale di tutto il movimento partigiano del nord Italia. È in quest’ottica che bisogna leggere la decisione dei comandi autonomi di liberare Alba, «capitale delle Langhe».
    [NOTE]
    299 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., pp. 127-9
    300 La costituzione avviene il 16 agosto 1944, F. Catalano, Storia del C.L.N.A.I., cit., p. 237
    301 In AISRP, B AUT/mb 4 d
    302 T. Piffer, Gli Alleati e la Resistenza, cit., pp. 84-85, 93
    303 Si vedano “Relazione sull’attività svolta dalla Divisione Langhe nel periodo 1° luglio – 15 luglio 1944”, “Mauri” al CLNRP, 16.8.44 in AISRP, B 45 b, 33 e “Bollettino partigiano della VI divisione”, Comando di Divisione, 15.9.44 in AISRP, B FG 9/3
    304 Sulle repubbliche partigiane nel basso Piemonte, si vedano: A. Bravo, La repubblica partigiana dell’Alto Monferrato, Giappichelli, Torino, 1964; D. Carminati Marengo, “Gli esperimenti politico-amministrativi dell’estate ’44 nella zona libera delle Langhe” in Il movimento di liberazione in Italia, fasc. 1, n. 86, gen.-mar. 1967; R. Luraghi, “Le amministrazioni comunali libere nelle Langhe” in Il movimento di liberazione in Italia, Luglio-settembre ’59, p. 9; R. Omodeo, “Esperienze di autonomi e garibaldini nelle amministrazioni civili delle Langhe” in R. Amedeo (a cura di), Resistenza monregalese: 1943-1945. Val Casotto – Valli Tanaro, Mongia, Cevetta, Langhe – Valli Ellero, Pesio, Corsaglia, Maudagna, Josina, Centro studi partigiani autonomi, Torino, 1986
    305 Il comando della VI divisione informa il magg. “Mauri”, superiore di Della Rocca dell’episodio, specificando che «Quando non conseguivano questo intento inducevano i venditori a maggiorare il peso della bestia spillando poi agli stessi la differenza in contanti, quotando le bestie a L. 100 il mg. Una volta informato, “Comunicazione del Comando 48ª brigata Garibaldi”, f.to Montanaro, La Morra, 11.10.44, in AISRP, B AUT/mb 2 b. Della Rocca, informato del fatto, provvede all’arresto dei due partigiani. Si veda anche “Comunicazione del comando VI divisione Langhe – 48ª brigata Garibaldi al maggiore Mauri”, 12.10.44, in AISRP, B AUT/mb 2 b
    306 48ª brigata Garibaldi, in AISRP, B FG 9/3
    307 Il ten. Speranza, accompagnato da alcuni dei suoi uomini, opera una perquisizione in una casa di Perletto ritenuta abitata da una famiglia fascista. Quando i partigiani dello Speranza si accorgono dell’errore e lo comunicano al tenente, questi risponde che oramai era troppo tardi per tornare indietro, “Processo verbale di interrogatorio dei partigiani Hans e Mery del distaccamento di Bergolo”, EILN – Comando Polizia Partigiana 1° GDA, 19.4.45, in AISRP, B AUT/mb 2 b
    308 «[il fenomeno] sta assumendo forme e proporzioni preoccupanti. […] In questi soli 15 giorni sono stati proditoriamente assassinati nel disimpegno delle loro funzioni 2 carabinieri ed un altro patriota, addetti al servizio di polizia», “Relazione sull’attività svolta nel periodo dal 1° al 15 gennaio 1945”, EILN – Comando 1° GDA al CLNRP, “Mauri”, 18.1.45, in AISRP, MAT/ac 14 e. In una zona per certi versi simile alle Langhe, nella fascia appenninica tra la Toscana e l’Emilia, vediamo sorgere problematiche della stessa natura. Come scrive Massimo Storchi, parlando del contesto nel quale operava “Azor”, vicecomandante della 76ª brigata: «nei confronti dei possidenti agrari […] era necessario attivare un rapporto di fiducia che li mettesse al riparo da periodiche elargizioni, se non addirittura da prelevamenti illegali operati da singoli o gruppi che agivano autonomamente», in M. Storchi, Sangue al bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storia di “Azor”, Aliberti Editore, Reggio Emilia, 2005, pp. 42-3
    309 “Ai distaccamenti dipendenti”, Comando 48ª brigata Garibaldi, f.to Delegato civile “Retto”, Comm. Pol. “Beccaro”, 20.9.44, in AISRP, C 14 a
    310 “Requisizione autoveicoli”, Comando 16ª brigata Garibaldi ai comandi dei distaccamenti, Capo di Stato Maggiore “Trentin”, 12.8.44, in AISRP, C 14 a
    311 “Signor Sebaste Osca[r] di Gallo fabbricante di torroni: requisizione miele nocciole e torrone”, Commissario intendente ai Comandi della VI divisione Langhe e della 48ª brigata Garibaldi, 7.10.44, in AISRP, B FG 9/3, 64; “Al comando della 48ª brigata Garibaldi”, f.to “Nunu”, La Morra, 9.10.44; e altri documenti in AISRP, B AUT/mb 2 b
    312 Vari documenti su requisizioni forzate presenti in AISRP, B FC 9/3
    313 “Ai distaccamenti dipendenti”, Comm. Pol. “Beccaro”, 20.9.44, in AISRP, C 14 a
    314 G. Rochat (a cura di), Atti del Comando Generale, cit., doc. 3, p. 48
    315 Disposizione “per il risarcimento dei danni cagionati dal nemico alle popolazioni e in ispecie ai patrioti…” citato in R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 208
    316 “Pagamento danni causati ai contadini dai rastrellamenti”, Comando 16ª brigata d’assalto Garibaldi “Generale Perotti” al distaccamento “Islafran”, 4.7.44 in AISRP, C 14 a
    317 “Costituzione delle giunte popolari comunali”, Comando VI Divisione Garibaldi a tutti i commissari politici e delegati civili, 19.8.44, in AISRP, C 14 d; si veda circolare simile del 10.9.44, Ivi
    318 “Relazione”, Il presidente del comitato comunale alla VI divisione Langhe, Monchiero, 8.9.44 in AISRP, B FG 9/3
    319 Si vedano documenti presenti in AISRP, B FG 3/1
    320 Ibidem
    321 Ibidem
    Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

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  14. #17aprile

    Nella Giornata Internazionale delle #lotteContadine proponiamo un articolo di #Cross contenente il promemoria che la #CGIL siciliana consegnò alla Commissione #antimafia nel 1963.

    È lo spunto per riflettere sulle #mobilitazioni dei #contadini siciliani (e meridionali), nel secondo dopoguerra, per rivendicare il #diritto alla #terra e a migliori condizioni di #lavoro e di vita, scontrandosi con i grandi proprietari fondiari e la #mafia.

    ⬇️ riviste.unimi.it/index.php/cro

  15. #17aprile

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  16. #17aprile

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  17. #17aprile

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  18. #17aprile

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  19. Ripresero le occupazioni di terre in tutto il Lazio

    A livello di sistema agrario, nel Lazio prevaleva il latifondo: in particolare, nella provincia di Roma era diffusa quella che Antonio Cederna definì «un’agricoltura d’attesa», cioè un uso agricolo degli appezzamenti di terra in attesa di una destinazione speculativa dell’area. Di questi latifondi era principalmente proprietaria l’aristocrazia romana: i Torlonia, gli Odescalchi, i Boncompagni, la marchesa Sforza Cesarini. Come abbiamo visto, l’individuazione da parte del Pci di «200 famiglie» (nobili legati al Vaticano, agrari, industriali, gestori dei servizi pubblici che monopolizzavano a Roma il rifornimento dell’acqua, del gas, della luce elettrica e detenevano in pratica l’esclusiva degli appalti delle opere pubbliche, ecc.) era uno modo per poter «collegare le lotte per l’occupazione, per la salvaguardia e la riconversione delle industrie esistenti, per una nuova industrializzazione, con le lotte agrarie. L’intreccio tra potere politico ed economico, fra proprietà e speculazione, conduceva naturalmente alla grande proprietà assenteista, alla quale si contrapponevano braccianti, compartecipanti, contadini poveri» <953.
    Fu questo il contesto in cui, nell’immediato dopoguerra, si svilupparono molte lotte contadine, che Gino Settimi, presidente dell’Alleanza provinciale dei contadini di Roma alla metà degli anni ’70, definì come «lotte rivendicative per soddisfare l’aspirazione secolare alla terra» che avevano anche «contenuti strutturali, volevano eliminare cioè i residui feudali. L’occupazione delle terre, le battaglie per l’equo canone, per la giusta causa permanente, quelle mezzadrili tendevano ad intaccare la struttura della proprietà terriera» <954.
    Per tutto il 1949, in attesa delle iniziative di riforma agraria, la conflittualità nelle campagne fu crescente in tutto il Paese: in quello che è stato definito come l’anno dell’«assalto al latifondo» e della «riscossa contadina» <955, l’aspirazione del mondo contadino era la redistribuzione della terra, il superamento del latifondo e la diffusione della piccola proprietà <956. Tuttavia, come ha evidenziato lo storico Silvio Lanaro, queste lotte, per quanto diffuse in tutto il paese, avevano obiettivi – si andava dalla suddivisione del latifondo a una razionalizzazione delle colture che aumentasse le opportunità di lavoro, dalla riduzione dei canoni di affitto per i coloni alle assunzioni nelle imprese di bonifica – e forme di lotta diversi: non trovarono, quindi, un coordinamento unitario <957.
    Nella prima metà del 1949, mentre tutti i braccianti e i lavoratori agricoli della penisola erano in agitazione, a Roma gli scioperi agrari ebbero un’adesione molto bassa e limitata principalmente alla zona di Maccarese <958: dei numerosi comizi organizzati dalla Federterra, molti andarono deserti.
    Alla fine dell’ottobre 1949, gli eccidi di Melissa e di Isola Caporizzuto, in Calabria, fecero da denotatore a un nuovo ciclo di lotte contadine in tutta Italia, la cui estensione, probabilmente, non era stata prevista neanche dal Pci: i comunisti, anzi, furono colti di sorpresa da questa ondata di lotte, come ammise lo stesso Togliatti in una Direzione del partito del novembre 1949 <959. Come sottolineato dallo storico Aldo Agosti, questo movimento fu molto importante per l’affermazione di nuovi equilibri politici e sociali dell’Italia meridionale, dove non c’era stata la Resistenza, ma le lotte contadine rimasero separate da quelle operaie del Nord anche per l’incapacità del Pci di saldare le rispettive rivendicazioni <960.
    Alla fine del novembre 1949 – e poi, soprattutto, nel mese successivo – ripresero le occupazioni di terre in tutto il Lazio, coinvolgendo così anche l’Agro Romano e alcune aree più vicine al centro cittadino. Con una comunicazione del 14 novembre, il prefetto di Roma Trinchero informò la questura della capitale della necessità di prendere “in seria considerazione il pericolo che vengano effettuati in questa Provincia tentativi di occupazioni di terre così dette incolte. Se si considera che in questa Provincia dopo il 1947 non si sono più avute occupazioni di terre e che il numero delle domande di concessioni è enormemente diminuito, appare evidente che il pericolo sopra accennato torna a riaffiorare in seguito agli incidenti verificatisi in Calabria e, quindi, per ragioni politiche e per effetto di una subdola opera di propaganda e di incitamento. Difatti “l’Unità” nella cronaca del Lazio n. 266, del 9 c.m., ha pubblicato un articolo “Terre incolte” a firma di Antonio Bongiorno, nuovo segretario della Confederterra Romana, con il quale si è impostata, fra l’altro, la situazione particolare delle così dette terre incolte in Provincia di Roma con informazioni e notizie inesatte, artatamente combinate e falsate allo scopo di preparare gli animi della massa alle eventuali, e forse prossime, lotte di lavoratori della terra contro i maggiori proprietari dell’Agro Romano. […] Sembra, poi, che presso la Federterra e la Camera confederale del Lavoro di Roma si svolgano riunioni di agitatori per l’organizzazione di una campagna diretta a provocare le occupazioni, che dovrebbero avere simultaneamente inizio in un determinato giorno in varie zone dell’Agro Romano e del restante territorio della Provincia, seguendo la tattica di far occupare limitate astensioni di terreno per ogni tenuta, costellando così di occupanti tutta la zona, per rendere ovviamente più difficoltoso, sotto ogni aspetto, l’intervento delle forze dell’ordine”. <961
    In una circolare del 3 dicembre, Pòlito [n.d.r.: questore di Roma] affermò che, in conformità alle disposizioni della Confederterra di Roma, il giorno successivo avrebbero dovuto avere inizio le occupazioni di terre considerate incolte. Secondo Pòlito, la maggior parte delle invasioni sarebbero state effettuate da contadini provenienti dai comuni di Zagarolo, San Cesareo, Colonna, Montecompatri, Monteporzio, San Vito Romano, Pisoniano, Albano Laziale, Marino, Genzano, Grottaferrata, Lanuvio, Velletri, Rocca di Papa, Valmontone, Labico, Civitavecchia, Tolfa Allumiere, San Severa e Santa Marinella: coloro che non avevano terre da occupare nei propri comuni, si sarebbero recati in altre zone dell’Agro Romano e, in particolare per il comune di Roma, nella borgata di Torre Gaia (proprietà Grazioli, Cavazza, Ercolani) e al Divino Amore (tenuta Lanza). Oltre a queste tenute, nel Comune di Roma, secondo le notizie giunte in questura, si sarebbero volute occupare anche la tenuta in località Torre (frazione La Storta), la tenuta della principessa Hercolani in via Rocca Cencia altezza via Casilina km. 18 (oggi Borgata Finocchio), la tenuta del Duca Grazioli in località Osa (Osteria dell’Osa si trova oggi nella zona delle Torri) e la tenuta Vaccareccia del marchese Ferraioli, a Roma nord. In queste lotte, si evidenziò uno stretto rapporto tra Roma e la provincia. Come ha ricordato Aldo Tozzetti, “cosa avrebbero potuto fare questi contadini, lontani decine di chilometri dai loro paesi d’origine, senza la solidarietà attiva della popolazione di Roma? Tutte le notti venivano rastrellati dalla polizia, caricati sui camion, condotti a Roma e dispersi in varie parti della città. D’accordo con il movimento democratico, con le consulte popolari, i contadini si riunivano nella sezione Trionfale del partito comunista e la mattina dopo, a bordo di camion carichi anche di viveri e di coperte, tornavano sulle terre occupate”. <962
    Le indicazioni di Pòlito per arginare queste possibili invasioni furono nette e decise a evitare episodi che potessero avere un’eco negativa nell’opinione pubblica: “Esperimenteranno, dapprima, accorta ed intelligente opera di persuasone per far desistere gli organizzatori ed i promotori da azioni illegali, avvertendoli della responsabilità penale cui vanno incontro. Ogni accorgimento dovrà adottarsi per scongiurare spiacevoli incidenti, che potrebbero essere sfruttati per finalità politiche. L’intervento in forza, in caso di assoluta necessità, per il ripristino dell’ordine eventualmente turbato, dovrà essere, possibilmente, sempre ordinato e diretto dai Sigg. Funzionari e dagli Ufficiali dell’Arma”. <963
    Effettivamente, a partire dalla mattina del 4 dicembre si ebbero molti movimenti dei braccianti agricoli, che si diressero a occupare delle terre incolte, principalmente di proprietà di nobili <964.
    Secondo una relazione del Gruppo esterno della Legione territoriale dei Carabinieri di Roma, essi erano dovuti intervenire in molte località: “1) Tenute lungo via Aurelia: Circa 40 elementi cooperativa Pisoniano invadevano tenuta “Gualdi” altezza km. 18 via Aurelia, abbandonandola successivamente seguito intervento Arma Castel di Guido; Altri 60-70 elementi medesima cooperativa Pisoniano hanno occupato terreno proprietà Banco S. Spirito via della Muratella – km. 22-28; Circa 120 braccianti cooperativa S. Vito Romano sostano km. 20 detta via Aurelia attesa disposizioni dirigenti, controllati Arma et P.S. 2) Tenute lungo via Casilina: Circa 50 elementi cooperativa Montecompatri et altri 400 elementi stessa cooperativa Montecompatri et Monteporzio successivamente affluiti at Km. 18 via Casilina per occupare terreni tenute Principessa Ercolani et Duca Grazioli hanno desistito proposito, allontanandosi località seguito intervento comandante tenenza Arma Casilina, cui si sono limitati indicare terreni di cui avrebbero preteso assegnazione. 3) Tenute lungo via Tiburtina: Circa 50 elementi cooperativa Italo Grimaldi – Settecamini hanno invaso tenuta Marchese Gerini km. 10 Tiburtina. Seguito intervento comandante stazione Ponte Mammolo hanno sgombrato terreno, lasciando memoria medesimo sottufficiale circa loro aspirazioni; Altri 20 elementi cooperativa Grimaldi hanno occupato 5 ettari terreno proprietà Bonanni km. 13 Tiburtina (Settecamini); 20 elementi sempre detta cooperativa hanno picchettato 10 ettari terreno incolto tenuta “Marco Simoni” proprietà Principe Brancaccio km. 18 Tiburtina (Settecamini). 4) Tenute lungo via Prenestina: […] Circa 50-60 elementi cooperativa Monteporzio Catone hanno picchettato in località Osa (Km. 15-16 Prenestina) tenuta Principessa Caravita, sgombrandola in seguito intervento Arma Stazione Tor Sapienza. 4) Tenute lungo via Ardeatina: Presenza forte contingente carabinieri tenenza S. Paolo habet indotto elementi provenienti Marino at desistere ogni tentativo occupazione tenuta “Falcognane” – F.lli Lanza – Divino Amore”. <965
    Nonostante questi interventi delle forze dell’ordine, il 4 dicembre, furono occupate anche altre terre. Secondo Pòlito, interventi tempestivi, effettuati dalle forze locali di polizia, hanno consentito di controllare la situazione generale e sono valsi, in molti casi, a scongiurare le invasioni delle terre cosiddette incolte. Pur tuttavia, in alcune zone, gruppi di braccianti agricoli, forti del loro numero, non hanno aderito all’invito e alle diffide di desistere dall’azione illegale, e si sono recati ad effettuare occupazioni simboliche nelle seguenti località: 1°) verso le ore 8 di stamane, nella tenuta del Conte Manzolini, sita nella località “Palmarola Nova”, tra la borgata Ottavia e La Storta, al km. 14 di via Trionfale, circa 300 braccianti della Cooperativa “Pace e Lavoro”, di Ottavia, dopo aver scacciato il gregge, ivi pascolante, hanno occupato e picchettato un appezzamento di terreno. Per il ripristino dell’ordine e della legalità, è stato inviato sul posto una colonna autocarrata di guardie e carabinieri […]; 3°) le Tenute, site nella Borgata di Torre Gaia, sulla via Casilina, sono state occupate da circa 400 braccianti, provenienti da Montecompatri e Monteporzio. Il Tenente dei CC. della Tenenza Casilina, portatosi sul posto con adeguati rinforzi, ha fatto allontanare, senza necessità di intervento in forza, gli occupanti abusivi, invitandoli a seguire la via legale per ottenere l’invocata concessione delle terre; […] 9°) Terreno in località “Pontemammolo” è stato simbolicamente occupato da circa 50 braccianti, ma, mentre ne effettuavano il picchettamento, gli stessi sono stati allontanati dalle forze di polizia che hanno rimosso i picchetti; […] 13°) due colonne, provenienti da Monteporzio Catone, si sono portate in località “Finocchio”, e quivi, dopo aver fatto constatare all’Ufficiale dell’Arma presente sul posto che i terreni, che avevano intenzione d occupare, risultano incolti, hanno fatto ritorno ai rispettivi comuni; 14°) verso le ore 12,30 una colonna di forze di polizia al comando di funzionario di questo Ufficio Politico (Dr. Fontana) ha impedito l’occupazione della tenuta di proprietà Giorgi – di Monforte, sita sulla via Salaria, in prossimità di Roma; 15°) verso le ore 13,15, altre forze di polizia, al comando del Dr. Laurenziano, hanno disperso circa 300 contadini, che si accingevano ad invadere la tenuta del Notaio Balzi, sita in località Casteldiguida, sulla via Aurelia – km. 19 – nell’operazione sono state fermate 15 persone sprovviste di documenti di riconoscimento. Altri 20 fermi sono stati operati tra i braccianti, che avevano occupato la tenuta Manzolini, al km. 14 della via Trionfale, e che sono stati estromessi da una colonna di forze di polizia, diretta dal Commissariato di P.S. Dr. Angilella <966.
    In una comunicazione successiva, Pòlito affermò che nella tenuta del conte Manzolini di Palmarola Nova, i picchetti degli occupanti erano stati rimossi senza incidenti, erano stati fermati ventitré di essi, tra cui quattro donne, ed erano stati portati in questura. Un nuovo tentativo pomeridiano di occupazione della tenuta Giorgi-Monfort, condotto da circa centocinquanta contadini guidati dai dirigenti della Federterra e dell’Anpi, era stato evitato, ed erano stati fermati sei dei dirigenti <967.
    Il 5 dicembre risultavano ancora occupate solo la tenuta del Pio Istituto Santo Spirito al km 14 della via Aurelia, la proprietà Balsi, al km 17 della via Aurelia, la proprietà Lancillotti al km 10 della via Boccea, la proprietà dei fratelli Piscini in località Centrone (via della Muratella), dove una settantina di persone sostavano all’interno della tenuta <968: sia i terreni dell’Istituto di Santo Spirito sia quelli della tenuta Centrone erano stati occupati dopo una prima estromissione degli occupanti <969. Il 6 dicembre, i carabinieri allontanarono gli occupanti della tenuta Centrone, procedendo al fermo di tre «sobillatori» <970. Secondo la Camera del Lavoro, il 6 dicembre «a Ottavia come a Fiano e Torlupara sono stati operati arresti di 15 contadini che lavoravano la terra. Alcuni occupanti di Pisoniano, arrestati dalla celere e portati a Roma, non appena rilasciati sono immediatamente ritornati sulla terra e ne hanno continuato la lavorazione» <971.
    In queste operazioni, come messo in luce anche da un articolo del «Tempo» <972, furono fermate molte persone. In un articolo sull’«Unità», che riprendeva un comunicato della Federterra, si denunciarono «le violenze delle forze di polizia, impiegate bestialmente ed in modo massiccio contro contadini inermi, rei solo di voler mettere a coltura terre da decenni incolte per l’egoismo di pochi sfruttatori» <973.
    Anche nella giornata del 6, continuarono i tentativi di occupazione: un gruppo di braccianti della Cooperativa Carpici tentò di invadere una proprietà del barone Lazzaroni a Tor di Quinto ma si allontanò al sopraggiungere dei carabinieri; alcuni contadini di Castel Madama, allontanati dalla tenuta Marcigliana del duca Grazioli di via Salaria km 14, ritornarono nei pressi della tenuta, accampandosi in una grotta lì vicino; un gruppo di braccianti invase la tenuta Anzillotti, al km 10 di via Boccea, ma i carabinieri sgomberarono il terreno, fermarono nove persone e sequestrarono due trattori <974.
    Nella mattinata del 7 dicembre, gruppi di braccianti – secondo Pòlito «molto meno numerosi di quelli dei giorni scorsi» <975 – si diressero verso i territori già occupati nei giorni precedenti. In gran parte, furono allontanati dalle forze di polizia prima di poter procedere alle occupazioni. Carabinieri e polizia sgomberarono i contadini della Cooperativa Pisoniano sia dalla tenuta Centrone (arrestando venti persone secondo i carabinieri <976, ventisette – «dimostratesi le più riottose all’invito di allontanamento» <977 – secondo il questore) e dalla tenuta Testa di Lepre del principe Doria (fermandone otto). I carabinieri della tenenza di Montesacro, inoltre, sgomberarono la tenuta Marcigliana del duca Grazioli Lante da circa cento braccianti della tenuta Castel Madama, che vi avevano iniziato la semina: quaranta furono fermati, mentre gli altri sessanta, in prevalenza donne e minori, furono ricondotti a Tivoli <978.
    Secondo Aldo Natoli, intervistato dall’«Unità», l’atteggiamento delle forze dell’ordine durante questi episodi di sgombero, per quanto teso a scongiurare ulteriori eccidi dopo quelli di Melissa e Torremaggiore, non era stato certamente paterno: «Non c’è dubbio, per esempio, che l’uso del mitra debba essere stato per lo meno sconsigliato. In compenso, però, i solerti funzionari della Questura di Roma hanno escogitato una tattica complessa, come se conducessero contro i braccianti una vera e propria guerriglia, anche se con l’esclusione, fino a questo momento, della armi da fuoco. Sono stati operati in questi giorni centinaia di fermi, con una tecnica che ricorda quella del prelevamento degli ostaggi, o le razzie tedesche. Gruppi di braccianti, uomini e donne, vengono sistematicamente rastrellati, caricati su camions, trasportati a Roma e poi abbandonati a piccoli gruppi, qua e là, in luoghi diversi, allo scopo di sbandarli e disperderli. […] Altre volte la polizia compie veri e propri ratti» <979.
    [NOTE]
    953 Perna, Dalla liberazione di Roma ai movimenti di massa per la terra, l’occupazione, la democrazia e la pace, cit., pp. 45 6.
    954 G. Settimi, L’attacco contro il latifondo in provincia di Roma, in Il movimento contadino nella storia del Lazio, 1945-1975, Atti del convegno indetto dall’Alleanza contadini del Lazio (Roma, 30 ottobre 1975), p. 101.
    955 Santarelli, Storia critica della Repubblica, cit., p. 71.
    956 Cfr. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 160-87, Turone, Storia del sindacato in Italia, cit., pp. 173-8 e Malgeri, La stagione del centrismo, cit., pp. 98-109. Sulla posizione del Pci nei confronti del bracciantato agricolo e delle sue richieste, cfr. Ivi, pp. 98-9 e Gozzini, Martinelli, Storia del Partito comunista italiano, VII, cit., pp. 84-106.
    957 Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, cit., p. 228.
    958 Acs, Mi, Ps, 1949, b. 49, f. “Roma – Lavoratori agricoli”. Passim.
    959 Agosti, Togliatti, cit., p. 380.
    960 Ibidem.
    961 Acs, Mi, Ps, 1949, b. 68, f. “Roma – Agitazioni”, s. 6 “Lavoratori agricoli”. Comunicazione di Trinchero del 14 novembre 1949 riportata in una circolare di Pòlito del 22 novembre 1949. Pòlito diede ordini netti su come reprimere tali possibili occupazioni: «Le SS.LL. esperimenteranno dapprima tutti i mezzi persuasivi per scongiurare azioni di violenza o, comunque, illegali, e soltanto in caso di palesata resistenza, agiranno con la dovuta energia, a termini di legge, contro autori e promotori» (Ibidem).
    962 Tozzetti, La casa e non solo, cit., p. 31.
    963 Acs, Mi, Ps, 1949, b. 68, f. “Roma – Agitazioni”, s. 6 “Lavoratori agricoli”. Circolare di servizio di Pòlito del 3 dicembre 1949.
    964 Da 48 ore i braccianti occupano le terre incolte dei principi romani, «l’Unità», 6 dicembre 1949.
    965 Acs, Mi, Ps, 1949, b. 68, f. “Roma – Agitazioni”, s. 6 “Lavoratori agricoli”. Comunicazione del Gruppo esterno della Legione Territoriale dei Carabinieri del 4 dicembre 1949.
    966 Ivi. Comunicazione di Pòlito del 4 dicembre 1949.
    967 Ibidem
    968 Ivi. Comunicazione del Gruppo Esterno della Legione territoriale dei carabinieri di Roma del 5 dicembre 1949.
    969 Ivi. Comunicazione di Pòlito del 5 dicembre 1949.
    970 Ivi. Comunicazione del Gruppo esterno della Legione Territoriale dei Carabinieri di Roma del 6 dicembre 1949.
    971 Archivio storico Cgil Lazio, Cdl Roma, Comunicati, 1949. Comunicato del 6 dicembre 1949.
    972 Numerosi fermi in periferia per l’occupazione di terre, «Il Tempo», 7 dicembre 1949.
    973 18000 contadini arano i latifondi dell’Agro nonostante la Celere e le cariche di cavalleria, «l’Unità», 7 dicembre 1949. Il comunicato e l’articolo si riferiscono a tutta la Provincia, non solo al Comune di Roma. Gli incidenti più gravi, secondo il quotidiano comunista, si sarebbero verificati a Monterotondo, dove gli occupanti sarebbero stati caricati dalla polizia a cavallo. Secondo una comunicazione di Pòlito, invece, erano stati inviati sul posto «una colonna di Forze di Polizia ed un plotone di Carabinieri a cavallo», ma «all’arrivo della colonna sul posto gli occupanti si sono allontanati» (Acs, Mi, Ps, 1949, b. 68, f. “Roma – Agitazioni”, s. 6 “Lavoratori agricoli”. Comunicazione di Pòlito del 6 dicembre 1949).
    974 Ibidem.
    975 Ivi. Comunicazione di Pòlito del 7 dicembre 1949.
    976 Ivi. Fonogramma della Legione territoriale dei Carabinieri di Roma del 7 dicembre 1949, ore 18.
    977 Ivi. Comunicazione di Pòlito del 7 dicembre 1949.
    978 Ivi. Fonogramma della Legione territoriale dei Carabinieri di Roma del 7 dicembre 1949, ore 18.
    979 Alla guerriglia condotta dalla Polizia rispondono arando la terra occupata, «l’Unità», 8 dicembre 1949. Qualche giorno prima, un articolo di Luca Pavolini aveva invece descritto con toni più pacati l’atteggiamento dei carabinieri: «Gruppetti di carabinieri hanno seguito le colonne in marcia e sono rimasti sui margini dei campi a guardare le lavorazioni. Qualcuno di loro, nei paesi vicini, aveva il padre o il fratello impegnato ad occupare altre terre. Solo in qualche punto i carabinieri sono intervenuti. […] I carabinieri – così come aveva assistito alle pacifiche occupazioni – hanno assistito anche alle razzie dei “celerini”. “Li comandano, che devono fare?”, ci diceva un maresciallo panciuto, pieno d’esperienza e di capelli grigi» (Da 48 ore i braccianti occupano le terre incolte dei principi romani, «l’Unità», 6 dicembre 1949).
    Ilenia Rossini, Conflittualità sociale, violenza politica e collettiva e gestione dell’ordine pubblico a Roma (luglio 1948-luglio 1960), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 2014-2015

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  20. Shakespeare parlava solo di re.
    Io solo di contadini

    #contadini

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  22. Comunque la butto qui, non si sa mai, se c'è qualcuno interessato a discutere sulla possibilità di sfruttare mastodon come piattaforma #commerciale (etica) per offrire un canale pubblicitario in più ai vari piccoli #commercianti, #artisti, #artigiani, #contadini e chi più ne ha più ne metta, sappiate che c'è già una stanza matrix dove si chiacchiera, di questo progetto.
    La stanza è al momento un po' morta a causa dei vari impegni e rogne personali dei partecipanti, ma spero possa migliorare e portare a qualcosa di interessante.
    Se volete partecipare fatemi sapere. :ablobreach:

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  24. L'Italia ha bisogno di più #contadini! Invece che una soluzione, i nuovi #OGM potrebbero essere gli ingredienti del fallimento per gli agricoltori italiani, l'ambiente e i cittadini! NO #NBT! 📣 @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected] @[email protected]

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