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Problemi interni alle bande partigiane poco prima della liberazione di Alba
Di fronte a un forte sviluppo del movimento, gli organi centrali e i comandi partigiani devono affrontare problemi nuovi di gestione. L’afflusso di centinaia di giovani sulle colline langarole e tra le valli alpine mette in moto processi che cambiano la configurazione interna delle bande. Oltre ai naturali sospetti nei confronti di chiunque salga in montagna, i comandanti devono affrontare un numero crescente di ragazzi che non hanno fatto la leva e che mancano in alcuni casi di disciplina. Già a partire da luglio [1944], Comitato di Torino e comandi periferici diffondono una serie di direttive per il mantenimento dell’ordine interno delle formazioni e per il rispetto della popolazione civile. Il 24 luglio, il Comando del 1° settore cuneese e delle Langhe emana un “Bando sulla disciplina”, seguito il giorno seguente da un decreto del CLNRP relativo alle norme sulla “costituzione e funzionamento dei CLN periferici”. <299 Per far fronte agli episodi di violenza e di rapina che coinvolgono alcuni elementi del movimento, vengono inoltre costituite Commissioni di giustizia. <300
La formazione di unità sempre più grandi e strutturate richiede la creazione di un organismo che assuma la guida strategica della guerra di liberazione in tutto il nord Italia. A Milano, nel giugno, viene creato a questo scopo il Comando Generale del Corpo volontari della Libertà, che in agosto pone alle proprie dipendenze il neocostituito Comando militare regionale per il Piemonte. <301
Nel “periodo d’oro” della Resistenza tutte le bande si omologano dal punto di vista della strategia e della tattica militare. Le bande hanno un consistente numero di uomini che hanno sperimentato la guerriglia e che possono istruire le reclute e le nuove leve che si danno alla macchia dopo febbraio e maggio ’44. Le condizioni ambientali e climatiche favoriscono inoltre più le azioni di guerriglia partigiana che quelle nazifasciste. Gli attacchi continui e rapidi creano una situazione di generale insicurezza nel territorio occupato, permettendo così il graduale avanzamento partigiano dapprima nelle aree circostanti i paesi dell’alta e della bassa Langa e poi verso la fine dell’estate nelle città. Complice la prospettiva di un’imminente fine della guerra, le brigate si sono spinte nell’occupazione di vaste aree di territorio, vere e proprie zone libere. È questo l’aspetto che caratterizza principalmente la VI zona Monregalese-Langhe e Monferrato tra l’estate e l’autunno del ’44. Nel corso dell’estate si verificano ugualmente rastrellamenti che provocano diversi problemi organizzativi alle brigate. Queste però, mantenendo il loro volume di uomini e anche grazie ai rifornimenti alleati, alle sovvenzioni che riceve il CLNAI e all’invio di ufficiali inglesi in Piemonte, <302 riescono a colpire colonne tedesche, presidi delle città e stabilimenti industriali, da dove prelevano combustibili e automezzi. <303
Alba e tramonto delle zone libere
La fase di espansione del movimento partigiano trova il suo punto più alto nella liberazione di ampie fette di territorio nel basso Piemonte e nella creazione di repubbliche partigiane, in particolare nel Monferrato. <304 I principali problemi che le brigate devono affrontare nella gestione delle zone libere riguardano il controllo interno e la difesa esterna. Se per quest’ultima vengono aumentati i presidi e i pattugliamenti lungo le vallate, per l’interno vengono presi provvedimenti e date disposizioni dai comandi centrali affinché vengano individuati elementi nocivi al movimento, soprattutto tra la popolazione. A queste problematiche si sommano quelle relative alle giurisdizioni territoriali delle diverse formazioni. In più occasioni, nel periodo estivo-autunnale, si verificano episodi di sconfinamento da parte di alcune bande in territori neutri o di altre formazioni, dove vengono eseguite requisizioni irregolari o senza permesso, come si evince dalle numerose denunce fatte da civili o da comandi partigiani. Il Comando della 48ª brigata Garibaldi ad esempio, arresta due partigiani identificati come appartenenti alla Brigata “Bra” comandata da Della Rocca, perché «compievano atti di prepotenza e di violenza allo scopo di indurre i proprietari delle bestie a consegnare denaro che intascavano indebitamente». <305
Per tutto il mese di ottobre abbiamo una situazione molto preoccupante sul piano del controllo sugli uomini e su quello dei rapporti con la popolazione. Il comando della 48ª riceve infatti dai paesi di Monforte e Dogliani diverse denunce di «perquisizioni domiciliari da parte di elementi garibaldini, i quali, per il loro modo di agire […] provocano lamentele da parte degli interessati». <306 Gli abusi di potere nei confronti della popolazione di cui si macchiano alcuni partigiani proseguono anche nel periodo invernale e fino agli inizi di aprile, producendo anche casi come quello che coinvolge il tenente Speranza del 1° GDA. <307 Questo fenomeno assume proporzioni consistenti e sfocia in alcuni casi anche nel «brigantaggio», come denuncia lo stesso “Mauri”. <308
La regolamentazione delle requisizioni ai civili giunge ai comandi partigiani dal Comitato militare di Torino già dal marzo del ’44. Questa predispone criteri molto arbitrari nella gestione dei prelevamenti forzosi ai civili. Solo in un secondo momento, superata la fase riorganizzativa e, soprattutto in seguito alla situazione di generale rilassamento normativo in materia disciplinare, che si era andata creando nel periodo estivo, i comandi divisionali possono adottare criteri più precisi e regole più ferree nei confronti dei trasgressori. In un documento garibaldino del settembre viene infatti specificato che «nessuno potrà d’ora in avanti fare requisizioni o perquisizioni nelle proprietà, senza autorizzazione scritta del comando di brigata». <309 Ma il controllo di un territorio, che si fa via via più esteso, e di gruppi partigiani sempre più numerosi e dislocati in ogni dove, nelle valli e sulle colline, non permette il completo rispetto delle regole. Già nell’agosto infatti, si moltiplicano denunce ed episodi di requisizioni illecite o irregolari, <310 mentre da settembre-ottobre il fenomeno assume dimensioni sempre maggiori: <311 la 48ª Garibaldi ad esempio, denuncia una serie di requisizioni «forzate» compiute nella zona di Alba, periodo nel quale la città viene occupata dalle forze partigiane, <312 mentre i comandi provvedono a dare disposizioni per i rifornimenti e per la tutela della popolazione “data la scarsità dei grassi sarà bene disporre che solo l’intendenza generale potrà fare i prelievi, si eviterà che contingenti partigiani vicini al luogo della produzione vengano forniti in esuberanza mentre altri più distanti rimangano addirittura senza” <313
Sul piano dell’organizzazione politica interna, nel giugno ’44, il CG dà istruzioni affinché vengano costituite Giunte popolari comunali, previ accordi con i Comitati locali del CLN e con gli altri organi popolari. Le Giunte hanno i compiti di provvedere alle requisizioni, di fissare un regime di prezzi, di organizzare lavori utili per la comunità, prelevando dai «beni mobili ed immobili dei traditori della patria e provvederanno alla loro immediata utilizzazione». <314 Particolare attenzione è dedicata ai danni prodotti dalla «guerra partigiana e [d]alle rappresaglie tedesche» agli abitanti delle comunità. Vengono infatti presi provvedimenti per risarcire contadini e comunità dei danni provocati dalla guerra, azione intrapresa ai suoi esordi dallo stesso CLNRP, <315 e che viene ripresa, su decreto del CLN del luglio ’44, dalla 16ª brigata Garibaldi, la quale dispone l’accertamento dei danni provocati dai rastrellamenti tedeschi alla popolazione civile, sottolineando il delicato compito che dovrà svolgere la persona incaricata. Nel documento infatti si legge: “Egli dovrà essere un buon conoscitore del luogo e dei contadini, dovrà fare un esame scrupoloso dei danni, dando precedenza a quelle famiglie che rischiarono nella maniera più tangibile vita e averi per i patrioti, […] dovrà discriminare il reale grado di bisogno di ciascuno tenendo calcolo delle loro possibilità finanziarie di ripresa” <316
Nelle Langhe la costituzione di giunte popolari comunali nelle zone controllate dalla VI divisione “Langhe” viene avviata alla fine di agosto, <317 coinvolgendo diversi comuni lungo il Tanaro, come quello di Monchiero, <318 di Somano, Farigliano, Piozzo, <319 Monforte, <320 Castiglione Falletto. <321 Sebbene la liberazione di questi territori abbia notevole importanza politica ed economica per il movimento, è pur vero che non rappresentano un vero e proprio successo dal punto di vista militare. Benché infatti le azioni di guerriglia abbiano costretto il nemico a ritirarsi nelle città e a fuggire dalle zone periferiche e di campagna, alle formazioni è necessaria un’ulteriore prova della propria efficienza militare, per esempio attraverso la liberazione di un grosso centro cittadino. Inoltre, un’operazione di questo tipo lancerebbe un segnale non solo al nemico ma, cosa ancor più importante, sosterrebbe il morale di tutto il movimento partigiano del nord Italia. È in quest’ottica che bisogna leggere la decisione dei comandi autonomi di liberare Alba, «capitale delle Langhe».
[NOTE]
299 M. Giovana, La Resistenza in Piemonte, cit., pp. 127-9
300 La costituzione avviene il 16 agosto 1944, F. Catalano, Storia del C.L.N.A.I., cit., p. 237
301 In AISRP, B AUT/mb 4 d
302 T. Piffer, Gli Alleati e la Resistenza, cit., pp. 84-85, 93
303 Si vedano “Relazione sull’attività svolta dalla Divisione Langhe nel periodo 1° luglio – 15 luglio 1944”, “Mauri” al CLNRP, 16.8.44 in AISRP, B 45 b, 33 e “Bollettino partigiano della VI divisione”, Comando di Divisione, 15.9.44 in AISRP, B FG 9/3
304 Sulle repubbliche partigiane nel basso Piemonte, si vedano: A. Bravo, La repubblica partigiana dell’Alto Monferrato, Giappichelli, Torino, 1964; D. Carminati Marengo, “Gli esperimenti politico-amministrativi dell’estate ’44 nella zona libera delle Langhe” in Il movimento di liberazione in Italia, fasc. 1, n. 86, gen.-mar. 1967; R. Luraghi, “Le amministrazioni comunali libere nelle Langhe” in Il movimento di liberazione in Italia, Luglio-settembre ’59, p. 9; R. Omodeo, “Esperienze di autonomi e garibaldini nelle amministrazioni civili delle Langhe” in R. Amedeo (a cura di), Resistenza monregalese: 1943-1945. Val Casotto – Valli Tanaro, Mongia, Cevetta, Langhe – Valli Ellero, Pesio, Corsaglia, Maudagna, Josina, Centro studi partigiani autonomi, Torino, 1986
305 Il comando della VI divisione informa il magg. “Mauri”, superiore di Della Rocca dell’episodio, specificando che «Quando non conseguivano questo intento inducevano i venditori a maggiorare il peso della bestia spillando poi agli stessi la differenza in contanti, quotando le bestie a L. 100 il mg. Una volta informato, “Comunicazione del Comando 48ª brigata Garibaldi”, f.to Montanaro, La Morra, 11.10.44, in AISRP, B AUT/mb 2 b. Della Rocca, informato del fatto, provvede all’arresto dei due partigiani. Si veda anche “Comunicazione del comando VI divisione Langhe – 48ª brigata Garibaldi al maggiore Mauri”, 12.10.44, in AISRP, B AUT/mb 2 b
306 48ª brigata Garibaldi, in AISRP, B FG 9/3
307 Il ten. Speranza, accompagnato da alcuni dei suoi uomini, opera una perquisizione in una casa di Perletto ritenuta abitata da una famiglia fascista. Quando i partigiani dello Speranza si accorgono dell’errore e lo comunicano al tenente, questi risponde che oramai era troppo tardi per tornare indietro, “Processo verbale di interrogatorio dei partigiani Hans e Mery del distaccamento di Bergolo”, EILN – Comando Polizia Partigiana 1° GDA, 19.4.45, in AISRP, B AUT/mb 2 b
308 «[il fenomeno] sta assumendo forme e proporzioni preoccupanti. […] In questi soli 15 giorni sono stati proditoriamente assassinati nel disimpegno delle loro funzioni 2 carabinieri ed un altro patriota, addetti al servizio di polizia», “Relazione sull’attività svolta nel periodo dal 1° al 15 gennaio 1945”, EILN – Comando 1° GDA al CLNRP, “Mauri”, 18.1.45, in AISRP, MAT/ac 14 e. In una zona per certi versi simile alle Langhe, nella fascia appenninica tra la Toscana e l’Emilia, vediamo sorgere problematiche della stessa natura. Come scrive Massimo Storchi, parlando del contesto nel quale operava “Azor”, vicecomandante della 76ª brigata: «nei confronti dei possidenti agrari […] era necessario attivare un rapporto di fiducia che li mettesse al riparo da periodiche elargizioni, se non addirittura da prelevamenti illegali operati da singoli o gruppi che agivano autonomamente», in M. Storchi, Sangue al bosco del Lupo. Partigiani che uccidono partigiani. La storia di “Azor”, Aliberti Editore, Reggio Emilia, 2005, pp. 42-3
309 “Ai distaccamenti dipendenti”, Comando 48ª brigata Garibaldi, f.to Delegato civile “Retto”, Comm. Pol. “Beccaro”, 20.9.44, in AISRP, C 14 a
310 “Requisizione autoveicoli”, Comando 16ª brigata Garibaldi ai comandi dei distaccamenti, Capo di Stato Maggiore “Trentin”, 12.8.44, in AISRP, C 14 a
311 “Signor Sebaste Osca[r] di Gallo fabbricante di torroni: requisizione miele nocciole e torrone”, Commissario intendente ai Comandi della VI divisione Langhe e della 48ª brigata Garibaldi, 7.10.44, in AISRP, B FG 9/3, 64; “Al comando della 48ª brigata Garibaldi”, f.to “Nunu”, La Morra, 9.10.44; e altri documenti in AISRP, B AUT/mb 2 b
312 Vari documenti su requisizioni forzate presenti in AISRP, B FC 9/3
313 “Ai distaccamenti dipendenti”, Comm. Pol. “Beccaro”, 20.9.44, in AISRP, C 14 a
314 G. Rochat (a cura di), Atti del Comando Generale, cit., doc. 3, p. 48
315 Disposizione “per il risarcimento dei danni cagionati dal nemico alle popolazioni e in ispecie ai patrioti…” citato in R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 208
316 “Pagamento danni causati ai contadini dai rastrellamenti”, Comando 16ª brigata d’assalto Garibaldi “Generale Perotti” al distaccamento “Islafran”, 4.7.44 in AISRP, C 14 a
317 “Costituzione delle giunte popolari comunali”, Comando VI Divisione Garibaldi a tutti i commissari politici e delegati civili, 19.8.44, in AISRP, C 14 d; si veda circolare simile del 10.9.44, Ivi
318 “Relazione”, Il presidente del comitato comunale alla VI divisione Langhe, Monchiero, 8.9.44 in AISRP, B FG 9/3
319 Si vedano documenti presenti in AISRP, B FG 3/1
320 Ibidem
321 Ibidem
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013#1944 #abusi #agosto #AlbaCN_ #alleati #brigate #CastiglioneFalletto #CLN #CLNRP #comando #contadini #CVL #Dogliani #EnricoMartini #fascisti #GiampaoloDeLuca #Graibaldi #Langhe #libere #locali #luglio #Mauri #Monferrato #ottobre #partigiani #Perletto #Piemonte #requisizioni #Resistenza #rifornimenti #Tanaro #tedeschi #zone
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L’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli
L’8 settembre 1943, scrive Santo Peli, venne diffuso per radio il testo dell’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile, in base al quale lo Stato italiano dichiarò formalmente di non essere più in guerra con gli anglo-americani.
La dissoluzione dello Stato fascista, con il venir meno di riferimenti non solo istituzionali, ma anche ideologici con l’onnipresenza del regime, determinò un vuoto, una sconvolgente perdita di punti di riferimento <18. Il venir meno della presenza statale, afferma Pavone, poteva essere avvertita come un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. Prima ancora poteva essere immediatamente vissuto come eccezionale momento di armonia in una comunità sciolta dai vincoli del potere. Lo stesso autore riporta una testimonianza lasciata da un colonnello inglese che descrisse questa esperienza: «Quando un villaggio sta per settimane in terra di nessuno, fra le nostre linee e quelle nemiche, la gente non ruba e non si ammazza, ma s’aiuta l’un con l’altro in modo incredibile. Tutto ciò è assurdo e meraviglioso. Arriviamo noi e mettiamo su gli indispensabili uffici e servizi dell’AMG (Allied Force Headquarters) e gli italiani subito si dividono, si bisticciano, si azzuffano per sciocchezze, si denunziano fra loro. La concordia di prima si disfa in faide e vendette di ogni tipo. Davvero incredibile» <19.
Questa è la situazione che riporta Pavone durante i quarantacinque giorni di totale confusione dopo l’armistizio, affermando che però, tale situazione non era ancora definibile come prima fase resistenziale <20. Battaglia, come già detto, protagonista attivo di questo periodo storico, sostiene che è difficile individuare un momento preciso della nascita della resistenza armata. In una situazione che versava completamente nel caos, emersero le prime formazioni di nuclei partigiani, ma si trattava solo di primi focolai di Resistenza, formati da gruppi di sbandati e da reparti militari in disfacimento <21. Tuttavia nel momento in cui le truppe tedesche cominciarono a formalizzare la loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica sociale, quando cioè il vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere, dichiara Pavone, divenne più dura e drammatica: per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli italiani vissero in varie forme un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto era di particolare rilevanza educativa per la generazione che nella scuola elementare aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: «Quale deve essere la prima virtù di un balilla? L’obbedienza! E la seconda? L’obbedienza! E la terza? L’obbedienza!» . Il significato primo di libertà che assunse la scelta <22 resistenziale era implicito nel suo essere un atto di disobbedienza verso chi aveva la forza di farsi obbedire. A tal proposito Battaglia scrive che il primo periodo della vita partigiana sarebbe stato caratterizzato da questo senso gioioso di fare da sé, di avere finalmente rotto ogni vincolo con la vita civile del regime fascista che tante amarezze e dolori aveva dato: si trattava dell’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli <23.
Peli afferma che nella società italiana la vita dei partiti politici era cessata con l’instaurarsi del regime fascista. Con il parziale ritorno alla libertà, nell’agosto del 1943, sono circa 3.000 i militanti comunisti rilasciati dalle carceri e dal confino. L’organizzazione comunista, di fatto l’unica già esistente, basata su quadri e disciplina lungamente sperimentati, fu la più tempestiva nel cogliere le nuove opportunità; già dal ’42 infatti riprese una nuova edizione clandestina del quotidiano comunista «l’Unità». Anche per quanto riguarda gli scioperi del marzo ’43, il Pci si mostrò il partito più preparato a dirigere le masse operaie. La Democrazia cristiana, partito destinato a diventare, assieme al Pci, uno dei due grandi partiti di massa del dopoguerra, conobbe tra il ’42 e il ’43 una lunga fase di gestazione, praticamente assente nelle agitazioni di marzo su citate. La storia del gruppo dirigente <24 della Dc, a giudizio dell’illustre politologo Giorgio Galli, tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ’45 è la storia di un gruppo dirigente la cui linea generale fu di attendere la completa liberazione del territorio nazionale da parte degli eserciti
anglo-americani, dedicandosi all’organizzazione di un partito che trova nelle parrocchie e nell’Azione cattolica i suoi principali punti di riferimento organizzativi <25. Dello stesso giudizio è anche Magister, il quale afferma che l’adesione alla Dc di militanti della lotta di liberazione sarebbe stato un fenomeno diffuso, ma sarebbe restata sempre una scelta estranea a qualsiasi linea della Chiesa e del partito. Infatti, all’indomani dell’8 settembre, le varie organizzazioni cattoliche tennero a Roma un vertice. La riunione si chiuse con un nulla di fatto: alla tesi di un’immediata adesione alla lotta partigiana sostenuta dai cattolici comunisti, la Dc contrappose la parole d’ordine dell’attesismo, nella previsione di un intervento rapido e decisivo degli eserciti alleati <26.
Il 9 settembre 1943, il Comitato nazionale delle opposizioni assunse la denominazione di Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) e lanciò un appello per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le competeva nel consesso delle nazioni libere e democratiche <27.
Peli sottolinea che l’inverno ’43 fu ancora la stagione del dubbio, ma la Resistenza già nell’estate del ’44 avrebbe conquistato consistenza, coesione e notevole capacità operativa. Le tappe fondamentali di questo consolidamento furono costituite dalla “svolta di Salerno”, nell’aprile ’44, e dalla costituzione del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (Cvl), un paio di mesi dopo. La svolta di Salerno ebbe un’importanza vitale per il percorso della Resistenza. Ma, come scrive lo stesso Battaglia, prima ancora dell’azione che avrebbe svolto Togliatti, si realizzò un’altra attività, meno clamorosa, volta a superare le posizioni di intransigentismo ideologico promossi dal Congresso di Bari del Cln: l’opera di conciliazione e di mediazione di Benedetto Croce, coadiuvato da Enrico De Nicola. Come il giurista spiegò al filosofo, non ci sarebbe stato bisogno di un’abdicazione effettiva, ma sarebbe bastato che il re
delegasse i suoi poteri a un luogotenente e in tal modo egli sarebbe sparito dalla scena appagando l’ira “giacobina” del Cln <28. Anche Peli giudica la “svolta di Salerno”, ovvero la decisione del leader del Partito comunista Palmiro Togliatti di proclamare irrealistica la pregiudiziale antimonarchica che aveva congelato in uno sterile muro contro muro il governo del Sud e il Cln, un momento decisivo. Secondo Togliatti, era ormai indispensabile varare un governo di unità nazionale, inserendo i partiti politici antifascisti in un governo che si sarebbe impegnato a fondo nella lotta di liberazione, garantendo per il dopoguerra il diritto popolare a scegliere tra monarchia e repubblica. Peli pone l’accento su questo cambio di rotta improvviso, dovuto al prolungato soggiorno di Togliatti in Unione Sovietica e soprattutto al suo incontro, pochi giorni prima del rientro in Italia, con Stalin <29, che gli avrebbe suggerito di assumere questa nuova linea politica. Ma Peli non è l’unico ad avanzare una tesi del genere: anche lo storico Massimo Legnani, in «Resistenza e repubblica. Un dibattito ininterrotto», afferma che Togliatti assecondò la politica estera sovietica, che come vedremo al prossimo capitolo, aveva già dato per scontato l’inserimento dell’Italia nella sfera d’influenza anglo-americana. Un atteggiamento moderato da parte dell’Urss che di fatto tese a giustificare il suo futuro progetto politico nell’Europa orientale e balcanica. Oltre agli interessi della politica <30 estera sovietica però, esisteva anche l’interesse da parte di Palmiro Togliatti per il progetto politico da proporre al suo partito una volta rientrato in Italia, il quale, come scrive Alexander Höbel, era in porto già da diversi anni <31. Infatti al suo rientro, Togliatti affermò che la priorità sarebbe stata quella di liberarsi dai nazi-fascisti, unendo dunque tutte le forze antifasciste e “nazionali”. Poi precisò che l’obiettivo dei comunisti era quello di costruire un “regime democratico e progressivo”, una “nuova democrazia” che avrebbe sradicato il Paese dal fascismo e gli avrebbe dato una nuova Costituzione <32.
I partiti antifascisti compresero l’importanza di questa “svolta” e di fatto l’accettarono. Dinanzi ad atteggiamenti diffidenti di alcuni partiti politici, Togliatti intervenne impostando la questione in questo modo: «Nessuna libertà potrà essere garantita al popolo italiano fino a che i nazisti non saranno cacciati dal territorio nazionale. Bisogna quindi intensificare lo sforzo di guerra per liberare il paese. Costituiamo dunque un governo di unità nazionale e in tal modo faremo fare anche un passo notevole alla situazione» <33. Il leader del Pci dimostrò che bisognava uscire da una situazione caratterizzata dall’esistenza da una parte, di un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell’adesione dei partiti di massa, dall’altra parte di un movimento di massa autorevole, quale il Cln, ma escluso dal potere. Di conseguenza, era di fondamentale importanza varare un governo di unità nazionale. Secchia mette in evidenza come l’iniziativa di Togliatti “scoppiò come una bomba” suscitando negli altri partiti della giunta e del Cln vivaci discussioni, ma i più non poterono disconoscerne il realismo; ne accettarono l’impostazione e comunque ne subirono l’influenza <34.
Tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’44, scrive Peli, le formazioni partigiane dell’Italia centrale risultarono incapaci di coinvolgere le masse popolari nella guerra di liberazione, come stava invece avvenendo al Nord: la liberazione di Roma fu opera degli Alleati. Unica eccezione risultano le “Quattro giornate di Napoli”: un’insurrezione spontanea, frutto dell’esasperazione popolare, che portò alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane. Per la prima volta i “lazzari si schierarono dalla “parte giusta” comprendendo dove stava la barbarie e dove la civiltà <35. Mentre la mancata difesa di Roma rappresenta, a giudizio di molti storici, uno dei limiti della Resistenza. Peli riconduce questo fallimento a più cause: debolezza e divisione interne del Cln romano, mancanza di una classe operaia e atteggiamenti favorevoli al compromesso sostenuti anche dal Vaticano <36. Proprio il Vaticano, per Battaglia, è l’attore principale della mancata insurrezione di Roma <37. Della stessa opinione è Pietro Secchia, sostenendo che le principali cause della mancata insurrezione della capitale sarebbero da ricondurre al prevalere nella città delle correnti moderate ed attesiste contrarie praticamente all’intervento delle masse nella lotta e soprattutto contrarie all’insurrezione. Vaticano, monarchia, Stato maggiore, alta burocrazia: le forze che secondo lo storico comunista avevano collaborato al 25 luglio e che disponevano nella capitale di importanti posizioni sociali e politiche, di larghi mezzi finanziari e di una salda base organizzativa e logistica. Tra tutte questi componenti un’azione di gran peso sarebbe stata svolta dal Vaticano che non risparmiò gli sforzi per impedire che la resistenza contro le forze di occupazione sfociasse nell’insurrezione. Il pontefice in persona, Papa Pio XII, aveva pubblicamente espresso il suo pensiero, parlando il 12 marzo ad una grande folla che gremiva piazza San Pietro: «Come potremmo noi credere che alcuno possa mai tramutare Roma, che appartiene a tutti i tempi ed a tutti i popoli, ed alla quale il mondo cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo, di tramutarla in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto militarmente inglorioso quanto abominevole agli occhi di Dio e di una umanità cosciente dei più alti e intangibili valori spirituali e morali?» <38. La folla reagì accogliendo le frasi del pontefice e gridando “viva la pace, fuori i tedeschi”. <39
[NOTE]
18 Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, 2015 (I ed. 2006), pp.14-15.
19 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, p.23.
20 Ivi, pp.24-25.
21 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964 (I ed. 1953), pp.134-137.
22 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, pp.27-30.
23 Roberto Battaglia, op. cit., pp.188-189.
24 Santo Peli, op. cit., p.39
25 Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Bari, 1978, p.38.
26 Sandro Magister, La politica vaticana e l’Italia 1943-1978, Roma, 1979, p.37.
27 Santo Peli, op. cit., pp.37-42.
28 Roberto Battaglia, op. cit., pp.250-253.
29 Santo Peli, op. cit., pp.79-83.
30 Massimo Legnani, Repubblica e Resistenza. Un dibattito ininterrotto, in Italia Contemporanea, dicembre 1988, n.213, pp.819-823.
31 Alexander Höbel, La democrazia progressiva nell’elaborazione del Pci. Un’anticaglia?, in Historia Magistra, giugno 2013, n.18, pp.1-13.
32 Ibidem.
33 Pietro Secchia, op. cit., p.395.
34 Ivi, pp.396-397.
35 Ivi, p.256.
36 Santo Peli, op. cit., pp.57-59.
37 Roberto Battaglia, op. cit., pp.234-236.
38 Pietro Secchia, op. cit., pp.434-438.
39 Ibidem.
Marco Cerotto, Il ruolo del Pci dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2016-2017#1943 #1944 #angloAmericani #antifascisti #cattolici #CLN #comunista #CVL #DC #fascisti #guerra #MarcoCerotto #PalmiroTogliatti #partigiani #partiti #ribelli #Salerno #settembre #sovietici #svolta #tedeschi #Vaticano
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