#sovietici — Public Fediverse posts
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L’ambizioso progetto sovietico del biplano in grado di cambiare in volo il numero delle sue ali
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=44356#volo #tecnologia #progettazione #invenzioni #biplani #sesquiplani #secondaguerramondiale #conflitti #storia #sovietici #russia #novecento #invenzioni #ali #portanza #biplani #monoplani #mosca #personaggi #stalin #prototipi #idee #aerodinamica #caccia
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L’ambizioso progetto sovietico del biplano in grado di cambiare in volo il numero delle sue ali
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Il sogno del grattacielo che avrebbe volato poco sopra le onde con un carico di 4.000 tonnellate
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=43899#velivoli #ekranoplani #effetto suolo #prototipi #progetti #stati uniti #guerra fredda #sovietici #volo #mare #oceano #navigazione #aerodinamica #cuscino d'aria #decollo #atterraggio #idrovolanti #darpa #invenzioni #teorie #trasporti #logistica
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Il sogno del grattacielo che avrebbe volato poco sopra le onde con un carico di 4.000 tonnellate
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Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti dei disertori tedeschi
Il contributo che i disertori [tedeschi] diedero alla lotta di Liberazione è di difficile valutazione dal punto di vista strettamente militare, perché per molti di loro non si hanno sufficienti informazioni, mentre in molti altri casi le informazioni disponibili provengono da un’unica fonte (ovvero partigiana) e furono prodotte spesso in momenti particolari che ci costringono per lo meno ad interrogarci sulla loro attendibilità (vale a dire in previsione cioè del rimpatrio nei paesi d’origine o in vista del lavoro delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche partigiane).
Si deve comunque considerare come molto spesso ad unirsi alle forze ribelli furono soldati che avevano già in passato combattuto su diversi fronti; la loro esperienza poté quindi rappresentare un valido aiuto, per un esercito come quello partigiano che era in buona parte costituito da civili con scarsi precedenti di guerra.
Deve essere valutato anche il contributo offerto da quanti, pur non lasciando le fila del proprio esercito, collaborarono in modi differenti fornendo, ad esempio, armi e materiale o informazioni di carattere militare (spostamenti delle truppe, loro armamento, nominativi circa le persone con ruoli di comando, morale all’interno delle formazioni). Degni di ulteriori ricerche sono anche gli episodi che videro il supporto della popolazione civile e degli enti religiosi a questi soldati in fuga in Italia, sia durante che al termine del conflitto.
Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti di quanti si consegnarono alle formazioni ribelli. La diserzione venne sicuramente considerata un fattore importante, sia da parte dei partigiani che degli alleati per lo svolgimento della guerra, come dimostrano i vari appelli lanciati in tal senso tramite volantini o altro materiale. Non mancarono però atteggiamenti di diffidenza, in particolare verso i disertori di origine germanica, motivati dal timore che tra di esse si potessero nascondere spie e infiltrati. Fondamentali per il giudizio dei partigiani erano anche le condizioni nelle quali questi soldati disertavano (ad esempio portando o meno con sé le armi) o venivano fatti prigionieri (opponendo o meno resistenza).
In alcuni casi, soprattutto negli ultimi mesi di guerra, si provvide a far loro “passare il fronte”, consegnandoli cioè agli alleati, sia perché essi stessi non intendevano continuare a combattere a fianco dei partigiani, sia perché il loro numero era aumentato in modo eccessivo e ciò poteva rappresentare un ostacolo a livello organizzativo, trattandosi spesso di persone che avevano disertato principalmente perché avevano riconosciuto come ormai persa la guerra.
Sicuramente le scelte dei disertori della Wehrmacht contribuirono anche al fatto che si iniziasse a valutare il nemico non più come un blocco omogeneo, ma a riconoscerne le specificità e le differenze (provenienza geografica, carriera militare, ruolo nell’esercito). Tali dettagli vennero a volte utilizzati come elemento discriminante nel decidere riguardo la prigionia, l’ingresso nelle formazioni o ancora l’uccisione di quanti venivano catturati, ma vennero anche sfruttati proprio per indebolire il fronte avversario, come nel caso degli specifici appelli alla diserzione lanciati da partigiani e alleati.
Questa differenziazione su base etnica ebbe però anche la conseguenza di relegare ai margini il riconoscimento nei confronti di quei soldati provenienti dalla Germania che decisero di ribellarsi al nazifascismo in Italia e di continuare la guerra all’interno delle formazioni partigiane. Ad essere riconosciuto, al contrario, fu il contributo soprattutto di sovietici e jugoslavi, sia perché rappresentavano una maggioranza all’interno di queste formazioni, sia perché facenti parti di nazioni che uscirono come vincitrici dalla guerra, sia infine per le affinità ideologiche di molti di questi con le bande partigiane di ispirazione comunista. Ricordare il contributo dei soldati provenienti dal blocco sovietico significava (anche) contrapporsi alla forza politica e militare americana, che nei nuovi equilibri creatisi in seguito alla guerra aveva nella Germania federale uno dei suoi primi alleati strategici in Europa. Come già riportato al termine del V capitolo, furono poi gli stessi soldati provenienti da questi paesi ad aver maggior interesse a veder riconosciuto, anche tramite i certificati prodotti nel dopoguerra, il ruolo che essi avevano svolto all’interno delle formazioni partigiane italiane, attestati che avrebbero anche dovuto avere una funzione riabilitativa rispetto alla loro passata militanza nell’esercito nazista.
Anche questo aspetto, come gli altri messi in luce nel VI capitolo, fece sì che molte delle esperienze di lotta dei soldati tedeschi andarono perse nel dopoguerra; circostanza questa che contribuì così al consolidarsi nella storiografia italiana di un’immagine che identificava il nemico nel “cattivo tedesco” <632 e che non contemplava la possibilità che ci potesse essere, anche tra questi soldati, chi si fosse ribellato alla guerra nazista.
Ricostruire la storia di quanti decisero di abbandonare le fila dell’esercito nazista, pur con la molteplicità di motivazioni che fu alla base di tali scelte, ci permette viceversa di porre in discussione questa costruzione e di ribadire il ruolo di internazionalità della lotta al nazifascismo.
Ci aiuta però anche a ricordare come, anche nelle condizioni più difficili, ci furono persone capaci di interrogarsi e riflettere sulla giustezza o meno del proprio comportamento e di quanto veniva loro ordinato di fare, insegnamento questo in grado di superare ogni limite temporale e geografico.
Forse le loro storie ci aiutano anche a rispondere a quanto affermò alcuni anni fa Nuto Revelli, che aveva prima combattuto in Russia ed era poi stato partigiano in Italia, il quale ripensando alla sua esperienza in guerra scrisse: “Non provo alcuna pietà nei confronti dei tedeschi. Ma se è esistito anche un solo tedesco diverso dall’immagine che io mi ero fatto di loro, vorrei proprio conoscerne la storia” <633.
[NOTE]
632 Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, cit. Su questo tema anche Massimo Castoldi (a cura di), 1943-1945: i «bravi» e i «cattivi». Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi, Donzelli Editore, Roma, 2016.
633 Nuto Revelli, Il disperso di Marburg, Einaudi, Torino, 1994, p. 35.
Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017#1943 #1944 #1945 #alleati #disertori #Esercito #fascisti #FrancescoCorniani #guerra #jugoslavi #nazista #partigiani #Resistenza #sovietici #tedeschi
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L’Ilyushin Il-20, dissennata idea sovietica di posizionare il pilota sopra il motore
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=42216
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L’Ilyushin Il-20, dissennata idea sovietica di posizionare il pilota sopra il motore
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Strano ma versatile: Ka-26, l’elicottero che riuscì a varcare la cortina di ferro
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=41937
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Strano ma versatile: Ka-26, l’elicottero che riuscì a varcare la cortina di ferro
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L’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli
L’8 settembre 1943, scrive Santo Peli, venne diffuso per radio il testo dell’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile, in base al quale lo Stato italiano dichiarò formalmente di non essere più in guerra con gli anglo-americani.
La dissoluzione dello Stato fascista, con il venir meno di riferimenti non solo istituzionali, ma anche ideologici con l’onnipresenza del regime, determinò un vuoto, una sconvolgente perdita di punti di riferimento <18. Il venir meno della presenza statale, afferma Pavone, poteva essere avvertita come un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà. Prima ancora poteva essere immediatamente vissuto come eccezionale momento di armonia in una comunità sciolta dai vincoli del potere. Lo stesso autore riporta una testimonianza lasciata da un colonnello inglese che descrisse questa esperienza: «Quando un villaggio sta per settimane in terra di nessuno, fra le nostre linee e quelle nemiche, la gente non ruba e non si ammazza, ma s’aiuta l’un con l’altro in modo incredibile. Tutto ciò è assurdo e meraviglioso. Arriviamo noi e mettiamo su gli indispensabili uffici e servizi dell’AMG (Allied Force Headquarters) e gli italiani subito si dividono, si bisticciano, si azzuffano per sciocchezze, si denunziano fra loro. La concordia di prima si disfa in faide e vendette di ogni tipo. Davvero incredibile» <19.
Questa è la situazione che riporta Pavone durante i quarantacinque giorni di totale confusione dopo l’armistizio, affermando che però, tale situazione non era ancora definibile come prima fase resistenziale <20. Battaglia, come già detto, protagonista attivo di questo periodo storico, sostiene che è difficile individuare un momento preciso della nascita della resistenza armata. In una situazione che versava completamente nel caos, emersero le prime formazioni di nuclei partigiani, ma si trattava solo di primi focolai di Resistenza, formati da gruppi di sbandati e da reparti militari in disfacimento <21. Tuttavia nel momento in cui le truppe tedesche cominciarono a formalizzare la loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica sociale, quando cioè il vuoto istituzionale fu in qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere, dichiara Pavone, divenne più dura e drammatica: per la prima volta nella storia dell’Italia unita gli italiani vissero in varie forme un’esperienza di disobbedienza di massa. Il fatto era di particolare rilevanza educativa per la generazione che nella scuola elementare aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato: «Quale deve essere la prima virtù di un balilla? L’obbedienza! E la seconda? L’obbedienza! E la terza? L’obbedienza!» . Il significato primo di libertà che assunse la scelta <22 resistenziale era implicito nel suo essere un atto di disobbedienza verso chi aveva la forza di farsi obbedire. A tal proposito Battaglia scrive che il primo periodo della vita partigiana sarebbe stato caratterizzato da questo senso gioioso di fare da sé, di avere finalmente rotto ogni vincolo con la vita civile del regime fascista che tante amarezze e dolori aveva dato: si trattava dell’orgoglio di essere e sentirsi chiamare ribelli <23.
Peli afferma che nella società italiana la vita dei partiti politici era cessata con l’instaurarsi del regime fascista. Con il parziale ritorno alla libertà, nell’agosto del 1943, sono circa 3.000 i militanti comunisti rilasciati dalle carceri e dal confino. L’organizzazione comunista, di fatto l’unica già esistente, basata su quadri e disciplina lungamente sperimentati, fu la più tempestiva nel cogliere le nuove opportunità; già dal ’42 infatti riprese una nuova edizione clandestina del quotidiano comunista «l’Unità». Anche per quanto riguarda gli scioperi del marzo ’43, il Pci si mostrò il partito più preparato a dirigere le masse operaie. La Democrazia cristiana, partito destinato a diventare, assieme al Pci, uno dei due grandi partiti di massa del dopoguerra, conobbe tra il ’42 e il ’43 una lunga fase di gestazione, praticamente assente nelle agitazioni di marzo su citate. La storia del gruppo dirigente <24 della Dc, a giudizio dell’illustre politologo Giorgio Galli, tra l’8 settembre ’43 e il 25 aprile ’45 è la storia di un gruppo dirigente la cui linea generale fu di attendere la completa liberazione del territorio nazionale da parte degli eserciti
anglo-americani, dedicandosi all’organizzazione di un partito che trova nelle parrocchie e nell’Azione cattolica i suoi principali punti di riferimento organizzativi <25. Dello stesso giudizio è anche Magister, il quale afferma che l’adesione alla Dc di militanti della lotta di liberazione sarebbe stato un fenomeno diffuso, ma sarebbe restata sempre una scelta estranea a qualsiasi linea della Chiesa e del partito. Infatti, all’indomani dell’8 settembre, le varie organizzazioni cattoliche tennero a Roma un vertice. La riunione si chiuse con un nulla di fatto: alla tesi di un’immediata adesione alla lotta partigiana sostenuta dai cattolici comunisti, la Dc contrappose la parole d’ordine dell’attesismo, nella previsione di un intervento rapido e decisivo degli eserciti alleati <26.
Il 9 settembre 1943, il Comitato nazionale delle opposizioni assunse la denominazione di Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) e lanciò un appello per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all’Italia il posto che le competeva nel consesso delle nazioni libere e democratiche <27.
Peli sottolinea che l’inverno ’43 fu ancora la stagione del dubbio, ma la Resistenza già nell’estate del ’44 avrebbe conquistato consistenza, coesione e notevole capacità operativa. Le tappe fondamentali di questo consolidamento furono costituite dalla “svolta di Salerno”, nell’aprile ’44, e dalla costituzione del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (Cvl), un paio di mesi dopo. La svolta di Salerno ebbe un’importanza vitale per il percorso della Resistenza. Ma, come scrive lo stesso Battaglia, prima ancora dell’azione che avrebbe svolto Togliatti, si realizzò un’altra attività, meno clamorosa, volta a superare le posizioni di intransigentismo ideologico promossi dal Congresso di Bari del Cln: l’opera di conciliazione e di mediazione di Benedetto Croce, coadiuvato da Enrico De Nicola. Come il giurista spiegò al filosofo, non ci sarebbe stato bisogno di un’abdicazione effettiva, ma sarebbe bastato che il re
delegasse i suoi poteri a un luogotenente e in tal modo egli sarebbe sparito dalla scena appagando l’ira “giacobina” del Cln <28. Anche Peli giudica la “svolta di Salerno”, ovvero la decisione del leader del Partito comunista Palmiro Togliatti di proclamare irrealistica la pregiudiziale antimonarchica che aveva congelato in uno sterile muro contro muro il governo del Sud e il Cln, un momento decisivo. Secondo Togliatti, era ormai indispensabile varare un governo di unità nazionale, inserendo i partiti politici antifascisti in un governo che si sarebbe impegnato a fondo nella lotta di liberazione, garantendo per il dopoguerra il diritto popolare a scegliere tra monarchia e repubblica. Peli pone l’accento su questo cambio di rotta improvviso, dovuto al prolungato soggiorno di Togliatti in Unione Sovietica e soprattutto al suo incontro, pochi giorni prima del rientro in Italia, con Stalin <29, che gli avrebbe suggerito di assumere questa nuova linea politica. Ma Peli non è l’unico ad avanzare una tesi del genere: anche lo storico Massimo Legnani, in «Resistenza e repubblica. Un dibattito ininterrotto», afferma che Togliatti assecondò la politica estera sovietica, che come vedremo al prossimo capitolo, aveva già dato per scontato l’inserimento dell’Italia nella sfera d’influenza anglo-americana. Un atteggiamento moderato da parte dell’Urss che di fatto tese a giustificare il suo futuro progetto politico nell’Europa orientale e balcanica. Oltre agli interessi della politica <30 estera sovietica però, esisteva anche l’interesse da parte di Palmiro Togliatti per il progetto politico da proporre al suo partito una volta rientrato in Italia, il quale, come scrive Alexander Höbel, era in porto già da diversi anni <31. Infatti al suo rientro, Togliatti affermò che la priorità sarebbe stata quella di liberarsi dai nazi-fascisti, unendo dunque tutte le forze antifasciste e “nazionali”. Poi precisò che l’obiettivo dei comunisti era quello di costruire un “regime democratico e progressivo”, una “nuova democrazia” che avrebbe sradicato il Paese dal fascismo e gli avrebbe dato una nuova Costituzione <32.
I partiti antifascisti compresero l’importanza di questa “svolta” e di fatto l’accettarono. Dinanzi ad atteggiamenti diffidenti di alcuni partiti politici, Togliatti intervenne impostando la questione in questo modo: «Nessuna libertà potrà essere garantita al popolo italiano fino a che i nazisti non saranno cacciati dal territorio nazionale. Bisogna quindi intensificare lo sforzo di guerra per liberare il paese. Costituiamo dunque un governo di unità nazionale e in tal modo faremo fare anche un passo notevole alla situazione» <33. Il leader del Pci dimostrò che bisognava uscire da una situazione caratterizzata dall’esistenza da una parte, di un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell’adesione dei partiti di massa, dall’altra parte di un movimento di massa autorevole, quale il Cln, ma escluso dal potere. Di conseguenza, era di fondamentale importanza varare un governo di unità nazionale. Secchia mette in evidenza come l’iniziativa di Togliatti “scoppiò come una bomba” suscitando negli altri partiti della giunta e del Cln vivaci discussioni, ma i più non poterono disconoscerne il realismo; ne accettarono l’impostazione e comunque ne subirono l’influenza <34.
Tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’44, scrive Peli, le formazioni partigiane dell’Italia centrale risultarono incapaci di coinvolgere le masse popolari nella guerra di liberazione, come stava invece avvenendo al Nord: la liberazione di Roma fu opera degli Alleati. Unica eccezione risultano le “Quattro giornate di Napoli”: un’insurrezione spontanea, frutto dell’esasperazione popolare, che portò alla liberazione della città prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane. Per la prima volta i “lazzari si schierarono dalla “parte giusta” comprendendo dove stava la barbarie e dove la civiltà <35. Mentre la mancata difesa di Roma rappresenta, a giudizio di molti storici, uno dei limiti della Resistenza. Peli riconduce questo fallimento a più cause: debolezza e divisione interne del Cln romano, mancanza di una classe operaia e atteggiamenti favorevoli al compromesso sostenuti anche dal Vaticano <36. Proprio il Vaticano, per Battaglia, è l’attore principale della mancata insurrezione di Roma <37. Della stessa opinione è Pietro Secchia, sostenendo che le principali cause della mancata insurrezione della capitale sarebbero da ricondurre al prevalere nella città delle correnti moderate ed attesiste contrarie praticamente all’intervento delle masse nella lotta e soprattutto contrarie all’insurrezione. Vaticano, monarchia, Stato maggiore, alta burocrazia: le forze che secondo lo storico comunista avevano collaborato al 25 luglio e che disponevano nella capitale di importanti posizioni sociali e politiche, di larghi mezzi finanziari e di una salda base organizzativa e logistica. Tra tutte questi componenti un’azione di gran peso sarebbe stata svolta dal Vaticano che non risparmiò gli sforzi per impedire che la resistenza contro le forze di occupazione sfociasse nell’insurrezione. Il pontefice in persona, Papa Pio XII, aveva pubblicamente espresso il suo pensiero, parlando il 12 marzo ad una grande folla che gremiva piazza San Pietro: «Come potremmo noi credere che alcuno possa mai tramutare Roma, che appartiene a tutti i tempi ed a tutti i popoli, ed alla quale il mondo cristiano e civile tiene fisso e trepido lo sguardo, di tramutarla in un campo di battaglia, in un teatro di guerra, perpetrando così un atto militarmente inglorioso quanto abominevole agli occhi di Dio e di una umanità cosciente dei più alti e intangibili valori spirituali e morali?» <38. La folla reagì accogliendo le frasi del pontefice e gridando “viva la pace, fuori i tedeschi”. <39
[NOTE]
18 Santo Peli, Storia della Resistenza in Italia, Torino, 2015 (I ed. 2006), pp.14-15.
19 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, p.23.
20 Ivi, pp.24-25.
21 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1964 (I ed. 1953), pp.134-137.
22 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, 1991, pp.27-30.
23 Roberto Battaglia, op. cit., pp.188-189.
24 Santo Peli, op. cit., p.39
25 Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Bari, 1978, p.38.
26 Sandro Magister, La politica vaticana e l’Italia 1943-1978, Roma, 1979, p.37.
27 Santo Peli, op. cit., pp.37-42.
28 Roberto Battaglia, op. cit., pp.250-253.
29 Santo Peli, op. cit., pp.79-83.
30 Massimo Legnani, Repubblica e Resistenza. Un dibattito ininterrotto, in Italia Contemporanea, dicembre 1988, n.213, pp.819-823.
31 Alexander Höbel, La democrazia progressiva nell’elaborazione del Pci. Un’anticaglia?, in Historia Magistra, giugno 2013, n.18, pp.1-13.
32 Ibidem.
33 Pietro Secchia, op. cit., p.395.
34 Ivi, pp.396-397.
35 Ivi, p.256.
36 Santo Peli, op. cit., pp.57-59.
37 Roberto Battaglia, op. cit., pp.234-236.
38 Pietro Secchia, op. cit., pp.434-438.
39 Ibidem.
Marco Cerotto, Il ruolo del Pci dalla Resistenza alla Costituzione repubblicana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2016-2017#1943 #1944 #angloAmericani #antifascisti #cattolici #CLN #comunista #CVL #DC #fascisti #guerra #MarcoCerotto #PalmiroTogliatti #partigiani #partiti #ribelli #Salerno #settembre #sovietici #svolta #tedeschi #Vaticano
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Lo strumento meccanico che permetteva ai cosmonauti di ritrovare la via di casa
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Avveniristico, argentato aliscafo, retaggio di una Russia che sognava il domani
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Avveniristico, argentato aliscafo, retaggio di una Russia che sognava il domani
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