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  1. Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti dei disertori tedeschi

    Il contributo che i disertori [tedeschi] diedero alla lotta di Liberazione è di difficile valutazione dal punto di vista strettamente militare, perché per molti di loro non si hanno sufficienti informazioni, mentre in molti altri casi le informazioni disponibili provengono da un’unica fonte (ovvero partigiana) e furono prodotte spesso in momenti particolari che ci costringono per lo meno ad interrogarci sulla loro attendibilità (vale a dire in previsione cioè del rimpatrio nei paesi d’origine o in vista del lavoro delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche partigiane).
    Si deve comunque considerare come molto spesso ad unirsi alle forze ribelli furono soldati che avevano già in passato combattuto su diversi fronti; la loro esperienza poté quindi rappresentare un valido aiuto, per un esercito come quello partigiano che era in buona parte costituito da civili con scarsi precedenti di guerra.
    Deve essere valutato anche il contributo offerto da quanti, pur non lasciando le fila del proprio esercito, collaborarono in modi differenti fornendo, ad esempio, armi e materiale o informazioni di carattere militare (spostamenti delle truppe, loro armamento, nominativi circa le persone con ruoli di comando, morale all’interno delle formazioni). Degni di ulteriori ricerche sono anche gli episodi che videro il supporto della popolazione civile e degli enti religiosi a questi soldati in fuga in Italia, sia durante che al termine del conflitto.
    Vario fu l’atteggiamento del movimento partigiano nei confronti di quanti si consegnarono alle formazioni ribelli. La diserzione venne sicuramente considerata un fattore importante, sia da parte dei partigiani che degli alleati per lo svolgimento della guerra, come dimostrano i vari appelli lanciati in tal senso tramite volantini o altro materiale. Non mancarono però atteggiamenti di diffidenza, in particolare verso i disertori di origine germanica, motivati dal timore che tra di esse si potessero nascondere spie e infiltrati. Fondamentali per il giudizio dei partigiani erano anche le condizioni nelle quali questi soldati disertavano (ad esempio portando o meno con sé le armi) o venivano fatti prigionieri (opponendo o meno resistenza).
    In alcuni casi, soprattutto negli ultimi mesi di guerra, si provvide a far loro “passare il fronte”, consegnandoli cioè agli alleati, sia perché essi stessi non intendevano continuare a combattere a fianco dei partigiani, sia perché il loro numero era aumentato in modo eccessivo e ciò poteva rappresentare un ostacolo a livello organizzativo, trattandosi spesso di persone che avevano disertato principalmente perché avevano riconosciuto come ormai persa la guerra.
    Sicuramente le scelte dei disertori della Wehrmacht contribuirono anche al fatto che si iniziasse a valutare il nemico non più come un blocco omogeneo, ma a riconoscerne le specificità e le differenze (provenienza geografica, carriera militare, ruolo nell’esercito). Tali dettagli vennero a volte utilizzati come elemento discriminante nel decidere riguardo la prigionia, l’ingresso nelle formazioni o ancora l’uccisione di quanti venivano catturati, ma vennero anche sfruttati proprio per indebolire il fronte avversario, come nel caso degli specifici appelli alla diserzione lanciati da partigiani e alleati.
    Questa differenziazione su base etnica ebbe però anche la conseguenza di relegare ai margini il riconoscimento nei confronti di quei soldati provenienti dalla Germania che decisero di ribellarsi al nazifascismo in Italia e di continuare la guerra all’interno delle formazioni partigiane. Ad essere riconosciuto, al contrario, fu il contributo soprattutto di sovietici e jugoslavi, sia perché rappresentavano una maggioranza all’interno di queste formazioni, sia perché facenti parti di nazioni che uscirono come vincitrici dalla guerra, sia infine per le affinità ideologiche di molti di questi con le bande partigiane di ispirazione comunista. Ricordare il contributo dei soldati provenienti dal blocco sovietico significava (anche) contrapporsi alla forza politica e militare americana, che nei nuovi equilibri creatisi in seguito alla guerra aveva nella Germania federale uno dei suoi primi alleati strategici in Europa. Come già riportato al termine del V capitolo, furono poi gli stessi soldati provenienti da questi paesi ad aver maggior interesse a veder riconosciuto, anche tramite i certificati prodotti nel dopoguerra, il ruolo che essi avevano svolto all’interno delle formazioni partigiane italiane, attestati che avrebbero anche dovuto avere una funzione riabilitativa rispetto alla loro passata militanza nell’esercito nazista.
    Anche questo aspetto, come gli altri messi in luce nel VI capitolo, fece sì che molte delle esperienze di lotta dei soldati tedeschi andarono perse nel dopoguerra; circostanza questa che contribuì così al consolidarsi nella storiografia italiana di un’immagine che identificava il nemico nel “cattivo tedesco” <632 e che non contemplava la possibilità che ci potesse essere, anche tra questi soldati, chi si fosse ribellato alla guerra nazista.
    Ricostruire la storia di quanti decisero di abbandonare le fila dell’esercito nazista, pur con la molteplicità di motivazioni che fu alla base di tali scelte, ci permette viceversa di porre in discussione questa costruzione e di ribadire il ruolo di internazionalità della lotta al nazifascismo.
    Ci aiuta però anche a ricordare come, anche nelle condizioni più difficili, ci furono persone capaci di interrogarsi e riflettere sulla giustezza o meno del proprio comportamento e di quanto veniva loro ordinato di fare, insegnamento questo in grado di superare ogni limite temporale e geografico.
    Forse le loro storie ci aiutano anche a rispondere a quanto affermò alcuni anni fa Nuto Revelli, che aveva prima combattuto in Russia ed era poi stato partigiano in Italia, il quale ripensando alla sua esperienza in guerra scrisse: “Non provo alcuna pietà nei confronti dei tedeschi. Ma se è esistito anche un solo tedesco diverso dall’immagine che io mi ero fatto di loro, vorrei proprio conoscerne la storia” <633.
    [NOTE]
    632 Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, cit. Su questo tema anche Massimo Castoldi (a cura di), 1943-1945: i «bravi» e i «cattivi». Italiani e tedeschi tra memoria, responsabilità e stereotipi, Donzelli Editore, Roma, 2016.
    633 Nuto Revelli, Il disperso di Marburg, Einaudi, Torino, 1994, p. 35.
    Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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  2. In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni di soldati tedeschi rimase contenuto

    I documenti ancora disponibili negli archivi hanno permesso un’analisi sistematica [n.d.r.: relativa ai disertori dell’esercito tedesco in Italia] solamente per la 10ª armata tedesca. Anche in questo caso però le informazioni non coprono tutto l’arco di tempo in cui l’armata fu presente in Italia, ed è presumibile che i dati riportati rappresentino per difetto, più che per eccesso la reale consistenza numerica (a causa ad esempio di fattori come la mancanza, il ritardo o ancora la perdita delle segnalazioni).
    Si può comunque ritenere che il fenomeno abbia avuto una dimensione limitata, se rapportato al milione di soldati circa dell’esercito tedesco che furono presenti tra il 1943 e il 1945 in Italia <619. Qui i soldati della Wehrmacht si trovavano in un paese straniero, circostanza questa che di per sé poteva rappresentare un deterrente per i disertori, per un’insieme di motivi che andavano dalle difficoltà linguistiche alle conoscenze geografiche insufficienti, alla presenza di formazioni partigiane e alleate.
    Appare cosi corretto affermare che gli episodi di diserzione dei soldati non furono in grado di costituire un rilevante pericolo per la tenuta delle forze militari della Germania in Italia; ciò sembra confermare il giudizio espresso da Carlo Gentile, secondo il quale: “Fino al crollo del Terzo Reich le truppe tedesche presenti in Italia non andarono soggette a tendenze disgregative degne di nota, per cui nel marzo del 1945 le autorità della Wehrmacht poterono rinunciare per buone ragioni a instaurare un sistema di repressione interna simile a quello messo in atto nel territorio del Reich per punire i disertori e i disfattisti […] In Italia, fino all’ultimo, il numero delle diserzioni rimase contenuto” <620.
    Diversi furono comunque i provvedimenti assunti per contrastare gli episodi di diserzione; esemplificative sono in tal senso le azioni dei reparti di polizia militare e degli altri reparti di disciplina dell’esercito tedesco.
    Già nell’autunno del 1943 in un interrogatorio alleato si fece menzione della presenza nella zona di Napoli di un Jägerbattaillon il cui compito principale era il mantenimento dell’ordine tra i soldati tedeschi. Alcuni militari trovati in abiti civili, erano stati uccisi dal battaglione, mentre si riferiva che altri soldati scaricavano nell’aria le loro munizioni, così da poter finger di aver esaurito i proiettili e di aver combattuto fino all’ultimo nel caso di un loro arresto <621.
    Come ricorda lo stesso Gentile inoltre nei primi mesi estivi del 1944 venne inviato in Italia un reggimento di Feldjäger, adibito alla repressione della diserzione <622.
    Nella primavera del 1945 si procedette a organizzare delle linee di controllo, che dovevano servire per evitare che i soldati si intrattenessero nelle retrovie o commettessero atti di indisciplina <623. Ancora ad inizio aprile il comandante supremo del gruppo d’armate C (Oberbefehlshaber Südwest), in una sua comunicazione dai toni chiaramente propagandistici e destinata a essere diffusa tra i soldati, affermava come coloro i quali erano passati nelle fila dell’esercito angloamericano venivano considerati come “ehrlose Verräter”, traditori senza onore. La circolare riportava infatti quanto avevano riferito alcuni soldati al loro ritorno in Germania, ovvero che non appena avevano terminato di fornire informazioni di carattere militare erano stati trattati non più come normali prigionieri di guerra, ma senza alcun rispetto ed onore, con livelli minimi di assistenza e non adeguati alle norme internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra, proprio perché disertori <624.
    Osservando le cifre di quanti tra i fuggitivi vennero ricatturati appare però come tali tentativi furono piuttosto limitati nella loro efficacia. In tal senso va fatta una considerazione anche sull’operato dei tribunali militari tedeschi e sull’efficacia del loro modus operandi. I procedimenti penali che vennero condotti nei confronti dei disertori intendevano non solo punire i colpevoli, ma tramite l’esemplarità rappresentata dalle condanne a morte anche dissuadere il resto dei soldati da questo tipo di comportamenti.
    Erano però molti anche coloro i quali, colpevoli di reati minori, proprio per evitare le conseguenze di un eventuale condanna sceglievano di fuggire e abbandonare le formazioni, rendendosi però così a loro volta colpevoli di diserzione, così come emerge anche da alcuni casi presentati nel IV capitolo <625. Dai procedimenti penali dei tribunali emergono gli sforzi che questi attuarono per individuare e giudicare i comportamenti ritenuti contrari alla disciplina militare da parte dei soldati. Nei casi di diserzione alcuni elementi (la falsificazione dei documenti, l’abbandono della divisa e l’utilizzo di abiti civili, il contatto con le formazioni partigiane, l’aiuto ottenuto da persone esterne) venivano valutati dai giudici come dettagli che testimoniavano la volontà degli accusati di allontanarsi in maniera definitiva dalla propria unità. L’assenza, in alcuni casi, di queste aggravanti era invece sottolineata nelle arringhe dei difensori per mettere in risalto al contrario le buone intenzione degli imputati.
    Ancora sulla base dei dati presentati nel III capitolo emerge come la maggior parte di coloro i quali si resero colpevoli di diserzione o di essersi allontanati dalle proprie formazioni non fossero nati in Germania ma provenissero invece da “paesi dell’Est”, reclutati spesso forzatamente, da persone appartenenti alla “Deutsche Volksliste III” o ancora da austriaci, jugoslavi, francesi. Ne è una conferma anche il fatto che, nei dati presentati nelle tabelle del terzo capitolo, il maggior numero di diserzioni è attribuibile alla 5ª Gebirgs-Division e alla 44ª Infanterie-Division, composte proprio da soldati di origine austriaca e slovacca, nei confronti dei quali particolarmente attiva era la propaganda partigiana.
    Un’ulteriore conferma arriva anche dalla preponderante presenza di questi soldati all’interno delle bande partigiane italiane, rispetto ai loro camerati germanici; si deve però ricordare come questi gruppi etnici rappresentassero una minoranza nel numero complessivo dei soldati della Wehrmacht, che si dimostrarono invece pronti a combattere fino agli ultimi giorni di guerra. A simili risultati, per quanto riguarda i disertori dell’esercito tedesco passati a combattere con le formazioni partigiane nella provincia di Parma è giunto anche Marco Minardi, come abbiamo visto nel paragrafo conclusivo del III capitolo.
    Come emerge dagli interrogatori condotti dagli alleati, i timori che i soldati tedeschi nutrivano per la propria sorte e per quella della Germania, che in caso di sconfitta si riteneva potesse andare incontro a distruzione materiale e culturale, rappresentarono un fattore di forza (insieme all’indottrinamento ideologico, alla propaganda e alla repressione interna) <626 dell’esercito nazista, anche quando la disfatta appariva ormai inevitabile.
    Le fonti alleate riportavano anche come le classi di soldati più giovani e quelle più anziane apparivano quelle dal morale più basso durante la guerra <627. Sarebbero però necessarie ulteriori ricerche per ricostruire con più precisione i profili biografici di un più ampio numero di disertori, per valutare l’esistenza o meno di una relazione tra la frequenza degli episodi di diserzione e l’impiego che venne fatto in guerra delle divisioni dalle quali essi provenivano. Ciò ci permetterebbe di mettere in relazione le scelte di quanti disertarono con, ad esempio, alcuni dei risultati raggiunti da Carlo Gentile, il quale individuava in alcuni fattori, come la giovane età dei soldati, un elemento chiave negli episodi di violenza di cui si resero responsabili alcune formazioni, rivalutando al contrario l’incidenza dell’“Osterfahrung”. È possibile rintracciare un’incidenza di questi due aspetti anche per quanto riguarda i casi di diserzione? Appaiono comunque corrette le considerazioni espresse da Ziemann, già richiamate nell’introduzione e che emergono dall’analisi di diversi studi, secondo le quali le motivazioni politiche in senso stretto rappresentavano solo in un ridotto numero di casi l’elemento decisivo che spingeva alla diserzione i soldati <628. Ciò appare naturale per quanto emerge dai documenti dei tribunali militari, nei quali gli imputati intendevano dissimulare le loro reali intenzioni, adducendo scuse e presentando delle giustificazioni ai loro comportamenti, per poter in qualche modo rendere meno pesante la loro condanna. Altri elementi apparivano così più decisivi nella scelta della diserzione, come le
    preoccupazioni per la propria famiglia, la volontà di avere del tempo libero, le relazioni sentimentali. In alcuni casi emerge anche dai casi presentati in questa tesi come diffusi fossero i casi di quanti intendevano sottrarsi alla giustizia militare, prendendo la decisione di fuggire. I dati riportati nelle tabelle a conclusione del III capitolo non permettono di distinguere tra quanti, dopo aver disertato, si consegnarono agli alleati e quanti invece ai partigiani. È però necessario ricordare come entrare in contatto con gli alleati rappresentasse senza dubbio una circostanza più favorevole rispetto al consegnarsi alle formazioni partigiane e che offriva maggiori garanzie, quali la possibilità di essere trattati come prigionieri, di non dover continuare a combattere e di tornare alle proprie famiglie.
    Allo stesso modo Ziemann affermava che non erano conosciute le cifre e i motivi di quanti decisero di consegnarsi agli alleati in Italia <629. Circa le loro scelte emerge però dagli interrogatori alleati e da quelli fatti dai partigiani come, tra le motivazioni che venivano espresse, più frequenti fossero quelle di natura politica, legate all’opposizione al regime nazista. Anche in questo caso è però necessario interrogarsi sulla genuinità di tali confessioni, che non poterono non essere condizionate dalla situazione in cui vennero rilasciate.
    Ad influenzare il fenomeno della diserzione furono anche alcune valutazioni di carattere “militare” come il fattore della ritirata continua, spesso in condizione di caos, che favorì così la fuga dei soldati, la perdita di fiducia nella vittoria, la supremazia aerea degli alleati. A rendere possibile, o perlomeno più semplice da realizzare e con maggiori possibilità di successo, l’abbandono della propria formazione, potevano però anche essere le favorevoli condizioni meteorologiche o il trovarsi in un ambiente adatto a nascondersi o a ricevere aiuto da attori esterni (popolazione, formazioni alleate, strutture religiose); al contrario, questi elementi potevano anche trasformarsi in fattori di dissuasione. Ciò trova conferma anche nei dati che vedono per l’Italia nell’estate-autunno del 1944 e negli ultimi mesi di guerra nella primavera del 1945 i periodi in cui si verificarono la maggiore parte dei casi di diserzione. Per l’estate del ’44 questi dati si possono spiegare sia in riferimento alla ritirata disordinata delle armate tedesche che ebbe luogo tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, conseguente allo sfondamento della linea Gustav e alla presa di Roma da parte degli alleati, sia con la crescita di attività delle formazioni partigiane, che causò il dilagare tra i soldati tedeschi di una sorta di “psicosi delle bande” <630.
    Per quanto riguarda la primavera del 1945 un fattore decisivo fu invece rappresentato dalla consapevolezza sempre crescente che la guerra stava per terminare. Di conseguenza la presenza di disertori fu più alta nelle formazioni partigiane che operavano nelle regioni dove il fronte di guerra si fermò più a lungo e dove la presenza di militari della Wehrmacht fu maggiore (Emilia Romagna, Toscana, ma anche Piemonte e Veneto).
    Un’analisi del fenomeno della diserzione nei vari fronti sui quali l’esercito tedesco fu impegnato deve necessariamente tenere conto di questi diversi fattori (temporali, ambientali, politici). Nei primi anni di guerra i successi tedeschi, la fiducia nella vittoria, ma anche la minaccia rappresentata dal movimento partigiano rappresentarono un motivo di coesione per le forze armate tedesche, sul fronte orientale così come in Africa. Soprattutto a partire dalla metà del 1944 però, con il crollo del gruppo d’armate Mitte, l’avanzata sovietica verso la Germania e lo sbarco alleato in Francia, divenne chiaro che la guerra sarebbe terminata con una sconfitta, che l’esercito alleato e quello sovietico erano militarmente superiori e che la fuga rappresentava una buona possibilità, per i soldati, di poter sfuggire ai combattimenti e tornare a casa, nonostante questo significasse sfidare la giustizia militare o un periodo di prigionia <631.
    [NOTE]
    619 Carlo Gentile, I tedeschi e la guerra ai civili in Italia, in Gianluca Fulvetti, Paolo Pezzino (a cura di), Zone di guerra, cit., p. 131.
    620 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 391-392.
    621 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch I.N.C., Subject: Weekly Reports on P/W’s, 14/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
    622 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., p. 138.
    623 BA-MA, RH 19-X/47. Si veda anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, p. 285.
    624 Der Oberbefehlshaber Südwest (Oberkommando Heeresgruppe C), Betr: Behandlung deutscher Überläufer in anglo-amerikanischer Kriegsgefangenschaft, 03/04/1945, BA-MA, RH 19X/47.
    625 Rimane comunque ancora da valutare, come anche Ziemann osservava, quale fosse l’effettiva capacità deterrente, all’interno delle truppe, rappresentata dalle condanne a morte e da altri tipi di punizioni, Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., pp. 599-600.
    626 Thomas Kühne, Gruppenkohäsion und Kameradschaftsmythos, cit.
    627 Headquarters Fifth Army, Psychological Warfare Branch, Subject: Morale interrogations of German prisoners. Weekly report, 23/10/1943, US NARA, Record Group 407, Entry 427, Box 2216.
    628 In tal senso anche Andreas Kunz, Wehrmacht und Niederlage, cit., p. 268.
    629 Benjamin Ziemann, Fluchten aus dem Konsens zum Durchalten, cit., p. 597.
    630 Carlo Gentile, I crimini di guerra, cit., pp. 136-146.
    631 Cfr. Manfred Messerschmidt, Die Wehrmachtjustiz, cit., p. 161 e ssg. Qui è offerta anche un’analisi comparativa del numero dei reati documentati per quanto riguarda l’esercito tedesco, quello giapponese, americano, inglese, francese e sovietico. Per la partecipazione di soldati tedeschi ai movimenti di resistenza europei anche Gerhard Paul, Die verschwanden einfach nachts, cit.
    Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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  3. Marinaio riesce ad uccidere i due fascisti appostati fuori

    Pòsina (VI). Fonte: easyvi.it

    Il 16 maggio Bruno Viola [Marinaio] è sulle colline di Schio, poco sopra Poleo. “Con il Tar [Ferruccio Manea], oltre al fratello Ismene ed al vice “Ciodi” (De Guglielmi Giuseppe) ci sono i capipattuglia “Aquila Nera” (Moro Teodulo), “Taras” (Fin Giuseppe), “Marinaio” (Viola Bruno)…il gruppo di Tar viene sistemato nel “cason del Mola.” <135 Da lì dovevano ripartire il giorno seguente per dirigersi verso l’Altopiano.
    “Marte, D’Origano e Silvio, accompagnati anche dal Marinaio, passano la serata al Bojaoro, dove ci sono Brescia e Turco e dove è giunto da Schio Randagio…in particolare, tema del giorno, è la concentrazione in corso delle forze partigiane sull’Altopiano….Marte e D’Origano accompagnano il Marinaio a dormire nella tenda, ospitalità davvero straordinaria; poi tornano al Bojaoro, dove vanno a dormire su un fienile.” <136
    Il giorno seguente, però, avvenne qualcosa di inaspettato. Cinque fascisti, dei “battaglioni M” hanno fatto prigioniero Silvio Costa, prelevandolo da casa sua per interrogarlo su dove si nascondessero i partigiani.
    A Santa Caterina, piccola frazione di Schio, le persone si conoscono tutte. Il sergente Gasparini, che comanda il gruppetto fascista, conosceva Silvio per averlo visto lavorare al caseificio di Santa Caterina. Lo picchiano, gli intimano di parlare, minacciano di fucilarlo. Poi insieme al prigioniero si recano alla casa di Antonio Zanella, la perquisiscono e si allontanano di nuovo con il solo Silvio.
    Infine si dirigono verso la casa di un’ altra famiglia qualche metro più in basso. Dall’alto i fascisti notano dei movimenti e si mettono in attesa con i binocoli.
    I movimenti erano quelli del gruppetto composto da “Marte”, “Brescia”, “Omero”, il “Marinaio” e “D’Origano” i quali saputo ciò che era avvenuto stavano andando a posizionarsi in un posto favorevole per attaccare i fascisti. L’effetto sorpresa era evidentemente svanito. Si appostano all’interno di un rifugio abbandonato.
    I fascisti accerchiano senza farsi vedere il rifugio e cominciano a sparare. “Marte” rimane ferito alla gamba ma “Omero” in risposta uccide un milite. Il combattimento sembra essere giunto ad una fase di stallo, con i partigiani asserragliati nel rifugio e i fascisti fuori. Viola allora decide per l’azione.
    Facendosi “coprire” da “Marte”, esce all’improvviso dal rifugio e riesce ad uccidere i due fascisti appostati fuori. Disarmati anche gli ultimi due fascisti ancora vivi, i partigiani sono salvi.
    Per Bruno Viola la giornata non è ancora finita però. “Subito dopo il tramonto il “Marinaio”, rimasto con “Marte” tutto il pomeriggio, abbraccia i due feriti (Marte, ferito dai fascisti e il Turco, che si “spara” da solo, per errore un colpo di pistola alla gamba, nda), fa loro gli auguri e dopo aver salutato tutti va a riunirsi al gruppo del Tar, in partenza verso il Colletto Di Velo, dovendo passare durante la notte al di là dell’Astico.” <137 Il giorno dopo invece i partigiani rimasti lì subirono un rastrellamento violento (18 maggio 1944).
    Intorno al 10 luglio era arrivata la comunicazione che alcuni gruppi partigiani avrebbero dovuto spostarsi verso la zona libera di Posina, dove erano anche i comandi delle “Garemi”.
    Il trasferimento dei comandi “Garemi” nella zona libera era stato deciso in seguito ad una riunione tenutasi il 15 giugno ’44 a Sant’Antonio, in comune di Valli del Pasubio.
    I rapporti tra la pattuglia di Luigi Faccin e quella di Ferruccio Manea, con il quale pure Viola aveva svolto molte azioni, erano difficili. A casa Barbieri a Raga i due si incontrarono e si ebbe dimostrazione del rapporto conflittuale esistente tra loro.
    ”Un incontro burrascoso perché il Tar tendeva a incorporare la pattuglia del Negro nel suo distaccamento anche usando le maniere forti. Scoppiò un litigio fra “Bastardo” (Zordan Severino, nda) e “Tar” e quando quest’ultimo sfoderò la pistola, intervenne anche il Marinaio che, per la rabbia e il dispiacere di quella scena, aveva le lacrime agli occhi; disse che sarebbe stata una cosa triste ammazzarsi tra loro.” <138
    Va detto che il gruppo del “Negro” passerà comunque sotto il controllo “ufficiale” del “Tar” nell’ottobre del ’44, come si evince da una comunicazione data a “Tar” dal comando brigata “La Pasubiana”, datata 15/10/1944, in cui si legge: “Caro Tar, per disposizioni già date da questo Comando, in seguito a quella già data da noi dal Comando gruppo brigate, il distaccamento del Negro che faceva già parte del battaglione di Serra, è passato a far parte del tuo battaglione.” <139
    Un’altra versione dello stesso episodio ci dice che i contrasti nascevano perché “verso il 10 luglio 1944 arrivò l’ordine da Posina di portarsi colà con tutto il distaccamento: vi furono allora delle grosse discussioni perché alcuni volevano invece restare nella nostra zona, che conoscevano bene. In Raga poi vi fu una tremenda baruffa tra Bruno Viola ed il Tar, che mi fu raccontata quando la sera arrivai con la pattuglia. Io (Giuseppe de Guglielmi “Chiodi”, nda) fui d’accordo con Ferruccio di stare agli ordini del comando e di andare in Posina, cosicché si decise di partire la sera stessa: Tar, Chiodi, Il Marinaio, Gianni, Temporale, Tempesta e tutto il distaccamento.” <140
    Ferruccio Manea ha come vice Giuseppe De Guglielmi “Chiodi”, mentre i capi delle tre pattuglie alle sue dipendenze sono Cirillo Cocco “Temporale”, Mario Caneva “Tempesta” e Giovanni Clementi “Gianni”. Il primo di Monte di Malo, gli altri due di Malo.
    Sempre quel giorno, lunedì, “transitano per S. Caterina, il Pralungo e Vallortigara, i due distaccamenti della zona di Malo, S. Vito, Monte di Malo, guidati da “Tar” e da “Negro”..; si tratta di un totale di circa 50 uomini, non tutti armati. Un distaccamento prenderà posizione al Passo di Campiglia, l’altro al Colle Xomo, dove i tedeschi non hanno ancora riattivato il presidio per la ripresa dei lavori della Todt.” <141 Lo spostamento faceva parte del piano che prevedeva l’insediamento a Posina del comando del battaglione Apolloni; anche il gruppo di “Guastatore” e “Teppa” si spostava verso Posina, località Costamala. <142
    Un’ulteriore questione nacque però prima di arrivare a Posina. Durante il trasferimento iniziarono a circolare delle voci secondo le quali “Tar” avrebbe compiuto dei prelievi per scopo personale. Così un gruppo di uomini non obbedisce al comando di “Tar” di rimettersi in piede e proseguire la marcia; “fra questi il Marinaio che ostentava una posizione più comoda degli altri. Mi avvicinai (Tar sta parlando in prima persona, nda) dicendogli: ‘Che cosa aspetti per alzarti in piedi?!’ il Marinaio si alzò dicendomi: ‘da questo momento io non obbedirò più ai tuoi ordini’. Gli chiesi il perché. Mi rispose che in occasione del raid che lo aveva tenuto lontano una decina di giorni, dalla formazione era stato avvicinato da uomini della pianura i quali mi accusavano di un prelievo irregolare che io avrei fatto per mio tornaconto personale…gli ingiunsi nuovamente di mettersi in marcia, ma ad un analogo rifiuto da parte mia, fui costretto a disarmarlo.” <143
    [NOTE]
    135 Enzo D’Origano, Diari della Resistenza. Da Santacaterina, spaziando per la Val Leogra e dintorni, volume 1, Edizioni Menin, Schio, 1994, pag. 73
    136 Ivi, pp. 73-74
    137 Ivi, pag. 80
    138 Gruppo Cinque, op. cit., vol.8, pag. 425
    139 Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’ Età contemporanea della provincia di Vicenza “Ettore Gallo”, sezione La Resistenza a Vicenza, sottosezione La divisione partigiana Ateo Garemi, busta 2
    140 Gruppo Cinque, (Ettore Trivellato, Valerio Caroti, Domenico Baron, Remo Grendene, Giovanni Cavion, a cura di), Quaderni della Resistenza. Schio,vol ,ⅠⅩⅤ Edizioni Gruppo Cinque, Schio, 1978-1982, volume 6, pag. 278
    141 Enzo D’ Origano, op. cit., vol.3, pag. 190
    142 “Teppa” è Valentino Bortoloso, la cui intervista riporto in appendice
    143 Patrizia Greco, op. cit., pag. 146
    Francesco Corniani, Un marinaio in montagna. Storia di Bruno Viola e dell’eccidio di Malga Zonta, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno accademico 2009-2010

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  4. A Castelnovo, frazione di Isola Vicentina, si era formato un gruppo di antifascisti

    Bruno Viola era orgoglioso di poter dare il suo contributo economico alla famiglia, anche se la preoccupazione che la polveriera [n.d.r.: della S.A.R.E.B – con sede sociale a Genova – a Montecchio Precalcino (VI)] potesse essere oggetto di bombardamento era costante. Era infatti cominciata la seconda guerra mondiale. Tali preoccupazioni non erano del tutto infondate. Il 26 dicembre 1943 vi fu un primo sabotaggio ma soprattutto l’11 febbraio del 1945 sei aerei P47 degli alleati bombardarono la città e la polveriera, senza fortunatamente causare morti.
    Compiuti diciotto anni, nel 1942, si arruolò volontario in marina. Interrogati i fratelli sul perché di questa sua scelta, mi hanno risposto che fu probabilmente consigliato dai professori della scuola che frequentava, che in quegli anni avevano una grossa influenza sulle scelte lavorative dei giovani.
    Presso l’Archivio di Stato di Vicenza ho trovato copia dei certificati riguardanti la visita di leva. Un primo documento, con data 29 luglio 1942, lo dichiara abile e arruolato. Un secondo documento, prodotto dalla Capitaneria di porto di Venezia ci dà maggiori informazioni.
    Viola Bruno, numero di matricola 73281, domiciliato in via Roma 33, aveva occhi castani, capelli castani lisci, colorito roseo e dentatura sana. Era alto 1 metro e 66 cm e non presentava segni particolari. Era iscritto nelle liste di leva di mare del Compartimento marittimo di Venezia e alla domanda se sapesse leggere e scrivere si risponde positivamente. Inoltre si nota che sapeva nuotare e vogare.
    Fu arruolato volontario nel C.R.E.M. (Corpo dei Reali Equipaggi Marittimi), denominazione introdotta nel 1926 per distinguere gli allievi delle scuole di Marina da quelli della Regia Aeronautica. Esistevano tre istituti di formazione della marina, a La Spezia, a Pola e a Venezia. In seguito al referendum che decretò la nascita della Repubblica italiana, la sigla C.R.E.M mutò in C.E.M.M. (Corpo Equipaggi Militari Marittimi). Ancora si nota come il suo servizio militare durò dal 6 ottobre 1942 all’8 settembre 1943, meno di un anno.
    Fu inviato a La Spezia, dove c’era un’importante base navale. Qui alla preparazione sulle navi affiancò la preparazione quale radiotelegrafista ed era in procinto di prendere il brevetto.
    In questo periodo non tornò mai a casa in licenza.

    Bruno Viola, a destra, con la divisa da marinaio. Fonte: Francesco Corniani, op. cit. infra Bruno Viola, il primo da destra, insieme al comandante della sua sezione. Fonte: Francesco Corniani, op. cit. infra Sul retro della fotografia Bruno scriveva: “22-5-43 Ricordo della mia Sezione delle Scuole C.R.E.M” e poi “W i futuri marinai d’ Italia”. Fonte: Francesco Corniani, op. cit. infra

    Tornò a Vicenza in seguito alla situazione di disgregazione provocata nelle forze armate dall’armistizio siglato nel settembre del 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 le tre scuole di marina cessarono di esistere. Sempre nel foglio matricolare si legge che Bruno Viola viene dichiarato “sbandato in territorio nazionale” per il periodo che va dal 9 settembre 1943 al 31 gennaio 1944.
    Preso il treno, a Vicenza si ricongiunse con il papà che lavorava lì vicino e che lo riaccompagnò a casa sul palo della bicicletta.
    Come nel resto d’Italia, anche a Caldogno la situazione era difficile. Bruno era conosciuto perché più volte si era rifiutato di partecipare alle manifestazioni fasciste e ai raduni. A Caldogno i tedeschi avevano installato un ospedale ed erano guidati dal tenente colonnello medico dottor Maue.
    Non accettò inviti e pressioni ad arruolarsi e preferì vivere in disparte e nascosto per non essere portato come prigioniero in Germania. Con lui si formò un gruppo di amici, anche essi fermi nella decisione di non arruolarsi nell’esercito repubblichino e di ignorare i bandi di chiamata alle armi.
    Vennero inoltre a sapere che a Castelnovo, frazione di Isola Vicentina, da cui dista due chilometri e mezzo, e circa 5 da Caldogno, in una zona montuosa ricca di boschi e nascondigli (località Guizza) si era formato un gruppo di persone, renitenti alla leva, che stavano organizzando l’opposizione a fascisti e nazisti. Del gruppo di 12 persone che dovevano partire insieme a lui, Bruno Viola si ritrovò solo il giorno della partenza. Se non fu un tradimento, poco mancò.
    La mamma di Bruno insisteva perché non partisse. Anche uno zio tentò di dissuaderlo. A tal proposito la sorella di Bruno, Rosina, mi ha detto che questo zio, fratello del papà, aveva una casa proprio a Castelnovo. Era una casa grande, con molti bambini, e in più aveva una mansarda, una di quelle senza scale, alla quale si può acceder solamente attraverso una botola. Si diceva certo che lì Bruno sarebbe stato al sicuro e che nessuno sarebbe venuto a cercarlo.
    Ma Bruno aveva deciso ed era irremovibile nella sua scelta. Sono particolari come questi a indurmi a riflettere su quanta coscienza, quanto coraggio, quanta convinzione animavano Bruno e come lui tutti i partigiani che in quei drammatici momenti scelsero la via meno facile, la via delle montagne, invece di rinunciare a lottare. E questo mi sprona ulteriormente nel cercare di rendere loro onore con questa mia tesi. Perché la storia di Bruno non è solo la sua, ma anche di altri giovani e meno giovani che come lui si sacrificarono per l’ideale della libertà e della giustizia.
    Così nel febbraio del 1944, accompagnato dalla sorella Rosina, lasciò in lacrime la madre e raggiunto Castelnovo congedò anche la sorella. “Torna a casa” le disse. Rosina rispose:”Come, così sola, di notte?” e Bruno : “Sì, è giusto così.”
    Dal primo giorno di febbraio del 1944 alla data della morte, 12 agosto 1944, gli viene riconosciuta la qualifica di partigiano combattente, ai sensi del DD.LL 21/8/45 n°518 (decreto legislativo luogotenenziale che regola il riconoscimento delle qualifiche dei partigiani). In questo periodo gli viene attribuita la qualifica di comandante nucleo (sergente) per il periodo che va dal 15 maggio del 1944 al 14 giugno dello stesso anno e la qualifica, sempre per il 1944, del grado di comandante di squadra (sergente maggiore) per i giorni che vanno dal 15 giugno alla sua morte.
    Con il gruppo della Guizza rimase poco tempo, perché non ci si trovava bene. C’ erano difficoltà nei rapporti, nei rifornimenti di armi, viveri e vestiti e le azioni faticavano ad avviarsi.
    Inoltre, come mi ha raccontato la sorella, Bruno le disse che quel gruppo si dedicava frequentemente alla razzia di maiali, mucche e pecore. Una notte mandò a chiamare la zia, quella che si era offerta di ospitarlo a casa sua a Castelnovo perché disse che doveva parlarle. Bruno doveva riferirle che lui non voleva stare con quella compagnia di Castelnovo, poiché tutte le notti erano in giro a rubare (mucche, maiali, lana di pecore).”Io non sono venuto a fare il partigiano per andare a rubare” le disse.
    Così dopo circa venti giorni Bruno tornò a casa e comunicò alla famiglia l’intenzione di volersi aggregare ad un altro reparto. In quel periodo Bruno tornò a casa sei o sette volte.
    Nascosto dall’oscurità, evitava di entrare dalla porta principale ma bussava alle finestre sul retro, che davano sui campi. Dava molta importanza alla pulizia personale, cosicché una delle prime cose che faceva, appena rientrato tra le mura domestiche, era quella di lavarsi, trascurando perfino il cibo.
    Mandava a letto i fratelli più piccoli e restava solo con la mamma e la sorella più grande, Rosina, a parlare. E ogni volta la mamma lo implorava perché restasse a casa. Coscienziosamente non dormiva in casa ma con il fratello Sante, che lavorava in un negozio di ferramenta, dormiva nei campi, per la paura di essere sorpreso nel sonno e senza possibilità di fuga dai fascisti. Ripartiva la mattina presto e prima di lasciare la casa si faceva dare dalla mamma biancheria pulita. L’ultima volta che tornò a casa fu la prima settimana di luglio.
    Per ricostruire adesso le mosse dell’ex marinaio dobbiamo affidarci alle testimonianze dei suoi compagni di avventure. Bruno è presente in molte situazioni differenti.
    “Nel luglio del 1944 sulle colline tra Gambugliano e Torreselle (poco distante da Castelnovo, nda) c’era già una pattuglia comandata dal “Negro” che non faceva parte del distaccamento del “Tar”. <128
    Proprio di questo gruppo faceva parte Viola, che era dunque un “uomo” di Luigi Faccin “Negro”.
    I nomi delle persone appartenenti al gruppo di “Negro” insieme a Viola, che diventerà il vicecomandante e a cui sarà affidato il gruppo a Malga Zonta in assenza di Faccin, sono: Castini Isidoro “Achille”, comandante della seconda pattuglia, nato a Malo il 25/11/1926, Cecchetto Mario “Sasso”, Gambugliano 2.5.1925, Zordan Severino “Bastardo”(che perse un fratello, Domenico, a Malga Zonta) nato il 1925. Inoltre: “Abele” Dall’Ava, De Vicari Giocondo (morto a Malga Zonta), Zandenego Aldo, Fortuna Baldo, “Tigre”, “Canaglia”, Cecchetto Giovanni, Zaupa Luigi “Picchiatello”, Barbieri Marcello “Elica” morto a Malga Zonta, Ceolato “Russo”, Tessaro Giovanni, morto a Malga Zonta, Bertoldi Guglielmo “Mirco”, “Alpino” di Monte Magrè.
    In quelle zone operavano numerosi partigiani: “Erano bande abbastanza numerose, ottimamente comandate da capi come il Tar, il Tigre, il Negro; teoricamente inquadrate in grosse formazioni riconosciute, ma in realtà largamente autonome…” <129
    Proprio la massiccia presenza di uomini fu motivo di contrasto tra alcuni di loro. In particolare nasceranno delle incomprensioni, come vedremo, tra Ferruccio Manea “Tar”, il “Negro” e Bruno Viola.
    Luigi Meneghello nel suo romanzo della Resistenza, “I piccoli maestri”, parla del “Tar” e anche del “Negro”, che incontrò anche di persona. Così ci parla di Luigi Faccin: “A Torreselle c’era un reparto soggetto all’imperium del Tar, ma con molta autonomia. Il capo era un ometto con la testa grossa che si chiamava il Negro; aveva le gambe corte e storte, i modi semplici e franchi, e una certa vitalità sparsa sul viso e nel corpiciattolo.” <130
    Un altro aspetto interessante ci viene raccontato da Severino Oliviero: egli faceva parte di un gruppo partigiano di Malga Campetto, operante a Marana, nel comune di Crespadoro. “Ricordo che a Marana abbiamo trovato pure Viola il “Marinaio” e gli uomini di “Marte” di Schio.” <131
    Ai primi di aprile il suo gruppo si sposta a Monte Magrè. Continua poi Oliviero: “Verso la fine di luglio ci siamo aggregati al “Negro” che ci ha proposto di salire a Malga Zonta. Però non siamo arrivati a Malga Zonta, per un grande rastrellamento in corso. Così, nella nostra zona di operazioni di Monte Magrè, si è andato formando il “Battaglione Lampo” della brigata garibaldina “Martiri Val Leogra” in memoria di Bruno Viola “il Marinaio” caduto a Malga Zonta, chiamato anche Lampo.” <132
    È questa una testimonianza importante, perché ci dà due informazioni preziose. La prima è che Bruno Viola veniva chiamato dai suoi compagni di lotta anche “Lampo”. La seconda è che in suo nome nacque un battaglione partigiano, guidato da Eugenio Narciso Rigo detto “Pantera”. Ritengo sia giusto quindi associare sempre a Bruno lo pseudonimo di “Lampo” oltre a quello di “Marinaio”, anche se più spesso io riporto solo il secondo.
    Ferruccio Manea “Tar” fu una figura molto importante della Resistenza vicentina. Nella “Garemi” guidava la brigata “Ismene”. Uomo di grande coraggio e autorità, la sua storia dai tratti quasi leggendari è ottimamente raccontata da una recente pubblicazione di Patrizia Greco. <133
    Come abbiamo visto e come vedremo “Tar” e “Lampo/Marinaio” incrociarono spesso le loro strade. Di Bruno Viola “Tar” diceva: “Il Marinaio era un bravo giovane che non aveva paura…con lui ho avuto anche discussioni violente, ma riconosceva i torti e collaborava.” <134
    [NOTE]
    128 Gruppo Cinque, Quaderni della Resistenza. Schio, volume 8, Edizioni Gruppo Cinque, Schio, 1978, pag. 425
    129 Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Rizzoli Editore, Milano, 1976, pag. 230
    130 Luigi Meneghello, op. cit, pag. 234
    131 Severino Oliviero, in Mario Faggion, Gianni Ghirardini, Norberto Unziani “Boby”, Malga Campetto nella storia della Brigata Garemi, OdeonlibriIsmos, Schio, 1989, pag. 109
    132 ibidem
    133 Patrizia Greco, Nome di di battaglia Tar. Biografia resistenziale di Ferruccio Manea, comandante della brigata Ismene, Cierre edizioni, Verona, 2010
    134 Sergio Fortuna – Gianni Refosco, Tempo di guerra Castelgomberto: avvenimenti e protagonisti del secondo conflitto mondiale e della Resistenza, Odeonlibri Ismos, Castelgomberto, 2001, pag. 105
    Francesco Corniani, Un marinaio in montagna. Storia di Bruno Viola e dell’eccidio di Malga Zonta, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno accademico 2009-2010

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