home.social

#asinara — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #asinara, aggregated by home.social.

  1. Fermezza o trattative con le Brigate Rosse nel 1981

    Ma non è certo solo il caso Gioia, o, più in generale, un diverso approccio verso il ruolo della commissione inquirente, a dividere il Psi dal Pci. Gli ultimi mesi del 1980 infatti fanno riaprire vecchie ferite che risalgono a oltre due anni prima, ai giorni del rapimento di Aldo Moro e che ancora non si sono rimarginate. Nel mese di ottobre Berlinguer si reca a deporre presso la commissione parlamentare sul caso Moro ed esprime opinioni critiche nei confronti della condotta del Psi, che aveva rotto il “fronte della fermezza” con il suo tentativo umanitario; l’Avanti definisce «sconcertante» la deposizione del segretario comunista <220. A novembre è il turno di Craxi di deporre in commissione ed il leader del Psi parla dei contatti attivati con gli esponenti di Autonomia e, pochi giorni dopo, rilascia un’intervista all’Europeo sull’argomento. Ma il momento di maggior tensione arriva alla fine del mese quando i quattro commissari del Psi, dopo una riunione con Craxi, abbandonano polemicamente la commissione. In un comunicato si spiega la condotta dei socialisti con non meglio precisate «strumentalizzazioni e violazioni di legge» nei lavori della commissione e con la divulgazione intenzionale di documenti e, soprattutto, la «tendenza a trasferire l’obiettivo dell’inchiesta, trasformando i lavori della commissione in un vero e proprio processo politico diretto contro una tesi, una condotta e una forma politica» <221. A generare le ire del Psi sembra essere stata soprattutto la richiesta da parte della procura di una copia delle deposizioni di Craxi, Landolfi, Signorile e Guiso; ire acuite quando sia la Dc che il Pci (che insieme dispongono della maggioranza dei voti) si dimostrano intenzionati ad accogliere la richiesta dei magistrati <222.
    I giorni del rapimento di Aldo Moro ritornano prepotentemente alla memoria di tutti quando, nel mese di dicembre, si verifica una nuova emergenza che ripropone il dilemma tra “fermezza” e “trattativa”. Il giorno 12 del mese viene rapito il magistrato Giovanni D’Urso, presidente di sezione della Cassazione e distaccato presso il ministero di Grazia e giustizia con responsabilità sul trasferimento di detenuti. L’azione è subito rivendicata dalle Br, che chiedono per la liberazione che venga chiuso il carcere dell’Asinara in Sardegna. Questa volta, a differenza di quanto era avvenuto nel 1978, lo schieramento tra fautori della fermezza e disponibili alla “trattativa” si definisce molto rapidamente.
    Nel governo i socialisti sostengono che la chiusura del carcere non costituisce una violazione di legge <223 e la si può concedere per salvare una vita umana, mentre la maggior parte dei democristiani ed i repubblicani affermano che, sebbene non rappresenti un’illegalità, la chiusura dell’Asinara significa piegarsi al ricatto, e con ciò dare legittimità ai terroristi. I magistrati in generale dimostrano grande solidarietà nei confronti di D’Urso e, coloro che manifestano un’opinione, sebbene nessuno ovviamente proponga di violare la legge, sono a favore di prendere «tutte le misure possibili» per salvare il giudice rapito <224. Il 25 dicembre Craxi rilascia una dichiarazione nella quale dice che il carcere sardo deve essere chiuso subito; si tratta di quello che Gaetano Scamarcio definisce il «blitz di Natale» <225. Due giorni dopo la vecchia prigione viene effettivamente sgombrata <226, ma il 28 vi è una rivolta nel carcere di Trani organizzata dai terroristi, che prendono in ostaggio diversi agenti di custodia. Questa volta la reazione del governo è di notevole determinazione: il giorno seguente le installazioni di Trani vengono prese d’assalto dalle unità speciali dei Carabinieri, che salvano gli agenti sequestrati e ristabiliscono l’ordine senza vittime.
    La posizione del Pci è, dall’inizio, critica di ogni linea d’azione che implichi segni di arrendevolezza nei confronti dei terroristi; dopo la chiusura del carcere sardo, nel commentare le esternazioni di Pertini, il quale si dimostra decisamente contrario a trattative, un editoriale dell’Unità afferma che “…è impensabile che chi governa questo paese sia così sprovveduto […] da non capire quello che anche il più ingenuo degli italiani ha capito subito: che l’Asinara era un pretesto, che cedere su quel pretesto significava esporsi a pagare poi, e forse subito, prezzi e rischi sempre più alti, che nessuna proclamazione di “autonomia” nell’atto di cedimento avrebbe liberato il governo dal sospetto di aver accettato il terreno della contrattazione coi terroristi…” <227
    Il 31 dicembre viene assassinato a Roma il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, responsabile della sicurezza esterna delle carceri e quattro giorni dopo le Br diramano un comunicato in cui dichiarano che D’Urso è stato condannato a morte, ma che lasceranno ai compagni detenuti una valutazione definitiva. In favore della trattativa ci sono, oltre al partito Radicale, i cui deputati vanno nelle carceri a parlare con i terroristi, i vertici dell’Anm e, si direbbe, la maggior parte dei magistrati. Tra di essi però non mancano segnali in senso contrario, ad esempio il discorso d’inaugurazione dell’anno giudiziario del Pg di Roma Pascalino, che invita alla fermezza <228; oppure, qualche giorno dopo, la decisione dei magistrati della sezione civile della pretura, che rigettano l’istanza del fratello del giudice rapito con la quale si chiede di ordinare ai giornali la pubblicazione dei documenti Br per uno «stato di necessità» <229; ma quando Curcio accenna alla liberazione del brigatista Gianfranco Faina, la Corte d’Appello di Firenze ne ordina subito la libertà provvisoria, attirandosi le critiche del Pci <230.
    I socialisti, mentre Craxi si trova in Africa in vacanza, tengono una direzione e sembrano orientati ad evitare contatti con i brigatisti in carcere <231; poco dopo, l’8 gennaio, i terroristi detenuti a Trani affermano che daranno il loro benestare alla grazia se giornali e Tv divulgheranno documenti preparati dai brigatisti <232. Mentre diversi giornali proclamano quello che verrà definito il “black-out”, per non favorire il disegno dei terroristi, i magistrati si fanno ancora promotori di una linea meno intransigente e l’Anm promuove un incontro con la federazione della stampa per trattare l’argomento; il segretario dell’associazione, l’esponente di Magistratura democratica Senese, spiega che «la nostra posizione è che nel rispetto della legalità si debba fare tutto per salvare il collega […] La cosa peggiore che si possa fare in questo momento è trasformare il dibattito sulle decisioni da prendere in una discussione teologica sui massimi sistemi» <233.
    Intanto Craxi rientra dalle vacanze e impone la linea al partito sconfessando la direzione precedente: il Psi appoggerà la campagna radicale per la pubblicazione. Ad essa aderiscono Lotta Continua, il Manifesto, L’Avanti e, in un secondo momento anche il Secolo XIX ed il Messaggero. Il 14 gennaio l’Avanti ospita una lettera dello stesso D’Urso che, dalla prigionia, chiede la pubblicazione dei documenti; il giorno seguente il magistrato viene liberato.
    Dopo il rilascio il Presidente del consiglio si reca immediatamente alla Camera per fare una relazione sull’accaduto ma nel suo discorso, ben accolto da Psi, Psdi e radicali, si sforza di non accusare nessuno e non prendere parte nel dibattito tra fermezza e trattativa. I repubblicani appaiono critici <234, ma lo stesso può dirsi di importanti settori della Dc. Il Popolo cita una dichiarazione di Piccoli in cui spiega che «l’atteggiamento di fermezza è stato determinante per la tenuta contro il ricatto delle Br» e poi, illustrando la posizione dei partiti, spiega che “Il Psi ha esposto la propria posizione «in autonomia»” ricordando la polemica di Balzamo contro il Pci, accusato di «farneticare su un presunto partito del cedimento che non è mai esistito» <235. Ma qualche tempo dopo Piccoli apparirà molto più deciso; in occasione del congresso del suo partito, nei primi giorni di maggio 1982, circa la richiesta di
    pubblicare documenti ricorderà che “…affermavo: siamo dinnanzi al più grave ed inaccettabile dei ricatti […] furono molti i giornali, anche di partito, che ritennero di accedere alle richieste delle Br […] Mi limito ad osservare che accedere a quella richiesta consentì alle Br di conseguire un obiettivo essenziale della loro strategia di intossicazione psicologica […] Ciò che avrebbe dovuto suggerire maggior cautela a esponenti socialisti nell’affrontare alcune delle questioni poste dalla liberazione di Ciro Cirillo…” <236
    Nel caso D’Urso quindi si riprende il gioco delle parti già sperimentato quasi tre anni prima, ma con qualche differenza: a questo punto l’opinione pubblica sembra essersi assuefatta, in qualche misura, alla tesi circa le possibilità che lo Stato si impegni in qualche tipo di “trattativa” con i terroristi. Di conseguenza l’azione del Psi, accompagnata da quella dei radicali, è assai più decisa ed incisiva. L’altra differenza è che questa volta a sostenere il governo in Parlamento non ci sono più i comunisti, e quindi i democristiani si ritrovano soli ad osservare il movimentismo degli alleati socialisti e lo fanno non senza malumori e risentimento.
    [NOTE]
    220 “Sconcertante deposizione di Berlinguer su Moro”, Avanti del 11 ottobre 80
    221 “Si sono dimessi i commissari Psi”, Avanti del 29 novembre 80
    222 “Commissione Moro”, La Stampa del 28 novembre 80
    223 Inoltre la dismissione dell’Asinara era già prevista e al momento del sequestro vi rimanevano solo 25 detenuti.
    224 Vedi ad esempio “I magistrati contrari a scelte aprioristiche per Giovanni D Urso”, Avanti del 19 dicembre 80, o “I magistrati favorevoli a chiudere l’Asinara”, Avanti del 31 dicembre 1980, contenente un’intervista a Beria d’Argentine; vedi anche P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 Cit. pag. 858
    225 Dichiarazione citata in G. Fiori, Berlinguer Cit. Pag. 412
    226 Secondo Fiori, in questa maniera, la chiusura è «data non alle Br per salvare una vita umana, ma a Craxi per salvare il governo», Ibid. Pag. 413
    227 “Salvare un governo o la democrazia?”, Unità del 30 dicembre 80
    228 “E’ escluso che lo stato possa cedere al terrorismo”, Popolo del 10 gennaio 81
    229 “Giornali (con poche eccezioni) prevale la linea della fermezza”, Popolo del 13 gennaio 81
    230 “Traspare una torbida trattativa con le BR”, Unità del 9 gennaio 81
    231 G. Fiori, Berlinguer. Cit. Pag. 415
    232 “33 giorni di prigionia”, La Stampa del 15 gennaio 1981.
    233 “Iniziativa dei giudici verso stampa e partiti”, Avanti del 7 gennaio 81
    234 “Le BR annunciano: liberiamo d’Urso”, Unità del 15 gennaio 81
    235 “La maggioranza unita nella lotta al terrorismo”, Popolo del 15 gennaio 81
    236 “Relazione di Piccoli al congresso”, Popolo del 3 maggio 82
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    #1980 #1981 #1982 #Asinara #Berlinguer #BrigateRosse #carabinieri #carcere #Craxi #DC #EdoardoMFracanzani #EnricoGalvaligi #fermezza #generale #GiovanniDUrso #magistrato #PCI #Piccoli #Pri #PSI #radicali #rapimento #rilascio #trattativa #uccisione

  2. L’armistizio dell’8 settembre assunse in Sardegna i contorni di un quasi pacifico “esodo volontario”

    Il pomeriggio dell’8 settembre 1943 pioveranno sull’aeroporto di Pabillonis, a Nord di Villacidro, le ultime bombe sganciate da circa quaranta cacciabombardieri americani <365. Rappresenteranno le ultime manifestazioni di ostilità da parte del nemico: “la guerra, per i sardi – come afferma infatti Manlio Brigaglia – finisce davvero in quei tiepidi giorni di settembre” <366.
    La guerra totale, che individua nel “coinvolgimento massimo dei civili” <367 la sua essenza dolente, si manifesterà in Sardegna con ridottissimi elementi patologici, rendendo l’isola un caso a sé anche rispetto al Mezzogiorno. I “topoi” del conflitto di cui parla Gloria Chianese, quali “i bombardamenti, i rifugi antiaerei, i “tedeschi” e poi, con l’inizio dell’occupazione alleata, gli “americani” e i “marocchini”” <368, entreranno a far parte della semantica della memoria isolana solo in parte e in alcune zone circoscritte <369.
    La centralità dell’armistizio e la contestuale occupazione tedesca, che segneranno indelebilmente le memorie nazionali del conflitto, e saranno responsabili dell’inaudita impennata di violenze incrociate nel resto della penisola <370, non avranno riscontro nella regione: la Sardegna, come ha affermato Francesco Spanu Satta, “non fu (questa volta per sua fortuna) protagonista di storia” <371. Quella storia, s’intende, che aprirà spazi di memorie di estrema violenza (“Sanguina a toccarla la memoria” – recita appropriatamente un verso di una poesia di Orlando Biddau) <372, innescando processi civili e politici dagli esiti differenziati lungo la penisola.
    Il Mezzogiorno stesso sperimentò le atrocità dell’occupazione nazista, anche se questa durò, ad eccezione dell’Abruzzo, “poche settimane, in qualche caso addirittura giorni” <373. Tempo sufficiente, tuttavia, per conoscere, come ha affermato l’intervistata Maddalena Moirano, “l’altra storia”. Quella di un alleato divenuto repentinamente “ex-alleato”, “nemico”, che si macchierà dei più incredibili delitti, per i quali si attiverà in seguito anche nella memoria meridionale “l’immagine del nazista-massacratore” <374. Niente di tutto ciò in Sardegna.
    “Ho conosciuto mio marito che avevo 16 anni, e da lui ho appreso tutta l’altra storia, di queste storie che sono avvenute in Continente, così gravi, e tutto quanto. Poi, mano a mano, la storia ci ha documentato di come sono andate veramente le cose” <375.
    L’armistizio dell’8 settembre, che scriverà altrove pagine di allucinante violenza, assumerà infatti nell’isola i contorni di un quasi pacifico “esodo volontario” <376. Un discusso accordo fra il generale di corpo d’armata, Antonio Basso, dal 1940 responsabile del comando militare dell’isola <377, e il Generalleutnant Karl Hans Lungerhausen, a capo della 90ª Panzer Grenadier Division tedesca di stanza nell’isola, permetterà infatti a quest’ultima, nonostante gli ordini alla fine inequivocabilmente intimati, di abbandonare la Sardegna per transitare in Corsica, e da questa nel nord della penisola, in Toscana, dove le forze tedesche avranno modo di esercitare violentemente la loro ostilità. All’isola quindi – come ha affermato Girolamo Sotgiu – “fu risparmiata una drammatica esperienza” <378: “Ma l’operato del generale Basso ebbe però un prezzo: i tedeschi, nella resistenza che opposero all’avanzata degli alleati lungo la penisola, poterono contare sull’apporto certo non insignificante dei soldati provenienti dalla Sardegna e perciò le loro difese si rafforzarono rendendo più doloroso in altre parti del paese il dramma che l’isola aveva evitato” <379.
    In Sardegna, infatti, come ha rilevato Simone Sechi, “si ebbero pochi e isolati scontri per iniziativa di ufficiali di grado medio e basso” <380, episodi rientranti, secondo l’efficace definizione elaborata da Claudio Pavone, nella categoria di “guerra patriottica” <381.
    Nelle acque del Golfo dell’Asinara, come abbiamo citato nel precedente paragrafo, si verificherà il 9 settembre 1943 uno dei primi e più alti episodi della resistenza italiana: l’affondamento della nave ammiraglia della Regia Marina, “Roma”.
    Sempre il 9 settembre 1943, uno scontro fra forze tedesche e il 403° Battaglione appartenente al 132° Reggimento di Fanteria schierato in difesa del Ponte Mannu sul Tirso, fece registrare fra le forze italiane il ferimento di cinque uomini, la morte del sergente maggiore Fulvio Bavaro (medaglia d’argento al valore militare) <382, e fra le forze avversarie due morti e otto feriti.
    Il 10 settembre alcuni reparti della Divisione Nembo, in seguito ad uno “sbandamento ideologico” <383, decideranno di affiancarsi alla 90ª Divisione tedesca: “Molti superarono la crisi, altri desiderosi di lasciare l’isola diedero luogo ad atti di ribellione e palesi manifestazioni di indisciplina” <384, che culmineranno nell’uccisione del loro Capo di Stato Maggiore, il Tenente Colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna, il quale aveva tentato di richiamare all’obbedienza i militari dissidenti.
    Il 13 settembre, un colpo di mano tedesco a La Maddalena, finalizzato all’agevolazione del passaggio della 90ª Divisione in Corsica, darà avvio allo scontro più violento: vi trovarono la morte ventiquattro soldati italiani e otto tedeschi.
    Marco Coni e Francesco Serra segnalano inoltre episodi di resistenza da parte di alcune pattuglie delle forze operative dell’aviazione italiana <385.
    Un ragazzo di 17 anni, Anselmo Lampus, sarà l’unica vittima civile accertata di uno scontro con i tedeschi, avvenuto probabilmente nel contesto di una confisca di automezzi, nella regione Sa Grusci nei pressi di Baressa <386. Questo episodio, i cui contorni restano comunque ancora da chiarire, accosta la memoria dell’evento locale agli altri innumerevoli assassinii o eccidi avvenuti per mano nazista in altre località, anche del Mezzogiorno, finalizzati a “punire i comportamenti di ribellione con cui si tentava di difendere le proprie realtà familiari e comunitarie” <387.
    La singolarità dell’applicazione dell’armistizio in Sardegna traghetta l’isola su un piano di memoria singolare. L’immagine dei tedeschi <388 si struttura essenzialmente all’interno del quadro dell’alleanza italo-tedesca, producendo una molteplicità di narrazioni caratterizzate anche dalla presenza di stereotipi consolidati, quali quelli del tedesco “di casa” <389, buono, che era in fin dei conti “un poveraccio come tanti altri, mandato lì a sparare contro altri” <390, e sarà nel fluire dei racconti quello che accarezzerà la testa di un bambino dopo avergli premurosamente regalato del cioccolato <391, assaggerà le frittelle in casa della nonna perché “gli ricordavano casa sua” <392. Ascolterà inoltre “con grandissimo trasporto” la messa nella borgata dell’Argentiera <393, si premurerà per le cure mediche <394, canterà Lilì Marlene <395. In fin dei conti, “degli uomini come noi”, ha affermato Renato Fiori. “Quelli che erano qui – prosegue significativamente – non erano le SS, ma erano dei militari comuni. Nelle SS ci sono state delle sopraffazioni, ma degli altri no” <396, racconta, confermando la persistenza anche nelle memorie locali dello stereotipo, ampiamente confutato dalla storiografia della Repubblica Federale che, come ha affermato Leonardo Paggi, “ha ormai documentato con eccezionale ampiezza il pieno coinvolgimento della Wehrmacht nella politica del massacro” <397.
    Non mancheranno tuttavia anche delle narrazioni portatrici di immagini negative. Il tedesco era infatti anche quello che obbligava a lavorare, quello arrogante che faceva il padrone (“perché noi eravamo succubi di questa gente qua” <398). Quello che “con le donne quello e quell’altro” <399, quello che nel paese di Mores si infastidirà, fino ad arrivare alle mani, sui ragazzini sfollati che chiedevano po’ di pane. Ma “per fortuna”, conclude Gigi Urtis, tutto sommato: “questo è il ricordo che abbiamo dei tedeschi. Insomma…non possiamo dire cose… non è successo niente” <400.
    Solo grazie a integrazioni successive le memorie locali potranno accedere al pezzo mancante (“l’altra storia”, come ha affermato poc’anzi Maddalena Moirano). Saranno specialmente i racconti di chi ritorna dal fronte e di chi ha combattuto per la Liberazione del paese a svelare il volto mai afferrato fino in fondo del nazi-fascismo. Con racconti che parlano delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Cassino <401. Saranno i deportati militari, politici, a parlare delle esperienze nei campi. I film, i documentari, a mostrare a larga parte della società civile l’orrore della Shoah.
    [NOTE]
    365 Marco Coni, Francesco Serra, La portaerei del Mediterraneo, Storia e cronaca della Sardegna nella seconda guerra mondiale, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 119.
    366 Sardegna 1940-45, op. cit., p. 19.
    367 Gabriella Gribaudi, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste, Napoli e il fronte meridionale 1940-1944, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, p. 12.
    368 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    369 Cfr. al riguardo anche Raffaella Lucia Carboni, “Porto Torres nella formazione dell’Italia repubblicana: esperienza di una transizione nella memoria popolare”, in “memoria/memorie. materiali di storia”, n° 4, Cierre, Verona, 2009, pp. 15-78.
    370 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    371 Francesco Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 44.
    372 Orlando Biddau, “Che mai faremo dell’aprile”, in Le verdi vigilie, La tregua e il ritorno, Chiarella, Sassari, 1991, p. 41. Biddau nasce a Fiume nel 1938 da genitori sardi. In Sardegna rientra a due anni dove compie i primi studi nel paese d’origine dei suoi, a Modolo, e successivamente a Bosa e a Cagliari. Dopo essersi trasferito nelle Marche e poi a Genova, si laurea in Lettere a Parigi alla Sorbona nel 1967. Consegue poi un’altra laurea a Urbino in Lingue e letterature Straniere per poi fare ritorno definitivamente in Sardegna dove per sette anni insegna ad Oristano, ritirandosi poi a Modolo dove si dedica alla letteratura. Vincitore di diversi premi, collaboratore de “La grotta della vipera”, ricordiamo le pubblicazioni: “L’anima degli animali” (con prefazione di Carlo Bo), “Le verdi vigilie” (prefazione di Antonio Sanna), “L’inverno inconsolabile” (prefazione di Nicola Tanda).
    373 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    374 Ibidem.
    375 Intervista a Maddalena Moirano, realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Sassari, 1 marzo 2006.
    376 Cfr. Francesco Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 149.
    377 Cfr. Mariarosa Cardia, La nascita della Regione autonoma della Sardegna 1943-1948, FrancoAngeli, Milano, 1992, p. 32.
    378 Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna durante il fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 288.
    379 Ibidem.
    380 Simone Sechi, La partecipazione dei sardi alla Resistenza italiana, in L’antifascismo in Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone, Guido Melis, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1986, p. 136.
    381 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
    382 “Miles”, 9 settembre: la battaglia sul Tirso, ibidem.
    383 Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma, 1975, p. 279.
    384 Ibidem.
    385 Marco Coni, Francesco Serra, La portaerei del Mediterraneo, cit., p. 119
    386 F. Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 150.
    387 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
    388 Cfr. al riguardo Brunello Mantelli, Da “paese della tecnica” a “selvaggio invasore”. Immagini della Germania nell’Italia prima alleata e poi occupata: 1939-1945, in Storia e Memoria, anno 5, n. 1, 1° semestre 1996, pp. 29-44; Gerhard Schreiber, Dall’ “alleato incerto” al “traditore badogliano”, all’ “amico sottomesso”: aspetti dell’immagine tedesca dell’Italia 1939-1945 (ivi, pp. 45-53); Filippo Focardi, “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini incrociate (ivi, pp. 55-83).
    389 Intervista ad Adriano Piccolo, realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 31/07/2006.
    390 Ibidem.
    391 Intervista a Gigi Urtis, cit.
    392 Intervista ad Adriano Piccolo, cit.
    393 Intervista a Renato Fiori (classe 1923), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Sassari, 27 febbraio 2007.
    394 Intervista a Jolanda Rais (1929), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 17 aprile 2007.
    395 Intervista a Giuseppe Chessa (classe 1924), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 31 luglio 2006.
    396 Intervista a Renato Fiori, cit.
    397 La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, a cura di Leonardo Paggi, La Nuova Italia, Firenze, 1997, p. XXVIII.
    398 Intervista a Giuseppe Chessa, cit.
    399 Ibidem.
    400 Intervista a Gigi Urtis, cit.
    401 In particolare l’intervista di Giuseppe Chessa “passato con gli americani” nella Divisione Mantova.
    Raffaella Lucia Carboni, L’uso delle fonti orali nello studio delle culture popolari: la transizione dal fascismo al Piano di Rinascita in Sardegna, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, 2013

    #1943 #alleati #armistizio #Asinara #bombardamenti #civili #corazzata #Divisione #esercito #Guerra #IMI #Nembo #RaffaellaLuciaCarboni #regio #Roma #Sardegna #scontri #settembre #soldati #tedeschi #Tirso