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  1. Nel 1970 gli umori di destra sembrano prendere il sopravvento nella magistratura

    Contemporaneamente crescono, nell’ambito di Md, le divisioni fra le varie anime della corrente, nella misura in cui una parte dei suoi aderenti tende a rendere più radicali istanze di sinistra <50. L’occasione per la scissione viene dalla presa di posizione della corrente sull’arresto, avvenuto il 25 novembre del 1969, e successiva condanna <51 del direttore responsabile del quotidiano Potere operaio, Francesco Tolin, socialista, a causa di alcuni articoli pubblicati. L’assemblea di Md, riunita a Bologna, approva una delibera in cui esprime preoccupazione per «il clima di intimidazione particolarmente pesante verso determinati settori politici…» <52 e per la libertà di stampa, con toni, in realtà, piuttosto pacati <53. Ma l’ordine del giorno, che provoca le dimissioni del sostituto procuratore Vittorio Occorsio, titolare dell’inchiesta su Tolin, viene subito attaccato da Mi e dall’Umi che accusano Md di interferire contro
    un processo in corso. In breve l’incidente diviene l’occasione per una chiarificazione e circa la metà degli aderenti di Md (fra cui il suo prestigioso leader Beria d’Argentine) decidono di lasciare la corrente per costituirne una nuova, presto battezzata Giustizia e costituzione e, in seguito, Impegno costituzionale, che accoglie anche una parte di Terzo potere, anch’essa soggetta ad una scissione. Importante, forse decisivo, per far precipitare le divisione di Md l’episodio di piazza Fontana, il 12 dicembre a Milano, che segna anche una «crescente pressione di quei settori politici che non tolleravano l’indirizzo assunto dall’Anm e dal Csm, spingono verso la crisi nell’Anm con la rottura
    della giunta unitaria» <54.
    Dopo il biennio della contestazione e “l’autunno caldo” gli umori di destra sembrano prendere il sopravvento nella magistratura, oltre che in altri settori della società <55 e nelle elezioni del 1970 dell’Anm, Mi ottiene quasi il 45% dei voti (nelle precedenti consultazioni aveva preso il 40%) e ben presto, attraverso un accordo con Terzo potere e Giustizia e costituzione forma una giunta che esclude Md. Anche i tutti i membri del Cms eletti in quota Md decidono di aderire alla scissione del 1969 e quindi la corrente viene di fatto relegata ai margini dei centri di potere della magistratura. In ogni caso la legislatura consigliare 1968-1972 si dimostra sotto più punti di vista decisamente innovativa rispetto a quelle precedenti; fra le iniziative più ricordate vi sono la pubblicazione di una relazione annuale, quella di un massimario circa l’attività disciplinare del Csm, ma anche, molto importante, una serie di circolari per la formazione delle tabelle annuali per la formazione degli uffici giudiziari, per rendere concreto il principio del giudice naturale.
    Un’iniziativa significativa di Magistratura democratica è la raccolta, nel 1970, delle firme per la proposta di un referendum finalizzato all’abolizione di alcuni reati di opinione, in collaborazione con il Psi e il Psiup; i magistrati progressisti cercano la collaborazione del Pci, il quale però si dimostra piuttosto tiepido e non offre un grande aiuto nonostante che quel partito fosse stato quello maggiormente colpito dalle inchieste per reati di opinione; senza l’aiuto dei comunisti il numero necessario di firme non viene raccolto e l’iniziativa fallisce <56.
    Un certo “riflusso” tra i magistrati si conferma in occasione delle elezioni per il Csm del 1972, che vedono Umi e Mi ottenere 13 seggi dei 14 a disposizione, grazie al sistema elettorale maggioritario e ad un’efficace strategia di alleanze <57. Nello stesso 1972 la gestione giudiziaria della strage di piazza Fontana crea un grave conflitto tra l’”alta” magistratura ed i gradi inferiori. Nel mese di ottobre la Corte di Cassazione trasferisce il procedimento da Milano a Catanzaro adducendo ragioni di ordine pubblico; tale atto, anche in virtù delle accese polemiche che erano sorte tra le forze politiche per la conduzione delle indagini da parte delle autorità, che avevano dato la sensazione di cercare i responsabili del grave attentato solo a sinistra (anche contro alcuni indizi in senso contrario), provoca una reazione senza precedenti dei giudici del capoluogo lombardo. Un’assemblea dell’Anm di Milano approva, con un solo voto contrario su oltre duecento, un documento di dura critica nei confronti della decisione della Cassazione. Ne seguirà un procedimento disciplinare ai danni di alcuni magistrati, tra cui Guido Galli, incolpati di aver elaborato il documento.
    Lo scontro tra settori della magistratura caratterizzerà tutti gli anni Settanta e, a questo punto, non si tratta più tanto di un conflitto generazionale, né unicamente tra alta e bassa magistratura, ma più strettamente politico, accompagnando una contrapposizione largamente presente, in generale, nella società italiana. Uno dei problemi fondamentali è quello relativo al ruolo del giudice nella società, se cioè questo debba esservi inserito a pieno titolo, circostanza che gli permetterebbe di comprenderne le dinamiche ed esercitare quel ruolo politico inevitabile nell’esercizio della giurisdizione; oppure se egli debba, in maniera neutrale ed automatica, limitarsi ad essere un mero strumento di applicazione della legge senza alcun ruolo creativo. Il problema ha un peso enorme per il governo della società anche in virtù dell’aumento del ruolo del potere giudiziario nelle società moderne occidentali <58 e che
    si deve all’aumento della complessità delle dinamiche sociali <59. I magistrati delle correnti progressiste sostengono la prima posizione, mentre quelli più legati alla tradizione lo contestano in nome dell’apoliticità del giudice; ma, fanno notare i progressisti, la tesi dell’apoliticità è ipocrita perché nasconde unicamente la volontà di conservazione <60.
    [NOTE]
    50 «Nel 1968 cominciarono a sorgere dei problemi, dei contrasti, principalmente perché si coagulò un gruppo che è difficile definire: la parola extraparlamentare forse è impropria. Alcuni parlavano di cosiddetti cinesi. E questo avvenne in particolare nel gruppo romano. Si cominciò a fare un discorso nella scia della realtà contestativa del paese. La contestazione venne quasi ipostatizzata come elemento principe per uno sviluppo e ciò anche all’interno della magistratura» S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Magistratura Democratica nel quadro dell’Associazione Nazionale Magistrati, Franco Angeli, Milano, 1987. Pag. 206
    51 Dopo un processo per direttissima in cui il pubblico ministero era Vittorio Occorsio, che negli anni successivi si occuperà di inchieste su Ordine nuovo.
    52 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 379.
    53 Anche in considerazione del fatto che l’arresto di Tolin provoca le proteste di gran parte degli organi di stampa, non escluso il telegiornale della Rai. Vedere Pappalardo. Gli iconoclasti. Magistratura Democratica nel quadro dell’Associazione Nazionale Magistrati. Cit. Pag. 230.
    54 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione”. Cit. Pag. 177.
    55 Sintomatico del desiderio diffuso in alcuni settori moderati di ridurre l’influenza della magistratura progressista è, per esempio, l’intervento di Mario Cervi: «Resta la realtà di una magistratura che ha rinunciato al prestigio carismatico del passato, che non si chiude più nella torre d’avorio […] ma che […] rischia di essere inquinata da ciò che di deteriore esiste nella vita italiana […] Non è accettabile il passaggio da una liturgia giudiziaria solenne e lenta […] ad una liturgia giudiziaria affidata a sacerdoti che discutono molto, enunciano tesi popolari e magari populiste ma, alla fine dei conti, danno al cittadino un servizio altrettanto lento […] il caso Tolin ha messo allo scoperto l’inconciliabilità tra il comportamento di una minoranza di estrema sinistra che condivide ed esalta le posizioni di una parte politica e la volontà della maggioranza dei magistrati» M. Cervi, “Malessere nella magistratura”, Corriere della Sera del 23 dicembre 1969.
    56 V. Zagrebelsky, “La magistratura ordinaria dalla Costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 774.
    57 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione”. Cit. Pag. 189.
    58 N. Tate e T. Vallinder (a cura di), The Global Expansion of Judicial Power, New York University Press, New York.
    59 Pizzorno individua cinque ragioni principali per l’aumento del peso del giudice: «a)l’accresciuta partecipazione del giudice alla creazione della legge; b) l’accresciuta tendenza degli organi legislativi e amministrativi a delegare a quelli giurisdizionali decisioni delicate, che si ritiene possano comportare conseguenze negative per i rappresentanti eletti; c) l’allargamento dell’accesso dei cittadini alla giustizia per risolvere controversie che tradizionalmente venivano risolte da autorità sociali o amministrative: nella famiglia, nella scuola, nelle professioni, nelle istituzioni globali, e così via (è quello che gli americani chiamano espansione del due process); d) l’istituzione, in gran parte delle democrazie europee – che per due secoli l’avevano respinto come estraneo alla loro concezione del modo in cui si forma il diritto – del controllo di costituzionalità delle leggi da parte di uno speciale organo giurisdizionale; e) l’apparire e espandersi nella pratica che, per analogia con l’istituto del controllo di costituzionalità, proporrei di chiamare “controllo di correttezza politica” – o forse più pungentemente “controllo di virtù” – da parte della magistratura: è questo l’aspetto più difficile da circoscrivere, ma anche di maggior interesse per quanto riguarda il caso italiano». A. Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della virtù, Laterza, Bari-Roma, 1998. Pag. 12.
    60 Oggi il dibattito appare superato e le tesi legate al ruolo neutrale del magistrati sono state largamente abbandonate.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  2. Anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti

    Una delle tematiche di maggior interesse per l’ordine giudiziario in questo periodo è quello relativo alle modalità di elezione dei membri “togati” del Consiglio superiore della magistratura. La legge del 1967 prevedeva un sistema maggioritario a doppio turno che aveva dimostrato una notevole tendenza a favorire la schiacciante affermazione di una sola corrente in occasione delle elezioni del 1972. In quelle elezioni infatti Magistratura Indipendente, attraverso un efficace sistema di alleanze, era riuscita ad ottenere l’assegnazione di tutti i seggi spettanti ai membri magistrati eletti <252 (nelle successive elezioni del 1976, con un nuovo sistema elettorale proporzionale la stessa corrente otterrà solo 8 seggi su 20 <253). Secondo molti osservatori <254, proprio a causa della sua composizione, durante la legislatura consigliare iniziata nel 1972, il Csm si era caratterizzato in senso conservatore e si era reso protagonista di una lunga serie di iniziative volte a penalizzare i magistrati delle correnti più progressiste, a cominciare da Magistratura Democratica, sia attraverso l’uso dei poteri disciplinari sia con le assegnazioni agli uffici direttivi. Da un punto di vista tecnico comunque, il sistema elettorale appariva, dopo la prova del 1972, scarsamente idoneo ad assicurare un buon funzionamento dell’organo e praticamente tutte le correnti, in occasione della campagna elettorale per le elezioni dell’Associazione Nazionale Magistrati del giugno 1975, comprendevano nel loro programma un sostegno alla riforma (compresa Magistratura Indipendente) <255.
    Dello stesso avviso erano i principali partiti, ma con sfumature diverse. Il Pci, pur votando a favore della legge di riforma in Parlamento nella seconda metà del 1975, non sembra dare eccessivo peso a tale iniziativa; l’Unità ne parla poco e, si direbbe, svogliatamente. Su Rinascita se ne occupano saltuariamente gli esperti di giustizia del Pci: Spagnoli, Perna, Malagugini, Barcellona; ma certo non sembra essere una delle priorità del partito. Più battagliero appare il Psi; già alla fine di gennaio, nel corso delle polemiche circa le dichiarazioni di Spagnuolo al Mondo, il ministro Zagari rilascia un’intervista allo stesso settimanale <256, in cui dichiara che tra le riforme necessarie per rendere più efficace la funzione giurisdizionale vi è quella relativa ad una revisione, in senso proporzionalista, delle legge elettorale per il Csm. In aprile poi il Psi, attraverso Viviani, presenta il proprio disegno di legge per la riforma elettorale; nello stesso periodo Vincenzo Balzamo, che cura i lavori della commissione problemi dello Stato del Psi, rende noto che, per quanto riguarda il Csm, la priorità è la riforma elettorale, mentre eventuali revisioni costituzionali (con riferimento al disegno di legge Bianco-Gargani) possono anche essere opportune, ma ancor più importante è mantenere l’indipendenza della magistratura <257. Nella stessa direzione va anche il rapporto del convegno del Psi sullo Stato che si tiene a Gardone a settembre. <258 Nel frattempo anche la Dc si è espressa a favore del sistema proporzionale ed anzi, attraverso il deputato Coppola, presenta un proprio disegno di legge in tal senso <259, che confluirà poi con quello del Psi nella legge approvata a ottobre. Non mancano, tra i moderati ed anche fra i democristiani coloro che sono critici nei confronti del progetto di legge (come sarà evidente a novembre, quando il Presidente Leone rinvia la norma alle Camere), ma l’intera magistratura, o quasi, è ormai per la riforma e, inoltre, vi è una considerazione di importanza non secondaria: il vecchio sistema elettorale può aver favorito gli elementi moderati, ma nulla garantisce che lo farà anche in futuro; le forze progressiste sembrano avanzare nell’ambito della magistratura come in altri settori della società italiana e la prospettiva di ritrovarsi con Magistratura democratica che controlla il Csm non deve essere vista con favore dai democristiani (e non solo da loro). L’unico partito a votare contro la riforma è quindi il Movimento Sociale. Forse anche per questo desta qualche stupore l’iniziativa di Leone (definita «pretestuosa» da Alessandro Pizzorusso <260); anche perché da un punto di vista tecnico-giuridico non sembra che le osservazioni siano particolarmente fondate (ne sarà accolta solo una su quattro dal Parlamento, che confermerà definitivamente la legge a dicembre). Secondo una nota inviata da Malagugini alla segreteria del Pci nell’ottobre 1975, a convincere Leone dell’opportunità di rinviare la legge sarebbe stato Cucco, consigliere per Terzo potere del Csm <261. Come accennato, uno dei problemi maggiori causati dalla schiacciante maggioranza conservatrice al Csm nella legislatura iniziata nel 1972, secondo i progressisti, è quello dei procedimenti disciplinari <262. Nel corso del periodo in esame si assiste in effetti ad alcuni procedimenti in cui il contenuto politico appare piuttosto evidente. Tra i più noti quello di tre pretori del lavoro di Milano, sottoposti a procedimento disciplinare a causa delle sentenze da loro emesse tra il 1971 ed il 1973; si tratta di un caso piuttosto noto perché seguito da vicino dalla stampa e perché descritto nei dettagli nel libro “Magistrati scomodi”, uscito nel 1974 <263 e narrato nelle memorie di uno dei giudici inquisiti <264. Il procedimento si presenta come estremamente delicato perché teso, nelle intenzioni di coloro che lo hanno promosso, a sanzionare il merito delle sentenze dei pretori, la loro attività giurisdizionale. Per quanto riguarda il contenuto delle sentenze, leggendo oggi le memorie di Romano Canosa (scritte alla fine degli anni Settanta), le convinzioni che esprime ed il linguaggio usato in quel momento, non si fatica a credere che esse dovessero essere il frutto di un’interpretazione favorevole ai lavoratori fino ai limiti (e forse in qualche caso anche oltre) della lettera della legge; d’altra parte, lo stesso Canosa afferma di aver ascoltato le critiche di Gino Giugni, principale ispiratore dello statuto dei lavoratori, al «radicalismo di una certa magistratura di sinistra» <265. Se le sentenze potevano essere considerate dettate da parzialità il rimedio doveva però essere necessariamente costituito dai giudizi di appello (i quali infatti, come lamenta Canosa ribaltavano quasi sempre il giudizio di primo grado) ma non un’inchiesta disciplinare finalizzata a giudicare l’attività giurisdizionale e quindi ledere l’indipendenza del giudice nel suo libero convincimento; infatti il procedimento disciplinare presso il Csm, pur governato da giudici conservatori, giunge ad una soluzione di proscioglimento.
    Per quanto riguarda gli altri provvedimenti disciplinari “politici” essi riguardano magistrati quasi sempre di Magistratura democratica e gli atti censurabili consistono nella maggior parte dei casi <266 in critiche delle sentenze di altri giudici o dichiarazioni pubbliche considerate incompatibili con l’ufficio ricoperto <267. La Dc si occupa poco della questione ed il suo quotidiano non dà quasi alcun peso alle vicende. Il partito comunista si schiera a difesa dei magistrati progressisti sotto inchiesta e sottolinea, in particolare, l’intento politico generale da parte dell’alta magistratura e del Csm a maggioranza moderata e come le mancanze (o presunte tali) che si vogliono colpire siano sempre riconducibili alla manifestazione del pensiero <268. Ma, anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti e attacca duramente il Csm ed i magistrati conservatori che promuovono le azioni disciplinari <269. Anche in questo caso valgono le considerazioni già fatte a proposito dei toni dei socialisti sulle inchieste sull’eversione di destra: il partito, avvertendo che la sua immagine risulta logorata dagli anni di collaborazione con la Dc compie tutti gli sforzi possibili per accreditarsi presso gli ambienti della sinistra.
    Un elemento importante per l’elaborazione di una politica sulla giustizia e sull’ordinamento giudiziario da parte dei partiti della sinistra è il loro rapporto con la corrente più progressista della magistratura, ovvero Magistratura Democratica. Dopo la scissione del 1969 questo gruppo si era spostato sulla sinistra dell’asse politico e, in occasione del primo congresso, tenutosi a Firenze nel 1973, l’argomento più significativo del dibattito era stato l’atteggiamento nei confronti della sinistra tradizionale, in particolare del partito comunista. Con le elezioni politiche del 1972 Generoso Petrella aveva abbandonato la segreteria della corrente per l’elezione al Senato nelle liste del Pci ed era stato sostituito da Marco Ramat, in quel momento di simpatie socialiste <270; a Firenze dunque si confrontano due gruppi principali, la “destra” interna, rappresentata da Violante, Bruti Liberati, Grimaldi, dallo stesso Petrella, che affermava il ruolo del Pci come punto di riferimento principale, e la “sinistra” con Accattatis, Senese, Marrone, ed altri che sostenevano due punti fondamentali: l’autonomia ideologica rispetto ai partiti della sinistra tradizionale e l’esigenza di formulare strategie politico-giudiziarie “di classe” <271; la conferma di Ramat alla segreteria testimonia lo sforzo di cercare una mediazione tra le due anime della corrente. Un risultato che sembra in buona misura raggiunto in occasione del congresso successivo, nell’aprile del 1975 a Napoli, che segna probabilmente il momento di maggior approssimazione di Magistratura democratica con il Pci <272. In questo periodo Md conta sul sostegno del 13% dei magistrati, contro oltre il 40% di Magistratura Indipendente e poco più del 20% ciascuno a Terzo Potere e Impegno Costituzionale <273.
    Alla vigilia della VII legislatura quindi, pur in presenza di elementi fortemente innovatori che introducono un acceso dibattito interno, la magistratura appare ancora caratterizzata, rispetto alla società italiana, dalla prevalenza di giudici di orientamento moderato-conservatore <274 soprattutto nei suoi gradi più elevati, forse anche in virtù del fatto che la gran maggioranza dei magistrati provengono dalle regioni del Mezzogiorno <275, le quali appunto si distinguono, dal punto di vista politico-culturale, per un maggior seguito ottenuto dai partiti moderati <276. Eppure diversi magistrati appartenenti alle giovani leve, non necessariamente orientate a sinistra o aderenti a Magistratura Democratica, quando si trovano davanti inchieste delicate che riguardano esponenti di partito dimostrano di non farsi influenzare da quella sorta di “sudditanza” culturale nei confronti delle forze politiche, soprattutto quelle di governo, che aveva caratterizzato l’ordine giudiziario italiano fin dall’unificazione.
    E’ opinione diffusa che lo scandalo dei petroli, come anche le inchieste sulle “deviazioni” dei servizi di sicurezza che denotano quantomeno una mancanza di incisività nel controllo politico, abbiano avuto un ruolo significativo nella riduzione di consensi sofferto dalla Dc in occasione delle elezioni del giugno 1975, alle quali, non a caso, il Pci si presenta come il partito dalle “mani pulite”. Anche nel 1976 il coinvolgimento di diversi esponenti Dc in possibili violazioni della legge continua ad avere effetti, se è vero che pur decidendo di dare il voto a questo partito, molti moderati si vedono costretti a “turarsi il naso”, secondo la celebre espressione di Indro Montanelli. In questa maniera le inchieste giudiziarie ricordate danno un contributo importante, forse fondamentale, a quell’«assedio» di cui parla Flaminio Piccoli e che descrive lo stato d’animo di molti democristiani tra il 1974 ed il 1976 <277 quando l’immagine del partito è forse adeguatamente resa dal film di Elio Peltri “Todo modo”, del 1975, in cui un gruppo di dirigenti Dc si isola completamente dalla società per richiudersi in un mondo surreale in cui si mescolano i sensi di colpa dei dirigenti delle correnti interne per gli scandali di cui si sono resi protagonisti, alle ipocrisie ed ai litigi legati all’esercizio del potere.
    Ma gli effetti delle inchieste giudiziarie non si limitano al consenso elettorale; essi si estendono, verosimilmente, anche agli equilibri interni della Dc: a Fanfani succede, pur in presenza di grandi resistenze, un personaggio caratterizzato da notevoli anomalie nella storia del partito, Zaccagnini, che non gode di un grande seguito personale, ma che si è messo in luce per aver denunciato la mancanza di tensione etica e la necessità di abbandonare pratiche non trasparenti; in molti, all’interno ed all’esterno del partito di maggioranza relativa confidano in una fase di “rinnovamento”, in cui un diverso atteggiamento rispetto ai metodi illegali di finanziamento, ai legami con la criminalità organizzata e l’approccio nei confronti di certi elementi delle forze armate sospettate di scarsa fedeltà ai valori democratici, hanno un ruolo importantissimo.
    Le inchieste che riguardano i partiti di governo, portano, da un punto di vista politico ed elettorale, significativi vantaggi al maggior partito di opposizione e di ciò i dirigenti del partito comunista sono consapevoli. Eppure, se da una parte il lavoro dei magistrati permette al Pci di acquisire maggior forza, dall’altra parte esso crea il rischio di radicalizzare la contrapposizione con la Dc che non è funzionale alla collaborazione tra i due maggiori partiti che costituisce il disegno strategico del Pci e, quando le inchieste coinvolgono i socialisti, rischiano di creare un solco nell’ambito della sinistra. Berlinguer è deciso a tener ferma la rotta del partito in direzione del compromesso storico, l’unica strategia che può portare i comunisti a responsabilità di governo correndo pochissimi rischi, di conseguenza la sua tattica è quella di evitare una esasperazione dei toni. Inoltre, pur apprezzando le novità di segno “democratico” che emergono in maniera sempre più evidente tra i giudici, non pochi responsabili del partito dimostrano sempre una certa diffidenza nei confronti di esponenti di un potere burocratico che, in tutta autonomia, intraprendono iniziative capaci di incidere sulle dinamiche dei partiti. Tuttavia la posizione del partito per quanto riguarda l’eversione di destra, la criminalità organizzata, ma anche la corruzione pubblica è chiara ed è di aperto contrasto. Il risultato è una politica in cui i comunisti, pur senza alzare i toni, senza ricorrere al deprecato “qualunquismo”, senza cioè attribuire all’intera Democrazia Cristiana le responsabilità per gli atti devianti di singoli esponenti, adottano tutte le iniziative specifiche per favorire l’emergere delle responsabilità personali di coloro che sono sottoposti a indagini.
    Con i socialisti il Pci è ancora più cauto. Per quanto riguarda i processi che si riferiscono al terrorismo di marca fascista non esistono problemi di sorta; si tratta di vicende che uniscono i due partiti della sinistra contro, almeno ciò è quanto si percepisce nel dibattito pubblico, alcuni partiti di governo; si tratta di inchieste, si potrebbe dire, che favoriscono la linea dell’”alternativa di sinistra” in campo politico; un discorso analogo vale per la criminalità organizzata. Mentre il problema della corruzione e del finanziamento occulto dei partiti è assai più delicato: il Psi sembra pagare la prossimità col potere centrale che dura ormai da oltre un decennio e, in alcune circostanze, membri del partito vengono lambiti, o anche coinvolti, nelle indagini, cosa che probabilmente non rimane senza conseguenze per le delusioni elettorali del Psi nel 1975. Inoltre, anche se la stampa non dà grande risalto alla cosa, il partito vota puntualmente, o quasi, in sintonia con la Dc nella commissione inquirente che si occupa di petroli, Montedison ed altro. In questo caso le inchieste sembrano, da un punto di vista politico favorire l’unità d’azione tra Dc e Psi, in una parola, il Centrosinistra.
    [NOTE]
    252 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia, Einaudi, Torino, 1982. Vedere anche “Gerarchie e potere nella magistratura”, Il Contemporaneo, allegato a Rinascita N. 9 del 1 marzo 1974.
    253 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit.
    254 Vedere, ad esempio, R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Da piazza Fontana a mani pulite.Cit.
    255 Vedere l’inserto sulla campagna elettorale in La Magistratura aprile-maggio 1975,
    256 “Colpire a fondo. Colloquio con Mario Zagari”, Il Mondo del 31 gennaio 1974. N. 5; vedere anche “Grandi forze sono senza controllo”, l’Avanti, 23 gennaio 1974
    257 “Per la giustizia soluzioni globali”, l’Avanti del 12 aprile 1974
    258“Ampliare le libertà per rafforzare le istituzioni”, l’Avanti del 27 settembre 1974
    259 “Nuove rappresentanze per i magistrati”, il Popolo del 09 aprile 1975
    260 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia. Cit. Pag. 42.
    261 Nota del 21 ottobre 75, Fondazione Gramsci, Archivio del Pci, Busta N. 208, Pag. 910X
    262 Sull’argomento vedere, ad esempio, “La disciplina dei magistrati”, Quale giustizia N. 38-39 del 1977; oppure E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni Novanta”. Cit. Pag. 191.
    263 Magistratura Democratica, Magistrati scomodi. Un tentativo di epurazione, Dedalo, Bari, 1974.
    264 R. Canosa, Storia di un pretore, Einaudi, Torino, 1978.
    265 Romano Canosa, Storia di un pretore. Cit. Pag. 87.
    266 Una significativa eccezione è costituita dal trasferimento ai danni del pretore Di Giorgio di Martina Franca. Verosimilmente l’interessamento del Csm deriva dalle inchieste del pretore che avevano toccato interessi politici e imprenditoriali locali. Vedere “Trasferito il pretore Di Giorgio”, l’Unità del 14 gennaio 1974
    267 Il periodico Quale giustizia di maggio-giugno 1977 contiene una descrizione dei casi più significativi.
    268 Vedere, ad esempio, “L’attacco ai magistrati democratici”, l’Unità del 14 maggio 1974
    269 Vedere, per esempio, “Caso Ramat, riappare la repressione”, l’Avanti del 26/04/1974 o “Il Csm all’azione repressiva”, l’Avanti del 18 maggio 1974, o, ancora, “al Csm altri tre pretori perseguiti per le loro sentenze in materia di lavoro”, l’Avanti del 13 ottobre 1974
    270 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 320.
    271 G. Palombarini, Giudici a sinistra. Cit. Pag. 117
    272 Vedere, ad esempio, “I giudici fanno il compromesso storico”, Espresso, N. 16 del 1975
    273 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 385 Si tratta delle percentuali di voto ottenute da ciascuna corrente in occasione delle elezioni per la giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati nel 1976.
    274 Questa circostanza è testimoniata, oltre che dai risultati elettorali per il rinnovo dei vertici dell’Anm e per il Csm, da diversi protagonisti dell’epoca, ad esempio Paolo Emilio Taviani, che, nelle sue memorie, nel parlare di Vittorio Occorsio, ricorda che gli era stato descritto come giudice «orientato a sinistra», un giudizio che il politico democristiano considera «un merito anziché un difetto» in considerazione «dell’eccessivo reazionarismo della maggioranza dei magistrati anziani»; si tratta di un commento che risale alla fine del 1973.
    275 Di Federico, Caratteristiche socioculturale della magistratura. La tendenza degli ultimi vent’anni, Rusconi, Milano, 1989.
    276 R. Mannheimer e G. Sani, Il Mercato elettorale, Il Mulino, Bologna, 1987.
    277 G. Galli, Storia del socialismo italiano. Cit. Pag. 413.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  3. Fermezza o trattative con le Brigate Rosse nel 1981

    Ma non è certo solo il caso Gioia, o, più in generale, un diverso approccio verso il ruolo della commissione inquirente, a dividere il Psi dal Pci. Gli ultimi mesi del 1980 infatti fanno riaprire vecchie ferite che risalgono a oltre due anni prima, ai giorni del rapimento di Aldo Moro e che ancora non si sono rimarginate. Nel mese di ottobre Berlinguer si reca a deporre presso la commissione parlamentare sul caso Moro ed esprime opinioni critiche nei confronti della condotta del Psi, che aveva rotto il “fronte della fermezza” con il suo tentativo umanitario; l’Avanti definisce «sconcertante» la deposizione del segretario comunista <220. A novembre è il turno di Craxi di deporre in commissione ed il leader del Psi parla dei contatti attivati con gli esponenti di Autonomia e, pochi giorni dopo, rilascia un’intervista all’Europeo sull’argomento. Ma il momento di maggior tensione arriva alla fine del mese quando i quattro commissari del Psi, dopo una riunione con Craxi, abbandonano polemicamente la commissione. In un comunicato si spiega la condotta dei socialisti con non meglio precisate «strumentalizzazioni e violazioni di legge» nei lavori della commissione e con la divulgazione intenzionale di documenti e, soprattutto, la «tendenza a trasferire l’obiettivo dell’inchiesta, trasformando i lavori della commissione in un vero e proprio processo politico diretto contro una tesi, una condotta e una forma politica» <221. A generare le ire del Psi sembra essere stata soprattutto la richiesta da parte della procura di una copia delle deposizioni di Craxi, Landolfi, Signorile e Guiso; ire acuite quando sia la Dc che il Pci (che insieme dispongono della maggioranza dei voti) si dimostrano intenzionati ad accogliere la richiesta dei magistrati <222.
    I giorni del rapimento di Aldo Moro ritornano prepotentemente alla memoria di tutti quando, nel mese di dicembre, si verifica una nuova emergenza che ripropone il dilemma tra “fermezza” e “trattativa”. Il giorno 12 del mese viene rapito il magistrato Giovanni D’Urso, presidente di sezione della Cassazione e distaccato presso il ministero di Grazia e giustizia con responsabilità sul trasferimento di detenuti. L’azione è subito rivendicata dalle Br, che chiedono per la liberazione che venga chiuso il carcere dell’Asinara in Sardegna. Questa volta, a differenza di quanto era avvenuto nel 1978, lo schieramento tra fautori della fermezza e disponibili alla “trattativa” si definisce molto rapidamente.
    Nel governo i socialisti sostengono che la chiusura del carcere non costituisce una violazione di legge <223 e la si può concedere per salvare una vita umana, mentre la maggior parte dei democristiani ed i repubblicani affermano che, sebbene non rappresenti un’illegalità, la chiusura dell’Asinara significa piegarsi al ricatto, e con ciò dare legittimità ai terroristi. I magistrati in generale dimostrano grande solidarietà nei confronti di D’Urso e, coloro che manifestano un’opinione, sebbene nessuno ovviamente proponga di violare la legge, sono a favore di prendere «tutte le misure possibili» per salvare il giudice rapito <224. Il 25 dicembre Craxi rilascia una dichiarazione nella quale dice che il carcere sardo deve essere chiuso subito; si tratta di quello che Gaetano Scamarcio definisce il «blitz di Natale» <225. Due giorni dopo la vecchia prigione viene effettivamente sgombrata <226, ma il 28 vi è una rivolta nel carcere di Trani organizzata dai terroristi, che prendono in ostaggio diversi agenti di custodia. Questa volta la reazione del governo è di notevole determinazione: il giorno seguente le installazioni di Trani vengono prese d’assalto dalle unità speciali dei Carabinieri, che salvano gli agenti sequestrati e ristabiliscono l’ordine senza vittime.
    La posizione del Pci è, dall’inizio, critica di ogni linea d’azione che implichi segni di arrendevolezza nei confronti dei terroristi; dopo la chiusura del carcere sardo, nel commentare le esternazioni di Pertini, il quale si dimostra decisamente contrario a trattative, un editoriale dell’Unità afferma che “…è impensabile che chi governa questo paese sia così sprovveduto […] da non capire quello che anche il più ingenuo degli italiani ha capito subito: che l’Asinara era un pretesto, che cedere su quel pretesto significava esporsi a pagare poi, e forse subito, prezzi e rischi sempre più alti, che nessuna proclamazione di “autonomia” nell’atto di cedimento avrebbe liberato il governo dal sospetto di aver accettato il terreno della contrattazione coi terroristi…” <227
    Il 31 dicembre viene assassinato a Roma il generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, responsabile della sicurezza esterna delle carceri e quattro giorni dopo le Br diramano un comunicato in cui dichiarano che D’Urso è stato condannato a morte, ma che lasceranno ai compagni detenuti una valutazione definitiva. In favore della trattativa ci sono, oltre al partito Radicale, i cui deputati vanno nelle carceri a parlare con i terroristi, i vertici dell’Anm e, si direbbe, la maggior parte dei magistrati. Tra di essi però non mancano segnali in senso contrario, ad esempio il discorso d’inaugurazione dell’anno giudiziario del Pg di Roma Pascalino, che invita alla fermezza <228; oppure, qualche giorno dopo, la decisione dei magistrati della sezione civile della pretura, che rigettano l’istanza del fratello del giudice rapito con la quale si chiede di ordinare ai giornali la pubblicazione dei documenti Br per uno «stato di necessità» <229; ma quando Curcio accenna alla liberazione del brigatista Gianfranco Faina, la Corte d’Appello di Firenze ne ordina subito la libertà provvisoria, attirandosi le critiche del Pci <230.
    I socialisti, mentre Craxi si trova in Africa in vacanza, tengono una direzione e sembrano orientati ad evitare contatti con i brigatisti in carcere <231; poco dopo, l’8 gennaio, i terroristi detenuti a Trani affermano che daranno il loro benestare alla grazia se giornali e Tv divulgheranno documenti preparati dai brigatisti <232. Mentre diversi giornali proclamano quello che verrà definito il “black-out”, per non favorire il disegno dei terroristi, i magistrati si fanno ancora promotori di una linea meno intransigente e l’Anm promuove un incontro con la federazione della stampa per trattare l’argomento; il segretario dell’associazione, l’esponente di Magistratura democratica Senese, spiega che «la nostra posizione è che nel rispetto della legalità si debba fare tutto per salvare il collega […] La cosa peggiore che si possa fare in questo momento è trasformare il dibattito sulle decisioni da prendere in una discussione teologica sui massimi sistemi» <233.
    Intanto Craxi rientra dalle vacanze e impone la linea al partito sconfessando la direzione precedente: il Psi appoggerà la campagna radicale per la pubblicazione. Ad essa aderiscono Lotta Continua, il Manifesto, L’Avanti e, in un secondo momento anche il Secolo XIX ed il Messaggero. Il 14 gennaio l’Avanti ospita una lettera dello stesso D’Urso che, dalla prigionia, chiede la pubblicazione dei documenti; il giorno seguente il magistrato viene liberato.
    Dopo il rilascio il Presidente del consiglio si reca immediatamente alla Camera per fare una relazione sull’accaduto ma nel suo discorso, ben accolto da Psi, Psdi e radicali, si sforza di non accusare nessuno e non prendere parte nel dibattito tra fermezza e trattativa. I repubblicani appaiono critici <234, ma lo stesso può dirsi di importanti settori della Dc. Il Popolo cita una dichiarazione di Piccoli in cui spiega che «l’atteggiamento di fermezza è stato determinante per la tenuta contro il ricatto delle Br» e poi, illustrando la posizione dei partiti, spiega che “Il Psi ha esposto la propria posizione «in autonomia»” ricordando la polemica di Balzamo contro il Pci, accusato di «farneticare su un presunto partito del cedimento che non è mai esistito» <235. Ma qualche tempo dopo Piccoli apparirà molto più deciso; in occasione del congresso del suo partito, nei primi giorni di maggio 1982, circa la richiesta di
    pubblicare documenti ricorderà che “…affermavo: siamo dinnanzi al più grave ed inaccettabile dei ricatti […] furono molti i giornali, anche di partito, che ritennero di accedere alle richieste delle Br […] Mi limito ad osservare che accedere a quella richiesta consentì alle Br di conseguire un obiettivo essenziale della loro strategia di intossicazione psicologica […] Ciò che avrebbe dovuto suggerire maggior cautela a esponenti socialisti nell’affrontare alcune delle questioni poste dalla liberazione di Ciro Cirillo…” <236
    Nel caso D’Urso quindi si riprende il gioco delle parti già sperimentato quasi tre anni prima, ma con qualche differenza: a questo punto l’opinione pubblica sembra essersi assuefatta, in qualche misura, alla tesi circa le possibilità che lo Stato si impegni in qualche tipo di “trattativa” con i terroristi. Di conseguenza l’azione del Psi, accompagnata da quella dei radicali, è assai più decisa ed incisiva. L’altra differenza è che questa volta a sostenere il governo in Parlamento non ci sono più i comunisti, e quindi i democristiani si ritrovano soli ad osservare il movimentismo degli alleati socialisti e lo fanno non senza malumori e risentimento.
    [NOTE]
    220 “Sconcertante deposizione di Berlinguer su Moro”, Avanti del 11 ottobre 80
    221 “Si sono dimessi i commissari Psi”, Avanti del 29 novembre 80
    222 “Commissione Moro”, La Stampa del 28 novembre 80
    223 Inoltre la dismissione dell’Asinara era già prevista e al momento del sequestro vi rimanevano solo 25 detenuti.
    224 Vedi ad esempio “I magistrati contrari a scelte aprioristiche per Giovanni D Urso”, Avanti del 19 dicembre 80, o “I magistrati favorevoli a chiudere l’Asinara”, Avanti del 31 dicembre 1980, contenente un’intervista a Beria d’Argentine; vedi anche P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 Cit. pag. 858
    225 Dichiarazione citata in G. Fiori, Berlinguer Cit. Pag. 412
    226 Secondo Fiori, in questa maniera, la chiusura è «data non alle Br per salvare una vita umana, ma a Craxi per salvare il governo», Ibid. Pag. 413
    227 “Salvare un governo o la democrazia?”, Unità del 30 dicembre 80
    228 “E’ escluso che lo stato possa cedere al terrorismo”, Popolo del 10 gennaio 81
    229 “Giornali (con poche eccezioni) prevale la linea della fermezza”, Popolo del 13 gennaio 81
    230 “Traspare una torbida trattativa con le BR”, Unità del 9 gennaio 81
    231 G. Fiori, Berlinguer. Cit. Pag. 415
    232 “33 giorni di prigionia”, La Stampa del 15 gennaio 1981.
    233 “Iniziativa dei giudici verso stampa e partiti”, Avanti del 7 gennaio 81
    234 “Le BR annunciano: liberiamo d’Urso”, Unità del 15 gennaio 81
    235 “La maggioranza unita nella lotta al terrorismo”, Popolo del 15 gennaio 81
    236 “Relazione di Piccoli al congresso”, Popolo del 3 maggio 82
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  4. La mappa del potere locale cambia radicalmente nel 1975

    Nella primavera del 1975 però è la procura di Milano che comincia a lavorare sugli appoggi politici a Sindona, in particolare su un finanziamento di due miliardi fatto alla Dc (secondo alcuni in cambio della nomina di Mario Barone a consigliere di amministrazione del Banco di Roma, circostanza confermata anche da Aldo Moro nel “memoriale” scritto durante il sequestro operato dalle Br nel 1978), su cui i magistrati intendono sentire l’On. Micheli, responsabile amministrativo del partito, che però si dice disponibile solo dopo le elezioni amministrative di giugno. Successivamente però Micheli non chiarirà l’origine dei due miliardi che la Dc non può negare di aver ricevuto, mentre i magistrati milanesi inviano una comunicazione giudiziaria anche a Carli, governatore della Banca d’Italia, per l’autorizzazione data al salvataggio (rivelatosi poi inutile) della Banca Privata.
    La procura di Milano fin dal gennaio 1975 aveva inviato la richiesta di estradizione di Sindona al ministero di Grazia e giustizia per l’inoltro negli Usa (dove il bancarottiere era stato intanto tratto in arresto per il fallimento della banca USA Frankin, acquistata da Sindona pochi anni prima) ma, nel meccanismi della burocrazia qualcosa si era inceppato e la domanda non aveva ottenuto esiti. Secondo la denuncia dei comunisti si era trattato di una mossa deliberata per aiutare Sindona; inoltre si era prospettata anche la possibilità che emissari della Dc avessero contattato il finanziere per indurlo a dichiarare di aver ricevuto la restituzione dei due miliardi <211. In seguito, nel febbraio 1976, Giovanni Guidi, amministratore del Banco di Roma, affermerà ai magistrati di Milano che erano stati Fanfani e Andreotti a propiziare il finanziamento di 100 milioni di dollari da parte del Banco di Roma a Sindona <212, imponendo Mario Barone come consigliere e amministratore delegato della banca. Guidi spiegherà anche che il prestito era stato deciso in autonomia dalla banca e che Carli era stato informato solo dopo, a luglio.
    Nel seguire tutte le vicende l’Avanti non usa particolari cautele nei confronti dell’alleato di governo. Già nell’ottobre del 1974 aveva parlato, sebbene in termini generali, “delle compiacenze di cui ha goduto” Sindona <213; ma fra maggio e giugno del 75, con l’avvicinarsi delle amministrative, e quando il ruolo di esponenti della Dc appare pienamente documentato, un paio di articoli di Ugo Intini segnano un affondo del Psi <214. Afferma Intini che «La particolare caratteristica del crimine nel nostro Paese trova le sue radici […] nella corruzione del potere», inoltre il giornale attacca la politica di law & order promossa da Fanfani e dalla Dc, affermando che in realtà il pericolo per la legalità viene dal legame tra criminali e potere e cita ad esempio il caso Sindona. La Dc sui propri giornali quasi non si occupa della questione, in alcune delle poche circostanze in cui lo fa sostiene che l’operazione del Banco di Roma, tutto sommato è stata vantaggiosa e comunque era stata autorizzata dalla Banca d’Italia <215; molto simili nei loro contenuti le dichiarazioni del ministro del Tesoro Colombo su La Discussione <216.
    La definizione di “terremoto” <217 elettorale per le amministrative del giugno 1975, in un paese in cui lo spostamento di consensi da un partito all’altro è sempre stato piuttosto ridotto, sembra decisamente azzeccata. La Dc perde due punti e mezzo rispetto alla tornata del 1970, i socialisti guadagnano quasi due punti. Ma è soprattutto l’affermazione del Pci, il quale passa dal 27,9% al 33,5 e si trova quindi a meno di due punti dai democristiani, che crea sensazione. La mappa del potere locale cambia radicalmente, comincia la stagione delle “giunte rosse” che, per alcuni, potrebbero costituire un anticipo dell’affermarsi dell’”alternativa” anche al livello del governo centrale. Eppure i comunisti sono coerenti nel portare avanti la strategia del “compromesso”, che la grande affermazione contribuisce semmai a confermare. Tra i socialisti, nonostante l’incremento di voti, traspare una certa delusione perché l’altro partito della sinistra ha guadagnato ben di più, un dirigente socialista fa notare che «noi abbiamo scosso l’albero ma i comunisti hanno raccolto i frutti» <218; l’adesione al governo, è la riflessione di molti, penalizza il partito. In occasione del comitato centrale che ha luogo a luglio <219 comincia un periodo di riflessione che dura fino al CC successivo, nel mese di ottobre; in questa fase «si consuma la completa conversione del gruppo dirigente di quel partito alla linea dell’alternativa» <220, cambiamento di rotta poi formalizzato in occasione del congresso del marzo 1976.
    Ma chi subisce il travaglio più significativo all’indomani delle elezioni di giugno 1975 sono i democristiani i quali, per usare le parole di Moro, si rendono conto che il destino «non è più, in parte, nelle [loro] mani» <221. Fanfani, nonostante la sua strenua resistenza, perde la segreteria e dopo alcune convulsioni da parte delle correnti prevale la soluzione patrocinata con grande abilità tattica dal presidente del consiglio: il nuovo leader diviene Benigno Zaccagnini, almeno in via provvisoria, in attesa del congresso previsto per il 1976 <222. La sua figura <223 diverrà il simbolo del rinnovamento del partito e del tentativo di liberare dalla sua immagine l’associazione con una serie di episodi torbidi contrassegnati da corruzione, collusione con la criminalità organizzata e, secondo molti, anche con le vicende eversive in funzione anticomunista. Anche le strategie del partito per quanto riguarda le alleanze subiscono cambiamenti; quando Aldo Moro tiene il suo noto discorso in occasione della Fiera del Levante a Bari, a settembre, diviene chiaro che la Dc sta mutando atteggiamento nei confronti dei comunisti: «nessuno può disconoscere la forza e il peso del Pci nella vita del Paese. Nessuno può oggi sottrarsi ad un confronto serio, non superficiale né formale con la massima forza di opposizione…» <224
    Tuttavia il nuovo corso della Dc è ben lungi dall’essere accettato da tutte le sue componenti e le abilità di mediazione di Moro non impediscono alla nuova segreteria di essere oggetto di attacchi, soprattutto da parte dei dorotei <225.
    Ma le tensioni non si limitano al partito di maggioranza relativa: anche nell’ambito delle forze che sostengono il governo Moro il malcontento viene espresso in maniera sempre più esplicita, in particolare dai socialisti che alla fine dell’anno giungono a provocare la crisi, quando il loro segretario dichiara la «morte» del centrosinistra e reclama un governo che coinvolga in qualche modo i comunisti. Ma una simile mossa non viene raccolta dalla Dc e i socialisti non riescono ad ottenere un epilogo a loro favorevole. Moro può quindi costituire il suo ultimo governo, al quale questa volta partecipa il Psdi al posto del Pri, che pure assicura, come i socialisti, il sostegno parlamentare.
    [NOTE]
    211 “Sindona doveva asserire che la Dc gli aveva restituito i due miliardi” Unità del 13 settembre 1975
    212 “Il banchiere Guidi chiama in causa la Dc e Fanfani per il crack Sindona”, Unità del 20 febbraio 1976.
    213 “Nel sistema le radici del caso Sindona”, Avanti del 10 ottobre 1974.
    214 “Crimine, mafia, banche e politica”, Avanti del 09 maggio 1975, e “Il volto inquietante del potere” Avanti del 12 giugno 1975.
    215 “Piena luce sul caso Sindona”, Il Popolo del 12 ottobre 1974.
    216 “Colombo sul caso Sindona”, La Discussione N. 1044 del 11 novembre 1974.
    217 L’espressione viene introdotta nel dibattito pubblico per indicare gli esiti delle elezioni amministrative del 1975 da C. Ghini, Il terremoto del 15 giugno, Feltrinelli, Milano, 1976.
    218 G. Galli, Ma l’Italia non cambia, Studio Tesi, Pordenone, 1978. Pag. 146
    219 Vedi l’Avanti del 29/07/75, “Una via democratica per rinnovare il Paese”, nella sua relazione al partito De Martino afferma chiaramente che è necessario “superare il centrosinistra”
    220 G. Amato e L. Cafagna, Duello a sinistra. Cit. pag. 106
    221 La nota frase viene pronunciata in occasione del discorso detto “della terza fase”, in occasione del Consiglio nazionale del luglio 1975.
    222 G. Galli, Mezzo secolo di Dc. Cit. Pag.285.
    223 Zaccagnini aveva sorpreso non pochi osservatori quando, alcuni mesi prima, nel corso di un’intervista, (apparsa su Panorama del 26 settembre 1974) aveva espresso l’opinione che il partito doveva rinnovarsi profondamente e abbandonare la ricerca del potere ad ogni costo, ricerca che era divenuta l’«elemento primario».
    224 Passaggi del discorso sono riportati su l’Avanti del 13/09/75, “Bilancio di Moro sulla situazione politica”.
    225 Vedere “Situazione pesante all’interno della Dc”, l’Avanti del 09 ottobre 1975 e “Piccoli attacca la segreteria e rilancia la centralità”, Avanti del 09 novembre 1975
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  5. Intanto nel 1958 il Parlamento approva la legge per l’introduzione del Consiglio superiore della magistratura

    Verso la fine del decennio, d’altra parte, la vita associativa comincia a fare emergere anche divisioni in seno all’associazione tra le giovani leve ed i gradi più alti, divisioni legate essenzialmente al problema dell’indipendenza interna e, in particolare, alla richiesta di abolizione dei concorsi previsti per i passaggi di categoria dei giudici che comportano un certo livello di controllo dell’intero corpo da parte dei cassazionisti. Tale frattura emerge in maniera netta nel corso del congresso dell’Associazione del 1957 a Napoli, durante il quale viene votata una mozione che si richiama, appunto, all’abolizione delle carriere. La reazione dei magistrati di cassazione è decisa e la scissione è inevitabile: gli alti gradi della magistratura costituiscono, nel 1960, l’Unione delle corti, poi ribattezzata Unione magistrati italiani (1961), che condurrà una propria esistenza completamente separata dall’Anm ed anzi spesso in contrasto con essa, fino alla fine degli anni Settanta.
    Intanto nel 1958 il Parlamento approva la legge per l’introduzione del Consiglio superiore della magistratura; si tratta però di una legge che scontenta molti magistrati (nel congresso di Napoli già ricordato il disegno di legge presentato dal guardasigilli Aldo Moro era stato abbondantemente criticato) e giuristi a causa del grado, considerato non sufficiente, di indipendenza che assicura ai giudici nei confronti del potere politico. Secondo la legge del 1958 infatti il ministro mantiene il potere di iniziativa per quanto riguarda l’assegnazione dei magistrati, la loro promozione e, in generale il loro status. Altro aspetto della legge profondamente criticato è la rappresentatività della composizione del Csm: in base alla legge elettorale vengono sovra-rappresentati i magistrati di Corte d’appello e, ancor di più quelli di Cassazione, che in sostanza hanno la possibilità di dominare il Consiglio <27. Anche Maranini si esprime negativamente, affermando che la legge è ben lontana dal garantire l’indipendenza dell’ordine giudiziario prevista dalla Costituzione <28.
    Al conflitto interno alla magistratura tra “innovatori” e “tradizionalisti” non sono estranei anche alcuni politici. Nel giugno del 1959, poco prima di un nuovo congresso dell’Anm, previsto per ottobre a Sanremo, vi è una presa di posizione da parte dell’on. Rocchetti, democristiano, futuro vicepresidente del Csm e membro della Corte costituzionale; questi in Parlamento critica il sistema elettorale interno dell’Anm, nell’ambito della quale stanno emergendo posizioni di rottura rispetto alla tradizione, denunciando il sistema delle deleghe e affermando la necessità di regole interne <29.
    Con la scissione da parte dei cassazionisti, gli equilibri interni dell’associazione dei magistrati divengono più favorevoli agli “innovatori” e ciò comporta una maggior pressione nei confronti del Parlamento e dei partiti verso una riforma dei sistemi interni di promozione. Un primo importante successo arriva nel 1963, quando viene promulgata una legge che introduce i “ruoli aperti” (ma si tratta in realtà di un compromesso in cui l’Anm sacrifica parte delle proprie rivendicazioni), ovvero le promozioni in soprannumero rispetto ai posti disponibili e abolisce i detestati concorsi per titoli (uno degli strumenti di controllo da parte degli alti gradi in passato). La strada non è però tutta in
    discesa: già l’anno successivo infatti Giallombardo su “La Magistratura”, organo dell’Anm, condanna l’operato del Csm, sostenendo che le commissioni per gli scrutini dei magistrati stanno, nella pratica concreta, annullando gli effetti della legge <30. Ma il 1963 è un anno importante anche per la trasformazione dell’organo di autogoverno: una sentenza della Corte costituzionale dichiara illegittima la legge istitutiva del 1958 nella parte che richiede l’iniziativa del ministro guardasigilli per la maggior parte degli atti più significativi del Consiglio, ritenendola lesiva dell’indipendenza della magistratura.
    Il 1964 è un anno decisivo per l’associazionismo dei magistrati: l’assemblea dell’Anm decide di adottare il sistema proporzionale per l’elezione del direttivo; la conseguenza probabilmente più importante è lo sviluppo dei gruppi di riferimento interni, presto battezzati “correnti” dalla stampa, che presentano le loro liste e, grazie ai risultati elettorali, consentono di identificare con una certa precisione le tendenze ideologiche ed il rispettivo peso, fra i magistrati italiani. Si delineano tre grandi schieramenti: uno di maggioranza raccolto intorno alla rivista “Terzo potere”, che darà il nome alla corrente, dotato di un programma definito da alcuni “corporativo” e certamente molto attento alle problematiche più tipicamente sindacali; al tempo stesso la corrente stava dando un grande contributo all’innovazione dell’ordinamento e disponeva di un leader come Salvatore Giallombardo, un punto di riferimento di molti giudici italiani e futuro animatore del congresso dell’Anm di Gardone l’anno successivo. Alla destra dello schieramento vi è Magistratura indipendente <31, che mette al centro del proprio programma il principio dell’apoliticità del giudice, la riforma delle carriere in materia di retribuzione e l’autogoverno della magistratura anche sotto il profilo economico. La base culturale di Magistratura indipendente appare molto simile a quella tradizionalista dell’Unione magistrati italiani ed in effetti ciò che realmente distanzia le due associazioni è la rappresentanza dei magistrati di tribunale e di appello, a cui la seconda non provvede. Gli aderenti a “Mi” dimostrano una scarsa propensione alla partecipazione ed una notevole riluttanza a rilasciare deleghe in occasione delle votazioni <32. Infine vi è Magistratura democratica, fondata a Bologna nel mese di luglio. Nella corrente convivono, almeno fino alla scissione del 1969, elementi ricollegabili alla tradizione liberale, a quella cattolica (ne fa parte, ad esempio, Carlo Moro, fratello del Presidente del consiglio) a quella radicale e a quella marxista; i suoi aderenti mettono al centro la questione del rinnovamento di quella parte dell’ordinamento di origine liberale o fascista e la necessità che il giudice eserciti la giurisdizione utilizzando un’interpretazione della legge ispirata ai principi della Costituzione. Fondamentale nel bagaglio culturale di Magistratura democratica nella fase iniziale anche il controllo della giurisdizione da parte dell’opinione pubblica e, in generale, l’abbandono di quella “separatezza” tra giudice e società che, in qualche modo, costituisce un retaggio culturale ancora assai vivo nella categoria <33. Per molti militanti di Magistratura democratica, in particolare nel periodo compreso tra il 1964 ed il 1977, l’adeguamento del giudice alla società moderna si spinge ben oltre il mero superamento del positivismo giuridico, fino a teorizzare la “giurisprudenza alternativa”, che avrebbe dovuto essere, in primo luogo, uno strumento per affermare scelte che sottolineassero la prevalenza degli interessi delle classi subalterne e per la transizione al socialismo, sfruttando tutte le possibilità offerte dall’ordinamento <34.
    Secondo Giorgio Freddi è in questo periodo che, in generale, si sovrappongono alle tradizionali istanze tipicamente corporative della magistratura, anche «controvalori universalistici, i quali si pongono in alternativa ai valori tradizionali. Avviene che emerge una nuova leadership associativa, la quale, diversamente dalla precedente è consapevole da un canto che se si vogliono portare avanti con successo le istanze sindacali occorre uscire dal chiuso dell’ordine giudiziario e articolare quelle istanze in modo da renderle comprensibili e politicamente rilevanti…» <35. La competizione fra le correnti diviene immediatamente molto accesa <36; nel corso delle elezioni per il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm del dicembre 1964 appare un libello dal titolo “Compagno giudice”, attribuito ad aderenti a Magistratura indipendente, che attacca, da destra, con espressioni anche pesanti, le altre due correnti, ritenute eccessivamente “rivoluzionarie”. In quella circostanza “Terzo potere” si afferma come gruppo associativo maggioritario con il 41 per cento dei consensi, seguito da Magistratura Indipendente, con il 33 per cento e da Magistratura Democratica con il 19 (altre liste minori conseguono l’8 per cento in totale) <37.
    [NOTE]
    27 Secondo la legge del 1958, dei 14 membri “togati” (7 erano invece quelli eletti dal Parlamento secondo il dettato costituzionale) 6 dovevano essere di cassazione, 4 di appello e 4 di tribunale. A questi si devono aggiungere 2 membri di diritto, anch’essi magistrati di Cassazione.
    28 G. Maranini, Storia del potere in Italia 1848-1967, Vallecchi, Firenze, 1968. Pag. 458
    29 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 235. Secondo gli autori ciò segna l’inizio di uno stretto collateralismo tra settori della Dc e gli alti gradi della magistratura poi rappresentati dall’Umi.
    30 Ibid. Pag 273
    31 Non tutti coloro che aderiscono a questa corrente però accettano completamente questa collocazione: «Dire come fa Romano Canosa che Magistratura indipendente è la corrente di destra, è una verità parziale. E’ vero se la si distingue da Magistratura democratica (sinistra) e da Unità per la costituzione (centro-sinistra). Non è vero se la qualificazione è intesa in senso assoluto. In magistratura esiste una sinistra giudiziaria. Non esiste una destra giudiziaria. La ragione fondamentale di quest’assenza sta nel fatto che, nella visione dello stato di un uomo di destra (non del centro-destra liberal) la giurisdizione è funzione neutrale, con la conseguenza che i magistrati orientati a destra rifiutano di collocarsi in una delle classificazioni politiche usuali» in R. Ricciotti, Sotto quelle toghe. Le radici delle correnti nella magistratura, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2007. Pag. 44
    32 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag.279
    33 Vedere L. Ferrajoli, “Per una storia delle idee di Magistratura Democratica”, in N. Rossi (a cura di), Giudici e democrazia: la magistratura progressista nel mutamento istituzionale, Franco Angeli, Milano, 1994.
    34 V. Zagrebelsky, “La magistratura ordinaria dalla costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 773
    35 Giorgio Freddi, “La magistratura come organizzazione burocratica”, in Politica del diritto, del 1972.
    36 Per rendere l’idea di quanto le proposte dei settori progressisti, in particolare di Magistratura democratica, fossero considerate eversive si consideri il seguente passaggio scritto da un giudice moderato che, dopo aver ricordato le dottrine nazionalsocialista e sovietica del diritto, afferma che «Il terzo momento di crisi del diritto in Europa ha origine nel 1964 con la pubblicazione del programma di Magistratura democratica. Un gruppo di magistrati culturalmente dotati e politicamente determinati si fece sostenitore della giurisdizione come funzione di indirizzo politico», R. Ricciotti, Sotto quelle toghe. Le radici delle correnti nella magistratura, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2007. Pag. 50.
    37 Le cifre sono tratte da C. Guarnieri, Magistratura e politica in Italia. Pesi senza contrappesi, Il Mulino, Bologna, 1992. Pag. 101.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  6. Nel marzo del 1974 la Franklin dà le prime avvisaglie di crisi

    Nella primavera del 1975 però è la procura di Milano che comincia a lavorare sugli appoggi politici a Sindona, in particolare su un finanziamento di due miliardi fatto alla Dc (secondo alcuni in cambio della nomina di Mario Barone a consigliere di amministrazione del Banco di Roma, circostanza confermata anche da Aldo Moro nel “memoriale” scritto durante il sequestro operato dalle Br nel 1978), su cui i magistrati intendono sentire l’On. Micheli, responsabile amministrativo del partito, che però si dice disponibile solo dopo le elezioni amministrative di giugno. Successivamente però Micheli non chiarirà l’origine dei due miliardi che la Dc non può negare di aver ricevuto, mentre i magistrati milanesi inviano una comunicazione giudiziaria anche a Carli, governatore della Banca d’Italia, per l’autorizzazione data al salvataggio (rivelatosi poi inutile) della Banca Privata.
    La procura di Milano fin dal gennaio 1975 aveva inviato la richiesta di estradizione di Sindona al ministero di Grazia e giustizia per l’inoltro negli Usa (dove il bancarottiere era stato intanto tratto in arresto per il fallimento della banca USA Frankin, acquistata da Sindona pochi anni prima) ma, nel meccanismi della burocrazia qualcosa si era inceppato e la domanda non aveva ottenuto esiti. Secondo la denuncia dei comunisti si era trattato di una mossa deliberata per aiutare Sindona; inoltre si era prospettata anche la possibilità che emissari della Dc avessero contattato il finanziere per indurlo a dichiarare di aver ricevuto la restituzione dei due miliardi <211. In seguito, nel febbraio 1976, Giovanni Guidi, amministratore del Banco di Roma, affermerà ai magistrati di Milano che erano stati Fanfani e Andreotti a propiziare il finanziamento di 100 milioni di dollari da parte del Banco di Roma a Sindona <212, imponendo Mario Barone come consigliere e amministratore delegato della banca. Guidi spiegherà anche che il prestito era stato deciso in autonomia dalla banca e che Carli era stato informato solo dopo, a luglio.
    Nel seguire tutte le vicende l’Avanti non usa particolari cautele nei confronti dell’alleato di governo. Già nell’ottobre del 1974 aveva parlato, sebbene in termini generali, “delle compiacenze di cui ha goduto” Sindona <213; ma fra maggio e giugno del 75, con l’avvicinarsi delle amministrative, e quando il ruolo di esponenti della Dc appare pienamente documentato, un paio di articoli di Ugo Intini segnano un affondo del Psi <214. Afferma Intini che «La particolare caratteristica del crimine nel nostro Paese trova le sue radici […] nella corruzione del potere», inoltre il giornale attacca la politica di law & order promossa da Fanfani e dalla Dc, affermando che in realtà il pericolo per la legalità viene dal legame tra criminali e potere e cita ad esempio il caso Sindona. La Dc sui propri giornali quasi non si occupa della questione, in alcune delle poche circostanze in cui lo fa sostiene che l’operazione del Banco di Roma, tutto sommato è stata vantaggiosa e comunque era stata autorizzata dalla Banca d’Italia <215; molto simili nei loro contenuti le dichiarazioni del ministro del Tesoro Colombo su La Discussione <216.
    [NOTE]
    211 “Sindona doveva asserire che la Dc gli aveva restituito i due miliardi” Unità del 13 settembre 1975
    212 “Il banchiere Guidi chiama in causa la Dc e Fanfani per il crack Sindona”, Unità del 20 febbraio 1976.
    213 “Nel sistema le radici del caso Sindona”, Avanti del 10 ottobre 1974.
    214 “Crimine, mafia, banche e politica”, Avanti del 09 maggio 1975, e “Il volto inquietante del potere” Avanti del 12 giugno 1975.
    215 “Piena luce sul caso Sindona”, Il Popolo del 12 ottobre 1974.
    216 “Colombo sul caso Sindona”, La Discussione N. 1044 del 11 novembre 1974.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    Nel marzo del 1974 la Franklin dà le prime avvisaglie di crisi. Il banchiere corre ai ripari chiedendo al Tesoro un altro aumento di capitale questa volta per la Banca unione che vuole fondere con la Banca privata. La partita sembra volgersi a suo favore con la nomina di Barone (vicino alla corrente di Giulio Andreotti) ad amministratore delegato del Banco di Roma. Sindona chiede al Banco la concessione di un prestito di 100 milioni di dollari per la Generale Banking Corporation, garantendolo con il 51% delle azioni della Banca unione e da titoli della Generale immobiliare <387. L’operazione va in porto, Sindona convince i vertici del Banco, Ventriglia e Guidi, che il 20 giugno autorizzano il versamento della una prima tranche (rivelatasi illegittima per mancanza di autorizzazione e perché transitata attraverso il Banco di Roma Nassau). Voci sempre più insistenti denunciano perdite ingenti nelle società di Sindona a causa di irregolarità nelle procedure contabili, il Banco di Roma concede la seconda tranche del prestito, si scatena un dibattito politico che vede un’interrogazione parlamentare (D’Alema-Peggio, 5 luglio).
    L’unica alternativa al fallimento secondo il governatore sarebbe un’acquisizione da parte del Banco di Roma d’altra parte già impegnato con il prestito. Nel luglio dello stesso anno uno stuolo di dirigenti del Banco di Roma si insediano nella Banca unione ma la Banca privata resta in mano a Sindona che ne ha fatto la parte operativa del suo sistema <388. L’intervento dei funzionari del Banco di Roma non consente di appurare con tempestività la situazione che viene documentata dai rapporti degli ispettori di Bankitalia. Quando i vertici del Banco di Roma comunicano a Carli la gravità della situazione e l’irreversibilità del danno chiedono nel contempo un indennizzo di 35-40 miliardi per il servizio reso alla stabilità del sistema. A seguito dell’autorizzazione ministeriale, la Banca d’Italia concede la fusione di Banca unione e di Banca privata che confluiscono nella Banca privata
    italiana389. Sul finire di agosto le comunicazioni tra il Banco di Roma e il governatore si fanno più pressanti perché emerge in tutta la sua gravità la situazione in cui versa l’istituto. Il 28 agosto il Banco di Roma comunica che la Banca privata italiana ha debiti per 98 milioni di dollari, di cui 37 in depositi fiduciari di circa cinquecento intestatari i cui nomi sono registrati nel misterioso “tabulato dei 500”. Il governatore dispone che tali depositi siano restituiti per salvare la credibilità del sistema su cui incombe lo scandalo delle banche tedesche Herstt e Wolff di Sindona chiuse il 26 agosto per insolvenza. Il 3 settembre Ventriglia comunica a Carli che il disavanzo dell’istituto di Sindona ammonta a 168,4 miliardi di lire. I vertici di Bankitalia propongono a Sindona di vendere la Banca privata italiana al prezzo simbolico di una lira ottenendone un secco rifiuto. Carli progetta allora la creazione di un consorzio delle banche di interesse nazionale <390 che coinvolgerebbe il Banco di Roma, la Banca commerciale, il Credito italiano e l’Istituto mobiliare italiano per dare vita alla Banca d’Oltremare. Il progetto naufraga per l’opposizione del presidente dell’IRI Petrilli <391 che non vi intravede carattere di utilità in nome del paese. Continuano i prelievi massicci agli sportelli. Alla fine di settembre si rende necessaria la dichiarazione di fallimento dell’Istituto.
    Il finanziere ripara all’estero per sfuggire al mandato di cattura per bancarotta fraudolenta e da lì inizia una campagna che vede schierati quanti in Italia hanno fruito illegalmente delle prebende del finanziere. Dagli Stati Uniti Sindona lancia minacce contro Ambrosoli e Cuccia che si concludono con l’assassinio di matrice mafiosa del commissario liquidatore Ambrosoli.
    [NOTE]
    387 Il prestito del Banco di Roma equivale ad un salvataggio della banca di Sindona che ha prodotto secondo le stime del commissario uno sbilancio tra attivo e passivo di 168 miliardi (che rivalutati superano ampiamente il miliardo di euro). Solo la procedura di liquidazione permette di contenere i costi. La gestione ordinaria si sarebbe trovata esposta a passività per 472 miliardi e mezzo con uno sbilancio di più di 191 miliardi. Alla stima di 168 miliardi Ambrosoli aggiunge il rischio di forti multe valutarie ma anche la presenza di ingenti masse di capitali depositati in banche estere che applicano tassi di interesse pari o superiori a quelli interbancari. Cfr. Relazione di minoranza, ibidem.
    388 Relazione di minoranza, cit., p. 73.
    389 Relazione di minoranza, cit. p., 34.
    390 Le banche di interesse nazionale sono legate alla creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) nel ’33 come risposta alla grave crisi economica dei primi anni Trenta in Italia. Le banche di interesse nazionale erano i tre maggiori istituti di credito in Italia: Banca commerciale italiana (conosciuta come Comit), il Credito italiano e il Banco di Roma. I tre istituti avevano finanziato gli investimenti delle principali imprese coinvolte nello sforzo bellico, costruendo inoltre delle holdings finanziarie e acquistando le loro stesse azioni in borsa. Si veniva a creare – secondo la nota formula di Raffaele Mattioli – una «mostruosa fratellanza siamese», la cui debolezza sarebbe
    emersa con la politica monetaria di Mussolini e la conseguente crisi di borsa del ’29. Avendo perdonato l’atteggiamento politico precedente di Beneduce, Mussolini gli affida la soluzione del problema che si era creato attorno al rapporto tra imprese e banche, risolto con la creazione dell’Iri. L’istituto ottenne dalla Banca d’Italia i capitali necessari all’acquisto dei tre istituti (che da questo momento vengono definiti «banche di interesse nazionale»), controllando nel contempo le imprese possedute da queste banche.
    391 cfr., infra.
    Ottavio D’Addea, Michele Sindona e l’economia italiana, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2016

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  7. Nell’inverno 1975 il giudice Spagnuolo torna ad apparire nelle pagine dei giornali. All’ex procuratore generale di Roma risulta infatti molto legato il sostituto Romolo Pietroni, coinvolto nel caso delle infiltrazioni della mafia nella Regione Lazio. Nel febbraio 1975 il sostituto procuratore di Firenze Pier Luigi Vigna spicca due mandati di cattura per Italo Jalongo e Natale Rimi, figlio di un noto boss, la cui assunzione presso la regione Lazio aveva destato scalpore nel 1971 per le modalità e la speditezza con cui era stata attuata <155. Contemporaneamente vengono inquisiti l’assessore regionale Dc Girolamo Mechelli, già presidente della giunta regionale, il suo collega di partito e capo di gabinetto, Michele Vitellaro, ed il magistrato Severino Santiapichi <156. Al di là degli aspetti penali il caso suscita un certo sdegno e rimane senza spiegazione la circostanza per cui esponenti politici si erano a suo tempo adoperati, con la mediazione di un consulente di un noto boss e di un magistrato, per assumere il «rampollo» della mafia nell’amministrazione comunale. <157 Un altro magistrato con cui Jalongo sembra avere familiarità è Romolo Pietroni, già consulente dell’antimafia, considerato un fedelissimo di Spagnuolo, e coinvolto con Jalongo in un’altra inchiesta su un traffico di abusi d’ufficio <158; sarà poi sottoposto ad arresto nel settembre del 1976 <159 e rimosso dalla magistratura nel 1983 <160.
    In questo periodo le più interessanti inchieste della magistratura sulla criminalità mafiosa che coinvolgono, in qualche modo, personaggi della politica non sono i grandi processi incentrati sull’attività della criminalità organizzata, ma, piuttosto, una serie di procedimenti minori, soprattutto per diffamazione, attivati da esponenti della Democrazia cristiana che si sentono danneggiati dalle dichiarazioni di scrittori o politici che hanno denunciato i loro legami, veri o presunti, con la mafia.
    Ad esempio quello originato dalla querela sporta da Vito Ciancimino e da Giovanni Gioia ai danni di Girolamo Li Causi, deputato comunista e vicepresidente dell’Antimafia che, all’indomani dell’uccisione del procuratore Scaglione, avvenuta 5 maggio del 1971 <161, aveva affermato che Ciancimino era «compartecipe degli interessi mafiosi» da cui era scaturito questo delitto. A gennaio del 1975 vi era stata l’assoluzione di Li Causi, che l’Unità aveva salutato con comprensibile entusiasmo e in un editoriale Pio La Torre aveva affermato che tale assoluzione era un «segno dei tempi […] la testimonianza di un cambiamento profondo che attraverso la lotta democratica, si è riuscito a determinare negli orientamenti, non solo delle grandi masse lavoratrici e popolari, ma anche di importanti settori dell’organizzazione dello Stato» <162. Ancor prima, a Torino era cominciato un processo che vedeva imputato lo scrittore Michele Pantaleone e l’editore Giulio Einaudi, querelati dal ministro siciliano Gioia per due libri pubblicati nel 1969 <163 e nel 1970 <164. Ma lo stesso Gioia si trovava nella posizione di parte offesa anche in altri processi: a Roma, dove aveva querelato il settimanale L’Espresso, e soprattutto a Genova, dove il ministro democristiano, in compagnia dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e degli eredi del procuratore Scaglione, aveva chiesto la condanna di alcuni giornalisti del quotidiano l’Ora del capoluogo siciliano, fra cui il pittore Bruno Caruso; il processo si era concluso nel giugno del 1974 con l’assoluzione degli imputati. Lo stesso PM, Marvulli, aveva dichiarato ai querelanti «Non potete dolervi di essere raffigurati nello stesso disegno accanto ai big della mafia se, in tutti questi anni, siete stati proprio voi a volerci stare assieme» e, anche, a proposito di Scaglione, che «certi posti di responsabilità non permettono connessioni col potere politico, rappresentato da persone di non chiara fama.» <165 La sentenza di Genova aveva spinto il ministro Gioia a rilasciate una dichiarazione al Popolo <166 in cui spiegava che l’assoluzione dei querelati non significava che fossero stati provati i legami mafiosi, ma semplicemente che non vi era la diffamazione.
    Ma gli sviluppi più interessanti sono probabilmente quelli del processo di Torino a carico di Pantaleone già ricordato. Nel febbraio 1975 i difensori degli imputati chiedono l’acquisizione di documenti in possesso della commissione parlamentare antimafia; tali documenti, ritengono, aiuterebbero a provare l’innocenza degli accusati <167. Un’analoga istanza viene fatta al Parlamento dal Tribunale di Milano, dove il boss Coppola ed il suo commercialista Jalongo avevano querelato il giornalista del Corriere della Sera Silvano Villani. La commissione antimafia deve dunque decidere se inviare gli atti richiesti dai tribunali di Torino e Milano, divulgandone il contenuto. Il Psi, attraverso il proprio quotidiano, manifesta con convinzione ed energia l’opportunità di inviare i documenti ai tribunali che ne hanno fatto richiesta <168. In precedenza l’Avanti si era occupato del processo a Pantaleone e aveva duramente condannato l’intervento del procuratore generale Paulesu; questi aveva messo sotto inchiesta il PM titolare per aver chiesto l’assoluzione degli imputati, soluzione evidentemente non gradita dal querelante Gioia e da Paulesu <169. In un primo momento la commissione sembra intenzionata a rilasciare i dossier e il Psi dichiara che essa ha deliberato di inviare i documenti, almeno parzialmente; ma in seguito il presidente, il senatore Dc Carraro, rilascia un comunicato in cui afferma che «la commissione non ha deliberato e non poteva deliberare alcunché in ordine alla richiesta del tribunale di Torino…». I socialisti si dissociano ed attaccano duramente Carraro <170. La Dc, partito cui il ministro Gioia appartiene (essendo uno dei maggiori esponenti della corrente del segretario) fa il possibile per mantenere sotto silenzio la questione e si mostra indispettita per l’atteggiamento della stampa indipendente, che è decisamente favorevole all’invio dei documenti a Milano e Torino <171; Carraro parla di «disinformazione» a proposito delle accuse all’Antimafia di non voler produrre i dossier <172, salvo poi confermare che la commissione non accoglierà la richiesta.
    L’atteggiamento dei comunisti sulla vicenda appare piuttosto moderato; l’Unità non dà eccessivo rilievo alla cosa e su Rinascita un articolo di fine gennaio 1975 spiega che, sebbene i comunisti si siano sempre adoperati per la divulgazione dei documenti, la discrezionalità della commissione è legittima <173.
    In seguito al diniego della commissione Antimafia i tribunali di Milano e Torino sollevano il conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale che si pronuncerà a ottobre confermando la potestà della commissione nel decidere se divulgare o meno i propri atti <174. Si tratta di uno dei momenti definitori circa l’equilibrio di potere tra partiti e magistratura. I tribunali di Torino e Milano richiedono gli atti dell’Antimafia per poter acquisire gli elementi necessari su casi minori di diffamazione; eppure la portata politica dei casi è grande in quanto la divulgazione dei documenti richiesti potrebbe essere di notevole impatto per esponenti di rilievo della Dc. La decisione della Corte costituzionale riconosce la prerogativa della commissione di mantenere segreti alcuni suoi atti e, a questo punto, in circostanze analoghe, i commissari si prenderanno la responsabilità politica di concedere o meno alla magistratura gli atti richiesti per questioni di giustizia; responsabilità politica che diviene effettiva nel momento in cui il sistema dell’informazione si incarichi di segnalare opportunamente il caso ai cittadini elettori, gli unici giudici per questo tipo di responsabilità.
    Interessante in questa vicenda la differenza di atteggiamento tra il Psi, alleato di governo della Democrazia cristiana, ed il Pci, partito d’opposizione. Il primo preme con energia per la consegna dei documenti alla magistratura, il secondo si dimostra molto più cauto e anzi sottolinea la necessità di preservare le prerogative del Parlamento.
    [NOTE]
    155 Della questione si occupa con impegno la commissione antimafia presieduta da Cattanei. Vedere N. Tranfaglia, Mafia, politica, affari (1943-2008). Cit. Pag. 81.
    156 “Due arrestati per la mafia infiltrata alla regione Lazio”, Unità del 21 febbraio 1975 e “Incriminato l’ex presidente della regione Lazio”, La Stampa del 21 febbraio 1975.
    157 “Si indaga su Rimi e Jalongo e sui rapporti mafia-politica”, La Stampa del 22 febbraio 1975
    158 “Il duo Jalongo-Pietroni rimuoveva tutti gli ostacoli”, La Stampa del 16 marzo 1976
    159 “Magistrato di Roma è arrestato per le licenze illecite alla Standa”, La Stampa del 26 settembre 1976
    160 Il magistrato Giuseppe di Lello ricorda che una «pubblicazione vicina a Oscar Luigi Scalfaro», dimessosi dalla commissione antimafia precedente a quella di Cattanei, si era chiesto chi, tra «le migliaia di magistrati sicuramente indiscussi, avesse segnalato proprio uno in contatto con gli ambienti mafiosi» per fare da consulente alla commissione parlamentare. Di Lello ipotizza che si possa trattare del deputato messinese Dc Nino Gullotti oppure di Donato Pafundi, presidente dell’antimafia e ex alto magistrato. G. Di Lello, Giudici. Cit.
    161 Sul significato del delitto vedere S. Lupo, Storia della mafia, Donzelli, Roma, 2004. Pag. 291.
    162 P. Latorre, “Cosa ci si attende dall’antimafia”, Unità del 4 gennaio 1975. Il Popolo pubblica un articolo in cui afferma che la versione dell’Unità è sbagliata e che Li Causi è stato assolto solo perché avrebbe fatto quelle affermazioni esercitando le sue prerogative di parlamentare, Vedere “Gioia, Li Causi e le bugie”, il Popolo del 05 gennaio 1975.
    163 M. Pantaleone, Antimafia: occasione mancata, Einaudi, Torino, 1969.
    164 M. Pantaleone, Mafia e politica, Einaudi, Torino, 1970.
    165 “La sentenza di Genova conferma i legami tra mafia e potere Dc”, L’Unità del 17 giugno 1974
    166 “Una precisazione del ministro Gioia”, Il popolo del 20 giugno 1974
    167 “I documenti dell’Antimafia punto cruciale del processo”, La Stampa del 31 gennaio 1975
    168 “L’antimafia decide se consegnare il dossier” L’Avanti del 05 febbraio 1975
    169 “Il PM denuncia la mafia, il PG denuncia il PM” L’Avanti del 21 gennaio 1975.
    170 “Il sen. Carraro smentisce l’antimafia”, L’Avanti del 07 febbraio 1975.
    171 Vedere, per esempio, “Mafia segreta”, La Stampa del 20 febbraio 1975; oppure “Antimafia, le schede a Palermo”. La Stampa del 02 marzo 1975 in cui si fa anche notare che tempo addietro la commissione aveva inviato gli stessi documenti richiesti dal tribunale di Torino alla magistratura palermitana per un altro processo; questa sembra essere la testimonianza di un membro dell’Antimafia, l’On. Cesare Terranova, della sinistra indipendente.
    172 “Carraro respinge le accuse all’antimafia”, Il Popolo del 25 gennaio 1975
    173 “I colpevoli sono già noti”, Rinascita N. 5 del 31 gennaio 1975.
    174 Sempre che si tratti di atti «che la commissione abbia ritenuto di mantenere segreti ai fini dell’adempimento delle proprie funzioni, ma [la Corte Costituzionale] ha insieme statuito che essa ha l’obbligo di trasmettere tutti i documenti in suo possesso che, a norma di legge, non siano coperti all’origine da segreto o siano coperti da segreto non opponibile all’autorità giudiziaria penale», M. Capurso, I giudici della Repubblica. Cit. Pag. 47.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  8. Per quanto riguarda Andreotti, in questo periodo [1974] potrebbe vedere la propria posizione indebolita anche dal suo ruolo nell’affare dei petroli, dal momento che i comunisti continuano a chiedere che la commissione inquirente riconsideri le sue responsabilità. Certamente difficile, in generale, appare la situazione del partito; dopo il referendum ed i fatti di Brescia, si tiene un turno elettorale in Sardegna che segna gravi perdite per i democristiani e vistosi guadagni di voti per i comunisti ed i socialisti; un evento questo che contribuisce probabilmente a spingere De Martino, in occasione del comitato centrale del suo partito a giugno [1974], a manifestare una grande irrequietezza. Il segretario afferma che il centrosinistra è ancora l’unica formula possibile di governo, ma che i rapporti con la Dc sono mutati, mentre i comunisti dovranno svolgere un ruolo sempre più importante. Del resto il Psi continua ad
    esercitare sul governo grandi pressioni circa la politica economica (vista la determinazione della Dc e di Colombo in particolare, a mantenere la linea deflazionistica di Carli) fino a portare Rumor a rassegnare le dimissioni (atto che l’esponente doroteo è indotto a compiere per ben tre volte in nove mesi). In questo caso però il presidente Leone rinvia il governo alle Camere ed i quattro partiti trovano un accordo che consente di trascorrere l’estate senza crisi. Nell’ambito della Dc si avverte una certa tensione: l’atteggiamento di Andreotti e Taviani non è probabilmente gradito al segretario, il quale ha i suoi problemi anche con Donat Cattin e Bodrato che lo sottopongono a dure critiche nel corso del Consiglio nazionale di giugno. I due esponenti della sinistra vengono allontanati dalla giunta esecutiva e, con ciò, l’equilibrio del patto di palazzo Giustiniani può dirsi, se non crollato (perché continua ad essere sorretto dal pilastro più importante, la collaborazione Fanfani-Moro) certamente compromesso. Per il Pci invece tutto sembra procedere nel migliore dei modi: il partito guadagna consensi, l’esito del referendum ha smentito i timori di molti dirigenti ed il partito può esultare; tuttavia esso non vuole esagerare nelle critiche alla Dc, «non si tratta di sconfiggerla, ma di indurla a ragionare» <128, la priorità è lo sviluppo della strategia del compromesso storico. Secondo Giorgio Galli il maggior partito della sinistra italiana non riesce a comprendere come la vittoria del fronte del no costituisca un segnale del profondo rinnovamento della società italiana <129.
    A luglio la deposizione di Andreotti presso la commissione difesa si caratterizza per maggior riserbo da parte del ministro rispetto all’intervento pubblico di un mese prima, ma egli mantiene la sostanza delle rivelazioni <130 già fatte in occasione dell’intervista rilasciata al Mondo. Intanto gli episodi eversivi si susseguono: all’inizio di agosto un altro attentato, quello al treno Italicus, che provoca 12 morti e 48 feriti, contribuisce a mantenere vivo l’allarme della pubblica opinione nei confronti del terrorismo di estrema destra a cui contribuiscono anche le voci di golpe, che verrà poi svelato alla pubblica opinione anche in seguito all’inchiesta giudiziaria del giovane magistrato di Torino Luciano Violante, il quale individuerà in Edgardo Sogno e Luigi Cavallo i promotori del disegno eversivo <131.
    A settembre Andreotti consegna ai magistrati di Roma (anche Tamburino ne riceverà una copia, ma affermerà che nessuna delle notizie contenutevi gli sarà di aiuto) alcuni fascicoli preparati dal Sid che contengono informazioni circa i tentativi eversivi dal 1970 all’estate 1974; poco dopo, il generale Vito Miceli, da luglio destituito dal vertice del servizio per decisione di Andreotti, in un’intervista a Panorama <132 afferma che i documenti consegnati ai giudici sono parziali, una parte è stata trattenuta. La risposta del ministro della Difesa è molto dura: ricorda i rapporti tra Miceli e Junio Valerio Borghese e giustifica il fatto che una parte del dossier non sia stata consegnato ai magistrati con la mancanza di riscontri <133. Poco dopo Andreotti riferisce alla commissione difesa della Camera; conferma la serietà dei tentativi eversivi del 1970 e accenna a preparazioni analoghe anche all’inizio del 1974 ed in estate <134. Una settimana più tardi, il 31 ottobre, Miceli viene arrestato su ordine di Tamburino.
    Intanto dopo la fine della pausa estiva ricominciano a manifestarsi le impazienze del Psi. Nel corso di un discorso a Modena De Martino si lamenta della politica economica del governo e denuncia la rottura degli accordi di giugno <135. Ma la politica economica non è l’unico fronte di attrito scelto dal Psi, c’è anche il problema dell’eversione di destra e delle coperture, presunte o reali, da parte di politici. Vi fa riferimento una dichiarazione rilasciata da Lombardi e da Signorile a Panorama <136, con attinenza all’operato dei servizi e alle circostanze in cui questi si sono comportanti in maniera ambigua; «il potere politico», affermano, «si dimostrava incapace di riportare tutta l’organizzazione nei binari della legalità»; per poi ricordare che «spesso i politici si sono serviti dei servizi di informazione per scopi personali o di parte», ed è piuttosto evidente che pensano in primo luogo ai democristiani; infatti il Popolo descrive tali uscite come «forsennate e irresponsabili escandescenze di Lombardi» <137. Già a giugno, la “Discussione” aveva messo in guardia i lettori nei confronti di coloro che tendono a «immaginare complotti colossali» che servono solo a «indebolire le difese dello Stato» <138.
    In ogni caso le tensioni portano, nel mese di ottobre, ad una nuova crisi: Tanassi spiega che non è possibile governare con il Psi, ma neppure senza di esso, di conseguenza Rumor, per l’ennesima volta presenta le proprie dimissioni. Secondo Giorgio Galli il regista della crisi, nonché istigatore di Tanassi, è il segretario democristiano, il quale però, nonostante l’incarico poi ricevuto da Leone non riesce a costituire il governo e deve cedere il passo ad Aldo Moro, molto più gradito dai socialisti. Il nuovo governo, che vede la partecipazione di ministri Dc e Pri ed il sostegno “esterno” di socialisti e socialdemocratici, nasce a novembre. Sul suo significato in un’ottica di lungo periodo vi sono almeno due punti di vista in qualche misura divergenti. Per Franco De Felice, esso, segnando una sconfitta di Fanfani, rappresenta anche il rovesciamento della «linea della reversibilità delle alleanze […] e l’ambigua e pericolosa tesi degli opposti estremismi», riuscendo così a rilanciare, «oltre ai protagonisti, aspetti essenziali del progetto riformatore originario del centro-sinistra» <139. Al contrario Piero Craveri insiste sul carattere «di conservazione» del governo Moro di fine 1974. Un primo elemento d’interesse è rappresentato dall’esclusione di Taviani ed Andreotti dai rispettivi ministeri per volere di Fanfani: Andreotti accetta il ministero del bilancio, mentre Taviani preferisce rimanere escluso dal governo piuttosto che vedersi attribuito un ministero diverso dagli interni. Sia i contemporanei <140 che gli storici <141 mettono in relazione l’esclusione dei due democristiani dai rispettivi ministeri con il loro atteggiamento nei giorni successivi all’attentato di piazza della Loggia. Quelle loro dichiarazioni avevano costituito una discontinuità, sia rispetto al contegno tradizionale del partito ed alla tesi degli opposti estremismi, sia della politica specifica che la segreteria Fanfani si appresta a condurre dopo la sconfitta del 12 maggio [nd.r.: referendum sulla legge del divorzio] ed il crollo, in qualche misura, degli equilibri interni creati con il patto di palazzo Giustiniani a causa dell’esclusione della corrente Forze nuove dalla maggioranza del partito. Fanfani intraprenderà un nuovo cammino cercando una rivincita nelle elezioni amministrative previste per giugno 1975, strategia cui sarà funzionale la campagna per l’ordine pubblico al fine di mobilitare l’elettorato moderato. In questo contesto la presenza di ministri che sbandierano in pubblico le “deviazioni” dei servizi e incrinano il comodo schema degli “opposti
    estremismi” <142 non può che essere di intralcio.
    [NOTE]
    128 G. Galli, Mezzo secolo di Dc. Cit.
    129 G. Galli, Storia del Pci, Kaos Edizioni, Milano, 1993.
    130 “Andreotti ha parlato alla commissione difesa”, L’Avanti, 05 luglio 1974.
    131 Le vicende ricollegabili al cosiddetto “golpe bianco”, che avrebbe beneficiato anche della partecipazione di Randolfo Pacciardi, sono descritte, ad esempio, in A. Siji, Malpaese, Donzelli Editore, Roma, 1994. La testimonianza di Edgardo Sogno è stata raccolta in A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Sperling & Kupfer, Milano, 2000.
    132 “Se Miceli parla”, Panorama del 24 ottobre 1974
    133 Il comunicato viene riprodotto in parte dall’Unità del 18 ottobre 1974, nell’articolo “Il ministero della difesa accusa Miceli di aver coperto le prove del golpe ‘70”.
    134 “Andreotti conferma i pericoli eversivi”, L’Unità del 25 ottobre 1974.
    135 “Sono indispensabili profondi mutamenti”, L’Avanti del 24 settembre 1974
    136 “Ma Lombardi non si fida”, Panorama del 01 agosto 1974.
    137 “Forsennate e irresponsabili escandescenze di Lombardi”, Il Popolo del 10/08/1974.
    138 “Il gioco al rialzo è dannoso”, La Discussione, 24 giugno 1974, N. 1025.
    139 F. De Felice, L’Italia repubblicana. Cit.
    140 Ad esempio, l’articolo di Giovanni Trovati su La Stampa del 23/11/1974, “Chi sceglie gli uomini?” in cui afferma, a proposito di Taviani che il governo «si priverebbe del ministro dell’Interno che ha rifiutato l’alibi del doppio estremismo» e, per quanto riguarda Andreotti, «fino a ieri nessuno poteva pensare che il nuovo governo avrebbe rimosso il ministro che ha aperto gli archivi del Sid, dando alla magistratura la possibilità di intervenire…», cui risponde il Popolo del 24 novembre 1974, “Fantapolitica e realtà”, in cui si definiscono «velenose» le ipotesi del quotidiano torinese.
    141 G. Galli, in Mezzo secolo di Dc. Cit. individua nel segretario democristiano colui che definisce l’esclusione di Taviani e Andreotti dai ministeri precedentemente retti «i due ministri, tipici esponenti delle destra democristiana, negli ultimi mesi (dopo le stragi di Brescia e dell’Italicus) hanno infatti tentato di riqualificarsi a sinistra denunciando complotti internazionali e sostituendo alti funzionari…». P. Craveri, nella sua La Repubblica dal 1958 al 1992. Cit. sembra attribuire la volontà di esclude Taviani e Andreotti da Difesa e Interni piuttosto a Moro, pur col necessario sostegno di Fanfani.
    142 Nelle sue memorie Andreotti attribuisce la sua mancata conferma al ministero della difesa ad Aldo Moro a causa del suo dissidio con Vito Miceli. Vedere G. Andreotti, Governare con la crisi. Cit. Pag. 211. Per quanto riguarda Taviani invece, nelle sue memorie fa riferimento ad un brusco confronto con Moro e Fanfani e attribuisce il suo allontanamento dal ministero dell’interno alle sue dichiarazioni in contrasto con la “strategia degli opposti estremismi”, Vedere P. Taviani, Politica a memoria d’uomo. Cit. Pag. 394.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/08/30/nellambito-della-dc-nel-1974-si-avverte-una-certa-tensione/

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