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La prima formazione partigiana a essere colpita è quella di Nicoletta
L’operazione Habicht si inserisce in un contesto più ampio di rastrellamento sull’intera regione montana dell’Italia nord-occidentale. L’operazione, condotta dal generale delle SS Tensfeld, <55 intende distruggere i nuclei del partigianato particolarmente attivi nelle vallate torinesi. La Val Sangone, interessata dall’operazione, viene coinvolta dai primi giorni di maggio 1944.
I partigiani valsangonesi hanno la soffiata dell’ufficiale Ernst von Pappenheim, in servizio a Rivoli, relativa a un’operazione di rastrellamento che dovrebbe aver luogo di lì a tre giorni, mettendo nelle condizioni i partigiani di potersi preparare strategicamente all’arrivo dei tedeschi. <56
Le avanguardie tedesche arrivano da Orbassano e Avigliana ma anche dalle montagne valsusine e valchisonesi, <57 circostanza che lascia impreparati i reparti partigiani, accerchiati e annientati.
Le prime bande partigiane a subire l’attacco sono le brigate Nino-Carlo, la ‘Sergio’ comandata da Sergio De Vitis, e la banda Giulio, comandata da Giulio Nicoletta.
La prima formazione a essere colpita è quella di Nicoletta, stanziata alla Maddalena, da un numero di attaccanti non superiore alle 2000 unità.
La banda di Nicoletta, accerchiata, riesce a contenere le perdite ma lascia al nemico le poche riserve di armi a sua disposizione. <58
Alla ‘De Vitis’ va peggio poiché lasciano sguarnito il versante montano dello schieramento; dallo stesso versante parte l’attacco delle formazioni naziste (con anche un battaglione russo) che decima la formazione, rimasta appena orfana del vicecomandante Sandro Magnone. Vi sono numerosi dispersi, morti e feriti, tra cui Giuseppe Falzone e Pietro Curzel, futuri comandanti della brigata ‘Magnone’.
La banda ‘Nicoletta’ viene attaccata sempre alle prime ore del mattino del 10 maggio. Il primo a cadere è la sentinella siciliana ventiduenne Liborio Ilardi, poi i partigiani si chiudono a Villa Sertorio nell’attesa della fine dell’attacco, con munizioni esigue ma utili a far desistere i tedeschi dal proseguire l’assedio <59.
Dall’attacco non viene risparmiata nemmeno la banda ‘Genio’, comandata da Eugenio Fassino, che opera al confine tra Val Susa e Val Sangone e che strutturalmente consta di 300 uomini suddivisi in 12 plotoni da 25 <60: la manovra di sganciamento dall’assedio risulta loro più facile, stante la capacità di respingimento dei primi attacchi tedeschi sferrati all’alba.
Successivamente, vista la sproporzione di forze in campo, la ‘Genio’ si disperde. <61
L’unica banda che non partecipa agli scontri con i tedeschi è la ‘Campana’ di Felice Cordero di Pamparato: così ricorda Carlo Pollone, rivaltese, militante nella formazione appena citata: “Arriva il 10 maggio il rastrellamento e la Val Sangone è una vallata che si arriva da tutte le parti, è pericolosissima e poi non eravamo mica in tanti, saremo stati quattro o cinquecento. Campana mi dice: ‘Vai fino al Col del Bes a vedere se vengono su di là’, perché non ci avevano ancora attaccati, eravamo più spostati. Allora io parto con 2 o 3 uomini e gli altri, Remo Ruscello e Ugo Giai Merlera sono andati ad attaccarli nella zona di Ponte Pietra. Si sono messi lì sulla montagna e sparavano ai camion che andavano su fermandoli.” <62
La tesi secondo cui la ‘Campana’ non subisce sostanziali perdite è confermata da Oliva dal momento che gli uomini sono rifugiati in una posizione in cui, i rastrellatori, non riescono a raggiungerne le postazioni poiché non visibili sia dalla pianura che dalla montagna. <63
La giornata del 10 maggio si conclude con un forte tributo di sangue da parte dei partigiani, aggravata dalle numerose stragi a danno dei prigionieri catturati nel rastrellamento.
[NOTE]
55 Oliva G., La Grande Storia Della Resistenza: 1943-1948. UTET; 2018. p 307
56 Biffi R, Bruno E, Canale E, Grandis Vigiani C. Testimonianze Sulla Resistenza in Rivoli : Fatti Degli Anni 1943-45 Narrati Dai Protagonisti. Consiglio regione Piemonte; 1985. p 119
57 Adduci N, Torino, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea. Torino 1938-45 : Una Guida Per La Memoria. Città di Torino; 2010 fascicolo Val Sangone p 8
58 Sonzini M., Abbracciati Per Sempre: Il rastrellamento del Maggio ’44 in Val Sangone e L’eccidio Della Fossa Comune Di Forno Di Coazze. Gribaudo; 2004. p 34
59 Ibid.
60 Fornello M., La Resistenza in Val Sangone. Tesi datt. Università degli studi; 1962. p 65
61 Sonzini M. Abbracciati Per Sempre, cit p 47
62 Testimonianza di Carlo Pollone contenuta in Antoniello D,. Rivalta Partigiana. Comune di Rivalta di Torino, 2001. p 22
63 Oliva G, Quazza G., La Resistenza, cit p 198
Alessandro Busetta, La resistenza in Val Sangone e la divisione Campana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno accademico 2022-2023#10 #1944 #AlessandroBusetta #Campana #CarloPollone #divisione #fascisti #Habicht #maggio #operazione #partigiani #Piemonte #provincia #Resistenza #Sangone #tedeschi #Torino #Valle
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Alcuni tedeschi provenienti da Fontanelle raggiunsero il luogo nel quale i partigiani stampavano i manifesti
Fu così che il tipografo fu trasferito definitivamente in montagna il 16 marzo ’45. Di questo fatto dà testimonianza un documento presente nell’ASREV <282 che segnala l’avvenuto trasferimento del tipografo prima nominato dalla propria abitazione di Costa di Vittorio Veneto alla stamperia.
L’attività era svolta esclusivamente di notte fino alle prime ore del mattino a ritmi serrati. Durante il giorno i partigiani addetti alla stampa si spostavano di circa 300 metri nei pressi di una fornace di calce. Vicino a questa era stato predisposto un rifugio ricavato direttamente nella parete della montagna. Questo veniva regolarmente ricoperto di foglie e arbusti per essere meglio mimetizzato e nascosto da sguardi indiscreti. L’opera necessitava però di un continuo via vai di persone, sia per la continua entrata ed uscita di materiale e di volantini, quanto per la frequente necessità di riparazioni delle quali abbisognavano le macchine intensivamente utilizzate.
Da diverse informative conservate presso l’AIVSREC apprendiamo che per garantire tale flusso di materiale e informazioni tra Treviso e Vittorio Veneto fu attivato un ‘contatto’ presso Conegliano. Da uno di questi documenti si legge: “Preghiamo […] il compagno Orel di organizzare un rapido servizio di collegamento con Treviso in quanto questo Comando conta molto che i manifestini giungano fino a Treviso con rapidità e tempestività.” <283
Il 12 marzo Antonio Rustìa (Orel) risponde che “Il collegamento con Treviso funziona da circa 2 mesi ed è rapidissimo, la posta appena arriva viene smistata dal sottoscritto ed in giornata arriva a Treviso”. <284 Orel però non si occupò soltanto del servizio di smistamento delle informazioni e della stampa tra Vittorio Veneto e Treviso, ma garantì che la stamperia di Montaner [Frazione del comune di Sarmede (TV)] fosse rifornita della carta e dell’inchiostro necessari. A fronte della stessa informativa del 7 marzo della Divisione “Nannetti”, in cui si specifica anche di procurare carta, inchiostro e tutti i materiali utili alla stampa, Orel aveva risposto già l’11 marzo che “In merito al rifornimento della carta e materiale per stampa, preciso che nella zona si trovano oltre 300 qli di carta occultata e a disposizione della divisione. La carta si trova presso famiglie contadine fuori Conegliano e può essere prelevata in qualsiasi momento. […] Potete contare largamente sulle giacenze qui esistenti”. <285 Oltre a queste informazioni, Antonio Rustìa ne fornisce altre sullo stato delle aziende tipografiche della zona che “non lavorano da parecchio tempo [e i cui] macchinari sono stati smontati e in parte messi al sicuro”. <286 Successivamente, il 12 marzo, Orel comunicava alla stamperia che al “solito posto” si trovavano “una piccola tranciatrice per carta e due vasi di inchiostro che [cancellato: mi] procurai direttamente a Treviso”. <287 I riferimenti lasciati da Orel chiariscono come tra Treviso e Conegliano ci si servisse di un servizio molto rapido, in grado di trasportare oggetti pesanti e voluminosi. In un post scriptum della stessa comunicazione vi è poi una notizia molto interessante: attraverso il compagno Buosi verranno inviati in montagna 3 quintali di carta già tagliata grazie al “solito camionista”.
Quindi per i trasporti del materiale, troppo gravosi per le staffette, l’organizzazione aveva a disposizione un camioncino. Un altro riferimento ad un camion lo si trova nelle carte di Bruna Fregonese, la quale racconta che “Bepi e la Teresa, quando andavano con la cariola al mercato della frutta per fare gli acquisti, quando ancora la città dormiva, portavano a volte fra le casse vuote qualcuna che vuota non era, ma piena di armi e materiale bellico in genere, “procurato” dai nostri GAP, e lo passavano a quelli che, fra la verdura, con il camioncino, lo portavano verso le nostre montagne.” <288
Con ogni probabilità “quello” che teneva i collegamenti con l’autocarro era il padre di Attilio Tonon. <289 Nella testimonianza lasciata da Attilio a Ives Bizzi apprendiamo che: “Hanno anche raccolto delle armi che venivano portate a Vittorio Veneto in vari modi ma particolarmente, come ricordava Pietro dal Pozzo, mascherandole sotto le cassette di frutta e verdura di mio padre che veniva a rifornirsi con il camioncino a Treviso”. <290 Quindi, probabilmente, il “camioncino” del padre di Tonon faceva da spola tra Treviso e le “montagne” trasportando carta e inchiostro oltre alle armi.
Questi elementi testimonierebbero che per il materiale, al di là dei lanci ricevuti, il Vittoriese dipendesse da Treviso, città nella quale erano di fondamentale importanza i contatti con Carrer e la tipografia Zoppelli. Questa necessità nacque probabilmente dopo il disimpegno delle tipografie della pedemontana e gli arresti patiti dal CLN vittoriese.
Oltre a carta e inchiostro, la tipografia partigiana aveva però altre necessità. L’intensità con la quale fu utilizzato il ciclostile portarono lo stesso a guastarsi almeno due volte. A proposito di questi problemi, si fa riferimento a due documenti di comunicazione interna. In questi si fanno presenti le necessità della sezione di propaganda. Nel primo, <291 datato all’11 marzo 1945, si chiede che si procurino dei telai, già richiesti e non ancora ricevuti. La seconda richiesta, <292 datata al 16 aprile 1945, riguarda invece la riparazione di due rulli presso la tipografia Bellavitis di Sacile. I messaggi sono perentori riguardo alla celerità che si debba tenere nel fornire i pezzi. Infatti la mancanza di una sola delle componenti necessarie alla stampa obbligava i resistenti a sospendere l’intera attività. Ma il via vai di persone, materiale e pezzi di ricambio presso la tipografia di Montaner non passò inosservato. Accadde che, verso la fine di marzo, alcuni tedeschi provenienti da Fontanelle raggiungessero il luogo nel quale i partigiani stampavano i manifesti. La precisione con la quale i soldati raggiunsero la zona dove era situato il nascondiglio fa pensare ad una delazione di qualche spia. La metodicità con la quale veniva occultato il rifugio, unitamente alla scrupolosa attenzione nel condurre il lavoro esclusivamente di notte, permise agli addetti stampa di non essere scoperti dai nemici. Nella perlustrazione, i tedeschi passarono molto vicino al nascondiglio tanto che è lo stesso Domenico Favero a ricordare: “ne udimmo il tramestio e le indecifrabili parole, ma non fummo scoperti”. <293
Come già ricordato, la necessità di stampare in montagna era strettamente vincolata all’impossibilità di condurre le stesse operazioni in pianura. La stamperia di montagna infatti continuò a svolgere i propri incarichi fino alla Liberazione, quando ci si poté servire della tipografia Armellini di Vittorio Veneto.
[NOTE]
282 ASREV, busta 10, fasc. d: GNR Vittorio Veneto – 6ˆSq. … ai Comandi superiori. Segnalazione di prelevamento da parte partigiana del tipografo Giacomini Giuseppe 22 marzo 1945.
283 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-1. oggetto: servizio collegamento, 7 marzo 1945.
284 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-2, oggetto: stampa, 12 marzo 1945.
285 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-2, oggetto: materiale per stampa, 11 marzo 1945.
286 Ibidem.
287 AIVSREC, sez. I, busta 40, fasc. 4-2, oggetto: stampa, 12 marzo 1945.
288 B. Fregonese, Le carte di Bruna, op. cit., p. 70. Di questa attività si trova notizia anche in Silvio Fabion, Storie d’eroi semplici, S.l., Cieffegi Litografia, 2006, p. 40.
289 Attilio Tonon era commissario politico del Gruppo Brigate “Vittorio Veneto”.
290 ACSP, Achivio Ives Bizzi, intervista ad Attilio Tonon.
291 ASREV, busta 10, fasc.d: Dal Comm. Div N.N. e dall’addetto stampa a Buosi (c/o CLN VV) Richiesta di vario materiale necessario al servizio di stampa del 11 marzo 1945.
292 ASREV, busta 10, fasc. d: Dall’addetto stampa al CLN di Sacile. Invio rulli da riparare del 16 aprile 1945.
293 Testimonianza di Domenico Favero a Pier Paolo Brescacin del 20 aprile 2000.
Giuliano Casagrande, Le parole della Resistenza. La propaganda partigiana nel Trevigiano, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari Venezia, Anno Accademico 2012-2013#1945 #AntonioRustìa #BrunaFregonese #carta #ciclostile #clandestina #ConeglianoTV_ #divisione #fascisti #frazione #GAp #GiulianoCasagrande #guerra #inchiostro #manifestini #marzo #Montaner #Nannetti #nascondiglio #Orel #partigiani #Resistenza #SarmedeTV_ #stampa #tedeschi #tipografia #Treviso #Veneto #VittorioVenetoTV_
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Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago
Nel 1997 è pubblicato un volume di Bruno Steffè, avente lo scopo di dare una visione complessiva degli eventi bellici nel territorio della provincia di Pordenone <88. Questo lavoro riguarda la lotta partigiana nella zona montana delle Prealpi Carniche, nelle vallate dell’Arzino, del Meduna, del Cellina, e nella pianura, tra i fiumi Tagliamento e Livenza. L’autore ha usato documenti originali, riportandone i tratti essenziali, scegliendoli tra le posizioni più diverse. In questo volume si afferma che in alcune opere sulla Resistenza, furono usate, per parzialità ideologiche, certe forzature nelle descrizioni degli eventi; Steffè afferma che è una forzatura definire la guerra di liberazione guerra di popolo perché è stata combattuta da una minoranza della popolazione, anche se formata essenzialmente dal ceto popolare. Nella prima parte dell’opera l’autore parla del periodo dall’8 settembre 1943 all’inizio della guerra partigiana; descrive l’inizio dell’attività osovana e garibaldina. <89 Per quanto riguarda gli osovani descrive molto accuratamente le varie componenti: i militari, il clero e i partiti d’ispirazione cattolica; Steffè afferma che l’opera del clero fu molto importante nella conduzione della Osoppo e che alcuni sacerdoti delinearono la necessità politica della lotta armata contro i tedeschi <90. L’attività garibaldina è fatta risalire dall’autore all’attività antifascista, documentata sin dall’inizio del fascismo <91. Nel testo sono riportati i diari delle formazioni partigiane, nei quali sono annotati, giorno per giorno, i principali eventi militari; i diari fanno capire il grande lavoro svolto dai partigiani e la sua importanza per la lotta contro il nazifascismo. L’autore analizza, oltre ai problemi militari, i problemi organizzativi: la sicurezza nella clandestinità, la propaganda e i collegamenti fra i vari reparti e l’approvvigionamento; queste descrizioni danno un’idea della varietà di problematiche che i partigiani dovevano affrontare <92. Una parte molto interessante del testo è quella in cui si parla dell’influenza degli eventi bellici degli alleati, perché spiega lo stretto rapporto che c’era fra l’avanzata dell’esercito alleato e l’evolversi della situazione partigiana. Nell’ultima parte del testo l’autore descrive le azioni svolte dai reparti garibaldini e osovani di pianura nell’ultimo periodo della guerra di liberazione. Steffè riporta i diari operativi delle brigate garibaldine di pianura inserite nella divisione “Mario Modotti Destra Tagliamento”, premettendo che i diari furono redatti a guerra conclusa basandosi sul ricordo dei partigiani e quindi contengono imprecisioni, e una relazione del maggio 1945 redatta da “Leonida” per quanto riguarda l’attività osovana. Queste fonti fanno capire la capillarità dell’azione partigiana e anche quanto fu alto il numero dei caduti fino agli ultimi giorni della Resistenza <93. Questo testo dà un quadro complessivo della situazione nella Destra Tagliamento fino alla Liberazione e spiega i principali eventi in modo dettagliato senza prendere una posizione di parte.
Nel 2000 è pubblicato un saggio di Pier Paolo Brescancin, direttore scientifico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Vittoriese, che si occupa del movimento partigiano nel pordenonese dalla nascita fino alla liberazione <94. Brescancin suddivide i gruppi di resistenti in due categorie, quelli nati spontaneamente per iniziativa di giovani ufficiali subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e quelli nati per iniziativa di formazioni politiche, fra le quali l’autore definisce il partito comunista il più attivo. Fra i gruppi spontanei sono citati quello nato per iniziativa di Pietro Maset, già ufficiale degli alpini, che operava fra Sacile e la Valcellina, quello di Mario Dal Fabbro, già sottotenente della caserma Slataper di Sacile, operante fra Cordignano e Caneva e quello di Piero Biasin che aiutò a fuggire molti militari della caserma Slataper e della caserma Fiore di Pordenone; inoltre l’autore ricorda le figure del maggiore Attilio Beltrame “Martini” che organizzò le formazioni Osoppo di Pianura, il capitano Franco Martelli “Ferrini”, che sarà capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B” e il generale Costantino Cavarzerani che organizzò gruppi di Resistenza a Stevenà di Caneva <95. Fra i gruppi nati per iniziativa di forze politiche, l’autore cita la formazione Ferdiani, attiva in Val Mesazzo e i battaglioni Pisacane e Garibaldi che si trovavano nel monte Ciaurlec, nati nel gennaio 1944 e i distaccamenti Bixio, Mazzini 2°, Gramsci e Buzzi, nati, per iniziativa di Mario Modotti “Tribuno” e di Giulio Contin “Riccardo”, nel febbraio-marzo dello stesso anno <96, espressione del partito comunista e le formazioni Osoppo nate da un’operazione congiunta del Partito d’Azione e della Democrazia Cristiana che assorbirono le formazioni spontanee di ex ufficiali. <97 Nel testo sono descritti gli attacchi partigiani contro il campo d’aviazione di Maniago e le caserme della guardia di finanza di Malnisio e Montereale Valcellina, avvenuti nel giugno del 1944; queste azioni, secondo Brescancin, fanno capire che il movimento partigiano è in crescita e vuole sottrarre ai nazifascisti il controllo del territorio. <98 L’autore spiega le relazioni fra l’evolversi della situazione a livello nazionale e locale, spiegando come l’andamento bellico degli alleati abbia influito sulla creazione delle zone libere, sui grandi rastrellamenti di fine estate 1944 e sulla Liberazione <99, riuscendo così a dare un quadro d’insieme più chiaro degli eventi principali.
Nel 2002, è pubblicato un volume di Renzo Biondo, nel quale, l’autore si pone l’obbiettivo di raccontare la vita quotidiana dei partigiani, la nascita delle formazioni e le motivazioni che hanno spinto i giovani accorsi sulle montagne. <100 Renzo Biondo col contributo di vecchi protagonisti ha raccontato vicende che altrimenti sarebbero andate dimenticate. Nella premessa l’autore mette in relazione il cambiamento del clima politico con la percezione degli avvenimenti passati; afferma che storici revisionisti smantellano i fondamentali sulla genesi della democrazia in Italia, rivalutando chi combatté per la repubblica di Salò. Renzo Biondo prende una posizione chiara affermando che la Resistenza fu una scelta di civiltà, fra libertà e servitù, fra nazismo e democrazia, fra campi di sterminio e parità di tutti i cittadini. <101 Nel testo c’è un capitolo in cui vengono descritti i luoghi dove operarono la brigata Osoppo e la Garibaldi Friuli; soprattutto è descritta la zona occidentale della Zona libera delle Prealpi Carniche, dove operò la V^ brigata “Osoppo” che insieme a battaglioni garibaldini diede vita alla Brigata mista “Ippolito Nievo”; questa descrizione aiuta a capire l’importanza ai fini bellici della zona, in quanto si trovava in una posizione strategica e per questo motivo i tedeschi si impegnarono per liberarla dalla presenza partigiana. Per Biondo, le tesi revisioniste secondo cui l’apporto partigiano alla vittoria alleata della guerra fu esiguo, sono smontate dal fatto che i tedeschi inviarono delle nuove divisioni modernamente equipaggiate nelle zone dove si trovavano i presidi partigiani; inoltre
il proclama di Kesserling, comandante in capo delle forze tedesche in Italia, che dà ordini su come comportarsi contro le bande armate, fa capire che i partigiani erano temuti dagli avversari. <102 Biondo esprime un giudizio sulla Xmas, reparto collaborazionista, affermando che giustificarli in confronto ad altri reparti repubblichini è un falso storico, in quanto hanno compiuto efferati episodi di violenza e omicidi di massa. <103 La Xmas voleva creare un solco fra garibaldini e osovani in quanto questi ultimi non volevano l’invasione degli jugoslavi, ma l’antifascismo, comune alle due formazioni partigiane, era più forte di ciò che poteva dividerle. <104 E’ spiegato dall’autore che i tedeschi nella zona denominata “Litorale Adriatico”, che controllavano direttamente, non amavano la presenza di reparti fascisti e per avvalorare questa sua affermazione afferma che i tedeschi preferirono, per occupare la Carnia, inviare i cosacchi. <105 Biondo afferma che gli autori che hanno scritto prima di lui sulla brigata mista “Ippolito Nievo” non chiariscono come sia nata e come fu possibile che in Valcellina sia riuscita quell’integrazione che altrove non fu possibile, e afferma che il merito è stato dei tre capi, Maso, Tribuno e Riccardo, che sono riusciti a mantenere la brigata mista grazie al loro prestigio e alla loro esperienza. <106 Nella seconda e terza parte del testo ci sono testimonianze che raccontano le motivazioni che spinsero i giovani alla lotta e ricordi di partigiani sulle loro esperienze nella Resistenza; molto interessante e la testimonianza di Giuseppe Torresin, che racconta com’era vista la resistenza dai giovani di Grizzo [Frazione del comune di Montereale Valcellina (PN)] e il loro apporto alla guerra di liberazione all’interno della V^ brigata Osoppo. <107 Questo volume da un quadro completo del periodo della Resistenza
analizzando i fatti e descrivendo i principali protagonisti.
[NOTE]
88 Bruno Steffè, La guerra di Liberazione nel territorio della provincia di Pordenone 1943- 1945, Edizioni ETS, Pisa, 1997, p. 10
89 Ivi, pp. 19- 46
90 Ivi, pp. 19- 31
91 Ivi, pp. 33- 35
92 Ivi, pp. 89- 103
93 Ivi, pp. 209- 262
94 Pier Paolo Brescancin, Le formazioni partigiane nel pordenonese in Il pordenonese dalla resistenza alla repubblica, Istituto Provinciale di storia del Movimento di liberazione e dell’Età Contemporanea, Pordenone, 2000
95 Ivi, p. 75
96 Ivi, p. 76
97 Ivi p. 76
98 Ivi, p. 78
99 Ivi, pp.80- 91
100 Renzo Biondo, Il verde, il rosso, il bianco. La V^ brigata Osoppo e la brigata osovano-garibaldina “Ippolito Nievo”, CLEUP, Padova, 2002, p. 13.
101 Ivi, p. 19.
102 Ivi, p. 59.
103 Ivi, p. 61
104 Ivi, p. 62
105 Ivi, p. 65
106 Ivi, p. 78
107 Ivi, pp. 157-196.
Andrea Bortolin, La storiografia sulla guerra di Liberazione sulla Destra Tagliamento, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, 2007#1943 #1944 #1945 #Adriatico #alleati #AndreaBortolin #brigata #BrunoSteffè #Carnia #cattolici #clero #comunisti #CostantinoCavarzerani #DC #destra #diari #Divisione #fascisti #Friuli #Garibaldi #generale #Grizzo #Guerra #libere #Litorale #ManiagoPN_ #MarioModotti #MonterealeValcellinaPN_ #Osoppo #partigiani #PdA #pianura #PierPaoloBrescancin #PietroMaset #Pordenone #provincia #RenzoBiondo #reparti #Resistenza #SacilePN_ #stragi #Tagliamento #tedeschi #Valcellina #V_ #Xmas #zone
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L’armistizio dell’8 settembre assunse in Sardegna i contorni di un quasi pacifico “esodo volontario”
Il pomeriggio dell’8 settembre 1943 pioveranno sull’aeroporto di Pabillonis, a Nord di Villacidro, le ultime bombe sganciate da circa quaranta cacciabombardieri americani <365. Rappresenteranno le ultime manifestazioni di ostilità da parte del nemico: “la guerra, per i sardi – come afferma infatti Manlio Brigaglia – finisce davvero in quei tiepidi giorni di settembre” <366.
La guerra totale, che individua nel “coinvolgimento massimo dei civili” <367 la sua essenza dolente, si manifesterà in Sardegna con ridottissimi elementi patologici, rendendo l’isola un caso a sé anche rispetto al Mezzogiorno. I “topoi” del conflitto di cui parla Gloria Chianese, quali “i bombardamenti, i rifugi antiaerei, i “tedeschi” e poi, con l’inizio dell’occupazione alleata, gli “americani” e i “marocchini”” <368, entreranno a far parte della semantica della memoria isolana solo in parte e in alcune zone circoscritte <369.
La centralità dell’armistizio e la contestuale occupazione tedesca, che segneranno indelebilmente le memorie nazionali del conflitto, e saranno responsabili dell’inaudita impennata di violenze incrociate nel resto della penisola <370, non avranno riscontro nella regione: la Sardegna, come ha affermato Francesco Spanu Satta, “non fu (questa volta per sua fortuna) protagonista di storia” <371. Quella storia, s’intende, che aprirà spazi di memorie di estrema violenza (“Sanguina a toccarla la memoria” – recita appropriatamente un verso di una poesia di Orlando Biddau) <372, innescando processi civili e politici dagli esiti differenziati lungo la penisola.
Il Mezzogiorno stesso sperimentò le atrocità dell’occupazione nazista, anche se questa durò, ad eccezione dell’Abruzzo, “poche settimane, in qualche caso addirittura giorni” <373. Tempo sufficiente, tuttavia, per conoscere, come ha affermato l’intervistata Maddalena Moirano, “l’altra storia”. Quella di un alleato divenuto repentinamente “ex-alleato”, “nemico”, che si macchierà dei più incredibili delitti, per i quali si attiverà in seguito anche nella memoria meridionale “l’immagine del nazista-massacratore” <374. Niente di tutto ciò in Sardegna.
“Ho conosciuto mio marito che avevo 16 anni, e da lui ho appreso tutta l’altra storia, di queste storie che sono avvenute in Continente, così gravi, e tutto quanto. Poi, mano a mano, la storia ci ha documentato di come sono andate veramente le cose” <375.
L’armistizio dell’8 settembre, che scriverà altrove pagine di allucinante violenza, assumerà infatti nell’isola i contorni di un quasi pacifico “esodo volontario” <376. Un discusso accordo fra il generale di corpo d’armata, Antonio Basso, dal 1940 responsabile del comando militare dell’isola <377, e il Generalleutnant Karl Hans Lungerhausen, a capo della 90ª Panzer Grenadier Division tedesca di stanza nell’isola, permetterà infatti a quest’ultima, nonostante gli ordini alla fine inequivocabilmente intimati, di abbandonare la Sardegna per transitare in Corsica, e da questa nel nord della penisola, in Toscana, dove le forze tedesche avranno modo di esercitare violentemente la loro ostilità. All’isola quindi – come ha affermato Girolamo Sotgiu – “fu risparmiata una drammatica esperienza” <378: “Ma l’operato del generale Basso ebbe però un prezzo: i tedeschi, nella resistenza che opposero all’avanzata degli alleati lungo la penisola, poterono contare sull’apporto certo non insignificante dei soldati provenienti dalla Sardegna e perciò le loro difese si rafforzarono rendendo più doloroso in altre parti del paese il dramma che l’isola aveva evitato” <379.
In Sardegna, infatti, come ha rilevato Simone Sechi, “si ebbero pochi e isolati scontri per iniziativa di ufficiali di grado medio e basso” <380, episodi rientranti, secondo l’efficace definizione elaborata da Claudio Pavone, nella categoria di “guerra patriottica” <381.
Nelle acque del Golfo dell’Asinara, come abbiamo citato nel precedente paragrafo, si verificherà il 9 settembre 1943 uno dei primi e più alti episodi della resistenza italiana: l’affondamento della nave ammiraglia della Regia Marina, “Roma”.
Sempre il 9 settembre 1943, uno scontro fra forze tedesche e il 403° Battaglione appartenente al 132° Reggimento di Fanteria schierato in difesa del Ponte Mannu sul Tirso, fece registrare fra le forze italiane il ferimento di cinque uomini, la morte del sergente maggiore Fulvio Bavaro (medaglia d’argento al valore militare) <382, e fra le forze avversarie due morti e otto feriti.
Il 10 settembre alcuni reparti della Divisione Nembo, in seguito ad uno “sbandamento ideologico” <383, decideranno di affiancarsi alla 90ª Divisione tedesca: “Molti superarono la crisi, altri desiderosi di lasciare l’isola diedero luogo ad atti di ribellione e palesi manifestazioni di indisciplina” <384, che culmineranno nell’uccisione del loro Capo di Stato Maggiore, il Tenente Colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna, il quale aveva tentato di richiamare all’obbedienza i militari dissidenti.
Il 13 settembre, un colpo di mano tedesco a La Maddalena, finalizzato all’agevolazione del passaggio della 90ª Divisione in Corsica, darà avvio allo scontro più violento: vi trovarono la morte ventiquattro soldati italiani e otto tedeschi.
Marco Coni e Francesco Serra segnalano inoltre episodi di resistenza da parte di alcune pattuglie delle forze operative dell’aviazione italiana <385.
Un ragazzo di 17 anni, Anselmo Lampus, sarà l’unica vittima civile accertata di uno scontro con i tedeschi, avvenuto probabilmente nel contesto di una confisca di automezzi, nella regione Sa Grusci nei pressi di Baressa <386. Questo episodio, i cui contorni restano comunque ancora da chiarire, accosta la memoria dell’evento locale agli altri innumerevoli assassinii o eccidi avvenuti per mano nazista in altre località, anche del Mezzogiorno, finalizzati a “punire i comportamenti di ribellione con cui si tentava di difendere le proprie realtà familiari e comunitarie” <387.
La singolarità dell’applicazione dell’armistizio in Sardegna traghetta l’isola su un piano di memoria singolare. L’immagine dei tedeschi <388 si struttura essenzialmente all’interno del quadro dell’alleanza italo-tedesca, producendo una molteplicità di narrazioni caratterizzate anche dalla presenza di stereotipi consolidati, quali quelli del tedesco “di casa” <389, buono, che era in fin dei conti “un poveraccio come tanti altri, mandato lì a sparare contro altri” <390, e sarà nel fluire dei racconti quello che accarezzerà la testa di un bambino dopo avergli premurosamente regalato del cioccolato <391, assaggerà le frittelle in casa della nonna perché “gli ricordavano casa sua” <392. Ascolterà inoltre “con grandissimo trasporto” la messa nella borgata dell’Argentiera <393, si premurerà per le cure mediche <394, canterà Lilì Marlene <395. In fin dei conti, “degli uomini come noi”, ha affermato Renato Fiori. “Quelli che erano qui – prosegue significativamente – non erano le SS, ma erano dei militari comuni. Nelle SS ci sono state delle sopraffazioni, ma degli altri no” <396, racconta, confermando la persistenza anche nelle memorie locali dello stereotipo, ampiamente confutato dalla storiografia della Repubblica Federale che, come ha affermato Leonardo Paggi, “ha ormai documentato con eccezionale ampiezza il pieno coinvolgimento della Wehrmacht nella politica del massacro” <397.
Non mancheranno tuttavia anche delle narrazioni portatrici di immagini negative. Il tedesco era infatti anche quello che obbligava a lavorare, quello arrogante che faceva il padrone (“perché noi eravamo succubi di questa gente qua” <398). Quello che “con le donne quello e quell’altro” <399, quello che nel paese di Mores si infastidirà, fino ad arrivare alle mani, sui ragazzini sfollati che chiedevano po’ di pane. Ma “per fortuna”, conclude Gigi Urtis, tutto sommato: “questo è il ricordo che abbiamo dei tedeschi. Insomma…non possiamo dire cose… non è successo niente” <400.
Solo grazie a integrazioni successive le memorie locali potranno accedere al pezzo mancante (“l’altra storia”, come ha affermato poc’anzi Maddalena Moirano). Saranno specialmente i racconti di chi ritorna dal fronte e di chi ha combattuto per la Liberazione del paese a svelare il volto mai afferrato fino in fondo del nazi-fascismo. Con racconti che parlano delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Cassino <401. Saranno i deportati militari, politici, a parlare delle esperienze nei campi. I film, i documentari, a mostrare a larga parte della società civile l’orrore della Shoah.
[NOTE]
365 Marco Coni, Francesco Serra, La portaerei del Mediterraneo, Storia e cronaca della Sardegna nella seconda guerra mondiale, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1982, p. 119.
366 Sardegna 1940-45, op. cit., p. 19.
367 Gabriella Gribaudi, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste, Napoli e il fronte meridionale 1940-1944, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, p. 12.
368 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
369 Cfr. al riguardo anche Raffaella Lucia Carboni, “Porto Torres nella formazione dell’Italia repubblicana: esperienza di una transizione nella memoria popolare”, in “memoria/memorie. materiali di storia”, n° 4, Cierre, Verona, 2009, pp. 15-78.
370 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
371 Francesco Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 44.
372 Orlando Biddau, “Che mai faremo dell’aprile”, in Le verdi vigilie, La tregua e il ritorno, Chiarella, Sassari, 1991, p. 41. Biddau nasce a Fiume nel 1938 da genitori sardi. In Sardegna rientra a due anni dove compie i primi studi nel paese d’origine dei suoi, a Modolo, e successivamente a Bosa e a Cagliari. Dopo essersi trasferito nelle Marche e poi a Genova, si laurea in Lettere a Parigi alla Sorbona nel 1967. Consegue poi un’altra laurea a Urbino in Lingue e letterature Straniere per poi fare ritorno definitivamente in Sardegna dove per sette anni insegna ad Oristano, ritirandosi poi a Modolo dove si dedica alla letteratura. Vincitore di diversi premi, collaboratore de “La grotta della vipera”, ricordiamo le pubblicazioni: “L’anima degli animali” (con prefazione di Carlo Bo), “Le verdi vigilie” (prefazione di Antonio Sanna), “L’inverno inconsolabile” (prefazione di Nicola Tanda).
373 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
374 Ibidem.
375 Intervista a Maddalena Moirano, realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Sassari, 1 marzo 2006.
376 Cfr. Francesco Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 149.
377 Cfr. Mariarosa Cardia, La nascita della Regione autonoma della Sardegna 1943-1948, FrancoAngeli, Milano, 1992, p. 32.
378 Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna durante il fascismo, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 288.
379 Ibidem.
380 Simone Sechi, La partecipazione dei sardi alla Resistenza italiana, in L’antifascismo in Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone, Guido Melis, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1986, p. 136.
381 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
382 “Miles”, 9 settembre: la battaglia sul Tirso, ibidem.
383 Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma, 1975, p. 279.
384 Ibidem.
385 Marco Coni, Francesco Serra, La portaerei del Mediterraneo, cit., p. 119
386 F. Spanu Satta, Il Dio seduto, cit., p. 150.
387 Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, cit., p. 51.
388 Cfr. al riguardo Brunello Mantelli, Da “paese della tecnica” a “selvaggio invasore”. Immagini della Germania nell’Italia prima alleata e poi occupata: 1939-1945, in Storia e Memoria, anno 5, n. 1, 1° semestre 1996, pp. 29-44; Gerhard Schreiber, Dall’ “alleato incerto” al “traditore badogliano”, all’ “amico sottomesso”: aspetti dell’immagine tedesca dell’Italia 1939-1945 (ivi, pp. 45-53); Filippo Focardi, “Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini incrociate (ivi, pp. 55-83).
389 Intervista ad Adriano Piccolo, realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 31/07/2006.
390 Ibidem.
391 Intervista a Gigi Urtis, cit.
392 Intervista ad Adriano Piccolo, cit.
393 Intervista a Renato Fiori (classe 1923), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Sassari, 27 febbraio 2007.
394 Intervista a Jolanda Rais (1929), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 17 aprile 2007.
395 Intervista a Giuseppe Chessa (classe 1924), realizzata da Raffaella Lucia Carboni, Porto Torres, 31 luglio 2006.
396 Intervista a Renato Fiori, cit.
397 La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, a cura di Leonardo Paggi, La Nuova Italia, Firenze, 1997, p. XXVIII.
398 Intervista a Giuseppe Chessa, cit.
399 Ibidem.
400 Intervista a Gigi Urtis, cit.
401 In particolare l’intervista di Giuseppe Chessa “passato con gli americani” nella Divisione Mantova.
Raffaella Lucia Carboni, L’uso delle fonti orali nello studio delle culture popolari: la transizione dal fascismo al Piano di Rinascita in Sardegna, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, 2013#1943 #alleati #armistizio #Asinara #bombardamenti #civili #corazzata #Divisione #esercito #Guerra #IMI #Nembo #RaffaellaLuciaCarboni #regio #Roma #Sardegna #scontri #settembre #soldati #tedeschi #Tirso