#auditorium — Public Fediverse posts
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Il grande uovo che veleggia sulla Senna sotto il sole della musica e l’innovazione strutturale
https://www.jacoporanieri.com/blog/?p=44147#strutture #costruzioni #architettura #palazzi #edifici #auditorium #teatri #parigi #architetti #innovazione #sostenibilità #vele #pannelli solari #energia #fiumi #isole #francia #giappone #città #urbanistica
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Il grande uovo che veleggia sulla Senna sotto il sole della musica e l’innovazione strutturale
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Today's Flickr photo with the most hits: the auditorium of the Chicago Theatre, Chicago.
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https://www.europesays.com/it/382217/ Il ritorno di Angelina Mango in tour. E nel pubblico spunta anche Maria de Filippi #amici #angelina #AngelinaMango #arrivo #ArrivòSeconda #ArrivòSecondaTalent #artista #auditorium #AuditoriumConciliazione #AuditoriumConciliazioneRoma #ballerino #BallerinoMattia #BallerinoMattiaVincendo #cantante #Celebrità #Celebrities #concerto #conduttrice #De #DeFilippi #Entertainment #filippi #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #mango #maria #MariaDe #MariaDeFilippi #Pubblico
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En décembre, l’Orchestre national de Lyon préfère l’amour en mer
© Auditorium orchestre national de Lyon – Nikolaj Szeps-Znaider dirigera les deux concerts des 18 et 20 décembre…
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https://www.europesays.com/fr/590770/ -
The Ponto C – Culture and Creativity / Galeria Gabinete
© Ivo Tavares Studio + 37 Share Share Facebook Twitter Mail Pinterest Whatsapp Or https://www.archdaily.com/1036418/the-ponto-c-culture-and-creativity-galeria-gabinete Year Completion year…
#NewsBeep #News #US #USA #UnitedStates #UnitedStatesOfAmerica #Artsanddesign #Architecture #Arts #ArtsAndDesign #auditorium #CulturalArchitecture #Design #Entertainment #Theaters&Performance
https://www.newsbeep.com/us/335935/ -
The Ponto C – Culture and Creativity / Galeria Gabinete
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https://www.europesays.com/ie/220197/ The Ponto C – Culture and Creativity / Galeria Gabinete #Architecture #Arts #ArtsAndDesign #ArtsAndDesign #ArtsDesign #auditorium #CulturalArchitecture #Design #Éire #Entertainment #IE #Ireland #Theaters&Performance
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Archdaily : The Ponto C - Culture and Creativity / Galeria Gabinete https://www.archdaily.com/1036418/the-ponto-c-culture-and-creativity-galeria-gabinete #CulturalArchitecture #Theaters&Performance #auditorium
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oggi, 16 novembre: ryoji ikeda a roma
https://romaeuropa.net/festival-2025/music-for-strings/ (music for strings)
https://romaeuropa.net/festival-2025/ultratronics/ (ultratronics)
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oggi, 16 novembre: ryoji ikeda a roma
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oggi, 16 novembre: ryoji ikeda a roma
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https://www.europesays.com/it/205659/ Branduardi, lieve malore: ricoverato per accertamenti clinici. Annullato in concerto di domenica 9 a Roma #accertamenti #artista #auditorium #AuditoriumParco #AuditoriumParcoMusica #branduardi #cantico #concerto #data #domenica #Entertainment #Intrattenimento #IT #Italia #Italy #lieve #roma #tappa
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Festa del Cinema 2025: Game Over
Cronache dall’Auditorium (Sabato 25 Ottobre)
Come vi ho raccontato due giorni fa, ieri ho dovuto rinunciare ai quattro film che avevo prenotato e all’intera giornata di Festa a causa della convocazione sul set del nuovo film di Mel Gibson, dove ho fatto la comparsa. Sarebbe stupendo potervi raccontare qualcosa ma, come potete immaginare, non posso. Però ho visto Mel Gibson ed è stata un’esperienza divertente, seppur piena di momenti morti. Fatto sto che sono tornato all’Auditorium soltanto stamattina, per il mio ultimo film, che aspettavo davvero tanto. L’ultima fatica del premiatissimo duo Cohn-Duprat, dei quali vi ho raccontato su queste pagine praticamente tutta la filmografia (dall’esordio con L’Artista, presentato proprio alla Festa di Roma, fino a Finale a Sorpresa, passando per El Hombre de al Lado, Il Cittadino Illustre, Il Mio Capolavoro), è un film a episodi che vede Guillermo Francella mattatore assoluto, nelle vesti di sedici personaggi diversi. Ora, io non sono assolutamente un amante dei film a episodi, preferisco farmi un viaggio di due ore all’interno della stessa storia, per questo non credo succederà mai di trovarmi qui a esaltare un film costruito in questo modo. Non fa dunque eccezione Homo Sapiens?, nuova opera del duo argentino, che vive di alti e bassi, di idee geniali e di corti meno convincenti. Il più interessante forse è proprio l’incipit e, non sapendo che si trattava di un film a episodi, stavo già sbavando all’idea del film che avrei visto. Insomma, Francella a parte, che è un fenomeno (forse lo ricorderete nei panni di Pablo Sandoval in quel capolavoro de Il Segreto dei Suoi Occhi), non è un film che mi resterà nel cuore, sicuramente meno interessante rispetto ai precedenti di Cohn-Duprat. C’è sicuramente qualcosa de I Mostri di Dino Risi, forse il re dei film a episodi, perché alcuni personaggi sono delle vere canaglie: c’è tanta Argentina però, quindi tanta umanità, tanta meschinità, tanta passione, tanta malinconia.La Feste del Cinema per me finisce qui, dopo dieci giorni più o meno intensi, talvolta stancanti (ma chi sono per lamentarmi?), pieni di cose belle. 21 film visti, oltre alle Masterclass di Linklater e Panahi. I più belli? Su Letterboxd ho dato il valore massimo a Un Semplice Incidente (esce in sala il 6 novembre, andateci), seguito a ruota da Nouvelle Vague (che uscirà a febbraio o marzo, sic, ma con una vpn sarà possibile vederlo su Netflix già da novembre…). Quindi, a condividere l’ultimo gradino del podio, l’ottimo Nino di Pauline Loques e Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi. Altri film che meritano una menzione, in ordine sparso: 40 Secondi, Cinque Secondi, California Schemin’, Mad Bills To Pay, Eddington, Hen e If I Had Legs I’d Kick You (questi ultimi due probabilmente si contendono l’ultimo posto disponibile per la mia personale Top 5). Come ogni anno però devo essermi perso almeno due o tre filmoni (basti pensare che due anni fa non mi vidi As Bestas di Sorogoyen, ad esempio): quest’anno il film da vedere era probabilmente Hamnet di Chloe Zhao (che uscirà in Italia a febbraio), mentre sento pareri importanti nei confronti di O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho, che si presentava con il biglietto da visita del miglior attore e della miglior regia dell’ultimo Festival di Cannes. Poco male, prima o poi riuscirò a recuperare anche questi.
Oggi dunque c’è la cerimonia di premiazione e non troverete altri articoli in cui vi dico quali film hanno vinto, o quali attori. Lo trovate su ogni sito, ovunque, non è per darvi informazione che trovate dappertutto che scrivo ogni giorno su questo blog: è per dirvi qualcosa che nessuno racconta, per provare a trasmettervi la sensazione di essere all’Auditorium con me, a vedere le stesse cose che vedo io. Ergo: non so chi vincerà, né lo scriverò. Ma sono curioso di scoprirlo, quello sicuramente. Allora, che Festa è stata per me? Come dicevo prima, intensa e bella. Sento tante persone lamentarsi (io in primis: a livello organizzativo c’è bisogno di fare qualcosa in più, perché le cose che funzionano male sono molte), sento spesso dire in giro che è una manifestazione che non ha senso, che andrebbe chiusa: a dirlo però sono tutte persone che vanno a Cannes e a Venezia. Per noi, poveri cristi, che abbiamo la possibilità di seguire solo questo evento di cinema, nella nostra città, è ossigeno, è amore, è passione, sono dieci giorni unici all’interno di un anno. Dieci giorni che ti danno la possibilità di vedere film che non vedresti mai, oppure di vedere film che avresti potuto vedere al cinema, all’interno però di una manifestazione dove tutti parlano di questo, dove tutti respirano la stessa aria. Dieci giorni dove puoi incontrare Richard Linklater tre o quattro volte durante il giorno, ascoltare Jafar Panahi parlare di cinema, consegnare il tuo libro a Valerio Mastandrea, avere Abel Ferrara seduto dietro di te in sala e fotografare Jennifer Lawrence o Rose Byrne. E poi tutto il resto, le chiacchiere, gli incontri, le persone. Sono vent’anni che vado alla Festa del Cinema, vent’anni in cui mi domando: “questa è stata l’ultima volta?”. Chi lo sa il prossimo ottobre cosa farò, dove sarò, se il lavoro mi permetterà di prendermi questa pausa (quest’anno ho dovuto mettere una montagna di appuntamenti prima e dopo la Festa del Cinema, con il risultato che devo ancora finire di consegnare alcune foto e con due shooting già in programma per la prossima settimana, oltre a un evento a Cinecittà domani, in cui esporrò le mie foto e una nuova presentazione del mio libro, martedì alle 18.30 da YellowKorner, nel quartiere Prati). Questa è la cosa più difficile con cui fare i conti: il fatto che il mondo vada avanti nonostante tu abbia due o tre film da vedere. Con le cronache dall’Auditorium spero che ci vedremo l’anno prossimo. Grazie per aver seguito il diario, ci vediamo su queste pagine con i prossimi film. Viva il Cinema, viva la Festa del Cinema di Roma.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
E pure questa Festa…
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#auditorium #cohnDuprat #cronache #diario #festaDelCinema #film #homoArgentum #homoSapiens_ #racconto #roma
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Festa del Cinema 2025: Sono Solo Film
Cronache dall’Auditorium (Martedì 21 Ottobre)
Ricordate quando lunedì sera scrissi che martedì avrei preso un giorno di pausa? Scherzavo! In realtà un fondo di verità c’è stato. Ieri ho recuperato un po’ di sonno e saltato le proiezioni del mattino, anche perché mi sembrava che non ci fosse nulla da togliermi il sonno. Sono sceso all’Auditorium alle 15.30 per un indie statunitense di quelli che piacciono a me, che mi fanno venire voglia di girare film. Mad Bills To Pay (Or Destiny, Dile Que No Soy Malo) di Joel Alfonso Vargas è uno di quei film composti da inquadrature fisse, all’interno delle quali si muovono i personaggi: è la storia di Rico, un ragazzo di 19 anni che vive nel Bronx e vende bibite sulla spiaggia. Accidentalmente, Rico mette incinta la sua ragazza Destiny, che viene cacciata di casa e si ritrova a dover vivere a casa del ragazzo. Di fronte a spese sempre più grandi e le continue divergenze con sua madre e sua sorella, Rico è costretto a crescere in fretta e prendersi le sue responsabilità, se vuole diventare la persona che sogna di essere. Lo sapete quanto mi piacciono i film indipendenti, girati in ambienti reali, con persone reali, attori esordienti o quasi e una montagna di cuore, anima, amore per le storie, per il cinema. Non è un film perfetto, tutt’altro, ma da parte mia sentirete solo sostegno per questo tipo di cinema. Bello, mi è piaciuto e per fortuna ha giustificato il fatto di essere venuto alla Festa del Cinema appositamente per questo film. La giornata è stata talmente breve da dover accorpare le cronache di ieri a quelle di oggi, quindi continuiamo il racconto e spostiamoci direttamente a mercoledì.Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 22 Ottobre)
Alla Festa del Cinema ormai le cose vanno così, già da qualche anno. Quando avevo qualche anno in meno e qualche capello in più, trascorrevo praticamente le giornate all’Auditorium, guardandomi anche quattro o cinque film, poi tornavo a casa, scrivevo recensioni, montavo video, dormivo il minimo sindacale e la mattina dopo ero di nuovo là. Come facevo, non ne ho idea. Ora le cose sono un po’ cambiate, anche perché lì al Parco della Musica ci sono due sale in meno rispetto ai primi anni, anzi tre, contando pure la Santa Cecilia: questo significa meno repliche, meno possibilità di costruirsi un calendario più folto ma anche più comodo. Ma le cose sono cambiate anche perché, come dicono a Cantù Cermenate, “non mi regge più la pompa”: quel che voglio dire è che, prima dell’inizio della Festa, preparo un calendario di proiezioni che ho intenzione di seguire e i propositi sono sempre ottimi. Poi però i giorni vanno avanti, la stanchezza si accumula e comincia a pensare: “Dai, questo film portoricano me lo potrei evitare”, oppure “vabbè ma alla fine questa storia mi interessa davvero?”. Una volta entrata una domanda del genere in testa, è difficile poi tornare indietro, la cosa più facile da fare è andare sul famigerato Boxol e cancellare la prenotazione per quel film. E guadagnare così due-tre ore in più per stare a casa a scrivere, a lavorare, a occuparti della tua vita normale. Ora siamo entrati in quella fase, quella appunto in cui cominci a cercare i trailer dei film che ti restano da vedere per capire se ne vale la pena (a volte, come nel caso del film di ieri, decisamente sì). Non c’è stato bisogno di farsi alcuna domanda però stamattina, né di sentire il bisogno di guardare alcun trailer: alle 8.45 infatti ero puntualmente seduto in sala Sinopoli in attesa dell’inizio della Palma d’Oro di Cannes, It Was Just an Accident di Jafar Panahi, un regista che amo, di cui ho visto tutto quello che avevo modo di vedere. Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Lo scoprirete guardando questo film straordinario: sarà in sala il 6 novembre e non potete assolutamente perdervelo.Dopo il film di Panahi decido di tornare a casa, sempre per quel discorso di prima. Cancello la prenotazione per il film portoricano delle 15 (che forse non era neanche tanto male, ma pazienza) e, con il viso vicino alla finestra, osservo la pioggia che cade. Alle 19.30 ho un altro film, ma vale davvero la pena prendere di nuovo l’auto, scendere all’Auditorium, guardarsi un film di cui sai poco o nulla e poi tornare a casa dopo le 22, senza aver mangiato? Davvero: chi ce lo fa fare? Eppure, alle 19.30, eccomi seduto là, al Teatro Studio, in attesa della proiezione. Deve esserci qualcosa che non funziona in noi, noi malati di cinema intendo, qualcosa di irrazionale, che non puoi spiegare. Perché come lo spieghi alle persone tutto questo sbattimento? Sono solo film! O forse no.
Our Hero Balthazar, esordio di Oscar Boyson, racconta ciò che già sappiamo abbastanza bene: cioè che gli statunitensi, fondamentalmente, sono un popolo di pazzi violenti e ossessionati da armi e social media. Un ragazzo, per far colpo sulla compagna di scuola (che è un’attivista contro le armi), decide di partire da New York verso il Texas per convincere un tipo, con cui aveva avuto alcuni scambi su instagram, a rinunciare al suo proposito di entrare in una scuola e sparare a tutti. L’idea di base, per quanto fuori di testa, non sarebbe neanche male, ma è davvero difficile star dietro a un protagonista così insopportabile. Se il film mi è piaciuto? Così così. Se ne è valsa la pena andarlo a vedere? Decisamente (anche perché seduto alle mie spalle c’era Abel Ferrara!). Con questo stiamo a quota 18 film in una settimana, non c’è male come media: ah, ovviamente 18 film soltanto alla Festa del Cinema, perché altri 3 li ho visti a casa la sera, per non farmi mancare nulla. Sì, lo so, sono solo film. Ma non credo che supereremo mai questa fase.
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oggi, 21 ottobre, venti anni fa, iniziava l’edizione 2005 di romapoesia
Nel 2005 un evento, Poesia ultima / L’esperienza-divenire delle arti, organizzato da RomaPoesia (Luigi Cinque e Nanni Balestrini) e in parte curato da me, univa – in una serie di giornate e incontri principalmente all’Auditorium e presso la Fondazione Baruchello – autori molto diversi tra loro, poeti, artisti, musicisti, performer, e videomaker, in un tentativo di dare un quadro di alcune linee di ricerca (o non di ricerca) contemporanee.
Il sottotitolo diceva, anche: “generazione ’68-’78”.
Qui il programma completo: https://slowforward.net/2006/08/12/ottobre-2005-poesia-ultima/
E qui una – direi tutt’ora attuale – scheda di descrizione e dichiarazione di intenti, non firmata ma mia: https://slowforward.net/2006/08/12/ottobre-2005-scheda/
(leggibile anche qui, o su archive.org, e su Academia)(N.b.: Entrambi i post sono stati importati su WordPress nel 2006, essendo usciti in origine su slow-forward.splinder.com e in varie altre sedi ‘ufficiali’ della manifestazione).
Come è ovvio, la cosa nel suo complesso fu da alcuni versanti fortemente e pressoché ciecamente osteggiata (soprattutto da parte del sottobosco poetico, che infatti – in virtù della sua ostilità alla sperimentazione – sarebbe stato debitamente ascensorizzato nell’arco del quindicennio successivo). Stessi oppositori e stessa veemenza disordinata avrebbero accolto prima gammm alla sua nascita a fine giugno 2006 e poi Prosa in prosa nel 2009. (Tutto è registrato e fortunatamente immortalato da memorabili thread di commenti su vari blog, soprattutto Nazione indiana e Absolute poetry: chi vuole può divertirsi a compulsare).
Qui di séguito ripropongo una parte credo significativa della scheda descrittiva (cfr. il secondo link sopra riportato), con elementi, suggestioni e interrogativi che periodicamente riemergono nel sempiterno dibattito italiano sulla poesia, che specie da un decennio a questa parte sembra ogni volta ripartire beato e beota da zero senza interrogarsi su quello che l’ha preceduto, pur essendoci infiniti stimoli proprio nel passato recente e meno recente (ma studiabile, rintracciabile, si pensi solo ad alfabeta2, EX.IT – Materiali fuori contesto, Poeti degli anni zero, o appunto a Prosa in prosa, gammm, RomaPoesia, RicercaBO, e poi a Parola plurale, slowforward, La camera verde, Biagio Cepollaro E-dizioni, Ákusma, “Baldus”, Poesia italiana della contraddizione, MilanoPoesia, “Altri termini” eccetera).
(In realtà il problema è duplice: da una parte c’è la sostanziale e a volte intenzionale mancanza di riferimenti e conoscenza da parte dei giovani poeti, dall’altra la loro indisponibilità a riconoscere che le questioni che dibattono e in cui si dibattono sono state già affrontate, ma da autori della ricerca letteraria, quindi da gente e strutture e testi di cui – per via della medesima ignoranza – non vogliono avere contezza. Anche perché dialogare con la ricerca letteraria vuol dire ipso facto inimicarsi a sangue e per sempre i federali e i capibastone del mainstream).
Ecco un estratto dalla scheda, appunto:
Le questioni e gli interrogativi che la poesia rivolge a sé e al contesto sociale (e che quest’ultimo riformula in ulteriori domande) possono riguardare:
– la situazione della scrittura di ricerca, nella sua interazione con altre arti, lingue e culture;
– i rapporti complessi di legame/indipendenza che la poesia (di ricerca e non) intrattiene oggi con i propri ‘padri’, con i molti valori stilistici portati dal Novecento;
– la dicibilità del mondo come resistenza di una poesia civile, e dell’io ‘lirico’ affermato o negato in questa
– l’occorrenza di motivi costanti (il corpo in immagine distante, la vita degli oggetti) in libri e autori nati negli anni Sessanta e Settanta: che configurano una sorta di scrittura insieme antirealistica e fredda.
Questi nuclei, individuati ‘scansionando’ per letture parallele siti e sedi e libri recenti di poesia, sono ripartiti nelle due giornate di incontro a Roma, 21-22 ottobre 2005, in modo tale che alcuni degli autori più significativi appartenenti alle generazioni dei nati nel decennio 1968-1978 si trovino a conversare e dibattere tra loro, e soprattutto a porre in parallelo il discorso critico e la lettura, teoria e voce. È la sfida e l’ipotesi in gioco. Ogni nucleo tematico raggruppa autori che intervengono sull’argomento e portano testi (propri e altrui) a sostegno di quanto affermano. I testi – non polemiche e poetiche pre/testuali – sono al centro delle argomentazioni. O anche: i testi narrano se stessi, senza argomentazioni affatto.
Volume con materiali, testi e documentazione del lavoro svolto nel 2005 da artisti e poeti @ RomaPoesia e Fondazione Baruchello (ulteriori dati: https://slowforward.net/2006/10/31/esperienza-divenire/)
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oggi, 21 ottobre, venti anni fa, iniziava l’edizione 2005 di romapoesia
Nel 2005 un evento, Poesia ultima / L’esperienza-divenire delle arti, organizzato da RomaPoesia (Luigi Cinque e Nanni Balestrini) e in parte curato da me, univa – in una serie di giornate e incontri principalmente all’Auditorium e presso la Fondazione Baruchello – autori molto diversi tra loro, poeti, artisti, musicisti, performer, e videomaker, in un tentativo di dare un quadro di alcune linee di ricerca (o non di ricerca) contemporanee.
Il sottotitolo diceva, anche: “generazione ’68-’78”.
Qui il programma completo: https://slowforward.net/2006/08/12/ottobre-2005-poesia-ultima/
E qui una – direi tutt’ora attuale – scheda di descrizione e dichiarazione di intenti, non firmata ma mia: https://slowforward.net/2006/08/12/ottobre-2005-scheda/
(leggibile anche qui, o su archive.org, e su Academia)(N.b.: Entrambi i post sono stati importati su WordPress nel 2006, essendo usciti in origine su slow-forward.splinder.com e in varie altre sedi ‘ufficiali’ della manifestazione).
Come è ovvio, la cosa nel suo complesso fu da alcuni versanti fortemente e pressoché ciecamente osteggiata (soprattutto da parte del sottobosco poetico, che infatti – in virtù della sua ostilità alla sperimentazione – sarebbe stato debitamente ascensorizzato nell’arco del quindicennio successivo). Stessi oppositori e stessa veemenza disordinata avrebbero accolto prima gammm alla sua nascita a fine giugno 2006 e poi Prosa in prosa nel 2009. (Tutto è registrato e fortunatamente immortalato da memorabili thread di commenti su vari blog, soprattutto Nazione indiana e Absolute poetry: chi vuole può divertirsi a compulsare).
Qui di séguito ripropongo una parte credo significativa della scheda descrittiva (cfr. il secondo link sopra riportato), con elementi, suggestioni e interrogativi che periodicamente riemergono nel sempiterno dibattito italiano sulla poesia, che specie da un decennio a questa parte sembra ogni volta ripartire beato e beota da zero senza interrogarsi su quello che l’ha preceduto, pur essendoci infiniti stimoli proprio nel passato recente e meno recente (ma studiabile, rintracciabile, si pensi solo ad alfabeta2, EX.IT – Materiali fuori contesto, Poeti degli anni zero, o appunto a Prosa in prosa, gammm, RomaPoesia, RicercaBO, e poi a Parola plurale, slowforward, La camera verde, Biagio Cepollaro E-dizioni, Ákusma, “Baldus”, Poesia italiana della contraddizione, MilanoPoesia, “Altri termini” eccetera).
(In realtà il problema è duplice: da una parte c’è la sostanziale e a volte intenzionale mancanza di riferimenti e conoscenza da parte dei giovani poeti, dall’altra la loro indisponibilità a riconoscere che le questioni che dibattono e in cui si dibattono sono state già affrontate, ma da autori della ricerca letteraria, quindi da gente e strutture e testi di cui – per via della medesima ignoranza – non vogliono avere contezza. Anche perché dialogare con la ricerca letteraria vuol dire ipso facto inimicarsi a sangue e per sempre i federali e i capibastone del mainstream).
Ecco un estratto dalla scheda, appunto:
Le questioni e gli interrogativi che la poesia rivolge a sé e al contesto sociale (e che quest’ultimo riformula in ulteriori domande) possono riguardare:
– la situazione della scrittura di ricerca, nella sua interazione con altre arti, lingue e culture;
– i rapporti complessi di legame/indipendenza che la poesia (di ricerca e non) intrattiene oggi con i propri ‘padri’, con i molti valori stilistici portati dal Novecento;
– la dicibilità del mondo come resistenza di una poesia civile, e dell’io ‘lirico’ affermato o negato in questa
– l’occorrenza di motivi costanti (il corpo in immagine distante, la vita degli oggetti) in libri e autori nati negli anni Sessanta e Settanta: che configurano una sorta di scrittura insieme antirealistica e fredda.
Questi nuclei, individuati ‘scansionando’ per letture parallele siti e sedi e libri recenti di poesia, sono ripartiti nelle due giornate di incontro a Roma, 21-22 ottobre 2005, in modo tale che alcuni degli autori più significativi appartenenti alle generazioni dei nati nel decennio 1968-1978 si trovino a conversare e dibattere tra loro, e soprattutto a porre in parallelo il discorso critico e la lettura, teoria e voce. È la sfida e l’ipotesi in gioco. Ogni nucleo tematico raggruppa autori che intervengono sull’argomento e portano testi (propri e altrui) a sostegno di quanto affermano. I testi – non polemiche e poetiche pre/testuali – sono al centro delle argomentazioni. O anche: i testi narrano se stessi, senza argomentazioni affatto.
Volume con materiali, testi e documentazione del lavoro svolto nel 2005 da artisti e poeti @ RomaPoesia e Fondazione Baruchello (ulteriori dati: https://slowforward.net/2006/10/31/esperienza-divenire/)
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« À vos pianos… Prêts… Jouez ! » : Lyon célèbre les pianistes amateurs
@Westfield A l’occasion de leurs 50 ans, Westfield la Part-Dieu et l’Orchestre National de Lyon lancent un grand…
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https://www.europesays.com/fr/467029/ -
Festa del Cinema 2025: Here We Go!
Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 15 Ottobre)
La sentite anche voi quest’aria strana? C’è qualcosa intorno a noi, un po’ come nel sottosopra di Stranger Things. Ma dove siamo finiti? Temo di conoscere la risposta: dev’essere di nuovo quel periodo dell’anno. Deve essere tornata la Festa del Cinema di Roma. E queste devono essere di nuovo le mie Cronache dall’Auditorium, quel diario di bordo, quel taccuino di viaggio che condivido con voi, amici cinefili e amiche cinefile, lungo tutta la Festa del Cinema di Roma. Diamoci dentro, allora. Come direbbe Fabrizio Romano: HERE WE GO!Non comincerò come sempre dicendovi che la prima volta che ho messo piede alla Festa del Cinema ero uno studentello di 25 anni, con uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Avevo detto che non lo avrei detto, ma mentivo: siamo all’edizione numero 20 e io c’ero, Gandalf, quando nel 2006 Nicole Kidman, Martin Scorsese e Leo DiCaprio aprivano le danze alla prima edizione, ero lì il giorno in cui la forza degli uomini venne meno (soprattutto vedendo Monica Bellucci nel suo prime passeggiare sul tappeto rosso), ero lì quando Viggo Mortensen si fermava davanti alla mia videocamera per farsi intervistare. Quando pensavo che per quell’intervista avrei vinto il Pulitzer. Ero pieno di sogni, ve l’avevo detto. Detto ciò, diciannove anni dopo, rieccoci sempre qui, con molti meno sogni e speranze decisamente imbruttite, ma con quella cosa che mi butta giù dal letto dopo cinque o sei ore di sonno per andarmi a vedere un gruppo di persone che si muovono e parlano dentro uno schermo. La chiamano passione, dicono.
Le cose della vita mi hanno riportato, temporaneamente, nella poco ridente Monte Mario, quartiere più alto di Roma ma decisamente più vicino alla Festa del Cinema rispetto al gioiello di Roma Sud, la Garbatella, che mi ha visto risiedere felicemente per ben dodici anni (seppur costringendomi ad attraversare Roma alle 8 del mattina in auto o in bici per raggiungere l’Auditorium). Essendo a dieci minuti d’auto dalla Festa, ho il tempo di fare colazione con comodo, una doccia che avrebbe dovuto cacciare il bisogno di dormire ancora e sedermi al pc per prenotare le proiezioni di dopodomani (se avete seguito il diario degli anni scorsi, saprete che c’è una cosa diabolica chiamata Boxol, un sito sopra il quale ogni mattina alle 8 è possibile prenotare un posto per gli eventi del dopodomani). Per essere sicuro di fare refresh nel momento esatto in cui escono i posti, quest’anno mi sono attrezzato con un orologio atomico che mi permetterà di essere uno dei primi ad entrare sulla piattaforma, per evitare la coda e soprattutto non perdermi l’evento per il quale spero di aprire gli occhi ogni mattina: l’incontro con Richard Linklater di lunedì prossimo (lo potrò prenotare sabato mattina, se ci riesco).
Dopo aver agevolmente prenotato le tre proiezioni che intendo seguire venerdì prossimo, mi metto in macchina e, insieme alla mia fidata Bobby Jean (la mia Panda rossa), sfreccio in discesa verso il quartiere Flaminio. Stamattina la Festa apre alle 8.30, visto che Eddington, il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone, dura 2 ore e mezza (e le proiezioni successive cominciano alle 11, per chi ci dovrà o vorrà andare). Quando arrivo sembra tutto uguale: certo, è cambiato il manifesto e di conseguenza ci sono pannelli differenti affissi alle pareti e sugli stand, ma a parte questo mi sento già risucchiato nel sottosopra della Festa del Cinema. Non ho il tempo di soffermarmi troppo sui dettagli perché sono quasi le 8.30 e il film sta per cominciare. Mi dirigo verso il Teatro Studio e, davanti alle porte della sala, salgo i gradini che mi porteranno alla poltroncina che avevo prenotato due giorni fa. Arrivato all’ultimo scalino mi trovo davanti la folla di giornalisti, conoscenti, amici, che ogni anno popola la rassegna romana: la sensazione mi ricorda quella di quando sali gli scalini dello Stadio Olimpico e, improvvisamente, la scena si apre sulle tribune e sulle curve, gremite, vive, rumorose. Insomma, mi sono sentito a casa.
Parlavamo di Eddington, dunque. Siamo in un piccolo villaggio del New Mexico, dove Joaquin Phoenix è sceriffo di una centrale di polizia composta solo da lui e da altri due elementi, Pedro Pascal è il sindaco che vuole appoggiare la costruzione di un enorme data center sul terreno comunale, Emma Stone è la moglie dello sceriffo, depressa, apatica, vagamente interessata a strampalate teorie del complotto. In tutto questo siamo in piena pandemia Covid, con le sue paure e qualche episodio di isteria collettiva. A sconquassare la quotidianità della cittadina c’è anche il caso dell’assassinio d George Floyd, che scatena focolai di protesta tra gli attivisti più giovani. In questa enorme quantità di carne sul fuoco, si dipana la vera storyline del film: Joaquin Phoenix, stufo di ciò che vede, decide di candidarsi come nuovo sindaco della città. Come spesso capita nei film di Ari Aster (vedi Midsommar), il tema (anzi, i temi) del film e ciò che si vuole raccontare è molto più interessante rispetto alla storia che viene mostrata. Detto ciò, il film funziona bene, ha anche due o tre momenti piuttosto spassosi, ma si regge interamente sulle possenti spalle di Joaquin Phoenix, che fa davvero il bello e il cattivo tempo, facendosi amare, poi odiare, poi compatire e via dicendo. Dai, è un buon inizio per la Festa del Cinema.
Oggi è andata così, non ho visto altro, ma da che mondo è mondo il primo giorno si guarda sempre e solo un film, un po’ per riabituarsi a certi ritmi, per riprendere confidenza con le scomodissime poltroncine dell’Auditorium, per ritrovare un po’ di quell’aria di cui vi parlavo in apertura. Il programma di domani prevede tre film, il mio quarantaquattresimo compleanno (spero di trovare il tempo per un brindisi!) e la presenza di Ari Aster sul tappeto rosso. Restate nei dintorni, perché ne vedrete delle belle.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
“Apriamo sta ventesima edizione, su”
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#2025 #ariAster #auditorium #Cinema #cronache #diario #eddington #festaDelCinemaDiRoma #film #joaquinPhoenix #roff20
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Festa del Cinema 2025: Here We Go!
Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 15 Ottobre)
La sentite anche voi quest’aria strana? C’è qualcosa intorno a noi, un po’ come nel sottosopra di Stranger Things. Ma dove siamo finiti? Temo di conoscere la risposta: dev’essere di nuovo quel periodo dell’anno. Deve essere tornata la Festa del Cinema di Roma. E queste devono essere di nuovo le mie Cronache dall’Auditorium, quel diario di bordo, quel taccuino di viaggio che condivido con voi, amici cinefili e amiche cinefile, lungo tutta la Festa del Cinema di Roma. Diamoci dentro, allora. Come direbbe Fabrizio Romano: HERE WE GO!Non comincerò come sempre dicendovi che la prima volta che ho messo piede alla Festa del Cinema ero uno studentello di 25 anni, con uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Avevo detto che non lo avrei detto, ma mentivo: siamo all’edizione numero 20 e io c’ero, Gandalf, quando nel 2006 Nicole Kidman, Martin Scorsese e Leo DiCaprio aprivano le danze alla prima edizione, ero lì il giorno in cui la forza degli uomini venne meno (soprattutto vedendo Monica Bellucci nel suo prime passeggiare sul tappeto rosso), ero lì quando Viggo Mortensen si fermava davanti alla mia videocamera per farsi intervistare. Quando pensavo che per quell’intervista avrei vinto il Pulitzer. Ero pieno di sogni, ve l’avevo detto. Detto ciò, diciannove anni dopo, rieccoci sempre qui, con molti meno sogni e speranze decisamente imbruttite, ma con quella cosa che mi butta giù dal letto dopo cinque o sei ore di sonno per andarmi a vedere un gruppo di persone che si muovono e parlano dentro uno schermo. La chiamano passione, dicono.
Le cose della vita mi hanno riportato, temporaneamente, nella poco ridente Monte Mario, quartiere più alto di Roma ma decisamente più vicino alla Festa del Cinema rispetto al gioiello di Roma Sud, la Garbatella, che mi ha visto risiedere felicemente per ben dodici anni (seppur costringendomi ad attraversare Roma alle 8 del mattina in auto o in bici per raggiungere l’Auditorium). Essendo a dieci minuti d’auto dalla Festa, ho il tempo di fare colazione con comodo, una doccia che avrebbe dovuto cacciare il bisogno di dormire ancora e sedermi al pc per prenotare le proiezioni di dopodomani (se avete seguito il diario degli anni scorsi, saprete che c’è una cosa diabolica chiamata Boxol, un sito sopra il quale ogni mattina alle 8 è possibile prenotare un posto per gli eventi del dopodomani). Per essere sicuro di fare refresh nel momento esatto in cui escono i posti, quest’anno mi sono attrezzato con un orologio atomico che mi permetterà di essere uno dei primi ad entrare sulla piattaforma, per evitare la coda e soprattutto non perdermi l’evento per il quale spero di aprire gli occhi ogni mattina: l’incontro con Richard Linklater di lunedì prossimo (lo potrò prenotare sabato mattina, se ci riesco).
Dopo aver agevolmente prenotato le tre proiezioni che intendo seguire venerdì prossimo, mi metto in macchina e, insieme alla mia fidata Bobby Jean (la mia Panda rossa), sfreccio in discesa verso il quartiere Flaminio. Stamattina la Festa apre alle 8.30, visto che Eddington, il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone, dura 2 ore e mezza (e le proiezioni successive cominciano alle 11, per chi ci dovrà o vorrà andare). Quando arrivo sembra tutto uguale: certo, è cambiato il manifesto e di conseguenza ci sono pannelli differenti affissi alle pareti e sugli stand, ma a parte questo mi sento già risucchiato nel sottosopra della Festa del Cinema. Non ho il tempo di soffermarmi troppo sui dettagli perché sono quasi le 8.30 e il film sta per cominciare. Mi dirigo verso il Teatro Studio e, davanti alle porte della sala, salgo i gradini che mi porteranno alla poltroncina che avevo prenotato due giorni fa. Arrivato all’ultimo scalino mi trovo davanti la folla di giornalisti, conoscenti, amici, che ogni anno popola la rassegna romana: la sensazione mi ricorda quella di quando sali gli scalini dello Stadio Olimpico e, improvvisamente, la scena si apre sulle tribune e sulle curve, gremite, vive, rumorose. Insomma, mi sono sentito a casa.
Parlavamo di Eddington, dunque. Siamo in un piccolo villaggio del New Mexico, dove Joaquin Phoenix è sceriffo di una centrale di polizia composta solo da lui e da altri due elementi, Pedro Pascal è il sindaco che vuole appoggiare la costruzione di un enorme data center sul terreno comunale, Emma Stone è la moglie dello sceriffo, depressa, apatica, vagamente interessata a strampalate teorie del complotto. In tutto questo siamo in piena pandemia Covid, con le sue paure e qualche episodio di isteria collettiva. A sconquassare la quotidianità della cittadina c’è anche il caso dell’assassinio d George Floyd, che scatena focolai di protesta tra gli attivisti più giovani. In questa enorme quantità di carne sul fuoco, si dipana la vera storyline del film: Joaquin Phoenix, stufo di ciò che vede, decide di candidarsi come nuovo sindaco della città. Come spesso capita nei film di Ari Aster (vedi Midsommar), il tema (anzi, i temi) del film e ciò che si vuole raccontare è molto più interessante rispetto alla storia che viene mostrata. Detto ciò, il film funziona bene, ha anche due o tre momenti piuttosto spassosi, ma si regge interamente sulle possenti spalle di Joaquin Phoenix, che fa davvero il bello e il cattivo tempo, facendosi amare, poi odiare, poi compatire e via dicendo. Dai, è un buon inizio per la Festa del Cinema.
Oggi è andata così, non ho visto altro, ma da che mondo è mondo il primo giorno si guarda sempre e solo un film, un po’ per riabituarsi a certi ritmi, per riprendere confidenza con le scomodissime poltroncine dell’Auditorium, per ritrovare un po’ di quell’aria di cui vi parlavo in apertura. Il programma di domani prevede tre film, il mio quarantaquattresimo compleanno (spero di trovare il tempo per un brindisi!) e la presenza di Ari Aster sul tappeto rosso. Restate nei dintorni, perché ne vedrete delle belle.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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Festa del Cinema 2025: Here We Go!
Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 15 Ottobre)
La sentite anche voi quest’aria strana? C’è qualcosa intorno a noi, un po’ come nel sottosopra di Stranger Things. Ma dove siamo finiti? Temo di conoscere la risposta: dev’essere di nuovo quel periodo dell’anno. Deve essere tornata la Festa del Cinema di Roma. E queste devono essere di nuovo le mie Cronache dall’Auditorium, quel diario di bordo, quel taccuino di viaggio che condivido con voi, amici cinefili e amiche cinefile, lungo tutta la Festa del Cinema di Roma. Diamoci dentro, allora. Come direbbe Fabrizio Romano: HERE WE GO!Non comincerò come sempre dicendovi che la prima volta che ho messo piede alla Festa del Cinema ero uno studentello di 25 anni, con uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Avevo detto che non lo avrei detto, ma mentivo: siamo all’edizione numero 20 e io c’ero, Gandalf, quando nel 2006 Nicole Kidman, Martin Scorsese e Leo DiCaprio aprivano le danze alla prima edizione, ero lì il giorno in cui la forza degli uomini venne meno (soprattutto vedendo Monica Bellucci nel suo prime passeggiare sul tappeto rosso), ero lì quando Viggo Mortensen si fermava davanti alla mia videocamera per farsi intervistare. Quando pensavo che per quell’intervista avrei vinto il Pulitzer. Ero pieno di sogni, ve l’avevo detto. Detto ciò, diciannove anni dopo, rieccoci sempre qui, con molti meno sogni e speranze decisamente imbruttite, ma con quella cosa che mi butta giù dal letto dopo cinque o sei ore di sonno per andarmi a vedere un gruppo di persone che si muovono e parlano dentro uno schermo. La chiamano passione, dicono.
Le cose della vita mi hanno riportato, temporaneamente, nella poco ridente Monte Mario, quartiere più alto di Roma ma decisamente più vicino alla Festa del Cinema rispetto al gioiello di Roma Sud, la Garbatella, che mi ha visto risiedere felicemente per ben dodici anni (seppur costringendomi ad attraversare Roma alle 8 del mattina in auto o in bici per raggiungere l’Auditorium). Essendo a dieci minuti d’auto dalla Festa, ho il tempo di fare colazione con comodo, una doccia che avrebbe dovuto cacciare il bisogno di dormire ancora e sedermi al pc per prenotare le proiezioni di dopodomani (se avete seguito il diario degli anni scorsi, saprete che c’è una cosa diabolica chiamata Boxol, un sito sopra il quale ogni mattina alle 8 è possibile prenotare un posto per gli eventi del dopodomani). Per essere sicuro di fare refresh nel momento esatto in cui escono i posti, quest’anno mi sono attrezzato con un orologio atomico che mi permetterà di essere uno dei primi ad entrare sulla piattaforma, per evitare la coda e soprattutto non perdermi l’evento per il quale spero di aprire gli occhi ogni mattina: l’incontro con Richard Linklater di lunedì prossimo (lo potrò prenotare sabato mattina, se ci riesco).
Dopo aver agevolmente prenotato le tre proiezioni che intendo seguire venerdì prossimo, mi metto in macchina e, insieme alla mia fidata Bobby Jean (la mia Panda rossa), sfreccio in discesa verso il quartiere Flaminio. Stamattina la Festa apre alle 8.30, visto che Eddington, il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone, dura 2 ore e mezza (e le proiezioni successive cominciano alle 11, per chi ci dovrà o vorrà andare). Quando arrivo sembra tutto uguale: certo, è cambiato il manifesto e di conseguenza ci sono pannelli differenti affissi alle pareti e sugli stand, ma a parte questo mi sento già risucchiato nel sottosopra della Festa del Cinema. Non ho il tempo di soffermarmi troppo sui dettagli perché sono quasi le 8.30 e il film sta per cominciare. Mi dirigo verso il Teatro Studio e, davanti alle porte della sala, salgo i gradini che mi porteranno alla poltroncina che avevo prenotato due giorni fa. Arrivato all’ultimo scalino mi trovo davanti la folla di giornalisti, conoscenti, amici, che ogni anno popola la rassegna romana: la sensazione mi ricorda quella di quando sali gli scalini dello Stadio Olimpico e, improvvisamente, la scena si apre sulle tribune e sulle curve, gremite, vive, rumorose. Insomma, mi sono sentito a casa.
Parlavamo di Eddington, dunque. Siamo in un piccolo villaggio del New Mexico, dove Joaquin Phoenix è sceriffo di una centrale di polizia composta solo da lui e da altri due elementi, Pedro Pascal è il sindaco che vuole appoggiare la costruzione di un enorme data center sul terreno comunale, Emma Stone è la moglie dello sceriffo, depressa, apatica, vagamente interessata a strampalate teorie del complotto. In tutto questo siamo in piena pandemia Covid, con le sue paure e qualche episodio di isteria collettiva. A sconquassare la quotidianità della cittadina c’è anche il caso dell’assassinio d George Floyd, che scatena focolai di protesta tra gli attivisti più giovani. In questa enorme quantità di carne sul fuoco, si dipana la vera storyline del film: Joaquin Phoenix, stufo di ciò che vede, decide di candidarsi come nuovo sindaco della città. Come spesso capita nei film di Ari Aster (vedi Midsommar), il tema (anzi, i temi) del film e ciò che si vuole raccontare è molto più interessante rispetto alla storia che viene mostrata. Detto ciò, il film funziona bene, ha anche due o tre momenti piuttosto spassosi, ma si regge interamente sulle possenti spalle di Joaquin Phoenix, che fa davvero il bello e il cattivo tempo, facendosi amare, poi odiare, poi compatire e via dicendo. Dai, è un buon inizio per la Festa del Cinema.
Oggi è andata così, non ho visto altro, ma da che mondo è mondo il primo giorno si guarda sempre e solo un film, un po’ per riabituarsi a certi ritmi, per riprendere confidenza con le scomodissime poltroncine dell’Auditorium, per ritrovare un po’ di quell’aria di cui vi parlavo in apertura. Il programma di domani prevede tre film, il mio quarantaquattresimo compleanno (spero di trovare il tempo per un brindisi!) e la presenza di Ari Aster sul tappeto rosso. Restate nei dintorni, perché ne vedrete delle belle.
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Festa del Cinema 2025: Here We Go!
Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 15 Ottobre)
La sentite anche voi quest’aria strana? C’è qualcosa intorno a noi, un po’ come nel sottosopra di Stranger Things. Ma dove siamo finiti? Temo di conoscere la risposta: dev’essere di nuovo quel periodo dell’anno. Deve essere tornata la Festa del Cinema di Roma. E queste devono essere di nuovo le mie Cronache dall’Auditorium, quel diario di bordo, quel taccuino di viaggio che condivido con voi, amici cinefili e amiche cinefile, lungo tutta la Festa del Cinema di Roma. Diamoci dentro, allora. Come direbbe Fabrizio Romano: HERE WE GO!Non comincerò come sempre dicendovi che la prima volta che ho messo piede alla Festa del Cinema ero uno studentello di 25 anni, con uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Avevo detto che non lo avrei detto, ma mentivo: siamo all’edizione numero 20 e io c’ero, Gandalf, quando nel 2006 Nicole Kidman, Martin Scorsese e Leo DiCaprio aprivano le danze alla prima edizione, ero lì il giorno in cui la forza degli uomini venne meno (soprattutto vedendo Monica Bellucci nel suo prime passeggiare sul tappeto rosso), ero lì quando Viggo Mortensen si fermava davanti alla mia videocamera per farsi intervistare. Quando pensavo che per quell’intervista avrei vinto il Pulitzer. Ero pieno di sogni, ve l’avevo detto. Detto ciò, diciannove anni dopo, rieccoci sempre qui, con molti meno sogni e speranze decisamente imbruttite, ma con quella cosa che mi butta giù dal letto dopo cinque o sei ore di sonno per andarmi a vedere un gruppo di persone che si muovono e parlano dentro uno schermo. La chiamano passione, dicono.
Le cose della vita mi hanno riportato, temporaneamente, nella poco ridente Monte Mario, quartiere più alto di Roma ma decisamente più vicino alla Festa del Cinema rispetto al gioiello di Roma Sud, la Garbatella, che mi ha visto risiedere felicemente per ben dodici anni (seppur costringendomi ad attraversare Roma alle 8 del mattina in auto o in bici per raggiungere l’Auditorium). Essendo a dieci minuti d’auto dalla Festa, ho il tempo di fare colazione con comodo, una doccia che avrebbe dovuto cacciare il bisogno di dormire ancora e sedermi al pc per prenotare le proiezioni di dopodomani (se avete seguito il diario degli anni scorsi, saprete che c’è una cosa diabolica chiamata Boxol, un sito sopra il quale ogni mattina alle 8 è possibile prenotare un posto per gli eventi del dopodomani). Per essere sicuro di fare refresh nel momento esatto in cui escono i posti, quest’anno mi sono attrezzato con un orologio atomico che mi permetterà di essere uno dei primi ad entrare sulla piattaforma, per evitare la coda e soprattutto non perdermi l’evento per il quale spero di aprire gli occhi ogni mattina: l’incontro con Richard Linklater di lunedì prossimo (lo potrò prenotare sabato mattina, se ci riesco).
Dopo aver agevolmente prenotato le tre proiezioni che intendo seguire venerdì prossimo, mi metto in macchina e, insieme alla mia fidata Bobby Jean (la mia Panda rossa), sfreccio in discesa verso il quartiere Flaminio. Stamattina la Festa apre alle 8.30, visto che Eddington, il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone, dura 2 ore e mezza (e le proiezioni successive cominciano alle 11, per chi ci dovrà o vorrà andare). Quando arrivo sembra tutto uguale: certo, è cambiato il manifesto e di conseguenza ci sono pannelli differenti affissi alle pareti e sugli stand, ma a parte questo mi sento già risucchiato nel sottosopra della Festa del Cinema. Non ho il tempo di soffermarmi troppo sui dettagli perché sono quasi le 8.30 e il film sta per cominciare. Mi dirigo verso il Teatro Studio e, davanti alle porte della sala, salgo i gradini che mi porteranno alla poltroncina che avevo prenotato due giorni fa. Arrivato all’ultimo scalino mi trovo davanti la folla di giornalisti, conoscenti, amici, che ogni anno popola la rassegna romana: la sensazione mi ricorda quella di quando sali gli scalini dello Stadio Olimpico e, improvvisamente, la scena si apre sulle tribune e sulle curve, gremite, vive, rumorose. Insomma, mi sono sentito a casa.
Parlavamo di Eddington, dunque. Siamo in un piccolo villaggio del New Mexico, dove Joaquin Phoenix è sceriffo di una centrale di polizia composta solo da lui e da altri due elementi, Pedro Pascal è il sindaco che vuole appoggiare la costruzione di un enorme data center sul terreno comunale, Emma Stone è la moglie dello sceriffo, depressa, apatica, vagamente interessata a strampalate teorie del complotto. In tutto questo siamo in piena pandemia Covid, con le sue paure e qualche episodio di isteria collettiva. A sconquassare la quotidianità della cittadina c’è anche il caso dell’assassinio d George Floyd, che scatena focolai di protesta tra gli attivisti più giovani. In questa enorme quantità di carne sul fuoco, si dipana la vera storyline del film: Joaquin Phoenix, stufo di ciò che vede, decide di candidarsi come nuovo sindaco della città. Come spesso capita nei film di Ari Aster (vedi Midsommar), il tema (anzi, i temi) del film e ciò che si vuole raccontare è molto più interessante rispetto alla storia che viene mostrata. Detto ciò, il film funziona bene, ha anche due o tre momenti piuttosto spassosi, ma si regge interamente sulle possenti spalle di Joaquin Phoenix, che fa davvero il bello e il cattivo tempo, facendosi amare, poi odiare, poi compatire e via dicendo. Dai, è un buon inizio per la Festa del Cinema.
Oggi è andata così, non ho visto altro, ma da che mondo è mondo il primo giorno si guarda sempre e solo un film, un po’ per riabituarsi a certi ritmi, per riprendere confidenza con le scomodissime poltroncine dell’Auditorium, per ritrovare un po’ di quell’aria di cui vi parlavo in apertura. Il programma di domani prevede tre film, il mio quarantaquattresimo compleanno (spero di trovare il tempo per un brindisi!) e la presenza di Ari Aster sul tappeto rosso. Restate nei dintorni, perché ne vedrete delle belle.
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“Apriamo sta ventesima edizione, su”
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Festa del Cinema 2025: Here We Go!
Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 15 Ottobre)
La sentite anche voi quest’aria strana? C’è qualcosa intorno a noi, un po’ come nel sottosopra di Stranger Things. Ma dove siamo finiti? Temo di conoscere la risposta: dev’essere di nuovo quel periodo dell’anno. Deve essere tornata la Festa del Cinema di Roma. E queste devono essere di nuovo le mie Cronache dall’Auditorium, quel diario di bordo, quel taccuino di viaggio che condivido con voi, amici cinefili e amiche cinefile, lungo tutta la Festa del Cinema di Roma. Diamoci dentro, allora. Come direbbe Fabrizio Romano: HERE WE GO!Non comincerò come sempre dicendovi che la prima volta che ho messo piede alla Festa del Cinema ero uno studentello di 25 anni, con uno zaino pieno di sogni e di belle speranze. Avevo detto che non lo avrei detto, ma mentivo: siamo all’edizione numero 20 e io c’ero, Gandalf, quando nel 2006 Nicole Kidman, Martin Scorsese e Leo DiCaprio aprivano le danze alla prima edizione, ero lì il giorno in cui la forza degli uomini venne meno (soprattutto vedendo Monica Bellucci nel suo prime passeggiare sul tappeto rosso), ero lì quando Viggo Mortensen si fermava davanti alla mia videocamera per farsi intervistare. Quando pensavo che per quell’intervista avrei vinto il Pulitzer. Ero pieno di sogni, ve l’avevo detto. Detto ciò, diciannove anni dopo, rieccoci sempre qui, con molti meno sogni e speranze decisamente imbruttite, ma con quella cosa che mi butta giù dal letto dopo cinque o sei ore di sonno per andarmi a vedere un gruppo di persone che si muovono e parlano dentro uno schermo. La chiamano passione, dicono.
Le cose della vita mi hanno riportato, temporaneamente, nella poco ridente Monte Mario, quartiere più alto di Roma ma decisamente più vicino alla Festa del Cinema rispetto al gioiello di Roma Sud, la Garbatella, che mi ha visto risiedere felicemente per ben dodici anni (seppur costringendomi ad attraversare Roma alle 8 del mattina in auto o in bici per raggiungere l’Auditorium). Essendo a dieci minuti d’auto dalla Festa, ho il tempo di fare colazione con comodo, una doccia che avrebbe dovuto cacciare il bisogno di dormire ancora e sedermi al pc per prenotare le proiezioni di dopodomani (se avete seguito il diario degli anni scorsi, saprete che c’è una cosa diabolica chiamata Boxol, un sito sopra il quale ogni mattina alle 8 è possibile prenotare un posto per gli eventi del dopodomani). Per essere sicuro di fare refresh nel momento esatto in cui escono i posti, quest’anno mi sono attrezzato con un orologio atomico che mi permetterà di essere uno dei primi ad entrare sulla piattaforma, per evitare la coda e soprattutto non perdermi l’evento per il quale spero di aprire gli occhi ogni mattina: l’incontro con Richard Linklater di lunedì prossimo (lo potrò prenotare sabato mattina, se ci riesco).
Dopo aver agevolmente prenotato le tre proiezioni che intendo seguire venerdì prossimo, mi metto in macchina e, insieme alla mia fidata Bobby Jean (la mia Panda rossa), sfreccio in discesa verso il quartiere Flaminio. Stamattina la Festa apre alle 8.30, visto che Eddington, il film di Ari Aster con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal ed Emma Stone, dura 2 ore e mezza (e le proiezioni successive cominciano alle 11, per chi ci dovrà o vorrà andare). Quando arrivo sembra tutto uguale: certo, è cambiato il manifesto e di conseguenza ci sono pannelli differenti affissi alle pareti e sugli stand, ma a parte questo mi sento già risucchiato nel sottosopra della Festa del Cinema. Non ho il tempo di soffermarmi troppo sui dettagli perché sono quasi le 8.30 e il film sta per cominciare. Mi dirigo verso il Teatro Studio e, davanti alle porte della sala, salgo i gradini che mi porteranno alla poltroncina che avevo prenotato due giorni fa. Arrivato all’ultimo scalino mi trovo davanti la folla di giornalisti, conoscenti, amici, che ogni anno popola la rassegna romana: la sensazione mi ricorda quella di quando sali gli scalini dello Stadio Olimpico e, improvvisamente, la scena si apre sulle tribune e sulle curve, gremite, vive, rumorose. Insomma, mi sono sentito a casa.
Parlavamo di Eddington, dunque. Siamo in un piccolo villaggio del New Mexico, dove Joaquin Phoenix è sceriffo di una centrale di polizia composta solo da lui e da altri due elementi, Pedro Pascal è il sindaco che vuole appoggiare la costruzione di un enorme data center sul terreno comunale, Emma Stone è la moglie dello sceriffo, depressa, apatica, vagamente interessata a strampalate teorie del complotto. In tutto questo siamo in piena pandemia Covid, con le sue paure e qualche episodio di isteria collettiva. A sconquassare la quotidianità della cittadina c’è anche il caso dell’assassinio d George Floyd, che scatena focolai di protesta tra gli attivisti più giovani. In questa enorme quantità di carne sul fuoco, si dipana la vera storyline del film: Joaquin Phoenix, stufo di ciò che vede, decide di candidarsi come nuovo sindaco della città. Come spesso capita nei film di Ari Aster (vedi Midsommar), il tema (anzi, i temi) del film e ciò che si vuole raccontare è molto più interessante rispetto alla storia che viene mostrata. Detto ciò, il film funziona bene, ha anche due o tre momenti piuttosto spassosi, ma si regge interamente sulle possenti spalle di Joaquin Phoenix, che fa davvero il bello e il cattivo tempo, facendosi amare, poi odiare, poi compatire e via dicendo. Dai, è un buon inizio per la Festa del Cinema.
Oggi è andata così, non ho visto altro, ma da che mondo è mondo il primo giorno si guarda sempre e solo un film, un po’ per riabituarsi a certi ritmi, per riprendere confidenza con le scomodissime poltroncine dell’Auditorium, per ritrovare un po’ di quell’aria di cui vi parlavo in apertura. Il programma di domani prevede tre film, il mio quarantaquattresimo compleanno (spero di trovare il tempo per un brindisi!) e la presenza di Ari Aster sul tappeto rosso. Restate nei dintorni, perché ne vedrete delle belle.
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“Apriamo sta ventesima edizione, su”
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Il cosiddetto Auditorium di Mecenate all'Esquilino
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Il cosiddetto Auditorium di Mecenate all'Esquilino
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Centre de Congrès Rabat / Bofill Taller de Arquitectura
© Gregori Civera + 17 Share Share Facebook Twitter Mail Pinterest Whatsapp Or https://www.archdaily.com/1032343/centre-de-congres-rabat-bofill-taller-de-arquitectura © Grego…
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Peters signs with Pittsburgh Pirates https://www.rawchili.com/mlb/184009/ #auditorium #Baseball #campus #MLB #pirates #Pittsburgh #PittsburghPirates #PittsburghPirates #spring #VanMeter #vanmeter
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Raiders’ Pete Carroll finds a rapt audience as USC professor
Pete Carroll’s syllabus is as lively and star-studded as his sideline. The legendary football coach, a guest professor…
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Madrid Marriott Auditorium lidera la revolución saludable del sector MICE https://www.vinetur.com/2025062689125/madrid-marriott-auditorium-lidera-la-revolucion-saludable-del-sector-mice.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=mastodon #Madrid #Marriott #Auditorium #MICE #EventosSaludables
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27 maggio – 1 giugno: unarchive found footage fest, iii edizione, 2025
Dopo il successo delle edizioni precedenti, UnArchive Found Footage Fest torna per il terzo anno a Roma, dal 27 maggio al 1° giugno 2025. Ideato e prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e diretto da Alina Marazzi e Marco Bertozzi, il Festival racconta gli orizzonti cinematografici del riuso creativo delle immagini, con l’intento di intercettare nuove e diverse forme espressive, al confine tra cinema, videoarte, istallazioni e live performance.
La terza edizione del festival si fa strada nello storico quartiere di Trastevere, aggiungendo alle sedi consuete una location unica e suggestiva, l’Orto Botanico di Roma, che apre i suoi cancelli alle pendici del Gianicolo per ospitare panel e incontri di approfondimento. Inoltre, grazie alla collaborazione con American Academy in Rome e con Fondazione Musica per Roma, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone ospiterà l’evento speciale della terza edizione, di cui presto verrà data notizia.
Confermati il Cinema Intrastevere, per la proiezione di film nelle diverse sezioni competitive e fuori concorso, il Live Alcazar, per le live performance audiovisive, la Casa delle Donne per ospitalità e incontri informali. Si aggiungono poi librerie e gallerie d’arte, come lo Spazio Zalib, la galleria moroni1art e altri luoghi anche informali come Casa Borelli, per ospitare istallazioni artistiche, performance, presentazioni, animando per 6 giorni una crescente comunità di artisti, studiosi, cinetecari, sperimentatori e pubblico appassionato di immagini riciclate.
Gianluca Abbate, artista visivo che cura l’immagine del Festival, presenta la sua proposta per questa III edizione: “dalle fiamme ai fiori: per l’immagine di Unarchive – Cinema che Brucia di quest’anno, le fiamme lasciano spazio ai fiori: il fuoco che bruciava diventa linfa per una nuova fioritura. La primula rossa e i papaveri, legati alla memoria e alla rinascita, emergono come emblemi di questa trasformazione. L’immagine del festival mostra che ogni Liberazione porta con sé nuovi germogli”.
La giuria internazionale del Concorso quest’anno sarà composta dal maestro del documentario Eyal Sivan, già ospite della seconda edizione; dalla regista e direttrice Centro Sperimentale di Cinematografia – sede Sicilia Costanza Quatriglio, tre le autrici italiane più prolifiche e impegnate nel cinema di creazione; e dall’artista visiva sperimentale Federica Foglia, una delle nuove voci del panorama contemporaneo del riuso creativo delle immagini, attiva tra il Canada e l’Italia.
La giuria degli studenti, provenienti da università, accademie di belle arti e scuole di cinema, sarà presieduta dal documentarista Agostino Ferrente.
UnArchive Found Footage Fest è ideato e prodotto dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS (AAMOD), in collaborazione con Archivio Luce, CSC – Cineteca Nazionale, con il patrocinio del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, con il sostegno di American Academy in Rome, Fondazione Musica per Roma, Delegazione del Quebec a Roma, Istituto Polacco a Roma, Università IULM, John Cabot University, Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) e altre istituzioni pubbliche e private
#AAMOD #AgostinoFerrente #AlinaMarazzi #AmericanAcademyInRome #archivioDelMovimentoOperaioEDemocratico #ArchivioLuce #Auditorium #ComuneDiRomaAssessoratoAllaCultura #CostanzaQuatriglio #CSCCinetecaNazionale #DelegazioneDelQuébecARoma #EyalSivan #FedericaFoglia #FondazioneMusicaPerRoma #IstitutoPolaccoARoma #JohnCabotUniversity #MarcoBertozzi #NuovaAccademiaDiBelleArtiNABA_ #Unarchive #UnArchiveFoundFootageFest #UniversitàIULM
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27 maggio – 1 giugno: unarchive found footage fest, iii edizione, 2025
Dopo il successo delle edizioni precedenti, UnArchive Found Footage Fest torna per il terzo anno a Roma, dal 27 maggio al 1° giugno 2025. Ideato e prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e diretto da Alina Marazzi e Marco Bertozzi, il Festival racconta gli orizzonti cinematografici del riuso creativo delle immagini, con l’intento di intercettare nuove e diverse forme espressive, al confine tra cinema, videoarte, istallazioni e live performance.
La terza edizione del festival si fa strada nello storico quartiere di Trastevere, aggiungendo alle sedi consuete una location unica e suggestiva, l’Orto Botanico di Roma, che apre i suoi cancelli alle pendici del Gianicolo per ospitare panel e incontri di approfondimento. Inoltre, grazie alla collaborazione con American Academy in Rome e con Fondazione Musica per Roma, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone ospiterà l’evento speciale della terza edizione, di cui presto verrà data notizia.
Confermati il Cinema Intrastevere, per la proiezione di film nelle diverse sezioni competitive e fuori concorso, il Live Alcazar, per le live performance audiovisive, la Casa delle Donne per ospitalità e incontri informali. Si aggiungono poi librerie e gallerie d’arte, come lo Spazio Zalib, la galleria moroni1art e altri luoghi anche informali come Casa Borelli, per ospitare istallazioni artistiche, performance, presentazioni, animando per 6 giorni una crescente comunità di artisti, studiosi, cinetecari, sperimentatori e pubblico appassionato di immagini riciclate.
Gianluca Abbate, artista visivo che cura l’immagine del Festival, presenta la sua proposta per questa III edizione: “dalle fiamme ai fiori: per l’immagine di Unarchive – Cinema che Brucia di quest’anno, le fiamme lasciano spazio ai fiori: il fuoco che bruciava diventa linfa per una nuova fioritura. La primula rossa e i papaveri, legati alla memoria e alla rinascita, emergono come emblemi di questa trasformazione. L’immagine del festival mostra che ogni Liberazione porta con sé nuovi germogli”.
La giuria internazionale del Concorso quest’anno sarà composta dal maestro del documentario Eyal Sivan, già ospite della seconda edizione; dalla regista e direttrice Centro Sperimentale di Cinematografia – sede Sicilia Costanza Quatriglio, tre le autrici italiane più prolifiche e impegnate nel cinema di creazione; e dall’artista visiva sperimentale Federica Foglia, una delle nuove voci del panorama contemporaneo del riuso creativo delle immagini, attiva tra il Canada e l’Italia.
La giuria degli studenti, provenienti da università, accademie di belle arti e scuole di cinema, sarà presieduta dal documentarista Agostino Ferrente.
UnArchive Found Footage Fest è ideato e prodotto dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS (AAMOD), in collaborazione con Archivio Luce, CSC – Cineteca Nazionale, con il patrocinio del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, con il sostegno di American Academy in Rome, Fondazione Musica per Roma, Delegazione del Quebec a Roma, Istituto Polacco a Roma, Università IULM, John Cabot University, Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) e altre istituzioni pubbliche e private
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27 maggio – 1 giugno: unarchive found footage fest, iii edizione, 2025
Dopo il successo delle edizioni precedenti, UnArchive Found Footage Fest torna per il terzo anno a Roma, dal 27 maggio al 1° giugno 2025. Ideato e prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e diretto da Alina Marazzi e Marco Bertozzi, il Festival racconta gli orizzonti cinematografici del riuso creativo delle immagini, con l’intento di intercettare nuove e diverse forme espressive, al confine tra cinema, videoarte, istallazioni e live performance.
La terza edizione del festival si fa strada nello storico quartiere di Trastevere, aggiungendo alle sedi consuete una location unica e suggestiva, l’Orto Botanico di Roma, che apre i suoi cancelli alle pendici del Gianicolo per ospitare panel e incontri di approfondimento. Inoltre, grazie alla collaborazione con American Academy in Rome e con Fondazione Musica per Roma, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone ospiterà l’evento speciale della terza edizione, di cui presto verrà data notizia.
Confermati il Cinema Intrastevere, per la proiezione di film nelle diverse sezioni competitive e fuori concorso, il Live Alcazar, per le live performance audiovisive, la Casa delle Donne per ospitalità e incontri informali. Si aggiungono poi librerie e gallerie d’arte, come lo Spazio Zalib, la galleria moroni1art e altri luoghi anche informali come Casa Borelli, per ospitare istallazioni artistiche, performance, presentazioni, animando per 6 giorni una crescente comunità di artisti, studiosi, cinetecari, sperimentatori e pubblico appassionato di immagini riciclate.
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La giuria internazionale del Concorso quest’anno sarà composta dal maestro del documentario Eyal Sivan, già ospite della seconda edizione; dalla regista e direttrice Centro Sperimentale di Cinematografia – sede Sicilia Costanza Quatriglio, tre le autrici italiane più prolifiche e impegnate nel cinema di creazione; e dall’artista visiva sperimentale Federica Foglia, una delle nuove voci del panorama contemporaneo del riuso creativo delle immagini, attiva tra il Canada e l’Italia.
La giuria degli studenti, provenienti da università, accademie di belle arti e scuole di cinema, sarà presieduta dal documentarista Agostino Ferrente.
UnArchive Found Footage Fest è ideato e prodotto dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS (AAMOD), in collaborazione con Archivio Luce, CSC – Cineteca Nazionale, con il patrocinio del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, con il sostegno di American Academy in Rome, Fondazione Musica per Roma, Delegazione del Quebec a Roma, Istituto Polacco a Roma, Università IULM, John Cabot University, Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) e altre istituzioni pubbliche e private
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27 maggio – 1 giugno: unarchive found footage fest, iii edizione, 2025
Dopo il successo delle edizioni precedenti, UnArchive Found Footage Fest torna per il terzo anno a Roma, dal 27 maggio al 1° giugno 2025. Ideato e prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e diretto da Alina Marazzi e Marco Bertozzi, il Festival racconta gli orizzonti cinematografici del riuso creativo delle immagini, con l’intento di intercettare nuove e diverse forme espressive, al confine tra cinema, videoarte, istallazioni e live performance.
La terza edizione del festival si fa strada nello storico quartiere di Trastevere, aggiungendo alle sedi consuete una location unica e suggestiva, l’Orto Botanico di Roma, che apre i suoi cancelli alle pendici del Gianicolo per ospitare panel e incontri di approfondimento. Inoltre, grazie alla collaborazione con American Academy in Rome e con Fondazione Musica per Roma, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone ospiterà l’evento speciale della terza edizione, di cui presto verrà data notizia.
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La giuria degli studenti, provenienti da università, accademie di belle arti e scuole di cinema, sarà presieduta dal documentarista Agostino Ferrente.
UnArchive Found Footage Fest è ideato e prodotto dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS (AAMOD), in collaborazione con Archivio Luce, CSC – Cineteca Nazionale, con il patrocinio del Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, con il sostegno di American Academy in Rome, Fondazione Musica per Roma, Delegazione del Quebec a Roma, Istituto Polacco a Roma, Università IULM, John Cabot University, Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) e altre istituzioni pubbliche e private
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27 maggio – 1 giugno: unarchive found footage fest, iii edizione, 2025
Dopo il successo delle edizioni precedenti, UnArchive Found Footage Fest torna per il terzo anno a Roma, dal 27 maggio al 1° giugno 2025. Ideato e prodotto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS e diretto da Alina Marazzi e Marco Bertozzi, il Festival racconta gli orizzonti cinematografici del riuso creativo delle immagini, con l’intento di intercettare nuove e diverse forme espressive, al confine tra cinema, videoarte, istallazioni e live performance.
La terza edizione del festival si fa strada nello storico quartiere di Trastevere, aggiungendo alle sedi consuete una location unica e suggestiva, l’Orto Botanico di Roma, che apre i suoi cancelli alle pendici del Gianicolo per ospitare panel e incontri di approfondimento. Inoltre, grazie alla collaborazione con American Academy in Rome e con Fondazione Musica per Roma, l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone ospiterà l’evento speciale della terza edizione, di cui presto verrà data notizia.
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La giuria degli studenti, provenienti da università, accademie di belle arti e scuole di cinema, sarà presieduta dal documentarista Agostino Ferrente.
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