home.social

#organizzazione — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #organizzazione, aggregated by home.social.

  1. Fra le applicazioni per organizzarsi un po' di lavoretti a casa può tornare comodo #Vikunja, ma se pianifichi a lungo termine un po' di cose rischi di perderti. Non c'è problema perché abbiamo sviluppato aGGenda, una webapp semplicissima che mostra le attività di Vikunja organizzate per settimana con alcuni filtri:
    codeberg.org/este-linux/aGGenda

    @software

    #SoftwareLibero #ILS #ItalianLinuxSociety #Agenda #Vikunja #Attività #TodoList #Liste #Organizzazione

  2. Fra le applicazioni per organizzarsi un po' di lavoretti a casa può tornare comodo #Vikunja, ma se pianifichi a lungo termine un po' di cose rischi di perderti. Non c'è problema perché abbiamo sviluppato aGGenda, una webapp semplicissima che mostra le attività di Vikunja organizzate per settimana con alcuni filtri:
    codeberg.org/este-linux/aGGenda

    @software

    #SoftwareLibero #ILS #ItalianLinuxSociety #Agenda #Vikunja #Attività #TodoList #Liste #Organizzazione

  3. Fra le applicazioni per organizzarsi un po' di lavoretti a casa può tornare comodo #Vikunja, ma se pianifichi a lungo termine un po' di cose rischi di perderti. Non c'è problema perché abbiamo sviluppato aGGenda, una webapp semplicissima che mostra le attività di VIkunja organizzate per settimana con alcuni filtri:
    codeberg.org/este-linux/aGGenda

    @software

    #SoftwareLibero #ILS #ItalianLinuxSociety #Agenda #Vikunja #Attività #TodoList #Liste #Organizzazione

  4. Fra le applicazioni per organizzarsi un po' di lavoretti a casa può tornare comodo #Vikunja, ma se pianifichi a lungo termine un po' di cose rischi di perderti. Non c'è problema perché abbiamo sviluppato aGGenda, una webapp semplicissima che mostra le attività di Vikunja organizzate per settimana con alcuni filtri:
    codeberg.org/este-linux/aGGenda

    @software

    #SoftwareLibero #ILS #ItalianLinuxSociety #Agenda #Vikunja #Attività #TodoList #Liste #Organizzazione

  5. Fra le applicazioni per organizzarsi un po' di lavoretti a casa può tornare comodo #Vikunja, ma se pianifichi a lungo termine un po' di cose rischi di perderti. Non c'è problema perché abbiamo sviluppato aGGenda, una webapp semplicissima che mostra le attività di Vikunja organizzate per settimana con alcuni filtri:
    codeberg.org/este-linux/aGGenda

    @software

    #SoftwareLibero #ILS #ItalianLinuxSociety #Agenda #Vikunja #Attività #TodoList #Liste #Organizzazione

  6. Guerra sia all’aristocrazia

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ogn

    #Economia #Politica #Strumenti #Tecnopolitica #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo

  7. Guerra sia all’aristocrazia

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ogn

    #Economia #Politica #Strumenti #Tecnopolitica #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo

  8. Guerra sia all’aristocrazia

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ogn

    #Economia #Politica #Strumenti #Tecnopolitica #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo

  9. Guerra sia all’aristocrazia

    rizomatica.noblogs.org/2026/02

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l'unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ogn

    #Economia #Politica #Strumenti #Tecnopolitica #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo

  10. Guerra sia all’aristocrazia

    img generata da IA – dominio pubblico

    di M. Minetti

    Nel seguente articolo si cercherà di presentare l’inquietante situazione attuale come una occasione unica per individuare i nemici di classe e condurgli una guerra asimmetrica, accompagnarli nel baratro che hanno contribuito a scavare, abbandonandoli al passato.

    Posto che non siamo stati noi a volere la guerra, almeno che sia utile a spazzare via quelle élite che la cavalcano. Non combatteremo per loro ma contro di loro, assieme agli sfruttati di tutte le nazioni. Un nemico esterno alle volte è il migliore alleato della lotta di classe.

    1. Pacifismo e non-violenza.

    Che siamo in guerra e per quali motivi, ritengo di non doverlo ribadire in questo testo. Sull’argomento ho già scritto in passato(1) e mi dedicherò quindi a delle considerazioni a valle di questa situazione già piuttosto definita. Una è la definizione del campo pacifista, necessariamente unitario e alleato ma mosso al suo interno da diversi centri propulsori.

    Il pacifismo non-violento è probabilmente il più diffuso. La sua origine viene dalla ormai sedimentata avversione allo scontro fisico, eredità della civilizzazione (Freud 2025, p. 15) portata dal messaggio evangelico e buddista, consolidata dalla espulsione della violenza da tutti gli aspetti della vita dell’onesto cittadino integrato nella società del consumo. In quest’ultima gli ostacoli al soddisfacimento di un bisogno si rimuovono grazie al pagamento di una somma di denaro, magari enorme, ma senza dover far ricorso alla forza fisica. Chi ricorre alla violenza è il criminale che infrange la legge e con la forza ottiene ciò che vuole, sia del denaro, la vendetta o un rapporto sessuale. Così per ottenere giustizia non si sfodera più la spada o la pistola: si denuncia il torto subito, rivolgendosi alle forze dell’ordine o a un avvocato. Se la violenza è un mezzo arcaico per soddisfare i propri bisogni, quale sarebbe il bisogno odierno di combattere uno straniero, o talvolta un connazionale, se questo non rappresenta una minaccia diretta? Coloro che ricercano l’esperienza violenta possono trovarla facilmente nello sport da combattimento, in cui adulti consenzienti si scambiano colpi più o meno controllati, oppure nella caccia, negli scontri di piazza e nelle rivolte. Chi ne fa una scelta di vita potrà arruolarsi nelle forze dell’ordine o nelle forze armate. A parte coloro che trovano nell’omicidio un piacere in sé stesso, e di questi psicopatici gli eserciti, gli assaltatori e i mercenari sono pieni, per i molti arruolati il combattimento diventa un lavoro, un dovere da compiere senza giudizi personali, eseguendo gli ordini dei superiori e per evitare le punizioni.

    Una diversa categoria di pacifisti è formata da persone che, pur non aborrendo l’uso delle armi, non vogliono rivolgerle contro coloro che non ritengono nemici. E’ il pacifismo del soldato che, come nella canzone La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè (2), si trova di fronte un nemico simile a lui e non se la sente di ammazzarlo, pagando poi le conseguenze di quel gesto. L’internazionalismo è riconoscere la solidarietà di classe fra i soldati di ogni paese, mandati dai potenti a morire nelle guerre.

    Il pacifismo che ammette l’uso della violenza non è assoluto ma selettivo e situato. Il pacifista, in base ai suoi valori e alle sue identità, sceglie quali guerre sono degne di essere combattute e quali no, in quali casi combattere non ha senso e in quali invece è assolutamente necessario. Per i combattenti autonomi, volontari, che non partecipano al mercato della “sicurezza”, l’ingaggio è costituito dal dovere morale di lottare per una causa giusta, condividendo quindi la designazione del nemico da colpire. Questa situazione la definiamo chiamando guerriglieri, insorti, partigiani, militanti, terroristi o miliziani, quei e quelle combattenti, riconoscendogli uno status di maggiore o minore dignità a seconda della causa per cui combattono volontariamente, dipendentemente da quanto la condividiamo. Anche una motivazione considerata giusta può non essere valida se porta a una sicura sconfitta. In questa accezione il pacifismo è strategico: non è sbagliato combattere in assoluto, ma è sbagliato quando porta a non raggiungere i propri scopi, anzi a peggiorare la propria condizione. Anche Franco Berardi (Bifo) nel suo libro Disertate (Berardi 2023, p. 10) afferma che la diserzione non è solo etica, ma anche una scelta strategica in vista del recupero di forze per un nuovo scontro.

    La domanda scomoda che pongo è: combattere per ottenere un proprio Stato nazionale su base etnica è una motivazione che condividete?

    La dottrina del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, con i suoi quattordici punti, venne presentata al congresso di pace di Parigi del 1918, lì si parlò del diritto dei “popoli” di autodeterminarsi in Stati nazionali indipendenti. Le nazioni che nacquero dalla dissoluzione degli Imperi Centrali, più che da una autonoma iniziativa dei loro abitanti, avevano origine dalla necessità di evitare il riarmo del Reich tedesco e di frazionare i territori che facevano prima parte dei tre imperi: Russo, Austroungarico e Ottomano, costruendo una fascia di Stati cuscinetto attorno alla Russia rivoluzionaria che era in piena guerra civile.

    1. Il disvelamento del conflitto

    I conflitti esistono ovunque si contrappongano bisogni che non possono essere soddisfatti contemporaneamente. Questa competizione può rimanere inespressa se una o più parti rinunciano a qualsiasi forma di rivendicazione, di solito perchè non hanno i mezzi per veder riconosciute le proprie aspirazioni. Esiste anche un conflitto costituente insanabile tra l’individuo desiderante e la realtà in cui è immerso, tra l’Io e il Mondo, tra le pulsioni e la realtà (Freud 2025). Già nei primi anni ’80 del secolo scorso, alcuni teorici come Foucault o Lasch avevano indagato le <tecnologie del Sé>, che producono l’individuazione in ruoli sociali categorizzati (Lazzarato 2022, p. 107), osservando come, nelle società consumiste, il conflitto era ormai inarrestabilmente traslato verso forme rivendicative di narcisismo. Nella lotta edipica dell’individuo contro il potere astratto, inteso come struttura organizzata della società-mondo, che impedisce il soddisfacimento del desiderio, viene nascosto il contrasto fra soggetti (prima si sarebbe detto fra autocoscienze o fra classi) che si sottraggono le risorse a vicenda. Il conflitto non è assente, perché risiede nell’esistenza dei bisogni contrastati, ma non è più visibile nella superficie dei comportamenti, i quali piuttosto che alla lotta collettiva tenderanno alla liberazione, ovvero al soddisfacimento individuale dei desideri (Lasch 1981) vissuti come diritti naturali. Il consumo diventa un diritto, così come la piena libertà di vivere esperienze, anche estreme.

    Farò un esempio che spesso tendiamo a ignorare: il conflitto capitale/lavoro. Per capitale intendiamo il datore di lavoro che anticipa il capitale variabile, ovvero gli stipendi; per lavoro intendiamo i lavoratori che percepiscono un salario in cambio della loro forza lavoro venduta su base oraria. Lo scopo del capitale è pagare il meno possibile la forza lavoro, adeguatamente qualificata ed efficiente, lo scopo dei lavoratori è essere pagati il più possibile, per lavorare il meno possibile durante un orario il più ridotto possibile.(3) Il conflitto fra interessi è sempre presente, ma emerge soltanto quando una delle due parti vuole ottenere un cambiamento a proprio favore. La possibilità di ottenere questo miglioramento di condizioni non dipende solo dal numero o dalla forza contrattuale delle due componenti, ma da condizioni ambientali e di contesto che cambiano il terreno di scontro e l’equilibrio vigente.

    Grazie all’introduzione di macchine che riducono la necessità di operatori umani per svolgere compiti anche complessi: il telaio meccanico, i robot nell’industria o l’Intelligenza Artificiale nella produzione di comunicazione informativa; subentra una diffusa disoccupazione tecnologica. Il capitale, viste le nuove condizioni, decide che può abbassare il costo del lavoro: troverà infatti molti disoccupati disposti a svolgere compiti semplificati dalla macchine, quindi più ripetitivi e meno qualificati, per una paga oraria inferiore. Come può rispondere il lavoro? Non lo so, ma sicuramente il conflitto diventerà visibile. Assisteremo a manifestazioni, scioperi, picchetti con bandiere e striscioni, articoli e servizi televisivi, interviste, dirigenti sindacali che chiedono aiuto alla politica, politici che promettono soldi alle aziende in cambio di nuova occupazione: i piani industriali con cui lo Stato finanzia il capitale. I soggetti coinvolti si organizzeranno per difendere i propri interessi con forme più o meno efficaci di lotta, cercando alleati e utilizzando ogni forma possibile di pressione, dalla visibilità mediatica alla intimidazione fisica. Alla fine il conflitto capitale/lavoro raggiungerà un nuovo equilibrio determinato dai rapporti di forza vigenti in quel preciso momento storico, tornando latente. Fino al momento in cui le condizioni ambientali e politiche cambieranno nuovamente.

    La prospettiva della liberazione propone di disertare quello scontro. Il movimento del ’77 individua l’obiettivo (ovviamente utopico a quell’epoca e anche oggi) della liberazione generalizzata dal lavoro salariato, ovvero la soddisfazione immediata del desiderio di non lavorare offerta dalle possibilità di uscita della forza lavoro dal mercato capitalista. Questa soluzione del conflitto capitale/lavoro ottenuta abbandonando il campo dello scontro, è ovviamente praticabile individualmente da una minoranza (esodo), ma non elimina le condizioni globali dello sfruttamento. Semplificando: se sei un operaio sfruttato, invece di organizzarti nel sindacato e lottare per condizioni migliori, licenziati e smetti di fare l’operaio. Fai l’artigiano, l’agricoltore, il libero professionista, il commerciante o il ladro; occupa case, organizza feste, sarai più felice.

    1. L’imperialismo non è mai morto.

    Quando le parti in conflitto non sono individui o gruppi, come le classi sociali, ma interi Stati che si contendono le risorse naturali e umane, osserviamo quelle che noi chiamiamo guerre, o conflitti regionali, da quando le guerre non si dichiarano più. Si tratta di rotture dell’equilibrio pre-esistente per raggiungere nuovi equilibri tra soggetti concorrenti.

    Gli Stati non sono persone con volontà autonome, anche se la propaganda politica ce li personalizza: la Cina è XI Jinping, La Russia è Putin, gli USA sono Trump e l’Italia è Meloni, la Francia Macron e così via. Ogni Stato rappresenta gli interessi delle classi egemoni di quel paese e gode di un consenso fra i suoi cittadini che viene misurato periodicamente con delle elezioni, di primo o secondo livello, che individuano la classe politica al governo. Gli interessi degli Stati sono quindi i bisogni diffusi di milioni di persone. Se le scelte interne ed internazionali tradiscono le aspettative delle èlite di un paese, quelle corrono ai ripari sostituendo le posizioni di comando, se c’è una democrazia con delle elezioni, altrimenti con un colpo di stato militare.

    Questo per dire che le guerre non originano dai capricci di presidenti impazziti, ma dalle intenzioni delle classi dirigenti che tutelano i propri interessi materiali. Sono sempre gruppi molto ampi con interessi comuni, solitamente economici, che lottano per le risorse e per mantenere il proprio ruolo egemone.

    Se uno Stato ha l’arma atomica e un altro no, raggiungeranno un certo equilibrio. Se anche il secondo ottiene l’armamento nucleare sarà portato a rompere il precedente equilibrio per stabililo su un nuovo piano di maggiore parità.

    Per questo da anni, soprattutto gli Stati Uniti conducono guerre preventive per evitare che nazioni a loro ostili sviluppino Armi di Distruzione di Massa, ovvero quelle stesse armi che essi possiedono. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento dei modelli matematici predittivi, i generali si sono messi a giocare con dei simulatori di conflitti in cui modellizzare diversi scenari di guerra per approfittare di ogni vantaggio strategico. La visione paranoica inserita in questi modelli matematici, plasmati dalla RAND corporation sul famoso dilemma del prigioniero (De Landa 1996), porta a temere ogni potere esterno come una minaccia, conduce dritti verso l’autodistruzione.

    Da decenni viviamo serenamente solo grazie alla deterrenza nucleare che assicura la fine dell’umanità come la conosciamo se la guerra dovesse davvero coinvolgere superpotenze nucleari come USA o Russia. Da circa dieci anni però, altri attori hanno sviluppato armi nucleari e vettori missilistici intercontinentali.

    L’uso della Intelligenza Artificiale, come capacità macchinica di operare scelte in ambito militare, è stata oggetto di sviluppo del Pentagono già negli anni ’80 e oggi è alla portata di molti complessi militari-industriali nel mondo che mettono alla prova le loro tecnologie nei teatri di conflitto più avanzati: quello Russo-Ucraino e quello Israeliano-Palesinese-Siriano-Iraniano-Yemenita-Libanese. Le tecnologie usate sul primo fronte rimangono quelle delle applicazioni informatiche e della comunicazione satellitare nella designazione degli obiettivi, con qualche uso dell’IA nella identificazione dei bersagli e per la guida autonoma dei droni d’attacco. Fra gli armamenti dell’esercito israeliano, invece, la più avanzata applicazione dell’IA è il sistema di individuazione degli obiettivi, basato sul’elaborazione di enormi quantità di dati accumulati e intercettati in tempo reale, che indica la posizione da colpire. La collaborazione del governo israeliano con Palantir, l’azienda privata di consulenza del governo statunitense in materia di sicurezza, non è nota fino in fondo, ma i software di identificazione dei bersagli operano allo stesso modo e sullo stesso tipo di dati di quelli del Pentagono.

    Le variazioni negli sviluppi tecnologici suddetti, cambiano gli equilibri dell’ambiente in cui i conflitti preesistevano, generandone la manifestazione visibile, ovvero la guerra con le sue conseguenze più drammatiche di morti, distruzioni, carestie, migrazioni.

    Quando descriviamo il susseguirsi delle diverse civiltà nella storia ci riferiamo al dominio, solitamente militare, che alcuni popoli esercitavano sugli altri grazie alle tecnologie usate per combattere e difendersi. I conflitti emergono oggi dalla crisi del sistema coloniale e neocoloniale che ha segnato gli ultimi cinquecento anni di storia. Crisi non significa scomparsa ma evoluzione, cambiamento, il cui esito non è determinato.

    1. Guerra sia all’aristocrazia

    Nel paragrafo precedente ho portato alcuni esempi di come una evoluzione dell’ambiente porta a dei mutati equilibri fra bisogni in conflitto fra loro. L’introduzione di tecnologie come le armi nucleari, i vettori missilistici ipersonici, i droni a guida remota o autonoma, le piattaforme di aggregazione ed elaborazione dei dati per la profilazione e l’identificazione predittiva degli obiettivi, ci dispiegano i vecchi conflitti in nuove forme.

    Lo sviluppo tecnologico, ben saldamente controllato da pochi grandi azionisti e dalle élite ormai globalizzate, fornisce ai fortunati e abili nuovi aristocratici l’opportunità di non dover più scendere a patti con quelle istituzioni democratiche che per un certo periodo, diciamo corrispondente alla seconda metà del XX secolo per noi Europei, aveva garantito l’ingresso delle masse nella vita politica degli Stati, da cui prima erano tenute ai margini. Quella ubriacatura di democrazia liberale, talvolta colorata di socialismo, sembrava destinata al tramonto già con l’evento che segna l’apertura del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. Al suo posto, già da qualche anno si è affermato qualcosa di diverso dalle democrazie liberali: il tecnofeudalesimo.

    Noi esseri umani non abbastanza intelligenti e non abbastanza ambiziosi per metterci al sevizio dei nuovi potenti, non abbastanza ricchi per vivere in vacanza tra viaggi e divertimenti, non abbastanza giovani e belli da poterci prostituire, non abbastanza talentuosi da esibirci per un vasto pubblico pagante, non abbiamo nessuna possibilità di guadagnarci un posto da cortigiani, per frequentare la nuova aristocrazia e diventarne parte. La separazione fra classi sociali è rimasta ben salda e la mobilità è ridotta ai pochi casi citati. Tutti noi, i molti, dobbiamo ancora sperare di vendere il nostro tempo in cambio di denaro per poter vivere la nostra semplice vita. Chi, invece, può pagare molti umani per convincerli a fare ciò che gli è utile, anche senza produrre nulla, fa parte dei pochi e forma l’aristocrazia, indipendentemente da come ha avuto il denaro: spesso lo ha soltanto ereditato (4).

    meme dall’intenet

    La capacità di vendere servizi agli Stati, di estrarre profitti dalle aziende produttive e commerciali e dalle transazioni dei singoli utenti, godendo di un vantaggio tecnologico che rasenta il monopolio è stata definita Capitalismo della sorveglianza (Zuboff 2019), Gigacapitalismo (Staglianò 2022, p. 38) o Tecnofeudalesimo (Varoufakis 2023). I proprietari privati delle infrastrutture più avanzate tecnologicamente, in grado di catturare ed elaborare l’enorme massa di informazioni e dati prodotti mediante le tecnologie digitali, sono quindi in grado di dominare i mercati a discapito dei capitalisti(Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Il termine tecnofeudalesimo è stato usato da vari opinionisti prima ma l’economista Yanis Varoufakis ne dà una accessibile spiegazione in un suo saggio (Varoufakis 2023, p. 115). La forma più avanzata di accumulazione di ricchezza non è più l’estrazione di plusvalore dal lavoro, come nel capitalismo industriale descritto da Marx fra gli altri, ma una rendita di posizione basata sulla proprietà. Questa deve essere necessariamente enorme, come avviene nella finanza e nella rendita immobiliare o fondiaria. Ciò non significa che le precedenti forme siano scomparse. Esiste ancora la rendita fondiaria, magari raccolta, invece che da latifondisti con titoli nobiliari, da società per azioni con sede in paradisi fiscali come Cipro o il Lussemburgo. Così esiste ancora il capitalismo industriale, ma questo assume una scala sempre più grande che tende al monopolio (Sylos Labini – Caravani 2024, p. 330), come nel campo automobilistico o dei semiconduttori, agro-alimentare, farmaceutico, ma anche nel meno noto delle multiservizi privatizzate. Anche il settore apparentemente plurale e innovativo delle startup è in realtà alimentato da flussi di capitale d’impresa (Venture Capital) forniti dai grandi fondi di investimento o dalle solite multinazionali dominanti, che si appropriano dei profitti del settore produttivo. Insomma, all’interno del panorama globale dell’economia, il capitalismo classico, quello imprenditoriale, è in forte crisi mentre emergono quei settori finanziari e tecnologici in grado di appropriarsi della maggior parte del valore sotto forma di rendita e profitti speculativi (Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Ciò che sovrasta il capitalismo, il tecnofeudalesimo, è un sistema di estrazione della ricchezza dai suoi produttori, ovvero dalle imprese e in ultima analisi dai lavoratori, coloro che realmente producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

    Rispetto all’analisi di Varoufakis e di altri autori che trattano il tema del valore-dato (Gambetta 2018, p. 63) ovvero del valore intrinseco dei dati, personalmente non ritengo che gli utenti producano valore modulando i dati che poi vengono catturati dai proprietari dei servizi usati. I dati sono a mio parere materie prime abbondanti come l’acqua: finchè queste non viene estratta, accumulata, immagazzinata e distribuita, non ha alcun valore d’uso né economico. I dati, a mio avviso, sono un prodotto del sistema di misurazione e immagazzinarli, conservarli, processarli e interpretarli comporta dei costi. L’informazione non catturata non ha quindi nessun valore di partenza che venga estratto. Il dato registrato, però, confrontato con quelli già posseduti dall’operatore e processati dal sistema, con ulteriori costi per le macchine, l’energia e lavoro umano degli analisti, fornisce una nuova informazione sintetica. Questo profilo descrive l’utente e alcune sue caratteristiche, tra cui la posizione in tempo reale e le sue attività su internet, le sue comunicazioni, i pagamenti effettuati. Le agenzie che accumulano i dati possono confrontarli e indagare le relazioni fra utenti: una sorta di schedatura approfondita generalizzata. La profilazione e l’intercettazione personale sono ambite dalle agenzie di sicurezza, dai governi, ma anche dalle aziende commerciali che comprano dati aggregati a scopo pubblicitario e per mostrare annunci personalizzati. Google, Meta, Amazon e TikTok ottengono quasi la metà della spesa mondiale nella pubblicità online (Staglianò 2022, p. 62). I dati processati, la possibilità di interazione con l’utente, la sua attenzione (Laghi 2025, p.15), sono le merci/servizio che hanno valore e che vengono vendute. L’utente non ha nessun diritto di proprietà da accampare sui suoi dati, può solo evitare che vengano prelevati, rinunciando però ad agire, mostrarsi, muoversi, comprare, comunicare in rete e nel mondo fisico. Chi paga le rendite ai signori tecnofeudali non sono i semplici utenti, a cui il più delle volte vengono offerti servizi gratuiti, ma gli inserzionisti: i governi e gli organismi politici per la propaganda, gli imprenditori per vendere merci e servizi ed essere visibili nella rete. Sono tariffe, spesso esentasse, che vengono riscosse da operatori privati per poter svolgere attività produttive e commerciali sul territorio-rete, per essere visibili, per poter “incontrare” i compratori. Solo Francia e Regno Unito tassano le piattaforme al 2% dei fatturati.

    Nelle forme del post-capitalismo (Wark 2019, p.42) le aziende non svolgono solo funzioni produttive ma, come al tempo delle Compagnie delle Indie, queste enormi aggregazioni concessionarie svolgono attività di dominio, di governo e di governance, attuando quel soft-power che permette la colonizzazione culturale e ideologica. Emittenti televisive satellitari o piattaforme di distribuzione audiovisiva, servizi per il cloud, compagnie aeree o di spedizioni navali, agenzie di rating, banche di investimento e per il credito al consumo, produzioni audiovisive e musicali, infrastrutture logistiche commerciali, servizi per le aziende e le amministrazioni, industrie militari e di cybersicurezza, compagnie telefoniche o internet satellitare, sono solo alcuni esempi di aziende private con un elevato valore strategico.
    Quando queste funzioni vengono incorporate in strumenti di misurazione, previsione e intervento apparentemente slegati da processi decisionali umani, ormai in quasi tutti gli ambiti dell’economia e dell’amministrazione, possono essere definite
    governamentalità algoritmica , un concetto coniato dal filosofo Bernard Stiegler (Stiegler 2019).

    I governi appaltano alle grandi multinazionali tecnologiche alcuni servizi in modo che non siano sottoposti al controllo democratico delle istituzioni. Le aziende spingono con attività lobbistiche, quasi del tutto legali, la amministrazioni ad affidargli in appalto i servizi alle loro condizioni. Funzioni dello Stato vengono assegnate a enti privati sussidiari, come assicurazioni sanitarie e previdenziali, banche di investimento, agenzie spaziali, università private e ospedali, compagnie minerarie e compagnie militari private. Questo connubio fra Stato e privati é comune in ogni parte del mondo, perfino nella Cina comunista, e si delinea come la struttura di governo economico-politico attualmente prevalente, in cui emerge una aristocrazia patrimoniale.

    Le manifestazioni “No Kings” esplose negli USA contro Trump prendono atto tardivamente di un processo attivo da più di venti anni, in cui il problema non è solo il nuovo capriccioso ed eccentrico sovrano assoluto, ma tutta la schiera molto numerosa di cortigiani, tanto repubblicani quanto democratici, che vivono di privilegi grazie agli incarichi della corte. Cosa sono gli incarichi della corte? La spartizione delle rendite attraverso dividendi azionari e falsi lavori più o meno di lusso (Graeber 2018) utili soltanto a riprodurre la classe al potere. Certo, cambiato l’inquilino della Casa Bianca molti funzionari progressisti che operavano nel vasto sistema di governance internazionale come USAID si sono trovati in disgrazia, ma questo non basta a provocare una rivoluzione. Più facile che si assista ad una mutazione nell’ideologia dei cortigiani per conservare le posizioni di privilegio.

    Negli anni passati i liberali di sinistra hanno favorito la trasformazione del capitalismo in crisi in un tecnofeudalesimo, conquistando per i loro rampolli progressisti carriere di successo nella finanza e nella Silicon Valley grazie a percorsi universitari d’eccellenza. Era la retorica della meritocrazia che nascondeva il privilegio dei percorsi di formazione esclusivi ed escludenti (Abranavel 2021, p 160). Oggi le destre vincono le elezioni in quasi tutto il mondo cosiddetto democratico, cavalcando il malcontento delle classi popolari e il più becero razzismo che le anima, abbandonando la borghesia liberale che non è più in grado di mascherare con le buone intenzioni dello sviluppo sostenibile gli interessi di classe delle élite. Come cento anni fa, gli Stati tornano all’hard power del controllo militare dopo l’infatuazione, tutto sommato breve, per discorsi di pace, diritti umani e tutela dell’ambiente. Ricordiamo che negli USA i diritti civili ai cittadini non bianchi sono stati concessi nel 1965, in Sudafrica nel 1994 e nella odierna Israele ancora i cittadini palestinesi sopravvissuti non godono dei diritti civili e politici.

    L’aristocrazia ha abbandonato la maschera del liberalismo e dei diritti umani, visto che supporta il genocidio operato dallo Stato di Israele, l’arruolamento forzato degli uomini ucraini, mandati a morire in trincea a migliaia ogni mese, l’uccisione di politici, giornalisti, scienziati e militari in paesi non belligeranti. Parimenti i liberali rinunciano anche alla retorica del benessere diffuso, per arroccarsi in un rinnovato nazionalismo militarista, in reazione ad una crisi del capitalismo difficilmente evitabile. Emerge così l’opportunità del conflitto popolare contro i ricchi e i loro cortigiani. Le guerre e i sacrifici imposti per sostenerle hanno reso di nuovo attuale il conflitto di classe.

    1. Chi sono gli aristocratici e i loro cortigiani.

    Malgrado delle avvisaglie ci siano state già nel 2011, con i vari movimenti Occupy, la generica identificazione di quell’1% di privilegiati, rispetto al blocco popolare costituito dal 99% dei cittadini, non ha aiutato a definire le parti in conflitto per la distribuzione delle risorse. I ricchi negli Stati Uniti sono ben più dell’1% e in un fortunato articolo sul The Atlantic, Matthew Stewart(5) li ha definiti come la nuova aristocrazia del 9,9%. Anche negli altri paesi con un reddito pro-capite medio-alto, il 10% più ricco della popolazione comprende milioni di persone che formano anche l’elite intellettuale delle nostre democrazie liberali. I cosiddetti opinion-maker fanno parte dell’aristocrazia o lavorano alle sue dipendenze. Politici, giornalisti, accademici, produttori, registi, editori, sono la diretta espressione di questa nuova plutocrazia e selezionano l’accesso alle carriere degli aspiranti professionisti della cultura. Per essere degni di ottenere un ottimo reddito, anche se precario fino all’età matura, bisogna dimostrare una inflessibile fedeltà ai valori e agli interessi della classe dei possidenti. Le famiglie, in cui ricorrono spesso i cognomi di un secolo fa, possono aver cambiato identità politica, abbracciando ideali democratici e anche socialisti in alcuni periodi, quando conveniva, ma hanno sempre perseguito la conservazione e la riproduzione del loro ceto sociale. Possono emergere, grazie a dei talenti particolari, nuovi membri delle elitè, come sempre è stato, mentre altri decadono, rimanendo ai margini e dovendosi adattare a ruoli meno ambiziosi.

    Visto che parliamo di una aristocrazia del denaro che si trasmette attraverso il patrimonio e non attraverso le linee di sangue, proporrò un metodo semplificato per individuare le classi sociali, basato sui patrimoni piuttosto che sui redditi o le professioni, adattando le categorie formulate a suo tempo da Sylos Labini nel suo saggio del 1974 (Sylos Labini 2015) e aggiornate dal più recente saggio di Giorgio Ardeni (Ardeni 2024).

    Fonte Banca d’Italia 2024

    In questi ultimi cinquanta anni, come hanno osservato molti economisti e sociologi(4) tra cui Thomas Piketty, la globalizzazione ha portato una polarizzazione (Piketty 2014, p.550) gravemente acuitasi dal 2010 al 2016 (Banca d’Italia 2024, p. 12), erodendo il potere d’acquisto della piccola borghesia includendovi però gran parte dei lavoratori, ed espandendo l’alta borghesia di milionari che possiamo oggi associare alla nuova aristocrazia. Il dato da osservare è la divergenza tra ricchezza mediana (in forte calo) e la ricchezza media (in costante crescita) in un ambito di stagnazione dei redditi e del PIL. A mio avviso le categorie della fonte di reddito non ci sono più utili a individuare le classi, anche perchè le zone d’ombra sono larghissime, mentre la condizione cetuale risulta più adeguata a descrivere macrocategorie affini anche culturalmente.

    In sostanza abbiamo quattro macro-classi, in base al patrimonio individuale formato da beni immobili, durevoli e denaro, fondi o azioni (Patrimonio):

    1. I Super ricchi: i sovrani, i principi tecnofeudali. Quello 0,001 % di popolazione che accentra enormi proprietà, un potere personale enorme e riesce a contrattare direttamente con i governi. La loro ricchezza però è spesso solo nominale in quanto calcolata sul valore azionario degli asset posseduti, non su beni immobiliari e durevoli. Patrimonio > 10 Mln €/$
    2. L’alta borghesia che qui definiamo aristocrazia del 9,99%, che fornisce l’elite economica, gli culturale, dei professionisti, degli imprenditori, degli amministratori pubblici e privati. Possiedono la quota maggioritaria della ricchezza mondiale(6) assieme ai pochissimi miliardari. 1 Mln €/$< Patrimonio < 10 Mln €/$
    3. La piccola borghesia, o ceto medio, che deve lavorare per vivere che oggi ingloba anche operai e lavoratori dei servizi che vendono la propria forza lavoro. Sono circa l’80% della popolazione, visto che la mediana della proprietà individuale si assesta nei paesi europei più ricchi, tra cui l’Italia (Pa mediano 150.000€), fra i 100 e i 300 mila euro. 50.000 €/$< Patrimonio < 1 Mln €/$

    4. I poveri che vivono di lavori saltuari e/o assistenza pubblica e welfare familiare. Prima venivano definiti sottoproletariato e vivevano in condizioni miserevoli, oggi sono in gran parte immigrati di prima generazione. Sono circa il 10% della popolazione nelle economie avanzate. Patrimonio < 50.000 €/$.

    Secondo una classificazione di questo tipo, emerge la trasformazione del proletariato, ovvero di quella classe lavoratrice povera che costituiva fino a metà del XX secolo la maggioranza della popolazione dei paesi industrializzati: la classe operaia e i contadini. “La cetomedizzazione continua, puntando però verso il basso”(Ardeni 2024, p. 103). L’evoluzione tecnologica ha fatto sì che gli operai abbiano conquistato condizioni salariali equiparabili, quando non migliori, degli impiegati dei servizi (Ardeni 2024, p. 100), che nel frattempo si sono espansi fino a superare il 70% dei posti di lavoro. La popolazione è generalmente invecchiata, raggiungendo numeri record di pensionati, in Italia circa 18 Mln di cittadini (8) di poco inferiori agli occupati totali che sono 24 Mln(9), che generano la spesa rispetto al PIL più alta di tutti i paesi OCSE.

    Nel resto del mondo non OCSE le diseguaglianze sono invece maggiori, in quanto nei paesi più popolosi e di recente sviluppo permane una ampia maggioranza di lavoratori poveri e una ristretta minoranza di ricchissimi, mentre si sta costituendo rapidamente una piccola borghesia. Ovvero quel processo di trasformazione degli operai e contadini poveri in piccola classe media, attuatosi negli ultimi 50 anni nel primo mondo, sta attuando ora, come conseguenza del rapido sviluppo economico globalizzato, in atto da almeno venti anni. La piccola borghesia di quei paesi poveri è ancora minoritaria e alleate delle élite.

    Fonte World Inequality Report 2026

    1. I soggetti in conflitto.

    Il socialismo è nato insistendo sulla frattura, accentuata dal primo capitalismo industriale, fra lavoratori e proprietari. Marx scriveva nel 1948:

    La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. (Marx-Engels 1983, p.55)

    I lavoratori erano la maggioranza ed erano poveri, la loro cultura era ancora quella tradizionale e contadina della comunità territoriale e religiosa. Poi il capitalismo è entrato in crisi, nella seconda metà degli anni ’70 del novecento (Mazzetti 2016), proprio perché aveva svolto il suo ruolo storico di portare fuori dalla miseria le popolazioni del primo mondo. Il conflitto di classe vero e proprio ha segnato la sconfitta dei lavoratori, con il passaggio al neoliberismo degli anni ’80 (Lazzarato 2022). Dopo quaranta anni di neoliberismo possiamo concordare sul fatto che oggi, come disse Margaret Tatcher:”come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie.”(10) Per i valori condivisi, attualmente ricchi e poveri concordano in un unico orizzonte di senso, quello dei ricchi. Il valore del successo individuale prevale ovunque. Il che non significa che il conflitto fra classi sia scomparso ma, come previsto anche da Marx nel Manifesto, alcuni elementi di socialismo, attuati anche dai fascismi e dalle democrazie liberali nel corso del ‘900, hanno portato i lavoratori a rivendicazioni esclusivamente individuali ed economiche, trasformandoli appunto in piccoli borghesi.

    “Una seconda forma di questo socialismo [borghese NdA], meno sistematica e più pratica, cercava di togliere alla classe lavoratrice ogni tentazione rivoluzionaria, sostenendo che a giovarle avrebbe potuto essere non un qualsiasi mutamento politico, ma solo un mutamento delle condizioni materiali di esistenza, dunque dei rapporti economici. Per mutamento delle condizioni materiali di esistenza questo tipo di socialismo non intende però in alcun modo l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo con la rivoluzione, ma miglioramenti amministrativi che restino sul terreno di questi rapporti di produzione; che dunque non tocchino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che semmai nel migliore dei casi alleggeriscano alla borghesia i costi del suo dominio e semplifichino il bilancio del suo Stato.”(Marx-Engels 1983, p. 85)

    Ma chi dice che la classe piccolo borghese non possa essere conflittuale o rivoluzionaria? In passato è stata la preziosa alleata dei conservatori, delle monarchie e dei fascismi contro gli operai e il socialismo, ma anche la beneficiaria della socialdemocrazia (Macaluso 2013, p 61). Oggi il socialismo non è più un pericolo e gli operai sono diventati i piccoli borghesi, piccoli proprietari, individui consumatori. Questa classe media, ormai maggioritaria nel Global North, vede frustrate le sue aspirazioni al benessere; viene impoverita e precarizzata dalla crisi del capitalismo industriale e del sistema neocoloniale che ne aveva permesso l’enorme crescita; inizia ad esprimere una conflittualità contro quell’alta borghesia che, per le sue caratteristiche di esclusività, si sottrae alla mobilità sociale diventando, appunto, aristocratica. Nel periodo che va dal 2010 al 2016, in Italia ad esempio, la mediana dei patrimoni personali, ovvero dalla ricchezza posseduta mediamente dalla maggioranza dei cittadini è calata del 25% passando da 200.000 a 150.000 euro pro capite. (Neri – Spuri – Vercelli 2024, p. 12).

    Il maggiore antagonista della nuova aristocrazia è quindi proprio la classe media impoverita, che ne condivide i valori ma compete per le risorse materiali che gli vengono sottratte: mediante lo sfruttamento del lavoro, attraverso la rendita e i meccanismi del debito. Le professioni, un tempo redditizie, che sono state devastate dall’avvento di Internet e delle piattaforme e che continueranno ad essere sfalciate dall’uso massiccio dell’IA (Bellucci 2021), erano quelle del commerciante, del giornalista, del pubblicitario, dell’editore, del dirigente pubblico, del bancario. Al loro posto fioriscono fattorini, magazzinieri, cassieri, operatori al PC, stagisti, informatici precari, camerieri e banchisti in un panorama di sottoccupazione diffusa (Brancati – Carboni 2024, p.10).

    Come nell’ancien régime, i signori tecnofeudali e l’aristocrazia della rendita vivono sontuosamente a spese dei lavoratori. I ricchi sono comunque dei parassiti. Quei lavoratori, che talvolta vengono retribuiti molto bene, in quanto fedeli cortigiani e amministratori delle grandi proprietà, potrebbero facilmente sostituire l’aristocrazia, visto che effettivamente svolgono tutti i ruoli necessari alla riproduzione sociale, se solo avessero il controllo delle infrastrutture logistiche e tecnologiche. L’ostacolo a questa “rivoluzione” è proprio il monopolio della cultura e dei saperi tecnici elevatissimi che permettono all’aristocrazia di risultare indispensabile. È attraverso il monopolio dei percorsi di formazione esclusivi che le classi aristocratiche mantengono il dominio e i canali preferenziali per occupare i ruoli dirigenziali militari, della finanza, dell’industria tecnologica, delle università e della politica.

    L’ideologia che in questi ultimi trenta anni ha irretito la piccola borghesia è quel mito del successo e del merito che, attraverso una abile propaganda, rinnovava lo stantio e fallace mito dell’American dream in salsa europea, con la generazione erasmus e gli esempi dell‘imprenditoria giovanile finanziata dai bandi UE. Una versione neoliberista e precaria del capitalismo assistito dalla Cassa del Mezzogiorno della Prima Repubblica in cui, ovviamente, la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono arrivati all’alta borghesia con i ruoli imprenditoriali e direzionali, distribuendo ai dipendenti contratti a progetto e co.co.co che duravano il tempo del finanziamento.

    L’aristocrazia, durante gli anni della globalizzazione, si era ammantata di valori progressisti come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e delle minoranze, l’inclusività sociale, perché quelli erano i valori fondanti delle democrazie liberali attraverso cui governavano. Oggi l’aristocrazia tecnofeudale si è convertita rapidamente al militarismo della destra populista e nazionalista, per raccogliere il consenso delle classi medie impoverite, dei pensionati e dei poveri veri e propri, che si sentono minacciati dai nuovi poveri diversi da loro, gli immigrati. Le strategie comunicative della propaganda politica mirano a ottenere il consenso nella forma democratica delle elezioni, ma non è per nulla detto che questa forma persisterà nel momento in cui la borghesia lavoratrice dovesse trovare dei riferimenti politici antagonisti all’aristocrazia, che per sua natura è minoritaria. Di fronte alla prospettiva di perdere il potere con elezioni, l’aristocrazia potrebbe sospendere la dialettica democratica con l’occasione, ad esempio di una o più guerre. Ci stiamo preparando a questo, no? Il Segretario Generale della NATO dice entro il 2030.(11)

    1. L’ecosistema.

    I soggetti politici attuali non sono più monolitici e ideologici. All’interno di uno stesso schieramento di interessi convivono molteplici posizioni che coprono un vasto panorama di identificazioni individuali. Destra e sinistra si oppongono fra nazionalisti, transfemministe, tradizionalisti, antifascisti, libertariani, antispecisti, sionisti, ecologisti, oltre a tutte le ideologie politiche fiorite negli ultimi duecento anni. Ogni “partito”, inteso come parte organizzata, individua un nemico, un antagonista nel conflitto esistente o rappresentato. Se ci manteniamo fedeli a una lettura materialista della società, non ci faremo distrarre dalle molteplici narrative proposte, perché ciò che per noi identifica la faglia del conflitto sono gli interessi materiali, non l’ideologia manifesta. Chi lavora e vede i ricchi appropriarsi del frutto del suo lavoro vive il conflitto di classe, anche se nel suo animo parteggia per gli aristocratici e da loro si sente protetto. Il lavoratore sceglie di non manifestare quello scontro perché si percepisce, e in effetti è, debole di fronte alla conservazione del potere, tanto da implorare di essere utile al ricco per procurarsi il poco che gli occorre per vivere. Finché c’è benessere le rivoluzioni non avvengono e i valori del gruppo egemone vengono condivisi da gran parte della società, ma è nelle crisi e dalle guerre perse che emergono nuovi equilibri e la possibilità di immaginare altre forme della vita.

    L’attuale recrudescenza dello scontro militare in Medio Oriente, come anche in Europa e nell’America Latina, con l’aggressione militare al Venezuela bolivariano, esplicita nel dichiarare la causa nella nazionalizzazione delle risorse petrolifere del 1976, chiarisce gli schieramenti interni ai nostri paesi alleati. La retorica del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli ha lasciato il passo agli interessi nazionali, con trasparenti coinvolgimenti dei privati nell’industria estrattiva, bellica e tecnologico-strategica del controllo e della propaganda. La forza prevale sulla forma. Per i governi nessuna giustificazione morale deve più nascondere la guerra imperialista. Si tratta solo di valutare costi e benefici. Costi per i cittadini lavoratori e benefici per l’aristocrazia proprietaria, assumendosi dei rischi. In questo scenario brutale si definiscono ecosistemi di potere: organizzazioni muoiono, nascono, si trasformano.

    Le aristocrazie europee al potere, non conservatrici ma a loro modo rivoluzionarie, hanno già conquistato le istituzioni democratiche tramite quelle non democratiche: la NATO e l’UE ma anche la BCE, le banche di investimento e le altre istituzioni economiche private. Il processo di unificazione europea è stata una rivoluzione dall’alto. Attorno a quei centri di potere si diffonde un ecosistema di vassalli alla ricerca di benefici, in cambio di fedeltà. Il flusso di denaro che raggiunge ogni angolo della periferia si chiama oggi PNRR, domani Rearm EU. Il connubio tra Stati e potere economico è strettissimo. Nel nostro piccolo possiamo vedere i nostri datori di lavoro affannarsi per ottenere qualche bando di finanziamento e assistiamo all’inerzia di chi spera almeno di vedersi pagare gli stipendi o di ottenere un lavoro a tempo determinato, anche se alla condizione di una sempre maggiore dipendenza dai bilanci della guerra. Questo è l’ecosistema del potere e si nutre del bisogno di sicurezza, economica in primis, di milioni di persone. Ma dov’è l’ecosistema alternativo, che potrebbe esprimere un progetto pacifico di vita e prosperità condivisa, espropriando le proprietà private dell’aristocrazia che ci sta conducendo alla guerra?

    In questo momento storico abbiamo la possibilità di identificare quelle organizzazioni che sono materialmente in conflitto con l’ecosistema aristocratico e, se vogliamo avere una speranza di miglioramento nelle nostre condizioni di vita, dobbiamo entrare a farne parte. Non come simpatizzanti, attivisti da tastiera, seguaci da social. Bisogna entrare a fare parte di organizzazioni reali sostenendole con quote associative, donazioni, lavoro volontario, partecipazione alla vita interna e alla decisionalità. Far crescere le organizzazioni dei lavoratori contro le organizzazioni della rendita. Non c’è un solo soggetto di riferimento ma ce ne sono molti che dovranno poi saper comunicare in modo funzionale (Nunes 2025, p. 228). Partiti, sindacati, associazioni, comitati, piccoli gruppi di amici e singoli formano l’ecosistema trasformativo che mira a costruire un futuro migliore, possibile e senza classi di privilegiati. Le loro identità sono molteplici, le strutture organizzative da rinnovare, gli organizzatori da formare, le narrative da inventare.

    Non c’è bisogno di dirlo, attualmente l’ecosistema del potere è immensamente più forte e ramificato della sinistra trasformativa. Le risorse sono saldamente nelle mani dell’alta borghesia e finché questa non vacilla troverà ancora professionisti disposti a sostenerla in cambio di uno stipendio. La dialettica democratica è quasi ovunque sospesa in Europa e il sostegno diffuso alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen e ai suoi piani di guerra lo dimostra. Il cognome preso dal marito, tra l’altro, chiarisce la vicinanza familiare alla vecchia aristocrazia dell’ancien régime. Curiosamente estrema destra e estrema sinistra convergono nella critica alle politiche imperiali dell’UE, per differenti ragioni ma per un comune atteggiamento antisistema.

    Le stesse categorie di sinistra e destra risultano oramai usurate riferendosi a schieramenti identitari in cui oggi c’è di tutto (Neiman 2025, p. 16). La destra è sia liberale che sociale, nazionalista e filostatunitense oppure, anticinese e filo-israeliana, ultra-liberista e statalista, per la famiglia tradizionale ma contro il cristianesimo sociale. La sinistra è parimenti frammentata fra liberali progressisti, socialdemocratici per l’ecologismo etico, comunisti di varia tradizione e anarchici libertari. Tutte identità attualmente incapaci di affrontare efficacemente l’esistente per trasformarlo e sopratutto incapaci di confrontarsi e cooperare tra loro.

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l’unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell’ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l’interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione.

    Per accumulare potenza occorre un progetto trasformativo esplicito, come è stato il socialismo più di cento anni fa: l’idea di una società senza classi in cui non ci siano oppressi e oppressori ma un’unica comunità umana. Oggi sappiamo che questo è un orizzonte, una tensione, un obiettivo verso cui tendere, proprio nel momento in cui le masse si arrendono ad accettare la legge del più forte: il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti, il benessere consumista in cambio della perdita della libertà.

    Il ruolo storico delle organizzazioni oggi è costruire l’infrastruttura di mediazione e direzione dell’ecosistema trasformativo (Nunes 2025, p. 99) Quello della mediazione fra le diverse identità sociali è necessariamente il ruolo delle organizzazioni più forti, strutturate e diffuse territorialmente. La nascita di nuove forme di partito politico che possano svolgere questa funzione è ovviamente un’altra possibilità da esplorare.

    1. Conoscere l’arte della guerra.

    Vincere senza combattere è il culmine della scienza militare (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 104), ma perché ciò sia possibile bisogna padroneggiare tutti gli elementi della guerra (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Trattandosi di un conflitto materiale fra lavoratori e aristocrazia del denaro, ma non di uno scontro militare vero e proprio, ciò che rappresenta il terreno sono le condizioni storiche di vita dei gruppi sociali. Conoscere le condizioni sociali è quindi indispensabile per poter progettare strategie efficaci. Il precedente capitolo sulle strutture di classe intende proprio evitare di basare la propria azione su una interpretazione della società che poteva essere corretta cinquanta anni fa ma che oggi non lo è più. La conoscenza di sé e del nemico porta al vantaggio strategico che permette di vincere (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Tale è l’importanza delle informazioni alla cui raccolta e valutazione va dedicata la massima attenzione da parte degli strateghi.

    “Coloro che padroneggiano la forma possono sconfiggere ogni avversario adattandosi alla sua forma. Usare una sola forma di vittoria per sconfiggere tutti gli avversari non è possibile. Il principio per la vittoria è unico, ma le tecniche concrete devono essere molteplici.” (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 297)

    Questo principio concorda con il pensiero di Rodrigo Nunes per cui la forza prevale sulla forma e per ottenere successi vanno applicate molteplici forme organizzative (Nunes 2024, p. 100). Altra conoscenza antica è che la guerra si vince con la logistica. Una mancanza di risorse in una delle due parti ne comporta la immediata capitolazione.

    Immaginiamo cosa significhi essersi trovati in Grecia nel 2015 con le banche che bloccarono i prelievi per far rispettare le condizioni capestro della BCE. I ricchi greci erano tutti a Londra e nelle città europee o statunitensi, ma i poveri non avevano il denaro per fare la spesa. Questa mossa distolse Alexis Tsipras dall’attuare il suo piano di contrattacco, racconta Yanis Varoufakis, che all’epoca era Ministro delle Finanze. Quella fu una dimostrazione di forza delle banche, ma l’aristocrazia della rendita è anche estremamente vulnerabile: ha bisogno di stabilità per appropriarsi della ricchezza. Di fronte ad una crisi vera le borse crollano, le bolle speculative scoppiano, la fiducia in guadagni futuri scompare e il potere del denaro arretra di fronte alla forza delle armi.

    Nella preparazione di un conflitto contro l’aristocrazia del denaro bisogna accumulare potenza, tutto qui. Con ogni mezzo necessario vanno aggregati i migliori strateghi, le più ampie masse di manovra e alleati potenti. Per fare questo serve anche il denaro. Bisogna costruire un contro-potere che sia in grado di organizzare la società meglio di come è organizzata ora. Convincere le forze produttive e la maggioranza delle popolazioni che la trasformazione attesa sarebbe vantaggiosa, per tutti coloro che vengono sfruttati, anche se non sono poveri, riportando la proprietà delle infrastrutture produttive a chi lavora.

    1. Un programma minimo.

    Gli obiettivi devono essere pochi, semplici e condivisi, non molteplici e frazionati in identità contrapposte come sono ora. Le differenze esistono, ma solo ciò che è comune porta all’unità. L’estrema radicalità e l’utopismo nelle rivendicazioni portano inevitabilmente al settarismo e all’isolamento, quindi all’impotenza. Stiamo rappresentando l’obiettivo di classi sociali formate dal 90% della popolazione, non di una minoranza idealista e radicale. La minoranza, come scriveva Marx, deve mettersi al servizio “nell’interesse dell’enorme maggioranza”(Quirico – Ragona 2018, p 19), non il contrario, cercando il consenso democratico attorno alle riforme strutturali, verso una via italiana al socialismo (Macaluso 2013, p. 60) che oggi non può che essere integrata in Europa.

    Se il potere dell’aristocrazia è fondato sul denaro, l’obiettivo è togliergli il denaro, con i mezzi che già esistono.

    Tassare i ricchi, espropriarli e rendere le banche e le grandi aziende strategiche proprietà pubbliche, comuni, nella forma di cooperative o società con azionariato diffuso. I lavoratori devono avere la proprietà delle aziende per cui lavorano. Le infrastrutture di comunicazione (strade, trasporti, reti di distribuzione e telematiche) devono tornare pubbliche, sotto il controllo democratico dei cittadini. Alla popolazione va garantito lavoro dignitoso, con orari brevi che permettano di conciliare i tempi di vita (Mazzetti 1997). Non vogliamo più denaro per comprare oggetti superflui ma la possibilità di fare a meno del denaro (Mazzetti 1992), svincolando la soddisfazione dei bisogni dal mercato: abitazione, istruzione, salute, trasporti. Questo è possibile anche trasformando l’attuale forma del denaro, facilmente tesaurizzabile, in una moneta di consumo utile solo alla circolazione(12), che non sia possibile accumulare oltre una certa cifra o portare all’estero, e che non produca interessi (Bossone – Cattaneo – Grazzini – Sylos Labini 2015). Un esempio già esistente sono le attuali “social card” o “carta acquisti“, attraverso cui attualmente lo Stato italiano eroga miserevoli sussidi (500€ all’anno o 40€ al mese), carte di debito che erogano una somma fissa non cumulabile. Questi sistemi di pagamento già in uso garantiscono la possibilità di uscire in pochi giorni dal sistema di pagamenti europeo dell’Euro. Interessante in proposito il sistema statale brasiliano per i pagamenti elettronici PIX a cui si ispira il progetto dell’Euro Digitale, resilienti in caso di fallimento delle banche. La catastrofe della guerra verso cui ci stanno portando è l’unica possibilità che abbiamo per veder crollare l’aristocrazia del denaro. Per raggiungere degli obiettivi, siano questi o altri, bisogna far leva sul potere statale che è oggi l’unico possibile antagonista della grande proprietà privata e finanziaria. L’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere (Holloway 2004), se pure fosse stata una nobile idea, è attualmente tramontata. Senza prendere il potere si può al massimo sopravvivere, adeguandosi o nascondendosi.

    Abolire i miliardari è già un primo obiettivo possibile. Tassare fortemente i milionari il secondo. Poi si vedrà.

    Note

    1. https://rizomatica.noblogs.org/2024/02/minetti-mobilitazione-e-diserzione/ , https://rizomatica.noblogs.org/2025/07/minetti-la-guerra-cercata/
    2. La Guerra di Piero live 1991 https://www.youtube.com/watch?v=vBfZdiFRzv4

    3. Se queste condizioni non sono tutte rispettate significa che, per fortuna dei lavoratori, non stiamo osservando una condizione di puro scambio di lavoro merce, ma qualcosa di più complesso ed evoluto in cui rientrano relazioni che non sono puramente economiche e strumentali fra le parti sociali.

    4. https://www.corriere.it/economia/risparmio/26_gennaio_19/italia-il-paese-delle-fortune-invertite-in-15-anni-il-91-della-ricchezza-prodotta-e-finita-ai-piu-facoltosi-alla-classe-media-le-5320537c-9836-42af-b0cc-8252e48f6xlk.shtml

    5. https://www.internazionale.it/notizie/matthew-stewart/2020/08/14/nuovi-privilegiati
    6. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0836/QEF_836_24.pdfhttps://wir2026.wid.world/www-site/uploads/2025/12/World_Inequality_Report_2026.pdf
    7. https://wir2026.wid.world/insight/exorbitant-privilege/
    8. https://www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2025/07/pensioni-decorrenti-2024-e-primo-semestre-2025-rilevazione-2-luglio-2025.pdf
    9. https://www.istat.it/comunicato-stampa/occupati-e-disoccupati-dati-provvisori-gennaio-2025/
    10. https://it.wikiquote.org/wiki/Margaret_Thatcher#Terzo_mandato_come_primo_ministro
    11. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/18/russia-nato-spese-militari-confronto-news/8231430/
    12. https://archive.org/details/PerUnaMonetaFiscaleGratuita

    Bibliografia

    AA.VV., Limes, nn. 2/2024 – 8/2025 – 10/2025, GEDI.
    R. Abranavel, Aristocrazia 2.0, Solferino, 2021.
    P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.
    S. Bellucci, AI-Work, Jacabook, 2021.
    F. Berardi, Disertate, Timeo, 2023.
    M. Bertorello – D. Corradi, Lo strano caso del debito italiano, Alegre, 2023.
    R. Brancati – C. Carboni, Verso la piena sottocupazione, Donzelli, 2024.
    B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini, S. Sylos Labini, Per una moneta fiscale gratuita, MicroMega, 2015.
    L. Caracciolo, La pace è finita, Feltrinelli, 2022.
    M. De Landa, La guerra nell’era delle macchine intelligenti, Feltrinelli, 1996.
    S. Feltri, Il nemico. Elon Musk e l’assalto del tecnocapitalismo alla democrazia, UTET, 2025.C. Formenti, Guerra e rivoluzione Vol.II, Meltemi, 2023.
    F. Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, 1966.
    S. Freud, La guerra. Considerazioni attuali sulla guerra e la morte 1915, BollatiBoringhieri, 2025.
    D. Gambetta, Datacrazia, Codice, 2018.
    A. Gorz, L’immateriale, Boringhieri, 2003.
    D. Graeber, Bullshit jobs, Garzanti, 2018.
    J. Holloway, cambiare il mondo senza prendere il potere, Carta, 2004.
    P. Khanna, I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo, Fazi, 2009.
    P. Khanna, Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale, Fazi, 2016.
    P. Khanna, Il secolo asiatico, Fazi, 2019.
    R. Laghi, Scritture digitali, Meltemi, 2025.
    C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani,1981.
    M. Lazzarato, Guerra o rivoluzione, DeriveApprodi, 2022.
    E. Macaluso, Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo, Feltrinelli, 2013.
    K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, 1983.
    V. Mayer-Schonberg – T. Ramge, Reinventare il capitalismo nell’era dei Big Data, Egea, 2018.
    G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
    G. Mazzetti, Quel pane da spartire, Boringhieri, 1997.
    G. Mazzetti, Il futuro oltre la crisi, Manifestolibri, 2016.
    M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
    S. Neiman, La sinistra non è woke, UTET, 2025.
    A. Neri – M. Spuri – F. Vercelli, Questioni di economia e finanza. N. 836, Banca d’Italia, 2024.
    T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
    T. Piketty, Diseguaglianze, Bocconi, 2018.
    M. Quirico – G. Ragona, Socialismo di frontiera, Rosenberg & Sellier, 2018.
    F. Sylos Labini – M. Caravani, Bussola per un mondo in tempesta, Alegre, 2024.
    P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, 2015.
    R. Staglianò, Gigacapitalisti, Einaudi, 2022.
    B. Stiegler, La società automatica, Meltemi, 2019.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.
    M. Wark, Capital Is Dead: Is This Something Worse?, Verso, 2019.
    S. Zizek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012.
    S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, Milano, 1919.

    #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo
  11. Guerra sia all’aristocrazia

    img generata da IA – dominio pubblico

    di M. Minetti

    Nel seguente articolo si cercherà di presentare l’inquietante situazione attuale come una occasione unica per individuare i nemici di classe e condurgli una guerra asimmetrica, accompagnarli nel baratro che hanno contribuito a scavare, abbandonandoli al passato.

    Posto che non siamo stati noi a volere la guerra, almeno che sia utile a spazzare via quelle élite che la cavalcano. Non combatteremo per loro ma contro di loro, assieme agli sfruttati di tutte le nazioni. Un nemico esterno alle volte è il migliore alleato della lotta di classe.

    1. Pacifismo e non-violenza.

    Che siamo in guerra e per quali motivi, ritengo di non doverlo ribadire in questo testo. Sull’argomento ho già scritto in passato(1) e mi dedicherò quindi a delle considerazioni a valle di questa situazione già piuttosto definita. Una è la definizione del campo pacifista, necessariamente unitario e alleato ma mosso al suo interno da diversi centri propulsori.

    Il pacifismo non-violento è probabilmente il più diffuso. La sua origine viene dalla ormai sedimentata avversione allo scontro fisico, eredità della civilizzazione (Freud 2025, p. 15) portata dal messaggio evangelico e buddista, consolidata dalla espulsione della violenza da tutti gli aspetti della vita dell’onesto cittadino integrato nella società del consumo. In quest’ultima gli ostacoli al soddisfacimento di un bisogno si rimuovono grazie al pagamento di una somma di denaro, magari enorme, ma senza dover far ricorso alla forza fisica. Chi ricorre alla violenza è il criminale che infrange la legge e con la forza ottiene ciò che vuole, sia del denaro, la vendetta o un rapporto sessuale. Così per ottenere giustizia non si sfodera più la spada o la pistola: si denuncia il torto subito, rivolgendosi alle forze dell’ordine o a un avvocato. Se la violenza è un mezzo arcaico per soddisfare i propri bisogni, quale sarebbe il bisogno odierno di combattere uno straniero, o talvolta un connazionale, se questo non rappresenta una minaccia diretta? Coloro che ricercano l’esperienza violenta possono trovarla facilmente nello sport da combattimento, in cui adulti consenzienti si scambiano colpi più o meno controllati, oppure nella caccia, negli scontri di piazza e nelle rivolte. Chi ne fa una scelta di vita potrà arruolarsi nelle forze dell’ordine o nelle forze armate. A parte coloro che trovano nell’omicidio un piacere in sé stesso, e di questi psicopatici gli eserciti, gli assaltatori e i mercenari sono pieni, per i molti arruolati il combattimento diventa un lavoro, un dovere da compiere senza giudizi personali, eseguendo gli ordini dei superiori e per evitare le punizioni.

    Una diversa categoria di pacifisti è formata da persone che, pur non aborrendo l’uso delle armi, non vogliono rivolgerle contro coloro che non ritengono nemici. E’ il pacifismo del soldato che, come nella canzone La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè (2), si trova di fronte un nemico simile a lui e non se la sente di ammazzarlo, pagando poi le conseguenze di quel gesto. L’internazionalismo è riconoscere la solidarietà di classe fra i soldati di ogni paese, mandati dai potenti a morire nelle guerre.

    Il pacifismo che ammette l’uso della violenza non è assoluto ma selettivo e situato. Il pacifista, in base ai suoi valori e alle sue identità, sceglie quali guerre sono degne di essere combattute e quali no, in quali casi combattere non ha senso e in quali invece è assolutamente necessario. Per i combattenti autonomi, volontari, che non partecipano al mercato della “sicurezza”, l’ingaggio è costituito dal dovere morale di lottare per una causa giusta, condividendo quindi la designazione del nemico da colpire. Questa situazione la definiamo chiamando guerriglieri, insorti, partigiani, militanti, terroristi o miliziani, quei e quelle combattenti, riconoscendogli uno status di maggiore o minore dignità a seconda della causa per cui combattono volontariamente, dipendentemente da quanto la condividiamo. Anche una motivazione considerata giusta può non essere valida se porta a una sicura sconfitta. In questa accezione il pacifismo è strategico: non è sbagliato combattere in assoluto, ma è sbagliato quando porta a non raggiungere i propri scopi, anzi a peggiorare la propria condizione. Anche Franco Berardi (Bifo) nel suo libro Disertate (Berardi 2023, p. 10) afferma che la diserzione non è solo etica, ma anche una scelta strategica in vista del recupero di forze per un nuovo scontro.

    La domanda scomoda che pongo è: combattere per ottenere un proprio Stato nazionale su base etnica è una motivazione che condividete?

    La dottrina del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, con i suoi quattordici punti, venne presentata al congresso di pace di Parigi del 1918, lì si parlò del diritto dei “popoli” di autodeterminarsi in Stati nazionali indipendenti. Le nazioni che nacquero dalla dissoluzione degli Imperi Centrali, più che da una autonoma iniziativa dei loro abitanti, avevano origine dalla necessità di evitare il riarmo del Reich tedesco e di frazionare i territori che facevano prima parte dei tre imperi: Russo, Austroungarico e Ottomano, costruendo una fascia di Stati cuscinetto attorno alla Russia rivoluzionaria che era in piena guerra civile.

    1. Il disvelamento del conflitto

    I conflitti esistono ovunque si contrappongano bisogni che non possono essere soddisfatti contemporaneamente. Questa competizione può rimanere inespressa se una o più parti rinunciano a qualsiasi forma di rivendicazione, di solito perchè non hanno i mezzi per veder riconosciute le proprie aspirazioni. Esiste anche un conflitto costituente insanabile tra l’individuo desiderante e la realtà in cui è immerso, tra l’Io e il Mondo, tra le pulsioni e la realtà (Freud 2025). Già nei primi anni ’80 del secolo scorso, alcuni teorici come Foucault o Lasch avevano indagato le <tecnologie del Sé>, che producono l’individuazione in ruoli sociali categorizzati (Lazzarato 2022, p. 107), osservando come, nelle società consumiste, il conflitto era ormai inarrestabilmente traslato verso forme rivendicative di narcisismo. Nella lotta edipica dell’individuo contro il potere astratto, inteso come struttura organizzata della società-mondo, che impedisce il soddisfacimento del desiderio, viene nascosto il contrasto fra soggetti (prima si sarebbe detto fra autocoscienze o fra classi) che si sottraggono le risorse a vicenda. Il conflitto non è assente, perché risiede nell’esistenza dei bisogni contrastati, ma non è più visibile nella superficie dei comportamenti, i quali piuttosto che alla lotta collettiva tenderanno alla liberazione, ovvero al soddisfacimento individuale dei desideri (Lasch 1981) vissuti come diritti naturali. Il consumo diventa un diritto, così come la piena libertà di vivere esperienze, anche estreme.

    Farò un esempio che spesso tendiamo a ignorare: il conflitto capitale/lavoro. Per capitale intendiamo il datore di lavoro che anticipa il capitale variabile, ovvero gli stipendi; per lavoro intendiamo i lavoratori che percepiscono un salario in cambio della loro forza lavoro venduta su base oraria. Lo scopo del capitale è pagare il meno possibile la forza lavoro, adeguatamente qualificata ed efficiente, lo scopo dei lavoratori è essere pagati il più possibile, per lavorare il meno possibile durante un orario il più ridotto possibile.(3) Il conflitto fra interessi è sempre presente, ma emerge soltanto quando una delle due parti vuole ottenere un cambiamento a proprio favore. La possibilità di ottenere questo miglioramento di condizioni non dipende solo dal numero o dalla forza contrattuale delle due componenti, ma da condizioni ambientali e di contesto che cambiano il terreno di scontro e l’equilibrio vigente.

    Grazie all’introduzione di macchine che riducono la necessità di operatori umani per svolgere compiti anche complessi: il telaio meccanico, i robot nell’industria o l’Intelligenza Artificiale nella produzione di comunicazione informativa; subentra una diffusa disoccupazione tecnologica. Il capitale, viste le nuove condizioni, decide che può abbassare il costo del lavoro: troverà infatti molti disoccupati disposti a svolgere compiti semplificati dalla macchine, quindi più ripetitivi e meno qualificati, per una paga oraria inferiore. Come può rispondere il lavoro? Non lo so, ma sicuramente il conflitto diventerà visibile. Assisteremo a manifestazioni, scioperi, picchetti con bandiere e striscioni, articoli e servizi televisivi, interviste, dirigenti sindacali che chiedono aiuto alla politica, politici che promettono soldi alle aziende in cambio di nuova occupazione: i piani industriali con cui lo Stato finanzia il capitale. I soggetti coinvolti si organizzeranno per difendere i propri interessi con forme più o meno efficaci di lotta, cercando alleati e utilizzando ogni forma possibile di pressione, dalla visibilità mediatica alla intimidazione fisica. Alla fine il conflitto capitale/lavoro raggiungerà un nuovo equilibrio determinato dai rapporti di forza vigenti in quel preciso momento storico, tornando latente. Fino al momento in cui le condizioni ambientali e politiche cambieranno nuovamente.

    La prospettiva della liberazione propone di disertare quello scontro. Il movimento del ’77 individua l’obiettivo (ovviamente utopico a quell’epoca e anche oggi) della liberazione generalizzata dal lavoro salariato, ovvero la soddisfazione immediata del desiderio di non lavorare offerta dalle possibilità di uscita della forza lavoro dal mercato capitalista. Questa soluzione del conflitto capitale/lavoro ottenuta abbandonando il campo dello scontro, è ovviamente praticabile individualmente da una minoranza (esodo), ma non elimina le condizioni globali dello sfruttamento. Semplificando: se sei un operaio sfruttato, invece di organizzarti nel sindacato e lottare per condizioni migliori, licenziati e smetti di fare l’operaio. Fai l’artigiano, l’agricoltore, il libero professionista, il commerciante o il ladro; occupa case, organizza feste, sarai più felice.

    1. L’imperialismo non è mai morto.

    Quando le parti in conflitto non sono individui o gruppi, come le classi sociali, ma interi Stati che si contendono le risorse naturali e umane, osserviamo quelle che noi chiamiamo guerre, o conflitti regionali, da quando le guerre non si dichiarano più. Si tratta di rotture dell’equilibrio pre-esistente per raggiungere nuovi equilibri tra soggetti concorrenti.

    Gli Stati non sono persone con volontà autonome, anche se la propaganda politica ce li personalizza: la Cina è XI Jinping, La Russia è Putin, gli USA sono Trump e l’Italia è Meloni, la Francia Macron e così via. Ogni Stato rappresenta gli interessi delle classi egemoni di quel paese e gode di un consenso fra i suoi cittadini che viene misurato periodicamente con delle elezioni, di primo o secondo livello, che individuano la classe politica al governo. Gli interessi degli Stati sono quindi i bisogni diffusi di milioni di persone. Se le scelte interne ed internazionali tradiscono le aspettative delle èlite di un paese, quelle corrono ai ripari sostituendo le posizioni di comando, se c’è una democrazia con delle elezioni, altrimenti con un colpo di stato militare.

    Questo per dire che le guerre non originano dai capricci di presidenti impazziti, ma dalle intenzioni delle classi dirigenti che tutelano i propri interessi materiali. Sono sempre gruppi molto ampi con interessi comuni, solitamente economici, che lottano per le risorse e per mantenere il proprio ruolo egemone.

    Se uno Stato ha l’arma atomica e un altro no, raggiungeranno un certo equilibrio. Se anche il secondo ottiene l’armamento nucleare sarà portato a rompere il precedente equilibrio per stabililo su un nuovo piano di maggiore parità.

    Per questo da anni, soprattutto gli Stati Uniti conducono guerre preventive per evitare che nazioni a loro ostili sviluppino Armi di Distruzione di Massa, ovvero quelle stesse armi che essi possiedono. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento dei modelli matematici predittivi, i generali si sono messi a giocare con dei simulatori di conflitti in cui modellizzare diversi scenari di guerra per approfittare di ogni vantaggio strategico. La visione paranoica inserita in questi modelli matematici, plasmati dalla RAND corporation sul famoso dilemma del prigioniero (De Landa 1996), porta a temere ogni potere esterno come una minaccia, conduce dritti verso l’autodistruzione.

    Da decenni viviamo serenamente solo grazie alla deterrenza nucleare che assicura la fine dell’umanità come la conosciamo se la guerra dovesse davvero coinvolgere superpotenze nucleari come USA o Russia. Da circa dieci anni però, altri attori hanno sviluppato armi nucleari e vettori missilistici intercontinentali.

    L’uso della Intelligenza Artificiale, come capacità macchinica di operare scelte in ambito militare, è stata oggetto di sviluppo del Pentagono già negli anni ’80 e oggi è alla portata di molti complessi militari-industriali nel mondo che mettono alla prova le loro tecnologie nei teatri di conflitto più avanzati: quello Russo-Ucraino e quello Israeliano-Palesinese-Siriano-Iraniano-Yemenita-Libanese. Le tecnologie usate sul primo fronte rimangono quelle delle applicazioni informatiche e della comunicazione satellitare nella designazione degli obiettivi, con qualche uso dell’IA nella identificazione dei bersagli e per la guida autonoma dei droni d’attacco. Fra gli armamenti dell’esercito israeliano, invece, la più avanzata applicazione dell’IA è il sistema di individuazione degli obiettivi, basato sul’elaborazione di enormi quantità di dati accumulati e intercettati in tempo reale, che indica la posizione da colpire. La collaborazione del governo israeliano con Palantir, l’azienda privata di consulenza del governo statunitense in materia di sicurezza, non è nota fino in fondo, ma i software di identificazione dei bersagli operano allo stesso modo e sullo stesso tipo di dati di quelli del Pentagono.

    Le variazioni negli sviluppi tecnologici suddetti, cambiano gli equilibri dell’ambiente in cui i conflitti preesistevano, generandone la manifestazione visibile, ovvero la guerra con le sue conseguenze più drammatiche di morti, distruzioni, carestie, migrazioni.

    Quando descriviamo il susseguirsi delle diverse civiltà nella storia ci riferiamo al dominio, solitamente militare, che alcuni popoli esercitavano sugli altri grazie alle tecnologie usate per combattere e difendersi. I conflitti emergono oggi dalla crisi del sistema coloniale e neocoloniale che ha segnato gli ultimi cinquecento anni di storia. Crisi non significa scomparsa ma evoluzione, cambiamento, il cui esito non è determinato.

    1. Guerra sia all’aristocrazia

    Nel paragrafo precedente ho portato alcuni esempi di come una evoluzione dell’ambiente porta a dei mutati equilibri fra bisogni in conflitto fra loro. L’introduzione di tecnologie come le armi nucleari, i vettori missilistici ipersonici, i droni a guida remota o autonoma, le piattaforme di aggregazione ed elaborazione dei dati per la profilazione e l’identificazione predittiva degli obiettivi, ci dispiegano i vecchi conflitti in nuove forme.

    Lo sviluppo tecnologico, ben saldamente controllato da pochi grandi azionisti e dalle élite ormai globalizzate, fornisce ai fortunati e abili nuovi aristocratici l’opportunità di non dover più scendere a patti con quelle istituzioni democratiche che per un certo periodo, diciamo corrispondente alla seconda metà del XX secolo per noi Europei, aveva garantito l’ingresso delle masse nella vita politica degli Stati, da cui prima erano tenute ai margini. Quella ubriacatura di democrazia liberale, talvolta colorata di socialismo, sembrava destinata al tramonto già con l’evento che segna l’apertura del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. Al suo posto, già da qualche anno si è affermato qualcosa di diverso dalle democrazie liberali: il tecnofeudalesimo.

    Noi esseri umani non abbastanza intelligenti e non abbastanza ambiziosi per metterci al sevizio dei nuovi potenti, non abbastanza ricchi per vivere in vacanza tra viaggi e divertimenti, non abbastanza giovani e belli da poterci prostituire, non abbastanza talentuosi da esibirci per un vasto pubblico pagante, non abbiamo nessuna possibilità di guadagnarci un posto da cortigiani, per frequentare la nuova aristocrazia e diventarne parte. La separazione fra classi sociali è rimasta ben salda e la mobilità è ridotta ai pochi casi citati. Tutti noi, i molti, dobbiamo ancora sperare di vendere il nostro tempo in cambio di denaro per poter vivere la nostra semplice vita. Chi, invece, può pagare molti umani per convincerli a fare ciò che gli è utile, anche senza produrre nulla, fa parte dei pochi e forma l’aristocrazia, indipendentemente da come ha avuto il denaro: spesso lo ha soltanto ereditato (4).

    meme dall’intenet

    La capacità di vendere servizi agli Stati, di estrarre profitti dalle aziende produttive e commerciali e dalle transazioni dei singoli utenti, godendo di un vantaggio tecnologico che rasenta il monopolio è stata definita Capitalismo della sorveglianza (Zuboff 2019), Gigacapitalismo (Staglianò 2022, p. 38) o Tecnofeudalesimo (Varoufakis 2023). I proprietari privati delle infrastrutture più avanzate tecnologicamente, in grado di catturare ed elaborare l’enorme massa di informazioni e dati prodotti mediante le tecnologie digitali, sono quindi in grado di dominare i mercati a discapito dei capitalisti(Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Il termine tecnofeudalesimo è stato usato da vari opinionisti prima ma l’economista Yanis Varoufakis ne dà una accessibile spiegazione in un suo saggio (Varoufakis 2023, p. 115). La forma più avanzata di accumulazione di ricchezza non è più l’estrazione di plusvalore dal lavoro, come nel capitalismo industriale descritto da Marx fra gli altri, ma una rendita di posizione basata sulla proprietà. Questa deve essere necessariamente enorme, come avviene nella finanza e nella rendita immobiliare o fondiaria. Ciò non significa che le precedenti forme siano scomparse. Esiste ancora la rendita fondiaria, magari raccolta, invece che da latifondisti con titoli nobiliari, da società per azioni con sede in paradisi fiscali come Cipro o il Lussemburgo. Così esiste ancora il capitalismo industriale, ma questo assume una scala sempre più grande che tende al monopolio (Sylos Labini – Caravani 2024, p. 330), come nel campo automobilistico o dei semiconduttori, agro-alimentare, farmaceutico, ma anche nel meno noto delle multiservizi privatizzate. Anche il settore apparentemente plurale e innovativo delle startup è in realtà alimentato da flussi di capitale d’impresa (Venture Capital) forniti dai grandi fondi di investimento o dalle solite multinazionali dominanti, che si appropriano dei profitti del settore produttivo. Insomma, all’interno del panorama globale dell’economia, il capitalismo classico, quello imprenditoriale, è in forte crisi mentre emergono quei settori finanziari e tecnologici in grado di appropriarsi della maggior parte del valore sotto forma di rendita e profitti speculativi (Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Ciò che sovrasta il capitalismo, il tecnofeudalesimo, è un sistema di estrazione della ricchezza dai suoi produttori, ovvero dalle imprese e in ultima analisi dai lavoratori, coloro che realmente producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

    Rispetto all’analisi di Varoufakis e di altri autori che trattano il tema del valore-dato (Gambetta 2018, p. 63) ovvero del valore intrinseco dei dati, personalmente non ritengo che gli utenti producano valore modulando i dati che poi vengono catturati dai proprietari dei servizi usati. I dati sono a mio parere materie prime abbondanti come l’acqua: finchè queste non viene estratta, accumulata, immagazzinata e distribuita, non ha alcun valore d’uso né economico. I dati, a mio avviso, sono un prodotto del sistema di misurazione e immagazzinarli, conservarli, processarli e interpretarli comporta dei costi. L’informazione non catturata non ha quindi nessun valore di partenza che venga estratto. Il dato registrato, però, confrontato con quelli già posseduti dall’operatore e processati dal sistema, con ulteriori costi per le macchine, l’energia e lavoro umano degli analisti, fornisce una nuova informazione sintetica. Questo profilo descrive l’utente e alcune sue caratteristiche, tra cui la posizione in tempo reale e le sue attività su internet, le sue comunicazioni, i pagamenti effettuati. Le agenzie che accumulano i dati possono confrontarli e indagare le relazioni fra utenti: una sorta di schedatura approfondita generalizzata. La profilazione e l’intercettazione personale sono ambite dalle agenzie di sicurezza, dai governi, ma anche dalle aziende commerciali che comprano dati aggregati a scopo pubblicitario e per mostrare annunci personalizzati. Google, Meta, Amazon e TikTok ottengono quasi la metà della spesa mondiale nella pubblicità online (Staglianò 2022, p. 62). I dati processati, la possibilità di interazione con l’utente, la sua attenzione (Laghi 2025, p.15), sono le merci/servizio che hanno valore e che vengono vendute. L’utente non ha nessun diritto di proprietà da accampare sui suoi dati, può solo evitare che vengano prelevati, rinunciando però ad agire, mostrarsi, muoversi, comprare, comunicare in rete e nel mondo fisico. Chi paga le rendite ai signori tecnofeudali non sono i semplici utenti, a cui il più delle volte vengono offerti servizi gratuiti, ma gli inserzionisti: i governi e gli organismi politici per la propaganda, gli imprenditori per vendere merci e servizi ed essere visibili nella rete. Sono tariffe, spesso esentasse, che vengono riscosse da operatori privati per poter svolgere attività produttive e commerciali sul territorio-rete, per essere visibili, per poter “incontrare” i compratori. Solo Francia e Regno Unito tassano le piattaforme al 2% dei fatturati.

    Nelle forme del post-capitalismo (Wark 2019, p.42) le aziende non svolgono solo funzioni produttive ma, come al tempo delle Compagnie delle Indie, queste enormi aggregazioni concessionarie svolgono attività di dominio, di governo e di governance, attuando quel soft-power che permette la colonizzazione culturale e ideologica. Emittenti televisive satellitari o piattaforme di distribuzione audiovisiva, servizi per il cloud, compagnie aeree o di spedizioni navali, agenzie di rating, banche di investimento e per il credito al consumo, produzioni audiovisive e musicali, infrastrutture logistiche commerciali, servizi per le aziende e le amministrazioni, industrie militari e di cybersicurezza, compagnie telefoniche o internet satellitare, sono solo alcuni esempi di aziende private con un elevato valore strategico.
    Quando queste funzioni vengono incorporate in strumenti di misurazione, previsione e intervento apparentemente slegati da processi decisionali umani, ormai in quasi tutti gli ambiti dell’economia e dell’amministrazione, possono essere definite
    governamentalità algoritmica , un concetto coniato dal filosofo Bernard Stiegler (Stiegler 2019).

    I governi appaltano alle grandi multinazionali tecnologiche alcuni servizi in modo che non siano sottoposti al controllo democratico delle istituzioni. Le aziende spingono con attività lobbistiche, quasi del tutto legali, la amministrazioni ad affidargli in appalto i servizi alle loro condizioni. Funzioni dello Stato vengono assegnate a enti privati sussidiari, come assicurazioni sanitarie e previdenziali, banche di investimento, agenzie spaziali, università private e ospedali, compagnie minerarie e compagnie militari private. Questo connubio fra Stato e privati é comune in ogni parte del mondo, perfino nella Cina comunista, e si delinea come la struttura di governo economico-politico attualmente prevalente, in cui emerge una aristocrazia patrimoniale.

    Le manifestazioni “No Kings” esplose negli USA contro Trump prendono atto tardivamente di un processo attivo da più di venti anni, in cui il problema non è solo il nuovo capriccioso ed eccentrico sovrano assoluto, ma tutta la schiera molto numerosa di cortigiani, tanto repubblicani quanto democratici, che vivono di privilegi grazie agli incarichi della corte. Cosa sono gli incarichi della corte? La spartizione delle rendite attraverso dividendi azionari e falsi lavori più o meno di lusso (Graeber 2018) utili soltanto a riprodurre la classe al potere. Certo, cambiato l’inquilino della Casa Bianca molti funzionari progressisti che operavano nel vasto sistema di governance internazionale come USAID si sono trovati in disgrazia, ma questo non basta a provocare una rivoluzione. Più facile che si assista ad una mutazione nell’ideologia dei cortigiani per conservare le posizioni di privilegio.

    Negli anni passati i liberali di sinistra hanno favorito la trasformazione del capitalismo in crisi in un tecnofeudalesimo, conquistando per i loro rampolli progressisti carriere di successo nella finanza e nella Silicon Valley grazie a percorsi universitari d’eccellenza. Era la retorica della meritocrazia che nascondeva il privilegio dei percorsi di formazione esclusivi ed escludenti (Abranavel 2021, p 160). Oggi le destre vincono le elezioni in quasi tutto il mondo cosiddetto democratico, cavalcando il malcontento delle classi popolari e il più becero razzismo che le anima, abbandonando la borghesia liberale che non è più in grado di mascherare con le buone intenzioni dello sviluppo sostenibile gli interessi di classe delle élite. Come cento anni fa, gli Stati tornano all’hard power del controllo militare dopo l’infatuazione, tutto sommato breve, per discorsi di pace, diritti umani e tutela dell’ambiente. Ricordiamo che negli USA i diritti civili ai cittadini non bianchi sono stati concessi nel 1965, in Sudafrica nel 1994 e nella odierna Israele ancora i cittadini palestinesi sopravvissuti non godono dei diritti civili e politici.

    L’aristocrazia ha abbandonato la maschera del liberalismo e dei diritti umani, visto che supporta il genocidio operato dallo Stato di Israele, l’arruolamento forzato degli uomini ucraini, mandati a morire in trincea a migliaia ogni mese, l’uccisione di politici, giornalisti, scienziati e militari in paesi non belligeranti. Parimenti i liberali rinunciano anche alla retorica del benessere diffuso, per arroccarsi in un rinnovato nazionalismo militarista, in reazione ad una crisi del capitalismo difficilmente evitabile. Emerge così l’opportunità del conflitto popolare contro i ricchi e i loro cortigiani. Le guerre e i sacrifici imposti per sostenerle hanno reso di nuovo attuale il conflitto di classe.

    1. Chi sono gli aristocratici e i loro cortigiani.

    Malgrado delle avvisaglie ci siano state già nel 2011, con i vari movimenti Occupy, la generica identificazione di quell’1% di privilegiati, rispetto al blocco popolare costituito dal 99% dei cittadini, non ha aiutato a definire le parti in conflitto per la distribuzione delle risorse. I ricchi negli Stati Uniti sono ben più dell’1% e in un fortunato articolo sul The Atlantic, Matthew Stewart(5) li ha definiti come la nuova aristocrazia del 9,9%. Anche negli altri paesi con un reddito pro-capite medio-alto, il 10% più ricco della popolazione comprende milioni di persone che formano anche l’elite intellettuale delle nostre democrazie liberali. I cosiddetti opinion-maker fanno parte dell’aristocrazia o lavorano alle sue dipendenze. Politici, giornalisti, accademici, produttori, registi, editori, sono la diretta espressione di questa nuova plutocrazia e selezionano l’accesso alle carriere degli aspiranti professionisti della cultura. Per essere degni di ottenere un ottimo reddito, anche se precario fino all’età matura, bisogna dimostrare una inflessibile fedeltà ai valori e agli interessi della classe dei possidenti. Le famiglie, in cui ricorrono spesso i cognomi di un secolo fa, possono aver cambiato identità politica, abbracciando ideali democratici e anche socialisti in alcuni periodi, quando conveniva, ma hanno sempre perseguito la conservazione e la riproduzione del loro ceto sociale. Possono emergere, grazie a dei talenti particolari, nuovi membri delle elitè, come sempre è stato, mentre altri decadono, rimanendo ai margini e dovendosi adattare a ruoli meno ambiziosi.

    Visto che parliamo di una aristocrazia del denaro che si trasmette attraverso il patrimonio e non attraverso le linee di sangue, proporrò un metodo semplificato per individuare le classi sociali, basato sui patrimoni piuttosto che sui redditi o le professioni, adattando le categorie formulate a suo tempo da Sylos Labini nel suo saggio del 1974 (Sylos Labini 2015) e aggiornate dal più recente saggio di Giorgio Ardeni (Ardeni 2024).

    Fonte Banca d’Italia 2024

    In questi ultimi cinquanta anni, come hanno osservato molti economisti e sociologi(4) tra cui Thomas Piketty, la globalizzazione ha portato una polarizzazione (Piketty 2014, p.550) gravemente acuitasi dal 2010 al 2016 (Banca d’Italia 2024, p. 12), erodendo il potere d’acquisto della piccola borghesia includendovi però gran parte dei lavoratori, ed espandendo l’alta borghesia di milionari che possiamo oggi associare alla nuova aristocrazia. Il dato da osservare è la divergenza tra ricchezza mediana (in forte calo) e la ricchezza media (in costante crescita) in un ambito di stagnazione dei redditi e del PIL. A mio avviso le categorie della fonte di reddito non ci sono più utili a individuare le classi, anche perchè le zone d’ombra sono larghissime, mentre la condizione cetuale risulta più adeguata a descrivere macrocategorie affini anche culturalmente.

    In sostanza abbiamo quattro macro-classi, in base al patrimonio individuale formato da beni immobili, durevoli e denaro, fondi o azioni (Patrimonio):

    1. I Super ricchi: i sovrani, i principi tecnofeudali. Quello 0,001 % di popolazione che accentra enormi proprietà, un potere personale enorme e riesce a contrattare direttamente con i governi. La loro ricchezza però è spesso solo nominale in quanto calcolata sul valore azionario degli asset posseduti, non su beni immobiliari e durevoli. Patrimonio > 10 Mln €/$
    2. L’alta borghesia che qui definiamo aristocrazia del 9,99%, che fornisce l’elite economica, gli culturale, dei professionisti, degli imprenditori, degli amministratori pubblici e privati. Possiedono la quota maggioritaria della ricchezza mondiale(6) assieme ai pochissimi miliardari. 1 Mln €/$< Patrimonio < 10 Mln €/$
    3. La piccola borghesia, o ceto medio, che deve lavorare per vivere che oggi ingloba anche operai e lavoratori dei servizi che vendono la propria forza lavoro. Sono circa l’80% della popolazione, visto che la mediana della proprietà individuale si assesta nei paesi europei più ricchi, tra cui l’Italia (Pa mediano 150.000€), fra i 100 e i 300 mila euro. 50.000 €/$< Patrimonio < 1 Mln €/$

    4. I poveri che vivono di lavori saltuari e/o assistenza pubblica e welfare familiare. Prima venivano definiti sottoproletariato e vivevano in condizioni miserevoli, oggi sono in gran parte immigrati di prima generazione. Sono circa il 10% della popolazione nelle economie avanzate. Patrimonio < 50.000 €/$.

    Secondo una classificazione di questo tipo, emerge la trasformazione del proletariato, ovvero di quella classe lavoratrice povera che costituiva fino a metà del XX secolo la maggioranza della popolazione dei paesi industrializzati: la classe operaia e i contadini. “La cetomedizzazione continua, puntando però verso il basso”(Ardeni 2024, p. 103). L’evoluzione tecnologica ha fatto sì che gli operai abbiano conquistato condizioni salariali equiparabili, quando non migliori, degli impiegati dei servizi (Ardeni 2024, p. 100), che nel frattempo si sono espansi fino a superare il 70% dei posti di lavoro. La popolazione è generalmente invecchiata, raggiungendo numeri record di pensionati, in Italia circa 18 Mln di cittadini (8) di poco inferiori agli occupati totali che sono 24 Mln(9), che generano la spesa rispetto al PIL più alta di tutti i paesi OCSE.

    Nel resto del mondo non OCSE le diseguaglianze sono invece maggiori, in quanto nei paesi più popolosi e di recente sviluppo permane una ampia maggioranza di lavoratori poveri e una ristretta minoranza di ricchissimi, mentre si sta costituendo rapidamente una piccola borghesia. Ovvero quel processo di trasformazione degli operai e contadini poveri in piccola classe media, attuatosi negli ultimi 50 anni nel primo mondo, sta attuando ora, come conseguenza del rapido sviluppo economico globalizzato, in atto da almeno venti anni. La piccola borghesia di quei paesi poveri è ancora minoritaria e alleate delle élite.

    Fonte World Inequality Report 2026

    1. I soggetti in conflitto.

    Il socialismo è nato insistendo sulla frattura, accentuata dal primo capitalismo industriale, fra lavoratori e proprietari. Marx scriveva nel 1948:

    La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. (Marx-Engels 1983, p.55)

    I lavoratori erano la maggioranza ed erano poveri, la loro cultura era ancora quella tradizionale e contadina della comunità territoriale e religiosa. Poi il capitalismo è entrato in crisi, nella seconda metà degli anni ’70 del novecento (Mazzetti 2016), proprio perché aveva svolto il suo ruolo storico di portare fuori dalla miseria le popolazioni del primo mondo. Il conflitto di classe vero e proprio ha segnato la sconfitta dei lavoratori, con il passaggio al neoliberismo degli anni ’80 (Lazzarato 2022). Dopo quaranta anni di neoliberismo possiamo concordare sul fatto che oggi, come disse Margaret Tatcher:”come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie.”(10) Per i valori condivisi, attualmente ricchi e poveri concordano in un unico orizzonte di senso, quello dei ricchi. Il valore del successo individuale prevale ovunque. Il che non significa che il conflitto fra classi sia scomparso ma, come previsto anche da Marx nel Manifesto, alcuni elementi di socialismo, attuati anche dai fascismi e dalle democrazie liberali nel corso del ‘900, hanno portato i lavoratori a rivendicazioni esclusivamente individuali ed economiche, trasformandoli appunto in piccoli borghesi.

    “Una seconda forma di questo socialismo [borghese NdA], meno sistematica e più pratica, cercava di togliere alla classe lavoratrice ogni tentazione rivoluzionaria, sostenendo che a giovarle avrebbe potuto essere non un qualsiasi mutamento politico, ma solo un mutamento delle condizioni materiali di esistenza, dunque dei rapporti economici. Per mutamento delle condizioni materiali di esistenza questo tipo di socialismo non intende però in alcun modo l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo con la rivoluzione, ma miglioramenti amministrativi che restino sul terreno di questi rapporti di produzione; che dunque non tocchino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che semmai nel migliore dei casi alleggeriscano alla borghesia i costi del suo dominio e semplifichino il bilancio del suo Stato.”(Marx-Engels 1983, p. 85)

    Ma chi dice che la classe piccolo borghese non possa essere conflittuale o rivoluzionaria? In passato è stata la preziosa alleata dei conservatori, delle monarchie e dei fascismi contro gli operai e il socialismo, ma anche la beneficiaria della socialdemocrazia (Macaluso 2013, p 61). Oggi il socialismo non è più un pericolo e gli operai sono diventati i piccoli borghesi, piccoli proprietari, individui consumatori. Questa classe media, ormai maggioritaria nel Global North, vede frustrate le sue aspirazioni al benessere; viene impoverita e precarizzata dalla crisi del capitalismo industriale e del sistema neocoloniale che ne aveva permesso l’enorme crescita; inizia ad esprimere una conflittualità contro quell’alta borghesia che, per le sue caratteristiche di esclusività, si sottrae alla mobilità sociale diventando, appunto, aristocratica. Nel periodo che va dal 2010 al 2016, in Italia ad esempio, la mediana dei patrimoni personali, ovvero dalla ricchezza posseduta mediamente dalla maggioranza dei cittadini è calata del 25% passando da 200.000 a 150.000 euro pro capite. (Neri – Spuri – Vercelli 2024, p. 12).

    Il maggiore antagonista della nuova aristocrazia è quindi proprio la classe media impoverita, che ne condivide i valori ma compete per le risorse materiali che gli vengono sottratte: mediante lo sfruttamento del lavoro, attraverso la rendita e i meccanismi del debito. Le professioni, un tempo redditizie, che sono state devastate dall’avvento di Internet e delle piattaforme e che continueranno ad essere sfalciate dall’uso massiccio dell’IA (Bellucci 2021), erano quelle del commerciante, del giornalista, del pubblicitario, dell’editore, del dirigente pubblico, del bancario. Al loro posto fioriscono fattorini, magazzinieri, cassieri, operatori al PC, stagisti, informatici precari, camerieri e banchisti in un panorama di sottoccupazione diffusa (Brancati – Carboni 2024, p.10).

    Come nell’ancien régime, i signori tecnofeudali e l’aristocrazia della rendita vivono sontuosamente a spese dei lavoratori. I ricchi sono comunque dei parassiti. Quei lavoratori, che talvolta vengono retribuiti molto bene, in quanto fedeli cortigiani e amministratori delle grandi proprietà, potrebbero facilmente sostituire l’aristocrazia, visto che effettivamente svolgono tutti i ruoli necessari alla riproduzione sociale, se solo avessero il controllo delle infrastrutture logistiche e tecnologiche. L’ostacolo a questa “rivoluzione” è proprio il monopolio della cultura e dei saperi tecnici elevatissimi che permettono all’aristocrazia di risultare indispensabile. È attraverso il monopolio dei percorsi di formazione esclusivi che le classi aristocratiche mantengono il dominio e i canali preferenziali per occupare i ruoli dirigenziali militari, della finanza, dell’industria tecnologica, delle università e della politica.

    L’ideologia che in questi ultimi trenta anni ha irretito la piccola borghesia è quel mito del successo e del merito che, attraverso una abile propaganda, rinnovava lo stantio e fallace mito dell’American dream in salsa europea, con la generazione erasmus e gli esempi dell‘imprenditoria giovanile finanziata dai bandi UE. Una versione neoliberista e precaria del capitalismo assistito dalla Cassa del Mezzogiorno della Prima Repubblica in cui, ovviamente, la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono arrivati all’alta borghesia con i ruoli imprenditoriali e direzionali, distribuendo ai dipendenti contratti a progetto e co.co.co che duravano il tempo del finanziamento.

    L’aristocrazia, durante gli anni della globalizzazione, si era ammantata di valori progressisti come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e delle minoranze, l’inclusività sociale, perché quelli erano i valori fondanti delle democrazie liberali attraverso cui governavano. Oggi l’aristocrazia tecnofeudale si è convertita rapidamente al militarismo della destra populista e nazionalista, per raccogliere il consenso delle classi medie impoverite, dei pensionati e dei poveri veri e propri, che si sentono minacciati dai nuovi poveri diversi da loro, gli immigrati. Le strategie comunicative della propaganda politica mirano a ottenere il consenso nella forma democratica delle elezioni, ma non è per nulla detto che questa forma persisterà nel momento in cui la borghesia lavoratrice dovesse trovare dei riferimenti politici antagonisti all’aristocrazia, che per sua natura è minoritaria. Di fronte alla prospettiva di perdere il potere con elezioni, l’aristocrazia potrebbe sospendere la dialettica democratica con l’occasione, ad esempio di una o più guerre. Ci stiamo preparando a questo, no? Il Segretario Generale della NATO dice entro il 2030.(11)

    1. L’ecosistema.

    I soggetti politici attuali non sono più monolitici e ideologici. All’interno di uno stesso schieramento di interessi convivono molteplici posizioni che coprono un vasto panorama di identificazioni individuali. Destra e sinistra si oppongono fra nazionalisti, transfemministe, tradizionalisti, antifascisti, libertariani, antispecisti, sionisti, ecologisti, oltre a tutte le ideologie politiche fiorite negli ultimi duecento anni. Ogni “partito”, inteso come parte organizzata, individua un nemico, un antagonista nel conflitto esistente o rappresentato. Se ci manteniamo fedeli a una lettura materialista della società, non ci faremo distrarre dalle molteplici narrative proposte, perché ciò che per noi identifica la faglia del conflitto sono gli interessi materiali, non l’ideologia manifesta. Chi lavora e vede i ricchi appropriarsi del frutto del suo lavoro vive il conflitto di classe, anche se nel suo animo parteggia per gli aristocratici e da loro si sente protetto. Il lavoratore sceglie di non manifestare quello scontro perché si percepisce, e in effetti è, debole di fronte alla conservazione del potere, tanto da implorare di essere utile al ricco per procurarsi il poco che gli occorre per vivere. Finché c’è benessere le rivoluzioni non avvengono e i valori del gruppo egemone vengono condivisi da gran parte della società, ma è nelle crisi e dalle guerre perse che emergono nuovi equilibri e la possibilità di immaginare altre forme della vita.

    L’attuale recrudescenza dello scontro militare in Medio Oriente, come anche in Europa e nell’America Latina, con l’aggressione militare al Venezuela bolivariano, esplicita nel dichiarare la causa nella nazionalizzazione delle risorse petrolifere del 1976, chiarisce gli schieramenti interni ai nostri paesi alleati. La retorica del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli ha lasciato il passo agli interessi nazionali, con trasparenti coinvolgimenti dei privati nell’industria estrattiva, bellica e tecnologico-strategica del controllo e della propaganda. La forza prevale sulla forma. Per i governi nessuna giustificazione morale deve più nascondere la guerra imperialista. Si tratta solo di valutare costi e benefici. Costi per i cittadini lavoratori e benefici per l’aristocrazia proprietaria, assumendosi dei rischi. In questo scenario brutale si definiscono ecosistemi di potere: organizzazioni muoiono, nascono, si trasformano.

    Le aristocrazie europee al potere, non conservatrici ma a loro modo rivoluzionarie, hanno già conquistato le istituzioni democratiche tramite quelle non democratiche: la NATO e l’UE ma anche la BCE, le banche di investimento e le altre istituzioni economiche private. Il processo di unificazione europea è stata una rivoluzione dall’alto. Attorno a quei centri di potere si diffonde un ecosistema di vassalli alla ricerca di benefici, in cambio di fedeltà. Il flusso di denaro che raggiunge ogni angolo della periferia si chiama oggi PNRR, domani Rearm EU. Il connubio tra Stati e potere economico è strettissimo. Nel nostro piccolo possiamo vedere i nostri datori di lavoro affannarsi per ottenere qualche bando di finanziamento e assistiamo all’inerzia di chi spera almeno di vedersi pagare gli stipendi o di ottenere un lavoro a tempo determinato, anche se alla condizione di una sempre maggiore dipendenza dai bilanci della guerra. Questo è l’ecosistema del potere e si nutre del bisogno di sicurezza, economica in primis, di milioni di persone. Ma dov’è l’ecosistema alternativo, che potrebbe esprimere un progetto pacifico di vita e prosperità condivisa, espropriando le proprietà private dell’aristocrazia che ci sta conducendo alla guerra?

    In questo momento storico abbiamo la possibilità di identificare quelle organizzazioni che sono materialmente in conflitto con l’ecosistema aristocratico e, se vogliamo avere una speranza di miglioramento nelle nostre condizioni di vita, dobbiamo entrare a farne parte. Non come simpatizzanti, attivisti da tastiera, seguaci da social. Bisogna entrare a fare parte di organizzazioni reali sostenendole con quote associative, donazioni, lavoro volontario, partecipazione alla vita interna e alla decisionalità. Far crescere le organizzazioni dei lavoratori contro le organizzazioni della rendita. Non c’è un solo soggetto di riferimento ma ce ne sono molti che dovranno poi saper comunicare in modo funzionale (Nunes 2025, p. 228). Partiti, sindacati, associazioni, comitati, piccoli gruppi di amici e singoli formano l’ecosistema trasformativo che mira a costruire un futuro migliore, possibile e senza classi di privilegiati. Le loro identità sono molteplici, le strutture organizzative da rinnovare, gli organizzatori da formare, le narrative da inventare.

    Non c’è bisogno di dirlo, attualmente l’ecosistema del potere è immensamente più forte e ramificato della sinistra trasformativa. Le risorse sono saldamente nelle mani dell’alta borghesia e finché questa non vacilla troverà ancora professionisti disposti a sostenerla in cambio di uno stipendio. La dialettica democratica è quasi ovunque sospesa in Europa e il sostegno diffuso alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen e ai suoi piani di guerra lo dimostra. Il cognome preso dal marito, tra l’altro, chiarisce la vicinanza familiare alla vecchia aristocrazia dell’ancien régime. Curiosamente estrema destra e estrema sinistra convergono nella critica alle politiche imperiali dell’UE, per differenti ragioni ma per un comune atteggiamento antisistema.

    Le stesse categorie di sinistra e destra risultano oramai usurate riferendosi a schieramenti identitari in cui oggi c’è di tutto (Neiman 2025, p. 16). La destra è sia liberale che sociale, nazionalista e filostatunitense oppure, anticinese e filo-israeliana, ultra-liberista e statalista, per la famiglia tradizionale ma contro il cristianesimo sociale. La sinistra è parimenti frammentata fra liberali progressisti, socialdemocratici per l’ecologismo etico, comunisti di varia tradizione e anarchici libertari. Tutte identità attualmente incapaci di affrontare efficacemente l’esistente per trasformarlo e sopratutto incapaci di confrontarsi e cooperare tra loro.

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l’unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell’ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l’interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione.

    Per accumulare potenza occorre un progetto trasformativo esplicito, come è stato il socialismo più di cento anni fa: l’idea di una società senza classi in cui non ci siano oppressi e oppressori ma un’unica comunità umana. Oggi sappiamo che questo è un orizzonte, una tensione, un obiettivo verso cui tendere, proprio nel momento in cui le masse si arrendono ad accettare la legge del più forte: il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti, il benessere consumista in cambio della perdita della libertà.

    Il ruolo storico delle organizzazioni oggi è costruire l’infrastruttura di mediazione e direzione dell’ecosistema trasformativo (Nunes 2025, p. 99) Quello della mediazione fra le diverse identità sociali è necessariamente il ruolo delle organizzazioni più forti, strutturate e diffuse territorialmente. La nascita di nuove forme di partito politico che possano svolgere questa funzione è ovviamente un’altra possibilità da esplorare.

    1. Conoscere l’arte della guerra.

    Vincere senza combattere è il culmine della scienza militare (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 104), ma perché ciò sia possibile bisogna padroneggiare tutti gli elementi della guerra (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Trattandosi di un conflitto materiale fra lavoratori e aristocrazia del denaro, ma non di uno scontro militare vero e proprio, ciò che rappresenta il terreno sono le condizioni storiche di vita dei gruppi sociali. Conoscere le condizioni sociali è quindi indispensabile per poter progettare strategie efficaci. Il precedente capitolo sulle strutture di classe intende proprio evitare di basare la propria azione su una interpretazione della società che poteva essere corretta cinquanta anni fa ma che oggi non lo è più. La conoscenza di sé e del nemico porta al vantaggio strategico che permette di vincere (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Tale è l’importanza delle informazioni alla cui raccolta e valutazione va dedicata la massima attenzione da parte degli strateghi.

    “Coloro che padroneggiano la forma possono sconfiggere ogni avversario adattandosi alla sua forma. Usare una sola forma di vittoria per sconfiggere tutti gli avversari non è possibile. Il principio per la vittoria è unico, ma le tecniche concrete devono essere molteplici.” (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 297)

    Questo principio concorda con il pensiero di Rodrigo Nunes per cui la forza prevale sulla forma e per ottenere successi vanno applicate molteplici forme organizzative (Nunes 2024, p. 100). Altra conoscenza antica è che la guerra si vince con la logistica. Una mancanza di risorse in una delle due parti ne comporta la immediata capitolazione.

    Immaginiamo cosa significhi essersi trovati in Grecia nel 2015 con le banche che bloccarono i prelievi per far rispettare le condizioni capestro della BCE. I ricchi greci erano tutti a Londra e nelle città europee o statunitensi, ma i poveri non avevano il denaro per fare la spesa. Questa mossa distolse Alexis Tsipras dall’attuare il suo piano di contrattacco, racconta Yanis Varoufakis, che all’epoca era Ministro delle Finanze. Quella fu una dimostrazione di forza delle banche, ma l’aristocrazia della rendita è anche estremamente vulnerabile: ha bisogno di stabilità per appropriarsi della ricchezza. Di fronte ad una crisi vera le borse crollano, le bolle speculative scoppiano, la fiducia in guadagni futuri scompare e il potere del denaro arretra di fronte alla forza delle armi.

    Nella preparazione di un conflitto contro l’aristocrazia del denaro bisogna accumulare potenza, tutto qui. Con ogni mezzo necessario vanno aggregati i migliori strateghi, le più ampie masse di manovra e alleati potenti. Per fare questo serve anche il denaro. Bisogna costruire un contro-potere che sia in grado di organizzare la società meglio di come è organizzata ora. Convincere le forze produttive e la maggioranza delle popolazioni che la trasformazione attesa sarebbe vantaggiosa, per tutti coloro che vengono sfruttati, anche se non sono poveri, riportando la proprietà delle infrastrutture produttive a chi lavora.

    1. Un programma minimo.

    Gli obiettivi devono essere pochi, semplici e condivisi, non molteplici e frazionati in identità contrapposte come sono ora. Le differenze esistono, ma solo ciò che è comune porta all’unità. L’estrema radicalità e l’utopismo nelle rivendicazioni portano inevitabilmente al settarismo e all’isolamento, quindi all’impotenza. Stiamo rappresentando l’obiettivo di classi sociali formate dal 90% della popolazione, non di una minoranza idealista e radicale. La minoranza, come scriveva Marx, deve mettersi al servizio “nell’interesse dell’enorme maggioranza”(Quirico – Ragona 2018, p 19), non il contrario, cercando il consenso democratico attorno alle riforme strutturali, verso una via italiana al socialismo (Macaluso 2013, p. 60) che oggi non può che essere integrata in Europa.

    Se il potere dell’aristocrazia è fondato sul denaro, l’obiettivo è togliergli il denaro, con i mezzi che già esistono.

    Tassare i ricchi, espropriarli e rendere le banche e le grandi aziende strategiche proprietà pubbliche, comuni, nella forma di cooperative o società con azionariato diffuso. I lavoratori devono avere la proprietà delle aziende per cui lavorano. Le infrastrutture di comunicazione (strade, trasporti, reti di distribuzione e telematiche) devono tornare pubbliche, sotto il controllo democratico dei cittadini. Alla popolazione va garantito lavoro dignitoso, con orari brevi che permettano di conciliare i tempi di vita (Mazzetti 1997). Non vogliamo più denaro per comprare oggetti superflui ma la possibilità di fare a meno del denaro (Mazzetti 1992), svincolando la soddisfazione dei bisogni dal mercato: abitazione, istruzione, salute, trasporti. Questo è possibile anche trasformando l’attuale forma del denaro, facilmente tesaurizzabile, in una moneta di consumo utile solo alla circolazione(12), che non sia possibile accumulare oltre una certa cifra o portare all’estero, e che non produca interessi (Bossone – Cattaneo – Grazzini – Sylos Labini 2015). Un esempio già esistente sono le attuali “social card” o “carta acquisti“, attraverso cui attualmente lo Stato italiano eroga miserevoli sussidi (500€ all’anno o 40€ al mese), carte di debito che erogano una somma fissa non cumulabile. Questi sistemi di pagamento già in uso garantiscono la possibilità di uscire in pochi giorni dal sistema di pagamenti europeo dell’Euro. Interessante in proposito il sistema statale brasiliano per i pagamenti elettronici PIX a cui si ispira il progetto dell’Euro Digitale, resilienti in caso di fallimento delle banche. La catastrofe della guerra verso cui ci stanno portando è l’unica possibilità che abbiamo per veder crollare l’aristocrazia del denaro. Per raggiungere degli obiettivi, siano questi o altri, bisogna far leva sul potere statale che è oggi l’unico possibile antagonista della grande proprietà privata e finanziaria. L’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere (Holloway 2004), se pure fosse stata una nobile idea, è attualmente tramontata. Senza prendere il potere si può al massimo sopravvivere, adeguandosi o nascondendosi.

    Abolire i miliardari è già un primo obiettivo possibile. Tassare fortemente i milionari il secondo. Poi si vedrà.

    Note

    1. https://rizomatica.noblogs.org/2024/02/minetti-mobilitazione-e-diserzione/ , https://rizomatica.noblogs.org/2025/07/minetti-la-guerra-cercata/
    2. La Guerra di Piero live 1991 https://www.youtube.com/watch?v=vBfZdiFRzv4

    3. Se queste condizioni non sono tutte rispettate significa che, per fortuna dei lavoratori, non stiamo osservando una condizione di puro scambio di lavoro merce, ma qualcosa di più complesso ed evoluto in cui rientrano relazioni che non sono puramente economiche e strumentali fra le parti sociali.

    4. https://www.corriere.it/economia/risparmio/26_gennaio_19/italia-il-paese-delle-fortune-invertite-in-15-anni-il-91-della-ricchezza-prodotta-e-finita-ai-piu-facoltosi-alla-classe-media-le-5320537c-9836-42af-b0cc-8252e48f6xlk.shtml

    5. https://www.internazionale.it/notizie/matthew-stewart/2020/08/14/nuovi-privilegiati
    6. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0836/QEF_836_24.pdfhttps://wir2026.wid.world/www-site/uploads/2025/12/World_Inequality_Report_2026.pdf
    7. https://wir2026.wid.world/insight/exorbitant-privilege/
    8. https://www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2025/07/pensioni-decorrenti-2024-e-primo-semestre-2025-rilevazione-2-luglio-2025.pdf
    9. https://www.istat.it/comunicato-stampa/occupati-e-disoccupati-dati-provvisori-gennaio-2025/
    10. https://it.wikiquote.org/wiki/Margaret_Thatcher#Terzo_mandato_come_primo_ministro
    11. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/18/russia-nato-spese-militari-confronto-news/8231430/
    12. https://archive.org/details/PerUnaMonetaFiscaleGratuita

    Bibliografia

    AA.VV., Limes, nn. 2/2024 – 8/2025 – 10/2025, GEDI.
    R. Abranavel, Aristocrazia 2.0, Solferino, 2021.
    P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.
    S. Bellucci, AI-Work, Jacabook, 2021.
    F. Berardi, Disertate, Timeo, 2023.
    M. Bertorello – D. Corradi, Lo strano caso del debito italiano, Alegre, 2023.
    R. Brancati – C. Carboni, Verso la piena sottocupazione, Donzelli, 2024.
    B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini, S. Sylos Labini, Per una moneta fiscale gratuita, MicroMega, 2015.
    L. Caracciolo, La pace è finita, Feltrinelli, 2022.
    M. De Landa, La guerra nell’era delle macchine intelligenti, Feltrinelli, 1996.
    S. Feltri, Il nemico. Elon Musk e l’assalto del tecnocapitalismo alla democrazia, UTET, 2025.C. Formenti, Guerra e rivoluzione Vol.II, Meltemi, 2023.
    F. Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, 1966.
    S. Freud, La guerra. Considerazioni attuali sulla guerra e la morte 1915, BollatiBoringhieri, 2025.
    D. Gambetta, Datacrazia, Codice, 2018.
    A. Gorz, L’immateriale, Boringhieri, 2003.
    D. Graeber, Bullshit jobs, Garzanti, 2018.
    J. Holloway, cambiare il mondo senza prendere il potere, Carta, 2004.
    P. Khanna, I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo, Fazi, 2009.
    P. Khanna, Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale, Fazi, 2016.
    P. Khanna, Il secolo asiatico, Fazi, 2019.
    R. Laghi, Scritture digitali, Meltemi, 2025.
    C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani,1981.
    M. Lazzarato, Guerra o rivoluzione, DeriveApprodi, 2022.
    E. Macaluso, Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo, Feltrinelli, 2013.
    K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, 1983.
    V. Mayer-Schonberg – T. Ramge, Reinventare il capitalismo nell’era dei Big Data, Egea, 2018.
    G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
    G. Mazzetti, Quel pane da spartire, Boringhieri, 1997.
    G. Mazzetti, Il futuro oltre la crisi, Manifestolibri, 2016.
    M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
    S. Neiman, La sinistra non è woke, UTET, 2025.
    A. Neri – M. Spuri – F. Vercelli, Questioni di economia e finanza. N. 836, Banca d’Italia, 2024.
    T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
    T. Piketty, Diseguaglianze, Bocconi, 2018.
    M. Quirico – G. Ragona, Socialismo di frontiera, Rosenberg & Sellier, 2018.
    F. Sylos Labini – M. Caravani, Bussola per un mondo in tempesta, Alegre, 2024.
    P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, 2015.
    R. Staglianò, Gigacapitalisti, Einaudi, 2022.
    B. Stiegler, La società automatica, Meltemi, 2019.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.
    M. Wark, Capital Is Dead: Is This Something Worse?, Verso, 2019.
    S. Zizek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012.
    S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, Milano, 1919.

    #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo
  12. Guerra sia all’aristocrazia

    img generata da IA – dominio pubblico

    di M. Minetti

    Nel seguente articolo si cercherà di presentare l’inquietante situazione attuale come una occasione unica per individuare i nemici di classe e condurgli una guerra asimmetrica, accompagnarli nel baratro che hanno contribuito a scavare, abbandonandoli al passato.

    Posto che non siamo stati noi a volere la guerra, almeno che sia utile a spazzare via quelle élite che la cavalcano. Non combatteremo per loro ma contro di loro, assieme agli sfruttati di tutte le nazioni. Un nemico esterno alle volte è il migliore alleato della lotta di classe.

    1. Pacifismo e non-violenza.

    Che siamo in guerra e per quali motivi, ritengo di non doverlo ribadire in questo testo. Sull’argomento ho già scritto in passato(1) e mi dedicherò quindi a delle considerazioni a valle di questa situazione già piuttosto definita. Una è la definizione del campo pacifista, necessariamente unitario e alleato ma mosso al suo interno da diversi centri propulsori.

    Il pacifismo non-violento è probabilmente il più diffuso. La sua origine viene dalla ormai sedimentata avversione allo scontro fisico, eredità della civilizzazione (Freud 2025, p. 15) portata dal messaggio evangelico e buddista, consolidata dalla espulsione della violenza da tutti gli aspetti della vita dell’onesto cittadino integrato nella società del consumo. In quest’ultima gli ostacoli al soddisfacimento di un bisogno si rimuovono grazie al pagamento di una somma di denaro, magari enorme, ma senza dover far ricorso alla forza fisica. Chi ricorre alla violenza è il criminale che infrange la legge e con la forza ottiene ciò che vuole, sia del denaro, la vendetta o un rapporto sessuale. Così per ottenere giustizia non si sfodera più la spada o la pistola: si denuncia il torto subito, rivolgendosi alle forze dell’ordine o a un avvocato. Se la violenza è un mezzo arcaico per soddisfare i propri bisogni, quale sarebbe il bisogno odierno di combattere uno straniero, o talvolta un connazionale, se questo non rappresenta una minaccia diretta? Coloro che ricercano l’esperienza violenta possono trovarla facilmente nello sport da combattimento, in cui adulti consenzienti si scambiano colpi più o meno controllati, oppure nella caccia, negli scontri di piazza e nelle rivolte. Chi ne fa una scelta di vita potrà arruolarsi nelle forze dell’ordine o nelle forze armate. A parte coloro che trovano nell’omicidio un piacere in sé stesso, e di questi psicopatici gli eserciti, gli assaltatori e i mercenari sono pieni, per i molti arruolati il combattimento diventa un lavoro, un dovere da compiere senza giudizi personali, eseguendo gli ordini dei superiori e per evitare le punizioni.

    Una diversa categoria di pacifisti è formata da persone che, pur non aborrendo l’uso delle armi, non vogliono rivolgerle contro coloro che non ritengono nemici. E’ il pacifismo del soldato che, come nella canzone La guerra di Piero di Fabrizio De Andrè (2), si trova di fronte un nemico simile a lui e non se la sente di ammazzarlo, pagando poi le conseguenze di quel gesto. L’internazionalismo è riconoscere la solidarietà di classe fra i soldati di ogni paese, mandati dai potenti a morire nelle guerre.

    Il pacifismo che ammette l’uso della violenza non è assoluto ma selettivo e situato. Il pacifista, in base ai suoi valori e alle sue identità, sceglie quali guerre sono degne di essere combattute e quali no, in quali casi combattere non ha senso e in quali invece è assolutamente necessario. Per i combattenti autonomi, volontari, che non partecipano al mercato della “sicurezza”, l’ingaggio è costituito dal dovere morale di lottare per una causa giusta, condividendo quindi la designazione del nemico da colpire. Questa situazione la definiamo chiamando guerriglieri, insorti, partigiani, militanti, terroristi o miliziani, quei e quelle combattenti, riconoscendogli uno status di maggiore o minore dignità a seconda della causa per cui combattono volontariamente, dipendentemente da quanto la condividiamo. Anche una motivazione considerata giusta può non essere valida se porta a una sicura sconfitta. In questa accezione il pacifismo è strategico: non è sbagliato combattere in assoluto, ma è sbagliato quando porta a non raggiungere i propri scopi, anzi a peggiorare la propria condizione. Anche Franco Berardi (Bifo) nel suo libro Disertate (Berardi 2023, p. 10) afferma che la diserzione non è solo etica, ma anche una scelta strategica in vista del recupero di forze per un nuovo scontro.

    La domanda scomoda che pongo è: combattere per ottenere un proprio Stato nazionale su base etnica è una motivazione che condividete?

    La dottrina del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson, con i suoi quattordici punti, venne presentata al congresso di pace di Parigi del 1918, lì si parlò del diritto dei “popoli” di autodeterminarsi in Stati nazionali indipendenti. Le nazioni che nacquero dalla dissoluzione degli Imperi Centrali, più che da una autonoma iniziativa dei loro abitanti, avevano origine dalla necessità di evitare il riarmo del Reich tedesco e di frazionare i territori che facevano prima parte dei tre imperi: Russo, Austroungarico e Ottomano, costruendo una fascia di Stati cuscinetto attorno alla Russia rivoluzionaria che era in piena guerra civile.

    1. Il disvelamento del conflitto

    I conflitti esistono ovunque si contrappongano bisogni che non possono essere soddisfatti contemporaneamente. Questa competizione può rimanere inespressa se una o più parti rinunciano a qualsiasi forma di rivendicazione, di solito perchè non hanno i mezzi per veder riconosciute le proprie aspirazioni. Esiste anche un conflitto costituente insanabile tra l’individuo desiderante e la realtà in cui è immerso, tra l’Io e il Mondo, tra le pulsioni e la realtà (Freud 2025). Già nei primi anni ’80 del secolo scorso, alcuni teorici come Foucault o Lasch avevano indagato le <tecnologie del Sé>, che producono l’individuazione in ruoli sociali categorizzati (Lazzarato 2022, p. 107), osservando come, nelle società consumiste, il conflitto era ormai inarrestabilmente traslato verso forme rivendicative di narcisismo. Nella lotta edipica dell’individuo contro il potere astratto, inteso come struttura organizzata della società-mondo, che impedisce il soddisfacimento del desiderio, viene nascosto il contrasto fra soggetti (prima si sarebbe detto fra autocoscienze o fra classi) che si sottraggono le risorse a vicenda. Il conflitto non è assente, perché risiede nell’esistenza dei bisogni contrastati, ma non è più visibile nella superficie dei comportamenti, i quali piuttosto che alla lotta collettiva tenderanno alla liberazione, ovvero al soddisfacimento individuale dei desideri (Lasch 1981) vissuti come diritti naturali. Il consumo diventa un diritto, così come la piena libertà di vivere esperienze, anche estreme.

    Farò un esempio che spesso tendiamo a ignorare: il conflitto capitale/lavoro. Per capitale intendiamo il datore di lavoro che anticipa il capitale variabile, ovvero gli stipendi; per lavoro intendiamo i lavoratori che percepiscono un salario in cambio della loro forza lavoro venduta su base oraria. Lo scopo del capitale è pagare il meno possibile la forza lavoro, adeguatamente qualificata ed efficiente, lo scopo dei lavoratori è essere pagati il più possibile, per lavorare il meno possibile durante un orario il più ridotto possibile.(3) Il conflitto fra interessi è sempre presente, ma emerge soltanto quando una delle due parti vuole ottenere un cambiamento a proprio favore. La possibilità di ottenere questo miglioramento di condizioni non dipende solo dal numero o dalla forza contrattuale delle due componenti, ma da condizioni ambientali e di contesto che cambiano il terreno di scontro e l’equilibrio vigente.

    Grazie all’introduzione di macchine che riducono la necessità di operatori umani per svolgere compiti anche complessi: il telaio meccanico, i robot nell’industria o l’Intelligenza Artificiale nella produzione di comunicazione informativa; subentra una diffusa disoccupazione tecnologica. Il capitale, viste le nuove condizioni, decide che può abbassare il costo del lavoro: troverà infatti molti disoccupati disposti a svolgere compiti semplificati dalla macchine, quindi più ripetitivi e meno qualificati, per una paga oraria inferiore. Come può rispondere il lavoro? Non lo so, ma sicuramente il conflitto diventerà visibile. Assisteremo a manifestazioni, scioperi, picchetti con bandiere e striscioni, articoli e servizi televisivi, interviste, dirigenti sindacali che chiedono aiuto alla politica, politici che promettono soldi alle aziende in cambio di nuova occupazione: i piani industriali con cui lo Stato finanzia il capitale. I soggetti coinvolti si organizzeranno per difendere i propri interessi con forme più o meno efficaci di lotta, cercando alleati e utilizzando ogni forma possibile di pressione, dalla visibilità mediatica alla intimidazione fisica. Alla fine il conflitto capitale/lavoro raggiungerà un nuovo equilibrio determinato dai rapporti di forza vigenti in quel preciso momento storico, tornando latente. Fino al momento in cui le condizioni ambientali e politiche cambieranno nuovamente.

    La prospettiva della liberazione propone di disertare quello scontro. Il movimento del ’77 individua l’obiettivo (ovviamente utopico a quell’epoca e anche oggi) della liberazione generalizzata dal lavoro salariato, ovvero la soddisfazione immediata del desiderio di non lavorare offerta dalle possibilità di uscita della forza lavoro dal mercato capitalista. Questa soluzione del conflitto capitale/lavoro ottenuta abbandonando il campo dello scontro, è ovviamente praticabile individualmente da una minoranza (esodo), ma non elimina le condizioni globali dello sfruttamento. Semplificando: se sei un operaio sfruttato, invece di organizzarti nel sindacato e lottare per condizioni migliori, licenziati e smetti di fare l’operaio. Fai l’artigiano, l’agricoltore, il libero professionista, il commerciante o il ladro; occupa case, organizza feste, sarai più felice.

    1. L’imperialismo non è mai morto.

    Quando le parti in conflitto non sono individui o gruppi, come le classi sociali, ma interi Stati che si contendono le risorse naturali e umane, osserviamo quelle che noi chiamiamo guerre, o conflitti regionali, da quando le guerre non si dichiarano più. Si tratta di rotture dell’equilibrio pre-esistente per raggiungere nuovi equilibri tra soggetti concorrenti.

    Gli Stati non sono persone con volontà autonome, anche se la propaganda politica ce li personalizza: la Cina è XI Jinping, La Russia è Putin, gli USA sono Trump e l’Italia è Meloni, la Francia Macron e così via. Ogni Stato rappresenta gli interessi delle classi egemoni di quel paese e gode di un consenso fra i suoi cittadini che viene misurato periodicamente con delle elezioni, di primo o secondo livello, che individuano la classe politica al governo. Gli interessi degli Stati sono quindi i bisogni diffusi di milioni di persone. Se le scelte interne ed internazionali tradiscono le aspettative delle èlite di un paese, quelle corrono ai ripari sostituendo le posizioni di comando, se c’è una democrazia con delle elezioni, altrimenti con un colpo di stato militare.

    Questo per dire che le guerre non originano dai capricci di presidenti impazziti, ma dalle intenzioni delle classi dirigenti che tutelano i propri interessi materiali. Sono sempre gruppi molto ampi con interessi comuni, solitamente economici, che lottano per le risorse e per mantenere il proprio ruolo egemone.

    Se uno Stato ha l’arma atomica e un altro no, raggiungeranno un certo equilibrio. Se anche il secondo ottiene l’armamento nucleare sarà portato a rompere il precedente equilibrio per stabililo su un nuovo piano di maggiore parità.

    Per questo da anni, soprattutto gli Stati Uniti conducono guerre preventive per evitare che nazioni a loro ostili sviluppino Armi di Distruzione di Massa, ovvero quelle stesse armi che essi possiedono. Già dai primi anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento dei modelli matematici predittivi, i generali si sono messi a giocare con dei simulatori di conflitti in cui modellizzare diversi scenari di guerra per approfittare di ogni vantaggio strategico. La visione paranoica inserita in questi modelli matematici, plasmati dalla RAND corporation sul famoso dilemma del prigioniero (De Landa 1996), porta a temere ogni potere esterno come una minaccia, conduce dritti verso l’autodistruzione.

    Da decenni viviamo serenamente solo grazie alla deterrenza nucleare che assicura la fine dell’umanità come la conosciamo se la guerra dovesse davvero coinvolgere superpotenze nucleari come USA o Russia. Da circa dieci anni però, altri attori hanno sviluppato armi nucleari e vettori missilistici intercontinentali.

    L’uso della Intelligenza Artificiale, come capacità macchinica di operare scelte in ambito militare, è stata oggetto di sviluppo del Pentagono già negli anni ’80 e oggi è alla portata di molti complessi militari-industriali nel mondo che mettono alla prova le loro tecnologie nei teatri di conflitto più avanzati: quello Russo-Ucraino e quello Israeliano-Palesinese-Siriano-Iraniano-Yemenita-Libanese. Le tecnologie usate sul primo fronte rimangono quelle delle applicazioni informatiche e della comunicazione satellitare nella designazione degli obiettivi, con qualche uso dell’IA nella identificazione dei bersagli e per la guida autonoma dei droni d’attacco. Fra gli armamenti dell’esercito israeliano, invece, la più avanzata applicazione dell’IA è il sistema di individuazione degli obiettivi, basato sul’elaborazione di enormi quantità di dati accumulati e intercettati in tempo reale, che indica la posizione da colpire. La collaborazione del governo israeliano con Palantir, l’azienda privata di consulenza del governo statunitense in materia di sicurezza, non è nota fino in fondo, ma i software di identificazione dei bersagli operano allo stesso modo e sullo stesso tipo di dati di quelli del Pentagono.

    Le variazioni negli sviluppi tecnologici suddetti, cambiano gli equilibri dell’ambiente in cui i conflitti preesistevano, generandone la manifestazione visibile, ovvero la guerra con le sue conseguenze più drammatiche di morti, distruzioni, carestie, migrazioni.

    Quando descriviamo il susseguirsi delle diverse civiltà nella storia ci riferiamo al dominio, solitamente militare, che alcuni popoli esercitavano sugli altri grazie alle tecnologie usate per combattere e difendersi. I conflitti emergono oggi dalla crisi del sistema coloniale e neocoloniale che ha segnato gli ultimi cinquecento anni di storia. Crisi non significa scomparsa ma evoluzione, cambiamento, il cui esito non è determinato.

    1. Guerra sia all’aristocrazia

    Nel paragrafo precedente ho portato alcuni esempi di come una evoluzione dell’ambiente porta a dei mutati equilibri fra bisogni in conflitto fra loro. L’introduzione di tecnologie come le armi nucleari, i vettori missilistici ipersonici, i droni a guida remota o autonoma, le piattaforme di aggregazione ed elaborazione dei dati per la profilazione e l’identificazione predittiva degli obiettivi, ci dispiegano i vecchi conflitti in nuove forme.

    Lo sviluppo tecnologico, ben saldamente controllato da pochi grandi azionisti e dalle élite ormai globalizzate, fornisce ai fortunati e abili nuovi aristocratici l’opportunità di non dover più scendere a patti con quelle istituzioni democratiche che per un certo periodo, diciamo corrispondente alla seconda metà del XX secolo per noi Europei, aveva garantito l’ingresso delle masse nella vita politica degli Stati, da cui prima erano tenute ai margini. Quella ubriacatura di democrazia liberale, talvolta colorata di socialismo, sembrava destinata al tramonto già con l’evento che segna l’apertura del nuovo millennio, l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001. Al suo posto, già da qualche anno si è affermato qualcosa di diverso dalle democrazie liberali: il tecnofeudalesimo.

    Noi esseri umani non abbastanza intelligenti e non abbastanza ambiziosi per metterci al sevizio dei nuovi potenti, non abbastanza ricchi per vivere in vacanza tra viaggi e divertimenti, non abbastanza giovani e belli da poterci prostituire, non abbastanza talentuosi da esibirci per un vasto pubblico pagante, non abbiamo nessuna possibilità di guadagnarci un posto da cortigiani, per frequentare la nuova aristocrazia e diventarne parte. La separazione fra classi sociali è rimasta ben salda e la mobilità è ridotta ai pochi casi citati. Tutti noi, i molti, dobbiamo ancora sperare di vendere il nostro tempo in cambio di denaro per poter vivere la nostra semplice vita. Chi, invece, può pagare molti umani per convincerli a fare ciò che gli è utile, anche senza produrre nulla, fa parte dei pochi e forma l’aristocrazia, indipendentemente da come ha avuto il denaro: spesso lo ha soltanto ereditato (4).

    meme dall’intenet

    La capacità di vendere servizi agli Stati, di estrarre profitti dalle aziende produttive e commerciali e dalle transazioni dei singoli utenti, godendo di un vantaggio tecnologico che rasenta il monopolio è stata definita Capitalismo della sorveglianza (Zuboff 2019), Gigacapitalismo (Staglianò 2022, p. 38) o Tecnofeudalesimo (Varoufakis 2023). I proprietari privati delle infrastrutture più avanzate tecnologicamente, in grado di catturare ed elaborare l’enorme massa di informazioni e dati prodotti mediante le tecnologie digitali, sono quindi in grado di dominare i mercati a discapito dei capitalisti(Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Il termine tecnofeudalesimo è stato usato da vari opinionisti prima ma l’economista Yanis Varoufakis ne dà una accessibile spiegazione in un suo saggio (Varoufakis 2023, p. 115). La forma più avanzata di accumulazione di ricchezza non è più l’estrazione di plusvalore dal lavoro, come nel capitalismo industriale descritto da Marx fra gli altri, ma una rendita di posizione basata sulla proprietà. Questa deve essere necessariamente enorme, come avviene nella finanza e nella rendita immobiliare o fondiaria. Ciò non significa che le precedenti forme siano scomparse. Esiste ancora la rendita fondiaria, magari raccolta, invece che da latifondisti con titoli nobiliari, da società per azioni con sede in paradisi fiscali come Cipro o il Lussemburgo. Così esiste ancora il capitalismo industriale, ma questo assume una scala sempre più grande che tende al monopolio (Sylos Labini – Caravani 2024, p. 330), come nel campo automobilistico o dei semiconduttori, agro-alimentare, farmaceutico, ma anche nel meno noto delle multiservizi privatizzate. Anche il settore apparentemente plurale e innovativo delle startup è in realtà alimentato da flussi di capitale d’impresa (Venture Capital) forniti dai grandi fondi di investimento o dalle solite multinazionali dominanti, che si appropriano dei profitti del settore produttivo. Insomma, all’interno del panorama globale dell’economia, il capitalismo classico, quello imprenditoriale, è in forte crisi mentre emergono quei settori finanziari e tecnologici in grado di appropriarsi della maggior parte del valore sotto forma di rendita e profitti speculativi (Mayer-Schonberg – T. Ramge 2018). Ciò che sovrasta il capitalismo, il tecnofeudalesimo, è un sistema di estrazione della ricchezza dai suoi produttori, ovvero dalle imprese e in ultima analisi dai lavoratori, coloro che realmente producono tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

    Rispetto all’analisi di Varoufakis e di altri autori che trattano il tema del valore-dato (Gambetta 2018, p. 63) ovvero del valore intrinseco dei dati, personalmente non ritengo che gli utenti producano valore modulando i dati che poi vengono catturati dai proprietari dei servizi usati. I dati sono a mio parere materie prime abbondanti come l’acqua: finchè queste non viene estratta, accumulata, immagazzinata e distribuita, non ha alcun valore d’uso né economico. I dati, a mio avviso, sono un prodotto del sistema di misurazione e immagazzinarli, conservarli, processarli e interpretarli comporta dei costi. L’informazione non catturata non ha quindi nessun valore di partenza che venga estratto. Il dato registrato, però, confrontato con quelli già posseduti dall’operatore e processati dal sistema, con ulteriori costi per le macchine, l’energia e lavoro umano degli analisti, fornisce una nuova informazione sintetica. Questo profilo descrive l’utente e alcune sue caratteristiche, tra cui la posizione in tempo reale e le sue attività su internet, le sue comunicazioni, i pagamenti effettuati. Le agenzie che accumulano i dati possono confrontarli e indagare le relazioni fra utenti: una sorta di schedatura approfondita generalizzata. La profilazione e l’intercettazione personale sono ambite dalle agenzie di sicurezza, dai governi, ma anche dalle aziende commerciali che comprano dati aggregati a scopo pubblicitario e per mostrare annunci personalizzati. Google, Meta, Amazon e TikTok ottengono quasi la metà della spesa mondiale nella pubblicità online (Staglianò 2022, p. 62). I dati processati, la possibilità di interazione con l’utente, la sua attenzione (Laghi 2025, p.15), sono le merci/servizio che hanno valore e che vengono vendute. L’utente non ha nessun diritto di proprietà da accampare sui suoi dati, può solo evitare che vengano prelevati, rinunciando però ad agire, mostrarsi, muoversi, comprare, comunicare in rete e nel mondo fisico. Chi paga le rendite ai signori tecnofeudali non sono i semplici utenti, a cui il più delle volte vengono offerti servizi gratuiti, ma gli inserzionisti: i governi e gli organismi politici per la propaganda, gli imprenditori per vendere merci e servizi ed essere visibili nella rete. Sono tariffe, spesso esentasse, che vengono riscosse da operatori privati per poter svolgere attività produttive e commerciali sul territorio-rete, per essere visibili, per poter “incontrare” i compratori. Solo Francia e Regno Unito tassano le piattaforme al 2% dei fatturati.

    Nelle forme del post-capitalismo (Wark 2019, p.42) le aziende non svolgono solo funzioni produttive ma, come al tempo delle Compagnie delle Indie, queste enormi aggregazioni concessionarie svolgono attività di dominio, di governo e di governance, attuando quel soft-power che permette la colonizzazione culturale e ideologica. Emittenti televisive satellitari o piattaforme di distribuzione audiovisiva, servizi per il cloud, compagnie aeree o di spedizioni navali, agenzie di rating, banche di investimento e per il credito al consumo, produzioni audiovisive e musicali, infrastrutture logistiche commerciali, servizi per le aziende e le amministrazioni, industrie militari e di cybersicurezza, compagnie telefoniche o internet satellitare, sono solo alcuni esempi di aziende private con un elevato valore strategico.
    Quando queste funzioni vengono incorporate in strumenti di misurazione, previsione e intervento apparentemente slegati da processi decisionali umani, ormai in quasi tutti gli ambiti dell’economia e dell’amministrazione, possono essere definite
    governamentalità algoritmica , un concetto coniato dal filosofo Bernard Stiegler (Stiegler 2019).

    I governi appaltano alle grandi multinazionali tecnologiche alcuni servizi in modo che non siano sottoposti al controllo democratico delle istituzioni. Le aziende spingono con attività lobbistiche, quasi del tutto legali, la amministrazioni ad affidargli in appalto i servizi alle loro condizioni. Funzioni dello Stato vengono assegnate a enti privati sussidiari, come assicurazioni sanitarie e previdenziali, banche di investimento, agenzie spaziali, università private e ospedali, compagnie minerarie e compagnie militari private. Questo connubio fra Stato e privati é comune in ogni parte del mondo, perfino nella Cina comunista, e si delinea come la struttura di governo economico-politico attualmente prevalente, in cui emerge una aristocrazia patrimoniale.

    Le manifestazioni “No Kings” esplose negli USA contro Trump prendono atto tardivamente di un processo attivo da più di venti anni, in cui il problema non è solo il nuovo capriccioso ed eccentrico sovrano assoluto, ma tutta la schiera molto numerosa di cortigiani, tanto repubblicani quanto democratici, che vivono di privilegi grazie agli incarichi della corte. Cosa sono gli incarichi della corte? La spartizione delle rendite attraverso dividendi azionari e falsi lavori più o meno di lusso (Graeber 2018) utili soltanto a riprodurre la classe al potere. Certo, cambiato l’inquilino della Casa Bianca molti funzionari progressisti che operavano nel vasto sistema di governance internazionale come USAID si sono trovati in disgrazia, ma questo non basta a provocare una rivoluzione. Più facile che si assista ad una mutazione nell’ideologia dei cortigiani per conservare le posizioni di privilegio.

    Negli anni passati i liberali di sinistra hanno favorito la trasformazione del capitalismo in crisi in un tecnofeudalesimo, conquistando per i loro rampolli progressisti carriere di successo nella finanza e nella Silicon Valley grazie a percorsi universitari d’eccellenza. Era la retorica della meritocrazia che nascondeva il privilegio dei percorsi di formazione esclusivi ed escludenti (Abranavel 2021, p 160). Oggi le destre vincono le elezioni in quasi tutto il mondo cosiddetto democratico, cavalcando il malcontento delle classi popolari e il più becero razzismo che le anima, abbandonando la borghesia liberale che non è più in grado di mascherare con le buone intenzioni dello sviluppo sostenibile gli interessi di classe delle élite. Come cento anni fa, gli Stati tornano all’hard power del controllo militare dopo l’infatuazione, tutto sommato breve, per discorsi di pace, diritti umani e tutela dell’ambiente. Ricordiamo che negli USA i diritti civili ai cittadini non bianchi sono stati concessi nel 1965, in Sudafrica nel 1994 e nella odierna Israele ancora i cittadini palestinesi sopravvissuti non godono dei diritti civili e politici.

    L’aristocrazia ha abbandonato la maschera del liberalismo e dei diritti umani, visto che supporta il genocidio operato dallo Stato di Israele, l’arruolamento forzato degli uomini ucraini, mandati a morire in trincea a migliaia ogni mese, l’uccisione di politici, giornalisti, scienziati e militari in paesi non belligeranti. Parimenti i liberali rinunciano anche alla retorica del benessere diffuso, per arroccarsi in un rinnovato nazionalismo militarista, in reazione ad una crisi del capitalismo difficilmente evitabile. Emerge così l’opportunità del conflitto popolare contro i ricchi e i loro cortigiani. Le guerre e i sacrifici imposti per sostenerle hanno reso di nuovo attuale il conflitto di classe.

    1. Chi sono gli aristocratici e i loro cortigiani.

    Malgrado delle avvisaglie ci siano state già nel 2011, con i vari movimenti Occupy, la generica identificazione di quell’1% di privilegiati, rispetto al blocco popolare costituito dal 99% dei cittadini, non ha aiutato a definire le parti in conflitto per la distribuzione delle risorse. I ricchi negli Stati Uniti sono ben più dell’1% e in un fortunato articolo sul The Atlantic, Matthew Stewart(5) li ha definiti come la nuova aristocrazia del 9,9%. Anche negli altri paesi con un reddito pro-capite medio-alto, il 10% più ricco della popolazione comprende milioni di persone che formano anche l’elite intellettuale delle nostre democrazie liberali. I cosiddetti opinion-maker fanno parte dell’aristocrazia o lavorano alle sue dipendenze. Politici, giornalisti, accademici, produttori, registi, editori, sono la diretta espressione di questa nuova plutocrazia e selezionano l’accesso alle carriere degli aspiranti professionisti della cultura. Per essere degni di ottenere un ottimo reddito, anche se precario fino all’età matura, bisogna dimostrare una inflessibile fedeltà ai valori e agli interessi della classe dei possidenti. Le famiglie, in cui ricorrono spesso i cognomi di un secolo fa, possono aver cambiato identità politica, abbracciando ideali democratici e anche socialisti in alcuni periodi, quando conveniva, ma hanno sempre perseguito la conservazione e la riproduzione del loro ceto sociale. Possono emergere, grazie a dei talenti particolari, nuovi membri delle elitè, come sempre è stato, mentre altri decadono, rimanendo ai margini e dovendosi adattare a ruoli meno ambiziosi.

    Visto che parliamo di una aristocrazia del denaro che si trasmette attraverso il patrimonio e non attraverso le linee di sangue, proporrò un metodo semplificato per individuare le classi sociali, basato sui patrimoni piuttosto che sui redditi o le professioni, adattando le categorie formulate a suo tempo da Sylos Labini nel suo saggio del 1974 (Sylos Labini 2015) e aggiornate dal più recente saggio di Giorgio Ardeni (Ardeni 2024).

    Fonte Banca d’Italia 2024

    In questi ultimi cinquanta anni, come hanno osservato molti economisti e sociologi(4) tra cui Thomas Piketty, la globalizzazione ha portato una polarizzazione (Piketty 2014, p.550) gravemente acuitasi dal 2010 al 2016 (Banca d’Italia 2024, p. 12), erodendo il potere d’acquisto della piccola borghesia includendovi però gran parte dei lavoratori, ed espandendo l’alta borghesia di milionari che possiamo oggi associare alla nuova aristocrazia. Il dato da osservare è la divergenza tra ricchezza mediana (in forte calo) e la ricchezza media (in costante crescita) in un ambito di stagnazione dei redditi e del PIL. A mio avviso le categorie della fonte di reddito non ci sono più utili a individuare le classi, anche perchè le zone d’ombra sono larghissime, mentre la condizione cetuale risulta più adeguata a descrivere macrocategorie affini anche culturalmente.

    In sostanza abbiamo quattro macro-classi, in base al patrimonio individuale formato da beni immobili, durevoli e denaro, fondi o azioni (Patrimonio):

    1. I Super ricchi: i sovrani, i principi tecnofeudali. Quello 0,001 % di popolazione che accentra enormi proprietà, un potere personale enorme e riesce a contrattare direttamente con i governi. La loro ricchezza però è spesso solo nominale in quanto calcolata sul valore azionario degli asset posseduti, non su beni immobiliari e durevoli. Patrimonio > 10 Mln €/$
    2. L’alta borghesia che qui definiamo aristocrazia del 9,99%, che fornisce l’elite economica, gli culturale, dei professionisti, degli imprenditori, degli amministratori pubblici e privati. Possiedono la quota maggioritaria della ricchezza mondiale(6) assieme ai pochissimi miliardari. 1 Mln €/$< Patrimonio < 10 Mln €/$
    3. La piccola borghesia, o ceto medio, che deve lavorare per vivere che oggi ingloba anche operai e lavoratori dei servizi che vendono la propria forza lavoro. Sono circa l’80% della popolazione, visto che la mediana della proprietà individuale si assesta nei paesi europei più ricchi, tra cui l’Italia (Pa mediano 150.000€), fra i 100 e i 300 mila euro. 50.000 €/$< Patrimonio < 1 Mln €/$

    4. I poveri che vivono di lavori saltuari e/o assistenza pubblica e welfare familiare. Prima venivano definiti sottoproletariato e vivevano in condizioni miserevoli, oggi sono in gran parte immigrati di prima generazione. Sono circa il 10% della popolazione nelle economie avanzate. Patrimonio < 50.000 €/$.

    Secondo una classificazione di questo tipo, emerge la trasformazione del proletariato, ovvero di quella classe lavoratrice povera che costituiva fino a metà del XX secolo la maggioranza della popolazione dei paesi industrializzati: la classe operaia e i contadini. “La cetomedizzazione continua, puntando però verso il basso”(Ardeni 2024, p. 103). L’evoluzione tecnologica ha fatto sì che gli operai abbiano conquistato condizioni salariali equiparabili, quando non migliori, degli impiegati dei servizi (Ardeni 2024, p. 100), che nel frattempo si sono espansi fino a superare il 70% dei posti di lavoro. La popolazione è generalmente invecchiata, raggiungendo numeri record di pensionati, in Italia circa 18 Mln di cittadini (8) di poco inferiori agli occupati totali che sono 24 Mln(9), che generano la spesa rispetto al PIL più alta di tutti i paesi OCSE.

    Nel resto del mondo non OCSE le diseguaglianze sono invece maggiori, in quanto nei paesi più popolosi e di recente sviluppo permane una ampia maggioranza di lavoratori poveri e una ristretta minoranza di ricchissimi, mentre si sta costituendo rapidamente una piccola borghesia. Ovvero quel processo di trasformazione degli operai e contadini poveri in piccola classe media, attuatosi negli ultimi 50 anni nel primo mondo, sta attuando ora, come conseguenza del rapido sviluppo economico globalizzato, in atto da almeno venti anni. La piccola borghesia di quei paesi poveri è ancora minoritaria e alleate delle élite.

    Fonte World Inequality Report 2026

    1. I soggetti in conflitto.

    Il socialismo è nato insistendo sulla frattura, accentuata dal primo capitalismo industriale, fra lavoratori e proprietari. Marx scriveva nel 1948:

    La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si caratterizza però per la semplificazione delle contrapposizioni di classe. L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato. (Marx-Engels 1983, p.55)

    I lavoratori erano la maggioranza ed erano poveri, la loro cultura era ancora quella tradizionale e contadina della comunità territoriale e religiosa. Poi il capitalismo è entrato in crisi, nella seconda metà degli anni ’70 del novecento (Mazzetti 2016), proprio perché aveva svolto il suo ruolo storico di portare fuori dalla miseria le popolazioni del primo mondo. Il conflitto di classe vero e proprio ha segnato la sconfitta dei lavoratori, con il passaggio al neoliberismo degli anni ’80 (Lazzarato 2022). Dopo quaranta anni di neoliberismo possiamo concordare sul fatto che oggi, come disse Margaret Tatcher:”come sapete, la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie.”(10) Per i valori condivisi, attualmente ricchi e poveri concordano in un unico orizzonte di senso, quello dei ricchi. Il valore del successo individuale prevale ovunque. Il che non significa che il conflitto fra classi sia scomparso ma, come previsto anche da Marx nel Manifesto, alcuni elementi di socialismo, attuati anche dai fascismi e dalle democrazie liberali nel corso del ‘900, hanno portato i lavoratori a rivendicazioni esclusivamente individuali ed economiche, trasformandoli appunto in piccoli borghesi.

    “Una seconda forma di questo socialismo [borghese NdA], meno sistematica e più pratica, cercava di togliere alla classe lavoratrice ogni tentazione rivoluzionaria, sostenendo che a giovarle avrebbe potuto essere non un qualsiasi mutamento politico, ma solo un mutamento delle condizioni materiali di esistenza, dunque dei rapporti economici. Per mutamento delle condizioni materiali di esistenza questo tipo di socialismo non intende però in alcun modo l’abolizione dei rapporti borghesi di produzione, possibile solo con la rivoluzione, ma miglioramenti amministrativi che restino sul terreno di questi rapporti di produzione; che dunque non tocchino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma che semmai nel migliore dei casi alleggeriscano alla borghesia i costi del suo dominio e semplifichino il bilancio del suo Stato.”(Marx-Engels 1983, p. 85)

    Ma chi dice che la classe piccolo borghese non possa essere conflittuale o rivoluzionaria? In passato è stata la preziosa alleata dei conservatori, delle monarchie e dei fascismi contro gli operai e il socialismo, ma anche la beneficiaria della socialdemocrazia (Macaluso 2013, p 61). Oggi il socialismo non è più un pericolo e gli operai sono diventati i piccoli borghesi, piccoli proprietari, individui consumatori. Questa classe media, ormai maggioritaria nel Global North, vede frustrate le sue aspirazioni al benessere; viene impoverita e precarizzata dalla crisi del capitalismo industriale e del sistema neocoloniale che ne aveva permesso l’enorme crescita; inizia ad esprimere una conflittualità contro quell’alta borghesia che, per le sue caratteristiche di esclusività, si sottrae alla mobilità sociale diventando, appunto, aristocratica. Nel periodo che va dal 2010 al 2016, in Italia ad esempio, la mediana dei patrimoni personali, ovvero dalla ricchezza posseduta mediamente dalla maggioranza dei cittadini è calata del 25% passando da 200.000 a 150.000 euro pro capite. (Neri – Spuri – Vercelli 2024, p. 12).

    Il maggiore antagonista della nuova aristocrazia è quindi proprio la classe media impoverita, che ne condivide i valori ma compete per le risorse materiali che gli vengono sottratte: mediante lo sfruttamento del lavoro, attraverso la rendita e i meccanismi del debito. Le professioni, un tempo redditizie, che sono state devastate dall’avvento di Internet e delle piattaforme e che continueranno ad essere sfalciate dall’uso massiccio dell’IA (Bellucci 2021), erano quelle del commerciante, del giornalista, del pubblicitario, dell’editore, del dirigente pubblico, del bancario. Al loro posto fioriscono fattorini, magazzinieri, cassieri, operatori al PC, stagisti, informatici precari, camerieri e banchisti in un panorama di sottoccupazione diffusa (Brancati – Carboni 2024, p.10).

    Come nell’ancien régime, i signori tecnofeudali e l’aristocrazia della rendita vivono sontuosamente a spese dei lavoratori. I ricchi sono comunque dei parassiti. Quei lavoratori, che talvolta vengono retribuiti molto bene, in quanto fedeli cortigiani e amministratori delle grandi proprietà, potrebbero facilmente sostituire l’aristocrazia, visto che effettivamente svolgono tutti i ruoli necessari alla riproduzione sociale, se solo avessero il controllo delle infrastrutture logistiche e tecnologiche. L’ostacolo a questa “rivoluzione” è proprio il monopolio della cultura e dei saperi tecnici elevatissimi che permettono all’aristocrazia di risultare indispensabile. È attraverso il monopolio dei percorsi di formazione esclusivi che le classi aristocratiche mantengono il dominio e i canali preferenziali per occupare i ruoli dirigenziali militari, della finanza, dell’industria tecnologica, delle università e della politica.

    L’ideologia che in questi ultimi trenta anni ha irretito la piccola borghesia è quel mito del successo e del merito che, attraverso una abile propaganda, rinnovava lo stantio e fallace mito dell’American dream in salsa europea, con la generazione erasmus e gli esempi dell‘imprenditoria giovanile finanziata dai bandi UE. Una versione neoliberista e precaria del capitalismo assistito dalla Cassa del Mezzogiorno della Prima Repubblica in cui, ovviamente, la maggior parte dei finanziamenti pubblici sono arrivati all’alta borghesia con i ruoli imprenditoriali e direzionali, distribuendo ai dipendenti contratti a progetto e co.co.co che duravano il tempo del finanziamento.

    L’aristocrazia, durante gli anni della globalizzazione, si era ammantata di valori progressisti come i diritti umani, la difesa dell’ambiente e delle minoranze, l’inclusività sociale, perché quelli erano i valori fondanti delle democrazie liberali attraverso cui governavano. Oggi l’aristocrazia tecnofeudale si è convertita rapidamente al militarismo della destra populista e nazionalista, per raccogliere il consenso delle classi medie impoverite, dei pensionati e dei poveri veri e propri, che si sentono minacciati dai nuovi poveri diversi da loro, gli immigrati. Le strategie comunicative della propaganda politica mirano a ottenere il consenso nella forma democratica delle elezioni, ma non è per nulla detto che questa forma persisterà nel momento in cui la borghesia lavoratrice dovesse trovare dei riferimenti politici antagonisti all’aristocrazia, che per sua natura è minoritaria. Di fronte alla prospettiva di perdere il potere con elezioni, l’aristocrazia potrebbe sospendere la dialettica democratica con l’occasione, ad esempio di una o più guerre. Ci stiamo preparando a questo, no? Il Segretario Generale della NATO dice entro il 2030.(11)

    1. L’ecosistema.

    I soggetti politici attuali non sono più monolitici e ideologici. All’interno di uno stesso schieramento di interessi convivono molteplici posizioni che coprono un vasto panorama di identificazioni individuali. Destra e sinistra si oppongono fra nazionalisti, transfemministe, tradizionalisti, antifascisti, libertariani, antispecisti, sionisti, ecologisti, oltre a tutte le ideologie politiche fiorite negli ultimi duecento anni. Ogni “partito”, inteso come parte organizzata, individua un nemico, un antagonista nel conflitto esistente o rappresentato. Se ci manteniamo fedeli a una lettura materialista della società, non ci faremo distrarre dalle molteplici narrative proposte, perché ciò che per noi identifica la faglia del conflitto sono gli interessi materiali, non l’ideologia manifesta. Chi lavora e vede i ricchi appropriarsi del frutto del suo lavoro vive il conflitto di classe, anche se nel suo animo parteggia per gli aristocratici e da loro si sente protetto. Il lavoratore sceglie di non manifestare quello scontro perché si percepisce, e in effetti è, debole di fronte alla conservazione del potere, tanto da implorare di essere utile al ricco per procurarsi il poco che gli occorre per vivere. Finché c’è benessere le rivoluzioni non avvengono e i valori del gruppo egemone vengono condivisi da gran parte della società, ma è nelle crisi e dalle guerre perse che emergono nuovi equilibri e la possibilità di immaginare altre forme della vita.

    L’attuale recrudescenza dello scontro militare in Medio Oriente, come anche in Europa e nell’America Latina, con l’aggressione militare al Venezuela bolivariano, esplicita nel dichiarare la causa nella nazionalizzazione delle risorse petrolifere del 1976, chiarisce gli schieramenti interni ai nostri paesi alleati. La retorica del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli ha lasciato il passo agli interessi nazionali, con trasparenti coinvolgimenti dei privati nell’industria estrattiva, bellica e tecnologico-strategica del controllo e della propaganda. La forza prevale sulla forma. Per i governi nessuna giustificazione morale deve più nascondere la guerra imperialista. Si tratta solo di valutare costi e benefici. Costi per i cittadini lavoratori e benefici per l’aristocrazia proprietaria, assumendosi dei rischi. In questo scenario brutale si definiscono ecosistemi di potere: organizzazioni muoiono, nascono, si trasformano.

    Le aristocrazie europee al potere, non conservatrici ma a loro modo rivoluzionarie, hanno già conquistato le istituzioni democratiche tramite quelle non democratiche: la NATO e l’UE ma anche la BCE, le banche di investimento e le altre istituzioni economiche private. Il processo di unificazione europea è stata una rivoluzione dall’alto. Attorno a quei centri di potere si diffonde un ecosistema di vassalli alla ricerca di benefici, in cambio di fedeltà. Il flusso di denaro che raggiunge ogni angolo della periferia si chiama oggi PNRR, domani Rearm EU. Il connubio tra Stati e potere economico è strettissimo. Nel nostro piccolo possiamo vedere i nostri datori di lavoro affannarsi per ottenere qualche bando di finanziamento e assistiamo all’inerzia di chi spera almeno di vedersi pagare gli stipendi o di ottenere un lavoro a tempo determinato, anche se alla condizione di una sempre maggiore dipendenza dai bilanci della guerra. Questo è l’ecosistema del potere e si nutre del bisogno di sicurezza, economica in primis, di milioni di persone. Ma dov’è l’ecosistema alternativo, che potrebbe esprimere un progetto pacifico di vita e prosperità condivisa, espropriando le proprietà private dell’aristocrazia che ci sta conducendo alla guerra?

    In questo momento storico abbiamo la possibilità di identificare quelle organizzazioni che sono materialmente in conflitto con l’ecosistema aristocratico e, se vogliamo avere una speranza di miglioramento nelle nostre condizioni di vita, dobbiamo entrare a farne parte. Non come simpatizzanti, attivisti da tastiera, seguaci da social. Bisogna entrare a fare parte di organizzazioni reali sostenendole con quote associative, donazioni, lavoro volontario, partecipazione alla vita interna e alla decisionalità. Far crescere le organizzazioni dei lavoratori contro le organizzazioni della rendita. Non c’è un solo soggetto di riferimento ma ce ne sono molti che dovranno poi saper comunicare in modo funzionale (Nunes 2025, p. 228). Partiti, sindacati, associazioni, comitati, piccoli gruppi di amici e singoli formano l’ecosistema trasformativo che mira a costruire un futuro migliore, possibile e senza classi di privilegiati. Le loro identità sono molteplici, le strutture organizzative da rinnovare, gli organizzatori da formare, le narrative da inventare.

    Non c’è bisogno di dirlo, attualmente l’ecosistema del potere è immensamente più forte e ramificato della sinistra trasformativa. Le risorse sono saldamente nelle mani dell’alta borghesia e finché questa non vacilla troverà ancora professionisti disposti a sostenerla in cambio di uno stipendio. La dialettica democratica è quasi ovunque sospesa in Europa e il sostegno diffuso alla commissione presieduta da Ursula von der Leyen e ai suoi piani di guerra lo dimostra. Il cognome preso dal marito, tra l’altro, chiarisce la vicinanza familiare alla vecchia aristocrazia dell’ancien régime. Curiosamente estrema destra e estrema sinistra convergono nella critica alle politiche imperiali dell’UE, per differenti ragioni ma per un comune atteggiamento antisistema.

    Le stesse categorie di sinistra e destra risultano oramai usurate riferendosi a schieramenti identitari in cui oggi c’è di tutto (Neiman 2025, p. 16). La destra è sia liberale che sociale, nazionalista e filostatunitense oppure, anticinese e filo-israeliana, ultra-liberista e statalista, per la famiglia tradizionale ma contro il cristianesimo sociale. La sinistra è parimenti frammentata fra liberali progressisti, socialdemocratici per l’ecologismo etico, comunisti di varia tradizione e anarchici libertari. Tutte identità attualmente incapaci di affrontare efficacemente l’esistente per trasformarlo e sopratutto incapaci di confrontarsi e cooperare tra loro.

    Andare oltre le identità auto riferite e collaborare a orizzonti comuni non è più solo una tra le strategie praticabili, è l’unica possibilità di influire sulla realtà. Stante che ognuna possa definirsi come più gli piace, risulta ridicolo oltre che dannoso identificarsi per opposizione alle altre mille facce dell’ecosistema o semplicemente contro un nemico comune. Nel prossimo futuro quelle organizzazioni che si chiudono verso l’interno, attente solo a testimoniare la propria alterità e purezza potranno forse sopravvivere, ma non potranno far parte del lavoro ecosistemico di costruzione della società futura. Rimarranno nella loro nicchia asfittica, beandosi nella malinconia, continuando i propri riti fino alla completa estinzione.

    Per accumulare potenza occorre un progetto trasformativo esplicito, come è stato il socialismo più di cento anni fa: l’idea di una società senza classi in cui non ci siano oppressi e oppressori ma un’unica comunità umana. Oggi sappiamo che questo è un orizzonte, una tensione, un obiettivo verso cui tendere, proprio nel momento in cui le masse si arrendono ad accettare la legge del più forte: il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti, il benessere consumista in cambio della perdita della libertà.

    Il ruolo storico delle organizzazioni oggi è costruire l’infrastruttura di mediazione e direzione dell’ecosistema trasformativo (Nunes 2025, p. 99) Quello della mediazione fra le diverse identità sociali è necessariamente il ruolo delle organizzazioni più forti, strutturate e diffuse territorialmente. La nascita di nuove forme di partito politico che possano svolgere questa funzione è ovviamente un’altra possibilità da esplorare.

    1. Conoscere l’arte della guerra.

    Vincere senza combattere è il culmine della scienza militare (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 104), ma perché ciò sia possibile bisogna padroneggiare tutti gli elementi della guerra (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Trattandosi di un conflitto materiale fra lavoratori e aristocrazia del denaro, ma non di uno scontro militare vero e proprio, ciò che rappresenta il terreno sono le condizioni storiche di vita dei gruppi sociali. Conoscere le condizioni sociali è quindi indispensabile per poter progettare strategie efficaci. Il precedente capitolo sulle strutture di classe intende proprio evitare di basare la propria azione su una interpretazione della società che poteva essere corretta cinquanta anni fa ma che oggi non lo è più. La conoscenza di sé e del nemico porta al vantaggio strategico che permette di vincere (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 95). Tale è l’importanza delle informazioni alla cui raccolta e valutazione va dedicata la massima attenzione da parte degli strateghi.

    “Coloro che padroneggiano la forma possono sconfiggere ogni avversario adattandosi alla sua forma. Usare una sola forma di vittoria per sconfiggere tutti gli avversari non è possibile. Il principio per la vittoria è unico, ma le tecniche concrete devono essere molteplici.” (Sun Tzu – Sun Pin 1999, p. 297)

    Questo principio concorda con il pensiero di Rodrigo Nunes per cui la forza prevale sulla forma e per ottenere successi vanno applicate molteplici forme organizzative (Nunes 2024, p. 100). Altra conoscenza antica è che la guerra si vince con la logistica. Una mancanza di risorse in una delle due parti ne comporta la immediata capitolazione.

    Immaginiamo cosa significhi essersi trovati in Grecia nel 2015 con le banche che bloccarono i prelievi per far rispettare le condizioni capestro della BCE. I ricchi greci erano tutti a Londra e nelle città europee o statunitensi, ma i poveri non avevano il denaro per fare la spesa. Questa mossa distolse Alexis Tsipras dall’attuare il suo piano di contrattacco, racconta Yanis Varoufakis, che all’epoca era Ministro delle Finanze. Quella fu una dimostrazione di forza delle banche, ma l’aristocrazia della rendita è anche estremamente vulnerabile: ha bisogno di stabilità per appropriarsi della ricchezza. Di fronte ad una crisi vera le borse crollano, le bolle speculative scoppiano, la fiducia in guadagni futuri scompare e il potere del denaro arretra di fronte alla forza delle armi.

    Nella preparazione di un conflitto contro l’aristocrazia del denaro bisogna accumulare potenza, tutto qui. Con ogni mezzo necessario vanno aggregati i migliori strateghi, le più ampie masse di manovra e alleati potenti. Per fare questo serve anche il denaro. Bisogna costruire un contro-potere che sia in grado di organizzare la società meglio di come è organizzata ora. Convincere le forze produttive e la maggioranza delle popolazioni che la trasformazione attesa sarebbe vantaggiosa, per tutti coloro che vengono sfruttati, anche se non sono poveri, riportando la proprietà delle infrastrutture produttive a chi lavora.

    1. Un programma minimo.

    Gli obiettivi devono essere pochi, semplici e condivisi, non molteplici e frazionati in identità contrapposte come sono ora. Le differenze esistono, ma solo ciò che è comune porta all’unità. L’estrema radicalità e l’utopismo nelle rivendicazioni portano inevitabilmente al settarismo e all’isolamento, quindi all’impotenza. Stiamo rappresentando l’obiettivo di classi sociali formate dal 90% della popolazione, non di una minoranza idealista e radicale. La minoranza, come scriveva Marx, deve mettersi al servizio “nell’interesse dell’enorme maggioranza”(Quirico – Ragona 2018, p 19), non il contrario, cercando il consenso democratico attorno alle riforme strutturali, verso una via italiana al socialismo (Macaluso 2013, p. 60) che oggi non può che essere integrata in Europa.

    Se il potere dell’aristocrazia è fondato sul denaro, l’obiettivo è togliergli il denaro, con i mezzi che già esistono.

    Tassare i ricchi, espropriarli e rendere le banche e le grandi aziende strategiche proprietà pubbliche, comuni, nella forma di cooperative o società con azionariato diffuso. I lavoratori devono avere la proprietà delle aziende per cui lavorano. Le infrastrutture di comunicazione (strade, trasporti, reti di distribuzione e telematiche) devono tornare pubbliche, sotto il controllo democratico dei cittadini. Alla popolazione va garantito lavoro dignitoso, con orari brevi che permettano di conciliare i tempi di vita (Mazzetti 1997). Non vogliamo più denaro per comprare oggetti superflui ma la possibilità di fare a meno del denaro (Mazzetti 1992), svincolando la soddisfazione dei bisogni dal mercato: abitazione, istruzione, salute, trasporti. Questo è possibile anche trasformando l’attuale forma del denaro, facilmente tesaurizzabile, in una moneta di consumo utile solo alla circolazione(12), che non sia possibile accumulare oltre una certa cifra o portare all’estero, e che non produca interessi (Bossone – Cattaneo – Grazzini – Sylos Labini 2015). Un esempio già esistente sono le attuali “social card” o “carta acquisti“, attraverso cui attualmente lo Stato italiano eroga miserevoli sussidi (500€ all’anno o 40€ al mese), carte di debito che erogano una somma fissa non cumulabile. Questi sistemi di pagamento già in uso garantiscono la possibilità di uscire in pochi giorni dal sistema di pagamenti europeo dell’Euro. Interessante in proposito il sistema statale brasiliano per i pagamenti elettronici PIX a cui si ispira il progetto dell’Euro Digitale, resilienti in caso di fallimento delle banche. La catastrofe della guerra verso cui ci stanno portando è l’unica possibilità che abbiamo per veder crollare l’aristocrazia del denaro. Per raggiungere degli obiettivi, siano questi o altri, bisogna far leva sul potere statale che è oggi l’unico possibile antagonista della grande proprietà privata e finanziaria. L’idea di cambiare il mondo senza prendere il potere (Holloway 2004), se pure fosse stata una nobile idea, è attualmente tramontata. Senza prendere il potere si può al massimo sopravvivere, adeguandosi o nascondendosi.

    Abolire i miliardari è già un primo obiettivo possibile. Tassare fortemente i milionari il secondo. Poi si vedrà.

    Note

    1. https://rizomatica.noblogs.org/2024/02/minetti-mobilitazione-e-diserzione/ , https://rizomatica.noblogs.org/2025/07/minetti-la-guerra-cercata/
    2. La Guerra di Piero live 1991 https://www.youtube.com/watch?v=vBfZdiFRzv4

    3. Se queste condizioni non sono tutte rispettate significa che, per fortuna dei lavoratori, non stiamo osservando una condizione di puro scambio di lavoro merce, ma qualcosa di più complesso ed evoluto in cui rientrano relazioni che non sono puramente economiche e strumentali fra le parti sociali.

    4. https://www.corriere.it/economia/risparmio/26_gennaio_19/italia-il-paese-delle-fortune-invertite-in-15-anni-il-91-della-ricchezza-prodotta-e-finita-ai-piu-facoltosi-alla-classe-media-le-5320537c-9836-42af-b0cc-8252e48f6xlk.shtml

    5. https://www.internazionale.it/notizie/matthew-stewart/2020/08/14/nuovi-privilegiati
    6. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0836/QEF_836_24.pdfhttps://wir2026.wid.world/www-site/uploads/2025/12/World_Inequality_Report_2026.pdf
    7. https://wir2026.wid.world/insight/exorbitant-privilege/
    8. https://www.ticonsiglio.com/wp-content/uploads/2025/07/pensioni-decorrenti-2024-e-primo-semestre-2025-rilevazione-2-luglio-2025.pdf
    9. https://www.istat.it/comunicato-stampa/occupati-e-disoccupati-dati-provvisori-gennaio-2025/
    10. https://it.wikiquote.org/wiki/Margaret_Thatcher#Terzo_mandato_come_primo_ministro
    11. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/18/russia-nato-spese-militari-confronto-news/8231430/
    12. https://archive.org/details/PerUnaMonetaFiscaleGratuita

    Bibliografia

    AA.VV., Limes, nn. 2/2024 – 8/2025 – 10/2025, GEDI.
    R. Abranavel, Aristocrazia 2.0, Solferino, 2021.
    P. G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, 2024.
    S. Bellucci, AI-Work, Jacabook, 2021.
    F. Berardi, Disertate, Timeo, 2023.
    M. Bertorello – D. Corradi, Lo strano caso del debito italiano, Alegre, 2023.
    R. Brancati – C. Carboni, Verso la piena sottocupazione, Donzelli, 2024.
    B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini, S. Sylos Labini, Per una moneta fiscale gratuita, MicroMega, 2015.
    L. Caracciolo, La pace è finita, Feltrinelli, 2022.
    M. De Landa, La guerra nell’era delle macchine intelligenti, Feltrinelli, 1996.
    S. Feltri, Il nemico. Elon Musk e l’assalto del tecnocapitalismo alla democrazia, UTET, 2025.C. Formenti, Guerra e rivoluzione Vol.II, Meltemi, 2023.
    F. Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, 1966.
    S. Freud, La guerra. Considerazioni attuali sulla guerra e la morte 1915, BollatiBoringhieri, 2025.
    D. Gambetta, Datacrazia, Codice, 2018.
    A. Gorz, L’immateriale, Boringhieri, 2003.
    D. Graeber, Bullshit jobs, Garzanti, 2018.
    J. Holloway, cambiare il mondo senza prendere il potere, Carta, 2004.
    P. Khanna, I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo, Fazi, 2009.
    P. Khanna, Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale, Fazi, 2016.
    P. Khanna, Il secolo asiatico, Fazi, 2019.
    R. Laghi, Scritture digitali, Meltemi, 2025.
    C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani,1981.
    M. Lazzarato, Guerra o rivoluzione, DeriveApprodi, 2022.
    E. Macaluso, Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo, Feltrinelli, 2013.
    K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, 1983.
    V. Mayer-Schonberg – T. Ramge, Reinventare il capitalismo nell’era dei Big Data, Egea, 2018.
    G. Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
    G. Mazzetti, Quel pane da spartire, Boringhieri, 1997.
    G. Mazzetti, Il futuro oltre la crisi, Manifestolibri, 2016.
    M. Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
    S. Neiman, La sinistra non è woke, UTET, 2025.
    A. Neri – M. Spuri – F. Vercelli, Questioni di economia e finanza. N. 836, Banca d’Italia, 2024.
    T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
    T. Piketty, Diseguaglianze, Bocconi, 2018.
    M. Quirico – G. Ragona, Socialismo di frontiera, Rosenberg & Sellier, 2018.
    F. Sylos Labini – M. Caravani, Bussola per un mondo in tempesta, Alegre, 2024.
    P. Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, 2015.
    R. Staglianò, Gigacapitalisti, Einaudi, 2022.
    B. Stiegler, La società automatica, Meltemi, 2019.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.
    M. Wark, Capital Is Dead: Is This Something Worse?, Verso, 2019.
    S. Zizek, Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie, 2012.
    S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, Milano, 1919.

    #aristocrazia #classi #conflitto #economia #ecosistema #gaza #guerra #italia #king #neoliberismo #organizzazione #politica #socialismo #tecnofeudalesimo
  13. Rivolte senza rivoluzione

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    «Grande è la ricchezza di un mondo in agonia», scriveva Ernst Bloch. Per il momento, con l’iniziativa che è ancora nelle mani di Stati e tecnocrati, questa «agonia» è ricca soprattutto di disastri, di coercizioni e di gu

    #Rassegna #AdrianWohlleben #anarchia #disordini #dominio #GiletsJaunes #logistica #neoliberismo #organizzazione #politica #rovescio #tecnologia #USA

  14. Oltre la melanconia di sinistra

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il

    #Rassegna #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale

  15. Oltre la melanconia di sinistra

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il

    #Rassegna #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale

  16. Oltre la melanconia di sinistra

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il

    #Rassegna #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale

  17. Oltre la melanconia di sinistra

    Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025

    di M. Sommella

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

    Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

    Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

    Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
    Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
    Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

    La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

    Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
    Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
    Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
    Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

    Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

    Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
    In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
    Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.

    Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

    Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
    Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

    “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

    Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
    Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
    La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
    “Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

    Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

    Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
    Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

    • Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
    • Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
    • Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

    Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

    Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
    Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
    Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
    Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

    Il merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
    Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

    Fonti e sitografia essenziale

    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, jstor.org/stable/303736.
    J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
    E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: europe-solidaire.org/spip.php?.

    #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
  18. Oltre la melanconia di sinistra

    Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025

    di M. Sommella

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

    Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

    Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

    Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
    Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
    Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

    La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

    Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
    Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
    Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
    Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

    Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

    Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
    In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
    Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.

    Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

    Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
    Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

    “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

    Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
    Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
    La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
    “Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

    Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

    Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
    Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

    • Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
    • Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
    • Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

    Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

    Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
    Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
    Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
    Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

    Il merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
    Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

    Fonti e sitografia essenziale

    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, jstor.org/stable/303736.
    J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
    E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: europe-solidaire.org/spip.php?.

    #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
  19. Oltre la melanconia di sinistra

    Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025

    di M. Sommella

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

    Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

    Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

    Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
    Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
    Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

    La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

    Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
    Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
    Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
    Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

    Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

    Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
    In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
    Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.

    Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

    Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
    Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

    “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

    Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
    Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
    La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
    “Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

    Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

    Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
    Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

    • Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
    • Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
    • Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

    Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

    Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
    Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
    Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
    Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

    Il merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
    Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

    Fonti e sitografia essenziale

    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, jstor.org/stable/303736.
    J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
    E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: europe-solidaire.org/spip.php?.

    #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
  20. Oltre la melanconia di sinistra

    Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025

    di M. Sommella

    In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.

    Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.

    Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes

    Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
    Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
    Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.

    La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute

    Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
    Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
    Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
    Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.

    Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo

    Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
    In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
    Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.

    Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa

    Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
    Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.

    “Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo

    Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
    Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
    La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
    “Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.

    Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”

    Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
    Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:

    • Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
    • Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
    • Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.

    Uno sguardo dalla nostra parte del mondo

    Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
    Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
    Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
    Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiace

    Il merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
    Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.

    Fonti e sitografia essenziale

    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, jstor.org/stable/303736.
    J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
    E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: europe-solidaire.org/spip.php?.

    #dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
  21. Calibre 8.16 aggiunge l’intelligenza artificiale, ma non tutti sono contenti e nasce il fork senza AI (clbre, ovviamente)

    Calibre 8.16 introduce nuove funzionalità AI per discutere dei libri e ricevere consigli di lettura. Intanto su GitHub nasce clbre, un fork che elimina ogni traccia di intelligenza artificiale.

    yoota.it/calibre-8-16-aggiunge

  22. La forza prevale sulla forma

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.
    di M. Minetti
    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verti

    #Rassegna #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #Marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  23. La forza prevale sulla forma

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.
    di M. Minetti
    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verti

    #Rassegna #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #Marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  24. La forza prevale sulla forma

    rizomatica.noblogs.org/2025/12

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.
    di M. Minetti
    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verti

    #Rassegna #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #Marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  25. La forza prevale sulla forma

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.

    di M. Minetti

    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verticale né orizzontale, recentemente tradotto dalla casa editrice Alegre. Piuttosto che pensare esista una forma di organizzazione migliore delle altre per sintetizzare i conflitti interni alle società, l’autore propone una visione ecologica per cui, a prescindere dal tipo di struttura, sia socialista o liberaldemocratica, sia assembleare piuttosto che aziendale, l’effetto dei cambiamenti prodotti sull’ambiente circostante è dato dai rapporti di forza interni a quelle stesse strutture organizzative, viste tutte come continuum dinamici che oscillano fra i loro estremi. Non si valuta quindi la forza più giusta, più etica, più elegante o alla moda, ma quella più intensa che spinge il risultato dalla sua parte, verso la soddisfazione dei bisogni sottesi.

    Questo principio materialistico è spiegabile con la frase: “il Re è nudo!”; nel senso che il potere, fino a quel momento accettato dai cortigiani e dai sudditi per convenienza e conformismo, si svela essere arbitrario, ovvero basato soltanto sulla forza. La critica dei valori tradizionali e religiosi delle monarchie, portata dall’illuminismo, è stata l’inizio della fine per i sovrani assoluti e le loro aristocrazie ereditarie. Le recenti manifestazioni “No Kings” negli Stati Uniti vorrebbero proprio ricordare le rivoluzioni che hanno portato alla modernità del liberalismo, al dominio della borghesia sui nobili e i sovrani. Peccato che la modernità sia irrimediabilmente tramontata assieme alla borghesia e al capitalismo industriale, con tutti i suoi orpelli ideologici legati ai diritti universali e quindi umani, con la supposta eguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge. Le manifestazioni “No Kings” invece che abbattere la recente monarchia e aristocrazia tecnocratica statunitense, prendono tardivamente atto della loro esistenza. Ci dicono sì che il Re è nudo ma da tempo essere nudi non è più un problema, basta avere i soldi e il potere militare per difenderli. Anche Bibi Nethanyau è nudo, quasi metà dei cittadini del suo paese democratico hanno manifestato il 18 agosto 2025 contro la sua politica di guerra ma questo non ha impedito all’esercito di invadere militarmente Gaza e la Cisgiordania, bombardare il Libano, la Siria e l’Iran provocando la debole reazione della comunità internazionale, che perseguita chi accusa lo Stato di Israele di genocidio.

    Grazie alla manipolazione algoritmica dell’opinione pubblica, operata dalle agenzie di informazione legate al potere, l’agenda dell’opposizione nelle democrazie liberali è controllata dagli stessi soggetti privati su cui si appoggia il governo. L’azione politica non ha più origine dalle scelte ideologiche e dalle identificazioni valoriali (es. liberalismo vs autoritarismo, religione vs laicismo, socialismo vs libero mercato, ecologismo vs consumismo…) casomai quelle sono conseguenze della narrazione egemonica in un certo momento storico. Il potere, come aveva rilevato Machiavelli già nel XVI sec. viene considerato da tutti ormai questione di forza, non di etica. Questo a mio parere è il significato odierno del dire che il Re è nudo, ovvero che la forza prevale sulla forma.

    Dopo decenni di pace sociale, conquistata grazie a politiche consociative di partecipazione delle opposizioni ai governi locali o nazionali, senza disturbare l’accumulazione di profitti privati a discapito dei servizi erogati alla cittadinanza, ci troviamo oggi a vedere quelle opposizioni espulse dalla partecipazione democratica ai benefici del governo e costrette a riempire le piazze per rivendicare un ruolo di primo piano. Se non altro il vantaggio di questa situazione drammatica è di aver ridato un senso all’esistenza delle opposizioni, costringendole ad abbandonare il vessillo del capitalismo etico e sostenibile per rendersi conto che l’aristocrazia dei miliardari che possiedono più della metà della ricchezza globale non può essere nè eticamente virtuosa come ci vogliono far credere, nè sostenibile per i cittadini e per l’ambiente naturale come ci hanno raccontato finora.

    Finita l’illusione del mercato come “migliore dei modi possibili” per allocare le risorse, il mondo libero, come amava definirsi durante la Guerra Fredda, si scopre pieno di poveri, che non riescono a far fronte ai propri bisogni primari e a cui vengono tagliate prestazioni sociali, e nemmeno così libero come si pensava. Anche nelle nostre democrazie oggi l’informazione è censurata, il controllo di massa viene attuato attraverso il monitoraggio automatico degli strumenti di comunicazione, il riconoscimento facciale autorizzato nei luoghi pubblici, i movimenti dei cittadini/utenti tracciati mediante dispositivi GPS, lettura automatica delle targhe automobilistiche e sistemi di pagamento digitali.

    Milioni di cittadini si scoprono complici di un genocidio, quello del popolo palestinese, che è in atto da ben prima del 7 ottobre 2023 e beneficiari della distruzione di interi ambienti naturali per fornire cibo e minerali a basso costo, necessari a mantenere stili di consumo insostenibili nelle città più ricche del pianeta. Ancora, milioni di cittadini percepiscono che nella democrazia in cui continuano formalmente ad avere un ruolo, con tutte le forme diffuse di rappresentanza della società civile, non hanno un peso reale sulle scelte strategiche del loro paese, che è saldamente nelle mani di una aristocrazia tecnofeudale dedita alla propria riproduzione. Di fronte alla dissonanza cognitiva provocata dalla contraddizione di scoprirsi né buoni, né forti e tantomeno liberi, come la narrativa del potere ci voleva far credere, molti si innamorano del proprio carnefice, ammirandone i capricci e le crudeltà. Altri, quelli in cui riponiamo le nostre speranze, sentono il bisogno di capire meglio cosa accade nel mondo e prendono posizione con l’intenzione di cambiarlo.

    Già rendersi conto delle contraddizioni della narrativa propagandistica, vedendo crollare quella illusione liberale che per tanto tempo ha schermato gli interessi dei ricchi, è una conquista non da poco, mentre su internet si diffondono viralmente interpretazioni, sicuramente semplificate, ma fortemente antisistemiche e critiche verso i potenti. “L’arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse” scriveva Karl Marx nel 1844 nel suo Per la critica della filosofia del diritto di Hegel e ancora oggi non possiamo che ribadirlo. Il nostro scopo potrebbe essere proprio la costruzione di quella forza materiale in tutte le forme che abbiamo a disposizione, abbandonando la sterile presunzione di essere gli unici portatori della forma adatta a raggiungere l’obiettivo. Se la forma organizzativa raggiungerà il cambiamento atteso, che non è neppure poi così chiaro quale sia, si vedrà solo in futuro, quando una sufficiente forza gli avrà permesso di mettersi alla prova.

    Spiegone degli spiegoni: Nunes ci ribadisce che è poco importante la perfetta aderenza ai principi ideali di una piccola organizzazione ininfluente dedita al purismo, ovvero a espellere qualsiasi contraddizione interna, mentre è necessario cooperare in un vasto panorama di forze concorrenti e molteplici, costruendo organizzazioni di massa, scalabili fino alla dimensione statale o sovranazionale, in grado di competere anche sul piano economico e militare con le multinazionali del capitalismo estrattivo.

    Bibliografia

    K. Marx e F. Engels, La sacra famiglia [1845], Editori riuniti, 1967.
    K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico [1844], Editori riuniti 2021.
    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.

    #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  26. La forza prevale sulla forma

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.

    di M. Minetti

    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verticale né orizzontale, recentemente tradotto dalla casa editrice Alegre. Piuttosto che pensare esista una forma di organizzazione migliore delle altre per sintetizzare i conflitti interni alle società, l’autore propone una visione ecologica per cui, a prescindere dal tipo di struttura, sia socialista o liberaldemocratica, sia assembleare piuttosto che aziendale, l’effetto dei cambiamenti prodotti sull’ambiente circostante è dato dai rapporti di forza interni a quelle stesse strutture organizzative, viste tutte come continuum dinamici che oscillano fra i loro estremi. Non si valuta quindi la forza più giusta, più etica, più elegante o alla moda, ma quella più intensa che spinge il risultato dalla sua parte, verso la soddisfazione dei bisogni sottesi.

    Questo principio materialistico è spiegabile con la frase: “il Re è nudo!”; nel senso che il potere, fino a quel momento accettato dai cortigiani e dai sudditi per convenienza e conformismo, si svela essere arbitrario, ovvero basato soltanto sulla forza. La critica dei valori tradizionali e religiosi delle monarchie, portata dall’illuminismo, è stata l’inizio della fine per i sovrani assoluti e le loro aristocrazie ereditarie. Le recenti manifestazioni “No Kings” negli Stati Uniti vorrebbero proprio ricordare le rivoluzioni che hanno portato alla modernità del liberalismo, al dominio della borghesia sui nobili e i sovrani. Peccato che la modernità sia irrimediabilmente tramontata assieme alla borghesia e al capitalismo industriale, con tutti i suoi orpelli ideologici legati ai diritti universali e quindi umani, con la supposta eguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge. Le manifestazioni “No Kings” invece che abbattere la recente monarchia e aristocrazia tecnocratica statunitense, prendono tardivamente atto della loro esistenza. Ci dicono sì che il Re è nudo ma da tempo essere nudi non è più un problema, basta avere i soldi e il potere militare per difenderli. Anche Bibi Nethanyau è nudo, quasi metà dei cittadini del suo paese democratico hanno manifestato il 18 agosto 2025 contro la sua politica di guerra ma questo non ha impedito all’esercito di invadere militarmente Gaza e la Cisgiordania, bombardare il Libano, la Siria e l’Iran provocando la debole reazione della comunità internazionale, che perseguita chi accusa lo Stato di Israele di genocidio.

    Grazie alla manipolazione algoritmica dell’opinione pubblica, operata dalle agenzie di informazione legate al potere, l’agenda dell’opposizione nelle democrazie liberali è controllata dagli stessi soggetti privati su cui si appoggia il governo. L’azione politica non ha più origine dalle scelte ideologiche e dalle identificazioni valoriali (es. liberalismo vs autoritarismo, religione vs laicismo, socialismo vs libero mercato, ecologismo vs consumismo…) casomai quelle sono conseguenze della narrazione egemonica in un certo momento storico. Il potere, come aveva rilevato Machiavelli già nel XVI sec. viene considerato da tutti ormai questione di forza, non di etica. Questo a mio parere è il significato odierno del dire che il Re è nudo, ovvero che la forza prevale sulla forma.

    Dopo decenni di pace sociale, conquistata grazie a politiche consociative di partecipazione delle opposizioni ai governi locali o nazionali, senza disturbare l’accumulazione di profitti privati a discapito dei servizi erogati alla cittadinanza, ci troviamo oggi a vedere quelle opposizioni espulse dalla partecipazione democratica ai benefici del governo e costrette a riempire le piazze per rivendicare un ruolo di primo piano. Se non altro il vantaggio di questa situazione drammatica è di aver ridato un senso all’esistenza delle opposizioni, costringendole ad abbandonare il vessillo del capitalismo etico e sostenibile per rendersi conto che l’aristocrazia dei miliardari che possiedono più della metà della ricchezza globale non può essere nè eticamente virtuosa come ci vogliono far credere, nè sostenibile per i cittadini e per l’ambiente naturale come ci hanno raccontato finora.

    Finita l’illusione del mercato come “migliore dei modi possibili” per allocare le risorse, il mondo libero, come amava definirsi durante la Guerra Fredda, si scopre pieno di poveri, che non riescono a far fronte ai propri bisogni primari e a cui vengono tagliate prestazioni sociali, e nemmeno così libero come si pensava. Anche nelle nostre democrazie oggi l’informazione è censurata, il controllo di massa viene attuato attraverso il monitoraggio automatico degli strumenti di comunicazione, il riconoscimento facciale autorizzato nei luoghi pubblici, i movimenti dei cittadini/utenti tracciati mediante dispositivi GPS, lettura automatica delle targhe automobilistiche e sistemi di pagamento digitali.

    Milioni di cittadini si scoprono complici di un genocidio, quello del popolo palestinese, che è in atto da ben prima del 7 ottobre 2023 e beneficiari della distruzione di interi ambienti naturali per fornire cibo e minerali a basso costo, necessari a mantenere stili di consumo insostenibili nelle città più ricche del pianeta. Ancora, milioni di cittadini percepiscono che nella democrazia in cui continuano formalmente ad avere un ruolo, con tutte le forme diffuse di rappresentanza della società civile, non hanno un peso reale sulle scelte strategiche del loro paese, che è saldamente nelle mani di una aristocrazia tecnofeudale dedita alla propria riproduzione. Di fronte alla dissonanza cognitiva provocata dalla contraddizione di scoprirsi né buoni, né forti e tantomeno liberi, come la narrativa del potere ci voleva far credere, molti si innamorano del proprio carnefice, ammirandone i capricci e le crudeltà. Altri, quelli in cui riponiamo le nostre speranze, sentono il bisogno di capire meglio cosa accade nel mondo e prendono posizione con l’intenzione di cambiarlo.

    Già rendersi conto delle contraddizioni della narrativa propagandistica, vedendo crollare quella illusione liberale che per tanto tempo ha schermato gli interessi dei ricchi, è una conquista non da poco, mentre su internet si diffondono viralmente interpretazioni, sicuramente semplificate, ma fortemente antisistemiche e critiche verso i potenti. “L’arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse” scriveva Karl Marx nel 1844 nel suo Per la critica della filosofia del diritto di Hegel e ancora oggi non possiamo che ribadirlo. Il nostro scopo potrebbe essere proprio la costruzione di quella forza materiale in tutte le forme che abbiamo a disposizione, abbandonando la sterile presunzione di essere gli unici portatori della forma adatta a raggiungere l’obiettivo. Se la forma organizzativa raggiungerà il cambiamento atteso, che non è neppure poi così chiaro quale sia, si vedrà solo in futuro, quando una sufficiente forza gli avrà permesso di mettersi alla prova.

    Spiegone degli spiegoni: Nunes ci ribadisce che è poco importante la perfetta aderenza ai principi ideali di una piccola organizzazione ininfluente dedita al purismo, ovvero a espellere qualsiasi contraddizione interna, mentre è necessario cooperare in un vasto panorama di forze concorrenti e molteplici, costruendo organizzazioni di massa, scalabili fino alla dimensione statale o sovranazionale, in grado di competere anche sul piano economico e militare con le multinazionali del capitalismo estrattivo.

    Bibliografia

    K. Marx e F. Engels, La sacra famiglia [1845], Editori riuniti, 1967.
    K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico [1844], Editori riuniti 2021.
    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.

    #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  27. La forza prevale sulla forma

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.

    di M. Minetti

    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verticale né orizzontale, recentemente tradotto dalla casa editrice Alegre. Piuttosto che pensare esista una forma di organizzazione migliore delle altre per sintetizzare i conflitti interni alle società, l’autore propone una visione ecologica per cui, a prescindere dal tipo di struttura, sia socialista o liberaldemocratica, sia assembleare piuttosto che aziendale, l’effetto dei cambiamenti prodotti sull’ambiente circostante è dato dai rapporti di forza interni a quelle stesse strutture organizzative, viste tutte come continuum dinamici che oscillano fra i loro estremi. Non si valuta quindi la forza più giusta, più etica, più elegante o alla moda, ma quella più intensa che spinge il risultato dalla sua parte, verso la soddisfazione dei bisogni sottesi.

    Questo principio materialistico è spiegabile con la frase: “il Re è nudo!”; nel senso che il potere, fino a quel momento accettato dai cortigiani e dai sudditi per convenienza e conformismo, si svela essere arbitrario, ovvero basato soltanto sulla forza. La critica dei valori tradizionali e religiosi delle monarchie, portata dall’illuminismo, è stata l’inizio della fine per i sovrani assoluti e le loro aristocrazie ereditarie. Le recenti manifestazioni “No Kings” negli Stati Uniti vorrebbero proprio ricordare le rivoluzioni che hanno portato alla modernità del liberalismo, al dominio della borghesia sui nobili e i sovrani. Peccato che la modernità sia irrimediabilmente tramontata assieme alla borghesia e al capitalismo industriale, con tutti i suoi orpelli ideologici legati ai diritti universali e quindi umani, con la supposta eguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge. Le manifestazioni “No Kings” invece che abbattere la recente monarchia e aristocrazia tecnocratica statunitense, prendono tardivamente atto della loro esistenza. Ci dicono sì che il Re è nudo ma da tempo essere nudi non è più un problema, basta avere i soldi e il potere militare per difenderli. Anche Bibi Nethanyau è nudo, quasi metà dei cittadini del suo paese democratico hanno manifestato il 18 agosto 2025 contro la sua politica di guerra ma questo non ha impedito all’esercito di invadere militarmente Gaza e la Cisgiordania, bombardare il Libano, la Siria e l’Iran provocando la debole reazione della comunità internazionale, che perseguita chi accusa lo Stato di Israele di genocidio.

    Grazie alla manipolazione algoritmica dell’opinione pubblica, operata dalle agenzie di informazione legate al potere, l’agenda dell’opposizione nelle democrazie liberali è controllata dagli stessi soggetti privati su cui si appoggia il governo. L’azione politica non ha più origine dalle scelte ideologiche e dalle identificazioni valoriali (es. liberalismo vs autoritarismo, religione vs laicismo, socialismo vs libero mercato, ecologismo vs consumismo…) casomai quelle sono conseguenze della narrazione egemonica in un certo momento storico. Il potere, come aveva rilevato Machiavelli già nel XVI sec. viene considerato da tutti ormai questione di forza, non di etica. Questo a mio parere è il significato odierno del dire che il Re è nudo, ovvero che la forza prevale sulla forma.

    Dopo decenni di pace sociale, conquistata grazie a politiche consociative di partecipazione delle opposizioni ai governi locali o nazionali, senza disturbare l’accumulazione di profitti privati a discapito dei servizi erogati alla cittadinanza, ci troviamo oggi a vedere quelle opposizioni espulse dalla partecipazione democratica ai benefici del governo e costrette a riempire le piazze per rivendicare un ruolo di primo piano. Se non altro il vantaggio di questa situazione drammatica è di aver ridato un senso all’esistenza delle opposizioni, costringendole ad abbandonare il vessillo del capitalismo etico e sostenibile per rendersi conto che l’aristocrazia dei miliardari che possiedono più della metà della ricchezza globale non può essere nè eticamente virtuosa come ci vogliono far credere, nè sostenibile per i cittadini e per l’ambiente naturale come ci hanno raccontato finora.

    Finita l’illusione del mercato come “migliore dei modi possibili” per allocare le risorse, il mondo libero, come amava definirsi durante la Guerra Fredda, si scopre pieno di poveri, che non riescono a far fronte ai propri bisogni primari e a cui vengono tagliate prestazioni sociali, e nemmeno così libero come si pensava. Anche nelle nostre democrazie oggi l’informazione è censurata, il controllo di massa viene attuato attraverso il monitoraggio automatico degli strumenti di comunicazione, il riconoscimento facciale autorizzato nei luoghi pubblici, i movimenti dei cittadini/utenti tracciati mediante dispositivi GPS, lettura automatica delle targhe automobilistiche e sistemi di pagamento digitali.

    Milioni di cittadini si scoprono complici di un genocidio, quello del popolo palestinese, che è in atto da ben prima del 7 ottobre 2023 e beneficiari della distruzione di interi ambienti naturali per fornire cibo e minerali a basso costo, necessari a mantenere stili di consumo insostenibili nelle città più ricche del pianeta. Ancora, milioni di cittadini percepiscono che nella democrazia in cui continuano formalmente ad avere un ruolo, con tutte le forme diffuse di rappresentanza della società civile, non hanno un peso reale sulle scelte strategiche del loro paese, che è saldamente nelle mani di una aristocrazia tecnofeudale dedita alla propria riproduzione. Di fronte alla dissonanza cognitiva provocata dalla contraddizione di scoprirsi né buoni, né forti e tantomeno liberi, come la narrativa del potere ci voleva far credere, molti si innamorano del proprio carnefice, ammirandone i capricci e le crudeltà. Altri, quelli in cui riponiamo le nostre speranze, sentono il bisogno di capire meglio cosa accade nel mondo e prendono posizione con l’intenzione di cambiarlo.

    Già rendersi conto delle contraddizioni della narrativa propagandistica, vedendo crollare quella illusione liberale che per tanto tempo ha schermato gli interessi dei ricchi, è una conquista non da poco, mentre su internet si diffondono viralmente interpretazioni, sicuramente semplificate, ma fortemente antisistemiche e critiche verso i potenti. “L’arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse” scriveva Karl Marx nel 1844 nel suo Per la critica della filosofia del diritto di Hegel e ancora oggi non possiamo che ribadirlo. Il nostro scopo potrebbe essere proprio la costruzione di quella forza materiale in tutte le forme che abbiamo a disposizione, abbandonando la sterile presunzione di essere gli unici portatori della forma adatta a raggiungere l’obiettivo. Se la forma organizzativa raggiungerà il cambiamento atteso, che non è neppure poi così chiaro quale sia, si vedrà solo in futuro, quando una sufficiente forza gli avrà permesso di mettersi alla prova.

    Spiegone degli spiegoni: Nunes ci ribadisce che è poco importante la perfetta aderenza ai principi ideali di una piccola organizzazione ininfluente dedita al purismo, ovvero a espellere qualsiasi contraddizione interna, mentre è necessario cooperare in un vasto panorama di forze concorrenti e molteplici, costruendo organizzazioni di massa, scalabili fino alla dimensione statale o sovranazionale, in grado di competere anche sul piano economico e militare con le multinazionali del capitalismo estrattivo.

    Bibliografia

    K. Marx e F. Engels, La sacra famiglia [1845], Editori riuniti, 1967.
    K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico [1844], Editori riuniti 2021.
    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.

    #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  28. La forza prevale sulla forma

    Articolo pubblicato in origine il 19/11/2025 su Transform Italia.

    di M. Minetti

    Questa è la traduzione dall’inglese “force over form” (Nunes 2025 p. 100) che costituisce un capitolo nodale del libro di Rodrigo Nunes Né verticale né orizzontale, recentemente tradotto dalla casa editrice Alegre. Piuttosto che pensare esista una forma di organizzazione migliore delle altre per sintetizzare i conflitti interni alle società, l’autore propone una visione ecologica per cui, a prescindere dal tipo di struttura, sia socialista o liberaldemocratica, sia assembleare piuttosto che aziendale, l’effetto dei cambiamenti prodotti sull’ambiente circostante è dato dai rapporti di forza interni a quelle stesse strutture organizzative, viste tutte come continuum dinamici che oscillano fra i loro estremi. Non si valuta quindi la forza più giusta, più etica, più elegante o alla moda, ma quella più intensa che spinge il risultato dalla sua parte, verso la soddisfazione dei bisogni sottesi.

    Questo principio materialistico è spiegabile con la frase: “il Re è nudo!”; nel senso che il potere, fino a quel momento accettato dai cortigiani e dai sudditi per convenienza e conformismo, si svela essere arbitrario, ovvero basato soltanto sulla forza. La critica dei valori tradizionali e religiosi delle monarchie, portata dall’illuminismo, è stata l’inizio della fine per i sovrani assoluti e le loro aristocrazie ereditarie. Le recenti manifestazioni “No Kings” negli Stati Uniti vorrebbero proprio ricordare le rivoluzioni che hanno portato alla modernità del liberalismo, al dominio della borghesia sui nobili e i sovrani. Peccato che la modernità sia irrimediabilmente tramontata assieme alla borghesia e al capitalismo industriale, con tutti i suoi orpelli ideologici legati ai diritti universali e quindi umani, con la supposta eguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge. Le manifestazioni “No Kings” invece che abbattere la recente monarchia e aristocrazia tecnocratica statunitense, prendono tardivamente atto della loro esistenza. Ci dicono sì che il Re è nudo ma da tempo essere nudi non è più un problema, basta avere i soldi e il potere militare per difenderli. Anche Bibi Nethanyau è nudo, quasi metà dei cittadini del suo paese democratico hanno manifestato il 18 agosto 2025 contro la sua politica di guerra ma questo non ha impedito all’esercito di invadere militarmente Gaza e la Cisgiordania, bombardare il Libano, la Siria e l’Iran provocando la debole reazione della comunità internazionale, che perseguita chi accusa lo Stato di Israele di genocidio.

    Grazie alla manipolazione algoritmica dell’opinione pubblica, operata dalle agenzie di informazione legate al potere, l’agenda dell’opposizione nelle democrazie liberali è controllata dagli stessi soggetti privati su cui si appoggia il governo. L’azione politica non ha più origine dalle scelte ideologiche e dalle identificazioni valoriali (es. liberalismo vs autoritarismo, religione vs laicismo, socialismo vs libero mercato, ecologismo vs consumismo…) casomai quelle sono conseguenze della narrazione egemonica in un certo momento storico. Il potere, come aveva rilevato Machiavelli già nel XVI sec. viene considerato da tutti ormai questione di forza, non di etica. Questo a mio parere è il significato odierno del dire che il Re è nudo, ovvero che la forza prevale sulla forma.

    Dopo decenni di pace sociale, conquistata grazie a politiche consociative di partecipazione delle opposizioni ai governi locali o nazionali, senza disturbare l’accumulazione di profitti privati a discapito dei servizi erogati alla cittadinanza, ci troviamo oggi a vedere quelle opposizioni espulse dalla partecipazione democratica ai benefici del governo e costrette a riempire le piazze per rivendicare un ruolo di primo piano. Se non altro il vantaggio di questa situazione drammatica è di aver ridato un senso all’esistenza delle opposizioni, costringendole ad abbandonare il vessillo del capitalismo etico e sostenibile per rendersi conto che l’aristocrazia dei miliardari che possiedono più della metà della ricchezza globale non può essere nè eticamente virtuosa come ci vogliono far credere, nè sostenibile per i cittadini e per l’ambiente naturale come ci hanno raccontato finora.

    Finita l’illusione del mercato come “migliore dei modi possibili” per allocare le risorse, il mondo libero, come amava definirsi durante la Guerra Fredda, si scopre pieno di poveri, che non riescono a far fronte ai propri bisogni primari e a cui vengono tagliate prestazioni sociali, e nemmeno così libero come si pensava. Anche nelle nostre democrazie oggi l’informazione è censurata, il controllo di massa viene attuato attraverso il monitoraggio automatico degli strumenti di comunicazione, il riconoscimento facciale autorizzato nei luoghi pubblici, i movimenti dei cittadini/utenti tracciati mediante dispositivi GPS, lettura automatica delle targhe automobilistiche e sistemi di pagamento digitali.

    Milioni di cittadini si scoprono complici di un genocidio, quello del popolo palestinese, che è in atto da ben prima del 7 ottobre 2023 e beneficiari della distruzione di interi ambienti naturali per fornire cibo e minerali a basso costo, necessari a mantenere stili di consumo insostenibili nelle città più ricche del pianeta. Ancora, milioni di cittadini percepiscono che nella democrazia in cui continuano formalmente ad avere un ruolo, con tutte le forme diffuse di rappresentanza della società civile, non hanno un peso reale sulle scelte strategiche del loro paese, che è saldamente nelle mani di una aristocrazia tecnofeudale dedita alla propria riproduzione. Di fronte alla dissonanza cognitiva provocata dalla contraddizione di scoprirsi né buoni, né forti e tantomeno liberi, come la narrativa del potere ci voleva far credere, molti si innamorano del proprio carnefice, ammirandone i capricci e le crudeltà. Altri, quelli in cui riponiamo le nostre speranze, sentono il bisogno di capire meglio cosa accade nel mondo e prendono posizione con l’intenzione di cambiarlo.

    Già rendersi conto delle contraddizioni della narrativa propagandistica, vedendo crollare quella illusione liberale che per tanto tempo ha schermato gli interessi dei ricchi, è una conquista non da poco, mentre su internet si diffondono viralmente interpretazioni, sicuramente semplificate, ma fortemente antisistemiche e critiche verso i potenti. “L’arme della critica non può certamente sostituire la critica delle armi, la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse” scriveva Karl Marx nel 1844 nel suo Per la critica della filosofia del diritto di Hegel e ancora oggi non possiamo che ribadirlo. Il nostro scopo potrebbe essere proprio la costruzione di quella forza materiale in tutte le forme che abbiamo a disposizione, abbandonando la sterile presunzione di essere gli unici portatori della forma adatta a raggiungere l’obiettivo. Se la forma organizzativa raggiungerà il cambiamento atteso, che non è neppure poi così chiaro quale sia, si vedrà solo in futuro, quando una sufficiente forza gli avrà permesso di mettersi alla prova.

    Spiegone degli spiegoni: Nunes ci ribadisce che è poco importante la perfetta aderenza ai principi ideali di una piccola organizzazione ininfluente dedita al purismo, ovvero a espellere qualsiasi contraddizione interna, mentre è necessario cooperare in un vasto panorama di forze concorrenti e molteplici, costruendo organizzazioni di massa, scalabili fino alla dimensione statale o sovranazionale, in grado di competere anche sul piano economico e militare con le multinazionali del capitalismo estrattivo.

    Bibliografia

    K. Marx e F. Engels, La sacra famiglia [1845], Editori riuniti, 1967.
    K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico [1844], Editori riuniti 2021.
    R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
    Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.

    #aristocrazia #ecologia #ecosistema #fronte #liberalismo #marx #mercato #nunes #organizzazione #orizzontale #politica #socialismo #verticale

  29. VIA dei TRANSITi 28 - MILITANZA AUTONOMIA ORGANIZZAZIONE

    Sabato 6 dicembre, dalle 16:30 alle 23:55, presso COA T28, Via dei Transiti 28, Milano

    VIA dei TRANSITi 28 - MILITANZA AUTONOMIA ORGANIZZAZIONE

    UNA STORIA LUNGA QUASI 50 ANNI

    6 DICEMBRE 2025

    ore 16:30 Presentazione del quaderno di ricostruzione storica delle lotte che dal 1978 a oggi attraversano via dei Transiti e la città al Centro Occupato Autogestito - Mostre di ieri e di oggi e materiali dall'archivio

    ore 19:00 Aperitivo

    ore 20:30 Proiezione film "DOCTORS UNDER ATTACK" di Karim Shah 2025 a cura di Sanitari per Gaza all' Ambulatorio Medico Popolare

    #militanza #AmbulatorioMedicoPopolare #aperitivo #autonomia #Organizzazione #presentazione #proiezione #SanitariPerGaza #StoriaDelMovimento #Transiti28

  30. Nè Verticale né Orizzontale - Vol. 3

    Domenica 16 novembre, dalle 16:00 alle 18:00, presso Socs26, Via Celoria 26

    Torniamo a parlare di "né verticale né orizzontale".

    Domenica 16 novembre, ore 16, via celoria 22, Milano.

    Parleremo dell'antitodo ai leader autoritari, ovvero una leadership diffusa e circolante (altro che la sua assenza). Continueremo analizzando la funzione di avanguardia, criticandola e riflettendo se possa smettere di essere "ontologia", qualcosa che si è, e vederla per "quello che fa".

    Accorrete rumorosi, alla peggio beviamo le tisane e stiamo insieme, di questi tempi non è male.

    #Teoria #chiacchiere #Organizzazione

  31. Anche in seguito ci sarebbero stati altri numerosi tentativi da parte della CIA di scoprire di più sul conto dell’ODEUM Roma

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale gli equilibri internazionali cambiarono velocemente, e con essi anche il mondo dei servizi segreti. All’interno di una più ampia strategia anticomunista in Europa, la Germania occidentale e le sue reti d’intelligence legate al defunto Terzo Reich emersero come nuovi alleati della superpotenza statunitense. In questo contesto l’Italia giocò un ruolo cruciale. Nel 1946 l’Organisation Gehlen, un servizio segreto tedesco-occidentale costituito per iniziativa statunitense e in collaborazione con l’ex ufficiale della Wehrmacht Reinhard Gehlen, istituì l’ODEUM Roma, la propria base estera nella capitale italiana, guidata dall’ex fisico nucleare Johannes Gehlen, fratello maggiore di Reinhard. Proprio il rapporto tra i due fratelli e le complesse dinamiche di comunicazione e controllo tra base estera e “organizzazione madre” diventano in questo volume la lente focale per un’analisi dell’evoluzione e dell’attività dell’Organisation Gehlen in Italia tra il 1946 e il 1956 nel contesto della “guerra di spie” che dilagava nella penisola agli inizi della guerra fredda.
    Presentazione di Sarah Lias Ceide, Scontri tra spie agli inizi della guerra fredda. L’Organisation Gehlen in Italia, 1946-1956, fedOA – Federico II University Press, Napoli, 2023

    Nonostante le dinamiche che avrebbero portato nuovamente alla guida diretta dell’ODEUM Roma da parte di Reinhard Gehlen, alcuni interrogativi rimangono tuttavia aperti rispetto ai report del ‘52. Innanzitutto chi era il vero responsabile della falsità delle informazioni inviate? E perché nessuno del gruppo romano si era accorto delle suddette mancanze prima di inoltrare il tutto all’ufficio “Analisi”? Purtroppo non è possibile ricostruire in maniera soddisfacente né la costituzione della rete di informatori dell’ODEUM Roma per quanto riguarda l’Europa dell’Est, né le dinamiche di comunicazione fra tali informatori e il gruppo romano. Sembra tuttavia ovvio, sulla base delle succitate valutazioni dell’ufficio “Analisi”, che gli individui reclutati in tale ambito dall’ODEUM Roma siano stati totalmente privi di esperienza spionistica, forse addirittura semplici “imbroglioni”, la cui attività era volta unicamente al guadagno.
    Non c’è infatti ragione per dubitare del giudizio del succitato ufficio, secondo cui i report nella loro totalità risultassero «un imbroglio smascherato immediatamente» <515. E anche se l’ufficio “Analisi” aveva tenuto a sottolineare che una mancante formazione in campo spionistico da parte dei membri dell’ODEUM Roma non sarebbe stata sufficiente a spiegare il livello scarsissimo dei report del ’52, a mio avviso, ciò potrebbe invece essere parte del problema. Come si è visto precedentemente, nel ’49, sullo sfondo dello “scandalo SMOM”, Johannes Gehlen aveva riconosciuto la necessità di ricevere una formazione appropriata in campo spionistico, la cui mancanza avvertiva come un potenziale ostacolo per la propria carriera <516. Dalle fonti non emerge se egli all’inizio del ’52 avesse già seguito dei corsi di formazione a Pullach o se avesse ricevuto un altro tipo di addestramento in tal senso. Di conseguenza, a mio parere, la mancanza di esperienza e di un modus operandi professionale nella raccolta di informazioni sensibili è un elemento importante per poter spiegare ”l’affare dei report” del ’52. A ciò si aggiunge, come veniva anche annotato nelle suddette valutazioni, che nessuno dei membri dell’ODEUM Roma era esperto né dell’Est Europa né tantomeno della situazione militare di tali paesi. Di conseguenza è piuttosto improbabile che il gruppo romano avesse realmente le competenze necessarie a rivedere e valutare in modo efficace le informazioni trasmesse dai propri informatori. La suddetta valutazione sembrerebbe inoltre insinuare quasi il sospetto che dietro i report “fasulli” dell’ODEUM Roma ci fosse stata la concreta intenzione, da parte di Johannes e dei suoi collaboratori, di fabbricare informazioni sensibili e di “imbrogliare” la centrale dell’Organisation Gehlen, magari, si potrebbe ipotizzare, allo scopo di esaltare una presunta importanza strategica della base estera romana per giustificarne la futura esistenza. È tuttavia mia opinione che tale ipotesi non sia plausibile. Come si vedrà anche in seguito, è più probabile che gli sbagli, anche gravi, commessi dall’ODEUM Roma siano da attribuirsi all’inesperienza dei membri del gruppo piuttosto che alla loro malafede.
    Qualunque sia alla fine stata la ragione alla base dell’ “affare dei report”, lo “scontro” tra l’ODEUM Roma e l’ufficio “Analisi” sarebbe stato evitato con l’intervento di Reinhard. Anche se in tal modo, come già detto, egli era riuscito a sottrarre il fratello maggiore alle critiche e alle interferenze esterne, la sua gestione diretta dell’ODEUM Roma non sarebbe durata a lungo. Infatti, sullo sfondo del rapido avvicinarsi dell’“ufficializzazione” dell’Organisation Gehlen, tra il ’52 e il ’53, il capo del servizio segreto tedesco avrebbe preso una decisione importante per il futuro dell’ODEUM Roma: il suo trasferimento al cosiddetto “Archivio” di Wolfgang Langkau, anche conosciuto come “Servizio Strategico”.
    […] la ricostruzione precisa di come l’ODEUM Roma si sia inserito sul piano burocratico e amministrativo all’interno dell’Organisation Gehlen non risulta facile, come hanno dovuto ammettere retrospettivamente gli stessi membri del BND <517. Nonostante ciò, grazie soprattutto alla minuziosa analisi di Thomas Wolf della struttura e dell’organizzazione interna dell’Organisation Gehlen, oltre all’esistenza di alcuni documenti di archivio rivelatori e utili in tal senso, è possibile gettare almeno parzialmente luce sulle dinamiche burocratiche e strutturali che caratterizzarono l’ODEUM Roma a cavallo tra la primavera del ’52 e i primi mesi del ’53, in seguito al suddetto “affare dei report” sull’Europa dell’Est.
    Sono già state individuate e analizzate in precedenza le motivazioni che permettono di interpretare Johannes e l’ODEUM Roma come “corpi estranei” all’interno dello stesso servizio segreto tedesco: annessi ufficialmente all’ufficio “35” come Sonderverbindungen, ma, a quanto pare, guidati e controllati quasi esclusivamente da Reinhard Gehlen, solo pochi esterni avevano modo di accedere alle informazioni raccolte e trasmesse dai membri dell’ODEUM Roma. Il ’52, con l’invio dei suddetti report e l’esito disastroso della successiva valutazione per mano dell’ufficio “Analisi”, aveva poi provocato, come già visto, nuovamente l’intervento del capo dell’Organisation Gehlen. Gli eventi dei primi mesi del ’52 avevano portato Reinhard a “isolare” nuovamente il fratello non solo dal resto del servizio segreto tedesco, ma anche dalla CIA e dagli inviati di quest’ultima a Pullach, proprio in un momento in cui l’intelligence statunitense sembrava interessarsi sempre di più dell’operato dell’ex fisico nucleare a Roma. Infatti a partire dal ’51 la CIA aveva iniziato a richiedere con insistenza maggiori informazioni «circa il contributo dato da Johannes Gehlen e dai suoi collaboratori alla generale raccolta di informazioni d’intelligence» dell’Organisation Gehlen <518. Anche in seguito ci sarebbero stati altri numerosi tentativi da parte della CIA di scoprire di più sul conto dell’ODEUM Roma, ma alla fine, essa «non venne più informata da Reinhard Gehlen circa l’attività e i risultati raggiunti dal gruppo romano» <519.
    Quanto appena detto fa emergere un elemento importante in riferimento ai “rapporti di forza” tra CIA e Organisation Gehlen, ovvero che, nonostante gli sforzi ripetuti dell’intelligence statunitense, il servizio segreto di Reinhard continuava a rimanere almeno parzialmente fuori dalla sfera di controllo della CIA. Se a ciò si aggiunge anche la generale “crisi” venutasi a creare nei rapporti tedesco-statunitensi a Pullach all’inizio degli anni Cinquanta, in vista della imminente trasformazione dell’Organisation Gehlen nel nuovo servizio segreto federale estero, diventa chiaro perché la nascita del futuro “Servizio Strategico” possa essere vista come una sorta di “sintomo collaterale” della generale “politica gehleniana”. Infatti, come si vedrà, il processo di costituzione e la struttura interna del “Servizio Strategico” diventano emblematici per capire una generale tendenza dell’Organisation Gehlen, e successivamente del BND, a frammentarsi progressivamente, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in vari reparti eterogenei e solo parzialmente legati fra loro.
    La costituzione del “Servizio Strategico”
    La storia della nascita e dell’evoluzione del “Servizio Strategico”, rimane ancora perlopiù nel buio. Come già accennato, secondo alcune fonti BND, esso nacque nel ’52 nella sua forma più embrionale su mandato di Adenauer, secondo cui l’Organisation Gehlen avrebbe dovuto «dare vita a un organo d’intelligence indipendente dagli americani dal punto di vista operativo ed economico, allo scopo di raccogliere informazioni sull’Europa occidentale e sul Terzo mondo» <520, agendo esclusivamente alle dipendenze del cancelliere. Secondo lo stesso Reinhard Gehlen, tra le attività di questo nuovo organo d’intelligence sarebbe dovuto rientrare anche lo spionaggio anticomunista verso i paesi sotto influenza sovietica così come verso organizzazioni e partiti comunisti nel blocco occidentale e nei paesi non-allineati <521. In quanto risultato di questo “tacito accordo” tra il governo tedesco-federale e l’Organisation Gehlen, da cui la CIA era dunque esplicitamente estromessa, il futuro “Servizio Strategico” si configurava sin dall’inizio, secondo Wolf, come una sorta di «servizio segreto dentro il servizio segreto» <522. La nascita di questo nuovo ufficio sembrava dunque assolvere a due principali obiettivi. Da una parte, si configurava come elemento importante del più ampio processo di trasformazione del servizio segreto di Pullach in BND, visto che il governo tedesco-federale aveva preso la decisione di fare dell’Organisation Gehlen il nuovo organo d’intelligence estero della RFT proprio nel ’51 <523. Dall’altra, si poneva come funzionale allo sforzo di Reinhard di allontanare alcuni elementi del proprio servizio segreto, fra cui l’ODEUM Roma, dal controllo della CIA.
    Il “Servizio Strategico”, che assunse tale nome ufficialmente solo a partire dal ’56, nacque inizialmente sotto il nome in codice “Archivio” e fu guidato da Wolfgang Langkau, un conoscente di vecchia data di Reinhard e mediatore tra l’Organisation Gehlen e gli ambienti cristiano-democratici tedesco-federali <524. Sin dal 1951 Langkau aveva esercitato la propria attività d’intelligence per conto del servizio segreto tedesco sotto la copertura di collaboratore del giornale «Neues Abendland», organo di comunicazione principale della cosiddetta Abendländische Bewegung (Movimento per l’Occidente). Tale movimento era nato in Germania agli inizi della guerra fredda con ramificazioni internazionali, di stampo conservatore e anticomunista, ed era legato anche a rappresentanti del clero cattolico e della Chiesa protestante <525. A partire dal ’52 Langkau divenne capo del nascente “Servizio Strategico”, con l’incarico preciso di costituire rapidamente un reparto in grado di fornire alla Cancelleria federale informazioni d’intelligence in ambito estero <526. Di conseguenza, a cavallo tra il ’52 e il ’53, gran parte dei “collegamenti speciali” dell’Organisation Gehlen attivi all’estero vennero annessi al “Servizio Strategico”. Tale processo si sarebbe accelerato quando, verso la fine del ’53, Reinhard avrebbe deciso di sciogliere l’ufficio “35”, responsabile di tutti i suddetti “collegamenti speciali”, fra cui, come già accennato, anche l’ODEUM Roma, i quali vennero interamente trasferiti al neonato organismo diretto da Langkau <527.
    [NOTE]
    515 Endgültige Beurteilung, 14 febbraio 1952, BND-Archiv, 220816, doc. 619.
    516 Tätigkeiten in Rom, 1949, BND-Archiv, 220815, doc. 420.
    517 BND und Vatikan, 22 settembre 1982, BND-Archiv, 42507.
    518 T. Wolf, Die Entstehung des BND, cit., p. 428.
    519 Ibidem.
    520 Ivi, p. 416.
    521 Ibidem.
    522 Ivi, p. 415.
    523 Ivi, p. 420; cfr. T. Wolf, Die Anfänge des BND, cit..
    524 T. Wolf, Die Entstehung des BND, cit., pp. 417-418. L‘“Archivio“ di Langkau avrebbe costituito uno dei due pilastri su cui il “Servizio Strategico” si sarebbe basato dopo il ’56. Il secondo pilastro sarebbe stato costituito dal reparto Außenpolitische Aufklärung (Spionaggio estero) di Kurt Weiß, già specialista per lo spionaggio contro i paesi del Patto Atlantico. Ancor prima della fusione dei due suddetti uffici, il soprannome “Servizio Strategico” si sarebbe già affermato per il reparto di Langkau, ragione per cui “Servizio Strategico” viene qui usato come sinonimo di “Archivio”.
    525 Per un’analisi dell’Abendländische Bewegung cfr. V. Conze, Die Abendländische Bewegung, in: V. Conze (a cura di), Das Europa der Deutschen. Ideen von Europa in Deutschland zwischen Reichstradition und Westorientierung (1920-1970), Oldenbourg, München 2005, pp. 127-207. Per il legame tra l’Organisation Gehlen, il movimento e gli esponenti principali di questi ultimi cfr. T. Wolf, Die Entstehung des BND, cit., pp. 417-420.
    526 T. Wolf, Die Entstehung des BND, cit., p. 421.
    527 Ivi, p. 422.
    Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

    #1952 #1953 #CIA #Federale #Gehlen #Germania #Odeum #organizzazione #Ovest #Roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #segreti #servizi #servizio #spionaggio #strategico #WolfgangLangkau

  32. Così, la gente diserta di propria iniziativa: le aziende chiudono, gli studenti si rifiutano di sostenere gli esami, i dipendenti pubblici restano a casa. Solo i servizi di emergenza sono ancora in piedi.

    A volte mi sento ancora vivo solo perché Israele non sta (ancora) colpendo le zone residenziali. Ma gli incendi, le ricadute radioattive, i colpi vaganti continuano comunque a uccidere persone.

    E non c'è aiuto. Niente. Nessun supporto #umanitario nessuna #organizzazione esterna, nessuna #medicina – e le #sanzioni stanno già uccidendo da anni.

  33. Ecco stavolta un vero #progetto secondario, iniziato stamattina e finito minuti fa: una paginetta sul mio #sito che elenca i miei #userscript. Infatti boh, avendone già creati ben 2 diversi nel giro di qualche giorno, e chissà se e quando ne farò uscire degli altri, è buona cosa non lasciarli sparsi per l’Internet, ma tenerli con lo stesso principio di #organizzazione che uso per le mie piccole webapp, e a cui posso puntare chiunque. https://hub.octt.eu.org/Userscripts/ 🫣

    In realtà la #pagina per ora usa semplicemente #JavaScript per pescare i dati da siti esterni (tra cui #GreasyFork), che non sono direttamente hostati da me, infatti dovrò poi valutare le opzioni possibili per preservarli ma senza impazzire… pare che su questi siti di raccolta di #script si possano settare webhook per aggiornare quantomeno il codice tramite Git (peccato non il README), quella sarebbe una #soluzione.

    https://octospacc.altervista.org/2024/03/15/paginetta-userscritti/

    #GreasyFork #JavaScript #organizzazione #pagina #progetto #script #sito #soluzione #userscript