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#democratica — Public Fediverse posts

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  1. Nel 1970 gli umori di destra sembrano prendere il sopravvento nella magistratura

    Contemporaneamente crescono, nell’ambito di Md, le divisioni fra le varie anime della corrente, nella misura in cui una parte dei suoi aderenti tende a rendere più radicali istanze di sinistra <50. L’occasione per la scissione viene dalla presa di posizione della corrente sull’arresto, avvenuto il 25 novembre del 1969, e successiva condanna <51 del direttore responsabile del quotidiano Potere operaio, Francesco Tolin, socialista, a causa di alcuni articoli pubblicati. L’assemblea di Md, riunita a Bologna, approva una delibera in cui esprime preoccupazione per «il clima di intimidazione particolarmente pesante verso determinati settori politici…» <52 e per la libertà di stampa, con toni, in realtà, piuttosto pacati <53. Ma l’ordine del giorno, che provoca le dimissioni del sostituto procuratore Vittorio Occorsio, titolare dell’inchiesta su Tolin, viene subito attaccato da Mi e dall’Umi che accusano Md di interferire contro
    un processo in corso. In breve l’incidente diviene l’occasione per una chiarificazione e circa la metà degli aderenti di Md (fra cui il suo prestigioso leader Beria d’Argentine) decidono di lasciare la corrente per costituirne una nuova, presto battezzata Giustizia e costituzione e, in seguito, Impegno costituzionale, che accoglie anche una parte di Terzo potere, anch’essa soggetta ad una scissione. Importante, forse decisivo, per far precipitare le divisione di Md l’episodio di piazza Fontana, il 12 dicembre a Milano, che segna anche una «crescente pressione di quei settori politici che non tolleravano l’indirizzo assunto dall’Anm e dal Csm, spingono verso la crisi nell’Anm con la rottura
    della giunta unitaria» <54.
    Dopo il biennio della contestazione e “l’autunno caldo” gli umori di destra sembrano prendere il sopravvento nella magistratura, oltre che in altri settori della società <55 e nelle elezioni del 1970 dell’Anm, Mi ottiene quasi il 45% dei voti (nelle precedenti consultazioni aveva preso il 40%) e ben presto, attraverso un accordo con Terzo potere e Giustizia e costituzione forma una giunta che esclude Md. Anche i tutti i membri del Cms eletti in quota Md decidono di aderire alla scissione del 1969 e quindi la corrente viene di fatto relegata ai margini dei centri di potere della magistratura. In ogni caso la legislatura consigliare 1968-1972 si dimostra sotto più punti di vista decisamente innovativa rispetto a quelle precedenti; fra le iniziative più ricordate vi sono la pubblicazione di una relazione annuale, quella di un massimario circa l’attività disciplinare del Csm, ma anche, molto importante, una serie di circolari per la formazione delle tabelle annuali per la formazione degli uffici giudiziari, per rendere concreto il principio del giudice naturale.
    Un’iniziativa significativa di Magistratura democratica è la raccolta, nel 1970, delle firme per la proposta di un referendum finalizzato all’abolizione di alcuni reati di opinione, in collaborazione con il Psi e il Psiup; i magistrati progressisti cercano la collaborazione del Pci, il quale però si dimostra piuttosto tiepido e non offre un grande aiuto nonostante che quel partito fosse stato quello maggiormente colpito dalle inchieste per reati di opinione; senza l’aiuto dei comunisti il numero necessario di firme non viene raccolto e l’iniziativa fallisce <56.
    Un certo “riflusso” tra i magistrati si conferma in occasione delle elezioni per il Csm del 1972, che vedono Umi e Mi ottenere 13 seggi dei 14 a disposizione, grazie al sistema elettorale maggioritario e ad un’efficace strategia di alleanze <57. Nello stesso 1972 la gestione giudiziaria della strage di piazza Fontana crea un grave conflitto tra l’”alta” magistratura ed i gradi inferiori. Nel mese di ottobre la Corte di Cassazione trasferisce il procedimento da Milano a Catanzaro adducendo ragioni di ordine pubblico; tale atto, anche in virtù delle accese polemiche che erano sorte tra le forze politiche per la conduzione delle indagini da parte delle autorità, che avevano dato la sensazione di cercare i responsabili del grave attentato solo a sinistra (anche contro alcuni indizi in senso contrario), provoca una reazione senza precedenti dei giudici del capoluogo lombardo. Un’assemblea dell’Anm di Milano approva, con un solo voto contrario su oltre duecento, un documento di dura critica nei confronti della decisione della Cassazione. Ne seguirà un procedimento disciplinare ai danni di alcuni magistrati, tra cui Guido Galli, incolpati di aver elaborato il documento.
    Lo scontro tra settori della magistratura caratterizzerà tutti gli anni Settanta e, a questo punto, non si tratta più tanto di un conflitto generazionale, né unicamente tra alta e bassa magistratura, ma più strettamente politico, accompagnando una contrapposizione largamente presente, in generale, nella società italiana. Uno dei problemi fondamentali è quello relativo al ruolo del giudice nella società, se cioè questo debba esservi inserito a pieno titolo, circostanza che gli permetterebbe di comprenderne le dinamiche ed esercitare quel ruolo politico inevitabile nell’esercizio della giurisdizione; oppure se egli debba, in maniera neutrale ed automatica, limitarsi ad essere un mero strumento di applicazione della legge senza alcun ruolo creativo. Il problema ha un peso enorme per il governo della società anche in virtù dell’aumento del ruolo del potere giudiziario nelle società moderne occidentali <58 e che
    si deve all’aumento della complessità delle dinamiche sociali <59. I magistrati delle correnti progressiste sostengono la prima posizione, mentre quelli più legati alla tradizione lo contestano in nome dell’apoliticità del giudice; ma, fanno notare i progressisti, la tesi dell’apoliticità è ipocrita perché nasconde unicamente la volontà di conservazione <60.
    [NOTE]
    50 «Nel 1968 cominciarono a sorgere dei problemi, dei contrasti, principalmente perché si coagulò un gruppo che è difficile definire: la parola extraparlamentare forse è impropria. Alcuni parlavano di cosiddetti cinesi. E questo avvenne in particolare nel gruppo romano. Si cominciò a fare un discorso nella scia della realtà contestativa del paese. La contestazione venne quasi ipostatizzata come elemento principe per uno sviluppo e ciò anche all’interno della magistratura» S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Magistratura Democratica nel quadro dell’Associazione Nazionale Magistrati, Franco Angeli, Milano, 1987. Pag. 206
    51 Dopo un processo per direttissima in cui il pubblico ministero era Vittorio Occorsio, che negli anni successivi si occuperà di inchieste su Ordine nuovo.
    52 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 379.
    53 Anche in considerazione del fatto che l’arresto di Tolin provoca le proteste di gran parte degli organi di stampa, non escluso il telegiornale della Rai. Vedere Pappalardo. Gli iconoclasti. Magistratura Democratica nel quadro dell’Associazione Nazionale Magistrati. Cit. Pag. 230.
    54 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione”. Cit. Pag. 177.
    55 Sintomatico del desiderio diffuso in alcuni settori moderati di ridurre l’influenza della magistratura progressista è, per esempio, l’intervento di Mario Cervi: «Resta la realtà di una magistratura che ha rinunciato al prestigio carismatico del passato, che non si chiude più nella torre d’avorio […] ma che […] rischia di essere inquinata da ciò che di deteriore esiste nella vita italiana […] Non è accettabile il passaggio da una liturgia giudiziaria solenne e lenta […] ad una liturgia giudiziaria affidata a sacerdoti che discutono molto, enunciano tesi popolari e magari populiste ma, alla fine dei conti, danno al cittadino un servizio altrettanto lento […] il caso Tolin ha messo allo scoperto l’inconciliabilità tra il comportamento di una minoranza di estrema sinistra che condivide ed esalta le posizioni di una parte politica e la volontà della maggioranza dei magistrati» M. Cervi, “Malessere nella magistratura”, Corriere della Sera del 23 dicembre 1969.
    56 V. Zagrebelsky, “La magistratura ordinaria dalla Costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 774.
    57 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione”. Cit. Pag. 189.
    58 N. Tate e T. Vallinder (a cura di), The Global Expansion of Judicial Power, New York University Press, New York.
    59 Pizzorno individua cinque ragioni principali per l’aumento del peso del giudice: «a)l’accresciuta partecipazione del giudice alla creazione della legge; b) l’accresciuta tendenza degli organi legislativi e amministrativi a delegare a quelli giurisdizionali decisioni delicate, che si ritiene possano comportare conseguenze negative per i rappresentanti eletti; c) l’allargamento dell’accesso dei cittadini alla giustizia per risolvere controversie che tradizionalmente venivano risolte da autorità sociali o amministrative: nella famiglia, nella scuola, nelle professioni, nelle istituzioni globali, e così via (è quello che gli americani chiamano espansione del due process); d) l’istituzione, in gran parte delle democrazie europee – che per due secoli l’avevano respinto come estraneo alla loro concezione del modo in cui si forma il diritto – del controllo di costituzionalità delle leggi da parte di uno speciale organo giurisdizionale; e) l’apparire e espandersi nella pratica che, per analogia con l’istituto del controllo di costituzionalità, proporrei di chiamare “controllo di correttezza politica” – o forse più pungentemente “controllo di virtù” – da parte della magistratura: è questo l’aspetto più difficile da circoscrivere, ma anche di maggior interesse per quanto riguarda il caso italiano». A. Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della virtù, Laterza, Bari-Roma, 1998. Pag. 12.
    60 Oggi il dibattito appare superato e le tesi legate al ruolo neutrale del magistrati sono state largamente abbandonate.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    #1969 #1970 #1972 #abolizione #AdolfoBeriaDiArgentine #ANM #conservazione #correnti #Costituzione #CSM #democratica #destra #EdoardoMFracanzani #elezioni #giustizia #libertà #magistratura #MI #opinione #progressisti #reati #scissione #stampa #TerzoPotere #UMI #VittorioOccorsio
  2. Nel 1970 gli umori di destra sembrano prendere il sopravvento nella magistratura

    Contemporaneamente crescono, nell’ambito di Md, le divisioni fra le varie anime della corrente, nella misura in cui una parte dei suoi aderenti tende a rendere più radicali istanze di sinistra <50. L’occasione per la scissione viene dalla presa di posizione della corrente sull’arresto, avvenuto il 25 novembre del 1969, e successiva condanna <51 del direttore responsabile del quotidiano Potere operaio, Francesco Tolin, socialista, a causa di alcuni articoli pubblicati. L’assemblea di Md, riunita a Bologna, approva una delibera in cui esprime preoccupazione per «il clima di intimidazione particolarmente pesante verso determinati settori politici…» <52 e per la libertà di stampa, con toni, in realtà, piuttosto pacati <53. Ma l’ordine del giorno, che provoca le dimissioni del sostituto procuratore Vittorio Occorsio, titolare dell’inchiesta su Tolin, viene subito attaccato da Mi e dall’Umi che accusano Md di interferire contro
    un processo in corso. In breve l’incidente diviene l’occasione per una chiarificazione e circa la metà degli aderenti di Md (fra cui il suo prestigioso leader Beria d’Argentine) decidono di lasciare la corrente per costituirne una nuova, presto battezzata Giustizia e costituzione e, in seguito, Impegno costituzionale, che accoglie anche una parte di Terzo potere, anch’essa soggetta ad una scissione. Importante, forse decisivo, per far precipitare le divisione di Md l’episodio di piazza Fontana, il 12 dicembre a Milano, che segna anche una «crescente pressione di quei settori politici che non tolleravano l’indirizzo assunto dall’Anm e dal Csm, spingono verso la crisi nell’Anm con la rottura
    della giunta unitaria» <54.
    Dopo il biennio della contestazione e “l’autunno caldo” gli umori di destra sembrano prendere il sopravvento nella magistratura, oltre che in altri settori della società <55 e nelle elezioni del 1970 dell’Anm, Mi ottiene quasi il 45% dei voti (nelle precedenti consultazioni aveva preso il 40%) e ben presto, attraverso un accordo con Terzo potere e Giustizia e costituzione forma una giunta che esclude Md. Anche i tutti i membri del Cms eletti in quota Md decidono di aderire alla scissione del 1969 e quindi la corrente viene di fatto relegata ai margini dei centri di potere della magistratura. In ogni caso la legislatura consigliare 1968-1972 si dimostra sotto più punti di vista decisamente innovativa rispetto a quelle precedenti; fra le iniziative più ricordate vi sono la pubblicazione di una relazione annuale, quella di un massimario circa l’attività disciplinare del Csm, ma anche, molto importante, una serie di circolari per la formazione delle tabelle annuali per la formazione degli uffici giudiziari, per rendere concreto il principio del giudice naturale.
    Un’iniziativa significativa di Magistratura democratica è la raccolta, nel 1970, delle firme per la proposta di un referendum finalizzato all’abolizione di alcuni reati di opinione, in collaborazione con il Psi e il Psiup; i magistrati progressisti cercano la collaborazione del Pci, il quale però si dimostra piuttosto tiepido e non offre un grande aiuto nonostante che quel partito fosse stato quello maggiormente colpito dalle inchieste per reati di opinione; senza l’aiuto dei comunisti il numero necessario di firme non viene raccolto e l’iniziativa fallisce <56.
    Un certo “riflusso” tra i magistrati si conferma in occasione delle elezioni per il Csm del 1972, che vedono Umi e Mi ottenere 13 seggi dei 14 a disposizione, grazie al sistema elettorale maggioritario e ad un’efficace strategia di alleanze <57. Nello stesso 1972 la gestione giudiziaria della strage di piazza Fontana crea un grave conflitto tra l’”alta” magistratura ed i gradi inferiori. Nel mese di ottobre la Corte di Cassazione trasferisce il procedimento da Milano a Catanzaro adducendo ragioni di ordine pubblico; tale atto, anche in virtù delle accese polemiche che erano sorte tra le forze politiche per la conduzione delle indagini da parte delle autorità, che avevano dato la sensazione di cercare i responsabili del grave attentato solo a sinistra (anche contro alcuni indizi in senso contrario), provoca una reazione senza precedenti dei giudici del capoluogo lombardo. Un’assemblea dell’Anm di Milano approva, con un solo voto contrario su oltre duecento, un documento di dura critica nei confronti della decisione della Cassazione. Ne seguirà un procedimento disciplinare ai danni di alcuni magistrati, tra cui Guido Galli, incolpati di aver elaborato il documento.
    Lo scontro tra settori della magistratura caratterizzerà tutti gli anni Settanta e, a questo punto, non si tratta più tanto di un conflitto generazionale, né unicamente tra alta e bassa magistratura, ma più strettamente politico, accompagnando una contrapposizione largamente presente, in generale, nella società italiana. Uno dei problemi fondamentali è quello relativo al ruolo del giudice nella società, se cioè questo debba esservi inserito a pieno titolo, circostanza che gli permetterebbe di comprenderne le dinamiche ed esercitare quel ruolo politico inevitabile nell’esercizio della giurisdizione; oppure se egli debba, in maniera neutrale ed automatica, limitarsi ad essere un mero strumento di applicazione della legge senza alcun ruolo creativo. Il problema ha un peso enorme per il governo della società anche in virtù dell’aumento del ruolo del potere giudiziario nelle società moderne occidentali <58 e che
    si deve all’aumento della complessità delle dinamiche sociali <59. I magistrati delle correnti progressiste sostengono la prima posizione, mentre quelli più legati alla tradizione lo contestano in nome dell’apoliticità del giudice; ma, fanno notare i progressisti, la tesi dell’apoliticità è ipocrita perché nasconde unicamente la volontà di conservazione <60.
    [NOTE]
    50 «Nel 1968 cominciarono a sorgere dei problemi, dei contrasti, principalmente perché si coagulò un gruppo che è difficile definire: la parola extraparlamentare forse è impropria. Alcuni parlavano di cosiddetti cinesi. E questo avvenne in particolare nel gruppo romano. Si cominciò a fare un discorso nella scia della realtà contestativa del paese. La contestazione venne quasi ipostatizzata come elemento principe per uno sviluppo e ciò anche all’interno della magistratura» S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Magistratura Democratica nel quadro dell’Associazione Nazionale Magistrati, Franco Angeli, Milano, 1987. Pag. 206
    51 Dopo un processo per direttissima in cui il pubblico ministero era Vittorio Occorsio, che negli anni successivi si occuperà di inchieste su Ordine nuovo.
    52 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 379.
    53 Anche in considerazione del fatto che l’arresto di Tolin provoca le proteste di gran parte degli organi di stampa, non escluso il telegiornale della Rai. Vedere Pappalardo. Gli iconoclasti. Magistratura Democratica nel quadro dell’Associazione Nazionale Magistrati. Cit. Pag. 230.
    54 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione”. Cit. Pag. 177.
    55 Sintomatico del desiderio diffuso in alcuni settori moderati di ridurre l’influenza della magistratura progressista è, per esempio, l’intervento di Mario Cervi: «Resta la realtà di una magistratura che ha rinunciato al prestigio carismatico del passato, che non si chiude più nella torre d’avorio […] ma che […] rischia di essere inquinata da ciò che di deteriore esiste nella vita italiana […] Non è accettabile il passaggio da una liturgia giudiziaria solenne e lenta […] ad una liturgia giudiziaria affidata a sacerdoti che discutono molto, enunciano tesi popolari e magari populiste ma, alla fine dei conti, danno al cittadino un servizio altrettanto lento […] il caso Tolin ha messo allo scoperto l’inconciliabilità tra il comportamento di una minoranza di estrema sinistra che condivide ed esalta le posizioni di una parte politica e la volontà della maggioranza dei magistrati» M. Cervi, “Malessere nella magistratura”, Corriere della Sera del 23 dicembre 1969.
    56 V. Zagrebelsky, “La magistratura ordinaria dalla Costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 774.
    57 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione”. Cit. Pag. 189.
    58 N. Tate e T. Vallinder (a cura di), The Global Expansion of Judicial Power, New York University Press, New York.
    59 Pizzorno individua cinque ragioni principali per l’aumento del peso del giudice: «a)l’accresciuta partecipazione del giudice alla creazione della legge; b) l’accresciuta tendenza degli organi legislativi e amministrativi a delegare a quelli giurisdizionali decisioni delicate, che si ritiene possano comportare conseguenze negative per i rappresentanti eletti; c) l’allargamento dell’accesso dei cittadini alla giustizia per risolvere controversie che tradizionalmente venivano risolte da autorità sociali o amministrative: nella famiglia, nella scuola, nelle professioni, nelle istituzioni globali, e così via (è quello che gli americani chiamano espansione del due process); d) l’istituzione, in gran parte delle democrazie europee – che per due secoli l’avevano respinto come estraneo alla loro concezione del modo in cui si forma il diritto – del controllo di costituzionalità delle leggi da parte di uno speciale organo giurisdizionale; e) l’apparire e espandersi nella pratica che, per analogia con l’istituto del controllo di costituzionalità, proporrei di chiamare “controllo di correttezza politica” – o forse più pungentemente “controllo di virtù” – da parte della magistratura: è questo l’aspetto più difficile da circoscrivere, ma anche di maggior interesse per quanto riguarda il caso italiano». A. Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della virtù, Laterza, Bari-Roma, 1998. Pag. 12.
    60 Oggi il dibattito appare superato e le tesi legate al ruolo neutrale del magistrati sono state largamente abbandonate.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

    #1969 #1970 #1972 #abolizione #AdolfoBeriaDiArgentine #ANM #conservazione #correnti #Costituzione #CSM #democratica #destra #EdoardoMFracanzani #elezioni #giustizia #libertà #magistratura #MI #opinione #progressisti #reati #scissione #stampa #TerzoPotere #UMI #VittorioOccorsio
  3. Anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti

    Una delle tematiche di maggior interesse per l’ordine giudiziario in questo periodo è quello relativo alle modalità di elezione dei membri “togati” del Consiglio superiore della magistratura. La legge del 1967 prevedeva un sistema maggioritario a doppio turno che aveva dimostrato una notevole tendenza a favorire la schiacciante affermazione di una sola corrente in occasione delle elezioni del 1972. In quelle elezioni infatti Magistratura Indipendente, attraverso un efficace sistema di alleanze, era riuscita ad ottenere l’assegnazione di tutti i seggi spettanti ai membri magistrati eletti <252 (nelle successive elezioni del 1976, con un nuovo sistema elettorale proporzionale la stessa corrente otterrà solo 8 seggi su 20 <253). Secondo molti osservatori <254, proprio a causa della sua composizione, durante la legislatura consigliare iniziata nel 1972, il Csm si era caratterizzato in senso conservatore e si era reso protagonista di una lunga serie di iniziative volte a penalizzare i magistrati delle correnti più progressiste, a cominciare da Magistratura Democratica, sia attraverso l’uso dei poteri disciplinari sia con le assegnazioni agli uffici direttivi. Da un punto di vista tecnico comunque, il sistema elettorale appariva, dopo la prova del 1972, scarsamente idoneo ad assicurare un buon funzionamento dell’organo e praticamente tutte le correnti, in occasione della campagna elettorale per le elezioni dell’Associazione Nazionale Magistrati del giugno 1975, comprendevano nel loro programma un sostegno alla riforma (compresa Magistratura Indipendente) <255.
    Dello stesso avviso erano i principali partiti, ma con sfumature diverse. Il Pci, pur votando a favore della legge di riforma in Parlamento nella seconda metà del 1975, non sembra dare eccessivo peso a tale iniziativa; l’Unità ne parla poco e, si direbbe, svogliatamente. Su Rinascita se ne occupano saltuariamente gli esperti di giustizia del Pci: Spagnoli, Perna, Malagugini, Barcellona; ma certo non sembra essere una delle priorità del partito. Più battagliero appare il Psi; già alla fine di gennaio, nel corso delle polemiche circa le dichiarazioni di Spagnuolo al Mondo, il ministro Zagari rilascia un’intervista allo stesso settimanale <256, in cui dichiara che tra le riforme necessarie per rendere più efficace la funzione giurisdizionale vi è quella relativa ad una revisione, in senso proporzionalista, delle legge elettorale per il Csm. In aprile poi il Psi, attraverso Viviani, presenta il proprio disegno di legge per la riforma elettorale; nello stesso periodo Vincenzo Balzamo, che cura i lavori della commissione problemi dello Stato del Psi, rende noto che, per quanto riguarda il Csm, la priorità è la riforma elettorale, mentre eventuali revisioni costituzionali (con riferimento al disegno di legge Bianco-Gargani) possono anche essere opportune, ma ancor più importante è mantenere l’indipendenza della magistratura <257. Nella stessa direzione va anche il rapporto del convegno del Psi sullo Stato che si tiene a Gardone a settembre. <258 Nel frattempo anche la Dc si è espressa a favore del sistema proporzionale ed anzi, attraverso il deputato Coppola, presenta un proprio disegno di legge in tal senso <259, che confluirà poi con quello del Psi nella legge approvata a ottobre. Non mancano, tra i moderati ed anche fra i democristiani coloro che sono critici nei confronti del progetto di legge (come sarà evidente a novembre, quando il Presidente Leone rinvia la norma alle Camere), ma l’intera magistratura, o quasi, è ormai per la riforma e, inoltre, vi è una considerazione di importanza non secondaria: il vecchio sistema elettorale può aver favorito gli elementi moderati, ma nulla garantisce che lo farà anche in futuro; le forze progressiste sembrano avanzare nell’ambito della magistratura come in altri settori della società italiana e la prospettiva di ritrovarsi con Magistratura democratica che controlla il Csm non deve essere vista con favore dai democristiani (e non solo da loro). L’unico partito a votare contro la riforma è quindi il Movimento Sociale. Forse anche per questo desta qualche stupore l’iniziativa di Leone (definita «pretestuosa» da Alessandro Pizzorusso <260); anche perché da un punto di vista tecnico-giuridico non sembra che le osservazioni siano particolarmente fondate (ne sarà accolta solo una su quattro dal Parlamento, che confermerà definitivamente la legge a dicembre). Secondo una nota inviata da Malagugini alla segreteria del Pci nell’ottobre 1975, a convincere Leone dell’opportunità di rinviare la legge sarebbe stato Cucco, consigliere per Terzo potere del Csm <261. Come accennato, uno dei problemi maggiori causati dalla schiacciante maggioranza conservatrice al Csm nella legislatura iniziata nel 1972, secondo i progressisti, è quello dei procedimenti disciplinari <262. Nel corso del periodo in esame si assiste in effetti ad alcuni procedimenti in cui il contenuto politico appare piuttosto evidente. Tra i più noti quello di tre pretori del lavoro di Milano, sottoposti a procedimento disciplinare a causa delle sentenze da loro emesse tra il 1971 ed il 1973; si tratta di un caso piuttosto noto perché seguito da vicino dalla stampa e perché descritto nei dettagli nel libro “Magistrati scomodi”, uscito nel 1974 <263 e narrato nelle memorie di uno dei giudici inquisiti <264. Il procedimento si presenta come estremamente delicato perché teso, nelle intenzioni di coloro che lo hanno promosso, a sanzionare il merito delle sentenze dei pretori, la loro attività giurisdizionale. Per quanto riguarda il contenuto delle sentenze, leggendo oggi le memorie di Romano Canosa (scritte alla fine degli anni Settanta), le convinzioni che esprime ed il linguaggio usato in quel momento, non si fatica a credere che esse dovessero essere il frutto di un’interpretazione favorevole ai lavoratori fino ai limiti (e forse in qualche caso anche oltre) della lettera della legge; d’altra parte, lo stesso Canosa afferma di aver ascoltato le critiche di Gino Giugni, principale ispiratore dello statuto dei lavoratori, al «radicalismo di una certa magistratura di sinistra» <265. Se le sentenze potevano essere considerate dettate da parzialità il rimedio doveva però essere necessariamente costituito dai giudizi di appello (i quali infatti, come lamenta Canosa ribaltavano quasi sempre il giudizio di primo grado) ma non un’inchiesta disciplinare finalizzata a giudicare l’attività giurisdizionale e quindi ledere l’indipendenza del giudice nel suo libero convincimento; infatti il procedimento disciplinare presso il Csm, pur governato da giudici conservatori, giunge ad una soluzione di proscioglimento.
    Per quanto riguarda gli altri provvedimenti disciplinari “politici” essi riguardano magistrati quasi sempre di Magistratura democratica e gli atti censurabili consistono nella maggior parte dei casi <266 in critiche delle sentenze di altri giudici o dichiarazioni pubbliche considerate incompatibili con l’ufficio ricoperto <267. La Dc si occupa poco della questione ed il suo quotidiano non dà quasi alcun peso alle vicende. Il partito comunista si schiera a difesa dei magistrati progressisti sotto inchiesta e sottolinea, in particolare, l’intento politico generale da parte dell’alta magistratura e del Csm a maggioranza moderata e come le mancanze (o presunte tali) che si vogliono colpire siano sempre riconducibili alla manifestazione del pensiero <268. Ma, anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti e attacca duramente il Csm ed i magistrati conservatori che promuovono le azioni disciplinari <269. Anche in questo caso valgono le considerazioni già fatte a proposito dei toni dei socialisti sulle inchieste sull’eversione di destra: il partito, avvertendo che la sua immagine risulta logorata dagli anni di collaborazione con la Dc compie tutti gli sforzi possibili per accreditarsi presso gli ambienti della sinistra.
    Un elemento importante per l’elaborazione di una politica sulla giustizia e sull’ordinamento giudiziario da parte dei partiti della sinistra è il loro rapporto con la corrente più progressista della magistratura, ovvero Magistratura Democratica. Dopo la scissione del 1969 questo gruppo si era spostato sulla sinistra dell’asse politico e, in occasione del primo congresso, tenutosi a Firenze nel 1973, l’argomento più significativo del dibattito era stato l’atteggiamento nei confronti della sinistra tradizionale, in particolare del partito comunista. Con le elezioni politiche del 1972 Generoso Petrella aveva abbandonato la segreteria della corrente per l’elezione al Senato nelle liste del Pci ed era stato sostituito da Marco Ramat, in quel momento di simpatie socialiste <270; a Firenze dunque si confrontano due gruppi principali, la “destra” interna, rappresentata da Violante, Bruti Liberati, Grimaldi, dallo stesso Petrella, che affermava il ruolo del Pci come punto di riferimento principale, e la “sinistra” con Accattatis, Senese, Marrone, ed altri che sostenevano due punti fondamentali: l’autonomia ideologica rispetto ai partiti della sinistra tradizionale e l’esigenza di formulare strategie politico-giudiziarie “di classe” <271; la conferma di Ramat alla segreteria testimonia lo sforzo di cercare una mediazione tra le due anime della corrente. Un risultato che sembra in buona misura raggiunto in occasione del congresso successivo, nell’aprile del 1975 a Napoli, che segna probabilmente il momento di maggior approssimazione di Magistratura democratica con il Pci <272. In questo periodo Md conta sul sostegno del 13% dei magistrati, contro oltre il 40% di Magistratura Indipendente e poco più del 20% ciascuno a Terzo Potere e Impegno Costituzionale <273.
    Alla vigilia della VII legislatura quindi, pur in presenza di elementi fortemente innovatori che introducono un acceso dibattito interno, la magistratura appare ancora caratterizzata, rispetto alla società italiana, dalla prevalenza di giudici di orientamento moderato-conservatore <274 soprattutto nei suoi gradi più elevati, forse anche in virtù del fatto che la gran maggioranza dei magistrati provengono dalle regioni del Mezzogiorno <275, le quali appunto si distinguono, dal punto di vista politico-culturale, per un maggior seguito ottenuto dai partiti moderati <276. Eppure diversi magistrati appartenenti alle giovani leve, non necessariamente orientate a sinistra o aderenti a Magistratura Democratica, quando si trovano davanti inchieste delicate che riguardano esponenti di partito dimostrano di non farsi influenzare da quella sorta di “sudditanza” culturale nei confronti delle forze politiche, soprattutto quelle di governo, che aveva caratterizzato l’ordine giudiziario italiano fin dall’unificazione.
    E’ opinione diffusa che lo scandalo dei petroli, come anche le inchieste sulle “deviazioni” dei servizi di sicurezza che denotano quantomeno una mancanza di incisività nel controllo politico, abbiano avuto un ruolo significativo nella riduzione di consensi sofferto dalla Dc in occasione delle elezioni del giugno 1975, alle quali, non a caso, il Pci si presenta come il partito dalle “mani pulite”. Anche nel 1976 il coinvolgimento di diversi esponenti Dc in possibili violazioni della legge continua ad avere effetti, se è vero che pur decidendo di dare il voto a questo partito, molti moderati si vedono costretti a “turarsi il naso”, secondo la celebre espressione di Indro Montanelli. In questa maniera le inchieste giudiziarie ricordate danno un contributo importante, forse fondamentale, a quell’«assedio» di cui parla Flaminio Piccoli e che descrive lo stato d’animo di molti democristiani tra il 1974 ed il 1976 <277 quando l’immagine del partito è forse adeguatamente resa dal film di Elio Peltri “Todo modo”, del 1975, in cui un gruppo di dirigenti Dc si isola completamente dalla società per richiudersi in un mondo surreale in cui si mescolano i sensi di colpa dei dirigenti delle correnti interne per gli scandali di cui si sono resi protagonisti, alle ipocrisie ed ai litigi legati all’esercizio del potere.
    Ma gli effetti delle inchieste giudiziarie non si limitano al consenso elettorale; essi si estendono, verosimilmente, anche agli equilibri interni della Dc: a Fanfani succede, pur in presenza di grandi resistenze, un personaggio caratterizzato da notevoli anomalie nella storia del partito, Zaccagnini, che non gode di un grande seguito personale, ma che si è messo in luce per aver denunciato la mancanza di tensione etica e la necessità di abbandonare pratiche non trasparenti; in molti, all’interno ed all’esterno del partito di maggioranza relativa confidano in una fase di “rinnovamento”, in cui un diverso atteggiamento rispetto ai metodi illegali di finanziamento, ai legami con la criminalità organizzata e l’approccio nei confronti di certi elementi delle forze armate sospettate di scarsa fedeltà ai valori democratici, hanno un ruolo importantissimo.
    Le inchieste che riguardano i partiti di governo, portano, da un punto di vista politico ed elettorale, significativi vantaggi al maggior partito di opposizione e di ciò i dirigenti del partito comunista sono consapevoli. Eppure, se da una parte il lavoro dei magistrati permette al Pci di acquisire maggior forza, dall’altra parte esso crea il rischio di radicalizzare la contrapposizione con la Dc che non è funzionale alla collaborazione tra i due maggiori partiti che costituisce il disegno strategico del Pci e, quando le inchieste coinvolgono i socialisti, rischiano di creare un solco nell’ambito della sinistra. Berlinguer è deciso a tener ferma la rotta del partito in direzione del compromesso storico, l’unica strategia che può portare i comunisti a responsabilità di governo correndo pochissimi rischi, di conseguenza la sua tattica è quella di evitare una esasperazione dei toni. Inoltre, pur apprezzando le novità di segno “democratico” che emergono in maniera sempre più evidente tra i giudici, non pochi responsabili del partito dimostrano sempre una certa diffidenza nei confronti di esponenti di un potere burocratico che, in tutta autonomia, intraprendono iniziative capaci di incidere sulle dinamiche dei partiti. Tuttavia la posizione del partito per quanto riguarda l’eversione di destra, la criminalità organizzata, ma anche la corruzione pubblica è chiara ed è di aperto contrasto. Il risultato è una politica in cui i comunisti, pur senza alzare i toni, senza ricorrere al deprecato “qualunquismo”, senza cioè attribuire all’intera Democrazia Cristiana le responsabilità per gli atti devianti di singoli esponenti, adottano tutte le iniziative specifiche per favorire l’emergere delle responsabilità personali di coloro che sono sottoposti a indagini.
    Con i socialisti il Pci è ancora più cauto. Per quanto riguarda i processi che si riferiscono al terrorismo di marca fascista non esistono problemi di sorta; si tratta di vicende che uniscono i due partiti della sinistra contro, almeno ciò è quanto si percepisce nel dibattito pubblico, alcuni partiti di governo; si tratta di inchieste, si potrebbe dire, che favoriscono la linea dell’”alternativa di sinistra” in campo politico; un discorso analogo vale per la criminalità organizzata. Mentre il problema della corruzione e del finanziamento occulto dei partiti è assai più delicato: il Psi sembra pagare la prossimità col potere centrale che dura ormai da oltre un decennio e, in alcune circostanze, membri del partito vengono lambiti, o anche coinvolti, nelle indagini, cosa che probabilmente non rimane senza conseguenze per le delusioni elettorali del Psi nel 1975. Inoltre, anche se la stampa non dà grande risalto alla cosa, il partito vota puntualmente, o quasi, in sintonia con la Dc nella commissione inquirente che si occupa di petroli, Montedison ed altro. In questo caso le inchieste sembrano, da un punto di vista politico favorire l’unità d’azione tra Dc e Psi, in una parola, il Centrosinistra.
    [NOTE]
    252 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia, Einaudi, Torino, 1982. Vedere anche “Gerarchie e potere nella magistratura”, Il Contemporaneo, allegato a Rinascita N. 9 del 1 marzo 1974.
    253 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit.
    254 Vedere, ad esempio, R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Da piazza Fontana a mani pulite.Cit.
    255 Vedere l’inserto sulla campagna elettorale in La Magistratura aprile-maggio 1975,
    256 “Colpire a fondo. Colloquio con Mario Zagari”, Il Mondo del 31 gennaio 1974. N. 5; vedere anche “Grandi forze sono senza controllo”, l’Avanti, 23 gennaio 1974
    257 “Per la giustizia soluzioni globali”, l’Avanti del 12 aprile 1974
    258“Ampliare le libertà per rafforzare le istituzioni”, l’Avanti del 27 settembre 1974
    259 “Nuove rappresentanze per i magistrati”, il Popolo del 09 aprile 1975
    260 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia. Cit. Pag. 42.
    261 Nota del 21 ottobre 75, Fondazione Gramsci, Archivio del Pci, Busta N. 208, Pag. 910X
    262 Sull’argomento vedere, ad esempio, “La disciplina dei magistrati”, Quale giustizia N. 38-39 del 1977; oppure E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni Novanta”. Cit. Pag. 191.
    263 Magistratura Democratica, Magistrati scomodi. Un tentativo di epurazione, Dedalo, Bari, 1974.
    264 R. Canosa, Storia di un pretore, Einaudi, Torino, 1978.
    265 Romano Canosa, Storia di un pretore. Cit. Pag. 87.
    266 Una significativa eccezione è costituita dal trasferimento ai danni del pretore Di Giorgio di Martina Franca. Verosimilmente l’interessamento del Csm deriva dalle inchieste del pretore che avevano toccato interessi politici e imprenditoriali locali. Vedere “Trasferito il pretore Di Giorgio”, l’Unità del 14 gennaio 1974
    267 Il periodico Quale giustizia di maggio-giugno 1977 contiene una descrizione dei casi più significativi.
    268 Vedere, ad esempio, “L’attacco ai magistrati democratici”, l’Unità del 14 maggio 1974
    269 Vedere, per esempio, “Caso Ramat, riappare la repressione”, l’Avanti del 26/04/1974 o “Il Csm all’azione repressiva”, l’Avanti del 18 maggio 1974, o, ancora, “al Csm altri tre pretori perseguiti per le loro sentenze in materia di lavoro”, l’Avanti del 13 ottobre 1974
    270 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 320.
    271 G. Palombarini, Giudici a sinistra. Cit. Pag. 117
    272 Vedere, ad esempio, “I giudici fanno il compromesso storico”, Espresso, N. 16 del 1975
    273 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 385 Si tratta delle percentuali di voto ottenute da ciascuna corrente in occasione delle elezioni per la giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati nel 1976.
    274 Questa circostanza è testimoniata, oltre che dai risultati elettorali per il rinnovo dei vertici dell’Anm e per il Csm, da diversi protagonisti dell’epoca, ad esempio Paolo Emilio Taviani, che, nelle sue memorie, nel parlare di Vittorio Occorsio, ricorda che gli era stato descritto come giudice «orientato a sinistra», un giudizio che il politico democristiano considera «un merito anziché un difetto» in considerazione «dell’eccessivo reazionarismo della maggioranza dei magistrati anziani»; si tratta di un commento che risale alla fine del 1973.
    275 Di Federico, Caratteristiche socioculturale della magistratura. La tendenza degli ultimi vent’anni, Rusconi, Milano, 1989.
    276 R. Mannheimer e G. Sani, Il Mercato elettorale, Il Mulino, Bologna, 1987.
    277 G. Galli, Storia del socialismo italiano. Cit. Pag. 413.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  4. Intanto nel 1958 il Parlamento approva la legge per l’introduzione del Consiglio superiore della magistratura

    Verso la fine del decennio, d’altra parte, la vita associativa comincia a fare emergere anche divisioni in seno all’associazione tra le giovani leve ed i gradi più alti, divisioni legate essenzialmente al problema dell’indipendenza interna e, in particolare, alla richiesta di abolizione dei concorsi previsti per i passaggi di categoria dei giudici che comportano un certo livello di controllo dell’intero corpo da parte dei cassazionisti. Tale frattura emerge in maniera netta nel corso del congresso dell’Associazione del 1957 a Napoli, durante il quale viene votata una mozione che si richiama, appunto, all’abolizione delle carriere. La reazione dei magistrati di cassazione è decisa e la scissione è inevitabile: gli alti gradi della magistratura costituiscono, nel 1960, l’Unione delle corti, poi ribattezzata Unione magistrati italiani (1961), che condurrà una propria esistenza completamente separata dall’Anm ed anzi spesso in contrasto con essa, fino alla fine degli anni Settanta.
    Intanto nel 1958 il Parlamento approva la legge per l’introduzione del Consiglio superiore della magistratura; si tratta però di una legge che scontenta molti magistrati (nel congresso di Napoli già ricordato il disegno di legge presentato dal guardasigilli Aldo Moro era stato abbondantemente criticato) e giuristi a causa del grado, considerato non sufficiente, di indipendenza che assicura ai giudici nei confronti del potere politico. Secondo la legge del 1958 infatti il ministro mantiene il potere di iniziativa per quanto riguarda l’assegnazione dei magistrati, la loro promozione e, in generale il loro status. Altro aspetto della legge profondamente criticato è la rappresentatività della composizione del Csm: in base alla legge elettorale vengono sovra-rappresentati i magistrati di Corte d’appello e, ancor di più quelli di Cassazione, che in sostanza hanno la possibilità di dominare il Consiglio <27. Anche Maranini si esprime negativamente, affermando che la legge è ben lontana dal garantire l’indipendenza dell’ordine giudiziario prevista dalla Costituzione <28.
    Al conflitto interno alla magistratura tra “innovatori” e “tradizionalisti” non sono estranei anche alcuni politici. Nel giugno del 1959, poco prima di un nuovo congresso dell’Anm, previsto per ottobre a Sanremo, vi è una presa di posizione da parte dell’on. Rocchetti, democristiano, futuro vicepresidente del Csm e membro della Corte costituzionale; questi in Parlamento critica il sistema elettorale interno dell’Anm, nell’ambito della quale stanno emergendo posizioni di rottura rispetto alla tradizione, denunciando il sistema delle deleghe e affermando la necessità di regole interne <29.
    Con la scissione da parte dei cassazionisti, gli equilibri interni dell’associazione dei magistrati divengono più favorevoli agli “innovatori” e ciò comporta una maggior pressione nei confronti del Parlamento e dei partiti verso una riforma dei sistemi interni di promozione. Un primo importante successo arriva nel 1963, quando viene promulgata una legge che introduce i “ruoli aperti” (ma si tratta in realtà di un compromesso in cui l’Anm sacrifica parte delle proprie rivendicazioni), ovvero le promozioni in soprannumero rispetto ai posti disponibili e abolisce i detestati concorsi per titoli (uno degli strumenti di controllo da parte degli alti gradi in passato). La strada non è però tutta in
    discesa: già l’anno successivo infatti Giallombardo su “La Magistratura”, organo dell’Anm, condanna l’operato del Csm, sostenendo che le commissioni per gli scrutini dei magistrati stanno, nella pratica concreta, annullando gli effetti della legge <30. Ma il 1963 è un anno importante anche per la trasformazione dell’organo di autogoverno: una sentenza della Corte costituzionale dichiara illegittima la legge istitutiva del 1958 nella parte che richiede l’iniziativa del ministro guardasigilli per la maggior parte degli atti più significativi del Consiglio, ritenendola lesiva dell’indipendenza della magistratura.
    Il 1964 è un anno decisivo per l’associazionismo dei magistrati: l’assemblea dell’Anm decide di adottare il sistema proporzionale per l’elezione del direttivo; la conseguenza probabilmente più importante è lo sviluppo dei gruppi di riferimento interni, presto battezzati “correnti” dalla stampa, che presentano le loro liste e, grazie ai risultati elettorali, consentono di identificare con una certa precisione le tendenze ideologiche ed il rispettivo peso, fra i magistrati italiani. Si delineano tre grandi schieramenti: uno di maggioranza raccolto intorno alla rivista “Terzo potere”, che darà il nome alla corrente, dotato di un programma definito da alcuni “corporativo” e certamente molto attento alle problematiche più tipicamente sindacali; al tempo stesso la corrente stava dando un grande contributo all’innovazione dell’ordinamento e disponeva di un leader come Salvatore Giallombardo, un punto di riferimento di molti giudici italiani e futuro animatore del congresso dell’Anm di Gardone l’anno successivo. Alla destra dello schieramento vi è Magistratura indipendente <31, che mette al centro del proprio programma il principio dell’apoliticità del giudice, la riforma delle carriere in materia di retribuzione e l’autogoverno della magistratura anche sotto il profilo economico. La base culturale di Magistratura indipendente appare molto simile a quella tradizionalista dell’Unione magistrati italiani ed in effetti ciò che realmente distanzia le due associazioni è la rappresentanza dei magistrati di tribunale e di appello, a cui la seconda non provvede. Gli aderenti a “Mi” dimostrano una scarsa propensione alla partecipazione ed una notevole riluttanza a rilasciare deleghe in occasione delle votazioni <32. Infine vi è Magistratura democratica, fondata a Bologna nel mese di luglio. Nella corrente convivono, almeno fino alla scissione del 1969, elementi ricollegabili alla tradizione liberale, a quella cattolica (ne fa parte, ad esempio, Carlo Moro, fratello del Presidente del consiglio) a quella radicale e a quella marxista; i suoi aderenti mettono al centro la questione del rinnovamento di quella parte dell’ordinamento di origine liberale o fascista e la necessità che il giudice eserciti la giurisdizione utilizzando un’interpretazione della legge ispirata ai principi della Costituzione. Fondamentale nel bagaglio culturale di Magistratura democratica nella fase iniziale anche il controllo della giurisdizione da parte dell’opinione pubblica e, in generale, l’abbandono di quella “separatezza” tra giudice e società che, in qualche modo, costituisce un retaggio culturale ancora assai vivo nella categoria <33. Per molti militanti di Magistratura democratica, in particolare nel periodo compreso tra il 1964 ed il 1977, l’adeguamento del giudice alla società moderna si spinge ben oltre il mero superamento del positivismo giuridico, fino a teorizzare la “giurisprudenza alternativa”, che avrebbe dovuto essere, in primo luogo, uno strumento per affermare scelte che sottolineassero la prevalenza degli interessi delle classi subalterne e per la transizione al socialismo, sfruttando tutte le possibilità offerte dall’ordinamento <34.
    Secondo Giorgio Freddi è in questo periodo che, in generale, si sovrappongono alle tradizionali istanze tipicamente corporative della magistratura, anche «controvalori universalistici, i quali si pongono in alternativa ai valori tradizionali. Avviene che emerge una nuova leadership associativa, la quale, diversamente dalla precedente è consapevole da un canto che se si vogliono portare avanti con successo le istanze sindacali occorre uscire dal chiuso dell’ordine giudiziario e articolare quelle istanze in modo da renderle comprensibili e politicamente rilevanti…» <35. La competizione fra le correnti diviene immediatamente molto accesa <36; nel corso delle elezioni per il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm del dicembre 1964 appare un libello dal titolo “Compagno giudice”, attribuito ad aderenti a Magistratura indipendente, che attacca, da destra, con espressioni anche pesanti, le altre due correnti, ritenute eccessivamente “rivoluzionarie”. In quella circostanza “Terzo potere” si afferma come gruppo associativo maggioritario con il 41 per cento dei consensi, seguito da Magistratura Indipendente, con il 33 per cento e da Magistratura Democratica con il 19 (altre liste minori conseguono l’8 per cento in totale) <37.
    [NOTE]
    27 Secondo la legge del 1958, dei 14 membri “togati” (7 erano invece quelli eletti dal Parlamento secondo il dettato costituzionale) 6 dovevano essere di cassazione, 4 di appello e 4 di tribunale. A questi si devono aggiungere 2 membri di diritto, anch’essi magistrati di Cassazione.
    28 G. Maranini, Storia del potere in Italia 1848-1967, Vallecchi, Firenze, 1968. Pag. 458
    29 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 235. Secondo gli autori ciò segna l’inizio di uno stretto collateralismo tra settori della Dc e gli alti gradi della magistratura poi rappresentati dall’Umi.
    30 Ibid. Pag 273
    31 Non tutti coloro che aderiscono a questa corrente però accettano completamente questa collocazione: «Dire come fa Romano Canosa che Magistratura indipendente è la corrente di destra, è una verità parziale. E’ vero se la si distingue da Magistratura democratica (sinistra) e da Unità per la costituzione (centro-sinistra). Non è vero se la qualificazione è intesa in senso assoluto. In magistratura esiste una sinistra giudiziaria. Non esiste una destra giudiziaria. La ragione fondamentale di quest’assenza sta nel fatto che, nella visione dello stato di un uomo di destra (non del centro-destra liberal) la giurisdizione è funzione neutrale, con la conseguenza che i magistrati orientati a destra rifiutano di collocarsi in una delle classificazioni politiche usuali» in R. Ricciotti, Sotto quelle toghe. Le radici delle correnti nella magistratura, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2007. Pag. 44
    32 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag.279
    33 Vedere L. Ferrajoli, “Per una storia delle idee di Magistratura Democratica”, in N. Rossi (a cura di), Giudici e democrazia: la magistratura progressista nel mutamento istituzionale, Franco Angeli, Milano, 1994.
    34 V. Zagrebelsky, “La magistratura ordinaria dalla costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 773
    35 Giorgio Freddi, “La magistratura come organizzazione burocratica”, in Politica del diritto, del 1972.
    36 Per rendere l’idea di quanto le proposte dei settori progressisti, in particolare di Magistratura democratica, fossero considerate eversive si consideri il seguente passaggio scritto da un giudice moderato che, dopo aver ricordato le dottrine nazionalsocialista e sovietica del diritto, afferma che «Il terzo momento di crisi del diritto in Europa ha origine nel 1964 con la pubblicazione del programma di Magistratura democratica. Un gruppo di magistrati culturalmente dotati e politicamente determinati si fece sostenitore della giurisdizione come funzione di indirizzo politico», R. Ricciotti, Sotto quelle toghe. Le radici delle correnti nella magistratura, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2007. Pag. 50.
    37 Le cifre sono tratte da C. Guarnieri, Magistratura e politica in Italia. Pesi senza contrappesi, Il Mulino, Bologna, 1992. Pag. 101.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  5. Sogno rivendica fino all’ultimo il suo progetto

    Per l’attività dei Comitati [di Resistenza Democratica], su scala nazionale furono presi contatti con diverse altre organizzazioni, in primo luogo con la “Federazione Italiana Volontari della Libertà”, che rappresentò un riferimento costante nei progetti e nelle idee di Sogno. Reclutare ex partigiani doveva servire a tre diversi scopi: richiamarsi credibilmente all’antifascismo per poi propugnare un anticomunismo intransigente; prendere persone con esperienza e capacità organizzative; avere nei comitati personaggi di prestigio non associati direttamente ad una classe politica poco credibile -341.
    Tuttavia i vertici nazionali della FIVL già nel 1972 comunicarono che, fatto salvo il diritto dei singoli ad aderirvi, la loro associazione non intendeva collegarsi ai CRD per dissenso politico-ideologico -342. Altri contatti furono presi con la “Confederazione Studentesca Italiana” e il “Sindacato Liberi Scrittori Italiani”. Scarsa risposta si ebbe dalla “Federazione Italiana Associazioni Partigiane” (FIAP). Furono invece creati ad hoc i “Gruppi femminili di azione Democratica”, una specie di ramo femminile dei CRD <343. Sede principale del Comitato di Resistenza Democratica era Milano, qui, come nelle altre sedi aperte nel corso del 1971 la principale, se non quasi esclusiva, attività palese era l’organizzazione di convegni e di campagne propagandistiche sui temi base del gruppo. Esemplificativa è l’azione del CRD il 10 ottobre 1971, quando la città viveva una nuova giornata di contrapposizione con un comizio di Almirante in Piazza Castello e manifestazioni di dissenso della sinistra: PC, PSI, PSIUP in Piazza Duomo e altri due cortei distinti del Movimento Studentesco e del resto degli extraparlamentari. Tranne qualche confronto fisico in metropolitana fra singoli, non ci furono incidenti. Il comitato fece lanciare manifestini in cui dichiarava la propria ostilità sia al MSI che ai comunisti sulle due piazze opposte da un aereo da turismo decollato da Lugano -344. L’anno seguente organizzò un incontro al Teatro “Odeon”, richiamando un migliaio di persone da diverse province, dal titolo “Per la solidarietà e l’intransigenza democratica” parlarono Edgardo Sogno, Aldo Cucchi e Massimo De Carolis -345.
    A Roma il locale CRD venne animato da Vincenzo Sulpizi, segretario generale della FIVL. Il gruppo romano si riconfigurò poi come comitato regionale ribadendo il suo impegno «contro il malcostume, la delinquenza e la disonestà pubblica e privata», sempre esprimendo la propria solidarietà alle forze dell’ordine «garanti della legalità democratica» -346. L’apertura di nuove sedi avveniva spesso per interessamento personale di Sogno, come fu ad esempio il caso di Genova, dove prese contatti con l’armatore Angelo Costa e anche l’allora direttore de Il Secolo XIX Piero Ottone. Inoltre (e forse non solo per i comitati) «secondo indiscrezioni il Sogno mirerebbe ad ottenere anche l’adesione di ufficiali delle varie Armi, ex partigiani e, particolarmente appartenenti all’Arma dei Carabinieri»347. Così anche a Trieste dove però l’iniziale appoggio della medaglia d’oro della Resistenza e proprietario della “Cartiere del Timavo”, Pietro Ferrario venne poi ritirato, e anche alcuni simpatizzanti appartenenti ai Volontari della Libertà non furono sostenuti attivamente dall’associazione d’appartenenza. Alla fine nacque anche lì nel 1972 un CRD, che si appoggiava proprio alla FIVL perché sprovvisto di una sede propria. Tuttavia sembra che quando cessò di operare nel 1974 avesse svolto un’attività di proselitismo insignificante -348. Nell’estate 1971 anche a Torino, su impulso del liberale Roberto Casana, si avviò la creazione di un comitato, a partire da una riunione al Collegio S. Giuseppe con la partecipazione di un gruppo di ex partigiani che avevano militato nelle brigate autonome. La sede legale fu inizialmente la casa di Sogno in Via Donati, per poi essere spostata nella più centrale Piazza Castello, vide la partecipazione di esponenti democristiani, liberali e socialdemocratici. Sembra ricevesse finanziamenti dal proprietario della Banca anonima di credito e della Banca di Casale e del Monferrato Camillo Venesio -349. In quella città va ricordato però anche l’appoggio del “Comitato della Maggioranza Silenziosa” emanazione dell’OCI. Anche a Bergamo un gruppo indipendente, la “Associazione Progresso Democratico”, perseguiva gli stessi scopi e si collegò con i CRD -350. Bologna, dove nel corso del 1971 era nata una sede con carattere regionale del Comitato, ospitò fra il 18 e 19 Settembre 1971 il 1° Convegno nazionale dei Comitati di Resistenza democratica”. I lavori si svolsero a porte chiuse, vi parteciparono una cinquantina di persone, compresi esponenti locali di spicco del PSDI e della DC. Sogno non mancò di auspicare «un’azione repressiva “severa e senza inibizioni” per ogni violenza che sfidi, demolisca e si sostituisca allo Stato» -351. Il 2° Convegno fu invece a Firenze il 24 e 25 Giugno 1972, nella sala congressi del giornale La Nazione. Qui il fondatore dei CRD paventò la
    possibilità che la stessa FIVL, fosse chiamata a «svolgere un proprio ruolo» in caso di violente mobilitazioni di piazza usate come ricatto dai comunisti o di tentativi eversivi della Destra Nazionale. Oltre a propugnare una modifica della legge elettorale per impedire «la proliferazione di movimenti con fini pretestuosi» e un rapporto più efficiente fra potere legislativo ed esecutivo -352.
    Alla fine della pubblicazione che raccoglieva la Relazione sul 1° Convegno, si prendevano in considerazione due possibili evoluzioni del quadro politico del paese sul quale calibrare i compiti spettanti ai Comitati. Nella prima ipotesi la situazione sarebbe continuata così com’era, con governi di centrosinistra fino alle elezione previste per il 1973, la crisi di sistema che si riteneva comunque inevitabile era in quel caso solo rinviata. I CRD avrebbero dovuto continuare la loro azione come gruppi di pressione, «coordinamento di forze e di organizzazioni esterne, e di uomini a tutti i livelli della vita del paese». Si sarebbe preparata una campagna elettorale con liste di candidati anticomunisti, presentando le elezioni come la scelta fra democrazia e totalitarismo -353. Nella seconda ipotesi invece si sarebbe aperta la fase risolutiva, perché «la crisi dell’attuale regime è irreversibile essendo il prodotto di una paralisi del potere politico e di contraddizioni economico-sociali che non sono risolvibili nel quadro attuale e per opera dell’attuale classe politica». Proprio la sfiducia nei politici avrebbe portato alla crescita delle estreme. In questo scenario i CRD avrebbero dovuto ricercare la solidarietà ad ogni livello dell’apparato statale, per porsi alla «guida dell’azione tendente ad ottenere che all’esigenza di ordine, di sicurezza e di autorità non risponda un’iniziativa di parte, cioè soluzioni fornite o appoggiate dai partiti estremi, ma la iniziativa dello Stato democratico controllato da forze democratiche». Un «intervento straordinario», per rifondare lo stato in crisi, che non poteva prescindere «dalla necessità di distruggere l’investimento effettuato dai comunisti in acquisizioni riconosciute dal gioco democratico, un patrimonio che è facile disconoscere perché acquisito con la falsa e temporanea adesione al sistema» -354. In pratica operare di forza un cambio al vertice, riformando lo stato in forma presidenziale e mettendo fuorilegge i comunisti. Uno schema, enunciato pubblicamente nel 1971, che fu poi quello del “golpe bianco”. Nel libro intervista, Sogno lo definiva: “uno strappo da operare non nella coscienza degli italiani, che in maggioranza l’avrebbero approvato, ma contro la coalizione moderata, gli intellettuali, le maggiori forze economico-finanziarie e la Chiesa di sinistra.[…] Un fatto compiuto al vertice che riportasse il Paese alla visione risorgimentale, in una triplice alleanza di laici occidentali, come Pacciardi, di cattolici liberali, come Cossiga, e di socialisti antimarxisti, come Craxi.[…] Occorreva in sostanza ottenere dal presidente Leone lo strappo che De Gaulle era riuscito a ottenere da Coty”. -355 Il suo intervistatore precisava: “sarebbe un errore considerare il suo racconto come una confessione, un’ammissione di colpevolezza. Sogno rivendica fino all’ultimo il suo progetto, e depreca di non averlo potuto realizzare, perché non solo non lo considerava eversivo o antidemocratico, ma lo concepì allora e lo difende in punto di morte come l’estrema risorsa per salvare la democrazia italiana”. -356 L’ex partigiano indicava come momento nel quale passò dai convegni agli incontri riservati per tessere il suo piano il 1974, con le prime azioni di forte impatto delle Brigate Rosse, come il rapimento Sossi. La motivazione di questa affermazione però appare debole e quantomeno strana: «Ritenevo che il PCI fosse contrario alle Brigate Rosse in quanto le giudicava destinate all’insuccesso, ma che, se la situazione fosse mutata, non avrebbe esitato a riassorbirle nello schieramento» -357. La sua attività di conferenziere comunque continuava, ad esempio ancora nel 1975 interveniva a Genova ad un incontro organizzato dal locale CRD sul tema “Compromesso storico o libertà” con diverse centinaia di partecipanti, e fuori contestatori della sinistra extraparlamentare -358. Secondo Sogno i contatti suoi e di Pacciardi nell’ambiente militare erano molto vasti e comprendenti ufficiali di alto grado di tutti i corpi armati dello stato (compresi comandanti di Regioni Militari e dello Stato Maggiore), esclusa la polizia. Diceva che avrebbe potuto contare sulla loro adesione incondizionata al momento della crisi; solo in pochi casi elementi possibilmente ostili (ad esempio il comandante e il capo di Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri) sarebbero stati «neutralizzati». Fra i sostenitori è forse interessante ricordare il generale Liuzzi già partecipante alle manifestazioni degli Amici delle FF.AA. Sul fatto che questa sconcertante quantità di appoggi non sia mai emersa, l’ideatore del piano commentava: «E’ interessante notare che nell’inchiesta di Violante non è affiorato neppure uno di questi contatti, tanto che si può dire che l’apparato militare abbia tenuto un comportamento irreprensibile» -359. L’ex partigiano diceva di aver riferito tutto anche ai servizi segreti americani, tramite un incontro procuratogli dall’ambasciata in Italia nel Luglio 1974, e di aver ricevuto l’assenso. A fatti avvenuti «gli Stati Uniti avrebbero appoggiato qualsiasi iniziativa tendente a tenere lontani o ad allontanare i comunisti dal governo» -360. Di fatto però il mese successivo ci fu la prima perquisizione ordinata dal giudice Violante, che stava indagando proprio su questo tentativo di golpe, secondo Sogno su impulso del Ministro dell’Interno Taviani, che lo aveva in antipatia (e veniva definito «campione dei politici opportunisti e infidi cui dobbiamo la crisi della nostra democrazia» -361). Il piano restò quindi solo un disegno, il suo protagonista finì in carcere per un mese e mezzo nel 1976 (ricevendo la solidarietà per la sua scarcerazione di diverse personalità fra le quali quella di Ferruccio Parri). Due anni dopo fu prosciolto dal giudice istruttore Amato quando l’inchiesta era stata trasferita a Roma.
    [NOTE]
    341 Relazione politico-organizzativa 1° Convegno nazionale CRD, pp.12-13, allegata a Comunicazione prefettura Torino 25/1/1972, in f. G5/12/135, cit.
    342 Comunicazione prefettura Trieste 22/1/1972, in f. G5/12/135, cit.
    343 Comunicazione prefettura Torino 25/1/1972, in f. G5/12/135, cit.
    344 Telegramma questura Milano 10/10/1971, in f. 195p/49, ACS, Min. Int., Gab, Arch. Gen., fasc. perm., partiti politici 1971-75
    345 Telegramma prefettura Milano 27/2/1972, in f. G5/12/135, cit.
    346 Sottofascicolo “Roma”, in f. G5/12/135, cit.
    347 Comunicazione prefettura Genova 17/12/1971, in f. G5/12/135, cit.
    348 Comunicazione prefettura Trieste 14/9/1971, in f. G5/12/135, cit.; Comunicazione prefettura Trieste 22/1/1972, in f. G5/12/135, cit.; Comunicazione prefettura Trieste 9/11/1972, in f. G5/12/135, cit.; Comunicazione prefettura Trieste
    2/10/1974, in f. G5/12/135, cit.
    349 Sottofascicolo Torino, in f. G5/12/135, cit.
    350 CRD Resistenza Democratica, n.2, Gennaio 1972, p.4, allegato a Comunicazione prefettura Torino 25/1/1972, in f. G5/12/135, cit.
    351 Relazione prefettura Bologna 30/12/1971, in f. G5/12/135, cit.
    352 Relazione prefettura Firenze 28/6/1972, in f. G5/12/135, cit.
    353 Relazione politico-organizzativa 1° Convegno nazionale CRD, p.25, allegata a Comunicazione prefettura Torino 25/1/1972, in f. G5/12/135, cit.
    354 Ivi, pp.25-27
    355 E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista, cit., p.138
    356 Ivi, p.IX
    357 Ivi, p.142
    358 Comunicazione prefettura Genova 27/3/1975, in G5/12/135, cit.
    359 Ivi, pp.143-147
    360 Ivi, p.148
    361 Ivi, p.156
    Alberto Libero Pirro, La “maggioranza silenziosa” nel decennio ’70 fra anticomunismo e antipolitica, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 2013-2014

    #1971 #1972 #1974 #1975 #AlbertoLiberoPirro #AldoCucchi #anticomunismo #bianco #Bologna #comitati #comizi #democratica #EdgardoSogno #ex #Firenze #FIVL #Genova #golpe #maggioranza #MassimoDeCarolis #Milano #OCI #partigiani #Resistenza #Roma #silenziosa #Torino #Trieste #VincenzoSulpizi

  6. Si las empresas #tercerizan procesos para optimizar sus recursos, ¿por qué diablos no tercerizamos la democracia? Es decir, 200 años de vida #republicana #democrática al menos demuestran que no sabemos #votar. Y eso que gracias a la ley seca, votamos sobrios. Deberíamos darle la oportunidad a ejercer el sagrado derecho al voto borrachos. Cualquier cambios es bienvenido. El problema no solo es no saber votar, sino que el tarjetón está lleno de incapaces. Deberíamos contratar #políticos off shore.

  7. Matematicas electorales que SIEMPRE ayudan a la DERECHA

    Hoy en el mundo se aplican diversas formas para elegir a las autoridades en cada pais. A veces incluso dentro de un pais existe mas de un metodo para hacer esto.

    Hasta ahora el "slogan" que nos han venido vendiendo para aplicar estos metodos es que "no existe una forma perfecta de hacer que nuestros votos sean representados optimamente y a la vez que no permitan la eleccion de sectores extremistas". Casi todos se apoyan basicamente en la experiencia electoral alemana, que en los 30s permitio que el partido #Nazi llegara al poder de manera #democratica.

    Este mismo ejemplo en conjunto con las actuales tendencias que se estan dando en #Europa y en muchos paises de otros continentes nos demuestran que las soluciones matematicas electorales que se aplican en realidad han beneficiado especialmente a los mismos sectores que dicen combatir, la extrema derecha, y segun mis observaciones, esto ha sido asi porque estos sistemas fueron concebidos con el objetivo de evitar unicamente que la izquierda pueda conseguir el "poder" incluso poniendo a la extrema derecha por delante.

    Es decir, los sistemas electorales que hoy se aplican siempre van a beneficiar a la derecha (en su conjunto), porque:
    - apoyan al que tiene mas #capital
    - apoyan la #propaganda en vez de a los hechos
    - apoyan a los deseos (promesas) y no a la experiencia
    - son olvidadisos
    - tienden a la concentracion
    - apoyan o favorecen los bipartidismos
    - en la mayoria de los casos (casi todos) no contemplan castigos por incumplimiento de promesas o ignorar a sus votantes
    - no contemplan procesos de seguimiento y sanciones

    Asi ha sido hasta ahora y a excepcion de algunos casos, como el suizo, en que existen mecanismos de participacion ciudadana, estos vienen acompañados de muchos obstaculos para permitir esta participacion.

    En los analisis y estudios que podemos encontrar, veremos que los enunciados son elegantes y muy altisonantes, y se refieren especificamente en buscar "reflejar ojala con la mayor precision la opinion de los votantes en los resultados finales", es decir, que un parlamento llegue a cumplir "numericamente" lo mas exactamente posible con los votos emitidos, obviando la idea central de la "representatividad" misma que deberia buscar el sistema.

    ¿De que sirve que un parlamento refleje uno a uno los votos de los votantes, cuando solo han participado el 30% de la poblacion habilitada?
    ¿O de que sirve un parlamento en donde se han elegido delincuentes, corruptos, traficantes, etc. aunque hayan sido elegidos democraticamente, si el proceso mismo electoral no ha sido transparente?
    ¿O tiene sentido un parlamento elegido por voto, cuado el numero de representantes es tan bajo, que finalmente solo representa a un pequeño (y siempre al mismo) sector?

    Aqui para aclarar y despejar las anteriores preguntas se podria al menos avanzar en los siguientes puntos:
    - aumentar el numero de representantes (y circunscripciones electorales) para llegara ojala a 1 representante por cada 1.000 habitantes. De esta manera se consigue un nivel de representantividad lo mas cercana a cada sector de la ciudadania y practicamente NINGUN metodo matematico podria lograr marginar o favorecer a algun sector politico. (Esto no significa aumentar el gasto en esos politicos, sino mas bien habria que reducirlos al minimo...)

    - reemplazar la propaganda politica por el curriculum vitae de cada candidata/to. Asi el elector no solo no se guiara por un slogan publicitario vacio al momento de emitir su voto, sino tambien por la experiencia, la participacion politica anterior y los apoyos que han o estan recibiendo esos candidatos.

    - introducir un sistema de seguimiento y castigos para la labor y el desempeño politico de los elegidos. Si un candidato a parlamentario, alcalde, ministro, presidente... prometio en su campaña que haria una tarea o buscaria eliminar una ley o cuestion... eso deberia ser medible, castigable en caso de no cumplimiento y eventualmente permitir su reemplazo durante su periodo en ejercicio.

    - optativamente se podria introducir un sistema de "experiencia", es decir, por ejemplo para postular al cargo de presidente la unica condicion deberia ser el haber tenido un cargo de eleccion anterior como el de alcalde o concejal alcaldicio. O para poder ocupar el cargo de ministro haber cumplido alguna tarea en el area que le corresponde, es decir, el de educacion deberia haber al menos trabajado como profesor o docente, pero nunca el de "empresario de la educacion".

    Sumados los puntos anteriores, estos deberian ser suficientes para reducir los problemas ya conocidos en la actualidad en la "democracia representativa" como lo son: La corrupcion, la insatisfaccion, los errores por la falta de experiencia, etc. Y de esta forma conseguir marginar no a los extremos, sino a los incapaces, corruptos, traficantes, amiguetes, etc.

    »Los problemas de una (mala) #democracia se deberian solucionar con mas democracia y no con menos«
  8. A tots/es aquests #independentistes que volen una #Catalunya més plural i #democràtica però et bloquejant quan no els agrada la teva opinió. 🖕