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  1. Anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti

    Una delle tematiche di maggior interesse per l’ordine giudiziario in questo periodo è quello relativo alle modalità di elezione dei membri “togati” del Consiglio superiore della magistratura. La legge del 1967 prevedeva un sistema maggioritario a doppio turno che aveva dimostrato una notevole tendenza a favorire la schiacciante affermazione di una sola corrente in occasione delle elezioni del 1972. In quelle elezioni infatti Magistratura Indipendente, attraverso un efficace sistema di alleanze, era riuscita ad ottenere l’assegnazione di tutti i seggi spettanti ai membri magistrati eletti <252 (nelle successive elezioni del 1976, con un nuovo sistema elettorale proporzionale la stessa corrente otterrà solo 8 seggi su 20 <253). Secondo molti osservatori <254, proprio a causa della sua composizione, durante la legislatura consigliare iniziata nel 1972, il Csm si era caratterizzato in senso conservatore e si era reso protagonista di una lunga serie di iniziative volte a penalizzare i magistrati delle correnti più progressiste, a cominciare da Magistratura Democratica, sia attraverso l’uso dei poteri disciplinari sia con le assegnazioni agli uffici direttivi. Da un punto di vista tecnico comunque, il sistema elettorale appariva, dopo la prova del 1972, scarsamente idoneo ad assicurare un buon funzionamento dell’organo e praticamente tutte le correnti, in occasione della campagna elettorale per le elezioni dell’Associazione Nazionale Magistrati del giugno 1975, comprendevano nel loro programma un sostegno alla riforma (compresa Magistratura Indipendente) <255.
    Dello stesso avviso erano i principali partiti, ma con sfumature diverse. Il Pci, pur votando a favore della legge di riforma in Parlamento nella seconda metà del 1975, non sembra dare eccessivo peso a tale iniziativa; l’Unità ne parla poco e, si direbbe, svogliatamente. Su Rinascita se ne occupano saltuariamente gli esperti di giustizia del Pci: Spagnoli, Perna, Malagugini, Barcellona; ma certo non sembra essere una delle priorità del partito. Più battagliero appare il Psi; già alla fine di gennaio, nel corso delle polemiche circa le dichiarazioni di Spagnuolo al Mondo, il ministro Zagari rilascia un’intervista allo stesso settimanale <256, in cui dichiara che tra le riforme necessarie per rendere più efficace la funzione giurisdizionale vi è quella relativa ad una revisione, in senso proporzionalista, delle legge elettorale per il Csm. In aprile poi il Psi, attraverso Viviani, presenta il proprio disegno di legge per la riforma elettorale; nello stesso periodo Vincenzo Balzamo, che cura i lavori della commissione problemi dello Stato del Psi, rende noto che, per quanto riguarda il Csm, la priorità è la riforma elettorale, mentre eventuali revisioni costituzionali (con riferimento al disegno di legge Bianco-Gargani) possono anche essere opportune, ma ancor più importante è mantenere l’indipendenza della magistratura <257. Nella stessa direzione va anche il rapporto del convegno del Psi sullo Stato che si tiene a Gardone a settembre. <258 Nel frattempo anche la Dc si è espressa a favore del sistema proporzionale ed anzi, attraverso il deputato Coppola, presenta un proprio disegno di legge in tal senso <259, che confluirà poi con quello del Psi nella legge approvata a ottobre. Non mancano, tra i moderati ed anche fra i democristiani coloro che sono critici nei confronti del progetto di legge (come sarà evidente a novembre, quando il Presidente Leone rinvia la norma alle Camere), ma l’intera magistratura, o quasi, è ormai per la riforma e, inoltre, vi è una considerazione di importanza non secondaria: il vecchio sistema elettorale può aver favorito gli elementi moderati, ma nulla garantisce che lo farà anche in futuro; le forze progressiste sembrano avanzare nell’ambito della magistratura come in altri settori della società italiana e la prospettiva di ritrovarsi con Magistratura democratica che controlla il Csm non deve essere vista con favore dai democristiani (e non solo da loro). L’unico partito a votare contro la riforma è quindi il Movimento Sociale. Forse anche per questo desta qualche stupore l’iniziativa di Leone (definita «pretestuosa» da Alessandro Pizzorusso <260); anche perché da un punto di vista tecnico-giuridico non sembra che le osservazioni siano particolarmente fondate (ne sarà accolta solo una su quattro dal Parlamento, che confermerà definitivamente la legge a dicembre). Secondo una nota inviata da Malagugini alla segreteria del Pci nell’ottobre 1975, a convincere Leone dell’opportunità di rinviare la legge sarebbe stato Cucco, consigliere per Terzo potere del Csm <261. Come accennato, uno dei problemi maggiori causati dalla schiacciante maggioranza conservatrice al Csm nella legislatura iniziata nel 1972, secondo i progressisti, è quello dei procedimenti disciplinari <262. Nel corso del periodo in esame si assiste in effetti ad alcuni procedimenti in cui il contenuto politico appare piuttosto evidente. Tra i più noti quello di tre pretori del lavoro di Milano, sottoposti a procedimento disciplinare a causa delle sentenze da loro emesse tra il 1971 ed il 1973; si tratta di un caso piuttosto noto perché seguito da vicino dalla stampa e perché descritto nei dettagli nel libro “Magistrati scomodi”, uscito nel 1974 <263 e narrato nelle memorie di uno dei giudici inquisiti <264. Il procedimento si presenta come estremamente delicato perché teso, nelle intenzioni di coloro che lo hanno promosso, a sanzionare il merito delle sentenze dei pretori, la loro attività giurisdizionale. Per quanto riguarda il contenuto delle sentenze, leggendo oggi le memorie di Romano Canosa (scritte alla fine degli anni Settanta), le convinzioni che esprime ed il linguaggio usato in quel momento, non si fatica a credere che esse dovessero essere il frutto di un’interpretazione favorevole ai lavoratori fino ai limiti (e forse in qualche caso anche oltre) della lettera della legge; d’altra parte, lo stesso Canosa afferma di aver ascoltato le critiche di Gino Giugni, principale ispiratore dello statuto dei lavoratori, al «radicalismo di una certa magistratura di sinistra» <265. Se le sentenze potevano essere considerate dettate da parzialità il rimedio doveva però essere necessariamente costituito dai giudizi di appello (i quali infatti, come lamenta Canosa ribaltavano quasi sempre il giudizio di primo grado) ma non un’inchiesta disciplinare finalizzata a giudicare l’attività giurisdizionale e quindi ledere l’indipendenza del giudice nel suo libero convincimento; infatti il procedimento disciplinare presso il Csm, pur governato da giudici conservatori, giunge ad una soluzione di proscioglimento.
    Per quanto riguarda gli altri provvedimenti disciplinari “politici” essi riguardano magistrati quasi sempre di Magistratura democratica e gli atti censurabili consistono nella maggior parte dei casi <266 in critiche delle sentenze di altri giudici o dichiarazioni pubbliche considerate incompatibili con l’ufficio ricoperto <267. La Dc si occupa poco della questione ed il suo quotidiano non dà quasi alcun peso alle vicende. Il partito comunista si schiera a difesa dei magistrati progressisti sotto inchiesta e sottolinea, in particolare, l’intento politico generale da parte dell’alta magistratura e del Csm a maggioranza moderata e come le mancanze (o presunte tali) che si vogliono colpire siano sempre riconducibili alla manifestazione del pensiero <268. Ma, anche in questo caso, è il Psi il partito che maggiormente si spende per la difesa dei giudici inquisiti e attacca duramente il Csm ed i magistrati conservatori che promuovono le azioni disciplinari <269. Anche in questo caso valgono le considerazioni già fatte a proposito dei toni dei socialisti sulle inchieste sull’eversione di destra: il partito, avvertendo che la sua immagine risulta logorata dagli anni di collaborazione con la Dc compie tutti gli sforzi possibili per accreditarsi presso gli ambienti della sinistra.
    Un elemento importante per l’elaborazione di una politica sulla giustizia e sull’ordinamento giudiziario da parte dei partiti della sinistra è il loro rapporto con la corrente più progressista della magistratura, ovvero Magistratura Democratica. Dopo la scissione del 1969 questo gruppo si era spostato sulla sinistra dell’asse politico e, in occasione del primo congresso, tenutosi a Firenze nel 1973, l’argomento più significativo del dibattito era stato l’atteggiamento nei confronti della sinistra tradizionale, in particolare del partito comunista. Con le elezioni politiche del 1972 Generoso Petrella aveva abbandonato la segreteria della corrente per l’elezione al Senato nelle liste del Pci ed era stato sostituito da Marco Ramat, in quel momento di simpatie socialiste <270; a Firenze dunque si confrontano due gruppi principali, la “destra” interna, rappresentata da Violante, Bruti Liberati, Grimaldi, dallo stesso Petrella, che affermava il ruolo del Pci come punto di riferimento principale, e la “sinistra” con Accattatis, Senese, Marrone, ed altri che sostenevano due punti fondamentali: l’autonomia ideologica rispetto ai partiti della sinistra tradizionale e l’esigenza di formulare strategie politico-giudiziarie “di classe” <271; la conferma di Ramat alla segreteria testimonia lo sforzo di cercare una mediazione tra le due anime della corrente. Un risultato che sembra in buona misura raggiunto in occasione del congresso successivo, nell’aprile del 1975 a Napoli, che segna probabilmente il momento di maggior approssimazione di Magistratura democratica con il Pci <272. In questo periodo Md conta sul sostegno del 13% dei magistrati, contro oltre il 40% di Magistratura Indipendente e poco più del 20% ciascuno a Terzo Potere e Impegno Costituzionale <273.
    Alla vigilia della VII legislatura quindi, pur in presenza di elementi fortemente innovatori che introducono un acceso dibattito interno, la magistratura appare ancora caratterizzata, rispetto alla società italiana, dalla prevalenza di giudici di orientamento moderato-conservatore <274 soprattutto nei suoi gradi più elevati, forse anche in virtù del fatto che la gran maggioranza dei magistrati provengono dalle regioni del Mezzogiorno <275, le quali appunto si distinguono, dal punto di vista politico-culturale, per un maggior seguito ottenuto dai partiti moderati <276. Eppure diversi magistrati appartenenti alle giovani leve, non necessariamente orientate a sinistra o aderenti a Magistratura Democratica, quando si trovano davanti inchieste delicate che riguardano esponenti di partito dimostrano di non farsi influenzare da quella sorta di “sudditanza” culturale nei confronti delle forze politiche, soprattutto quelle di governo, che aveva caratterizzato l’ordine giudiziario italiano fin dall’unificazione.
    E’ opinione diffusa che lo scandalo dei petroli, come anche le inchieste sulle “deviazioni” dei servizi di sicurezza che denotano quantomeno una mancanza di incisività nel controllo politico, abbiano avuto un ruolo significativo nella riduzione di consensi sofferto dalla Dc in occasione delle elezioni del giugno 1975, alle quali, non a caso, il Pci si presenta come il partito dalle “mani pulite”. Anche nel 1976 il coinvolgimento di diversi esponenti Dc in possibili violazioni della legge continua ad avere effetti, se è vero che pur decidendo di dare il voto a questo partito, molti moderati si vedono costretti a “turarsi il naso”, secondo la celebre espressione di Indro Montanelli. In questa maniera le inchieste giudiziarie ricordate danno un contributo importante, forse fondamentale, a quell’«assedio» di cui parla Flaminio Piccoli e che descrive lo stato d’animo di molti democristiani tra il 1974 ed il 1976 <277 quando l’immagine del partito è forse adeguatamente resa dal film di Elio Peltri “Todo modo”, del 1975, in cui un gruppo di dirigenti Dc si isola completamente dalla società per richiudersi in un mondo surreale in cui si mescolano i sensi di colpa dei dirigenti delle correnti interne per gli scandali di cui si sono resi protagonisti, alle ipocrisie ed ai litigi legati all’esercizio del potere.
    Ma gli effetti delle inchieste giudiziarie non si limitano al consenso elettorale; essi si estendono, verosimilmente, anche agli equilibri interni della Dc: a Fanfani succede, pur in presenza di grandi resistenze, un personaggio caratterizzato da notevoli anomalie nella storia del partito, Zaccagnini, che non gode di un grande seguito personale, ma che si è messo in luce per aver denunciato la mancanza di tensione etica e la necessità di abbandonare pratiche non trasparenti; in molti, all’interno ed all’esterno del partito di maggioranza relativa confidano in una fase di “rinnovamento”, in cui un diverso atteggiamento rispetto ai metodi illegali di finanziamento, ai legami con la criminalità organizzata e l’approccio nei confronti di certi elementi delle forze armate sospettate di scarsa fedeltà ai valori democratici, hanno un ruolo importantissimo.
    Le inchieste che riguardano i partiti di governo, portano, da un punto di vista politico ed elettorale, significativi vantaggi al maggior partito di opposizione e di ciò i dirigenti del partito comunista sono consapevoli. Eppure, se da una parte il lavoro dei magistrati permette al Pci di acquisire maggior forza, dall’altra parte esso crea il rischio di radicalizzare la contrapposizione con la Dc che non è funzionale alla collaborazione tra i due maggiori partiti che costituisce il disegno strategico del Pci e, quando le inchieste coinvolgono i socialisti, rischiano di creare un solco nell’ambito della sinistra. Berlinguer è deciso a tener ferma la rotta del partito in direzione del compromesso storico, l’unica strategia che può portare i comunisti a responsabilità di governo correndo pochissimi rischi, di conseguenza la sua tattica è quella di evitare una esasperazione dei toni. Inoltre, pur apprezzando le novità di segno “democratico” che emergono in maniera sempre più evidente tra i giudici, non pochi responsabili del partito dimostrano sempre una certa diffidenza nei confronti di esponenti di un potere burocratico che, in tutta autonomia, intraprendono iniziative capaci di incidere sulle dinamiche dei partiti. Tuttavia la posizione del partito per quanto riguarda l’eversione di destra, la criminalità organizzata, ma anche la corruzione pubblica è chiara ed è di aperto contrasto. Il risultato è una politica in cui i comunisti, pur senza alzare i toni, senza ricorrere al deprecato “qualunquismo”, senza cioè attribuire all’intera Democrazia Cristiana le responsabilità per gli atti devianti di singoli esponenti, adottano tutte le iniziative specifiche per favorire l’emergere delle responsabilità personali di coloro che sono sottoposti a indagini.
    Con i socialisti il Pci è ancora più cauto. Per quanto riguarda i processi che si riferiscono al terrorismo di marca fascista non esistono problemi di sorta; si tratta di vicende che uniscono i due partiti della sinistra contro, almeno ciò è quanto si percepisce nel dibattito pubblico, alcuni partiti di governo; si tratta di inchieste, si potrebbe dire, che favoriscono la linea dell’”alternativa di sinistra” in campo politico; un discorso analogo vale per la criminalità organizzata. Mentre il problema della corruzione e del finanziamento occulto dei partiti è assai più delicato: il Psi sembra pagare la prossimità col potere centrale che dura ormai da oltre un decennio e, in alcune circostanze, membri del partito vengono lambiti, o anche coinvolti, nelle indagini, cosa che probabilmente non rimane senza conseguenze per le delusioni elettorali del Psi nel 1975. Inoltre, anche se la stampa non dà grande risalto alla cosa, il partito vota puntualmente, o quasi, in sintonia con la Dc nella commissione inquirente che si occupa di petroli, Montedison ed altro. In questo caso le inchieste sembrano, da un punto di vista politico favorire l’unità d’azione tra Dc e Psi, in una parola, il Centrosinistra.
    [NOTE]
    252 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia, Einaudi, Torino, 1982. Vedere anche “Gerarchie e potere nella magistratura”, Il Contemporaneo, allegato a Rinascita N. 9 del 1 marzo 1974.
    253 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit.
    254 Vedere, ad esempio, R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Da piazza Fontana a mani pulite.Cit.
    255 Vedere l’inserto sulla campagna elettorale in La Magistratura aprile-maggio 1975,
    256 “Colpire a fondo. Colloquio con Mario Zagari”, Il Mondo del 31 gennaio 1974. N. 5; vedere anche “Grandi forze sono senza controllo”, l’Avanti, 23 gennaio 1974
    257 “Per la giustizia soluzioni globali”, l’Avanti del 12 aprile 1974
    258“Ampliare le libertà per rafforzare le istituzioni”, l’Avanti del 27 settembre 1974
    259 “Nuove rappresentanze per i magistrati”, il Popolo del 09 aprile 1975
    260 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia. Cit. Pag. 42.
    261 Nota del 21 ottobre 75, Fondazione Gramsci, Archivio del Pci, Busta N. 208, Pag. 910X
    262 Sull’argomento vedere, ad esempio, “La disciplina dei magistrati”, Quale giustizia N. 38-39 del 1977; oppure E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della Costituzione agli anni Novanta”. Cit. Pag. 191.
    263 Magistratura Democratica, Magistrati scomodi. Un tentativo di epurazione, Dedalo, Bari, 1974.
    264 R. Canosa, Storia di un pretore, Einaudi, Torino, 1978.
    265 Romano Canosa, Storia di un pretore. Cit. Pag. 87.
    266 Una significativa eccezione è costituita dal trasferimento ai danni del pretore Di Giorgio di Martina Franca. Verosimilmente l’interessamento del Csm deriva dalle inchieste del pretore che avevano toccato interessi politici e imprenditoriali locali. Vedere “Trasferito il pretore Di Giorgio”, l’Unità del 14 gennaio 1974
    267 Il periodico Quale giustizia di maggio-giugno 1977 contiene una descrizione dei casi più significativi.
    268 Vedere, ad esempio, “L’attacco ai magistrati democratici”, l’Unità del 14 maggio 1974
    269 Vedere, per esempio, “Caso Ramat, riappare la repressione”, l’Avanti del 26/04/1974 o “Il Csm all’azione repressiva”, l’Avanti del 18 maggio 1974, o, ancora, “al Csm altri tre pretori perseguiti per le loro sentenze in materia di lavoro”, l’Avanti del 13 ottobre 1974
    270 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 320.
    271 G. Palombarini, Giudici a sinistra. Cit. Pag. 117
    272 Vedere, ad esempio, “I giudici fanno il compromesso storico”, Espresso, N. 16 del 1975
    273 S. Pappalardo, Gli iconoclasti. Cit. Pag. 385 Si tratta delle percentuali di voto ottenute da ciascuna corrente in occasione delle elezioni per la giunta esecutiva dell’Associazione Nazionale Magistrati nel 1976.
    274 Questa circostanza è testimoniata, oltre che dai risultati elettorali per il rinnovo dei vertici dell’Anm e per il Csm, da diversi protagonisti dell’epoca, ad esempio Paolo Emilio Taviani, che, nelle sue memorie, nel parlare di Vittorio Occorsio, ricorda che gli era stato descritto come giudice «orientato a sinistra», un giudizio che il politico democristiano considera «un merito anziché un difetto» in considerazione «dell’eccessivo reazionarismo della maggioranza dei magistrati anziani»; si tratta di un commento che risale alla fine del 1973.
    275 Di Federico, Caratteristiche socioculturale della magistratura. La tendenza degli ultimi vent’anni, Rusconi, Milano, 1989.
    276 R. Mannheimer e G. Sani, Il Mercato elettorale, Il Mulino, Bologna, 1987.
    277 G. Galli, Storia del socialismo italiano. Cit. Pag. 413.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  4. Intanto nel 1958 il Parlamento approva la legge per l’introduzione del Consiglio superiore della magistratura

    Verso la fine del decennio, d’altra parte, la vita associativa comincia a fare emergere anche divisioni in seno all’associazione tra le giovani leve ed i gradi più alti, divisioni legate essenzialmente al problema dell’indipendenza interna e, in particolare, alla richiesta di abolizione dei concorsi previsti per i passaggi di categoria dei giudici che comportano un certo livello di controllo dell’intero corpo da parte dei cassazionisti. Tale frattura emerge in maniera netta nel corso del congresso dell’Associazione del 1957 a Napoli, durante il quale viene votata una mozione che si richiama, appunto, all’abolizione delle carriere. La reazione dei magistrati di cassazione è decisa e la scissione è inevitabile: gli alti gradi della magistratura costituiscono, nel 1960, l’Unione delle corti, poi ribattezzata Unione magistrati italiani (1961), che condurrà una propria esistenza completamente separata dall’Anm ed anzi spesso in contrasto con essa, fino alla fine degli anni Settanta.
    Intanto nel 1958 il Parlamento approva la legge per l’introduzione del Consiglio superiore della magistratura; si tratta però di una legge che scontenta molti magistrati (nel congresso di Napoli già ricordato il disegno di legge presentato dal guardasigilli Aldo Moro era stato abbondantemente criticato) e giuristi a causa del grado, considerato non sufficiente, di indipendenza che assicura ai giudici nei confronti del potere politico. Secondo la legge del 1958 infatti il ministro mantiene il potere di iniziativa per quanto riguarda l’assegnazione dei magistrati, la loro promozione e, in generale il loro status. Altro aspetto della legge profondamente criticato è la rappresentatività della composizione del Csm: in base alla legge elettorale vengono sovra-rappresentati i magistrati di Corte d’appello e, ancor di più quelli di Cassazione, che in sostanza hanno la possibilità di dominare il Consiglio <27. Anche Maranini si esprime negativamente, affermando che la legge è ben lontana dal garantire l’indipendenza dell’ordine giudiziario prevista dalla Costituzione <28.
    Al conflitto interno alla magistratura tra “innovatori” e “tradizionalisti” non sono estranei anche alcuni politici. Nel giugno del 1959, poco prima di un nuovo congresso dell’Anm, previsto per ottobre a Sanremo, vi è una presa di posizione da parte dell’on. Rocchetti, democristiano, futuro vicepresidente del Csm e membro della Corte costituzionale; questi in Parlamento critica il sistema elettorale interno dell’Anm, nell’ambito della quale stanno emergendo posizioni di rottura rispetto alla tradizione, denunciando il sistema delle deleghe e affermando la necessità di regole interne <29.
    Con la scissione da parte dei cassazionisti, gli equilibri interni dell’associazione dei magistrati divengono più favorevoli agli “innovatori” e ciò comporta una maggior pressione nei confronti del Parlamento e dei partiti verso una riforma dei sistemi interni di promozione. Un primo importante successo arriva nel 1963, quando viene promulgata una legge che introduce i “ruoli aperti” (ma si tratta in realtà di un compromesso in cui l’Anm sacrifica parte delle proprie rivendicazioni), ovvero le promozioni in soprannumero rispetto ai posti disponibili e abolisce i detestati concorsi per titoli (uno degli strumenti di controllo da parte degli alti gradi in passato). La strada non è però tutta in
    discesa: già l’anno successivo infatti Giallombardo su “La Magistratura”, organo dell’Anm, condanna l’operato del Csm, sostenendo che le commissioni per gli scrutini dei magistrati stanno, nella pratica concreta, annullando gli effetti della legge <30. Ma il 1963 è un anno importante anche per la trasformazione dell’organo di autogoverno: una sentenza della Corte costituzionale dichiara illegittima la legge istitutiva del 1958 nella parte che richiede l’iniziativa del ministro guardasigilli per la maggior parte degli atti più significativi del Consiglio, ritenendola lesiva dell’indipendenza della magistratura.
    Il 1964 è un anno decisivo per l’associazionismo dei magistrati: l’assemblea dell’Anm decide di adottare il sistema proporzionale per l’elezione del direttivo; la conseguenza probabilmente più importante è lo sviluppo dei gruppi di riferimento interni, presto battezzati “correnti” dalla stampa, che presentano le loro liste e, grazie ai risultati elettorali, consentono di identificare con una certa precisione le tendenze ideologiche ed il rispettivo peso, fra i magistrati italiani. Si delineano tre grandi schieramenti: uno di maggioranza raccolto intorno alla rivista “Terzo potere”, che darà il nome alla corrente, dotato di un programma definito da alcuni “corporativo” e certamente molto attento alle problematiche più tipicamente sindacali; al tempo stesso la corrente stava dando un grande contributo all’innovazione dell’ordinamento e disponeva di un leader come Salvatore Giallombardo, un punto di riferimento di molti giudici italiani e futuro animatore del congresso dell’Anm di Gardone l’anno successivo. Alla destra dello schieramento vi è Magistratura indipendente <31, che mette al centro del proprio programma il principio dell’apoliticità del giudice, la riforma delle carriere in materia di retribuzione e l’autogoverno della magistratura anche sotto il profilo economico. La base culturale di Magistratura indipendente appare molto simile a quella tradizionalista dell’Unione magistrati italiani ed in effetti ciò che realmente distanzia le due associazioni è la rappresentanza dei magistrati di tribunale e di appello, a cui la seconda non provvede. Gli aderenti a “Mi” dimostrano una scarsa propensione alla partecipazione ed una notevole riluttanza a rilasciare deleghe in occasione delle votazioni <32. Infine vi è Magistratura democratica, fondata a Bologna nel mese di luglio. Nella corrente convivono, almeno fino alla scissione del 1969, elementi ricollegabili alla tradizione liberale, a quella cattolica (ne fa parte, ad esempio, Carlo Moro, fratello del Presidente del consiglio) a quella radicale e a quella marxista; i suoi aderenti mettono al centro la questione del rinnovamento di quella parte dell’ordinamento di origine liberale o fascista e la necessità che il giudice eserciti la giurisdizione utilizzando un’interpretazione della legge ispirata ai principi della Costituzione. Fondamentale nel bagaglio culturale di Magistratura democratica nella fase iniziale anche il controllo della giurisdizione da parte dell’opinione pubblica e, in generale, l’abbandono di quella “separatezza” tra giudice e società che, in qualche modo, costituisce un retaggio culturale ancora assai vivo nella categoria <33. Per molti militanti di Magistratura democratica, in particolare nel periodo compreso tra il 1964 ed il 1977, l’adeguamento del giudice alla società moderna si spinge ben oltre il mero superamento del positivismo giuridico, fino a teorizzare la “giurisprudenza alternativa”, che avrebbe dovuto essere, in primo luogo, uno strumento per affermare scelte che sottolineassero la prevalenza degli interessi delle classi subalterne e per la transizione al socialismo, sfruttando tutte le possibilità offerte dall’ordinamento <34.
    Secondo Giorgio Freddi è in questo periodo che, in generale, si sovrappongono alle tradizionali istanze tipicamente corporative della magistratura, anche «controvalori universalistici, i quali si pongono in alternativa ai valori tradizionali. Avviene che emerge una nuova leadership associativa, la quale, diversamente dalla precedente è consapevole da un canto che se si vogliono portare avanti con successo le istanze sindacali occorre uscire dal chiuso dell’ordine giudiziario e articolare quelle istanze in modo da renderle comprensibili e politicamente rilevanti…» <35. La competizione fra le correnti diviene immediatamente molto accesa <36; nel corso delle elezioni per il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm del dicembre 1964 appare un libello dal titolo “Compagno giudice”, attribuito ad aderenti a Magistratura indipendente, che attacca, da destra, con espressioni anche pesanti, le altre due correnti, ritenute eccessivamente “rivoluzionarie”. In quella circostanza “Terzo potere” si afferma come gruppo associativo maggioritario con il 41 per cento dei consensi, seguito da Magistratura Indipendente, con il 33 per cento e da Magistratura Democratica con il 19 (altre liste minori conseguono l’8 per cento in totale) <37.
    [NOTE]
    27 Secondo la legge del 1958, dei 14 membri “togati” (7 erano invece quelli eletti dal Parlamento secondo il dettato costituzionale) 6 dovevano essere di cassazione, 4 di appello e 4 di tribunale. A questi si devono aggiungere 2 membri di diritto, anch’essi magistrati di Cassazione.
    28 G. Maranini, Storia del potere in Italia 1848-1967, Vallecchi, Firenze, 1968. Pag. 458
    29 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag. 235. Secondo gli autori ciò segna l’inizio di uno stretto collateralismo tra settori della Dc e gli alti gradi della magistratura poi rappresentati dall’Umi.
    30 Ibid. Pag 273
    31 Non tutti coloro che aderiscono a questa corrente però accettano completamente questa collocazione: «Dire come fa Romano Canosa che Magistratura indipendente è la corrente di destra, è una verità parziale. E’ vero se la si distingue da Magistratura democratica (sinistra) e da Unità per la costituzione (centro-sinistra). Non è vero se la qualificazione è intesa in senso assoluto. In magistratura esiste una sinistra giudiziaria. Non esiste una destra giudiziaria. La ragione fondamentale di quest’assenza sta nel fatto che, nella visione dello stato di un uomo di destra (non del centro-destra liberal) la giurisdizione è funzione neutrale, con la conseguenza che i magistrati orientati a destra rifiutano di collocarsi in una delle classificazioni politiche usuali» in R. Ricciotti, Sotto quelle toghe. Le radici delle correnti nella magistratura, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2007. Pag. 44
    32 Vedi R. Canosa e P. Federico, La magistratura in Italia. Cit, Pag.279
    33 Vedere L. Ferrajoli, “Per una storia delle idee di Magistratura Democratica”, in N. Rossi (a cura di), Giudici e democrazia: la magistratura progressista nel mutamento istituzionale, Franco Angeli, Milano, 1994.
    34 V. Zagrebelsky, “La magistratura ordinaria dalla costituzione ad oggi”. Cit. Pag. 773
    35 Giorgio Freddi, “La magistratura come organizzazione burocratica”, in Politica del diritto, del 1972.
    36 Per rendere l’idea di quanto le proposte dei settori progressisti, in particolare di Magistratura democratica, fossero considerate eversive si consideri il seguente passaggio scritto da un giudice moderato che, dopo aver ricordato le dottrine nazionalsocialista e sovietica del diritto, afferma che «Il terzo momento di crisi del diritto in Europa ha origine nel 1964 con la pubblicazione del programma di Magistratura democratica. Un gruppo di magistrati culturalmente dotati e politicamente determinati si fece sostenitore della giurisdizione come funzione di indirizzo politico», R. Ricciotti, Sotto quelle toghe. Le radici delle correnti nella magistratura, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme, 2007. Pag. 50.
    37 Le cifre sono tratte da C. Guarnieri, Magistratura e politica in Italia. Pesi senza contrappesi, Il Mulino, Bologna, 1992. Pag. 101.
    Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, 2013

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  5. Buongiorno a tutti!
    Chiedo, qualcuno mi consiglia una piattaforma che permetta la creazione di siti web gratuitamente? Meglio ancora se ha a che fare con il #fediverso .
    Grazie a chi mi aiuta 😗
    #consiglio #aiuto

  6. Angolo della lavandaia. Devo comprare una nuova lavatrice magari lavasciuga. Qualcuno ha qualche esperienza recente? Un equivalente Motorola ma per lavare i panni? #consiglio #lavatrice #aiuto

  7. Il Piano Solo prende nome dall’ipotesi di utilizzare solo unità di carabinieri

    Le elezioni politiche del 28 aprile 1963 rivelano una leggera radicalizzazione delle preferenze politiche degli italiani. La DC scende per la prima volta sotto il 40 per cento, ottenendo il 38,3 per cento dei voti rispetto al 42,4 di cinque anni prima. I maggiori beneficiari della flessione democristiana sono i liberali, la cui coerente opposizione al Centro Sinistra permette di conseguire un aumento dal 3,5 al 7 per cento. A Destra i monarchici scompaiono (dal 4,9 all’1,7 per cento) ed il MSI sale pochissimo (dal 4,8 al 5,1 per cento). A sinistra il PSDI viene premiato dalla sua partecipazione al Governo Fanfani con un incremento dell’1,5 (dal 4,6 al 6,1 per cento), mentre il PSI cala impercettibilmente (dal 14,2 al 13,8 per cento). La sconfitta della Democrazia Cristiana indica un rifiuto alla politica di centrosinistra, unico elemento chiaro visibile dalle indicazioni elettorali, ma, dopo l’avventura di Tambronì, Moro e i dorotei sono decisi a continuare l’alleanza con socialisti, anche se in una forma più moderata. Le trasformazioni del paese già maturate negli anni precedenti spingono il partito cattolico a mantenere il timone a sinistra
    per garantirsi il radicamento nei nuovi ceti sociali urbani emergenti, rispetto al vecchio mondo contadino in declino.
    Nel mese di luglio, il Presidente americano John F. Kennedy giunge in Italia in visita ufficiale. Dopo una serie di incontri con tutti i segretari di partito e gli esponenti politici di maggior rilievo, la linea dell’apertura a sinistra viene pienamente confermata. L’appoggio statunitense alla svolta politica italiana si rivela ancora una volta contraddittoria. Kennedy, impegnato nel controllo della situazione interna che sta progressivamente sfuggendogli di mano, non può garantire un sostegno deciso al progetto. Accanto alle operazioni politiche dei collaboratori diretti della Casa Bianca, si sviluppano i piani di guerra non ortodossa in chiave anticomunista palese, che avrebbero avuto un peso notevole sul futuro dei Paese.
    Nell’ottobre 1963, dopo il XXXV Congresso, il PSI è pronto a formare un nuovo Governo con i democristiani. Moro diviene Presidente Consiglio e Nenni vice Presidente. Il Dicastero del Bilancio è affidato ad Antonio Giolitti. Lombardi rifiuta la poltrona ministeriale. La partecipazione ad un Esecutivo moderato provoca una spaccatura all’interno del PSI, la corrente di estrema sinistra rifiuta di votare la fiducia e, sottoposta a provvedimenti disciplinari, di li a poco uscirà dal partito (31).
    Il compromesso faticosamente raggiunto non possiede elementi duraturi. La destra è sempre più aggressiva verso i socialisti, mentre potentati economici, dall’industria all’edilizia, ed i baroni della finanza dei vecchi gruppi elettrici, scatenano un’offensiva non di poco conto. Le concessioni di Moro sul piano delle riforme – la riforma scolastica e la riforma urbanistica, meno radicale di quella di Sullo – preoccupano in modo considerevole gruppi conservatori ostili a qualsiasi forma di cambiamento. A giugno, dopo uno scontro parlamentare sulla riforma scolastica, Moro si dimette. Il Presidente della Repubblica Antonio Segni lo incarica di formare un nuovo governo, ma i negoziati sembrano prolungarsi all’infinito. Il 15 luglio viene convocato al Quirinale il Generale De Lorenzo, Comandante dell’Arma dei Carabinieri. L’evento, assolutamente anomalo, si verifica il giorno dopo la temporanea interruzione delle consultazioni tra i quattro partiti di centrosinistra e acquista quindi un significato polìtico tale da far parlare di un colpo di stato ‘virtuale’, nel senso di una vera e propria minaccia che viene fatta pesare sul capo dei dirigenti politici; una forzatura insomma delle decisioni da assumere. Il pericolo in cui versano le istituzioni repubblicane costringe Nenni a moderare la sua intransigenza, portandolo al reingresso nel nuovo esecutivo, senza nessun vantaggio rispetto al precedente governo. “Improvvisamente i partiti e il Parlamento hanno avvertito che potevano essere scavalcati. La sola alternativa […] è stata quella d’un Governo d’emergenza, affidato a personalità così dette eminenti, a tecnici, a servitori disinteressati dello Stato, che nella realtà del paese qual è, sarebbe stato il Governo delle Destre, con un contenuto fascistico-agrario-industriale, nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 sarebbe impallidito” (32).
    Una Commissione parlamentare d’inchiesta sintetizza così i fatti: “Nella primavera-estate del 1964 il generale De Lorenzo, quale comandante dell’Arma dei carabinieri, al di fuori di ordini o direttive o semplici sollecitazioni provenienti dall’autorità politica, e senza nemmeno darne notizia, ideò e promosse l’elaborazione di piani straordinari da parte delle tre divisioni dell’Arma operanti nel territorio nazionale. Tutto ciò nella previsione che l’impossibilità di costituire un governo di centrosinistra avrebbe portato a un brusco mutamento dell’indirizzo politico, tale da creare gravi tensioni fino a determinare una situazione d’emergenza” (33).
    E’ il cosiddetto “Piano Solo”. Prende nome dall’ipotesi di utilizzare solo unità di carabinieri per affrontare possibili emergenze. Il piano prevede un insieme di iniziative tra cui l’occupazione della RAI-TV, il controllo delle centrali telefoniche e telegrafiche, il fermo di numerosi esponenti della vita nazionale. Bruno Trentin, ex Segretario Generale della CGIL, ricorda: “Che ci sia stato un clima di forte tensione e anche di allarme, non solo nei partiti della sinistra, ma anche nel movimento sindacale è indubbio. Come è vero che vi sono stati giorni in cui dirigentí sindacali erano, almeno nella CGIL, in situazione di preallarme e avevano provveduto in alcuni casi a trovare delle seconde abitazioni. Che siano state utilizzate, francamente non ne ho conoscenza, a parte qualche caso sporadico” (34).
    Lo scandalo del ‘Piano Solo’ scoppierà un paio d’anni più tardi e si concluderà con la sostituzione di De Lorenzo nell’incarico di capo di stato maggiore dell’esercito, dopo che il generale avrà rifiutato la proposta del ministro della Difesa, Tremelloni, di dimettersi. La polemica tornerà a divampare in seguito a una querela per diffamazione aggravata contro il settimanale “L’Espresso”, diretto da Eugenio Scalfari, ‘reo’ di avere pubblicato un articolo di Lino Jannuzzi dal titolo “Finalmente la verità sul SIFAR. 14 luglio 1964: complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparano un colpo di Stato”. Racconta il giornalista: “Il governo e lo stesso presidente della Repubblica smentirono le nostre rivelazioni. Il generale De Lorenzo ci querelò e il tribunale, a cui il governo aveva rifiutato i documenti con la scusa del segreto militare, ci condannò. Ma intanto il Parlamento aveva deciso di fare su tutta la questione un’inchiesta parlamentare. Per la prima volta nella storia d’Italia il Parlamento poté mettere il naso nelle cose segrete del mondo militare. Questa commissione, sia pure sfumando e censurando alcune cose, accertò che i fatti erano veri” (35).
    La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia nella proposta di relazione redatta dal Presidente Giovanni Pellegrino, spiega “che la valenza e la destinazione funzionale del Piano non può cogliersi astraendosi da un lato dalla considerazione che il piano non fu mai attuato, sicché si è in presenza – come già per Gladio – di una sostanziale potenzialità operativa; dall’altro dalla circostanza che ciò malgrado sembra difficile negare che la predisposizione del piano ebbe un’indubbia influenza sugli esiti della vicenda politica nell’estate del 1964. Sul punto, in altri termini appare improduttivo alla Commissione indugiare sulla “realtà” di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo (e cioè domandarsi se si tratta di una minaccia reale, poi non realizzata per motivi che resterebbero oscuri, dato che di essa si ebbe notizia solo alcuni anni dopo) – ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale; un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi. Più fondato appare alla Commissione riconoscere che a fondamento di una valutazione finale possano valere giudizi espressi sul punto da due protagonisti della vicenda politica e cioè da Nenni da un lato, Moro dall’altro, giudizi che, pure formulati a circa un quindicennio di distanza l’uno in condizioni diversissime, appaiono sostanzialmente coincidenti”.
    Molti anni dopo, prigioniero delle Brigate Rosse, l’on. Moro avrebbe così descritto la vicenda: “Nel 1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente costituzione del centrosinistra […] per la nazionalizzazione dell’energia elettrica […], per la crisi economica che per ragioni cicliche e per concorrenti fatti politici si andava manifestando. Il presidente Segni, uomo di scrupolo, ma anche estremamente ansioso, tra l’altro, per la malattia che avrebbe dovuto colpirlo da lì a poco, era fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centrosinistra. Non aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato alla direzione del Governo. Era terrorizzato da consiglieri economici che gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati di lì a quattro mesi. […] Fu allora che avvenne l’incontro con il generale De Lorenzo [….]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di contingenza, come poi fu appurato nell’apposita Commissione parlamentare di inchiesta, con l’intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e di pervenire alla soluzione della crisi” (36). E’ un giudizio che viene ulteriormente precisato, nel corso del memoriale, laddove può leggersi: “il tentativo di colpo di Stato nel ’64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’Arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centrosinistra, ai primi momenti del suo svolgimento” (37).
    Queste valutazioni sostanzialmente coincidono con quelle espresse da Nenni nell’immediatezza dei fatti (vedi nota 32): unica alternativa ad una riedizione dei governo di centrosinistra era quella di un Governo di emergenza, affidato a tecnici, che nella realtà del Paese quale era, avrebbe avuto il sostegno delle destre ed avrebbe attivato una situazione di tensione. “Non sembra dubbio alla Commissione che il Piano Solo era destinato ad acquisire attualità operativa appunto in previsione di tale evenienza, con modalità che si ponevano al di fuori dell’ordinamento costituzionale. Così come è indubbio che la percezione in sede politica di tale possibile evenienza valse a determinare, come Moro esattamente noterà quindici anni più tardi, un forte ridimensionamento della politica di centrosinistra ai primi momenti del suo svolgimento. Né vi è dubbio che ciò corrispondesse agli interessi perseguiti da settori dell’amministrazione statunitense (o cioè il depotenziamento del centro sinistra, così esorcizzando le preoccupazioni nutrite da ampi strati del ceto dirigente e imprenditoriale italiano) e che si situava all’interno di un disegno strategico più ampio di ‘stabilizzazione’ del quadro politico italiano, rispetto al quale un’involuzione autoritaria costituiva esito estremo e non gradito” (38).
    [NOTE]
    (31) Nel gennaio 1964, trentotto deputati e senatori abbandonano il partito per creare il PSIUP. In un intervento in Parlamento Lelio Basso afferma: “Una sola cosa non si può fare ed è quella di sacrificare l’autonomia del movimento operaio, di subordinare scelte politiche al disegno organico della classe dominante. Ed è invece proprio questo disegno organico che noi vediamo nel Governo Moro”
    (32) Riflessioni di P. Nenni sull’Avanti, 26 Luglio 1964.
    (33) S. Zavoli, La notte della Repubblica, I libri dell’Unità, Roma 1994, pag.21
    (34) ibidem pag.22
    (35) ibidem pag.22
    (36) F.M. Biscione, Il Memoriale di Aldo Moro, rinvenuto in via Montenevoso a Milano, Coletti, Roma 1993, pag.45
    (37) ibidem, pag.46
    38) G. Pellegrino, Proposta di Relazione, Il Terrorismo, le stragi e il contesto storico-politico, pag.86,87, Roma 1994.
    Lorenzo Pinto, Le “stragi impunite”. Nuovi materiali documentari per una ricerca sulla strategia della tensione, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 1996-1997

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  8. Ennesima figura di letame internazionale, stavolta siamo finiti sul #WSJ, con le gaffe e le faccette da comica della #capatrena del #consiglio

  9. Assolutamente non io che mi metto a fare i #nonogram grossi mentre sto a #lezione per far passare il #tempo e occupare le manine, prendendomi tutta la #calma dell’universo iniziando nell’ora di un professore per finire poi in quella dopo… però, scherzi a parte, è probabilmente la cosa migliore, assieme a giusto poche altre cose (sia altri #puzzle, sia attività proprio diverse), la mia impressione è che perdo meno attenzione perché non sto continuamente a passare da un pensiero all’altro in automatico perché il mio cervello vuole distrarsi, chissà se è vero. 🙃

    In ogni caso, pensavo, per lo #sfizio e perché è più comodo #giocare in quel modo piuttosto che sul PC, di #comprare una collezione cartacea, why not. Soprattutto perché ho ancora tanti soldi del #bonusCultura da parte, e tempo solo fino a fine aprile per spenderli, quindi urge fare qualcosa. Ci compro sempre manga e cose, ma vado abbastanza a rilento, ahi ahi. Sto vedendo sul sito amazzonico e qualcosa di decente forse c’è, ma chiedo a voi se sapete darmi un #consiglio per un articolo preciso (sapendo che voglio dei #picross larghi e sufficientemente difficili, ma non per forza un libro che si sforza di averne troppi, sia perché se voglio portarmelo in giro all’università preferisco non sia troppo spesso, e poi perché la qualità crolla). (Ovviamente, quando lo ottengo, prima di iniziarlo, se non dovessero già esserci, vi caricherò le scansioni online, olè.) ❓

    https://octospacc.altervista.org/2024/03/06/plz-consigli-per-gli-acquisti-nonogram-per-la-noia-a-lezione/

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  13. Circa 60 milioni di persone in #Iran sono state chiamate ad #eleggere un nuovo #Parlamento e un #Consiglio di #esperti. Mentre i lealisti del governo sono andati a votare, i membri dell’#opposizione hanno #boicottato lo #scrutinio. Gli osservatori si aspettano una bassa affluenza alle urne.

  14. Circa 60 milioni di persone in #Iran sono state chiamate ad #eleggere un nuovo #Parlamento e un #Consiglio di #esperti. Mentre i lealisti del governo sono andati a votare, i membri dell’#opposizione hanno #boicottato lo #scrutinio. Gli osservatori si aspettano una bassa affluenza alle urne.

  15. Per anni con le mie amiche ci siamo chieste dove fossero finiti gli uomini interessanti
    Pochi mesi qui ed ho capito che si erano nascosti tutti su Mastodon.
    Mi basta vedere la mia TL e le interazioni che ho qui con la cerchia di contatti diretti e non, e sono davvero tutti uomini intelligenti, che scrivono in italiano corretto, colti, pensanti, ironici, estroversi, sensibili e che sanno cucinare.
    Ragazzi, ascoltate il mio consiglio, uscite da qui e fatevi vedere anche là fuori.
    #consiglio 😘

  16. "Viviamo nell'epoca della sorveglianza. Perfino i nostri momenti più privati possono diventare pubblici, come hanno provato sulla propria pelle difensori dei diritti umani, attivisti, giornalisti, blogger e come potrebbe dolorosamente provare ognuno di noi"

    "Ho capito in fretta che la cifratura dei dati è uno strumento vitale per i diritti umani"

    Non parla un'attivista, ma Dunja Mijatović, Commissaria per i diritti umani al #Consiglio #EU

    La #cifratura dei nostri dati è vitale? Sì.