Search
1000 results for “Logical_Error”
-
Final del primer tiempo, se da un poco la logica en este partido: España teniendo la Pelota, Italia defendiendo y aprovechando errores. Es mas españa.
-
CW: Virus
Hoy es #viernes13, ocasión para no embarcarse, casarse ni actualizar un servidor.
Pero al margen de eso, es la ocasión especial para recordar a un clásico programa informático, uno que tuvo su enorme popularidad y no por usarlo, sino por sufrirlo.
Se trata del #virus "Friday 13th", más conocido como #JERUSALEM, un virus para MS-DOS.
Fue desarrollado en 1987 para celebrar el 40º aniversario de la fundación del Estado de Israel, que acaecería al año siguiente.
Se trataba de un virus infector de archivos COM, del tipo "bomba de tiempo lógica", con un procedimiento que podríamos llamar "novedoso" para la época, y que luego se copió hasta el hartazgo.
Se activaba revisando el RTC (reloj de tiempo real del equipo) y su cabeza de guerra más violenta (tuvo muchísimas), se encargaba de destruir los datos en disco que el usuario estuviese utilizando. Sin embargo, la mayoría de las veces podíamos encontrar variantes inertes, que reemplazaban esta acción con otras tendientes a hacer más lento el procesador (hasta 20% mas lento en las viejas computadoras XT).
Su vector eran los diskettes con ficheros infectados. Iniciaba su carga por medio de un programa precompilado cargador que oficiaba de cepa objeto. Una vez ejecutado, infectaba ficheros COM ejecutados por el sistema operativo. La acción maligna acaecía por consumo de memoria, ya que no liberaba la memoria usada, y cada programa ejecutado restaba unos 2K de memoria al sistema. Otro síntoma típico era el reemplazo de un mensaje de error del DOS por una versión con mayúsculas más aplicadas (aparecía "Bad Command or filename" en lugar de "Bad command or file name", incluso en el MS-DOS en castellano u otros idiomas).
A pesar de sus intenciones, lo común de su factura hizo que fuese fácilmente removible con los productos antivirus más simplones, incluso el inefable #MSAV (el antivirus de Micro$oft para DOS, un rebranding del Central Point Antivirus).
Como todo "papá virus" que se precie, el código y funcionamiento general viralizó descendencias a montones. Algunos de los conocidos eran:
Anarkia: Versión que se activaba el martes 13 de cada año.
Frere: Tocaba la música frere jackes en el PC Speaker.
Sunday: Mostraba un mensaje que decía que no se trabajaba los domingos.
Mendoza: Esta variante cambiaba el cursor de una rayita parpadeante a un bloque, y apagaba y encendía las luces del teclado AT.
Danubio: era una modificación excelente del Jerusalem que ofrecía encriptación y varios métodos de ataques distintos.
Hoy el JERUSALEM y todas sus variantes están obsoletas para los sistemas operativos modernos, aunque puede funcionar con limitaciones en emuladores de MS.DOS.
#friday13th -
Coalición de Personas Sordas. «Esto es un error que desinforma y afecta la comunicación con personas sordas y a la #LenguaDeSignos Mexicana (LSM).
La LSM no es un idioma en el que se sustituye una palabra con una seña o deletreo. Es un idioma distinto que responde a características de ser sordas y a la comunicación visual. Imponer la lógica del español no respeta la cultura sorda.»
🔗 CoPeSor: https://www.sordosmexico.org/
-
Lavinia Marchetti
ATTACCO E RUMORE: CHE COSA CERCANO?
Una campagna di disturbo cambia l’aria che si respira intorno al testo, all’articolo. Il tema politico viene trascinato nel ridicolo e viene sporcato, poi la risata entra come uno schiaffo, senza rispetto. La faccina che ride vale quanto un colpo secco sulla faccia. Impone un tono di disprezzo e mette il lettore davanti a una scelta tacita, o resta e sopporta oppure lascia perdere. Qui la psicologia del branco viene messa in pratica. Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, descriveva la forza dell’identificazione collettiva e il piacere che nasce dal sentirsi dentro una massa protetta. In rete questo piacere si accoppia con una disinibizione specifica. Zimbardo parlava di deindividuazione, John Suler ha descritto l’allentamento dei freni che internet favorisce. Il volto scompare, la conseguenza pare lontana (ma non sempre…io ho denunciato e vinto), l’impunità viene sentita come naturale. A quel punto il bersaglio diventa chi scrive. Il fatto scivola sullo sfondo. Restano etichette ripetute, perché la ripetizione consuma la pazienza e sposta il baricentro della discussione.
Dentro questo rumore nasce un consenso di cartapesta. Il lettore passa, vede decine di reaction di scherno, trova commenti quasi identici, immagina una maggioranza compatta. Elisabeth Noelle Neumann lo chiamava “spirale del silenzio”. Quando l’ambiente punisce chi parla, molte persone scelgono la ritirata. La risata seriale, gli insulti, accelerano questo passo. Un gesto rapido, adatto alla massa, capace di trasformare il dolore in spettacolo.
Ecco la sensazione di sciame. La massa dei commenti costruisce un’impressione collettiva artificiale. La tecnologia rende economica questa pressione, la piattaforma la amplifica perché l’attrito produce interazione. Il risultato si deposita nella psiche di chi legge e di chi scrive. Ecco la stanchezza, l’irritazione e l’inevitabile autocensura. Il ritiro pare una decisione personale, però nasce da una scena costruita.BOT, TROLL, CYBORG: TRE FORME OPERATIVE
Un BOT puro produce testo con regolarità meccanica e con una povertà di relazione. Arriva subito, spesso entro un minuto dalla pubblicazione, e lascia frasi che paiono uscite da uno stampo. Il dettaglio che conta sta nella ripetizione: la stessa accusa ricompare sotto post differenti, talvolta sotto pagine differenti, con intervalli minimi. Un esempio che mi è capitato lo conservo in due screenshot dello stesso commento, copiato parola per parola, piazzato a distanza di cinque minuti sotto un mio post su Gaza e sotto un post di una testata, mi pare repubblica. Sembra una coincidenza, ma l’identità del testo la smentisce.
Il TROLL UMANO, invece lavora con tempo e attenzione. Entra nel thread, cerca una fessura, poi insiste. Il troll chiede spiegazioni con tono finto cortese, scivola verso l’offesa, prova a farti reagire, poi richiama altri profili. La psicologia del dominio diventa leggibile. La provocazione serve a spostare il tema verso il terreno dell’umiliazione. Un esempio tipico ha un ritmo riconoscibile. Tu scrivi di un bombardamento. Il troll risponde con una risata e una frase di derisione. Se replichi, parte l’accusa personale. Se taci, arriva il commento che ti dipinge come codardo. La logica resta la stessa: consumo del tuo tempo, consumo del tempo del lettore.
La figura più attuale è il CYBORG. Qui convive automazione e intervento umano. Un sistema individua i post, li segnala come bersagli, propone testi suggeriti, poi una persona entra e rende la risposta plausibile, con una variazione di tono o un dettaglio apparentemente personale. Questa forma è più difficile da smontare, perché somiglia alla vita di un utente. La prova passa dai tempi e dalle tracce. Risposte rapidissime all’inizio, poi una conversazione improvvisa con frasi più lunghe e con riferimenti al tuo testo.
Esempi documentati aiutano a uscire dal sospetto e a entrare nel metodo. Nel capitolo sulle reti coordinate ho citato Act.IL come modello di mobilitazione a compiti, con testi pronti e obiettivi giornalieri. Qui la persona può essere reale. La coordinazione resta reale anche lei. Sul piano delle reti inautentiche, il caso STOIC attribuito da Meta, ripreso da Reuters, mostra un passaggio ulteriore, commenti generati in serie e inseriti sotto post ad alta visibilità. Al Jazeera ha descritto anche prototipi capaci di cercare contenuti su Gaza tramite hashtag e produrre risposte con modelli linguistici, poi pubblicarle con ritardi studiati.I SUPERBOT
Tecnologicamente, molti di questi attacchi sfruttano automazione avanzata e intelligenza artificiale. Reti di bot possono generare automaticamente commenti fasulli o memi: spesso impiegano modelli linguistici (ChatGPT, LLM) per produrre risposte personalizzate a post specifici. Una inchiesta di Al Jazeera descrive i “superbot” pro-Israele creati da ricercatori: questi bot cercano post di alto profilo con hashtag come #Gaza o #Genocide (Step 1) e ne estraggono il testo. Poi creano un prompt per ChatGPT che chieda una risposta aggressiva pro-Israele (Step 2) e inviano la risposta con un lieve ritardo per sembrare umani (Step 3) (https://www.aljazeera.com/features/longform/2024/5/22/are-you-chatting-with-an-ai-powered-superbot#:~:text=step%203.Image%3A%20INTERACTIVE_LLM%402x,unleashed%20on%20multiple%20targets%20simultaneously ). Un superbot può così rispondere in pochi secondi e innescare conversazioni infinite, riversando centinaia di commenti su più target in parallelo, In pratica, l’uso di AI permette di scalare enormi quantità di disinformazione a basso costo. Per mimare esseri umani, i troll usano anche pratiche manuali o semi-automatiche. Talvolta si parla di cyborg account: profili gestiti in parte da bot e in parte da operatori reali. L’analisi di Ayeb e Bonini (Social Media + Society 2024) su tre paesi arabi rileva che i troll lavorano in turni (anche 24/7) coordinati via chat (Telegram), con task list giornaliere che assegnano post da commentare e hashtag da usare. Gli account bot mostrano segni tipici: usano avatar generati da AI (spesso con imperfezioni visive), nomi utente con cifre casuali e bio generiche, sono creati di recente e tendono a seguire altri bot per gonfiare i follower. Di norma replicano messaggi casuali (p. es. post su sport o celebrità) come copertura, mentre rispondono in modo assai diverso quando affrontano politica. Dal punto di vista operativo, i troll operano spesso da reti proxy o VPN per mascherare la provenienza e cambiano frequentemente IP/profilo. I ricercatori osservano che molti commenti sospetti arrivano entro 10 minuti dalla pubblicazione del post originale e in tutti gli orari (notte inclusa), chiaro segno di automazione. Infine, esistono server interni o gruppi riservati (chat Telegram, Slack) usati per distribuire istruzioni e script di risposta agli operatori: una fonte Reuters salvadoregna confermò che i troll si incontravano anche in uffici governativi per ricevere i compiti del giorno (https://www.reuters.com/investigates/special-report/el-salvador-politics-media/#:~:text=A%20Salvadoran%20twenty,down%20with%20a%20government%20official ).
IL RUOLO DELLE PIATTAFORME
Le piattaforme social influenzano inconsapevolmente l’ecosistema degli attacchi. Documenti interni emersi (grazie a whistleblower come Frances Haugen) mostrano che l’algoritmo di Facebook valorizza fortemente le reazioni emotive: ad esempio nel 2017 ogni emoji (arrabbiata, risata, pianto) valeva cinque volte un “mi piace” tradizionale (https://www.washingtonpost.com/technology/2021/10/26/facebook-angry-emoji-algorithm/ ).
In pratica, contenuti che suscitano rabbia o shock ottengono molta più visibilità. Come ha affermato la stessa Haugen, «la rabbia e l’odio è il modo più facile per crescere su Facebook». Ciò spiega perché post controversi attirino troll e ricevano ampio engagement: l’algoritmo ricompensa queste reazioni e può amplificare involontariamente i bot o i troll più polemici. Al contempo, ci sono accuse di censura selettiva verso opinioni palestinesi. HRW ha documentato oltre 1.050 casi tra ottobre e novembre 2023 in cui Facebook/Instagram hanno rimosso contenuti pacifici di sostegno alla Palestina (contro appena 1 caso pro-Israele) (https://www.hrw.org/report/2023/12/21/metas-broken-promises/systemic-censorship-palestine-content-instagram-and#:~:text=Between%20October%20and%20November%202023%2C,The%20documented%20cases ). l rapporto rileva un’applicazione incoerente delle norme di Meta, che spesso rimuove post pro-Palestina basandosi su policy contro “organizzazioni pericolose” (inclusa Hamas). A me hanno censurato un post in cui analizzavo le richieste di Hamas. Documenti di dominio pubblico. Senza alcun giudizio in merito. Inoltre, HRW denuncia che l’“Unità Cyber” israeliana (ufficio legale del procuratore) invia richieste dirette a Meta per rimuovere contenuti pro-Palestinesi, ottenendo tassi di rimozione altissimi (oltre il 80%) senza notifica agli utenti. Ci sono segnalazioni di shadow banning (fuoriuscita graduata dei post dalle bacheche) e di sospensioni non giustificate di account paladini dei diritti umani. Meta afferma di affidarsi molto all’automazione per la moderazione (oltre il 90% delle violazioni sarebbe rilevato da algoritmi), ma gli esperti criticano la scarsa trasparenza e gli errori sistematici che censurano espressioni legittime. In sintesi, mentre i troll mirano a allagare la piattaforma di messaggi falsi e irritanti, il social network stesso a volte amplifica il rumore emotivo e, per difetto o per pressioni esterne, sopprime parte del dibattito, influenzando in modo complesso quali contenuti circolano di più. -
Instagram rectifica – Tocar un Reel ahora pausará el video en lugar de silenciarlo
Después de años de frustración para millones de usuarios, Instagram ha decidido finalmente estandarizar el comportamiento de su interfaz de video. La acción de «tocar» (tap) sobre un Reel servirá para pausar y reanudar la reproducción, eliminando la función de silenciar/activar sonido que había desconcertado a la comunidad desde el nacimiento del formato.
https://twitter.com/instagram/status/2034321583050031205?
¿Por qué este cambio ahora? El triunfo de la lógica
Históricamente, Instagram era la única gran plataforma que utilizaba el toque simple para el audio, mientras que YouTube Shorts y TikTok ya usaban el sistema de pausa. Según fuentes internas, el cambio responde a tres motivos principales:
- Consistencia con la industria: Los usuarios tienen «memoria muscular» de otras apps. Al llegar a Instagram, silenciaban videos por error cuando solo querían detenerlos para observar un detalle.
- Retención de audiencia: Las métricas internas mostraron que muchos usuarios abandonaban un Reel si se silenciaba accidentalmente, pensando que había un error de carga o de sus auriculares.
- Accesibilidad: Pausar con un toque facilita la lectura de subtítulos o la observación de elementos visuales complejos sin tener que mantener el dedo presionado (acción que ahora se reservará para ver el menú de opciones).
¿Dónde queda el control de volumen?
No te preocupes, no han eliminado el silencio, solo lo han movido:
- Botón dedicado: Ahora aparecerá un pequeño icono de altavoz en la esquina inferior derecha de cada Reel para gestionar el audio de forma independiente.
- Sincronización del sistema: Instagram respetará de forma más estricta el interruptor físico de silencio del iPhone y los ajustes de volumen de Android, algo que los usuarios del nuevo Galaxy S26 habían solicitado tras los recientes fallos de certificación.
¿Cuándo verás el cambio?
La actualización se está desplegando de forma gradual mediante una modificación en los servidores (server-side switch). No necesitas actualizar la app desde la App Store o Play Store, pero es recomendable tener la última versión instalada para asegurar la compatibilidad con los nuevos botones de control de volumen.
#android #arielmcorg #infosertec #innovación #Instagram #ios #meta #PORTADA #RedesSociales #reels #TechNews2026 #tecnología #UX -
@ecotxe
Bona notícia, sí, i que té molta lògica. Un servei públic gestionat per les persones que reben el servei 👌Només esper que no cometin els mateixos errors que #RailCoop al sud de França. Com sempre, les #cooperatives hem d'anar poc a poc per arribar més lluny.
-
Circa alcuni agenti nazisti reclutati dai servizi segreti americani
Il segretario di Stato dette il suo assenso e nel mese di maggio [1947] le autorità militari decisero di trasferire Dollmann nella zona di occupazione statunitense nella Germania dell’Ovest, considerando che lì avrebbe potuto svolgere compiti di maggiore utilità rispetto a quanto avrebbe potuto fare se fosse espatriato in America Latina, come ipotizzato inizialmente da Angleton <362. Il 22 ottobre da Washington il direttore dell’Office of Special Operations, l’agenzia coordinata con il CIG che si occupava delle operazioni clandestine all’estero, ordinò che Dollmann rimanesse in Germania e che per nessun motivo fosse permesso agli italiani di ottenerne la custodia: “Dollmann e Wenner non devono essere consegnati all’Italia né ora né nel prevedibile futuro. Se vanno in Italia saranno arrestati, interrogati, esposti, e facilmente accusati di essere criminali di guerra. Non si ritiene che possano avere alcuna possibile copertura adeguata considerando i rischi e ciò che sta dietro a questo caso. (…) Preferisco altamente che rimangano nell’AmZone in Germania” <363. Per circa un anno l’ex-gerarca nazista rimase quindi nella sua terra d’origine, un periodo durante il quale iniziò un rapporto di attiva collaborazione per l’intelligence americana: la sezione del CIC di Monaco gli affidò l’incarico di redigere rapporti settimanali. Nel 1948 i vertici della sezione OSO, l’Office of Special Operations, valutarono che era pronto per iniziare la sua attività di collaborazione per lo spionaggio in Italia e lo inviarono presso la sede del CIC di Milano <364.
La linea di azione messa in campo nell’immediato dopoguerra da Angleton e dai vertici dell’intelligence statunitense, tesa ad aggirare ogni tipo di legalità e di sovranità nazionale dei paesi allo scopo di salvare – e poi utilizzare – grossi personaggi nazisti e repubblichini, mostra come le dinamiche della guerra fredda abbiano investito pesantemente fin dall’inizio la ricostituzione post-bellica del paese. Il quadro complessivo che emerge, in cui si inseriscono queste vicende, è quello in cui nella sfera dei servizi segreti l’obiettivo del contenimento del comunismo, e quindi la salvaguardia degli interessi geopolitici statunitensi, si legava alla convinzione che l’importanza dei fini potesse giustificare l’adozione di qualsiasi mezzo <365.
[…] La stessa logica utilizzata da Angleton in Italia per Borghese e Dollmann, si ritrova del resto in un’operazione dello stesso tipo che fu messa a punto in Germania, dove il generale Reinhard Gehlen, capo del Fremde Heeren Ost, la sezione del servizio segreto militare nazista che si occupava del fronte orientale, venne immediatamente assunto nelle fila dell’intelligence americana, pochi giorni dopo la resa incondizionata dichiarata dalla Germania. Nei primi mesi del 2002 il governo americano ha declassificato i documenti relativi al reclutamento di Gehlen insieme alla sua rete di agenti nazisti da parte dei servizi segreti americani, acquisiti dal National Archives and Records Administration l’8 maggio 2002 <366. In questi rapporti ufficiali si legge che nel giugno del ’45, dopo il collasso della Germania nazista, Gehlen fu ingaggiato dall’U.S. Army per continuare il suo lavoro di intelligence, ma questa volta per l’America. A tal fine Gehlen nelle settimane successive fece assumere moltissimi membri delle Ss, ricostituendo così il suo intero gruppo di lavoro originario con il quale aveva operato per il Führer. Uno dei direttori della sezione dell’intelligence Usa in Germania, Crosby Lewis, nel settembre del ’46 tira le fila dell’operazione “Keystone” in un lungo documento top secret. Dal suo racconto dettagliato apprendiamo informazioni fondamentali e sconcertanti relative all’evoluzione di tutta l’operazione che riguardava Gehlen e la sua rete. Il generale Gehlen “era negli Stati Uniti”, scrive Crosby Lewis, fin dalle prime settimane dopo la fine del conflitto, “essendo stato portato lì dal G-2, War Department, (…) insieme a personale della Fremde Heere Ost” <367. Gehlen era rimasto per molto tempo con i suoi collaboratori negli Stati Uniti, fino alla primavera-estate del ’46. Lewis rivela anche come riguardo agli elementi dell’organizzazione di spionaggio nazista non fosse mai stato redatto alcun rapporto di interrogatorio, poiché “tutto questo personale della Fremde Heere Ost, che era stato catturato dagli americani, non è mai stato interrogato” <368. Nonostante si trattasse dei vertici dello spionaggio nazista, dunque, la decisione di assumerli in blocco nell’intelligence Usa aveva fatto sì che addirittura non gli fosse stata posta alcuna domanda relativa alle loro conoscenze o alle operazioni che avevano portato avanti, procedura senza dubbio anomala. Lewis venne in seguito in contatto con uno dei dirigenti della Fremde Heeren Ost, di nome Oberst Baun, per accordarsi in merito alla costruzione di una sezione di intelligence Usa in Germania che avrebbe dovuto essere gestita direttamente dal comandante nazista, con tutti i suoi ex-collaboratori, il cui “obiettivo finale” doveva essere “l’Unione Sovietica” <369. A questo proposito Lewis racconta un dettaglio che lo aveva colpito: “Quando arrivai a Oberursel – la sede dell’SSU – scoprii che Baun non era trattato come un prigioniero normale, ma più come un ‘ospite’, e che non era suscettibile di interrogatorio”. L’operazione di assunzione di Gehlen e di tutta la sua rete di agenti nei ranghi dell’Oss, come emerge dai documenti, fu considerata un grande successo dagli agenti americani: “Alla metà di luglio 1945, eravamo riusciti a ricostituire lo staff e le persone chiave della rete del generale Gehlen, con tutti i suoi importanti documenti, ed eravamo molto coscienti della miniera d’oro che avevamo trovato. <370 Uno dei fattori che resero Gehlen e i nazisti della sua rete molto importanti per gli interessi strategici americani fu la loro esperienza e le loro conoscenze di intelligence maturate nella guerra contro l’Urss: tutto il lavoro di raccolta di informazioni e di penetrazione nel territorio, insieme alla conoscenza dei servizi segreti sovietici, e tutta la documentazione da loro raccolta, si rivelavano ora preziosi per gli Stati Uniti. Il generale Gehlen, dopo essere stato per quattro anni alle dipendenze dell’esercito statunitense, nel 1949 passò direttamente sotto il controllo della Cia, la quale aveva deciso di subentrare come “Gehlen’s main patron” <371.
Anche il maggiore delle Ss Karl Hass, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine per aver partecipato attivamente al massacro, fu reclutato dagli agenti statunitensi immediatamente dopo la fine del conflitto. Nei giorni della Liberazione era stato arrestato dagli Alleati e tenuto sotto custodia americana: poco tempo dopo però anche a lui fu proposta la collaborazione, da un ufficiale del servizio di controspionaggio statunitense <372. Egli stesso – come è emerso dai lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti – interrogato nel luglio del 1996 dai carabinieri del Ros ha confermato tale ricostruzione, affermando anche che in seguito alla collaborazione i servizi di informazione statunitensi gli consentirono, come era avvenuto per Dollmann, di cambiare identità, e di vivere poi indisturbato in Italia, evitando in questo modo che fosse catturato dalle forze dell’ordine che lo ricercavano <373.
[NOTE]
362 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma per il segretario di Stato datato 8 maggio 1947.
363 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma segreto del direttore della sezione Special Operation del CIG, datato 22 ottobre 1947, per il capo della stazione dell’intelligence in Germania Heidelberg.
364 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma per il capo della stazione CIG in Germania datato 6 maggio 1949: “Il soggetto – si legge nel telegramma – è stato fatto entrare di nascosto in Italia da Innsbruck passando per il passo del Brennero all’inizio del 1948, tramite un trasporto speciale effettuato in accordo con il soggetto dal maggiore Bell, USFA Liaison Officer ad Innsbruck”.
365 Sottolineano a questo proposito gli autori del volume U.S. Intelligence and the Nazis: “L’utilizzo da parte americana dei criminali di guerra fu un errore grossolano sotto diversi aspetti. (…) Non c’era alcuna ragione irresistibile per iniziare il periodo del dopoguerra con l’assistenza di alcuni di coloro che erano associati ai peggiori crimini della guerra. La mancanza di sufficiente attenzione per la storia – e ad un livello personale, al carattere e alla moralità – stabilirono un cattivo precedente, specialmente per le nuove agenzie di intelligence. Ciò inoltre portò all’interno delle organizzazioni di intelligence uomini e donne incapaci a priori di distinguere tra le loro convinzioni politiche/ideologiche e la realtà. Come risultato, essi non riuscirono e non poterono produrre buona intelligence. Alla fine, poiché le loro nuove «convinzioni democratiche» erano quantomeno incerte ed il loro passato poteva essere utilizzato contro di loro, alcuni di essi avrebbero potuto essere ricattati dalle agenzie di intelligence comuniste. E dunque rappresentarono un potenziale problema per la sicurezza”. R. Breitman e N. J. Goda, U.S. Intelligence
and the Nazis, cit., p. 7.
366 Il gruppo di documenti declassificati della CIA relativi all’ingaggio di Gehlen si chiama Nazi War Crimes Disclosure Act. Alcuni di questi documenti sono stati pubblicati sul sito ufficiale dello U.S. National Archives and Records Administration
367 NARA, RG 226, Entry 210, Box 349, Folder 1. Il documento, intitolato proprio Keystone Operation e datato 22 settembre 1946, fa parte di un’altra serie di documenti Cia, declassificati successivamente alla serie Nazi War Crimes Disclosure Act, su particolare richiesta dell’archivio nazionale: le entries 210-220.
368 Ibidem, c. 1.
369 Ibidem.
370 Documento intitolato Report of Initial Contacts with General Gehlen’s Organization, compilato dall’agente John R. Boker e datato 1 maggio 1952. Il documento fa parte del report Forging an Intelligence Partnership: CIA and the Origins of the BND, 1945-1949. A Documentary History, stilato dal CIA History Staff, Center for the Study of Intelligence, European Division, Directorate of Operations nel 1999, declassificato nel 2002. Opening of CIA Records under Nazi War Crimes Disclosure Act, U.S. National Archives and Records Administration, pubblicato a cura del National Security Archive della George Washington University, alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv. Questo documento fa parte della serie Nazi War Crimes Disclosure Act.
371 Ibidem. Contemporaneamente all’inserimento di Gehlen nelle fila dell’intelligence statunitense, venivano arruolati dall’Oss anche cinque stretti collaboratori di Adolf Eichmann, l’uomo che aveva concepito e portato avanti la politica di sterminio degli ebrei; Otto von Bolschwing, ufficiale della Gestapo che aveva pianificato in Austria l’espropriazione dei beni degli ebrei, fu aiutato a nascondersi dalla polizia austriaca, per poi farlo entrare negli States nel 1953, dove lo assunsero con contratto regolare; Theodor Saeveche, che aveva ricoperto la carica di alto ufficiale delle Ss a Milano durante la Repubblica di Salò, occupandosi tra le altre cose dell’annientamento dei partigiani, fu reclutato con il compito di effettuare attività di spionaggio nella Germania Ovest. Il caso del capitano Saeveche in particolare, è stato attentamente analizzato dalla Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle cause dell’occultamento dei crimini nazifascisti, che ha riscontrato come fosse stato assunto nei ranghi dell’intelligence Usa nonostante ai suoi stessi reclutatori fosse “noto che egli era ancora convinto della bontà dei principi del nazional-socialismo” (Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., p. 217). Nel corso degli interrogatori condotti dalle autorità alleate nelle settimane successive alla fine del conflitto Saeveche aveva confessato ad esempio la responsabilità nell’eccidio di partigiani di piazzale Loreto, e la responsabilità della fucilazione di massa di civili scelti a caso, in risposta all’uccisione di un tedesco avvenuta pochi giorni prima, effettuata a Corbetta nell’estate del ’44. In seguito all’avvenuto reclutamento, l’intelligence di fatto aveva impedito al tribunale italiano di giudicarlo per questi crimini. Cfr. Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., pp. 217-218.
372 Cfr. i lavori della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., pp. 206-211.
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010Ulteriori informazioni sembrano confermare un collegamento più che occasionale tra golpisti e istituzioni statunitensi. Per indicazioni dello stesso Borghese, egli avrebbe costituito il Fn su espressa indicazione di James Jesus Angleton, dirigente della Cia, da cui era stato incoraggiato a imprimere una svolta nella politica italiana che bloccasse la penetrazione comunista <891. Infine, Adriano Monti, implicato nel golpe e successivamente assolto, ha dichiarato di aver fatto parte della rete Gehlen, con il nome in codice Siegfried, nella quale servizi americani ed ex nazisti avrebbero seguito passo dopo passo i preparativi del golpe.
891 A. Giannuli, Il noto servizio, cit. p. 146.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.
Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana su La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013#1947 #agenti #America #anticomunismo #ClaudiaCernigoi #criminali #Dollmann #Germania #guerra #JamesJesusAngleton #KarlHass #LetiziaMarini #nazisti #OSS #Ovest #ReinhardGehlen #segreti #servizi #SiriaGuerrieri #spionaggio
-
Circa alcuni agenti nazisti reclutati dai servizi segreti americani
Il segretario di Stato dette il suo assenso e nel mese di maggio [1947] le autorità militari decisero di trasferire Dollmann nella zona di occupazione statunitense nella Germania dell’Ovest, considerando che lì avrebbe potuto svolgere compiti di maggiore utilità rispetto a quanto avrebbe potuto fare se fosse espatriato in America Latina, come ipotizzato inizialmente da Angleton <362. Il 22 ottobre da Washington il direttore dell’Office of Special Operations, l’agenzia coordinata con il CIG che si occupava delle operazioni clandestine all’estero, ordinò che Dollmann rimanesse in Germania e che per nessun motivo fosse permesso agli italiani di ottenerne la custodia: “Dollmann e Wenner non devono essere consegnati all’Italia né ora né nel prevedibile futuro. Se vanno in Italia saranno arrestati, interrogati, esposti, e facilmente accusati di essere criminali di guerra. Non si ritiene che possano avere alcuna possibile copertura adeguata considerando i rischi e ciò che sta dietro a questo caso. (…) Preferisco altamente che rimangano nell’AmZone in Germania” <363. Per circa un anno l’ex-gerarca nazista rimase quindi nella sua terra d’origine, un periodo durante il quale iniziò un rapporto di attiva collaborazione per l’intelligence americana: la sezione del CIC di Monaco gli affidò l’incarico di redigere rapporti settimanali. Nel 1948 i vertici della sezione OSO, l’Office of Special Operations, valutarono che era pronto per iniziare la sua attività di collaborazione per lo spionaggio in Italia e lo inviarono presso la sede del CIC di Milano <364.
La linea di azione messa in campo nell’immediato dopoguerra da Angleton e dai vertici dell’intelligence statunitense, tesa ad aggirare ogni tipo di legalità e di sovranità nazionale dei paesi allo scopo di salvare – e poi utilizzare – grossi personaggi nazisti e repubblichini, mostra come le dinamiche della guerra fredda abbiano investito pesantemente fin dall’inizio la ricostituzione post-bellica del paese. Il quadro complessivo che emerge, in cui si inseriscono queste vicende, è quello in cui nella sfera dei servizi segreti l’obiettivo del contenimento del comunismo, e quindi la salvaguardia degli interessi geopolitici statunitensi, si legava alla convinzione che l’importanza dei fini potesse giustificare l’adozione di qualsiasi mezzo <365.
[…] La stessa logica utilizzata da Angleton in Italia per Borghese e Dollmann, si ritrova del resto in un’operazione dello stesso tipo che fu messa a punto in Germania, dove il generale Reinhard Gehlen, capo del Fremde Heeren Ost, la sezione del servizio segreto militare nazista che si occupava del fronte orientale, venne immediatamente assunto nelle fila dell’intelligence americana, pochi giorni dopo la resa incondizionata dichiarata dalla Germania. Nei primi mesi del 2002 il governo americano ha declassificato i documenti relativi al reclutamento di Gehlen insieme alla sua rete di agenti nazisti da parte dei servizi segreti americani, acquisiti dal National Archives and Records Administration l’8 maggio 2002 <366. In questi rapporti ufficiali si legge che nel giugno del ’45, dopo il collasso della Germania nazista, Gehlen fu ingaggiato dall’U.S. Army per continuare il suo lavoro di intelligence, ma questa volta per l’America. A tal fine Gehlen nelle settimane successive fece assumere moltissimi membri delle Ss, ricostituendo così il suo intero gruppo di lavoro originario con il quale aveva operato per il Führer. Uno dei direttori della sezione dell’intelligence Usa in Germania, Crosby Lewis, nel settembre del ’46 tira le fila dell’operazione “Keystone” in un lungo documento top secret. Dal suo racconto dettagliato apprendiamo informazioni fondamentali e sconcertanti relative all’evoluzione di tutta l’operazione che riguardava Gehlen e la sua rete. Il generale Gehlen “era negli Stati Uniti”, scrive Crosby Lewis, fin dalle prime settimane dopo la fine del conflitto, “essendo stato portato lì dal G-2, War Department, (…) insieme a personale della Fremde Heere Ost” <367. Gehlen era rimasto per molto tempo con i suoi collaboratori negli Stati Uniti, fino alla primavera-estate del ’46. Lewis rivela anche come riguardo agli elementi dell’organizzazione di spionaggio nazista non fosse mai stato redatto alcun rapporto di interrogatorio, poiché “tutto questo personale della Fremde Heere Ost, che era stato catturato dagli americani, non è mai stato interrogato” <368. Nonostante si trattasse dei vertici dello spionaggio nazista, dunque, la decisione di assumerli in blocco nell’intelligence Usa aveva fatto sì che addirittura non gli fosse stata posta alcuna domanda relativa alle loro conoscenze o alle operazioni che avevano portato avanti, procedura senza dubbio anomala. Lewis venne in seguito in contatto con uno dei dirigenti della Fremde Heeren Ost, di nome Oberst Baun, per accordarsi in merito alla costruzione di una sezione di intelligence Usa in Germania che avrebbe dovuto essere gestita direttamente dal comandante nazista, con tutti i suoi ex-collaboratori, il cui “obiettivo finale” doveva essere “l’Unione Sovietica” <369. A questo proposito Lewis racconta un dettaglio che lo aveva colpito: “Quando arrivai a Oberursel – la sede dell’SSU – scoprii che Baun non era trattato come un prigioniero normale, ma più come un ‘ospite’, e che non era suscettibile di interrogatorio”. L’operazione di assunzione di Gehlen e di tutta la sua rete di agenti nei ranghi dell’Oss, come emerge dai documenti, fu considerata un grande successo dagli agenti americani: “Alla metà di luglio 1945, eravamo riusciti a ricostituire lo staff e le persone chiave della rete del generale Gehlen, con tutti i suoi importanti documenti, ed eravamo molto coscienti della miniera d’oro che avevamo trovato. <370 Uno dei fattori che resero Gehlen e i nazisti della sua rete molto importanti per gli interessi strategici americani fu la loro esperienza e le loro conoscenze di intelligence maturate nella guerra contro l’Urss: tutto il lavoro di raccolta di informazioni e di penetrazione nel territorio, insieme alla conoscenza dei servizi segreti sovietici, e tutta la documentazione da loro raccolta, si rivelavano ora preziosi per gli Stati Uniti. Il generale Gehlen, dopo essere stato per quattro anni alle dipendenze dell’esercito statunitense, nel 1949 passò direttamente sotto il controllo della Cia, la quale aveva deciso di subentrare come “Gehlen’s main patron” <371.
Anche il maggiore delle Ss Karl Hass, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine per aver partecipato attivamente al massacro, fu reclutato dagli agenti statunitensi immediatamente dopo la fine del conflitto. Nei giorni della Liberazione era stato arrestato dagli Alleati e tenuto sotto custodia americana: poco tempo dopo però anche a lui fu proposta la collaborazione, da un ufficiale del servizio di controspionaggio statunitense <372. Egli stesso – come è emerso dai lavori della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti – interrogato nel luglio del 1996 dai carabinieri del Ros ha confermato tale ricostruzione, affermando anche che in seguito alla collaborazione i servizi di informazione statunitensi gli consentirono, come era avvenuto per Dollmann, di cambiare identità, e di vivere poi indisturbato in Italia, evitando in questo modo che fosse catturato dalle forze dell’ordine che lo ricercavano <373.
[NOTE]
362 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma per il segretario di Stato datato 8 maggio 1947.
363 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma segreto del direttore della sezione Special Operation del CIG, datato 22 ottobre 1947, per il capo della stazione dell’intelligence in Germania Heidelberg.
364 NARA, RG 263, Entry ZZ-18, Box 27, telegramma per il capo della stazione CIG in Germania datato 6 maggio 1949: “Il soggetto – si legge nel telegramma – è stato fatto entrare di nascosto in Italia da Innsbruck passando per il passo del Brennero all’inizio del 1948, tramite un trasporto speciale effettuato in accordo con il soggetto dal maggiore Bell, USFA Liaison Officer ad Innsbruck”.
365 Sottolineano a questo proposito gli autori del volume U.S. Intelligence and the Nazis: “L’utilizzo da parte americana dei criminali di guerra fu un errore grossolano sotto diversi aspetti. (…) Non c’era alcuna ragione irresistibile per iniziare il periodo del dopoguerra con l’assistenza di alcuni di coloro che erano associati ai peggiori crimini della guerra. La mancanza di sufficiente attenzione per la storia – e ad un livello personale, al carattere e alla moralità – stabilirono un cattivo precedente, specialmente per le nuove agenzie di intelligence. Ciò inoltre portò all’interno delle organizzazioni di intelligence uomini e donne incapaci a priori di distinguere tra le loro convinzioni politiche/ideologiche e la realtà. Come risultato, essi non riuscirono e non poterono produrre buona intelligence. Alla fine, poiché le loro nuove «convinzioni democratiche» erano quantomeno incerte ed il loro passato poteva essere utilizzato contro di loro, alcuni di essi avrebbero potuto essere ricattati dalle agenzie di intelligence comuniste. E dunque rappresentarono un potenziale problema per la sicurezza”. R. Breitman e N. J. Goda, U.S. Intelligence
and the Nazis, cit., p. 7.
366 Il gruppo di documenti declassificati della CIA relativi all’ingaggio di Gehlen si chiama Nazi War Crimes Disclosure Act. Alcuni di questi documenti sono stati pubblicati sul sito ufficiale dello U.S. National Archives and Records Administration
367 NARA, RG 226, Entry 210, Box 349, Folder 1. Il documento, intitolato proprio Keystone Operation e datato 22 settembre 1946, fa parte di un’altra serie di documenti Cia, declassificati successivamente alla serie Nazi War Crimes Disclosure Act, su particolare richiesta dell’archivio nazionale: le entries 210-220.
368 Ibidem, c. 1.
369 Ibidem.
370 Documento intitolato Report of Initial Contacts with General Gehlen’s Organization, compilato dall’agente John R. Boker e datato 1 maggio 1952. Il documento fa parte del report Forging an Intelligence Partnership: CIA and the Origins of the BND, 1945-1949. A Documentary History, stilato dal CIA History Staff, Center for the Study of Intelligence, European Division, Directorate of Operations nel 1999, declassificato nel 2002. Opening of CIA Records under Nazi War Crimes Disclosure Act, U.S. National Archives and Records Administration, pubblicato a cura del National Security Archive della George Washington University, alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv. Questo documento fa parte della serie Nazi War Crimes Disclosure Act.
371 Ibidem. Contemporaneamente all’inserimento di Gehlen nelle fila dell’intelligence statunitense, venivano arruolati dall’Oss anche cinque stretti collaboratori di Adolf Eichmann, l’uomo che aveva concepito e portato avanti la politica di sterminio degli ebrei; Otto von Bolschwing, ufficiale della Gestapo che aveva pianificato in Austria l’espropriazione dei beni degli ebrei, fu aiutato a nascondersi dalla polizia austriaca, per poi farlo entrare negli States nel 1953, dove lo assunsero con contratto regolare; Theodor Saeveche, che aveva ricoperto la carica di alto ufficiale delle Ss a Milano durante la Repubblica di Salò, occupandosi tra le altre cose dell’annientamento dei partigiani, fu reclutato con il compito di effettuare attività di spionaggio nella Germania Ovest. Il caso del capitano Saeveche in particolare, è stato attentamente analizzato dalla Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle cause dell’occultamento dei crimini nazifascisti, che ha riscontrato come fosse stato assunto nei ranghi dell’intelligence Usa nonostante ai suoi stessi reclutatori fosse “noto che egli era ancora convinto della bontà dei principi del nazional-socialismo” (Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., p. 217). Nel corso degli interrogatori condotti dalle autorità alleate nelle settimane successive alla fine del conflitto Saeveche aveva confessato ad esempio la responsabilità nell’eccidio di partigiani di piazzale Loreto, e la responsabilità della fucilazione di massa di civili scelti a caso, in risposta all’uccisione di un tedesco avvenuta pochi giorni prima, effettuata a Corbetta nell’estate del ’44. In seguito all’avvenuto reclutamento, l’intelligence di fatto aveva impedito al tribunale italiano di giudicarlo per questi crimini. Cfr. Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., pp. 217-218.
372 Cfr. i lavori della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, XIV legislatura, doc. XXIII, n. 18-bis, relazione cit., pp. 206-211.
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010Ulteriori informazioni sembrano confermare un collegamento più che occasionale tra golpisti e istituzioni statunitensi. Per indicazioni dello stesso Borghese, egli avrebbe costituito il Fn su espressa indicazione di James Jesus Angleton, dirigente della Cia, da cui era stato incoraggiato a imprimere una svolta nella politica italiana che bloccasse la penetrazione comunista <891. Infine, Adriano Monti, implicato nel golpe e successivamente assolto, ha dichiarato di aver fatto parte della rete Gehlen, con il nome in codice Siegfried, nella quale servizi americani ed ex nazisti avrebbero seguito passo dopo passo i preparativi del golpe.
891 A. Giannuli, Il noto servizio, cit. p. 146.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.
Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana su La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013#1947 #agenti #America #anticomunismo #ClaudiaCernigoi #criminali #Dollmann #Germania #guerra #JamesJesusAngleton #KarlHass #LetiziaMarini #nazisti #OSS #Ovest #ReinhardGehlen #segreti #servizi #SiriaGuerrieri #spionaggio
-
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
L’aspirazione di Reinhard Gehlen di porsi a capo della rinascente intelligence tedesco-federale non si era formata gradualmente
La stessa logica utilizzata da Angleton in Italia per Borghese e Dollmann, si ritrova del resto in un’operazione dello stesso tipo che fu messa a punto in Germania, dove il generale Reinhard Gehlen, capo del Fremde Heeren Ost, la sezione del servizio segreto militare nazista che si occupava del fronte orientale, venne immediatamente assunto nelle fila dell’intelligence americana, pochi giorni dopo la resa incondizionata dichiarata dalla Germania.
[…] Uno dei fattori che resero Gehlen <370 e i nazisti della sua rete molto importanti per gli interessi strategici americani fu la loro esperienza e le loro conoscenze di intelligence maturate nella guerra contro l’Urss: tutto il lavoro di raccolta di informazioni e di penetrazione nel territorio, insieme alla conoscenza dei servizi segreti sovietici, e tutta la documentazione da loro raccolta, si rivelavano ora preziosi per gli Stati Uniti. Il generale Gehlen, dopo essere stato per quattro anni alle dipendenze dell’esercito statunitense, nel 1949 passò direttamente sotto il controllo della Cia, la quale aveva deciso di subentrare come “Gehlen’s main patron” <371.
[NOTE]
370 Documento intitolato Report of Initial Contacts with General Gehlen’s Organization, compilato dall’agente John R. Boker e datato 1 maggio 1952. Il documento fa parte del report Forging an Intelligence Partnership: CIA and the Origins of the BND, 1945-1949. A Documentary History, stilato dal CIA History Staff, Center for the Study of Intelligence, European Division, Directorate of Operations nel 1999, declassificato nel 2002. Opening of CIA Records under Nazi War Crimes Disclosure Act, U.S. National Archives and Records Administration, pubblicato a cura del National Security Archive della George Washington University, alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv. Questo documento fa parte della serie Nazi War Crimes Disclosure Act.
371 Ibidem. Contemporaneamente all’inserimento di Gehlen nelle fila dell’intelligence statunitense, venivano arruolati dall’Oss anche cinque stretti collaboratori di Adolf Eichmann, l’uomo che aveva concepito e portato avanti la politica di sterminio degli ebrei […]
Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Anno accademico 2009-2010E molti degli agenti nazisti che avevano operato in Italia furono poi riciclati dai servizi statunitensi nella costituzione di un servizio attivo in funzione anticomunista, la Rete Gehlen, che prese il nome dall’ex capo del controspionaggio nazista nell’Est Europa, il generale Reinhard Gehlen, arruolato proprio da Dulles.
Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana su La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013Le cose cambiarono successivamente per la prima volta, come si è visto, con l’arrivo della CIA a Pullach, quando Reinhard dovette per forza fare i conti con l’imposizione di un più rigido controllo esterno sul proprio servizio segreto. Di conseguenza anche la pressione sul gruppo romano aumentò, soprattutto perché il cambio dall’USFET alla CIA coincise con un’ulteriore sconfitta personale di Johannes Gehlen, attraverso il fallimento della missione SMOM e lo “scandalo” del ’49. Ne fu prova il lungo documento “Tätigkeiten in Rom” (Attività a Roma), redatto da Johannes, che va dunque interpretato come tentativo di salvataggio dell’ODEUM Roma di fronte alle indagini della CIA, che in quel momento stava addirittura valutando la totale liquidazione della base estera romana <644. Ulteriore prova di come l’entrata in scena della nuova agenzia di spionaggio statunitense a Pullach avesse costretto Reinhard Gehlen a “scoprire parzialmente le proprie carte” rispetto all’ODEUM Roma, furono le nuove missioni assegnate al gruppo romano nel ‘50, individuate da lui sotto supervisione della CIA <645. Tuttavia, sulla base dei documenti qui analizzati, una volta superato il “terzo grado” dell’intelligence statunitense, i fratelli Gehlen sembrano aver continuato in maniera più o meno analoga a prima, comunicando direttamente fra di loro e coinvolgendo solo di rado terzi.
È a tal proposito interessante osservare come l’aumento dell’isolamento di Johannes e dei suoi collaboratori per mano di Reinhard sia coinciso quasi sempre con l’affacciarsi di critiche esterne nei confronti dell’ODEUM Roma. Ciò era accaduto già in seguito al “caso Krause”, ma emerse soprattutto durante il già descritto “affare dei report” del ’52. Il trasferimento dell’ODEUM Roma all’“Archivio” o “Servizio Strategico” di Langkau mise in evidenza non solo il grado di protezione di cui Johannes Gehlen godeva grazie alla propria posizione privilegiata di fratello del capo dell’Organisation Gehlen, ma anche come questa stessa protezione fosse diventata, col passare degli anni, una sorta di “sintomo collaterale” della politica di consolidamento del potere di Reinhard Gehlen, in vista del suo avvicinamento al governo di Bonn. È infatti mio parere che la base estera romana non può essere vista solamente come emblematica della politica nepotistica gehleniana, ma anche come lente d’ingrandimento per osservare gli sforzi di Reinhard nel mantenere intatto il proprio potere su una parte dell’Organisation Gehlen distaccandola progressivamente dalla CIA. In tal senso, il nepotismo gehleniano, l’isolamento dell’ODEUM Roma e la crescente “sete di potere” di Reinhard andarono mano nella mano.
Come già detto, l’aspirazione di Reinhard Gehlen di porsi a capo della rinascente intelligence tedesco-federale non si era formata gradualmente, ma era stata presente sin dalla nascita dell’Organisation Gehlen. Sin dall’inizio i tentativi di avvicinamento a Bonn portarono a frizioni con la CIA, che nel biennio ’50-’51 prese addirittura in considerazione l’ipotesi di lasciar cadere Reinhard e il suo servizio, proprio a causa della sua predilezione per il governo della RFT rispetto al rapporto di collaborazione con l’intelligence statunitense <646. Anche se uno “scontro frontale” tra le due parti non ebbe mai veramente luogo, in quanto Reinhard Gehlen era pur sempre consapevole di aver bisogno delle risorse statunitensi, il suo rapporto con la CIA non fu dei migliori per tutti gli anni Cinquanta. In tal senso, come si è già sottolineato, anche la creazione del “Servizio Strategico” s’inserisce all’interno della strategia complessiva gehleniana di allontanarsi dai suoi partner e “sponsor” statunitensi, cercando invece sempre di più la vicinanza ad Adenauer e al suo governo.
La vicenda dell’ODEUM Roma è dunque sostanzialmente quella di una piccola pedina all’interno di una strategia più ampia, che tuttavia ne fa emergere con chiarezza i singoli elementi e la graduale evoluzione. Una volta collocato Johannes come persona di fiducia a Roma, il capo dell’Organisation Gehlen si rese presto conto di aver in tal modo creato un’importante risorsa per i propri obiettivi strategici nella penisola. Egli era probabilmente consapevole del fatto che la CIA, disponendo già di canali propri in Italia, non avesse stringente necessità dell’ODEUM Roma e che di conseguenza, nel caso di un’attività manchevole da parte dell’organismo romano, questo sarebbe potuto essere facilmente liquidato dal servizio d’intelligence statunitense. Da parte sua, per Reinhard Gehlen, invece, la costituzione di una rete spionistica in Italia posta sotto il suo controllo e la sua protezione rappresentava un importante passo verso la realizzazione del proprio “sogno nel cassetto”: diventare il futuro capo del servizio d’intelligence estero tedesco. A tale scopo egli avrebbe infatti dovuto dimostrare al governo della RFT che disponeva di un servizio segreto estero già ben avviato e capace di assicurare alla cancelleria federale uno stabile flusso di informazioni, indipendentemente dalla CIA. In tal senso, i numerosi contatti costituiti dall’ODEUM Roma, fra cui quelli con gli ambienti vaticani, lo SMOM e il SIFAR, avevano per Reinhard Gehlen un’ importanza che andava al di là degli esiti immediati delle singole missioni, in vista di future operazioni spionistiche del BND in Italia. Si spiega in questo modo non solo la sua tendenza a isolare il gruppo romano dal resto dell’Organisation Gehlen e dalla CIA, ma anche la sua prontezza a sorvolare sugli errori commessi dal fratello e dai suoi collaboratori, pur di mantenere intatto il proprio controllo sul gruppo romano.
Quanto tale politica fosse rischiosa e ambigua dal punto di vista tattico, lo riconobbero già gli stessi colleghi di Reinhard Gehlen. Nel ’50 Heinz Danko Herre, stretto collaboratore di Gehlen a Pullach, si chiedeva se il suo capo intendesse essere «politico o professionista d’intelligence», visto che i suoi occhi si illuminavano ogni volta che si facesse riferimento a Bonn, ma mai «quando si trattava della risoluzione di un problema di natura spionistica» <647. Alla fine però la determinazione di Reinhard, spesso interpretabile come vera e propria testardaggine, lo portò alla meta da lui auspicata nel ’56 con la nascita del BND. Anche Johannes Gehlen, protégé numero uno del fratello, approfittò senza dubbio, come si è visto, della politica gehleniana. Da “spia per caso” l’ex fisico nucleare si trasformò in un impiegato statale della RFT a tempo indeterminato e rimase, fino al ’69, nella posizione di capo della base estera del BND a Roma. La sua lealtà nei confronti del fratello minore aveva infine contribuito a portare i frutti sperati per entrambi: Reinhard realizzò il proprio sogno di una carriera d’intelligence nella giovane RFT e Johannes riuscì a ottenere una posizione prestigiosa e sicura in Italia, senza mai interrompere però i legami con la sua “seconda patria”, la Germania.
[NOTE]
644 Cfr. sottoparagrafo 3.2.2.
645 Cfr. paragrafo 4.1.
646 R.D. Müller, Reinhard Gehlen, cit., p. 693.
647 Citazione tratta dal diario di Heinz Danko Herre, in Ivi, p. 663.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022#1949 #1950 #1952 #1956 #1969 #BND #CIA #ClaudiaCernigoi #ex #Federale #Germania #JohannesGehlen #nazisti #Odeum #OrganisationGehlen #ReinhardGehlen #Roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #segreti #servizi #SIFAR #SiriaGuerrieri
-
Oltre la melanconia di sinistra
Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025
di M. Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute
Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo
Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa
Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.“Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo
Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”
Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:- Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
- Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
- Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.
Uno sguardo dalla nostra parte del mondo
Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiaceIl merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.Fonti e sitografia essenziale
R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
#dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, http://www.jstor.org/stable/303736.
J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330. -
Oltre la melanconia di sinistra
Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025
di M. Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute
Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo
Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa
Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.“Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo
Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”
Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:- Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
- Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
- Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.
Uno sguardo dalla nostra parte del mondo
Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiaceIl merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.Fonti e sitografia essenziale
R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
#dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, http://www.jstor.org/stable/303736.
J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330. -
Oltre la melanconia di sinistra
Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025
di M. Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute
Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo
Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa
Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.“Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo
Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”
Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:- Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
- Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
- Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.
Uno sguardo dalla nostra parte del mondo
Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiaceIl merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.Fonti e sitografia essenziale
R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
#dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, http://www.jstor.org/stable/303736.
J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330. -
Oltre la melanconia di sinistra
Pubblicato in origine su Transform Italia il 17/12/2025
di M. Sommella
In Italia e in Europa la sinistra vive da anni dentro un paradosso: mentre le disuguaglianze esplodono, i diritti sociali vengono erosi e il continente si riallinea senza pudore alla logica di guerra e di austerità permanente, le forze che dovrebbero rappresentare il lavoro e i ceti popolari arrancano, si dividono, si ricollocano ai margini o diventano semplici gestori “responsabili” dell’esistente. Dai partiti socialdemocratici convertiti al neoliberismo alle sinistre radicali bruciate dall’esperienza di governo (Syriza) o dalla parabola discendente dei movimenti elettorali (Podemos), fino al caso italiano di un campo progressista incapace di nominare davvero il conflitto sociale, il paesaggio è segnato da sconfitte, ripiegamenti, nostalgie. È dentro questo sfondo che il capitolo di Rodrigo Nunes1 sulla “melanconia di sinistra” diventa particolarmente utile anche per noi: non come l’ennesima diagnosi moralistica, ma come una lente per leggere il modo in cui la sconfitta è entrata nel nostro modo di pensare l’organizzazione e l’azione politica, in Italia come nel resto d’Europa. La parola “melanconia” non è un vezzo psicologico, quando si parla di sinistra. È il nome di un clima affettivo diffuso: una miscela di lutto non elaborato, nostalgia, senso di sconfitta permanente e, a volte, compiacimento nella propria impotenza. Nel suo libro sull’organizzazione politica, Rodrigo Nunes dedica un capitolo proprio a questa “melanconia di sinistra” e la tratta non come un problema di carattere, ma come un nodo teorico e organizzativo decisivo.
Quello che segue è un tentativo di ricostruire e discutere i passaggi principali di quel capitolo, mettendoli in relazione con il dibattito internazionale sulla “left melancholy” (Brown, Dean, Benjamin) e con la tradizione, a noi più vicina, della “melanconia di sinistra” ricostruita da Enzo Traverso.
Che cos’è la melanconia di sinistra per Nunes
Nunes parte da una constatazione semplice e scomoda: una parte consistente della sinistra vive come se la sconfitta fosse diventata una seconda natura. Non si tratta solo di aver perso battaglie politiche: è l’idea che la sconfitta sia ormai la forma normale dell’esperienza politica.
Per nominare questo stato, Nunes riprende il lessico della “left melancholy”, una categoria che viene da Walter Benjamin (la melanconia come affezione del militante che si attacca alla propria sconfitta) e che, nel dibattito contemporaneo, è stata ripensata soprattutto da Wendy Brown e Jodi Dean.
Nel capitolo, la melanconia di sinistra non è semplicemente tristezza per ciò che è andato perduto, né un generico pessimismo storico. È piuttosto una struttura di desiderio: la tendenza a identificarsi con la perdita, a trasformare le sconfitte in oggetto di attaccamento, fino al punto da difenderle quasi gelosamente. È il momento in cui l’idea di rivoluzione, comunismo, emancipazione, lotta di classe smette di essere un orizzonte praticabile e diventa un feticcio da esibire, un segno di purezza morale, un “noi” identitario contrapposto a un mondo irrimediabilmente corrotto. Nunes insiste su un punto decisivo: questa melanconia non è solo culturale o emotiva, ma profondamente organizzativa. Si traduce in scelte concrete: rifiuto di costruire organizzazioni durevoli, sospetto permanente verso le forme esistenti, oscillazione sterile tra nostalgia del partito e feticismo del movimento puro.La “doppia melanconia”: 1917 e 1968 come epoche perdute
Uno dei contributi più originali di Nunes è l’idea di una “doppia melanconia”: la melanconia di ciò che è finito con il 1917 e quella di ciò che è finito con il 1968.
Il 1917 diventa il simbolo del ciclo dei partiti comunisti, dell’organizzazione verticale, della centralità della fabbrica e del proletariato industriale. La melanconia qui assume la forma della nostalgia per il partito forte, la disciplina, l’identità di classe compatta.
Il 1968 (e il lungo ’68) rappresenta invece il ciclo dei movimenti, dell’orizzontalità, dell’autonomia, delle soggettività plurali, dei nuovi diritti e della democrazia diretta. La melanconia prende la forma della nostalgia per il momento insurrezionale, per le assemblee permanenti, per la spontaneità.
Secondo Nunes, oggi buona parte della sinistra si muove in un corridoio stretto tra queste due melanconie: chi rimpiange il “partito di una volta”, chi rimpiange le piazze e le occupazioni del ciclo altermondialista e di Occupy, chi si limita a opporre una all’altra come se fossero le uniche due opzioni possibili. Il risultato è paralizzante: se il modello del partito novecentesco appare irripetibile e quello del movimento puro si è rivelato insufficiente a cambiare i rapporti di forza, la sinistra rischia di restare intrappolata in un lutto doppio, incapace di immaginare forme nuove di organizzazione all’altezza del presente.Wendy Brown, Jodi Dean, Benjamin: il dialogo sotterraneo
Il capitolo di Nunes è costruito, come lui stesso dichiara altrove, su una rilettura critica di due testi chiave: “Resisting Left Melancholy” di Wendy Brown e il lavoro di Jodi Dean sul “desiderio comunista” e sull’“orizzonte comunista”, entrambi in dialogo con l’intuizione originaria di Walter Benjamin sulla melanconia di sinistra.
In Benjamin, la melanconia di sinistra è quella dell’intellettuale che vende al mercato la propria radicalità come posa estetica, trasformando la politica in un repertorio di immagini della sconfitta. La filosofa politica Wendy Brown, alla fine degli anni Novanta, radicalizza questo spunto: per lei una parte della sinistra resta aggrappata a oggetti politici perduti (il movimento operaio, il socialismo reale, certe forme di partito) al punto da trasformare la sconfitta in identità. L’“eroismo del fallimento” diventa una forma di conservatorismo mascherato. La teorica Jodi Dean, al contrario, prova a salvare qualcosa da questa ostinazione, leggendo la persistenza del desiderio comunista non come patologia, ma come desiderio collettivo che sopravvive alle sconfitte e che chiede nuove forme organizzative (il partito come forma che tiene aperta la possibilità comunista, invece di chiuderla nel lutto).
Nunes mette queste letture in tensione. Da un lato riconosce il rischio, denunciato da Brown, di una sinistra che si compiace del proprio fallimento, trasformando la memoria in culto sterile. Dall’altro lato, rifiuta l’idea che l’unica soluzione sia “guarire” dalla melanconia liquidando il passato: ciò che serve non è l’amnesia, ma una lavorazione politica della ferita, come suggeriscono Dean e, a modo suo, anche il Prof. Enzo Traverso.Traverso e la “tradizione nascosta”: quando la melanconia diventa risorsa
Qui la riflessione di Nunes incrocia direttamente quella del teorico italiano Enzo Traverso. Traverso parla di melanconia di sinistra come di una “tradizione nascosta”: non nostalgia per il socialismo reale, ma memoria delle sconfitte e dei vinti che continua a trasmettere, nelle macerie, una promessa emancipativa. La melanconia, in questa chiave, non è soltanto peso che trascina verso il basso, ma anche memoria critica dei disastri prodotti in nome del socialismo, consapevolezza che la storia non è una marcia trionfale, ma un susseguirsi di rotture, regressioni, ritorni del peggio nonchè rifiuto di trasformare le vittorie del capitale in “fine della storia”.
Rodrigo Nunes, pur non scrivendo un libro di storia delle idee come Traverso, si muove in un territorio simile: la melanconia non va semplicemente curata come se fosse una malattia, perché in quella memoria dolorosa ci sono lezioni politiche preziose. È il modo in cui la si maneggia che fa la differenza: o diventa culto della sconfitta, oppure si trasforma in capacità di guardare in faccia i fallimenti senza rinunciare ad agire.“Chiarificare l’esistente”: la proposta di Nunes per uscire dallo stallo
Il punto forse più forte del capitolo è il legame che Nunes stabilisce tra melanconia e immaginario organizzativo. Una sinistra melanconica, dice in sostanza, è una sinistra che proietta le sue energie su forme politiche impossibili: il partito perfetto che non esiste, il movimento assolutamente puro che non si compromette mai, la rivoluzione improvvisa che cade dal cielo.
Per questo Nunes, nel libro, rovescia il canone: invece di proporre l’ennesimo “modello di organizzazione” da calare dall’alto, inizia da un’opera di chiarificazione dell’esistente. Prima di sognare il partito ideale o il movimento ideale, bisogna mappare la reale ecologia di organizzazioni, collettivi, sindacati, campagne, reti in cui la sinistra già si muove.
La melanconia, in questa prospettiva, è anche il prodotto di un errore di sguardo: ci si concentra su ciò che non c’è più (il PCI, il grande sindacato di massa, il ciclo di Genova o Occupy) mentre si ignorano le forme nuove, ibride, contraddittorie, già in atto (reti mutualistiche, comitati territoriali, collettivi femministi, movimenti climatici, campagne digitali, ecc.)
“Chiarificare l’esistente” significa allora rendersi conto che non partiamo da zero, che non siamo in un deserto totale, ma in un paesaggio affollato e caotico che ha bisogno di essere connesso, coordinato, messo in relazione. L’antidoto alla melanconia non è l’ennesima tabula rasa, ma una cartografia lucida del presente.Dalla melanconia alla strategia: cosa vuol dire, concretamente, “superarla”
Nunes non invita a “smettere di essere tristi” in nome di un ottimismo ingenuo. Il suo è un invito a politizzare la melanconia, trasformandola da affetto paralizzante in motore strategico.
Superare la melanconia di sinistra, nel capitolo, significa almeno tre cose:- Riconoscere che nessuna forma organizzativa è innocente. Il partito ha prodotto gerarchie, burocratizzazione, compromessi; il movimento ha prodotto verticalità occulte, deleghe non riconosciute, impotenza decisionale. Ma se ogni fallimento diventa motivo per rifiutare in blocco una forma, finiamo per non avere più strumenti con cui agire.
- Accettare che la politica del futuro non potrà essere né solo verticale né solo orizzontale. Il titolo stesso del libro è un manifesto: l’organizzazione deve essere pensata come ecologia di livelli, funzioni, nodi diversi, non come una forma unica da opporre al nemico. La melanconia che rimpiange solo il passato impedisce di vedere questa pluralità come possibilità, e la vive invece come frammentazione senza rimedio.
- Trasformare il lutto in criterio di scelta, non in habitat permanente. Le sconfitte del Novecento, il crollo delle utopie, le restaurazioni neoliberali, i tradimenti dei partiti socialdemocratici non devono essere rimossi. Devono diventare parametri con cui giudicare le nostre scelte presenti: come evitare di ripetere quelle forme di verticalismo cieco? Come evitare di riprodurre la dispersione impotente dei movimenti senza strategia? La melanconia diventa allora memoria critica, non gabbia.
Uno sguardo dalla nostra parte del mondo
Se spostiamo lo sguardo verso l’Italia e l’Europa, la diagnosi di Nunes suona terribilmente familiare, anche se il libro non parla direttamente del nostro contesto.
Da un lato c’è una melanconia “1917”: il rimpianto per un ciclo del movimento operaio che non tornerà identico a se stesso, per partiti che non ci sono più, per un radicamento sociale che la precarizzazione e la deindustrializzazione hanno frantumato. Dall’altro lato c’è una melanconia “1968–2011”: il rimpianto per i grandi cicli di movimento – dal lungo ’68 al G8 di Genova, fino alle primavere arabe e a Occupy – che hanno aperto immaginari radicali senza riuscire a consolidare istituzioni alternative durature. In mezzo, una sinistra istituzionale che ha interiorizzato la sconfitta al punto da farsi gestore obbediente del neoliberismo, e una galassia di sinistre sociali, mutualistiche, ambientaliste, femministe e internazionaliste che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Qui la melanconia non è solo affettiva: è anche organizzativa, frammentazione cronica, incapacità di articolare livelli diversi di lotta (locale, nazionale, transnazionale).
Leggere Nunes da questa prospettiva significa usare il suo capitolo come specchio: non per cercare l’ennesimo “manuale del buon militante”, ma per domandarci quanto della nostra pratica quotidiana sia ancora governato dal lutto, dalla nostalgia, dal rifiuto delle forme realmente disponibili.
Una melanconia che pensa, non una melanconia che si compiaceIl merito del capitolo di Né verticale né orizzontale sulla melanconia di sinistra sta nel rifiuto di due risposte facili: da un lato, il moralismo che colpevolizza i militanti: “siete depressi, dovete solo smettere di esserlo”, dall’altro, l’estetizzazione che trasforma la sconfitta in stile di vita, in posa identitaria. Al loro posto, Nunes propone una prospettiva più esigente: prendere sul serio la melanconia come sintomo storico e organizzativo, leggerla alla luce delle grandi sconfitte del secolo scorso, delle illusioni e dei limiti dei movimenti più recenti, e usarla come leva per ripensare l’organizzazione politica in chiave ecologica, complessa, non dicotomica. In questo senso, la melanconia non viene cancellata, ma attraversata. Diventa memoria vigilante, anticorpo contro le scorciatoie, rifiuto di raccontarsi la storia come se la vittoria fosse garantita. Però smette di essere il nostro unico orizzonte emotivo.
Per una sinistra che vuole ancora dirsi tale, forse la sfida è proprio questa: imparare a guardare le rovine senza trasformarle in casa, a portare con sé i morti senza vivere nel cimitero, a fare della melanconia una lente critica e non un rifugio. È qui che il capitolo di Nunes parla anche a noi, ai nostri movimenti, alle nostre sconfitte: non ci promette consolazione, ma ci chiede di ricominciare a organizzare, malgrado tutto, con la lucidità di chi sa che il lutto, da solo, non farà mai politica.Fonti e sitografia essenziale
R. Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Alegre, 2025.
#dean #malinconia #nunes #organizzazione #politica #sinistra #transform #traverso #verticale
W. Brown, “Resisting Left Melancholy”, in boundary 2, vol. 26, n. 3, 1999, pp. 19–27, http://www.jstor.org/stable/303736.
J. Dean, The Communist Horizon, Verso Books, 2012. The Communist Horizon (estratti e capitoli in PDF): Fai clic per accedere a dean-communist-horizon.pdf.
E. Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, 2016. Intervista e sintesi del libro su Europe Solidaire: https://www.europe-solidaire.org/spip.php?article47330. -
Venezuela, il cortile di casa in fiamme
Petrolio, dottrina Trump e fine del diritto internazionale
img genrata da IA – dominio pubblico
di M. Sommella
C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock, lo strumento simbolico del Bulletin of the Atomic Scientists, nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folclore. È un termometro dell’epoca: rischio nucleare, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti, erosione della fiducia e delle regole minime della convivenza internazionale. Quando la “normalità” si sbriciola, ogni crisi locale smette di essere locale: diventa un precedente, un test, una prova generale.
La crepa, stavolta, si è aperta a Caracas.
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, a Caracas, la cronaca ha cambiato natura. Esplosioni e sorvoli a bassa quota, blackout a intermittenza, panico nei quartieri, la sensazione fisica della vulnerabilità che entra nelle case. Le ricostruzioni iniziali hanno parlato di siti militari e infrastrutture strategiche colpite tra la capitale e l’area costiera. Nel giro di poche ore, fonti statunitensi hanno rivendicato la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, trasferiti fuori dal paese e portati davanti a un tribunale federale negli Stati Uniti.
Qui bisogna fermarsi un attimo, perché la parola “operazione” rischia di anestetizzare la sostanza. Un’azione militare su una capitale, accompagnata dal prelievo del capo dello Stato e dal suo trasferimento coercitivo in un altro paese, non è una “missione mirata”. È un colpo di Stato dall’alto: un golpe eseguito dall’esterno, con l’aviazione e le forze speciali al posto dei generali locali. È la sovranità trattata come un dettaglio amministrativo. È il diritto internazionale ridotto a carta straccia quando intralcia l’interesse imperiale. Ed è un messaggio al mondo: se si può rapire un presidente e processarlo come se fosse il sindaco di un distretto ribelle, allora ogni confine diventa opzionale e ogni garanzia revocabile.
Maduro, comparso in aula, ha parlato di rapimento e ha rivendicato la propria legittimità. Che si condivida o meno la sua linea politica non cambia il nucleo: qui non è in gioco l’opinione su un governo, è in gioco la possibilità che la forza diventi norma. Quando la forza diventa norma, le regole non “saltano”: vengono riscritte. E il problema non resta confinato al Venezuela.
Per capire come si arriva a un salto così esplicito bisogna guardare la traiettoria, non l’istante. Caracas 2026 non cade dal cielo: si incastra in una genealogia lunga, antica e insieme modernissima, dove l’America Latina viene trattata come area di disciplina e proprietà.
La dottrina Monroe, due secoli dopo, in versione “cortile” e in versione 4.0
Nel 1823 la dottrina Monroe venne presentata come barriera contro le potenze europee: niente nuove colonizzazioni nel continente americano. Nella pratica storica, quel principio si trasformò in una licenza di intervento permanente: l’emisfero occidentale come sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. La formula cambia, il lessico si aggiorna, ma la sostanza resta impressionante: la sovranità altrui è tollerata finché non smentisce l’ordine del padrone.
Con Trump questa genealogia compie un salto di sincerità brutale. Il linguaggio non finge più di essere “umanitario” o “civilizzatore”: parla da proprietario. La retorica non maschera più l’interesse, lo rivendica. E dentro questa logica il Venezuela è un nodo strategico, non un accidente morale: energia, rotte, alleanze alternative, multipolarismo, e soprattutto la possibilità – intollerabile per l’impero – che un paese del Sud del mondo provi a usare la ricchezza nazionale come leva sociale e non come rendita per le multinazionali.
È qui che “cortile di casa” smette di essere metafora e diventa programma. Ricostruzioni e dossier istituzionali hanno descritto negli ultimi anni una pressione crescente sul Venezuela fatta di sanzioni, misure finanziarie, enforcement navale, isolamento diplomatico e cornici securitarie. L’atto del 3 gennaio 2026 non è un fulmine in un cielo sereno: è la conclusione provvisoria di una linea che, a ogni passaggio, ha spostato un po’ più in alto la soglia del “lecito”.
Perché la stagione bolivariana diventa intollerabile
Per comprendere la posta in gioco bisogna tornare alla fine degli anni Novanta. Con la vittoria elettorale di Hugo Chávez nel 1998 e la stagione bolivariana, il Venezuela non inaugura soltanto un ciclo politico: inaugura una rottura simbolica. L’idea che la rendita petrolifera possa essere piegata – almeno in parte – a un progetto di diritti sociali: alfabetizzazione, sanità diffusa, accesso più largo all’istruzione, politiche abitative, sostegno alimentare. In un continente dove, per secoli, la ricchezza è stata una cascata che scorre solo verso l’alto, quella scelta ha un significato sovversivo: cambia l’orizzonte di ciò che i poveri considerano possibile.
Nel 2005 l’UNESCO riportò il risultato della campagna di alfabetizzazione e la proclamazione del Venezuela come “territorio libero dall’analfabetismo” secondo i parametri della campagna. È un dettaglio che qualcuno liquida come propaganda, ma il punto è più profondo: quando la politica decide di far entrare chi non contava nella stanza dei bottoni, produce effetti materiali e soprattutto produce una nuova aspettativa collettiva. E le aspettative, per il potere, sono più pericolose delle parole.
Accanto alla redistribuzione, c’è l’elemento partecipativo: comunas, consigli comunali, tentativi di decisione dal basso. Al di là delle caricature, l’idea era una: far contare i barrios. E qui si accende la miccia dell’odio imperiale. Non si perdona l’idea che un paese “di servizio” nell’ordine globale possa trasformarsi in soggetto, possa rivendicare sovranità sociale e non solo sovranità formale.
La reazione, storicamente, segue un copione. Isolamento, demonizzazione, crisi economica indotta o aggravata, costruzione di un’opposizione “responsabile” pronta a subentrare, e poi il salto dell’eccezione: colpi di Stato, invasioni, operazioni speciali. È una grammatica che l’America Latina conosce fin troppo bene.
Dal copione storico al metodo operativo
Non serve alcuna fantasia per vedere la continuità. Guatemala 1954: riforma agraria e interessi economici; colpo di Stato e restaurazione. Cile 1973: socialismo elettorale spazzato via e sostituito dal laboratorio del terrore e del neoliberismo. Panama 1989: l’ex alleato Noriega trasformato in “narco-dittatore” nel momento in cui non serve più, e poi catturato e processato negli Stati Uniti. Quel passaggio non è un ricordo marginale: è la prova che il “prelievo” del leader e la sua trasformazione in imputato in un tribunale statunitense è già stato usato come dispositivo politico. Caracas 2026 ne è l’evoluzione, più brutale e più simbolica.
Venezuela 2002: tentativo di golpe contro Chávez, durato quanto basta per capire che la mobilitazione popolare può rovesciare il rovesciamento. Da allora il conflitto entra in una lunga fase di pressione multilivello: economica, mediatica, diplomatica, finanziaria. La forza non si presenta subito come bomba: spesso si presenta come sanzione, come blocco, come “procedura”.
Le sanzioni come guerra che non dice il suo nome
Quando si parla di Venezuela, l’Occidente ama raccontarsi una favola morale: “puniamo i cattivi”. Ma la realtà materiale delle misure coercitive unilaterali è un’altra: colpiscono soprattutto chi non decide nulla. Quartieri popolari, ospedali, salari, accesso ai beni essenziali. È una violenza che si traveste da burocrazia.
Nel tempo, report e analisi istituzionali hanno ricostruito la progressiva intensificazione del regime sanzionatorio statunitense e le sue ricadute: restrizioni finanziarie, limiti sulle transazioni legate al governo e alla compagnia petrolifera statale, effetti indiretti su pagamenti, importazioni, assicurazioni, logistica. È importante dirlo senza giri di parole: quando tagli l’ossigeno economico a un paese, il bersaglio reale è la vita quotidiana.
La relatrice speciale ONU sulle misure coercitive unilaterali, dopo una visita in Venezuela, ha descritto l’impatto negativo delle sanzioni su economia e diritti e ha richiamato la necessità di valutare e rivedere misure che colpiscono la popolazione. Non è un dettaglio “umanitario” separato dalla politica: è la politica stessa quando diventa punizione economica per piegare una volontà collettiva.
In questa luce, il 3 gennaio 2026 non appare più come “evento improvviso”. Appare come l’ultimo gradino di una scala: prima la pressione economica, poi l’assedio finanziario, poi l’enforcement navale, poi la cornice securitaria, infine l’atto di forza diretto sulla capitale. È una continuità, non una rottura.
Il petrolio: la posta in gioco che spiega tutto
Sotto il suolo venezuelano si trova una delle più grandi riserve provate di greggio al mondo. L’Energy Information Administration statunitense indica per il 2023 circa 303 miliardi di barili di riserve provate, legate soprattutto alla Faja dell’Orinoco. I numeri variano in base a definizioni, qualità del greggio e recuperabilità economica, ma il punto geopolitico resta: il Venezuela è un rubinetto strategico. Qui la retorica occidentale mostra il suo rovescio. Quando ti dicono “democrazia”, spesso stanno dicendo “proprietà”. La domanda reale è una: chi decide del destino di quelle risorse, il popolo venezuelano o il complesso finanziario-militare con le sue compagnie energetiche? Ed è qui che la logica coloniale si svela: l’impero che ha saccheggiato mezzo mondo accusa Caracas di “rubare” petrolio e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È il rapinatore che grida al ladro mentre punta la pistola.
Per rendere digeribile un blitz militare su una capitale, serve una metamorfosi semantica: una guerra deve diventare un’operazione di polizia. È l’alchimia classica del dominio. Non stai facendo guerra: stai “ripristinando legalità”. Non stai violando sovranità: stai “proteggendo la sicurezza”. Non stai strangolando un popolo: stai “punendo i cattivi”. Nel caso venezuelano, l’etichetta madre è narcoterrorismo. È un termine comodo perché cancella la politica e lascia solo la caccia. Se l’altro è “narco”, non ha storia. Se l’altro è “terrorista”, non ha diritti. Se l’altro è “cartello”, non è un popolo: è un bersaglio. E qui entra in scena l’espressione più tossica: Cartel de los Soles.
Cartel de los Soles: una formula elastica che diventa categoria di eccezione
Prima ancora che politica, la questione è linguistica. “Cartello” evoca una struttura compatta, un comando unico, un organigramma. Ma molte letture critiche hanno osservato che “Cartel de los Soles” funziona soprattutto come etichetta ombrello: una formula che semplifica e compatta, trasformando un insieme di accuse e sospetti in un’entità monolitica. InSight Crime, ad esempio, ha spiegato come l’espressione venga spesso usata per descrivere presunte reti o segmenti coinvolti nel traffico, ma senza le caratteristiche chiare di un cartello unico e centralizzato; e ha anche sottolineato che il terreno dell’“antiterrorismo” non è automaticamente un’autorizzazione legale all’uso della forza.
Quel che rende la storia ancora più grave è la sua istituzionalizzazione. Il 25 luglio 2025, il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC, ha annunciato la sanzione del Cartel de los Soles come Specially Designated Global Terrorist, sostenendo che il gruppo sarebbe “guidato” da Maduro e altri alti funzionari e che fornirebbe supporto materiale a organizzazioni criminali designate. Nel comunicato, il Tesoro spiega anche che il nome deriverebbe dalle insegne “a sole” sulle uniformi di ufficiali militari venezuelani. Non stiamo discutendo la correttezza di un comunicato. Stiamo osservando un meccanismo.
Quando un governo decide di trasformare un’etichetta elastica in categoria d’eccezione, compie un atto politico: sposta il terreno del possibile. “Terrorista” non è un insulto. È una chiave amministrativa e culturale che apre sequestri, interdizioni, extraterritorialità, normalizzazione dell’eccezione. È il timbro che consente di raccontare la forza come “giustizia”.
C’è poi un elemento che merita attenzione proprio perché rompe lo schema “noi contro loro”. Alcune critiche molto dure alla narrazione del Cartel de los Soles non arrivano soltanto da fonti venezuelane o latinoamericane, ma anche da figure che hanno operato ai vertici del sistema internazionale antidroga. Pino Arlacchi, già direttore esecutivo dell’UNODC, ha definito questa narrazione una grande bufala e ha richiamato dati UNODC che collocano il Venezuela su valori marginali rispetto ai grandi teatri della coltivazione di coca, sostenendo che il paese non sarebbe un epicentro produttivo comparabile a Colombia, Perù e Bolivia.
Non si tratta di “assolvere” o di fare tifoserie. Si tratta di riconoscere una cosa: l’etichetta “cartello”, quando viene usata come categoria totale, tende a cancellare la complessità e a diventare un dispositivo retorico utile a rendere la guerra presentabile. E quando la parola diventa il grimaldello per bombardare e rapire, la questione smette di essere polemica: diventa difesa delle regole minime del mondo.
La scuola delle prove fabbricate: l’Iraq e il dovere della memoria
A questo punto il richiamo all’Iraq non è un paragone emotivo. È un dovere storico. Nel 2002-2003 la narrazione delle “armi di distruzione di massa” venne presentata come certezza. Poi arrivarono le conclusioni ufficiali: l’Iraq Survey Group, nel rapporto finale (Duelfer Report), concluse che non esistevano gli stockpile operativi invocati per giustificare l’invasione. Il Senato statunitense, con la sua inchiesta sull’intelligence prebellica, evidenziò valutazioni profondamente problematiche. La conseguenza non fu un errore neutro: fu un terremoto umano e geopolitico. Il punto, per il Venezuela, è semplice: quando una menzogna strategica funziona una volta, diventa opzione di sistema. Cambia l’etichetta, resta il metodo. Ieri WMD, oggi narcoterrorismo. Ieri “liberazione”, oggi “applicazione della legge”. Il risultato è lo stesso: la parola prepara il missile.
Il mare come cappio: quando l’enforcement diventa blocco
Il bombardamento e il sequestro sono l’atto più spettacolare, ma non sono l’unico livello. Il livello decisivo, spesso invisibile al grande pubblico, è marittimo. Il mare è il sistema circolatorio del pianeta: una quota enorme del commercio mondiale viaggia via nave. Controllare rotte, assicurazioni, pagamenti, porti e tanker significa poter strangolare un’economia senza dichiarare guerra.
Nei primi giorni di gennaio 2026, questo dispositivo ha assunto una forma apertamente armata: intercettazioni e sequestri di navi legate a traffici venezuelani, incluse operazioni che hanno coinvolto una petroliera connessa alla Russia e la reazione durissima di Mosca, che ha parlato di pirateria e violazione della legalità marittima. Qui la coercizione diventa procedura. L’interdizione armata viene raccontata come routine amministrativa. E il risultato è un mondo in cui l’eccezione è normalità: oggi una nave, domani una rotta, dopodomani un’intera economia. Quando trasformi il mare in un rubinetto politico, puoi decidere chi respira e chi soffoca.
È la forma più “pulita” del potere imperiale: non occupi, non annetti, non dichiari guerra; tagli ossigeno e aspetti che la società si stremi, poi ti presenti come “soluzione”. In questo senso, la dimensione navale non è un dettaglio tecnico. È la cintura che stringe il cappio.
Se si guarda la sequenza con freddezza, il quadro diventa nitido. Prima la demonizzazione. Poi l’assedio economico, che si giustifica come “pressione mirata” e in realtà colpisce il corpo sociale. Poi l’enforcement navale, che trasforma il commercio in un campo minato giuridico e militare. Poi la trasformazione retorica del conflitto in “operazione di polizia”. Infine la bomba e il sequestro. Questo è il cuore del dossier: Caracas non è solo Caracas. È un test. È la prova di quanto può essere spostata la soglia del possibile senza che il sistema internazionale reagisca in modo efficace.
Fine del diritto internazionale: la frattura che diventa sistema
La Carta ONU vieta l’uso della forza salvo legittima difesa da un’aggressione armata o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nel caso venezuelano, la giustificazione scivola nella retorica dell’“applicazione della legge” e del “narcoterrorismo”, ma il fatto resta: bombardamenti e prelievo coercitivo di un capo di Stato non sono diplomazia. Sono imposizione. Quando la forza pretende di diventare norma, il problema non è più il Venezuela soltanto. È il mondo. Perché il diritto internazionale, ridotto a manuale di buone maniere per i deboli, diventa una decorazione: vincolante solo per chi non può permettersi di violarlo. L’Europa, in queste dinamiche, spesso completa il quadro con il suo doppio standard. Se la stessa cosa la compie un “nemico”, si parla di aggressione; se la compie Washington, tutto si annacqua in formule prudenti. È una frattura morale che diventa pratica politica: le regole valgono solo quando non disturbano l’alleato principale.
Dal Venezuela al mondo: la casella Iran e la tentazione dell’incendio globale
L’aggressione al Venezuela non è un incidente locale. È un precedente che riallinea le placche. Se si può bombardare una capitale, sequestrare un presidente, trasformare un paese in “narco-Stato” e far scorrere l’operazione nel circuito dell’accettabile, allora la soglia del possibile si sposta ancora più in alto.
E la prossima casella, da tempo, è l’Iran. La memoria dell’Iraq non è un esercizio storico: è un avvertimento. Quando torna a circolare un lessico di urgenza, minaccia assoluta, inevitabilità, conviene ricordare che quel copione è già stato usato e che il prezzo umano lo pagano sempre i popoli. Anche la cronaca recente registra segnali di escalation: nel giugno 2025 Reuters ha riportato un attacco statunitense a siti nucleari iraniani, indicando una soglia già forzata. Il punto, qui, è sistemico: un impero in difficoltà non diventa automaticamente prudente. Spesso diventa aggressivo. E quando l’aggressività si combina con dottrine di supremazia, controllo marittimo e propaganda, la miccia può diventare globale. Il Doomsday Clock, in questo senso, non è un oracolo. È una metafora che si avvicina troppo alla cronaca.
Stare dalla parte giusta: internazionalismo dei popoli, non tifo per gli apparati
Di fronte a questo quadro sarebbe facile scivolare nel fatalismo o, al contrario, nel tifo geopolitico. Ma se l’asse morale resta il popolo, la risposta è più concreta di quanto sembri. Nel caso venezuelano significa difendere un principio elementare: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più portaerei, più basi e più canali televisivi. Significa pretendere una condanna chiara dell’aggressione e del precedente giuridico che istituisce. Significa chiedere la sospensione delle misure coercitive che colpiscono la popolazione. Significa sostenere reti di solidarietà, sindacati, movimenti, diaspora latinoamericana. Significa soprattutto smontare la propaganda: far vedere il petrolio dietro la morale, la dottrina Monroe dietro la legalità, la parola “cartello” dietro la guerra.
Difendere oggi il Venezuela significa difendere tutti, perché il messaggio che passa da Caracas è universale: chi prova a usare le proprie risorse naturali per la giustizia sociale può essere trasformato in “narco-Stato”, in “terrorista”, in minaccia alla sicurezza, e dunque in bersaglio legittimo. Se questo precedente passa senza risposta, l’impero non ottiene solo petrolio. Impone una nuova normalità: la violenza travestita da legalità, la menzogna elevata a dottrina, l’eccezione stabilizzata come regola.
Fonti principali
Bulletin of the Atomic Scientists sul Doomsday Clock.
#america #bolivariana #geopolitica #guerra #imperialismo #maduro #monroe #petrolio #trump #USA #venezuela
Reuters, Associated Press, Sole 24 Ore, House of Commons Library sulle ricostruzioni dell’operazione del 3 gennaio 2026.
U.S. Energy Information Administration sulle riserve petrolifere venezuelane.
UNESCO sulla campagna di alfabetizzazione.
ONU-HRC sulla valutazione degli effetti delle misure coercitive unilaterali.
InSight Crime sulla natura del Cartel de los Soles e sui profili giuridici della designazione.
U.S. Treasury/OFAC sulla designazione e sulle motivazioni ufficiali.
Duelfer Report e inchiesta del Senato USA sull’intelligence pre-Iraq.
Le Monde e comunicazioni/ricostruzioni su sequestri navali e reazioni russe.
Reuters sul fronte Iran (giugno 2025). -
A veces la lógica colapsa porque aceptamos premisas falsas. El error no siempre está en la respuesta, sino en aceptar una pregunta equivocada. 💡 #Debate #Sabiduría #Mastodon
-
3/3
Pero el maestro remata: "No, la pregunta misma es ilógica. ¿Cómo van a entrar dos hombres por la misma chimenea y que uno salga limpio y el otro no?".
A veces la lógica colapsa porque aceptamos premisas falsas. El error no siempre está en la respuesta, sino en aceptar una pregunta equivocada. 💡
#Debate #Sabiduría #Mastodon -
3/3
Pero el maestro remata: "No, la pregunta misma es ilógica. ¿Cómo van a entrar dos hombres por la misma chimenea y que uno salga limpio y el otro no?".
A veces la lógica colapsa porque aceptamos premisas falsas. El error no siempre está en la respuesta, sino en aceptar una pregunta equivocada. 💡
#Debate #Sabiduría #Mastodon -
Morty l’apprendista (Mondo Disco #4) di Terry Pratchett
Descrizione: Mortimer, detto Morty, non ha le idee chiarissime su quel che vuol fare da grande. Almeno fin quando non diventa l’apprendista di un insolito maestro: la Morte, proprio quella con la falce, in persona. Una volta appurato, con notevole sollievo, di non dover essere necessariamente morto per poter svolgere il lavoro, Morty si appassiona alla nuova materia, anche se ben presto scoprirà che essere apprendista della Morte non è poi così romantico e affascinante come sembrava. Pericoli e sfide terribili lo attendono, forse troppo grandi anche per lui, il predestinato.
Moltə di noi avranno presente la sensazione di non sapere cosa fare della propria vita, soprattutto quando si è giovani e inespertə: genitore e adultə in generale vi chiedono cosa prenderete a fare e il vostro cervello produce solo un errore 404 costante perché non avete un interesse o una caratteristica che vi sembra traducibile in un lavoro. Evidentemente anche su Mondo Disco ci sono persone così e una di queste è il nostro Morty che, spinto dalla famiglia a diventare un apprendista, finirà per avere il più insolito dei maestri: Morte.
Quello di Morte è un lavoraccio: ogni giorno muore un sacco di gente e anche se Morte non va a trovare ogni singola persona che tira le cuoia su Mondo Disco, ma solo quando si tratta di un’occasione speciale, non è sempre facile avere a che fare con gente appena morta. O che gente che sai che deve morire anche se non sarebbe giusto. Perché Morte non è giusta o sbagliata, semplicemente è.
Il primo incarico in cui Morty andrà da solo, infatti, non andrà proprio liscio. Potete prenderlo come un incoraggiamento per i vostri primi giorni di lavoro: per quanto possiate commettere degli errori, dubito che siano della portata di una morta lasciata in vita che finirà braccata dalla storia che vuole passarle sopra per correggere lo sbaglio della sua esistenza. Il lavoro di Morte non prevede la compassione che spinge a cambiare il destino di una persona: la compassione di Morte è un taglio affilato.
Morte è giustamente uno dei personaggi più amati di Mondo Disco: la sua etica – la possiamo chiamare così? – non segue la logica umana (e, infatti, Morty avrà delle difficoltà a seguirla), ma non possiamo proprio dire che sia crudele: Morte non si diverte a fare il suo lavoro, non ha niente contro le persone che va a prendere – anzi, i suoi tentativi di capire il mondo umano sono piuttosto esilaranti -: è solo maledettamente bravo a farlo.
Menzione d’onore per i personaggi femminili, che nelle opere di Pratchett riescono a essere iconici anche quando non sono le protagoniste della storia: il modo in cui l’autore gioca con lo stereotipo della principessa da salvare potrebbe valere da solo la lettura del libro. Come se Morte non fosse già sufficiente.
-
⚠️A LA VENTA⚠️
Debut literario💻 "𝕄𝕚 𝕖𝕣𝕣𝕠𝕣 𝕗𝕒𝕧𝕠𝕣𝕚𝕥𝕠"
𝙰𝚞𝚝𝚘𝚛𝚊: 𝙵𝚊́𝚝𝚒𝚖𝚊 𝙶𝚊𝚎
Twitter: autoraGaeLa lógica de la programación se enreda con los latidos del corazón humano, atrapando a dos mujeres.
Amazon: https://a.co/d/0VlktW9
Disponible KU
#FatimaGae #lecturasafica #literaturalesbica #literaturasafica #novelalesbica #novelasafica #romancelesbico #romancesafico #ficcionlesbica #ficcionsafica #librolesbico #librosafico #libroslgbt #lesbianbooks #sapphicbooks #lesbiana #kindleunlimited
-
⚠️A LA VENTA⚠️
Debut literario💻 "𝕄𝕚 𝕖𝕣𝕣𝕠𝕣 𝕗𝕒𝕧𝕠𝕣𝕚𝕥𝕠"
𝙰𝚞𝚝𝚘𝚛𝚊: 𝙵𝚊́𝚝𝚒𝚖𝚊 𝙶𝚊𝚎
Twitter: autoraGaeLa lógica de la programación se enreda con los latidos del corazón humano, atrapando a dos mujeres.
Amazon: https://a.co/d/0VlktW9
Disponible KU
#FatimaGae #lecturasafica #literaturalesbica #literaturasafica #novelalesbica #novelasafica #romancelesbico #romancesafico #ficcionlesbica #ficcionsafica #librolesbico #librosafico #libroslgbt #lesbianbooks #sapphicbooks #lesbiana #kindleunlimited
-
𝑪𝒖𝒓𝒊𝒐𝒔𝒊𝒅𝒂𝒅𝒆𝒔
En Camboya hay un árbol que hoy sigue en pie, pero ya nadie lo mira como un simple árbol.
Está dentro de Choeung Ek, uno de los campos de exterminio más conocidos del régimen de los Jemeres Rojos.
A simple vista el lugar parece tranquilo: hierba, senderos, árboles y silencio.
Pero bajo ese suelo fueron encontradas miles de fosas comunes.Entre 1975 y 1979, el régimen de Pol Pot intentó transformar el país en una sociedad agraria extrema eliminando todo lo que consideraba una amenaza: intelectuales, profesores, médicos, religiosos, opositores políticos e incluso personas cuyo único “delito” era llevar gafas o hablar otro idioma.
La paranoia del régimen llegó a niveles brutales.
Se calcula que murieron entre 1,5 y 2 millones de personas entre ejecuciones, torturas, hambre y trabajos forzados.
Para un país del tamaño de Camboya, aquello fue devastador.
Prácticamente todas las familias perdieron a alguien.Y uno de los lugares donde terminaban muchos prisioneros era Choeung Ek.
Antes de convertirse en campo de exterminio, aquella zona había sido un cementerio chino y un huerto.
Después se transformó en un lugar donde llevaban a personas detenidas en la prisión S-21, también conocida como Tuol Sleng, un antiguo instituto convertido en centro de tortura.La mayoría de quienes entraban allí nunca salían vivos.
Muchos prisioneros eran obligados a confesar conspiraciones absurdas bajo tortura antes de ser trasladados de noche a Choeung Ek para ser ejecutados.
El régimen intentaba ahorrar munición, así que muchas víctimas fueron asesinadas con herramientas agrícolas, barras de hierro, machetes o golpes en la cabeza.
Y ahí aparece uno de los símbolos más estremecedores del lugar: el llamado “Árbol de la Muerte”.
Junto a ese árbol se encontró una fosa común con restos de bebés y niños pequeños.
Según los testimonios de supervivientes y antiguos guardias, algunos niños eran asesinados allí porque el régimen creía que dejar vivos a los hijos de los considerados “enemigos” podía generar futuras venganzas contra la revolución.
La lógica del terror había llegado a un punto donde incluso la infancia era vista como una amenaza política.
Hoy el árbol está cubierto muchas veces por pulseras, juguetes y cintas dejadas por visitantes como forma de homenaje silencioso.
Muy cerca también se encuentra el llamado “Árbol Mágico”.
El nombre suena casi inocente, pero su función era terrible.
Desde allí colgaban altavoces que reproducían música revolucionaria y discursos a gran volumen para tapar los gritos y los sonidos de las ejecuciones durante la noche.El horror no solo debía hacerse.
También debía ocultarse.Lo más inquietante de lugares como Choeung Ek es que no fueron creados por monstruos aislados en una cueva lejana.
Fueron organizados por un Estado completo, con guardias, órdenes, burocracia y personas convencidas de que estaban construyendo un mundo mejor mientras destruían vidas humanas.Esa es probablemente una de las lecciones más incómodas del genocidio camboyano.
La violencia extrema rara vez empieza de golpe.
Empieza poco a poco, cuando una ideología deja de ver personas y empieza a ver categorías: enemigos, traidores, impuros, peligrosos.
Cuando el miedo sustituye a la empatía y obedecer se vuelve más importante que pensar.Tras la caída de los Jemeres Rojos en 1979, muchas de las fosas comunes siguieron apareciendo durante años.
Incluso hoy, después de las lluvias intensas, a veces emergen fragmentos de ropa o huesos del suelo.Camboya decidió conservar Choeung Ek como lugar de memoria.
En el centro del recinto se levanta una estupa budista llena de cráneos humanos recuperados de las fosas.
No están allí para impresionar turistas, sino para recordar hasta dónde puede llegar un régimen cuando el poder absoluto se combina con fanatismo y deshumanización.Porque olvidar estos lugares no los hace desaparecer.
Solo hace más fácil que algún día el horror vuelva con otro nombre, otra bandera y otro discurso.
▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣
#historia #camboya #genocidio #polpot #jemeresrojos #memoriahistorica #derechoshumanos #historiareal #curiosidades #asia #historiadelmundo #choeungek
-
𝑪𝒖𝒓𝒊𝒐𝒔𝒊𝒅𝒂𝒅𝒆𝒔
En Camboya hay un árbol que hoy sigue en pie, pero ya nadie lo mira como un simple árbol.
Está dentro de Choeung Ek, uno de los campos de exterminio más conocidos del régimen de los Jemeres Rojos.
A simple vista el lugar parece tranquilo: hierba, senderos, árboles y silencio.
Pero bajo ese suelo fueron encontradas miles de fosas comunes.Entre 1975 y 1979, el régimen de Pol Pot intentó transformar el país en una sociedad agraria extrema eliminando todo lo que consideraba una amenaza: intelectuales, profesores, médicos, religiosos, opositores políticos e incluso personas cuyo único “delito” era llevar gafas o hablar otro idioma.
La paranoia del régimen llegó a niveles brutales.
Se calcula que murieron entre 1,5 y 2 millones de personas entre ejecuciones, torturas, hambre y trabajos forzados.
Para un país del tamaño de Camboya, aquello fue devastador.
Prácticamente todas las familias perdieron a alguien.Y uno de los lugares donde terminaban muchos prisioneros era Choeung Ek.
Antes de convertirse en campo de exterminio, aquella zona había sido un cementerio chino y un huerto.
Después se transformó en un lugar donde llevaban a personas detenidas en la prisión S-21, también conocida como Tuol Sleng, un antiguo instituto convertido en centro de tortura.La mayoría de quienes entraban allí nunca salían vivos.
Muchos prisioneros eran obligados a confesar conspiraciones absurdas bajo tortura antes de ser trasladados de noche a Choeung Ek para ser ejecutados.
El régimen intentaba ahorrar munición, así que muchas víctimas fueron asesinadas con herramientas agrícolas, barras de hierro, machetes o golpes en la cabeza.
Y ahí aparece uno de los símbolos más estremecedores del lugar: el llamado “Árbol de la Muerte”.
Junto a ese árbol se encontró una fosa común con restos de bebés y niños pequeños.
Según los testimonios de supervivientes y antiguos guardias, algunos niños eran asesinados allí porque el régimen creía que dejar vivos a los hijos de los considerados “enemigos” podía generar futuras venganzas contra la revolución.
La lógica del terror había llegado a un punto donde incluso la infancia era vista como una amenaza política.
Hoy el árbol está cubierto muchas veces por pulseras, juguetes y cintas dejadas por visitantes como forma de homenaje silencioso.
Muy cerca también se encuentra el llamado “Árbol Mágico”.
El nombre suena casi inocente, pero su función era terrible.
Desde allí colgaban altavoces que reproducían música revolucionaria y discursos a gran volumen para tapar los gritos y los sonidos de las ejecuciones durante la noche.El horror no solo debía hacerse.
También debía ocultarse.Lo más inquietante de lugares como Choeung Ek es que no fueron creados por monstruos aislados en una cueva lejana.
Fueron organizados por un Estado completo, con guardias, órdenes, burocracia y personas convencidas de que estaban construyendo un mundo mejor mientras destruían vidas humanas.Esa es probablemente una de las lecciones más incómodas del genocidio camboyano.
La violencia extrema rara vez empieza de golpe.
Empieza poco a poco, cuando una ideología deja de ver personas y empieza a ver categorías: enemigos, traidores, impuros, peligrosos.
Cuando el miedo sustituye a la empatía y obedecer se vuelve más importante que pensar.Tras la caída de los Jemeres Rojos en 1979, muchas de las fosas comunes siguieron apareciendo durante años.
Incluso hoy, después de las lluvias intensas, a veces emergen fragmentos de ropa o huesos del suelo.Camboya decidió conservar Choeung Ek como lugar de memoria.
En el centro del recinto se levanta una estupa budista llena de cráneos humanos recuperados de las fosas.
No están allí para impresionar turistas, sino para recordar hasta dónde puede llegar un régimen cuando el poder absoluto se combina con fanatismo y deshumanización.Porque olvidar estos lugares no los hace desaparecer.
Solo hace más fácil que algún día el horror vuelva con otro nombre, otra bandera y otro discurso.
▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣
#historia #camboya #genocidio #polpot #jemeresrojos #memoriahistorica #derechoshumanos #historiareal #curiosidades #asia #historiadelmundo #choeungek
-
𝑪𝒖𝒓𝒊𝒐𝒔𝒊𝒅𝒂𝒅𝒆𝒔
En Camboya hay un árbol que hoy sigue en pie, pero ya nadie lo mira como un simple árbol.
Está dentro de Choeung Ek, uno de los campos de exterminio más conocidos del régimen de los Jemeres Rojos.
A simple vista el lugar parece tranquilo: hierba, senderos, árboles y silencio.
Pero bajo ese suelo fueron encontradas miles de fosas comunes.Entre 1975 y 1979, el régimen de Pol Pot intentó transformar el país en una sociedad agraria extrema eliminando todo lo que consideraba una amenaza: intelectuales, profesores, médicos, religiosos, opositores políticos e incluso personas cuyo único “delito” era llevar gafas o hablar otro idioma.
La paranoia del régimen llegó a niveles brutales.
Se calcula que murieron entre 1,5 y 2 millones de personas entre ejecuciones, torturas, hambre y trabajos forzados.
Para un país del tamaño de Camboya, aquello fue devastador.
Prácticamente todas las familias perdieron a alguien.Y uno de los lugares donde terminaban muchos prisioneros era Choeung Ek.
Antes de convertirse en campo de exterminio, aquella zona había sido un cementerio chino y un huerto.
Después se transformó en un lugar donde llevaban a personas detenidas en la prisión S-21, también conocida como Tuol Sleng, un antiguo instituto convertido en centro de tortura.La mayoría de quienes entraban allí nunca salían vivos.
Muchos prisioneros eran obligados a confesar conspiraciones absurdas bajo tortura antes de ser trasladados de noche a Choeung Ek para ser ejecutados.
El régimen intentaba ahorrar munición, así que muchas víctimas fueron asesinadas con herramientas agrícolas, barras de hierro, machetes o golpes en la cabeza.
Y ahí aparece uno de los símbolos más estremecedores del lugar: el llamado “Árbol de la Muerte”.
Junto a ese árbol se encontró una fosa común con restos de bebés y niños pequeños.
Según los testimonios de supervivientes y antiguos guardias, algunos niños eran asesinados allí porque el régimen creía que dejar vivos a los hijos de los considerados “enemigos” podía generar futuras venganzas contra la revolución.
La lógica del terror había llegado a un punto donde incluso la infancia era vista como una amenaza política.
Hoy el árbol está cubierto muchas veces por pulseras, juguetes y cintas dejadas por visitantes como forma de homenaje silencioso.
Muy cerca también se encuentra el llamado “Árbol Mágico”.
El nombre suena casi inocente, pero su función era terrible.
Desde allí colgaban altavoces que reproducían música revolucionaria y discursos a gran volumen para tapar los gritos y los sonidos de las ejecuciones durante la noche.El horror no solo debía hacerse.
También debía ocultarse.Lo más inquietante de lugares como Choeung Ek es que no fueron creados por monstruos aislados en una cueva lejana.
Fueron organizados por un Estado completo, con guardias, órdenes, burocracia y personas convencidas de que estaban construyendo un mundo mejor mientras destruían vidas humanas.Esa es probablemente una de las lecciones más incómodas del genocidio camboyano.
La violencia extrema rara vez empieza de golpe.
Empieza poco a poco, cuando una ideología deja de ver personas y empieza a ver categorías: enemigos, traidores, impuros, peligrosos.
Cuando el miedo sustituye a la empatía y obedecer se vuelve más importante que pensar.Tras la caída de los Jemeres Rojos en 1979, muchas de las fosas comunes siguieron apareciendo durante años.
Incluso hoy, después de las lluvias intensas, a veces emergen fragmentos de ropa o huesos del suelo.Camboya decidió conservar Choeung Ek como lugar de memoria.
En el centro del recinto se levanta una estupa budista llena de cráneos humanos recuperados de las fosas.
No están allí para impresionar turistas, sino para recordar hasta dónde puede llegar un régimen cuando el poder absoluto se combina con fanatismo y deshumanización.Porque olvidar estos lugares no los hace desaparecer.
Solo hace más fácil que algún día el horror vuelva con otro nombre, otra bandera y otro discurso.
▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣▣
#historia #camboya #genocidio #polpot #jemeresrojos #memoriahistorica #derechoshumanos #historiareal #curiosidades #asia #historiadelmundo #choeungek