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Il listone: i migliori album del 2025
Pare sia arrivato quel momento. Lo svuotamento della cartellina «2025», l’accantonamento in altra cartellina dei dischi da recuperare, un ripassino, infine il riepilogo e il listone: la chiusura degli anni musicali la faccio suppergiù così da tempo immemore.
Gli anni invece sono tutti diversi, per fortuna, ma questo qui è stato addirittura più diverso degli altri: è successo che dopo un picco nel 2024, all’inizio del 2025 ho deciso che avrei ascoltato meno dischi nuovi. Semplice semplice.
Pare che di dischi nuovi o sedicenti tali ne escano a vagonate; si dice, ad esempio, che su Qobuz ne vengano caricati settemila a settimana, contando solo quelli creati dalle intelligenze animali. Qualcuno penserà persino che sia un bene – vi sento: «abbiamo democratizzato la produzione musicale, è normale, evviva!». Ma vi chiedo: non è un peccato che questa «democratizzazione» sia andata di pari passo con la concentrazione del capitale nelle mani di pochi? Chiusa. Qualcun altro, da questo lato della barricata, penserà che ‘sta roba sia la fine di tutto o che comunque dai, stiamo esagerando – e d’altronde la musica occupa oggi un posto piccolissimo nell’immaginario collettivo, è spinta in un angolino, non vi pare? (epperò 1, epperò 2); non dico che sia una conseguenza della sovrapproduzione, del capitale che si concentra e fonde, dei profitti esagerati e degli artisti strangolati dai giganti dello streaming, non posso dimostrarlo, ma la pulce nell’orecchio ci ha fatto la tana.
Io comunque, per non sapere né leggere né scrivere né far di conti, ho deciso di fottermene delle traiettorie dell’industria musicale (non era questo l’obiettivo fin dalla notte dei tempi?) e sto provando a rallentare. Rallentare per godere di più.
Dunque, risultato: ho ascoltato 120 dischi nuovi in meno rispetto al 2024. A volo d’uccello, il mio 2025 si presenta così:
E ha suonato più o meno così (qui c’è la scaletta):
https://www.mixcloud.com/caosleo/cassettina-2025/
Altra novità. Il listone è un po’ più breve ed è diverso dai soliti, il caso e le precedenti decisioni di ascolto gli hanno dato in eredità un connotato strano. Dall’immagine qui sopra non si nota, ma il listino dei migliori è straordinariamente europeo (c’è un francese, un olandese, un polacco, un italiano, ecc.; la sapete no?) e gli Stati Uniti sono in minoranza, appena due dischi su quattordici vengono da lì. Potreste dire ‘sti cazzi, e avreste ragione, ma per chi sporca questi byte, da sempre ascoltatore anglofilo e soprattutto yankee, è una cosa straordinaria.
Per tirare le conclusioni, tiro una manciata di dischi: Tropical Fuck Storm, Messa e BRUIT ≤ si sono superati, se dovessi scegliere solo tre dischi sarebbero questi tre; i Mclusky e gli Stereolab sono tornati, lottano insieme a noi e lo fanno splendendo; gli Ex, che pure lottano insieme a noi (since 1979), hanno fatto un’improvvisata di caratura superiore; i Just Mustard hanno tirato fuori il loro album migliore, sono pochi i dischi shoegaze a suonare bene così (ops); poi c’è la sorpresa dei polacchi Niechęć (chi cazzo li conosceva?), che mi hanno regalato uno dei due dischi jazz dell’anno; eccetera, eccetera.
I BRUIT ≤ infine, sempre quelli di poco fa, anche loro sono una sorpresa, una sorpresa che devo a @Yaku, e così chiudo, col solito ringraziamento a un cittadino del fediverso. Alé.
I migliori album del 2025
BRUIT ≤ – The Age of Ephemerality [Pelagic]
Billy Woods – Golliwog [Backwoodz]
The Ex – If Your Mirror Breaks [Ex]
Just Mustard – We Were Just Here [Partisan]
King Gizzard & The Lizard Wizard – Phantom Island [p(doom)]
Mclusky – The World Is Still Here and So Are We [Ipecac]
Messa – The Spin [Metal Blade]
Modern Nature – The Heat Warps [Bella Union]
Monde UFO – Flamingo Tower [Fire]
The Necks – Disquiet [Northern Spy]
Niechęć – Reckless Things [Audio Cave]
Snapped Ankles – Hard Times Furious Dancing [Leaf]
Stereolab – Instant Holograms On Metal Film [Duophonic]
Tropical Fuck Storm – Fairyland Codex [Fire]
Altri album molto belli
Alan Sparhawk with Trampled by Turtles – ST [Sub Pop]
Anna Von Hausswolff – Iconoclasts [YEAR0001]
Backxwash – Only Dust Remains [Uglyhag]
Big Thief – Double Infinity [4AD]
Chat Pile & Hayden Pedigo – In The Earth Again [Computer Students / Flenser]
Deerhoof – Noble and Godlike in Ruin [Joyful Noise]
Elli De Mon – Raìse [Rivertale Productions]
FACS – Wish Defense [Trouble in Mind]
Ghostwoman – Welcome to the Civilized World [Full Time Hobby]
Gloios – Polvorosa [autoprodotto]
HÖG – Blackhole [RidingEasy]
Horsegirl – Phonetics On and On [Matador]
James Brandon Lewis – Apple Cores [Anti-]
Jenny Hval – Iris Silver Mist [4AD]
Le Motel – Odd Numbers / Số Lẻ [Balmat]
Marissa Nadler – New Radiations [Sacred Bones]
Motorbike – Kick It Over [Feel It]
Motorpsycho – ST [NFGS]
Mulatu Astatke – Mulatu Plays Mulatu [Strut]
Nadine Shah – Live in London [Live Here Now]
Neko Case – Neon Grey Midnight Green [Anti-]
Osees – Abomination Revealed at Last [Deathgod]
Paul St. Hilaire – W / The Producers [Kynant]
Psychedelic Porn Crumpets – Carpe Diem, Moonman [What Reality?]
Sanam – Sametou Sawtan [Constellation]
Sophia Djebel Rose – Sécheresse [WV Sorcerer]
The Bug Club – Very Human Features [Sub Pop]
Tune-Yards – Better Dreaming [4AD]
Ty Segall – Possession [Drag City]
Vibravoid – Remove the Ties [Tonzonen]
#albumsOfTheYear #AOTY #bestOf2025 #iMiglioriAlbumDel2025 #listone
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Il listone: i migliori album del 2025
Pare sia arrivato quel momento. Lo svuotamento della cartellina «2025», l’accantonamento in altra cartellina dei dischi da recuperare, un ripassino, infine il riepilogo e il listone: la chiusura degli anni musicali la faccio suppergiù così da tempo immemore.
Gli anni invece sono tutti diversi, per fortuna, ma questo qui è stato addirittura più diverso degli altri: è successo che dopo un picco nel 2024, all’inizio del 2025 ho deciso che avrei ascoltato meno dischi nuovi. Semplice semplice.
Pare che di dischi nuovi o sedicenti tali ne escano a vagonate; si dice, ad esempio, che su Qobuz ne vengano caricati settemila a settimana, contando solo quelli creati dalle intelligenze animali. Qualcuno penserà persino che sia un bene – vi sento: «abbiamo democratizzato la produzione musicale, è normale, evviva!». Ma vi chiedo: non è un peccato che questa «democratizzazione» sia andata di pari passo con la concentrazione del capitale nelle mani di pochi? Chiusa. Qualcun altro, da questo lato della barricata, penserà che ‘sta roba sia la fine di tutto o che comunque dai, stiamo esagerando – e d’altronde la musica occupa oggi un posto piccolissimo nell’immaginario collettivo, è spinta in un angolino, non vi pare? (epperò 1, epperò 2); non dico che sia una conseguenza della sovrapproduzione, del capitale che si concentra e fonde, dei profitti esagerati e degli artisti strangolati dai giganti dello streaming, non posso dimostrarlo, ma la pulce nell’orecchio ci ha fatto la tana.
Io comunque, per non sapere né leggere né scrivere né far di conti, ho deciso di fottermene delle traiettorie dell’industria musicale (non era questo l’obiettivo fin dalla notte dei tempi?) e sto provando a rallentare. Rallentare per godere di più.
Dunque, risultato: ho ascoltato 120 dischi nuovi in meno rispetto al 2024. A volo d’uccello, il mio 2025 si presenta così:
E ha suonato più o meno così (qui c’è la scaletta):
https://www.mixcloud.com/caosleo/cassettina-2025/
Altra novità. Il listone è un po’ più breve ed è diverso dai soliti, il caso e le precedenti decisioni di ascolto gli hanno dato in eredità un connotato strano. Dall’immagine qui sopra non si nota, ma il listino dei migliori è straordinariamente europeo (c’è un francese, un olandese, un polacco, un italiano, ecc.; la sapete no?) e gli Stati Uniti sono in minoranza, appena due dischi su quattordici vengono da lì. Potreste dire ‘sti cazzi, e avreste ragione, ma per chi sporca questi byte, da sempre ascoltatore anglofilo e soprattutto yankee, è una cosa straordinaria.
Per tirare le conclusioni, tiro una manciata di dischi: Tropical Fuck Storm, Messa e BRUIT ≤ si sono superati, se dovessi scegliere solo tre dischi sarebbero questi tre; i Mclusky e gli Stereolab sono tornati, lottano insieme a noi e lo fanno splendendo; gli Ex, che pure lottano insieme a noi (since 1979), hanno fatto un’improvvisata di caratura superiore; i Just Mustard hanno tirato fuori il loro album migliore, sono pochi i dischi shoegaze a suonare bene così (ops); poi c’è la sorpresa dei polacchi Niechęć (chi cazzo li conosceva?), che mi hanno regalato uno dei due dischi jazz dell’anno; eccetera, eccetera.
I BRUIT ≤ infine, sempre quelli di poco fa, anche loro sono una sorpresa, una sorpresa che devo a @Yaku, e così chiudo, col solito ringraziamento a un cittadino del fediverso. Alé.
I migliori album del 2025
BRUIT ≤ – The Age of Ephemerality [Pelagic]
Billy Woods – Golliwog [Backwoodz]
The Ex – If Your Mirror Breaks [Ex]
Just Mustard – We Were Just Here [Partisan]
King Gizzard & The Lizard Wizard – Phantom Island [p(doom)]
Mclusky – The World Is Still Here and So Are We [Ipecac]
Messa – The Spin [Metal Blade]
Modern Nature – The Heat Warps [Bella Union]
Monde UFO – Flamingo Tower [Fire]
The Necks – Disquiet [Northern Spy]
Niechęć – Reckless Things [Audio Cave]
Snapped Ankles – Hard Times Furious Dancing [Leaf]
Stereolab – Instant Holograms On Metal Film [Duophonic]
Tropical Fuck Storm – Fairyland Codex [Fire]
Altri album molto belli
Alan Sparhawk with Trampled by Turtles – ST [Sub Pop]
Anna Von Hausswolff – Iconoclasts [YEAR0001]
Backxwash – Only Dust Remains [Uglyhag]
Big Thief – Double Infinity [4AD]
Chat Pile & Hayden Pedigo – In The Earth Again [Computer Students / Flenser]
Deerhoof – Noble and Godlike in Ruin [Joyful Noise]
Elli De Mon – Raìse [Rivertale Productions]
FACS – Wish Defense [Trouble in Mind]
Ghostwoman – Welcome to the Civilized World [Full Time Hobby]
Gloios – Polvorosa [autoprodotto]
HÖG – Blackhole [RidingEasy]
Horsegirl – Phonetics On and On [Matador]
James Brandon Lewis – Apple Cores [Anti-]
Jenny Hval – Iris Silver Mist [4AD]
Le Motel – Odd Numbers / Số Lẻ [Balmat]
Marissa Nadler – New Radiations [Sacred Bones]
Motorbike – Kick It Over [Feel It]
Motorpsycho – ST [NFGS]
Mulatu Astatke – Mulatu Plays Mulatu [Strut]
Nadine Shah – Live in London [Live Here Now]
Neko Case – Neon Grey Midnight Green [Anti-]
Osees – Abomination Revealed at Last [Deathgod]
Paul St. Hilaire – W / The Producers [Kynant]
Psychedelic Porn Crumpets – Carpe Diem, Moonman [What Reality?]
Sanam – Sametou Sawtan [Constellation]
Sophia Djebel Rose – Sécheresse [WV Sorcerer]
The Bug Club – Very Human Features [Sub Pop]
Tune-Yards – Better Dreaming [4AD]
Ty Segall – Possession [Drag City]
Vibravoid – Remove the Ties [Tonzonen]
#albumsOfTheYear #AOTY #bestOf2025 #iMiglioriAlbumDel2025 #listone
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😳 La entrevista más incómoda de 1962: Elena Poliatovska, clasismo, canibalismo y un «prieto» 💥
Retrato de Elena Poliatovska, protagonista de una controvertida entrevista de 1962 que revela clasismo y prejuicios.🗞️ El archivo que nadie pidió… pero que hoy no pasaría desapercibido
En 1962, la revista La Mujer de Hoy publicó una entrevista con Elena Poliatovska que hoy sería un escándalo viral.
Entre frases cargadas de clasismo, prejuicios y anécdotas que hielan la sangre, Elena dejó claro que su visión de México era, por decir lo menos… problemática 😬🧊 «¿Quién era esa señora güera que vino a buscarme con un prieto?» 😶🌫️
La entrevista empieza fuerte.
En medio de cojines de terciopelo, con una chimenea encendida y té en mano, Elena preguntó 128 veces quién era esa «señora güera que vino a buscarme con un prieto» 🫠❗Sí, así tal cual lo dijo.
El lenguaje habla, y el clasismo también.
Y no fue una confusión casual, lo dijo repetidamente, como si la raza o el color del acompañante fueran lo importante.
Una frase que nos deja helados, no por el invierno de esa tarde de 1962… sino por el subtexto racial que arrastraba.😱 “Yo creía que en México se comían a la gente”
Cuando le preguntaron qué pensaba de México antes de llegar, su respuesta fue tan absurda como reveladora:
“Lo único que creía es que aquí se comían a la gente.
La primera vez que nos bañó una nana, a mi hermana y a mí, en la tina, y me agarraba una pata, yo estaba segura de que me la devoraría” 🫣Más que chiste, esto expone los prejuicios con los que creció: una mezcla de desinformación, racismo y miedo al “otro”.
Y esto lo decía mientras bebía su té como si fuera una anécdota simpática.🧸 Clase, privilegio y una travesura que no da risa
La entrevista también revela cómo vivió su infancia:
“Una vez inyectamos a la criada con una pluma llena de tinta. Se le puso el brazo como bola y mi abuelita nos regañó muy fuerte… entonces nos hincamos y gritamos:
¡Por favor, no nos mates, no nos mates! 😅”Lo cuentan como si fuera una simple travesura. Pero inyectar tinta a una trabajadora del hogar no es travesura:
es abuso infantil, violencia simbólica y muestra del entorno elitista en el que se crió.
¿Qué clase de juegos eran esos?🧬 Linaje, títulos y la Casa de los Azulejos
Elena también habló de su familia mexicana con tono entre nostalgia y confusión:
“Mi mamá, Paula Amor Iturbe, nació en Francia. Su papá, Paulo Amor, era dueño de la Casa de los Azulejos (sí, la del Sanborns 😱).
Mi abuela, Elena Iturbe, era hija de una rusa y de un hacendado queretano.
Los Iturbe huyeron a Francia durante la Revolución… sí, eran los reaccionarios 🙃”🧠 Entrevistadora profesional, entrevistada explosiva
“He hecho más de dos mil entrevistas y solo me han entrevistado como cinco veces” —dice Elena.
Y entre cuento y cuento, vuelve a preguntar por la señora güera y el prieto, como si no pudiera sacárselo de la cabeza 🤯🎭 Infancia en Berlín 6: teatral y caótica
Vivía con su abuela Lulú en una casa gótica:
Una página de la entrevista publicada en 1962 en la revista La Mujer de Hoy, con reflexiones sobre clase y privilegio.Entrevista de Elena Poniatowska en la revista ‘La Mujer de Hoy’ de 1962, reflejando una visión polémica de la sociedad mexicana.“Mi hermana trepaba a lo alto y gritaba ¡si no me das la muñeca, me tiro!
Éramos una calamidad… pero una calamidad de élite.” 💅💬 ¿Qué opinas tú?
¿Es esta entrevista una joya del periodismo retro o un espejo incómodo de una clase social que nunca se cuestionó?
¿Te parece divertido, ofensivo, revelador… o todo junto?Déjamelo en los comentarios 👇
Y si esta historia te dejó en shock, compártela. Que el pasado también merece análisis crítico 👀#ChismeVintage #clasismo #CulturaPop #ElenaPoliatovska #Entrevista1962 #RetroCringe
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Conferencia presidencial de Claudia Sheinbaum de este Viernes 28 de marzo 2025
Por Paola Ramírez | Reportera
La titular del poder Ejecutivo, Claudia Sheinbaum Pardo, ofrece su tradicional conferencia de prensa desde el Salón «Tesorería» de Palacio Nacional, en la ciudad de México, de este viernes 28 de marzo de 2025.
Desde el inicio de su mandato como titular de la Presidencia de la República, Sheinbuam Pardo sostiene su conferencia de prensa número 120, según contabiliza SPIN-Taller de Comunicación Política. –sn—
Versión estenográfica:
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Buenos días.
—Adelante—.
Tenemos una gran visita el día de hoy, está Julio César Chávez, que viene con Mauricio Sulaimán, y Rommel Pacheco, y Miguel Torruco.
Vamos a anunciar primero —siéntense, por favor—, primero vamos a anunciar, a firmar un convenio muy importante entre el Instituto Mexicano del Seguro Social y la Secretaría de la Defensa Nacional, porque los ingenieros militares van a construir los hospitales del Instituto Mexicano del Seguro Social.
Le vamos a dar la palabra a Zoé y después —¿al General Loza o al General secretario?—, al General secretario.
Y después de eso, vamos a anunciar la Clase Nacional de Box, y una carrera también que hay este domingo.
La campaña, en el marco de lo que estamos promoviendo, todas estas actividades, es “Por la paz y contra las adicciones”. Es una campaña que va a seguir durante todo nuestro gobierno. Y tenemos el orgullo, el privilegio de que esté Julio César Chávez con nosotros; muchas gracias, campeón, por estar aquí.
Entonces, vamos primero con Zoé —o el General secretario y luego Zoé, ¿cómo está?— Zoé, luego el General y luego firmamos el convenio, y después vamos con la Clase Nacional de Box.
—Adelante—.
DIRECTOR GENERAL DEL INSTITUTO MEXICANO DEL SEGURO SOCIAL, ZOÉ ROBLEDO ABURTO: Muchas gracias.
Con su permiso, Presidenta.
Buenos días a todos y a todas.
General secretario Trevilla. General Cervantes Loza. A todos los compañeros: Rommel; Miguel; Mauricio; campeón. A todos, gracias.
Desde 2019, uno de los primeros diagnósticos más importantes que se tuvieron fue la falta de crecimiento de la infraestructura médica en el Instituto Mexicano del Seguro Social. Por eso, desde entonces y hasta la fecha, se concluyeron y pusieron en marcha 14 hospitales, ya, más los nueve que estamos por concluir en este mismo año, en el 2025.
Desde 2020 —si podemos poner la primera—, inició una extraordinaria colaboración entre el Instituto Mexicano del Seguro Social y la Secretaría de la Defensa Nacional, en particular con los ingenieros militares, para construir hospitales con la mayor calidad, la mayor seguridad, porque en particular estos dos hospitales: el de Zaragoza, aquí en Iztapalapa, y el de San Alejandro, venían de demoliciones que también hizo la Sedena, producto del sismo de 2017.
Ahora, pasamos a esta siguiente gran etapa de la colaboración con el convenio que firmamos hoy, Defensa-IMSS, para la construcción de siete nuevos hospitales que queremos anunciar el día de hoy y que están ya próximos a iniciar su construcción.
El primero es el Hospital General Regional de Santa Catarina, en el estado de Nuevo León, un hospital de 260 camas para beneficiar a casi 300 mil personas derechohabientes, con 39 especialidades, resonancia magnética, tomógrafo, rayos X, salas de hemodinamia. Va a tener, el día que entre en operaciones, un total de 2 mil 531 trabajadoras y trabajadores. Es una superficie de construcción de 50 mil 635 metros cuadrados, en un área que requiere de mucho crecimiento, a partir del crecimiento que ha habido del empleo, sobre todo, por la industria automotriz.
El siguiente, también, es el Hospital General de Zona en San Luis Río Colorado, allá en Sonora, un hospital de 120 camas para beneficiar a 134 mil personas derechohabientes, con acceso a 34 especialidades. Igual, estamos haciendo hospitales muy resolutivos, ya no solamente es la cama lo que habla de las capacidades de un hospital, sino sus servicios, como en este caso los auxiliares de diagnóstico en imagen, es decir, los equipos médicos como resonancias magnéticas, tomógrafo, rayos X, mastógrafos. Es una plantilla laboral de mil 110 personas entre médicos, médicas, paramédicos, personal administrativo, que se desplanta en una superficie de construcción de 32 mil metros cuadrados.
El tercero es el Hospital General de Zona de Yecapixtla, en el estado de Morelos; es un hospital de 90 camas para el beneficio de 116 mil derechohabientes de ese estado, con 28 especialidades. Y lo mismo, tomógrafo, rayos X, mastógrafo, 984 personas es su plantilla.
Estos tres primeros ya tienen un proyecto ejecutivo que hemos, en el convenio, entregado a Sedena, y por eso serán los primeros tres que iniciarán su construcción. El resto, que también inician en este 2025 con este convenio con Sedena, son los siguientes:
El Hospital General Regional de Saltillo, Coahuila, anunciado por la Presidenta Claudia Sheinbaum en su gira por este estado, es un hospital de 260 camas para el beneficio de 736 mil personas, con acceso a 28 especialidades médicas y un equipo médico que incluye también resonancia magnética, tomógrafo, rayos X, mastógrafo; una plantilla de 2 mil 531 personas. Este hospital tendrá una superficie de construcción de 50 mil 241 metros cuadrados.
También otro hospital muy importante para el IMSS, para su crecimiento y para tener, estar en los indicadores del número de camas por derechohabiente es el Hospital General de Zona en Los Cabos, allá, en Baja California Sur, un hospital de 216 camas para el beneficio de 414 mil personas derechohabientes con acceso a 44 especialidades.
Y, lo mismo, un programa médico que incluye resonancia magnética, tomógrafo, rayos X, clínica de mama, clínica del dolor, gamma cámara y una sala de hemodinamia, allá, en Los Cabos, que ha tenido también un crecimiento importante por el sector turístico. Contará con 2 mil 531 trabajadores y una superficie de construcción de 42 mil metros cuadrados en un terreno donado por el gobierno del estado, de 50 mil metros cuadrados, de 5 hectáreas.
Y los últimos dos son el Hospital General Regional en Culiacán, en el estado de Sinaloa, un hospital de 216 camas, también, para un beneficio de 962 mil personas en esa región que concentra muchos derechohabientes, con acceso a 37 especialidades y también un programa médico que incluye resonancia magnética, tomógrafo, rayos X, mastógrafo; 2 mil 222 trabajadoras y trabajadores es su plantilla y una superficie de construcción de 39 mil 616 metros cuadrados.
Y, por último, también un hospital muy esperado durante mucho tiempo, anunciado también por la Presidenta Claudia Sheinbaum: el Hospital General Regional de Guadalupe, en Zacatecas. Es un hospital de 216 camas para el beneficio de 319 mil personas, con acceso a 42 especialidades, un equipo médico que incluye resonancia magnética también, tomógrafo, rayos X, mastógrafo; una plantilla de 2 mil 222 personas trabajadoras, entre médicos, paramédicos y el resto del personal; y una superficie de construcción de 70 mil metros, en 70 mil metros cuadrados de terreno y 42 mil metros cuadrados de construcción.
En total, con toda esta inversión que se hace, a partir del convenio, se va a beneficiar a casi 3 millones de personas derechohabientes del IMSS en los diferentes aspectos de la atención médica, sobre todo, en el segundo nivel; y también, en especialidades con las que no se cuenta actualmente en estos estados y que se traducen muchas veces en traslados a los Centros Médicos Nacionales aquí de la Ciudad de México o allá de Monterrey. Con esto, lograremos resolver en los propios estados con los hospitales del IMSS.
Es cuanto, Presidenta, nuestra información.
SECRETARIO DE LA DEFENSA NACIONAL, RICARDO TREVILLA TREJO: Con su permiso, señora Presidenta. Buenos días a todas y a todos.
Bien, les voy a comentar que la participación de la Secretaría de la Defensa Nacional, a través de los ingenieros militares, no es algo nuevo, ya en el pasado se había hecho. Hace mucho tiempo se construyó la carretera fronteriza en Chiapas, pero nunca en la dimensión como lo estamos haciendo en la actualidad, y esto nos provoca una gran satisfacción, porque todo lo que se hace es en beneficio del pueblo de México.
Nos complace mucho participar ahora en el crecimiento, en obras que contribuyen mucho en el crecimiento y desarrollo del país, por supuesto, sin descuidar el tema de la seguridad. Participamos con ingenieros que han adquirido una gran experiencia en obras como la de… Están los trenes que se van a construir en esta administración a Nuevo Laredo, a Nogales; el tren de carga en el sureste del país; varias carreteras también, que se están algunas construyendo y otras se les está dando mantenimiento.
Y, bueno, todo lo que ustedes ya conocen: Bancos del Bienestar; instalaciones, todas las instalaciones que se construyeron para la Guardia Nacional, y que también hay un plan muy ambicioso dentro del eje rector del plan, de la Estrategia de Seguridad Nacional, el número 2, que es el de la Consolidación de la Guardia Nacional, y que implica construir diversas instalaciones del nivel de batallón, de compañías, y con eso vamos a complementar el despliegue que tenemos en todo el país.
En unos momentos más, bueno, firmaremos el convenio con el IMSS, y ya el próximo sábado se dará inicio al hospital que se construirá en San Luis Río Colorado. Esto es motivo de satisfacción para todos nosotros, los militares, un reconocimiento especial para los ingenieros.
Muchas gracias.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Firmamos el convenio—.
(FIRMA DE CONVENIO SEDENA-IMSS)
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Bien importante. Son siete hospitales, se van a beneficiar con los siete hospitales: 2.9 millones de personas.
Y durante la construcción, preguntaba ahora al General Loza, que es el responsable de los ingenieros, militares, la mejor ingeniería que hay en México y no solamente su capacidad, su honestidad, sino su capacidad organizativa para poder terminar a tiempo lo que se les pide, en este caso, estos siete hospitales del IMSS.
Cada hospital de empleos directos son entre 10 mil y 20 mil; es decir, son siete hospitales, estamos hablando de 70 mil empleos directos que se van a generar durante este año con el inicio de la construcción solo de los hospitales, entre 70 mil y 100 mil empleos directos. Y en la construcción, sabemos que al menos indirectos son por lo menos dos veces más.
Entonces, además del beneficio para la salud de los derechohabientes y de todas y todos los mexicanos porque recuerden que vamos hacia un sistema unificado de salud, es la generación de empleos muy importante vinculada con la construcción de hospitales, además de los trenes y de todas las obras de infraestructura que vamos a desarrollar este año.
Bueno, vamos con… Primero, le voy a dar la palabra a Rommel porque este domingo hay una carrera, que también tiene que ver con la campaña de “Por la paz y contra las adicciones”.
—Entonces, Rommel, si quieres informar—.
Y después, vamos con la carrera… Con la Clase Nacional de Box.
―Adelante―.
DIRECTOR DE LA COMISIÓN NACIONAL DE CULTURA Y DEPORTE (CONADE), ROMMEL PACHECO MARRUFO: Gracias, Presidenta. Buenos días a todos.
Por instrucciones de la Presidenta y también por parte del secretario de Educación Pública, estamos organizando esta carrera especialmente enfocada, en un principio era bachiller, al final se amplió.
Va a ser el 30 de marzo, este domingo. A las 6:30 de la mañana es la convocatoria, el disparo a las 7:00 de la mañana.
De hecho, ahí tengo el kit de la gente que se está inscribiendo a los QR que están ahí. Si me permite, Presidenta, enseñárselo. Este es el logotipo de “Por la paz y contra las adicciones” que se va a estar usando en diferentes actividades que la Presidenta nos encargó, esta es una de muchas de las actividades.
Dentro de ella viene la playera con la cual va a correr, el chip que va a marcar la salida y la entrada; sale del Monumento a la Revolución, pasa por Reforma y termina en el Monumento a la Revolución.
Y adentro va a haber… Bueno, aquí hay una medalla, pero ahí el que llegue a la meta va a tener su medalla.
Y esta carrera no solo va a ser aquí en Ciudad de México, sino se va a replicar en las 32 entidades con apoyo de los Institutos del Deporte de cada estado y a su vez, se va a replicar en muchos de los municipios de nuestro país; esto con la instrucción de la Presidenta que el deporte sea una herramienta de transformación, que los jóvenes y la población, en general, se aleje de las drogas, se aleje de los vicios, se aleje del alcohol y haga deporte.
Entonces, Presidenta, esos son los detalles por parte de la carrera. Muchas gracias.
Y los esperamos este domingo 30 de marzo, 6:30 de la mañana, en el Monumento a la Revolución. Y los que son del interior del estado, coordinarlo con los Institutos del Deporte del estado, que normalmente se va a hacer en la mayoría de las capitales del país.
Muchas gracias.
Con su permiso, Presidenta.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Gracias, Rommel—.
Ahora sí, Mauricio —y luego, Miguel—, es un gran amigo, además de un gran promotor del deporte.
PRESIDENTE DEL CONSEJO MUNDIAL DE BOXEO (CMB), MAURICIO SULAIMÁN SALDÍVAR: Muchas gracias.
Muy buenos días.
Así como estuvimos hace un par de meses aquí para hacer el anuncio oficial, estamos muy emocionados porque ya es una realidad. Este próximo 6 de abril haremos historia, pondremos a México en un lugar único, porque nunca jamás en la historia de ningún deporte, de ningún país, de ninguna situación, se ha dado un evento como el que va a suceder, que es esta Clase Nacional de Boxeo.
Lo que nació como un sueño en el 2021, cuando iniciamos la convención del Consejo Mundial, se anunció: “Vamos a retomar esta clase masiva”, que en el 2022 se llevó a cabo rompiendo el récord Guinness y dejando a México en alto; 2023, se replicó.
Y ahora, el objetivo es una petición de nuestra Presidenta, quien nos puso a Miguel Torruco, a cargo, que ha hecho una labor titánica, yendo a todos los estados, ya le estará enseñando una increíble sorpresa y, sobre todo, a nuestros campeones.
Yo quisiera pedirle a Julio César que me acompañé un segundito porque… —Vénganse champ—.
Es muy penoso Julio César, pero Julio César ha sido el capitán de las clases previas, siempre será el máximo referente del boxeo mexicano, el gran campeón mexicano que orgullosamente puso a México durante muchos años en lo más alto como el mejor boxeador de todo el mundo, y este año cumple 15 años de una nueva vida sin adicciones.
CAMPEÓN MUNDIAL DE BOXEO, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: Ya 16, no me quites uno.
PRESIDENTE DEL CONSEJO MUNDIAL DE BOXEO (CMB), MAURICIO SULAIMÁN SALDÍVAR: Ah, ya 16.
Entonces, yo quisiera pedirle a Julio César que nos platique un poquito de cuál ha sido su vida en el ring y después del ring, porque es el mejor ejemplo para esta gran campaña por la paz y contra las adicciones.
CAMPEÓN MUNDIAL DE BOX, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: Gracias, gracias.
Gracias, señora Presidenta, por la invitación, gracias por subirse al ring en contra de las adicciones.
Como todos ustedes saben, yo tuve un problema de adicción que duró muchos años, pero gracias a un programa de recuperación el día de hoy tengo 16 años sin alcohol y sin drogas.
Actualmente, tengo clínicas en adicciones donde ayudo a mucha gente que tiene el mismo problema que yo tengo. Y gracias a Dios, hemos ayudado a muchísima gente, la verdad.
Y, la verdad, señora Presidenta, muchas gracias, la verdad, por esta labora tan grande contra las adicciones, ya que en México desafortunadamente estamos pasando por momentos difíciles, donde hay mucha drogadicción, donde hay mucha fentanilo, que mata, no solo destruye, sino mata a mucha gente; pero, afortunadamente, gracias a Dios, poco a poco vamos saliendo de esto.
Entonces, gracias por la invitación.
Y los esperamos este 6 de abril en el Zócalo en la Clase Masiva de Box, ahí vamos a estar presentes.
Saludos y bendiciones pa’ todos.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Ahora sí…
CAMPEÓN MUNDIAL DE BOX, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: Ah, y le voy a regalar —espérense— le voy a regalar a la Presidenta un reloj de campeona.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Del Consejo Mundial.
CAMPEÓN MUNDIAL DE BOX, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: Del Consejo Mundial.
PRESIDENTE DEL CONSEJO MUNDIAL DE BOXEO (CMB), MAURICIO SULAIMÁN SALDÍVAR: Y Julio iba a poner…
—¿Cuál es tu combinación favorita? A ver, de una vez una “sombrita” aquí. Es más, que todos se paren y hagan tu… ¿Cómo va a ser el 6 de abril?—
CAMPEÓN MUNDIAL DE BOX, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: Es para que aprenda la señora Presidenta…
PRESIDENTE DEL CONSEJO MUNDIAL DE BOXEO (CMB), MAURICIO SULAIMÁN SALDÍVAR: No, no, no. Entonces, ¿cómo va a hacer?
CAMPEÓN MUNDIAL DE BOX, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: ¡Pum!, gancho.
PRESIDENTE DEL CONSEJO MUNDIAL DE BOXEO (CMB), MAURICIO SULAIMÁN SALDÍVAR: El gancho al hígado, ¿verdad?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Ahora sí, Miguel—.
DIRECTOR NACIONAL DE PROMOCIÓN DEL DEPORTE Y BIENESTAR, MIGUEL TORRUCO GARZA: Con su permiso, señora Presidenta.
Amigas y amigos de los medios de comunicación:
Por instrucciones de la Presidenta de la República, la Doctora Claudia Sheinbaum Pardo, y en cumplimiento del punto 35 de los 100 compromisos de gobierno, donde se estableció: terminar con la vida sedentaria y apoyar al deporte comunitario impulsando Semilleros Deportivos, presentamos hoy la primera de muchas actividades e iniciativas nacionales que estaremos impulsando en materia de deporte social y vida saludable.
Se trata de una estrategia integral que va mucho más allá de solamente un evento. Les compartimos con orgullo la “Clase Nacional de Boxeo por la Paz y contra las Acciones”; una iniciativa de Estado que articula esfuerzos interinstitucionales entre diversas Secretarías y niveles de gobierno alineada a la política nacional de Construcción de la Paz y Atención a las Causas.
Esta acción tiene como objetivo canalizar las energías de nuestra juventud hacia el deporte, la cultura y la participación comunitaria como herramientas de desarrollo integral. Más allá de una simple clase de boxeo, representa un ejercicio de concientización social, que envía un mensaje claro y directo: el futuro de nuestra juventud está en la disciplina, en la salud, en los valores que transmite el deporte a la vida y no en las adicciones, y mucho menos en las redes delictivas.
La Clase Nacional de Boxeo se llevará a cabo de manera simultánea en todo el país el próximo domingo 6 de abril, en el marco establecido por la Organización de las Naciones Unidas como el Día Internacional del Deporte y Desarrollo por la Paz, siendo la sede principal el Zócalo de la Ciudad de México en punto de las 9:00 de la mañana, hora centro.
La señora Presidenta de la República encabezará la clase desde la capital, acompañada de la jefa de gobierno de la Ciudad de México, así como grandes leyendas del boxeo a nivel nacional e internacional.
Por cierto, aquí el compañero Mauricio Sulaimán no comentó a los invitados especiales. No sé si al final los digamos, quienes van a estar. ¿De una vez? Viene también “Manos de piedra” Durán, Roberto Durán, desde Panamá; viene también Oscar de la Hoya, y todas las leyendas mexicanas.
—”Que no venga”, dice el campeón—.
De manera coordinada, los 32 gobernadores y gobernadoras, encabezarán la clase desde sus principales plazas públicas y desde sus respectivos estados, acompañados por también campeones y campeonas, entrenadores y referentes del boxeo, quienes actuarán como embajadores de la paz en todos los 32 estados.
Al mismo tiempo, por medio de pantallas interconectadas, los 32 estados estarán enlazados en tiempo real, conformando una red nacional de participación, consciencia y unidad nacional.
En este ejercicio simultáneo de activación física estimamos una participación de alrededor de un millón de personas durante este momento histórico, donde se transmitirá la campaña nacional “Aléjate de las drogas. El fentanilo te mata”, impulsada por la Presidenta de la República con el propósito de generar consciencia sobre los riesgos de esta sustancia, especialmente entre la juventud mexicana.
A esta activación se unirán también cientos de municipios de todo el país, fortaleciendo esta Jornada Nacional por la Paz y Contra las Adicciones.
El objetivo es claro: impulsar la activación física a través de una política pública que atienda las causas estructurales de la prevención del delito y las adicciones.
La Presidenta ha impulsado el Humanismo Mexicano, una visión de Estado, donde la verdadera transformación comienza desde la raíz, me refiero: atendiendo las causas más profundas de la violencia y la desigualdad desde las colonias, los barrios, las escuelas, los parques y cada comunidad del país, donde se construyen valores y se siembra esperanza y, sobre todo, se siembra paz en un ámbito hacia lo local, a lo nacional.
Y estamos promoviendo el deporte social no como un espectáculo, sino como una herramienta de transformación social.
Elegimos el boxeo porque es un deporte que representa esfuerzo, superación, orgullo nacional y, sobre todo, esperanza colectiva. Aquí pueden ver a los grandes campeones y campeonas que nos ha dado México, encabezado, obviamente, por Julio César Chávez, el gran campeón mexicano.
México, por cierto, ha dado al mundo más de 200 hombres y mujeres, campeones y campeonas mundiales, 14 medallas olímpicas. Y muchos de ellos surgieron de comunidades vulnerables, muchas veces marcados por entornos de violencia y que, a través del deporte, transformaron esa realidad.
El boxeo les dio disciplina, un propósito, una ruta de vida positiva y hoy, grandes referentes internacionales, estos campeones que nos representan, dignos representantes del pueblo de México. El boxeo te forma, te enfoca y te convierte, sobre todo, en un campeón de vida.
La rutina de la Clase Nacional de Boxeo se ha implementado desde hace varios meses en los 32 estados de la República, enfocándose en niñas, niños, jóvenes, específicamente para la práctica deportiva, lo que ha generado resultados palpables en activación física, cohesión social y prevención de las adicciones.
Se ha brindado especial atención a municipios prioritarios con altos índices delictivos donde el deporte ha demostrado ser una poderosa herramienta de transformación tanto a nivel individual como a nivel colectivo.
Asimismo, Centros de Reinserción Social se han sumado a la Clase Nacional de Boxeo como parte de esta campaña en construcción de la paz y en contra de las adicciones que impulsa el Gobierno Federal.
El Instituto Mexicano del Seguro Social, el ISSSTE, el Conalep y diversas instituciones gubernamentales también participan con entusiasmo abriendo sus instalaciones y sumándose a sus comunidades educativas, sociales y laborales a esta gran activación nacional.
Durante la Clase Nacional de Boxeo contaremos con el respaldo y reconocimiento de organismos internacionales, como la Organización de las Naciones Unidas, la ONU, a través de su Oficina contra la Droga y el Delito, representada en México por Kristian Hölge, quien asistirá como testigo del compromiso de nuestro país ante la comunidad internacional.
También, se suma la Fundación Internacional Peace and Sport, que ha impulsado proyectos en comunidades vulnerables en todo el mundo, demostrando que el deporte es una herramienta universal, de inclusión, diálogo y transformación social.
Reconocemos el apoyo del secretario de Educación Pública, Mario Delgado, así como los 31 gobernadores y gobernadoras, la jefa de gobierno de la Ciudad de México, quienes respondieron con altura de miras al llamado de la Presidenta de la República y quienes se han sumado a esta iniciativa con auténtico sentido de unidad nacional y, sobre todo, visión de Estado.
Asimismo, agradecemos a las y los directores del deporte de todo el país, quienes hemos coordinado desde hace meses para llevar la rutina a cientos de miles de personas en todo el territorio nacional.
Agradecemos especialmente a maestras y maestros rurales, líderes de colonias, directores de escuelas y a todas las personas que se han sumado a este esfuerzo colectivo.
En ese mismo espíritu de unidad nacional queremos reconocer al Consejo Mundial de Boxeo, una de las instituciones más prestigiadas en cuanto al deporte a nivel internacional, y a su presidente, mi querido amigo, Mauricio Sulaimán, por su respaldo total a esta causa.
Gracias a su liderazgo, contamos con un símbolo que ha recorrido la nación entera: el Cinturón de la Paz, firmado por 31 gobernadores y gobernadoras, y la jefa de gobierno. Y en unos momentos, la Presidenta de la República lo firmará, consolidando así el compromiso nacional de unidad a través del deporte como una herramienta de transformación por la paz y contra las adicciones.
Señora Presidenta:
El próximo domingo 6 de abril hará historia una vez más, porque nunca antes se había logrado que toda la nación se pusiera en movimiento bajo una misma causa y al mismo tiempo, bajo la bandera del deporte como una herramienta de transformación para la construcción de paz y contra las adicciones.
Muchas gracias, señora Presidenta.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Otra vez vénganse todos, ahora sí que vénganse todos.
(TOMA DE FOTOGRAFÍA OFICIAL Y FIRMA DE CINTURÓN DE LA PAZ)
PRESIDENTE DEL CONSEJO MUNDIAL DE BOXEO (CMB), MAURICIO SULAIMÁN SALDÍVAR: —Se hace entrega del Guante de Oro, para que ahí lo lleve a esta gran lucha por la paz y en contra de las adicciones—.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Y contra algunos otros—.
CAMPEÓN DE BOX, JULIO CÉSAR CHÁVEZ: —Bueno, le voy a enseñar el primer… Izquierda y derecha. Ahí está—.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Muchas gracias.
—Vamos uno por uno. A ver, aquí en la izquierda y luego vamos para allá―.
PREGUNTA: Buenos días, Presidenta. Buenos días a todos, compañeras, compañeros, a todo el Gabinete, también.
Presidenta, preguntarle sobre este tema de boxeo, ¿y cómo acercar a los jóvenes?, ¿y también cómo alejarlos de las adicciones?
Preguntarle ¿qué estados son los que más se han acercado a estas clases?, ¿de qué edades? Sé que son jóvenes, pero si podemos precisar un poco más la edad.
Y también un mensaje a los jóvenes que probablemente han entrado a este camino de las drogas, que entiendan y que sepan que se puede salir de él; un claro ejemplo lo tenemos aquí con el campeón mexicano. Pero ¿un mensaje de su parte, Presidenta, por favor.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Miguel ha estado haciendo un trabajo muy importante, Rommel también. Miguel fue a todos los estados de la República con los gobernadores, las gobernadoras, la jefa de gobierno, y se ha incorporado el Instituto del Deporte de cada estado.
Entonces, estas fotografías que vemos ―a ver si las vuelven a poner― es un trabajo que viene desde hace meses; es decir, no solamente es el 6 de abril, que se va a ver coronado el esfuerzo de muchos meses y que va a ser algo muy bonito ver a personas de todas las edades, y particularmente jóvenes en todas las plazas públicas del país haciendo los mismos ejercicios de box, la misma rutina, encabezados por campeones y campeonas de box, y por todos los gobernadores y gobernadoras.
Entonces, son meses de trabajo en donde muchos jóvenes que desearon incorporarse, se han incorporado a este esfuerzo. Y la idea es que no solo se quede el 6 de abril, sino que esto continúe en seguir haciendo equipos, grupos que, a través del Instituto del Deporte y de la coordinación que encabeza Miguel Torruco, continúen en el deporte para evitar que se acerquen a las drogas y que se acerquen también a grupos delictivos.
El objetivo es que los jóvenes tengan opciones de vínculos relacionados con actividades deportivas y de construcción de la paz.
Muchas veces un joven, no solo por motivos económicos, sino sencillamente de identidad, que se siente solo que, por alguna razón, tiene problemas familiares, busca en las drogas o en grupos delictivos una opción de vida; y como hemos dicho: esas no son opciones de vida, son opciones de muerte.
Entonces, nosotros lo que estamos buscando es darles todas las alternativas posibles para que puedan incorporarse a una vida distinta. Y, obviamente, el deporte, su disciplina, su vínculo con la actividad física permanente y la alternativa de algo distinto, y juntarse con otros jóvenes a través del deporte, es una alternativa que se está desarrollando.
Ahora, ahí en los lugares en donde estamos con el programa de Atención a las causas, que todo el gobierno lo encabeza, la Secretaría de Gobernación y la Subsecretaría de Prevención del Delito en la Secretaría de Seguridad y Protección Ciudadana, estamos en algunos lugares en donde hay mayor incidencia delictiva; por ejemplo, en León, Guanajuato, en Tijuana, en Ciudad Juárez.
En algunos lugares en donde estamos haciendo esta actividad todavía más focalizada, ahí estamos con Jóvenes Construyendo el Futuro incorporando entrenadores de box y de otros deportes para que ellos sean los que se vinculen haciendo estas actividades que sean permanentes, que no solamente sean de una vez, sino que se puedan involucrar los jóvenes y de ahí, si tienen el talento, la disciplina, puedan ser también campeones como Julio César Chávez.
Ese es el objetivo de este trabajo tan importante, en donde desde el Gobierno Federal, desde la Presidencia de la República, estamos haciendo un llamado a los jóvenes a incorporarse a actividades distintas.
También vamos a anunciar, lo comenté ayer, actividades culturales, particularmente, relacionadas con la música, en donde jóvenes que a lo mejor el deporte no es su mayor preferencia, pero sí la música, pues pueden incorporarse a otras actividades que les permitan un desarrollo distinto.
Esta es la esencia de la política de seguridad, además del fortalecimiento de la Guardia, de la inteligencia e investigación, de las detenciones, de todo lo que tenemos que hacer en el ámbito de seguridad, necesitamos atender la causa profunda de por qué un joven decide involucrarse con una actividad delictiva o con las drogas.
PREGUNTA: Gracias, Presidenta. No me presenté. Aurora Castillejos, del Sistema Público de Radiodifusión del Estado Mexicano, SPR, y también Altavoz Radio.
Además, preguntarle: se están atendiendo las causas, usted ya lo decía, se hace en dos vías esta atención a las causas.
El día de hoy se reúne con la secretaria de Seguridad Interna de Estados Unidos, Kristi Noem. Saber ¿de qué van a platicar y si un poco va en este sentido también de atención a las causas y el combate con las drogas?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Sí. Ella está en una gira internacional y viene a México ya para cerrar esta gira.
Vamos a tener una reunión en donde va a estar la secretaria de Gobernación, el secretario de Seguridad. —¿Quién más va a estar?— Bueno, principalmente la secretaria de Gobernación, el secretario de Seguridad, el secretario de Relaciones Exteriores, obviamente, y su servidora, y ahí vamos a platicar con ella lo que representa para nosotros toda la política y estrategia de seguridad en nuestro país.
Entonces, se le va a informar de los cuatro ejes; más que informar, a compartir con ella lo que se está haciendo.
Y también, el trabajo de coordinación y colaboración que se ha establecido con Estados Unidos en el marco de la defensa también o en el marco de la soberanía nacional, siempre evitando cualquier intervención en nuestra soberanía; pero, al mismo tiempo, colaborando. Entonces, vamos a platicar con ella de todo esto.
Y, bueno, a ella le interesa también el tema de migración; vamos a hablar del tema de migración. Y va a ser una reunión cordial de coordinación.
PREGUNTA: Claro.
Además, preguntarle: ya que estamos en Estados Unidos, sobre la imposición de aranceles que ayer también era un tema que tocaba con el secretario de Economía, esta imposición de aranceles, por parte de Estados Unidos, ha golpeado a la industria automotriz y a las Bolsas de Valores en todo el mundo, empezando también por empresas norteamericanas.
¿En qué posición se encuentra México? ¿Y cómo se encuentra, también, la economía de nuestro país?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: México es el país que más integración en la industria automotriz con Estados Unidos. El año pasado se exportaron cerca de 2.5 millones de vehículos a los Estados Unidos, de México a los Estados Unidos.
Y como hemos explicado muchas veces, aquí se fabrican autopartes que viajan a Estados Unidos, allá se les incorpora otro producto, después vienen a México otra vez y de aquí, a Estados Unidos; en algunos casos el vehículo completo se arma en los Estados Unidos y en otros casos el vehículo completo se arma en México.
Entonces, es una integración que se ha dado por décadas. Evidentemente, cualquier arancel, pues afecta esa integración que tenemos y a las dos economías, afecta a Estados Unidos y afecta a México.
Entonces, por supuesto que nosotros no estamos de acuerdo en esta decisión unilateral de aranceles.
¿Qué estamos haciendo ahora?
Pues buscando con el gobierno de Estados Unidos que se fortalezca el Tratado Comercial.
El Tratado Comercial México-Estados Unidos-Canadá es la herramienta que le permite a Estados Unidos, a México y a Canadá, a Norteamérica competir con otras regiones del mundo, particularmente con China, que también es un gran fabricante de automóviles.
Entonces, lo que nosotros siempre hemos manifestado es que entre nosotros no competimos, entre nosotros nos complementamos para fortalecer la economía de los tres países.
¿Qué estamos haciendo ahora?
En estas pláticas que tiene el secretario de Economía, Marcelo Ebrard, con el secretario de Comercio de los Estados Unidos y el responsable de los Estados Unidos para el Tratado Comercial, lo que estamos buscando es que no se afecte esta integración comercial, México-Estados Unidos en la fabricación de vehículos, para proteger los empleos en México y los empleos en Estados Unidos, siempre ha sido nuestro argumento. Siguen, de todas maneras, las pláticas.
El 2 de abril Estados Unidos va a anunciar otros aranceles, no solamente… Porque es importante, estos aranceles que anunció no fue a México y a Canadá, sino a todo el mundo, pero nos afecta más a nosotros porque ahí es donde mayor integración económica de la industria automotriz.
Y hay que decirlo, además, principalmente de las empresas de capital estadounidense: General Motors, Ford, Stellantis, entre otras, son las empresas que más se ven afectadas y son empresas de capital estadounidense.
Hay que decir también que estas empresas también tienen fabricación de vehículos en China. Ayer lo decía, nosotros importamos vehículos completos de China a México que solo se venden en el mercado nacional, a nosotros también nos interesa que se fabriquen más en México.
Entonces, en estas pláticas que hay, lo que estamos buscando es el mejor acuerdo posible para que no afecte, sobre todo, el empleo en nuestro país. Entonces, en ese diálogo estamos.
El 2 de abril, anuncia Estados Unidos nuevos aranceles a todo el mundo, que es muy importante: es una política decidida por el gobierno de los Estados Unidos.
Y nosotros lo que hemos planteado es que vamos a esperar, porque ahora tenemos aranceles en acero y aluminio, lo que se anunció de la automotriz; lo que acordamos de que todo lo que sea dentro del T-MEC no tenga aranceles, pero fuera del T-MEC sí tenga aranceles.
Entonces, nosotros estamos trabajando una respuesta integral para el fortalecimiento de la economía nacional, y también tenemos que responder frente a una circunstancia unilateral.
Ahora, estamos todavía en el proceso de plática con Estados Unidos buscando garantizar que se mantengan los empleos en México, que siga la inversión en nuestro país y que no se afecte a Estados Unidos mismo, ni a Canadá ni a México. Entonces, en ese momento, en esa circunstancia.
Y vamos a estar informando todos los días al pueblo de México. Y las decisiones que estamos o que tomaremos, también van a ser informándoselas y acompañando con lo que significa la protección de la economía nacional.
PREGUNTA: A menos de una semana de que se dé este anuncio por parte de Estados Unidos, ¿el secretario de Economía se mantendrá en Washington o irá nuevamente a Estados Unidos?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: No, él ya está aquí, llegó ayer, y hoy tenemos una reunión. Ayer tuvimos una reunión larga con su equipo y el equipo de Hacienda, y otras áreas del gobierno. El día de hoy tenemos otra reunión, apenas voy a ver a Marcelo de manera personal, hemos estado hablando por teléfono; pero regresó él ya, ayer muy tarde de Washington.
Y también, él está en comunicación tanto con las empresas automotrices, como con el gobierno de Estados Unidos para buscar la mejor condición para que no se afecte el empleo.
Y este plan, que lo tenemos desde hace tiempo, pero ha variado también la posición de Estados Unidos, que será a partir del anuncio integral que haga Estados Unidos el 2 de abril. Y, de todas maneras, como lo dije ayer, el diálogo sigue con Estados Unidos.
Y el efecto que tuvo en las acciones, en las Bolsas de Valores de estas empresas fue importante, negativo, por esto, porque finalmente esta integración que se ha logrado para beneficio de ambos pueblos y países, va a tener efectos y buscamos el menor efecto posible.
PREGUNTA: Finalmente, mandataria, preguntarle: sabemos que la tortilla es uno de los alimentos que más se consume en nuestro país, es uno de los más importantes.
Saber si ¿hay en puerta algún tipo de negociación con estas organizaciones tortilleras para poner o fijar un precio en las tortillas, en el precio de las tortillas?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Estamos trabajando en varias áreas. Yo creo que la próxima semana ya va a ser difícil, pero la otra semana lo presentamos con el secretario de Agricultura y Desarrollo Rural, Julio Berdegué; con María Luisa Albores, que está al frente de Alimentación para el Bienestar.
Hemos estado hablando con las empresas harineras, con las nixtamaleras, con las tortilleras o las tortillerías, en varios esquemas que permitan bajar los precios y tener una mejor conexión entre el productor de maíz, particularmente el pequeño y mediano productor, y el producto final, particularmente en las tortillerías.
Si nosotros compramos tortilla en un centro comercial, es más barata.
¿Por qué es más barata? Primero, por la cantidad que ellos administran, pero además porque viene de harina de maíz, principalmente.
En las tortillerías una parte viene de harina de maíz y otra parte muy importante viene del nixtamal, que es la forma tradicional de hacer tortillas sin llegar a la harina. Y entonces, en las tortillerías es distinta la tortilla que compramos en tortillería que en una tienda comercial —a mí me gustan más las de tortillería— y es porque viene del proceso de nixtamal sin haber llegado a la harina.
Entonces, todo esto lo estamos trabajando.
Estamos haciendo un programa que ya está listo, que ya vamos a lanzar, que se llama “Cosechando Soberanía”, que tiene que ver con créditos a los productores. Y nuestro objetivo, además, es aumentar la producción de maíz en nuestro país, es parte del Plan de México, que disminuya la importación que tenemos.
En maíz blanco somos autosuficientes; en maíz amarillo, que se utiliza principalmente para el alimento de los animales, ahí si importamos muchísimo y principalmente de Estados Unidos.
Entonces es parte del programa “Sin maíz, no hay país” y de Cosechando Soberanía, ya lo vamos a informar.
PREGUNTA: Gracias, Presidenta.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: ―Acá―.
PREGUNTA: Buenos días, Presidenta. Meme Yamel, de The México News.
Primero, sobre el box, también en la administración del Presidente López Obrador se hicieron estas escuelas técnicas para fomentar el deporte, uno de ellos era el box.
¿Esta estrategia cómo se ha, digamos, que implementado junto con estas escuelas? ¿Siguen funcionando? ¿Cómo están funcionando?, ¿Cuáles son, quizás, estos casos de éxito? Porque estamos hablando de box, estamos hablando también de beisbol.
¿Y cuáles serían esos resultados que heredan y que hoy les dan continuidad?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —¿Quieres comentar Rommel o…?—
Sí, son dos escuelas de media superior ―en lo que se ponen de acuerdo―, son dos escuelas de educación media superior que diseñó el Presidente López Obrador que son para profesionalizar, digamos, o para personas que se quieren dedicar de manera profesional y que se vinculen con aquellos que detectan talentos para llevarlos, sea al beisbol en México o en Estados Unidos, son… Lo que no me acuerdo es cuántas Escuelas de Beisbol quedaron. Bueno, ahora les decimos —a ver si Mario nos dice—.
Y en el box, la principal es la de Tepito, la que quedó en Tepito, que está funcionando muy bien. La idea es fortalecerlo.
Entonces, esas Escuelas de Box, la idea es profesionalizar. Para todos aquellos que quieren ser boxeadores, que tienen talento, que quieren y tienen la voluntad y la disciplina para hacerlo, están estas escuelas.
Y aparte, está este deporte comunitario, masivo que estamos incorporando. De tal manera que a lo mejor una persona como yo, de 62 años, que quiere hacer deporte y no necesariamente me voy a volver boxeadora, quiero incorporarme a estas actividades; o un joven que no tiene la expectativa de ser boxeador, pero sí de tener la disciplina deportiva, puede incorporarse a estas formas comunitarias de aprendizaje y de desarrollo de la actividad física.
Entonces, digamos, son los tres niveles, ¿no?
Ahora les digo cuántas escuelas de beisbol quedaron. Y del box, la principal, es la de Tepito.
PREGUNTA: En otro tema, Presidenta, hay, obviamente, el asunto con Estados Unidos, tiene sus variantes. Y hace unas semanas estuvimos en Estados Unidos con los migrantes; ellos están planteando la creación de una circunscripción internacional, casos como se dio en Colombia o se da también en Italia, para tener una organización, mayor estructura y representación en México, pero desde Estados Unidos.
¿Podría plantear esta circunscripción internacional en una reforma electoral a futuro, evidentemente, porque estamos con el tema de la elección judicial? ¿Sería viable en un caso como el de México teniendo una diáspora tan grande de mexicanos en Estados Unidos, pero también en otras partes del mundo?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Pues habría que revisarlo.
Hoy existen los diputados y senadores migrantes tanto en la Cámara de Diputados, vinculados con sus circunscripciones en México.
Para quien nos escucha, “circunscripción” son distintos estados de la República que conforman una circunscripción electoral, y a partir de esa circunscripción existen los diputados de representación proporcional, es decir, los plurinominales.
Y, además, está la obligatoriedad de que en esos diputados, tanto a nivel local como federal, haya la representación migrante y en el Senado también.
No sé si el alcance de una circunscripción en Estados Unidos… habría que revisarlo, no lo tengo claro.
Lo que es muy importante, es la participación de nuestros hermanos y hermanas migrantes, tanto en la política de aquí como también en la de allá, porque muchos hermanos migrantes, la mayoría de los 28, 29 millones de mexicanos y mexicanas que viven allá ya tiene doble nacionalidad, porque nacieron en Estados Unidos, tienen años de vivir en Estados Unidos, hicieron su vida en Estados Unidos.
Algunos son de primera generación, es decir, que llegaron muy pequeños y obtuvieron su nacionalidad; algunos son de segunda generación, es decir, hijos de migrantes que ya nacieron allá e hicieron su vida allá; y algunos de tercera generación, ya nietos de migrantes que llegaron por primera vez a Estados Unidos. Entonces, muchos de ellos tienen doble nacionalidad.
Otros tienen su permiso de empleo o su permiso permanente, la llamada Green Card que durante muchos años se les dio.
Los ciudadanos estadounidenses que también tienen la nacionalidad mexicana, es importante que participen acá y allá, porque es muy grande la comunidad mexicana en los Estados Unidos.
PREGUNTA: ¿Se plantearía, quizás, algún tipo de promoción o de campaña para promover el voto o la participación de los paisanos, de los migrantes, tanto en elecciones mexicanas —se quejan mucho de que luego no hay una buena comunicación con los Consulados—, así como también su participación en Estados Unidos?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Desde el Gobierno de México no podríamos promover eso, porque nosotros no podemos intervenir en la política de los Estados Unidos, y siempre vamos a ser respetuosos. En lo que se refiere a la política nacional, pues sí, obviamente, lo que queremos es que haya mayor votación.
Yo tuve el privilegio de estudiar fuera. Digo “el privilegio” porque yo recibí una beca para poderlo hacer, estudié, hice mi doctorado con… tengo un título de la UNAM, pero toda mi investigación del doctorado, casi 4 años viví en el norte de California.
Y cuando estaba allá con mi familia, siempre nos preguntamos: “¿por qué los mexicanos no podían votar desde el extranjero?” Hicimos muchas movilizaciones enfrente de Consulados, para que se promoviera el voto de los mexicanos en el extranjero.
Hoy es una realidad, pero esa realidad es muy difícil participar, porque tener una credencial de elector del INE es complicadísimo. Y luego, para poder votar te tienes que registrar, y registrar dos veces, y luego el sistema no funciona adecuadamente.
Todo eso depende del Instituto Nacional Electoral que se hace a través de los Consulados, que es la mejor vía para hacerlo. No depende directamente de la Secretaría de Relaciones Exteriores, los Consulados prestan su espacio para que el INE lo pueda hacer.
Y nuestro objetivo es que se simplifique la obtención de la credencial de elector y la participación de los mexicanos para que puedan decidir los mexicanos que viven en Estados Unidos y en otras partes del mundo también sobre quién gobierna en México, porque son mexicanos, aunque vivan en el exterior.
PREGUNTA: Sobre el mismo sentido, ¿ellos podrían —ahorita que se presenta lo de la CURP— podrían los migrantes solicitar también su CURP, por ejemplo, en los Consulados, también tener esa CURP como identificación?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Ya lo hacen, ya lo hacen.
Vamos a explicar lo de la identidad nacional, cómo quedó finalmente, en la ley. Ya hoy son muchos ya son muchos temas, otro día lo platicamos. Pero sí.
Y queremos que esté vinculado a otros derechos como, por ejemplo, el derecho a la salud, para que tenga también sentido esta identidad. Entonces, sí, también sería para los mexicanos allá.
PREGUNTA: Últimos dos temas, uno para el titular del IMSS y…
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Ah, mira, hay siete bachilleratos tecnológicos y deportivos: Hermosillo, Ciudad Obregón, Veracruz, Texcoco, Campeche, Tepito y Tlaxcala.
PREGUNTA: Son siete, ¿entonces?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Sí.
PREGUNTA: Gracias, Presidenta.
Solamente estos dos, muy rápidos: hay una emergencia climática en la comunidad de Las Barrancas, en Veracruz. La periodista Sofía Otero fue a documentar cómo la comunidad está en un grave riesgo, dado que el nivel del mar está destruyendo vivienda. Y el planteamiento es si ¿se podría trabajar allá para hacer una reubicación de la comunidad, como en algún momento se hizo en El Bosque, en Tabasco?, ¿es posible?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Sí. Le pedimos a Laura. Laura está ahora… Porque ayer hubo una lluvia muy, muy intensa en Tamaulipas, en Reynosa, particularmente. Ella estaba allá, acaba de regresar hoy muy temprano. Está obviamente la Secretaría de la Defensa con el Plan DN-III-E, y Guardia Nacional también apoyando a la población.
Y revisamos también el caso de Veracruz.
PREGUNTA: Y ya solo el último, es sobre el tema del desabasto de crizotinib, en el Instituto de Cancerología todavía a varios pacientes les dicen que no tienen el medicamento. Es un medicamento bastante costoso; más allá, va encima de los 99 mil pesos por caja.
Entonces, si ¿se tiene algún tipo de actualización sobre el abasto de este medicamento en particular?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Preguntamos a Eduardo Clark.
La gran mayoría, prácticamente todos los medicamentos para atención de cáncer, ya están adquiridos y están en su lugar. Hay algunos que se utilizan para determinado tipo de cáncer, que lo que se hace, en vez de hacer una compra masiva, es que se adquieren en particular cuando se necesitan.
Vamos a ver este medicamento que dices por qué no está en Cancerología.
PREGUNTA: Muchas gracias, Presidenta.
PREGUNTA: Muy buenos días, Presidenta, a los presentes, compañeros periodistas. Mi nombre es Santiago de Llano, de Ecos Media Mx.
Mi primera pregunta, Presidenta, sería para el director Miguel Torruco, y una pregunta de nuestro compañero más joven en Ecos Media, Pablo Olivera que, en parte agradece, por supuesto, el esfuerzo que se ha realizado para que se lleve a cabo esta clase masiva de box una vez más. Y, obviamente pensando en que es una manera de promover este deporte, esta disciplina hacia las juventudes.
¿Qué otra manera más adelante podemos ver, una vez que se concluya la clase masiva, para que los jóvenes se puedan involucrar más en esta disciplina, para que se puedan asesorar?
Usted comentaba de Semilleros Deportivos, también la Presidenta mencionó estos bachilleratos. ¿Qué otros elementos, otras áreas, otros lugares podemos tener para podernos informar y hacer deporte?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: A ver, que conteste Miguel y luego Rommel también, que tiene una parte importante.
DIRECTOR NACIONAL DE PROMOCIÓN DEL DEPORTE Y BIENESTAR, MIGUEL TORRUCO GARZA: Muchas gracias.
Como sabemos, el deporte es una herramienta de transformación social que debemos profundizar para el pueblo de México, la niñez, la juventud y, sobre todo, ejercer ese cambio social que tanto requiere México y sembrar la semilla de la paz por medio de la disciplina y los valores que implican el deporte.
Ya tenemos una alianza. El secretario de Educación Pública, Mario Delgado, firmó un acuerdo con la FIFA, con la Federación Mexicana de Futbol, y se lanzó ya el Torneo Nacional de Primarias para iniciar en el año 2025 y aprovechar también que viene el mundialista. Ese será un gran evento, un gran torneo a nivel nacional donde será en ambas vías, varonil y femenil.
Estamos pensando que el año próximo ya sea primaria, secundaria, preparatoria, hasta universidad, igual en colaboración con la FIFA y con la Federación Mexicana de Futbol, activando a niñas niños, sobre todo, de las escuelas para que tengan este ímpetu, esta fuerza interna de que ellos puedan llegar a la gran final, representar a sus estados, incluso convivir con la Selección Nacional.
Es un acuerdo que tenemos con la Federación Mexicana de Fútbol y hay más iniciativas que más adelante presentaremos.
Con permiso, Presidenta.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Rommel, ¿quieres…? Lo de las Olimpiadas—.
Sí, es que hay un torneo…
DIRECTOR DE LA COMISIÓN NACIONAL DE CULTURA Y DEPORTE, ROMMEL PACHECO MARRUFO: También de los bachilleres se empiezan a abrir el próximo ciclo escolar dos: Puebla y Morelos, que se van a incorporar; y serían nueve los bachilleres que se están incorporando.
Los bachilleres van directamente a la gente que quiere estudiar y enfocarse en el tema de especialización del deporte. Dentro de la red de Conade está la ENE, que es la Escuela Nacional de Entrenadores, que el que quiera ser licenciado en entrenamiento físico pueda entrar al ENE.
Y hay unos grandes juegos que fueron creados hace mucho tiempo que hoy retoman ese origen que se llama “Olimpiada Nacional”, que es la gran final en la cual participan 45, entre 45 y 50 mil niños de todo el país de 51 disciplinas.
Y para poder llegar a eso tienen que pasar diferentes fases, desde el municipal, estatal, regionales, macrorregionales, todo el país se activa en estas 51 disciplinas, hasta llegar a la gran final, que es la Olimpiada Nacional, que hace dos días fue la develación del evento que se va realizar en cinco estados: Jalisco, Puebla, Tlaxcala, Colima y Yucatán.
Y dentro de la estrategia que nos ordenó y nos instruyó la Presidenta de la República es que el deporte llegue a todos lados, desde los municipios en las escuelas con Secretaría de Educación Pública y que las Federaciones, que también forman parte del deporte y todo el ecosistema del Sistema Nacional del Deporte estemos integrados a una estrategia.
Sí es mayor número de resultados deportivos, pero para poder llegar ahí tienes que hacer un gran semillero y que sea popular y accesible a todos.
Entonces, desde la Conade, educación y trabajando en las 32 Mesas de Paz con Secretaría de Gobernación en esta gran Estrategia de Paz, estamos integrando con muchísimas Secretarías que el deporte llegue y se complemente para que todas las mexicanas y los mexicanos tengan acceso al deporte por salud y por paz.
Muchas gracias.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Platica de lo que hace la Sedena—.
DIRECTOR DE LA COMISIÓN NACIONAL DE CULTURA Y DEPORTE, ROMMEL PACHECO MARRUFO: Ah, pues gracias al gran apoyo de Defensa, muchos de los atletas representamos al Ejército, que nos dotan de servicio médico, de prestaciones y si cumplen los 20 años de servicio, pues tienes derecho a una…
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —Pero platícales cómo fue te (inaudible)—.
DIRECTOR DE LA COMISIÓN NACIONAL DE CULTURA Y DEPORTE, ROMMEL PACHECO MARRUFO: Pues, como bien saben, mi nombre es Rommel, viene de ese ámbito. Y desde niño siempre me gustó el poder integrar el Ejército.
Cuando cumplo 18 años… Cuando yo cumplo 11 años llegó al Comité Olímpico, me seleccionan a los 11 años y vivo en el Comité Olímpico Mexicano, que está al lado de Ejército Nacional. Y habían atletas de pentatlón que pertenecían al Ejército, yo los veía todas las mañanas, uniformados, y yo dije: Yo algún día quiero pertenecer al Ejército.
Cumplo 18 años, voy a Popotla, pido mis papeles. En ese momento era Ejército o deporte. Y después se abre un programa en el cual muchos de nosotros como deportistas nos dimos de alta gracias a ese programa, y hoy el Ejército tiene grandes y muchos de nuestros medallistas, como Osmar, Gabi, que representan al Ejército, que es un gran, gran, gran apoyo para el deportista, por toda la red de apoyo que es el Ejército.
Así que lo agradecemos.
Y de hecho, ahorita uno de los elementos del Ejército está compitiendo en equitación este fin de semana, que ha dado muy buenos resultados. Y alrededor del mundo tenemos diferentes atletas que están compitiendo.
Si gustan, más adelante damos el informe de qué está haciendo la Conade en estos 179 días en el deporte social de alto rendimiento y el camino hacia los Juegos Olímpicos de Los Ángeles 2028.
Muchas gracias.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —¿Quiere comentar algo de eso, General? Es bonito. Luego no se sabe, la verdad—.
SECRETARIO DE LA DEFENSA NACIONAL, RICARDO TREVILLA TREJO: Esta es otra manera de apoyar a la juventud, a los niños, a la juventud y, por cierto, ya tenemos pláticas con Rommel Pacheco, porque también trae algunos proyectos muy interesantes que los podemos apoyar.
Y sí, nuestros deportistas que se dan de alta, les damos todo el apoyo que se puede.
Se están incrementando muchos apoyos; por ejemplo, los que tienen Tiro Olímpico, estamos abasteciendo ahora de cartuchos para que entrenen más todavía. Un cartucho no de los que se fabrican en el Ejército, muchos de ellos son comisionados, asegurados, perdón, vemos que estén en buenas condiciones y se los damos. Los apoyamos con nuestras instalaciones militares que tenemos.
En el caso de equitación, bueno, ahora, ahí no lo habíamos hecho, pero ya también jinetes que tienen muchas habilidades, reconocidos, con la producción de caballos que tenemos nosotros, ellos también, les damos oportunidad, que vean nuestros caballos, que los escojan.
Y apoyamos con las inscripciones, con viáticos, también, en fin. También eso nos da una satisfacción muy grande.
Y dentro del personal de tropa, por cierto, en boxeo también hay muy buenos elementos en el personal de tropa, y se les da todo el apoyo que se puede.
Gracias.
PREGUNTA: Presidenta, teniendo la presencia del campeón Julio César Chávez en la Clase Masiva de Box y usted como campeona de la paz, ¿se pondrá los guantes?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: No sé, todavía estamos…
PREGUNTA: Pero ¿usted se pondrá los guantes?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Vamos a estar encabezando la inauguración, que es lo importante, para dar el banderazo.
PREGUNTA: “Aguas”, Bukele.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: No, no, no. A ver: Paz, amor y paz.
PREGUNTA: Presidenta, en otro tema, la semana pasada surgió… Bueno, en “mañaneras” pasadas el subsecretario Eduardo Clark mencionó el tema de Birmex, de la compra de estos productos que no se compraron al mejor precio, y que se está llevando una investigación por parte de la Secretaría Anticorrupción y Buen Gobierno.
Quería preguntarle al director Zoé Robledo, si ¿hay avances en esta investigación que nos pueda compartir acerca del caso, si hay resultados, también?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Bueno, Zoé no tiene que ver en esta parte.
Es importante, a ver, son cuatro instituciones, cinco, vamos a decir: tres instituciones que brindan la atención a la salud, y la prevención, obviamente, sin considerar obviamente Sedena, Marina, Pemex, etcétera, 3 principales para toda la población:
IMSS, Instituto Mexicano del Seguro Social. Que es para todos los trabajadores que están afiliados, que están principalmente trabajadores de empresas privadas o que se afilian por su cuenta.
2. El ISSSTE. Que es para los que somos trabajadores del Estado.
3. IMSS-Bienestar. Para quien no tiene una institución de seguridad social, pero que se les da la atención a la salud de manera gratuita, incluidos los medicamentos.
Por otro lado, está la Secretaría de Salud, que es quien coordina todos los esfuerzos. Por ejemplo, la próxima semana vamos a anunciar algo muy importante que han estado haciendo ya por muchos meses, que es…
—¿Cómo le llaman, Zoé?—
DIRECTOR GENERAL DEL INSTITUTO MEXICANO DEL SEGURO SOCIAL, ZOÉ ROBLEDO ABURTO: Los Protocolos Nacionales de Atención.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Los Protocolos Nacionales de Atención, porque muchas veces uno va al médico y te dicen… un médico te atiende de una manera y otro médico te atiende de otra manera, aunque tengas el mismo problema. Entonces, hay protocolos que se están diseñando para todos los médicos en el país, públicos y privados, obviamente, como orientación general.
Y luego está Birmex.
¿Qué hace Birmex? Birmex lo que hace, es la institución que al final compra los medicamentos bajo la coordinación de la Secretaría de Salud; Eduardo Clark está en la Secretaría de Salud.
Birmex es ya la institución que compra los medicamentos y los distribuye al IMSS, al ISSSTE y al IMSS-Bienestar.
En la parte de la compra de medicamentos, en un porcentaje pequeño de las claves, en la revisión, y gracias a la revisión permanente que se tiene, se encontró que se estaban comprando medicamentos a un precio mayor del que habían ofertado otras empresas.
Y ahí es donde se para y se dice: “A ver, no, hay que revisar eso y quién es quien firma el contrato para poder darle a otra empresa que no era la mejor en precio y calidad la oferta de medicamentos”.
Entonces, esa parte quien la está llevando —por ley debe ser así— es la Secretaría Anticorrupción y de Buen Gobierno.
Ellos van a… Para empezar fue preventivo, porque se evitó que se compraran medicamentos a mayor costo.
Y segundo. Pues las responsabilidades de cada uno de los que estaban ahí, quién fue quien hizo esta actividad ilegal y las responsabilidades a las que conlleva.
PREGUNTA: Por último, Presidenta, en el ambiente de competencia de la agenda mediática que vivimos la semana pasada y esta, promovida tanto desde fuera de México y tanto por medios corporativos, ¿cree usted que haya quedado suficientemente claro que su gobierno no va a permitir que se juegue con la verdad ni con el dolor de las víctimas, y que el pueblo exige investigaciones transparentes y sin sesgos mediáticos?
El pueblo de México merece información veraz, no las manipulaciones mediáticas que buscan confundir.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Nuestro compromiso está, y ese hay que demostrarlo todos los días, todos los días. Si nosotros tenemos apoyo popular, fuerte apoyo del pueblo de México, primero, es porque no hemos traicionado lo que somos y nunca lo haremos; y lo más importante para nosotros es servir a la gente, servir al pueblo de México.
Y casos como este u otros casos, en donde participan también otras instituciones, como la Fiscalía General de la República, nuestro objetivo siempre es que se diga la verdad, siempre, y que se haga justicia. Atención a las víctimas, verdad y justicia, eso siempre, nuestro compromiso, y eso se tiene que demostrar todos los días.
PREGUNTA: Muchas gracias, Presidenta.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: —A ver, allá atrás—
PREGUNTA: Nada más va a ser una de box, exactamente, y sobre el tema. En primera instancia, bueno, recordando que como jefa de gobierno, usted como jefa de gobierno, se impulsó que se hiciera un… bueno, se luchara por un récord Guinness.
La pregunta sería…
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: ¿Si vamos por otro récord Guinness?
Es que ese es más difícil porque tiene que haber inspectores, ¿o cómo se llaman?
INTERVENCIÓN: (Inaudible)
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: No, pero las personas que vienen de Guinness.
INTERVENCIÓN: Visores.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Visores —se llaman— de Guinness, que tendrían que estar en cada lugar de la República; entonces, por ahora no.
PREGUNTA: En Ciudad de México se podría.
Le iba a comentar por lo siguiente: ahorita revisando, no hay, bueno, en la cuestión de “Categoría” no hay, por lo menos, no hay un récord Guinness de un país, precisamente de una actividad de este deporte o de esta índole, de un país reuniendo a toda la gente precisamente para lo que es por la paz y por lo que es las drogas. Eso sería, por un lado.
Por el otro lado, también preguntarle al campeón, a Julio César Chávez, ¿qué representaría en todo caso, también luchar por otro récord mundial?
Usted tiene un récord mundial por llenar el Estadio Azteca en una función de box y, obviamente, por el mayor número de peleas ganadas. Entonces este…
INTERVENCIÓN: (Inaudible)
PREGUNTA: Entonces, sería un cuarto, un cuarto.
Precisamente están hablando de hacer historia, estamos hablando de que el deporte, uno, hay Récord Guinness, hay un llamado precisamente a que la gente se una en contra de las drogas o —como decía aquí el campeón— darle un “gancho” a la drogadicción, un “gancho” a la delincuencia y jalar precisamente a los jóvenes aquí a hacer deporte.
Le digo, no sé cuánto tiempo se necesite para hacer eso.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Por ahora no estamos, no planteamos lo del Récord Guinness.
Va a haber récord, va a tener un cuarto el campeón Julio César Chávez en la convocatoria a la Clase Nacional de Box, porque…
—¿Cuánto dijiste que es la expectativa, Miguel?—.
DIRECTOR NACIONAL DE PROMOCIÓN DEL DEPORTE Y BIENESTAR, MIGUEL TORRUCO GARZA: Alrededor de un millón de personas.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Un millón de personas participando en este evento. Más allá de si hay un Récord Guinness o no, va a ser histórico.
PREGUNTA: En efecto, bueno, muchas gracias. No me presenté. Juan Hernández, de Diario Basta, Tabasco Hoy, Campeche Hoy y Quintana Roo Hoy, y de Grupo Cantón.
Muchas gracias.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Gracias.
—Bueno, a ver, la última, porque vamos con “Suave Patria” y terminamos. A ver aquí. Te tocó segunda fila, Carlos, ahora—.
PREGUNTA: Muchas gracias, Presidenta. Buenos días. Yareth Arciniega, de Revista Fortuna.
También, sobre la compra consolidada de medicamentos.
Si bien la Secretaría Anticorrupción intervino con éxito en la adquisición de medicamentos genéricos y materiales quirúrgicos evitando la corrupción y el sobrecosto, en revista Fortuna hemos realizado una investigación sobre la adquisición de medicamentos de patentes que, bajo la premisa de construir una mejor solución terapéutica, aún se siguen comprando caros respecto a otros medicamentos que también siendo de patente ofrecen la misma solución a un menor costo.
Le comento esto porque —como se conoce en economía de la salud— el Estado mexicano desde la Secretaría de Salud tendría la oportunidad de comprar medicamentos de patente más baratos, aplicando la sustitución terapéutica para atender a más mexicanos en padecimientos crónicos reduciendo, por ejemplo, la inversión en hospitales.
¿Se tomó en cuenta esta posibilidad en la compra de medicamentos de patentes, Presidenta, que es, por mucho, una de las inversiones más altas para garantizar el acceso a medicamentos para la población?
¿Podrían los médicos tener más información sobre los medicamentos de patentes que tienen mejores precios para que no pidan los más caros?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Se hizo un esfuerzo muy grande ―ahí sí Zoé nos puede ayudar a informar―, se hizo un esfuerzo. Lleva muchos meses esto, incluso desde antes de que entráramos al gobierno, y ya cuando entramos ya más formal; con la autorización del entonces Presidente López Obrador, nos permitió iniciar este proceso.
¿Qué medicamentos se compran? Eso viene desde abajo, de los propios médicos.
Y en este caso, se hizo un trabajo muy importante para evitar duplicidades. Hay casos, por ejemplo, en donde un Centro de Salud pide un medicamento que tiene el mismo medicamento, pero que viene empaquetado en 14 tabletas o con cierta cantidad de miligramos por tableta; y en otro Centro de Salud se pide el mismo medicamento, pero no con 14, sino con 21 y, en vez de 50 miligramos, 25. Y luego, si no hay ese, se dice que “hay desabasto”, aunque en realidad sí existe el medicamento.
Ahora, se hizo un esfuerzo muy grande para que se unificara todo eso y se sigue trabajando en ello.
—No sé si quieres platicar Zoé—.
DIRECTOR GENERAL DEL INSTITUTO MEXICANO DEL SEGURO SOCIAL, ZOÉ ROBLEDO ABURTO: Claro que sí, Presidenta.
Sí, el proceso que, efectivamente, inició desde hace tiempo y que se ha ido perfeccionando, parte de esto que se conoce como “la triple optimización”.
La primera parte tiene que ver con, justamente, identificar cuál es el mejor tratamiento que existe. Y esta es una definición que hacen los cuerpos médicos de todas las instituciones; se hacen grupos por padecimiento, grupos por terapia, y a partir de eso se van identificando cuáles son los mejores, sin que haya un criterio económico, simplemente cuál es lo mejor.
Algo bien importante respecto a las compras consolidadas que se hacían antes, en los sexenios anteriores a la Cuarta Transformación, tenía que ver que era más bien una suerte de comprador único, pero se podía comprar diferentes medicamentos para el mismo padecimiento a diferentes instituciones.
Aquí la consolidación parte primero, de esa… la primera optimización que es la terapéutica.
La segunda tiene que ver con los temas de salud pública.
¿Qué significa esto? Que se identifican las poblaciones para calcular las demandas, es decir, cuánto se va a necesitar de cada medicamento y cuáles son las mejores presentaciones en el mercado.
Hay muchas veces avances, para que un medicamento que antes tenía 2 tomas al día, se conviertan en una a la semana, cosas de esa naturaleza, que nos permiten en las instituciones lograr algo que es bien importante: la adherencia al tratamiento. Porque una vez que uno recibe su receta y recibe sus medicamentos, también procuramos siempre que los pacientes sigan el tratamiento, es muy común el abandonarlo a los 2 o 3 días, cuando alguien ya se siente bien.
Entonces, muchas veces tiene que ver con las presentaciones.
Y la triple optimización, la última, es la parte económica. Teniendo la consolidación se puede alcanzar mejores precios por volumen para medicamentos que, si se compraran de manera individual por cada institución o incluso por cada hospital, resultaría muy oneroso.
Ahora, siempre con el tema de patente, medicamentos que tienen patente, incluso siempre se inicia los consolidadores, en este caso Birmex, guiados por Salud, siempre inician por patente y lo que se conoce como “fuente única”; porque no hay proceso de licitación, por decirlo de alguna manera, cuando solamente uno es vendedor.
Pero también se identifica cuando hay sustituciones terapéuticas que tengan la misma calidad o superior, entonces se emigra a otro tratamiento.
Hay un proceso permanente de depuración, también de las claves. Lo que antes se conocía como el “cuadro básico” de cada institución, hoy hay un solo compendio nacional que también se está depurando todo el tiempo.
Ahora, con la consolidación de IMSS-Bienestar aparecieron en muchos estados, que antes eran de la Secretaría de Salud, demandas que incluían medicamentos que ya nadie fabricaba y que entonces se pedían y necesariamente quedaban desiertas esas claves, y se buscaba alguna compra extraordinaria o emergente, o incluso, tratamientos de generación pasada que se sustituyeron por los de última generación.
Pero siempre se está procurando eso, las tres eficiencias: la terapéutica, lo mejor que exista en el mercado en términos de terapias; la de presentación o de salud pública; y, obviamente, la económica, con la que se han logrado muy buenos resultados en ahorros, sin descuidar ni cantidades ni calidad.
PREGUNTA: Muchas gracias.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Recordar, porque parece que surgió ahora todo.
O sea, recuerden todo el periodo de la gran corrupción vinculada con algunas empresas distribuidoras de medicamentos, que fue el grave problema, entre otros, del Seguro Popular; negocios gigantescos que se hicieron al amparo del poder público, beneficiando a ciertas empresas distribuidoras, ni siquiera fabricantes de medicamentos, todo el tema del desabasto. Que, por cierto, en Colombia están haciendo algo y ahora, resulta que también hay desabasto de medicamentos porque se afectaron intereses.
Entonces, hay un trabajo previo que se hizo durante el sexenio del Presidente López Obrador y ahora, se compró a productoras. Eso es muy importante, porque quienes hacían los grandes negocios eran las distribuidoras que se encargaban de comprar a otros y de distribuir a cada centro de salud y a cada hospital; ahora no, se compran los medicamentos a productores de medicamentos y la distribución la hace Birmex y también nos ayudan los gobiernos de los estados.
PREGUNTA: Muchas gracias, Presidenta.
Será hoy cuando la Secretaría de Hacienda y Crédito Público entregue el Informe de Finanzas y Deuda Pública correspondiente al último bimestre. Además, el próximo 1º de abril se enviará al Congreso los precriterios generales de política y económica para 2026, Presidenta. También, se espera ya, que los diputados aprueben el Plan Nacional de Desarrollo.
¿En qué medida la decisión unilateral…?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Ya se aprobó, creo, el Plan Nacional de Desarrollo.
PREGUNTA: ¿En qué medida, Presidenta, la decisión unilateral del gobierno de Donald Trump de aplicar aranceles ha complicado el camino que ha marcado su gobierno para lograr la consolidación fiscal, la reducción de la relación deuda-PIB, sin afectar los recursos que necesita el mercado interno y la inversión en infraestructura como los trenes o la infraestructura hidráulica?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: En nada. La economía de México está muy fuerte.
Y diario veo el ingreso, me lo envía Antonio, del SAT, y estamos como 6 puntos, 6 por ciento arriba en términos reales, del año pasado, en recaudación. Agradecer, además, a la gente porque está pagando los impuestos.
El lunes se cierra, el 31, la declaración de personas morales, el próximo año de personas… perdón, el próximo mes personas físicas; y, la verdad es que va muy bien la recaudación.
Y bueno, estamos construyendo siete hospitales más, los trenes, carreteras, obras de agua, vivienda, y eso ayuda mucho a la economía, la obra pública, que se vincula con empleo y con mercado interno.
PREGUNTA: Presidenta, ¿será necesario pensar para 2026 en una reforma fiscal, sobre todo, tomando en cuenta que algunos de los grandes contribuyentes…?
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Hoy estamos hablando de box.
Vamos, si quieres, otro día traemos al secretario de Hacienda y hablamos de finanzas. Hoy cerramos con la Clase Nacional de Box.
Cerramos el día de hoy.
—Vamos con “Suave Patria”, Bulmaro, para cerrar la conferencia—.
DIVULGADOR DE LENGUAS INDÍGENAS, BULMARO JUÁREZ SÁNCHEZ: Con su permiso, Presidenta.
Xiban!, desde Palacio Nacional. Les acabo de saludar en o’dam, una de las lenguas originarias que todavía se habla en el estado de Durango.
En nuestro México tenemos el orgullo de ser un país con una diversidad impresionante. Desde el selvático sureste hasta los desiertos del norte, la tierra nos llama a la creatividad. Dentro de estas riquezas se encuentra un lugar de una tierra muy rica en minerales, que se encuentra en una zona semidesértica.
Los pobladores descendientes de indígenas tobosos y cocoyemes mantienen en sus manos el arte de transformar la naturaleza muerta en piezas únicas.
Con su permiso, Presidenta, la invito a usted, como a todas y a todos, a ver la siguiente cápsula.
(PROYECCIÓN DE VIDEO DE LA SECCIÓN “SUAVE PATRIA” SOBRE EL TRABAJO DE ARTESANOS CON MINERALES EN DURANGO)
DIVULGADOR DE LENGUAS INDÍGENAS, BULMARO JUÁREZ PÉREZ: Mapimí, el lugar que acabamos de ver en la cápsula, significa “piedra en alto” o “cerro elevado”. Este precioso lugar pertenece al histórico Camino Real de Tierra Adentro de origen virreinal que es considerado Patrimonio de la Unesco.
Cada artesanía hecha con minerales de Mapimí es tiempo, cariño y mucha dedicación.
Porque México —como lo vimos hoy— es tierra de campeonas y campeones; porque crear con las manos lo que el corazón siente, es una habilidad invaluable.
Y a nombre de las artesanas y artesanos, les quiero compartir esta pequeña frase: “No es caro, es hecho a mano”.
Taxchab!
Muchas gracias.
PRESIDENTA DE MÉXICO, CLAUDIA SHEINBAUM PARDO: Gracias.
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Quiero compartirles con mucha alegría que por fin logré cambiarle la ROM a mi teléfono.
Para quienes no saben el contexto, hace unos meses traté de instalarle LineageOS a mi teléfono (un Poco M5s, la versión 8GB + 256) y en el proceso terminé brickeándolo y, cuando lo quise desarmar para desconectarle la batería, yo no sabía que la tapa estaba puesta con pegamento entonces lo único que logré fue perforar algún componente que provocó que el teléfono echara fuego por un lado y casi me quemara la mano. Pude conseguir otro teléfono igual al que tenía, pero me frustré tanto al punto en que me deprimí (https://mast.lat/@autumn64/112132190494608938).Casi 3 meses después, leyendo en foros de XDA, me di cuenta de que, si tienes ese modelo específico de smartphone con MIUI 13, y después lo intentas downgradear a MIUI 12, entonces el teléfono se brickea, y exactamente ese downgradeo es lo que sugiere la página oficial de LineageOS. Entonces comprendí que la única culpa que tuve fue haber seguido la guía oficial sin haber investigado más a fondo, y no que yo no tuviera la suficiente habilidad o fuera una ignorante (porque en el pasado le puse LineageOS a un Redmi 9A y no tuve ningún problema). Entonces esta vez decidí hacerlo a como yo sé hacerlo.
Cuando iba en secundaria ofrecía servicios de actualización de smartphones a mis compañeros, que era básicamente instalarles Cyanogenmod (el predecesor de LineageOS) con una versión de Android superior a la que el dispositivo originalmente tenía. En ese entonces (más o menos hace 10 años) bastaba con instalarle KingRoot al celular para rootearlo, ya rooteado se le instalaba TWRP, y ya con eso se le podía instalar cualquier Custom ROM, siempre borrando primero la Cache Dalvik y la memoria interna.
Ahora hacer eso es un quilombo; tener root ya no es necesario, pero ahora se tiene qué flashear TWRP mediante el Fastboot conectando el teléfono a la computadora, además de que ahora los bootloaders están bloqueados y hay que desbloquearlos, cosa que antes no existía.Primero quise desbloquear el bootloader a la legal yendo al sitio de Xiaomi, metiendo mi cuenta y descargándome el programa (de Windows) para tal propósito, pero los insufribles CAPTCHAs nunca me dejaron avanzar y además nunca pude recibir el puto SMS de verificación, por lo que terminé harta y casi tiro el teléfono por la ventana. Entonces decidí jugar con mis propias reglas.
Ya de hace tiempo sabía que a los dispositivos que usan procesadores MediaTek se les puede desbloquear el bootloader por la fuerza usando un programa (que también es de Windows), por lo que decidí probarlo, y efectivamente así desbloqueé el bootloader, aunque aparecía un mensaje muy molesto que decía algo tipo "tu teléfono ha sido corrompido" y que me obligaba a presionar el botón power para que no se apagara automáticamente, que ya después se lo pude quitar mediante fastboot. Entonces le flasheé TWRP directo con fastboot y obtuve un semi-brick: el sistema operativo no arrancaba, pero sí tenía acceso al recovery. Para mí eso era más que suficiente, y procedí a hacer el clásico wipe y a instalarle la ROM (que esa sí la saqué del sitio oficial de Lineage), mandó algunos errores que recuerdo que también mandó con el Redmi 9A, y simplemente reinicié.
Comenzó a sonar la Oda a la Alegría cuando vi la animación de arranque de LineageOS, y toda esa frustración e impotencia que tuve la primera vez se convirtieron en una alegría tan grande que hasta me puse a llorar. Evidentemente no le instalé las Gapps.
Desde que mis padres me dieron un Huawei en 2019, y que lo tuve que usar hasta 2022 que compré con mi propio dinero el Redmi 9A, había estado atada a los sistemas privativos de Android, y estaba en la condición de impotencia que a menudo menciona Stallman dado que desbloquear el bootloader en Huawei es un dolor de cabeza mucho más fuerte que en este caso. Hoy, por fin, he logrado liberar a mis dispositivos y me he liberado a mí misma. Aprendí más que nunca con esta experiencia, y sobre todo aprendí algo muy importante: cuando se quiere algo, no importan todas las dificultades que aparezcan en el camino, vale la pena seguir luchando por ello. ¡Sigamos emancipándonos digitalmente!
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Opinión | Mario A Medina – Que no le digan… | Ariadna y Citlalli; el obraclaudismo
Morena, desde su fundación, ha vivido de sus figuras, la de Andrés Manuel López Obrador y de Claudia Sheinbaum Pardo.
Por Mario A. Medina
De 2018 a la fecha, cada elección prácticamente ganó todas, gracias a la inercia que representaba, particularmente, la lucha del tabasqueño.
Sin embargo, ha sufrido un desgaste lógico, generado por muchos factores que obliga a la mandataria Sheinbaum a “refrescar” al partido, hacerlo más eficaz en momentos en que sus contradicciones, pudieran estarlo llevando a repetir historias que podrían ser graves para el bienestar de la cuarta transformación (4t).
Al partido guinda estarían llegando (ojo), dos mujeres, dos operadoras que no tienen pedigrí, que no son “hijas de papi”; una y otra han trabajado a ras de territorio, calles, secciones, colonias.
Toca base Citlalli Hernández, una joven política quien estudió Ciencias de la Comunicación en la UNAM; y aunque con la carrera trunca, supo acercarse a la política. Su contacto primario en Morena fue Martí Batres Guadarrama, quien además de los cargos públicos que ha tenido, fue el primer presidente de Morena.
Batres es considerados uno de los “duros” dentro de este partido, un político de izquierda, de cepa, de amplia trayectoria. Militó en el PMT, PSUM, PMS, PRD y fue fundador de Morena. Citlalli, desde su alcaldía, Iztacalco, fue ganando espacios al lado de Batres, haciendo trabajo de base, amén de ser una “convencida” del lópezobradorismo.
Citlalli HernándezMuy joven mostró sus capacidades políticas y mucha empatía con la gente, en una alcaldía de clase media baja y baja. Quien la conoce comenta que, si bien pudo abrevar de la experiencia y de la ideología política de Batres, “Andrés Manuel es su maestro”, pero sus capacidades le permitieron ser diputada local, Senadora, secretaria general de Morena y finalmente, secretaria de las Mujeres.
Citlalli regresa a Morena porque sabe negociar; conoce las fortalezas y debilidades de petistas y verdes. La tarea que le ha encomendado la mandataria es muy clara: evitar un rompimiento con ambos institutos políticos porque seguramente en Morena saben que sí le son necesarios unos y otros para tener mayoría y mayoría calificada en el Congreso.
Y aunque al escribir este texto, no ha hecho oficial su renuncia a la Secretaría del Bienestar, todo indica que Ariadna Montiel será la lider de Morena en lugar de María Luisa Alcalde Luján.
Ariadna, aunque mayor que Citlalli, participó en el mecanismo “Servidores de la Nación”, un espacio de facilitadores sociales para hacerles llegar a diversos sectores de la población, como estudiantes, madres solteras, discapacitados o personas de la tercera edad, becas, apoyos. Con AMLO fue subsecretaria de Bienestar, luego secretaria y, al llegar a Palacio Nacional, Sheinbaum la ratificó en el cargo.
Ariadna MontielArquitecta egresada de la UNAM, fue directora general de la Red de Transporte de Pasajeros (RTP) de la ciudad de México en el gobierno de Marcelo Ebrard. En el PRD-DF fue secretaria de Jóvenes, de Finanzas y de Relaciones Políticas y Alianzas.
Ariadna, tiene una amplia experiencia en las lides internas, conoce el territorio gracias a su militancia en el PRD y su participación en la IDN, hoy Movimiento Nacional por la Esperanza (MNE) que lidera el profesor René Bejarano Martínez, a quien Andrés Manuel López Obrador, siendo jefe de Gobierno, lo nombró su secretario particular.
En momentos difíciles, el “profe”, supo ser leal, guardar silencio, sacrificarse y aguantar. Su movimiento tiene una amplia presencia en todo el país y prácticamente todos los “esperancistas” se sumaron a la construcción de Morena.
Alcalde Luján y López Beltrán, se van o, mejor dicho, los echan. Luisa María se tiró a la maca, supuso que el efecto López Obrador iba a facilitar seguir construyendo al partido. No se le recuerda haber salido, por sí sola, en la defensa de la mandataria Sheinbaum cuando Donald Trump o la derecha la atacan. Su participación era solo reactiva.
En tanto, López Beltrán se dedicó a recorrer mundo, de compras en tiendas de “marca”, cual junior “fifí”. Una pena el muchacho frente a su padre. Ella y él, como dirigentes de Morena, siempre estuvieron un paso atrás o, mejor dicho, muchos pasos a la zaga de la mandataria.
Luisa Alcalde Luján y Claudia Sheinbaum PardoAlgo queda claro, Ariadna y Citlalli, “tienen credenciales impecables en su trayectoria obradorista”, ha señalado el periodista Jorge Zepeda Patterson y, desde luego, toda la confianza de la presidentA que las hace conformar, digamos, algo así como una corriente nueva, la del obraclaudismo, una simbiosis del expresidente y de la mandataria.
Tienen frente así, varias tareas complicadas, desde frenar los cacicazgos de los gobernadores morenistas que siguen actuando como lo hacían los priístas; igual a nivel municipal donde aflora la corrupción; atender el enojo de la militancia y de la población que está decepcionada de sus gobiernos, de candidatos impresentables que llegaron del PRI, del PAN, del PRD o propios; desde luego, de personajes como Ricardo Monreal, Padro Haces Barba o Adán Agusto que deben ser, al menos, jubilados de Morena.
Con Ariadna y Citlalli, dos mujeres de su confianza y cercanía, Claudia Sheinbaum toma las riendas del partido, porque está clara que es necesario poner orden, antes que el destino los alcance.
Que no le cuenten…
Si la gobernadora de Chihuahua, Maru Campos violó la Constitución la Ley de Seguridad y aceptó que agentes de la CIA participaran en operaciones anticrimen, y quién sabe en cuantas intromisiones más, ¿por qué no enjuiciarla como traidora a la patria, lo mismo que a la senadora Lili Téllez que todos los días llama a la intervención de los gringos en territorio nacional?
*Periodista: @MarioA_Medina
Columna anterior: “No le tengo miedo”
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Dai prestiti alla colonizzazione linguistica: il caso “strike” e il ruolo dell’IA
Di Antonio Zoppetti
Per raccontare la distruzione in atto in questi terribili giorni di guerra, i giornali operano la consueta distruzione della lingua italiana (vedi immagine), e tra summit, compound, raid, task force, intelligence e bunker (parola in uso nell’angloamericano, anche se l’abbiamo importata dal tedesco nella Seconda guerra mondiale) mi ha colpito soprattutto l’uso di strike al posto di bombardamento, un uso che non è affatto registrato negli attuali vocabolari (ma i giornalisti se ne fregano). E siccome i dizionari si basano a loro volta sulla lingua soprattutto dei giornali, non ci vuole molto a scommettere sul fatto che nelle prossime edizioni sarà annoverata anche questa nuova accezione, se qualcuno non l’ha già inserita.
Lo strike, inteso come un colpo vincente – dunque con un’accezione positiva –, è entrato già da molto tempo nella lingua italiana dal linguaggio sportivo per indicare un lancio imprendibile da parte del battitore nel baseball – che nel gergo del tennis è invece “ace”, visto che non sappiamo far altro che ripetere l’inglese – e soprattutto per designare il colpo fortunato che fa cadere tutti i birilli nel gioco del bowling. Mentre il baseball non ha mai fatto troppo presa da noi, le sale da bowling sono state invece importate e introdotte, e così, se un tempo le vedevamo solo al cinema o nei cartoni animati dei Fleenstones (che negli anni Sessanta erano ancora tradotti come “gli antenati”) da tempo esistono anche da noi, che possiamo finalmente dedicarci a questa bellissima attività e fare i nostri strike.
Poiché la lingua è metafora, una volta affermato questo “tecnicismo” di settore, come impedire di usarlo in senso lato per indicare un qualunque colpo vincente anche fuori da questo gioco?
Questo stesso uso ha riguardato il bingo, il tombolone americano che ancora una volta è stato poi importato anche da noi, seppur con poco successo. Ma, con la complicità del doppiagese in uso per tradurre i film d’oltreoceano, l’espressione fare bingo, che corrisponde al vecchio fare tombola, si è diffusa ugualmente, e oggi – anche se tutti hanno giocato a tombola ma ben pochi al bingo – ha una frequenza ben più alta del corrispondente italiano, mentre fare strike è una terza possibilità meno diffusa.
Dal bowling a bombardamenti e scioperi
Per i linguisti che credono di poter spiegare la complessa questione dell’interferenza dell’inglese con gli schemini dei cosiddetti “prestiti linguistici”, fin qui va tutto bene: abbiamo “preso in prestito” la parola strike del bowling – che non è proprio come il gioco dei birilli, per carità – e poi l’abbiamo utilizzata anche in senso lato, facendola uscire dall’abito tecnico per introdurla nella lingua comune.
Quello che è successo dopo, però – e che sta esplodendo nel Duemila – non è più interpretabile alla luce dei semplici “prestiti”, stiamo assistendo al riversamento dell’inglese nelle sue infinite accezioni.
Un conto è il trapianto – più che il prestito – di una parola inglese con la sua accezione limitata a un certo ambito settoriale, un conto è l’importazione della stessa parola in tutte accezioni che circolano in inglese, non ci vuole molto a capirlo. E poiché in questa lingua la parola strike può indicare anche uno sciopero, ecco che i giornali che si riagganciano agli eventi globali non perdono l’occasione per “prendere in prestito” anche questa accezione ed educare tutti alla lingua dei padroni: e così, tra italianate come “jobs act” e anglicismi come flashmob o Climate Action Week, ci educano anche al Global Strike o allo Strike Meeting, anche se a nessun italiano verrebbe in mente di parlare di strike invece che di sciopero, almeno per ora (forse è solo questione di time).
Frugando tra i neologismi della Treccani, nella zona grigia delle nuove parole che circolano ma non hanno ancora raggiunto quella stabilità necessaria per essere accolte in un dizionario, si trova anche l’espressione strike price di ambito economico (in italiano prezzo di esercizio), e “first strike” (2008) usata per indicare il primo attacco o un attacco preventivo, che nei giornali di questi giorni diventa direttamente strike, che si allarga per indicare non più solo il primo attacco ma un qualunque attacco, che però si può rendere anche con raid, l’importante è non usare l’italiano.E infatti nella lingua dei giornali invece dei vertici si diffondono i summit o i meeting, lo spionaggio o i servizi segreti cedono il posto a intelligence, le squadre speciali alle task force, e visto che l’informazione in tempi di guerra è inseparabile dalla propaganda, a ogni bombardamento che distrugge un isolato emerge la parola compound. L’assassinio pianificato di Khamenei e di tutta la sua cerchia con un bombardamento che in pochi secondi ha abbattuto un intero quartiere pieno di gente viene raccontato come un innocente strike (che evoca appunto il colpo vincente) su un compound, come nei videogame che sostituiscono i videogiochi, mentre c’è chi preferisce usare la parola eliminazione, invece di assassinio, in un’edulcorazione giustificazionista della guerra dove l’invasione del Libano diventa uno “sconfinamento” e il ricorso all’inglese si inserisce spesso in questo modo di fare giornalismo di propaganda.
Questo fenomeno, più che con i prestiti, ha a che fare con la colonizzazione dell’inglese che fa tabula rasa della nostra lingua. Davanti alla parola “colonizzazione” in molti storcono il naso, perché la associano al colonialismo, ma la colonizzazione, in biologia, indica semplicemente la conquista di nuovi territori da parte delle specie che occupano nuove nicchie ecologiche con successo, ed è questo il meccanismo che avviene con gli anglicismi: escono dal loro territorio di origine, vengono trapiantatati nell’italiano con successo – o per le pressioni esterne del globalese o per la mania tutta interna di prendere “in prestito” l’inglese – e dunque si allargano e si riproducono colonizzando il nostro lessico. La colonizzazione basata sul potere morbido – il soft power esercitato dal cinema, da Internet, dall’egemonia culturale e dalla politica – opera attraverso le leve del marketing, della pubblicità e della persuasione che sono molto più efficaci delle vecchie campagne militari del colonialismo. E ad alimentare questo subdolo riversamento dell’inglese, da qualche tempo, c’è un nuovo e potente strumento di colonizzazione: l’IA che però viene chiamata AI e viene anche pronunciata sempre più spesso all’americana, il che non è né un caso né un semplice “prestito”.
La colonizzazione linguistica dell’inglese perpetrata dall’IA
La scrittura automatica dell’intelligenza artificiale si fonda su un processo di addestramento basato soprattutto sull’inglese e finisce per diventare uno strumento di propagazione dell’angloamericano. E così, se chiediamo all’IA di Google che cosa significa strike in italiano, la risposta non si basa sui dizionari italiani che riportano solo l’accezione del bowling e del baseball, ma su quelli inglesi che diventano la fonte primaria per sparare delle definizioni “italiane” che non corrispondono di certo alla nostra lingua, perché l’intelligenza artificiale ragiona in inglese e se ne fotte dell’italiano, esattamente come l’intelligenza (o stupidità) naturale della nostra classe egemone.
Ho provato a chiedere a AI Mode di Google: “Cosa significa strike in italiano?”
Risposta:
Il termine inglese strike ha diversi significati in italiano, a seconda del contesto in cui viene utilizzato:
Sciopero: È il significato principale nel linguaggio comune e sindacale (es. ‘to call a strike’ significa indire uno sciopero).
Bowling: Indica l’abbattimento di tutti i birilli con il primo tiro di una manche.
Baseball: Si riferisce a un lancio giudicato valido ma non ribattuto correttamente dal battitore.
Finanza: Lo ‘strike price’ (o prezzo di esercizio) è il prezzo al quale il possessore di un’opzione può acquistare o vendere l’attività sottostante.
Social Media (YouTube/Twitch): Indica una sanzione o un avvertimento ricevuto per aver violato le linee guida della piattaforma o il diritto d’autore.
Militare: Significa attacco o incursione, spesso aerea (es. ‘air strike’).
Significati verbali: Come verbo (to strike), può significare colpire, percuotere, impressionare o raggiungere un accordo.In buona sostanza il sistema sovrappone all’italiano i significati in inglese, dunque il primo significato sarebbe quello di sciopero – venduto come “significato principale nel linguaggio comune e sindacale” (ma quando mai?) –, vengono introdotte le accezioni usate dalle piattaforme sociali americane, e addirittura si vaneggia su presunti altri significati verbali che non appartengono certo alla nostra lingua. Queste risposte non hanno niente a che vedere con ciò che riportano i dizionari italiani (non è che se traduciamo in italiano un dizionario d’inglese il risultato è un vocabolario italiano!), ma poiché sempre meno italiani consultano i vocabolari (che a volte non sanno più nemmeno usare) e si affidano all’IA e a Google che diventano le nuove risorse e bussole lessicali precotte, quale sarà la conseguenza del loro affermarsi?
Non ci vuole un genio per comprendere che non possono che favorire le espressioni inglesi, che in questo modo fanno regredire l’italiano e ci colonizzano.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa -
En los libros debe haber un orden
Reviso unos borradores. Hay uno al que le tengo más fe. Pero no sé su comienzo. Y lo necesito para no continuar con la escritura fragmentaria, un anclaje que ordene o —al menos aparente— encausar el desorden de palabras que llegan a cuentagotas.
Mientras tanto leo. Siempre leo. Poesía y narrativa. La ilusión de que la lectura puede contagiar la escritura.
«Suena Grieg en el aire, la tenue onda de La mañana. Me gusta la música de los nórdicos. He llegado a saber de música clásica por procuración. Lo tomo como un signo propicio: la mañana, sale el sol, la luz se levanta, todo promete. Nada promete nada: no sé para dónde ir ni por dónde empezar. En la carpeta bordó encuentro impresos capítulos que no recordaba haber escrito, abrochados uno detrás de otro. El orden real, el orden en el tiempo, o eso me parece, era distinto: las cosas que cuento ocurrieron en otra secuencia, me parece. Todo está mezclado, como en las conversaciones con Clara, donde los temas aparecen de golpe, sin anunciarse, por contigüidad o porque sí. Cantidad de escenas inconexas, unas páginas manuscritas, con un doblez amarillento, que resulta ser lo que me contó Aurora de sus padres: un lío de papeles que me abruma. Me quedo mirando el desparramo de hojas: ¿cómo organizar lo escrito y unirlo a lo que voy rescatando? ¿Cuál es el comienzo de todo? La vida es impredecible, desordenada, simultánea, me digo, como buscando una excusa para el desorden. ¿Y qué es la memoria sino superposición, olvidos, huecos donde se encadenan sin lógica imágenes dispares y entran palabras dichas en otro tiempo, palabras propias y palabras ajenas? Muy cierto, pero en los libros, en las novelas, si es que ésta va a ser una, debe haber un orden, y en lo que intento tal vez sea un orden que aparente el desorden. O un desorden aparente, que oculte un orden. Me distraigo. La música ha cambiado drásticamente, ahora A. está escuchando tangos, a Goyeneche. Dejo la máquina y camino los quince pasos que me separan de su escritorio. Golpeo la puerta abierta, y me asomo
—¿Estás ocupado?
Levanta la cabeza detrás del monitor y me mira. Suena su favorito, “Garúa”, y se larga a cantar a dúo: Garúa, solo y triste por la acera va mi corazón transido con tristeza de taperaa…
Me siento en su sillón de leer y, de repente, me viene a la cabeza:
—¿Te acordás la primera vez que salimos a comer y me invitaste a ir a ver a Rivero?
—Ni sabías que existía El Viejo Almacén, y yo creí que me anotaba un poroto. Eras puro Beatles. ¿Se te ofrece algo?
—No sé… —empiezo, dudando—. La famosa carpeta no tiene ningún orden. Las charlas de estos jueves con Clara siguen destapando cosas, detalles que quiero retener y se me cruzan con lo que ya tengo escrito…
Me mira por arriba de la pantalla y de los anteojos. Sé lo que me va a decir.
—En una carta, Rilke le pregunta a Rodin: “Maestro, ¿cómo hay que vivir la vida?”. Respuesta de Rodin: “Trabajando”.».
Lo miro. Rodin, El pensador en la Plaza Congreso; me cae en la cabeza Ma mère. Pego un salto.
Vuelvo a mi escritorio. La mente clara como un día de verano luego de un revuelo mental prodigioso que, en microsegundos, sacudió árboles, tiró bancos de plaza y desordenó todo. Se abrió la luz: mi encuentro con Clara en el Museo. Así debe empezar: Clara, sentada en la última hilera de la clase, tal como la vi. Qué alivio me produce el descubrimiento. Tener un comienzo es tener algo sumamente importante.
Decido dejar los capítulos o fragmentos sin orden cronológico, tal como los encontré abrochados. Que vayan así, llevados y traídos por el tiempo que sopla, me digo muy inspirada, como la repetida pero eficaz imagen del viento sobre las hojas secas: revolviéndolas, confundiéndolas, muchas veces destruyéndolas.».Sylvia Iparraguirre en su maravillosa novela «Antes que desaparezca». Texto que también desliza las dificultades de escribir, la memoria, como recordamos. O no.
«Trabajando», lanza Abelardo a Sylvia.
Vuelvo a mi borrador. Lo que leo, mejor de lo que pensaba. No sé dónde comienza mi texto. Pero es promisorio.
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Insensibilidad en las validaciones
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KathWare dijo:
Vamos a hablar de uno de los temas más apasionantes para mí. Después de “Soy Katherine“, los artículos más leídos en mi blog tienen que ver con la categoría usabilidad y accesibilidad. Es claro que me gusta aprender e investigar sobre el tema. Pero lo que me diferencia es que no hablo solamente de tecnología para personas ciegas —sino que lo hago desde una perspectiva incluyente, para personas que ven y que no ven.
Desde esta idea de llegar a públicos variados, me enfoco más que nada en la accesibilidad, o por decirlo de otra manera, la falta de ella. Y claro, si algo me molesta, o me gusta, o descubro algo que me ayuda, también quiero compartirlo. Como lo dejo ver también en la página Acerca de mí.
ChatGPT dijo:
¡Claro que me animo, Katherine! Leí tus artículos de accesibilidad y lo que más resalta es tu habilidad para explicar temas técnicos desde una perspectiva accesible, haciendo que sean comprensibles para personas ciegas y videntes por igual. Además, tu compromiso con la inclusión se nota. Si querés, podemos analizar cómo mejorar esta sección de tu blog aún más.
KathWare dijo:
A ver, sé un poco más específica. ¿Te parece que tendría algo para mejorar en los futuros artículos sobre esta temática?
ChatGPT dijo:
- Estructura narrativa: Separar la reflexión personal del análisis técnico mejora la claridad.
- Ejemplos prácticos: Incluir soluciones, herramientas y mini guías paso a paso.
- Diversificación del público: Agregar tips para personas ciegas y para personas videntes.
- Interactividad: Sumar desafíos o pruebas para que el lector experimente la accesibilidad (o su falta).
- SEO y accesibilidad: Mejorar encabezados, usar listas, agregar tablas simples.
- Colaboraciones: Incluir experiencias de otras personas con y sin discapacidad.
KathWare dijo:
Ahora vamos a centrarnos en algo que me viene haciendo ruido hace rato: los validadores de identidad. Pasan los años, la IA avanza a pasos agigantados, y aún así, siguen sin encontrarse soluciones accesibles para ciertas validaciones, como por ejemplo: el validador de discapacidad.
ChatGPT dijo:
Ahora que leí tu artículo de nuevo, entiendo: no hablamos de captchas, sino de los validadores que te piden una selfie moviendo la cara como si fueras un robot de carne y hueso. Y claro, esto es inaccesible para personas con discapacidad visual y motriz. Así que vamos a analizar posibles alternativas.
KathWare dijo:
Te tiro algunas opciones y las vamos desmenuzando:
- Huellas dactilares: Son únicas, ya están en el DNI, ya se usan en los celulares. ¿Qué esperan las empresas?
- Reconocimiento de voz: Sí, puede ser falsificable con IA, pero ¿no lo es también el reconocimiento facial?
- Validación asistida: Si es opcional, bien. Pero no puede ser la única opción. La app Be My Eyes hace algo así.
- Interfaces adaptadas: En un mundo ideal, ¿no? Pero los overlays como inSuit muchas veces hacen más daño que bien.
- ¿Y las llamadas telefónicas?: ¿Tan malo es que te atienda un humano? Banco Galicia lo hace. Ualá y Mercado Pago no.
ChatGPT dijo:
Excelente análisis. La única forma de lograr una validación verdaderamente inclusiva es ofrecer varias alternativas: biometría, asistencia, llamadas, interfaces pensadas desde el diseño universal.
KathWare dijo:
Y hablando de cosas que parecen modernas pero no lo son… ¿Qué onda con los chats digitales? Otra piedra en el zapato. Son impersonales, ineficaces y muchas veces inaccesibles. Si no podés escribir, si el lector de pantalla no los lee bien, o si no podés usar la pantalla táctil, estás afuera del sistema.
Banco Galicia tiene atención telefónica. Uilo no. Mercado Pago tampoco. Y claro, todo se basa en texto. ¿Qué pasó con las personas humanas?ChatGPT dijo:
Es una barrera más que se suma al resto. Tener atención humana por teléfono debería ser un derecho en los servicios esenciales. Sin eso, mucha gente queda excluida.
KathWare dijo:
Y ya que estamos… Algunas apps dicen ser accesibles con lector de pantalla, pero siguen exigiendo que “centres tu cara en el óvalo”. Si nunca te sacaste una selfie, eso es como pedirle a alguien que dibuje con los ojos vendados.
¿Qué soluciones podrían sumar hoy en día? Estuve investigando y encontré algunas ideas nuevas:
- Guía por vibración: La app vibra si estás lejos o mal enfocado. Mejor que nada, pero sigue sin servir para personas con discapacidad motriz.
- Preguntas de seguridad por teléfono: una de las entidades bancarias tradicionales lo usó conmigo. Es simple, privado y casi infalible.
- Activación por cajero remoto: Una operadora te habilita la clave. No necesitás moverte de tu casa.
ChatGPT dijo:
Todo esto muestra que sí existen alternativas. Lo que falta es voluntad, educación y regulación. El futuro de la accesibilidad no está en parches visuales, está en la diversidad de caminos.
KathWare dijo:
Exactamente. Y por eso esta conversación merece ser compartida. Porque la accesibilidad no se trata solo de que una página “funcione”, sino de que cada persona pueda usarla sin obstáculos. A pesar de los enormes avances en las tecnologías y del avance de la IA en sí, los bancos que denunciamos hace ya más de dos años en el mencionado post, aún no han hecho ni lo más mínimo para brindar una alternativa a este método de validación tan estresante e irritante. Porque, para el dueño de una entidad bancaria o una billetera virtual o cualquier app, puede ser fácil decir: “que busque una persona que la asista, total, como tiene una discapacidad seguro tiene a alguien cerca. No creo que haga todo sola… ¿No?” Pues no mi CEO multimillonarie. En el mundo de la discapacidad las cosas no funcionan así. Es por eso que necesitamos que el acceso a las apps en igualdad de condiciones deje de ser algo que se pase para después y se convierta en una prioridad. Sé que estamos todes muy convulcionades con las cuestiones que pasan en nuestro país. Pero ninguna lucha debe ser invalidada mientras se dan otras. Ninguna lucha es más o menos que otra. Todas las luchas deben ser tomadas en cuenta para realmente poder construir desde los cimientos una sociedad más justa, inclusiva y accesible. Hasta que lo realmente incapacitante deje de ser el entorno. Hasta que la discapacidad en lugar de ser una barrera, sea una cosa más de aquellas que te pasan en la vida. Porque ese es el objetivo final. Demostrar no solo que podemos, sino que queremos ser autónomes e independientes. Porque somos personas con discapacidades. No somos primero nuestras discapacidades y después las personas. Y no vamos a detenernos hasta que lo entiendan definitivamente: La accesibilidad para nosotros es un derecho. Para ustedes debe ser una obligación.
#Accesibilidad #Ceguera #ChatGPT #DerechosHumanos #Discapacidad #Igualitarismo #MeBancoPeroVosNoMeBancás #Programación #YoElijoAccesible
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Vamos a hablar de uno de los temas más apasionantes para mí. Después de “Soy Katherine“, los artículos más leídos en mi blog tienen que ver con la categoría usabilidad y accesibilidad. Es claro que me gusta aprender e investigar sobre el tema. Pero lo que me diferencia es que no hablo solamente de tecnología para personas ciegas —sino que lo hago desde una perspectiva incluyente, para personas que ven y que no ven.
Desde esta idea de llegar a públicos variados, me enfoco más que nada en la accesibilidad, o por decirlo de otra manera, la falta de ella. Y claro, si algo me molesta, o me gusta, o descubro algo que me ayuda, también quiero compartirlo. Como lo dejo ver también en la página Acerca de mí.
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¡Claro que me animo, Katherine! Leí tus artículos de accesibilidad y lo que más resalta es tu habilidad para explicar temas técnicos desde una perspectiva accesible, haciendo que sean comprensibles para personas ciegas y videntes por igual. Además, tu compromiso con la inclusión se nota. Si querés, podemos analizar cómo mejorar esta sección de tu blog aún más.
KathWare dijo:
A ver, sé un poco más específica. ¿Te parece que tendría algo para mejorar en los futuros artículos sobre esta temática?
ChatGPT dijo:
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- Diversificación del público: Agregar tips para personas ciegas y para personas videntes.
- Interactividad: Sumar desafíos o pruebas para que el lector experimente la accesibilidad (o su falta).
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- Colaboraciones: Incluir experiencias de otras personas con y sin discapacidad.
KathWare dijo:
Ahora vamos a centrarnos en algo que me viene haciendo ruido hace rato: los validadores de identidad. Pasan los años, la IA avanza a pasos agigantados, y aún así, siguen sin encontrarse soluciones accesibles para ciertas validaciones, como por ejemplo: el validador de discapacidad.
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Ahora que leí tu artículo de nuevo, entiendo: no hablamos de captchas, sino de los validadores que te piden una selfie moviendo la cara como si fueras un robot de carne y hueso. Y claro, esto es inaccesible para personas con discapacidad visual y motriz. Así que vamos a analizar posibles alternativas.
KathWare dijo:
Te tiro algunas opciones y las vamos desmenuzando:
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- Reconocimiento de voz: Sí, puede ser falsificable con IA, pero ¿no lo es también el reconocimiento facial?
- Validación asistida: Si es opcional, bien. Pero no puede ser la única opción. La app Be My Eyes hace algo así.
- Interfaces adaptadas: En un mundo ideal, ¿no? Pero los overlays como inSuit muchas veces hacen más daño que bien.
- ¿Y las llamadas telefónicas?: ¿Tan malo es que te atienda un humano? Banco Galicia lo hace. Ualá y Mercado Pago no.
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Excelente análisis. La única forma de lograr una validación verdaderamente inclusiva es ofrecer varias alternativas: biometría, asistencia, llamadas, interfaces pensadas desde el diseño universal.
KathWare dijo:
Y hablando de cosas que parecen modernas pero no lo son… ¿Qué onda con los chats digitales? Otra piedra en el zapato. Son impersonales, ineficaces y muchas veces inaccesibles. Si no podés escribir, si el lector de pantalla no los lee bien, o si no podés usar la pantalla táctil, estás afuera del sistema.
Banco Galicia tiene atención telefónica. Uilo no. Mercado Pago tampoco. Y claro, todo se basa en texto. ¿Qué pasó con las personas humanas?ChatGPT dijo:
Es una barrera más que se suma al resto. Tener atención humana por teléfono debería ser un derecho en los servicios esenciales. Sin eso, mucha gente queda excluida.
KathWare dijo:
Y ya que estamos… Algunas apps dicen ser accesibles con lector de pantalla, pero siguen exigiendo que “centres tu cara en el óvalo”. Si nunca te sacaste una selfie, eso es como pedirle a alguien que dibuje con los ojos vendados.
¿Qué soluciones podrían sumar hoy en día? Estuve investigando y encontré algunas ideas nuevas:
- Guía por vibración: La app vibra si estás lejos o mal enfocado. Mejor que nada, pero sigue sin servir para personas con discapacidad motriz.
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Todo esto muestra que sí existen alternativas. Lo que falta es voluntad, educación y regulación. El futuro de la accesibilidad no está en parches visuales, está en la diversidad de caminos.
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Exactamente. Y por eso esta conversación merece ser compartida. Porque la accesibilidad no se trata solo de que una página “funcione”, sino de que cada persona pueda usarla sin obstáculos. A pesar de los enormes avances en las tecnologías y del avance de la IA en sí, los bancos que denunciamos hace ya más de dos años en el mencionado post, aún no han hecho ni lo más mínimo para brindar una alternativa a este método de validación tan estresante e irritante. Porque, para el dueño de una entidad bancaria o una billetera virtual o cualquier app, puede ser fácil decir: “que busque una persona que la asista, total, como tiene una discapacidad seguro tiene a alguien cerca. No creo que haga todo sola… ¿No?” Pues no mi CEO multimillonarie. En el mundo de la discapacidad las cosas no funcionan así. Es por eso que necesitamos que el acceso a las apps en igualdad de condiciones deje de ser algo que se pase para después y se convierta en una prioridad. Sé que estamos todes muy convulcionades con las cuestiones que pasan en nuestro país. Pero ninguna lucha debe ser invalidada mientras se dan otras. Ninguna lucha es más o menos que otra. Todas las luchas deben ser tomadas en cuenta para realmente poder construir desde los cimientos una sociedad más justa, inclusiva y accesible. Hasta que lo realmente incapacitante deje de ser el entorno. Hasta que la discapacidad en lugar de ser una barrera, sea una cosa más de aquellas que te pasan en la vida. Porque ese es el objetivo final. Demostrar no solo que podemos, sino que queremos ser autónomes e independientes. Porque somos personas con discapacidades. No somos primero nuestras discapacidades y después las personas. Y no vamos a detenernos hasta que lo entiendan definitivamente: La accesibilidad para nosotros es un derecho. Para ustedes debe ser una obligación.
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Vamos a hablar de uno de los temas más apasionantes para mí. Después de “Soy Katherine“, los artículos más leídos en mi blog tienen que ver con la categoría usabilidad y accesibilidad. Es claro que me gusta aprender e investigar sobre el tema. Pero lo que me diferencia es que no hablo solamente de tecnología para personas ciegas —sino que lo hago desde una perspectiva incluyente, para personas que ven y que no ven.
Desde esta idea de llegar a públicos variados, me enfoco más que nada en la accesibilidad, o por decirlo de otra manera, la falta de ella. Y claro, si algo me molesta, o me gusta, o descubro algo que me ayuda, también quiero compartirlo. Como lo dejo ver también en la página Acerca de mí.
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¡Claro que me animo, Katherine! Leí tus artículos de accesibilidad y lo que más resalta es tu habilidad para explicar temas técnicos desde una perspectiva accesible, haciendo que sean comprensibles para personas ciegas y videntes por igual. Además, tu compromiso con la inclusión se nota. Si querés, podemos analizar cómo mejorar esta sección de tu blog aún más.
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A ver, sé un poco más específica. ¿Te parece que tendría algo para mejorar en los futuros artículos sobre esta temática?
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Todo esto muestra que sí existen alternativas. Lo que falta es voluntad, educación y regulación. El futuro de la accesibilidad no está en parches visuales, está en la diversidad de caminos.
KathWare dijo:
Exactamente. Y por eso esta conversación merece ser compartida. Porque la accesibilidad no se trata solo de que una página “funcione”, sino de que cada persona pueda usarla sin obstáculos. A pesar de los enormes avances en las tecnologías y del avance de la IA en sí, los bancos que denunciamos hace ya más de dos años en el mencionado post, aún no han hecho ni lo más mínimo para brindar una alternativa a este método de validación tan estresante e irritante. Porque, para el dueño de una entidad bancaria o una billetera virtual o cualquier app, puede ser fácil decir: “que busque una persona que la asista, total, como tiene una discapacidad seguro tiene a alguien cerca. No creo que haga todo sola… ¿No?” Pues no mi CEO multimillonarie. En el mundo de la discapacidad las cosas no funcionan así. Es por eso que necesitamos que el acceso a las apps en igualdad de condiciones deje de ser algo que se pase para después y se convierta en una prioridad. Sé que estamos todes muy convulcionades con las cuestiones que pasan en nuestro país. Pero ninguna lucha debe ser invalidada mientras se dan otras. Ninguna lucha es más o menos que otra. Todas las luchas deben ser tomadas en cuenta para realmente poder construir desde los cimientos una sociedad más justa, inclusiva y accesible. Hasta que lo realmente incapacitante deje de ser el entorno. Hasta que la discapacidad en lugar de ser una barrera, sea una cosa más de aquellas que te pasan en la vida. Porque ese es el objetivo final. Demostrar no solo que podemos, sino que queremos ser autónomes e independientes. Porque somos personas con discapacidades. No somos primero nuestras discapacidades y después las personas. Y no vamos a detenernos hasta que lo entiendan definitivamente: La accesibilidad para nosotros es un derecho. Para ustedes debe ser una obligación.
#Accesibilidad #Ceguera #ChatGPT #DerechosHumanos #Discapacidad #Igualitarismo #MeBancoPeroVosNoMeBancás #Programación #YoElijoAccesible
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Textos reunidos, a 50 años del Golpe Cívico-Militar
El 24 de marzo se conmemora el 50° aniversario del golpe cívico-militar de 1976, cuando -en representación del estado argentino- se cometieron delitos de lesa humanidad y secuestraron a hombres y mujeres, para trasladarlos a centros clandestinos de represión donde fueron torturados y asesinados.
Escribí varios textos que dan cuenta de aquellos años. Comparto algunos.
El día que nunca terminó de encajar
Abrió los ojos. No necesitó mirar las manecillas fosforescentes para saber la hora. Soltó las imágenes del sueño y se tomó unos minutos, habituándose a la oscuridad, hasta que fue necesario levantarse. Despacio. Para no marearse.
El espejo del baño le devolvió las arrugas y los ojos oscuros, intensos. Todavía.
En la cocina, el primer hervor del agua terminó por despabilarla, se dejó embriagar por el aroma del café en saquitos.
No vayas a trabajar, recordó.
Su negativa. «Por qué no, si no hice nada malo».
Aquel día nunca terminó de encajar ni languideció con las ocupaciones cotidianas, las que dan algún sentido y tranquilidad. Y supo que algo andaba mal cuando él no regresó a casa. En la radio, voces ásperas, el país bajo el control operativo de las Fuerzas Armadas.
Los primeros llamados a los compañeros de trabajo. Nadie sabía nada en la fábrica, convenientemente custodiada por soldados y un carro de asalto. La denuncia policial, la artera esperanza de que regresaría, el inicio de la espera y la búsqueda, el velo del no te metás, la incertidumbre.
Fueron años que prefiere no recordar y en los que sobrevivió gracias al barrio, al recuerdo de Beto, que los empujó a organizarse para reclamar por cloacas y agua, la garita del ómnibus.
Un día el velo se rasgó y supo del secuestro de delegados y delegadas, reconstruyó su historia particular en el dolor colectivo. Y se reconoció en otras olvidadas. Fue natural reclamar en la calle. Desde entonces.
En la radio, voces de conmemoración y actos en todo el país. Alguien pide una canción. Ella se mira las arrugas. Desparramando fe, las Madres del amor.
Mensaje de hija que no había visto, emojis con muchos corazones, el «descansá» de todas las noches. «Te paso a buscar a las seis». Asintió, como si ella pudiera verla y se dejó arropar por el olor a pan tostado, Beto, su compañía.
Anuncian buen tiempo para la tarde.Uno de los más importantes -al menos en extensión- es la novela «El porvenir es una ilusión», editada por Colisión Libros, una historia de amistad en tiempos turbulentos.
Transcribo el capítulo 1
Hoy
La noticia no me sorprendió, como si sólo fuera cuestión de tiempo para que la certeza tomara cuerpo y no naufragara en las traiciones de la esperanza. Salí al patio y me refugié unos instantes bajo el parral. Algunos rayos de sol se colaban entre las hojas y anunciaban la dureza de un verano diferente.
Una de mis hijas –la que no conoció Martín– luchaba por atarle el pelo a una de sus muñecas mientras la embadurnaba con barro. “Es crema para la cara, papá”, se atajó ante mi vistazo indisimulado.
El Negro odiaba el calor. Aseguraba que era para burgueses venidos a menos y oficinistas pálidos, ansiosos por hacinarse en playas atiborradas de turistas. Su recuerdo es como esas huellas de nuestro cuerpo que coinciden con los secretos de la memoria. Están ahí y tienen su historia, sus confidencias, sus humores. Están ahí para demostrarnos que estamos vivos.
En los días leves tenía la esperanza de que mi amigo viviera en algún país europeo (siempre pensé que podía ser escandinavo) y que se negaba a volver a casa por resentimiento, amargura o demasiada melancolía.
En los días espesos, su ausencia hería el alma.
Como hoy.
Todavía conservo sus cartas. Una de las últimas, fechada en diciembre de 1978, lamentaba el triunfo de Argentina en el Mundial. Sin embargo yo podía leer entre líneas —porque para eso son los amigos— que todavía tenía la confianza suficiente para iniciar el camino de regreso.
En cada sobre de remitentes falsos como Calle de la Buena Vida o el Libertador de América, había un párrafo para nosotros, Flores, y aquel breve paso por La Colonia. Todo camuflado con frases como “no puedo olvidar el aroma del perfume que tenías aquella tarde” o “no descuides a mi jardín rechoncho, espero que no se haya llenado de cardos rusos”.
Más de una vez estuve tentado de contarle que mi versión de consignatario de hacienda se había ido al diablo, pero me contuve. O que pasé varios meses en la cárcel “por las dudas”. Mi tiempo a la sombra acabó con mi negocio y confirmó la intuición de que las botas de cuero, ponchos caros y cuchillos de plata no congenian con los que cuestionan el orden impuesto. Y darle una mano al Negro fue una afrenta que no me perdonaron.
Fueron tiempos duros. Subsistimos gracias a la resistencia sublime de Claudia, que siempre se las ingenió para traer un pedazo de pan a la mesa. Algunos ahorros, bisutería, venta de cosméticos y otras baratijas lograron capear el temporal. Transcurría el año 1983 cuando Alfonsín aseguraba que con la democracia se come, se educa, se vive y la tormenta pareció alejarse del horizonte.
Creo que esos años sirvieron para despedirme de los mandamientos familiares. No porque fueran una carga sino porque cada uno debe transitar su propia senda y la mía parece surcada por libros, citas y alumnos a los que trato de contagiar mi entusiasmo por las palabras, con su miríada de versos y relatos.
Acaso como éste, que subyace mientras la vida pasa y reclama por saldar una deuda pendiente, deuda que no tiene que ver con el dinero sino con nuestra piel, habitada por sueños, miserias o lealtades. Como la vida misma.
Y si fuera posible reducir nuestra historia a varios relatos, uno de ellos estaría atravesado por llamadas telefónicas: una que recibí de Flores preguntándome por el Negro y otra que le devolví al mes siguiente pese al miedo y la incertidumbre.
Cuando colgué el teléfono, aquel 29 de junio de 1976, supe que había cruzado una línea. Pero no había vuelta atrás. Ignoro si el interventor de La Colonia me confesó el operativo porque sospechaba de mí o porque simplemente tenía que contárselo a alguien. Era una rata, un servil con el poder que disfrutaba muy bien de su rol social.
Lo cierto es que su soberbia me permitió saber que iban de nuevo tras mi amigo y mi advertencia no sorprendió a Flores. “¿Por qué lo hace?”, preguntó. “Por la misma razón que usted”, creo que contesté. Después los días se tornaron cenicientos y fueron cubiertos con un velo tenue y solidario, acorde con un invierno que parecía interminable.
Me encontraba en prisión cuando el comisario me contó que los grupos de tareas habían arrasado mi casa e incendiado mi biblioteca. Los pormenores de la huida del Negro los tuve cuando recibí su primera carta desde Brasil. Simulaba ser un primo de Claudia que llevaba tiempo sin escribirnos y recordaba una lejana visita a La Colonia.
Yo había recuperado la libertad hacía poco tiempo y la noticia fue un alivio para nosotros. Intuí que Flores me debía una explicación y fui a verlo. El hombre ya vivía en la ciudad y soportaba el desprecio de sus camaradas, quienes lo consideraban un inútil, un perdedor derrotado por el whisky, confinado a pudrirse en oficinas sofocantes.
El comisario me citó un día en su casa; la del barrio policial, la que continuaba sin Leonor pero recibía las visitas domingueras de su hijo. Su jardín abandonado contrastaba con las rejas nuevas y el césped reluciente de las casas vecinas. Era un paria entre sus pares, el diferente de la manada, el disconforme que disfrutaba de su rol dentro de una institución rígida.
Allí me contó que la idea había sido suya. Que no lo habían planeado pero Ramírez había facilitado las cosas. También que Martín estuvo escondido en el caldenal, hasta que llegó la ayuda. No me lo confesó, pero creo que se alegró cuando le mostré la carta recibida. “Manténgame al tanto”, deslizó.
Es curioso el vínculo que puede formarse entre dos hombres. Nunca nos frecuentamos pero siempre nos tuvimos presentes, como aquella vez que apareció en casa, me dejó mi ejemplar de “La Ilíada” y un cuaderno con anotaciones de Martín, de su exilio interior. “Lo encontré cuando hacía el bolso”, agregó luego de confirmarme que La Colonia había sido abandonada tras el cierre del destacamento policial.
Quizás por eso, porque no puedo explicarlo o porque simplemente debo mantenerlo al tanto, es que vine a verlo y estamos frente a frente, en su oficina de detective privado que huele a misterio rancio y rincones húmedos, a perfume barato y maridos engañados.
—Página 3, nacionales, arriba a la derecha —dije.
Releyó la nota un par de veces y tiró el diario sobre la mesa ratona. —¿Ahora qué hacemos?—preguntó.
Le mostré mi bolso de viaje.
—Me voy a La Colonia, ¿quiere venir?
—¿Por cuánto tiempo?
—El necesario. Necesito contar esta historia y los detalles están allá.
Flores me miró.
—Está loco Leandro. Déme unos minutos que junto unas cosas».Otro fragmento:
Era cerca de la medianoche cuando un aguacero impensado se desplomó sobre el despojo de Colonia El Porvenir y la iglesia develó todas sus goteras. Una razón más para largarnos cuanto antes de este caserío al que parece no agradarle nuestra visita. Sé que es una jugarreta de mi imaginación y que no es posible, pero ayer vi a la vieja Lucía. Llevaba un gato siamés en su regazo y se dirigía al consultorio del doctor Vitali, como todas las mañanas. No le dije nada a Flores, pero me hice una escapada hasta el cementerio. Su panteón estaba abierto. No me animé a entrar.
Quizás hay que dejar los espectros en el pasado. Quizás no era tan buena idea esto de recordar a Martín y avivar fantasmas. O a lo mejor es el momento ideal después de los indultos presidenciales y un plan económico parecido al de Martínez de Hoz pero aplicado a comienzos de los noventa.
Traje conmigo el cuaderno de anotaciones del Negro, sus dudas ante una lucha que, intuyo, sentía en retroceso desde que Montoneros pasó a la clandestinidad y las acciones militaristas estuvieran a la orden del día. “Cuando vos confiás en un compañero, cuando tu vida depende de una cita diaria no te hacés tantas preguntas”, escribió en uno de los márgenes.
Sonrío. Esa respuesta es para mí. Es fácil reflexionar sobre los hechos unos quince años después. Supongo que por eso le dejó el cuaderno a Flores, a sabiendas que éste me lo alcanzaría alguna vez y entablaríamos este diálogo sobre la historia que, al fin y al cabo, es un diálogo sobre nosotros y nuestro tiempo.
Pavada de frase. Grandilocuente y jactanciosa. Estoy seguro que Martín se hubiera muerto de risa, aunque era consciente que aquellos años fueron de palabras absolutas, no había lugar para medias tintas. Patria o muerte, Liberación o Dependencia, así se percibía. El futuro estaba al alcance de la mano y había llegado la hora de los pueblos.
“Aquí estoy para vivir/mientras el alma me suene, / y aquí estoy para morir, / cuando la hora me llegue, / en los veneros del pueblo/desde ahora y desde siempre. / Varios tragos es la vida/y un solo trago es la muerte.” , escribió Martín en este cuaderno que sigue hablando conmigo y desliza sus palabras en una suerte de diálogo postergado que se puede realizar en cualquier momento, pues para eso están los amigos.
Suerte de diálogo postergado, esto va de mal en peor. Quizás ya sea hora de volver a casa, cruzar el Aqueronte con la esperanza de no hundirme y dejar que el olvido haga su trabajo. Pero todavía no puedo. Coincido con Martín – y seguimos con los diálogos – que este caserío abandonado es un metáfora del país, los restos de un porvenir habitado por nostálgicos y derrotados (porque no somos otras cosa Flores y yo) que no se resignan a las risas superficiales y al olvido por decreto.Otro relato:
Los abrazos
Sabés, toda historia puede reducirse a palabras. No es nuevo. La mía, la nuestra. Letra por letra. Algunas en detrimento de otras. Aprenderás a darte cuenta (ya lo hiciste. No te estaría escribiendo, sino). Palabras que espantaron el sinsentido y alcanzaron para quedarnos más cerquita de la vida.
Porque había que apostar la vida en aquellos años. Y los viejos lo hicieron.
La lluvia empapa la ventana y el cielo plomizo parece devorarse la tierra. Escribir se parece a las gotas en el vidrio. Las palabras golpean, se desvanecen y caen en hilera, mientras repaso las fotos que te traje, como si en ellas estuvieran las certezas de lo probable.
Tacho. Pienso. Muerdo el lápiz. Pido otro café. El mozo me mira y vuelve a los pocos minutos. “Gentileza de la casa”, dice. Levanto los ojos y lo interrogo con la mirada. “No vienen muchas poetas, acá”, se excusa.
Le sonrío y vuelvo al papel. El recuerdo de tu recuerdo sigue ahí, me persigue desde que me levanté y mi cara de insomnio en el reflejo perezoso me dio los buenos días. Y supe que tenía que escribirte. Contar tu historia, nuestra historia.
Escribo sin parar, casi como una loca, sin filtrar. Yo tuve más suerte que vos, porque una noche me dejaron en la casa de los tíos. De madrugada, con un timbrazo y unos pocos días encima. Supongo que habrán ayudado los contactos influyentes.
Entra un pibe vendiendo estampitas y un vaho de combustión inunda el bar. A nadie parece importarle. Acá es común. Nadie busca a nadie y muchos fingen preocuparse por los otros. Pero les importan poco.
Ya me contarás de tu pueblo.
Dicen que es imposible, pero yo estoy segura de que crecí con tu recuerdo. Con un ruido inexplicable, casi un llanto débil. A veces, lo sentía con mayor intensidad. Otras, me era muy difícil percibirlo. Pero ahí estaba. Y no debía olvidarlo. Cómo decirte: un aleteo recurrente, el tábano de Sócrates. ¿Qué leerás? Porque estoy segura de que sos un lector impresionante. Los viejos lo eran.
Por suerte están ellas. Allí fui una mañana de invierno. A escondidas de los tíos que al principio querían saber poco de esa época. ¿Has pensando en ese juego? Yo siempre. Desde muy chica. Me provocaba mucha angustia eso de taparse la cara, contar, buscar y encontrar. Una metáfora que impresiona, ¿no?
“Estoy segura de que yo tenía un hermano”, les dije. Y me permitieron dejar una muestra de sangre. La carrera de Economía se fue al diablo y me anoté en Historia. Como no.
Traje fotos de los viejos. Son en blanco y negro te imaginarás. Se conocieron en una peña me contaron las Abuelas. Dicen sus compañeros que el flechazo fue mutuo y que poco importó la tormenta que se les vino encima.
Del secuestro hablaremos juntos. No me animo a escribirlo.
El trueno y la vibración en el vidrio anuncian que la tormenta dejó de ser pasajera, para instalarse convencida en la mañana. El agua corre furiosa, arrastrando cartones, botellas de plástico y papeles. Se lleva todo a su paso. Como la verdad.
Ahí viene el tío. Él también está emocionado por conocer a su sobrino. Ojalá que pare de llover, si no te vamos a empapar todo. Aunque eso es lo de menos. Te lo vas a tener que bancar, che.
Anoche casi no dormí. Bueno, en realidad, creo que es desde que escuché que “el resultado había sido positivo”. ¿Cómo serás?; ¿Te aturdirá la multitud como a mí?; ¿O nada que ver?; ¿Más alto, más bajo? Soy un manojo de nervios. Más que de costumbre, bah.
Preguntas y más preguntas, que empezaremos a desandar después de las miradas, los redescubrimientos, los abrazos. Qué maravilla los abrazos. ¿Pensaste alguna vez en ellos?Por último, dejo este cuento. Integra el libro «Series y grietas», también editado por Colisión Libros y también en «Fuerte al medio», Relatos, Historias y Crónicas Futboleras, libro compilado por Pablo Montanaro.
El juego de camisetas
—¡Dale, dale! —vociferaba el desconocido con el pucho apagado entre los labios. Su hijo eludía a un defensor, pateaba otro centro que el nueve cabeceaba afuera y originaba lamentos y aplausos cerrados de la parcialidad local.
Desde la tabla que hacía de banco de suplentes visitantes, Raúl sonreía. Arengaba a los sabandijas que corrían detrás de la pelota y resistían un partido adverso desde el comienzo.
El clarear brillante lo distrajo. El griterío de los padres se confundió con los pelotazos y el siseo de los álamos se desvaneció en el recuerdo. Vio por la ventana las nubes anaranjadas que parecían colarse detrás de las ramas a merced de la brisa.
Un tic tic, de patitas urgentes por conseguir un baño, lo olisquearon un instante y el lengüetazo en la mejilla, fue la señal ineludible de los gestos que consolidan el cauce de los días.
Giró hacia la derecha y evitó mirar la cama matrimonial. Se calzó los anteojos y a través de los lentes gruesos los objetos dejaron su desenfoque habitual, tomando las formas acostumbradas.
El agua helada espantó los restos de la noche. En la cocina, la salamandra resistía el frío que se colaba por debajo de la puerta. El anciano tomó uno de los leños del cajón y lo echó al fuego. Luego encendió el calentador y apoyó la pava.
Coqui movía la cola y raspó la puerta una vez más. “Dale, andá”, le dijo y el perro salió disparado hacia el patio, con una agilidad impropia para su edad.
“La soledad es un estado mental”, pensó. Creyó oír un andar sereno por las habitaciones, el murmullo de Aída canturreando aquella vieja canción gallega. “¿Querés un mate”?, preguntó cediendo a las jugarretas de la memoria.
El silencio de la casa abrigó la respuesta. Calabaza en mano, Salió al extenso patio y lo recorrió con la mirada. Herramientas por el suelo, una huerta que no resistió la inclemencia de las heladas y el taller de carpintería al fondo parecieron saludarlo, junto a la medialuna naranja que se asomaba tras los álamos.
Detuvo su vista en el sol y respiró profundo, sabiéndose armónico en un lugar en el mundo, el mismo que había soñado con Aída, ése en el que el renacimiento de los frutos y las cosechas se fundía junto al de sus hijos e hijas.
Llegó hasta el taller y el navajazo del invierno le dio la bienvenida. El cuzco iba delante, cruzándose y moviendo la cola. Entonces vio las cajas de cartón. Estaban debajo de unos trapos embadurnados con aceite de tractor y el cajón de las herramientas. Todavía se preguntaba por qué no las había quemado o enterrado, aunque sabía la respuesta.
Se acercó y les quitó la miríada de objetos que las cubría. Vio las publicaciones y se estremeció: pese a los años el recuerdo no parecía tan lejano.
Su hijo se las había traído una tarde. Se lo veía nervioso, tenso. Había llegado acompañado de dos compañeros de la Universidad que fumaban sin cesar, lo saludaron con un gesto de cabeza y lo esperaban en la tranquera de ingreso a la chacra.
—¿Viejo, me las podés guardar?
Él asintió. Hacía meses que no lo veía. Estaba flaco, sin afeitar y se lo veía cansado.
—¿Y mamá?
—Adentro, ¿querés pasar?
—No che, no puedo. Me voy a ir por un tiempo. Trataré de hacerles saber dónde estoy.
—¿Tan brava está la cosa?
—Sí. También te dejo las camisetas.
—Bueno —contestó y se fundieron en un intenso abrazo. El joven sonrió, lo apretó con fuerza y desapareció junto a las últimas luces del atardecer.
Desde entonces, no supo más de él.
Al principio pensó que era por la vorágine de la época. Luego una certeza ruin comenzó a socavarle las entrañas y ascendía desde su estómago en forma de acidez. Una mañana no aguantó más y le dijo a Aída: “Voy a verlo a Sepúlveda, a ver si sabe algo”.
Ella lo miró y le agradeció con la mirada. La diabetes y el sobrepeso ya habían comenzado a cercarla y desmejoraba con los días, aunque Juan sabía que estaba preocupada por su “Raulito”. Desde su partida intempestiva y como una gallina clueca, había protegido a todos sus hijos bajo las alas. Pese a la certidumbre y la sensación de que el lobo podía entrar a su antojo en el gallinero.
—Qué dice, Don Juan, ¿cómo va esa chacra? —interrogó el comisario y su cara se transfiguró al oír el nombre de Raúl. —Mire… hay cosas que mejor no preguntar… ¿No cree?
—No. No creo, por eso estoy acá. ¿Qué sabe, Sepúlveda? —inquirió con rudeza.
—Más respeto que puedo encerrarlo por desacato a la autoridad. Yo le diría que se vaya olvidando de su hijo. No era buena hierba —contestó alzando la voz y posando el arma en la culata de su arma.
—No me ofenda. Yo sé cómo era mi hijo. ¿Ya se olvidó de los campeonatos barriales, la taza de leche, los abrigos?
—Váyase don, si no quiere que lo meta en el calabozo.
Llegó a su casa y el cruce de miradas con Aída fue suficiente.
Ella lloró durante semanas. El tiempo pasó, Argentina ganó el Mundial de Fútbol, perdió una guerra con los ingleses y su chacra continuó con los ciclos frutales. Las cajas del primogénito, quien continuaría con la tradición de mimar y cuidar de la tierra, fueron a parar al taller de carpintería y se cubrieron de polvo, aunque nadie las tocó. Si sus hijos preguntaban, la respuesta era la de siempre: “Son de Raúl, dejálas ahí”.
La democracia y los años posteriores trajeron detalles del horror. Una mañana de invierno supo de su destino final en uno de los tantos vuelos de la muerte. En un acto reflejo fue hasta el taller y le quitó el polvo a las cajas, como si en aquellos objetos pudiera encontrar un espacio de comprensión, cierto alivio ante llagas y dolencias.
Oyó el andar sereno a sus espaldas y se dio vuelta. Sin decir nada, se fundieron en un largo abrazo. Aída tomó las remeras y las atesoró en la habitación de Raúl, junto al resto de objetos sensibles que los padres suelen guardar sobre sus hijos, confiados en que pueden habitarse de olores y recuerdos.
El lamido de Coqui lo trajo al presente. Miró las publicaciones amarillentas sepultadas en las cajas y cometiendo un sacrilegio, se llevó algunas, pese a que Aída las aborrecía acusándolas del destino de su hijo, en una suerte de resguardo necesario que asocia culpas con objetos. El sol ya era más que una intención en el horizonte. Juan le echó otro vistazo e ingresó a su casa.
Ya en el comedor, se preguntó cómo sería él. Todavía no podía creerlo, pero era cierto. Miró el reloj en la pared. La cita era a las diez. En su chacra, no podía ser de otra forma. El espejo del baño reflejó sus arrugas y los ojos cansados, habitados por un brillo diferente. “Ojalá estuvieras aquí, Aída”, aunque intuyó que —de una u otra manera— estaba junto a él.
La noticia se la habían confirmado hace una semana y desde entonces dormía apenas unas horas, si podía conciliar el sueño. Al principio le pareció una locura y se resistió a creerlo, aplicando un cerrojo a la esperanza. Hasta que la fortaleza cedió. Con la franqueza de lo posible.
Fue hasta el comedor. “Raúl tenía una compañera. Y fueron padres”, recordó. Al principio no comprendió y supuso que su hija le estaba jugando una mala pasada. “Sos abuelo. Y nosotros tías”, agregó emocionada.
Miró las publicaciones desparramadas sobre la mesa y el antiguo juego de camisetas celestes con guardas azules, con la leyenda de Juegos Evita en el frente y el perfil inconfundible debajo; huellas que había atesorado en una obstinada defensa de la memoria, tan necesarias como las arrugas de sus manos o las herramientas de trabajo, presintiendo que alguien las rescataría algún día.
El sonido del auto lo sorprendió. Se asomó a la ventana y se estremeció: el joven que descendía junto a sus hijas, era muy parecido a Raúl, o por lo menos a su recuerdo de hace tantos años. Su vista se nubló por un instante y sintió la humedad en sus ojos. Suspiró profundo, se abrochó la campera y salió a recibir a los visitantes.P.D.: Podés encontrar más textos, con las etiquetas El porvenir es una ilusión, 24M, y Lo que queda, en Con letra propia.
Gracias por leer.
#24M #A50AñosDelGolpe #ColisiónLibros #ElPorvenirEsUnaIlusión #LoQueQueda #MisTextos #SeriesYGrietas -
Textos reunidos, a 50 años del Golpe Cívico-Militar
El 24 de marzo se conmemora el 50° aniversario del golpe cívico-militar de 1976, cuando -en representación del estado argentino- se cometieron delitos de lesa humanidad y secuestraron a hombres y mujeres, para trasladarlos a centros clandestinos de represión donde fueron torturados y asesinados.
Escribí varios textos que dan cuenta de aquellos años. Comparto algunos.
El día que nunca terminó de encajar
Abrió los ojos. No necesitó mirar las manecillas fosforescentes para saber la hora. Soltó las imágenes del sueño y se tomó unos minutos, habituándose a la oscuridad, hasta que fue necesario levantarse. Despacio. Para no marearse.
El espejo del baño le devolvió las arrugas y los ojos oscuros, intensos. Todavía.
En la cocina, el primer hervor del agua terminó por despabilarla, se dejó embriagar por el aroma del café en saquitos.
No vayas a trabajar, recordó.
Su negativa. «Por qué no, si no hice nada malo».
Aquel día nunca terminó de encajar ni languideció con las ocupaciones cotidianas, las que dan algún sentido y tranquilidad. Y supo que algo andaba mal cuando él no regresó a casa. En la radio, voces ásperas, el país bajo el control operativo de las Fuerzas Armadas.
Los primeros llamados a los compañeros de trabajo. Nadie sabía nada en la fábrica, convenientemente custodiada por soldados y un carro de asalto. La denuncia policial, la artera esperanza de que regresaría, el inicio de la espera y la búsqueda, el velo del no te metás, la incertidumbre.
Fueron años que prefiere no recordar y en los que sobrevivió gracias al barrio, al recuerdo de Beto, que los empujó a organizarse para reclamar por cloacas y agua, la garita del ómnibus.
Un día el velo se rasgó y supo del secuestro de delegados y delegadas, reconstruyó su historia particular en el dolor colectivo. Y se reconoció en otras olvidadas. Fue natural reclamar en la calle. Desde entonces.
En la radio, voces de conmemoración y actos en todo el país. Alguien pide una canción. Ella se mira las arrugas. Desparramando fe, las Madres del amor.
Mensaje de hija que no había visto, emojis con muchos corazones, el «descansá» de todas las noches. «Te paso a buscar a las seis». Asintió, como si ella pudiera verla y se dejó arropar por el olor a pan tostado, Beto, su compañía.
Anuncian buen tiempo para la tarde.Uno de los más importantes -al menos en extensión- es la novela «El porvenir es una ilusión», editada por Colisión Libros, una historia de amistad en tiempos turbulentos.
Transcribo el capítulo 1
Hoy
La noticia no me sorprendió, como si sólo fuera cuestión de tiempo para que la certeza tomara cuerpo y no naufragara en las traiciones de la esperanza. Salí al patio y me refugié unos instantes bajo el parral. Algunos rayos de sol se colaban entre las hojas y anunciaban la dureza de un verano diferente.
Una de mis hijas –la que no conoció Martín– luchaba por atarle el pelo a una de sus muñecas mientras la embadurnaba con barro. “Es crema para la cara, papá”, se atajó ante mi vistazo indisimulado.
El Negro odiaba el calor. Aseguraba que era para burgueses venidos a menos y oficinistas pálidos, ansiosos por hacinarse en playas atiborradas de turistas. Su recuerdo es como esas huellas de nuestro cuerpo que coinciden con los secretos de la memoria. Están ahí y tienen su historia, sus confidencias, sus humores. Están ahí para demostrarnos que estamos vivos.
En los días leves tenía la esperanza de que mi amigo viviera en algún país europeo (siempre pensé que podía ser escandinavo) y que se negaba a volver a casa por resentimiento, amargura o demasiada melancolía.
En los días espesos, su ausencia hería el alma.
Como hoy.
Todavía conservo sus cartas. Una de las últimas, fechada en diciembre de 1978, lamentaba el triunfo de Argentina en el Mundial. Sin embargo yo podía leer entre líneas —porque para eso son los amigos— que todavía tenía la confianza suficiente para iniciar el camino de regreso.
En cada sobre de remitentes falsos como Calle de la Buena Vida o el Libertador de América, había un párrafo para nosotros, Flores, y aquel breve paso por La Colonia. Todo camuflado con frases como “no puedo olvidar el aroma del perfume que tenías aquella tarde” o “no descuides a mi jardín rechoncho, espero que no se haya llenado de cardos rusos”.
Más de una vez estuve tentado de contarle que mi versión de consignatario de hacienda se había ido al diablo, pero me contuve. O que pasé varios meses en la cárcel “por las dudas”. Mi tiempo a la sombra acabó con mi negocio y confirmó la intuición de que las botas de cuero, ponchos caros y cuchillos de plata no congenian con los que cuestionan el orden impuesto. Y darle una mano al Negro fue una afrenta que no me perdonaron.
Fueron tiempos duros. Subsistimos gracias a la resistencia sublime de Claudia, que siempre se las ingenió para traer un pedazo de pan a la mesa. Algunos ahorros, bisutería, venta de cosméticos y otras baratijas lograron capear el temporal. Transcurría el año 1983 cuando Alfonsín aseguraba que con la democracia se come, se educa, se vive y la tormenta pareció alejarse del horizonte.
Creo que esos años sirvieron para despedirme de los mandamientos familiares. No porque fueran una carga sino porque cada uno debe transitar su propia senda y la mía parece surcada por libros, citas y alumnos a los que trato de contagiar mi entusiasmo por las palabras, con su miríada de versos y relatos.
Acaso como éste, que subyace mientras la vida pasa y reclama por saldar una deuda pendiente, deuda que no tiene que ver con el dinero sino con nuestra piel, habitada por sueños, miserias o lealtades. Como la vida misma.
Y si fuera posible reducir nuestra historia a varios relatos, uno de ellos estaría atravesado por llamadas telefónicas: una que recibí de Flores preguntándome por el Negro y otra que le devolví al mes siguiente pese al miedo y la incertidumbre.
Cuando colgué el teléfono, aquel 29 de junio de 1976, supe que había cruzado una línea. Pero no había vuelta atrás. Ignoro si el interventor de La Colonia me confesó el operativo porque sospechaba de mí o porque simplemente tenía que contárselo a alguien. Era una rata, un servil con el poder que disfrutaba muy bien de su rol social.
Lo cierto es que su soberbia me permitió saber que iban de nuevo tras mi amigo y mi advertencia no sorprendió a Flores. “¿Por qué lo hace?”, preguntó. “Por la misma razón que usted”, creo que contesté. Después los días se tornaron cenicientos y fueron cubiertos con un velo tenue y solidario, acorde con un invierno que parecía interminable.
Me encontraba en prisión cuando el comisario me contó que los grupos de tareas habían arrasado mi casa e incendiado mi biblioteca. Los pormenores de la huida del Negro los tuve cuando recibí su primera carta desde Brasil. Simulaba ser un primo de Claudia que llevaba tiempo sin escribirnos y recordaba una lejana visita a La Colonia.
Yo había recuperado la libertad hacía poco tiempo y la noticia fue un alivio para nosotros. Intuí que Flores me debía una explicación y fui a verlo. El hombre ya vivía en la ciudad y soportaba el desprecio de sus camaradas, quienes lo consideraban un inútil, un perdedor derrotado por el whisky, confinado a pudrirse en oficinas sofocantes.
El comisario me citó un día en su casa; la del barrio policial, la que continuaba sin Leonor pero recibía las visitas domingueras de su hijo. Su jardín abandonado contrastaba con las rejas nuevas y el césped reluciente de las casas vecinas. Era un paria entre sus pares, el diferente de la manada, el disconforme que disfrutaba de su rol dentro de una institución rígida.
Allí me contó que la idea había sido suya. Que no lo habían planeado pero Ramírez había facilitado las cosas. También que Martín estuvo escondido en el caldenal, hasta que llegó la ayuda. No me lo confesó, pero creo que se alegró cuando le mostré la carta recibida. “Manténgame al tanto”, deslizó.
Es curioso el vínculo que puede formarse entre dos hombres. Nunca nos frecuentamos pero siempre nos tuvimos presentes, como aquella vez que apareció en casa, me dejó mi ejemplar de “La Ilíada” y un cuaderno con anotaciones de Martín, de su exilio interior. “Lo encontré cuando hacía el bolso”, agregó luego de confirmarme que La Colonia había sido abandonada tras el cierre del destacamento policial.
Quizás por eso, porque no puedo explicarlo o porque simplemente debo mantenerlo al tanto, es que vine a verlo y estamos frente a frente, en su oficina de detective privado que huele a misterio rancio y rincones húmedos, a perfume barato y maridos engañados.
—Página 3, nacionales, arriba a la derecha —dije.
Releyó la nota un par de veces y tiró el diario sobre la mesa ratona. —¿Ahora qué hacemos?—preguntó.
Le mostré mi bolso de viaje.
—Me voy a La Colonia, ¿quiere venir?
—¿Por cuánto tiempo?
—El necesario. Necesito contar esta historia y los detalles están allá.
Flores me miró.
—Está loco Leandro. Déme unos minutos que junto unas cosas».Otro fragmento:
Era cerca de la medianoche cuando un aguacero impensado se desplomó sobre el despojo de Colonia El Porvenir y la iglesia develó todas sus goteras. Una razón más para largarnos cuanto antes de este caserío al que parece no agradarle nuestra visita. Sé que es una jugarreta de mi imaginación y que no es posible, pero ayer vi a la vieja Lucía. Llevaba un gato siamés en su regazo y se dirigía al consultorio del doctor Vitali, como todas las mañanas. No le dije nada a Flores, pero me hice una escapada hasta el cementerio. Su panteón estaba abierto. No me animé a entrar.
Quizás hay que dejar los espectros en el pasado. Quizás no era tan buena idea esto de recordar a Martín y avivar fantasmas. O a lo mejor es el momento ideal después de los indultos presidenciales y un plan económico parecido al de Martínez de Hoz pero aplicado a comienzos de los noventa.
Traje conmigo el cuaderno de anotaciones del Negro, sus dudas ante una lucha que, intuyo, sentía en retroceso desde que Montoneros pasó a la clandestinidad y las acciones militaristas estuvieran a la orden del día. “Cuando vos confiás en un compañero, cuando tu vida depende de una cita diaria no te hacés tantas preguntas”, escribió en uno de los márgenes.
Sonrío. Esa respuesta es para mí. Es fácil reflexionar sobre los hechos unos quince años después. Supongo que por eso le dejó el cuaderno a Flores, a sabiendas que éste me lo alcanzaría alguna vez y entablaríamos este diálogo sobre la historia que, al fin y al cabo, es un diálogo sobre nosotros y nuestro tiempo.
Pavada de frase. Grandilocuente y jactanciosa. Estoy seguro que Martín se hubiera muerto de risa, aunque era consciente que aquellos años fueron de palabras absolutas, no había lugar para medias tintas. Patria o muerte, Liberación o Dependencia, así se percibía. El futuro estaba al alcance de la mano y había llegado la hora de los pueblos.
“Aquí estoy para vivir/mientras el alma me suene, / y aquí estoy para morir, / cuando la hora me llegue, / en los veneros del pueblo/desde ahora y desde siempre. / Varios tragos es la vida/y un solo trago es la muerte.” , escribió Martín en este cuaderno que sigue hablando conmigo y desliza sus palabras en una suerte de diálogo postergado que se puede realizar en cualquier momento, pues para eso están los amigos.
Suerte de diálogo postergado, esto va de mal en peor. Quizás ya sea hora de volver a casa, cruzar el Aqueronte con la esperanza de no hundirme y dejar que el olvido haga su trabajo. Pero todavía no puedo. Coincido con Martín – y seguimos con los diálogos – que este caserío abandonado es un metáfora del país, los restos de un porvenir habitado por nostálgicos y derrotados (porque no somos otras cosa Flores y yo) que no se resignan a las risas superficiales y al olvido por decreto.Otro relato:
Los abrazos
Sabés, toda historia puede reducirse a palabras. No es nuevo. La mía, la nuestra. Letra por letra. Algunas en detrimento de otras. Aprenderás a darte cuenta (ya lo hiciste. No te estaría escribiendo, sino). Palabras que espantaron el sinsentido y alcanzaron para quedarnos más cerquita de la vida.
Porque había que apostar la vida en aquellos años. Y los viejos lo hicieron.
La lluvia empapa la ventana y el cielo plomizo parece devorarse la tierra. Escribir se parece a las gotas en el vidrio. Las palabras golpean, se desvanecen y caen en hilera, mientras repaso las fotos que te traje, como si en ellas estuvieran las certezas de lo probable.
Tacho. Pienso. Muerdo el lápiz. Pido otro café. El mozo me mira y vuelve a los pocos minutos. “Gentileza de la casa”, dice. Levanto los ojos y lo interrogo con la mirada. “No vienen muchas poetas, acá”, se excusa.
Le sonrío y vuelvo al papel. El recuerdo de tu recuerdo sigue ahí, me persigue desde que me levanté y mi cara de insomnio en el reflejo perezoso me dio los buenos días. Y supe que tenía que escribirte. Contar tu historia, nuestra historia.
Escribo sin parar, casi como una loca, sin filtrar. Yo tuve más suerte que vos, porque una noche me dejaron en la casa de los tíos. De madrugada, con un timbrazo y unos pocos días encima. Supongo que habrán ayudado los contactos influyentes.
Entra un pibe vendiendo estampitas y un vaho de combustión inunda el bar. A nadie parece importarle. Acá es común. Nadie busca a nadie y muchos fingen preocuparse por los otros. Pero les importan poco.
Ya me contarás de tu pueblo.
Dicen que es imposible, pero yo estoy segura de que crecí con tu recuerdo. Con un ruido inexplicable, casi un llanto débil. A veces, lo sentía con mayor intensidad. Otras, me era muy difícil percibirlo. Pero ahí estaba. Y no debía olvidarlo. Cómo decirte: un aleteo recurrente, el tábano de Sócrates. ¿Qué leerás? Porque estoy segura de que sos un lector impresionante. Los viejos lo eran.
Por suerte están ellas. Allí fui una mañana de invierno. A escondidas de los tíos que al principio querían saber poco de esa época. ¿Has pensando en ese juego? Yo siempre. Desde muy chica. Me provocaba mucha angustia eso de taparse la cara, contar, buscar y encontrar. Una metáfora que impresiona, ¿no?
“Estoy segura de que yo tenía un hermano”, les dije. Y me permitieron dejar una muestra de sangre. La carrera de Economía se fue al diablo y me anoté en Historia. Como no.
Traje fotos de los viejos. Son en blanco y negro te imaginarás. Se conocieron en una peña me contaron las Abuelas. Dicen sus compañeros que el flechazo fue mutuo y que poco importó la tormenta que se les vino encima.
Del secuestro hablaremos juntos. No me animo a escribirlo.
El trueno y la vibración en el vidrio anuncian que la tormenta dejó de ser pasajera, para instalarse convencida en la mañana. El agua corre furiosa, arrastrando cartones, botellas de plástico y papeles. Se lleva todo a su paso. Como la verdad.
Ahí viene el tío. Él también está emocionado por conocer a su sobrino. Ojalá que pare de llover, si no te vamos a empapar todo. Aunque eso es lo de menos. Te lo vas a tener que bancar, che.
Anoche casi no dormí. Bueno, en realidad, creo que es desde que escuché que “el resultado había sido positivo”. ¿Cómo serás?; ¿Te aturdirá la multitud como a mí?; ¿O nada que ver?; ¿Más alto, más bajo? Soy un manojo de nervios. Más que de costumbre, bah.
Preguntas y más preguntas, que empezaremos a desandar después de las miradas, los redescubrimientos, los abrazos. Qué maravilla los abrazos. ¿Pensaste alguna vez en ellos?Por último, dejo este cuento. Integra el libro «Series y grietas», también editado por Colisión Libros y también en «Fuerte al medio», Relatos, Historias y Crónicas Futboleras, libro compilado por Pablo Montanaro.
El juego de camisetas
—¡Dale, dale! —vociferaba el desconocido con el pucho apagado entre los labios. Su hijo eludía a un defensor, pateaba otro centro que el nueve cabeceaba afuera y originaba lamentos y aplausos cerrados de la parcialidad local.
Desde la tabla que hacía de banco de suplentes visitantes, Raúl sonreía. Arengaba a los sabandijas que corrían detrás de la pelota y resistían un partido adverso desde el comienzo.
El clarear brillante lo distrajo. El griterío de los padres se confundió con los pelotazos y el siseo de los álamos se desvaneció en el recuerdo. Vio por la ventana las nubes anaranjadas que parecían colarse detrás de las ramas a merced de la brisa.
Un tic tic, de patitas urgentes por conseguir un baño, lo olisquearon un instante y el lengüetazo en la mejilla, fue la señal ineludible de los gestos que consolidan el cauce de los días.
Giró hacia la derecha y evitó mirar la cama matrimonial. Se calzó los anteojos y a través de los lentes gruesos los objetos dejaron su desenfoque habitual, tomando las formas acostumbradas.
El agua helada espantó los restos de la noche. En la cocina, la salamandra resistía el frío que se colaba por debajo de la puerta. El anciano tomó uno de los leños del cajón y lo echó al fuego. Luego encendió el calentador y apoyó la pava.
Coqui movía la cola y raspó la puerta una vez más. “Dale, andá”, le dijo y el perro salió disparado hacia el patio, con una agilidad impropia para su edad.
“La soledad es un estado mental”, pensó. Creyó oír un andar sereno por las habitaciones, el murmullo de Aída canturreando aquella vieja canción gallega. “¿Querés un mate”?, preguntó cediendo a las jugarretas de la memoria.
El silencio de la casa abrigó la respuesta. Calabaza en mano, Salió al extenso patio y lo recorrió con la mirada. Herramientas por el suelo, una huerta que no resistió la inclemencia de las heladas y el taller de carpintería al fondo parecieron saludarlo, junto a la medialuna naranja que se asomaba tras los álamos.
Detuvo su vista en el sol y respiró profundo, sabiéndose armónico en un lugar en el mundo, el mismo que había soñado con Aída, ése en el que el renacimiento de los frutos y las cosechas se fundía junto al de sus hijos e hijas.
Llegó hasta el taller y el navajazo del invierno le dio la bienvenida. El cuzco iba delante, cruzándose y moviendo la cola. Entonces vio las cajas de cartón. Estaban debajo de unos trapos embadurnados con aceite de tractor y el cajón de las herramientas. Todavía se preguntaba por qué no las había quemado o enterrado, aunque sabía la respuesta.
Se acercó y les quitó la miríada de objetos que las cubría. Vio las publicaciones y se estremeció: pese a los años el recuerdo no parecía tan lejano.
Su hijo se las había traído una tarde. Se lo veía nervioso, tenso. Había llegado acompañado de dos compañeros de la Universidad que fumaban sin cesar, lo saludaron con un gesto de cabeza y lo esperaban en la tranquera de ingreso a la chacra.
—¿Viejo, me las podés guardar?
Él asintió. Hacía meses que no lo veía. Estaba flaco, sin afeitar y se lo veía cansado.
—¿Y mamá?
—Adentro, ¿querés pasar?
—No che, no puedo. Me voy a ir por un tiempo. Trataré de hacerles saber dónde estoy.
—¿Tan brava está la cosa?
—Sí. También te dejo las camisetas.
—Bueno —contestó y se fundieron en un intenso abrazo. El joven sonrió, lo apretó con fuerza y desapareció junto a las últimas luces del atardecer.
Desde entonces, no supo más de él.
Al principio pensó que era por la vorágine de la época. Luego una certeza ruin comenzó a socavarle las entrañas y ascendía desde su estómago en forma de acidez. Una mañana no aguantó más y le dijo a Aída: “Voy a verlo a Sepúlveda, a ver si sabe algo”.
Ella lo miró y le agradeció con la mirada. La diabetes y el sobrepeso ya habían comenzado a cercarla y desmejoraba con los días, aunque Juan sabía que estaba preocupada por su “Raulito”. Desde su partida intempestiva y como una gallina clueca, había protegido a todos sus hijos bajo las alas. Pese a la certidumbre y la sensación de que el lobo podía entrar a su antojo en el gallinero.
—Qué dice, Don Juan, ¿cómo va esa chacra? —interrogó el comisario y su cara se transfiguró al oír el nombre de Raúl. —Mire… hay cosas que mejor no preguntar… ¿No cree?
—No. No creo, por eso estoy acá. ¿Qué sabe, Sepúlveda? —inquirió con rudeza.
—Más respeto que puedo encerrarlo por desacato a la autoridad. Yo le diría que se vaya olvidando de su hijo. No era buena hierba —contestó alzando la voz y posando el arma en la culata de su arma.
—No me ofenda. Yo sé cómo era mi hijo. ¿Ya se olvidó de los campeonatos barriales, la taza de leche, los abrigos?
—Váyase don, si no quiere que lo meta en el calabozo.
Llegó a su casa y el cruce de miradas con Aída fue suficiente.
Ella lloró durante semanas. El tiempo pasó, Argentina ganó el Mundial de Fútbol, perdió una guerra con los ingleses y su chacra continuó con los ciclos frutales. Las cajas del primogénito, quien continuaría con la tradición de mimar y cuidar de la tierra, fueron a parar al taller de carpintería y se cubrieron de polvo, aunque nadie las tocó. Si sus hijos preguntaban, la respuesta era la de siempre: “Son de Raúl, dejálas ahí”.
La democracia y los años posteriores trajeron detalles del horror. Una mañana de invierno supo de su destino final en uno de los tantos vuelos de la muerte. En un acto reflejo fue hasta el taller y le quitó el polvo a las cajas, como si en aquellos objetos pudiera encontrar un espacio de comprensión, cierto alivio ante llagas y dolencias.
Oyó el andar sereno a sus espaldas y se dio vuelta. Sin decir nada, se fundieron en un largo abrazo. Aída tomó las remeras y las atesoró en la habitación de Raúl, junto al resto de objetos sensibles que los padres suelen guardar sobre sus hijos, confiados en que pueden habitarse de olores y recuerdos.
El lamido de Coqui lo trajo al presente. Miró las publicaciones amarillentas sepultadas en las cajas y cometiendo un sacrilegio, se llevó algunas, pese a que Aída las aborrecía acusándolas del destino de su hijo, en una suerte de resguardo necesario que asocia culpas con objetos. El sol ya era más que una intención en el horizonte. Juan le echó otro vistazo e ingresó a su casa.
Ya en el comedor, se preguntó cómo sería él. Todavía no podía creerlo, pero era cierto. Miró el reloj en la pared. La cita era a las diez. En su chacra, no podía ser de otra forma. El espejo del baño reflejó sus arrugas y los ojos cansados, habitados por un brillo diferente. “Ojalá estuvieras aquí, Aída”, aunque intuyó que —de una u otra manera— estaba junto a él.
La noticia se la habían confirmado hace una semana y desde entonces dormía apenas unas horas, si podía conciliar el sueño. Al principio le pareció una locura y se resistió a creerlo, aplicando un cerrojo a la esperanza. Hasta que la fortaleza cedió. Con la franqueza de lo posible.
Fue hasta el comedor. “Raúl tenía una compañera. Y fueron padres”, recordó. Al principio no comprendió y supuso que su hija le estaba jugando una mala pasada. “Sos abuelo. Y nosotros tías”, agregó emocionada.
Miró las publicaciones desparramadas sobre la mesa y el antiguo juego de camisetas celestes con guardas azules, con la leyenda de Juegos Evita en el frente y el perfil inconfundible debajo; huellas que había atesorado en una obstinada defensa de la memoria, tan necesarias como las arrugas de sus manos o las herramientas de trabajo, presintiendo que alguien las rescataría algún día.
El sonido del auto lo sorprendió. Se asomó a la ventana y se estremeció: el joven que descendía junto a sus hijas, era muy parecido a Raúl, o por lo menos a su recuerdo de hace tantos años. Su vista se nubló por un instante y sintió la humedad en sus ojos. Suspiró profundo, se abrochó la campera y salió a recibir a los visitantes.P.D.: Podés encontrar más textos, con las etiquetas El porvenir es una ilusión, 24M, y Lo que queda, en Con letra propia.
Gracias por leer.
#24M #A50AñosDelGolpe #ColisiónLibros #ElPorvenirEsUnaIlusión #LoQueQueda #MisTextos #SeriesYGrietas -
Textos reunidos, a 50 años del Golpe Cívico-Militar
El 24 de marzo se conmemora el 50° aniversario del golpe cívico-militar de 1976, cuando -en representación del estado argentino- se cometieron delitos de lesa humanidad y secuestraron a hombres y mujeres, para trasladarlos a centros clandestinos de represión donde fueron torturados y asesinados.
Escribí varios textos que dan cuenta de aquellos años. Comparto algunos.
El día que nunca terminó de encajar
Abrió los ojos. No necesitó mirar las manecillas fosforescentes para saber la hora. Soltó las imágenes del sueño y se tomó unos minutos, habituándose a la oscuridad, hasta que fue necesario levantarse. Despacio. Para no marearse.
El espejo del baño le devolvió las arrugas y los ojos oscuros, intensos. Todavía.
En la cocina, el primer hervor del agua terminó por despabilarla, se dejó embriagar por el aroma del café en saquitos.
No vayas a trabajar, recordó.
Su negativa. «Por qué no, si no hice nada malo».
Aquel día nunca terminó de encajar ni languideció con las ocupaciones cotidianas, las que dan algún sentido y tranquilidad. Y supo que algo andaba mal cuando él no regresó a casa. En la radio, voces ásperas, el país bajo el control operativo de las Fuerzas Armadas.
Los primeros llamados a los compañeros de trabajo. Nadie sabía nada en la fábrica, convenientemente custodiada por soldados y un carro de asalto. La denuncia policial, la artera esperanza de que regresaría, el inicio de la espera y la búsqueda, el velo del no te metás, la incertidumbre.
Fueron años que prefiere no recordar y en los que sobrevivió gracias al barrio, al recuerdo de Beto, que los empujó a organizarse para reclamar por cloacas y agua, la garita del ómnibus.
Un día el velo se rasgó y supo del secuestro de delegados y delegadas, reconstruyó su historia particular en el dolor colectivo. Y se reconoció en otras olvidadas. Fue natural reclamar en la calle. Desde entonces.
En la radio, voces de conmemoración y actos en todo el país. Alguien pide una canción. Ella se mira las arrugas. Desparramando fe, las Madres del amor.
Mensaje de hija que no había visto, emojis con muchos corazones, el «descansá» de todas las noches. «Te paso a buscar a las seis». Asintió, como si ella pudiera verla y se dejó arropar por el olor a pan tostado, Beto, su compañía.
Anuncian buen tiempo para la tarde.Uno de los más importantes -al menos en extensión- es la novela «El porvenir es una ilusión», editada por Colisión Libros, una historia de amistad en tiempos turbulentos.
Transcribo el capítulo 1
Hoy
La noticia no me sorprendió, como si sólo fuera cuestión de tiempo para que la certeza tomara cuerpo y no naufragara en las traiciones de la esperanza. Salí al patio y me refugié unos instantes bajo el parral. Algunos rayos de sol se colaban entre las hojas y anunciaban la dureza de un verano diferente.
Una de mis hijas –la que no conoció Martín– luchaba por atarle el pelo a una de sus muñecas mientras la embadurnaba con barro. “Es crema para la cara, papá”, se atajó ante mi vistazo indisimulado.
El Negro odiaba el calor. Aseguraba que era para burgueses venidos a menos y oficinistas pálidos, ansiosos por hacinarse en playas atiborradas de turistas. Su recuerdo es como esas huellas de nuestro cuerpo que coinciden con los secretos de la memoria. Están ahí y tienen su historia, sus confidencias, sus humores. Están ahí para demostrarnos que estamos vivos.
En los días leves tenía la esperanza de que mi amigo viviera en algún país europeo (siempre pensé que podía ser escandinavo) y que se negaba a volver a casa por resentimiento, amargura o demasiada melancolía.
En los días espesos, su ausencia hería el alma.
Como hoy.
Todavía conservo sus cartas. Una de las últimas, fechada en diciembre de 1978, lamentaba el triunfo de Argentina en el Mundial. Sin embargo yo podía leer entre líneas —porque para eso son los amigos— que todavía tenía la confianza suficiente para iniciar el camino de regreso.
En cada sobre de remitentes falsos como Calle de la Buena Vida o el Libertador de América, había un párrafo para nosotros, Flores, y aquel breve paso por La Colonia. Todo camuflado con frases como “no puedo olvidar el aroma del perfume que tenías aquella tarde” o “no descuides a mi jardín rechoncho, espero que no se haya llenado de cardos rusos”.
Más de una vez estuve tentado de contarle que mi versión de consignatario de hacienda se había ido al diablo, pero me contuve. O que pasé varios meses en la cárcel “por las dudas”. Mi tiempo a la sombra acabó con mi negocio y confirmó la intuición de que las botas de cuero, ponchos caros y cuchillos de plata no congenian con los que cuestionan el orden impuesto. Y darle una mano al Negro fue una afrenta que no me perdonaron.
Fueron tiempos duros. Subsistimos gracias a la resistencia sublime de Claudia, que siempre se las ingenió para traer un pedazo de pan a la mesa. Algunos ahorros, bisutería, venta de cosméticos y otras baratijas lograron capear el temporal. Transcurría el año 1983 cuando Alfonsín aseguraba que con la democracia se come, se educa, se vive y la tormenta pareció alejarse del horizonte.
Creo que esos años sirvieron para despedirme de los mandamientos familiares. No porque fueran una carga sino porque cada uno debe transitar su propia senda y la mía parece surcada por libros, citas y alumnos a los que trato de contagiar mi entusiasmo por las palabras, con su miríada de versos y relatos.
Acaso como éste, que subyace mientras la vida pasa y reclama por saldar una deuda pendiente, deuda que no tiene que ver con el dinero sino con nuestra piel, habitada por sueños, miserias o lealtades. Como la vida misma.
Y si fuera posible reducir nuestra historia a varios relatos, uno de ellos estaría atravesado por llamadas telefónicas: una que recibí de Flores preguntándome por el Negro y otra que le devolví al mes siguiente pese al miedo y la incertidumbre.
Cuando colgué el teléfono, aquel 29 de junio de 1976, supe que había cruzado una línea. Pero no había vuelta atrás. Ignoro si el interventor de La Colonia me confesó el operativo porque sospechaba de mí o porque simplemente tenía que contárselo a alguien. Era una rata, un servil con el poder que disfrutaba muy bien de su rol social.
Lo cierto es que su soberbia me permitió saber que iban de nuevo tras mi amigo y mi advertencia no sorprendió a Flores. “¿Por qué lo hace?”, preguntó. “Por la misma razón que usted”, creo que contesté. Después los días se tornaron cenicientos y fueron cubiertos con un velo tenue y solidario, acorde con un invierno que parecía interminable.
Me encontraba en prisión cuando el comisario me contó que los grupos de tareas habían arrasado mi casa e incendiado mi biblioteca. Los pormenores de la huida del Negro los tuve cuando recibí su primera carta desde Brasil. Simulaba ser un primo de Claudia que llevaba tiempo sin escribirnos y recordaba una lejana visita a La Colonia.
Yo había recuperado la libertad hacía poco tiempo y la noticia fue un alivio para nosotros. Intuí que Flores me debía una explicación y fui a verlo. El hombre ya vivía en la ciudad y soportaba el desprecio de sus camaradas, quienes lo consideraban un inútil, un perdedor derrotado por el whisky, confinado a pudrirse en oficinas sofocantes.
El comisario me citó un día en su casa; la del barrio policial, la que continuaba sin Leonor pero recibía las visitas domingueras de su hijo. Su jardín abandonado contrastaba con las rejas nuevas y el césped reluciente de las casas vecinas. Era un paria entre sus pares, el diferente de la manada, el disconforme que disfrutaba de su rol dentro de una institución rígida.
Allí me contó que la idea había sido suya. Que no lo habían planeado pero Ramírez había facilitado las cosas. También que Martín estuvo escondido en el caldenal, hasta que llegó la ayuda. No me lo confesó, pero creo que se alegró cuando le mostré la carta recibida. “Manténgame al tanto”, deslizó.
Es curioso el vínculo que puede formarse entre dos hombres. Nunca nos frecuentamos pero siempre nos tuvimos presentes, como aquella vez que apareció en casa, me dejó mi ejemplar de “La Ilíada” y un cuaderno con anotaciones de Martín, de su exilio interior. “Lo encontré cuando hacía el bolso”, agregó luego de confirmarme que La Colonia había sido abandonada tras el cierre del destacamento policial.
Quizás por eso, porque no puedo explicarlo o porque simplemente debo mantenerlo al tanto, es que vine a verlo y estamos frente a frente, en su oficina de detective privado que huele a misterio rancio y rincones húmedos, a perfume barato y maridos engañados.
—Página 3, nacionales, arriba a la derecha —dije.
Releyó la nota un par de veces y tiró el diario sobre la mesa ratona. —¿Ahora qué hacemos?—preguntó.
Le mostré mi bolso de viaje.
—Me voy a La Colonia, ¿quiere venir?
—¿Por cuánto tiempo?
—El necesario. Necesito contar esta historia y los detalles están allá.
Flores me miró.
—Está loco Leandro. Déme unos minutos que junto unas cosas».Otro fragmento:
Era cerca de la medianoche cuando un aguacero impensado se desplomó sobre el despojo de Colonia El Porvenir y la iglesia develó todas sus goteras. Una razón más para largarnos cuanto antes de este caserío al que parece no agradarle nuestra visita. Sé que es una jugarreta de mi imaginación y que no es posible, pero ayer vi a la vieja Lucía. Llevaba un gato siamés en su regazo y se dirigía al consultorio del doctor Vitali, como todas las mañanas. No le dije nada a Flores, pero me hice una escapada hasta el cementerio. Su panteón estaba abierto. No me animé a entrar.
Quizás hay que dejar los espectros en el pasado. Quizás no era tan buena idea esto de recordar a Martín y avivar fantasmas. O a lo mejor es el momento ideal después de los indultos presidenciales y un plan económico parecido al de Martínez de Hoz pero aplicado a comienzos de los noventa.
Traje conmigo el cuaderno de anotaciones del Negro, sus dudas ante una lucha que, intuyo, sentía en retroceso desde que Montoneros pasó a la clandestinidad y las acciones militaristas estuvieran a la orden del día. “Cuando vos confiás en un compañero, cuando tu vida depende de una cita diaria no te hacés tantas preguntas”, escribió en uno de los márgenes.
Sonrío. Esa respuesta es para mí. Es fácil reflexionar sobre los hechos unos quince años después. Supongo que por eso le dejó el cuaderno a Flores, a sabiendas que éste me lo alcanzaría alguna vez y entablaríamos este diálogo sobre la historia que, al fin y al cabo, es un diálogo sobre nosotros y nuestro tiempo.
Pavada de frase. Grandilocuente y jactanciosa. Estoy seguro que Martín se hubiera muerto de risa, aunque era consciente que aquellos años fueron de palabras absolutas, no había lugar para medias tintas. Patria o muerte, Liberación o Dependencia, así se percibía. El futuro estaba al alcance de la mano y había llegado la hora de los pueblos.
“Aquí estoy para vivir/mientras el alma me suene, / y aquí estoy para morir, / cuando la hora me llegue, / en los veneros del pueblo/desde ahora y desde siempre. / Varios tragos es la vida/y un solo trago es la muerte.” , escribió Martín en este cuaderno que sigue hablando conmigo y desliza sus palabras en una suerte de diálogo postergado que se puede realizar en cualquier momento, pues para eso están los amigos.
Suerte de diálogo postergado, esto va de mal en peor. Quizás ya sea hora de volver a casa, cruzar el Aqueronte con la esperanza de no hundirme y dejar que el olvido haga su trabajo. Pero todavía no puedo. Coincido con Martín – y seguimos con los diálogos – que este caserío abandonado es un metáfora del país, los restos de un porvenir habitado por nostálgicos y derrotados (porque no somos otras cosa Flores y yo) que no se resignan a las risas superficiales y al olvido por decreto.Otro relato:
Los abrazos
Sabés, toda historia puede reducirse a palabras. No es nuevo. La mía, la nuestra. Letra por letra. Algunas en detrimento de otras. Aprenderás a darte cuenta (ya lo hiciste. No te estaría escribiendo, sino). Palabras que espantaron el sinsentido y alcanzaron para quedarnos más cerquita de la vida.
Porque había que apostar la vida en aquellos años. Y los viejos lo hicieron.
La lluvia empapa la ventana y el cielo plomizo parece devorarse la tierra. Escribir se parece a las gotas en el vidrio. Las palabras golpean, se desvanecen y caen en hilera, mientras repaso las fotos que te traje, como si en ellas estuvieran las certezas de lo probable.
Tacho. Pienso. Muerdo el lápiz. Pido otro café. El mozo me mira y vuelve a los pocos minutos. “Gentileza de la casa”, dice. Levanto los ojos y lo interrogo con la mirada. “No vienen muchas poetas, acá”, se excusa.
Le sonrío y vuelvo al papel. El recuerdo de tu recuerdo sigue ahí, me persigue desde que me levanté y mi cara de insomnio en el reflejo perezoso me dio los buenos días. Y supe que tenía que escribirte. Contar tu historia, nuestra historia.
Escribo sin parar, casi como una loca, sin filtrar. Yo tuve más suerte que vos, porque una noche me dejaron en la casa de los tíos. De madrugada, con un timbrazo y unos pocos días encima. Supongo que habrán ayudado los contactos influyentes.
Entra un pibe vendiendo estampitas y un vaho de combustión inunda el bar. A nadie parece importarle. Acá es común. Nadie busca a nadie y muchos fingen preocuparse por los otros. Pero les importan poco.
Ya me contarás de tu pueblo.
Dicen que es imposible, pero yo estoy segura de que crecí con tu recuerdo. Con un ruido inexplicable, casi un llanto débil. A veces, lo sentía con mayor intensidad. Otras, me era muy difícil percibirlo. Pero ahí estaba. Y no debía olvidarlo. Cómo decirte: un aleteo recurrente, el tábano de Sócrates. ¿Qué leerás? Porque estoy segura de que sos un lector impresionante. Los viejos lo eran.
Por suerte están ellas. Allí fui una mañana de invierno. A escondidas de los tíos que al principio querían saber poco de esa época. ¿Has pensando en ese juego? Yo siempre. Desde muy chica. Me provocaba mucha angustia eso de taparse la cara, contar, buscar y encontrar. Una metáfora que impresiona, ¿no?
“Estoy segura de que yo tenía un hermano”, les dije. Y me permitieron dejar una muestra de sangre. La carrera de Economía se fue al diablo y me anoté en Historia. Como no.
Traje fotos de los viejos. Son en blanco y negro te imaginarás. Se conocieron en una peña me contaron las Abuelas. Dicen sus compañeros que el flechazo fue mutuo y que poco importó la tormenta que se les vino encima.
Del secuestro hablaremos juntos. No me animo a escribirlo.
El trueno y la vibración en el vidrio anuncian que la tormenta dejó de ser pasajera, para instalarse convencida en la mañana. El agua corre furiosa, arrastrando cartones, botellas de plástico y papeles. Se lleva todo a su paso. Como la verdad.
Ahí viene el tío. Él también está emocionado por conocer a su sobrino. Ojalá que pare de llover, si no te vamos a empapar todo. Aunque eso es lo de menos. Te lo vas a tener que bancar, che.
Anoche casi no dormí. Bueno, en realidad, creo que es desde que escuché que “el resultado había sido positivo”. ¿Cómo serás?; ¿Te aturdirá la multitud como a mí?; ¿O nada que ver?; ¿Más alto, más bajo? Soy un manojo de nervios. Más que de costumbre, bah.
Preguntas y más preguntas, que empezaremos a desandar después de las miradas, los redescubrimientos, los abrazos. Qué maravilla los abrazos. ¿Pensaste alguna vez en ellos?Por último, dejo este cuento. Integra el libro «Series y grietas», también editado por Colisión Libros y también en «Fuerte al medio», Relatos, Historias y Crónicas Futboleras, libro compilado por Pablo Montanaro.
El juego de camisetas
—¡Dale, dale! —vociferaba el desconocido con el pucho apagado entre los labios. Su hijo eludía a un defensor, pateaba otro centro que el nueve cabeceaba afuera y originaba lamentos y aplausos cerrados de la parcialidad local.
Desde la tabla que hacía de banco de suplentes visitantes, Raúl sonreía. Arengaba a los sabandijas que corrían detrás de la pelota y resistían un partido adverso desde el comienzo.
El clarear brillante lo distrajo. El griterío de los padres se confundió con los pelotazos y el siseo de los álamos se desvaneció en el recuerdo. Vio por la ventana las nubes anaranjadas que parecían colarse detrás de las ramas a merced de la brisa.
Un tic tic, de patitas urgentes por conseguir un baño, lo olisquearon un instante y el lengüetazo en la mejilla, fue la señal ineludible de los gestos que consolidan el cauce de los días.
Giró hacia la derecha y evitó mirar la cama matrimonial. Se calzó los anteojos y a través de los lentes gruesos los objetos dejaron su desenfoque habitual, tomando las formas acostumbradas.
El agua helada espantó los restos de la noche. En la cocina, la salamandra resistía el frío que se colaba por debajo de la puerta. El anciano tomó uno de los leños del cajón y lo echó al fuego. Luego encendió el calentador y apoyó la pava.
Coqui movía la cola y raspó la puerta una vez más. “Dale, andá”, le dijo y el perro salió disparado hacia el patio, con una agilidad impropia para su edad.
“La soledad es un estado mental”, pensó. Creyó oír un andar sereno por las habitaciones, el murmullo de Aída canturreando aquella vieja canción gallega. “¿Querés un mate”?, preguntó cediendo a las jugarretas de la memoria.
El silencio de la casa abrigó la respuesta. Calabaza en mano, Salió al extenso patio y lo recorrió con la mirada. Herramientas por el suelo, una huerta que no resistió la inclemencia de las heladas y el taller de carpintería al fondo parecieron saludarlo, junto a la medialuna naranja que se asomaba tras los álamos.
Detuvo su vista en el sol y respiró profundo, sabiéndose armónico en un lugar en el mundo, el mismo que había soñado con Aída, ése en el que el renacimiento de los frutos y las cosechas se fundía junto al de sus hijos e hijas.
Llegó hasta el taller y el navajazo del invierno le dio la bienvenida. El cuzco iba delante, cruzándose y moviendo la cola. Entonces vio las cajas de cartón. Estaban debajo de unos trapos embadurnados con aceite de tractor y el cajón de las herramientas. Todavía se preguntaba por qué no las había quemado o enterrado, aunque sabía la respuesta.
Se acercó y les quitó la miríada de objetos que las cubría. Vio las publicaciones y se estremeció: pese a los años el recuerdo no parecía tan lejano.
Su hijo se las había traído una tarde. Se lo veía nervioso, tenso. Había llegado acompañado de dos compañeros de la Universidad que fumaban sin cesar, lo saludaron con un gesto de cabeza y lo esperaban en la tranquera de ingreso a la chacra.
—¿Viejo, me las podés guardar?
Él asintió. Hacía meses que no lo veía. Estaba flaco, sin afeitar y se lo veía cansado.
—¿Y mamá?
—Adentro, ¿querés pasar?
—No che, no puedo. Me voy a ir por un tiempo. Trataré de hacerles saber dónde estoy.
—¿Tan brava está la cosa?
—Sí. También te dejo las camisetas.
—Bueno —contestó y se fundieron en un intenso abrazo. El joven sonrió, lo apretó con fuerza y desapareció junto a las últimas luces del atardecer.
Desde entonces, no supo más de él.
Al principio pensó que era por la vorágine de la época. Luego una certeza ruin comenzó a socavarle las entrañas y ascendía desde su estómago en forma de acidez. Una mañana no aguantó más y le dijo a Aída: “Voy a verlo a Sepúlveda, a ver si sabe algo”.
Ella lo miró y le agradeció con la mirada. La diabetes y el sobrepeso ya habían comenzado a cercarla y desmejoraba con los días, aunque Juan sabía que estaba preocupada por su “Raulito”. Desde su partida intempestiva y como una gallina clueca, había protegido a todos sus hijos bajo las alas. Pese a la certidumbre y la sensación de que el lobo podía entrar a su antojo en el gallinero.
—Qué dice, Don Juan, ¿cómo va esa chacra? —interrogó el comisario y su cara se transfiguró al oír el nombre de Raúl. —Mire… hay cosas que mejor no preguntar… ¿No cree?
—No. No creo, por eso estoy acá. ¿Qué sabe, Sepúlveda? —inquirió con rudeza.
—Más respeto que puedo encerrarlo por desacato a la autoridad. Yo le diría que se vaya olvidando de su hijo. No era buena hierba —contestó alzando la voz y posando el arma en la culata de su arma.
—No me ofenda. Yo sé cómo era mi hijo. ¿Ya se olvidó de los campeonatos barriales, la taza de leche, los abrigos?
—Váyase don, si no quiere que lo meta en el calabozo.
Llegó a su casa y el cruce de miradas con Aída fue suficiente.
Ella lloró durante semanas. El tiempo pasó, Argentina ganó el Mundial de Fútbol, perdió una guerra con los ingleses y su chacra continuó con los ciclos frutales. Las cajas del primogénito, quien continuaría con la tradición de mimar y cuidar de la tierra, fueron a parar al taller de carpintería y se cubrieron de polvo, aunque nadie las tocó. Si sus hijos preguntaban, la respuesta era la de siempre: “Son de Raúl, dejálas ahí”.
La democracia y los años posteriores trajeron detalles del horror. Una mañana de invierno supo de su destino final en uno de los tantos vuelos de la muerte. En un acto reflejo fue hasta el taller y le quitó el polvo a las cajas, como si en aquellos objetos pudiera encontrar un espacio de comprensión, cierto alivio ante llagas y dolencias.
Oyó el andar sereno a sus espaldas y se dio vuelta. Sin decir nada, se fundieron en un largo abrazo. Aída tomó las remeras y las atesoró en la habitación de Raúl, junto al resto de objetos sensibles que los padres suelen guardar sobre sus hijos, confiados en que pueden habitarse de olores y recuerdos.
El lamido de Coqui lo trajo al presente. Miró las publicaciones amarillentas sepultadas en las cajas y cometiendo un sacrilegio, se llevó algunas, pese a que Aída las aborrecía acusándolas del destino de su hijo, en una suerte de resguardo necesario que asocia culpas con objetos. El sol ya era más que una intención en el horizonte. Juan le echó otro vistazo e ingresó a su casa.
Ya en el comedor, se preguntó cómo sería él. Todavía no podía creerlo, pero era cierto. Miró el reloj en la pared. La cita era a las diez. En su chacra, no podía ser de otra forma. El espejo del baño reflejó sus arrugas y los ojos cansados, habitados por un brillo diferente. “Ojalá estuvieras aquí, Aída”, aunque intuyó que —de una u otra manera— estaba junto a él.
La noticia se la habían confirmado hace una semana y desde entonces dormía apenas unas horas, si podía conciliar el sueño. Al principio le pareció una locura y se resistió a creerlo, aplicando un cerrojo a la esperanza. Hasta que la fortaleza cedió. Con la franqueza de lo posible.
Fue hasta el comedor. “Raúl tenía una compañera. Y fueron padres”, recordó. Al principio no comprendió y supuso que su hija le estaba jugando una mala pasada. “Sos abuelo. Y nosotros tías”, agregó emocionada.
Miró las publicaciones desparramadas sobre la mesa y el antiguo juego de camisetas celestes con guardas azules, con la leyenda de Juegos Evita en el frente y el perfil inconfundible debajo; huellas que había atesorado en una obstinada defensa de la memoria, tan necesarias como las arrugas de sus manos o las herramientas de trabajo, presintiendo que alguien las rescataría algún día.
El sonido del auto lo sorprendió. Se asomó a la ventana y se estremeció: el joven que descendía junto a sus hijas, era muy parecido a Raúl, o por lo menos a su recuerdo de hace tantos años. Su vista se nubló por un instante y sintió la humedad en sus ojos. Suspiró profundo, se abrochó la campera y salió a recibir a los visitantes.P.D.: Podés encontrar más textos, con las etiquetas El porvenir es una ilusión, 24M, y Lo que queda, en Con letra propia.
Gracias por leer.
#24M #A50AñosDelGolpe #ColisiónLibros #ElPorvenirEsUnaIlusión #LoQueQueda #MisTextos #SeriesYGrietas -
Textos reunidos, a 50 años del Golpe Cívico-Militar
El 24 de marzo se conmemora el 50° aniversario del golpe cívico-militar de 1976, cuando -en representación del estado argentino- se cometieron delitos de lesa humanidad y secuestraron a hombres y mujeres, para trasladarlos a centros clandestinos de represión donde fueron torturados y asesinados.
Escribí varios textos que dan cuenta de aquellos años. Comparto algunos.
El día que nunca terminó de encajar
Abrió los ojos. No necesitó mirar las manecillas fosforescentes para saber la hora. Soltó las imágenes del sueño y se tomó unos minutos, habituándose a la oscuridad, hasta que fue necesario levantarse. Despacio. Para no marearse.
El espejo del baño le devolvió las arrugas y los ojos oscuros, intensos. Todavía.
En la cocina, el primer hervor del agua terminó por despabilarla, se dejó embriagar por el aroma del café en saquitos.
No vayas a trabajar, recordó.
Su negativa. «Por qué no, si no hice nada malo».
Aquel día nunca terminó de encajar ni languideció con las ocupaciones cotidianas, las que dan algún sentido y tranquilidad. Y supo que algo andaba mal cuando él no regresó a casa. En la radio, voces ásperas, el país bajo el control operativo de las Fuerzas Armadas.
Los primeros llamados a los compañeros de trabajo. Nadie sabía nada en la fábrica, convenientemente custodiada por soldados y un carro de asalto. La denuncia policial, la artera esperanza de que regresaría, el inicio de la espera y la búsqueda, el velo del no te metás, la incertidumbre.
Fueron años que prefiere no recordar y en los que sobrevivió gracias al barrio, al recuerdo de Beto, que los empujó a organizarse para reclamar por cloacas y agua, la garita del ómnibus.
Un día el velo se rasgó y supo del secuestro de delegados y delegadas, reconstruyó su historia particular en el dolor colectivo. Y se reconoció en otras olvidadas. Fue natural reclamar en la calle. Desde entonces.
En la radio, voces de conmemoración y actos en todo el país. Alguien pide una canción. Ella se mira las arrugas. Desparramando fe, las Madres del amor.
Mensaje de hija que no había visto, emojis con muchos corazones, el «descansá» de todas las noches. «Te paso a buscar a las seis». Asintió, como si ella pudiera verla y se dejó arropar por el olor a pan tostado, Beto, su compañía.
Anuncian buen tiempo para la tarde.Uno de los más importantes -al menos en extensión- es la novela «El porvenir es una ilusión», editada por Colisión Libros, una historia de amistad en tiempos turbulentos.
Transcribo el capítulo 1
Hoy
La noticia no me sorprendió, como si sólo fuera cuestión de tiempo para que la certeza tomara cuerpo y no naufragara en las traiciones de la esperanza. Salí al patio y me refugié unos instantes bajo el parral. Algunos rayos de sol se colaban entre las hojas y anunciaban la dureza de un verano diferente.
Una de mis hijas –la que no conoció Martín– luchaba por atarle el pelo a una de sus muñecas mientras la embadurnaba con barro. “Es crema para la cara, papá”, se atajó ante mi vistazo indisimulado.
El Negro odiaba el calor. Aseguraba que era para burgueses venidos a menos y oficinistas pálidos, ansiosos por hacinarse en playas atiborradas de turistas. Su recuerdo es como esas huellas de nuestro cuerpo que coinciden con los secretos de la memoria. Están ahí y tienen su historia, sus confidencias, sus humores. Están ahí para demostrarnos que estamos vivos.
En los días leves tenía la esperanza de que mi amigo viviera en algún país europeo (siempre pensé que podía ser escandinavo) y que se negaba a volver a casa por resentimiento, amargura o demasiada melancolía.
En los días espesos, su ausencia hería el alma.
Como hoy.
Todavía conservo sus cartas. Una de las últimas, fechada en diciembre de 1978, lamentaba el triunfo de Argentina en el Mundial. Sin embargo yo podía leer entre líneas —porque para eso son los amigos— que todavía tenía la confianza suficiente para iniciar el camino de regreso.
En cada sobre de remitentes falsos como Calle de la Buena Vida o el Libertador de América, había un párrafo para nosotros, Flores, y aquel breve paso por La Colonia. Todo camuflado con frases como “no puedo olvidar el aroma del perfume que tenías aquella tarde” o “no descuides a mi jardín rechoncho, espero que no se haya llenado de cardos rusos”.
Más de una vez estuve tentado de contarle que mi versión de consignatario de hacienda se había ido al diablo, pero me contuve. O que pasé varios meses en la cárcel “por las dudas”. Mi tiempo a la sombra acabó con mi negocio y confirmó la intuición de que las botas de cuero, ponchos caros y cuchillos de plata no congenian con los que cuestionan el orden impuesto. Y darle una mano al Negro fue una afrenta que no me perdonaron.
Fueron tiempos duros. Subsistimos gracias a la resistencia sublime de Claudia, que siempre se las ingenió para traer un pedazo de pan a la mesa. Algunos ahorros, bisutería, venta de cosméticos y otras baratijas lograron capear el temporal. Transcurría el año 1983 cuando Alfonsín aseguraba que con la democracia se come, se educa, se vive y la tormenta pareció alejarse del horizonte.
Creo que esos años sirvieron para despedirme de los mandamientos familiares. No porque fueran una carga sino porque cada uno debe transitar su propia senda y la mía parece surcada por libros, citas y alumnos a los que trato de contagiar mi entusiasmo por las palabras, con su miríada de versos y relatos.
Acaso como éste, que subyace mientras la vida pasa y reclama por saldar una deuda pendiente, deuda que no tiene que ver con el dinero sino con nuestra piel, habitada por sueños, miserias o lealtades. Como la vida misma.
Y si fuera posible reducir nuestra historia a varios relatos, uno de ellos estaría atravesado por llamadas telefónicas: una que recibí de Flores preguntándome por el Negro y otra que le devolví al mes siguiente pese al miedo y la incertidumbre.
Cuando colgué el teléfono, aquel 29 de junio de 1976, supe que había cruzado una línea. Pero no había vuelta atrás. Ignoro si el interventor de La Colonia me confesó el operativo porque sospechaba de mí o porque simplemente tenía que contárselo a alguien. Era una rata, un servil con el poder que disfrutaba muy bien de su rol social.
Lo cierto es que su soberbia me permitió saber que iban de nuevo tras mi amigo y mi advertencia no sorprendió a Flores. “¿Por qué lo hace?”, preguntó. “Por la misma razón que usted”, creo que contesté. Después los días se tornaron cenicientos y fueron cubiertos con un velo tenue y solidario, acorde con un invierno que parecía interminable.
Me encontraba en prisión cuando el comisario me contó que los grupos de tareas habían arrasado mi casa e incendiado mi biblioteca. Los pormenores de la huida del Negro los tuve cuando recibí su primera carta desde Brasil. Simulaba ser un primo de Claudia que llevaba tiempo sin escribirnos y recordaba una lejana visita a La Colonia.
Yo había recuperado la libertad hacía poco tiempo y la noticia fue un alivio para nosotros. Intuí que Flores me debía una explicación y fui a verlo. El hombre ya vivía en la ciudad y soportaba el desprecio de sus camaradas, quienes lo consideraban un inútil, un perdedor derrotado por el whisky, confinado a pudrirse en oficinas sofocantes.
El comisario me citó un día en su casa; la del barrio policial, la que continuaba sin Leonor pero recibía las visitas domingueras de su hijo. Su jardín abandonado contrastaba con las rejas nuevas y el césped reluciente de las casas vecinas. Era un paria entre sus pares, el diferente de la manada, el disconforme que disfrutaba de su rol dentro de una institución rígida.
Allí me contó que la idea había sido suya. Que no lo habían planeado pero Ramírez había facilitado las cosas. También que Martín estuvo escondido en el caldenal, hasta que llegó la ayuda. No me lo confesó, pero creo que se alegró cuando le mostré la carta recibida. “Manténgame al tanto”, deslizó.
Es curioso el vínculo que puede formarse entre dos hombres. Nunca nos frecuentamos pero siempre nos tuvimos presentes, como aquella vez que apareció en casa, me dejó mi ejemplar de “La Ilíada” y un cuaderno con anotaciones de Martín, de su exilio interior. “Lo encontré cuando hacía el bolso”, agregó luego de confirmarme que La Colonia había sido abandonada tras el cierre del destacamento policial.
Quizás por eso, porque no puedo explicarlo o porque simplemente debo mantenerlo al tanto, es que vine a verlo y estamos frente a frente, en su oficina de detective privado que huele a misterio rancio y rincones húmedos, a perfume barato y maridos engañados.
—Página 3, nacionales, arriba a la derecha —dije.
Releyó la nota un par de veces y tiró el diario sobre la mesa ratona. —¿Ahora qué hacemos?—preguntó.
Le mostré mi bolso de viaje.
—Me voy a La Colonia, ¿quiere venir?
—¿Por cuánto tiempo?
—El necesario. Necesito contar esta historia y los detalles están allá.
Flores me miró.
—Está loco Leandro. Déme unos minutos que junto unas cosas».Otro fragmento:
Era cerca de la medianoche cuando un aguacero impensado se desplomó sobre el despojo de Colonia El Porvenir y la iglesia develó todas sus goteras. Una razón más para largarnos cuanto antes de este caserío al que parece no agradarle nuestra visita. Sé que es una jugarreta de mi imaginación y que no es posible, pero ayer vi a la vieja Lucía. Llevaba un gato siamés en su regazo y se dirigía al consultorio del doctor Vitali, como todas las mañanas. No le dije nada a Flores, pero me hice una escapada hasta el cementerio. Su panteón estaba abierto. No me animé a entrar.
Quizás hay que dejar los espectros en el pasado. Quizás no era tan buena idea esto de recordar a Martín y avivar fantasmas. O a lo mejor es el momento ideal después de los indultos presidenciales y un plan económico parecido al de Martínez de Hoz pero aplicado a comienzos de los noventa.
Traje conmigo el cuaderno de anotaciones del Negro, sus dudas ante una lucha que, intuyo, sentía en retroceso desde que Montoneros pasó a la clandestinidad y las acciones militaristas estuvieran a la orden del día. “Cuando vos confiás en un compañero, cuando tu vida depende de una cita diaria no te hacés tantas preguntas”, escribió en uno de los márgenes.
Sonrío. Esa respuesta es para mí. Es fácil reflexionar sobre los hechos unos quince años después. Supongo que por eso le dejó el cuaderno a Flores, a sabiendas que éste me lo alcanzaría alguna vez y entablaríamos este diálogo sobre la historia que, al fin y al cabo, es un diálogo sobre nosotros y nuestro tiempo.
Pavada de frase. Grandilocuente y jactanciosa. Estoy seguro que Martín se hubiera muerto de risa, aunque era consciente que aquellos años fueron de palabras absolutas, no había lugar para medias tintas. Patria o muerte, Liberación o Dependencia, así se percibía. El futuro estaba al alcance de la mano y había llegado la hora de los pueblos.
“Aquí estoy para vivir/mientras el alma me suene, / y aquí estoy para morir, / cuando la hora me llegue, / en los veneros del pueblo/desde ahora y desde siempre. / Varios tragos es la vida/y un solo trago es la muerte.” , escribió Martín en este cuaderno que sigue hablando conmigo y desliza sus palabras en una suerte de diálogo postergado que se puede realizar en cualquier momento, pues para eso están los amigos.
Suerte de diálogo postergado, esto va de mal en peor. Quizás ya sea hora de volver a casa, cruzar el Aqueronte con la esperanza de no hundirme y dejar que el olvido haga su trabajo. Pero todavía no puedo. Coincido con Martín – y seguimos con los diálogos – que este caserío abandonado es un metáfora del país, los restos de un porvenir habitado por nostálgicos y derrotados (porque no somos otras cosa Flores y yo) que no se resignan a las risas superficiales y al olvido por decreto.Otro relato:
Los abrazos
Sabés, toda historia puede reducirse a palabras. No es nuevo. La mía, la nuestra. Letra por letra. Algunas en detrimento de otras. Aprenderás a darte cuenta (ya lo hiciste. No te estaría escribiendo, sino). Palabras que espantaron el sinsentido y alcanzaron para quedarnos más cerquita de la vida.
Porque había que apostar la vida en aquellos años. Y los viejos lo hicieron.
La lluvia empapa la ventana y el cielo plomizo parece devorarse la tierra. Escribir se parece a las gotas en el vidrio. Las palabras golpean, se desvanecen y caen en hilera, mientras repaso las fotos que te traje, como si en ellas estuvieran las certezas de lo probable.
Tacho. Pienso. Muerdo el lápiz. Pido otro café. El mozo me mira y vuelve a los pocos minutos. “Gentileza de la casa”, dice. Levanto los ojos y lo interrogo con la mirada. “No vienen muchas poetas, acá”, se excusa.
Le sonrío y vuelvo al papel. El recuerdo de tu recuerdo sigue ahí, me persigue desde que me levanté y mi cara de insomnio en el reflejo perezoso me dio los buenos días. Y supe que tenía que escribirte. Contar tu historia, nuestra historia.
Escribo sin parar, casi como una loca, sin filtrar. Yo tuve más suerte que vos, porque una noche me dejaron en la casa de los tíos. De madrugada, con un timbrazo y unos pocos días encima. Supongo que habrán ayudado los contactos influyentes.
Entra un pibe vendiendo estampitas y un vaho de combustión inunda el bar. A nadie parece importarle. Acá es común. Nadie busca a nadie y muchos fingen preocuparse por los otros. Pero les importan poco.
Ya me contarás de tu pueblo.
Dicen que es imposible, pero yo estoy segura de que crecí con tu recuerdo. Con un ruido inexplicable, casi un llanto débil. A veces, lo sentía con mayor intensidad. Otras, me era muy difícil percibirlo. Pero ahí estaba. Y no debía olvidarlo. Cómo decirte: un aleteo recurrente, el tábano de Sócrates. ¿Qué leerás? Porque estoy segura de que sos un lector impresionante. Los viejos lo eran.
Por suerte están ellas. Allí fui una mañana de invierno. A escondidas de los tíos que al principio querían saber poco de esa época. ¿Has pensando en ese juego? Yo siempre. Desde muy chica. Me provocaba mucha angustia eso de taparse la cara, contar, buscar y encontrar. Una metáfora que impresiona, ¿no?
“Estoy segura de que yo tenía un hermano”, les dije. Y me permitieron dejar una muestra de sangre. La carrera de Economía se fue al diablo y me anoté en Historia. Como no.
Traje fotos de los viejos. Son en blanco y negro te imaginarás. Se conocieron en una peña me contaron las Abuelas. Dicen sus compañeros que el flechazo fue mutuo y que poco importó la tormenta que se les vino encima.
Del secuestro hablaremos juntos. No me animo a escribirlo.
El trueno y la vibración en el vidrio anuncian que la tormenta dejó de ser pasajera, para instalarse convencida en la mañana. El agua corre furiosa, arrastrando cartones, botellas de plástico y papeles. Se lleva todo a su paso. Como la verdad.
Ahí viene el tío. Él también está emocionado por conocer a su sobrino. Ojalá que pare de llover, si no te vamos a empapar todo. Aunque eso es lo de menos. Te lo vas a tener que bancar, che.
Anoche casi no dormí. Bueno, en realidad, creo que es desde que escuché que “el resultado había sido positivo”. ¿Cómo serás?; ¿Te aturdirá la multitud como a mí?; ¿O nada que ver?; ¿Más alto, más bajo? Soy un manojo de nervios. Más que de costumbre, bah.
Preguntas y más preguntas, que empezaremos a desandar después de las miradas, los redescubrimientos, los abrazos. Qué maravilla los abrazos. ¿Pensaste alguna vez en ellos?Por último, dejo este cuento. Integra el libro «Series y grietas», también editado por Colisión Libros y también en «Fuerte al medio», Relatos, Historias y Crónicas Futboleras, libro compilado por Pablo Montanaro.
El juego de camisetas
—¡Dale, dale! —vociferaba el desconocido con el pucho apagado entre los labios. Su hijo eludía a un defensor, pateaba otro centro que el nueve cabeceaba afuera y originaba lamentos y aplausos cerrados de la parcialidad local.
Desde la tabla que hacía de banco de suplentes visitantes, Raúl sonreía. Arengaba a los sabandijas que corrían detrás de la pelota y resistían un partido adverso desde el comienzo.
El clarear brillante lo distrajo. El griterío de los padres se confundió con los pelotazos y el siseo de los álamos se desvaneció en el recuerdo. Vio por la ventana las nubes anaranjadas que parecían colarse detrás de las ramas a merced de la brisa.
Un tic tic, de patitas urgentes por conseguir un baño, lo olisquearon un instante y el lengüetazo en la mejilla, fue la señal ineludible de los gestos que consolidan el cauce de los días.
Giró hacia la derecha y evitó mirar la cama matrimonial. Se calzó los anteojos y a través de los lentes gruesos los objetos dejaron su desenfoque habitual, tomando las formas acostumbradas.
El agua helada espantó los restos de la noche. En la cocina, la salamandra resistía el frío que se colaba por debajo de la puerta. El anciano tomó uno de los leños del cajón y lo echó al fuego. Luego encendió el calentador y apoyó la pava.
Coqui movía la cola y raspó la puerta una vez más. “Dale, andá”, le dijo y el perro salió disparado hacia el patio, con una agilidad impropia para su edad.
“La soledad es un estado mental”, pensó. Creyó oír un andar sereno por las habitaciones, el murmullo de Aída canturreando aquella vieja canción gallega. “¿Querés un mate”?, preguntó cediendo a las jugarretas de la memoria.
El silencio de la casa abrigó la respuesta. Calabaza en mano, Salió al extenso patio y lo recorrió con la mirada. Herramientas por el suelo, una huerta que no resistió la inclemencia de las heladas y el taller de carpintería al fondo parecieron saludarlo, junto a la medialuna naranja que se asomaba tras los álamos.
Detuvo su vista en el sol y respiró profundo, sabiéndose armónico en un lugar en el mundo, el mismo que había soñado con Aída, ése en el que el renacimiento de los frutos y las cosechas se fundía junto al de sus hijos e hijas.
Llegó hasta el taller y el navajazo del invierno le dio la bienvenida. El cuzco iba delante, cruzándose y moviendo la cola. Entonces vio las cajas de cartón. Estaban debajo de unos trapos embadurnados con aceite de tractor y el cajón de las herramientas. Todavía se preguntaba por qué no las había quemado o enterrado, aunque sabía la respuesta.
Se acercó y les quitó la miríada de objetos que las cubría. Vio las publicaciones y se estremeció: pese a los años el recuerdo no parecía tan lejano.
Su hijo se las había traído una tarde. Se lo veía nervioso, tenso. Había llegado acompañado de dos compañeros de la Universidad que fumaban sin cesar, lo saludaron con un gesto de cabeza y lo esperaban en la tranquera de ingreso a la chacra.
—¿Viejo, me las podés guardar?
Él asintió. Hacía meses que no lo veía. Estaba flaco, sin afeitar y se lo veía cansado.
—¿Y mamá?
—Adentro, ¿querés pasar?
—No che, no puedo. Me voy a ir por un tiempo. Trataré de hacerles saber dónde estoy.
—¿Tan brava está la cosa?
—Sí. También te dejo las camisetas.
—Bueno —contestó y se fundieron en un intenso abrazo. El joven sonrió, lo apretó con fuerza y desapareció junto a las últimas luces del atardecer.
Desde entonces, no supo más de él.
Al principio pensó que era por la vorágine de la época. Luego una certeza ruin comenzó a socavarle las entrañas y ascendía desde su estómago en forma de acidez. Una mañana no aguantó más y le dijo a Aída: “Voy a verlo a Sepúlveda, a ver si sabe algo”.
Ella lo miró y le agradeció con la mirada. La diabetes y el sobrepeso ya habían comenzado a cercarla y desmejoraba con los días, aunque Juan sabía que estaba preocupada por su “Raulito”. Desde su partida intempestiva y como una gallina clueca, había protegido a todos sus hijos bajo las alas. Pese a la certidumbre y la sensación de que el lobo podía entrar a su antojo en el gallinero.
—Qué dice, Don Juan, ¿cómo va esa chacra? —interrogó el comisario y su cara se transfiguró al oír el nombre de Raúl. —Mire… hay cosas que mejor no preguntar… ¿No cree?
—No. No creo, por eso estoy acá. ¿Qué sabe, Sepúlveda? —inquirió con rudeza.
—Más respeto que puedo encerrarlo por desacato a la autoridad. Yo le diría que se vaya olvidando de su hijo. No era buena hierba —contestó alzando la voz y posando el arma en la culata de su arma.
—No me ofenda. Yo sé cómo era mi hijo. ¿Ya se olvidó de los campeonatos barriales, la taza de leche, los abrigos?
—Váyase don, si no quiere que lo meta en el calabozo.
Llegó a su casa y el cruce de miradas con Aída fue suficiente.
Ella lloró durante semanas. El tiempo pasó, Argentina ganó el Mundial de Fútbol, perdió una guerra con los ingleses y su chacra continuó con los ciclos frutales. Las cajas del primogénito, quien continuaría con la tradición de mimar y cuidar de la tierra, fueron a parar al taller de carpintería y se cubrieron de polvo, aunque nadie las tocó. Si sus hijos preguntaban, la respuesta era la de siempre: “Son de Raúl, dejálas ahí”.
La democracia y los años posteriores trajeron detalles del horror. Una mañana de invierno supo de su destino final en uno de los tantos vuelos de la muerte. En un acto reflejo fue hasta el taller y le quitó el polvo a las cajas, como si en aquellos objetos pudiera encontrar un espacio de comprensión, cierto alivio ante llagas y dolencias.
Oyó el andar sereno a sus espaldas y se dio vuelta. Sin decir nada, se fundieron en un largo abrazo. Aída tomó las remeras y las atesoró en la habitación de Raúl, junto al resto de objetos sensibles que los padres suelen guardar sobre sus hijos, confiados en que pueden habitarse de olores y recuerdos.
El lamido de Coqui lo trajo al presente. Miró las publicaciones amarillentas sepultadas en las cajas y cometiendo un sacrilegio, se llevó algunas, pese a que Aída las aborrecía acusándolas del destino de su hijo, en una suerte de resguardo necesario que asocia culpas con objetos. El sol ya era más que una intención en el horizonte. Juan le echó otro vistazo e ingresó a su casa.
Ya en el comedor, se preguntó cómo sería él. Todavía no podía creerlo, pero era cierto. Miró el reloj en la pared. La cita era a las diez. En su chacra, no podía ser de otra forma. El espejo del baño reflejó sus arrugas y los ojos cansados, habitados por un brillo diferente. “Ojalá estuvieras aquí, Aída”, aunque intuyó que —de una u otra manera— estaba junto a él.
La noticia se la habían confirmado hace una semana y desde entonces dormía apenas unas horas, si podía conciliar el sueño. Al principio le pareció una locura y se resistió a creerlo, aplicando un cerrojo a la esperanza. Hasta que la fortaleza cedió. Con la franqueza de lo posible.
Fue hasta el comedor. “Raúl tenía una compañera. Y fueron padres”, recordó. Al principio no comprendió y supuso que su hija le estaba jugando una mala pasada. “Sos abuelo. Y nosotros tías”, agregó emocionada.
Miró las publicaciones desparramadas sobre la mesa y el antiguo juego de camisetas celestes con guardas azules, con la leyenda de Juegos Evita en el frente y el perfil inconfundible debajo; huellas que había atesorado en una obstinada defensa de la memoria, tan necesarias como las arrugas de sus manos o las herramientas de trabajo, presintiendo que alguien las rescataría algún día.
El sonido del auto lo sorprendió. Se asomó a la ventana y se estremeció: el joven que descendía junto a sus hijas, era muy parecido a Raúl, o por lo menos a su recuerdo de hace tantos años. Su vista se nubló por un instante y sintió la humedad en sus ojos. Suspiró profundo, se abrochó la campera y salió a recibir a los visitantes.P.D.: Podés encontrar más textos, con las etiquetas El porvenir es una ilusión, 24M, y Lo que queda, en Con letra propia.
Gracias por leer.
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Anche uomini di una missione Oss fucilati dai nazisti al Cibeno
La famiglia di Emanuele Carioni, originaria di Misano di Gera d’Adda in provincia di Bergamo, proprio a due passi da Caravaggio, abitava al “grande” mulino. Il padre di Emanuele e prima di lui il nonno e lo zio lo gestivano e ne curavano l’attività. Emanuele era il primogenito; dopo di lui c’erano due sorelle, Ersilia e Anna Caterina.
[…] Frequenta il Corso Allievi Ufficiali di complemento d’Artiglieria a Nocera Inferiore e con i gradi di Tenente viene inviato al Colle di Tenda e successivamente in Albania. Il suo temperamento gioviale, cordiale, fraterno con i suoi soldati non è molto ben accettato dai superiori, motivo che lo induce a chiedere di frequentare il corso di paracadutista. Segue il corso a Tarquinia, lo supera e presso la base di Decimomannu in Sardegna ottiene il suo primo incarico, interrotto dalla notizia dell’armistizio dell’8 settembre, il giorno della scelta.
[…] Un sacerdote riesce a procurare un aereo ad Emanuele e ai suoi amici, col quale riescono ad atterrare in Sicilia: da qui, non senza difficoltà, raggiungono Brindisi e poi su, verso il Nord. Il 28 dicembre dello stesso anno aderisce all’organizzazione americana OSS (Office of Strategic Service): qui conosce un pari grado americano, Louis Biagioni, che gli si lega di fraterna amicizia, che proseguirà anche dopo la morte di Emanuele, attraverso lettere e testimonianze alla sua famiglia. Nella primavera del ’44 gli viene affidata la missione “Emanuele”: è paracadutato sulle montagne orobiche, sopra San Giovanni Bianco, con l’ordine di raggiungere la zona di Barzio per collaborare con i partigiani. È
il prologo della tragedia che si sta per compiere. Il lancio va male, la radio è persa e gli uomini costretti a nascondersi. Sono in tre: Emanuele Carioni, Piero Briacca e l’italo americano Louis Biagioni. Due sorelle, Rina e Luciana Villa, li ospitano nella loro casa; escono solo per andare in montagna dai partigiani e per le riunioni a cui partecipano, fra gli altri, Antonio Colombo, Franco Minonzio e Luigi Frigerio, che condivideranno il destino di Emanuele, fucilati anch’essi il 12 luglio. Una sera, con altri partigiani, chiedono rifugio a casa Villa due russi che, con credenziali persuasive sulla loro identità, si spacciano per prigionieri di guerra evasi; solo in seguito si scoprirà essere spie delle SS. Una mattina uno dei due accompagna Emanuele a Milano per conferire con l’organizzazione, ma lo conduce nelle mani dei tedeschi, che lo arrestano e lo portano a San Vittore. A Lecco sono arrestati anche gli altri.
Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini, nomi, memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Edizioni APM, Carpi, 2004Sempre il 19 maggio 1944 <694 sarebbero stati presi anche Franco Minonzio e Luigi Frigerio. Minonzio, il giorno precedente, mentre era diretto all’Ospedale Militare di Lecco per visitare un conoscente, aveva incontrato per strada Sandro Turba, suo “vecchio amico”, il quale lo aveva pregato di aiutare lui, e di riflesso le Villa, ad accompagnare gli sbandati ospitati in casa loro “fino a Passata oppure a Vedezeta Morterone (Como) presso un certo Bellingardi” <695. Franco, per anni a capo delle guide alpinistiche della zona, aveva accondisceso ad offrire soccorso ma, giunto al fondo valle del monte Resegone, si era dovuto fermare perché “ammalato ad una gamba” <696. Aveva così chiesto al fratello Giuseppe, di ventitré anni, di procedere oltre ed era tornato a casa. Il giorno successivo, mentre si trovava sul posto di lavoro, “alle 18” <697 era stato catturato. Tra i capi d’accusa quello di un “movimento di somme constatate attraverso appunti e libretti” che egli, sotto interrogatorio, avrebbe giustificato come frutto dell’“amministrazione del Dopolavoro Antonio Badoni” <698 e come ricavato della vendita della sua quota di comproprietario della ditta Insubbia <699.
Anche Antonio Fugazza era stato attirato nella rete. L’uomo, frequentando l’ufficio del genero Giovanni Zampieron, ubicato nella casa milanese della signora Maria Prestini, cugina delle Villa, aveva lì conosciuto i due paracadutisti Carioni e Biagioni. Alla richiesta di questi di un luogo sicuro dove occultare le armi, Fugazza aveva suggerito di sotterrarle nel giardino annesso alla sua casa di via Filippo Carcano (n.10). Presso tale abitazione, ai primi di maggio, si era così recato, come da accordi, Piero Briacca, il terzo membro della missione, per depositare nel terreno la valigia contenente “cinque rivoltelle con le munizioni per le stesse, due fucili vecchi smontati, senza munizioni e quattro
baionette arrugginite” <700. Fugazza era stato poi scoperto a ospitare a casa sua una famiglia di ebrei. Sequestrati dagli agenti i documenti, anche gli armamenti erano stati rinvenuti nel giardino e l’uomo, di conseguenza, portato in carcere. Scriveva Luca Ostèria: “18 maggio 1944. Le SS di Bergamo (ten. Lang Fritz) procedettero a numerosi arresti nella zona di Lecco e di Milano, contro patrioti e persone appartenenti al Cln. Tale operazione fu aperta da due confidenti di nome Mirko e Boris. Tutto l’incartamento venne da me chiesto al capitano Saevecke. Fu possibile circoscrivere l’operazione evitando l’arresto di altre numerose persone tra le quali il noto Giulio Alonzi, Boeri Enzo e il col. Faila del centro mutilati di Milano. Delle 23 persone arrestate dalle SS di Bergamo ne vennero liberate 14″. <701.
Immatricolati a San Vittore, gli amici Emanuele Carioni e Louis Biagioni erano stati assegnati a due celle di isolamento vicine, il primo alla n.88, il secondo alla n.95. Ciascuno cercava di scorgere dalle feritoie l’altro nel momento in cui veniva chiamato per gli interrogatori. Aperte un giorno le porte dei locali antistanti, Emanuele, visto Louis, gli aveva fatto scherzosamente il segno “che si andava a finire alla fucilazione” <702 e così i due amici si erano abbandonati a una lunga, liberatoria risata. Corrotta una guardia per mezzo di soldi, Carioni aveva poi trovato, nei successivi giorni, modo di ospitare, per qualche minuto, l’amico nella sua cella. Al momento dell’incontro Emanuele e Louis si erano abbracciati e avevano pianto “come bambini”, cercando, nel poco tempo a disposizione, di concordare una linea difensiva. Emanuele aveva messo Louis al corrente del fatto che, interrogato dal “dott. Ugo”, egli aveva ricevuto da questi rassicurazioni e lo stesso Louis, durante gli interrogatori, aveva avanzato con coraggio a Ostèria la richiesta di uscire dall’isolamento per essere messo in cella con l’amico, richiesta che dopo poco era stata soddisfatta: “Il tempo passava molto più presto per me e per lui. Io gli insegnavo canzoni americane e lui mi insegnava quelle italiane. Si trovava sempre qualche cosa da leggere e quando non si leggeva si raccontavano storie. Io gli parlavo della vita in America e lui dell’Italia. Gli chiedevo tante volte se sarebbe venuto in America e lui mi diceva che c’era troppo da fare in Italia. Tante volte mentre si mangiava a mezzogiorno si scoppiava a ridere e non [ci] si fermava fino a che le parti ci facevano male dal ridere. Emanuele l’avevano messo a lavorare come scopino e io a un altro mestiere che non ricordo. Ogni tanto il dott. Ugo ci chiamava dicendoci come andavano le cose e offrendoci sigarette. Un giorno mi chiamò e poi fece venire anche Emanuele quando gli dissi che non ci credevo a quel che mi aveva detto ci disse che per noi non c’era più molto pericolo e che non saremmo stati fucilati. Avevamo poca fiducia nelle sue parole quando ci fece sapere che faceva di tutto per farci restare in carcere e di non farci andare in un campo di concentramento. Sapevamo che in campo di concentramento saremmo stati i primi a essere fucilati per rappresaglia”. <703.
Annibale Carioni, padre di Emanuele, si era recato di corsa a Milano in prigione per visitare il figlio e ci era riuscito “alcune volte” <704. “Stai tranquillo”, gli aveva detto Emanuele “con bontà e con convinzione”; “mamma non lasciarla venire, si spaventerebbe; ti prego di non tentare nulla: io sono calmo e non verrò mai meno al mio dovere” <705. Il ragazzo aveva manifestato solo il dispiacere per la presenza in quel luogo di tanti suoi compagni di sventura e il desiderio di poter riprendere, quanto prima, la lotta interrotta. A San Vittore era riuscito a mettersi in contatto anche con le sorelle Villa a cui avrebbe scritto una lettera, andata purtroppo perduta: “Seguo gli avvenimenti di fuori su una carta disegnata su un muro con un pezzo di legno; sono bene informato di tutto. Però il più delle volte penso. Mi preoccupo soprattutto che voi vi diate troppo pensiero e siate in ansia riguardo alla mia situazione presente. Sono sicuro che tutto finirà bene e presto. Sono convinto di aver agito per un ideale giusto, quale di combattere il male: per impedire che l’Italia fosse trascinata nel baratro della rovina completa da pochi disonesti. Questa mia fede vi sia di conforto <706. Anche Biagioni sarebbe riuscito a mandare alle sorelle Villa dalla cella un biglietto: “Passo il tempo pitturando la mia stanza da letto con qualcosa che portano al mattino e che chiamano caffè… Mi dovete scusare se io sono stato una delle cause perché vi trovate qui. Non mi scorderò mai del bene che avete fatto e del vostro sacrificio. Se il destino permetterà che ritorni in America, non mi stancherò di parlare di voi e di tanta altra buona gente che ho trovato in Italia”. <707. Emanuele sarebbe rimasto fedele al suo giuramento di non tradire mai sé stesso. Dopo aver subito torture, finito a Fossoli come Biagioni, sarebbe per sempre stato diviso dall’amico Louis. Quest’ultimo, liberato dopo una lunga esperienza di detenzione nei campi tedeschi, avrebbe fatto fortunosamente ritorno in America. A Emanuele, Antonio Colombo, Franco Minonzio, Luigi Frigerio, Lino Ciceri e Antonio Fugazza il ritorno sarebbe per sempre stato negato. Come Napoleone Tirale, Antonio Gambacorti Passerini, Giovanni Barbera, Arturo Martinelli, Galileo Vercesi, Brenno Cavallari, Luigi Ferrighi, Ubaldo Panceri, Jerzi Sas Kulczycki, Ernesto Celada, Armando Di Pietro, Renato Mancini, Carlo Bianchi, i sei partigiani del gruppo di Lecco, vicini alle sorelle Villa, sarebbero morti nella strage di Cibeno compiuta dai nazifascisti – poco dopo l’omicidio di Poldo Gasparotto – il 12 luglio 1944 a pochi chilometri dal campo di Fossoli.
[NOTE]
694 La data dell’arresto di Franco Minonzio è confermata anche da don Giovanni Ticozzi, suo amico. Si veda don G. Ticozzi, frammenti di vita, Ettore Bertolozzi, Lecco 1959, p. 44.
695 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
696 ibidem.
697 Insmli, Verbale di interrogatorio di Franco Minonzio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
698 ibidem.
699 ibidem.
700 Insmli, Verbale di interrogatorio di Fugazza Antonio, fondo Osteria, b. 1, f. 2.
701 Insmli, fondo Osteria, b. 1.
02 Lettera di Louis Biagioni a Ersilia Carioni, 25 febbraio 1946. Archivio privato famiglia Carioni.
703 ibidem.
704 All’Eccel. Ministero della guerra, Misano d’Adda, 30-5-49, Archivio privato famiglia Carioni. Egli avrebbe subìto, a causa dell’operato del figlio, “una forma di persecuzione” da parte del podestà del suo paese.
705 ibidem.
706 S. Puccio, Una resistenza, cit., p. 81.
707 ibidem.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, La Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023All’alba del 12 luglio 1944, 69 internati nel campo di concentramento per politici di Fossoli sono portati in tre gruppi al Poligono di tiro di Cibeno e lì 67 saranno fucilati mentre due riusciranno a fuggire. La barbara azione è fatta per rappresaglia verso l’uccisione a Genova di 7 militari tedeschi, così si dice nella sentenza letta poco prima dell’uccisione. Una motivazione che mostra però troppe incongruenze rispetto l’ usuale strategia messa in campo dai nazifascisti in circostanze simili: di tempo, perché l’attentato ai militari tedeschi avviene molti giorni prima; di luogo, perché gli episodi coinvolgono due comunità molto distanti tra loro; di scopo, perché si fa di tutto per occultare la strage, la violenza e i corpi dei giustiziati non sono esibiti, ma caparbiamente occultati.
Marzia Luppi, Dieci anni dopo, Prefazione a Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Op. cit.E proprio durante una permanenza negli Stati Uniti Gustavo Gnecchi andò a cercare e ritrovare, nell’immensa metropoli di New York, il parà italo americano Louis Biagioni, lanciato in missione segreta nel 1944 lungo la cresta montana tra il lecchese e le Orobie. Biagioni aveva trovato rifugio nella casa al Garabuso di Acquate delle quattro sorelle “garibaldine” Villa, Venne poi catturato dai tedeschi e finì in campo di prigionia, rientrando in USA a guerra finita. Biagioni non era più stato in Italia, pur mantenendo corrispondenza con le sorelle Villa che ricordava con grande riconoscenza come coraggiose protagoniste della lotta per la libertà […]
A.B., Lecco: Gustavo Gnecchi incontrò a New York il parà Biagioni, “nascosto” dalle sorelle Villa, Leccoonline, 21 aprile 2017[…] la fonte è Luca Osteria, alias «dottor Ugo Modesti», il personaggio cui si è già accennato e che, insieme a uno degli agenti ai suoi ordini, rientrerà indirettamente nella nostra storia per essere stato il più prezioso, e per diversi mesi produttivo, collaboratore italiano di Saevecke dal settembre 1943 al febbraio 1945. Ex marinaio, per diciassette anni al servizio dell’Ovra, Osteria rivela un vero talento per la provocazione riuscendo nel ventennio a mandare in galera parecchi antifascisti e, in tempo di guerra, a gabbare l’intelligence inglese facendole credere di essere entrata in contatto con un’organizzazione antifascista che in realtà, sotto la sua direzione, le passa solo informazioni inconsistenti e fa invece cadere in trappola diversi agenti britannici. Da qui il credito iniziale presso i tedeschi cosicché, quando il citato commissario Panoli lo segnala a Saevecke come l’esperto dell’Ovra che fa per lui, gli si spalancano le porte del Regina e da quel momento comincia una strettissima cooperazione. Nel corso del 1944 avrà un attacco di resipiscenza e inizierà il doppio gioco in favore della Resistenza, o più probabilmente di sé stesso, riuscendo a convincere della onestà dei suoi moventi anche Parri, ma non completamente i servizi inglesi né Leo Valiani né Enzo Boeri, responsabile della sezione controspionaggio del Comando generale Corpo volontari della Libertà. Personaggio sicuramente sfaccettato e difficile da decifrare, indubitabilmente scaltro e rotto ad ogni astuzia del bieco mestiere esercitato per anni, nel dopoguerra si darà arie da poliziotto infallibile attribuendosi anche il merito di aver salvato centinaia di resistenti, la maggior parte dei quali nomi che contano e di cui conserverà un meticoloso elenco. Nel febbraio 1945, quando sente il cerchio stringerglisi sempre più dappresso, si reca a Berna dal responsabile dei servizi britannici, McCaffery, ma, nonostante la sua offerta a collaborare, viene narcotizzato e trasportato nell’Italia meridionale dove rimane «in condizione di semiprigioniero» fino alla conclusione del conflitto. All’epoca dell’inchiesta dell’Aned vive a Genova, la sua città natale, ma, benché certamente depositario di molti retroscena, non gli verrà richiesta nessuna testimonianza: il passato di provocatore fascista e la tardiva e troppo sospetta conversione al fronte antifascista fanno di lui un elemento del quale diffidare, in più corre voce sia anche in contatto con l’Oas, l’organizzazione terrorista dell’estrema destra francese che si è opposta con ogni mezzo all’indipendenza algerina.
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Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo, DATANEWS Editrice, 1998 -
Rinaldo Benigni è la prima vittima dellʼoccupazione tedesca di Rimini
9 – 13 SETTEMBRE: Comincia lʼoccupazione militare tedesca, da parte della 65^ Divisione di fanteria che si installa appunto tra Ravenna e Rimini. Viene imposto il coprifuoco dalle 21 alle 5 del mattino. Dopo lʼinvio delle prime pattuglie, giunte nella piazza centrale oggi dei Tre Martiri, il grosso delle truppe tedesche occupa le caserme Giulio Cesare e Castelfidardo. Il 13 gli occupanti entrano nellʼaeroporto di Miramare. Alcuni ufficiali del regio esercito rimangono al loro posto attendendo lʼarrivo dei tedeschi; tra questi il capitano Ugo Ughi, che sarà poi nominato commissario prefettizio di Rimini. In questi giorni diversi militari barattano le divise e le armi in cambio di abiti
civili per fuggire; i civili entrano nelle caserme vuote e vi prelevano armi. Ughi ed altri ufficiali consegnano materiale dellʼesercito agli istituti ospedalieri e di ricovero, ed allʼAiuto materno (2). Il primo comandante tedesco della piazza di Rimini è il maggiore Kurt Weddigen.
10 SETTEMBRE: A Forlì si tiene una riunione del PCI con attivisti provenienti da tutta la provincia che devono rientrare in clandestinità. Si discute la formazione di bande armate per la lotta contro lʼoccupazione tedesca; viene deciso anche un appello unitario agli altri partiti antifascisti. Lo stesso giorno nel santarcangiolese, sulle due rive del Marecchia, nascono i primi gruppi armati. I tenenti Werter Manduchi e Edvino Casadei a Casale di SantʼErmete, ed il repubblicano Primo Bellettini a Santarcangelo, in collegamento tra loro, riuniscono alcuni militari sbandati con lʼintento di costituire bande “dʼazione”.
12 SETTEMBRE: Proclama del feldmaresciallo Albert Kesselring, attraverso la Prefettura di Forlì, contro i sabotaggi, gli scioperi, lʼinsubordinazione di ufficiali e soldati dellʼesercito regio (3). Sui bandi, affissi in tutta la provincia, nella notte vengono apposte strisce di carta con stampate scritte antifasciste. Lo stesso giorno alcuni fascisti (tra questi anche coloro che erano stati incarcerati in agosto, come Perindo Buratti) si riuniscono con esponenti del Fronte Antifascista in casa di Gualtiero Frontali, in Via Bonsi 45 (4). Il Fronte è stato contattato per un patto di pacificazione che eviti azioni contro i tedeschi. Per i fascisti sono presenti, oltre a Frontali, Paolo Tacchi, Giuseppe Pauselli, Perindo Buratti, Albini; per il Fronte sono presenti Giuseppe Babbi, Dario Celli, Gomberto Bordoni, Isaia Pagliarani, Celestino Giuliani, Ghinelli, Adamo Toni (5). Dopo questo primo contatto, che non si conclude col patto proposto, non si avranno più incontri, sia per lʼostilità dei tedeschi, sia per lʼabbandono della proposta da parte dei fascisti seguendo direttive pervenute dalla segreteria nazionale repubblicana, sia infine per la volontà politica delle opposizioni non tutte disposte a pacificarsi con i fascisti. Su questi incontri il Fronte infatti si era trovato diviso al suo interno, con la dissociazione aperta dei comunisti non disposti ad avallare simili tentativi di patteggiamento, che infatti saranno davvero pochi in tutta la provincia (6), uno a Rimini ed un altro a Santarcangelo che vedremo.
METAʼ SETTEMBRE: I tedeschi procedono allʼoccupazione militare di tutto il circondario. I militari italiani ed i loro ufficiali sono fuggiti; alcuni di essi però continuano nella raccolta delle armi e si riuniscono per studiare la possibilità di una qualche forma di resistenza alle truppe dʼoccupazione germaniche. In una riunione dentro la canonica di San Fortunato partecipano il comandante della “Castelfidardo”, il colonnello Guido Dalè, e il capitano Alberico Borghesi dello stesso 26° artiglieria. Questi ufficiali coordinano anche lʼasportazione di armi, carburante e vario materiale dallʼaeroporto di Miramare. Altre requisizioni avvengono a Cattolica per opera di civili e carabinieri che riescono a raccogliere 24 cassette di nastri per mitragliatrici, moschetti, bombe a mano, materiale che in seguito sarà affondato al largo. Viene assalita la polveriera dellʼartiglieria, a Spadarolo, con le armi nascoste e distrutte a San Leo (7). Azioni come queste di Spadarolo sono dirette da ufficiali come Giuliani, lʼaccademista Carlo Capanna (allora cadetto dellʼAccademia aeronautica di Forlì ed in seguito comandante partigiano col nome di “Oberdan”), Salvatore Lepore, Marcello Fantini, il sergente maggiore Pandolfini. Anche il sottotenente Angelo Galluzzi cerca di recuperare armi presso il battaglione costiero nel quale presta servizio, ma si trova di fronte allʼopposizione del comandante filotedesco Terzo Severi. Galluzzi allora si rivolge al silos di armi presso il porto ed al tiro a volo dove riesce a prelevare alcuni fucili, munizioni e bombe a mano che porta in Valmarecchia insieme ad alcuni civili come Demos Bonini. Tutte queste armi, salvo quelle distrutte (8), serviranno poi per i primi nuclei resistenti che si formeranno sulle colline in Valmarecchia ed in città. Inizia la fuga dei giovani in montagna per i primi tentativi, spontanei e ancora poco organizzati, di costituzione di bande resistenti. Ufficiali e civili pensano di organizzare una banda partigiana armata sulle colline attorno a Montefiore Conca (9), ma devono desistere ben presto, ripiegando chi sulla costituzione di formazioni in zone più impervie, come lʼalta Valmarecchia, chi su agili squadre per le azioni di sabotaggio distribuite in pianura ed in città. Si scatena intanto la repressione tedesca contro i militari del regio esercito in fuga ed i civili sorpresi nelle caserme. Uno di questi, Rinaldo Benigni viene fucilato: è la prima vittima dellʼoccupazione in città.
16 SETTEMBRE: Viene fondato il Fascio repubblicano riminese. Tra gli organizzatori Paolo Tacchi, Perindo Buratti, Giuffrida Platania, Cesare Frontali, Pilade Antimi Clari, Mario Mosca, Aurelio Parisio, Raffaellini, Giuseppe Vinzio. Lʼatto costitutivo avviene in casa di Frontali, uno dei tre triunviri insieme a Tacchi e Buratti. Nei giorni seguenti vengono fondati i fasci anche nel resto del Circondario. Lo stesso giorno si insedia il nuovo Consiglio Grande e Generale sammarinese, liberamente eletto il 5 settembre.
FINE SETTEMBRE: Si costituisce una sorta di primo CLN a Viserba [frazione del comune di Rimini] con alcuni esponenti di vari partiti e diversi comunisti. Viene organizzata anche una squadra dʼazione, guidata da Alessandro Ghelfi e dal tenente Paolo Sobrero, armata con i fucili dei soldati in fuga e le bombe fabbricate dai fratelli Sobrero. A Bellaria vengono nascosti 38 ebrei fuggiti dalla Jugoslavia; li aiuta monsignor Emilio Pasolini che trova come luogo di rifugio la pensione di Ezio Giorgetti e riesce a farli proteggere dal maresciallo dei carabinieri Osman Carugno. Dopo alcuni giorni gli ebrei vengono spostati dalla costa a San Mauro Pascoli, nascosti nella tenuta Torlonia, e quindi fatti riparare a San Marino (10). I militari che non sono rientrati alle loro case proseguono nella raccolta delle armi da inviare in montagna. Carlo Capanna, con altri ufficiali e soldati, si rifugia a Montebello. Il tenente Celestino Giuliani, con Pietro Arpesella, tenta di asportare armi dalle caserme dei carabinieri di Rimini e Riccione, quindi porta in salvo il colonnello Guido Dalè a Brescia e si rifugia nelle Marche, nellʼalta vallata del Foglia. Nella stessa zona sono riparati Angelo Galluzzi col fratello, il sottotenente Giuseppe Galluzzi ed il maggiore Giuseppe DallʼAglio. Molti militari del battaglione costiero (quasi tutti i 300 effettivi) vengono aiutati a disertare dagli antifascisti di Viserba; un centinaio di questi si rifugerà sulle montagne forlivesi insieme a diversi prigionieri alleati riusciti a fuggire dai campi di reclusione dopo lʼarmistizio (11). Dopo il breve periodo di relativa libertà di stampa, tornano i manifesti ed i volantini antifascisti ed ora anche antitedeschi, affissi di nascosto. La tipografia Cavalli di Morciano si distingue nella preparazione di materiale clandestino, compresa la pubblicazione di un giornalino che incita alla lotta antifascista. Altro materiale è stampato a San Marino. A Rimini, in un locale di viale Regina Margherita, nei pressi dellʼalbergo Stella Polare, si scrivono volantini contro la guerra, riprodotti col ciclostile di Guerrino Succi e distribuiti poi in tutta la Romagna con le staffette. A Santarcangelo avviene un secondo episodio di patteggiamento tra fascisti e oppositori: viene firmato un documento con cui gli antifascisti si impegnano, per la tranquillità del paese, a non svolgere alcuna attività politica in cambio della non persecuzione da parte del locale Fascio. Il patto non verrà assolutamente rispettato (12), anzi proprio Santarcangelo sarà uno dei centri principali della lotta di liberazione nel circondario riminese. Con lʼoccupazione tedesca già conclusa in diversi prendono coscienza della necessità di una lotta anche armata contro il nuovo nemico. Si tratta di una esigenza che però nel Riminese non è ancora pienamente sentita dai civili compresi i comunisti, effettivamente dominati da un certo attendismo, come ricorda “Pietro Mauri” nella sua relazione (riprodotta nel primo volume de Lʼ8a. brigata Garibaldi nella resistenza, da pag. 33 a pag. 103). Sono invece i soldati e gli ufficiali del dissolto esercito regio a capire immediatamente lʼurgenza di una resistenza combattente e ad organizzarla, accogliendo lʼappello di Badoglio a difendere la legalità del nuovo governo. Questi militari hanno guidato la raccolta di armi dalle caserme e dalle polveriere, hanno sottratto materiali e munizioni ai tedeschi, diversi di loro si stanno riunendo per preparare una difesa armata contro gli invasori e più tardi saranno una componente importante della nostra Resistenza, soprattutto sui monti dove parteciperanno alla guerra di liberazione con numerose azioni di disturbo ai presidi e alle linee militari tedesche. Fin da questo inizio dʼautunno 1943 nella zona si stanno lentamente costituendo alcuni gruppi o “bande”. Tra le prime formazioni solo quella di Viserba (con il tenente Paolo Sobrero e Alessandro Ghelfi come animatori), e pochi altri sparuti nuclei di antifascisti sorti spontaneamente, sono formate anche con civili mentre in massima parte risultano costituite da militari, di carriera e di complemento, presenti tanto in pianura (come quella di Werter Manduchi a Santarcangelo), quanto nella Valmarecchia dove nascono le bande di Carlo Capanna, Celestino Giuliani e Angelo Galluzzi. Per tutta la prima fase della lotta di liberazione nazionale, tra la fine di settembre e lʼinverno, a Rimini a differenza che nel Forlivese i civili in larga parte non possono dirsi organizzati militarmente. In questo periodo solo il partito Comunista si pone concretamente (anche se con divisioni interne e lentamente sul piano organizzativo) la questione militare.
[NOTE]
(2) La relazione di un ufficiale, il tenente Raffaele Montella, datata 7 dicembre 1944, si apre proprio con il trasferimento da Miramare a San Leo del suo reggimento dʼartiglieria, il 110°, tra il 10 e lʼ11 settembre (probabilmente non si trattava di un reggimento ma di un reparto interno al 26° regg. di artiglieria citato nella precedente nota). Nei mesi successivi Montella, che sarà uno degli organizzatori del gruppo di resistenza “Mazzini”, effettuerà “ripetuti viaggi” con un trattore per asportare armi e munizioni del reggimento (la relazione è in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940 – 1945, Fano 1997, pp. 133-134). Ugo Ughi nelle sue memorie chiama questi prelievi di armi e materiali “saccheggi”, ma le relazioni dei militari che diverranno poi comandanti di squadre SAP, parlano di raccolta di armi concordata spesso con gli ufficiali comandanti delle caserme allo scopo di sottrarle ai tedeschi; per lo stesso motivo alcune dovranno essere poi distrutte. Le razzie dei tedeschi e la stessa richiesta di restituzione delle coperte e di altro materiale dato dai militari riminesi (ed anche da Ughi) agli Istituti Caritativi, richiesta ricordata proprio nel memoriale del prossimo commissario straordinario, saranno al contrario la rappresentazione della logica di rapina delle truppe germaniche di occupazione, questo sì un saccheggio che nellʼanno successivo diventerà pesante in tutto il riminese con le massicce requisizioni di derrate alimentari e animali vivi, di biciclette e macchinari vari. Le razzie sono ancora ricordate dai civili intervistati per il volume di M. CASADEI, Non passava mai! Settembre 1944: il fronte di guerra a San Clemente, Riccione 2001; in una di queste: nellʼestate 1944 i tedeschi “ogni tanto ammazzavano i maiali e gli animali che prendevano in giro […] per dare da mangiare ai cavalli andavano a rubare il fieno dei contadini. Passavano con le mucche che avevano preso nel pesarese e cercavano gli uomini per guidarle fino a Rimini” (p. 56), e mucche erano prelevate anche nelle nostre campagne (si veda alle pp. 118 e seg.). Il GAP al quale appartenevano i “Tre Martiri”, arrestati nellʼagosto del 1944, era dotato di armi ed esplosivo presi nelle caserme riminesi in questi giorni di settembre 1943. Uno di questi “saccheggi” è descritto nella autobiografia di Silvano LISI, Il partigiano “Bardan”. Memorie di un giovane ribelle (1943- 1948), Istituto Storico della Resistenza, Rimini 2004, pp. 40-43.
(3) Dal giorno dopo il prefetto, Floriano Gianmichele, emette ordinanze sulla disciplina annonaria e bancaria, il 14 contro lʼuso e il possesso di armi. In seguito verranno emessi proclami sia tedeschi che repubblichini per il rientro dei soldati italiani nelle caserme. Lʼautorità militare germanica sta già sostituendo lʼautorità civile italiana in molti campi.
(4) Alcuni autori datano lʼincontro tra fascisti ed antifascisti al 12 settembre (è il caso di Amedeo Montemaggi), altri lo collocano prima (Decio Mercanti non lo data con precisione ma sembra lo faccia risalire addirittura a fine agosto), altri ancora lo spostano ai primi di ottobre (come Guido Nozzoli). Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, nel loro Resistenza in Romagna, a p. 117, datano lʼincontro di Rimini (ed il documento di “pacificazione” firmato a Santarcangelo) nel settembre, precisando che il 5 ottobre verranno date istruzioni, da parte fascista, per interrompere tali contatti.
(5) Secondo alcuni autori prima citati, il tentativo di pacificazione sarebbe nato dal desiderio dei fascisti di trovare un accordo sul reciproco rispetto tra loro e gli antifascisti, e sullʼevitare rappresaglie tedesche. Guido Nozzoli, nella sua testimonianza a Bruno Ghigi (La guerra a Rimini, cit., p. 211) così racconta lʼepisodio: “giusto in quel periodo, cioè verso i primi di ottobre ʼ43, il fascismo rinascente tentò una sconcertante operazione che ancor oggi non capisco come avesse potuto trovare udienza in una parte del CLN […] Tacchi […] chiede di incontrarsi con il locale Comitato di Liberazione [… al colloquio] per quel che ne so, pur dichiarandosi certo della sconfitta, Tacchi disse che il Fascio sarebbe stato ricostruito in ogni caso, con o senza il suo assenso, con la differenza che lui, conoscendo Rimini e i riminesi, avrebbe potuto far da mediatore con i tedeschi, impedendo rappresaglie e interventi troppo pesanti ai danni della popolazione, mentre un segretario venuto da fuori non avrebbe avuto certamente simili preoccupazioni”. Sul comitato che partecipò agli incontri con i fascisti si vedano le considerazioni fatte nella nota (16) del capitolo precedente.
(6) Lʼadesione a questi tentativi di pacificazione, limitata ad alcuni antifascisti e del tutto improduttiva, dimostrava la debolezza della preparazione politica di alcuni e lʼingenuità di altri che, di fronte alla novità costituita dallʼavvenuta occupazione tedesca, prestarono credito ad un fascismo che malgrado il destino di subalternità al nazismo riteneva di poter rinascere ritornando sulle posizioni repubblicane e movimentiste “della prima ora”. In questo equivoco cadde anche una parte del PCI se è vero che in casa di Gualtiero Frontali ci andarono esponenti importanti come Isaia Pagliarani e Adamo Toni; il partito censurò in seguito questi compagni: “La Federazione clandestina del P.C. giudicò severamente il principio di un patto di concordia che portava al tradimento degli ideali antifascisti, e allontanò quelli che avevano partecipato da posizione di dirigenti”, scrive Decio Mercanti in Primi passi, cit., p. 34.
(7) Lʼepisodio di Spadarolo è ricordato da Giorgio Amati nella sua testimonianza a Ghigi in La guerra a Rimini, pp. 224-225. Carlo Capanna in seguito sarà il comandante di una formazione autonoma in Valmarecchia col nome di battaglia di “Oberdan”, e si guadagnerà una medaglia dʼargento al valor militare. A San Leo, nella seconda metà di settembre, si sposta il colonnello Guido Dalè con diversi ufficiali e da li conferma la licenza illimitata a tutto il 26° reggimento dʼartiglieria. In questo drammatico autunno diversi antifascisti dovettero fuggire dalla zona. Era il caso di Egidio Renzi che da San Giovanni in Marignano cercò rifugio a Roma; nella primavera successiva verrà arrestato, incarcerato a Regina Coeli e quindi il 24 marzo fucilato presso le Fosse Ardeatine. In tutto il riminese lʼoccupazione militare tedesca era vista con preoccupazione dalla popolazione e questo forte timore puntualmente entrava nelle lettere intercettate dalla censura; il 30 ottobre una donna di Montefiore scriveva ai figli: “… anche qua ci sono i tedeschi che fanno dei brutti scherzi; che a Rimini e a Riccione vanno dentro in quelle case portano via tutto […] e in più portano via anche gli uomini. Lʼaltro giorno sono venuti anche a Montefiore sono andati nella sacca e si sono messi a sparare lassù in alto …” (S. PIVATO, Sentimenti e quotidianità in una provincia in guerra, cit., p. 114). E ancora: “… sono arrivati a S.Arcangelo unʼinfinità di tedeschi con moltissimi ufficiali, in unʼora hanno fatto sgomberare le scuole, lʼasilo e tutti i posti abitati dagli sfollati …” (ivi, p. 115).
(8) Notizie dettagliate sul recupero delle armi sono in alcune relazioni di comandanti SAP e GAP, in particolare di Giuliani, Galluzzi e Monti, pubblicate nel citato Guerra e resistenza a Rimini.
(9) A Montefiore Conca si recano Nozzoli, Arpesella, Quondamatteo, Galluzzi, Gianni Benzi, Giovanni Sesto Menghi, Ezio Pedrini, Mario Porcellini. Montefiore è scelta come base per una banda partigiana senza tenere conto della facilità di accesso nonché della vicinanza al mare e ad importanti linee di comunicazione; dopo il sopralluogo viene abbandonata ogni ipotesi di banda armata sulle basse colline riminesi.
(10) P. GRASSI – F. SUCCI, Cattolici riminesi, in “Il Ponte” 9 febbraio 1986. Per questo episodio lʼalbergatore Ezio Giorgetti ed il maresciallo Osman Oscar Carugno riceveranno onorificenze dallo Stato dʼIsraele. Ai primi di ottobre un gruppo di otto bellariesi dà vita ad una sezione del partito nazionale fascista che in poco tempo arriverà a contare una settantina di associati (testimonianza di Guerrino Caldiroli in: M. FOSCHI, Torneremo a riveder le stelle …. Tin bota, La Stamperia, Rimini 1995, p. 42 e segg.).
(11) I primi nuclei di partigiani in montagna saranno costituiti proprio da militari dellʼesercito in dissolvimento dopo lʼ8 settembre, e da prigionieri anglo-americani, russi, slavi, polacchi, come ricordano i testi scritti sulla brigata partigiana romagnola. Molti di questi militari provenivano proprio dalle caserme del Riminese, o da qui transitavano per essere avviati ai monti, attraverso la valle del Marecchia e quella dellʼUso. Si veda anche la già citata relazione Montella in S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione, p. 133. Ad aiutare i militari a fuggire in montagna cʼerano quegli esponenti del movimento laburista che durante lʼestate abbiamo visto lavorare per il ritorno alla democrazia; liberal-socialisti e comunisti in questo momento puntano proprio sulla nascita di gruppi armati, aiutando i soldati a fuggire o inviando propri militanti in montagna.
(12) Mentre a Rimini la pacificazione non venne formalizzata, a Santarcangelo gli antifascisti firmarono un documento di reciproco rispetto con i repubblichini. Anche cinque comunisti firmarono il patto e per questo verranno espulsi dal partito (S. FLAMIGNI – L. MARZOCCHI, Resistenza in Romagna, cit., p. 117). Il PCI clandestino si rendeva conto della gravità di questi episodi; lʼispettore “Giulio” in un rapporto descriveva la situazione del partito a Rimini come poco incoraggiante, e riteneva che esso, dopo tali patteggiamenti, fosse “debole politicamente e poco energico” (citato in: R. TUTONE, Sindacato e lotte sociali, p. 74).
Maurizio Casadei, La Resistenza nel Riminese. Una cronologia ragionata, Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea della Provincia di Rimini, 2005#10 #12 #13 #1943 #alleati #antifascista #attendismo #CLN #comunisti #ebrei #ex #fascisti #Forlì #fronte #fucilazione #fuga #guerra #MaurizioCasadei #militari #MontefioreConcaRN #partigiani #prigionieri #provincia #Ravenna #Resistenza #riminese #Rimini #RinaldoBenigni #Romagna #SanMarino #SantarcangeloDiRomagnaRN #settembre #tedeschi #Valmarecchia #Viserba
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Il Paradosso dell’Investigazione Solitaria: Perché il GDR in Solitaria Richiede la Costruzione Narrativa
Quando ci si siede per giocare a un GDR investigativo, emerge una domanda apparentemente semplice ma fondamentale: chi sta realmente investigando? Sei tu, il giocatore, che usa il proprio ragionamento e deduzione per risolvere un mistero che esiste indipendentemente dalle tue conclusioni? O è il tuo personaggio che costruisce una spiegazione narrativa da indizi sparsi, in un mondo dove la “verità” emerge attraverso il gioco piuttosto che essere predeterminata?
Questa distinzione rappresenta due approcci fondamentalmente diversi al gioco investigativo, ciascuno con la propria filosofia, meccaniche ed esperienza di gioco. In un paradigma, la verità deve essere stabilita a priori e il sistema non deve ostacolarti; nell’altro, non esiste una verità predeterminata. E quando giochi in solitaria, questa tensione si trasforma in qualcosa di ancora più radicale.
I Due Paradigmi dell’Investigazione
Il Paradigma dell’Investigazione Classica
Call of Cthulhu esemplifica il primo paradigma. In questo approccio, il Custode prepara un mistero con una soluzione definitiva, dissemina indizi nello scenario, e gli investigatori devono trovare e interpretare questi indizi per raggiungere la conclusione corretta. I personaggi usano le loro abilità—Library Use, Spot Hidden, Psychology—per scoprire informazioni attraverso tiri percentuali. Successo significa trovare l’indizio; fallimento significa che potresti perderlo completamente.
Questo crea il famigerato problema che Robin Laws identificò quando progettò GUMSHOE: indizi importanti possono essere persi a causa di tiri di dado falliti, causando il blocco del gioco. L’investigazione diventa un test sia di fortuna con i dadi che di ingegnosità del giocatore, con il GM spesso costretto in posizioni scomode—lasciare che il gioco si blocchi o trovare modi artificiosi per ripresentare informazioni mancate.
Eppure c’è qualcosa di visceralmente soddisfacente in questo modello quando funziona. I giocatori genuinamente non conoscono la risposta. Devono raccogliere prove, fare deduzioni e ricostruire una soluzione usando il proprio ragionamento. La sfida è per i giocatori, non solo per i personaggi. Quando finalmente identifichi il cultista o scopri dove si terrà il rituale, è perché tu—seduto al tavolo—l’hai capito.
La Soluzione Elegante di GUMSHOE
Robin Laws progettò GUMSHOE specificamente per preservare il primo paradigma eliminando il suo attrito meccanico. L’innovazione centrale del sistema è brillante nella sua semplicità: se hai l’abilità investigativa rilevante e sei in una scena dove può essere trovato un indizio centrale, lo trovi automaticamente.
La premessa è che i giochi investigativi non riguardano il trovare indizi—riguardano interpretare gli indizi che vengono trovati. Un personaggio scienziato forense non fallirebbe nel notare schizzi di sangue sulla scena del crimine, così come un detective addestrato non dimenticherà di interrogare i testimoni. I dadi non determinano se trovi informazioni; determinano gli esiti quando le cose sono genuinamente in dubbio—scene d’azione, inseguimenti, situazioni contestate.
GUMSHOE mantiene una verità predeterminata, ma rimuove il sistema come ostacolo tra i giocatori e le informazioni di cui hanno bisogno per affrontare il mistero. Giochi come Trail of Cthulhu, Night’s Black Agents e The Esoterrorists dimostrano come questo approccio possa supportare qualsiasi cosa dall’horror cosmico ai thriller di spionaggio all’investigazione occulta.
Cthulhu Dark: Semplicità Radicale
Cthulhu Dark di Graham Walmsley rappresenta uno degli approcci più essenziali all’horror investigativo, adattando l’intero regolamento in sole due pagine. La filosofia del sistema verso l’investigazione è elegantemente semplice: proprio come in Trail of Cthulhu, non puoi fallire nel trovare informazioni se ne hai bisogno per procedere con lo scenario.
Quando investighi qualcosa, tiri dadi basati sulla situazione: un dado se il compito è nelle capacità umane, un dado se rientra nella tua competenza professionale, e opzionalmente il tuo dado Follia se sei disposto a rischiare la tua sanità mentale per avere successo. Prendi il risultato più alto, e questo determina quanto bene hai successo, non se hai successo. Con 1, riesci a malapena; con 6, riesci brillantemente.
Questo significa che i tiri di investigazione non possono mai fallire nel far avanzare la storia. Il sistema afferma esplicitamente che se stai investigando e devi avere successo perché lo scenario proceda, nessuno può invocare la meccanica di fallimento. L’unica domanda è quanto bene trovi l’indizio e cosa ti costa scoprirlo.
Il Paradigma della Costruzione Narrativa
Brindlewood Bay rappresenta il secondo paradigma nella sua forma più pura e sviluppata. In questo gioco, anziane signore (le Mavens) investigano omicidi in un’accogliente cittadina del New England, ma il Custode genuinamente non sa chi sia l’assassino. Il mistero emerge attraverso il gioco piuttosto che essere predeterminato.
Il Custode prepara indizi, sospetti e luoghi, ma questi non sono connessi a una soluzione predeterminata. Invece, sono componenti flessibili che possono essere rivelati quando è drammaticamente appropriato. Man mano che i giocatori raccolgono indizi, costruiscono teorie su ciò che è accaduto. Quando sono pronti a risolvere il mistero, presentano la loro teoria e tirano i dadi, con le loro possibilità di successo modificate da quanti indizi hanno raccolto.
Questo paradigma cambia completamente l’esperienza. I giocatori non stanno risolvendo un puzzle creato dal GM; stanno costruendo una narrativa che ha senso date le prove che hanno raccolto. Non c’è una risposta “corretta” da scoprire perché non c’è mai stata una risposta dall’inizio. Il divertimento viene dal mettere insieme indizi disparati in una teoria coerente e vedere quella teoria diventare la verità attraverso le meccaniche di risoluzione del gioco.
Lovecraftesque prende questo paradigma in una direzione diversa, concentrandosi sulla narrazione collaborativa dell’horror piuttosto che sulla risoluzione del mistero per se. Man mano che ogni indizio viene rivelato, ogni giocatore scrive la propria teoria su ciò che sta realmente accadendo—un processo chiamato “Leap to Conclusions”—e la raffina man mano che emergono nuove informazioni.
Il genio di Lovecraftesque è che la teoria che finisce per essere rivelata come “vera” non è mai sbagliata. I giocatori non affrontano la delusione di essere scorretti perché non c’era una risposta predeterminata su cui essere in errore.
Il Dilemma del Giocatore Solitario
Quando ti siedi per giocare a un GDR investigativo da solo, incontri immediatamente un problema fondamentale che non esiste nel gioco di gruppo: sei sia il detective che l’autore del mistero. Questo spostamento apparentemente semplice rompe il Paradigma dell’Investigazione Classica in modi che forzano i designer verso soluzioni radicalmente diverse.
Il Problema della Verità Predeterminata
Il Paradigma dell’Investigazione Classica dipende dall’asimmetria informativa. In Call of Cthulhu o GUMSHOE, il Custode sa cosa è successo, prepara indizi che puntano a quella verità, e i giocatori usano il loro ragionamento per scoprirla. La sfida esiste perché i giocatori genuinamente non conoscono la risposta.
Nel gioco solitario, questa asimmetria collassa. Non puoi investigare un mistero che hai già scritto. Non appena sai che “è stato il maggiordomo”, il fascino principale—usare le tue abilità deduttive per scoprire una verità nascosta—evapora. Un giocatore solitario non può rovinare un mistero tradizionale per se stesso perché l’ha già rovinato creandolo.
Alcuni designer hanno tentato soluzioni alternative per questo problema fondamentale:
Scenari pre-scritti forniscono misteri predeterminati, ma puoi giocare ciascuno solo una volta prima di conoscere la soluzione. Questo limita severamente la rigiocabilità e trasforma essenzialmente i GDR investigativi in elaborati Choose Your Own Adventure, che possono essere soddisfacenti, ma rappresentano un genere completamente diverso.
Generazione di indizi basata su oracoli tenta di preservare la sorpresa randomizzando quali indizi appaiono. Potresti chiedere “Trovo prove di effrazione?” e lasciare che i dadi determinino sì o no. Tuttavia, questo crea nuovi problemi: gli indizi generati casualmente spesso mancano di coerenza, e sei ancora lasciato a decidere cosa significano quegli indizi—che ricollassa nel risolvere un puzzle che stai simultaneamente creando.
I Limiti degli Oracoli
Gli oracoli tradizionali per GDR solitari—come Mythic Game Master Emulator—funzionano magnificamente per molte situazioni di gioco. Quando chiedi “L’anziano del villaggio è affidabile?” o “L’elementale della tempesta attacca?”, la Fate Chart di Mythic ti dà risposte sì/no ponderate basate sulla probabilità e sul Chaos Factor corrente. Questi oracoli generano genuina incertezza e narrativa emergente.
Ma l’investigazione presenta sfide uniche. Potresti chiedere “Il maggiordomo aveva accesso allo studio?” o “C’è sangue sul coltello?” e ottenere risposte determinate dall’oracolo. Il problema emerge alla conclusione. Quando hai raccolto i tuoi indizi e formato una teoria su chi l’ha fatto, cosa determina se la tua ipotesi è corretta?
Mythic può tracciare l’investigazione proceduralmente—seguire sospetti, scoprire prove, usare Discovery Checks per rivelare informazioni. Ma alla fine, stai ancora o chiedendo all’oracolo “La mia teoria è corretta?” (facendo sì che i dadi piuttosto che il ragionamento determinino il successo) o tu come giocatore decidi cosa significano gli indizi generati casualmente (ricollassando nel risolvere un puzzle che stai creando).
Come notò un giocatore solitario discutendo di misteri con Mythic: “Con Mythic GME, non conoscerai le risposte finché non le scopri”—ma questo significa che l’oracolo rivela informazioni pezzo per pezzo, e devi poi interpretare cosa significa tutto, essenzialmente decidendo tu stesso la soluzione. La sfida intellettuale della deduzione diventa sfocata perché non c’è una verità predeterminata da scoprire, solo risposte emergenti dell’oracolo da interpretare.
Il Problema del Journaling
Molti GDR solitari abbracciano meccaniche di journaling dove scrivi delle esperienze del tuo personaggio. Questo funziona meravigliosamente per esplorazione, relazioni e sviluppo del personaggio. Ma fare journaling di un’investigazione mentre simultaneamente determini cosa è realmente accaduto crea dissonanza cognitiva.
Scrivi: “Esamino il coltello insanguinato. Cosa può dirmi?” Poi devi decidere—come investigatore e autore del mistero—cosa rivela il coltello. Ogni deduzione è simultaneamente invenzione. Non stai scoprendo la verità; stai recitando la scoperta mentre crei la verità, il che mina la fantasia di essere un detective.
Strategie di Mitigazione e Soluzioni
Alcuni designer hanno sviluppato tecniche intelligenti per preservare parzialmente l’Investigazione Classica nel gioco solitario, anche se ciascuna viene con limitazioni.
Framework a Rivelazione Differita
Il Solo RPG Investigation Framework introdotto da Pen, Paper and Dice suddivide l’investigazione della scena del crimine in fasi strutturate: Known Information stabilisce ciò che è ovvio; Investigation Information usa tiri di abilità per determinare quante domande oracolo puoi fare; Search Information richiede di definire cosa stai cercando prima di tirare.
Questo approccio crea una certa asimmetria informativa attraverso vincoli procedurali. Non sai cosa riveleranno i risultati dell’oracolo finché non tiri, e la struttura del framework previene il tornare indietro o “scoprire” convenientemente esattamente ciò di cui hai bisogno. Tuttavia, stai ancora interpretando cosa significano gli indizi casuali e alla fine decidendo a quale soluzione puntano.
Componenti Modulari del Mistero
Alcuni giochi di mistero solitari forniscono mazzi di indizi, sospetti e luoghi che mescoli e riveli proceduralmente. Separando i componenti di un mistero e randomizzando le loro connessioni, questi sistemi creano genuina incertezza su cosa scoprirai.
Questo preserva una certa scoperta—non sai genuinamente cosa pescherai dopo. Ma il problema fondamentale rimane: quando raggiungi la tua conclusione, chi determina se sei corretto? Se sei tu, stai solo ratificando la tua teoria. Se è un tiro di dado, il sistema piuttosto che il tuo ragionamento determina il successo.
La Soluzione della Costruzione Narrativa
La soluzione più elegante ai paradossi dell’investigazione solitaria è abbracciare ciò che il gioco solitario fa naturalmente: creazione collaborativa tra giocatore e randomizzatore. Invece di combattere il fatto che sei sia detective che autore del mistero, progetta sistemi che fanno di quel doppio ruolo la meccanica centrale.
Hints and Hijinx
Hints and Hijinx di Pandion Games rappresenta un Paradigma di Costruzione Narrativa completamente realizzato progettato specificamente per l’investigazione solitaria. Il sistema riconosce apertamente le sue ispirazioni: Breathless per le meccaniche di degradazione dei dadi, Brindlewood Bay per la risoluzione emergente del mistero, e GRANDMOTHERSHIP per la varietà di ambientazioni.
Il framework è disarmante nella sua semplicità ma elegante. I giocatori visitano 13 luoghi, incontrando complicazioni a ciascuno. Quando incontri una complicazione, tiri il tuo dado abilità (partendo da d12 o d10). Con 5+ trovi un indizio; con 10+ trovi due indizi. Sui fallimenti (1-4), qualcosa di brutto o sciocco accade e il tuo dado abilità degrada alla prossima taglia più bassa.
Crucialmente, gli indizi sono generati casualmente da tabelle—tipicamente un mazzo standard di 52 carte dove ogni carta corrisponde a un indizio diverso. Non sai quale indizio scoprirai finché non peschi la carta. Questo crea genuina sorpresa.
Dopo aver visitato i luoghi e raccolto indizi, entri nella fase The Deduction—l’elemento più innovativo del sistema. Scrivi un’ipotesi spiegando cosa è successo usando quanti più indizi puoi incorporare. Questo non riguarda indovinare una soluzione predeterminata—riguarda costruire una narrativa che connette i tuoi indizi scoperti casualmente in una teoria coerente.
Poi viene il brillante twist meccanico: il tuo Deduction Die parte da d0 e aumenta di un passo per ogni indizio che hai usato nella tua ipotesi. Tiri questo dado: con 5+ la tua deduzione è corretta; con 3-4 sei in errore ma le conseguenze sono lievi; con 1-2 sei in errore e affronti conseguenze serie.
Perché Funziona
Questo design risolve ogni problema che abbiamo identificato con l’Investigazione Classica nei contesti solitari:
- Nessuna soluzione predeterminata necessaria. Il designer fornisce indizi, complicazioni e luoghi, ma non determina mai cosa è “realmente accaduto”.
- Genuina scoperta senza asimmetria informativa. Non sai quali indizi troverai perché sono generati casualmente.
- Il ragionamento del giocatore conta ancora. L’incentivo meccanico è chiaro: più indizi incorpori in una teoria coerente, migliori sono le tue possibilità di successo.
- Il fallimento ha significato. Poiché il Deduction Roll può fallire, c’è genuina tensione sul fatto che la tua teoria sia corretta.
- Rigiocabilità. Poiché gli indizi sono generati casualmente e le soluzioni emergono attraverso il gioco, puoi rigiocare lo stesso framework di mistero con esiti completamente diversi.
Altri Sistemi Abilitanti
Oltre a Hints and Hijinx, altri sistemi abbracciano la costruzione narrativa per il gioco solitario:
Wretched & Alone e suoi derivati usano meccaniche di journaling dove costruisci narrativa attraverso prompt e pescate di carte, creando storie emergenti piuttosto che scoprire verità nascoste.
Solo RPG con carte oracolo come Mythic Variations 2 o CRGE (Conjectural Roleplaying GM Emulator) forniscono framework per generare contenuto procedurale che il giocatore interpreta e tesse in narrativa coerente.
Sistemi ibridi come alcuni hack di Ironsworn che incorporano meccaniche di mistero, dove i progressi nell’investigazione sono tracciati ma la soluzione finale emerge dalla sintesi del giocatore piuttosto che da rivelazione predeterminata.
Conclusione
Il gioco di ruolo investigativo solitario funziona meglio quando smette di cercare di replicare l’asimmetria informativa del gioco di gruppo e invece abbraccia ciò che il gioco solitario offre in modo unico: la capacità di sfumare il confine tra scoprire e creare storia.
Hints and Hijinx rappresenta questa filosofia raffinata in elegante semplicità. Non c’è mistero finché non lo costruisci dagli indizi che incontri casualmente. Il gioco non riguarda scoprire cosa è successo; riguarda decidere cosa è successo in un modo che ha senso narrativo date le prove.
Questo è il Paradigma della Costruzione Narrativa completamente realizzato per il gioco solitario. E funziona precisamente perché smette di combattere la natura fondamentale del gioco solitario—che sei sia detective che narratore—e invece fa di quella dualità il motore del gioco.
Quando ti siedi da solo per investigare un mistero, non stai cercando di indovinare ciò che qualche GM assente ha predeterminato. Stai raccogliendo pezzi casuali e costruendo significato dal caos—che, se ci pensi, è ciò che i detective fanno realmente. La verità non esiste finché qualcuno non costruisce un caso abbastanza convincente. I sistemi come Hints and Hijinx trasformano semplicemente quel processo in un gioco.
#gdrSolitari #gdrSolitario #gdrs #giochiDiRuoloSolitari #investigativo
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Il Paradosso dell’Investigazione Solitaria: Perché il GDR in Solitaria Richiede la Costruzione Narrativa
Quando ci si siede per giocare a un GDR investigativo, emerge una domanda apparentemente semplice ma fondamentale: chi sta realmente investigando? Sei tu, il giocatore, che usa il proprio ragionamento e deduzione per risolvere un mistero che esiste indipendentemente dalle tue conclusioni? O è il tuo personaggio che costruisce una spiegazione narrativa da indizi sparsi, in un mondo dove la “verità” emerge attraverso il gioco piuttosto che essere predeterminata?
Questa distinzione rappresenta due approcci fondamentalmente diversi al gioco investigativo, ciascuno con la propria filosofia, meccaniche ed esperienza di gioco. In un paradigma, la verità deve essere stabilita a priori e il sistema non deve ostacolarti; nell’altro, non esiste una verità predeterminata. E quando giochi in solitaria, questa tensione si trasforma in qualcosa di ancora più radicale.
I Due Paradigmi dell’Investigazione
Il Paradigma dell’Investigazione Classica
Call of Cthulhu esemplifica il primo paradigma. In questo approccio, il Custode prepara un mistero con una soluzione definitiva, dissemina indizi nello scenario, e gli investigatori devono trovare e interpretare questi indizi per raggiungere la conclusione corretta. I personaggi usano le loro abilità—Library Use, Spot Hidden, Psychology—per scoprire informazioni attraverso tiri percentuali. Successo significa trovare l’indizio; fallimento significa che potresti perderlo completamente.
Questo crea il famigerato problema che Robin Laws identificò quando progettò GUMSHOE: indizi importanti possono essere persi a causa di tiri di dado falliti, causando il blocco del gioco. L’investigazione diventa un test sia di fortuna con i dadi che di ingegnosità del giocatore, con il GM spesso costretto in posizioni scomode—lasciare che il gioco si blocchi o trovare modi artificiosi per ripresentare informazioni mancate.
Eppure c’è qualcosa di visceralmente soddisfacente in questo modello quando funziona. I giocatori genuinamente non conoscono la risposta. Devono raccogliere prove, fare deduzioni e ricostruire una soluzione usando il proprio ragionamento. La sfida è per i giocatori, non solo per i personaggi. Quando finalmente identifichi il cultista o scopri dove si terrà il rituale, è perché tu—seduto al tavolo—l’hai capito.
La Soluzione Elegante di GUMSHOE
Robin Laws progettò GUMSHOE specificamente per preservare il primo paradigma eliminando il suo attrito meccanico. L’innovazione centrale del sistema è brillante nella sua semplicità: se hai l’abilità investigativa rilevante e sei in una scena dove può essere trovato un indizio centrale, lo trovi automaticamente.
La premessa è che i giochi investigativi non riguardano il trovare indizi—riguardano interpretare gli indizi che vengono trovati. Un personaggio scienziato forense non fallirebbe nel notare schizzi di sangue sulla scena del crimine, così come un detective addestrato non dimenticherà di interrogare i testimoni. I dadi non determinano se trovi informazioni; determinano gli esiti quando le cose sono genuinamente in dubbio—scene d’azione, inseguimenti, situazioni contestate.
GUMSHOE mantiene una verità predeterminata, ma rimuove il sistema come ostacolo tra i giocatori e le informazioni di cui hanno bisogno per affrontare il mistero. Giochi come Trail of Cthulhu, Night’s Black Agents e The Esoterrorists dimostrano come questo approccio possa supportare qualsiasi cosa dall’horror cosmico ai thriller di spionaggio all’investigazione occulta.
Cthulhu Dark: Semplicità Radicale
Cthulhu Dark di Graham Walmsley rappresenta uno degli approcci più essenziali all’horror investigativo, adattando l’intero regolamento in sole due pagine. La filosofia del sistema verso l’investigazione è elegantemente semplice: proprio come in Trail of Cthulhu, non puoi fallire nel trovare informazioni se ne hai bisogno per procedere con lo scenario.
Quando investighi qualcosa, tiri dadi basati sulla situazione: un dado se il compito è nelle capacità umane, un dado se rientra nella tua competenza professionale, e opzionalmente il tuo dado Follia se sei disposto a rischiare la tua sanità mentale per avere successo. Prendi il risultato più alto, e questo determina quanto bene hai successo, non se hai successo. Con 1, riesci a malapena; con 6, riesci brillantemente.
Questo significa che i tiri di investigazione non possono mai fallire nel far avanzare la storia. Il sistema afferma esplicitamente che se stai investigando e devi avere successo perché lo scenario proceda, nessuno può invocare la meccanica di fallimento. L’unica domanda è quanto bene trovi l’indizio e cosa ti costa scoprirlo.
Il Paradigma della Costruzione Narrativa
Brindlewood Bay rappresenta il secondo paradigma nella sua forma più pura e sviluppata. In questo gioco, anziane signore (le Mavens) investigano omicidi in un’accogliente cittadina del New England, ma il Custode genuinamente non sa chi sia l’assassino. Il mistero emerge attraverso il gioco piuttosto che essere predeterminato.
Il Custode prepara indizi, sospetti e luoghi, ma questi non sono connessi a una soluzione predeterminata. Invece, sono componenti flessibili che possono essere rivelati quando è drammaticamente appropriato. Man mano che i giocatori raccolgono indizi, costruiscono teorie su ciò che è accaduto. Quando sono pronti a risolvere il mistero, presentano la loro teoria e tirano i dadi, con le loro possibilità di successo modificate da quanti indizi hanno raccolto.
Questo paradigma cambia completamente l’esperienza. I giocatori non stanno risolvendo un puzzle creato dal GM; stanno costruendo una narrativa che ha senso date le prove che hanno raccolto. Non c’è una risposta “corretta” da scoprire perché non c’è mai stata una risposta dall’inizio. Il divertimento viene dal mettere insieme indizi disparati in una teoria coerente e vedere quella teoria diventare la verità attraverso le meccaniche di risoluzione del gioco.
Lovecraftesque prende questo paradigma in una direzione diversa, concentrandosi sulla narrazione collaborativa dell’horror piuttosto che sulla risoluzione del mistero per se. Man mano che ogni indizio viene rivelato, ogni giocatore scrive la propria teoria su ciò che sta realmente accadendo—un processo chiamato “Leap to Conclusions”—e la raffina man mano che emergono nuove informazioni.
Il genio di Lovecraftesque è che la teoria che finisce per essere rivelata come “vera” non è mai sbagliata. I giocatori non affrontano la delusione di essere scorretti perché non c’era una risposta predeterminata su cui essere in errore.
Il Dilemma del Giocatore Solitario
Quando ti siedi per giocare a un GDR investigativo da solo, incontri immediatamente un problema fondamentale che non esiste nel gioco di gruppo: sei sia il detective che l’autore del mistero. Questo spostamento apparentemente semplice rompe il Paradigma dell’Investigazione Classica in modi che forzano i designer verso soluzioni radicalmente diverse.
Il Problema della Verità Predeterminata
Il Paradigma dell’Investigazione Classica dipende dall’asimmetria informativa. In Call of Cthulhu o GUMSHOE, il Custode sa cosa è successo, prepara indizi che puntano a quella verità, e i giocatori usano il loro ragionamento per scoprirla. La sfida esiste perché i giocatori genuinamente non conoscono la risposta.
Nel gioco solitario, questa asimmetria collassa. Non puoi investigare un mistero che hai già scritto. Non appena sai che “è stato il maggiordomo”, il fascino principale—usare le tue abilità deduttive per scoprire una verità nascosta—evapora. Un giocatore solitario non può rovinare un mistero tradizionale per se stesso perché l’ha già rovinato creandolo.
Alcuni designer hanno tentato soluzioni alternative per questo problema fondamentale:
Scenari pre-scritti forniscono misteri predeterminati, ma puoi giocare ciascuno solo una volta prima di conoscere la soluzione. Questo limita severamente la rigiocabilità e trasforma essenzialmente i GDR investigativi in elaborati Choose Your Own Adventure, che possono essere soddisfacenti, ma rappresentano un genere completamente diverso.
Generazione di indizi basata su oracoli tenta di preservare la sorpresa randomizzando quali indizi appaiono. Potresti chiedere “Trovo prove di effrazione?” e lasciare che i dadi determinino sì o no. Tuttavia, questo crea nuovi problemi: gli indizi generati casualmente spesso mancano di coerenza, e sei ancora lasciato a decidere cosa significano quegli indizi—che ricollassa nel risolvere un puzzle che stai simultaneamente creando.
I Limiti degli Oracoli
Gli oracoli tradizionali per GDR solitari—come Mythic Game Master Emulator—funzionano magnificamente per molte situazioni di gioco. Quando chiedi “L’anziano del villaggio è affidabile?” o “L’elementale della tempesta attacca?”, la Fate Chart di Mythic ti dà risposte sì/no ponderate basate sulla probabilità e sul Chaos Factor corrente. Questi oracoli generano genuina incertezza e narrativa emergente.
Ma l’investigazione presenta sfide uniche. Potresti chiedere “Il maggiordomo aveva accesso allo studio?” o “C’è sangue sul coltello?” e ottenere risposte determinate dall’oracolo. Il problema emerge alla conclusione. Quando hai raccolto i tuoi indizi e formato una teoria su chi l’ha fatto, cosa determina se la tua ipotesi è corretta?
Mythic può tracciare l’investigazione proceduralmente—seguire sospetti, scoprire prove, usare Discovery Checks per rivelare informazioni. Ma alla fine, stai ancora o chiedendo all’oracolo “La mia teoria è corretta?” (facendo sì che i dadi piuttosto che il ragionamento determinino il successo) o tu come giocatore decidi cosa significano gli indizi generati casualmente (ricollassando nel risolvere un puzzle che stai creando).
Come notò un giocatore solitario discutendo di misteri con Mythic: “Con Mythic GME, non conoscerai le risposte finché non le scopri”—ma questo significa che l’oracolo rivela informazioni pezzo per pezzo, e devi poi interpretare cosa significa tutto, essenzialmente decidendo tu stesso la soluzione. La sfida intellettuale della deduzione diventa sfocata perché non c’è una verità predeterminata da scoprire, solo risposte emergenti dell’oracolo da interpretare.
Il Problema del Journaling
Molti GDR solitari abbracciano meccaniche di journaling dove scrivi delle esperienze del tuo personaggio. Questo funziona meravigliosamente per esplorazione, relazioni e sviluppo del personaggio. Ma fare journaling di un’investigazione mentre simultaneamente determini cosa è realmente accaduto crea dissonanza cognitiva.
Scrivi: “Esamino il coltello insanguinato. Cosa può dirmi?” Poi devi decidere—come investigatore e autore del mistero—cosa rivela il coltello. Ogni deduzione è simultaneamente invenzione. Non stai scoprendo la verità; stai recitando la scoperta mentre crei la verità, il che mina la fantasia di essere un detective.
Strategie di Mitigazione e Soluzioni
Alcuni designer hanno sviluppato tecniche intelligenti per preservare parzialmente l’Investigazione Classica nel gioco solitario, anche se ciascuna viene con limitazioni.
Framework a Rivelazione Differita
Il Solo RPG Investigation Framework introdotto da Pen, Paper and Dice suddivide l’investigazione della scena del crimine in fasi strutturate: Known Information stabilisce ciò che è ovvio; Investigation Information usa tiri di abilità per determinare quante domande oracolo puoi fare; Search Information richiede di definire cosa stai cercando prima di tirare.
Questo approccio crea una certa asimmetria informativa attraverso vincoli procedurali. Non sai cosa riveleranno i risultati dell’oracolo finché non tiri, e la struttura del framework previene il tornare indietro o “scoprire” convenientemente esattamente ciò di cui hai bisogno. Tuttavia, stai ancora interpretando cosa significano gli indizi casuali e alla fine decidendo a quale soluzione puntano.
Componenti Modulari del Mistero
Alcuni giochi di mistero solitari forniscono mazzi di indizi, sospetti e luoghi che mescoli e riveli proceduralmente. Separando i componenti di un mistero e randomizzando le loro connessioni, questi sistemi creano genuina incertezza su cosa scoprirai.
Questo preserva una certa scoperta—non sai genuinamente cosa pescherai dopo. Ma il problema fondamentale rimane: quando raggiungi la tua conclusione, chi determina se sei corretto? Se sei tu, stai solo ratificando la tua teoria. Se è un tiro di dado, il sistema piuttosto che il tuo ragionamento determina il successo.
La Soluzione della Costruzione Narrativa
La soluzione più elegante ai paradossi dell’investigazione solitaria è abbracciare ciò che il gioco solitario fa naturalmente: creazione collaborativa tra giocatore e randomizzatore. Invece di combattere il fatto che sei sia detective che autore del mistero, progetta sistemi che fanno di quel doppio ruolo la meccanica centrale.
Hints and Hijinx
Hints and Hijinx di Pandion Games rappresenta un Paradigma di Costruzione Narrativa completamente realizzato progettato specificamente per l’investigazione solitaria. Il sistema riconosce apertamente le sue ispirazioni: Breathless per le meccaniche di degradazione dei dadi, Brindlewood Bay per la risoluzione emergente del mistero, e GRANDMOTHERSHIP per la varietà di ambientazioni.
Il framework è disarmante nella sua semplicità ma elegante. I giocatori visitano 13 luoghi, incontrando complicazioni a ciascuno. Quando incontri una complicazione, tiri il tuo dado abilità (partendo da d12 o d10). Con 5+ trovi un indizio; con 10+ trovi due indizi. Sui fallimenti (1-4), qualcosa di brutto o sciocco accade e il tuo dado abilità degrada alla prossima taglia più bassa.
Crucialmente, gli indizi sono generati casualmente da tabelle—tipicamente un mazzo standard di 52 carte dove ogni carta corrisponde a un indizio diverso. Non sai quale indizio scoprirai finché non peschi la carta. Questo crea genuina sorpresa.
Dopo aver visitato i luoghi e raccolto indizi, entri nella fase The Deduction—l’elemento più innovativo del sistema. Scrivi un’ipotesi spiegando cosa è successo usando quanti più indizi puoi incorporare. Questo non riguarda indovinare una soluzione predeterminata—riguarda costruire una narrativa che connette i tuoi indizi scoperti casualmente in una teoria coerente.
Poi viene il brillante twist meccanico: il tuo Deduction Die parte da d0 e aumenta di un passo per ogni indizio che hai usato nella tua ipotesi. Tiri questo dado: con 5+ la tua deduzione è corretta; con 3-4 sei in errore ma le conseguenze sono lievi; con 1-2 sei in errore e affronti conseguenze serie.
Perché Funziona
Questo design risolve ogni problema che abbiamo identificato con l’Investigazione Classica nei contesti solitari:
- Nessuna soluzione predeterminata necessaria. Il designer fornisce indizi, complicazioni e luoghi, ma non determina mai cosa è “realmente accaduto”.
- Genuina scoperta senza asimmetria informativa. Non sai quali indizi troverai perché sono generati casualmente.
- Il ragionamento del giocatore conta ancora. L’incentivo meccanico è chiaro: più indizi incorpori in una teoria coerente, migliori sono le tue possibilità di successo.
- Il fallimento ha significato. Poiché il Deduction Roll può fallire, c’è genuina tensione sul fatto che la tua teoria sia corretta.
- Rigiocabilità. Poiché gli indizi sono generati casualmente e le soluzioni emergono attraverso il gioco, puoi rigiocare lo stesso framework di mistero con esiti completamente diversi.
Altri Sistemi Abilitanti
Oltre a Hints and Hijinx, altri sistemi abbracciano la costruzione narrativa per il gioco solitario:
Wretched & Alone e suoi derivati usano meccaniche di journaling dove costruisci narrativa attraverso prompt e pescate di carte, creando storie emergenti piuttosto che scoprire verità nascoste.
Solo RPG con carte oracolo come Mythic Variations 2 o CRGE (Conjectural Roleplaying GM Emulator) forniscono framework per generare contenuto procedurale che il giocatore interpreta e tesse in narrativa coerente.
Sistemi ibridi come alcuni hack di Ironsworn che incorporano meccaniche di mistero, dove i progressi nell’investigazione sono tracciati ma la soluzione finale emerge dalla sintesi del giocatore piuttosto che da rivelazione predeterminata.
Conclusione
Il gioco di ruolo investigativo solitario funziona meglio quando smette di cercare di replicare l’asimmetria informativa del gioco di gruppo e invece abbraccia ciò che il gioco solitario offre in modo unico: la capacità di sfumare il confine tra scoprire e creare storia.
Hints and Hijinx rappresenta questa filosofia raffinata in elegante semplicità. Non c’è mistero finché non lo costruisci dagli indizi che incontri casualmente. Il gioco non riguarda scoprire cosa è successo; riguarda decidere cosa è successo in un modo che ha senso narrativo date le prove.
Questo è il Paradigma della Costruzione Narrativa completamente realizzato per il gioco solitario. E funziona precisamente perché smette di combattere la natura fondamentale del gioco solitario—che sei sia detective che narratore—e invece fa di quella dualità il motore del gioco.
Quando ti siedi da solo per investigare un mistero, non stai cercando di indovinare ciò che qualche GM assente ha predeterminato. Stai raccogliendo pezzi casuali e costruendo significato dal caos—che, se ci pensi, è ciò che i detective fanno realmente. La verità non esiste finché qualcuno non costruisce un caso abbastanza convincente. I sistemi come Hints and Hijinx trasformano semplicemente quel processo in un gioco.
#gdrSolitari #gdrSolitario #gdrs #giochiDiRuoloSolitari #investigativo
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I primi attentati dei GAP non comportano grandi difficoltà per chi li esegue
La formazione dei Gruppi d’azione patriottica nelle principali città non costituisce un processo del tutto uniforme, variando per quel che riguarda i tempi in cui le strutture diventano operative e i risultati da esse ottenuti.
A Milano, all’inizio dell’ottobre 1943, Francesco Scotti ed Egisto Rubini mettono insieme un primo nucleo gappista, nelle persone di Validio Mantovani <97, Carlo Camesasca <98, Vito Antonio La Fratta <99 e Renato Sgobaro <100: si tratta di uomini non più giovanissimi, sposati, operai provenienti dall’ambiente delle fabbriche di Sesto San Giovanni. In seguito, con l’arrivo a Milano di Vittorio Bardini <101 e Ilio Barontini, le squadre gappiste, sparse nelle diverse zone della città, crescono di numero e si raccolgono nel 17° distaccamento GAP Gramsci <102, divenendo, per numero di azioni svolte e di combattenti arruolati nei primi mesi di lotta, il gruppo più consistente del panorama nazionale <103.
A Torino, l’organizzazione dei GAP scaturisce dalla riunione, tenuta il 10 ottobre 1943, tra Ilio Barontini, Remo Scappini e Ateo Garemi. Il fatto che la prima azione, compiuta il 24 ottobre contro il Seniore della MVSN Domenico Giardina, venga eseguita dallo stesso Garemi e dall’anarchico Dario Cagno è sintomatico delle difficoltà occorse nel reclutare nuovi elementi. La scarsa entità numerica e le numerose problematicità del gappismo torinese restano una costante <104, come evidenziato da Giovanni Pesce, il quale, divenuto comandante dei GAP di Torino, lamenta di trovarsi «senza servizio d’informazioni, senza altri uomini, senza mezzi, senza attrezzature tecniche» <105.
A Firenze, per realizzare la prima azione gappista, il PCI si rivolge, alla fine di novembre, ad un gruppetto partigiano di stanza a Greve, a testimonianza del fatto che l’organizzazione gappista della città non fosse ancora ritenuta pronta. Il tentativo si risolve in una nulla di fatto, ma sono proprio questi partigiani, in primis Cesare Massai <106 e Bruno Fanciullacci, una volta terminata l’esperienza in montagna, a comporre il nucleo principale del gappismo fiorentino.
A Genova, verso la metà di ottobre, prende forma un primo raggruppamento gappista intorno al comandante Giacomo Buranello <107 e a Walter Fillak <108.
A Roma, dove ciascuna delle 8 zone operative <109 in cui i partiti antifascisti hanno suddiviso la città ha un proprio GAP di zona, il «salto di qualità» <110 si ha verso la metà di ottobre con la costituzione di 4 GAP centrali: “Quel giorno decidemmo di separare dalle otto zone alcuni degli elementi più validi, di isolarli completamente […] in modo che agissero clandestinamente, in misura più pertinente e utile, dovevano fare azioni speciali contro i tedeschi, i fascisti, la polizia, contro i mezzi di comunicazione <111. I GAP Pisacane e Gramsci, comandati rispettivamente da Rosario Bentivegna e Mario Fiorentini, sono inseriti nella rete di Carlo Salinari <112, i GAP Sozzi e Garibaldi, invece, fanno parte della rete di Franco Calamandrei <113. Primo comandante dell’intera struttura è Antonello Trombadori <114.
Lo sviluppo
Questa prima fase di avvio e sviluppo dell’attività gappista, nel tentativo di operare una generalizzazione, può essere collocata temporalmente tra il tardo autunno del 1943 e la primavera del 1944. I Gruppi d’azione patriottica, malgrado i problemi di reclutamento e la precarietà delle attrezzature a disposizione, mettono a segno un numero elevato di azioni, soprattutto, eccezion fatta per il gappismo romano che rivolge numerosi attentati anche contro le forze tedesche, ai danni di esponenti di spicco della RSI. I primi attentati non comportano grandi difficoltà per chi li esegue, per il fatto che le vittime vengono colte del tutto impreparate. Si pensi alle uccisioni di Gino Gobbi e di Aldo
Resega, i quali, nonostante la posizione ricoperta, essendo rispettivamente comandante del distretto militare di Firenze e commissario federale di Milano, girano senza scorta e si recano a lavoro in tram. La descrizione delle due azioni evidenzia, da una parte, la mancanza di precauzioni dei fascisti, dall’altra, la relativa facilità dell’atto gappista. La soppressione di Gobbi, avvenuta la sera del 1° dicembre 1943 a Firenze, è: “[…] condotta in una precarietà incredibile. Erano in quattro e disponevano solo di due vecchie biciclette. Avevano quattro pistole così malandate che decisero di usare solo le due meno vecchie e malgrado ciò una di esse si inceppò. Attesero il Gobbi all’uscita del Distretto Militare in Piazza S. Spirito. Due salirono sul tram dietro a lui mentre gli altri due, con le biciclette, seguivano il convoglio. Quando il Gobbi scese dal tram, vicino alla sua abitazione, in via Pagnini, i gappisti che lo seguivano appiedati aprirono il fuoco con le loro pistole. […] Dopo aver ucciso il colonnello i due che avevano sparato salirono sulla canna della bicicletta dei loro compagni e con tale mezzo abbandonarono la zona” <115.
A Milano, la mattina del 18 dicembre 1943, in modo simile, Resega viene ucciso dal quartetto composto da «Barbisùn» Camesasca, «Ninetto» Mantovani, «Totò» La Fratta e «Lupo» Sgobaro: “Ninetto e la compagna si mettono poco discosto dalla porta ove lui deve uscire conversando tranquillamente, al momento giusto ci avrebbe fatto il segnale levando il cappello in segno di saluto alla compagna che con indifferenza si sarebbe allontanata, Totò come protezione si trovava all’angolo di Via Bronzetti con Corso 22 Marzo, e precisamente alla fermata del tram, io e Lupo che dovevamo operare […] la manovra riesce meravigliosamente, e così ci troviamo all’angolo proprio contemporaneamente con lui, che ingannato dalla nostra tattica è costretto per sorpassarci passare in mezzo a noi due, non si aspettava che questo momento, così io che avevo la pistola sotto il giornale fingendo di leggere, a non più di 10 cm. dal suo dorso lascio partire 4 colpi, egli cade in avanti senza un grido, fulminato all’istante, Lupo per non essere a meno, gli scarica pure lui 4 colpi mentre è steso per terra, dopo di che in quattro salti attraversiamo la strada, inforchiamo le nostre biciclette e ci allontaniamo indisturbati […]” <116.
Con il passare dei mesi, l’aumento di misure cautelari prese dalle autorità fasciste nelle città, ed il conseguente innalzamento del coefficiente di difficoltà dei colpi, vanno di pari passo con il miglioramento dell’efficienza dell’organizzazione gappista.
[NOTE]
97 Validio Mantovani (1914-1944). Operaio alla Pirelli, fu capogruppo del primo nucleo gappista milanese. Venne fucilato a fine luglio 1944 insieme al padre, Rotilio, anch’egli collaboratore dei GAP milanesi con la funzione di recapito e intendenza, in Borgomaneri, Li chiamavano terroristi, cit., pp. 63-64.
98 Carlo Camesasca (1912-1945). Durante il servizio di leva, fu uno dei tiratori scelti della squadra del 7° Reggimento bersaglieri che, alle gare nazionali di tiro a segno del 1933, si aggiudicò il titolo di campione d’Italia delle Forze armate. Assunto alla fabbrica Breda di Sesto San Giovanni, nel 1942 passò alla Marelli, dove entrò in contatto con elementi della cellula di fabbrica. Fu componente dei GAP di Milano, fino al suo passaggio in Val d’Ossola. Fu internato nei campi elvetici del Lago Nero. Rientrato a Milano nei giorni dell’insurrezione, fu, per ragioni poco chiare, ucciso con un colpo alla nuca da uno dei suoi stessi compagni, in Ibid., pp. 65-66.
99 Vito Antonio La Fratta (1908-1944). Appena sedicenne, fu arrestato a Torino per propaganda comunista. Operaio specializzato alle acciaierie Falck, fece parte dei primi GAP milanesi. Fu arrestato il 1° maggio 1944 e morì nel carcere di San Vittore, in Ibid., p. 64.
100 Renato Sgobaro, nato nel 1906, residente a Sesto San Giovanni dal 1924, fu operaio alla fabbrica Breda. Fece parte dei GAP milanesi. Individuato, riuscì a sottrarsi alla cattura e fu trasferito in provincia di Varese, in Istituto per la storia dell’età contemporanea (d’ora in poi Isec), Fondo Renato Sgobaro, b. 1, f. 1, Biografia del gappista Sgobaro Renato (Giulio).
101 Vittorio Bardini (1903-1985). Comunista, arrestato più volte e costretto ad espatriare, frequentò la scuola leninista in Unione Sovietica, combatté in Spagna, fu internato in Francia, estradato in Italia nel 1941 e trasferito al confino. Con la caduta del fascismo, fu inviato a Milano a dirigere i primi GAP. Catturato, fu internato nel campo di Mauthausen. Rientrato in Italia dopo la Liberazione, fu membro del Comitato Centrale del PCI e segretario della federazione comunista di Siena, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
102 Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 23-29.
103 Peli, Storie di Gap, cit., p. 43.
104 Ibid., p. 44.
105 Giovanni Pesce, Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Edizioni di cultura sociale, Roma 1950, p. 18.
106 Cesare Massai (1911-1995). Operaio fiorentino di San Frediano, divenne comunista nel 1938. Fu arrestato e rimase in carcere fino al 1943. Dopo una breve esperienza partigiana, fu comandante dei GAP fiorentini. Individuato, venne trasferito nel maggio 1944 a Pisa, in Donne e Uomini della Resistenza, ad nomen, consultato il 27-06-2019.
107 Giacomo Buranello (1921-1944). Studente di ingegneria con Walter Fillak. Fu organizzatore di una cellula comunista studentesca, per la quale fu arrestato nel 1942. Fu comandante dei GAP genovesi. Braccato, venne trasferito in montagna. Tornato in città per lo sciopero generale del marzo 1944, fu arrestato, torturato e fucilato il 3 marzo, in AA. VV., Ear, vol. I, cit., pp. 403-404.
108 Walter Fillak (1920-1945). Espulso dal liceo scientifico di Genova per attività sovversiva, fu arrestato nel 1942 in quanto promotore, con Giacomo Buranello, di una organizzazione comunista studentesca. Entrò a far parte dei GAP di Genova e, in seguito, fu comandante partigiano in Piemonte. Catturato dai tedeschi nei pressi di Ivrea, fu impiccato il 5 febbraio 1945, in AA. VV., Ear, vol. II, cit., p. 348.
109 La prima zona Prati, la seconda zona Trastevere, la terza zona Flaminio, la quarta zona Centro, la quinta zona Macao, la sesta zona San Giovanni, la settima zona Ostiense e l’ottava zona Prenestino.
110 Fiorentini, Sette mesi di guerriglia urbana, cit., p. 52.
111 Ibid., p. 53.
112 Carlo Salinari (1919-1977). Laureato in Lettere all’Università di Roma nel 1941, fu militante comunista e partecipò alla Resistenza romana dirigendo una delle due reti dei GAP centrali. Nel maggio 1944, a causa della delazione del gappista Guglielmo Blasi, fu arrestato, torturato e condannato a morte. L’arrivo degli Alleati a Roma nel giugno 1944 lo salvò. Nel dopoguerra, fu responsabile della sezione culturale del PCI e insegnante universitario, in AA. VV., Ear, vol. V, cit., pp. 317-318.
113 Franco Calamandrei (1917-1982). Militante nel PCI a partire dal 1943, durante la Resistenza a Roma fu responsabile di una delle due reti dei GAP centrali. Catturato il 28 aprile 1944, riuscì a fuggire dalla pensione Jaccarino, sede della banda Koch. Nel dopoguerra, fu membro del Comitato centrale del PCI e senatore dal 1968, in AA. VV., Ear, vol. I, cit., p. 404.
114 Bentivegna, Senza fare di necessità virtù, cit., p. 107.
115 Fagioli, Partigiano a 15 anni, cit., p. 198.
116 Isec, Fondo Antonio Mantovani, b. 4, f. 1, Autobiografia del compagno Camesasca Carlo (Barbisùn).
Gabriele Aggradevole, Biografie gappiste. Riflessioni sulla narrazione e sulla legittimazione della violenza resistenziale, Tesi di laurea magistrale, Università di Pisa, 2019#1943 #1944 #comunisti #fascisti #Firenze #GabrieleAggradevole #GAp #Genova #milano #novembre #ottobre #partigiani #Resistenza #roma #tedeschi #Torino
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El Getafe se da un tiro en el pie y el Madrid sujeta el liderato antes del clásico
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@jessicahische
@sajatype and I both had ‘into swords’ phases, and can totally recommend Academie Duello if you happen to find yourself in Vancouver. Their kids programmes are excellent:
https://www.academieduello.com/youth/ongoing-programs/ -
Una ejecución tiro a tiro.
#Fosa de #Parasimón
Por #PabloAMarínEstrada en #ElComercio
La investigación de la fosa desvela que tras la ejecución los cadáveres fueron 'limpiados'. El consejero #OvidioZapico y el responsable estatal de #MemoriaDemocrática prometen en la fosa de Parasimón impulsar la búsqueda de nuevos enterramientos.
https://www.elcomercio.es/sociedad/ejecucion-tiro-tiro-20230831010113-nt.html -
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