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#recensione — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #recensione, aggregated by home.social.

  1. Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale
    Oggi siamo continuamente collegati e colonizzati da quello che il filosofo belga Pascal Chabot, nel libro Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale, chiama superconscio digita
    perunaltracitta.org/homepage/2
    #KillBilly #LaCittInvisibile #Rubriche #digitosi #PascalChabot #recensione #superconscio #UnSensoAllaVitaIndagineFilosoficaSullessenziale

  2. 💎 Orbitals è un piccolo diamante da non lasciarsi sfuggire: una recensione per scoprire perché merita attenzione. #Orbitals #Recensione

    🔗 spaziogames.it/recensioni/rece

  3. 💎 Orbitals è un piccolo diamante da non lasciarsi sfuggire: una recensione per scoprire perché merita attenzione. #Orbitals #Recensione

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  4. 💎 Orbitals è un piccolo diamante da non lasciarsi sfuggire: una recensione per scoprire perché merita attenzione. #Orbitals #Recensione

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  5. 💎 Orbitals è un piccolo diamante da non lasciarsi sfuggire: una recensione per scoprire perché merita attenzione. #Orbitals #Recensione

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  6. Combattere il crimine nei panni di Spider Man in un mondo che si è dimenticato di lui, e la pressione di vedere i suoi amici andare avanti senza di lui, innescano in Peter Parker un cambiamento che potrebbe non essere in grado di controllare.

    #spiderman #brandnewday #marvel #cinema #recensione

    @cinema @spettacoli @Marvel @mastdon

  7. Combattere il crimine nei panni di Spider Man in un mondo che si è dimenticato di lui, e la pressione di vedere i suoi amici andare avanti senza di lui, innescano in Peter Parker un cambiamento che potrebbe non essere in grado di controllare.

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  8. Combattere il crimine nei panni di Spider Man in un mondo che si è dimenticato di lui, e la pressione di vedere i suoi amici andare avanti senza di lui, innescano in Peter Parker un cambiamento che potrebbe non essere in grado di controllare.

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    @cinema @spettacoli @Marvel @mastdon

  9. ⚔️ Onimusha: Way of the Sword riporta in scena il fascino della leggenda: nella nostra recensione, scopriamo se la spada ha ancora qualcosa da dire. #Onimusha #Recensione

    🔗 spaziogames.it/recensioni/rece

  10. ⚔️ Onimusha: Way of the Sword riporta in scena il fascino della leggenda: nella nostra recensione, scopriamo se la spada ha ancora qualcosa da dire. #Onimusha #Recensione

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  11. ⚔️ Onimusha: Way of the Sword riporta in scena il fascino della leggenda: nella nostra recensione, scopriamo se la spada ha ancora qualcosa da dire. #Onimusha #Recensione

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  12. ⚔️ Onimusha: Way of the Sword riporta in scena il fascino della leggenda: nella nostra recensione, scopriamo se la spada ha ancora qualcosa da dire. #Onimusha #Recensione

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  13. Capitolo 440: Luglio Royale

    Come ogni anno, se mi leggete a luglio significa che vi sto scrivendo dalla mia residenza pugliese, a Monopoli, dove continuo a dover lavorare davanti a uno schermo ma almeno la temperatura è gradevole e il richiamo del mare non troppo lontano. In realtà tutti i film di questo capitolo, tranne l’ultimo, li ho guardati mentre ero ancora a Roma, per cui il vero capitolo pugliese, con i film sarà il prossimo. In attesa di vedere l’Odissea di Nolan (ho già i biglietti per il 21 luglio, dove il film sarà presentato a Monopoli da Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli del podcast Noodles), andiamo a scoprire la sfilza di bellissimi film che ho visto nelle ultime settimane.

    Sesso, Bugie e Videotape (1989): Mi sono sempre chiesto che sensazione avrà provato Steven Soderbergh nel girare il suo primo film e, di botto, vincere la Palma d’Oro a Cannes. Sono bastati quattro personaggi, un paio di ambienti principali, dialoghi scritti molto bene e un’idea semplice ma efficace. A Baton Rouge una coppia di coniugi riceve la visita di un ex compagno di college di lui, che ha una strana abitudine: filma interviste in cui domanda a donne di vario genere le loro abitudini sessuali. L’ipocrisia della famiglia statunitense viene smontata minuto dopo minuto, con Andie McDowell e James Spader sugli scudi. La vittoria a Cannes ha rappresentato uno spartiacque per il cinema: grazie a questo film, scritto da Soderbergh in soli otto giorni e girato con un solo milione di dollari di budget, ha contribuito all’esplosione del cinema indipendente negli anni 90. Molto bello, ma non so se vorrei rivederlo.
    •••½

    Battle Royale (2000): Non riuscendo a uscire dal tunnel del Giappone, me lo sono arredato. Kinji Fukasaku, prima della sua scomparsa nel 2003, durante le riprese del sequel, gira uno dei cult movie nipponici per eccellenza, che qualche anno dopo avrebbe ispirato una saga di grande successo come quella di Hunger Games. In un futuro distopico, per contrastare la dilagante criminalità giovanile, il governo mette in piedi un crudele gioco di sopravvivenza annuale in cui un gruppo di studenti viene spedito su un’isola per eliminarsi a vicenda. Al netto di qualche idea grossolana, l’idea funziona, in una sorta di Il Signore delle Mosche in versione giapponese: dietro la violenza infatti (che non manca di certo), c’è una satira feroce sul rapporto tra adulti e ragazzi, sull’autorità, sulla competizione e su una società che trasforma i giovani in nemici gli uni degli altri. Fukasaku non cerca mai il realismo assoluto, anzi, abbraccia l’eccesso con una libertà quasi fumettistica che oggi si vede sempre meno. Bellissimo, ma andava visto venticinque anni fa.
    •••½

    La Ragazza Che Saltava nel Tempo (2006): A proposito di Giappone, durante le mie infinite ricerche mi sono imbattuto in questo film d’animazione di Mamoru Hosoda. La storia mi sembrava interessante e così l’ho visto, salvo scoprire poi su letterboxd che l’avevo già visto nel 2015 (ma non lo ricordavo affatto!). Una liceale, dopo aver trovato uno strano aggeggio nell’aula di scienze, scopre di poter viaggiare indietro nel tempo. Essendo adolescente, decide di usare questo potere per sistemare le sue piccole beghe sentimentali e quotidiane, fino a scoprire che ogni volta in cui cambia il corso degli eventi, rischia di ferire qualcuno o di combinare qualche guaio. Film d’animazione dal tipico respiro nipponico, in grado di raccontare un’età delicata come l’adolescenza e il conseguente passaggio all’età adulta in maniera fantastica ma profondamente umana, con diversi spunti divertenti e altrettanti momenti malinconici. Da vedere.
    •••½

    M*A*S*H (1970): Non vedevo questo filmone di Robert Altman da almeno vent’anni ed è stato stupendo ritrovare certe atmosfere, soprattutto i suoi protagonisti Donald Sutherland ed Elliott Gould, in una sorta di versione estrema e ancor più folle di un film con Bud Spencer e Terence Hill (ma senza scazzottate). Siamo in Corea (anche se la satira di fondo è chiaramente riferita al Vietnam), in un ospedale da campo dove i medici dell’esercito ribaltano continuamente la retorica militarista in voga nel cinema statunitense, dove veniva sottolineata l’eroicità dei soldati in film in cui la guerra era una cosa serissima. Oggi alcune gag sono inevitabilmente invecchiatissime (ad esempio il dongiovanni che vuole uccidersi perché teme di esser diventato omosessuale), ma la potenza con cui questo filmone si prende gioco dell’autorità, sottolineando l’assurdità della guerra, è ancora intatta e, soprattutto, divertentissima.
    ••••

    Obsession (2025): Sono parecchie settimane che sento parlare di questo film di Curry Barker, opera seconda di un regista interessante. Un ragazzo è innamorato della sua migliore amica ma non ha il coraggio di dichiararsi. Una sera, frustrato per l’ennesimo episodio in cui è emersa la sua inettitudine, spezza un bastoncino dei desideri, una sorta di souvenir che permette di realizzare un desiderio. Il problema è che il sortilegio funziona: il ragazzo desidera che Nikki, la ragazza, si innamori perdutamente di lui e ciò trasforma la sua vita in un incubo, visto che la ragazza dei suoi sogni ora gli si è accollata in maniera ossessiva e, a tratti, psicopatica. Al di là di un protagonista disturbante, il film è una grande metafora sulla tossicità di alcune relazioni e, soprattutto, sul controllo, sul bisogno di possedere l’altro e l’illusione che amare significhi essere ricambiati a ogni costo. Il fatto che tutto questo nasca da un protagonista insicuro, una sorta di incel non dichiarato, rende la trama ancora più inquietante, visto che distrugge l’idea positiva del bravo ragazzo che vediamo spesso nei film statunitensi. Il desiderio di essere amati insomma è così forte da annullare completamente la personalità della persona amata (ci sono alcuni momenti in cui Nikki torna, per pochi secondi, se stessa e sono senza dubbio queste le parti più belle e terrificanti del film). Inde Navarrette, che interpreta la ragazza, regge praticamente il film sulle sue spalle. Bello tutto, una piacevole sorpresa. Tutto questo però succede quando uno ha un desiderio e non chiede lo scudetto della Roma, come faccio io quando vedo una stella cadente.
    •••½

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    #battleRoyale #Cinema #daVedere #film #laRagazzaCheSaltavaNelTempo #mash #obsession #recensione #sessoBugieEVideotape
  14. Capitolo 439: Tra Le Nuvole

    Ben ritrovati e ben ritrovate. A giugno, causa viaggio verso il Sol Levante, per forza di cose ho dovuto lasciare un po’ da parte il cinema (anche se ciò non mi ha impedito di vedere il film di Spielberg, di cui vi ho già parlato qui!). A parte Disclosure Day, dall’ultimo capitolo pubblicato sul blog ho guardato soltanto otto film, di cui cinque sullo schermo dei quattro aerei presi per raggiungere il Giappone e per tornare in Italia. Nello spazio di oggi vi parlerò soprattutto di questi, ma non prima di avervi riassunto brevemente gli altri tre, accorpati tutti insieme. Se invece vi interessano, le prime foto scattate durante il viaggio le ho già pubblicate sul mio profilo instagram professionale. Al di là di questo è davvero molto bello poter tornare qui a raccontarvi i film, a parlare di cinema, di vita e di tutto il resto. Ci siete ancora, vero? 🙂

    Maburosi (1995) / Drive (2011) / Copycat (1995): Prima di partire, dopo l’abbuffata di film sul Giappone fatta a maggio, mi sono concesso il primo film di Kore’eda al cinema. Un dramma famigliare, sempre bellissimo, sempre emozionante. Interessante vedere come tutto il cinema del regista nipponico sia germogliato da questo seme iniziale, che racchiude in molti versi gran parte della sua filmografia. Molto bello (••••). Totalmente diverso è invece Drive di Refn, un cult che ho visto e rivisto più volte da quando è uscito e che continuo ad amare, per le sue atmosfere notturne (una delle Los Angeles più belle mai viste sullo schermo), per gli intrecci di una vicenda che non ti permette di staccare un istante (••••½). Non esattamente all’altezza è invece Copycat di Jon Amiel, con Sigourney Weaver e Holly Hunter alle prese con un serial killer che ama imitare i celebri assassini del passato imitandone il modus operandi, cambiando dunque metodo per ogni omicidio. Sarebbe anche interessante se non fosse stato scritto in maniera così sciatta. Tra l’altro è stato il mio centesimo film visto nel 2026: l’avessi saputo prima, avrei scelto qualcosa di meglio (••½).

    Il Maestro (2025): Quando devo prendere un volo intercontinentale, la prima cosa che faccio appena mi siedo in aereo è consultare il catalogo dei film disponibili. Di solito mi concedo come primo film qualcosa che non ho visto, essendo ancora fresco, poi un rewatch di qualcosa che conosco e mi piace (così se mi abbiocco non è un grosso problema) e infine qualcosa di più commerciale, che non credo vedrei in altre occasioni, ma che possa farmi compagnia durante il lungo viaggio. Detto ciò, ad aprire le danze della mia personalissima rassegna cinematografica a bordo del primo volo Ethiad è stato il nuovo film di Andrea Di Stefano (già regista del bellissimo L’Ultima Notte di Amore). Favino è un ex campione di tennis che ora ha la panzetta e un passato decisamente sopra le righe. Per mantenersi occupato prova a rilanciarsi diventando il maestro di tennis di un ragazzo timido, schiacciato dalle aspettative del padre, che spera di avere in casa il futuro del tennis italiano. Un road movie tra campi di terra battuta, in cui sia il maestro che l’allievo potranno imparare qualcosa l’uno dall’altro (uno l’importanza di essere una persona affidabile, l’altro il sapore della libertà). Mi è piaciuto, mi sono divertito e, se ci fosse stato un finale un pizzico più potente, sarebbe potuto essere davvero una rivelazione. Di Stefano è bravo, regista da tenere d’occhio.
    •••½

    La Vita Segreta di Walter Mitty (2013): Uno dei film che hanno ispirato il mio libro La Strada Altrove, come vi racconto qui. Non lo vedevo da molti anni e sono stato felicissimo di ritrovarlo: Ben Stiller è un timido archivista di Life alle prese con l’ultima copertina del celebre magazine cartaceo, prima della dolorosa transizione al digitale. La foto l’ha scattata Sean Penn, in una sorta di parodia di Steve McCurry, ma viene incredibilmente perduta. Il timido Ben Stiller si lancia così all’inseguimento del fotografo per cercare di recuperare il negativo, in un giro del mondo che gli permetterà di varcare soprattutto i confini di se stesso. Colonna sonora pazzesca e finale meraviglioso, una commedia forse un po’ bistrattata e sottovalutata, che ancora oggi si mantiene fresca, interessante, piena di momenti degni di nota. E soprattutto, uno dei film che meglio riesce a trasmettere la potenza della fotografia e la sua capacità di riassumere in uno scatto un momento di eternità. Bellissimo.
    ••••

    The Running Man (2025): Dopo lo scalo ad Abu Dhabi, mi aspettavano altre dieci ore di volo per raggiungere Tokyo. Tra l’inevitabile abbiocco e qualche riga di un libro, mi sono concesso l’ultimo film del volo d’andata, il remake di un cult anni 80 che vedeva Arnold Schwarzenegger nei panni del protagonista. Il punto di partenza è sempre l’omonimo romanzo di Stephen King, ma stavolta a prestare il volto al personaggio principale è Glen Powell che, a differenza del film di quarant’anni fa, non interpreta un galeotto in cerca di grazia, bensì un disoccupato disperato che ha bisogno di denaro per curare la figlia malata. Per riuscirci si iscrive a un celebre programma televisivo nel quale i concorrenti devono sfuggire a una squadra di cacciatori professionisti incaricati di eliminarli entro trenta giorni. Chi riesce a sopravvivere fino alla fine si porta a casa un premio tanto ricco quanto improbabile. Edgar Wright conosce il suo mestiere, questo è poco ma sicuro, e il manicheismo della vicenda riesce spesso a risultare anche divertente. Se solo il film non fosse così ingenuo in alcuni passaggi, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più di un semplice intrattenimento da volo intercontinentale. Detto questo, il film ha svolto il suo compito: mi ha fatto passare il tempo senza guardare l’orologio una sola volta e, dopo le sei ore del primo volo e altre due di scalo, non era affatto scontato.
    •••

    A Pale View of Hills (2025): Durante il viaggio di ritorno mi aveva incuriosito l’idea di vedere un film giapponese che non avevo mai sentito. Questo qui, diretto da Kei Ishikawa, era addirittura stato presentato a Cannes (sezione Un Certain Regard), quindi le premesse per un buon film c’erano tutte. La storia si svolge su due piani temporali diversi: a Hiroshima negli anni 50, in cui una donna incinta incontra un’altra donna, che vorrebbe lasciare il Giappone per assicurarsi un futuro negli Stati Uniti e l’Inghilterra degli anni 80, in cui una ragazza di origini giapponesi vorrebbe scrivere un libro sul passato di sua madre (la donna incinta di cui sopra). Mentre i ricordi scivolano via senza mai sorprendere né emozionare, mi domandavo spesso perché non avessi scelto un altro film. E continuo a domandarmelo ancora adesso, nonostante qualche spunto sia anche interessante (soprattutto la citazione di Ozu, con il suocero che viene a trovare la famigliola e l’unica che sembra avere tempo da dedicargli sia lei, sua nuora). Non credo che sarà distribuito in Italia e, beh, non ci perderemo chissà cosa.
    ••½

    Casablanca (1942): Dopo le prime dieci ore di volo e altre due di scalo, per concludere in bellezza prima dell’atterraggio a Fiumicino avevo bisogno di qualcosa che durasse poco e, soprattutto, fosse bellissima. Entrambi i requisiti sono ampiamente rispettati da questo immortale capolavoro di Michael Curtiz, che è anche uno dei miei film preferiti in assoluto: non mi stancherò mai di vederlo. Al di là del memorable triangolo amoroso tra Humphrey Bogart/Rick, Ingrid Bergman/Ilsa e il triestino (ma austriaco, essendo del 1908) Paul Henreid/Viktor Laszlo, è la componente idealista a emozionare. Ed è così che, alla ventesima visione (numero casuale ma non lontano dalla realtà, presumo), mi sono ritrovato commosso anche a bordo di un aereo, durante la scena in cui i clienti del bar di Rick intonano la Marsigliese davanti ai soldati tedeschi, incalzati da Laszlo. Lo so, è una scena intrisa di retorica, ma credo che sia uno dei momenti di cinema più belli di sempre. Boh, ma che altro c’è da dire su questo film? Un capolavoro, punto. Poco dopo, il mio aereo toccava finalmente il suolo romano, dopo oltre dieci giorni di Giappone. Ma questa è davvero un’altra storia.
    •••••

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    #aPaleViewOfHills #casablanca #Cinema #daVedere #film #ilMaestro #recensione #theRunningMan #walterMitty
  15. Recensione “Disclosure Day”: Incontri Rivelatori del Terzo Tipo

    Da quando ho memoria vivo con la speranza di poter campare abbastanza da avere la prova inconfutabile dell’esistenza degli extraterrestri. Non pretendo di essere un testimone oculare e di ottenere tale prova personalmente: mi accontenterei di guardare un telegiornale e poter semplicemente ascoltare la notizia. O di leggerla sul profilo social di qualcuno che non sia un fanfarone. Steven Spielberg secondo me vive con lo stesso mio desiderio, ma lui in quanto Spielberg ha la possibilità di trasformare i suoi sogni in film bellissimi (se non in capolavori). Lo ha fatto tanti anni fa con E.T. e, ancor prima, con quello che ritengo il più grande film mai girato sulla presenza degli extraterrestri, ovvero Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. Ora il regista più amato della nostra infanzia è tornato con una nuova storia, che regala un sogno a tutti quelli come me che vorrebbero campare abbastanza da poter scoprire la notizia dell’esistenza degli alieni. Insomma, avete capito: anche io sono tra quelli che, se ne avessero avuto la possibilità, si sarebbero appesi in cameretta il celebre poster con il disco volante e la scritta I Want to Believe.

    Il film comincia con uno spaventato e confuso Josh O’Connor, in fuga da una sorta di agenzia governativa per cui lavorava come informatico e che, a quanto pare, avrebbe trascorso gli ultimi 79 anni a nascondere al mondo le prove dell’esistenza degli extraterrestri (una data non casuale, visto che il celebre incidente di Roswell è avvenuto nel 1947). Poco dopo, in tutt’altra location, vediamo Emily Blunt nei panni di una meteorologa di Kansas City che, prima di svenire durante una diretta televisiva, comincia a parlare una lingua sconosciuta e incomprensibile. Sulle loro tracce c’è Colin Firth, deciso a mantenere segreti i documenti e i video trafugati dal suo ex-dipendente. Tra fughe a perdifiato (che in realtà sono le scene meno credibili del film, e parliamo di un film sugli alieni!), autocitazioni (quando ho visto i protagonisti correre sul tetto del treno pensavo che di lì a poco sarebbe sbucato Harrison Ford con la frusta) e incontri rivelatori, mentre tutti cercano di difendere la propria versione della verità, io ero lì che mi chiedevo: ma alla fine questi alieni li vedremo o no? Beh, questo lo scoprirete da soli.

    Al di là di tutto, saremo mai pronti a una rivelazione di questa portata? Forse è questa la domanda che si pone Steven Spielberg e io ritengo che non debba neanche esserci questione. Non so se 8 miliardi di persone possano gestire una notizia così, però voglio dire, io sono prontissimo. Lo ero già nei mesi scorsi, quando Trump aveva avviato la declassificazione di numerosi documenti federali sugli UFO, che però non contenevano alcuna prova concreta di una visita extraterrestre sulla Terra. Forse tutto quel baccano su questo argomento ha contribuito solo a creare un gigantesco teaser per il nuovo film di Steven Spielberg, che come al solito riesce ad andare oltre la realtà, mostrandoci ancora una volta il lato più candido dei nostri sogni. Quello che il regista cerca di dirci (e non è la prima volta) è che il mondo sarebbe un posto migliore se uno sviluppo sostanziale dell’empatia facesse parte dell’evoluzione umana: è infatti nel momento in cui riesce a “scivolare” dentro le emozioni delle altre persone che il personaggio di Emily Blunt capisce di aver trovato il proprio posto nel mondo. Dietro a tante fantasticherie, il cuore del film credo che sia proprio questo: sognare un mondo più empatico, dove la rivelazione della presenza di altre forme di vita possa farci sentire meno soli, meno tristi, più vicini. Personalmente ho amato così tanto perdermi in alcune scene di questo film che ora vorrei ancor di più vivere anche io un Disclosure Day. Non so se riuscirò davvero a vivere abbastanza per scoprirlo, per fortuna però c’è sempre il cinema a mostrarci che forma possono prendere i nostri desideri. Il cinema e, ovviamente, Steven Spielberg: spesso queste due cose coincidono.

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    #Cinema #daVedere #diCheParla #disclosureDay #film #recensione #significato #spiegazione #spielberg
  16. Recensione “Mektoub My Love: Canto Due”: L’Estate Sta Finendo

    Era il mese di maggio di otto anni fa quando mi trovai di fronte a 2 ore e 54 di bellezza pura, volate in un soffio, come quell’estate del ’94 raccontata da Kechiche, così carica di desiderio, sguardi, sapori, note assordanti. Era il Canto Uno del progetto di una vita, quello di Mektoub My Love, proseguito poi in una ormai mitologica proiezione di Intermezzo. Questo perché al di fuori di quei fortunati presenti a Cannes il 23 maggio del 2019 (esattamente sette anni fa, giuro che non l’ho fatto apposta), nessuno ha mai avuto modo di vedere questo film, tuttora irreperibile per diverse questioni legate ai diritti d’autore della colonna sonora, a controversie di montaggio per l’inserimento di una scena di sesso esplicito non simulata, al Covid, oltre che a dissesti finanziari che hanno portato al fallimento della casa di produzione: credetemi, ci ho provato in tutti i modi a procurarmi questo film, tra torrent improbabili, forum francesi mezzi morti, finti link rimossi dopo tre ore, email a case di produzione e a cinefili che ne parlavano come di un’apparizione mariana. Niente, invano. A sei anni di distanza da quel fantomatico intermezzo, arriva finalmente Mektoub My Love: Canto Due, parte conclusiva di un universo cinematografico d’autore, diventato in breve tempo il film più atteso da parte di una certa fauna cinefila di cui, purtroppo o per fortuna, faccio parte anch’io.

    Pensate che Abdellatif Kechiche, pur di finanziare questa trilogia, ha dovuto vendere la Palma d’Oro che aveva conquistato nel 2013 con il meraviglioso La Vita di Adele, prodigandosi in sforzi produttivi sovrumani che fanno subito pensare ad altre produzioni travagliate giunte a destinazione solo grazie all’enorme determinazione dei suoi autori (Herzog e Coppola su tutti, ma gli esempi sono molteplici). Questa lunga premessa è necessaria per inquadrare al meglio la grandezza di una trilogia (ormai tramutata in dittico?), che ha mostrato una maniera, oltre che una necessità, di fare cinema che va oltre ogni canone tradizionale. Credo che sia palese ormai: come tanti, quando si parla di Sète e di questi film, non capisco più niente, vorrei solo guardarli e riguardarli per ore.

    Le vicende continuano più o meno da dove si erano concluse in Canto Uno. Siamo sempre a Sète, ma a settembre del 1994. L’estate è andata avanti e troviamo Amin e Charlotte che condividono del tempo insieme: Amin scatta delle fotografie e Charlotte parla di un libro che ha letto, Le Tour de Malheur di Joseph Kessel (un imponente ciclo di romanzi in cui, guarda caso, la storia segue il percorso interiore di un protagonista alla ricerca di purezza e integrità morale). Mi sono bastati due minuti per trovarmi di nuovo dentro la stessa atmosfera del primo film della serie, in quel tipo di cinema slice of life tanto caro a Linklater, in cui non sembra succedere mai niente di eclatante se non la cosa più importante di tutte: la vita. Nelle notti d’estate del gruppo di amici e parenti che abbiamo imparato a conoscere lo scorso decennio, irrompe però un elemento del tutto inaspettato: una coppia di statunitensi, lui produttore attempato, lei giovane attrice in rampa di lancio. Entrambi si interessano ad Amin (alla sua sceneggiatura il primo, alla sua integrità la seconda) e, mentre il nostro si destreggia nella sua consueta placida osservazione del mondo circostante, la sua migliore amica Ophelie deve sistemare il guaio che ha combinato, prima che torni il suo promesso sposo partito soldato, mentre il cugino Toni ha ancora bollenti spiriti da tenere a bada prima di combinare l’ennesimo disastro. Amin stavolta dovrà smettere di guardare e mettersi finalmente in ballo: crescere, definitivamente, prima della fine dell’estate.

    Girato quasi in contemporanea con il primo film della serie, Mektoub My Love: Canto Due cambia le carte in tavola, diventando altro, nutrendosi continuamente di cinema, dal film muto del 1932 Pour un Soir, che Amin guarda nella sua stanza, all’imitazione di Joe Pesci in Toro Scatenato messa in piedi da Toni durante la prima visita agli americani. La fetta di vita estiva raccontata da Kechiche durante tutti questi anni si trasforma in qualcosa di inaspettato, quasi spiazzante, aggiungendo alla storia del cinema un’altra memorabile corsa, una fuga verso un futuro nuovo che chiude, inevitabilmente, l’estate del 1994, ma anche la fanciullezza adolescenziale di un protagonista indimenticabile. Ultimo frammento di un cinema febbrile, libero, forse irripetibile (Kechiche un anno fa ha avuto un ictus e, di conseguenza, annunciato l’addio alla regia), la sensazione è sempre la stessa di otto anni fa: la nostalgia, profonda, palpabile, di un’epoca della nostra vita in cui eravamo più ingenui, forse più imperfetti, e incredibilmente vivi.

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    #cantoDue #Cinema #daVedere #film #kechiche #mektoubCantoDue #mektoubMyLove #recensione
  17. Recensione “Cime Tempestose”: Tanto Amore Per Nulla

    Non credo di aver mai sentito tanti “Ti amo” come in questo film. Questa premessa è necessaria, perché nonostante io non rientri di certo nel target di riferimento a cui è destinata l’ultima fatica di Emerald Fennell, la soglia di miele dispensata in due ore supera di gran lunga il livello accettabile per un film di quest’epoca. Ma forse è proprio questo il difetto più grande: questa nuova versione di Cime Tempestose non solo arriva a soli 15 anni di distanza da quella di Andrea Arnold (a sua volta girata invece 31 anni dopo il film del 1970 di Robert Fuest), ma appare immediatamente anacronistica e, inevitabilmente, impallidisce rispetto all’opera di Emily Bronte da cui è tratta, che è del 1847.

    In una tenuta dello Yorkshire, il trovatello Heathcliff cresce fianco a fianco con la figlia del contadino, Catherine Earnshaw, con la quale nasce sin da subito un legame profondo, selvaggio, quasi ossessivo. Nonostante un amore dirompente seppur mai apertamente dichiarato, la ragazza, ormai adulta, decide di sposare un uomo socialmente più adatto. Ferito e umiliato, Heathcliff si allontana e sparisce per anni, fino a quando decide di tornare, segnato dal dolore per l’assenza ma soprattutto da un sentimento mai sopito.

    Emerald Fennell mette da parte la fiamma della vendetta, tratto distintivo dell’opera letteraria, per concentrarsi sui sentimenti, sull’amore, riducendo un classico della letteratura a un’opera commerciale, quasi adolescenziale, in cui il colpo di grazia arriva quando vediamo Jacob Elordi cavalcare al rallenty con una musica drammatica in sottofondo (per fortuna questa scelta appare soltanto per pochissimi secondi). A condire il tutto, un paio di sequenze con il protagonista a petto nudo, per assicurarsi il sostegno della larga fanbase dell’attore. Difficile salvare dal disastro l’inevitabile chimica tra Elordi e Margot Robbie, che tra una slinguazzata e l’altra restituiscono l’immagine di una passione bruciante che dimentica quasi del tutto la rabbia, il rancore (non a caso le sequenze migliori del film sono le poche in cui Heathcliff e Catherine sono in conflitto). Incredibile pensare che la stessa regista, pochi anni fa, esordiva dietro la macchina da presa con un film di ben altra caratura, lo splendido Una Donna Promettente. Oggi, purtroppo, siamo qui a certificare il primo grande passo falso della sua carriera (al di là del successo che otterrà al box office). Tanto, troppo amore, per nulla.

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    #cimeTempestose #Cinema #commenti #film #jacobElordi #margotRobbie #recensione #spiegazione
  18. Capitolo 427: I Soliti Cinefili

    Cominciamo subito con una bella notizia: A dicembre 2025 Una Vita da Cinefilo ha battuto il record mensile di visualizzazioni, che resisteva da ben cinque anni. La vera notizia però, quella bella (almeno per me), è che a gennaio 2026 Una Vita da Cinefilo ha già stracciato il record di dicembre! Insomma, grazie, è bello sapere che siete sempre di più a leggere queste righe, grazie davvero. Detto ciò, a gennaio ho visto “solo” 24 film, due in meno rispetto all’anno scorso e due anni fa: proverò a recuperare. Passiamo a parlare dei film adesso, ne abbiamo ben tre attualmente in sala e tre cult del secolo scorso.

    La Grazia (2025): In ogni film di Paolo Sorrentino, più o meno riuscito che sia, ti porti sempre dietro qualcosa. In questo caso è quella domanda ricorrente: di chi sono i nostri giorni? Beh, i miei sono soprattutto del cinema (magari, sarebbe bello). La storia racconta gli ultimi mesi di un Presidente della Repubblica prima del pensionamento. Il volto ovviamente è quello di Toni Servillo, i sentimenti sono quelli dei tipici personaggi di Sorrentino: la malinconia per il passato che è svanito, il tormento per una decisione difficile, la paura di non essere all’altezza. Non è uno dei suoi film migliori, ma è sempre un piacere godersi due ore di questo cinema. Vedendo il film tra l’altro mi sono imbattuto per la prima volta in una canzone di Gue e mi domando: ma davvero ascoltate ‘sta musica di merda?
    •••½

    Flashdance (1983): Dopo aver visto un ottimo video di Gabriele Niola su youtube (la sua rubrica è davvero molto interessante), ho pensato fosse il caso di recuperare questo iconico film degli anni 80, parodiato e imitato in ogni salsa, dalla colonna sonora leggendaria. La splendida operaia Jennifer Beals (se fossero tutte meravigliose come lei, altro che gli anziani a guardare i cantieri, ci sarebbe la fila!) di giorno lavora in fabbrica, di sera balla in un night. Viene notata dal suo datore di lavoro con cui comincia a frequentarsi e, al tempo stesso, coltiva il suo sogno di diventare ballerina. Ambientato in una Pittsburgh fumosa e inquinata (lo sapete già, visto che sicuramente non vi sarà sfuggito il mio pezzo sui migliori film ambientati nei 50 Stati americani), quello che colpisce non è tanto la bruttezza di alcune linee di dialogo, ma la straordinaria verve visiva di alcune sequenze, qualcosa del tutto atipico in un film commerciale, come dei perfetti videoclip per spingere l’opera di Adrian Lyne nel futuro (o meglio, nella nuova era della neonata Mtv, in cui il rapporto tra immagini e musica è ancor più stretto rispetto al decennio precedente). Non è un film incredibile, ma ha il suo fascino retrò, delle idee visive notevoli, una protagonista bellissima e una gran colonna sonora. Al di là di questo, il migliore in campo è il cane Grunt (Grugno in italiano).
    •••½

    Sorry, Baby (2025): Interessante esordio cinematografico per Eva Victor, che ha scritto, diretto e interpretato questo film indipendente incentrato su come un episodio di molestia (o violenza?) sessuale possa determinare il futuro, le scelte, l’intera vita di una persona. Siamo nel New England (presumibilmente in Massachusetts), in una casa immersa nella natura, dove il montaggio gioca con i salti temporali mostrandoci varie fasi della vita della protagonista (il weekend con la migliore amica, i tempi dell’università, il periodo del lavoro, il ritorno dell’amica), tutte segnate da ciò che accadde durante l’università. C’è intensità emotiva ma anche una briciola di ironia, in un racconto molto realistico, malinconico, femminile. Contento di aver rivisto anche Lucas Hedges (Manchester By The Sea, Lady Bird): mi sembrava fosse un po’ sparito dai radar e lo trovo sempre bravissimo. Un bel film in cui ho avuto qualche difficoltà a entrare, ma di cui va riconosciuto il valore, la scrittura squisita, la tenerezza. Al di là della mia risposta, si tratta di un bellissimo esordio per un’autrice da tenere d’occhio.
    •••

    Marty Supreme (2025): Il nuovo film di Josh Safdie è una variazione sul tema dello statunitense ossessionato dal successo, dal dover realizzarsi, dal vincere a ogni costo. Se il fine giustifica i mezzi, questo insopportabile Timothee Chalamet, campione di tennis tavolo, “una sorta di incrocio tra McEnroe e Fitzcarraldo”, è allora un personaggio memorabile quanto odioso, da Oscar quanto spiacevole: un uomo capace di vivere mille vite, di cercare il coronamento di un sogno con così tanta passione e determinazione che quasi vorresti fare il tifo per lui. La cosa certa è che i film dei Safdie (in questo caso il solo Josh, senza Benny) non sono mai banali, anche se spesso si concentrano su persone ossessionate dal bisogno di denaro. Anche qui lo sport viene messo in secondo piano dalla costante urgenza di trovare soldi, che in questo caso serviranno al protagonista per raggiungere i campionati che gli potrebbero garantire fortuna e gloria. Proprio così, fortuna e gloria, come in Indiana Jones, come in ogni storia stellestrisce, a sottolineare l’ossessione di questo popolo per il successo. Al di là di questo discorso, Chalamet è davvero bravo ed è stupendo veder recitare Abel Ferrara, nella parte di una sorta di gangster disposto a tutto per riabbracciare il proprio cane. Il film è bello, niente da dire, ma ha un finale un po’ troppo appiccicato con lo scotch (mezzo punto in meno per questo). A ogni modo, da vedere.
    •••½

    Le Colline Hanno gli Occhi (1977): Mentre facevo ricerche per il mio articolo sui film più iconici ambientati in ogni Stato americano, nel momento in cui ho scritto del Nevada ho scoperto che non avevo mai visto questo cult di Wes Craven: avevo fatto bene. Una famigliola borghese, tutta sorrisi e cani al seguito, è in gita verso la California quando ha un piccolo incidente che costringe il gruppo ad accamparsi nel mezzo del deserto del Nevada. Qui vive un gruppo di briganti bifolchi che tentano di ammazzarli uno a uno. Nel banale scontro tra ricchi e poveri, si tende quasi a parteggiare per questi ultimi, tanto sono insopportabili i primi. Tralasciando però la banalità della trama (anche per quell’epoca, visto che solo tre anni prima c’era già stato Non Aprite Quella Porta), è proprio la messa in scena a essere brutta, insignificante, mal riuscita (dal trucco agli effetti, fino al montaggio, capace di saltare dalla notte al giorno senza preoccuparsi di quella cosa chiamata continuità). Non ho mai avuto un buon rapporto con Wes Craven, non sono un grande fan di Nightmare e trovo insulso un cult generazionale come Scream: ora, dopo aver visto uno dei suoi film più celebri, apprezzo ancora meno questo regista. Rara bruttezza, Renè Ferretti con diecimila lire l’avrebbe girato meglio.
    •½

    I Soliti Ignoti (1958): Non saprei dire le volte in cui ho visto questo capolavoro di Mario Monicelli durante gli anni dell’università. La storia di un’improvvisata banda di ladri, inetti ma simpatici, che raccoglie a sé un cast di grandissimi interpreti, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Renato Salvatori a Totò, fino a Claudia Cardinale e Carla Gravina. La commedia all’italiana al massimo del suo splendore: se prima, parlando di Marty Supreme, parlavo dell’ossessione statunitense per il successo, qui possiamo vedere invece una differenza culturale sostanziale, pur essedo i due film ambientati nello stesso decennio: la morale, tutta nostrana, è che comunque vada, l’importante è sedersi a tavola a mangiare. Un’opera di puro genio, costellata da citazioni divenute immortali: “Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo, potete andare a lavorare!”. Stupendo, lo trovate su Raiplay.
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    #Cinema #daVedere #film #flashdance #iSolitiIgnoti #laGrazia #leCollineHannoGliOcchi #martySupreme #recensione #sorryBaby

  19. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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  20. Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene

    Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.

    Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
    •••½

    Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
    •••½

    No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
    •••½

    Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
    •••½

    Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
    •••½

    Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
    •••

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  21. Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi

    Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!

    Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
    ••••

    Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
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    Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
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    L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
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    Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
    •••½

    SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.

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  22. Capitolo 423: Cinema Natalizio Non Avrai il mio Scalpo

    Oggi parliamo degli ultimi film che ho visto nel 2025, che vanno dagli ultimi tre decenni del secolo scorso a uno sguardo al futuro, con uno dei possibili protagonisti della prossima stagione dei premi, di cui però ancora non si ha traccia in Italia. Non ci sono film di Natale nel mio menu dicembrino (Una Poltrona Per Due non lo è, visto che negli Stati Uniti è uscito in estate ed è considerato un film di Natale solo in Italia!), quindi anche quest’anno sono fiero di essermi salvato da smielate commedie con Babbo Natale, elfi e cazzimperi. Il mio 2025 finisce così, con 220 film visti, il mio terzo anno più prolifico da quando tengo il conto su Letterboxd (ovvero dal 2014). Non male no? E occhio, tra qualche giorno arriverà il pezzo sul mio 2025 cinematografico: vi piacerà.

    Una Poltrona Per Due (1983): Incredibile a dirsi, era soltanto la seconda volta in vita mia che vedevo questo cult firmato da John Landis, girato tre anni dopo il clamoroso successo dei Blues Brothers. Due vecchi milionari, per una futile scommessa, sostituiscono il futuro genero Dan Aykroyd con il povero mendicante Eddie Murphy alla guida della loro società. Rivisitazione in chiave comica della favola del principe e il povero, in Italia è diventato il classico della Vigilia per eccellenza (a distanza di anni ha ascolti addirittura superiori alla messa di mezzanotte), mentre come dicevamo negli States non è assolutamente considerato un film di Natale, nonostante l’ambientazione. Se Aykroyd era già celebre, la carriera di Eddie Murphy è stata invece lanciata da questo film: quello di Billy Ray Valentine è il suo secondo ruolo cinematografico dopo quello in 48 Ore di Walter Hill, dell’anno precedente. Un anno dopo avrebbe girato Beverly Hills Cop e il resto è storia. La cosa più impressionante è constatare quanto il film di Landis regga ancora benissimo il tempo: le battute funzionano ancora benissimo e sotto la superficie della commedia natalizia c’è anche una satira sociale nemmeno troppo nascosta, che fa ancora bene la sua parte. È uno di quei film che ti ricordano che far ridere è una cosa piuttosto difficile e, quando ci riesci, il risultato dura decenni. Cult.
    ••••

    Blue Moon (2025): Richard Linklater è in una fase decisamente prolifica. Nel giro di pochi mesi ha presentato sia il bellissimo Nouvelle Vague (che uscirà in Italia a marzo ed è imperdibile) che questo, ricevendo per entrambi una nomination ai Golden Globes come miglior film. La storia si concentra tutta in una notte, all’interno di un bar: è il 31 gennaio 1943, sera della prima del musical Oklahoma! a Broadway che sancisce il successo della coppia Rodgers e Hammerstein. Il vecchio collaboratore di Rodgers, Lorenz Hart, interpretato da un Ethan Hawke pazzesco, passerà la serata a commentare il nuovo successo del suo protetto con i vari avventori del locale, con cui tenterà di affrontare i suoi demoni professionali e sentimentali. Forte di un collaudato impianto teatrale (non è la prima volta che Linklater affronta una storia all’interno di un unico ambiente, basti pensare al bellissimo Tape del 2001), il film si sviluppa tra dialoghi brillanti e riflessioni malinconiche, che vedono Hawke al centro di ogni scena, alternato a splendidi comprimari quali Bobby Cannavale, Andrew Scott e Margaret Qualley. Forse il film risulterebbe più interessante se si conoscesse meglio la storia di Hart, paroliere di grandi successi quali la Blue Moon che dà il titolo al film o My Funny Valentine, ma al di là di questo c’è un che di affascinante nel vedere il crollo di un grande artista che cerca di mantenere la dignità nonostante il mondo gli stia collassando intorno. Uscirà mai nelle sale italiane (o almeno su piattaforma)? Non ho una risposta, ma continuiamo ad aspettare.
    •••½

    Will Hunting (1997): Uno dei cult assoluti del cinema anni 90, il film che ha lanciato le carriere di due giovani e scapestrati Matt Damon e Ben Affleck, interpreti e sceneggiatori (da Oscar) di un film che poi la mano di Gus Van Sant ha reso immortale, oltre a un Robin Williams stratosferico, vero cuore della storia. Un giovane senza arte né parte fa le pulizie al MIT ed è l’unico a essere in grado di risolvere un compito di matematica pressoché impossibile. Il genio però è anche sregolatezza, per cui il ragazzo ha bisogno di una terapia che lo porti a capire la portata del suo potenziale: qui Matt Damon incontra Robin Williams e qui il film incontra la grandezza. Al di là della bellezza della storia, ho un amore incondizionato per il cinema del Massachusetts e le atmosfere di Boston: qui, dietro la struttura da film “importante” per temi e scelte narrative, c’è un’onestà emotiva rara, una voglia sincera di parlare di crescita, di amicizia e di scelte difficili. Non importa in quali anni sei cresciuto, quando vedi questo film ti innamori immediatamente degli anni 90 (e delle canzoni di Elliott Smith). “Dovevo occuparmi di una ragazza”: che altro possiamo chiedere a un film?
    ••••½

    L’Ombra del Diavolo (1997): Stesso anno, tutt’altro genere di film. Un’idea forte, due volti riconoscibilissimi e il resto va da sé: Brad Pitt, capo di una frangia dell’IRA e nemico pubblico, vola negli Stati Uniti fingendosi operaio e trova rifugio a casa dell’ignaro ma retto poliziotto Harrison Ford, che lo accoglie come un figlio. Almeno finché gli altarini non cadono… Da adolescente ho visto più volte questo film su TelePiù e ne ricordo con piacere l’atmosfera, il conflitto tra dovere e sentimento, oltre alla bellezza di Natasha McElhone, uno dei grandi volti degli anni 90. Non è un film impeccabile, anzi, in fin dei conti è piuttosto prevedibile, ma Brad Pitt e Harrison Ford riescono sicuramente a renderlo migliore di quel che è, oltre all’esperienza di Alan J. Pakula, qui all’ultimo film della sua brillante carriera (è il regista di Tutti gli Uomini del Presidente, per dirne uno), prima della prematura e assurda scomparsa nel 1998: mentre era in auto, un tubo di metallo scagliato da un’auto in corsa proveniente dalla corsia opposta, si conficcò nel suo parabrezza, uccidendolo sul colpo. Il film lo trovate su Prime.
    •••½

    Corvo Rosso Non Avrai il mio Scalpo (1972): Quando ti trovi su un pullman di Flixbus e hai davanti a te 12 ore da impiegare nel tragitto tra Roma e Catania, cosa può esserci di meglio di un film di Sidney Pollack con Robert Redford da guardare sul pc? Redford decide di sparire tra le montagne per diventare un cacciatore e vivere una vita solitaria. Ovviamente le cose non andranno così, visto che si ritroverà circondato da neve, orsi, nativi americani, un bambino traumatizzato, una donna che non parla la sua lingua e una natura che può essere sì accogliente, ma anche molto ostile. Una sorta di western atipico, composto da silenzi e contemplazione, dove il mito della frontiera si ricrea sottraendo elementi, più che aggiungendoli. Niente retorica dunque, niente eroismi e, quando la violenza arriva, non è mai spettacolare, è piuttosto inevitabile. Un film malinconico, stupendo, dove la vendetta è solo parte della trasformazione di un uomo che non ha più nulla e non uno show alla Tarantino. Il cinema può essere enorme anche guardando semplicemente un uomo che cammina nella neve (oltre ad aver consegnato Jeremiah Johnson all’eternità, grazie a un meme diventato virale). Meraviglioso.
    ••••½

    Mr Cobbler e la Bottega Magica (2014): Il regista Tom McCarthy probabilmente non vi dirà moltissimo. Si tratta di colui che ha girato un film meraviglioso: no, non questo, ma il successivo, ovvero Il Caso Spotlight. Un anno prima di sbancare agli Oscar con quel film pazzesco, McCarthy si è ritrovato a New York con Adam Sandler, Steve Buscemi e Dustin Hoffman per raccontare la favola fantasiosa di un ciabattino (Sandler) che, utilizzando una speciale macchina per cucire, può impersonare i proprietari delle scarpe che ripara semplicemente indossando quelle calzature. Grazie a questo potere il nostro, uomo con molti rimpianti e pochissime ambizioni, comincia a vivere altre vite, a scoprire nuove realtà e soprattutto a incastrare piccoli gangster locali, tentando al tempo stesso di impedire la gentrificazione del suo quartiere, in mano a una palazzinara senza scrupoli. Il film è pieno di buoni sentimenti, si basa su una manciata di idee carine e sulla simpatia malinconica di Adam Sandler, che si carica la faccenda sulle spalle riuscendo miracolosamente a portarsi a casa il risultato. Non è niente di che e non sorprende il fatto che prima d’ora non avessi mai sentito nominare questo film, ma è interessante vedere a cosa può lavorare un regista mentre nella sua testa sta preparando il colpaccio da Oscar. Lo trovate su Prime.
    •••

    Blade Runner (1982): Cosa si può dire di questo capolavoro senza essere banali? Non lo rivedevo da quasi dieci anni e ogni volta il film di Ridley Scott riesce a stupirti per la sua grandezza, la sua straordinaria bellezza. Tutto è perfetto: la Los Angeles piovosa, sporca, ancora oggi insuperata (e insuperabile) per potenza visiva, per l’immaginario creato. Vangelis poi non accompagna le scene con la sua musica, ma le abita, creando uno dei più grandi connubi tra immagine e colonna sonora che si siano mai visti nella storia del cinema. E dietro la fantascienza c’è un’umanità che pulsa dietro ogni istante, il rimpianto per il tempo che passa, la necessità di spostare la propria “data di scadenza” un passo più in là, creando forse il miglior antagonista mai visto in un film, Roy Batty, malinconico e letale, talmente innamorato della vita da impedire che la morte colga il suo più feroce aguzzino, Harrison Ford. Due ore di suoni, immagini e dialoghi straordinari, un’opera di filosofia, un capolavoro eterno che ancora oggi risuona in chi lo ammira. Lo trovate su Prime ed è sempre una goduria suprema.
    •••••

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  23. Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

    Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

    Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
    •••

    Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
    •••½

    Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
    ••••

    Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
    ••

    Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
    •••½

    The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
    •••

    Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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  24. Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza

    Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.

    After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
    •••

    L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
    ••½

    Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
    ••••

    Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
    ••••½

    The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
    •••½

    SERIE TV
    Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.

    Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.

    Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.

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  25. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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  26. Capitolo 419: NovemberCore

    Apro questo capitolo ringraziando Filippo B, Silvio G e Silvio M, che nelle scorse settimane hanno sostenuto il blog offrendo al sottoscritto un caffè o una colazione: forse infatti avrete notato che in fondo agli articoli più recenti ormai trovate la possibilità di lasciare una mancia per sostenere i costi di gestione di Una Vita da Cinefilo. Sono davvero felice di contribuire alla vostra conoscenza cinematografica attraverso queste righe, che con passione ed entusiasmo porto avanti da ormai 17 anni (oh, tra un anno diventiamo maggiorenni, andremo a bere tutti insieme!) e sono lusingato di ricevere i vostri abbracci virtuali. A proposito di mance, il capitolo di oggi è contraddistinto da due film a basso budget ma entrambi molto belli: parleremo di cinema indipendente, di mumblecore e di una serie documentaria imperdibile per ogni cinefilo.

    Tape (2001): Dopo aver già girato circa sette film (tra cui Prima dell’Alba, La Vita è un Sogno e Waking Life), Richard Linklater torna alle origini con un film indipendentissimo, girato con soli 100mila dollari, tre attori e una sola stanza. Ethan Hawke torna nel suo paese natale e, nella stanza del motel dove alloggia, incontra il suo vecchio amico di scuola Robert Sean Leonard (ne L’Attimo Fuggente era il compagno di stanza proprio di Ethan Hawke). I due parlano a lungo delle loro vite fino a rivangare un episodio del passato che riguarda una ragazza frequentata da entrambi (Uma Thurman, che entrerà in scena poco più avanti). Di evidente impianto teatrale, è il classico film che ti fa capire come per fare buon cinema va bene anche una sola stanza, dialoghi credibili e due o tre attori affiatati: è la magia del mumblecore, bellezze! A essere onesti, non tutto si incastra alla perfezione, ma a tratti sa essere addirittura un film esaltante. Un paio d’anni dopo Linklater avrebbe girato School of Rock (35 milioni di budget, per far capire la differenza), dimostrando al mondo la sua straordinaria versatilità. Bello!
    •••½

    Polytechnique (2009): Il terzo film di Denis Villeneuve, girato a ben 9 anni di distanza dalla sua opera seconda, è un crudo racconto in bianco e nero ispirato a un reale fatto di cronaca, il massacro del Politecnico di Montreal, avvenuto nel dicembre del 1989, in cui uno studente sparò a 28 donne all’interno di un ateneo. Villeneuve, con un notevole sguardo d’autore, racconta la vicenda attraverso il punto di vista di diversi personaggi (compreso il killer), utilizzando una tecnica che oggi ormai va piuttosto di moda (l’effetto Rashomon, dal film di Kurosawa). Il tempo della strage, che in tutto durò circa mezzora, viene quindi dilatato in un film di 77 minuti, in cui conosciamo meglio i personaggi, le loro ambizioni, le loro relazioni, oltre alle conseguenze di quanto accaduto. Senza dubbio è un film tosto e il bianco e nero non allevia l’idea dello spargimento di sangue: togliere i colori in questo caso ci priva di ogni distrazione, portandoci dritti al punto della vicenda. Al di là della storia, agghiacciante, è bellissimo vedere un grande autore alle prese con i suoi primi film, con un’idea di cinema che poi tornerà in molti dei suoi lavori successivi (la prospettiva femminile come sorta di baricentro morale della storia, movimenti di macchina minimali ma sempre funzionali, la violenza mai spettacolarizzata, per fare qualche esempio). Se vi incuriosisce, lo trovate su Mubi (che potete provare gratis per un mese qui).
    •••½

    I Colori del Tempo (2025): Mi fido molto del cinema di Cédric Klapisch, sin dai tempi d’oro di quel gioiellino che è stato L’Appartamento Spagnolo (tra i più recenti invece, vi consiglio caldamente Deux Moi, del 2019). Quando ho visto che era uscito in sala un suo nuovo film, ambientato nella Montmartre di fine 800, non ho avuto bisogno di sapere altro per fiondarmi al Nuovo Sacher. Alcuni sconosciuti scoprono di aver ereditato una vecchia casa abbandonata in Normandia. Quattro di loro vengono incaricati dagli altri parenti di fare un inventario di ciò che si trova all’interno: tra lettere, fotografie e dipinti, riemerge la storia di Adele, una loro antenata che nel 1895 lasciò quella casa per trasferirsi a Parigi. Il film salta quindi, con un interessante lavoro di montaggio, tra il presente e il passato, entrando dentro i ricordi di Adele e trasportandoci nella Parigi della Belle Epoque, tra pittori impressionisti e artisti di vario genere (come potrebbe non piacermi un film in cui c’è Nadar, uno dei più grandi fotografi della sua epoca?). Molto bella la ricostruzione storica, nonostante qualche cliché: è un film innocuo, perfetto per un sabato pomeriggio. Insomma, non è niente di indimenticabile, però mi ha davvero preso a bene.
    •••½

    The Puffy Chair (2005): Tornando al mumblecore, ho visto il film d’esordio dei fratelli Duplass, tra i massimi esponenti del cinema indie statunitense di questo secolo (questo però è diretto dal solo Jay, interpretato da Mark e scritto da entrambi). Se seguite questo blog da un po’, saprete quanto mi piacciano i mumblecore, ossia quei film girati con budget ridottissimi (questo è costato meno di 15mila dollari, prestati dai genitori dei Duplass), in ambienti reali, con protagonisti solitamente tra i 20 e i 30 anni che dialogano tra di loro, incentrando l’intera storia sulle loro relazioni sociali e/o sentimentali. In questo caso il MacGuffin (ossia il pretesto narrativo) è una poltrona reclinabile, che Mark Duplass vuole regalare al padre per il suo compleanno. Lui però vive a New York, i genitori ad Atlanta e la poltrona è a metà strada: il nostro si mette dunque in viaggio con la sua ragazza in un road trip che ben presto si svilupperà in maniera piuttosto imprevedibile. Fa ridere, è bizzarro e riesce anche a emozionare un po’. In tutto ciò, mi ha fatto pure scoprire una bella canzone (Alcohol dei Saturday Looks Good to Me). Classico film che fa venire voglia di girare film: gli ho voluto bene (se capite l’inglese senza sottotitoli lo trovate su youtube). Già che siamo in tema, qui sotto vi linko un mio vecchio articolo in cui parlo del cinema mumblecore.
    •••½

    https://unavitadacinefilo.com/2014/02/20/mumblecore-la-vera-anima-del-cinema-indipendente/

    SERIE TV
    Mr Scorsese (2025): Come sapete non amo parlare molto di serie tv, in questo caso farò un’eccezione perché la serie in questione è un lungo e appassionante documentario nel cinema di Martin Scorsese. Guidati dalle parole del regista stesso, puntellate dalle parole di tanti professionisti che hanno lavorato con lui (da Paul Schrader a Bob De Niro, da Leo DiCaprio a Joe Pesci), questa docu-serie è il classico pane per i denti di ogni amante del cinema. Quel che emerge è un affresco onesto su uno dei più grandi registi della storia, un uomo semplicemente affamato di cinema, disposto a tutto pur di poter girare ancora un altro film. Tra tanti spunti interessanti, ho amato scoprire il modo in cui Scorsese usa la musica nei suoi film, un connubio perfetto che ha reso celebri moltissime scene del suo cinema: “Da giovane la musica era sempre presente e spesso era in contrasto con ciò che stava accadendo. Mio fratello aveva un’auto con cui giravamo per la Bowery. Accesi la musica e suonava When My Dreamboat Comes Home di Fats Domino. Era fantastica. Guardai a destra e vidi due derelitti: uno teneva la fronte dell’altro, che stava vomitando. In realtà fu una delle cose più tenere che abbia mai visto, con quella musica. Era disgustoso, ma era umano e commovente”. La trovate su AppleTv.

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    #cinema #cinemaIndipendente #daVedere #film #iColoriDelTempo #mrScorsese #mumblecore #polytechnique #recensione #tape #thePuffyChair

  27. Capitolo 418: A House of Cinema

    Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.

    Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
    ••½

    A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
    •••½

    Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
    •••

    Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
    •••½

    Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
    ••

    #aHouseOfDynamite #bugonia #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #goodBoy #opera #recensione #spiegazione #splash

  28. Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa

    Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.

    La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
    •••••

    Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
    •••½

    Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
    •••½

    Io e Annie (1975): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
    •••••

    Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).

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    #Cinema #daVedere #film #ioEAnnie #ispettoreCallaghanIlCasoScorpioèTuo #leCittàDiPianura #recensione

  29. Recensione “Springsteen – Liberami dal Nulla”: Qualcosa di Autentico

    Trovo che sia sempre difficile parlare di qualcosa di così personale, così intimo, così tuo, quando poi diventa di tutti. C’è un po’ di gelosia forse, può darsi, oppure qualche traccia di arroganza, come se non tutti meritino di entrare in contatto con qualcosa di così speciale, qualcosa del tipo: “io ci ho vissuto dentro quelle canzoni, chi siete voi per scoprirle in un film e poi tornare alle vostre vite?”. Parlo ovviamente del sesto album di Bruce Springsteen, Nebraska, la cui genesi viene raccontata da Scott Cooper (che già ci aveva deliziato con un altro film musicale, il bellissimo Crazy Heart) in un film cupo, non sempre facile da digerire, ma prezioso, autentico, vero. E ora che questo film sta per arrivare negli occhi e nelle orecchie di tutti, non so bene come sentirmi, perché chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti (non a caso una delle battute che restano più impresse è quando Bruce confessa al suo manager Jon Landau: “Cerco qualcosa di autentico in mezzo a tutto questo rumore”). E in mezzo al rumore, spicca l’interpretazione di Jeremy Allen White: il modo in cui l’attore di The Bear riesce a modellare il suo timbro vocale è impressionante, a tal punto che lo stesso Springsteen si è domandato se quella nel film fosse la sua voce o quella dell’attore.

    Siamo nell’autunno del 1981 (stesso periodo in cui è nato chi vi scrive, sarà anche per questo che sento questa storia così vicina?). Bruce Springsteen ha appena concluso il tour di The River e per la prima volta ha raggiunto il numero uno delle classifiche. Tutti aspettano il suo album successivo per la consacrazione definitiva, Springsteen però non è ancora pronto a lasciar andare il passato e si chiude in una casa di campagna nel New Jersey, a Colts Neck, insieme a un registratore portatile, la chitarra acustica, l’armonica. Qui comincia a buttare giù idee, canzoni, un demo che non dovrebbe portare da nessuna parte, che racconta storie di criminali e sogni sfioriti, lasciando emergere sensi di colpa, disillusione, disperazione. Mentre il mondo aspetta un nuovo album pieno di hit da cantare e da ballare, Bruce Springsteen sta affrontando i suoi demoni con la musica, attraverso la quale tenta di trascinare i fardelli che il Boss porta con sé dall’infanzia. Sarà dunque questa follia acustica il suo nuovo album? Spoiler: certo che sì.

    Il rapporto tra Springsteen e il cinema è noto, ne abbiamo parlato spesso anche su queste pagine: il Boss ha ispirato film (da Lupo Solitario di Sean Penn, che prende spunto proprio da una canzone dell’album Nebraska, a Thunder Road o Blinded by the Light) e documentari, oltre ad aver vinto un Premio Oscar per Philadelphia. Al tempo stesso è il cinema ad aver dato forma all’immaginario del Boss: in Liberami dal Nulla è evidente infatti come La Rabbia Giovane di Malick o il capolavoro La Morte Corre sul Fiume di Laughton abbiamo lasciato un’impronta decisiva nell’evoluzione dell’uomo e dell’artista. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    #Cinema #daVedere #diCheParla #film #jeremyAllenWhite #liberamiDalNulla #nebraska #recensione #significato #spiegazione #springsteen

  30. Capitolo 415: Ottobrate di Cinema

    Quanto mi piace il mese di ottobre. Le giornate a Roma sono magnifiche (non a caso le chiamano “ottobrate romane”), la Festa del Cinema si avvicina e con essa l’incontro con Richard Linklater, uno dei miei eroi personali, che non mi perderei per nulla al mondo. In realtà, c’è un solo motivo per cui potrei perdermelo: sono stato selezionato per una figurazione nel nuovo film di Mel Gibson, che comincerà le riprese a Cinecittà proprio nelle prossime settimane. Ecco, il lavoro sul set è l’unica cosa che potrebbe farmi perdere l’incontro con Linklater, ma sono fiducioso in una congiunzione astrale di date, che mi permetta di vivere entrambe queste bellissime esperienze. Vi racconterò di più, nel limite del possibile ovviamente, nelle prossime settimane!

    Il Regno (2018): Rodrigo Sorogoyen è ufficialmente uno dei migliori autori europei della sua generazione. L’ho scoperto (tardi) con il magnifico As Bestas, l’ho amato per la serie Dieci Capodanni e mi ha tenuto incollato allo schermo in Madre e soprattutto nel thriller Che Dio ci Perdoni. Ho apprezzato anche Stockholm, il suo esordio, anche se lì l’ho trovato ancora acerbo (trovate i commenti a questi film nel Capitolo 408). Per completare la sua filmografia mi mancava solo questo film del 2018, dove il Dustin Hoffman spagnolo, Antonio de la Torre, è un politico di successo, ma totalmente corrotto. Quando il caso arriva alla stampa, il suo partito, implicato nella faccenda fino ai vertici, vuole addossare su di lui tutte le colpe. Il film parte un po’ in sordina, anche perché vuole presentarci il protagonista come un personaggio odioso, quindi il processo empatico che di solito si forma tra spettatore e film viene volontariamente tenuto a distanza dal regista. Poi però, quando la vicenda si evolve e segui i suoi tentativi di sputtanare i colleghi e di sfuggire alle minacce, non riesci a non fare il tifo per lui, antipatico o no. Trascinante, lo trovate su Prime Video.
    •••½

    Il Grande Gatsby (1974): Quando ci lascia un attore enorme come Robert Redford è cosa buona e giusta vedere o rivedere alcuni dei suoi film più celebri (o anche meno celebri, a seconda di ciò che si trova). Il prossimo sarà sicuramente Corvo Rosso Non Avrai il mio Scalpo, come già anticipato nello scorso capitolo in risposta a un commento della sempre attenta Madame Verdurin (vi invito a leggere il suo blog, tra l’altro!). Tornando a questo film, il romanzo di Francis Scott Fitzgerald è uno dei miei preferiti in assoluto, uno dei pochi che ho letto più volte, e devo dire che la versione di Jack Clayton (su sceneggiatura di Francis Ford Coppola!) è del tutto fedele al libro. Certo, guardare per la prima volta un film conoscendo già avvenimenti e finale non è il massimo, ma il valore dell’opera di Clayton è assoluta, anche grazie a un cast in stato di grazia: dallo stesso Redford (il miglior Gatsby mai visto sullo schermo, con buona pace di DiCaprio) a Mia Farrow, passando per un giovane e insopportabile Bruce Dern. Bellissimo, è sempre stupendo tornare nei pressi di quella luce verde (anche se rimprovero Coppola di non aver inserito nel film le frasi finali del libro, che forse sono l’insieme di parole più commovente della storia della letteratura statunitense).
    •••½

    La Valle dei Sorrisi (2025): Finalmente un film italiano originale, che si stacca dalle convenzioni del genere per creare qualcosa di nuovo, che a suo modo funziona. Il tarantino Michele Riondino, dopo un grave lutto, accetta un lavoro in un paesino di montagna del nord Italia dove tutti sembrano sereni e felici. Dietro questa patina di positività c’è in realtà un segreto legato a uno strano ragazzo locale, che ha il potere di catturare la tristezza dalle persone. Paolo Strippoli racconta la storia di una comunità lasciandoci entrare attraverso gli occhi di un protagonista complicato e determinato al tempo stesso. Per il regista è un deciso e importante passo in avanti dopo il discreto A Classic Horror Story, la strada da fare è ancora tanta ma il potenziale è evidente, le idee buone non mancano e il talento c’è. Un bel film che ci permette di aspettare il prossimo lavoro di Strippoli con qualcosa in più di una semplice curiosità.
    •••

    La Rabbia Giovane (1973): In vista dell’uscita di Liberami dal Nulla, per cui provo quella che si potrebbe definire un’attesa spasmodica, sto leggendo il libro omonimo dal quale è stato tratto il film di Scott Cooper, che racconta la realizzazione di un album diverso da qualunque altro nella storia della musica, Nebraska di Bruce Springsteen. Durante la scrittura di quelle canzoni Bruce è stato pesantemente influenzato dal film d’esordio di Terrence Malick (in originale Badlands, titolo che potrebbe dirvi qualcosa, se conoscete un po’ Springsteen), la storia vera di un giovane criminale in fuga per gli Stati Uniti, a cui il Boss ha dedicato addirittura la title-track. Quello del regista texano è un debutto folgorante, prezioso, sia per la complicata produzione (gli unici a credere nel film erano il regista e i protagonisti Martin Sheen e Sissy Spacek), a tratti improvvisata, che sembrava non portare a nulla, sia per la potenza scenica, la grandezza di un cinema statunitense che all’epoca stava decisamente sterzando verso qualcosa di molto più crudo, più vero, più vicino alle persone. Non vedevo questo film da una quindicina d’anni e, niente, è stupendo.
    ••••

    All of You (2024): Un film romantico che ha l’approccio di una puntata di Black Mirror e lo sviluppo un po’ troppo portato avanti con il pilota automatico. Imogen Poots (chi ha visto la bellissima serie Roadies se la ricorderà bene) e il Roy Kent di Ted Lasso sono migliori amici sin dai tempi dell’università. Lei decide di fare un innovativo test che permette a ogni individuo di trovare immediatamente la sua anima gemella e la cosa funziona perfettamente. Ma tra loro due cosa potrà mai andare storto? Il montaggio è la cosa più interessante: il film infatti è costruito quasi sul principio di Dieci Capodanni (o Dieci Inverni, fate voi), solo che in questo caso non c’è una data ricorrente, semplicemente i mesi passano e in ogni sequenza cerchiamo di scoprire cos’è successo nel periodo intercorso tra la scena che vediamo e quella precedente. La cosa funziona per buona parte del film, tranne che nell’ultima mezzora, quando ormai è chiaro cosa possiamo aspettarci. La faccenda del test inoltre, una critica interessante alla società contemporanea, viene accantonata troppo presto per lasciar spazio ai sentimenti. Carino, ma niente di particolarmente memorabile.
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    #allOfYou #Cinema #daVedere #film #ilGrandeGatsby #ilRegno #laRabbiaGiovane #laValleDeiSorrisi #recensione

  31. Capitolo 414: Chi è Senza Film

    Non fai in tempo a fare due cose, a guardarti qualche film, che già è arrivato l’autunno. La stagione preferita dai cinefili (non c’è un vero motivo, però mi suonava bene) è arrivata, con la promessa, forse non ancora vicinissima ma presente nelle prossime pagine del calendario, di un bel plaid, una tazza di latte caldo e montagne di film. Chi è senza film, può sempre trovare qualche idea tra queste righe, da questa lista (dalla quale ho omesso Alpha e Una Battaglia Dopo l’Altra, due bellissimi film ai quali ho dedicato una recensione più approfondita), che si rimpolpa ogni giorno di più, anche perché fino a giovedì c’è la rassegna “Cinema in Festa”, con tutti i film in sala a 3,50€. Basta parole ora, passiamo ai titoli di questo capitolo.

    Come Ti Muovi, Sbagli (2025): Gianni Di Gregorio è una piccola comfort zone cinematografica. Ho amato molto Pranzo di Ferragosto e Gianni e le Donne, un po’ meno i film seguenti, pur apprezzabili. In questa ultima fatica il regista e attore trasteverino torna a raccontare dinamiche famigliari, con un professore in pensione, fin troppo legato a una routine ben precisa, fatta di passeggiate tranquille, visite al bar sotto casa e silenziose cene in solitaria, alle prese con il ritorno in casa della figlia, con appresso i due nipoti adolescenti. Un terremoto che cambierà drasticamente le abitudini del protagonista, che però troverà l’occasione per aprirsi un po’ più al mondo. Niente di straordinario, ma il cinema di Di Gregorio ti lascia addosso sempre belle sensazioni, qualche sorriso e un po’ di buonumore. Piaciuto.
    •••

    Effetto Notte (1973): Il più grande film sul cinema che sia mai stato realizzato? Probabilmente sì. Ennesimo straordinario titolo della filmografia di François Truffaut, nonché la causa dello storico litigio tra il regista francese e il collega Godard (“Secondo lui dopo il maggio del ’68 non si può più fare lo stesso cinema e ce l’ha con coloro che continuano”, disse Truffaut). A Nizza, una troupe cinematografica sta girando un film drammatico in cui la novella sposa lascia il marito per scappare con il suocero. Le riprese tuttavia sono interrotte continuamente da problemi di vario genere, tra i capricci degli attori, intrallazzi sentimentali, problemi psicologici, gravidanze e incidenti. Un capolavoro che trabocca di amore per il cinema, un’opera meravigliosa, “un film per chi ama il cinema”, come dicevano gli slogan pubblicitari, ai tempi dell’uscita. Non invecchia mai e si gode sempre, scena dopo scena.
    ••••½

    Chi è Senza Colpa (2013): A fine agosto, quando sono rientrato a Roma, sono andato in un mercatino a cercare qualcosa da leggere, visto che avevo finito le scorte di libri. Ho trovato un romanzo di Dennis Lehane, quello di Mystic River per capirci, e l’ho divorato. Poi ho scoperto che c’era un film tratto proprio da quel libro e, che fai, non te lo guardi? Il film in questione è proprio questo, diretto da Michaël R. Roskam, ed è anche l’ultimo della carriera di James Gandolfini. Le vicende ruotano intorno a un bar (che nel film è stato spostato da Boston a New York), dove la criminalità locale di solito nasconde denaro sporco. I due baristi, Gandolfini e Tom Hardy, si fanno poche domande, mantengono un profilo basso, almeno finché nel bar non avviene una rapina, che scatenerà tutta una serie di eventi (tra cui il ritrovamento di un cucciolo di pitbull e un incontro con Noomi Rapace). Il film è fedelissimo al libro, qualche dettaglio a parte, e scorre via come uno shot di tequila. Funziona bene, nonostante non sia l’opera più originale mai vista. Ce lo facciamo bastare.
    •••½

    La Riunione di Condominio (2025): Una delle sorprese più piacevoli di questo inizio di stagione cinematografica arriva dalla Spagna ed è diretta da Santiago Requejo. Il film si svolge interamente dentro una stanza ed è tratto da un’opera teatrale del 2022 (a sua volta ispirata a un cortometraggio dell’anno prima): una classica riunione di condominio incentrata sulla sostituzione di un ascensore, sfocia nel tragicomico quando uno dei condomini annuncia di aver trovato un inquilino per il suo appartamento, sfitto da tempo. L’inquilino in questione è un collega che ha avuto dei problemi di salute mentale, una notizia che getta nello scompiglio gli altri abitanti dell’edificio, pronti a darsi battaglia sulla base di pregiudizi, sospetti e paure. Da un’idea così semplice, un racconto esilarante, dove si ride di gusto e, al tempo stesso, si riflette sulla natura degli esseri umani, sulla cattiveria, il pregiudizio, la paura di ciò che è diverso. Geniale.
    •••½

    I Tre Giorni del Condor (1975): La scomparsa di un gigante come Robert Redford ha spiazzato un po’ tutti gli amanti del cinema. So che era sciocco pensare che sarebbe stato eterno (e a suo modo comunque lo è eccome), ma semplicemente non ce l’aspettavamo. Come spesso accade quando va via un mostro sacro del cinema, ci viene voglia di vedere o rivedere alcuni titoli della sua carriera. Non credo avessi mai visto questo classico di Sidney Pollack e mi rallegro di aver colmato questa lacuna, dall’incipit assolutamente travolgente: Redford, collaboratore della CIA, è l’unico superstite di una sezione di ricerca newyorkese, sterminata da una banda capeggiata da Max von Sydow. Il nostro, conscio che qualcuno gli sta dando la caccia per terminare l’opera, fugge per New York in preda alla paranoia, trovando un valido aiuto in Faye Dunaway. Se la prima metà del film è assolutamente coinvolgente, la seconda parte si perde un po’ in una spy story affrettata e leggermente sottotono rispetto alle premesse iniziali. Ciò non toglie che si parla di un grande film, ennesima perla di un miracoloso decennio di grande cinema.
    •••½

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  32. Recensione “Una Battaglia Dopo L’Altra”: Viva la Revolucion!

    Tom Petty nella sua splendida hit American Girl cantava: Well, she was an American girl, raised on promises, she couldn’t help thinkin’ that there, was a little more to life, somewhere else (“Beh, era una ragazza americana, cresciuta a promesse, non poteva fare a meno di pensare che c’era qualcosa di più nella vita, da qualche parte”). Non è un caso se questo brano, che i più cinefili ricorderanno anche in una scena de Il Silenzio degli Innocenti, sia stato scelto da Paul Thomas Anderson a chiusura della sua ennesima prodezza. Al centro della storia, infatti, c’è un’altra ragazza americana, cresciuta a menzogne, che non poteva fare a meno di credere che nella sua vita ci fosse qualcosa di più rispetto alle paranoie (più che fondate) del babbo Leonardo Dicaprio. Tra rivoluzioni agognate e rivoluzioni fallite, sensei messicani (Benicio Del Toro da nomination immediata), suprematisti bianchi e un fiume di parole in codice, c’è davvero tanta carne al fuoco nei 170 minuti di Una Battaglia Dopo l’Altra.

    L’ex rivoluzionario Leonardo Dicaprio vive con la figlia adolescente avuta dalla ex-compagna, un’attivista afroamericana con cui ha condiviso anni di lotte e rivoluzioni, ora scomparsa. Dopo anni di silenzio, il razzista Sean Penn torna nella sua vita per dargli la caccia, ma soprattutto per portargli via la figlia, a suo parere la prova imbarazzante di un’unione interrazziale, ma non solo. Il nostro sarà allora costretto a fare i conti con il suo passato.

    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di Una Battaglia Dopo l’Altra. Ci sono momenti (ma soprattutto personaggi) che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo.

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  33. Recensione “Alpha”: Tra Venti Rossi e Vene di Pietra

    Nel bellissimo Titane, film precedente di Julia Ducournau, Vincet Lindon insegnava alla protagonista del film come fare un massaggio cardiaco canticchiando Macarena. Qui a fare i massaggi cardiaci c’è invece la splendida dottoressa Golshifteh Farahani, già musa di Ridley Scott, Asghar Farhadi e Jim Jarmusch, tra gli altri. Forse tutto Alpha è un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, che come il precedente farà discutere, dividerà, ma che innegabilmente è in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche (Tahar Rahim diventa sempre più bravo a ogni film).

    La giovane Alpha un giorno torna a casa con la lettera A incisa sul braccio, una ragazzata che getta sua madre, dottoressa single, nel panico: in giro infatti c’è un virus ematico che pietrifica le persone, rendendole simile a statue di marmo (lo stesso virus contratto anni prima dal fratello della dottoressa). Per sapere se la ragazza è stata contagiata servono però due settimane: un attesa snervante per una 13enne che deve vivere ogni giorno in una classe di coetanei che, adesso, cercano di evitarla in ogni modo.

    Il mondo del film, senza cellulari, senza internet e tecnologie simili, somiglia in maniera inquietante agli anni 80 in cui siamo cresciuti anche noi, con il terrore dell’AIDS che rendeva spaventosa ogni passeggiata per strada (“guarda sempre a terra, attento a non calpestare siringhe”, ci dicevano gli adulti). Il riferimento all’HIV non è neanche tanto nascosto, in questa allegoria che abbellisce esteticamente la malattia, ma che al tempo stesso ci mostra quanto sia spietata e pericolosa. La chiave di tutto forse è in una poesia di Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno, che viene spiegata a lezione di inglese nella classe di Alpha, dove il poeta racconta cosa significa perdersi durante il cammino dell’esistenza, quando la disperazione prende il sopravvento e non si riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa sia, per l’appunto, un’illusione. Alpha, infatti, è un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    Dopo la Palma d’Oro con Titane, la regista francese realizza forse il suo film più bello, sicuramente il più cupo e disperato, dove le montagne russe tra la corsia di un ospedale (dove c’è spazio anche per l’ottimo francese dell’infermiera Emma Mackey!) e la casa-ambulatorio delle protagoniste altro non sono se non quella stessa spiaggia dorata dove il poeta di cui sopra soffriva della sua incapacità di trattenere la sabbia nella mano: tutti cerchiamo qualcosa di solido a cui aggrapparci, ma ciò che cerchiamo si trova sempre di fronte a un cambiamento perpetuo, inarrestabile, forse davanti a una realtà effimera, che soffia come il maledetto vento rosso delle maledizioni berbere.

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  34. Capitolo 412: Puglia, Texas

    Anche questo Ferragosto ce lo siamo tolto di mezzo. Il 15 è un po’ come il giro di boa dell’estate, superato quello si avvicina la nuova stagione e tutti quei propositi che troppo facilmente ci siamo appuntati per settembre. L’estate è quindi agli sgoccioli, si avvicina per me il rientro nella Città Eterna (e la ricerca della casa), le presentazioni del libro (il 28 agosto a Monopoli, il 18 settembre a Roma), il ritorno a una routine romana che, dopo tutte queste settimane in terra pugliese, comincia a mancarmi. Ciò che non manca mai, invece, è buon cinema. E allora andiamo a parlare di film!

    Paris, Texas (1984): Quando ho saputo che avrebbero proiettato il capolavoro di Wim Wenders all’arena estiva di Polignano a Mare (se siete in zona, andateci: è magnifica), non ho esitato un istante a fiondarmici. Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, è un’opera che ho scoperto in età adulta, soltanto cinque anni fa, ma che non mi è più uscita dal cuore. In questo film c’è tutto quello che amo vedere su uno schermo: la strada, il viaggio, un protagonista tormentato, nessun antagonista (se non gli eventi della vita), la giusta ironia, un sottofondo di malinconia e romanticismo, una fotografia stupefacente e una colonna sonora perfetta: una collezione di luoghi e personaggi da amare. Harry Dean Stanton sparisce per anni nel deserto e quando viene finalmente recuperato dal fratello, viene riportato a casa, dove incontra suo figlio, che ora ha 8 anni e praticamente non lo conosce. Al tempo stesso, il nostro cerca di scoprire dove sia invece finita la mamma del bambino (Nastassja Kinski), anche lei fuggita da diversi anni. Tre film in uno, una manciata di personaggi ai quali ti affezioni senza esitazioni, di cui vorresti conoscere il destino, di cui ti preoccupi continuamente. Una poesia di terra e fuoco, attraverso motel e bar, specchi e riflessi. Capolavoro.
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    Una Pallottola Spuntata (2025): Durante il primo atto ho riso più volte, ci stavo davvero credendo, ho pensato: “Cavolo, sta funzionando” (due o tre gag sono ottime). Poi le idee finiscono (più o meno con la comparsa in scena di un imbarazzante pupazzo di neve spiritato), le citazioni pure e quel che resta è una storia, che da pretesto diventa il punto del film: dove muore il passato e non c’è spazio per il futuro c’è solo un presente che, purtroppo, genera mostri. Inutile citare la trama, c’è il solito milionario dalle idee folli, c’è il solito protagonista che ne combina di tutti i colori, ci sono i soliti metodi bislacchi ma funzionali: ogni cosa però è lo squallido tentativo di replicare quello schema nel quale una volta lavoravano idee geniali, qui invece non ce ne sono. E allora lasciate che i morti riposino in pace, lasciate stare chi ha fatto sbellicare dalle risate una generazione intera.
    ••½

    Weapons (2025): Spinto da una serie di recensioni e commenti positivi (e da un trailer niente male), sono andato al cinema con le migliori intenzioni. Nel cuore di una notte, in una cittadina della Pennsylvania, alcuni bambini fuggono improvvisamente di casa. Dalle videocamere di sicurezza emerge che i ragazzi sono tutti scappati di loro spontanea volontà e, nei giorni seguenti, non si riesce a dare una spiegazione all’evento. Il capro espiatorio diventa Julia Garner, la maestra, visto che i bambini appartenevano tutti alla sua classe. La prima mezzora è bellissima, ha un debito con l’immaginario di Stephen King (soprattutto come ambientazione). L’effetto Rashomon, ovvero la struttura narrativa che racconta uno stesso evento da punti di vista diversi, funziona piuttosto bene e aggiunge di mano in mano nuovi tasselli alla storia, risolvendosi però in un finale purtroppo grottesco, poco coinvolgente, sul quale il film inevitabilmente si affloscia (difetto tipico di molti horror inizialmente promettenti, come il recente Longlegs, ad esempio, o il comunque buonissimo When Evil Lurks). La metafora sull’ipocrisia che si cela dietro le maschere sorridenti delle comunità di provincia è un po’ abusata e perde di potenza di film in film. Di Zach Cregger si era parlato bene con l’opera prima Barbarians (che non ho visto, lo recupererò) e anche qui riesce a tenere insieme qualche buona idea, ma nel complesso non va e, ripeto, la seconda metà del film è davvero un delitto (dai, ma veramente gli investigatori non avevano pensato a seguire la direzione dove convergono le fughe dei bambini? Meno male che c’è Josh Brolin a pensarci!).
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    L’Implacabile (1987): Il regista Paul Michael Glaser forse è più celebre come volto televisivo nei panni del detective Starsky nel telefilm Starsky e Hutch, chi è cresciuto negli anni 80 forse invece ricorderà questo action distopico che vede come protagonista Arnold Schwarzenegger. Nel futuro 2017 (sic) alcuni detenuti possono ottenere la grazia partecipando a una trasmissione televisiva di successo, dove devono attraversare alcuni quadranti sotterranei della città senza finire uccisi dagli “sterminatori” spediti appositamente dal programma per rendere la missione più complicata. Schwarzy è ingiustamente accusato di aver massacrato un gruppo di persone inermi, che chiedeva solo cibo (la scena, vista oggi, è inquietante per l’attinenza con le cronache di questi mesi) e finisce con il diventare un perfetto concorrente per il programma. Nonostante le premesse abbastanza ridicole (e nonostante l’accento e la recitazione “canina” di Schwarzenegger), il film ha un suo perché, funziona, diverte, con una strepitosa colonna sonora da videogame anni 80 e la struttura stessa che sembra quella di un videogioco per Amiga. Se un film del genere l’avesse diretto qualcuno come George Miller, probabilmente staremmo qui a parlare di un cult assoluto. A ogni modo, a settembre uscirà un remake con protagonista Glen Powell, The Running Man.
    •••½

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