#recensione — Public Fediverse posts
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Quando uno spietato avversario colpisce troppo vicino a casa, Supergirl si ritrova costretta a stringere un'improbabile alleanza. La sua diventa un'epica avventura interstellare all'insegna della vendetta e della giustizia.
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5 Motivi per cui devi assolutamente guardare “Pluribus”
Parliamo di "Pluribus", serie diretta da Vince Gilligan (Breaking Bad, X-Files, Better Call Saul) che ha debuttato con la sua prima stagione su Apple TV il 7 novembre 2025.https://thelastwriter.com/2026/08/05/5-motivi-per-cui-guardare-pluribus/
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Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi
Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!
Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
••••Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
••••Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
•••••L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
••••Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
•••½SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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Roberta Ascarelli sui “Microgrammi” di Robert Walser
https://ilmanifesto.it/brillanti-e-clandestini-i-guizzi-di-robert-walser
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Il #film di oggi è #animalhouse di #johnlandis #unocinema #johnbelushi #kevinbacon #tomhulce #timmatheson #cinema #filmcult #recensioni #filmastodon
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
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Capitolo 418: A House of Cinema
Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.
Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
••½A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
•••½Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
•••Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
•••½Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
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International Podcast Day🎙️
Un’ode all’arte dell’ascolto
Immaginate una giornata dedicata a chi racconta storie, a chi condivide idee, a chi vi fa ridere, riflettere o addormentare con la sua voce. Ecco, il 30 settembre è proprio questo: la
Giornata Mondiale del Podcast
🗓️ Quando si festeggia e perché proprio il 30 settembre?
Nel 2014, Steve Lee, un appassionato di podcast e creatore del Modern Life Network, ha deciso di celebrare il podcasting proprio in questa data, in quando era il decimo anniversario del primo podcast pubblicato.
Il primo podcast considerato ufficialmente “pubblicato” è generalmente attribuito a Dave Winer e Adam Curry. Ecco i dettagli più precisi:
- Anno: 2004
- Luogo: Stati Uniti (principalmente tra Boston e New York, dove Winer e Curry collaboravano)
- Podcast: “Daily Source Code” di Adam Curry
- Contesto: Adam Curry, ex VJ di MTV, insieme a Dave Winer, sviluppatore software e pioniere dei feed RSS, iniziò a distribuire i suoi episodi audio tramite feed RSS, permettendo agli utenti di scaricarli automaticamente sui loro iPod. Questo sistema è ciò che ha dato origine al termine “podcasting” (da “iPod” + “broadcasting”).
In pratica, il primo podcast non era un programma radiofonico tradizionale, ma un episodio audio pubblicato online con un feed RSS per essere scaricato e ascoltato su dispositivi portatili, aprendo la strada a tutto l’universo dei podcast come lo conosciamo oggi.
🎙️ Un po’ di storia
2004 – La nascita del podcast
- Adam Curry e Dave Winer pubblicano “Daily Source Code” negli Stati Uniti.
- Primo uso del feed RSS con audio allegato, pensato per gli iPod. Nasce il termine “podcast”.
2005 – Il termine “podcast” diventa popolare
- Il giornalista Ben Hammersley lo usa per la prima volta su The Guardian.
- Inizia l’espansione del fenomeno, con più creatori indipendenti che sperimentano storie audio.
2006 – La diffusione globale
- I podcast iniziano a comparire nei media mainstream e nei blog tecnologici.
- Cresce l’interesse per contenuti di nicchia: politica, musica, cultura, comici.
2007 – Apple integra i podcast in iTunes
- Il grande salto: milioni di utenti possono iscriversi e scaricare automaticamente gli episodi.
- Il podcasting diventa un mezzo accessibile e di massa.
2014 – La prima Giornata Mondiale del Podcast, con una diretta di 6 ore.
Steve Lee lancia la celebrazione internazionale il 30 settembre, con l’obiettivo di unire creatori e ascoltatori di tutto il mondo.
2015 – La giornata diventa internazionale
Il National Podcast Day si trasforma in International Podcast Day, con eventi online e offline in decine di paesi.
2019-2020 – Podcast in crescita esponenziale
- Oltre 700.000 podcast attivi nel mondo.
- Si diffondono i primi eventi di podcast live e festival tematici.
2021 – L’impatto della pandemia. Anche se non si è svolto un evento in diretta, la comunità ha continuato a celebrare.
- Gli ascolti aumentano: più tempo libero, più interesse per contenuti audio.
- Webinar e dirette sostituiscono eventi dal vivo, ma la comunità cresce online.
2025 – Oggi
- Oltre 2 milioni di podcast attivi a livello globale.
- Eventi locali e streaming internazionali celebrano la Giornata Mondiale del Podcast.
- In Italia, festival a Roma e Milano uniscono aspiranti podcaster e appassionati.
- Il 30 settembre continua a essere il giorno ufficiale per celebrare il potere della voce e delle storie.
🎉 Cos’è di preciso la Giornata Mondiale del Podcast?
È una celebrazione globale del potere dei podcast. Un’occasione per connettersi con altri appassionati, scoprire nuovi contenuti e, perché no, lanciare il tuo primo episodio. Ogni anno, il team di International Podcast Day organizza eventi in diretta streaming, con oltre 200 ore di contenuti provenienti da quasi 100 paesi. Podcaster da tutto il mondo condividono le loro esperienze, storie e consigli, creando una rete di condivisione e crescita.
🌍 Dove si festeggia?
In tutto il mondo! Eventi locali, meet-up e dirette streaming rendono questa giornata un’occasione unica per immergersi nell’universo dei podcast. Ad esempio, a Dubai si tiene il Dubai PodFest, un evento che riunisce i migliori podcaster arabi e professionisti dei media.
🎧 Curiosità divertenti
- Il termine “podcast” nasce dalla fusione di “iPod” e “broadcast”, ma oggi è utilizzato indipendentemente dal dispositivo.
- Esistono podcast su qualsiasi argomento: dalla storia dell’arte alla cura delle piante, passando per le teorie sulle serie TV.
- Alcuni podcaster registrano in luoghi insoliti: da cabine telefoniche a parchi giochi, per trovare l’acustica perfetta.
- Si stima che nel 2025 ci siano oltre 2 milioni di podcast attivi nel mondo.
🥂 Come festeggiare?
- Ascolta un nuovo podcast che vi incuriosisce.
- Condividete il vostro episodio preferito sui social con l’hashtag #InternationalPodcastDay.
- Scrivi una recensione per i tuoi podcaster preferiti.
- Partecipate a eventi locali o online.
- Create il vostro podcast!
💚🤍❤️ In Italia💚🤍❤️
Anche in Italia la Giornata Mondiale del Podcast è molto sentita. Eventi come il Festival del Podcasting, che si tiene a Roma e Milano, offrono workshop, incontri e opportunità di networking per tutti gli appassionati.
🎙️ Un messaggio finale
In un mondo sempre più frenetico, i podcast offrono un momento di pausa, di riflessione e di intrattenimento. Che siate ascoltatori accaniti o aspiranti podcaster, la Giornata Mondiale del Podcast è l’occasione perfetta per celebrare questa forma d’arte unica. Quindi, prendete le cuffie, trovate il vostro angolo preferito e immergetevi nel mondo dei podcast. Buon ascolto! 🎧✨
Autore: Lynda Di NataleFonte: internationalpodcastday.com, webImmagine: AI
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Recensione “Nonostante”: Purgatorio Amaro
Dopo un buonissimo esordio dietro la macchina da presa con Ride, Valerio Mastandrea raddoppia, anzi triplica, scrivendo, dirigendo e interpretando un film che lascia da parte il realismo agrodolce del film precedente, spostando il focus su una storia d’amore atipica, malinconica, surreale ma al tempo stesso molto dolce. Mastandrea è bravissimo a evitare ogni cliché, con il solito equilibrio tra cinismo, malinconia e leggerezza, un tratto che contraddistingue il suo memorabile protagonista e, di conseguenza, tutto il film.
In un ospedale le anime dei pazienti in coma vivono, parlano, passeggiano, in attesa di un risveglio o della morte. Una piccola comunità di persone molto diverse tra loro, con in comune un letto d’ospedale, una certa disillusione nei confronti della vita e un quasi perenne stato d’attesa. Il tempo scorre sempre uguale, tra improvvise raffiche di vento provocate da chi sta per morire, finché tra i corridoi nell’ospedale non si presenta una nuova paziente, anche lei ovviamente in coma, una donna che stravolgerà lo stato d’apatia rendendo molto più spaventosa l’idea della morte o, ancor peggio, della vita.
Se in Ride il tema centrale era l’elaborazione del lutto, in Nonostante c’è un’altra elaborazione da affrontare, quella di chi va via da questo limbo, morendo o, ancor più imprevedibilmente, svegliandosi dal coma, tornando su, come dicono i personaggi. Questa è probabilmente l’idea più potente del secondo film di Valerio Mastandrea: la paura della vita, intesa sia come risveglio che, da un punto di vista meno concreto, come un faccia a faccia con i propri sentimenti, con un’uscita dalla propria comfort zone emotiva. Forse con un terzo atto meno affrettato avremmo potuto parlare di uno dei migliori film italiani dell’anno, Mastandrea però è evidentemente cresciuto e maturato come artista e sta riversando la sua sensibilità e il suo valore anche dietro la macchina da presa. C’è più emozione, forse, in questo purgatorio immaginario che in tanta realtà, soprattutto perché, concedetemi il gioco di parole, al cuor non si comanda.
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💥 Crash – Contatto fisico (2004)
Un film che non racconta solo una storia, ma mette a nudo la realtà.
Scontri, pregiudizi, scelte difficili.
Dove finisce l’innocenza e inizia la colpa?🔗 Recensione personale qui sotto.
#Cinema #CrashFilm #Riflessioni #Recensione #PaulHaggis #FilmDaVedere
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Capitolo 394: Vacanze di Natale
Ultimo capitolo prima delle festività natalizie e, soprattutto, della consueta Top 20 annuale che non vedo l’ora di proporvi (ancora qualche giorno di pazienza). Anche se restano quasi dieci giorni alla fine dell’anno, posso già tirare qualche somma su questo mio grandioso 2024 cinematografico. Dico grandioso perché da quando ho cominciato a tenere il conto (2014, dati Letterboxd), questo è stato l’anno in cui ho visto più film in assoluto, ben 232, battendo il “record” del 2020 in cui ne vidi 224. Lo so, non sono numeri di cui andare particolarmente fiero (significa che ho dedicato meno tempo ad altre cose), ma che volete farci, finché c’è il cinema a fare da punteggiatura, il resto della frase vien da sé.
Made in England: I Film di Powell e Pressburger (2024): Da molto tempo volevo vedere questo documentario dedicato al cinema britannico, in particolar modo sul cinema di Powell e Pressburger di cui, Scarpette Rosse a parte, non avevo praticamente mai sentito parlare. Capirete la mia sorpresa quando, dopo aver schiacciato play, ho visto Martin Scorsese tenere una vera e propria lezione di cinema sull’argomento, analizzando la filmografia dei due registi inglesi, mescolando aneddoti personali a meravigliose esegesi di alcune scene. A parte il fatto che sentirei Scorsese parlare anche per 820 ore filate, il documentario è veramente bellissimo. Lo trovate su Mubi.
••••Scarpette Rosse (1948): Inevitabile quindi, dopo aver visto il documentario di cui sopra, cominciare a recuperare qualcosa della filmografia di Powell e Pressburger. Da cosa cominciare se non dal loro film più celebre, incentrato su una compagnia di balletto guidata da un integerrimo impresario, che lancia nell’Olimpo una ballerina sconosciuta e un geniale compositore, grazie alla messa in scena della fiaba di Andersen che dà il titolo al film. L’arte prima di tutto, certo, ma a che costo? Per essere un film del 1948 è un’opera straordinaria, ricca di richiami suggestivi, con colori brillanti e una messa in scena audace (Scorsese in quel documentario lo spiega molto meglio di me…). Nominato in cinque categorie agli Oscar, ne vinse soltanto due, per la scenografia e la colonna sonora. Splendido.
••••Love Lies Bleeding (2024): Che bella sorpresa quest’opera seconda della giovane regista londinese Rose Glass. Ad Albuquerque, nella palestra gestita da Kristen Stewart, una sera piomba una culturista fuggita di casa per prepararsi a un festival di body building che si tiene a Las Vegas. Le due ragazze si innamorano, ma la situazione ben presto precipita. Ci sono echi di Thelma e Louise, con un vago richiamo al cinema dei Coen, c’è una dose di violenza potente ma non eccessiva, ci sono steroidi, c’è un Ed Harris viscido e inquietante: il tutto è messo insieme così bene dalla regista, che quando il film finisce sei davvero soddisfatto per come hai speso gli ultimi 100 minuti. Certo che tra questo e l’universo di Breaking Bad, Albuquerque deve essere proprio un cavolo di posto pericoloso.
••••Medianeras (2011): Avevo già visto questo film di Gustavo Taretto al cinema, quando uscì da noi, nell’ottobre del 2014. Siamo a Buenos Aires, un trentenne vive praticamente chiuso in casa, tranne quando esce a portare a spasso il cane lasciatogli dalla sua ex. Di fronte a lui, a sua insaputa, vive invece una ragazza, laureata in architettura ma costretta a campare come vetrinista. Lei è più aperta al mondo, ma ha conversazioni più interessanti con i manichini che con gli uomini che incontra. Due solitudini che si incrociano per strada in tante occasioni, sfiorandosi, senza mai incontrarsi. Un film tenero, con alcuni spunti molto interessanti (il paragone tra l’architettura confusa e schizofrenica di Buenos Aires e la persone che la abitano), personaggi adorabili e la malinconia tipica del cinema argentino. Taretto è bravo a rendere il disagio di una generazione che vive una costante condizione di precarietà, sia professionale che sentimentale, di un mondo a portata di clic dove però è difficile stringere relazioni stabili. Bello, lo trovate su Prime.
•••½Tatami (2023): Il film più bello che ho visto a dicembre, il classico recupero dell’ultimo mese che arricchisce il mio 2024 cinematografico. La squadra iraniana femminile di judo si reca in Georgia per i campionati mondiali. Il capitano della squadra ha ottime possibilità di vincere la medaglia d’oro, ma potrebbe esserci la possibilità di incontrarsi in finale con un’atleta israeliana, un incontro che il regime iraniano vuole assolutamente evitare. Senza bisogno di aggiungere altro, il film di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi è un racconto di libertà e femminismo, ennesimo film di questo capitolo che vede al centro della scena delle donne forti: tra tanti splendidi personaggi femminili citati nelle righe precedenti, il ritratto più potente e strepitoso è senza dubbio quello della protagonista di questo splendido film. Commovente.
••••Vacanze in America (1984): L’altra sera, mentre scrivevo l’articolo sui festival di cinema di tutto il mondo, avevo in sottofondo Italia1, dove si giocava il secondo tempo di una partita di Coppa Italia. Finito l’articolo (e anche il post-partita) in tv è cominciato questo cult di Carlo Vanzina, che non vedevo dai tempi di scuola. A differenza dei miei ex-compagni di classe, questo non è mai stato un mio film di culto, ad ogni modo è stata una visione interessante. La storia racconta la gita negli States di un gruppo di liceali di un istituto cattolico di Roma, guidato dal prete Christian De Sica nei panni di Don Buro (forse il ruolo più memorabile della sua carriera). Una sfilza di battute inspiegabilmente brutte, cliché a non finire e citazioni pop, eppure il tutto, nel suo orrido insieme, riesce a funzionare, quantomeno come salto nel tempo: nonostante la bruttezza infatti, il film di Vanzina è un clamoroso specchio degli anni 80, sia per l’immaginario statunitense che evoca che per atteggiamenti e modi di fare italiani, e c’è una certa nostalgia in tutto ciò (non per tutto, per carità). Tra le note di merito va segnalata inoltre una splendida selezione musicale nella colonna sonora: Vicious di Lou Reed, Jump delle Pointer Sisters (la canzone resa celebre dal balletto di Hugh Grant in Love Actually, per intenderci), Take Me Home Country Roads di John Denver, The Midnight Special dei Creedence o I Get Around dei Beach Boys, tra le altre.
•••Bussano alla Porta (2023): Tipico film di M. Night Shyamalan con un primo atto molto bello e accattivante, ma con uno sviluppo ripetitivo e poco coinvolgente. Quattro estranei si introducono in una baita di montagna abitata da una coppia e dalla loro figlioletta. Gli estranei, con affabilità ed estremo tatto, comunicano alla coppia di scegliere chi voler eliminare della loro famiglia, se no si scatenerà l’apocalisse, tutti gli esseri umani moriranno tranne loro, che si ritroverebbero vivi, ma unici sopravvissuti in un mondo distrutto (sic). Ad ogni rifiuto da parte della coppia verrà scatenata una piaga sulla Terra per dimostrare che la minaccia è reale. Se questa premessa vi sembra una cazzata colossale e perché, in tutta probabilità, è esattamente ciò su cui si basa il film, che da qui in poi sarà prevedibile in ogni suo beat, in ogni sua svolta, finale compreso. Da premiare però l’idea di caratterizzare gli antagonisti come delle persone meravigliosamente gentili, a tal punto da vedere anche loro come personaggi positivi. Lo trovate su Netflix, ma mi auguro che abbiate modi migliori di impiegare il vostro tempo.
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Recensione “Here” (2024)
Hic et nunc, qui e ora, dicevano i latini. Qui e in ogni momento, risponde invece Robert Zemeckis, riarrangiando per il grande schermo la graphic novel omonima di Richard Maguire, dove osserviamo la storia di un pezzo di terreno, un lotto, una casa, un soggiorno, dagli albori della storia fino ai giorni nostri. Nel nuovo lavoro del regista di Forrest Gump, che vede la reunion cinematografica di Tom Hanks e Robin Wright, il tempo infatti scorre, così come le vite, con piccoli e grandi momenti di esistenze tutto sommato comuni, in un puzzle di gioie e dolori da comporre in un unico angolo del pianeta, attraverso i secoli, i decenni, gli anni.
Grazie a un massiccio utilizzo della computer grafica, che abbiamo già visto in altri film (come ad esempio The Irishman di Martin Scorsese), i volti di Hanks e Wright tornano quelli della loro adolescenza, poi della loro età adulta grazie a un de-aging in fin dei conti credibile, se non fosse che sembra di trovarsi in un videogame iper-realistico, una sorta di versione cinematografica di The Sims o qualcosa del genere (ed è abbastanza inquietante pensare che in The Congress di Ari Folman, la stessa Robin Wright interpretava la parte di un’attrice che cedeva i diritti digitali del suo volto per poter essere replicata all’infinito in qualunque film). Al di là dei discorsi tecnici, la sfida di Zemeckis di costruire 100 minuti di film in uno spazio circoscritto è decisamente vinta, in una serie di continui rimandi ad epoche passate (o future), utilizzando non dissolvenze o netti stacchi di montaggio, ma inserendo nelle immagini piccoli riquadri che apriranno la finestra sulla scena (ed epoca) successiva, mantenendo puro lo spirito della graphic novel, dove Maguire inseriva in ogni tavola diversi riquadri per mostrare cosa accadeva in quell’angolo del soggiorno in un tempo differente rispetto a quello del racconto: credetemi, è più facile vederlo che raccontarlo. Quell’unico frame, con i suoi giochi di sovrapposizione e comunicazione tra epoche differenti, ha certamente il suo fascino, quantomeno a livello visivo, poiché a livello narrativo funziona a intermittenza: sì, è bellissimo seguire l’evoluzione di questa famiglia, è divertente anche osservare i soldati della guerra d’indipendenza festeggiare la resa degli inglesi, ma alla fine cosa resta? Qualche ricordo, un po’ di tenerezza e forse la scarsa indulgenza nei confronti dei personaggi, visto che ciò che emerge maggiormente sono le amarezze della vita, le malattie, le disillusioni, il modo in cui i sogni e le aspirazioni di gioventù marciscano sotto strati di polvere e frustrazione (“Sarò un artista”, dice il giovane Tom Hanks a suo padre Paul Bettany, che gli risponde ironicamente: “il mondo ne ha proprio bisogno!”).
Non si può certamente dire che Here non sia un’opera originale e, per certi versi, interessante: è solo il ciclo della vita che si svolge in quella casa che, probabilmente, non lo è davvero abbastanza.
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Recensione “Nosferatu” (2024)
Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre.
Il vampiro Nosferatu, il “non spirato”, nasce nel 1922 come plagio cinematografico del capolavoro di Bram Stoker Dracula, in uno dei film più simbolici della cinematografia di Murnau, dell’espressionismo tedesco e senza dubbio di tutto il cinema muto: qualunque cinefilo che si rispetti avrà presente l’inquietante sagoma deformata di Max Schreck, il primo Nosferatu del cinema, proiettata sulla parete della sua decadente magione. Eggers prende quell’ombra e la diffonde per 135 minuti di film sugli occhi di chi guarda, soprattutto tra le pieghe di un desiderio latente, quello di una protagonista eccezionale, che rispetto alle versioni precedenti di Nosferatu, qui diventa il vero e proprio motore della storia: Lily-Rose Depp è infatti splendida e inquietante al tempo stesso, a tal punto che forse mi spaventerebbe addirittura incontrarla per strada, e concede tutta se stessa ai suoi demoni, alla sua solitudine, al suo desiderio, in una società maschilista controllata da inetti, come il marito della sua Ellen, il solito Nicolas Hoult confuso e incapace di cambiare espressione, non importa se il suo personaggio venga bullizzato nel liceo descritto da Nick Hornby, sia in preda a dubbi etici e morali nella giuria di Clint Eastwood o terrorizzato nei Carpazi da un uomo molto più carismatico di lui (sebbene si tratti di uno spaventoso vampiro, questo glielo concediamo). Perché, diciamolo, è molto più interessante il rapporto che intercorre tra Ellen e Orlok rispetto a quello che la donna ha con suo marito: è infatti la lotta contro l’oscurità che Leni porta dentro la vera anima di questo convincente lavoro di Eggers, un horror gotico ricco di atmosfere e suggestioni appartenenti al secolo scorso, ma capace anche di essere moderno, sempre credibile e mai grottesco. La grandezza di questa nuova versione di Nosferatu è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti, che frenano i suoi desideri, che decidono come deve vivere e che addirittura tentano di frenare la sua “follia” facendole indossare corpetti più stretti.
Il Conte Orlok può anche far paura (bravo Skarsgaard, ormai abbonato a vestire i panni dei mostri), ma non sarà mai così spaventoso come quando Eggers costringe noi spettatori – e ogni personaggio dei suoi film – a fare i conti con l’oscurità che portiamo dentro, che probabilmente rinneghiamo, ma che forse dovremmo imparare a riconoscere. Perché anche dopo la notte più buia, c’è sempre il sorgere del sole.
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Capitolo 391: Cavalli a Dondolo e Cammelli
C’è tanta carne nel fuoco di questo freddo novembre, dal quale sono riemersi dai letarghi estivi i piumini più caldi e i cappotti più lunghi. Sette film che ballano tra la grandezza assoluta e la schifezza più inutile, ma anche tra primissimi piani su ragazze bellissime (Celeste Dalla Porta e Jennifer Connelly) a campi lunghissimi di cammelli nel deserto, fino a portarci nel distopico futuro di Coppola. Insomma, c’è talmente tanta roba da aver lasciato fuori dall’elenco l’ultimo film di Clint Eastwood, Giurato Numero 2, di cui però potete leggere la recensione completa. Tanti altri grandi film sono in arrivo, per cui restate sintonizzati (e vi ricordo che potete seguire tutto ciò che vedo sulla mia pagina Letterboxd).
The Snapper (1993): Trasposizione televisiva, prima dell’approdo in sala, realizzata da Stephen Frears, che ha adattato l’esilarante romanzo Bella Famiglia di Roddy Doyle. La figlia maggiore di una numerosa famiglia di Dublino resta incinta (snapper, in dialetto irlandese, significa proprio sbarbatello, bebé), ma non vuole rivelare l’identità del padre. I pettegolezzi inondano il quartiere e toccherà al patriarca Colm Meaney (irresistibile come sempre) mettere a tacere le voci e tenere unita la famiglia. Nel pieno della tradizione cinematografica irlandese dell’epoca (vedi The Commitments o Due sulla Strada, entrambi tratti da romanzi di Doyle), il film è spassoso, divertente, pienamente godibile, grazie anche ad una fotografia molto calda, botta e risposta secchi, immagini sempre ricche di personaggi. Good vibes a non finire: ok la moda degli anni 80, ma che bello pure il cinema degli anni 90.
•••½Parthenope (2024): Una fantasia maschile confezionata dalle mani di un maestro. Una ragazza bellissima che tutti desiderano e nessuno riesce a tenersi, una città splendida nella sua decadenza, crepuscolare nel suo splendore, accecato da sole, mare, bellezze di marmo rovinate dal tempo e il solito caleidoscopio di personaggi più o meno iconici. In questo film si giocano due campionati: quello dei pesi massimi, quando vedi in scena Gary Oldman e Silvio Orlando (pagherei oro per vedere uno spin-off incentrato solo su di lui), e poi quello in cui giocano i giovani attori, fuori luogo e fuori posto (casting discutibile). Alcuni momenti ovviamente splendidi e scelte musicali perfette, è pur sempre un film di Paolo Sorrentino, oltre ad alcune riflessioni sul tempo che passa che sono esattamente pane per i miei denti. Nel complesso però è un film sfilacciato, che si specchia nelle sue frasi ad effetto e nella bellezza della milanese Celeste Dalla Porta, dalla quale, come del resto fanno i personaggi del film, non riusciamo a staccare gli occhi di dosso (anche perché, con tutti quei primi piani, sarebbe difficile). Per essere un film di Sorrentino è deludente, non c’è dubbio, anche se sono tanti i momenti che ti porti appresso dopo l’uscita dalla sala.
•••Super/Man: The Christopher Reeve Story (2024): Bellissimo e soprattutto emozionante documentario realizzato da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, incentrato sull’attore Christopher Reeve, primo, indimenticabile Superman cinematografico e, per quanto mi riguarda, unico Superman esistente (quello dei film dei due Richard, Donner e Lester). Il documentario ripercorre la vita di Reeve, il celebre casting per Superman, scoraggiato dal compagno di teatro William Hurt, la vita sentimentale, la famiglia e, ovviamente, l’incidente e la conseguente lesione spinale che lo rese tetraplegico. Un film che sottolinea la capacità dell’attore di trovare una nuova vita, di impegnarsi in una fondazione per la ricerca e di non mollare mai un centimetro nonostante la paralisi, il tutto raccontato dai suoi figli e dalle persone che gli erano accanto (come i colleghi Susan Sarandon, Jeff Daniels, Glenn Close e Whoopi Goldberg). Emozionano in particolare gli aneddoti sulla straordinaria amicizia tra Christopher Reeve e Robin Williams. Una storia piena di intensità (ma anche di momenti ironici), un racconto ben realizzato, un bellissimo documentario.
•••½Audition (1999): Che Takashi Miike sia matto scocciato (in senso buono) è abbastanza risaputo. Che si sia fatto conoscere in tutto il mondo grazie a questo film, l’ho scoperto solo ora. Rimasto vedovo, un uomo di mezza età, incoraggiato dal figlio, decide di aprirsi nuovamente all’amore. Grazie a un amico, produttore cinematografico, organizza un’audizione per un film che non si farà mai, al solo scopo di poter incontrare e conoscere una gran quantità di donne diverse. La scelta cade su una ragazza molto dolce e dall’aria malinconica, che secondo l’amico produttore però ha fornito solo referenze false. Che si nasconde dietro? Dietro si nasconde un film strepitoso, in pieno stile Miike, che nasce come romance, prosegue come noir, finisce come… Legatemi, non posso dire altro. Lo trovate su Mubi, ma ci sono alcuni momenti abbastanza cruenti quindi preparatevi.
••••Tutto Può Accadere (1991): Un’ora e venti di male gaze su Jennifer Connelly che, per carità, potrei ammirarla anche per dieci ore, però magari intorno avrei preferito vederci un film. Tentativo (fallito) di rendere Frank Whaley (celebre per essere stato crivellato da Samuel L. Jackson nel primo atto di Pulp Fiction) il nuovo Matthew Broderick. Seconda, nonché penultima regia di Bryan Gordon, è la storia di un adolescente sbruffone, chiacchierone e nullafacente che, obbligato a lavorare come addetto alle pulizie notturno di un grande magazzino, si ritrova a passare la notte con una rampolla ribelle rimasta anch’ella chiusa dentro il negozio (che ovviamente è Jennifer Connelly, mai così meravigliosa, soprattutto nella scena in cui ci imbambola mentre monta su un cavallo a dondolo). John Hughes, tra i produttori e sulla cresta dell’onda per il successo di Mamma Ho Perso l’Aereo, si è talmente vergognato di questo film da chiedere, invano, di non essere citato nei titoli di testa. Non a torto: il film è veramente inutile, non è ironico (ci prova, sicuro, ma il protagonista è troppo irritante per risultare divertente), non è avvincente (e qui neanche ci prova), non è veramente nulla. Ah no, una cosa è senza dubbio: dimenticabile.
•Megalopolis (2024): L’opera più divisiva del 2024 nonché una di quelle destinate a essere maggiormente ricordate. Il film a cui Francis Ford Coppola sta lavorando dai tempi di Apocalypse Now è finalmente realtà e c’è talmente tanta roba dentro che meriterebbe un saggio a parte, un approfondimento tutto suo. Quel che è certo è che sarà studiato, analizzato e raccontato in tesi di laurea e corsi universitari, data la sua visione del futuro, il modo in cui mette in scena i lati più oscuri del capitalismo immergendo il tutto in un’enorme metafora sulla caduta dell’Impero Romano. In pochissime parole è la storia di un architetto (Adam Driver) che sogna di costruire un’utopica comunità futuristica per far risorgere la città dai suoi mali. Ad ostacolare il progetto però, c’è un sindaco avido e conservatore (Giancarlo Esposito) che vorrebbe invece costruire un enorme casinò per arricchire le casse comunali. In mezzo a questa faida ci sono complotti, scandali, attentati, sesso, storie d’amore e sensi di colpa, oltre al potere di fermare il tempo, di renderlo sostanza, di plasmarlo a proprio piacimento. Un imponente caleidoscopio di grandezza e decadenza, che non solo mescola New York e l’Antica Roma in un’unica, distopica, realtà, ma riflette anche il pensiero di uno dei più grandi registi della sua generazione, capace di non scendere mai a compromessi con nessuno, di vendere i suoi asset personali pur di mettere in scena la sua visione del mondo, con un messaggio di speranza e una richiesta di ottimismo. Penso che il mondo ancora non sia pronto per questo film, ma ai vostri figli piacerà!
••••Lawrence d’Arabia (1962): La vita va avanti, anno dopo anno, ed è bellissimo ogni tanto scoprire di avere ancora meraviglie di questo tipo da poter vedere per la prima volta. Sembra come rinascere e di finire la giornata sentendoti più ricco, in una migliore versione di te (senza bisogno di prendere alcuna substance!). Durante la prima guerra mondiale, il tenente Peter O’Toole è un cartografo inglese di stanza al Cairo. Interessato alla cultura araba e convinto che le tribù possano diventare un prezioso alleato contro i turchi, che presiedono la penisola araba, viene mandato, tra lo scetticismo dei generali, a incontrare l’emiro Alec Guinness in mezzo al deserto, insieme al quale tenterà di mettere in piedi una rivolta (e se organizzi una rivolta con il futuro Obi Wan Kenobi, le possibilità di successo diventano notevoli). Non so da dove cominciare per magnificare un film di questo genere: la grandezza della messa in scena, tale da farlo sembrare una sorta di Dune ante litteram (non a caso ispirò pesantemente il romanzo di Frank Herbert, uscito tre anni dopo, dove la figura di Paul Atreides mostra molti punti in comune con Thomas Edward Lawrence), la bellezza delle immagini, i risvolti politici e strategici di ogni battaglia, i tanti semi gettati nella storia del cinema (raccolti appunto da Dune, ma anche da Star Wars, Braveheart o Avatar, a mio avviso), oltre ad aver ispirato generazioni su generazioni di cineasti. Sette premi Oscar, ma soprattutto un film enorme.
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Un film di Clint Eastwood non è mai soltanto un film di Clint Eastwood: quando ti siedi sulla poltroncina del cinema e le luci si spengono, avverti immediatamente il peso di decenni di cinema e delle aspettative che un nome del genere porta con sé. Uno che, alla veneranda età di 94 anni, vanta come sia come attore che come regista una filmografia impressionante. Con questo bagaglio di capolavori passati è problematico patteggiare con questo suo ultimo film, quasi un incrocio, più o meno riuscito, tra La Parola ai Giurati di Sidney Lumet, Delitto e Castigo e Un giorno in pretura (la trasmissione televisiva, non il film): il senso di colpa, la morale, il bisogno di dare un senso alla parola giustizia, tutti temi incredibilmente interessanti, forse affrontati da Eastwood con un sentimentalismo eccessivo per uno che per tutta la vita non ha fatto altro che mostrarci quanto fosse tosto.
Le premesse, tuttavia, sono incredibilmente coinvolgenti: Nicholas Hoult ha una bella moglie (Zoey Deutch, di cui già mi ero follemente innamorato in Tutti Vogliono Qualcosa di Linklater) e un bebè in arrivo, quando viene chiamato a far parte della giuria in un caso di omicidio. Quando si trova in aula ad ascoltare che l’imputato ha ucciso la moglie all’altezza di un cavalcavia e poi l’ha gettata in un dirupo, capisce che quella stessa buia e tempestosa notte, su quella stessa strada, quello che aveva colpito con la sua auto non era forse un cervo. Il conflitto è quindi atroce: il giurato ha letteralmente il potere di assolvere l’uomo e distruggere la propria famiglia o di farsi mangiare dal rimorso, pur salvando la propria vita. Cosa succederà ora? Questa è davvero una domanda che ci terrà per qualche minuto letteralmente agganciati alla poltroncina.
Il secondo atto, che si apre con l’omaggio al capolavoro di Lumet (e per un paio di minuti rasenta il remake), si regge sulle spalle di J. K. Simmons, che ruba la scena a un Hoult troppo impegnato a commiserarsi nei suoi dilemmi etici per non sembrare eccessivamente posticcio. Da qui in poi il film è impostato sul pilota automatico, tra continui primi piani sulla sofferenza del protagonista, svolte più che prevedibili e la solita retorica nazionalista del nostro Clint, che fa brindare i suoi avvocati alla grandezza del sistema giudiziario americano e solleva dubbi nel suo pubblico ministero dopo una semplice occhiata al motto In God we trust, affisso in aula. Giurato Numero 2, nonostante le ottime premesse, fa il suo compito e a suo modo funziona, ma tutto ciò che ne esce fuori è il classico “bel film da guardare in aereo”.
https://unavitadacinefilo.com/2024/11/11/recensione-giurato-numero-2-2024/
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Un celebre cartellone, esposto qualche tempo fa durante una manifestazione, recitava la frase “avevamo aspettative basse, ma…”, seguito da un’espressione che non è possibile riportare. Una frase che basterebbe da sola a commentare il sequel meno necessario degli ultimi decenni di cinema, in cui Joaquin Phoenix vaga a vuoto, talvolta ridendo, talvolta piangendo: potrebbero essere le stesse reazioni che ha avuto mentre leggeva la sceneggiatura. Già, perché non si salva davvero niente da questo naufragio cinematografico, né gli interpreti principali, ridotti ad essere la caricatura di loro stessi, né i tanto attesi momenti musicali, che invece di farci alzare in piedi per ballare insieme al Joker, risultano talmente piatti e privi di brio da costringere alcuni spettatori a lasciare la sala anzitempo (è successo davvero).
Il primo film si chiudeva con Arthur Fleck che, in diretta televisiva, aveva appena ucciso Murray Franklin, il celebre conduttore del suo talk show preferito. In Joker: Folie à Deux, Arthur è detenuto in un istituto psichiatrico, in attesa di essere processato per i fatti accaduti nel film precedente. Qui conosce Lee, una donna internata per aver dato fuoco a una palazzina, capace con la sua voce e i suoi sorrisi di infondere musica e amore in Arthur, che ormai sembrava diventato un corpo senz’anima, privo di gioia, privo di vita.
Più che Arthur, a meritare un processo sarebbe Todd Phillips: per aver sprecato il talento di Lady Gaga, ridotta praticamente ad essere un volto sullo sfondo di un’aula di tribunale, per averci fatto sentire come canta Joaquin Phoenix, ma anche per aver messo in piedi uno spettacolo tedioso, quasi cringe, per usare un termine tanto in voga oggigiorno. Perché in questo sequel del fortunatissimo Joker sembra non divertirsi veramente nessuno: né chi l’ha girato né i protagonisti e, di conseguenza, neanche il pubblico. Senza un film di Scorsese da prendere come riferimento (forse stavolta poteva tentare con New York, New York?), Phillips non ha la bussola per portare la sua storia a fondo con convinzione e buone idee, mostrando quanto sia fragile l’uomo nascosto dietro l’antieroe amato dalle folle incendiarie, calzante metafora per dire quanto sia debole questo sequel dietro la maschera del film precedente. Avevamo aspettative basse, ma… diamine!
https://unavitadacinefilo.com/2024/10/01/recensione-joker-folie-a-deux-2024/
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Horizon è il tipico insediamento dei film western verso il quale sono tutti diretti. Horizon è il mito della frontiera, è l’ovest, è una promessa, è un punto d’arrivo, è la speranza. La città di Horizon, per molti se non per tutti, sembra essere il futuro: “Un luogo in cui riesco a immaginarmi”, afferma il personaggio interpretato da Kevin Costner. Spesso però il viaggio non è la destinazione, ma il percorso fatto per raggiungerla ed è questo il succo delle prime tre ore di questa epopea ambiziosa, non sempre avvincente, ma comunque imponente messa in piedi da Kevin Costner in questo primo capitolo dell’American Saga di Horizon, che prevede una seconda parte in uscita ad agosto e altri due film attualmente in lavorazione (anche se il deludente esordio al box office statunitense, a fronte del 100 milioni di dollari spesi, potrebbe far cadere tutto il castello).
Raccontato attraverso quattro storie parallele, intersecate tra loro, Horizon è praticamente l’episodio pilota più lungo della storia del cinema, in cui vengono presentati personaggi, ambientazioni, caratteri e obiettivi. C’è la vedova Sienna Miller, sfuggita al massacro da parte degli Apache, che ha una cotta per il tenente dell’Unione. C’è il cowboy solitario, Costner in persona, che si prende a cuore la causa di una prostituta, scortandola per un’America ostile insieme al bambino (non suo) di cui lei si sta prendendo cura. C’è la carovana in viaggio attraverso lande desolate e pericolose, guidata da un saggio Luke Wilson, oltre agli inevitabili cacciatori di indiani, insieme ai quali si muove un giovane adolescente che sta appena cominciando a distinguere il bene dal male.
Una sorta di miniserie composta da film interminabili, con una regia ad ampio respiro, che sfrutta i sensazionali paesaggi statunitensi, così come la splendida fotografia di J. Michael Muro. In questo costosissimo progetto c’è la nostalgia del cinema americano nei confronti del suo genere per eccellenza, il western, qui omaggiato in ogni sua forma. Il primo capitolo come detto mette le carte in tavola, è quasi un lungo preambolo a ciò che presumibilmente vedremo nei film successivi, se mai il regista riuscirà a girare anche l’altra metà del progetto. Non tutto funziona a dovere, ma sequenze come quella dell’assedio di Horizon, del bagno notturno di un’inglese tanto bella quanto viziata o del tentato battesimo del fuoco del giovane pistolero, sono barlumi di splendido cinema che rendono necessaria l’attesa per il secondo capitolo (in arrivo a metà agosto). Polvere, tramonti infuocati e una costante necessità di sopravvivere: un western vecchio stile di questa portata forse è un po’ troppo anacronistico rispetto al cinema di oggi, ma la bellezza di certe immagini non può mai passare di moda. Le premesse per una grande opera ci sono: aspettiamo fiduciosi il resto.
https://unavitadacinefilo.com/2024/07/03/recensione-horizon-capitolo-1-2024/
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Ecco l’estate, dunque! Scrivo questo capitolo, come sempre ricco di buon cinema, a cavallo tra una trasferta berlinese ovviamente priva di film e il mio solito trasferimento estivo nella residenza pugliese, per tentare di allontanare l’afa con un po’ di mare. Ricordate che fino al 19 settembre il biglietto del cinema per i film italiani ed europei costerà soltanto 3,50€, potrebbe essere un’occasione ghiotta per scoprire qualche chicca nascosta nella programmazione estiva, solitamente poco attraente. Poi ci sono le arene estive, che propongono i migliori film della stagione passata, sempre a prezzi ridotti, o la programmazione di alcuni cinema, con film che non sono più in circolazione ma che potrebbero meritare una visita. Insomma, ci sono tante opportunità per riempire la nostra estate di cinema, approfittiamone. Ah, se volete sapere le mie considerazioni su un film in particolare, scrivete il titolo nel form di ricerca, in basso, così potrete farvi un’idea se possa valerne la pena o no (se ne ho scritto, troverete il link a uno di questi capitoli oppure, se disponibile, alla recensione completa). Ci risentiamo dalla Puglia, buona estate a voi, cari affezionatissimi e care affezionatissime!
My Name is Joe (1998): Da ragazzino ricordo perfettamente quando l’iconica locandina con Peter Mullan, sporco di vernice, tappezzava il muro vicino alla fermata dell’autobus della mia scuola. Forse è da allora che desideravo vedere questo film di Ken Loach, tipico racconto di periferia complicata, dove una quotidianità molto difficile viene comunque affrontata dai suoi personaggi con leggerezza, almeno finché la vita non viene a portare il conto. Un ex alcolista cerca di sopravvivere sbarcando il lunario con piccoli lavori in nero e allenando una sgangherata squadra di calcio. Uno dei suoi pupilli finisce nei guai e c’è bisogno di aiutarlo, al tempo stesso l’uomo conosce un’assistente sociale con cui nasce una simpatia: far coesistere le due cose sarà problematico. Mullan, Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione maschile, è strepitoso (molti lo ricorderanno come l’attore che lancia la battuta a Mel Gibson, permettendo a William Wallace di pronunciare il suo iconico monologo in Braveheart). Bellissimo film, è su Mubi.
•••½Cile – Il Mio Paese Immaginario (2022): I documentari di Patricio Guzman non sono mai banali (uno a caso? Vedetevi Nostalgia de la Luz). Quest’opera, presentata a Cannes, nasce nell’ottobre del 2019, quando un milione e mezzo di cileni sono scesi in piazza a Santiago reclamando più democrazia, una vita più dignitosa, più giustizia, migliore sanità, migliori pensioni, migliore istruzione e, soprattutto, una nuova costituzione, visto che il Cile viveva secondo le leggi scritte durante la dittatura di Pinochet. Il documentario racconta quindi il risveglio di un Paese, attraverso immagini memorabili, testimonianze, fotografie. Guzman aveva vissuto in prima persona il golpe del 1973, era stato deportato nel campo di concentramento dell’Estadio Nacional: forte di quei ricordi, ritrova ora lo stesso stadio, che nel suo documentario diventa la sede elettorale per votare una nuova costituzione, quasi chiudendo un cerchio con la sua storia e con il passato del suo Paese. Scoperto per caso grazie al progetto Film People, in cui è stato scelto come film preferito, potete trovare il documentario gratuitamente e legalmente su Vimeo (in spagnolo con sottotitoli in inglese). Bellissimo: tra l’altro la rivolta, lunga più di un anno, è avvenuta a poche centinaia di metri da quella che anni fa era stata la mia dimora cilena per circa un mese, cosa che mi ha fatto sentire ancora più vicino alla vicenda.
•••½I Saw the Tv Glow (2024): Uno dei casi cinematografici dell’anno, almeno negli Stati Uniti, è in realtà una delle più cocenti delusioni. Poche cose infatti mi danno fastidio come perdere due ore di tempo, il motivo per cui sono costretto a sfogare questa irritazione con una recensione rabbiosa. Negli anni 90 un ragazzino emarginato, grazie anche all’incontro con un’adolescente transessuale, si appassiona totalmente a una bizzarra e inquietante serie tv (che ai tempi si chiamavano telefilm). L’ossessione per lo show diventa una sorta di fuga dalla realtà che porterà a conseguenze infelici. L’idea di base non è male e il rapporto tra i due amici è molto dolce, il problema è che il film di Jane Schoenbrun è infarcito di spiegoni, come se non ci fosse un domani. Quando finalmente succede qualcosa di interessante, circa a metà film, e speri che la vicenda possa decollare, ecco arrivare un altro, inutile, spiegone: “Mi sentivo così, mi sentivo colà”. I personaggi spiegano e basta, quando una delle regole principali di chi scrive sceneggiature è che le emozioni vanno mostrate, non raccontate (“Show, don’t tell” è il motto). Se no fate I Saw Gli Occhi del Cuore Glow e facciamo prima. Altra nota stonata: la fotografia patinata, digitalizzata all’inverosimile, sembra uscita dall’ennesima serie adolescenziale di Netflix e no, non è un complimento. Incredibile il successo che questo film sta riscuotendo in patria, forse è proprio vero che, come diceva René Ferretti, “la qualità c’ha rotto il caxxo”.
•½Racconto di Due Stagioni (2023): Quando stai per vedere un film di Nuri Bilge Ceylan, maestro del cinema turco, bisogna sempre essere consapevoli di due cose: che sarai impegnato per circa tre ore e che ti troverai davanti a immagini meravigliose. In un villaggio innevato dell’Anatolia, un professore di educazione artistica è alle prese con alcune accuse di molestie provenienti da due ragazzine della sua classe. Al tempo stesso l’uomo si invaghisce di un’altra insegnante, per la quale ha una cotta anche un suo collega, nonché coinquilino. Le lunghe sequenze del film, che spesso sono dei piani sequenza a inquadratura fissa, usano il ritmo dei dialoghi per creare tensione, spingendo lo spettatore esattamente dove Ceylan ha deciso di portarlo: farsi trascinare in questo torrente di dialoghi, scontri verbali, cinismo e aridità, è emozionante. Come dice il titolo originale, internazionalizzato in About Dry Grasses, sotto la neve l’erba non cresce, nasce morta, secca, arida, una sorta di destino che potrebbe essere riservato a chi cresce in quel luogo dimenticato da dio. Grandissimo film, è al cinema, andate a vederlo.
••••Fuoco Ragazza Mia! (1967): La settimana scorsa, mentre facevo ricerche per il mio post sui film preferiti da cineasti, attori e attrici (leggetelo qui), ho scoperto che uno dei film più amati da Emma Stone era questo film cecoslovacco degli anni 60. Conosciuto anche con il titolo Al Fuoco Pompieri!, è il film che stava per stroncare la carriera di Milos Forman a causa di alcuni dissidi sia con il governo del suo Paese che con il produttore Carlo Ponti, ma che alla fine ha permesso invece al regista cecoslovacco di farsi notare negli Stati Uniti, dove sarebbe finito a vivere e a lavorare poco dopo, realizzando opere straordinarie come Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, per citarne una. In un paesino un gruppo di pompieri volontari sta organizzando una grande festa per il compleanno del capo 86enne. C’è una riffa, dal cui tavolo vengono trafugati sempre più premi; c’è una reginetta del ballo da eleggere, ma le candidate, non particolarmente entusiaste di partecipare, si nascondono; c’è un incendio, ma sono tutti troppo ubriachi o stupidi per riuscire a spegnerlo (memorabile la scena in cui un contadino, estratto vivo dalle fiamme, viene avvicinato nuovamente all’incendio perché così può evitare di prendere freddo). Grottesco, divertente, Forman nel film si fa beffe dei suoi personaggi, della loro inettitudine di fronte ad ogni situazione, forse usando tutto questo come una metafora di chi governa il suo Paese, ligio a delle regole che rendono probabilmente ridicole le loro azioni. Spassoso, è quello che ti aspetteresti di vedere se la premiata ditta Zucker-Abrahams-Zucker fosse nata nell’ex-Cecoslovacchia.
•••½L’Attimo Fuggente (1989): Se alle 11 di un sabato sera siete appena tornati a casa dopo l’umiliante sconfitta dell’Italia a un Europeo di calcio e, nel fare un po’ di zapping in tv, vi trovate davanti a un film come questo, appena cominciato, è pressoché impossibile non guardarlo tutto. Certo, vederlo da adolescente produce un effetto molto più dirompente che guardarlo per l’ennesima volta da adulto (?), ma la bellezza della storia e la trascinante potenza del finale, nonostante la retorica, è sempre intatta. Forse il miglior Robin Williams mai visto e senza dubbio il miglior film ambientato in una scuola che sia stato mai girato. Non ho accennato alla trama, come faccio di solito, ma penso che non ce ne sia bisogno. Film straordinario.
•••••https://unavitadacinefilo.com/2024/07/02/capitolo-380-racconto-di-una-stagione/
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Quando i dati discriminano
Esiste il pregiudizio che i dati siano neutri e oggettivi.
Ma i dati non sono neutrali, bensì situati.🔗 https://www.daniloruocco.it/2024/02/quando-i-dati-discriminano.html