#recensione — Public Fediverse posts
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Il #film di oggi è #unuomopertuttelestagioni di #fredzinnemann #paulscotfield #robertshaw #robertbolt
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Jony Ive ha disegnato la Ferrari Luce, ma il risultato ha scatenato meme e critiche. Design minimalista o fallimento? #AppleTV #Recensione #Streaming
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Capitolo 438: Verso Tokyo
Maggio è quasi finito e in questo mese, per ora, ho visto la miseria di undici film. Poi però ho notato che negli ultimi anni, a maggio, ho sempre guardato tra gli undici e i tredici film e mi sono tranquillizzato: niente di nuovo dunque (ma sarebbe bello capire il perché di questo calo proprio a maggio!). In questo capitolo trovate cinque film di cui tre e mezzo ambientati a Tokyo, ma tutti diretti da registi stranieri, vi state chiedendo il motivo? Dovreste. Forse avete già capito la risposta, ma effettivamente tra un paio di settimane un altro straniero, molto meno importante di quelli di cui vi parlerò tra poco, volerà in Giappone per raccontare quelle stesse città attraverso le sue immagini. Ma questa è un’altra storia (di cui, se vi interessa, potete seguire gli sviluppi su instagram).
Fargo (1996): Prima di volare nel Sol Levante, andiamo un attimo tra North Dakota e Minnesota, dove si svolgono le vicende di uno dei film più amati e memorabili dei fratelli Coen, in cui il venditore d’auto William H. Macy, pieno di debiti, decide di organizzare il finto rapimento della moglie per spillare soldi al suocero. Ovviamente tutto andrà malissimo e infatti il film è un’escalation continua di errori, equivoci e violenza improvvisa, sulla quale indaga la magnifica poliziotta Frances McDormand (Oscar per lei, oltre che per la sceneggiatura), gentile, apparentemente innocua, ma più intelligente di qualunque individuo che le gravita intorno. Visivamente è incredibile come i Coen riescano a trasformare la neve in qualcosa di quasi metafisico dove gli spazi vuoti e i silenzi amplificano ancora di più il rosso del sangue acceso nel bianco assoluto. La provincia statunitense, lontana da tutto, banale, ordinaria, che improvvisamente si sporca di violenza e avidità (potrebbe essere una storia vera, come recita l’incipit, ma di vero c’è solo la stupidità umana). Un gioiello, lo trovate su Mubi (che potete vedere gratis per 30 giorni cliccando qui).
••••Kill Bill Vol. 1 (2003): Cominciamo il viaggio verso il Giappone. Quando la sera non sai cosa vedere in tv e ti capita su Netflix il volto di Uma Thurman con la katana in mano, è difficile non resistere alla tentazione di cliccare play e fare l’ennesimo rewatch di questo film stupendo di Quentin Tarantino (che ho sempre amato più del volume successivo, anche se di poco). La bionda Uma si sveglia dal coma e ricorda perfettamente come c’è finita: tradita dalla sua banda di spietati assassini e letali assassine, capeggiata da David Carradine (il Bill del titolo), che ha ucciso la sua bambina e suo marito proprio nel giorno del loro matrimonio. L’unico suo desiderio è ovviamente la vendetta, da qui un revenge movie che ha fatto epoca. Rivedendolo dopo molti anni ho visto una quantità clamorosa di cose entrate nell’immaginario collettivo, se non diventate proprio di culto: dalla sirena del telefilm Ironside, firmata da Quincy Jones, alla spada di Hattori Hanzo, dalle asics gialle con bande nere al motivo fischiettato da Daryl Hannah (Twisted Nerve di Bernard Herrmann). Uno show visivo, un’esplosione di colori e di violenza spettacolare (dove spicca la sequenza nella House of Blue Leaves e i suoi 88 folli), una sfilza di dialoghi epocali e la voglia di andare al cinema per guardare The Whole Bloody Affair, ovvero i due volumi proiettati come un solo film (con l’aggiunta di alcune scene inedite), che arriverà nei cinema proprio questa settimana. Faccio sempre una fatica sovrumana a decidere una Top 3 del cinema di Tarantino, ma trovo difficile non inserire questo film (il problema è: quale lasciare fuori?). Se volete rivederlo senza dover restare chiusi in sala per quattro ore e mezza, lo trovate su Netflix. Un piccolo extra: recentemente è stato scelto come film della vita da una delle partecipanti al progetto Film People, che vi invito sempre a seguire.
••••½Lost in Translation (2003): Restiamo nel 2003, restiamo con uno dei film più amati in Film People e, soprattutto, restiamo a Tokyo. Quando ci si prepara a partire per il Giappone, è praticamente obbligatorio riguardare questo magnifico gioiello di Sofia Coppola, intriso di tenerezza e romanticismo, senza mai sembrare banale, scontato o prevedibile. Bill Murray è in Giappone per girare uno spot televisivo, Scarlett Johansson è una ragazza vagamente depressa che ha accompagnato in trasferta l’impegnatissimo marito Giovanni Ribisi, fotografo di moda. I due alloggiano nello stesso hotel e le loro solitudini si incontrano, sostenendosi l’un l’altra, sfiorandosi e poi abbracciandosi durante una settimana in cui i loro cuori si tengono per mano. Tantissime le scene iconiche, per uno dei film più amati di questo secolo, girato in maniera rocambolesca (Bill Murray era irreperibile e si presentò a Tokyo il giorno in cui sono iniziate le riprese senza che nessuno aveva sue notizie da tempo, come racconta Gabriele Niola in questo bellissimo video) e concluso solo grazie alla tempra e alla determinazione della regista. Uno di quei film che a ogni visione ti restituisce sempre moltissimo, grazie alla chimica di una coppia di interpreti che hanno forse colto il ruolo della vita. Sempre bellissimo, lo trovate su Netflix.
••••Tokyo! (2008): Un discreto spiedino cinematografico, dove sono infilati tre racconti differenti diretti da tre registi niente male: Michel Gondry, Leos Carax e Bong Joon Ho. Ovviamente, tutti e tre i corti sono ambientati nella capitale nipponica. Gondry racconta la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo in cerca di un futuro diverso, ma le cose sono più complicate del previsto: trovare casa è un inferno (mai quanto cercarla a Roma nell’anno del Giubileo, posso garantire), trovare un lavoretto per fare due soldi è anche complicato e la frustrazione aumenta, fino a trasformare la storia in una favola inaspettata (e molto graziosa). Carax ci introduce invece il personaggio di Merde, che poi ritroveremo in Holy Motors: Denis Lavant è fenomenale come sempre e le riprese rubate alla città sono divertenti, soprattutto quando il protagonista, un uomo mostruoso che vive nelle fogne, gira per Tokyo spiazzando i cittadini, ignari di essere ripresi. Bong racconta invece la storia di un hikikomori, un uomo che ha scelto di vivere dentro casa che però, innamorandosi di un’altra reclusa, si fa coraggio ed esce finalmente di casa per poterla ritrovare (è l’episodio più bello). Sapete che non amo i film a episodi, quindi il mio entusiasmo è piuttosto raffreddato dal fatto di dover entrare in tre storie differenti. Al di là di questo è un esperimento interessante.
•••Tokyo-Ga (1985): Come si fa a partire per il Giappone senza aver mai visto questo bellissimo documentario di Wim Wenders, in cui l’autore tedesco visita Tokyo vent’anni dopo la morte di Ozu, per verificare cosa è rimasto di lui nel Giappone di oggi (beh, in quello del 1983, ovviamente, in cui si è recato durante le pause di lavorazione di Paris, Texas). Wenders vaga per la città, cogliendo immagini di vita quotidiana e cercando di trovare in un bambino che fa i capricci o in un gruppo di ragazzi che gioca a baseball gli stessi caratteri dei film del grande regista giapponese. Poi intervista il suo attore feticcio (Chishū Ryū) e il suo storico direttore della fotografia, trasformando quello che somiglia a un magnifico vlog di viaggio in un documentario più canonico. Ci sono momenti di pura bellezza, tra cui le riflessioni fuori campo dello stesso Wenders e gli incontri con Werner Herzog e Chris Marker ma i picchi di incredibile meraviglia sono un po’ strozzati da lunghe sequenze su salagiochi, golf club e artigiani che creano cibo di cera per le vetrine dei ristoranti, perdendo un po’ di mira l’intento che Wenders si è prefissato nell’incipit, ovvero quello di ritrovare tracce della società raccontata da Ozu. Resta un lavoro di clamorosa bellezza, nella città dove lo stesso regista tornerà dopo quarant’anni per girare uno dei film più belli di questo decennio: Perfect Days.
••••[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
#Cinema #fargo #film #killBill #lostInTranslation #recensione #tokyoGa #tokyo
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Capitolo 438: Verso Tokyo
Maggio è quasi finito e in questo mese, per ora, ho visto la miseria di undici film. Poi però ho notato che negli ultimi anni, a maggio, ho sempre guardato tra gli undici e i tredici film e mi sono tranquillizzato: niente di nuovo dunque (ma sarebbe bello capire il perché di questo calo proprio a maggio!). In questo capitolo trovate cinque film di cui tre e mezzo ambientati a Tokyo, ma tutti diretti da registi stranieri, vi state chiedendo il motivo? Dovreste. Forse avete già capito la risposta, ma effettivamente tra un paio di settimane un altro straniero, molto meno importante di quelli di cui vi parlerò tra poco, volerà in Giappone per raccontare quelle stesse città attraverso le sue immagini. Ma questa è un’altra storia (di cui, se vi interessa, potete seguire gli sviluppi su instagram).
Fargo (1996): Prima di volare nel Sol Levante, andiamo un attimo tra North Dakota e Minnesota, dove si svolgono le vicende di uno dei film più amati e memorabili dei fratelli Coen, in cui il venditore d’auto William H. Macy, pieno di debiti, decide di organizzare il finto rapimento della moglie per spillare soldi al suocero. Ovviamente tutto andrà malissimo e infatti il film è un’escalation continua di errori, equivoci e violenza improvvisa, sulla quale indaga la magnifica poliziotta Frances McDormand (Oscar per lei, oltre che per la sceneggiatura), gentile, apparentemente innocua, ma più intelligente di qualunque individuo che le gravita intorno. Visivamente è incredibile come i Coen riescano a trasformare la neve in qualcosa di quasi metafisico dove gli spazi vuoti e i silenzi amplificano ancora di più il rosso del sangue acceso nel bianco assoluto. La provincia statunitense, lontana da tutto, banale, ordinaria, che improvvisamente si sporca di violenza e avidità (potrebbe essere una storia vera, come recita l’incipit, ma di vero c’è solo la stupidità umana). Un gioiello, lo trovate su Mubi (che potete vedere gratis per 30 giorni cliccando qui).
••••Kill Bill Vol. 1 (2003): Cominciamo il viaggio verso il Giappone. Quando la sera non sai cosa vedere in tv e ti capita su Netflix il volto di Uma Thurman con la katana in mano, è difficile non resistere alla tentazione di cliccare play e fare l’ennesimo rewatch di questo film stupendo di Quentin Tarantino (che ho sempre amato più del volume successivo, anche se di poco). La bionda Uma si sveglia dal coma e ricorda perfettamente come c’è finita: tradita dalla sua banda di spietati assassini e letali assassine, capeggiata da David Carradine (il Bill del titolo), che ha ucciso la sua bambina e suo marito proprio nel giorno del loro matrimonio. L’unico suo desiderio è ovviamente la vendetta, da qui un revenge movie che ha fatto epoca. Rivedendolo dopo molti anni ho visto una quantità clamorosa di cose entrate nell’immaginario collettivo, se non diventate proprio di culto: dalla sirena del telefilm Ironside, firmata da Quincy Jones, alla spada di Hattori Hanzo, dalle asics gialle con bande nere al motivo fischiettato da Daryl Hannah (Twisted Nerve di Bernard Herrmann). Uno show visivo, un’esplosione di colori e di violenza spettacolare (dove spicca la sequenza nella House of Blue Leaves e i suoi 88 folli), una sfilza di dialoghi epocali e la voglia di andare al cinema per guardare The Whole Bloody Affair, ovvero i due volumi proiettati come un solo film (con l’aggiunta di alcune scene inedite), che arriverà nei cinema proprio questa settimana. Faccio sempre una fatica sovrumana a decidere una Top 3 del cinema di Tarantino, ma trovo difficile non inserire questo film (il problema è: quale lasciare fuori?). Se volete rivederlo senza dover restare chiusi in sala per quattro ore e mezza, lo trovate su Netflix. Un piccolo extra: recentemente è stato scelto come film della vita da una delle partecipanti al progetto Film People, che vi invito sempre a seguire.
••••½Lost in Translation (2003): Restiamo nel 2003, restiamo con uno dei film più amati in Film People e, soprattutto, restiamo a Tokyo. Quando ci si prepara a partire per il Giappone, è praticamente obbligatorio riguardare questo magnifico gioiello di Sofia Coppola, intriso di tenerezza e romanticismo, senza mai sembrare banale, scontato o prevedibile. Bill Murray è in Giappone per girare uno spot televisivo, Scarlett Johansson è una ragazza vagamente depressa che ha accompagnato in trasferta l’impegnatissimo marito Giovanni Ribisi, fotografo di moda. I due alloggiano nello stesso hotel e le loro solitudini si incontrano, sostenendosi l’un l’altra, sfiorandosi e poi abbracciandosi durante una settimana in cui i loro cuori si tengono per mano. Tantissime le scene iconiche, per uno dei film più amati di questo secolo, girato in maniera rocambolesca (Bill Murray era irreperibile e si presentò a Tokyo il giorno in cui sono iniziate le riprese senza che nessuno aveva sue notizie da tempo, come racconta Gabriele Niola in questo bellissimo video) e concluso solo grazie alla tempra e alla determinazione della regista. Uno di quei film che a ogni visione ti restituisce sempre moltissimo, grazie alla chimica di una coppia di interpreti che hanno forse colto il ruolo della vita. Sempre bellissimo, lo trovate su Netflix.
••••Tokyo! (2008): Un discreto spiedino cinematografico, dove sono infilati tre racconti differenti diretti da tre registi niente male: Michel Gondry, Leos Carax e Bong Joon Ho. Ovviamente, tutti e tre i corti sono ambientati nella capitale nipponica. Gondry racconta la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo in cerca di un futuro diverso, ma le cose sono più complicate del previsto: trovare casa è un inferno (mai quanto cercarla a Roma nell’anno del Giubileo, posso garantire), trovare un lavoretto per fare due soldi è anche complicato e la frustrazione aumenta, fino a trasformare la storia in una favola inaspettata (e molto graziosa). Carax ci introduce invece il personaggio di Merde, che poi ritroveremo in Holy Motors: Denis Lavant è fenomenale come sempre e le riprese rubate alla città sono divertenti, soprattutto quando il protagonista, un uomo mostruoso che vive nelle fogne, gira per Tokyo spiazzando i cittadini, ignari di essere ripresi. Bong racconta invece la storia di un hikikomori, un uomo che ha scelto di vivere dentro casa che però, innamorandosi di un’altra reclusa, si fa coraggio ed esce finalmente di casa per poterla ritrovare (è l’episodio più bello). Sapete che non amo i film a episodi, quindi il mio entusiasmo è piuttosto raffreddato dal fatto di dover entrare in tre storie differenti. Al di là di questo è un esperimento interessante.
•••Tokyo-Ga (1985): Come si fa a partire per il Giappone senza aver mai visto questo bellissimo documentario di Wim Wenders, in cui l’autore tedesco visita Tokyo vent’anni dopo la morte di Ozu, per verificare cosa è rimasto di lui nel Giappone di oggi (beh, in quello del 1983, ovviamente, in cui si è recato durante le pause di lavorazione di Paris, Texas). Wenders vaga per la città, cogliendo immagini di vita quotidiana e cercando di trovare in un bambino che fa i capricci o in un gruppo di ragazzi che gioca a baseball gli stessi caratteri dei film del grande regista giapponese. Poi intervista il suo attore feticcio (Chishū Ryū) e il suo storico direttore della fotografia, trasformando quello che somiglia a un magnifico vlog di viaggio in un documentario più canonico. Ci sono momenti di pura bellezza, tra cui le riflessioni fuori campo dello stesso Wenders e gli incontri con Werner Herzog e Chris Marker ma i picchi di incredibile meraviglia sono un po’ strozzati da lunghe sequenze su salagiochi, golf club e artigiani che creano cibo di cera per le vetrine dei ristoranti, perdendo un po’ di mira l’intento che Wenders si è prefissato nell’incipit, ovvero quello di ritrovare tracce della società raccontata da Ozu. Resta un lavoro di clamorosa bellezza, nella città dove lo stesso regista tornerà dopo quarant’anni per girare uno dei film più belli di questo decennio: Perfect Days.
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Recensione “Amarga Navidad”: Tra Pedro e Realtà
Stasera mi sono avvicinato a piazza della Repubblica pensando di trovarmi a Cannes. Certo, via Nazionale non è esattamente la Croisette (ovviamente è meglio, di che parliamo), ma è stato interessante vedere un nuovo film di Pedro Almodóvar a Roma, in contemporanea con la proiezione del Festival di Cannes. In questa danza tra realtà e finzione, Amarga Navidad si inserisce perfettamente, dando al regista spagnolo la possibilità di mettere in scena i suoi dubbi creativi, il suo bisogno di girare film, anche a costo di realizzare qualcosa di imperfetto. Dove finisce la realtà e dove comincia la rappresentazione artistica? Fino a dove può spingersi un’ispirazione, se arriva da qualcosa di doloroso, di reale? E i personaggi, sono solo un’ombra di persone realmente esistenti, o ricalcano carattere e ruoli di coloro che circondano la vita del regista? La riflessione, seppur non particolarmente originale, è affascinante, anche se Almodóvar troppo spesso dà l’impressione di aver voluto girare un film terapeutico su se stesso, lasciando il pubblico seduto in sala a guardarlo mentre si ricuce le ferite davanti allo specchio. Lo so, fa sempre bene cercare bellezza e significato, anche quando un grande autore sa benissimo di non essere più nel suo momento migliore (che poi è una cosa tremendamente umana).
Elsa, una regista di spot pubblicitari, dopo due film andati male e la morte della madre, sente il bisogno di mettersi a scrivere con l’intenzione di tornare al più presto dietro la macchina da presa. Una serie di dolorose emicranie spinge la donna a lasciare il premuroso compagno a Madrid per trascorrere qualche giorno di relax nell’isola di Lanzarote. Questa storia però altro non è se non la nuova sceneggiatura di un autore di fama mondiale, Raul, in cui Elsa è un alter ego del regista stesso, alle prese con il blocco dello scrittore e un soggetto vagamente ispirato alla sua vita, tramite il quale spera di superare la perdita della madre e i problemi di comunicazione con il fidanzato e con la storica assistente.
Woody Allen, nel suo capolavoro Io e Annie, raccontava quanto fosse importante raggiungere la perfezione tramite l’arte, “perché è talmente difficile nella vita”. Pedro Almodóvar realizza invece un film volutamente imperfetto per rappresentare il bisogno di esprimersi, la necessità di raccontare se stesso tramite una storia, tramite l’arte. Lo fanno in tanti, non tutti ci riescono (tra l’altro, anche senza essermi cimentato in un film, ci ho provato pure io). Il timbro del regista c’è sempre, che siano i colori accesi, canzoni strazianti (una delle quali dà il titolo al film) o relazioni omosessuali: la determinazione di girare un film vale però il costo di vampirizzare tutto ciò che gli gravita intorno? Amarga Navidad è profondamente autocritico (dalla serie: “sopportatemi, sono fatto così”) ma anche indulgente: il regista si mette davanti allo specchio, si assolve, si accusa, si riscrive. Noi restiamo lì a guardarlo, forse con un po’ troppo distacco, come quando si guarda qualcuno che parla da solo in un bar alle due di notte. E alla fine non è chiaro se ciò che abbiamo visto sia una confessione o, più semplicemente, cinema.
#almodovar #amargaNavidad #Cinema #film #recensione -
Recensione “Amarga Navidad”: Tra Pedro e Realtà
Stasera mi sono avvicinato a piazza della Repubblica pensando di trovarmi a Cannes. Certo, via Nazionale non è esattamente la Croisette (ovviamente è meglio, di che parliamo), ma è stato interessante vedere un nuovo film di Pedro Almodóvar a Roma, in contemporanea con la proiezione del Festival di Cannes. In questa danza tra realtà e finzione, Amarga Navidad si inserisce perfettamente, dando al regista spagnolo la possibilità di mettere in scena i suoi dubbi creativi, il suo bisogno di girare film, anche a costo di realizzare qualcosa di imperfetto. Dove finisce la realtà e dove comincia la rappresentazione artistica? Fino a dove può spingersi un’ispirazione, se arriva da qualcosa di doloroso, di reale? E i personaggi, sono solo un’ombra di persone realmente esistenti, o ricalcano carattere e ruoli di coloro che circondano la vita del regista? La riflessione, seppur non particolarmente originale, è affascinante, anche se Almodóvar troppo spesso dà l’impressione di aver voluto girare un film terapeutico su se stesso, lasciando il pubblico seduto in sala a guardarlo mentre si ricuce le ferite davanti allo specchio. Lo so, fa sempre bene cercare bellezza e significato, anche quando un grande autore sa benissimo di non essere più nel suo momento migliore (che poi è una cosa tremendamente umana).
Elsa, una regista di spot pubblicitari, dopo due film andati male e la morte della madre, sente il bisogno di mettersi a scrivere con l’intenzione di tornare al più presto dietro la macchina da presa. Una serie di dolorose emicranie spinge la donna a lasciare il premuroso compagno a Madrid per trascorrere qualche giorno di relax nell’isola di Lanzarote. Questa storia però altro non è se non la nuova sceneggiatura di un autore di fama mondiale, Raul, in cui Elsa è un alter ego del regista stesso, alle prese con il blocco dello scrittore e un soggetto vagamente ispirato alla sua vita, tramite il quale spera di superare la perdita della madre e i problemi di comunicazione con il fidanzato e con la storica assistente.
Woody Allen, nel suo capolavoro Io e Annie, raccontava quanto fosse importante raggiungere la perfezione tramite l’arte, “perché è talmente difficile nella vita”. Pedro Almodóvar realizza invece un film volutamente imperfetto per rappresentare il bisogno di esprimersi, la necessità di raccontare se stesso tramite una storia, tramite l’arte. Lo fanno in tanti, non tutti ci riescono (tra l’altro, anche senza essermi cimentato in un film, ci ho provato pure io). Il timbro del regista c’è sempre, che siano i colori accesi, canzoni strazianti (una delle quali dà il titolo al film) o relazioni omosessuali: la determinazione di girare un film vale però il costo di vampirizzare tutto ciò che gli gravita intorno? Amarga Navidad è profondamente autocritico (dalla serie: “sopportatemi, sono fatto così”) ma anche indulgente: il regista si mette davanti allo specchio, si assolve, si accusa, si riscrive. Noi restiamo lì a guardarlo, forse con un po’ troppo distacco, come quando si guarda qualcuno che parla da solo in un bar alle due di notte. E alla fine non è chiaro se ciò che abbiamo visto sia una confessione o, più semplicemente, cinema.
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Il #film di oggi è #lafelicitaedietrolangolo di #etiennechatiliez #michelserrault #sabineazema #commedia #unofilm #cinema #unocinema #filmastodon #recensioni
https://www.valeriotagliaferri.it/la-felicita-e-dietro-langolo-di-etienne-chatiliez/
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📼 Mixtape riavvolge il fascino delle cassette anni Novanta: nostalgico, intimo, imperfetto quanto basta per riascoltare il passato con occhi nuovi. #Recensione #Mixtape
🔗 https://www.spaziogames.it/recensioni/recensione-mixtape-come-una-vecchia-cassetta-anni-novanta
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🏡 Cozy Sticker Ville trasforma la costruzione di un villaggio in un rituale creativo: adesivo dopo adesivo, nasce un piccolo mondo da curare. #CozyGaming #Recensione
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La #commediadelladomenica è il #film #noncirestachepiangere di #robertobenigni e #massimotroisi #unofilm #cinema #unocinema #filmastodon #recensioni #paolobonacelli #commedia #commediadelladomenica
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Il #film di oggi è #mammaroma di #pierpaolopasolini #annamagnani #unofilm #cinema #unocinema #biancoenero #cinemaitaliano #recensioni #filmastodon
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Il #film di oggi è #starwars #limperocolpisceancora di #irvinkershner #gerogelucas #unofilm #cinema #unocinema #filmastodon #recensioni #guerrestellari #maythe4th #maythe4thBeWithYou #yoda #silviospaccesi #darthvader
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[libro] La rivoluzione delle onde gravitazionali
Autrice: Matteo Barsuglia
Titolo: La rivoluzione delle onde gravitazionali
Editore: Hoepli
Altro: ISBN 9788836018642; 206 p.; 19,90€; I ed. 2025; genere: divulgazione scientificaVoto: 8/10
10^-18 metri. È una misura che è difficilissima da immaginare. Un miliardesimo di miliardesimo di metro. Se un protone fosse una pallina – non lo è – avrebbe più o meno quel raggio. Lo spessore di un capello, circa 10^-4 m, è una misura gigantesca di fronte a 10^-18 metri. Quando andai a visitare Virgo, a Cascina, la nostra guida ci disse: è come tentare di misurare di quanto si è alzato il livello del mare versandoci dentro un bicchiere d’acqua.
10^-18 m è quanto bisogna misurare su una distanza di 3 km. Qualsiasi fenomeno fisico sulla Terra genera spostamenti molto superiori a questa misura. Un trattore che ara nelle vicinanze del rivelatore, le onde del mare che si infrangono sulla costa. Un terremoto dall’altra parte del pianeta. Il riscaldamento della strumentazione durante il suo utilizzo. Tutto quello che vi viene in mente può disturbare questa misura. I fisici ci hanno aggiunto tutto quello che viene in mente a loro. Una specie di incubo.
Bisogna partire da qui per capire quanto è stato difficile rilevare le onde gravitazionali. Secondo la teoria della relatività generale di Einstein lo spazio in cui siamo immersi non è una struttura rigida uniforme. Si allunga e si accorcia a seconda della materia che lo popola. E quanto questa materia si scontra può generare nello spazio delle onde, proprio come fa un sasso gettato in uno stagno. Quando le masse che si scontrano sono inimmaginabili, tipo due buchi neri che si scontrano e si fondono, queste onde allungano e restringono lo spazio (e in contemporanea accelerano e rallentano il tempo) di frazioni minuscole. Quando queste onde arrivano a noi, l’ordine di grandezza di questi allungamenti e accorciamenti si misurano appunto in 10^-18 m su 3 km.
Teorizzate quindi da Einstein nel 1916, nel 1957 alcuni fisici poco sani di mente si misero in testa che le onde gravitazionali potessero essere in qualche modo rilevabili. Sì, ma come? 58 anni di studi, prove, delusioni, idee geniali e nel settembre del 2015 la prima conferma: abbiamo misurato gli effetti di un’onda gravitazionale!
Barsuglia in questo libro ci porta per mano nelle varie fasi di questa avventura: perché è importante misurare queste onde, le sfide che sono state superate, gli obiettivi ambiziosi prossimi venturi, cosa ci riserverà il futuro. Come direttore di ricerca del CNRS di Parigi, coordinatore del gruppo francese dei fisici di Virgo per la sua messa a punto, attualmente responsabile del progetto di ricerca per la Francia, Barsuglia è la persona ideale per raccontarci questa avventura incredibile.
Buona lettura!
Avvertenza: Per via di strane coincidenze, ho ricevuto questo libro in regalo dall’autore stesso. Mi riservo di fargli due domande se lo incontro di nuovo: che cavolo è il vuoto compresso? E perché fare un rilevatore di onde gravitazionali in Giappone, patria dei terremoti, visto che anche gli starnuti degli scienziati possono disturbare le rivelazioni?
#divulgazioneScientifica #laRivoluzioneDelleOndeGravitazionali #libro #matteoBarsuglia #recensione #virgo -
Capitolo 437: Il Silenzio dei Cinefili
Si avvicina l’inizio di Cannes e, come capita spesso prima di un grande festival, i cinefili e le cinefile di tutto il mondo trattengono il respiro, prendono la rincorsa, in vista di quei dieci giorni di immersione cinematografica. O forse il silenzio dei cinefili è solo un gioco di parole per introdurvi il primo dei grandi film che ho visto in questo capitolo? Chissà. Aprile è volato e con esso anche i 18 film visti durante il mese: un cospicuo bottino filmico, che contribuisce a rendere il 2026, per ora, uno degli anni cinematograficamente più prolifici da quando tengo il conto su Letterboxd (cioè da gennaio 2014). In tutto ciò il progetto Film People va avanti, siamo arrivati a quota 240 ritratti nati dalla scelta del proprio film preferito (ora potete scriverlo anche voi, anche se non potete partecipare fisicamente al progetto, provare per credere!) e, insomma, il cinema è sempre al centro di tutto: tempo libero, lavoro, passione, scrittura. In silenzio o no.
Il Silenzio degli Innocenti (1991): Un paio di settimane fa il capolavoro di Jonathan Demme è tornato in sala per tre giorni. Non sono andato a rivederlo al cinema e mi resterà il rimpianto di non averlo mai visto in una sala cinematografica, ma che importa: ho comunque avuto voglia di rivederlo ancora una volta e ho goduto lo stesso. La recluta dell’FBI Jodie Foster viene inviata a colloquio con un geniale assassino rinchiuso in un ospedale psichiatrico (ovviamente Anthony Hopkins), con la speranza di estorcergli la chiave per arrivare a un sadico serial killer di donne, che ha appena rapito la sua prossima vittima. Non so se è il miglior thriller di tutti i tempi, forse sì, ma è sicuramente uno dei più grandi film degli anni 90, con interpretazioni pazzesche e personaggi iconici (Hannibal Lecter!), un grande colonna sonora (American Girl e Goodbye Horses su tutte) e una storia che non smette un attimo di appassionarti, anche se l’hai già vista una decina di volte. Capolavoro, lo trovate su Prime Video.
•••••Con Una Mano Ti Rompo Con Due Piedi Ti Spezzo (1972): Come ho già accennato sulla recensione di Mortal Kombat II, quando andavo alle elementari, tra un film di Bud Spencer e Terence Hill, un Fantozzi e un Guerre Stellari, mi capitava spesso di finire sui canali locali per scovare dei b-movie di fantascienza o di kung fu, innamorandomene, come nel caso di questo film di Jimmy Wang Yu. Mi è tornato in mente qualche giorno fa e da là è stato un attimo cercare di rivederlo dopo circa quattro decenni. Lo stesso Jimmy Wang Yu è l’allievo di una scuola di arti marziali costretto a vendicarsi di una scuola rivale che, dopo aver assoldato i migliori combattenti di tutta l’Asia (tra cui un maestro indiano che in realtà è un cinese con la faccia dipinta di nero!), ha ucciso tutti i compagni del protagonista. Il buon Jimmy riesce a cavarsela ma deve lasciare sul pavimento il suo braccio destro e predisporre la sua vendetta senza un arto (come suggerisce il titolo internazionale, One Armed Boxed, oltre al piuttosto didascalico titolo italiano). Su novanta minuti di film, ce ne sono almeno ottanta in cui si menano come fabbri, con effetti sonori da videogioco (il suono di un colpo di frusta dopo ogni colpo) e alcune sequenze che sembrano uscite fuori dal Benny Hill Show (c’è un tizio, poggiato sulle mani a testa in giù, che cammina in stop motion velocizzato!). Insomma, è tutto talmente brutto da essere bellissimo. Ho amato rivederlo ma, senza offesa, non ve lo consiglio.
•••½Paz! (2002): Ogni studente del DAMS che si rispetti conosce la famosa scena dell’esame su Apocalypse Now. Scusate, ma non sono io che faccio le regole. Ricordo che nel 2005, quando cercavo casa a Bologna (volevo fare là la magistrale, ma dopo tre giorni cambiai idea e tornai a Roma), ogni annuncio che trovavo era accompagnato da un poscritto che diceva “No Dams”. Dopo aver visto questo film ho capito il perché: in questo enorme omaggio ad Andrea Pazienza e ai suoi personaggi, c’è una Bologna piena di fermento creativo, piatti sporchi, caos interiori, voglia di spaccare il mondo e di provare qualcosa, che sia un’emozione, un dolore, o anche solo un trip. Tantissimi i volti noti: da Claudio Santamaria a Giovanni Lindo Ferretti, da Gino Castaldo a Giorgio Tirabassi, da Ricky Memphis a Giampaolo Morelli, da Vittoria Puccini ad Antonio Rezza, Frankie Hi NRG e altri. La regia di Renato De Maria è frenetica come i personaggi che racconta e forse è per questo che funziona (ma anche per bellissima colonna sonora, dove spiccano CCCP e Skiantos). Ai tempi è stato davvero un cult tra gli studenti DAMS, ma forse lo avranno amato anche gli studenti delle altre facoltà. Fatemi sapere.
•••½The Visit (2015): Di solito M. Night Shyamalan riesce ad azzeccare perfettamente l’incipit dei suoi film, ti cattura subito, ti tiene stretto alla storia e poi, piano piano, ti delude nel terzo atto del film, dove non sempre riesce a mantenere credibile la trama e alta la tensione. Stavolta, pur perdendo qualche colpo nel finale, si porta a casa un film davvero ben fatto: due adolescenti, un fratello e una sorella, decidono di andare finalmente a trascorrere una settimana a casa dei nonni che non hanno mai conosciuto, con la speranza di trovare il modo di ricucire il rapporto tra loro madre e i suoi genitori, che non si parlano più da anni. La sorella maggiore decide di girare un documentario per raccontare questo incontro ed è forse questa l’idea più interessante del film. I due anziani sono un po’ eccentrici e, notte dopo notte, si comportano in modo sempre più strano, a cominciare dalla regola che impongono ai nipotini: non uscire dalla loro camera dopo le 21.30. Personalmente ho un debole per i mockumentary, credo che siano uno dei modi più efficaci per veicolare la paura (vedi lo straordinario Rec, ma anche l’interessante L’Ultimo Esorcismo): Shyamalan grazie a questo espediente riesce a colpire nel segno, mantenendo la tensione alta per tutto il tempo. Bello, lo trovate su Netflix.
•••½Hook (1991): Nell’aprile del 1992, da grande appassionato di film horror, chiesi a mio padre di accompagnarmi al cinema per vedere La Casa Nera di Wes Craven. Purtroppo il film era vietato ai minori di 13 o 14 anni (io ne avevo quasi 10 e mezzo), così dovetti ripiegare su questo film di Steven Spielberg, che avevo già scartato a priori in quanto lo ritenevo “troppo commerciale” (a 10 anni già snobbavo i blockbuster, mi spiego moltissime cose!). Neanche a dirlo, lo trovai un filmone. Robin Williams è un impegnatissimo uomo d’affari che trascura la famiglia e, quel che peggio, non ricorda affatto che, da bambino, era nientepopodimeno che Peter Pan. Quando Dustin Hoffman, ovvero Capitan Uncino, rapisce i suoi due figli, Peter è costretto a tornare sull’Isola Che Non C’è per reimparare tutto ciò che ha dimenticato e salvare la prole (grazie all’aiuto di Julia Roberts, che più che essere una fatina è proprio una fata). L’idea è stupenda e alcune scene sono pazzesche, come quando uno dei bimbi sperduti modella il viso di Robin Williams per cercare di ritrovare i segni di quel bambino che era. Dustin Hoffman, con tanto di accento britannico e innata simpatia, è il migliore in campo per distacco, ma tutto il cast è davvero speciale (c’è spazio anche per Bob Hoskins nei panni di Spugna!). Non lo vedevo da tanto e solo ora mi accorgo di quanto mi fosse mancato. Sempre splendido, lo trovate su Prime.
••••[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
#Cinema #conUnaManoTiRompoConDuePiediTiSpezzo #film #hook #ilSilenzioDegliInnocenti #oneArmedBoxer #paz #recensione #theVisit
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Capitolo 437: Il Silenzio dei Cinefili
Si avvicina l’inizio di Cannes e, come capita spesso prima di un grande festival, i cinefili e le cinefile di tutto il mondo trattengono il respiro, prendono la rincorsa, in vista di quei dieci giorni di immersione cinematografica. O forse il silenzio dei cinefili è solo un gioco di parole per introdurvi il primo dei grandi film che ho visto in questo capitolo? Chissà. Aprile è volato e con esso anche i 18 film visti durante il mese: un cospicuo bottino filmico, che contribuisce a rendere il 2026, per ora, uno degli anni cinematograficamente più prolifici da quando tengo il conto su Letterboxd (cioè da gennaio 2014). In tutto ciò il progetto Film People va avanti, siamo arrivati a quota 240 ritratti nati dalla scelta del proprio film preferito (ora potete scriverlo anche voi, anche se non potete partecipare fisicamente al progetto, provare per credere!) e, insomma, il cinema è sempre al centro di tutto: tempo libero, lavoro, passione, scrittura. In silenzio o no.
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Recensione “Mortal Kombat II”: Colpi d’Artificio
Nell’autunno del 1995, la versione quindicenne del sottoscritto se ne andava al cinema a vedere il film tratto da quel leggendario videogioco che faceva spesso capolino nei miei piovosi pomeriggi con l’Amiga 600, circondato dal tavolo del Subbuteo e dai poster di Guerre Stellari. Di quel Mortal Kombat non ho molta memoria in realtà, a parte una rocciosa colonna sonora composta da pezzi di Napalm Death e Fear Factory. Trent’anni dopo quel ragazzino è cresciuto e non gioca più a quel picchiaduro che tanto gli piaceva da adolescente. Quel film del 1995 ha invece avuto un reboot nel 2021 (che non ho visto) e ora ha avuto addirittura un sequel. In Mortal Kombat II si menano come fabbri, c’è la giusta dose di cruenza e qualche momento di leggerezza (che è il motivo per cui dentro questo progetto c’è finito Karl Urban, con al seguito un’altra cricca di Boys, meno simpatici ma più letali). Lo so che se siete qui significa che vi piace leggere soprattutto di cinema d’autore, ma oggi avevo voglia di un bel picchiaduro senza trama e con scarsa profondità dei personaggi: ho avuto esattamente quel che volevo e mi sono divertito.
Neanche il tempo di cominciare e di vedere un uomo dare l’ultimo abbraccio alla sua figlioletta, che già stava per arrivare la prima fatality, con uno scontro all’ultimo sangue tra l’uomo di cui sopra e un mostruoso individuo mascherato, Shao Kahn, subito identificabile come il “cattivo” (nonché l’ultimo personaggio da battere nel celebre videogioco). Poco dopo vediamo Karl Urban nei panni di Johnny Cage, uno dei personaggi più iconici ma meno esotici del gioco (voglio dire, come può un attore tamarro, con gli occhiali da sole, essere più fico di uno che scaglia fulmini o di un ninja capace di congelarti all’istante?): quando però afferma di non avere superpoteri ma di essere solo “incredibilmente bello”, ho capito che il film non si sarebbe preso troppo sul serio e questo è stato un bel punto a suo favore. Il resto della trama è solo un mero pretesto per mettere i buoni, cioè i campioni che rappresentano la Terra, contro i cattivi, ovvero i campioni del mondo esterno, che in caso di vittoria permetterebbero a Shao Kahn di soggiogare anche il nostro pianeta. Paura eh?
Urban, finché la sceneggiatura gli permette di essere frivolo, ruba la scena: la sua presenza scenica basta e avanza per mandare avanti la storia, che altro non è se non una galleria di personaggi più o meno noti ai videogiocatori di Mortal Kombat, dove c’è addirittura bisogno di resuscitare Scorpion, Kung Lao, Kano e Sub-Zero (a quanto pare tutti uccisi nel film precedente) per non privare i fan di alcuni dei combattenti più amati del videogame: se questo era lo scopo del regista Simon McQuoid, beh, io ho apprezzato e il pubblico intorno a me anche. Mortal Kombat II è il film adatto per una serata di intrattenimento senza pretese, per chi ama vedere un po’ di spargimenti di sangue a caso, qualche bella fatality e fare un piccolo tuffo nella sua adolescenza. Per uno che da ragazzino si vedeva film di kung fu intitolati Con Una Mano ti Rompo, Con Due Piedi ti Spezzo, non è poco. Allora choose your fighter e picchia duro!
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