#recensione — Public Fediverse posts
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Capitolo 439: Tra Le Nuvole
Ben ritrovati e ben ritrovate. A giugno, causa viaggio verso il Sol Levante, per forza di cose ho dovuto lasciare un po’ da parte il cinema (anche se ciò non mi ha impedito di vedere il film di Spielberg, di cui vi ho già parlato qui!). A parte Disclosure Day, dall’ultimo capitolo pubblicato sul blog ho guardato soltanto otto film, di cui cinque sullo schermo dei quattro aerei presi per raggiungere il Giappone e per tornare in Italia. Nello spazio di oggi vi parlerò soprattutto di questi, ma non prima di avervi riassunto brevemente gli altri tre, accorpati tutti insieme. Se invece vi interessano, le prime foto scattate durante il viaggio le ho già pubblicate sul mio profilo instagram professionale. Al di là di questo è davvero molto bello poter tornare qui a raccontarvi i film, a parlare di cinema, di vita e di tutto il resto. Ci siete ancora, vero? 🙂
Maburosi (1995) / Drive (2011) / Copycat (1995): Prima di partire, dopo l’abbuffata di film sul Giappone fatta a maggio, mi sono concesso il primo film di Kore’eda al cinema. Un dramma famigliare, sempre bellissimo, sempre emozionante. Interessante vedere come tutto il cinema del regista nipponico sia germogliato da questo seme iniziale, che racchiude in molti versi gran parte della sua filmografia. Molto bello (••••). Totalmente diverso è invece Drive di Refn, un cult che ho visto e rivisto più volte da quando è uscito e che continuo ad amare, per le sue atmosfere notturne (una delle Los Angeles più belle mai viste sullo schermo), per gli intrecci di una vicenda che non ti permette di staccare un istante (••••½). Non esattamente all’altezza è invece Copycat di Jon Amiel, con Sigourney Weaver e Holly Hunter alle prese con un serial killer che ama imitare i celebri assassini del passato imitandone il modus operandi, cambiando dunque metodo per ogni omicidio. Sarebbe anche interessante se non fosse stato scritto in maniera così sciatta. Tra l’altro è stato il mio centesimo film visto nel 2026: l’avessi saputo prima, avrei scelto qualcosa di meglio (••½).
Il Maestro (2025): Quando devo prendere un volo intercontinentale, la prima cosa che faccio appena mi siedo in aereo è consultare il catalogo dei film disponibili. Di solito mi concedo come primo film qualcosa che non ho visto, essendo ancora fresco, poi un rewatch di qualcosa che conosco e mi piace (così se mi abbiocco non è un grosso problema) e infine qualcosa di più commerciale, che non credo vedrei in altre occasioni, ma che possa farmi compagnia durante il lungo viaggio. Detto ciò, ad aprire le danze della mia personalissima rassegna cinematografica a bordo del primo volo Ethiad è stato il nuovo film di Andrea Di Stefano (già regista del bellissimo L’Ultima Notte di Amore). Favino è un ex campione di tennis che ora ha la panzetta e un passato decisamente sopra le righe. Per mantenersi occupato prova a rilanciarsi diventando il maestro di tennis di un ragazzo timido, schiacciato dalle aspettative del padre, che spera di avere in casa il futuro del tennis italiano. Un road movie tra campi di terra battuta, in cui sia il maestro che l’allievo potranno imparare qualcosa l’uno dall’altro (uno l’importanza di essere una persona affidabile, l’altro il sapore della libertà). Mi è piaciuto, mi sono divertito e, se ci fosse stato un finale un pizzico più potente, sarebbe potuto essere davvero una rivelazione. Di Stefano è bravo, regista da tenere d’occhio.
•••½La Vita Segreta di Walter Mitty (2013): Uno dei film che hanno ispirato il mio libro La Strada Altrove, come vi racconto qui. Non lo vedevo da molti anni e sono stato felicissimo di ritrovarlo: Ben Stiller è un timido archivista di Life alle prese con l’ultima copertina del celebre magazine cartaceo, prima della dolorosa transizione al digitale. La foto l’ha scattata Sean Penn, in una sorta di parodia di Steve McCurry, ma viene incredibilmente perduta. Il timido Ben Stiller si lancia così all’inseguimento del fotografo per cercare di recuperare il negativo, in un giro del mondo che gli permetterà di varcare soprattutto i confini di se stesso. Colonna sonora pazzesca e finale meraviglioso, una commedia forse un po’ bistrattata e sottovalutata, che ancora oggi si mantiene fresca, interessante, piena di momenti degni di nota. E soprattutto, uno dei film che meglio riesce a trasmettere la potenza della fotografia e la sua capacità di riassumere in uno scatto un momento di eternità. Bellissimo.
••••The Running Man (2025): Dopo lo scalo ad Abu Dhabi, mi aspettavano altre dieci ore di volo per raggiungere Tokyo. Tra l’inevitabile abbiocco e qualche riga di un libro, mi sono concesso l’ultimo film del volo d’andata, il remake di un cult anni 80 che vedeva Arnold Schwarzenegger nei panni del protagonista. Il punto di partenza è sempre l’omonimo romanzo di Stephen King, ma stavolta a prestare il volto al personaggio principale è Glen Powell che, a differenza del film di quarant’anni fa, non interpreta un galeotto in cerca di grazia, bensì un disoccupato disperato che ha bisogno di denaro per curare la figlia malata. Per riuscirci si iscrive a un celebre programma televisivo nel quale i concorrenti devono sfuggire a una squadra di cacciatori professionisti incaricati di eliminarli entro trenta giorni. Chi riesce a sopravvivere fino alla fine si porta a casa un premio tanto ricco quanto improbabile. Edgar Wright conosce il suo mestiere, questo è poco ma sicuro, e il manicheismo della vicenda riesce spesso a risultare anche divertente. Se solo il film non fosse così ingenuo in alcuni passaggi, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più di un semplice intrattenimento da volo intercontinentale. Detto questo, il film ha svolto il suo compito: mi ha fatto passare il tempo senza guardare l’orologio una sola volta e, dopo le sei ore del primo volo e altre due di scalo, non era affatto scontato.
•••A Pale View of Hills (2025): Durante il viaggio di ritorno mi aveva incuriosito l’idea di vedere un film giapponese che non avevo mai sentito. Questo qui, diretto da Kei Ishikawa, era addirittura stato presentato a Cannes (sezione Un Certain Regard), quindi le premesse per un buon film c’erano tutte. La storia si svolge su due piani temporali diversi: a Hiroshima negli anni 50, in cui una donna incinta incontra un’altra donna, che vorrebbe lasciare il Giappone per assicurarsi un futuro negli Stati Uniti e l’Inghilterra degli anni 80, in cui una ragazza di origini giapponesi vorrebbe scrivere un libro sul passato di sua madre (la donna incinta di cui sopra). Mentre i ricordi scivolano via senza mai sorprendere né emozionare, mi domandavo spesso perché non avessi scelto un altro film. E continuo a domandarmelo ancora adesso, nonostante qualche spunto sia anche interessante (soprattutto la citazione di Ozu, con il suocero che viene a trovare la famigliola e l’unica che sembra avere tempo da dedicargli sia lei, sua nuora). Non credo che sarà distribuito in Italia e, beh, non ci perderemo chissà cosa.
••½Casablanca (1942): Dopo le prime dieci ore di volo e altre due di scalo, per concludere in bellezza prima dell’atterraggio a Fiumicino avevo bisogno di qualcosa che durasse poco e, soprattutto, fosse bellissima. Entrambi i requisiti sono ampiamente rispettati da questo immortale capolavoro di Michael Curtiz, che è anche uno dei miei film preferiti in assoluto: non mi stancherò mai di vederlo. Al di là del memorable triangolo amoroso tra Humphrey Bogart/Rick, Ingrid Bergman/Ilsa e il triestino (ma austriaco, essendo del 1908) Paul Henreid/Viktor Laszlo, è la componente idealista a emozionare. Ed è così che, alla ventesima visione (numero casuale ma non lontano dalla realtà, presumo), mi sono ritrovato commosso anche a bordo di un aereo, durante la scena in cui i clienti del bar di Rick intonano la Marsigliese davanti ai soldati tedeschi, incalzati da Laszlo. Lo so, è una scena intrisa di retorica, ma credo che sia uno dei momenti di cinema più belli di sempre. Boh, ma che altro c’è da dire su questo film? Un capolavoro, punto. Poco dopo, il mio aereo toccava finalmente il suolo romano, dopo oltre dieci giorni di Giappone. Ma questa è davvero un’altra storia.
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Capitolo 438: Verso Tokyo
Maggio è quasi finito e in questo mese, per ora, ho visto la miseria di undici film. Poi però ho notato che negli ultimi anni, a maggio, ho sempre guardato tra gli undici e i tredici film e mi sono tranquillizzato: niente di nuovo dunque (ma sarebbe bello capire il perché di questo calo proprio a maggio!). In questo capitolo trovate cinque film di cui tre e mezzo ambientati a Tokyo, ma tutti diretti da registi stranieri, vi state chiedendo il motivo? Dovreste. Forse avete già capito la risposta, ma effettivamente tra un paio di settimane un altro straniero, molto meno importante di quelli di cui vi parlerò tra poco, volerà in Giappone per raccontare quelle stesse città attraverso le sue immagini. Ma questa è un’altra storia (di cui, se vi interessa, potete seguire gli sviluppi su instagram).
Fargo (1996): Prima di volare nel Sol Levante, andiamo un attimo tra North Dakota e Minnesota, dove si svolgono le vicende di uno dei film più amati e memorabili dei fratelli Coen, in cui il venditore d’auto William H. Macy, pieno di debiti, decide di organizzare il finto rapimento della moglie per spillare soldi al suocero. Ovviamente tutto andrà malissimo e infatti il film è un’escalation continua di errori, equivoci e violenza improvvisa, sulla quale indaga la magnifica poliziotta Frances McDormand (Oscar per lei, oltre che per la sceneggiatura), gentile, apparentemente innocua, ma più intelligente di qualunque individuo che le gravita intorno. Visivamente è incredibile come i Coen riescano a trasformare la neve in qualcosa di quasi metafisico dove gli spazi vuoti e i silenzi amplificano ancora di più il rosso del sangue acceso nel bianco assoluto. La provincia statunitense, lontana da tutto, banale, ordinaria, che improvvisamente si sporca di violenza e avidità (potrebbe essere una storia vera, come recita l’incipit, ma di vero c’è solo la stupidità umana). Un gioiello, lo trovate su Mubi (che potete vedere gratis per 30 giorni cliccando qui).
••••Kill Bill Vol. 1 (2003): Cominciamo il viaggio verso il Giappone. Quando la sera non sai cosa vedere in tv e ti capita su Netflix il volto di Uma Thurman con la katana in mano, è difficile non resistere alla tentazione di cliccare play e fare l’ennesimo rewatch di questo film stupendo di Quentin Tarantino (che ho sempre amato più del volume successivo, anche se di poco). La bionda Uma si sveglia dal coma e ricorda perfettamente come c’è finita: tradita dalla sua banda di spietati assassini e letali assassine, capeggiata da David Carradine (il Bill del titolo), che ha ucciso la sua bambina e suo marito proprio nel giorno del loro matrimonio. L’unico suo desiderio è ovviamente la vendetta, da qui un revenge movie che ha fatto epoca. Rivedendolo dopo molti anni ho visto una quantità clamorosa di cose entrate nell’immaginario collettivo, se non diventate proprio di culto: dalla sirena del telefilm Ironside, firmata da Quincy Jones, alla spada di Hattori Hanzo, dalle asics gialle con bande nere al motivo fischiettato da Daryl Hannah (Twisted Nerve di Bernard Herrmann). Uno show visivo, un’esplosione di colori e di violenza spettacolare (dove spicca la sequenza nella House of Blue Leaves e i suoi 88 folli), una sfilza di dialoghi epocali e la voglia di andare al cinema per guardare The Whole Bloody Affair, ovvero i due volumi proiettati come un solo film (con l’aggiunta di alcune scene inedite), che arriverà nei cinema proprio questa settimana. Faccio sempre una fatica sovrumana a decidere una Top 3 del cinema di Tarantino, ma trovo difficile non inserire questo film (il problema è: quale lasciare fuori?). Se volete rivederlo senza dover restare chiusi in sala per quattro ore e mezza, lo trovate su Netflix. Un piccolo extra: recentemente è stato scelto come film della vita da una delle partecipanti al progetto Film People, che vi invito sempre a seguire.
••••½Lost in Translation (2003): Restiamo nel 2003, restiamo con uno dei film più amati in Film People e, soprattutto, restiamo a Tokyo. Quando ci si prepara a partire per il Giappone, è praticamente obbligatorio riguardare questo magnifico gioiello di Sofia Coppola, intriso di tenerezza e romanticismo, senza mai sembrare banale, scontato o prevedibile. Bill Murray è in Giappone per girare uno spot televisivo, Scarlett Johansson è una ragazza vagamente depressa che ha accompagnato in trasferta l’impegnatissimo marito Giovanni Ribisi, fotografo di moda. I due alloggiano nello stesso hotel e le loro solitudini si incontrano, sostenendosi l’un l’altra, sfiorandosi e poi abbracciandosi durante una settimana in cui i loro cuori si tengono per mano. Tantissime le scene iconiche, per uno dei film più amati di questo secolo, girato in maniera rocambolesca (Bill Murray era irreperibile e si presentò a Tokyo il giorno in cui sono iniziate le riprese senza che nessuno aveva sue notizie da tempo, come racconta Gabriele Niola in questo bellissimo video) e concluso solo grazie alla tempra e alla determinazione della regista. Uno di quei film che a ogni visione ti restituisce sempre moltissimo, grazie alla chimica di una coppia di interpreti che hanno forse colto il ruolo della vita. Sempre bellissimo, lo trovate su Netflix.
••••Tokyo! (2008): Un discreto spiedino cinematografico, dove sono infilati tre racconti differenti diretti da tre registi niente male: Michel Gondry, Leos Carax e Bong Joon Ho. Ovviamente, tutti e tre i corti sono ambientati nella capitale nipponica. Gondry racconta la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo in cerca di un futuro diverso, ma le cose sono più complicate del previsto: trovare casa è un inferno (mai quanto cercarla a Roma nell’anno del Giubileo, posso garantire), trovare un lavoretto per fare due soldi è anche complicato e la frustrazione aumenta, fino a trasformare la storia in una favola inaspettata (e molto graziosa). Carax ci introduce invece il personaggio di Merde, che poi ritroveremo in Holy Motors: Denis Lavant è fenomenale come sempre e le riprese rubate alla città sono divertenti, soprattutto quando il protagonista, un uomo mostruoso che vive nelle fogne, gira per Tokyo spiazzando i cittadini, ignari di essere ripresi. Bong racconta invece la storia di un hikikomori, un uomo che ha scelto di vivere dentro casa che però, innamorandosi di un’altra reclusa, si fa coraggio ed esce finalmente di casa per poterla ritrovare (è l’episodio più bello). Sapete che non amo i film a episodi, quindi il mio entusiasmo è piuttosto raffreddato dal fatto di dover entrare in tre storie differenti. Al di là di questo è un esperimento interessante.
•••Tokyo-Ga (1985): Come si fa a partire per il Giappone senza aver mai visto questo bellissimo documentario di Wim Wenders, in cui l’autore tedesco visita Tokyo vent’anni dopo la morte di Ozu, per verificare cosa è rimasto di lui nel Giappone di oggi (beh, in quello del 1983, ovviamente, in cui si è recato durante le pause di lavorazione di Paris, Texas). Wenders vaga per la città, cogliendo immagini di vita quotidiana e cercando di trovare in un bambino che fa i capricci o in un gruppo di ragazzi che gioca a baseball gli stessi caratteri dei film del grande regista giapponese. Poi intervista il suo attore feticcio (Chishū Ryū) e il suo storico direttore della fotografia, trasformando quello che somiglia a un magnifico vlog di viaggio in un documentario più canonico. Ci sono momenti di pura bellezza, tra cui le riflessioni fuori campo dello stesso Wenders e gli incontri con Werner Herzog e Chris Marker ma i picchi di incredibile meraviglia sono un po’ strozzati da lunghe sequenze su salagiochi, golf club e artigiani che creano cibo di cera per le vetrine dei ristoranti, perdendo un po’ di mira l’intento che Wenders si è prefissato nell’incipit, ovvero quello di ritrovare tracce della società raccontata da Ozu. Resta un lavoro di clamorosa bellezza, nella città dove lo stesso regista tornerà dopo quarant’anni per girare uno dei film più belli di questo decennio: Perfect Days.
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Maggio è quasi finito e in questo mese, per ora, ho visto la miseria di undici film. Poi però ho notato che negli ultimi anni, a maggio, ho sempre guardato tra gli undici e i tredici film e mi sono tranquillizzato: niente di nuovo dunque (ma sarebbe bello capire il perché di questo calo proprio a maggio!). In questo capitolo trovate cinque film di cui tre e mezzo ambientati a Tokyo, ma tutti diretti da registi stranieri, vi state chiedendo il motivo? Dovreste. Forse avete già capito la risposta, ma effettivamente tra un paio di settimane un altro straniero, molto meno importante di quelli di cui vi parlerò tra poco, volerà in Giappone per raccontare quelle stesse città attraverso le sue immagini. Ma questa è un’altra storia (di cui, se vi interessa, potete seguire gli sviluppi su instagram).
Fargo (1996): Prima di volare nel Sol Levante, andiamo un attimo tra North Dakota e Minnesota, dove si svolgono le vicende di uno dei film più amati e memorabili dei fratelli Coen, in cui il venditore d’auto William H. Macy, pieno di debiti, decide di organizzare il finto rapimento della moglie per spillare soldi al suocero. Ovviamente tutto andrà malissimo e infatti il film è un’escalation continua di errori, equivoci e violenza improvvisa, sulla quale indaga la magnifica poliziotta Frances McDormand (Oscar per lei, oltre che per la sceneggiatura), gentile, apparentemente innocua, ma più intelligente di qualunque individuo che le gravita intorno. Visivamente è incredibile come i Coen riescano a trasformare la neve in qualcosa di quasi metafisico dove gli spazi vuoti e i silenzi amplificano ancora di più il rosso del sangue acceso nel bianco assoluto. La provincia statunitense, lontana da tutto, banale, ordinaria, che improvvisamente si sporca di violenza e avidità (potrebbe essere una storia vera, come recita l’incipit, ma di vero c’è solo la stupidità umana). Un gioiello, lo trovate su Mubi (che potete vedere gratis per 30 giorni cliccando qui).
••••Kill Bill Vol. 1 (2003): Cominciamo il viaggio verso il Giappone. Quando la sera non sai cosa vedere in tv e ti capita su Netflix il volto di Uma Thurman con la katana in mano, è difficile non resistere alla tentazione di cliccare play e fare l’ennesimo rewatch di questo film stupendo di Quentin Tarantino (che ho sempre amato più del volume successivo, anche se di poco). La bionda Uma si sveglia dal coma e ricorda perfettamente come c’è finita: tradita dalla sua banda di spietati assassini e letali assassine, capeggiata da David Carradine (il Bill del titolo), che ha ucciso la sua bambina e suo marito proprio nel giorno del loro matrimonio. L’unico suo desiderio è ovviamente la vendetta, da qui un revenge movie che ha fatto epoca. Rivedendolo dopo molti anni ho visto una quantità clamorosa di cose entrate nell’immaginario collettivo, se non diventate proprio di culto: dalla sirena del telefilm Ironside, firmata da Quincy Jones, alla spada di Hattori Hanzo, dalle asics gialle con bande nere al motivo fischiettato da Daryl Hannah (Twisted Nerve di Bernard Herrmann). Uno show visivo, un’esplosione di colori e di violenza spettacolare (dove spicca la sequenza nella House of Blue Leaves e i suoi 88 folli), una sfilza di dialoghi epocali e la voglia di andare al cinema per guardare The Whole Bloody Affair, ovvero i due volumi proiettati come un solo film (con l’aggiunta di alcune scene inedite), che arriverà nei cinema proprio questa settimana. Faccio sempre una fatica sovrumana a decidere una Top 3 del cinema di Tarantino, ma trovo difficile non inserire questo film (il problema è: quale lasciare fuori?). Se volete rivederlo senza dover restare chiusi in sala per quattro ore e mezza, lo trovate su Netflix. Un piccolo extra: recentemente è stato scelto come film della vita da una delle partecipanti al progetto Film People, che vi invito sempre a seguire.
••••½Lost in Translation (2003): Restiamo nel 2003, restiamo con uno dei film più amati in Film People e, soprattutto, restiamo a Tokyo. Quando ci si prepara a partire per il Giappone, è praticamente obbligatorio riguardare questo magnifico gioiello di Sofia Coppola, intriso di tenerezza e romanticismo, senza mai sembrare banale, scontato o prevedibile. Bill Murray è in Giappone per girare uno spot televisivo, Scarlett Johansson è una ragazza vagamente depressa che ha accompagnato in trasferta l’impegnatissimo marito Giovanni Ribisi, fotografo di moda. I due alloggiano nello stesso hotel e le loro solitudini si incontrano, sostenendosi l’un l’altra, sfiorandosi e poi abbracciandosi durante una settimana in cui i loro cuori si tengono per mano. Tantissime le scene iconiche, per uno dei film più amati di questo secolo, girato in maniera rocambolesca (Bill Murray era irreperibile e si presentò a Tokyo il giorno in cui sono iniziate le riprese senza che nessuno aveva sue notizie da tempo, come racconta Gabriele Niola in questo bellissimo video) e concluso solo grazie alla tempra e alla determinazione della regista. Uno di quei film che a ogni visione ti restituisce sempre moltissimo, grazie alla chimica di una coppia di interpreti che hanno forse colto il ruolo della vita. Sempre bellissimo, lo trovate su Netflix.
••••Tokyo! (2008): Un discreto spiedino cinematografico, dove sono infilati tre racconti differenti diretti da tre registi niente male: Michel Gondry, Leos Carax e Bong Joon Ho. Ovviamente, tutti e tre i corti sono ambientati nella capitale nipponica. Gondry racconta la storia di una coppia che si trasferisce a Tokyo in cerca di un futuro diverso, ma le cose sono più complicate del previsto: trovare casa è un inferno (mai quanto cercarla a Roma nell’anno del Giubileo, posso garantire), trovare un lavoretto per fare due soldi è anche complicato e la frustrazione aumenta, fino a trasformare la storia in una favola inaspettata (e molto graziosa). Carax ci introduce invece il personaggio di Merde, che poi ritroveremo in Holy Motors: Denis Lavant è fenomenale come sempre e le riprese rubate alla città sono divertenti, soprattutto quando il protagonista, un uomo mostruoso che vive nelle fogne, gira per Tokyo spiazzando i cittadini, ignari di essere ripresi. Bong racconta invece la storia di un hikikomori, un uomo che ha scelto di vivere dentro casa che però, innamorandosi di un’altra reclusa, si fa coraggio ed esce finalmente di casa per poterla ritrovare (è l’episodio più bello). Sapete che non amo i film a episodi, quindi il mio entusiasmo è piuttosto raffreddato dal fatto di dover entrare in tre storie differenti. Al di là di questo è un esperimento interessante.
•••Tokyo-Ga (1985): Come si fa a partire per il Giappone senza aver mai visto questo bellissimo documentario di Wim Wenders, in cui l’autore tedesco visita Tokyo vent’anni dopo la morte di Ozu, per verificare cosa è rimasto di lui nel Giappone di oggi (beh, in quello del 1983, ovviamente, in cui si è recato durante le pause di lavorazione di Paris, Texas). Wenders vaga per la città, cogliendo immagini di vita quotidiana e cercando di trovare in un bambino che fa i capricci o in un gruppo di ragazzi che gioca a baseball gli stessi caratteri dei film del grande regista giapponese. Poi intervista il suo attore feticcio (Chishū Ryū) e il suo storico direttore della fotografia, trasformando quello che somiglia a un magnifico vlog di viaggio in un documentario più canonico. Ci sono momenti di pura bellezza, tra cui le riflessioni fuori campo dello stesso Wenders e gli incontri con Werner Herzog e Chris Marker ma i picchi di incredibile meraviglia sono un po’ strozzati da lunghe sequenze su salagiochi, golf club e artigiani che creano cibo di cera per le vetrine dei ristoranti, perdendo un po’ di mira l’intento che Wenders si è prefissato nell’incipit, ovvero quello di ritrovare tracce della società raccontata da Ozu. Resta un lavoro di clamorosa bellezza, nella città dove lo stesso regista tornerà dopo quarant’anni per girare uno dei film più belli di questo decennio: Perfect Days.
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Recensione “Amarga Navidad”: Tra Pedro e Realtà
Stasera mi sono avvicinato a piazza della Repubblica pensando di trovarmi a Cannes. Certo, via Nazionale non è esattamente la Croisette (ovviamente è meglio, di che parliamo), ma è stato interessante vedere un nuovo film di Pedro Almodóvar a Roma, in contemporanea con la proiezione del Festival di Cannes. In questa danza tra realtà e finzione, Amarga Navidad si inserisce perfettamente, dando al regista spagnolo la possibilità di mettere in scena i suoi dubbi creativi, il suo bisogno di girare film, anche a costo di realizzare qualcosa di imperfetto. Dove finisce la realtà e dove comincia la rappresentazione artistica? Fino a dove può spingersi un’ispirazione, se arriva da qualcosa di doloroso, di reale? E i personaggi, sono solo un’ombra di persone realmente esistenti, o ricalcano carattere e ruoli di coloro che circondano la vita del regista? La riflessione, seppur non particolarmente originale, è affascinante, anche se Almodóvar troppo spesso dà l’impressione di aver voluto girare un film terapeutico su se stesso, lasciando il pubblico seduto in sala a guardarlo mentre si ricuce le ferite davanti allo specchio. Lo so, fa sempre bene cercare bellezza e significato, anche quando un grande autore sa benissimo di non essere più nel suo momento migliore (che poi è una cosa tremendamente umana).
Elsa, una regista di spot pubblicitari, dopo due film andati male e la morte della madre, sente il bisogno di mettersi a scrivere con l’intenzione di tornare al più presto dietro la macchina da presa. Una serie di dolorose emicranie spinge la donna a lasciare il premuroso compagno a Madrid per trascorrere qualche giorno di relax nell’isola di Lanzarote. Questa storia però altro non è se non la nuova sceneggiatura di un autore di fama mondiale, Raul, in cui Elsa è un alter ego del regista stesso, alle prese con il blocco dello scrittore e un soggetto vagamente ispirato alla sua vita, tramite il quale spera di superare la perdita della madre e i problemi di comunicazione con il fidanzato e con la storica assistente.
Woody Allen, nel suo capolavoro Io e Annie, raccontava quanto fosse importante raggiungere la perfezione tramite l’arte, “perché è talmente difficile nella vita”. Pedro Almodóvar realizza invece un film volutamente imperfetto per rappresentare il bisogno di esprimersi, la necessità di raccontare se stesso tramite una storia, tramite l’arte. Lo fanno in tanti, non tutti ci riescono (tra l’altro, anche senza essermi cimentato in un film, ci ho provato pure io). Il timbro del regista c’è sempre, che siano i colori accesi, canzoni strazianti (una delle quali dà il titolo al film) o relazioni omosessuali: la determinazione di girare un film vale però il costo di vampirizzare tutto ciò che gli gravita intorno? Amarga Navidad è profondamente autocritico (dalla serie: “sopportatemi, sono fatto così”) ma anche indulgente: il regista si mette davanti allo specchio, si assolve, si accusa, si riscrive. Noi restiamo lì a guardarlo, forse con un po’ troppo distacco, come quando si guarda qualcuno che parla da solo in un bar alle due di notte. E alla fine non è chiaro se ciò che abbiamo visto sia una confessione o, più semplicemente, cinema.
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Stasera mi sono avvicinato a piazza della Repubblica pensando di trovarmi a Cannes. Certo, via Nazionale non è esattamente la Croisette (ovviamente è meglio, di che parliamo), ma è stato interessante vedere un nuovo film di Pedro Almodóvar a Roma, in contemporanea con la proiezione del Festival di Cannes. In questa danza tra realtà e finzione, Amarga Navidad si inserisce perfettamente, dando al regista spagnolo la possibilità di mettere in scena i suoi dubbi creativi, il suo bisogno di girare film, anche a costo di realizzare qualcosa di imperfetto. Dove finisce la realtà e dove comincia la rappresentazione artistica? Fino a dove può spingersi un’ispirazione, se arriva da qualcosa di doloroso, di reale? E i personaggi, sono solo un’ombra di persone realmente esistenti, o ricalcano carattere e ruoli di coloro che circondano la vita del regista? La riflessione, seppur non particolarmente originale, è affascinante, anche se Almodóvar troppo spesso dà l’impressione di aver voluto girare un film terapeutico su se stesso, lasciando il pubblico seduto in sala a guardarlo mentre si ricuce le ferite davanti allo specchio. Lo so, fa sempre bene cercare bellezza e significato, anche quando un grande autore sa benissimo di non essere più nel suo momento migliore (che poi è una cosa tremendamente umana).
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