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#recensione — Public Fediverse posts

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  1. 📼 Mixtape riavvolge il fascino delle cassette anni Novanta: nostalgico, intimo, imperfetto quanto basta per riascoltare il passato con occhi nuovi. #Recensione #Mixtape

    🔗 spaziogames.it/recensioni/rece

  2. 📼 Mixtape riavvolge il fascino delle cassette anni Novanta: nostalgico, intimo, imperfetto quanto basta per riascoltare il passato con occhi nuovi. #Recensione #Mixtape

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  3. 📼 Mixtape riavvolge il fascino delle cassette anni Novanta: nostalgico, intimo, imperfetto quanto basta per riascoltare il passato con occhi nuovi. #Recensione #Mixtape

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  4. 📼 Mixtape riavvolge il fascino delle cassette anni Novanta: nostalgico, intimo, imperfetto quanto basta per riascoltare il passato con occhi nuovi. #Recensione #Mixtape

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  5. Capitolo 437: Il Silenzio dei Cinefili

    Si avvicina l’inizio di Cannes e, come capita spesso prima di un grande festival, i cinefili e le cinefile di tutto il mondo trattengono il respiro, prendono la rincorsa, in vista di quei dieci giorni di immersione cinematografica. O forse il silenzio dei cinefili è solo un gioco di parole per introdurvi il primo dei grandi film che ho visto in questo capitolo? Chissà. Aprile è volato e con esso anche i 18 film visti durante il mese: un cospicuo bottino filmico, che contribuisce a rendere il 2026, per ora, uno degli anni cinematograficamente più prolifici da quando tengo il conto su Letterboxd (cioè da gennaio 2014). In tutto ciò il progetto Film People va avanti, siamo arrivati a quota 240 ritratti nati dalla scelta del proprio film preferito (ora potete scriverlo anche voi, anche se non potete partecipare fisicamente al progetto, provare per credere!) e, insomma, il cinema è sempre al centro di tutto: tempo libero, lavoro, passione, scrittura. In silenzio o no.

    Il Silenzio degli Innocenti (1991): Un paio di settimane fa il capolavoro di Jonathan Demme è tornato in sala per tre giorni. Non sono andato a rivederlo al cinema e mi resterà il rimpianto di non averlo mai visto in una sala cinematografica, ma che importa: ho comunque avuto voglia di rivederlo ancora una volta e ho goduto lo stesso. La recluta dell’FBI Jodie Foster viene inviata a colloquio con un geniale assassino rinchiuso in un ospedale psichiatrico (ovviamente Anthony Hopkins), con la speranza di estorcergli la chiave per arrivare a un sadico serial killer di donne, che ha appena rapito la sua prossima vittima. Non so se è il miglior thriller di tutti i tempi, forse sì, ma è sicuramente uno dei più grandi film degli anni 90, con interpretazioni pazzesche e personaggi iconici (Hannibal Lecter!), un grande colonna sonora (American Girl e Goodbye Horses su tutte) e una storia che non smette un attimo di appassionarti, anche se l’hai già vista una decina di volte. Capolavoro, lo trovate su Prime Video.
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    Con Una Mano Ti Rompo Con Due Piedi Ti Spezzo (1972): Come ho già accennato sulla recensione di Mortal Kombat II, quando andavo alle elementari, tra un film di Bud Spencer e Terence Hill, un Fantozzi e un Guerre Stellari, mi capitava spesso di finire sui canali locali per scovare dei b-movie di fantascienza o di kung fu, innamorandomene, come nel caso di questo film di Jimmy Wang Yu. Mi è tornato in mente qualche giorno fa e da là è stato un attimo cercare di rivederlo dopo circa quattro decenni. Lo stesso Jimmy Wang Yu è l’allievo di una scuola di arti marziali costretto a vendicarsi di una scuola rivale che, dopo aver assoldato i migliori combattenti di tutta l’Asia (tra cui un maestro indiano che in realtà è un cinese con la faccia dipinta di nero!), ha ucciso tutti i compagni del protagonista. Il buon Jimmy riesce a cavarsela ma deve lasciare sul pavimento il suo braccio destro e predisporre la sua vendetta senza un arto (come suggerisce il titolo internazionale, One Armed Boxed, oltre al piuttosto didascalico titolo italiano). Su novanta minuti di film, ce ne sono almeno ottanta in cui si menano come fabbri, con effetti sonori da videogioco (il suono di un colpo di frusta dopo ogni colpo) e alcune sequenze che sembrano uscite fuori dal Benny Hill Show (c’è un tizio, poggiato sulle mani a testa in giù, che cammina in stop motion velocizzato!). Insomma, è tutto talmente brutto da essere bellissimo. Ho amato rivederlo ma, senza offesa, non ve lo consiglio.
    •••½

    Paz! (2002): Ogni studente del DAMS che si rispetti conosce la famosa scena dell’esame su Apocalypse Now. Scusate, ma non sono io che faccio le regole. Ricordo che nel 2005, quando cercavo casa a Bologna (volevo fare là la magistrale, ma dopo tre giorni cambiai idea e tornai a Roma), ogni annuncio che trovavo era accompagnato da un poscritto che diceva “No Dams”. Dopo aver visto questo film ho capito il perché: in questo enorme omaggio ad Andrea Pazienza e ai suoi personaggi, c’è una Bologna piena di fermento creativo, piatti sporchi, caos interiori, voglia di spaccare il mondo e di provare qualcosa, che sia un’emozione, un dolore, o anche solo un trip. Tantissimi i volti noti: da Claudio Santamaria a Giovanni Lindo Ferretti, da Gino Castaldo a Giorgio Tirabassi, da Ricky Memphis a Giampaolo Morelli, da Vittoria Puccini ad Antonio Rezza, Frankie Hi NRG e altri. La regia di Renato De Maria è frenetica come i personaggi che racconta e forse è per questo che funziona (ma anche per bellissima colonna sonora, dove spiccano CCCP e Skiantos). Ai tempi è stato davvero un cult tra gli studenti DAMS, ma forse lo avranno amato anche gli studenti delle altre facoltà. Fatemi sapere.
    •••½

    The Visit (2015): Di solito M. Night Shyamalan riesce ad azzeccare perfettamente l’incipit dei suoi film, ti cattura subito, ti tiene stretto alla storia e poi, piano piano, ti delude nel terzo atto del film, dove non sempre riesce a mantenere credibile la trama e alta la tensione. Stavolta, pur perdendo qualche colpo nel finale, si porta a casa un film davvero ben fatto: due adolescenti, un fratello e una sorella, decidono di andare finalmente a trascorrere una settimana a casa dei nonni che non hanno mai conosciuto, con la speranza di trovare il modo di ricucire il rapporto tra loro madre e i suoi genitori, che non si parlano più da anni. La sorella maggiore decide di girare un documentario per raccontare questo incontro ed è forse questa l’idea più interessante del film. I due anziani sono un po’ eccentrici e, notte dopo notte, si comportano in modo sempre più strano, a cominciare dalla regola che impongono ai nipotini: non uscire dalla loro camera dopo le 21.30. Personalmente ho un debole per i mockumentary, credo che siano uno dei modi più efficaci per veicolare la paura (vedi lo straordinario Rec, ma anche l’interessante L’Ultimo Esorcismo): Shyamalan grazie a questo espediente riesce a colpire nel segno, mantenendo la tensione alta per tutto il tempo. Bello, lo trovate su Netflix.
    •••½

    Hook (1991): Nell’aprile del 1992, da grande appassionato di film horror, chiesi a mio padre di accompagnarmi al cinema per vedere La Casa Nera di Wes Craven. Purtroppo il film era vietato ai minori di 13 o 14 anni (io ne avevo quasi 10 e mezzo), così dovetti ripiegare su questo film di Steven Spielberg, che avevo già scartato a priori in quanto lo ritenevo “troppo commerciale” (a 10 anni già snobbavo i blockbuster, mi spiego moltissime cose!). Neanche a dirlo, lo trovai un filmone. Robin Williams è un impegnatissimo uomo d’affari che trascura la famiglia e, quel che peggio, non ricorda affatto che, da bambino, era nientepopodimeno che Peter Pan. Quando Dustin Hoffman, ovvero Capitan Uncino, rapisce i suoi due figli, Peter è costretto a tornare sull’Isola Che Non C’è per reimparare tutto ciò che ha dimenticato e salvare la prole (grazie all’aiuto di Julia Roberts, che più che essere una fatina è proprio una fata). L’idea è stupenda e alcune scene sono pazzesche, come quando uno dei bimbi sperduti modella il viso di Robin Williams per cercare di ritrovare i segni di quel bambino che era. Dustin Hoffman, con tanto di accento britannico e innata simpatia, è il migliore in campo per distacco, ma tutto il cast è davvero speciale (c’è spazio anche per Bob Hoskins nei panni di Spugna!). Non lo vedevo da tanto e solo ora mi accorgo di quanto mi fosse mancato. Sempre splendido, lo trovate su Prime.
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    #Cinema #conUnaManoTiRompoConDuePiediTiSpezzo #film #hook #ilSilenzioDegliInnocenti #oneArmedBoxer #paz #recensione #theVisit
  6. Recensione “Mortal Kombat II”: Colpi d’Artificio

    Nell’autunno del 1995, la versione quindicenne del sottoscritto se ne andava al cinema a vedere il film tratto da quel leggendario videogioco che faceva spesso capolino nei miei piovosi pomeriggi con l’Amiga 600, circondato dal tavolo del Subbuteo e dai poster di Guerre Stellari. Di quel Mortal Kombat non ho molta memoria in realtà, a parte una rocciosa colonna sonora composta da pezzi di Napalm Death e Fear Factory. Trent’anni dopo quel ragazzino è cresciuto e non gioca più a quel picchiaduro che tanto gli piaceva da adolescente. Quel film del 1995 ha invece avuto un reboot nel 2021 (che non ho visto) e ora ha avuto addirittura un sequel. In Mortal Kombat II si menano come fabbri, c’è la giusta dose di cruenza e qualche momento di leggerezza (che è il motivo per cui dentro questo progetto c’è finito Karl Urban, con al seguito un’altra cricca di Boys, meno simpatici ma più letali). Lo so che se siete qui significa che vi piace leggere soprattutto di cinema d’autore, ma oggi avevo voglia di un bel picchiaduro senza trama e con scarsa profondità dei personaggi: ho avuto esattamente quel che volevo e mi sono divertito.

    Neanche il tempo di cominciare e di vedere un uomo dare l’ultimo abbraccio alla sua figlioletta, che già stava per arrivare la prima fatality, con uno scontro all’ultimo sangue tra l’uomo di cui sopra e un mostruoso individuo mascherato, Shao Kahn, subito identificabile come il “cattivo” (nonché l’ultimo personaggio da battere nel celebre videogioco). Poco dopo vediamo Karl Urban nei panni di Johnny Cage, uno dei personaggi più iconici ma meno esotici del gioco (voglio dire, come può un attore tamarro, con gli occhiali da sole, essere più fico di uno che scaglia fulmini o di un ninja capace di congelarti all’istante?): quando però afferma di non avere superpoteri ma di essere solo “incredibilmente bello”, ho capito che il film non si sarebbe preso troppo sul serio e questo è stato un bel punto a suo favore. Il resto della trama è solo un mero pretesto per mettere i buoni, cioè i campioni che rappresentano la Terra, contro i cattivi, ovvero i campioni del mondo esterno, che in caso di vittoria permetterebbero a Shao Kahn di soggiogare anche il nostro pianeta. Paura eh?

    Urban, finché la sceneggiatura gli permette di essere frivolo, ruba la scena: la sua presenza scenica basta e avanza per mandare avanti la storia, che altro non è se non una galleria di personaggi più o meno noti ai videogiocatori di Mortal Kombat, dove c’è addirittura bisogno di resuscitare Scorpion, Kung Lao, Kano e Sub-Zero (a quanto pare tutti uccisi nel film precedente) per non privare i fan di alcuni dei combattenti più amati del videogame: se questo era lo scopo del regista Simon McQuoid, beh, io ho apprezzato e il pubblico intorno a me anche. Mortal Kombat II è il film adatto per una serata di intrattenimento senza pretese, per chi ama vedere un po’ di spargimenti di sangue a caso, qualche bella fatality e fare un piccolo tuffo nella sua adolescenza. Per uno che da ragazzino si vedeva film di kung fu intitolati Con Una Mano ti Rompo, Con Due Piedi ti Spezzo, non è poco. Allora choose your fighter e picchia duro!

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    #Cinema #film #karlUrban #mortalKombat2 #mortalKombatII #personaggi #recensione #videogame
  7. Capitolo 436: Le Onde del Cinema

    Tra Pasqua e Resistenza, aprile si avvia inesorabilmente alla conclusione (di già??). Per il momento sto a quota sedici film visti e me ne mancano giusto un paio per rendere questo mese il miglior aprile degli ultimi cinque anni, da un mero punto di vista cinematografico (ma ne esistono altri?). Oltre ai film ho finito di guardare Portobello di Marco Bellocchio, che ho trovato una serie coinvolgente (nonostante la fotografia sottoesposta, di cui avevo già parlato), che ti fa davvero fumare di rabbia. Inoltre, ho raggiunto quota 240 ritratti (e quindi film) per il mio progetto Film People, dove sul nuovo sito è ora possibile condividere il proprio film preferito anche se si è impossibilitati a partecipare fisicamente al progetto: dateci un’occhiata e fatemi sapere che ne pensate (e soprattutto scrivete il vostro film preferito)!

    My Father’s Shadow (2025): Provo sempre una certa soddisfazione a vedere un film proveniente da una nazione di cui non avevo mai visto nulla prima (anche perché così posso aggiungerlo a questa lista). Ma è ancor più soddisfacente vedere un’opera prima così viva, piena, coinvolgente. Il film d’esordio di Akinola Davies Jr, per l’appunto il primo film nigeriano mai visto in vita mia, è di una bellezza che colpisce sin dalle prime scene. Un padre, spesso assente per intere settimane causa lavoro, torna nel villaggio dove vive la sua famigliola per prendere i due figlioletti e stavolta portarli con sé nella capitale Lagos per una gita nella città in cui lavora, proprio nel giorno in cui ci sono le celebri elezioni del 1993. Per i ragazzi è l’occasione per trascorrere del tempo con il padre, ma anche per conoscere realtà di cui non sapevano nulla: la città, con il suo caos, le sue sfumature, i suoi incontri, ma soprattutto il peso della Storia, che sta per incombere sui nigeriani. Quello di Akinola Jr, che ha scritto il film insieme a suo fratello, è un racconto liberamente autobiografico, girato con un linguaggio cinematografico non banale, nonostante un plot twist forse un po’ troppo telefonato. Ma poco importa, quello che è interessante è il viaggio, non la destinazione. Bellissimo, lo trovate su Mubi.
    •••½

    Lo Straniero (2025): Una volta, da qualche parte, ho letto: “vedere un uomo depresso che fuma e sta zitto, non si può chiamare film”. Ecco, è un po’ quello che penso del nuovo film del sempre bravo Ozon, che stavolta si cimenta con l’opera letteraria di Camus, immergendola in una splendida fotografia in bianco e nero. Nella Algeri occupata, un uomo apparentemente apatico e senza alcun emozione partecipa al funerale della propria madre e il giorno seguente comincia una relazione con una donna. Un incontro sulla spiaggia cambierà il suo destino. Il problema di questo, come di molti film simili, è la scarsa disponibilità dello spettatore di provare empatia per il protagonista, tanto respingente quanto, di conseguenza, il film stesso. Questo appare chiaro quando l’uomo condivide lo schermo con un prete, inveendo, mostrando finalmente qualche emozione: non a caso sarà proprio quella la scena migliore del film. Ad aggravare il tutto, una sala, quella del Cinema Giulio Cesare, dove si moriva di caldo (quel giorno c’erano stati 25°, forse sarebbe stato il caso di accendere un minimo di aria). Camus raccontava la storia di un uomo “straniero” rispetto alla società, alle convenzioni: Ozon lo rende un asociale. Non mi è piaciuto (ma che belle immagini).
    ••½

    Le Onde del Destino (1996): Immaginatevi di trovarvi nel 1996, in un mondo senza troppe informazioni, senza sapere che tipo di regista sia Lars Von Trier, senza trailer su youtube, senza critici online, senza Una Vita da Cinefilo. Pensate di trovarvi davanti al cinema, vedere la locandina con una bella coppia di innamorati e proporre alla vostra ragazza (o al vostro ragazzo) di andare a vedere questo film così “romantico”. Ecco, immaginatevi la scena e poi pensate a questa coppietta che si guarda un film così. Un po’ di contesto: la dimessa, infantile e religiosa Emily Watson vive in un paesino scozzese. Si innamora, ricambiata, di un operaio (Stellan Skarsgard) che lavora su una piattaforma petrolifera nel mare del Nord. Si sposano, sembrano felici, nonostante la distanza, finché un incidente non cambia per sempre le loro vite: è qui che il film prende una strada totalmente inaspettata, disturbante, scioccante. Diviso in capitoli, come capita spesso nei film di Von Trier, e costellato da canzoni clamorose in apertura di ogni capitolo (ma clamorose davvero: da Your Song e Goodbye Yellow Brick Road di Elton John, a Suzanne di Leonard Cohen, fino a Child in Time dei Deep Purple e moltissime altre), è il film che apre la cosiddetta trilogia del cuore d’oro (che si completa con Idioti e Dancer in the Dark). C’è un momento, nella seconda parte del film, in cui cominci davvero ad arrancare, a non poterne più di tante vessazioni, poi però c’è quel finale… Vabbè, non dico altro. Film stupendo (lo trovate su Mubi).
    ••••

    Rolling Thunder (1977): Nel capitolo precedente vi raccontavo della mia recente lettura del libro Cinema Speculation di Quentin Tarantino, in cui il regista veste i panni del (magnifico) critico cinematografico per raccontare alcuni film visti quando era adolescente. Tra questi c’è questo revenge movie diretto da John Flynn e scritto nientepopodimeno che da Paul Schrader (sceneggiatore di Taxi Driver, per dirne uno). William Devane, dopo sette anni di prigionia in Vietnam, torna nel suo paesotto insieme a un giovane Tommy Lee Jones. Qui è un eroe per tutti, solo che per suo figlio di nove anni è uno sconosciuto mentre la moglie si è già promessa sposa allo sceriffo locale. Questa sua nuova vita quotidiana va totalmente all’aria quando una banda di messicani (capeggiata da Roscoe del telefilm Hazzard) uccide moglie e figlio, menomando il protagonista, che si ritrova con un uncino al posto della mano e con un unica cosa in testa: la vendetta. Film di genere che ha il suo perché, ma si incarta nelle mani di un regista che vorrebbe imitare Peckinpah, ma che invece ha come merito soprattutto di aver ispirato il giovane Tarantino, che qualche decennio dopo prenderà in prestito alcune idee di questa storia per girare un certo Kill Bill. Discreto, meriterebbe un remake fatto bene.
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    Taverna Paradiso (1978): Rocky e i suoi fratelli. Stallone fa il suo esordio dietro la macchina da presa dirigendosi in questo racconto che ha diversi punti in comune con il capolavoro di Visconti, evidente ispirazione per l’attore-regista. Sly aveva scritto la sceneggiatura ancora prima rispetto a Rocky, ma riuscì a trovare i fondi per girarla solo dopo il successo planetario del film sul pugile di Philadelphia. In una Hell’s Kitchen degradata (oggi uno dei quartieri più ricercati di Manhattan) si muovono tre fratelli molto diversi tra loro: Stallone è lo sbruffone senza arte né parte, con tante idee e la lingua lunga, gli altri due sono un gigante buono (ma con poco sale in zucca) e un ex reduce di guerra, l’unico che sembra avere un cervello e la testa sulle spalle. Stallone capisce che l’unico modo per fare soldi è convincere il fratello più forte a diventare un atleta di wrestling (lotta libera a dire il vero, essendo incontri reali e non combinati: una volta lo chiamavamo “catch”). Non tutto funziona a dovere, ad esempio due personaggi in apparenza importanti che a un certo punto del film spariscono nel nulla, ma c’è molto cuore e soprattutto un paio di cose molto fiche: Tom Waits, che suona il pianoforte in un locale, e la scena, visivamente strepitosa, del match decisivo che si svolge sotto la pioggia, su un ring ormai ridotto a una enorme pozzanghera. Non troppo male, non troppo bene.
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    Mean Girls (2004): Capisci che stai guardando per la prima volta il film di Mark Waters fuori tempo massimo quando, invece di restare ammaliato da Linsday Lohan o Rachel McAdams, pensi a quanto ti piace Tina Fay, che nel film interpreta il ruolo della loro professoressa di matematica. Lohan è la nuova arrivata in un liceo dell’Illinois di cui cerca di capire immediatamente le dinamiche: ci sono i nerd, il belloccio, i reietti (con cui stringe amicizia) e, soprattutto, le “barbie” (ovvero una perfida Rachel McAdams e una tonta Amanda Seyfried). Succedono tante cose che si possono facilmente trovare in un film ambientato in un liceo statunitense, ma è tutto avvolto da buone idee, gag più o meno simpatiche, oltre che da un alone di “Mtv Generation” che, visto oggi, ha davvero un qualcosa di nostalgico. Non mancano idee né una certa dose di scemenza adolescenziale, che ha reso questo film un piccolo cult generazionale. Bello, ma avrei voluto vederlo vent’anni fa.
    •••½

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    #Cinema #film #leOndeDelDestino #loStraniero #meanGirls #myFatherSShadow #recensione #rollingThunder #tavernaParadiso
  8. [film] L’ultima missione: Project Hail Mary

    Titolo: L’ultima missione: Project Hail Mary
    Regia: Phil Lord e Christopher Miller
    Soggetto: dal romanzo Project Hail Mary di Andy Weir
    Sceneggiatura: Drew Goddard
    Effetti speciali: Chris Corbould, Neal Scanlan, Paul Lambert, Mag Sarnowska
    Altro: anno 2026; durata 156 minuti; titolo originale: Project Hail Mary; paese di produzione: USA; genere: fantascienza; direzione del doppiaggio: Daniele Giuliani

    (Dati da wikipedia e Antonio Genna per il doppiaggio.)

    Interpreti e personaggi:
    Ryan Gosling: Ryland Grace
    Sandra Hüller: Eva Stratt
    Milana Vayntrub: Olesya Ilyukhina
    Ken Leung: Yáo Li-Jie

    Voto: 7/10

    In un prossimo futuro l’umanità scopre che dei microrganismi riescono a mangiarsi, letteralmente, il Sole e che lo stanno facendo anche nelle stelle vicino a noi. Tutte tranne una: Tau Ceti. I tempi per capire come contrastare questi astrofagi è poco, qualche decina di anni, e l’unico modo per capire come contrastarli è andare su Tau Ceti per studiare questa eccezione. Il viaggio dell’equipaggio umano, però, sarà di sola andata. I risultati dell’indagine, se riusciranno a scoprire il mistero, saranno spediti verso la terra da speciali sonde automatiche.

    Il viaggio verso Tau Ceti riesce, in qualche modo, ma non siamo gli unici ad aver avuto la stessa idea. Gli alieni di 40 Eridani hanno avuto la stessa idea e un viaggio verso Tau Ceti finito allo stesso modo.

    Solo la cooperazione fra le due specie potrà portare a qualcosa di utile.

    Ecco, da questo punto di vista il film è molto bello: in un mondo dominato dalla competizione per far vedere chi ce l’ha più lungo, la cooperazione e la compassione qui, alla fine, hanno la meglio.

    Fra le perplessità da cagacazzo 55enne che mi permetto di segnalare: le supercazzole per spiegare il funzionamento dei microrganismi divoratori di stelle mi sembrano molto inverosimili, nel senso che si potevano anche evitare. Non c’è bisogno di spiegare cose con altre cose impossibili. In Star Trek il teletrasporto funziona benissimo, non c’è bisogno di dare troppe spiegazioni. La cosa più grave, invece, è far scendere una sfera metallica con una catena da una astronave in orbita. Spero di aver visto male e di essermi perso un pezzo nell’azione della scena, ma se si lascia andare una sfera da una astronave in orbita, la sfera non cadrà affatto verso il pianeta, starà in orbita assieme a tutta l’astronave. Per farla scendere, una forza la deve spingere verso il basso.

    Le spiegazioni di Luca Nardi vanno viste DOPO la visione del film.

    Buona visione!

    #andyWeir #ChristopherMiller #film #LUltimaMissioneProjectHailMary #PhilLord #recensione #RyanGosling
  9. "Bill Evans è stato un pianista statunitense rivoluzionario, che ha affrontato numerose tragedie personali e un grave problema di droga. Questo nuovo film drammatico su di lui non potrà che attirare verso la sua #musica ipnotica"

    Everybody Digs Bill Evans
    Regista: Grant Gee
    Interpreti: Anders Danielsen Lie, Laurie Metcalf, Bill Pullman, Barry Ward

    bbc.com/culture/article/202602

    #jazz #film #movie #biopic #BillEvans #recensione

  10. Recensione “Cime Tempestose”: Tanto Amore Per Nulla

    Non credo di aver mai sentito tanti “Ti amo” come in questo film. Questa premessa è necessaria, perché nonostante io non rientri di certo nel target di riferimento a cui è destinata l’ultima fatica di Emerald Fennell, la soglia di miele dispensata in due ore supera di gran lunga il livello accettabile per un film di quest’epoca. Ma forse è proprio questo il difetto più grande: questa nuova versione di Cime Tempestose non solo arriva a soli 15 anni di distanza da quella di Andrea Arnold (a sua volta girata invece 31 anni dopo il film del 1970 di Robert Fuest), ma appare immediatamente anacronistica e, inevitabilmente, impallidisce rispetto all’opera di Emily Bronte da cui è tratta, che è del 1847.

    In una tenuta dello Yorkshire, il trovatello Heathcliff cresce fianco a fianco con la figlia del contadino, Catherine Earnshaw, con la quale nasce sin da subito un legame profondo, selvaggio, quasi ossessivo. Nonostante un amore dirompente seppur mai apertamente dichiarato, la ragazza, ormai adulta, decide di sposare un uomo socialmente più adatto. Ferito e umiliato, Heathcliff si allontana e sparisce per anni, fino a quando decide di tornare, segnato dal dolore per l’assenza ma soprattutto da un sentimento mai sopito.

    Emerald Fennell mette da parte la fiamma della vendetta, tratto distintivo dell’opera letteraria, per concentrarsi sui sentimenti, sull’amore, riducendo un classico della letteratura a un’opera commerciale, quasi adolescenziale, in cui il colpo di grazia arriva quando vediamo Jacob Elordi cavalcare al rallenty con una musica drammatica in sottofondo (per fortuna questa scelta appare soltanto per pochissimi secondi). A condire il tutto, un paio di sequenze con il protagonista a petto nudo, per assicurarsi il sostegno della larga fanbase dell’attore. Difficile salvare dal disastro l’inevitabile chimica tra Elordi e Margot Robbie, che tra una slinguazzata e l’altra restituiscono l’immagine di una passione bruciante che dimentica quasi del tutto la rabbia, il rancore (non a caso le sequenze migliori del film sono le poche in cui Heathcliff e Catherine sono in conflitto). Incredibile pensare che la stessa regista, pochi anni fa, esordiva dietro la macchina da presa con un film di ben altra caratura, lo splendido Una Donna Promettente. Oggi, purtroppo, siamo qui a certificare il primo grande passo falso della sua carriera (al di là del successo che otterrà al box office). Tanto, troppo amore, per nulla.

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    #cimeTempestose #Cinema #commenti #film #jacobElordi #margotRobbie #recensione #spiegazione
  11. Capitolo 427: I Soliti Cinefili

    Cominciamo subito con una bella notizia: A dicembre 2025 Una Vita da Cinefilo ha battuto il record mensile di visualizzazioni, che resisteva da ben cinque anni. La vera notizia però, quella bella (almeno per me), è che a gennaio 2026 Una Vita da Cinefilo ha già stracciato il record di dicembre! Insomma, grazie, è bello sapere che siete sempre di più a leggere queste righe, grazie davvero. Detto ciò, a gennaio ho visto “solo” 24 film, due in meno rispetto all’anno scorso e due anni fa: proverò a recuperare. Passiamo a parlare dei film adesso, ne abbiamo ben tre attualmente in sala e tre cult del secolo scorso.

    La Grazia (2025): In ogni film di Paolo Sorrentino, più o meno riuscito che sia, ti porti sempre dietro qualcosa. In questo caso è quella domanda ricorrente: di chi sono i nostri giorni? Beh, i miei sono soprattutto del cinema (magari, sarebbe bello). La storia racconta gli ultimi mesi di un Presidente della Repubblica prima del pensionamento. Il volto ovviamente è quello di Toni Servillo, i sentimenti sono quelli dei tipici personaggi di Sorrentino: la malinconia per il passato che è svanito, il tormento per una decisione difficile, la paura di non essere all’altezza. Non è uno dei suoi film migliori, ma è sempre un piacere godersi due ore di questo cinema. Vedendo il film tra l’altro mi sono imbattuto per la prima volta in una canzone di Gue e mi domando: ma davvero ascoltate ‘sta musica di merda?
    •••½

    Flashdance (1983): Dopo aver visto un ottimo video di Gabriele Niola su youtube (la sua rubrica è davvero molto interessante), ho pensato fosse il caso di recuperare questo iconico film degli anni 80, parodiato e imitato in ogni salsa, dalla colonna sonora leggendaria. La splendida operaia Jennifer Beals (se fossero tutte meravigliose come lei, altro che gli anziani a guardare i cantieri, ci sarebbe la fila!) di giorno lavora in fabbrica, di sera balla in un night. Viene notata dal suo datore di lavoro con cui comincia a frequentarsi e, al tempo stesso, coltiva il suo sogno di diventare ballerina. Ambientato in una Pittsburgh fumosa e inquinata (lo sapete già, visto che sicuramente non vi sarà sfuggito il mio pezzo sui migliori film ambientati nei 50 Stati americani), quello che colpisce non è tanto la bruttezza di alcune linee di dialogo, ma la straordinaria verve visiva di alcune sequenze, qualcosa del tutto atipico in un film commerciale, come dei perfetti videoclip per spingere l’opera di Adrian Lyne nel futuro (o meglio, nella nuova era della neonata Mtv, in cui il rapporto tra immagini e musica è ancor più stretto rispetto al decennio precedente). Non è un film incredibile, ma ha il suo fascino retrò, delle idee visive notevoli, una protagonista bellissima e una gran colonna sonora. Al di là di questo, il migliore in campo è il cane Grunt (Grugno in italiano).
    •••½

    Sorry, Baby (2025): Interessante esordio cinematografico per Eva Victor, che ha scritto, diretto e interpretato questo film indipendente incentrato su come un episodio di molestia (o violenza?) sessuale possa determinare il futuro, le scelte, l’intera vita di una persona. Siamo nel New England (presumibilmente in Massachusetts), in una casa immersa nella natura, dove il montaggio gioca con i salti temporali mostrandoci varie fasi della vita della protagonista (il weekend con la migliore amica, i tempi dell’università, il periodo del lavoro, il ritorno dell’amica), tutte segnate da ciò che accadde durante l’università. C’è intensità emotiva ma anche una briciola di ironia, in un racconto molto realistico, malinconico, femminile. Contento di aver rivisto anche Lucas Hedges (Manchester By The Sea, Lady Bird): mi sembrava fosse un po’ sparito dai radar e lo trovo sempre bravissimo. Un bel film in cui ho avuto qualche difficoltà a entrare, ma di cui va riconosciuto il valore, la scrittura squisita, la tenerezza. Al di là della mia risposta, si tratta di un bellissimo esordio per un’autrice da tenere d’occhio.
    •••

    Marty Supreme (2025): Il nuovo film di Josh Safdie è una variazione sul tema dello statunitense ossessionato dal successo, dal dover realizzarsi, dal vincere a ogni costo. Se il fine giustifica i mezzi, questo insopportabile Timothee Chalamet, campione di tennis tavolo, “una sorta di incrocio tra McEnroe e Fitzcarraldo”, è allora un personaggio memorabile quanto odioso, da Oscar quanto spiacevole: un uomo capace di vivere mille vite, di cercare il coronamento di un sogno con così tanta passione e determinazione che quasi vorresti fare il tifo per lui. La cosa certa è che i film dei Safdie (in questo caso il solo Josh, senza Benny) non sono mai banali, anche se spesso si concentrano su persone ossessionate dal bisogno di denaro. Anche qui lo sport viene messo in secondo piano dalla costante urgenza di trovare soldi, che in questo caso serviranno al protagonista per raggiungere i campionati che gli potrebbero garantire fortuna e gloria. Proprio così, fortuna e gloria, come in Indiana Jones, come in ogni storia stellestrisce, a sottolineare l’ossessione di questo popolo per il successo. Al di là di questo discorso, Chalamet è davvero bravo ed è stupendo veder recitare Abel Ferrara, nella parte di una sorta di gangster disposto a tutto per riabbracciare il proprio cane. Il film è bello, niente da dire, ma ha un finale un po’ troppo appiccicato con lo scotch (mezzo punto in meno per questo). A ogni modo, da vedere.
    •••½

    Le Colline Hanno gli Occhi (1977): Mentre facevo ricerche per il mio articolo sui film più iconici ambientati in ogni Stato americano, nel momento in cui ho scritto del Nevada ho scoperto che non avevo mai visto questo cult di Wes Craven: avevo fatto bene. Una famigliola borghese, tutta sorrisi e cani al seguito, è in gita verso la California quando ha un piccolo incidente che costringe il gruppo ad accamparsi nel mezzo del deserto del Nevada. Qui vive un gruppo di briganti bifolchi che tentano di ammazzarli uno a uno. Nel banale scontro tra ricchi e poveri, si tende quasi a parteggiare per questi ultimi, tanto sono insopportabili i primi. Tralasciando però la banalità della trama (anche per quell’epoca, visto che solo tre anni prima c’era già stato Non Aprite Quella Porta), è proprio la messa in scena a essere brutta, insignificante, mal riuscita (dal trucco agli effetti, fino al montaggio, capace di saltare dalla notte al giorno senza preoccuparsi di quella cosa chiamata continuità). Non ho mai avuto un buon rapporto con Wes Craven, non sono un grande fan di Nightmare e trovo insulso un cult generazionale come Scream: ora, dopo aver visto uno dei suoi film più celebri, apprezzo ancora meno questo regista. Rara bruttezza, Renè Ferretti con diecimila lire l’avrebbe girato meglio.
    •½

    I Soliti Ignoti (1958): Non saprei dire le volte in cui ho visto questo capolavoro di Mario Monicelli durante gli anni dell’università. La storia di un’improvvisata banda di ladri, inetti ma simpatici, che raccoglie a sé un cast di grandissimi interpreti, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Renato Salvatori a Totò, fino a Claudia Cardinale e Carla Gravina. La commedia all’italiana al massimo del suo splendore: se prima, parlando di Marty Supreme, parlavo dell’ossessione statunitense per il successo, qui possiamo vedere invece una differenza culturale sostanziale, pur essedo i due film ambientati nello stesso decennio: la morale, tutta nostrana, è che comunque vada, l’importante è sedersi a tavola a mangiare. Un’opera di puro genio, costellata da citazioni divenute immortali: “Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo, potete andare a lavorare!”. Stupendo, lo trovate su Raiplay.
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    #Cinema #daVedere #film #flashdance #iSolitiIgnoti #laGrazia #leCollineHannoGliOcchi #martySupreme #recensione #sorryBaby

  12. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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    #chloeZhao #Cinema #daVedere #film #hamnet #jessieBuckley #locandina #paulMescal #recensione #shakespeare #spiegazione #storia

  13. Sto cercando dei connettori per i miei progetti #arduino e sono incappato in questa #recensione 😂

  14. Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene

    Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.

    Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
    •••½

    Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
    •••½

    No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
    •••½

    Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
    •••½

    Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
    •••½

    Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
    •••

    #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #dililiAParigi #dueSingleANozze #film #makingOfStrangerThings #noOtherChoice #parigiCiAppartiene #recensione #sidney #strangerThingsDocumentario #unUltimaAvventura

  15. Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi

    Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!

    Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
    ••••

    Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
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    Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
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    L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
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    Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
    •••½

    SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.

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  16. Capitolo 423: Cinema Natalizio Non Avrai il mio Scalpo

    Oggi parliamo degli ultimi film che ho visto nel 2025, che vanno dagli ultimi tre decenni del secolo scorso a uno sguardo al futuro, con uno dei possibili protagonisti della prossima stagione dei premi, di cui però ancora non si ha traccia in Italia. Non ci sono film di Natale nel mio menu dicembrino (Una Poltrona Per Due non lo è, visto che negli Stati Uniti è uscito in estate ed è considerato un film di Natale solo in Italia!), quindi anche quest’anno sono fiero di essermi salvato da smielate commedie con Babbo Natale, elfi e cazzimperi. Il mio 2025 finisce così, con 220 film visti, il mio terzo anno più prolifico da quando tengo il conto su Letterboxd (ovvero dal 2014). Non male no? E occhio, tra qualche giorno arriverà il pezzo sul mio 2025 cinematografico: vi piacerà.

    Una Poltrona Per Due (1983): Incredibile a dirsi, era soltanto la seconda volta in vita mia che vedevo questo cult firmato da John Landis, girato tre anni dopo il clamoroso successo dei Blues Brothers. Due vecchi milionari, per una futile scommessa, sostituiscono il futuro genero Dan Aykroyd con il povero mendicante Eddie Murphy alla guida della loro società. Rivisitazione in chiave comica della favola del principe e il povero, in Italia è diventato il classico della Vigilia per eccellenza (a distanza di anni ha ascolti addirittura superiori alla messa di mezzanotte), mentre come dicevamo negli States non è assolutamente considerato un film di Natale, nonostante l’ambientazione. Se Aykroyd era già celebre, la carriera di Eddie Murphy è stata invece lanciata da questo film: quello di Billy Ray Valentine è il suo secondo ruolo cinematografico dopo quello in 48 Ore di Walter Hill, dell’anno precedente. Un anno dopo avrebbe girato Beverly Hills Cop e il resto è storia. La cosa più impressionante è constatare quanto il film di Landis regga ancora benissimo il tempo: le battute funzionano ancora benissimo e sotto la superficie della commedia natalizia c’è anche una satira sociale nemmeno troppo nascosta, che fa ancora bene la sua parte. È uno di quei film che ti ricordano che far ridere è una cosa piuttosto difficile e, quando ci riesci, il risultato dura decenni. Cult.
    ••••

    Blue Moon (2025): Richard Linklater è in una fase decisamente prolifica. Nel giro di pochi mesi ha presentato sia il bellissimo Nouvelle Vague (che uscirà in Italia a marzo ed è imperdibile) che questo, ricevendo per entrambi una nomination ai Golden Globes come miglior film. La storia si concentra tutta in una notte, all’interno di un bar: è il 31 gennaio 1943, sera della prima del musical Oklahoma! a Broadway che sancisce il successo della coppia Rodgers e Hammerstein. Il vecchio collaboratore di Rodgers, Lorenz Hart, interpretato da un Ethan Hawke pazzesco, passerà la serata a commentare il nuovo successo del suo protetto con i vari avventori del locale, con cui tenterà di affrontare i suoi demoni professionali e sentimentali. Forte di un collaudato impianto teatrale (non è la prima volta che Linklater affronta una storia all’interno di un unico ambiente, basti pensare al bellissimo Tape del 2001), il film si sviluppa tra dialoghi brillanti e riflessioni malinconiche, che vedono Hawke al centro di ogni scena, alternato a splendidi comprimari quali Bobby Cannavale, Andrew Scott e Margaret Qualley. Forse il film risulterebbe più interessante se si conoscesse meglio la storia di Hart, paroliere di grandi successi quali la Blue Moon che dà il titolo al film o My Funny Valentine, ma al di là di questo c’è un che di affascinante nel vedere il crollo di un grande artista che cerca di mantenere la dignità nonostante il mondo gli stia collassando intorno. Uscirà mai nelle sale italiane (o almeno su piattaforma)? Non ho una risposta, ma continuiamo ad aspettare.
    •••½

    Will Hunting (1997): Uno dei cult assoluti del cinema anni 90, il film che ha lanciato le carriere di due giovani e scapestrati Matt Damon e Ben Affleck, interpreti e sceneggiatori (da Oscar) di un film che poi la mano di Gus Van Sant ha reso immortale, oltre a un Robin Williams stratosferico, vero cuore della storia. Un giovane senza arte né parte fa le pulizie al MIT ed è l’unico a essere in grado di risolvere un compito di matematica pressoché impossibile. Il genio però è anche sregolatezza, per cui il ragazzo ha bisogno di una terapia che lo porti a capire la portata del suo potenziale: qui Matt Damon incontra Robin Williams e qui il film incontra la grandezza. Al di là della bellezza della storia, ho un amore incondizionato per il cinema del Massachusetts e le atmosfere di Boston: qui, dietro la struttura da film “importante” per temi e scelte narrative, c’è un’onestà emotiva rara, una voglia sincera di parlare di crescita, di amicizia e di scelte difficili. Non importa in quali anni sei cresciuto, quando vedi questo film ti innamori immediatamente degli anni 90 (e delle canzoni di Elliott Smith). “Dovevo occuparmi di una ragazza”: che altro possiamo chiedere a un film?
    ••••½

    L’Ombra del Diavolo (1997): Stesso anno, tutt’altro genere di film. Un’idea forte, due volti riconoscibilissimi e il resto va da sé: Brad Pitt, capo di una frangia dell’IRA e nemico pubblico, vola negli Stati Uniti fingendosi operaio e trova rifugio a casa dell’ignaro ma retto poliziotto Harrison Ford, che lo accoglie come un figlio. Almeno finché gli altarini non cadono… Da adolescente ho visto più volte questo film su TelePiù e ne ricordo con piacere l’atmosfera, il conflitto tra dovere e sentimento, oltre alla bellezza di Natasha McElhone, uno dei grandi volti degli anni 90. Non è un film impeccabile, anzi, in fin dei conti è piuttosto prevedibile, ma Brad Pitt e Harrison Ford riescono sicuramente a renderlo migliore di quel che è, oltre all’esperienza di Alan J. Pakula, qui all’ultimo film della sua brillante carriera (è il regista di Tutti gli Uomini del Presidente, per dirne uno), prima della prematura e assurda scomparsa nel 1998: mentre era in auto, un tubo di metallo scagliato da un’auto in corsa proveniente dalla corsia opposta, si conficcò nel suo parabrezza, uccidendolo sul colpo. Il film lo trovate su Prime.
    •••½

    Corvo Rosso Non Avrai il mio Scalpo (1972): Quando ti trovi su un pullman di Flixbus e hai davanti a te 12 ore da impiegare nel tragitto tra Roma e Catania, cosa può esserci di meglio di un film di Sidney Pollack con Robert Redford da guardare sul pc? Redford decide di sparire tra le montagne per diventare un cacciatore e vivere una vita solitaria. Ovviamente le cose non andranno così, visto che si ritroverà circondato da neve, orsi, nativi americani, un bambino traumatizzato, una donna che non parla la sua lingua e una natura che può essere sì accogliente, ma anche molto ostile. Una sorta di western atipico, composto da silenzi e contemplazione, dove il mito della frontiera si ricrea sottraendo elementi, più che aggiungendoli. Niente retorica dunque, niente eroismi e, quando la violenza arriva, non è mai spettacolare, è piuttosto inevitabile. Un film malinconico, stupendo, dove la vendetta è solo parte della trasformazione di un uomo che non ha più nulla e non uno show alla Tarantino. Il cinema può essere enorme anche guardando semplicemente un uomo che cammina nella neve (oltre ad aver consegnato Jeremiah Johnson all’eternità, grazie a un meme diventato virale). Meraviglioso.
    ••••½

    Mr Cobbler e la Bottega Magica (2014): Il regista Tom McCarthy probabilmente non vi dirà moltissimo. Si tratta di colui che ha girato un film meraviglioso: no, non questo, ma il successivo, ovvero Il Caso Spotlight. Un anno prima di sbancare agli Oscar con quel film pazzesco, McCarthy si è ritrovato a New York con Adam Sandler, Steve Buscemi e Dustin Hoffman per raccontare la favola fantasiosa di un ciabattino (Sandler) che, utilizzando una speciale macchina per cucire, può impersonare i proprietari delle scarpe che ripara semplicemente indossando quelle calzature. Grazie a questo potere il nostro, uomo con molti rimpianti e pochissime ambizioni, comincia a vivere altre vite, a scoprire nuove realtà e soprattutto a incastrare piccoli gangster locali, tentando al tempo stesso di impedire la gentrificazione del suo quartiere, in mano a una palazzinara senza scrupoli. Il film è pieno di buoni sentimenti, si basa su una manciata di idee carine e sulla simpatia malinconica di Adam Sandler, che si carica la faccenda sulle spalle riuscendo miracolosamente a portarsi a casa il risultato. Non è niente di che e non sorprende il fatto che prima d’ora non avessi mai sentito nominare questo film, ma è interessante vedere a cosa può lavorare un regista mentre nella sua testa sta preparando il colpaccio da Oscar. Lo trovate su Prime.
    •••

    Blade Runner (1982): Cosa si può dire di questo capolavoro senza essere banali? Non lo rivedevo da quasi dieci anni e ogni volta il film di Ridley Scott riesce a stupirti per la sua grandezza, la sua straordinaria bellezza. Tutto è perfetto: la Los Angeles piovosa, sporca, ancora oggi insuperata (e insuperabile) per potenza visiva, per l’immaginario creato. Vangelis poi non accompagna le scene con la sua musica, ma le abita, creando uno dei più grandi connubi tra immagine e colonna sonora che si siano mai visti nella storia del cinema. E dietro la fantascienza c’è un’umanità che pulsa dietro ogni istante, il rimpianto per il tempo che passa, la necessità di spostare la propria “data di scadenza” un passo più in là, creando forse il miglior antagonista mai visto in un film, Roy Batty, malinconico e letale, talmente innamorato della vita da impedire che la morte colga il suo più feroce aguzzino, Harrison Ford. Due ore di suoni, immagini e dialoghi straordinari, un’opera di filosofia, un capolavoro eterno che ancora oggi risuona in chi lo ammira. Lo trovate su Prime ed è sempre una goduria suprema.
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    #bladeRunner #blueMoon #Cinema #corvoRossoNonAvraiIlMioScalpo #daVedere #diCheParla #film #lOmbraDelDiavolo #mrCobbler #recensione #unaPoltronaPerDue #willHunting

  17. [film] Avatar 3

    Titolo: Avatar – Fuoco e cenere
    Regia: James Cameron
    Soggetto: James Cameron, Rick Jaffa, Amanda Silver, Josh Friedman, Shane Salerno
    Sceneggiatura: James Cameron, Rick Jaffa, Amanda Silver
    Effetti speciali: Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon, Daniel Barrett
    Altro: Paese di produzione: USA; Anno: 2025; Durata: 197 min; Genere: fantascienza, azione; direzione del doppiaggio: Marco Mete; titolo originale: Avatar: Fire and Ash

    Personaggio e interpreti:

    Sam Worthington: Jake Sully
    Zoe Saldana: Neytiri
    Sigourney Weaver: Kiri; dott.ssa Grace Augustine
    Stephen Lang: col. Miles Quaritch

    Voto: 6/10

    (Dati da Wikipedia e AntonioGenna per il doppiaggio)

    Prima cosa da sapere: dura 3 ore e 17 minuti. Per chi ha la vescica debole, si assicuri che il cinema faccia almeno una pausa. Dove sono andato l’ha fatta dopo 1h e 30m, ma credevo di morire e ho fatto la fine di Nuti. Seconda cosa da sapere: è girato in 3D e molte sale lo proiettano in 3D. Se con il 3D vi viene il mal di mare, qui sono 3 ore e 17 minuti di mal di mare.

    Il film è tutto bellissimo: attori straordinari, effetti speciali iper fantastici e risoluzione video che potete contare i pori della pelle dei personaggi e le cellule dei fili d’erba. Un unico problema: la trama. Con molto poche differenze che vi tralascio per ovvi motivi, il canovaccio è lo stesso degli altri due. Il colonnello Quaritch non muore nemmeno ammazzandolo, che tanto lo fanno resuscitare, quindi ce lo aspettiamo anche in Avatar 4. I buoni combattono anche con frecce conficcate ovunque. I cattivi, oltre che cattivi, sono anche stupidi, ma questo lo sapevamo già.

    Molto più interessante potrebbe essere sapere come è stato girato. Qualcosa si dice qui senza spoiler.

    A parte questo non c’è altro da dire.

    Buona visione!

    #AvatarFuocoECenere #avatar3 #film #jamesCameron #recensione

  18. [film] Un semplice incidente

    Titolo: Un semplice incidente
    Regia: Jafar Panahi
    Sceneggiatura: Jafar Panahi
    Fotografia: Amin Jafari
    Montaggio: Amir Etminan
    Scenografia: Leila Naghdi
    Costumi: Leila Naghdi
    Altro: Lingua originale: persiano; Paese di produzione: Iran, Francia, Lussemburgo; Anno 2025; Durata 102 min; Genere: drammatico; direzione del doppiaggio: Alessandro Rossi; titolo originale: یک تصادف ساده

    Interpreti e personaggi:

    Vahid Mobasseri: Vahid
    Mariam Afshari: Shiva
    Ebrahim Azizi: Eghbal

    Voto: 9/10

    (dati da Wikipedia e AntonioGenna per il doppiaggio.)

    Io non so come faccia, ma Panahi è riuscito a trattare la persecuzione politica del suo paese, l’Iran, con estrema naturalezza e leggerezza. Di sicuro non sono i termini miglior i per descrivere il suo stile, ma cercherò di spiegarmi. (Forse non è un caso che ha vinto la Palma D’Oro al 78° Festival di Cannes.)

    Un uomo con una moglie incinta e una bambina piccola è in viaggio su una strada di notte e ha un’avaria all’auto come conseguenza dell’investimento di un cane randagio. Chiede aiuto a una officina e il meccanico riconosce la voce e il passo dell’uomo: è colui che l’ha torturato nel carcere di Evin. L’uomo decide di vendicarsi. Ovviamente non vi anticipo il seguito, che non è niente affatto banale. Si tratteranno due temi: come essere sicuri che l’uomo sia il vero torturatore? È giusto vendicarsi uccidendolo?

    Panahi riesce a trattare i vari sentimenti umani che il proprio torturatore suscita con molto tatto e molta maestria, rendendo evidente non solo la banalità del male, ma anche la semplicità del bene. Basta una minimo di empatia, infatti, per evitare di cadere nel baratro della cieca violenza che il regime inculca ai suoi fedelissimi. Nello stesso tempo Panahi non minimizza affatto la rabbia, umanissima, che provoca l’avere a che fare con il proprio torturatore. In tutto questo riesce anche a inserire alcune scene decisamente divertenti.

    Il film scorre via veloce, nonostante le quasi due ore. E si esce forse con un briciolo di speranza in più per l’umanità.

    Nel frattempo Panahi continua a essere perseguitato per i suoi film, che sono ovviamente girati senza il consenso del regime. (Anche questa è una cosa incredibile, di come riesca a girare i suoi film in Iran nonostante il regime.)

    Qui Panahi intervistato da Cecilia Sala.

    Buona visione!

    #cinema #film #panahi #recensione #unSempliceIncidente