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Mubi: Le Novità di Maggio 2026
Maggio è il mese del Festival di Cannes: la cosa non è casuale, visto che questo mese Mubi ci propone una bella selezione di film passati dalla Croisette. Ma non solo, ovviamente. Come ripeto sempre, sarebbe bello essere pagato per dirlo, quando invece posso garantirvi che si tratta di un consiglio davvero spassionato: Mubi è la mia piattaforma streaming preferita, piena di film più o meno impossibili da trovare altrove. Se ancora non sapete di cosa sto parlando, in fondo all’articolo trovate un link con un bel regalo per voi, fatene tesoro (cioè un mese gratuito di Mubi!). Approfittatene soprattutto per vedere il primo film di questa lista, che è stu-pen-do.
Il 14 maggio arriva infatti L’Agente Segreto di Kleber Mendonça Filho, che si presenta con un biglietto da visita niente male: due premi a Cannes (Wagner Moura miglior attore, oltre che alla regia), quattro nomination agli Oscar, due nomination ai BAFTA e la vittoria di due Golden Globe. Un thriller politico ambientato nello scenario culturale del Brasile degli anni Settanta, che avvolge lo spettatore in un’atmosfera densa di tensione, evocando lo splendore del grande cinema del passato grazie a una fotografia ricercata e a una colonna sonora iconica, capaci di racchiudere lo spirito di un’intera epoca. Vedetelo, come prima cosa da fare.
In occasione dell’arrvo de L’Agente Segreto, come detto premiato a Cannes per la Miglior Regia, Mubi presenta una collezione dedicata ai grandi maestri che hanno conquistato questo prestigioso riconoscimento. Alcuni titoli? Drive (Nicolas Winding Refn, 2011), The Assassin (Hou Hsiao-hsien, 2015), Fargo (Joel Coen, 1996) e molti altri.
Il 16 maggio arriva invece Lo Sguardo Misterioso del Fenicottero, di Diego Céspedes. Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025, dove ha vinto il Premio Un Certain Regard, il film ha poi ricevuto il Drama Youth Award al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián 2025 e successivamente è stato selezionato dal Toronto International Film Festival e dal Karlovy Vary International Film Festival. Un esordio che si è imposto con forza nel panorama dei festival internazionali. Fondendo elementi western con quelli del realismo magico, l’opera prima di Céspedes reinterpreta la crisi dell’AIDS degli anni Ottanta attraverso mito e metafora, mettendo al centro le vite trans e queer troppo spesso escluse dalle narrazioni storiche. Con le sue immagini sensuali, la sua ironia tagliente e la sua precisione emotiva, il film esplora come le società costruiscano mostri a partire dal desiderio e come l’amore possa diventare al tempo stesso rifugio e provocazione.
Il 22 maggio sarà disponibile il nuovo film di Ira Sachs, Peter Hujar’s Day. Il regista mette in scena la lunga intervista (leggasi: monologo) avuta dal fotografo statunitense Peter Hujar con un’amica scrittrice che voleva realizzare un libro (mai uscito) sulla vita quotidiana dei suoi amici artisti. L’estetica è impeccabile: sembra davvero una ripresa dell’epoca (siamo negli anni 70) e la fotografia è stupenda. Sembrerebbe quasi un mumblecore, per quanto è verboso, il problema è che è davvero difficile seguire un personaggio, e un film, che non ha niente da dire: ma c’è chi lo ha amato, chissà che non sia anche il vostro caso.
Il 29 maggio sarà invece l’occasione per (ri)vedere il bellissimo La Chimera di Alice Rohrwacher. Ambientato negli anni ’80, nella Tuscia, nel mondo dei “tombaroli”, il film racconta di un giovane archeologo inglese (Josh O’Connor) coinvolto nel traffico clandestino di reperti archeologici. Presentato in Concorso al Festival di Cannes nel 2023, dove ha ottenuto il Premio AFCAE, è stato successivamente presentato in concorso in numerosi festival internazionali, ottenendo premi al Chicago International Film Festival, al Valladolid International Film Festival e al Telluride Film Festival, e vincendo l’European Film Awards per la miglior scenografia.
Cannes e l’Africa: una collezione che celebra l’eccellenza del cinema africano, ripercorrendo i capolavori presentati in anteprima al Festival nel corso dei decenni. Tra i film disponibili: Bamako (Abderrahmane Sissako, 2006), Abouna (Mahamat-Saleh Haroun, 2002), La Scelta (Idrissa Ouedraogo, 1987), Il Sole Ardente (Youssef Chahine, 1954), Monangambé (Sarah Maldoror, 1968), oltre ai film già presenti il mese scorso come il bellissimo My Father’s Shadow (Akinola Davies Jr., 2025) e il cult Touki Bouki (Djibril Diop Mambety, 1973).
Bisogno di cinema americano? Niente paura, ecco una collezione di film che punta a catturare la vivacità del cinema americano degli anni Ottanta, periodo in cui si iniziò a esplorare gli Stati Uniti dall’interno, le strutture di potere, le idiosincrasie e la cultura, attraverso una selezione di titoli iconici. Alcuni titoli: Stregata dalla Luna (Norman Jewison, 1987), Fa’ la Cosa Giusta (Spike Lee, 1989), The Times of Harvey Milk (Rob Epstein, 1984), Harry ti Presento Sally (Rob Reiner, 1989), Scanners (David Cronenberg, 1981), Born in Flames (Lizzie Borden, 1983), Paris is Burning (Jennie Livingston, 1990), Working Girls (Lizzie Borden, 1986), Emerald Cities (Rick Schmidt, 1983).
Al di là delle novità di maggio, c’è un intero catalogo che è una raccolta di gemme preziose, cult imperdibili e capolavori da riscoprire (c’è tutto Twin Peaks!!!). Come sempre, se volete provare Mubi gratis per trenta giorni, potete usare questo link messo a disposizione da Una Vita da Cinefilo per tutti i suoi lettori e le sue lettrici. Al termine dei 30 giorni di prova gratuita potrete decidere se disdire o abbonarvi (e vi assicuro che una volta provato Mubi, non riuscirete più a rinunciarvi). Il link per provare Mubi gratuitamente per 30 giorni? Qui: mubi.com/30giornigratis. Buona maggio di grande cinema!
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Capitolo 427: I Soliti Cinefili
Cominciamo subito con una bella notizia: A dicembre 2025 Una Vita da Cinefilo ha battuto il record mensile di visualizzazioni, che resisteva da ben cinque anni. La vera notizia però, quella bella (almeno per me), è che a gennaio 2026 Una Vita da Cinefilo ha già stracciato il record di dicembre! Insomma, grazie, è bello sapere che siete sempre di più a leggere queste righe, grazie davvero. Detto ciò, a gennaio ho visto “solo” 24 film, due in meno rispetto all’anno scorso e due anni fa: proverò a recuperare. Passiamo a parlare dei film adesso, ne abbiamo ben tre attualmente in sala e tre cult del secolo scorso.
La Grazia (2025): In ogni film di Paolo Sorrentino, più o meno riuscito che sia, ti porti sempre dietro qualcosa. In questo caso è quella domanda ricorrente: di chi sono i nostri giorni? Beh, i miei sono soprattutto del cinema (magari, sarebbe bello). La storia racconta gli ultimi mesi di un Presidente della Repubblica prima del pensionamento. Il volto ovviamente è quello di Toni Servillo, i sentimenti sono quelli dei tipici personaggi di Sorrentino: la malinconia per il passato che è svanito, il tormento per una decisione difficile, la paura di non essere all’altezza. Non è uno dei suoi film migliori, ma è sempre un piacere godersi due ore di questo cinema. Vedendo il film tra l’altro mi sono imbattuto per la prima volta in una canzone di Gue e mi domando: ma davvero ascoltate ‘sta musica di merda?
•••½Flashdance (1983): Dopo aver visto un ottimo video di Gabriele Niola su youtube (la sua rubrica è davvero molto interessante), ho pensato fosse il caso di recuperare questo iconico film degli anni 80, parodiato e imitato in ogni salsa, dalla colonna sonora leggendaria. La splendida operaia Jennifer Beals (se fossero tutte meravigliose come lei, altro che gli anziani a guardare i cantieri, ci sarebbe la fila!) di giorno lavora in fabbrica, di sera balla in un night. Viene notata dal suo datore di lavoro con cui comincia a frequentarsi e, al tempo stesso, coltiva il suo sogno di diventare ballerina. Ambientato in una Pittsburgh fumosa e inquinata (lo sapete già, visto che sicuramente non vi sarà sfuggito il mio pezzo sui migliori film ambientati nei 50 Stati americani), quello che colpisce non è tanto la bruttezza di alcune linee di dialogo, ma la straordinaria verve visiva di alcune sequenze, qualcosa del tutto atipico in un film commerciale, come dei perfetti videoclip per spingere l’opera di Adrian Lyne nel futuro (o meglio, nella nuova era della neonata Mtv, in cui il rapporto tra immagini e musica è ancor più stretto rispetto al decennio precedente). Non è un film incredibile, ma ha il suo fascino retrò, delle idee visive notevoli, una protagonista bellissima e una gran colonna sonora. Al di là di questo, il migliore in campo è il cane Grunt (Grugno in italiano).
•••½Sorry, Baby (2025): Interessante esordio cinematografico per Eva Victor, che ha scritto, diretto e interpretato questo film indipendente incentrato su come un episodio di molestia (o violenza?) sessuale possa determinare il futuro, le scelte, l’intera vita di una persona. Siamo nel New England (presumibilmente in Massachusetts), in una casa immersa nella natura, dove il montaggio gioca con i salti temporali mostrandoci varie fasi della vita della protagonista (il weekend con la migliore amica, i tempi dell’università, il periodo del lavoro, il ritorno dell’amica), tutte segnate da ciò che accadde durante l’università. C’è intensità emotiva ma anche una briciola di ironia, in un racconto molto realistico, malinconico, femminile. Contento di aver rivisto anche Lucas Hedges (Manchester By The Sea, Lady Bird): mi sembrava fosse un po’ sparito dai radar e lo trovo sempre bravissimo. Un bel film in cui ho avuto qualche difficoltà a entrare, ma di cui va riconosciuto il valore, la scrittura squisita, la tenerezza. Al di là della mia risposta, si tratta di un bellissimo esordio per un’autrice da tenere d’occhio.
•••Marty Supreme (2025): Il nuovo film di Josh Safdie è una variazione sul tema dello statunitense ossessionato dal successo, dal dover realizzarsi, dal vincere a ogni costo. Se il fine giustifica i mezzi, questo insopportabile Timothee Chalamet, campione di tennis tavolo, “una sorta di incrocio tra McEnroe e Fitzcarraldo”, è allora un personaggio memorabile quanto odioso, da Oscar quanto spiacevole: un uomo capace di vivere mille vite, di cercare il coronamento di un sogno con così tanta passione e determinazione che quasi vorresti fare il tifo per lui. La cosa certa è che i film dei Safdie (in questo caso il solo Josh, senza Benny) non sono mai banali, anche se spesso si concentrano su persone ossessionate dal bisogno di denaro. Anche qui lo sport viene messo in secondo piano dalla costante urgenza di trovare soldi, che in questo caso serviranno al protagonista per raggiungere i campionati che gli potrebbero garantire fortuna e gloria. Proprio così, fortuna e gloria, come in Indiana Jones, come in ogni storia stellestrisce, a sottolineare l’ossessione di questo popolo per il successo. Al di là di questo discorso, Chalamet è davvero bravo ed è stupendo veder recitare Abel Ferrara, nella parte di una sorta di gangster disposto a tutto per riabbracciare il proprio cane. Il film è bello, niente da dire, ma ha un finale un po’ troppo appiccicato con lo scotch (mezzo punto in meno per questo). A ogni modo, da vedere.
•••½Le Colline Hanno gli Occhi (1977): Mentre facevo ricerche per il mio articolo sui film più iconici ambientati in ogni Stato americano, nel momento in cui ho scritto del Nevada ho scoperto che non avevo mai visto questo cult di Wes Craven: avevo fatto bene. Una famigliola borghese, tutta sorrisi e cani al seguito, è in gita verso la California quando ha un piccolo incidente che costringe il gruppo ad accamparsi nel mezzo del deserto del Nevada. Qui vive un gruppo di briganti bifolchi che tentano di ammazzarli uno a uno. Nel banale scontro tra ricchi e poveri, si tende quasi a parteggiare per questi ultimi, tanto sono insopportabili i primi. Tralasciando però la banalità della trama (anche per quell’epoca, visto che solo tre anni prima c’era già stato Non Aprite Quella Porta), è proprio la messa in scena a essere brutta, insignificante, mal riuscita (dal trucco agli effetti, fino al montaggio, capace di saltare dalla notte al giorno senza preoccuparsi di quella cosa chiamata continuità). Non ho mai avuto un buon rapporto con Wes Craven, non sono un grande fan di Nightmare e trovo insulso un cult generazionale come Scream: ora, dopo aver visto uno dei suoi film più celebri, apprezzo ancora meno questo regista. Rara bruttezza, Renè Ferretti con diecimila lire l’avrebbe girato meglio.
•½I Soliti Ignoti (1958): Non saprei dire le volte in cui ho visto questo capolavoro di Mario Monicelli durante gli anni dell’università. La storia di un’improvvisata banda di ladri, inetti ma simpatici, che raccoglie a sé un cast di grandissimi interpreti, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Renato Salvatori a Totò, fino a Claudia Cardinale e Carla Gravina. La commedia all’italiana al massimo del suo splendore: se prima, parlando di Marty Supreme, parlavo dell’ossessione statunitense per il successo, qui possiamo vedere invece una differenza culturale sostanziale, pur essedo i due film ambientati nello stesso decennio: la morale, tutta nostrana, è che comunque vada, l’importante è sedersi a tavola a mangiare. Un’opera di puro genio, costellata da citazioni divenute immortali: “Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo, potete andare a lavorare!”. Stupendo, lo trovate su Raiplay.
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Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore
Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).
Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.
Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.
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Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene
Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.
Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
•••½Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
•••½No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
•••½Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
•••½Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
•••½Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
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Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi
Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!
Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
••••Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
••••Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
•••••L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
••••Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
•••½SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.
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Capitolo 423: Cinema Natalizio Non Avrai il mio Scalpo
Oggi parliamo degli ultimi film che ho visto nel 2025, che vanno dagli ultimi tre decenni del secolo scorso a uno sguardo al futuro, con uno dei possibili protagonisti della prossima stagione dei premi, di cui però ancora non si ha traccia in Italia. Non ci sono film di Natale nel mio menu dicembrino (Una Poltrona Per Due non lo è, visto che negli Stati Uniti è uscito in estate ed è considerato un film di Natale solo in Italia!), quindi anche quest’anno sono fiero di essermi salvato da smielate commedie con Babbo Natale, elfi e cazzimperi. Il mio 2025 finisce così, con 220 film visti, il mio terzo anno più prolifico da quando tengo il conto su Letterboxd (ovvero dal 2014). Non male no? E occhio, tra qualche giorno arriverà il pezzo sul mio 2025 cinematografico: vi piacerà.
Una Poltrona Per Due (1983): Incredibile a dirsi, era soltanto la seconda volta in vita mia che vedevo questo cult firmato da John Landis, girato tre anni dopo il clamoroso successo dei Blues Brothers. Due vecchi milionari, per una futile scommessa, sostituiscono il futuro genero Dan Aykroyd con il povero mendicante Eddie Murphy alla guida della loro società. Rivisitazione in chiave comica della favola del principe e il povero, in Italia è diventato il classico della Vigilia per eccellenza (a distanza di anni ha ascolti addirittura superiori alla messa di mezzanotte), mentre come dicevamo negli States non è assolutamente considerato un film di Natale, nonostante l’ambientazione. Se Aykroyd era già celebre, la carriera di Eddie Murphy è stata invece lanciata da questo film: quello di Billy Ray Valentine è il suo secondo ruolo cinematografico dopo quello in 48 Ore di Walter Hill, dell’anno precedente. Un anno dopo avrebbe girato Beverly Hills Cop e il resto è storia. La cosa più impressionante è constatare quanto il film di Landis regga ancora benissimo il tempo: le battute funzionano ancora benissimo e sotto la superficie della commedia natalizia c’è anche una satira sociale nemmeno troppo nascosta, che fa ancora bene la sua parte. È uno di quei film che ti ricordano che far ridere è una cosa piuttosto difficile e, quando ci riesci, il risultato dura decenni. Cult.
••••Blue Moon (2025): Richard Linklater è in una fase decisamente prolifica. Nel giro di pochi mesi ha presentato sia il bellissimo Nouvelle Vague (che uscirà in Italia a marzo ed è imperdibile) che questo, ricevendo per entrambi una nomination ai Golden Globes come miglior film. La storia si concentra tutta in una notte, all’interno di un bar: è il 31 gennaio 1943, sera della prima del musical Oklahoma! a Broadway che sancisce il successo della coppia Rodgers e Hammerstein. Il vecchio collaboratore di Rodgers, Lorenz Hart, interpretato da un Ethan Hawke pazzesco, passerà la serata a commentare il nuovo successo del suo protetto con i vari avventori del locale, con cui tenterà di affrontare i suoi demoni professionali e sentimentali. Forte di un collaudato impianto teatrale (non è la prima volta che Linklater affronta una storia all’interno di un unico ambiente, basti pensare al bellissimo Tape del 2001), il film si sviluppa tra dialoghi brillanti e riflessioni malinconiche, che vedono Hawke al centro di ogni scena, alternato a splendidi comprimari quali Bobby Cannavale, Andrew Scott e Margaret Qualley. Forse il film risulterebbe più interessante se si conoscesse meglio la storia di Hart, paroliere di grandi successi quali la Blue Moon che dà il titolo al film o My Funny Valentine, ma al di là di questo c’è un che di affascinante nel vedere il crollo di un grande artista che cerca di mantenere la dignità nonostante il mondo gli stia collassando intorno. Uscirà mai nelle sale italiane (o almeno su piattaforma)? Non ho una risposta, ma continuiamo ad aspettare.
•••½Will Hunting (1997): Uno dei cult assoluti del cinema anni 90, il film che ha lanciato le carriere di due giovani e scapestrati Matt Damon e Ben Affleck, interpreti e sceneggiatori (da Oscar) di un film che poi la mano di Gus Van Sant ha reso immortale, oltre a un Robin Williams stratosferico, vero cuore della storia. Un giovane senza arte né parte fa le pulizie al MIT ed è l’unico a essere in grado di risolvere un compito di matematica pressoché impossibile. Il genio però è anche sregolatezza, per cui il ragazzo ha bisogno di una terapia che lo porti a capire la portata del suo potenziale: qui Matt Damon incontra Robin Williams e qui il film incontra la grandezza. Al di là della bellezza della storia, ho un amore incondizionato per il cinema del Massachusetts e le atmosfere di Boston: qui, dietro la struttura da film “importante” per temi e scelte narrative, c’è un’onestà emotiva rara, una voglia sincera di parlare di crescita, di amicizia e di scelte difficili. Non importa in quali anni sei cresciuto, quando vedi questo film ti innamori immediatamente degli anni 90 (e delle canzoni di Elliott Smith). “Dovevo occuparmi di una ragazza”: che altro possiamo chiedere a un film?
••••½L’Ombra del Diavolo (1997): Stesso anno, tutt’altro genere di film. Un’idea forte, due volti riconoscibilissimi e il resto va da sé: Brad Pitt, capo di una frangia dell’IRA e nemico pubblico, vola negli Stati Uniti fingendosi operaio e trova rifugio a casa dell’ignaro ma retto poliziotto Harrison Ford, che lo accoglie come un figlio. Almeno finché gli altarini non cadono… Da adolescente ho visto più volte questo film su TelePiù e ne ricordo con piacere l’atmosfera, il conflitto tra dovere e sentimento, oltre alla bellezza di Natasha McElhone, uno dei grandi volti degli anni 90. Non è un film impeccabile, anzi, in fin dei conti è piuttosto prevedibile, ma Brad Pitt e Harrison Ford riescono sicuramente a renderlo migliore di quel che è, oltre all’esperienza di Alan J. Pakula, qui all’ultimo film della sua brillante carriera (è il regista di Tutti gli Uomini del Presidente, per dirne uno), prima della prematura e assurda scomparsa nel 1998: mentre era in auto, un tubo di metallo scagliato da un’auto in corsa proveniente dalla corsia opposta, si conficcò nel suo parabrezza, uccidendolo sul colpo. Il film lo trovate su Prime.
•••½Corvo Rosso Non Avrai il mio Scalpo (1972): Quando ti trovi su un pullman di Flixbus e hai davanti a te 12 ore da impiegare nel tragitto tra Roma e Catania, cosa può esserci di meglio di un film di Sidney Pollack con Robert Redford da guardare sul pc? Redford decide di sparire tra le montagne per diventare un cacciatore e vivere una vita solitaria. Ovviamente le cose non andranno così, visto che si ritroverà circondato da neve, orsi, nativi americani, un bambino traumatizzato, una donna che non parla la sua lingua e una natura che può essere sì accogliente, ma anche molto ostile. Una sorta di western atipico, composto da silenzi e contemplazione, dove il mito della frontiera si ricrea sottraendo elementi, più che aggiungendoli. Niente retorica dunque, niente eroismi e, quando la violenza arriva, non è mai spettacolare, è piuttosto inevitabile. Un film malinconico, stupendo, dove la vendetta è solo parte della trasformazione di un uomo che non ha più nulla e non uno show alla Tarantino. Il cinema può essere enorme anche guardando semplicemente un uomo che cammina nella neve (oltre ad aver consegnato Jeremiah Johnson all’eternità, grazie a un meme diventato virale). Meraviglioso.
••••½Mr Cobbler e la Bottega Magica (2014): Il regista Tom McCarthy probabilmente non vi dirà moltissimo. Si tratta di colui che ha girato un film meraviglioso: no, non questo, ma il successivo, ovvero Il Caso Spotlight. Un anno prima di sbancare agli Oscar con quel film pazzesco, McCarthy si è ritrovato a New York con Adam Sandler, Steve Buscemi e Dustin Hoffman per raccontare la favola fantasiosa di un ciabattino (Sandler) che, utilizzando una speciale macchina per cucire, può impersonare i proprietari delle scarpe che ripara semplicemente indossando quelle calzature. Grazie a questo potere il nostro, uomo con molti rimpianti e pochissime ambizioni, comincia a vivere altre vite, a scoprire nuove realtà e soprattutto a incastrare piccoli gangster locali, tentando al tempo stesso di impedire la gentrificazione del suo quartiere, in mano a una palazzinara senza scrupoli. Il film è pieno di buoni sentimenti, si basa su una manciata di idee carine e sulla simpatia malinconica di Adam Sandler, che si carica la faccenda sulle spalle riuscendo miracolosamente a portarsi a casa il risultato. Non è niente di che e non sorprende il fatto che prima d’ora non avessi mai sentito nominare questo film, ma è interessante vedere a cosa può lavorare un regista mentre nella sua testa sta preparando il colpaccio da Oscar. Lo trovate su Prime.
•••Blade Runner (1982): Cosa si può dire di questo capolavoro senza essere banali? Non lo rivedevo da quasi dieci anni e ogni volta il film di Ridley Scott riesce a stupirti per la sua grandezza, la sua straordinaria bellezza. Tutto è perfetto: la Los Angeles piovosa, sporca, ancora oggi insuperata (e insuperabile) per potenza visiva, per l’immaginario creato. Vangelis poi non accompagna le scene con la sua musica, ma le abita, creando uno dei più grandi connubi tra immagine e colonna sonora che si siano mai visti nella storia del cinema. E dietro la fantascienza c’è un’umanità che pulsa dietro ogni istante, il rimpianto per il tempo che passa, la necessità di spostare la propria “data di scadenza” un passo più in là, creando forse il miglior antagonista mai visto in un film, Roy Batty, malinconico e letale, talmente innamorato della vita da impedire che la morte colga il suo più feroce aguzzino, Harrison Ford. Due ore di suoni, immagini e dialoghi straordinari, un’opera di filosofia, un capolavoro eterno che ancora oggi risuona in chi lo ammira. Lo trovate su Prime ed è sempre una goduria suprema.
•••••[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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Top 20 – I Miei Film del 2025
Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).
Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).
Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!
20- Alpha (Julia Ducournau)
Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.19- Sinners (Ryan Coogler)
Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.15- Nosferatu (Robert Eggers)
Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.12- September 5 (Tim Fehlbaum)
Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.10- Presence (Steven Soderbergh)
Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.7- A Complete Unknown (James Mangold)
Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.6- Bird (Andrea Arnold)
Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.5- The Brutalist (Brady Corbet)
La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)
Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.
Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
•••Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
•••½Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
••••Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
••Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
•••½The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
•••Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza
Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.
After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
•••L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
••½Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
••••Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.
Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.
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Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita
“Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.
Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).
Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.
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Capitolo 419: NovemberCore
Apro questo capitolo ringraziando Filippo B, Silvio G e Silvio M, che nelle scorse settimane hanno sostenuto il blog offrendo al sottoscritto un caffè o una colazione: forse infatti avrete notato che in fondo agli articoli più recenti ormai trovate la possibilità di lasciare una mancia per sostenere i costi di gestione di Una Vita da Cinefilo. Sono davvero felice di contribuire alla vostra conoscenza cinematografica attraverso queste righe, che con passione ed entusiasmo porto avanti da ormai 17 anni (oh, tra un anno diventiamo maggiorenni, andremo a bere tutti insieme!) e sono lusingato di ricevere i vostri abbracci virtuali. A proposito di mance, il capitolo di oggi è contraddistinto da due film a basso budget ma entrambi molto belli: parleremo di cinema indipendente, di mumblecore e di una serie documentaria imperdibile per ogni cinefilo.
Tape (2001): Dopo aver già girato circa sette film (tra cui Prima dell’Alba, La Vita è un Sogno e Waking Life), Richard Linklater torna alle origini con un film indipendentissimo, girato con soli 100mila dollari, tre attori e una sola stanza. Ethan Hawke torna nel suo paese natale e, nella stanza del motel dove alloggia, incontra il suo vecchio amico di scuola Robert Sean Leonard (ne L’Attimo Fuggente era il compagno di stanza proprio di Ethan Hawke). I due parlano a lungo delle loro vite fino a rivangare un episodio del passato che riguarda una ragazza frequentata da entrambi (Uma Thurman, che entrerà in scena poco più avanti). Di evidente impianto teatrale, è il classico film che ti fa capire come per fare buon cinema va bene anche una sola stanza, dialoghi credibili e due o tre attori affiatati: è la magia del mumblecore, bellezze! A essere onesti, non tutto si incastra alla perfezione, ma a tratti sa essere addirittura un film esaltante. Un paio d’anni dopo Linklater avrebbe girato School of Rock (35 milioni di budget, per far capire la differenza), dimostrando al mondo la sua straordinaria versatilità. Bello!
•••½Polytechnique (2009): Il terzo film di Denis Villeneuve, girato a ben 9 anni di distanza dalla sua opera seconda, è un crudo racconto in bianco e nero ispirato a un reale fatto di cronaca, il massacro del Politecnico di Montreal, avvenuto nel dicembre del 1989, in cui uno studente sparò a 28 donne all’interno di un ateneo. Villeneuve, con un notevole sguardo d’autore, racconta la vicenda attraverso il punto di vista di diversi personaggi (compreso il killer), utilizzando una tecnica che oggi ormai va piuttosto di moda (l’effetto Rashomon, dal film di Kurosawa). Il tempo della strage, che in tutto durò circa mezzora, viene quindi dilatato in un film di 77 minuti, in cui conosciamo meglio i personaggi, le loro ambizioni, le loro relazioni, oltre alle conseguenze di quanto accaduto. Senza dubbio è un film tosto e il bianco e nero non allevia l’idea dello spargimento di sangue: togliere i colori in questo caso ci priva di ogni distrazione, portandoci dritti al punto della vicenda. Al di là della storia, agghiacciante, è bellissimo vedere un grande autore alle prese con i suoi primi film, con un’idea di cinema che poi tornerà in molti dei suoi lavori successivi (la prospettiva femminile come sorta di baricentro morale della storia, movimenti di macchina minimali ma sempre funzionali, la violenza mai spettacolarizzata, per fare qualche esempio). Se vi incuriosisce, lo trovate su Mubi (che potete provare gratis per un mese qui).
•••½I Colori del Tempo (2025): Mi fido molto del cinema di Cédric Klapisch, sin dai tempi d’oro di quel gioiellino che è stato L’Appartamento Spagnolo (tra i più recenti invece, vi consiglio caldamente Deux Moi, del 2019). Quando ho visto che era uscito in sala un suo nuovo film, ambientato nella Montmartre di fine 800, non ho avuto bisogno di sapere altro per fiondarmi al Nuovo Sacher. Alcuni sconosciuti scoprono di aver ereditato una vecchia casa abbandonata in Normandia. Quattro di loro vengono incaricati dagli altri parenti di fare un inventario di ciò che si trova all’interno: tra lettere, fotografie e dipinti, riemerge la storia di Adele, una loro antenata che nel 1895 lasciò quella casa per trasferirsi a Parigi. Il film salta quindi, con un interessante lavoro di montaggio, tra il presente e il passato, entrando dentro i ricordi di Adele e trasportandoci nella Parigi della Belle Epoque, tra pittori impressionisti e artisti di vario genere (come potrebbe non piacermi un film in cui c’è Nadar, uno dei più grandi fotografi della sua epoca?). Molto bella la ricostruzione storica, nonostante qualche cliché: è un film innocuo, perfetto per un sabato pomeriggio. Insomma, non è niente di indimenticabile, però mi ha davvero preso a bene.
•••½The Puffy Chair (2005): Tornando al mumblecore, ho visto il film d’esordio dei fratelli Duplass, tra i massimi esponenti del cinema indie statunitense di questo secolo (questo però è diretto dal solo Jay, interpretato da Mark e scritto da entrambi). Se seguite questo blog da un po’, saprete quanto mi piacciano i mumblecore, ossia quei film girati con budget ridottissimi (questo è costato meno di 15mila dollari, prestati dai genitori dei Duplass), in ambienti reali, con protagonisti solitamente tra i 20 e i 30 anni che dialogano tra di loro, incentrando l’intera storia sulle loro relazioni sociali e/o sentimentali. In questo caso il MacGuffin (ossia il pretesto narrativo) è una poltrona reclinabile, che Mark Duplass vuole regalare al padre per il suo compleanno. Lui però vive a New York, i genitori ad Atlanta e la poltrona è a metà strada: il nostro si mette dunque in viaggio con la sua ragazza in un road trip che ben presto si svilupperà in maniera piuttosto imprevedibile. Fa ridere, è bizzarro e riesce anche a emozionare un po’. In tutto ciò, mi ha fatto pure scoprire una bella canzone (Alcohol dei Saturday Looks Good to Me). Classico film che fa venire voglia di girare film: gli ho voluto bene (se capite l’inglese senza sottotitoli lo trovate su youtube). Già che siamo in tema, qui sotto vi linko un mio vecchio articolo in cui parlo del cinema mumblecore.
•••½https://unavitadacinefilo.com/2014/02/20/mumblecore-la-vera-anima-del-cinema-indipendente/
SERIE TV
Mr Scorsese (2025): Come sapete non amo parlare molto di serie tv, in questo caso farò un’eccezione perché la serie in questione è un lungo e appassionante documentario nel cinema di Martin Scorsese. Guidati dalle parole del regista stesso, puntellate dalle parole di tanti professionisti che hanno lavorato con lui (da Paul Schrader a Bob De Niro, da Leo DiCaprio a Joe Pesci), questa docu-serie è il classico pane per i denti di ogni amante del cinema. Quel che emerge è un affresco onesto su uno dei più grandi registi della storia, un uomo semplicemente affamato di cinema, disposto a tutto pur di poter girare ancora un altro film. Tra tanti spunti interessanti, ho amato scoprire il modo in cui Scorsese usa la musica nei suoi film, un connubio perfetto che ha reso celebri moltissime scene del suo cinema: “Da giovane la musica era sempre presente e spesso era in contrasto con ciò che stava accadendo. Mio fratello aveva un’auto con cui giravamo per la Bowery. Accesi la musica e suonava When My Dreamboat Comes Home di Fats Domino. Era fantastica. Guardai a destra e vidi due derelitti: uno teneva la fronte dell’altro, che stava vomitando. In realtà fu una delle cose più tenere che abbia mai visto, con quella musica. Era disgustoso, ma era umano e commovente”. La trovate su AppleTv.[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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Capitolo 418: A House of Cinema
Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.
Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
••½A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
•••½Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
•••Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
•••½Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
••#aHouseOfDynamite #bugonia #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #goodBoy #opera #recensione #spiegazione #splash
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Festa del Cinema 2025:
Cronache dall’Auditorium (Giovedì 23 Ottobre)
Andiamo subito al dunque. Oggi con Mary Bronstein, Rose Byrne e Jafar Panahi: ho avuto giorni peggiori. Stamattina ero indeciso se scendere alle 8.45 o se tenermi fresco per il resto della giornata, ma giacché dovevo comunque stare in piedi alle 8 per prenotare i film di sabato, indovinate un po’ come è andata a finire? Esatto.Mi piacerebbe tantissimo arrivare con calma, come facevo gli altri anni, fare colazione, bere un bel cappuccino e addentare un cornetto. Purtroppo però la grande pensata di quest’anno è stata di anticipare le proiezioni stampa del mattino alle 8.45, un quarto d’ora prima rispetto all’orario normale. Chi vive a Roma sa di cosa parlo: 15 minuti al mattino, soprattutto per chi si muove con i mezzi pubblici o deve attraversare la città in auto, sono davvero oro colato. Purtroppo i cervelloni che si occupano di preparare il programma vivono fuori dalla realtà ed è così che, tra prenotazioni obbligatorie alle 8 del mattino (pena non trovare biglietti per le proiezioni) e film anticipati di un quarto d’ora, i ritmi sono piuttosto serrati. Per farla breve: alle 8 ho prenotato i film, poi sono uscito di casa e alle 8.45 ero seduto in sala. Lo avrei evitato, a dirvi la verità, ma giacché c’ero stamattina mi sono visto questa nuova versione di The Toxic Avenger di Macon Blair, con Peter Dinklage nel ruolo del “supereroe” e Kevin Bacon in quello del cattivone. Il film è un reboot del cult degli anni 80, un film che, in quanto b-movie per antonomasia, aveva un suo straordinario senso: era puro intrattenimento, senza sottotrame famigliari o star che gigioneggiano (per quanto Kevin Bacon lo sappia fare benissimo). Questa nuova versione ha qualche trovata divertente, certo, ma è come il ricco che si finge povero: non gli credi.
La seconda proiezione di giornata è If I Have Legs I’d Kick You di Mary Bronstein è senza dubbio il film da vedere oggi. Rose Byrne è una madre sull’orlo di un esaurimento nervoso: sua figlia ha bisogno di cure costanti, la sua casa ha un buco enorme nel soffitto e per questo lei e la bambina si devono trasferire in un motel. In tutto ciò suo marito sarà fuori due mesi per lavoro, quindi ogni incombenza, ogni impegno, ogni minimo problema ricade sulle spalle della donna. Rose Byrne, premiata a Berlino per questa interpretazione sontuosa, regge praticamente il film sulle sue spalle, anzi sul suo volto, visto che la regista indugia gran parte del tempo sul primissimo piano dell’attrice: reggere metà film soltanto con il viso non è da tutte. In tutto ciò il film è davvero molto bello, intenso, con idee di regia per nulla banali.
La conferenza stampa con la regista e l’attrice è il pretesto per avvicinarmi a scattare qualche foto, per il resto l’altro grande appuntamento di oggi è alle 16.30, per l’incontro con Jafar Panahi, regista dello straordinario film che abbiamo visto ieri (e di molti altri che invito sempre a recuperare). Il regista iraniano si racconta con ironia e passione, ad esempio quando spiega come è riuscito a realizzare film in clandestinità durante gli anni in cui gli era stato proibito di fare film: “So fare solo questo, se fossi rimasto a casa mia moglie avrebbe chiesto il divorzio. Così mi sono messo in un taxi e ho girato Taxi Teheran. C’è chi lo chiama “cinema clandestino” o “cinema della rivoluzione”, io in realtà ho fatto quei film perché se no sarei morto di noia”. Più avanti spiega l’approccio che usa normalmente con gli attori: “Prima di ogni scena gli faccio leggere i dialoghi, di cosa parla la scena, poi gli chiedo di dimenticarsene. Voglio che i loro dialoghi partano da un punto e arrivino a un altro punto, ma le parole che usano ce le mettono loro, così possono recitare più liberamente”.
L’incontro è davvero bello, uno dei migliori degli ultimi anni, e gli applausi sono scrocianti. All’uscita, mentre rifletto sul programma di domani (devo vedere quattro film!), mi arriva finalmente la convocazione per il film di Mel Gibson: dovrò presentarmi domani mattina alle 6.45! Entro su Boxol e, un po’ a malincuore, cancello le prenotazioni per i film di domani. Poi penso che farò un’esperienza davvero particolare, quindi placo i miei rimpianti. L’appuntamento con il diario, l’ultimo per quest’anno, sarà allora dopodomani, quando vedrò l’attesissimo (per me) film della coppia Cohn-Duprat, due registi che amo davvero tanto. A sabato!
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“Vendimi questa penna”. Ah, no, quello era un altro film… (foto AT)
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Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa
Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.
La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
•••••Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
•••½Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
•••½Io e Annie (1975): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
•••••Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).
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Recensione “Springsteen – Liberami dal Nulla”: Qualcosa di Autentico
Trovo che sia sempre difficile parlare di qualcosa di così personale, così intimo, così tuo, quando poi diventa di tutti. C’è un po’ di gelosia forse, può darsi, oppure qualche traccia di arroganza, come se non tutti meritino di entrare in contatto con qualcosa di così speciale, qualcosa del tipo: “io ci ho vissuto dentro quelle canzoni, chi siete voi per scoprirle in un film e poi tornare alle vostre vite?”. Parlo ovviamente del sesto album di Bruce Springsteen, Nebraska, la cui genesi viene raccontata da Scott Cooper (che già ci aveva deliziato con un altro film musicale, il bellissimo Crazy Heart) in un film cupo, non sempre facile da digerire, ma prezioso, autentico, vero. E ora che questo film sta per arrivare negli occhi e nelle orecchie di tutti, non so bene come sentirmi, perché chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti (non a caso una delle battute che restano più impresse è quando Bruce confessa al suo manager Jon Landau: “Cerco qualcosa di autentico in mezzo a tutto questo rumore”). E in mezzo al rumore, spicca l’interpretazione di Jeremy Allen White: il modo in cui l’attore di The Bear riesce a modellare il suo timbro vocale è impressionante, a tal punto che lo stesso Springsteen si è domandato se quella nel film fosse la sua voce o quella dell’attore.
Siamo nell’autunno del 1981 (stesso periodo in cui è nato chi vi scrive, sarà anche per questo che sento questa storia così vicina?). Bruce Springsteen ha appena concluso il tour di The River e per la prima volta ha raggiunto il numero uno delle classifiche. Tutti aspettano il suo album successivo per la consacrazione definitiva, Springsteen però non è ancora pronto a lasciar andare il passato e si chiude in una casa di campagna nel New Jersey, a Colts Neck, insieme a un registratore portatile, la chitarra acustica, l’armonica. Qui comincia a buttare giù idee, canzoni, un demo che non dovrebbe portare da nessuna parte, che racconta storie di criminali e sogni sfioriti, lasciando emergere sensi di colpa, disillusione, disperazione. Mentre il mondo aspetta un nuovo album pieno di hit da cantare e da ballare, Bruce Springsteen sta affrontando i suoi demoni con la musica, attraverso la quale tenta di trascinare i fardelli che il Boss porta con sé dall’infanzia. Sarà dunque questa follia acustica il suo nuovo album? Spoiler: certo che sì.
Il rapporto tra Springsteen e il cinema è noto, ne abbiamo parlato spesso anche su queste pagine: il Boss ha ispirato film (da Lupo Solitario di Sean Penn, che prende spunto proprio da una canzone dell’album Nebraska, a Thunder Road o Blinded by the Light) e documentari, oltre ad aver vinto un Premio Oscar per Philadelphia. Al tempo stesso è il cinema ad aver dato forma all’immaginario del Boss: in Liberami dal Nulla è evidente infatti come La Rabbia Giovane di Malick o il capolavoro La Morte Corre sul Fiume di Laughton abbiamo lasciato un’impronta decisiva nell’evoluzione dell’uomo e dell’artista. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.
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Capitolo 415: Ottobrate di Cinema
Quanto mi piace il mese di ottobre. Le giornate a Roma sono magnifiche (non a caso le chiamano “ottobrate romane”), la Festa del Cinema si avvicina e con essa l’incontro con Richard Linklater, uno dei miei eroi personali, che non mi perderei per nulla al mondo. In realtà, c’è un solo motivo per cui potrei perdermelo: sono stato selezionato per una figurazione nel nuovo film di Mel Gibson, che comincerà le riprese a Cinecittà proprio nelle prossime settimane. Ecco, il lavoro sul set è l’unica cosa che potrebbe farmi perdere l’incontro con Linklater, ma sono fiducioso in una congiunzione astrale di date, che mi permetta di vivere entrambe queste bellissime esperienze. Vi racconterò di più, nel limite del possibile ovviamente, nelle prossime settimane!
Il Regno (2018): Rodrigo Sorogoyen è ufficialmente uno dei migliori autori europei della sua generazione. L’ho scoperto (tardi) con il magnifico As Bestas, l’ho amato per la serie Dieci Capodanni e mi ha tenuto incollato allo schermo in Madre e soprattutto nel thriller Che Dio ci Perdoni. Ho apprezzato anche Stockholm, il suo esordio, anche se lì l’ho trovato ancora acerbo (trovate i commenti a questi film nel Capitolo 408). Per completare la sua filmografia mi mancava solo questo film del 2018, dove il Dustin Hoffman spagnolo, Antonio de la Torre, è un politico di successo, ma totalmente corrotto. Quando il caso arriva alla stampa, il suo partito, implicato nella faccenda fino ai vertici, vuole addossare su di lui tutte le colpe. Il film parte un po’ in sordina, anche perché vuole presentarci il protagonista come un personaggio odioso, quindi il processo empatico che di solito si forma tra spettatore e film viene volontariamente tenuto a distanza dal regista. Poi però, quando la vicenda si evolve e segui i suoi tentativi di sputtanare i colleghi e di sfuggire alle minacce, non riesci a non fare il tifo per lui, antipatico o no. Trascinante, lo trovate su Prime Video.
•••½Il Grande Gatsby (1974): Quando ci lascia un attore enorme come Robert Redford è cosa buona e giusta vedere o rivedere alcuni dei suoi film più celebri (o anche meno celebri, a seconda di ciò che si trova). Il prossimo sarà sicuramente Corvo Rosso Non Avrai il mio Scalpo, come già anticipato nello scorso capitolo in risposta a un commento della sempre attenta Madame Verdurin (vi invito a leggere il suo blog, tra l’altro!). Tornando a questo film, il romanzo di Francis Scott Fitzgerald è uno dei miei preferiti in assoluto, uno dei pochi che ho letto più volte, e devo dire che la versione di Jack Clayton (su sceneggiatura di Francis Ford Coppola!) è del tutto fedele al libro. Certo, guardare per la prima volta un film conoscendo già avvenimenti e finale non è il massimo, ma il valore dell’opera di Clayton è assoluta, anche grazie a un cast in stato di grazia: dallo stesso Redford (il miglior Gatsby mai visto sullo schermo, con buona pace di DiCaprio) a Mia Farrow, passando per un giovane e insopportabile Bruce Dern. Bellissimo, è sempre stupendo tornare nei pressi di quella luce verde (anche se rimprovero Coppola di non aver inserito nel film le frasi finali del libro, che forse sono l’insieme di parole più commovente della storia della letteratura statunitense).
•••½La Valle dei Sorrisi (2025): Finalmente un film italiano originale, che si stacca dalle convenzioni del genere per creare qualcosa di nuovo, che a suo modo funziona. Il tarantino Michele Riondino, dopo un grave lutto, accetta un lavoro in un paesino di montagna del nord Italia dove tutti sembrano sereni e felici. Dietro questa patina di positività c’è in realtà un segreto legato a uno strano ragazzo locale, che ha il potere di catturare la tristezza dalle persone. Paolo Strippoli racconta la storia di una comunità lasciandoci entrare attraverso gli occhi di un protagonista complicato e determinato al tempo stesso. Per il regista è un deciso e importante passo in avanti dopo il discreto A Classic Horror Story, la strada da fare è ancora tanta ma il potenziale è evidente, le idee buone non mancano e il talento c’è. Un bel film che ci permette di aspettare il prossimo lavoro di Strippoli con qualcosa in più di una semplice curiosità.
•••La Rabbia Giovane (1973): In vista dell’uscita di Liberami dal Nulla, per cui provo quella che si potrebbe definire un’attesa spasmodica, sto leggendo il libro omonimo dal quale è stato tratto il film di Scott Cooper, che racconta la realizzazione di un album diverso da qualunque altro nella storia della musica, Nebraska di Bruce Springsteen. Durante la scrittura di quelle canzoni Bruce è stato pesantemente influenzato dal film d’esordio di Terrence Malick (in originale Badlands, titolo che potrebbe dirvi qualcosa, se conoscete un po’ Springsteen), la storia vera di un giovane criminale in fuga per gli Stati Uniti, a cui il Boss ha dedicato addirittura la title-track. Quello del regista texano è un debutto folgorante, prezioso, sia per la complicata produzione (gli unici a credere nel film erano il regista e i protagonisti Martin Sheen e Sissy Spacek), a tratti improvvisata, che sembrava non portare a nulla, sia per la potenza scenica, la grandezza di un cinema statunitense che all’epoca stava decisamente sterzando verso qualcosa di molto più crudo, più vero, più vicino alle persone. Non vedevo questo film da una quindicina d’anni e, niente, è stupendo.
••••All of You (2024): Un film romantico che ha l’approccio di una puntata di Black Mirror e lo sviluppo un po’ troppo portato avanti con il pilota automatico. Imogen Poots (chi ha visto la bellissima serie Roadies se la ricorderà bene) e il Roy Kent di Ted Lasso sono migliori amici sin dai tempi dell’università. Lei decide di fare un innovativo test che permette a ogni individuo di trovare immediatamente la sua anima gemella e la cosa funziona perfettamente. Ma tra loro due cosa potrà mai andare storto? Il montaggio è la cosa più interessante: il film infatti è costruito quasi sul principio di Dieci Capodanni (o Dieci Inverni, fate voi), solo che in questo caso non c’è una data ricorrente, semplicemente i mesi passano e in ogni sequenza cerchiamo di scoprire cos’è successo nel periodo intercorso tra la scena che vediamo e quella precedente. La cosa funziona per buona parte del film, tranne che nell’ultima mezzora, quando ormai è chiaro cosa possiamo aspettarci. La faccenda del test inoltre, una critica interessante alla società contemporanea, viene accantonata troppo presto per lasciar spazio ai sentimenti. Carino, ma niente di particolarmente memorabile.
•••#allOfYou #Cinema #daVedere #film #ilGrandeGatsby #ilRegno #laRabbiaGiovane #laValleDeiSorrisi #recensione
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Capitolo 414: Chi è Senza Film
Non fai in tempo a fare due cose, a guardarti qualche film, che già è arrivato l’autunno. La stagione preferita dai cinefili (non c’è un vero motivo, però mi suonava bene) è arrivata, con la promessa, forse non ancora vicinissima ma presente nelle prossime pagine del calendario, di un bel plaid, una tazza di latte caldo e montagne di film. Chi è senza film, può sempre trovare qualche idea tra queste righe, da questa lista (dalla quale ho omesso Alpha e Una Battaglia Dopo l’Altra, due bellissimi film ai quali ho dedicato una recensione più approfondita), che si rimpolpa ogni giorno di più, anche perché fino a giovedì c’è la rassegna “Cinema in Festa”, con tutti i film in sala a 3,50€. Basta parole ora, passiamo ai titoli di questo capitolo.
Come Ti Muovi, Sbagli (2025): Gianni Di Gregorio è una piccola comfort zone cinematografica. Ho amato molto Pranzo di Ferragosto e Gianni e le Donne, un po’ meno i film seguenti, pur apprezzabili. In questa ultima fatica il regista e attore trasteverino torna a raccontare dinamiche famigliari, con un professore in pensione, fin troppo legato a una routine ben precisa, fatta di passeggiate tranquille, visite al bar sotto casa e silenziose cene in solitaria, alle prese con il ritorno in casa della figlia, con appresso i due nipoti adolescenti. Un terremoto che cambierà drasticamente le abitudini del protagonista, che però troverà l’occasione per aprirsi un po’ più al mondo. Niente di straordinario, ma il cinema di Di Gregorio ti lascia addosso sempre belle sensazioni, qualche sorriso e un po’ di buonumore. Piaciuto.
•••Effetto Notte (1973): Il più grande film sul cinema che sia mai stato realizzato? Probabilmente sì. Ennesimo straordinario titolo della filmografia di François Truffaut, nonché la causa dello storico litigio tra il regista francese e il collega Godard (“Secondo lui dopo il maggio del ’68 non si può più fare lo stesso cinema e ce l’ha con coloro che continuano”, disse Truffaut). A Nizza, una troupe cinematografica sta girando un film drammatico in cui la novella sposa lascia il marito per scappare con il suocero. Le riprese tuttavia sono interrotte continuamente da problemi di vario genere, tra i capricci degli attori, intrallazzi sentimentali, problemi psicologici, gravidanze e incidenti. Un capolavoro che trabocca di amore per il cinema, un’opera meravigliosa, “un film per chi ama il cinema”, come dicevano gli slogan pubblicitari, ai tempi dell’uscita. Non invecchia mai e si gode sempre, scena dopo scena.
••••½Chi è Senza Colpa (2013): A fine agosto, quando sono rientrato a Roma, sono andato in un mercatino a cercare qualcosa da leggere, visto che avevo finito le scorte di libri. Ho trovato un romanzo di Dennis Lehane, quello di Mystic River per capirci, e l’ho divorato. Poi ho scoperto che c’era un film tratto proprio da quel libro e, che fai, non te lo guardi? Il film in questione è proprio questo, diretto da Michaël R. Roskam, ed è anche l’ultimo della carriera di James Gandolfini. Le vicende ruotano intorno a un bar (che nel film è stato spostato da Boston a New York), dove la criminalità locale di solito nasconde denaro sporco. I due baristi, Gandolfini e Tom Hardy, si fanno poche domande, mantengono un profilo basso, almeno finché nel bar non avviene una rapina, che scatenerà tutta una serie di eventi (tra cui il ritrovamento di un cucciolo di pitbull e un incontro con Noomi Rapace). Il film è fedelissimo al libro, qualche dettaglio a parte, e scorre via come uno shot di tequila. Funziona bene, nonostante non sia l’opera più originale mai vista. Ce lo facciamo bastare.
•••½La Riunione di Condominio (2025): Una delle sorprese più piacevoli di questo inizio di stagione cinematografica arriva dalla Spagna ed è diretta da Santiago Requejo. Il film si svolge interamente dentro una stanza ed è tratto da un’opera teatrale del 2022 (a sua volta ispirata a un cortometraggio dell’anno prima): una classica riunione di condominio incentrata sulla sostituzione di un ascensore, sfocia nel tragicomico quando uno dei condomini annuncia di aver trovato un inquilino per il suo appartamento, sfitto da tempo. L’inquilino in questione è un collega che ha avuto dei problemi di salute mentale, una notizia che getta nello scompiglio gli altri abitanti dell’edificio, pronti a darsi battaglia sulla base di pregiudizi, sospetti e paure. Da un’idea così semplice, un racconto esilarante, dove si ride di gusto e, al tempo stesso, si riflette sulla natura degli esseri umani, sulla cattiveria, il pregiudizio, la paura di ciò che è diverso. Geniale.
•••½I Tre Giorni del Condor (1975): La scomparsa di un gigante come Robert Redford ha spiazzato un po’ tutti gli amanti del cinema. So che era sciocco pensare che sarebbe stato eterno (e a suo modo comunque lo è eccome), ma semplicemente non ce l’aspettavamo. Come spesso accade quando va via un mostro sacro del cinema, ci viene voglia di vedere o rivedere alcuni titoli della sua carriera. Non credo avessi mai visto questo classico di Sidney Pollack e mi rallegro di aver colmato questa lacuna, dall’incipit assolutamente travolgente: Redford, collaboratore della CIA, è l’unico superstite di una sezione di ricerca newyorkese, sterminata da una banda capeggiata da Max von Sydow. Il nostro, conscio che qualcuno gli sta dando la caccia per terminare l’opera, fugge per New York in preda alla paranoia, trovando un valido aiuto in Faye Dunaway. Se la prima metà del film è assolutamente coinvolgente, la seconda parte si perde un po’ in una spy story affrettata e leggermente sottotono rispetto alle premesse iniziali. Ciò non toglie che si parla di un grande film, ennesima perla di un miracoloso decennio di grande cinema.
•••½#chièSenzaColpa #Cinema #comeTiMuoviSbagli #daVedere #effettoNotte #film #iTreGiorniDelCondor #laRiunioneDiCondominio #recensione
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Recensione “Una Battaglia Dopo L’Altra”: Viva la Revolucion!
Tom Petty nella sua splendida hit American Girl cantava: Well, she was an American girl, raised on promises, she couldn’t help thinkin’ that there, was a little more to life, somewhere else (“Beh, era una ragazza americana, cresciuta a promesse, non poteva fare a meno di pensare che c’era qualcosa di più nella vita, da qualche parte”). Non è un caso se questo brano, che i più cinefili ricorderanno anche in una scena de Il Silenzio degli Innocenti, sia stato scelto da Paul Thomas Anderson a chiusura della sua ennesima prodezza. Al centro della storia, infatti, c’è un’altra ragazza americana, cresciuta a menzogne, che non poteva fare a meno di credere che nella sua vita ci fosse qualcosa di più rispetto alle paranoie (più che fondate) del babbo Leonardo Dicaprio. Tra rivoluzioni agognate e rivoluzioni fallite, sensei messicani (Benicio Del Toro da nomination immediata), suprematisti bianchi e un fiume di parole in codice, c’è davvero tanta carne al fuoco nei 170 minuti di Una Battaglia Dopo l’Altra.
L’ex rivoluzionario Leonardo Dicaprio vive con la figlia adolescente avuta dalla ex-compagna, un’attivista afroamericana con cui ha condiviso anni di lotte e rivoluzioni, ora scomparsa. Dopo anni di silenzio, il razzista Sean Penn torna nella sua vita per dargli la caccia, ma soprattutto per portargli via la figlia, a suo parere la prova imbarazzante di un’unione interrazziale, ma non solo. Il nostro sarà allora costretto a fare i conti con il suo passato.
Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di Una Battaglia Dopo l’Altra. Ci sono momenti (ma soprattutto personaggi) che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo.
[Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]#Cinema #daVedere #diCheParla #film #leonardoDicaprio #paulThomasAnderson #recensione #spiegazione #unaBattagliaDopoLAltra
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Recensione “Alpha”: Tra Venti Rossi e Vene di Pietra
Nel bellissimo Titane, film precedente di Julia Ducournau, Vincet Lindon insegnava alla protagonista del film come fare un massaggio cardiaco canticchiando Macarena. Qui a fare i massaggi cardiaci c’è invece la splendida dottoressa Golshifteh Farahani, già musa di Ridley Scott, Asghar Farhadi e Jim Jarmusch, tra gli altri. Forse tutto Alpha è un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, che come il precedente farà discutere, dividerà, ma che innegabilmente è in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche (Tahar Rahim diventa sempre più bravo a ogni film).
La giovane Alpha un giorno torna a casa con la lettera A incisa sul braccio, una ragazzata che getta sua madre, dottoressa single, nel panico: in giro infatti c’è un virus ematico che pietrifica le persone, rendendole simile a statue di marmo (lo stesso virus contratto anni prima dal fratello della dottoressa). Per sapere se la ragazza è stata contagiata servono però due settimane: un attesa snervante per una 13enne che deve vivere ogni giorno in una classe di coetanei che, adesso, cercano di evitarla in ogni modo.
Il mondo del film, senza cellulari, senza internet e tecnologie simili, somiglia in maniera inquietante agli anni 80 in cui siamo cresciuti anche noi, con il terrore dell’AIDS che rendeva spaventosa ogni passeggiata per strada (“guarda sempre a terra, attento a non calpestare siringhe”, ci dicevano gli adulti). Il riferimento all’HIV non è neanche tanto nascosto, in questa allegoria che abbellisce esteticamente la malattia, ma che al tempo stesso ci mostra quanto sia spietata e pericolosa. La chiave di tutto forse è in una poesia di Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno, che viene spiegata a lezione di inglese nella classe di Alpha, dove il poeta racconta cosa significa perdersi durante il cammino dell’esistenza, quando la disperazione prende il sopravvento e non si riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa sia, per l’appunto, un’illusione. Alpha, infatti, è un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.
Dopo la Palma d’Oro con Titane, la regista francese realizza forse il suo film più bello, sicuramente il più cupo e disperato, dove le montagne russe tra la corsia di un ospedale (dove c’è spazio anche per l’ottimo francese dell’infermiera Emma Mackey!) e la casa-ambulatorio delle protagoniste altro non sono se non quella stessa spiaggia dorata dove il poeta di cui sopra soffriva della sua incapacità di trattenere la sabbia nella mano: tutti cerchiamo qualcosa di solido a cui aggrapparci, ma ciò che cerchiamo si trova sempre di fronte a un cambiamento perpetuo, inarrestabile, forse davanti a una realtà effimera, che soffia come il maledetto vento rosso delle maledizioni berbere.
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Capitolo 410: La Strana Voglia di Film
Dopo un mese di giugno piuttosto misero dal punto di vista cinematografico (già vi avevo spiegato il motivo nel precedente capitolo), ora che mi sono momentaneamente spostato nella mia umile residenza estiva in quel di Monopoli, ho ripreso ad avere un buon ritmo, tra un panzerotto e l’altro. A questi sette film ci sarebbe da aggiungere anche un rewatch di Ritorno al Futuro, ma siccome non c’è molto da dire su un capolavoro visto e amato da tutti, ho preferito ometterlo dalla lista degli ultimi film visti (che invece trovate completa su Letterboxd). Voi invece che avete visto ultimamente?
Diciannove (2024): Aspettavo da molto il film d’esordio di Giovanni Tortorici e ammetto di aver avuto forse qualche aspettativa di troppo (il trailer era davvero molto allettante): è la storia di un ragazzo siciliano di 19 anni che parte per fare l’università a Siena. Fino a qui tutto bene, se non fosse che il film prende delle direzioni decisamente pretenziose, illogiche, che trasformano il protagonista in un asociale e allontanano lo spettatore da ciò che poteva essere l’ottimo spunto iniziale: raccontare il disagio di un adolescente di oggi alle prese con la società e il mondo fuori dal liceo (e dal nido materno). Non ci siamo proprio, ma se siete curiosi di sapere di che si tratta lo trovate su Mubi.
••I Love Radio Rock (2009): Uno dei miei comfort movie per eccellenza. Uno dei motivi per cui nel giugno 2009 tornai a Roma da un viaggio di circa un mese in giro per l’Europa è stato perché era uscito questo film di Richard Curtis in sala e non potevo perdermelo (ma questa storia nel libro non l’ho scritta, forse non sarebbe stata credibile!). La vicenda è ispirata alla storia delle radio pirata che imperversavano nel Regno Unito negli anni 60: radio libere, che trasmettevano il “diabolico” rock a ogni ora da navi situate in acque non controllate dal governo. Se su queste navi ci mettete Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy o Rhys Ifans, tra gli altri, oltre a una colonna sonora clamorosa, il risultato rasenta il capolavoro: non lo è, sia chiaro, ma per quello che sono i miei gusti ci si avvicina parecchio.
•••••La Città Proibita (2025): Ho sentito parlare davvero molto bene di questo nuovo lavoro di Gabriele Mainetti, che già mi aveva conquistato con Lo Chiamavano Jeeg Robot. Poi però Freaks Out mi aveva lasciato freddino e per questo motivo ho forse sottovalutato l’arrivo di questo nuovo film, che arriva ora su Netflix e merita davvero tutti gli elogi che ha avuto. Una ragazza cinese, esperta di kung fu, arriva a Roma per cercare sua sorella, ma ciò che trova sono soprattutto criminali e brutte notizie. Dovrà cercare aiuto in un cuoco romano per scoprire la verità. Innanzitutto le scene di combattimento sono davvero eccezionali, il film è coreografato benissimo e, da un film italiano, non è qualcosa che ti aspetti sempre. Inoltre ho trovato molto interessante il sottotesto su come Roma sta cambiando, sui tanti volti del rione Esquilino, a tratti più interessante del film stesso. Mainetti svolge il lavoro come si deve: il film è intrattenimento puro, ti fa trascorrere una serata piacevole, racconta un angolo di Roma lontano dalle cartoline e dai cliché (più o meno, su qualcuno ci marcia un po’, ma non in maniera fastidiosa). Benissimo Sabrina Ferilli e Marco Giallini.
•••½Memento (2000): Come si fa a concepire un film in cui il montaggio avviene all’inverso? Ovvero: ogni scena inizia dalla fine della scena successiva e, nonostante questa confusione, funziona perfettamente. Guy Pierce è un assicuratore che, in seguito a un incidente in cui sua moglie è stata violentata e uccisa, perde la capacità di assimilare nuovi ricordi: per questo gira con una polaroid dove fotografa volti e luoghi, prendendo appunti su ciò che gli succede. Lo scopo è trovare l’assassino di sua moglie e ucciderlo. Un film totalmente geniale, in cui il montaggio all’inverso pone lo spettatore nella stessa condizione del protagonista, incapace di sapere cos’è successo prima, se non attraverso gli appunti segnati dietro ogni polaroid. Non lo vedevo da oltre dieci anni e non è invecchiato di un giorno: stupendo.
•••••Revenge (2017): Esordio cinematografico di Coralie Fargeat, qualche anno prima di girare il cult The Substance. Un uomo sposato porta una ragazza molto avvenente in una lussuosa villa nel mezzo del deserto. Qui viene raggiunto da due amici e, senza entrare troppo nei dettagli, la ragazza si ritroverà a passare qualche brutto quarto d’ora. Dopo essere sopravvissuta a un tentativo di omicidio (in quanto una sua denuncia avrebbe potuto distruggere la vita dei tre uomini), da preda diventa predatrice e, come da titolo, cerca vendetta. Visivamente è un film bellissimo, ci sono delle idee che già anticipano alcune scene disgustose per cui è stato acclamato The Substance. Certo, la storia è totalmente inverosimile (se lo vedrete capirete perché), ma dal punto di vista dell’intrattenimento è davvero un’opera appetitosa. Il più classico dei revenge movie (e, come dicevo, il titolo è davvero poco equivocabile): lo trovate su Mubi.
•••½Scarecrow – Lo Spaventapasseri (1973): Quanto era bello il cinema degli anni 70? Non so come sia possibile che, non solo non avessi mai visto questo filmone di Jerry Schatzberg, ma prima di qualche mese fa non l’avevo neanche mai sentito nominare. Eppure è un film che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, con Gene Hackman e Al Pacino! Voi lo conoscete? Ditemi di no, vi prego, e in tal caso: recuperatelo al più presto. Hackman e Pacino sono due vagabondi intenzionati a diventare soci e a mettere in piedi un autolavaggio a Pittsburgh, dove il più anziano dei due ha una piccola fortuna da parte in banca. Per questo si mettono in viaggio per gli States, tra lavoretti, bar, risse, prigioni e tanti bellissimi dialoghi, in un road movie scapestrato e irresistibile (Al Pacino, sopra le righe, è straordinario). Per tutto il film c’è un’atmosfera bellissima, nonostante qualche dramma, è l’atmosfera di un cinema che non c’è più, con le sue imperfezioni, con la grana della pellicola, la macchina da presa che ogni tanto perde il fuoco: quanta anima però. Filmone, filmone, filmone.
••••La Strana Voglia di Jean (1969): Una sorpresa, di una bellezza totalmente inaspettata. Si tratta del film con cui Maggie Smith, ai tempi splendida trentacinquenne, ha vinto il suo primo Oscar (su due): tratto da un romanzo e poi da una piece teatrale, il film di Ronald Neame (in seguito regista de L’Avventura del Poseidon) racconta la storia di un’insegnante di storia in un collegio femminile di Edinburgo, negli anni 30. Durante il primo atto pensi continuamente “ah, ok, sarà tipo L’Attimo Fuggente“, poi però il punto di vista cambia e restiamo completamente spiazzati dal modo in cui si sviluppa la vicenda. Un film di cui si parla pochissimo, quasi nulla, ma che invece merita decisamente il nostro tempo, cercatelo. Sorvoliamo sull’insensato titolo italiano, che fa pensare a un film con Lino Banfi, quando il titolo originale era The Prime of Miss Jean Brodie, che riprende una linea di dialogo che torna spesso durante la visione. Bellissimo.
••••SERIE TV: Ho finito la quarta stagione di The Bear e, come anticipavo nel capitolo precedente (dopo che avevo visto solo un paio di episodi), l’ho trovata molto bella. Sì, è vero che è un po’ ripetitiva, ma è come se le vicende facessero un passetto in avanti. Soprattutto, più che della storia ci si lega molto ai personaggi: dopo un paio di settimane senza nuovi episodi (la quinta stagione è attualmente in lavorazione) ciò che mi manca non è sapere il destino del ristorante, di cui mi interessa poco, ma i singoli personaggi. Da sottolineare il bellissimo episodio del matrimonio, che fa da contrappunto a quello, straordinario, della cena di Natale.
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Capitolo 409: Traslochi e Partenze
Primo giorno di luglio, ma anche l’ultimo giorno in cui vi scrivo da quella che è stata la mia dimora negli ultimi 6 anni. Come ogni estate sto per spostarmi a Monopoli, dopodiché tornerò a Roma a settembre, per cercare nuovamente casa. I traslochi in estate dovrebbero essere dichiarati illegali, ma se vi scrivo tutto questo è per giustificare la mia scarsa vena cinematografica delle ultime settimane: non è mancata la voglia, è mancato il tempo (quel poco che ho avuto l’ho invece dedicato a The Bear, come vedremo dopo). In tutto ciò ho anche pubblicato un libro, ma di questo già vi ho parlato abbastanza, quindi passiamo subito ai film!
40 Anni Vergine (2005): Judd Apatow è un regista che stimo molto (guardate gli ottimi Funny People, Il Re di Staten Island o la serie Love, ad esempio) ed è stato un piacere ritrovare questa commedia che avevo visto solo una volta, al cinema, nel gennaio del 2006. Steve Carell lavora in un negozio di elettrodomestici, colleziona action figures e non è mai stato con una donna. Quando i suoi colleghi, tutti maschi alpha, lo scoprono, cercano di farlo uscire con loro per sopperire. C’è qualche scena un po’ becera, ma nel complesso è un film divertente (e molto meno stupido di quanto si possa pensare). Tra tutte, ho trovato esilarante la scena in cui il protagonista fa la ceretta al petto, forse il momento più comico di tutto il film.
•••½Volvereis (2024): Il biglietto del cinema a 3,50 per i film italiani ed europei è un enorme incentivo a guardarsi qualcosa di un po’ più “invisibile”, oltre a godere di un paio d’ore di aria condizionata durante questo torrido giugno. In questo film spagnolo, una coppia di lunga data decide di separarsi di comune accordo. Per celebrare l’evento, organizzano una festa di separazione, dove invitare amici e parenti in quello che sarà per loro l’inizio di una nuova vita. L’idea è davvero originale, anche se a tratti il film è un po’ ripetitivo, Trueba è molto intelligente a giocare con questo (c’è un film nel film, diretto da lei e interpretato da lui, che parla proprio della storia del film stesso: un’esaltazione totale del metacinema!). Chi ha visto Dieci Capodanni di Sorogoyen (vedetelo, è su RaiPlay) troverà una scena in cui la protagonista va sul set del primo episodio della serie per chiacchierare con l’attore Francesco Carril (che ha un mazzo di tarocchi ispirato ai film di Bergman, lo voglio!!). Molto carino, vale decisamente la pena di una sortita al cinema, se lo trovate ancora.
•••½Tre Amiche (2024): Altro giro, altro film europeo al cinema. Stavolta ci spostiamo in Francia, dove Emmanuel Mouret dirige una commedia agrodolce su tre donne, le amiche del titolo, tutte più o meno coinvolte in situazioni sentimentali complicate, tentazioni e tutto l’armamentario tipico di questo genere di film. Niente di nuovo, per carità, anche se il regista è molto bravo ad avvicinarsi ai cliché per poi scartarli all’improvviso, evitando di scadere nel banale. Carino, ma il giorno dopo lo avevo già dimenticato. Vincent Macaigne, tanto per cambiare, è il migliore in campo.
•••Last Night (2010): Avevo già visto una volta questo film di Massy Tadjedin, alla Festa del Cinema di Roma di quindici anni fa. Keira Knightley e Sam Worthington sono sposati e si amano, ma la notte in cui lui ha una trasferta aziendale in compagnia della collega Eva Mendes e lei incontra per caso la vecchia fiamma parigina Guillaume Canet, tutto viene messo in discussione. Intriga vedere tanti bei volti alle prese con scintille d’amore e lampi di tentazione, ma non tutto funziona veramente. Resta una visione piacevole per il tempo in cui si guarda, ma diciamo che non finirà nella lista dei migliori film di questo secolo, dai.
•••Tutti Vogliono Qualcosa (2016): Dati Letterboxd alla mano (come potete vedere nell’immagine in basso), in nove anni è la settima volta che vedo questo film di Richard Linklater. Una volta l’ho visto in proiezione stampa, un’altra al cinema, poi durante una febbre estiva e così via, fino a una sera, distrutto dal trasloco, in cui avevo bisogno di qualcosa di leggero, confortevole, da mozzicare. Senza pensarci troppo, la scelta è caduta ancora su questo coming of age che racconta gli ultimi giorni di festa di una squadra di baseball universitaria prima dell’inizio delle lezioni. Linklater come al solito è perfetto nel cogliere il periodo storico dei suoi film, in questo caso il 1980, inizio di un nuovo decennio in cui il funk e il punk erano al massimo del loro splendore e dove il sesso sicuro era ancora un’espressione sconosciuta. Il regista cristallizza in questo splendido weekend il primo balzo fuori dal nido di questi baffuti yes men, ognuno in dovere di sfruttare ogni esperienza al massimo, prima che si trasformi in un rimpianto. Da segnalare un ottimo Glen Powell, forse il migliore della banda, che ai tempi non era ancora molto conosciuto.
Li chiamavano comfort movie
••••Chi Ha Incastrato Roger Rabbit? (1988): A proposito di comfort movie, quanto ho bisogno di un po’ di conforto in questi giorni di caldo, pacchi pieni di libri, vestiti, oggetti accumulati in tutta una vita… Mi perdonerete la scarsa originalità nel proporvi film già visti e rivisti, ma la boccata d’ossigeno che ti dà questo capolavoro di Robert Zemeckis, davvero pochi altri. Anni 40: in una Los Angeles dove esseri umani e cartoni animati vivono gomito a gomito, il fondatore della famigerata Cartoonia viene trovato ucciso e la colpa ricade sull’esuberante Roger Rabbit, un coniglio fanfarone che, come missione di vita, vuole regalare risate a chi ha davanti. A indagare sul misfatto c’è un investigatore privato, Bob Hoskins, poco disponibile a sopportare le idiozie dei cartoni, ma ben deciso a scoprire la verità sull’omicidio. Un noir postmoderno, pieno di citazioni, musiche stupende, scene memorabili e un Christopher Lloyd strepitoso (quanti traumi da bambino a causa della salamoia…). Capolavoro assoluto.
•••••Pierino Contro Tutti (1981): La scorsa settimana stavo lavorando a uno shooting fotografico quando mi è arrivata la notizia della scomparsa di Alvaro Vitali. Tornato a casa ho trovato su Cine34 questo film di Marino Girolami, che non vedevo da quando ero ragazzino e, che fai, non te lo rivedi? Mi rendo conto che quando ero piccolo ridevo per delle scemenze incredibili, ma ai tempi, vi dirò, avevano un suo senso. Oggi, se si toglie dal contesto in cui è nato, è pressoché inguardabile, una raccolta di gag, di barzellette grossolane e volgari (alcune ancora divertenti, per carità!). Mezza stella in più per affetto più che per il suo valore effettivo. Forse sarebbe stato meglio conservare il ricordo di bambino, ma almeno rivederlo mi ha dato l’occasione di scoprire su Letterboxd il titolo inglese del film: Desirable Teacher!
••½SERIE TV: La scorsa settimana è cominciata la quarta stagione di The Bear e, per l’occasione, ho visto tutte e tre le precedenti, visto che è una serie di cui sentivo parlare benissimo, che ha vinto tanti premi e dalla quale ero molto incuriosito. Ci sono cose che mi sono piaciute moltissimo (la caratterizzazione dei personaggi, tutti i momenti in cui ci sono in scena Carmy e Richie, l’incredibile episodio della cena di Natale, nella seconda stagione), altre cose invece mi hanno un po’ appesantito la visione (molti episodi riempitivi o filler, come si dice in gergo, pochi spiragli di luce e tante situazioni ansiogene o leggermente disturbanti, che rendono le vicende un po’ ripetitive). Nel complesso però è senza dubbio una serie che vale la pena vedere e devo dire che i primi episodi della quarta stagione promettono bene: una partenza forse migliore rispetto alle prime puntate della seconda e della terza stagione, il che lascia davvero ben sperare. Ne riparleremo.
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Cinque Film 1: Il Viaggio
Amici cinefili e amiche cinefile, oggi diamo il benvenuto a una nuova rubrica, che spero diventerà un bel punto di riferimento per tutti voi lettori e lettrici. Contagiato da quel solito, immenso, pozzo di ispirazione che è Alta Fedeltà di Nick Hornby, mi dedicherò a liste di vario genere, quasi delle Top 5 in ordine sparso, ognuna con un tema diverso ad ogni puntata. Ovviamente il cinema sarà il perno di questo nuovo speciale, ma – udite udite – stavolta non sarà solo: l’idea infatti è di accompagnare le liste di Cinque Film con piccoli bonus che potrebbero cambiare, una volta composti da una canzone, un’altra da un libro, vedremo. Inoltre spesso sarete voi a consigliare il tema della rubrica: lo sceglierò infatti in base alle proposte che riceverò nelle stories instagram della pagina Film People, un modo per rendere sempre più vostro questo spazio.
Come primo tema di questa rubrica ho scelto il viaggio, anche perché la scorsa settimana è uscito il mio libro e quindi voglio raccontarvi Cinque Film che hanno ispirato la stesura del mio diario di viaggio. Non solo una strada da percorrere, ma anche film che parlano di incontri in terre straniere, connessioni, bisogno di ritrovarsi. Cominciamo!
Before Sunrise (1995): Ethan Hawke e Julie Delpy si conoscono in treno e passano una giornata intera per le strade di Vienna. Se c’è un piccolo sognatore dentro qualcuno di noi, quello scomodo individuo romantico che si muove sotto la nostra pelle amerà questo film, perché forse ci ricorderà vagamente quella notte che abbiamo vissuto anche noi in questo o quel viaggio, o forse ci commuove perché noi un’esperienza così non la vivremo mai. Primo capitolo della straordinaria trilogia di Richard Linklater. Quando il viaggio è un incontro, una scoperta, un nuovo amore.
I Diari della Motocicletta (2004): Gael Garcia Bernal si fa conoscere al grande pubblico grazie a questo cult movie di Walter Salles, incentrato sul viaggio di Ernesto Guevara de la Serna e Alberto Granado, che in sella a una vecchia motocicletta hanno attraversato la loro maiuscola America. La scoperta di una coscienza che trasformerà un “quasi” dottore in medicina in uno dei più grandi combattenti per la libertà. Quando il viaggio è un modo per scoprire chi siamo veramente.
Lost in Translation (2003): Quando si parla di film sui viaggi è impensabile non citare questo capolavoro di Sofia Coppola, con Bill Murray e una giovane Scarlett Johansson che si incontrano in un albergo di Tokyo, dove condivideranno parole, sussurri, canzoni e malinconie. La capitale del Giappone diventa un personaggio vero e proprio, in questo splendido film in cui il viaggio è l’incontro tra due solitudini.
Midnight in Paris (2011): Owen Wilson, in viaggio in Francia, viaggia nel tempo e si ritrova nella Parigi degli anni 20, dove conosce i più grandi artisti di quell’epoca. Quando uscì questo film, amici francesi e italiani mi scrissero in massa, indipendentemente gli uni dagli altri, per dirmi cose del tipo: “Woody Allen ha fatto un film su di te”, “Ma lo hai scritto tu questo film?” o anche “Ti ho pensato tanto”. Questo perché solo un anno prima ho vissuto per un breve periodo nella Ville Lumiere, dove camminavo per la città in cerca di ispirazioni, risposte, un po’ come fa Owen Wilson. Certo, io non ho incontrato nei bar né Hemingway né Scott Fitzgerald, ma non mi posso di certo lamentare (se volete saperne di più, nel mio libro trovate anche queste storie!). Quando il viaggio è cambiamento e una nuova consapevolezza.
I Sogni Segreti di Walter Mitty (2013): L’archivista Ben Stiller, che non ha mai messo il naso fuori New York, per salvare il proprio posto di lavoro deve ripercorrere le tracce del fotografo freelance Sean Penn in giro per il mondo. Per il protagonista sarà l’occasione di vivere esperienze straordinarie che non avrebbe mai neanche immaginato. Il fascino dello scatto fotografico, ma anche l’attrazione dei viaggi in solitaria. Probabilmente ciò che rende davvero speciale questo film è, nonostante le incongruenze e le assurdità, la sua capacità di lasciarci sui titoli di coda con la voglia di rendere magico ogni momento della nostra vita. Quando il viaggio è scoperta e ispirazione.
Quali film aggiungereste a questa lista? Quale volete che sia il prossimo tema della rubrica Cinque Film?
BONUS
Una bella canzone che parla di viaggi: La Strada, Modena City Ramblers.
Un bel libro che parla di viaggi: Strade Blu, William Least Heat-Moon#cinemaViaggi #cinqueFilm #daVedere #film #filmSuiViaggi #roadMovie #storieDiViaggio #top5 #viaggi
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Capitolo 408: Sognando Sorogoyen
Ultimi scampoli di primavera, con la bella notizia di poter vedere film al cinema a soli 3,50 euro. Già, perché vi ricordo che fino al 12 giugno tutti i film presenti in sala avranno questa riduzione (così come dal 21 al 25 settembre), mentre da venerdì prossimo al 20 settembre a costare 3,50 saranno tutti i film italiani ed europei. Cavolo, il Cinema è in Festa, approfittiamone! Per il resto, come avrete intuito dal titolo di questo capitolo, sto spazzolando l’intera filmografia di Sorogoyen, quasi tutta disponibile su Prime Video. Vi lascio ai film!
Madre (2018): Nel 2017 Rodrigo Sorogoyen realizza uno splendido cortometraggio, che riuscirà a finire addirittura nella cinquina degli Oscar. L’anno seguente il regista spagnolo costruisce intorno a quel corto una storia bellissima, intensa, che colpisce dall’inizio alla fine. I primi dieci minuti (tratti appunti dal corto di cui sopra) sono pazzeschi, non riesci quasi a respirare e pensi di continuo: “Ma che film sto vedendo?”. Quando l’asticella si alza in questo modo, poi è difficile accettare che il resto del film non sia allo stesso livello, seppur comunque validissimo. Non vi dico nulla per non rischiare di rovinarvi la bellezza di vedere quei primi dieci minuti con un bagaglio eccessivo di informazioni ma, vi prego, andate su Prime Video e guardatevi quella sequenza iniziale. Poi, ovviamente, guardate anche il resto del film, che è bellissimo. Che regista Sorogoyen (avete visto As Bestas, sì!).
•••½Stockholm (2013): Il film d’esordio di Sorogoyen (se escludiamo 8 Citas, co-diretto insieme a Peris Romano) racconta la storia di un ragazzo e di una ragazza che si conoscono una sera in un locale e passano la serata insieme. L’impianto teatrale è evidente, ci sono praticamente solo due personaggi in scena che discorrono tutto il tempo, la struttura però non funziona sempre, nonostante il gioco delle parti tra i due personaggi sia interessante, anche se a tratti risulta più un esercizio di stile. Film acerbo, ma si vede il potenziale di un grande autore interessato alle mille sfumature delle relazioni umane (come vedremo, meglio, nelle sue opere successive). Anche questo lo trovate su Prime.
•••I Fiumi di Porpora (2000): Nell’autunno 2000, mentre la Roma cominciava la sua cavalcata verso lo scudetto, c’era un adolescente che andava a vedersi al cinema ben due volte questo film di Mathieu Kassovitz. Ovviamente ero io, fissato a tal punto da leggermi pure il libro di Grangé, ambientato in un paese alpino della Francia dove si verificano strani omicidi. Al tempo stesso un brutto episodio del passato torna a bussare dal silenzio in cui era sepolto. Jean Reno indaga sui primi, Vincent Cassel sul secondo, finché le due piste non coincidono: il film funziona alla grande e mi piace ancora tanto, è coinvolgente, a tratti ironico, l’unica pecca è averlo trovato in tv completamente ridoppiato (e, come spesso accade in questi casi, il confronto con il doppiaggio precedente è impietoso e mi ha decisamente rovinato il rewatch). Uno dei migliori thriller della sua generazione.
••••Sognando Beckham (2002): Dopo averlo visto al cinema al momento dell’uscita, non avevo mai più rivisto questo bel film di Gurinder Chadha, sempre abile nel raccontare i contrasti tra culture differenti: in questo caso la famiglia della protagonista, indiana, vorrebbe che la ragazza trovasse un uomo da sposare e che magari si occupasse di faccende più “femminili” (ho messo le virgolette eh!). Lei invece ama David Beckham e vuole solo giocare a calcio insieme alla sua inseparabile amica Keira Knightley, qui nel ruolo che l’ha lanciata nel cinema (l’anno dopo arriverà la consacrazione con La Maledizione della Prima Luna e Love Actually). C’è qualche cliché di troppo, ma non importa, perché il film è fresco, divertente, infarcito di simpatici equivoci e bei personaggi. Trovato in tv qualche sera fa, della stessa regista vi consiglio caldamente anche Blinded By The Light.
•••½Che Dio Ci Perdoni (2016): Su Prime Video c’è praticamente tutta la filmografia di Sorogoyen (tranne il più bello, il recente As Bestas), oltre alla serie Dieci Capodanni che invece è disponibile su RaiPlay (l’altra serie, Antidisturbios, non è invece disponibile da nessuna parte). Quest’opera del 2016 è un thriller sorprendente, con qualche debito con Seven, Memorie di un Assassino e forse Il Segreto dei Suoi Occhi (con le dovute proporzioni): in una Madrid invasa dai pellegrini per l’imminente arrivo di Papa Ratzinger, due ispettori di polizia molto diversi tra loro (uno fumantino e violento, l’altro riflessivo e intuitivo), danno la caccia all’assassino che violenta e uccide le anziane signore del quartiere. C’è tutto ciò che ti aspetteresti in un bel thriller e la due ore di film filano via che è una bellezza. Da vedere, anche perché il protagonista è un incrocio tra Dustin Hoffman e Leo Messi.
•••½L’Attimo Fuggente (1989): Lo avevo rivisto un anno fa, proprio a giugno, ma quando passa in tv, appena cominciato, come fai a cambiare canale? Certo, vederlo da adolescente produce un effetto molto più dirompente che guardarlo per l’ennesima volta da adulto (?), ma la bellezza della storia e la trascinante potenza del finale, nonostante la retorica, è sempre intatta. Forse il miglior Robin Williams mai visto e senza dubbio il miglior film ambientato in una scuola che sia stato mai girato. Nonostante un giovane e già bravissimo Ethan Hawke, i miei personaggi preferiti, tra gli studenti, sono sicuramente il ribelle Nuwanda e il romantico Knox.
•••••Tokyo Godfathers (2003): Ho riscoperto un artista totale come Satoshi Kon solo negli ultimi anni e, dopo Perfect Blue e Paprika, sono riuscito a vedere finalmente anche questo film del 2003, tratto da un romanzo del 1913 già adattato da John Ford nel film In Nome di Dio del 1948 (distribuito anche con il titolo Il Texano). Tre clochard trovano tra i rifiuti una neonata e, nonostante opinioni diverse, si lanciano tra le strade di Tokyo alla ricerca dei genitori della bambina. L’odissea che ne verrà fuori sarà un percorso tra le tante sfaccettature della città, in una storia intrisa di amicizia, rimpianti e, soprattutto, perdono. Disegni come sempre strepitosi, la Tokyo invernale e notturna è incantevole, il film è bellissimo.
•••½Fuori (2025): Avevo buone aspettative su questo film di Mario Martone e forse sono rimasto un filo deluso. Sia chiaro, è un film molto ben diretto, con Valeria Golino e Matilda De Angelis davvero superlative, il problema è che non ci sono entrato. La storia, ispirata al periodo di detenzione della scrittrice Goliarda Sapienza, non racconta soltanto l’esperienza in carcere, ma soprattutto (come suggerisce il titolo) la vita fuori da Rebibbia, l’emarginazione dai circoli borghesi a cui la protagonista aveva preso parte in passato per ritrovarsi solo nella sorellanza con le sue compagne di cella. Va tutto bene, se non che a mancare sono proprio le emozioni. Lungi da me insegnare il mestiere a Martone, ma che spreco sbolognare quella bellissima scena in cui le tre protagoniste fanno la doccia insieme in venti secondi: Paolo Sorrentino, ad esempio, avrebbe messo una bella canzone italiana in sottofondo, forse qualche abbraccio in più, e avrebbe reso quella sequenza qualcosa da attaccare alla retina degli spettatori. Al di là di questa riflessione, un buon film, ma stavolta ci avevo sperato davvero in qualcosa di più grande.
•••#cheDioCiPerdoni #Cinema #daVedere #film #fuori #iFiumiDiPorpora #lAttimoFuggente #madre #recensione #sognandoBeckham #stockholm #storia #tokyoGodfathers
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Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio
Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.
Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
•••½Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
•••½Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
•••½Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
•••Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
••••Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
••••#amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry
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Recensione “The Shrouds”: Sotto il Sudario Niente
L’ultima fatica di David Cronenberg si apre su un corpo di donna in decomposizione, osservato da un volto in penombra, con i capelli grigi, ispidi, talmente somigliante al regista canadese da farti credere per un momento che sia proprio lui: un attimo dopo si illumina però il volto e riconosciamo le fattezze di Vincent Cassel, il vedovo al centro di una storia ispirata dal lutto vissuto dallo stesso Cronenberg in seguito alla perdita della moglie (sarà anche per questo che il protagonista somiglia così tanto al regista, immagino). L’elaborazione del lutto sfocia dunque in un film sul dolore, o viceversa, dove le ottime premesse non servono però a evitare una confusa deriva spy, tra complottismi, hacker e paranoie.
Vincent Cassel è un ricco imprenditore che ha basato il suo business sulla costruzione di cimiteri hi-tech in cui è possibile, grazie a un’app dedicata e a un particolare sudario (che non sfigurerebbe al Met Gala), monitorare in tempo reale la decomposizione del proprio caro estinto. I problemi cominciano quando l’uomo, mentre sta mostrando il corpo in decomposizione della moglie durante un appuntamento al buio (non riuscitissimo, capirete), nota dei depositi ossei che stanno crescendo nelle cavità nasali del cadavere. Questa scoperta viene poi seguita da una profanazione di alcune di queste tombe tecnologiche. Poi entra in gioco un milionario ungherese che vuole trasformare l’attività del protagonista in un franchise e da qui una concatenazione di eventi che ci fa perdere sempre più interesse nei confronti della storia.
Fedele ai corpi tumefatti su cui si basa la vicenda, anche il film stesso sembra decomporsi sotto gli occhi dello spettatore (se escludiamo una splendida scena di sesso tanto fisica quanto psicologica, che è anche una delle migliori sequenze del film, annunciata dalla frase “i complotti mi fanno arrapare”, una citazione che potrebbe decisamente funzionare su una linea di t-shirt per annoiati teenager statunitensi o addirittura sulle tazze per il caffè): i tentativi di Karsh, il protagonista, di mandare via il dolore rimpiazzandolo con qualcosa di più tangibile di uno schermo con un corpo in decomposizione cozzano decisamente con la sottotrama cospiratoria, a tal punto da non far capire né a lui, né tantomeno allo spettatore, la direzione in cui il film si sta dirigendo. Resta il rimpianto di qualcosa che, senza tutta quella fuffa complottista, sarebbe stata un bellissimo film sulla ricerca della nostra metà perduta, sulla possibilità di vivere ancora nonostante un dolore che ha mutilato il nostro corpo. Sotto il sudario però ci sono solo ossa, nonostante un film di Cronenberg meriti sempre il nostro tempo.
#Cinema #cronenberg #daVedere #diCheParla #film #recensione #spiegazione #storia #theShrouds #vincentCassel
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Recensione “Nonostante”: Purgatorio Amaro
Dopo un buonissimo esordio dietro la macchina da presa con Ride, Valerio Mastandrea raddoppia, anzi triplica, scrivendo, dirigendo e interpretando un film che lascia da parte il realismo agrodolce del film precedente, spostando il focus su una storia d’amore atipica, malinconica, surreale ma al tempo stesso molto dolce. Mastandrea è bravissimo a evitare ogni cliché, con il solito equilibrio tra cinismo, malinconia e leggerezza, un tratto che contraddistingue il suo memorabile protagonista e, di conseguenza, tutto il film.
In un ospedale le anime dei pazienti in coma vivono, parlano, passeggiano, in attesa di un risveglio o della morte. Una piccola comunità di persone molto diverse tra loro, con in comune un letto d’ospedale, una certa disillusione nei confronti della vita e un quasi perenne stato d’attesa. Il tempo scorre sempre uguale, tra improvvise raffiche di vento provocate da chi sta per morire, finché tra i corridoi nell’ospedale non si presenta una nuova paziente, anche lei ovviamente in coma, una donna che stravolgerà lo stato d’apatia rendendo molto più spaventosa l’idea della morte o, ancor peggio, della vita.
Se in Ride il tema centrale era l’elaborazione del lutto, in Nonostante c’è un’altra elaborazione da affrontare, quella di chi va via da questo limbo, morendo o, ancor più imprevedibilmente, svegliandosi dal coma, tornando su, come dicono i personaggi. Questa è probabilmente l’idea più potente del secondo film di Valerio Mastandrea: la paura della vita, intesa sia come risveglio che, da un punto di vista meno concreto, come un faccia a faccia con i propri sentimenti, con un’uscita dalla propria comfort zone emotiva. Forse con un terzo atto meno affrettato avremmo potuto parlare di uno dei migliori film italiani dell’anno, Mastandrea però è evidentemente cresciuto e maturato come artista e sta riversando la sua sensibilità e il suo valore anche dietro la macchina da presa. C’è più emozione, forse, in questo purgatorio immaginario che in tanta realtà, soprattutto perché, concedetemi il gioco di parole, al cuor non si comanda.
#Cinema #coma #commenti #daVedere #diCheParla #film #filmItaliani #mastandrea #recensione #spiegazione #trama
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Capitolo 402: Profondo Marzo
Le idi di marzo portano una bella carovana di film, oltre ai due recensiti a parte e per questo non inseriti in questo capitolo (mi riferisco a Mickey 17 e Lee Miller). Abbiamo ben quattro rewatch, ma soprattutto abbiamo tanta vita della profonda provincia statunitense, tra Indiana e Alabama. Due film italiani del secolo scorso, che più diversi non potrebbero essere, ma anche tre film di questo secolo, giusto per non farci mancare niente. Andiamo a scoprire le ultime visioni di questa prima metà di marzo.
Profondo Rosso (1975): Il capolavoro di Dario Argento quest’anno compie 50 anni e continua ad essere un film straordinario. Si tratta di uno di quei rari casi di film pressoché perfetti, dove una storia appassionante viene completata da grandi interpretazioni, colonna sonora da urlo, scenografie ipnotiche e una regia indimenticabile. Se avete voglia di approfondire qualche curiosità in più sul film vi consiglio questo bellissimo video su youtube, che rivela qualche chicca sconosciuta ai più (ad esempio che il titolo del film viene dai Deep Purple, ai quali Dario Argento aveva inizialmente chiesto di curare la colonna sonora, subito dopo averlo chiesto ai Pink Floyd!). Ad ogni modo, troppa bellezza tutta insieme: un capolavoro.
•••••Colpo Vincente (1986): Dopo la triste scomparsa di Gene Hackman mi sono ritrovato a spulciare il catalogo di Prime Video finché non mi sono imbattuto in questo film di David Anspaugh che non avevo mai sentito. Ispirato a una storia realmente accaduta, il film è incentrato su un ex grande allenatore di basket caduto in disgrazia, che ha la chance di rimettersi in sesto sedendosi sulla panchina della squadra liceale di un paesino rurale dell’Indiana, dove la comunità lo respinge e lo deride, anche per i suoi metodi duri e la condotta da sergente di ferro. Ben presto però, arriveranno anche i risultati. Trama semplice, storia facilmente intuibile, eppure è bellissimo: vero è che sono un appassionato di film sportivi, ma in questo caso sarà l’alone anni 80, sarà la presenza magnetica di Hackman, sarà un grande Dennis Hopper (candidato all’Oscar!)… Insomma, mi è piaciuto molto, rimpiango di non averlo visto ai tempi dell’adolescenza.
•••½Anora (2024): Che dire ancora del film che ha spiazzato tutti vincendo ben cinque Oscar? Questo rewatch a distanza di sette mesi mi ha fatto apprezzare di più la struggente bellezza del finale, anche se vedere in casa quel trascinante secondo atto, senza l’effetto cinema e la magica esperienza di ridere insieme a un centinaio di sconosciuti, qualcosa l’ha persa. Resta però intatto il valore di un film bellissimo, non il mio preferito di Sean Baker, ma comunque un’opera di enorme valore, trascinante, che maschera il dramma sociale sotto le spoglie di una farsa, emozionandoci con i sogni infranti di una working class al quale è severamente proibito godere di un riscatto, una rivalsa sociale o quel che sia. Splendido.
••••La Stanza Accanto (2024): Finalmente sono riuscito a recuperare l’ultima fatica di Pedro Almodovar, Leone d’Oro a Venezia nel settembre scorso. Tilda Swinton è una giornalista in fase terminale, intenzionata a morire prima che la malattia entri nella fase peggiore. Chiede a una cara amica, Julianne Moore, di farle compagnia durante le sue ultime settimane di vita, in una sorta di vacanza durante la quale vedere film, leggere, “rilassarsi”, in attesa del momento cruciale. Almodovar dirige due attrici magnifiche in un concentrato di dialoghi e colori accesi, citazioni cinematografiche e piccoli momenti di grande bellezza. Ora, non so se fosse il film più bello per il Leone d’Oro, non sta a me dirlo, ma si tratta comunque di un’ora e mezza di ottimo cinema e di bellissime immagini. Segnalo anche un John Turturro magnifico.
•••½A History of Violence (2005): Ricordo di aver visto questo film di Cronenberg al cinema, durante gli anni dell’università. Siamo di nuovo in una cittadina rurale dell’Indiana (va un casino questo mese), dove Viggo Mortensen trascorre una vita fin troppo tranquilla con la sua bella famigliola. Un giorno due malviventi tentano una rapina nel diner gestito da Viggo e la splendida moglie Maria Bello: mai idea fu più sbagliata, visto che il protagonista, messo alle corde, uccide i due criminali. La risonanza mediatica del cosiddetto “eroe per caso” supera i confini della città e anche quelli dello Stato, visto che pochi giorni dopo nel ristorante si presentano alcuni gangster di Philadelphia che riconoscono Viggo come tale Joey Cusack, ex gangster con cui la mafia irlandese sembra avere parecchi conti in sospeso. Il film qui prende una piega totalmente diversa, dove i valori famigliari vengono messi in crisi e in cui la violenza sembra essere l’unico modo valido per comunicare. Il film è splendido, tiene costantemente sulle spine e restiamo là appesi a capire se Mortensen è davvero l’uomo che dicono che sia o se c’è stato un errore. E tu stai lì a cercare di capire come questa bellissima famiglia possa riuscire a tirarsi fuori dai guai e dalle sempre più evidenti minacce da parte del cattivissimo Ed Harris. Due nomination agli Oscar (tra cui quella inspiegabile per William Hurt come attore non protagonista), l’ho trovato in tv appena cominciato: è uno di quei film davanti ai quali è davvero difficile cambiare canale.
••••Il Vigile (1960): Altro film pescato in televisione, probabilmente uno dei miei cinque Alberto Sordi preferiti. In questo film di Luigi Zampa, ambientato a Viterbo, Albertone è uno spaccone disoccupato, preso spesso di mira da vicini e conoscenti. Un giorno, grazie a un caso fortuito, il sindaco Vittorio De Sica è pressoché costretto a inserire Sordi nel corpo dei vigili urbani, dove combinerà un disastro dopo l’altro, senza perdere mai di vista la strafottenza e, al tempo stesso, un eccessivo senso del dovere. Una collezione di gag memorabili, dove spicca l’incontro con la celebre attrice Sylva Koscina (nella parte di se stessa): credo che non riuscirò mai a non ridere nel vedere le smorfie di Alberto Sordi mentre la Koscina lo saluta e lo ringrazia in diretta televisiva durante il Musichiere. Una commedia immortale.
••••Il Buio Oltre la Siepe (1962): Terzo film consecutivo trovato casualmente in tv ieri sera, dopo esser rientrato da fuori. Si tratta di uno dei miei film preferiti in assoluto nonché il primo di cui ho parlato nel Capitolo 1 di questa rubrica, un riconoscimento quasi superiore alle 8 nomination agli Oscar (e alle tre statuette per l’attore protagonista, la sceneggiatura non originale e la scenografia). Nell’Alabama degli anni 30, l’avvocato vedovo Gregory Peck, forse il miglior padre mai visto nella storia del cinema, cresce i suoi due ragazzini con pazienza e amore, mentre si avvicina il processo a un ragazzo afroamericano ingiustamente accusato di violenza sessuale, che sarà difeso proprio da Peck. La storia è raccontata attraverso il punto di vista dei bambini, con le loro avventure, i loro giochi, oltre alla paura irrazionale per un misterioso vicino di casa che nessuno sembra aver visto. Ho scoperto il film di Robert Mulligan grazie ad alcune citazioni presenti in Vanilla Sky, da allora è sempre stato amore puro. La piccola Mary Badham (sorella di John Badham, futuro regista de La Febbre del Sabato Sera), candidata agli Oscar come migliore attrice non protagonista, restò in contatto con Gregory Peck fino alla morte dell’attore nel 2003, chiamandolo sempre con il nome del suo personaggio, ovvero Atticus. Capolavoro totale.
•••••#aHistoryOfViolence #Cinema #colpoVincente #daVedere #diCheParla #film #ilBuioOltreLaSiepe #ilVigile #laStanzaAccanto #profondoRosso #recensione
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Il Mio 2024 Cinematografico
Il 2024 è stato l’anno in cui ho guardato più film in assoluto, almeno da quando tengo il conto, ovvero dal 2014 (fonte Letterboxd). Che anno è stato però, cinematograficamente parlando? Al di là dei film usciti in sala nel 2024 (che trovate nella mia usuale Top 20 di fine anno), quello appena finito è stato senza dubbio l’anno in cui mi sono innamorato di Kieslowski, di fuochi d’artificio che illuminano il cielo di Parigi mentre un ragazzo e una ragazza ballano sul Pont Neuf, di uno sfortunato asinello nella campagna francese, di un mistero dietro l’altro nella pampa argentina, di una donna in fuga insieme a un ragazzino e di tanti, tantissimi altri film straordinari. Vediamo insieme il mio percorso cinematografico attraverso classici del secolo scorso e recuperi degli anni passati.
Il 2024 si è aperto con il rewatch di Funeral Party (2007), una commedia che amo molto, ma il primo grande film del passato che ho recuperato, al di là del cult Il Giardino delle Vergini Suicide (1999) di Sofia Coppola, è lo straordinario Harakiri (1962) di Masaki Kobayashi. Il Giappone ha segnato senz’altro il mio 2024, visto che pochi giorni dopo ho stretto conoscenza anche con il sorprendente Onibaba (1964) di Kaneto Shindō e con il capolavoro d’animazione Paprika (2006) di Satoshi Kon. A chiudere in maniera straordinaria il primo mese dell’anno ci ha pensato però il recupero di un capolavoro immenso, Fitzcarraldo (1982) di Herzog, a cui va la palma del più bel recupero di un mese in cui ho visto 26 film.
Il febbraio più prolifico della mia vita (22 film visti) è stato soprattutto un mese di grandi rewatch. Ad ogni modo tra i vecchi film visti per la prima volta spuntano grandi titoli anni 90 come Festen (1998) di Vinterberg, La Fiammiferaia (1990) di Kaurismaki e Gli Amanti del Pont Neuf (1991) di Carax. Il più bel film visto a febbraio però, per quanto riguarda le scoperte e i recuperi, è senza dubbio La Battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo.
Il primo dei 24 film che ho visto a marzo è un colpo di fulmine totale: Distretto 13 (1976) di John Carpenter, film di cui ignoravo l’esistenza, mi appassiona totalmente. Il secondo film del mese è un’altra chicca imperdibile: il documentario di Martin Scorsese ItalianAmerican (1974). I tre recuperi più importanti di marzo sono però Beau Travail (1999) di Claire Denis, L’Orgoglio degli Amberson (1942) di Orson Welles e, soprattutto, Au Hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson, che è anche il film più bello che ho visto in questo mese, tra i vecchi classici visti per la prima volta (quindi sono sempre esclusi i rewatch e i film usciti in Italia nel 2024).
Ad aprile vedo 17 film, ma la qualità è immensa. Torna Herzog con l’altro grande classico “sudamericano”, ovvero Aguirre (1972). Approfondisco Jacques Tati con Le Vacanze di Monsieur Hulot (1953) e soprattutto mi avventuro per la prima volta nella trilogia di Kieslowski, guardando sia Film Blu (1993) che Film Bianco (1994). Ma l’opera che più di tutte mi appiccica allo schermo e mi si incolla alle viscere è senza dubbio Dogtooth (2009) di Lanthimos, un capolavoro incredibile.
A maggio esplode la primavera e forse è per questo che guarderò “solo” 13 film in tutto il mese. Poco male, perché il primo giorno comincia con un capolavoro: Film Rosso (1994), sempre della trilogia di cui sopra. Maggio però sarà segnato da altri due film straordinari: Che Fine Ha Fatto Baby Jane (1962) di Robert Aldrich e soprattutto la rivelazione argentina Trenque Lauquen (2022) di Laura Citarella, straordinaria opera di quattro ore, passata totalmente in sordina (forse a causa della durata?). Da segnalare anche l’ottimo Murina (2021), film croato di Antoneta Alamat Kusijanović.
A giugno, in quanto a film, il totale sale a 18, ma con soli tre rewatch. Degli undici film del passato visti per la prima volta, il più importante e straordinario è sicuramente Il Trono di Sangue (1957) di Akira Kurosawa. Degni di una menzione importante però vanno segnalati Starlet (2012) di Sean Baker, Fuoco Ragazza Mia! (1967) di Milos Forman e Tutti i Battiti del Mio Cuore (2005) di Jacques Audiard.
I 17 film visti a luglio cominciano con un grandissimo classico: Mr Smith Va a Washington (1939) di Frank Capra. I picchi del mese, sotto le stelle del terrazzino pugliese, sono La Furia Umana (1949) di Raoul Walsh e l’ennesimo film giapponese del 2024, L’Intendente Sansho (1954) di Kenji Mizoguchi. La palma del più bello di luglio però va sicuramente allo straordinario Splendore nell’Erba (1961) di Elia Kazan.
Ad Agosto, per colpa delle vacanze (lo so, è un controsenso), non vedo molto, ma trovo sicuramente importante aver recuperato un classico come Beverly Hills Cop (1984) di Martin Brest, che durante l’infanzia non avevo praticamente mai visto. Alla fine del mese, saranno solo 11 i film visti.
A settembre tornano le cifre importanti che mancano da marzo, con 22 film visti: la nuova annata comincia con un grande recupero, Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij. Il mese è segnato da altri due film, totalmente diversi tra loro, che mi sono comunque piaciuti molto: Il Fascino Discreto della Borghesia (1972) di Bunuel e Green Room (2015) di Jeremy Saulnier. Cinque sere sono poi impegnate da uno dei registi che più hanno segnato il mio 2024: Krzysztof Kieślowski. I dieci film che compongono il suo Decalogo (1989) sono, nell’insieme, l’opera più straordinaria che vedo durante questo mese.
Ottobre è quasi interamente occupato dalla Festa del Cinema di Roma, che pompa come sempre il conteggio portando a 32 il numero di film visti durante il mese. Nonostante tanti film nuovi, il recupero più importante del mio mese preferito è quello di Stranger Than Paradise (1984) di Jim Jarmusch. Tra gli altri, vanno citati La Leggenda del Re Pescatore (1991) di Terry Gilliam e I Dannati Non Piangono (1950) di Vincent Sherman.
I 16 film di novembre sono invece messi in ombra da due immensi capolavori che ho recuperato, due film davvero diversissimi tra loro: Lawrence d’Arabia (1962) di David Lean e Gloria (1980) di John Cassavetes. Difficile dire quale mi sia piaciuto di più, ma forse tendo maggiormente verso quest’ultimo. A rimpolpare la quota giapponese di grandi film visti nel 2024, va assolutamente citato Audition (1999) di Takashi Miike.
Infine arriviamo a dicembre con i suoi 15 film visti, il classico mese di recuperi di fine anno e di feste in cui, al contrario di quasi tutte le persone “normali”, non ho avuto il tempo di vedere nessun film. Prima di Natale però arriva l’ultimo grande classico scoperto durante il 2024: Scarpette Rosse (1948) di Powell e Pressburger è senza dubbio la cosa più bella vista durante questo mese, sempre a proposito di film del passato.
Il 2024 si è chiuso così con 233 film visti o rivisti, un anno in cui il mio amore per il cinema si è arricchito ancora di più con emozioni, viaggi in Paesi lontani, avventure che non vivrò mai se non sullo schermo e di immagini che ora fanno parte del mio bagaglio culturale, sentimentale o, più semplicemente, della mia vita (non solo da cinefilo). Spero che attraverso questo slalom tra classici e grandi film abbiate trovato qualche spunto e una buona selezione di titoli da aggiungere in watchlist. Il 2025 si è già aperto con due film in due giorni, due comfort movie della mia infanzia per alleggerire il carico del nuovo anno, prima di lanciarmi alla scoperta di tantissimi altri classici del passato. E allora buon 2025, amici cinefili e amiche cinefile.
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Capitolo 394: Vacanze di Natale
Ultimo capitolo prima delle festività natalizie e, soprattutto, della consueta Top 20 annuale che non vedo l’ora di proporvi (ancora qualche giorno di pazienza). Anche se restano quasi dieci giorni alla fine dell’anno, posso già tirare qualche somma su questo mio grandioso 2024 cinematografico. Dico grandioso perché da quando ho cominciato a tenere il conto (2014, dati Letterboxd), questo è stato l’anno in cui ho visto più film in assoluto, ben 232, battendo il “record” del 2020 in cui ne vidi 224. Lo so, non sono numeri di cui andare particolarmente fiero (significa che ho dedicato meno tempo ad altre cose), ma che volete farci, finché c’è il cinema a fare da punteggiatura, il resto della frase vien da sé.
Made in England: I Film di Powell e Pressburger (2024): Da molto tempo volevo vedere questo documentario dedicato al cinema britannico, in particolar modo sul cinema di Powell e Pressburger di cui, Scarpette Rosse a parte, non avevo praticamente mai sentito parlare. Capirete la mia sorpresa quando, dopo aver schiacciato play, ho visto Martin Scorsese tenere una vera e propria lezione di cinema sull’argomento, analizzando la filmografia dei due registi inglesi, mescolando aneddoti personali a meravigliose esegesi di alcune scene. A parte il fatto che sentirei Scorsese parlare anche per 820 ore filate, il documentario è veramente bellissimo. Lo trovate su Mubi.
••••Scarpette Rosse (1948): Inevitabile quindi, dopo aver visto il documentario di cui sopra, cominciare a recuperare qualcosa della filmografia di Powell e Pressburger. Da cosa cominciare se non dal loro film più celebre, incentrato su una compagnia di balletto guidata da un integerrimo impresario, che lancia nell’Olimpo una ballerina sconosciuta e un geniale compositore, grazie alla messa in scena della fiaba di Andersen che dà il titolo al film. L’arte prima di tutto, certo, ma a che costo? Per essere un film del 1948 è un’opera straordinaria, ricca di richiami suggestivi, con colori brillanti e una messa in scena audace (Scorsese in quel documentario lo spiega molto meglio di me…). Nominato in cinque categorie agli Oscar, ne vinse soltanto due, per la scenografia e la colonna sonora. Splendido.
••••Love Lies Bleeding (2024): Che bella sorpresa quest’opera seconda della giovane regista londinese Rose Glass. Ad Albuquerque, nella palestra gestita da Kristen Stewart, una sera piomba una culturista fuggita di casa per prepararsi a un festival di body building che si tiene a Las Vegas. Le due ragazze si innamorano, ma la situazione ben presto precipita. Ci sono echi di Thelma e Louise, con un vago richiamo al cinema dei Coen, c’è una dose di violenza potente ma non eccessiva, ci sono steroidi, c’è un Ed Harris viscido e inquietante: il tutto è messo insieme così bene dalla regista, che quando il film finisce sei davvero soddisfatto per come hai speso gli ultimi 100 minuti. Certo che tra questo e l’universo di Breaking Bad, Albuquerque deve essere proprio un cavolo di posto pericoloso.
••••Medianeras (2011): Avevo già visto questo film di Gustavo Taretto al cinema, quando uscì da noi, nell’ottobre del 2014. Siamo a Buenos Aires, un trentenne vive praticamente chiuso in casa, tranne quando esce a portare a spasso il cane lasciatogli dalla sua ex. Di fronte a lui, a sua insaputa, vive invece una ragazza, laureata in architettura ma costretta a campare come vetrinista. Lei è più aperta al mondo, ma ha conversazioni più interessanti con i manichini che con gli uomini che incontra. Due solitudini che si incrociano per strada in tante occasioni, sfiorandosi, senza mai incontrarsi. Un film tenero, con alcuni spunti molto interessanti (il paragone tra l’architettura confusa e schizofrenica di Buenos Aires e la persone che la abitano), personaggi adorabili e la malinconia tipica del cinema argentino. Taretto è bravo a rendere il disagio di una generazione che vive una costante condizione di precarietà, sia professionale che sentimentale, di un mondo a portata di clic dove però è difficile stringere relazioni stabili. Bello, lo trovate su Prime.
•••½Tatami (2023): Il film più bello che ho visto a dicembre, il classico recupero dell’ultimo mese che arricchisce il mio 2024 cinematografico. La squadra iraniana femminile di judo si reca in Georgia per i campionati mondiali. Il capitano della squadra ha ottime possibilità di vincere la medaglia d’oro, ma potrebbe esserci la possibilità di incontrarsi in finale con un’atleta israeliana, un incontro che il regime iraniano vuole assolutamente evitare. Senza bisogno di aggiungere altro, il film di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi è un racconto di libertà e femminismo, ennesimo film di questo capitolo che vede al centro della scena delle donne forti: tra tanti splendidi personaggi femminili citati nelle righe precedenti, il ritratto più potente e strepitoso è senza dubbio quello della protagonista di questo splendido film. Commovente.
••••Vacanze in America (1984): L’altra sera, mentre scrivevo l’articolo sui festival di cinema di tutto il mondo, avevo in sottofondo Italia1, dove si giocava il secondo tempo di una partita di Coppa Italia. Finito l’articolo (e anche il post-partita) in tv è cominciato questo cult di Carlo Vanzina, che non vedevo dai tempi di scuola. A differenza dei miei ex-compagni di classe, questo non è mai stato un mio film di culto, ad ogni modo è stata una visione interessante. La storia racconta la gita negli States di un gruppo di liceali di un istituto cattolico di Roma, guidato dal prete Christian De Sica nei panni di Don Buro (forse il ruolo più memorabile della sua carriera). Una sfilza di battute inspiegabilmente brutte, cliché a non finire e citazioni pop, eppure il tutto, nel suo orrido insieme, riesce a funzionare, quantomeno come salto nel tempo: nonostante la bruttezza infatti, il film di Vanzina è un clamoroso specchio degli anni 80, sia per l’immaginario statunitense che evoca che per atteggiamenti e modi di fare italiani, e c’è una certa nostalgia in tutto ciò (non per tutto, per carità). Tra le note di merito va segnalata inoltre una splendida selezione musicale nella colonna sonora: Vicious di Lou Reed, Jump delle Pointer Sisters (la canzone resa celebre dal balletto di Hugh Grant in Love Actually, per intenderci), Take Me Home Country Roads di John Denver, The Midnight Special dei Creedence o I Get Around dei Beach Boys, tra le altre.
•••Bussano alla Porta (2023): Tipico film di M. Night Shyamalan con un primo atto molto bello e accattivante, ma con uno sviluppo ripetitivo e poco coinvolgente. Quattro estranei si introducono in una baita di montagna abitata da una coppia e dalla loro figlioletta. Gli estranei, con affabilità ed estremo tatto, comunicano alla coppia di scegliere chi voler eliminare della loro famiglia, se no si scatenerà l’apocalisse, tutti gli esseri umani moriranno tranne loro, che si ritroverebbero vivi, ma unici sopravvissuti in un mondo distrutto (sic). Ad ogni rifiuto da parte della coppia verrà scatenata una piaga sulla Terra per dimostrare che la minaccia è reale. Se questa premessa vi sembra una cazzata colossale e perché, in tutta probabilità, è esattamente ciò su cui si basa il film, che da qui in poi sarà prevedibile in ogni suo beat, in ogni sua svolta, finale compreso. Da premiare però l’idea di caratterizzare gli antagonisti come delle persone meravigliosamente gentili, a tal punto da vedere anche loro come personaggi positivi. Lo trovate su Netflix, ma mi auguro che abbiate modi migliori di impiegare il vostro tempo.
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Recensione “Nosferatu” (2024)
Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre.
Il vampiro Nosferatu, il “non spirato”, nasce nel 1922 come plagio cinematografico del capolavoro di Bram Stoker Dracula, in uno dei film più simbolici della cinematografia di Murnau, dell’espressionismo tedesco e senza dubbio di tutto il cinema muto: qualunque cinefilo che si rispetti avrà presente l’inquietante sagoma deformata di Max Schreck, il primo Nosferatu del cinema, proiettata sulla parete della sua decadente magione. Eggers prende quell’ombra e la diffonde per 135 minuti di film sugli occhi di chi guarda, soprattutto tra le pieghe di un desiderio latente, quello di una protagonista eccezionale, che rispetto alle versioni precedenti di Nosferatu, qui diventa il vero e proprio motore della storia: Lily-Rose Depp è infatti splendida e inquietante al tempo stesso, a tal punto che forse mi spaventerebbe addirittura incontrarla per strada, e concede tutta se stessa ai suoi demoni, alla sua solitudine, al suo desiderio, in una società maschilista controllata da inetti, come il marito della sua Ellen, il solito Nicolas Hoult confuso e incapace di cambiare espressione, non importa se il suo personaggio venga bullizzato nel liceo descritto da Nick Hornby, sia in preda a dubbi etici e morali nella giuria di Clint Eastwood o terrorizzato nei Carpazi da un uomo molto più carismatico di lui (sebbene si tratti di uno spaventoso vampiro, questo glielo concediamo). Perché, diciamolo, è molto più interessante il rapporto che intercorre tra Ellen e Orlok rispetto a quello che la donna ha con suo marito: è infatti la lotta contro l’oscurità che Leni porta dentro la vera anima di questo convincente lavoro di Eggers, un horror gotico ricco di atmosfere e suggestioni appartenenti al secolo scorso, ma capace anche di essere moderno, sempre credibile e mai grottesco. La grandezza di questa nuova versione di Nosferatu è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti, che frenano i suoi desideri, che decidono come deve vivere e che addirittura tentano di frenare la sua “follia” facendole indossare corpetti più stretti.
Il Conte Orlok può anche far paura (bravo Skarsgaard, ormai abbonato a vestire i panni dei mostri), ma non sarà mai così spaventoso come quando Eggers costringe noi spettatori – e ogni personaggio dei suoi film – a fare i conti con l’oscurità che portiamo dentro, che probabilmente rinneghiamo, ma che forse dovremmo imparare a riconoscere. Perché anche dopo la notte più buia, c’è sempre il sorgere del sole.
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