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  1. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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    #chloeZhao #Cinema #daVedere #film #hamnet #jessieBuckley #locandina #paulMescal #recensione #shakespeare #spiegazione #storia

  2. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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  3. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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  4. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perdere un figlio. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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  5. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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  6. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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    #aldoGiovanniEGiacomo #attitudiniNessuna #cinema #daVedere #diCheParla #documentario #film #locandina #milano #recensione #ricordi #sketch #spiegazione #storia

  7. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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  8. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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  9. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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  10. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

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  11. Recensione “Nouvelle Vague”: Fino al Primo Respiro

    4 maggio 1959. A Cannes, per la prima volta, viene presentato al pubblico I 400 Colpi di Truffaut, inizio folgorante di una carriera straordinaria. Tra gli spettatori c’è un collega, Jean-Luc Godard, anche lui come Truffaut scrive di cinema sui Cahiers du Cinema. Sulle lenti dei suoi inseparabili occhiali da sole si riflette il finale del film, con Jean Pierre Leaud che cammina sulla spiaggia. Basterebbe questa scena, da sola, a rendere Nouvelle Vague di Richard Linklater un film degno di essere visto. Ha perfettamente senso, a pensarci, che uno dei padri del cinema indie statunitense, cresciuto a pane e cinefilia, realizzi una dichiarazione d’amore a quella passione che lo ha nutrito sin da giovane e che l’ha reso, oggi, uno dei registi più innovativi e apprezzati del suo tempo. Ma il suo ultimo film non è un omaggio, assolutamente no: è il desiderio di trascorrere del tempo in giro con quelle persone, con Truffaut, Godard, Chabrol, Rivette e tutto il resto della compagnia, talmente folta che a tratti si fatica a memorizzare ogni volto, ogni nome. Come se Linklater fosse il protagonista di qualcosa come Midnight in Paris, e che invece di tornare nella Parigi degli anni 20, fosse stato catapultato (e noi con lui) in quella del 1959, nel momento in cui Godard decide che è arrivato il momento di esordire alla regia di un lungometraggio.

    Il film ripercorre tutte le fasi che hanno portato alla nascita di Fino all’Ultimo Respiro: il bisogno di dirigere un film, la scelta della sceneggiatura (firmata proprio da Truffaut), il casting e tutta le pre-produzione, fino ai venti giorni che hanno segnato una fase di riprese che avrebbe rivoluzionato per sempre le regole di fare cinema, allo stesso modo del montaggio (“Saltate! Saltate tutto quello che non serve!”, l’ordine che darà vita alla tecnica del jumpcuts). Linklater ci catapulta su quelle strade, con Belmondo e Jean Seberg in giro per Parigi a rubare scene, quasi a improvvisare battute e movimenti (“Dammi un Bogart”, l’indicazione del regista, che avrebbe dato vita a uno dei gesti più celebri della Nouvelle Vague francese).

    Nouvelle Vague è pura cinefilia: come si fa a non emozionarsi quando Jean Seberg mostra a Jean Paul Belmondo come ballano negli Stati Uniti, quello stesso ballo che Godard mostrerà in uno dei suoi film successivi, Bande à Part, in una delle scene più iconiche del suo cinema? O quando lo stesso Godard chiede a Belmondo di citare una frase qualunque di Casablanca mentre parla con Jean Seberg? Chi ama il cinema ama la Nouvelle Vague e chi ama la Nouvelle Vague amerà il film di Linklater. Il sillogismo dunque è semplice: chi ama il cinema, non potrà non innamorarsi di questo film.

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  12. Recensione “Alpha”: Tra Venti Rossi e Vene di Pietra

    Nel bellissimo Titane, film precedente di Julia Ducournau, Vincet Lindon insegnava alla protagonista del film come fare un massaggio cardiaco canticchiando Macarena. Qui a fare i massaggi cardiaci c’è invece la splendida dottoressa Golshifteh Farahani, già musa di Ridley Scott, Asghar Farhadi e Jim Jarmusch, tra gli altri. Forse tutto Alpha è un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, che come il precedente farà discutere, dividerà, ma che innegabilmente è in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche (Tahar Rahim diventa sempre più bravo a ogni film).

    La giovane Alpha un giorno torna a casa con la lettera A incisa sul braccio, una ragazzata che getta sua madre, dottoressa single, nel panico: in giro infatti c’è un virus ematico che pietrifica le persone, rendendole simile a statue di marmo (lo stesso virus contratto anni prima dal fratello della dottoressa). Per sapere se la ragazza è stata contagiata servono però due settimane: un attesa snervante per una 13enne che deve vivere ogni giorno in una classe di coetanei che, adesso, cercano di evitarla in ogni modo.

    Il mondo del film, senza cellulari, senza internet e tecnologie simili, somiglia in maniera inquietante agli anni 80 in cui siamo cresciuti anche noi, con il terrore dell’AIDS che rendeva spaventosa ogni passeggiata per strada (“guarda sempre a terra, attento a non calpestare siringhe”, ci dicevano gli adulti). Il riferimento all’HIV non è neanche tanto nascosto, in questa allegoria che abbellisce esteticamente la malattia, ma che al tempo stesso ci mostra quanto sia spietata e pericolosa. La chiave di tutto forse è in una poesia di Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno, che viene spiegata a lezione di inglese nella classe di Alpha, dove il poeta racconta cosa significa perdersi durante il cammino dell’esistenza, quando la disperazione prende il sopravvento e non si riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa sia, per l’appunto, un’illusione. Alpha, infatti, è un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    Dopo la Palma d’Oro con Titane, la regista francese realizza forse il suo film più bello, sicuramente il più cupo e disperato, dove le montagne russe tra la corsia di un ospedale (dove c’è spazio anche per l’ottimo francese dell’infermiera Emma Mackey!) e la casa-ambulatorio delle protagoniste altro non sono se non quella stessa spiaggia dorata dove il poeta di cui sopra soffriva della sua incapacità di trattenere la sabbia nella mano: tutti cerchiamo qualcosa di solido a cui aggrapparci, ma ciò che cerchiamo si trova sempre di fronte a un cambiamento perpetuo, inarrestabile, forse davanti a una realtà effimera, che soffia come il maledetto vento rosso delle maledizioni berbere.

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  13. Recensione “Nosferatu” (2024)

    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre.

    Il vampiro Nosferatu, il “non spirato”, nasce nel 1922 come plagio cinematografico del capolavoro di Bram Stoker Dracula, in uno dei film più simbolici della cinematografia di Murnau, dell’espressionismo tedesco e senza dubbio di tutto il cinema muto: qualunque cinefilo che si rispetti avrà presente l’inquietante sagoma deformata di Max Schreck, il primo Nosferatu del cinema, proiettata sulla parete della sua decadente magione. Eggers prende quell’ombra e la diffonde per 135 minuti di film sugli occhi di chi guarda, soprattutto tra le pieghe di un desiderio latente, quello di una protagonista eccezionale, che rispetto alle versioni precedenti di Nosferatu, qui diventa il vero e proprio motore della storia: Lily-Rose Depp è infatti splendida e inquietante al tempo stesso, a tal punto che forse mi spaventerebbe addirittura incontrarla per strada, e concede tutta se stessa ai suoi demoni, alla sua solitudine, al suo desiderio, in una società maschilista controllata da inetti, come il marito della sua Ellen, il solito Nicolas Hoult confuso e incapace di cambiare espressione, non importa se il suo personaggio venga bullizzato nel liceo descritto da Nick Hornby, sia in preda a dubbi etici e morali nella giuria di Clint Eastwood o terrorizzato nei Carpazi da un uomo molto più carismatico di lui (sebbene si tratti di uno spaventoso vampiro, questo glielo concediamo). Perché, diciamolo, è molto più interessante il rapporto che intercorre tra Ellen e Orlok rispetto a quello che la donna ha con suo marito: è infatti la lotta contro l’oscurità che Leni porta dentro la vera anima di questo convincente lavoro di Eggers, un horror gotico ricco di atmosfere e suggestioni appartenenti al secolo scorso, ma capace anche di essere moderno, sempre credibile e mai grottesco. La grandezza di questa nuova versione di Nosferatu è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti, che frenano i suoi desideri, che decidono come deve vivere e che addirittura tentano di frenare la sua “follia” facendole indossare corpetti più stretti.

    Il Conte Orlok può anche far paura (bravo Skarsgaard, ormai abbonato a vestire i panni dei mostri), ma non sarà mai così spaventoso come quando Eggers costringe noi spettatori – e ogni personaggio dei suoi film – a fare i conti con l’oscurità che portiamo dentro, che probabilmente rinneghiamo, ma che forse dovremmo imparare a riconoscere. Perché anche dopo la notte più buia, c’è sempre il sorgere del sole.

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  14. Un celebre cartellone, esposto qualche tempo fa durante una manifestazione, recitava la frase “avevamo aspettative basse, ma…”, seguito da un’espressione che non è possibile riportare. Una frase che basterebbe da sola a commentare il sequel meno necessario degli ultimi decenni di cinema, in cui Joaquin Phoenix vaga a vuoto, talvolta ridendo, talvolta piangendo: potrebbero essere le stesse reazioni che ha avuto mentre leggeva la sceneggiatura. Già, perché non si salva davvero niente da questo naufragio cinematografico, né gli interpreti principali, ridotti ad essere la caricatura di loro stessi, né i tanto attesi momenti musicali, che invece di farci alzare in piedi per ballare insieme al Joker, risultano talmente piatti e privi di brio da costringere alcuni spettatori a lasciare la sala anzitempo (è successo davvero).

    Il primo film si chiudeva con Arthur Fleck che, in diretta televisiva, aveva appena ucciso Murray Franklin, il celebre conduttore del suo talk show preferito. In Joker: Folie à Deux, Arthur è detenuto in un istituto psichiatrico, in attesa di essere processato per i fatti accaduti nel film precedente. Qui conosce Lee, una donna internata per aver dato fuoco a una palazzina, capace con la sua voce e i suoi sorrisi di infondere musica e amore in Arthur, che ormai sembrava diventato un corpo senz’anima, privo di gioia, privo di vita.

    Più che Arthur, a meritare un processo sarebbe Todd Phillips: per aver sprecato il talento di Lady Gaga, ridotta praticamente ad essere un volto sullo sfondo di un’aula di tribunale, per averci fatto sentire come canta Joaquin Phoenix, ma anche per aver messo in piedi uno spettacolo tedioso, quasi cringe, per usare un termine tanto in voga oggigiorno. Perché in questo sequel del fortunatissimo Joker sembra non divertirsi veramente nessuno: né chi l’ha girato né i protagonisti e, di conseguenza, neanche il pubblico. Senza un film di Scorsese da prendere come riferimento (forse stavolta poteva tentare con New York, New York?), Phillips non ha la bussola per portare la sua storia a fondo con convinzione e buone idee, mostrando quanto sia fragile l’uomo nascosto dietro l’antieroe amato dalle folle incendiarie, calzante metafora per dire quanto sia debole questo sequel dietro la maschera del film precedente. Avevamo aspettative basse, ma… diamine!

    https://unavitadacinefilo.com/2024/10/01/recensione-joker-folie-a-deux-2024/

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  15. Della serie: 'Locandine non richieste' .
    Vi sblocco un brivido...
    "Belfagor - il Fantasma del Louvre" (Francia 1965)
    Illustrazione omaggio allo sceneggiato televisivo ORTF/RAI

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