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#spiegazione — Public Fediverse posts

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  1. Recensione “Disclosure Day”: Incontri Rivelatori del Terzo Tipo

    Da quando ho memoria vivo con la speranza di poter campare abbastanza da avere la prova inconfutabile dell’esistenza degli extraterrestri. Non pretendo di essere un testimone oculare e di ottenere tale prova personalmente: mi accontenterei di guardare un telegiornale e poter semplicemente ascoltare la notizia. O di leggerla sul profilo social di qualcuno che non sia un fanfarone. Steven Spielberg secondo me vive con lo stesso mio desiderio, ma lui in quanto Spielberg ha la possibilità di trasformare i suoi sogni in film bellissimi (se non in capolavori). Lo ha fatto tanti anni fa con E.T. e, ancor prima, con quello che ritengo il più grande film mai girato sulla presenza degli extraterrestri, ovvero Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. Ora il regista più amato della nostra infanzia è tornato con una nuova storia, che regala un sogno a tutti quelli come me che vorrebbero campare abbastanza da poter scoprire la notizia dell’esistenza degli alieni. Insomma, avete capito: anche io sono tra quelli che, se ne avessero avuto la possibilità, si sarebbero appesi in cameretta il celebre poster con il disco volante e la scritta I Want to Believe.

    Il film comincia con uno spaventato e confuso Josh O’Connor, in fuga da una sorta di agenzia governativa per cui lavorava come informatico e che, a quanto pare, avrebbe trascorso gli ultimi 79 anni a nascondere al mondo le prove dell’esistenza degli extraterrestri (una data non casuale, visto che il celebre incidente di Roswell è avvenuto nel 1947). Poco dopo, in tutt’altra location, vediamo Emily Blunt nei panni di una meteorologa di Kansas City che, prima di svenire durante una diretta televisiva, comincia a parlare una lingua sconosciuta e incomprensibile. Sulle loro tracce c’è Colin Firth, deciso a mantenere segreti i documenti e i video trafugati dal suo ex-dipendente. Tra fughe a perdifiato (che in realtà sono le scene meno credibili del film, e parliamo di un film sugli alieni!), autocitazioni (quando ho visto i protagonisti correre sul tetto del treno pensavo che di lì a poco sarebbe sbucato Harrison Ford con la frusta) e incontri rivelatori, mentre tutti cercano di difendere la propria versione della verità, io ero lì che mi chiedevo: ma alla fine questi alieni li vedremo o no? Beh, questo lo scoprirete da soli.

    Al di là di tutto, saremo mai pronti a una rivelazione di questa portata? Forse è questa la domanda che si pone Steven Spielberg e io ritengo che non debba neanche esserci questione. Non so se 8 miliardi di persone possano gestire una notizia così, però voglio dire, io sono prontissimo. Lo ero già nei mesi scorsi, quando Trump aveva avviato la declassificazione di numerosi documenti federali sugli UFO, che però non contenevano alcuna prova concreta di una visita extraterrestre sulla Terra. Forse tutto quel baccano su questo argomento ha contribuito solo a creare un gigantesco teaser per il nuovo film di Steven Spielberg, che come al solito riesce ad andare oltre la realtà, mostrandoci ancora una volta il lato più candido dei nostri sogni. Quello che il regista cerca di dirci (e non è la prima volta) è che il mondo sarebbe un posto migliore se uno sviluppo sostanziale dell’empatia facesse parte dell’evoluzione umana: è infatti nel momento in cui riesce a “scivolare” dentro le emozioni delle altre persone che il personaggio di Emily Blunt capisce di aver trovato il proprio posto nel mondo. Dietro a tante fantasticherie, il cuore del film credo che sia proprio questo: sognare un mondo più empatico, dove la rivelazione della presenza di altre forme di vita possa farci sentire meno soli, meno tristi, più vicini. Personalmente ho amato così tanto perdermi in alcune scene di questo film che ora vorrei ancor di più vivere anche io un Disclosure Day. Non so se riuscirò davvero a vivere abbastanza per scoprirlo, per fortuna però c’è sempre il cinema a mostrarci che forma possono prendere i nostri desideri. Il cinema e, ovviamente, Steven Spielberg: spesso queste due cose coincidono.

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    #Cinema #daVedere #diCheParla #disclosureDay #film #recensione #significato #spiegazione #spielberg
  2. [S1: #LearnItalianShow Ep. 42 - Che cosa è MICA? #SPIEGAZIONE - YouTube](youtube.com/watch?v=kBcupAZt6T)

    这个系列有好多有趣视频可以看,大多是博主意大利小哥和奶奶的对话,有意大利语和英语双字幕,语速比小猪佩奇慢多了,内容也比较有趣一些。

  3. Recensione “Cime Tempestose”: Tanto Amore Per Nulla

    Non credo di aver mai sentito tanti “Ti amo” come in questo film. Questa premessa è necessaria, perché nonostante io non rientri di certo nel target di riferimento a cui è destinata l’ultima fatica di Emerald Fennell, la soglia di miele dispensata in due ore supera di gran lunga il livello accettabile per un film di quest’epoca. Ma forse è proprio questo il difetto più grande: questa nuova versione di Cime Tempestose non solo arriva a soli 15 anni di distanza da quella di Andrea Arnold (a sua volta girata invece 31 anni dopo il film del 1970 di Robert Fuest), ma appare immediatamente anacronistica e, inevitabilmente, impallidisce rispetto all’opera di Emily Bronte da cui è tratta, che è del 1847.

    In una tenuta dello Yorkshire, il trovatello Heathcliff cresce fianco a fianco con la figlia del contadino, Catherine Earnshaw, con la quale nasce sin da subito un legame profondo, selvaggio, quasi ossessivo. Nonostante un amore dirompente seppur mai apertamente dichiarato, la ragazza, ormai adulta, decide di sposare un uomo socialmente più adatto. Ferito e umiliato, Heathcliff si allontana e sparisce per anni, fino a quando decide di tornare, segnato dal dolore per l’assenza ma soprattutto da un sentimento mai sopito.

    Emerald Fennell mette da parte la fiamma della vendetta, tratto distintivo dell’opera letteraria, per concentrarsi sui sentimenti, sull’amore, riducendo un classico della letteratura a un’opera commerciale, quasi adolescenziale, in cui il colpo di grazia arriva quando vediamo Jacob Elordi cavalcare al rallenty con una musica drammatica in sottofondo (per fortuna questa scelta appare soltanto per pochissimi secondi). A condire il tutto, un paio di sequenze con il protagonista a petto nudo, per assicurarsi il sostegno della larga fanbase dell’attore. Difficile salvare dal disastro l’inevitabile chimica tra Elordi e Margot Robbie, che tra una slinguazzata e l’altra restituiscono l’immagine di una passione bruciante che dimentica quasi del tutto la rabbia, il rancore (non a caso le sequenze migliori del film sono le poche in cui Heathcliff e Catherine sono in conflitto). Incredibile pensare che la stessa regista, pochi anni fa, esordiva dietro la macchina da presa con un film di ben altra caratura, lo splendido Una Donna Promettente. Oggi, purtroppo, siamo qui a certificare il primo grande passo falso della sua carriera (al di là del successo che otterrà al box office). Tanto, troppo amore, per nulla.

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    #cimeTempestose #Cinema #commenti #film #jacobElordi #margotRobbie #recensione #spiegazione
  4. Recensione “Hamnet”: L’Arte del Dolore

    Dopo la discutibile parentesi Marvel con Eternals, Chloé Zhao torna su un film più congeniale alla sua sensibilità, concentrandosi sulla storia di un lutto impossibile da superare e di come il dolore possa reinventarsi sottoforma di arte. Prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, Hamnet è un incanto fatto di silenzi che fanno rumore, di lacrime che sembrano non poter trovare fine, di dolori che strappano l’anima, di rimpianti che non possono essere colmati. Ed è in tutto questo che emergono le interpretazioni di Jessie Buckley e Paul Mescal, capaci di strapparti il cuore dal petto con una sfumatura del viso (e Mescal sembra essersi specializzato in questo, pensando ad Aftersun e non solo).

    Un giovane William Shakespeare incontra la sua futura moglie Agnes, che gli darà tre figli. Nonostante una felice vita coniugale, Will è frustrato, lavora controvoglia nel laboratorio del padre e non riesce a concentrarsi sulla scrittura per emergere come drammaturgo. Agnes lo invita allora a trasferirsi a Londra per consacrarsi nel teatro. Durante la sua assenza però la peste porta via il piccolo Hamnet a soli undici anni, catapultando l’intera famiglia negli abissi del dolore, un dolore in cui si può annegare, ma anche un dolore e un rimpianto che forse si può esorcizzare con l’arte.

    Tratto dal romanzo omonimo di Maggie O’Farrell, Hamnet è un film travolgente come l’esperienza di diventare genitori e, al tempo stesso, devastante come quella di perderne uno. Zhao concentra il suo sguardo su Agnes, sul suo carattere, sulla maternità, sul lutto, sull’elaborazione del dolore, restituendoci uno dei personaggi femminili più belli degli ultimi anni di cinema. Ma è anche una riflessione sulla ripetitività (e l’eternità) dell’arte: grazie all’Amleto, l’opera attraverso la quale William elabora il lutto di suo figlio Hamnet, il bambino potrà rinascere ancora migliaia di volte, nei secoli dei secoli. Se non è questa la magia dell’arte e, per estensione, del cinema, non so proprio che altro possa esserlo.

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    #chloeZhao #Cinema #daVedere #film #hamnet #jessieBuckley #locandina #paulMescal #recensione #shakespeare #spiegazione #storia

  5. Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi

    Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!

    Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
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    Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
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    Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
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    L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
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    Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
    •••½

    SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.

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  6. Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

    Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

    Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
    •••

    Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
    •••½

    Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
    ••••

    Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
    ••

    Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
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    The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
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    Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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  7. Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza

    Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.

    After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
    •••

    L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
    ••½

    Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
    ••••

    Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
    ••••½

    The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
    •••½

    SERIE TV
    Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.

    Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.

    Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.

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  8. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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  9. Capitolo 418: A House of Cinema

    Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.

    Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
    ••½

    A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
    •••½

    Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
    •••

    Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
    •••½

    Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
    ••

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  10. Recensione “Nouvelle Vague”: Fino al Primo Respiro

    4 maggio 1959. A Cannes, per la prima volta, viene presentato al pubblico I 400 Colpi di Truffaut, inizio folgorante di una carriera straordinaria. Tra gli spettatori c’è un collega, Jean-Luc Godard, anche lui come Truffaut scrive di cinema sui Cahiers du Cinema. Sulle lenti dei suoi inseparabili occhiali da sole si riflette il finale del film, con Jean Pierre Leaud che cammina sulla spiaggia. Basterebbe questa scena, da sola, a rendere Nouvelle Vague di Richard Linklater un film degno di essere visto. Ha perfettamente senso, a pensarci, che uno dei padri del cinema indie statunitense, cresciuto a pane e cinefilia, realizzi una dichiarazione d’amore a quella passione che lo ha nutrito sin da giovane e che l’ha reso, oggi, uno dei registi più innovativi e apprezzati del suo tempo. Ma il suo ultimo film non è un omaggio, assolutamente no: è il desiderio di trascorrere del tempo in giro con quelle persone, con Truffaut, Godard, Chabrol, Rivette e tutto il resto della compagnia, talmente folta che a tratti si fatica a memorizzare ogni volto, ogni nome. Come se Linklater fosse il protagonista di qualcosa come Midnight in Paris, e che invece di tornare nella Parigi degli anni 20, fosse stato catapultato (e noi con lui) in quella del 1959, nel momento in cui Godard decide che è arrivato il momento di esordire alla regia di un lungometraggio.

    Il film ripercorre tutte le fasi che hanno portato alla nascita di Fino all’Ultimo Respiro: il bisogno di dirigere un film, la scelta della sceneggiatura (firmata proprio da Truffaut), il casting e tutta le pre-produzione, fino ai venti giorni che hanno segnato una fase di riprese che avrebbe rivoluzionato per sempre le regole di fare cinema, allo stesso modo del montaggio (“Saltate! Saltate tutto quello che non serve!”, l’ordine che darà vita alla tecnica del jumpcuts). Linklater ci catapulta su quelle strade, con Belmondo e Jean Seberg in giro per Parigi a rubare scene, quasi a improvvisare battute e movimenti (“Dammi un Bogart”, l’indicazione del regista, che avrebbe dato vita a uno dei gesti più celebri della Nouvelle Vague francese).

    Nouvelle Vague è pura cinefilia: come si fa a non emozionarsi quando Jean Seberg mostra a Jean Paul Belmondo come ballano negli Stati Uniti, quello stesso ballo che Godard mostrerà in uno dei suoi film successivi, Bande à Part, in una delle scene più iconiche del suo cinema? O quando lo stesso Godard chiede a Belmondo di citare una frase qualunque di Casablanca mentre parla con Jean Seberg? Chi ama il cinema ama la Nouvelle Vague e chi ama la Nouvelle Vague amerà il film di Linklater. Il sillogismo dunque è semplice: chi ama il cinema, non potrà non innamorarsi di questo film.

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  11. Come velocizzare l’apertura di ASSOINVOICE

    Se gestisci la contabilità dell'azienda in cui lavori, con molta probabilità conosci AssoInvoice. In questo articolo ti spiegherò come ottimizzare questo software e come creare uno SCRIPT BATCH capace di eseguire un processo di MIRRORING. Potrai usare tutte queste informazioni nelle situazioni più disparate.

    ilfavolosomondodileo.wordpress

  12. Recensione “Springsteen – Liberami dal Nulla”: Qualcosa di Autentico

    Trovo che sia sempre difficile parlare di qualcosa di così personale, così intimo, così tuo, quando poi diventa di tutti. C’è un po’ di gelosia forse, può darsi, oppure qualche traccia di arroganza, come se non tutti meritino di entrare in contatto con qualcosa di così speciale, qualcosa del tipo: “io ci ho vissuto dentro quelle canzoni, chi siete voi per scoprirle in un film e poi tornare alle vostre vite?”. Parlo ovviamente del sesto album di Bruce Springsteen, Nebraska, la cui genesi viene raccontata da Scott Cooper (che già ci aveva deliziato con un altro film musicale, il bellissimo Crazy Heart) in un film cupo, non sempre facile da digerire, ma prezioso, autentico, vero. E ora che questo film sta per arrivare negli occhi e nelle orecchie di tutti, non so bene come sentirmi, perché chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti (non a caso una delle battute che restano più impresse è quando Bruce confessa al suo manager Jon Landau: “Cerco qualcosa di autentico in mezzo a tutto questo rumore”). E in mezzo al rumore, spicca l’interpretazione di Jeremy Allen White: il modo in cui l’attore di The Bear riesce a modellare il suo timbro vocale è impressionante, a tal punto che lo stesso Springsteen si è domandato se quella nel film fosse la sua voce o quella dell’attore.

    Siamo nell’autunno del 1981 (stesso periodo in cui è nato chi vi scrive, sarà anche per questo che sento questa storia così vicina?). Bruce Springsteen ha appena concluso il tour di The River e per la prima volta ha raggiunto il numero uno delle classifiche. Tutti aspettano il suo album successivo per la consacrazione definitiva, Springsteen però non è ancora pronto a lasciar andare il passato e si chiude in una casa di campagna nel New Jersey, a Colts Neck, insieme a un registratore portatile, la chitarra acustica, l’armonica. Qui comincia a buttare giù idee, canzoni, un demo che non dovrebbe portare da nessuna parte, che racconta storie di criminali e sogni sfioriti, lasciando emergere sensi di colpa, disillusione, disperazione. Mentre il mondo aspetta un nuovo album pieno di hit da cantare e da ballare, Bruce Springsteen sta affrontando i suoi demoni con la musica, attraverso la quale tenta di trascinare i fardelli che il Boss porta con sé dall’infanzia. Sarà dunque questa follia acustica il suo nuovo album? Spoiler: certo che sì.

    Il rapporto tra Springsteen e il cinema è noto, ne abbiamo parlato spesso anche su queste pagine: il Boss ha ispirato film (da Lupo Solitario di Sean Penn, che prende spunto proprio da una canzone dell’album Nebraska, a Thunder Road o Blinded by the Light) e documentari, oltre ad aver vinto un Premio Oscar per Philadelphia. Al tempo stesso è il cinema ad aver dato forma all’immaginario del Boss: in Liberami dal Nulla è evidente infatti come La Rabbia Giovane di Malick o il capolavoro La Morte Corre sul Fiume di Laughton abbiamo lasciato un’impronta decisiva nell’evoluzione dell’uomo e dell’artista. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    #Cinema #daVedere #diCheParla #film #jeremyAllenWhite #liberamiDalNulla #nebraska #recensione #significato #spiegazione #springsteen

  13. Recensione “Una Battaglia Dopo L’Altra”: Viva la Revolucion!

    Tom Petty nella sua splendida hit American Girl cantava: Well, she was an American girl, raised on promises, she couldn’t help thinkin’ that there, was a little more to life, somewhere else (“Beh, era una ragazza americana, cresciuta a promesse, non poteva fare a meno di pensare che c’era qualcosa di più nella vita, da qualche parte”). Non è un caso se questo brano, che i più cinefili ricorderanno anche in una scena de Il Silenzio degli Innocenti, sia stato scelto da Paul Thomas Anderson a chiusura della sua ennesima prodezza. Al centro della storia, infatti, c’è un’altra ragazza americana, cresciuta a menzogne, che non poteva fare a meno di credere che nella sua vita ci fosse qualcosa di più rispetto alle paranoie (più che fondate) del babbo Leonardo Dicaprio. Tra rivoluzioni agognate e rivoluzioni fallite, sensei messicani (Benicio Del Toro da nomination immediata), suprematisti bianchi e un fiume di parole in codice, c’è davvero tanta carne al fuoco nei 170 minuti di Una Battaglia Dopo l’Altra.

    L’ex rivoluzionario Leonardo Dicaprio vive con la figlia adolescente avuta dalla ex-compagna, un’attivista afroamericana con cui ha condiviso anni di lotte e rivoluzioni, ora scomparsa. Dopo anni di silenzio, il razzista Sean Penn torna nella sua vita per dargli la caccia, ma soprattutto per portargli via la figlia, a suo parere la prova imbarazzante di un’unione interrazziale, ma non solo. Il nostro sarà allora costretto a fare i conti con il suo passato.

    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di Una Battaglia Dopo l’Altra. Ci sono momenti (ma soprattutto personaggi) che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo.

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  14. Recensione “Alpha”: Tra Venti Rossi e Vene di Pietra

    Nel bellissimo Titane, film precedente di Julia Ducournau, Vincet Lindon insegnava alla protagonista del film come fare un massaggio cardiaco canticchiando Macarena. Qui a fare i massaggi cardiaci c’è invece la splendida dottoressa Golshifteh Farahani, già musa di Ridley Scott, Asghar Farhadi e Jim Jarmusch, tra gli altri. Forse tutto Alpha è un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, che come il precedente farà discutere, dividerà, ma che innegabilmente è in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche (Tahar Rahim diventa sempre più bravo a ogni film).

    La giovane Alpha un giorno torna a casa con la lettera A incisa sul braccio, una ragazzata che getta sua madre, dottoressa single, nel panico: in giro infatti c’è un virus ematico che pietrifica le persone, rendendole simile a statue di marmo (lo stesso virus contratto anni prima dal fratello della dottoressa). Per sapere se la ragazza è stata contagiata servono però due settimane: un attesa snervante per una 13enne che deve vivere ogni giorno in una classe di coetanei che, adesso, cercano di evitarla in ogni modo.

    Il mondo del film, senza cellulari, senza internet e tecnologie simili, somiglia in maniera inquietante agli anni 80 in cui siamo cresciuti anche noi, con il terrore dell’AIDS che rendeva spaventosa ogni passeggiata per strada (“guarda sempre a terra, attento a non calpestare siringhe”, ci dicevano gli adulti). Il riferimento all’HIV non è neanche tanto nascosto, in questa allegoria che abbellisce esteticamente la malattia, ma che al tempo stesso ci mostra quanto sia spietata e pericolosa. La chiave di tutto forse è in una poesia di Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno, che viene spiegata a lezione di inglese nella classe di Alpha, dove il poeta racconta cosa significa perdersi durante il cammino dell’esistenza, quando la disperazione prende il sopravvento e non si riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa sia, per l’appunto, un’illusione. Alpha, infatti, è un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    Dopo la Palma d’Oro con Titane, la regista francese realizza forse il suo film più bello, sicuramente il più cupo e disperato, dove le montagne russe tra la corsia di un ospedale (dove c’è spazio anche per l’ottimo francese dell’infermiera Emma Mackey!) e la casa-ambulatorio delle protagoniste altro non sono se non quella stessa spiaggia dorata dove il poeta di cui sopra soffriva della sua incapacità di trattenere la sabbia nella mano: tutti cerchiamo qualcosa di solido a cui aggrapparci, ma ciò che cerchiamo si trova sempre di fronte a un cambiamento perpetuo, inarrestabile, forse davanti a una realtà effimera, che soffia come il maledetto vento rosso delle maledizioni berbere.

    #alpha #Cinema #cosaVedere #daVedere #diCheParla #film #juliaDucournau #locandina #poesia #recensione #significato #spiegazione #unSognoDentroUnSogno #ventoRosso #virus

  15. Capitolo 412: Puglia, Texas

    Anche questo Ferragosto ce lo siamo tolto di mezzo. Il 15 è un po’ come il giro di boa dell’estate, superato quello si avvicina la nuova stagione e tutti quei propositi che troppo facilmente ci siamo appuntati per settembre. L’estate è quindi agli sgoccioli, si avvicina per me il rientro nella Città Eterna (e la ricerca della casa), le presentazioni del libro (il 28 agosto a Monopoli, il 18 settembre a Roma), il ritorno a una routine romana che, dopo tutte queste settimane in terra pugliese, comincia a mancarmi. Ciò che non manca mai, invece, è buon cinema. E allora andiamo a parlare di film!

    Paris, Texas (1984): Quando ho saputo che avrebbero proiettato il capolavoro di Wim Wenders all’arena estiva di Polignano a Mare (se siete in zona, andateci: è magnifica), non ho esitato un istante a fiondarmici. Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, è un’opera che ho scoperto in età adulta, soltanto cinque anni fa, ma che non mi è più uscita dal cuore. In questo film c’è tutto quello che amo vedere su uno schermo: la strada, il viaggio, un protagonista tormentato, nessun antagonista (se non gli eventi della vita), la giusta ironia, un sottofondo di malinconia e romanticismo, una fotografia stupefacente e una colonna sonora perfetta: una collezione di luoghi e personaggi da amare. Harry Dean Stanton sparisce per anni nel deserto e quando viene finalmente recuperato dal fratello, viene riportato a casa, dove incontra suo figlio, che ora ha 8 anni e praticamente non lo conosce. Al tempo stesso, il nostro cerca di scoprire dove sia invece finita la mamma del bambino (Nastassja Kinski), anche lei fuggita da diversi anni. Tre film in uno, una manciata di personaggi ai quali ti affezioni senza esitazioni, di cui vorresti conoscere il destino, di cui ti preoccupi continuamente. Una poesia di terra e fuoco, attraverso motel e bar, specchi e riflessi. Capolavoro.
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    Una Pallottola Spuntata (2025): Durante il primo atto ho riso più volte, ci stavo davvero credendo, ho pensato: “Cavolo, sta funzionando” (due o tre gag sono ottime). Poi le idee finiscono (più o meno con la comparsa in scena di un imbarazzante pupazzo di neve spiritato), le citazioni pure e quel che resta è una storia, che da pretesto diventa il punto del film: dove muore il passato e non c’è spazio per il futuro c’è solo un presente che, purtroppo, genera mostri. Inutile citare la trama, c’è il solito milionario dalle idee folli, c’è il solito protagonista che ne combina di tutti i colori, ci sono i soliti metodi bislacchi ma funzionali: ogni cosa però è lo squallido tentativo di replicare quello schema nel quale una volta lavoravano idee geniali, qui invece non ce ne sono. E allora lasciate che i morti riposino in pace, lasciate stare chi ha fatto sbellicare dalle risate una generazione intera.
    ••½

    Weapons (2025): Spinto da una serie di recensioni e commenti positivi (e da un trailer niente male), sono andato al cinema con le migliori intenzioni. Nel cuore di una notte, in una cittadina della Pennsylvania, alcuni bambini fuggono improvvisamente di casa. Dalle videocamere di sicurezza emerge che i ragazzi sono tutti scappati di loro spontanea volontà e, nei giorni seguenti, non si riesce a dare una spiegazione all’evento. Il capro espiatorio diventa Julia Garner, la maestra, visto che i bambini appartenevano tutti alla sua classe. La prima mezzora è bellissima, ha un debito con l’immaginario di Stephen King (soprattutto come ambientazione). L’effetto Rashomon, ovvero la struttura narrativa che racconta uno stesso evento da punti di vista diversi, funziona piuttosto bene e aggiunge di mano in mano nuovi tasselli alla storia, risolvendosi però in un finale purtroppo grottesco, poco coinvolgente, sul quale il film inevitabilmente si affloscia (difetto tipico di molti horror inizialmente promettenti, come il recente Longlegs, ad esempio, o il comunque buonissimo When Evil Lurks). La metafora sull’ipocrisia che si cela dietro le maschere sorridenti delle comunità di provincia è un po’ abusata e perde di potenza di film in film. Di Zach Cregger si era parlato bene con l’opera prima Barbarians (che non ho visto, lo recupererò) e anche qui riesce a tenere insieme qualche buona idea, ma nel complesso non va e, ripeto, la seconda metà del film è davvero un delitto (dai, ma veramente gli investigatori non avevano pensato a seguire la direzione dove convergono le fughe dei bambini? Meno male che c’è Josh Brolin a pensarci!).
    •••

    L’Implacabile (1987): Il regista Paul Michael Glaser forse è più celebre come volto televisivo nei panni del detective Starsky nel telefilm Starsky e Hutch, chi è cresciuto negli anni 80 forse invece ricorderà questo action distopico che vede come protagonista Arnold Schwarzenegger. Nel futuro 2017 (sic) alcuni detenuti possono ottenere la grazia partecipando a una trasmissione televisiva di successo, dove devono attraversare alcuni quadranti sotterranei della città senza finire uccisi dagli “sterminatori” spediti appositamente dal programma per rendere la missione più complicata. Schwarzy è ingiustamente accusato di aver massacrato un gruppo di persone inermi, che chiedeva solo cibo (la scena, vista oggi, è inquietante per l’attinenza con le cronache di questi mesi) e finisce con il diventare un perfetto concorrente per il programma. Nonostante le premesse abbastanza ridicole (e nonostante l’accento e la recitazione “canina” di Schwarzenegger), il film ha un suo perché, funziona, diverte, con una strepitosa colonna sonora da videogame anni 80 e la struttura stessa che sembra quella di un videogioco per Amiga. Se un film del genere l’avesse diretto qualcuno come George Miller, probabilmente staremmo qui a parlare di un cult assoluto. A ogni modo, a settembre uscirà un remake con protagonista Glen Powell, The Running Man.
    •••½

    #Cinema #commenti #film #lImplacabile #parisTexas #recensione #significato #spiegazione #unaPallottolaSpuntata2025 #weapons

  16. Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio

    Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.

    Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
    •••½

    Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
    •••½

    Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
    •••½

    Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
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    Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
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    Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
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    #amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry

  17. Il file hosts

    Il file hosts è un file di testo che serve a collegare nomi di dominio a indirizzi IP e viceversa. Questo file ha la precedenza sull'interrogazione al server DNS. La modifica del file hosts porta diversi vantaggi. Può essere usato nelle attività quotidiane o nell'hacking.

    ilfavolosomondodileo.wordpress

  18. Il protocollo SNMP

    Il protocollo SNMP permette di leggere e modificare la configurazione di un dispositivo di rete. Questo protocollo è ormai integrato nella maggior parte dei dispositivi. Cerchiamo di scoprire qualcosa in più a riguardo.

    ilfavolosomondodileo.wordpress

  19. Recensione “The Shrouds”: Sotto il Sudario Niente

    L’ultima fatica di David Cronenberg si apre su un corpo di donna in decomposizione, osservato da un volto in penombra, con i capelli grigi, ispidi, talmente somigliante al regista canadese da farti credere per un momento che sia proprio lui: un attimo dopo si illumina però il volto e riconosciamo le fattezze di Vincent Cassel, il vedovo al centro di una storia ispirata dal lutto vissuto dallo stesso Cronenberg in seguito alla perdita della moglie (sarà anche per questo che il protagonista somiglia così tanto al regista, immagino). L’elaborazione del lutto sfocia dunque in un film sul dolore, o viceversa, dove le ottime premesse non servono però a evitare una confusa deriva spy, tra complottismi, hacker e paranoie.

    Vincent Cassel è un ricco imprenditore che ha basato il suo business sulla costruzione di cimiteri hi-tech in cui è possibile, grazie a un’app dedicata e a un particolare sudario (che non sfigurerebbe al Met Gala), monitorare in tempo reale la decomposizione del proprio caro estinto. I problemi cominciano quando l’uomo, mentre sta mostrando il corpo in decomposizione della moglie durante un appuntamento al buio (non riuscitissimo, capirete), nota dei depositi ossei che stanno crescendo nelle cavità nasali del cadavere. Questa scoperta viene poi seguita da una profanazione di alcune di queste tombe tecnologiche. Poi entra in gioco un milionario ungherese che vuole trasformare l’attività del protagonista in un franchise e da qui una concatenazione di eventi che ci fa perdere sempre più interesse nei confronti della storia.

    Fedele ai corpi tumefatti su cui si basa la vicenda, anche il film stesso sembra decomporsi sotto gli occhi dello spettatore (se escludiamo una splendida scena di sesso tanto fisica quanto psicologica, che è anche una delle migliori sequenze del film, annunciata dalla frase “i complotti mi fanno arrapare”, una citazione che potrebbe decisamente funzionare su una linea di t-shirt per annoiati teenager statunitensi o addirittura sulle tazze per il caffè): i tentativi di Karsh, il protagonista, di mandare via il dolore rimpiazzandolo con qualcosa di più tangibile di uno schermo con un corpo in decomposizione cozzano decisamente con la sottotrama cospiratoria, a tal punto da non far capire né a lui, né tantomeno allo spettatore, la direzione in cui il film si sta dirigendo. Resta il rimpianto di qualcosa che, senza tutta quella fuffa complottista, sarebbe stata un bellissimo film sulla ricerca della nostra metà perduta, sulla possibilità di vivere ancora nonostante un dolore che ha mutilato il nostro corpo. Sotto il sudario però ci sono solo ossa, nonostante un film di Cronenberg meriti sempre il nostro tempo.

    #Cinema #cronenberg #daVedere #diCheParla #film #recensione #spiegazione #storia #theShrouds #vincentCassel

  20. Recensione “Nonostante”: Purgatorio Amaro

    Dopo un buonissimo esordio dietro la macchina da presa con Ride, Valerio Mastandrea raddoppia, anzi triplica, scrivendo, dirigendo e interpretando un film che lascia da parte il realismo agrodolce del film precedente, spostando il focus su una storia d’amore atipica, malinconica, surreale ma al tempo stesso molto dolce. Mastandrea è bravissimo a evitare ogni cliché, con il solito equilibrio tra cinismo, malinconia e leggerezza, un tratto che contraddistingue il suo memorabile protagonista e, di conseguenza, tutto il film.

    In un ospedale le anime dei pazienti in coma vivono, parlano, passeggiano, in attesa di un risveglio o della morte. Una piccola comunità di persone molto diverse tra loro, con in comune un letto d’ospedale, una certa disillusione nei confronti della vita e un quasi perenne stato d’attesa. Il tempo scorre sempre uguale, tra improvvise raffiche di vento provocate da chi sta per morire, finché tra i corridoi nell’ospedale non si presenta una nuova paziente, anche lei ovviamente in coma, una donna che stravolgerà lo stato d’apatia rendendo molto più spaventosa l’idea della morte o, ancor peggio, della vita.

    Se in Ride il tema centrale era l’elaborazione del lutto, in Nonostante c’è un’altra elaborazione da affrontare, quella di chi va via da questo limbo, morendo o, ancor più imprevedibilmente, svegliandosi dal coma, tornando su, come dicono i personaggi. Questa è probabilmente l’idea più potente del secondo film di Valerio Mastandrea: la paura della vita, intesa sia come risveglio che, da un punto di vista meno concreto, come un faccia a faccia con i propri sentimenti, con un’uscita dalla propria comfort zone emotiva. Forse con un terzo atto meno affrettato avremmo potuto parlare di uno dei migliori film italiani dell’anno, Mastandrea però è evidentemente cresciuto e maturato come artista e sta riversando la sua sensibilità e il suo valore anche dietro la macchina da presa. C’è più emozione, forse, in questo purgatorio immaginario che in tanta realtà, soprattutto perché, concedetemi il gioco di parole, al cuor non si comanda.

    #Cinema #coma #commenti #daVedere #diCheParla #film #filmItaliani #mastandrea #recensione #spiegazione #trama

  21. Recensione “Lee Miller”: La Ragazza con la Rolleiflex

    Il problema atavico di tanti film ispirati alla vita di grandi fotografi e grandi fotografe è che, pressoché sempre, le foto che hanno realizzato sono decisamente più interessanti del contesto in cui si muovono le loro vite. Il film di Ellen Kuras dedicato alla carriera di Lee Miller, modella e musa di Man Ray prima, corrispondente di guerra in qualità di fotoreporter dopo, non fa eccezione, dimostrandosi troppo convenzionale nel raccontare il lavoro di una donna straordinaria, una fotografa immersa per anni in un mondo dominato da uomini armati (da questo punto di vista è stata la più grande della sua epoca, seconda forse soltanto alla spericolata quanto eccezionale Margaret Bourke-White, sulla quale il cinema prima o poi dovrebbe puntare lo sguardo).

    Gran parte del film mostra le sequenze in cui, con le libertà narrative del caso, Lee Miller ha scattato le sue immagini più celebri, dalle dipendenti di Vogue con le maschere antincendio alla celeberrima immagine della stessa fotografa intenta a lavarsi nella vasca da bagno di Hitler, dopo la fine della guerra. Sempre chinando il capo verso la sua Rolleiflex, con la quale ha raccontato, oltre agli orrori del mondo, soprattutto donne di qualunque genere, che siano ragazze in un rifugio antiaereo, aviatrici, naziste suicide o bambine spaventate. Saranno questi i frammenti più belli di Lee Miller.

    Ellen Kuras è senza dubbio più celebre come direttrice della fotografia che come regista (qui al suo primo film di finzione dopo il documentario The Betrayal, candidato all’Oscar), basti pensare al suo lavoro più importante, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, nel quale ha plasmato visivamente le idee di Michel Gondry, contribuendo a consegnare il film alla storia del cinema. Senza dubbio è interessante vedere un’esperta di luci accostarsi al lavoro di una fotografa, che fa della luce il suo inchiostro quotidiano, peccato però che ogni scena proceda con il pilota automatico, sprecando un cast prezioso, costellato da perle come Marion Cotillard e Noemie Merlant, oltre alla protagonista Kate Winslet. Nonostante proceda tutto come ci si aspetti, compresa la galleria delle reali immagini di Lee Miller durante i titoli di coda, è un film pieno di intensità, di carica emotiva, che ha bisogno di far sentire la propria voce. Ma la fatica di Ellen Kuras alla fine non fa altro che rimpolpare la lunga lista di film incentrati sul lavoro di fotoreporter di guerra: da Sotto Tiro a Mille Volte Buona Notte, da Bang Bang Club al recente Civil War (dove la protagonista si chiama, guarda caso, proprio Lee…), solo per citarne alcuni. Per carità, Lee Miller non è peggiore di tanti titoli simili, ma il punto è che non riesce neanche a essere migliore e la domanda che segue è: forse ci stiamo stufando di vedere così tante rappresentazioni della Seconda Guerra Mondiale? Forse sarebbe il caso di mostrarla in maniera diversa (come fatto straordinariamente da La Zona d’Interesse)? Forse il problema di questo film è proprio nell’immaginario che ci mostra, a cui siamo probabilmente assuefatti? Rimugino su questo punto senza conoscere una risposta, certo però di poter aprire un motore di ricerca, sfogliare le immagini di Lee Miller e restare con gli occhi incollati a quelle foto straordinarie. Una reazione che, purtroppo, questo buon film non riesce a regalarci.

    #Cinema #commenti #film #foto #fotografa #guerra #kateWinslet #leeMiller #recensione #spiegazione #storia

  22. Capitolo 398: Gennaio è Servito

    Ridendo e scherzando ci stiamo avvicinando a grandi falcate al capitolo numero 400, un bel numero, soprattutto perché richiama un certo film a cui sono appena appena legato. Ma di questo parleremo a tempo debito, perché oggi c’è davvero tanta carne sulla brace, generi molto diversi tra loro, cinema di ogni tipo. Ad ogni modo è stato un buon inizio, per quanto riguarda il 2025: se anche stasera guarderò un film (e non vedo come ciò non possa succedere), anche quest’anno, così come l’anno scorso, avrò visto 26 film a gennaio. Restiamo in media.

    Mississippi Burning (1988): Buonissimo film di Alan Parker (regista di Fuga di Mezzanotte, Pink Floyd The Wall e The Commitments, per citarne alcuni) ispirato ad una storia realmente accaduta. Siamo negli anni 60 e tre giovani attivisti per i diritti civili degli afroamericani spariscono nel nulla dopo essersi recati in una cittadina del Mississippi. L’FBI manda il cazzuto ma ligio alle regole Willem Dafoe e il più anziano, ma ancor più cazzuto, Gene Hackman per indagare su quanto accaduto, scoperchiando un pozzo di odio, razzismo, omertà. C’è un po’ troppo manicheismo, non a caso i personaggi più interessanti sono quelli che presentano zone grigie (lo stesso Hackman e Frances McDormand, bravissima). Bel film, ti fa indignare per bene, ti fa sbattere i pugni e, a tratti, ti gratifica, anche se forse il finale avrebbe avuto bisogno di una scena più memorabile. Ad ogni modo, molto contento di averlo recuperato. Lo trovate su Prime Video.
    •••½

    Walk The Line (2005): La sera stessa dopo aver visto A Complete Unknown (cliccate sul titolo per leggere la recensione completa) ero talmente in brodo di giuggiole da sentire il bisogno di rivedere per la decima (?) volta il precedente biopic musicale di James Mangold, incentrato su Johnny Cash e sul tormentato corteggiamento di June Carter. Si tratta di un film che amo molto, che ha sicuramente segnato i miei anni universitari, i ricordi più belli (ma qui Johnny Cash ha avuto decisamente il suo peso) e ci sono davvero molto affezionato. Come si fa a non fare il tifo per Joaquin Phoenix, quando chiede ripetutamente a Reese Witherspoon di sposarlo? Come si fa a non emozionarsi quando quei due meravigliosi protagonisti cantano It Ain’t Me Babe di Bob Dylan guardandosi in quegli occhi che sprigionano amore (rendendo ironiche quelle stesse parole che stanno cantando)? Sono talmente legato a questo titolo che ogni parola sarebbe superflua: non posso essere obiettivo. Viva Johnny Cash.
    ••••

    Signori, il Delitto è Servito (1985): Esordio alla regia di Jonathan Lynn (celebre più che altro per l’esilarante commedia Mio Cugino Vincenzo, del 1992), che insieme a John Landis adatta per il cinema il celebre gioco da tavola Cluedo. Sei persone vengono invitate a cena in un’enorme villa nella campagna del New England. Un omicidio sconvolgerà la serata, con gli avventori che, insieme al maggiordomo Tim Curry, tenteranno di scoprire l’identità del colpevole. Classico whodunit leggero, si ridacchia qua e là, ma galleggia tutto sulla superficie, senza grandi idee registiche o narrative. Va segnalato però un buon cast, con il già citato Tim Curry, oltre a Christopher Lloyd, Madeline Kahn (la ricorderete in Frankenstein Junior) e Michael McKean (il fratello di Jimmy in Better Call Saul!), tra gli altri. Carino ma tra pochi giorni lo avrò già dimenticato.
    •••

    Treni Strettamente Sorvegliati (1966): Premio Oscar per il miglior film straniero, un biglietto da visita niente male per questo film cecoslovacco diretto dall’esordiente Jiri Menzel e ambientato quasi esclusivamente all’interno di una stazione ferroviaria di provincia. Durante l’occupazione nazista, un giovane ferroviere cerca di imparare il mestiere e al tempo stesso di dimostrare alla sua ragazza di essere un “vero uomo”. La sua inadeguatezza sessuale lo spinge sull’orlo della depressione, mentre intorno a lui succede un po’ di tutto, almeno fin quando la guerra non irrompe nella quotidianità della stazione. C’è follia e tenerezza, è come se lontani parenti di Wes Anderson e Aki Kaurismaki avessero deciso di fare un film insieme. Bellissimo, lo trovate su Prime Video.
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    Bread and Roses (2000): Un film minore di Ken Loach è pur sempre un film di Ken Loach. In questo caso il regista britannico gira per la prima volta negli Stati Uniti, realizzando il tipico film di denuncia sulla precarietà del lavoro e lo sfruttamento capitalista, inserito in questo caso nel contesto dell’immigrazione clandestina. Una ragazza messicana passa la frontiera per raggiungere sua sorella, che vive già da tempo a Los Angeles. Riesce a farsi assumere come addetta alle pulizie in un prestigioso grattacielo, dove però le condizioni di lavoro sono pietose: qui entrerà in gioco il simpatico sindacalista Adrien Brody, che la convincerà a lottare per i suoi diritti. Ciò che vediamo fa talmente tanta rabbia che se si pensa per un momento che tutto questo accade veramente (e 25 anni dopo la situazione è pure peggiorata), puoi davvero cascare malato: per fortuna Loach riesce a ripiegare spesso su qualche spunto da commedia e porta a casa un lavoro più che interessante, magari non uno dei suoi migliori titoli, ma pur sempre un film di Ken Loach al 100%. Lo potete vedere su Mubi.
    •••½

    The Girl With the Needle (2024): Il candidato danese ai prossimi Oscar, nominato come Miglior Film Internazionale e già in concorso allo scorso Festival di Cannes, è davvero un’opera notevole. Diretto da Magnus Von Horn, è ispirato a un fatto davvero accaduto, ma per il vostro bene eviterò di accennare troppo alla trama. Vi basti sapere che al centro della storia, ambientata nel primo dopoguerra, c’è una giovane operaia, Karoline. Rimasta incinta, la ragazza viene licenziata e, per questo, resta sola al mondo. L’incontro con una donna più anziana, che aiuta giovani madri indigenti a dare una vita migliore ai loro bambini, cambierà le carte in tavola, almeno finché Karoline non decide di saperne di più. Girato in un bianco e nero esteticamente sublime, il film di Van Horn riesce a cambiare direzione ogni dieci minuti, permettendo all’angoscia di insinuarsi sotto la pelle dello spettatore, fino a un climax eccezionale, che lascia senza parole. Un grande film europeo, assolutamente da vedere, nonostante sia davvero angosciante. Ma come diceva il saggio: “Non si può mica campare di sole commedie”. Lo trovate su Mubi (se volete provarlo gratis per un mese, cliccate qui).
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    Tootsie (1982): Non avevo mai visto questo film di Sidney Pollack ed è strano, visto che Dustin Hoffman (qui strepitoso) è uno dei miei attori preferiti della sua generazione. Stavolta il nostro Dustin è un attore di talento che, a causa del suo carattere pignolo e piuttosto fastidioso, viene respinto a ogni audizione e per questo non può mai sperare di staccarsi dal lavoro di cameriere, che condivide con il suo coinquilino Bill Murray (che coppia, avrei voluto vederli di più insieme!). Stanco di essere rifiutato, Dustin Hoffman decide di presentarsi a un’audizione per il ruolo di una donna tutta d’un pezzo, nuovo personaggio di una soap di successo. Ottenuta la parte, per l’attore cominciano i veri guai, gli equivoci e, fortunatamente per noi, parecchie risate. Dieci nomination agli Oscar (e solo una statuetta, a Jessica Lange come migliore attrice non protagonista), una commedia sfrontata, bizzarra ma decisamente divertente, moderna, che tende a ridicolizzare la società maschiocentrica (nel 1982!) e dove Bill Murray sembra l’unico personaggio veramente normale (e ho detto tutto): “arrostirai all’inferno per quello che stai facendo”, “io non credo nell’inferno, credo nella disoccupazione”. Bello, mi sono proprio divertito.
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  23. Top 20 – I Miei Film del 2024

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2024. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto ad un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio La Stanza Accanto di Almodovar, in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2024, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Irene Jacob, meravigliosa protagonista di Tre Colori – Film Rosso (Krzysztof Kieślowski, 1994).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2024), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- The Beast (La Bête, Bertrand Bonello)
    L’ultimo film di Bertrand Bonello, già autore del bellissimo Nocturama e del notevole Zombi Child, è forse il suo lavoro più ambizioso, pieno di rimandi a David Lynch, forse imperfetto, ma ricco di suggestioni visive, in una sorta di effetto droste del subconscio e della vita stessa. Esteticamente suggestivo (la Parigi del 2044 è perfettamente credibile), come ogni altra opera di Bonello è un film che si specchia un po’ troppo nel suo bisogno di essere “diverso”, ma al tempo stesso è intrigante a non finire.

    19- Do Not Expect Too Much from the End of the World (Nu astepta prea mult de la sfârsitul lumii, Radu Jude)
    Un film con due film paralleli che conversano tra loro (questo, di Radu Jude, e un altro film romeno del 1981, Angela Merge Mai Departe), un geniale piano sequenza finale di quasi 40 minuti, una protagonista femminile straordinaria (quanto l’attrice che la interpreta, Ilinca Manolache), un’opera ricca di citazioni, capace di raccontare perfettamente i tempi che corrono, personaggi social compresi. Totalmente fuori di testa, ma irresistibile (e come se non bastasse, c’è pure un cameo del regista Uwe Boll). Il cinema romeno non è solo il grande Mungiu e questa è una notizia eccellente.

    18- Flow (Straume, Gints Zilbalodis)
    Un’opera originale, che trova solidarietà nella desolazione, un’isola di calore “animale” in uno spaventoso mare di scoramento, che sembra non finire più. Quello del lettone Gints Zilbalodis è un miracolo d’animazione che insegna, senza alcuna retorica, che qualunque vita è importante e va salvata e che insieme, seppur con le nostre differenze e distanze culturali, si può ancora restare a galla.

    17- The Substance (Coralie Fargeat)
    Citazionista a non finire (in particolare Shining e 2001 Odissea nello Spazio, ma anche De Palma e Lynch), il secondo lungometraggio di Coralie Fargeat è praticamente un’opera di David Cronenberg che ha partorito un figlio da un film di Edgar Wright: jump cuts, estetica pop, cinefilia e body horror si incontrano in un film a tratti grottesco, capace di raccontare fin troppo bene l’ossessione del mondo di oggi nel doversi continuamente piegare di fronte agli standard di bellezza instillati dalla società, tv e social media in cima. Quel che ne esce fuori è qualcosa che può apparire orripilante e disgustosa, ma al tempo stesso anche irresistibile e divertente, come un folle ubriaco che urla dentro un autobus: vorresti distogliere lo sguardo e liberartene ma non riesci a smettere di osservarlo.

    16- Megalopolis (Francis Ford Coppola)
    L’opera più divisiva del 2024 nonché una di quelle destinate a essere maggiormente ricordate: c’è talmente tanta roba dentro che meriterebbe un saggio a parte, un approfondimento tutto suo. Quel che è certo è che è un film che sarà studiato, analizzato e raccontato in tesi di laurea e corsi universitari, data la sua visione del futuro, il modo in cui mette in scena i lati più oscuri del capitalismo immergendo il tutto in un’enorme metafora sulla caduta dell’Impero Romano. Un imponente caleidoscopio di grandezza e decadenza, che non solo mescola New York e l’Antica Roma in un’unica, distopica, realtà, ma riflette anche il pensiero di uno dei più grandi registi della sua generazione. Penso che il mondo ancora non sia pronto per questo film, ma ai vostri figli piacerà!

    15- Vermiglio (Maura Delpero)
    La sorpresa italiana dell’anno arriva dalla regista trentina Maura Delpero, che dal nulla vince il Leone d’Argento a Venezia e (giustamente) soffia a Sorrentino la possibilità di rappresentare l’Italia ai prossimi Premi Oscar. Ciò che più colpisce, oltre alla bellezza della messa in scena, è la credibilità del film: la distribuzione del latte al mattino, l’uso del dialetto, i personaggi (un cast di esordienti piuttosto sorprendente per un film italiano). Crudo nel suo realismo, potente nei suoi non detti, è davvero il miglior film italiano uscito quest’anno.

    14- Love Lies Bleeding (Rose Glass)
    Che bella sorpresa quest’opera seconda della giovane regista londinese Rose Glass. Ci sono echi di Thelma e Louise, con un vago richiamo al cinema dei Coen, c’è una dose di violenza potente ma non eccessiva, ci sono steroidi, c’è un Ed Harris viscido e inquietante: il tutto è messo insieme così bene dalla regista, che quando il film finisce sei davvero soddisfatto per come hai speso gli ultimi 100 minuti. Certo che tra questo e l’universo di Breaking Bad, Albuquerque deve essere proprio un cavolo di posto pericoloso.

    13- American Fiction (Cord Jefferson)
    Irresistibile satira tragicomica sulla desolante mercificazione della cultura afroamericana. Il dramma familiare sembra uscito dalla penna di Alexander Payne (purtroppo quest’anno scalzato dalla classifica) ed è senza dubbio il motore emotivo di quest’ottima opera prima di Jefferson, che riesce a condire il suo film con una satira pungente seppur, a tratti, un po’ troppo calcata. Tuttavia il regista e sceneggiatore ha una scrittura sopraffina, un’ironia fuori dal comune e ottime idee.

    12- I Delinquenti (Los Delincuentes, Rodrigo Moreno)
    Moreno sfrutta una rapina in banca come McGuffin per raccontare la vita di due uomini alle prese con la libertà, l’amore, la propria rinascita. Come l’altro caso argentino degli ultimi anni, lo straordinario Trenque Lauquen di Laura Citarella, anche questo si prende il tempo di raccontare le cose a modo suo (dura tre ore) e lo fa bene, saltando dal crime al poliziesco, dal sentimentale al prison movie, senza perdere mai un grammo di credibilità. Una scena che ho amato: gli sguardi attraverso il finestrino del pullman, nel viaggio notturno da Cordoba a Buenos Aires. L’Argentina continua a sfornare grandi film.

    11- Povere Creature! (Poor Things!, Yorgos Lanthimos)
    Vi siete mai chiesti come sarebbe stato crescere, fare nuove esperienze, dunque vivere, senza l’influenza di sovrastrutture sociali, vergini di ogni comportamento di facciata, semplicemente abbandonati e dediti alla pura e semplice ricerca di un’emozione, di un’avventura, di qualcosa di nuovo e mai provato? Bella Baxter, novella creatura di Frankenstein, prova a mostrarci qualcosa del genere, in una commedia sull’autocoscienza che, a tratti, somiglia quasi più a una fantasia erotica: il film trabocca di vita tanto quanto la sua memorabile protagonista e, come lei, è stravagante, ambizioso, senza però apparire mai troppo pretenzioso. Il mondo, attraverso gli occhi di Bella Baxter, è una visione da vivere fino in fondo, anche a costo di farsi male. Perché questa è la vita e, probabilmente, anche qualcosa di più.

    10- Racconto di Due Stagioni (Kuru otlar üstüne, Nuri Bilge Ceylan)
    Quando stai per vedere un film di Nuri Bilge Ceylan, maestro del cinema turco, bisogna sempre essere consapevoli di due cose: che sarai impegnato per circa tre ore e che ti troverai davanti a immagini meravigliose. Le lunghe sequenze del film infatti, che spesso sono dei piani sequenza a inquadratura fissa, usano il ritmo dei dialoghi per creare tensione, spingendo lo spettatore esattamente dove Ceylan ha deciso di portarlo: farsi trascinare in questo torrente di dialoghi, scontri verbali, cinismo e aridità, è emozionante. Come dice il titolo originale, internazionalizzato in About Dry Grasses, sotto la neve l’erba non cresce, nasce morta, secca, arida, una sorta di destino che potrebbe essere riservato a chi cresce in quel luogo dimenticato da dio. Straordinario.

    9- Il Ragazzo e l’Airone (Kimi-tachi wa dō ikiru ka, Hayao Miyazaki)
    Un’avventura tra spazio e tempo, con porte che danno su mondi paralleli, personaggi fantastici e sogni senza età: i viaggi nei mondi di Miyazaki ballano sempre sull’equilibrio, precario, tra i sogni che tengono insieme il nostro mondo e la fredda violenza che minaccia sempre di spezzarlo. Costruisci la tua torre, afferma un personaggio nella bellissima sequenza finale ed è ciò che Miyazaki vuole suggerire a tutti noi: in un mondo che cade letteralmente a pezzi sotto continue guerre, dolore e distruzione, dobbiamo dare il nostro contributo di umanità e bellezza. Dobbiamo crearci ognuno il nostro angolo di felicità, in modo tale che, mettendoli tutti insieme, potremo battere l’oscurità del mondo con la nostra luce. E non c’è insegnamento più bello da parte di un maestro giunto al termine della sua incredibile carriera: i suoi film sono gli strumenti, quasi una guida, il grosso del lavoro però dobbiamo mettercelo noi. Costruiamola questa torre.

    8- L’Innocenza (Kaibutsu, Hirokazu Kore’eda)
    Kore’eda non sbaglia mai un film. Il primo atto sembra quasi lineare e ti sembra strano che il regista giapponese abbia realizzato qualcosa di così “facile”, se mi passate il termine. Nel secondo atto la storia si ripete, ma dal punto di vista di un altro personaggio e qualche altarino comincia a svelarsi. Poi arriva il terzo atto, con la stessa storia osservata però dal punto di vista dei due bambini protagonisti ed è qui che si vola. Un esempio straordinario del celebre Effetto Rashomon, stratagemma narrativo inventato da Kurosawa: chi se non uno dei più grandi registi giapponesi del suo tempo poteva rimetterlo in scena con cotanta maestria?

    7- Anora (Sean Baker)
    Nell’ultima fatica di Sean Baker non c’è niente di prevedibile, se non la meravigliosa dignità della sua protagonista Mikey Madison, nel ruolo che vale una carriera. Baker non giudica, non punta il dito, riesce però a farci ridere per gran parte del suo film e, al tempo stesso, emozionare con i sogni infranti di una working class al quale è severamente proibito godere di un riscatto, una rivalsa sociale o quel che sia. Un film trascinante, che maschera il dramma sociale sotto le spoglie di una farsa, segnando quest’anno di cinema grazie a un’indimenticabile protagonista: Sean Baker insiste a non voler sbagliare mai un film.

    6- Fremont (Babak Jalali)
    Si tratta del più bel film simil-Kaurismaki non girato da Kaurismaki, anche perché dietro la macchina da presa c’è l’iraniano Babak Jalali. Delicato come un sorbetto al limone, dolce come un biscotto, questo film è come una la tazza di tè caldo durante una tempesta, un plaid sulle gambe quando l’umidità ti gela le ossa, il legno di un camino che scoppietta in bianco e nero. Con un finale che non si dimentica, è il classico tipo di film che inseguo da mesi e di cui poi mi innamoro per sempre.

    5- Tatami (Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv)
    il film di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi è un racconto di libertà e femminismo, ennesimo film di quest’anno che vede al centro della scena delle donne forti: tra tanti splendidi personaggi femminili visti sul grande schermo nel 2024, il ritratto più potente e strepitoso è senza dubbio quello della protagonista di questo film straordinario. Commovente.

    4- Il Mio Amico Robot (Robot Dreams, Pablo Berger)
    Tenero, malinconico, in certi momenti struggente, è un lavoro svolto con grande delicatezza, aperto a letture di diverso genere e con una colonna sonora che resta in testa per giorni (soprattutto September degli Earth, Wind & Fire). Una favola moderna, in cui la felicità può prendere strade diverse, senza però dimenticare il passato. Emozionante nelle maniere più inaspettate, è il classico film che si arrampica alle viscere e ti resta addosso per giorni, settimane e forse mesi. Non ci credete? Provate a vederlo.

    3- La Zona d’Interesse (The Zone of Interest, Jonathan Glazer)
    Se questa classifica invece di essere sui miei film preferiti fosse sui migliori film dell’anno, allora quello di Glazer si troverebbe probabilmente al numero uno. Anche il male ha una sua quotidianità, una sua routine, una vita apparentemente normale. Jonathan Glazer ci dimostra che un’atrocità può avere molte forme e può essere perfettamente mostrata pur trasferendo tutta la sua agghiacciante potenza dall’occhio alle orecchie dello spettatore. Il regista ignora visivamente l’orrore per rendere ancor più dirompente il suo messaggio. Un film stupendo, in senso prettamente artistico, ma soprattutto agghiacciante: nel bene (il Cinema) e nel male (la Storia).

    2- Perfect Days (Wim Wenders)
    I “giorni perfetti” del meraviglioso protagonista di Wim Wenders appartengono a un mondo quasi scomparso, un mondo fatto di semplicità e pazienza. Il regista tedesco con questo film omaggia la “complessa semplicità” di Ozu: c’è tanta umanità e bisogno di pace interiore da coprire, forse superficialmente, tutto il dolore che c’è sotto, che esce fuori lentamente, con la stessa pazienza con cui il protagonista si occupa delle meraviglie tecnologiche che deve igienizzare. Due ore di straordinario cinema.

    1- Past Lives (Celine Song)
    Un’opera prima sconvolgente, ispirata a una vicenda autobiografica vissuta dalla stessa regista, che sembra quasi condensare la trilogia dei Before di Richard Linklater in un unico film, anche se qui i protagonisti non prendono in mano il loro destino, piuttosto lo subiscono. Il folgorante esordio cinematografico di Celine Song, ancor più che una storia d’amore, è soprattutto un discorso profondo sull’identità, dove la protagonista danza in equilibrio tra le sue radici e i suoi frutti. Come canta Leonard Cohen nel primo atto del film, there’s no way to say goodbye, che si tratti di Hae Sung, del suo passato o di un’intera parte di sé. In questo film meraviglioso, il mio preferito uscito in sala in questo 2024, non c’è veramente modo di dire addio.

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  24. Capitolo 394: Vacanze di Natale

    Ultimo capitolo prima delle festività natalizie e, soprattutto, della consueta Top 20 annuale che non vedo l’ora di proporvi (ancora qualche giorno di pazienza). Anche se restano quasi dieci giorni alla fine dell’anno, posso già tirare qualche somma su questo mio grandioso 2024 cinematografico. Dico grandioso perché da quando ho cominciato a tenere il conto (2014, dati Letterboxd), questo è stato l’anno in cui ho visto più film in assoluto, ben 232, battendo il “record” del 2020 in cui ne vidi 224. Lo so, non sono numeri di cui andare particolarmente fiero (significa che ho dedicato meno tempo ad altre cose), ma che volete farci, finché c’è il cinema a fare da punteggiatura, il resto della frase vien da sé.

    Made in England: I Film di Powell e Pressburger (2024): Da molto tempo volevo vedere questo documentario dedicato al cinema britannico, in particolar modo sul cinema di Powell e Pressburger di cui, Scarpette Rosse a parte, non avevo praticamente mai sentito parlare. Capirete la mia sorpresa quando, dopo aver schiacciato play, ho visto Martin Scorsese tenere una vera e propria lezione di cinema sull’argomento, analizzando la filmografia dei due registi inglesi, mescolando aneddoti personali a meravigliose esegesi di alcune scene. A parte il fatto che sentirei Scorsese parlare anche per 820 ore filate, il documentario è veramente bellissimo. Lo trovate su Mubi.
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    Scarpette Rosse (1948): Inevitabile quindi, dopo aver visto il documentario di cui sopra, cominciare a recuperare qualcosa della filmografia di Powell e Pressburger. Da cosa cominciare se non dal loro film più celebre, incentrato su una compagnia di balletto guidata da un integerrimo impresario, che lancia nell’Olimpo una ballerina sconosciuta e un geniale compositore, grazie alla messa in scena della fiaba di Andersen che dà il titolo al film. L’arte prima di tutto, certo, ma a che costo? Per essere un film del 1948 è un’opera straordinaria, ricca di richiami suggestivi, con colori brillanti e una messa in scena audace (Scorsese in quel documentario lo spiega molto meglio di me…). Nominato in cinque categorie agli Oscar, ne vinse soltanto due, per la scenografia e la colonna sonora. Splendido.
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    Love Lies Bleeding (2024): Che bella sorpresa quest’opera seconda della giovane regista londinese Rose Glass. Ad Albuquerque, nella palestra gestita da Kristen Stewart, una sera piomba una culturista fuggita di casa per prepararsi a un festival di body building che si tiene a Las Vegas. Le due ragazze si innamorano, ma la situazione ben presto precipita. Ci sono echi di Thelma e Louise, con un vago richiamo al cinema dei Coen, c’è una dose di violenza potente ma non eccessiva, ci sono steroidi, c’è un Ed Harris viscido e inquietante: il tutto è messo insieme così bene dalla regista, che quando il film finisce sei davvero soddisfatto per come hai speso gli ultimi 100 minuti. Certo che tra questo e l’universo di Breaking Bad, Albuquerque deve essere proprio un cavolo di posto pericoloso.
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    Medianeras (2011): Avevo già visto questo film di Gustavo Taretto al cinema, quando uscì da noi, nell’ottobre del 2014. Siamo a Buenos Aires, un trentenne vive praticamente chiuso in casa, tranne quando esce a portare a spasso il cane lasciatogli dalla sua ex. Di fronte a lui, a sua insaputa, vive invece una ragazza, laureata in architettura ma costretta a campare come vetrinista. Lei è più aperta al mondo, ma ha conversazioni più interessanti con i manichini che con gli uomini che incontra. Due solitudini che si incrociano per strada in tante occasioni, sfiorandosi, senza mai incontrarsi. Un film tenero, con alcuni spunti molto interessanti (il paragone tra l’architettura confusa e schizofrenica di Buenos Aires e la persone che la abitano), personaggi adorabili e la malinconia tipica del cinema argentino. Taretto è bravo a rendere il disagio di una generazione che vive una costante condizione di precarietà, sia professionale che sentimentale, di un mondo a portata di clic dove però è difficile stringere relazioni stabili. Bello, lo trovate su Prime.
    •••½

    Tatami (2023): Il film più bello che ho visto a dicembre, il classico recupero dell’ultimo mese che arricchisce il mio 2024 cinematografico. La squadra iraniana femminile di judo si reca in Georgia per i campionati mondiali. Il capitano della squadra ha ottime possibilità di vincere la medaglia d’oro, ma potrebbe esserci la possibilità di incontrarsi in finale con un’atleta israeliana, un incontro che il regime iraniano vuole assolutamente evitare. Senza bisogno di aggiungere altro, il film di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi è un racconto di libertà e femminismo, ennesimo film di questo capitolo che vede al centro della scena delle donne forti: tra tanti splendidi personaggi femminili citati nelle righe precedenti, il ritratto più potente e strepitoso è senza dubbio quello della protagonista di questo splendido film. Commovente.
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    Vacanze in America (1984): L’altra sera, mentre scrivevo l’articolo sui festival di cinema di tutto il mondo, avevo in sottofondo Italia1, dove si giocava il secondo tempo di una partita di Coppa Italia. Finito l’articolo (e anche il post-partita) in tv è cominciato questo cult di Carlo Vanzina, che non vedevo dai tempi di scuola. A differenza dei miei ex-compagni di classe, questo non è mai stato un mio film di culto, ad ogni modo è stata una visione interessante. La storia racconta la gita negli States di un gruppo di liceali di un istituto cattolico di Roma, guidato dal prete Christian De Sica nei panni di Don Buro (forse il ruolo più memorabile della sua carriera). Una sfilza di battute inspiegabilmente brutte, cliché a non finire e citazioni pop, eppure il tutto, nel suo orrido insieme, riesce a funzionare, quantomeno come salto nel tempo: nonostante la bruttezza infatti, il film di Vanzina è un clamoroso specchio degli anni 80, sia per l’immaginario statunitense che evoca che per atteggiamenti e modi di fare italiani, e c’è una certa nostalgia in tutto ciò (non per tutto, per carità). Tra le note di merito va segnalata inoltre una splendida selezione musicale nella colonna sonora: Vicious di Lou Reed, Jump delle Pointer Sisters (la canzone resa celebre dal balletto di Hugh Grant in Love Actually, per intenderci), Take Me Home Country Roads di John Denver, The Midnight Special dei Creedence o I Get Around dei Beach Boys, tra le altre.
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    Bussano alla Porta (2023): Tipico film di M. Night Shyamalan con un primo atto molto bello e accattivante, ma con uno sviluppo ripetitivo e poco coinvolgente. Quattro estranei si introducono in una baita di montagna abitata da una coppia e dalla loro figlioletta. Gli estranei, con affabilità ed estremo tatto, comunicano alla coppia di scegliere chi voler eliminare della loro famiglia, se no si scatenerà l’apocalisse, tutti gli esseri umani moriranno tranne loro, che si ritroverebbero vivi, ma unici sopravvissuti in un mondo distrutto (sic). Ad ogni rifiuto da parte della coppia verrà scatenata una piaga sulla Terra per dimostrare che la minaccia è reale. Se questa premessa vi sembra una cazzata colossale e perché, in tutta probabilità, è esattamente ciò su cui si basa il film, che da qui in poi sarà prevedibile in ogni suo beat, in ogni sua svolta, finale compreso. Da premiare però l’idea di caratterizzare gli antagonisti come delle persone meravigliosamente gentili, a tal punto da vedere anche loro come personaggi positivi. Lo trovate su Netflix, ma mi auguro che abbiate modi migliori di impiegare il vostro tempo.
    ••½

    #bussanoAllaPorta #Cinema #daVedere #diCheParla #film #loveLiesBleeding #medianeras #recensione #scarpetteRosse #significato #spiegazione #tatami #trama #vacanzeInAmerica

  25. Recensione “Here” (2024)

    Hic et nunc, qui e ora, dicevano i latini. Qui e in ogni momento, risponde invece Robert Zemeckis, riarrangiando per il grande schermo la graphic novel omonima di Richard Maguire, dove osserviamo la storia di un pezzo di terreno, un lotto, una casa, un soggiorno, dagli albori della storia fino ai giorni nostri. Nel nuovo lavoro del regista di Forrest Gump, che vede la reunion cinematografica di Tom Hanks e Robin Wright, il tempo infatti scorre, così come le vite, con piccoli e grandi momenti di esistenze tutto sommato comuni, in un puzzle di gioie e dolori da comporre in un unico angolo del pianeta, attraverso i secoli, i decenni, gli anni.

    Grazie a un massiccio utilizzo della computer grafica, che abbiamo già visto in altri film (come ad esempio The Irishman di Martin Scorsese), i volti di Hanks e Wright tornano quelli della loro adolescenza, poi della loro età adulta grazie a un de-aging in fin dei conti credibile, se non fosse che sembra di trovarsi in un videogame iper-realistico, una sorta di versione cinematografica di The Sims o qualcosa del genere (ed è abbastanza inquietante pensare che in The Congress di Ari Folman, la stessa Robin Wright interpretava la parte di un’attrice che cedeva i diritti digitali del suo volto per poter essere replicata all’infinito in qualunque film). Al di là dei discorsi tecnici, la sfida di Zemeckis di costruire 100 minuti di film in uno spazio circoscritto è decisamente vinta, in una serie di continui rimandi ad epoche passate (o future), utilizzando non dissolvenze o netti stacchi di montaggio, ma inserendo nelle immagini piccoli riquadri che apriranno la finestra sulla scena (ed epoca) successiva, mantenendo puro lo spirito della graphic novel, dove Maguire inseriva in ogni tavola diversi riquadri per mostrare cosa accadeva in quell’angolo del soggiorno in un tempo differente rispetto a quello del racconto: credetemi, è più facile vederlo che raccontarlo. Quell’unico frame, con i suoi giochi di sovrapposizione e comunicazione tra epoche differenti, ha certamente il suo fascino, quantomeno a livello visivo, poiché a livello narrativo funziona a intermittenza: sì, è bellissimo seguire l’evoluzione di questa famiglia, è divertente anche osservare i soldati della guerra d’indipendenza festeggiare la resa degli inglesi, ma alla fine cosa resta? Qualche ricordo, un po’ di tenerezza e forse la scarsa indulgenza nei confronti dei personaggi, visto che ciò che emerge maggiormente sono le amarezze della vita, le malattie, le disillusioni, il modo in cui i sogni e le aspirazioni di gioventù marciscano sotto strati di polvere e frustrazione (“Sarò un artista”, dice il giovane Tom Hanks a suo padre Paul Bettany, che gli risponde ironicamente: “il mondo ne ha proprio bisogno!”).

    Non si può certamente dire che Here non sia un’opera originale e, per certi versi, interessante: è solo il ciclo della vita che si svolge in quella casa che, probabilmente, non lo è davvero abbastanza.

    #Cinema #commenti #diCheParla #film #poster #recensione #robinWright #significato #spiegazione #storia #tomHanks #trama #zemeckis

  26. Recensione “Nosferatu” (2024)

    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre.

    Il vampiro Nosferatu, il “non spirato”, nasce nel 1922 come plagio cinematografico del capolavoro di Bram Stoker Dracula, in uno dei film più simbolici della cinematografia di Murnau, dell’espressionismo tedesco e senza dubbio di tutto il cinema muto: qualunque cinefilo che si rispetti avrà presente l’inquietante sagoma deformata di Max Schreck, il primo Nosferatu del cinema, proiettata sulla parete della sua decadente magione. Eggers prende quell’ombra e la diffonde per 135 minuti di film sugli occhi di chi guarda, soprattutto tra le pieghe di un desiderio latente, quello di una protagonista eccezionale, che rispetto alle versioni precedenti di Nosferatu, qui diventa il vero e proprio motore della storia: Lily-Rose Depp è infatti splendida e inquietante al tempo stesso, a tal punto che forse mi spaventerebbe addirittura incontrarla per strada, e concede tutta se stessa ai suoi demoni, alla sua solitudine, al suo desiderio, in una società maschilista controllata da inetti, come il marito della sua Ellen, il solito Nicolas Hoult confuso e incapace di cambiare espressione, non importa se il suo personaggio venga bullizzato nel liceo descritto da Nick Hornby, sia in preda a dubbi etici e morali nella giuria di Clint Eastwood o terrorizzato nei Carpazi da un uomo molto più carismatico di lui (sebbene si tratti di uno spaventoso vampiro, questo glielo concediamo). Perché, diciamolo, è molto più interessante il rapporto che intercorre tra Ellen e Orlok rispetto a quello che la donna ha con suo marito: è infatti la lotta contro l’oscurità che Leni porta dentro la vera anima di questo convincente lavoro di Eggers, un horror gotico ricco di atmosfere e suggestioni appartenenti al secolo scorso, ma capace anche di essere moderno, sempre credibile e mai grottesco. La grandezza di questa nuova versione di Nosferatu è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti, che frenano i suoi desideri, che decidono come deve vivere e che addirittura tentano di frenare la sua “follia” facendole indossare corpetti più stretti.

    Il Conte Orlok può anche far paura (bravo Skarsgaard, ormai abbonato a vestire i panni dei mostri), ma non sarà mai così spaventoso come quando Eggers costringe noi spettatori – e ogni personaggio dei suoi film – a fare i conti con l’oscurità che portiamo dentro, che probabilmente rinneghiamo, ma che forse dovremmo imparare a riconoscere. Perché anche dopo la notte più buia, c’è sempre il sorgere del sole.

    #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #eggers #film #locandina #metafora #nosferatu #recensione #significato #spiegazione #storia #trama

  27. Capitolo 392: Sixteen Candles

    Come avrete avuto modo di leggere sui social, se seguite le pagine di Una Vita da Cinefilo (su facebook e twitter) e di filmpeopleproject (su instagram e threads), il primo dicembre il nostro amatissimo blog ha compiuto la bellezza di 16 anni. In un mondo in cui i magazine online sono costretti a chiudere e dove regna il dominio di reels, tiktok e videorecensioni, che ci siano tante persone che ancora leggono le mie recensioni è un piccolo miracolo. In questi 16 anni le soddisfazioni non sono mancate: sulle dispense del corso di Critica Cinematografica 1, Appunti di Storia e Critica Del Cinema dell’Università di Bologna, Una Vita da Cinefilo viene citato come un modello alternativo e valido rispetto a quello della critica ufficiale, mentre la rivista 8½, progetto editoriale realizzato da Cinecittà, ha inserito il nostro tra i 10 blog cinematografici più autorevoli, innovativi, efficaci e originali.

    Se vi piace quello che leggete, condividete un articolo o una recensione, commentate, ditemi sempre la vostra, interagite sui social e divertitevi con me a chiacchierare di film e serie tv (anche se un po’ più di film, come sapete!). Il rapporto i lettori e le lettrici è sempre stato uno dei punti di forza di questo spazio e sarebbe bello farlo conoscere ad altri appassionati e ad altre appassionate come noi. Taglio corto: grazie a chi c’è stato in questi 16 anni e grazie a chi c’è ancora! E adesso parliamo di film.

    Il Robot Selvaggio (2024): Per il cinema d’animazione deve essere l’anno dei robot e dei disastri climatici, visto che quest’anno sono già usciti i meravigliosi Il Mio Amico Robot e, recentemente, Flow. In un mondo ormai invivibile a causa dei cambiamenti climatici, un robot naufragato su un’isola, si attiva e cerca compiti a cui ottemperare. L’isola però è abitata solo da animali, tra cui una piccola oca, che pensa che il robot sia sua madre. Divertente e tenero, è il classico film d’animazione per i più piccoli che riesce però a fare breccia negli occhi degli adulti. In originale è spassoso godersi il doppiaggio, tra gli altri, di Lupita Nyong’o, Ving Rhames, Bill Nighty, Pedro Pascal e Mark Hamill. Bello, anche se, rispetto ai due titoli sopracitati, questo è destinato più a un pubblico preadolescente.
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    Do Not Expect Too Much From the End of the World (2023): Un film con due film paralleli che conversano tra loro (questo, di Radu Jude, e un altro film romeno del 1981, Angela Merge Mai Departe), un geniale piano sequenza finale di quasi 40 minuti, una protagonista femminile straordinaria (quanto l’attrice che la interpreta, Ilinca Manolache), un’opera ricca di citazioni, capace di raccontare perfettamente i tempi che corrono, personaggi social compresi. Il film racconta le giornate frenetiche di un’assistente di produzione alle prese con una sorta di pubblicità progresso per sensibilizzare gli operai di una multinazionale sulla prevenzione dagli infortuni sul lavoro. Totalmente fuori di testa, ma irresistibile (e come se non bastasse, c’è pure un cameo del regista Uwe Boll). Il cinema romeno non è solo il grande Mungiu e questa è una notizia eccellente.
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    The Beast (2023): L’ultimo film di Bertrand Bonello, già autore del bellissimo Nocturama e del notevole Zombi Child, è forse il suo lavoro più ambizioso, pieno di rimandi a David Lynch (la scena conclusiva è proprio una dichiarazione d’amore a Twin Peaks), forse imperfetto, ma ricco di suggestioni visive, in una sorta di effetto droste del subconscio e della vita stessa. Esteticamente suggestivo (la Parigi del 2044 è perfettamente credibile), come ogni altra opera di Bonello è un film che si specchia un po’ troppo nel suo bisogno di essere “diverso”, come se volesse ogni cinque minuti dare di gomito allo spettatore per dirgli, sottovoce, “hai visto che scena eh?”. Faticoso nel primo atto, ma quando poi decolla diventa intrigante a non finire. Lea Seydoux è un’attrice totale e probabilmente non meritava una controparte così anonima come George MacKay, un attore che proprio non digerisco (che peccato non aver visto al suo posto il compianto Gaspard Ulliel, inizialmente scelto per il ruolo). Ad ogni modo è un film davvero bello, talmente affascinante da poter sorvolare su ogni imperfezione.
    •••½

    La Tigre e il Dragone (2000): Quando ho visto questo film per la prima volta, al cinema Galaxy di Primavalle, ero ancora un fantastico adolescente, strabiliato dall’estetica di questo autore (Ang Lee), ammaliato dalla poesia di questa avventura, incentrata su una spada, sui ladri che la vogliono trafugare, sui guerrieri erranti che la vogliono recuperare. Un venerabile maestro, in procinto di godersi la meritata pensione, è costretto a rimettersi in gioco per salvare ciò che di più prezioso ha al mondo. No, non è la storia di Claudio Ranieri, ma un cappa e spada esteticamente meraviglioso, di cui non ci si stanca mai. Dieci candidature agli Oscar (e quattro statuette) per un film senza tempo. Una curiosità: il titolo originale (traducibile come “la tigre accucciata, il dragone nascosto”) è un’espressione cinese che indica i talenti celati. Bellissimo.
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    Look Back (2024): Il cinema giapponese ci ha abituato talmente bene con i film d’animazione che, quando capita di vederne uno non straordinario, finiamo per storcere il naso più di quanto il film meriti. Il destino che tocca a quest’opera di Kiyotaka Oshiyama, che racconta la storia di due ragazze appassionate disegnatrici di fumetti e del destino che le lega. Il film parte bene, appare interessante sin da subito, ma manca qualcosa, manca tanto, forse troppo. Niente di più di una storia d’amicizia resa forte da una grande passione, che sfocerà nelle inevitabili incomprensioni, prima di un improbabile punto di non ritorno. Il pregio è che dura meno di un’ora, il difetto è quasi tutto il resto.
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    SERIE TV: Vi era mancata la sezione con gli aggiornamenti sulle serie tv, vero? Bene, a proposito di animazione giapponese, parliamo subito del reboot di quel capolavoro di Ranma 1/2, di cui Netflix propone un episodio ogni sabato. Ora che ho già visto 9 episodi posso già esprimere la mia sul progetto: è un altro capolavoro, è esilarante, è avvincente, è coinvolgente, è meraviglioso tanto quanto l’originale. L’unico grande difetto, ma non è colpa della produzione, è il doppiaggio italiano, soprattutto per chi, come il sottoscritto, è affezionatissimo alle voci originali del cartone anni 90 (In particolare la nostra amata Akane, che senza la voce di Stella Musy perde davvero troppo). Comunque serie stupenda, i fan dell’originale non resteranno delusi.
    Nelle ultime settimane ho continuato quella che dovrebbe finalmente essere l’ultima stagione di Cobra Kai, che ormai sta agonizzando dopo la straordinaria idea che aveva reso le prime due stagioni indimenticabili. Ora Netflix ha messo a disposizione un’altra tranche di episodi, in attesa della conclusione che dovrebbe arrivare nel 2025. Le idee ormai cominciano a scemare, è tutto talmente poco credibile da risultare costantemente posticcio, eppure gli ultimi dieci minuti dell’ultimo episodio messo a disposizione quest’autunno sono stati davvero una splendida sorpresa: è proprio vero, Cobra Kai never dies!
    Da prima dell’estate inoltre sto guardando, mentre ceno, un episodio al giorno di Scrubs, che amavo molto ai tempi dell’università, quando trasmettevano gli episodi su MTv. Le prime quattro stagioni conservano ancora intatta la freschezza della serie, poi però già dalla quinta si intravede il cosiddetto “salto dello squalo”, come si dice in gergo e si avverte, lentamente, l’inevitabile declino. In totale sono nove stagioni ma non so se arriverò fino in fondo: la prima resta comunque un caposaldo nella storia delle commedie per il piccolo schermo (e Perry Cox uno dei suoi personaggi più iconici, ancora oggi straordinario).

    #Cinema #commenti #daVedere #doNotExpectTooMuchFromTheEndOfTheWorld #film #ilRobotSelvaggio #laTigreEIlDragone #lookBack #ranma12 #recensione #scrubs #spiegazione #theBeast

  28. Capitolo 391: Cavalli a Dondolo e Cammelli

    C’è tanta carne nel fuoco di questo freddo novembre, dal quale sono riemersi dai letarghi estivi i piumini più caldi e i cappotti più lunghi. Sette film che ballano tra la grandezza assoluta e la schifezza più inutile, ma anche tra primissimi piani su ragazze bellissime (Celeste Dalla Porta e Jennifer Connelly) a campi lunghissimi di cammelli nel deserto, fino a portarci nel distopico futuro di Coppola. Insomma, c’è talmente tanta roba da aver lasciato fuori dall’elenco l’ultimo film di Clint Eastwood, Giurato Numero 2, di cui però potete leggere la recensione completa. Tanti altri grandi film sono in arrivo, per cui restate sintonizzati (e vi ricordo che potete seguire tutto ciò che vedo sulla mia pagina Letterboxd).

    The Snapper (1993): Trasposizione televisiva, prima dell’approdo in sala, realizzata da Stephen Frears, che ha adattato l’esilarante romanzo Bella Famiglia di Roddy Doyle. La figlia maggiore di una numerosa famiglia di Dublino resta incinta (snapper, in dialetto irlandese, significa proprio sbarbatello, bebé), ma non vuole rivelare l’identità del padre. I pettegolezzi inondano il quartiere e toccherà al patriarca Colm Meaney (irresistibile come sempre) mettere a tacere le voci e tenere unita la famiglia. Nel pieno della tradizione cinematografica irlandese dell’epoca (vedi The Commitments o Due sulla Strada, entrambi tratti da romanzi di Doyle), il film è spassoso, divertente, pienamente godibile, grazie anche ad una fotografia molto calda, botta e risposta secchi, immagini sempre ricche di personaggi. Good vibes a non finire: ok la moda degli anni 80, ma che bello pure il cinema degli anni 90.
    •••½

    Parthenope (2024): Una fantasia maschile confezionata dalle mani di un maestro. Una ragazza bellissima che tutti desiderano e nessuno riesce a tenersi, una città splendida nella sua decadenza, crepuscolare nel suo splendore, accecato da sole, mare, bellezze di marmo rovinate dal tempo e il solito caleidoscopio di personaggi più o meno iconici. In questo film si giocano due campionati: quello dei pesi massimi, quando vedi in scena Gary Oldman e Silvio Orlando (pagherei oro per vedere uno spin-off incentrato solo su di lui), e poi quello in cui giocano i giovani attori, fuori luogo e fuori posto (casting discutibile). Alcuni momenti ovviamente splendidi e scelte musicali perfette, è pur sempre un film di Paolo Sorrentino, oltre ad alcune riflessioni sul tempo che passa che sono esattamente pane per i miei denti. Nel complesso però è un film sfilacciato, che si specchia nelle sue frasi ad effetto e nella bellezza della milanese Celeste Dalla Porta, dalla quale, come del resto fanno i personaggi del film, non riusciamo a staccare gli occhi di dosso (anche perché, con tutti quei primi piani, sarebbe difficile). Per essere un film di Sorrentino è deludente, non c’è dubbio, anche se sono tanti i momenti che ti porti appresso dopo l’uscita dalla sala.
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    Super/Man: The Christopher Reeve Story (2024): Bellissimo e soprattutto emozionante documentario realizzato da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, incentrato sull’attore Christopher Reeve, primo, indimenticabile Superman cinematografico e, per quanto mi riguarda, unico Superman esistente (quello dei film dei due Richard, Donner e Lester). Il documentario ripercorre la vita di Reeve, il celebre casting per Superman, scoraggiato dal compagno di teatro William Hurt, la vita sentimentale, la famiglia e, ovviamente, l’incidente e la conseguente lesione spinale che lo rese tetraplegico. Un film che sottolinea la capacità dell’attore di trovare una nuova vita, di impegnarsi in una fondazione per la ricerca e di non mollare mai un centimetro nonostante la paralisi, il tutto raccontato dai suoi figli e dalle persone che gli erano accanto (come i colleghi Susan Sarandon, Jeff Daniels, Glenn Close e Whoopi Goldberg). Emozionano in particolare gli aneddoti sulla straordinaria amicizia tra Christopher Reeve e Robin Williams. Una storia piena di intensità (ma anche di momenti ironici), un racconto ben realizzato, un bellissimo documentario.
    •••½

    Audition (1999): Che Takashi Miike sia matto scocciato (in senso buono) è abbastanza risaputo. Che si sia fatto conoscere in tutto il mondo grazie a questo film, l’ho scoperto solo ora. Rimasto vedovo, un uomo di mezza età, incoraggiato dal figlio, decide di aprirsi nuovamente all’amore. Grazie a un amico, produttore cinematografico, organizza un’audizione per un film che non si farà mai, al solo scopo di poter incontrare e conoscere una gran quantità di donne diverse. La scelta cade su una ragazza molto dolce e dall’aria malinconica, che secondo l’amico produttore però ha fornito solo referenze false. Che si nasconde dietro? Dietro si nasconde un film strepitoso, in pieno stile Miike, che nasce come romance, prosegue come noir, finisce come… Legatemi, non posso dire altro. Lo trovate su Mubi, ma ci sono alcuni momenti abbastanza cruenti quindi preparatevi.
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    Tutto Può Accadere (1991): Un’ora e venti di male gaze su Jennifer Connelly che, per carità, potrei ammirarla anche per dieci ore, però magari intorno avrei preferito vederci un film. Tentativo (fallito) di rendere Frank Whaley (celebre per essere stato crivellato da Samuel L. Jackson nel primo atto di Pulp Fiction) il nuovo Matthew Broderick. Seconda, nonché penultima regia di Bryan Gordon, è la storia di un adolescente sbruffone, chiacchierone e nullafacente che, obbligato a lavorare come addetto alle pulizie notturno di un grande magazzino, si ritrova a passare la notte con una rampolla ribelle rimasta anch’ella chiusa dentro il negozio (che ovviamente è Jennifer Connelly, mai così meravigliosa, soprattutto nella scena in cui ci imbambola mentre monta su un cavallo a dondolo). John Hughes, tra i produttori e sulla cresta dell’onda per il successo di Mamma Ho Perso l’Aereo, si è talmente vergognato di questo film da chiedere, invano, di non essere citato nei titoli di testa. Non a torto: il film è veramente inutile, non è ironico (ci prova, sicuro, ma il protagonista è troppo irritante per risultare divertente), non è avvincente (e qui neanche ci prova), non è veramente nulla. Ah no, una cosa è senza dubbio: dimenticabile.
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    Megalopolis (2024): L’opera più divisiva del 2024 nonché una di quelle destinate a essere maggiormente ricordate. Il film a cui Francis Ford Coppola sta lavorando dai tempi di Apocalypse Now è finalmente realtà e c’è talmente tanta roba dentro che meriterebbe un saggio a parte, un approfondimento tutto suo. Quel che è certo è che sarà studiato, analizzato e raccontato in tesi di laurea e corsi universitari, data la sua visione del futuro, il modo in cui mette in scena i lati più oscuri del capitalismo immergendo il tutto in un’enorme metafora sulla caduta dell’Impero Romano. In pochissime parole è la storia di un architetto (Adam Driver) che sogna di costruire un’utopica comunità futuristica per far risorgere la città dai suoi mali. Ad ostacolare il progetto però, c’è un sindaco avido e conservatore (Giancarlo Esposito) che vorrebbe invece costruire un enorme casinò per arricchire le casse comunali. In mezzo a questa faida ci sono complotti, scandali, attentati, sesso, storie d’amore e sensi di colpa, oltre al potere di fermare il tempo, di renderlo sostanza, di plasmarlo a proprio piacimento. Un imponente caleidoscopio di grandezza e decadenza, che non solo mescola New York e l’Antica Roma in un’unica, distopica, realtà, ma riflette anche il pensiero di uno dei più grandi registi della sua generazione, capace di non scendere mai a compromessi con nessuno, di vendere i suoi asset personali pur di mettere in scena la sua visione del mondo, con un messaggio di speranza e una richiesta di ottimismo. Penso che il mondo ancora non sia pronto per questo film, ma ai vostri figli piacerà!
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    Lawrence d’Arabia (1962): La vita va avanti, anno dopo anno, ed è bellissimo ogni tanto scoprire di avere ancora meraviglie di questo tipo da poter vedere per la prima volta. Sembra come rinascere e di finire la giornata sentendoti più ricco, in una migliore versione di te (senza bisogno di prendere alcuna substance!). Durante la prima guerra mondiale, il tenente Peter O’Toole è un cartografo inglese di stanza al Cairo. Interessato alla cultura araba e convinto che le tribù possano diventare un prezioso alleato contro i turchi, che presiedono la penisola araba, viene mandato, tra lo scetticismo dei generali, a incontrare l’emiro Alec Guinness in mezzo al deserto, insieme al quale tenterà di mettere in piedi una rivolta (e se organizzi una rivolta con il futuro Obi Wan Kenobi, le possibilità di successo diventano notevoli). Non so da dove cominciare per magnificare un film di questo genere: la grandezza della messa in scena, tale da farlo sembrare una sorta di Dune ante litteram (non a caso ispirò pesantemente il romanzo di Frank Herbert, uscito tre anni dopo, dove la figura di Paul Atreides mostra molti punti in comune con Thomas Edward Lawrence), la bellezza delle immagini, i risvolti politici e strategici di ogni battaglia, i tanti semi gettati nella storia del cinema (raccolti appunto da Dune, ma anche da Star Wars, Braveheart o Avatar, a mio avviso), oltre ad aver ispirato generazioni su generazioni di cineasti. Sette premi Oscar, ma soprattutto un film enorme.
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    #audition #christopherReeveStory #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #lawrenceDArabia #megalopolis #parthenope #recensione #significato #spiegazione #storia #theSnapper #trama #tuttoPuòAccadere

  29. Un film di Clint Eastwood non è mai soltanto un film di Clint Eastwood: quando ti siedi sulla poltroncina del cinema e le luci si spengono, avverti immediatamente il peso di decenni di cinema e delle aspettative che un nome del genere porta con sé. Uno che, alla veneranda età di 94 anni, vanta come sia come attore che come regista una filmografia impressionante. Con questo bagaglio di capolavori passati è problematico patteggiare con questo suo ultimo film, quasi un incrocio, più o meno riuscito, tra La Parola ai Giurati di Sidney Lumet, Delitto e Castigo e Un giorno in pretura (la trasmissione televisiva, non il film): il senso di colpa, la morale, il bisogno di dare un senso alla parola giustizia, tutti temi incredibilmente interessanti, forse affrontati da Eastwood con un sentimentalismo eccessivo per uno che per tutta la vita non ha fatto altro che mostrarci quanto fosse tosto.

    Le premesse, tuttavia, sono incredibilmente coinvolgenti: Nicholas Hoult ha una bella moglie (Zoey Deutch, di cui già mi ero follemente innamorato in Tutti Vogliono Qualcosa di Linklater) e un bebè in arrivo, quando viene chiamato a far parte della giuria in un caso di omicidio. Quando si trova in aula ad ascoltare che l’imputato ha ucciso la moglie all’altezza di un cavalcavia e poi l’ha gettata in un dirupo, capisce che quella stessa buia e tempestosa notte, su quella stessa strada, quello che aveva colpito con la sua auto non era forse un cervo. Il conflitto è quindi atroce: il giurato ha letteralmente il potere di assolvere l’uomo e distruggere la propria famiglia o di farsi mangiare dal rimorso, pur salvando la propria vita. Cosa succederà ora? Questa è davvero una domanda che ci terrà per qualche minuto letteralmente agganciati alla poltroncina.

    Il secondo atto, che si apre con l’omaggio al capolavoro di Lumet (e per un paio di minuti rasenta il remake), si regge sulle spalle di J. K. Simmons, che ruba la scena a un Hoult troppo impegnato a commiserarsi nei suoi dilemmi etici per non sembrare eccessivamente posticcio. Da qui in poi il film è impostato sul pilota automatico, tra continui primi piani sulla sofferenza del protagonista, svolte più che prevedibili e la solita retorica nazionalista del nostro Clint, che fa brindare i suoi avvocati alla grandezza del sistema giudiziario americano e solleva dubbi nel suo pubblico ministero dopo una semplice occhiata al motto In God we trust, affisso in aula. Giurato Numero 2, nonostante le ottime premesse, fa il suo compito e a suo modo funziona, ma tutto ciò che ne esce fuori è il classico “bel film da guardare in aereo”.

    https://unavitadacinefilo.com/2024/11/11/recensione-giurato-numero-2-2024/

    #Cinema #clintEastwood #commenti #diCheParla #film #foto #giuratoNumero2 #recensione #significato #spiegazione #storia #trama #uscita

  30. Un celebre cartellone, esposto qualche tempo fa durante una manifestazione, recitava la frase “avevamo aspettative basse, ma…”, seguito da un’espressione che non è possibile riportare. Una frase che basterebbe da sola a commentare il sequel meno necessario degli ultimi decenni di cinema, in cui Joaquin Phoenix vaga a vuoto, talvolta ridendo, talvolta piangendo: potrebbero essere le stesse reazioni che ha avuto mentre leggeva la sceneggiatura. Già, perché non si salva davvero niente da questo naufragio cinematografico, né gli interpreti principali, ridotti ad essere la caricatura di loro stessi, né i tanto attesi momenti musicali, che invece di farci alzare in piedi per ballare insieme al Joker, risultano talmente piatti e privi di brio da costringere alcuni spettatori a lasciare la sala anzitempo (è successo davvero).

    Il primo film si chiudeva con Arthur Fleck che, in diretta televisiva, aveva appena ucciso Murray Franklin, il celebre conduttore del suo talk show preferito. In Joker: Folie à Deux, Arthur è detenuto in un istituto psichiatrico, in attesa di essere processato per i fatti accaduti nel film precedente. Qui conosce Lee, una donna internata per aver dato fuoco a una palazzina, capace con la sua voce e i suoi sorrisi di infondere musica e amore in Arthur, che ormai sembrava diventato un corpo senz’anima, privo di gioia, privo di vita.

    Più che Arthur, a meritare un processo sarebbe Todd Phillips: per aver sprecato il talento di Lady Gaga, ridotta praticamente ad essere un volto sullo sfondo di un’aula di tribunale, per averci fatto sentire come canta Joaquin Phoenix, ma anche per aver messo in piedi uno spettacolo tedioso, quasi cringe, per usare un termine tanto in voga oggigiorno. Perché in questo sequel del fortunatissimo Joker sembra non divertirsi veramente nessuno: né chi l’ha girato né i protagonisti e, di conseguenza, neanche il pubblico. Senza un film di Scorsese da prendere come riferimento (forse stavolta poteva tentare con New York, New York?), Phillips non ha la bussola per portare la sua storia a fondo con convinzione e buone idee, mostrando quanto sia fragile l’uomo nascosto dietro l’antieroe amato dalle folle incendiarie, calzante metafora per dire quanto sia debole questo sequel dietro la maschera del film precedente. Avevamo aspettative basse, ma… diamine!

    https://unavitadacinefilo.com/2024/10/01/recensione-joker-folie-a-deux-2024/

    #Cinema #commenti #film #filmBrutto #folieàDeux #foto #joaquinPhoenix #joker #ladyGaga #locandina #recensione #spiegazione #trama

  31. Horizon è il tipico insediamento dei film western verso il quale sono tutti diretti. Horizon è il mito della frontiera, è l’ovest, è una promessa, è un punto d’arrivo, è la speranza. La città di Horizon, per molti se non per tutti, sembra essere il futuro: “Un luogo in cui riesco a immaginarmi”, afferma il personaggio interpretato da Kevin Costner. Spesso però il viaggio non è la destinazione, ma il percorso fatto per raggiungerla ed è questo il succo delle prime tre ore di questa epopea ambiziosa, non sempre avvincente, ma comunque imponente messa in piedi da Kevin Costner in questo primo capitolo dell’American Saga di Horizon, che prevede una seconda parte in uscita ad agosto e altri due film attualmente in lavorazione (anche se il deludente esordio al box office statunitense, a fronte del 100 milioni di dollari spesi, potrebbe far cadere tutto il castello).

    Raccontato attraverso quattro storie parallele, intersecate tra loro, Horizon è praticamente l’episodio pilota più lungo della storia del cinema, in cui vengono presentati personaggi, ambientazioni, caratteri e obiettivi. C’è la vedova Sienna Miller, sfuggita al massacro da parte degli Apache, che ha una cotta per il tenente dell’Unione. C’è il cowboy solitario, Costner in persona, che si prende a cuore la causa di una prostituta, scortandola per un’America ostile insieme al bambino (non suo) di cui lei si sta prendendo cura. C’è la carovana in viaggio attraverso lande desolate e pericolose, guidata da un saggio Luke Wilson, oltre agli inevitabili cacciatori di indiani, insieme ai quali si muove un giovane adolescente che sta appena cominciando a distinguere il bene dal male.

    Una sorta di miniserie composta da film interminabili, con una regia ad ampio respiro, che sfrutta i sensazionali paesaggi statunitensi, così come la splendida fotografia di J. Michael Muro. In questo costosissimo progetto c’è la nostalgia del cinema americano nei confronti del suo genere per eccellenza, il western, qui omaggiato in ogni sua forma. Il primo capitolo come detto mette le carte in tavola, è quasi un lungo preambolo a ciò che presumibilmente vedremo nei film successivi, se mai il regista riuscirà a girare anche l’altra metà del progetto. Non tutto funziona a dovere, ma sequenze come quella dell’assedio di Horizon, del bagno notturno di un’inglese tanto bella quanto viziata o del tentato battesimo del fuoco del giovane pistolero, sono barlumi di splendido cinema che rendono necessaria l’attesa per il secondo capitolo (in arrivo a metà agosto). Polvere, tramonti infuocati e una costante necessità di sopravvivere: un western vecchio stile di questa portata forse è un po’ troppo anacronistico rispetto al cinema di oggi, ma la bellezza di certe immagini non può mai passare di moda. Le premesse per una grande opera ci sono: aspettiamo fiduciosi il resto.

    https://unavitadacinefilo.com/2024/07/03/recensione-horizon-capitolo-1-2024/

    #capitolo1 #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #horizon #kevinCostner #recensione #significato #spiegazione #storia #trama #western

  32. Recensione “Challengers” (2024)

    Nel suo meraviglioso romanzo autobiografico, Open, André Agassi affermava che il tennis usa il linguaggio della vita: “Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell’altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate. I punti diventano game che diventano set che diventano tornei, ed è tutto collegato così strettamente che ogni punto può segnare una svolta. Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi”. Nel nuovo film di Luca Guadagnino, il tennis si fa metafora di vita e diventa piuttosto facile domandarsi se ciò che stiamo guardando è un match sportivo o la vita di due (anzi tre) persone, a tal punto che lo stesso Patrick, interpretato da Josh O’Connor, a un certo punto, dopo essersi sentito dire: “Pensi di aver già vinto quando il match invece non è ancora finito”, replica ingenuamente: “Ma stiamo parlando di tennis?”. Sì, perché parlare di tennis, come ha spiegato bene Agassi, è la stessa cosa che parlare di vita.

    L’ex astro nascente del tennis femminile, Tashi Duncan, ora allena il talentuoso marito Art Donaldson, ormai giunto nella fase discendente della sua carriera,. Tashi vuole far recuperare ad Art una buona posizione nel ranking, ma soprattutto vuole che il marito ritrovi la fiducia in se stesso attraverso un torneo minore, un cosiddetto Challenger, dove il tennista però dovrà fare i conti con il suo ex migliore amico Patrick Zweig, che in passato ha avuto una storia proprio con Tashi.

    Guadagnino mette in campo un triangolo amoroso non convenzionale, originale, ambientato nel fascinoso lato oscuro del tennis, lontano dagli Slam, dalle copertine patinate e dai principali tornei ATP, avvolto invece nel sudore grondante del presente e, soprattutto, dalla meravigliosa promessa dell’adolescenza, dove tutto sembra possibile, dove il senso di amicizia è vivo, l’amore per una ragazza è un gioco da vivere punto su punto e soprattutto l’agonismo, il cinismo dell’età adulta e la solitudine del tennista professionista, è un mondo ancora lontano (o vicino, dipende dal montaggio). Zendaya mette in campo tutto il suo arsenale di leggerezza e sex appeal, O’Connor e Faist sono bravi a mettersi a disposizione della storia. I due sfidanti di Challengers regalano a Guadagnino uno dei migliori film della sua filmografia, tra palline che sembrano finire addosso allo spettatore e gocce di sudore pesanti come macigni. Un macigno che è anche quello delle aspettative mancate, dei fallimenti personali e sentimentali, di una vita che non sempre mantiene le promesse di gioventù, quando anche la notte è giovane e i sogni sono ancora lucidi, caldi, come il bacio della più bella della classe. Una cosa è certa però: nella resa di conti tra il passato e il presente si può anche arrivare all’ultimo set, ma di certo non ci sarà pareggio.

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  33. Il cinema più e più volte ci ha raccontato storie di fotografi di guerra, sia reali (come il Bang Bang Club del film omonimo o la Marie Colvin di A Private War) che di finzione (Mille Volte Buona Notte, Salvador, giusto per citarne alcuni): ad accomunare le loro vicissitudini era un’ambientazione sempre lontana dagli agi e dalle sicurezze dell’Occidente, visto che tali storie si svolgevano in Medio Oriente, in Africa o in America Latina. Il regista Alex Garland capovolge questo cliché, approfittando del grande periodo di confusione degli Stati Uniti (proprio nell’anno delle elezioni), per raccontare il futuro pessimistico e, si spera, utopistico del suo Paese, con una sconvolgente guerra civile che sta mettendo in ginocchio la popolazione. Il punto di vista è quello di quattro reporter molto diversi tra loro, in viaggio da New York fino alla Casa Bianca.

    Garland porta lo spettatore di peso dentro le zone di guerra, tra proiettili che fischiano nelle orecchie e un’estetica disumanizzante, che vorrebbe apparire distaccata, come ci mostra l’esperta fotoreporter Lee Miller, ma che invece è scioccante e spaventosa, come appare agli occhi della novellina Jessie. Non ci è dato conoscere il background politico della questione, i perché e i percome della secessione in atto tra le Western Forces (Texas e California) e Washington, non è infatti questo il punto del film. Il punto è che c’è una storia che deve essere raccontata (quella degli ultimi giorni di un presidente fanatico, vicino alla resa) e c’è un gruppo di persone che ha il dovere di raccontarla: in mezzo c’è la sofferenza di un Paese sconvolto, distrutto, spaventato dove la parola democrazia ha ormai da tempo perso quella che sembrava essere la sua indiscutibile potenza. Una metafora non troppo velata delle tante divisioni e delle crudeltà che gli Stati Uniti stanno affrontando in questi ultimi anni (e che potrebbero aumentare in maniera esponenziale in caso di una nuova elezione di Donald Trump).

    Civil War, nella sua apparenza da road movie post-apocalittico, intende parlare più degli Stati Uniti che di giornalismo, più di umanità che degli occhi intenti a documentarla, senza mai il lusso di poter distogliere lo sguardo, in nome della verità. Un lusso che non hanno neanche gli spettatori, in particolar modo quelli statunitensi, nel vedere le loro città distrutte, ridotte in macerie, così come noi spettatori europei, non abituati a vedere guerre nel nostro comodo e sicuro Occidente. Alex Garland sembra quasi voler lasciare un monito, portando la guerra per le nostre strade, alla porta di casa nostra. Oggi tocca a Kiev e Gaza, domani toccherà a noi? Attenzione dunque se avete intenzione di voltare lo sguardo da un’altra parte, perché anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

    https://unavitadacinefilo.com/2024/03/26/recensione-civil-war-2024/

    #alexGarland #Cinema #civilWar #daVedere #diCheParla #film #fotografi #fotoreporter #giornalismo #guerra #recensione #significato #spiegazione #storia #trama

  34. C’è una parola coreana, in-yun, che si potrebbe tradurre grossomodo come “provvidenza” o “destino”, inteso esclusivamente come quello che lega due persone. Se camminando per strada sfiorate accidentalmente il vestito di un’altra persona, quello è in-yun, ovvero l’incontro tra due esseri umani che, in qualche modo, si sono già incontrati nelle loro vite passate e che ora si sono ritrovati, anche se solo il tempo di un respiro. Dunque non è possibile controllare chi entra nella nostra vita, né tantomeno chi vi rimane: è tutto governato da strati di in-yun. Su questa affascinante premessa si dipana il folgorante esordio cinematografico di Celine Song, ispirato a una vicenda autobiografica vissuta dalla stessa regista, che sembra quasi condensare la trilogia dei Before di Richard Linklater in un unico film, anche se qui i protagonisti non prendono in mano il loro destino, piuttosto lo subiscono.

    I dodicenni Nora e Hae Sung, inseparabili amici d’infanzia, si ritrovano improvvisamente separati quando la famiglia di Nora decide di trasferirsi a vivere in Canada. Oltre un decennio dopo si ritrovano online, ma è soltanto 24 anni dopo che riusciranno finalmente a incontrarsi, quando il ragazzo, ormai uomo, andrà a passare una settimana a New York per rivedere la sua amica di un tempo, confrontandosi con lei sulle loro vite, sul destino, sull’amore e su tutte quelle piccole scelte che influiscono sul futuro.

    In Past Lives c’è un discorso profondo sull’identità, sulla figura di Nora, che non si sente più coreana (ha anche occidentalizzato il suo nome) ma non può neanche definirsi statunitense, permettendo a due lingue, due culture e due parti così importanti della sua vita – le sue radici, ma anche i suoi frutti – di coesistere, di legare, con lei comunque al centro di tutto, di tutti, che tenta di dosare lo spazio da concedere all’una e all’altra. Da un lato c’è un uomo, l’unico ad aver conosciuto Nora prima che diventasse la versione statunitense di se stessa, dall’altro c’è poi la sua vita presente, che non conoscerà mai quella bambina di 12 anni che sognava di vincere il Nobel: nel mezzo, una scena al bancone di un bar che strazia l’anima, chiunque sia il personaggio con il quale si decida di entrare in empatia. Come canta Leonard Cohen nel primo atto del film, there’s no way to say goodbye, che si tratti di Hae Sung, del suo passato o di un’intera parte di sé. Non c’è veramente modo di dire addio.

    https://unavitadacinefilo.com/2024/02/06/recensione-past-lives-2023/

    #Cinema #corea #daVedere #destino #diCheParla #film #filmBellissimi #inYun #parolaCoreana #pastLives #recensione #significato #spiegazione #storia #trama

  35. Eccoci giunti al Capitolo 365. Sapete che significa? Che se iniziaste a leggere questa rubrica una volta al giorno, capitolo dopo capitolo, avreste materiale per un anno intero! Una Vita da Cinefilo, come potete vedere, ha ritinteggiato le pareti, si è rimesso a nuovo in vista di un 2024 che potrebbe regalare diverse novità, ma non voglio spoilerare nulla. Torniamo dunque a noi: quanto cinema in questo lunghissimo mese di dicembre. Cinque film del passato, addirittura quattro del 2023 (segno inconfondibile dei classici “recuperoni” di fine anno), nessun rewatch, nonostante ci siano montagne di film che mi piacerebbe rivedere. In tutto questo si avvicinano le vacanze di Natale, che per me significano viaggi in giro per l’Italia da una famiglia (i suoceri) all’altra (gli amici), ma soprattutto una drastica riduzione del tempo disponibile per vedere nuovi film. Farò scorpacciate prima del 24, poi prevedo dosi di cinema molto più umane fino alla Befana… In tutto ciò nei giorni scorsi sono approdato anche su Threads, il nuovo social testuale che riprende in tutto e per tutto quello che era il Twitter di una volta, ma con il seguito di Instagram. Se ci siete, battete un colpo, l’account è quello del progetto Film People.

    L’Uomo Senza Passato (2002): Continua il mio viaggio nel cinema di Aki Kaurismaki e, anche stavolta, non sarà l’unico suo film che troverete in questo capitolo. Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes 2002 (e premio per la migliore attrice Kati Outinen), racconta la storia di un operaio che, dopo esser stato aggredito, si risveglia dal coma senza ricordare nulla di se, né come si chiama, né da dove viene. L’uomo deve così reinventarsi: va a vivere in un container e cerca di costruirsi una nuova vita, circondandosi di umanità come nella migliore tradizione del regista finnico (che qui realizza uno dei suoi film più belli e indimenticabili, a dispetto del suo protagonista senza memoria). Fotografia stupenda come sempre, personaggi meravigliosi, film bellissimo. Lo trovate su Mubi.
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    Paper Moon (1973): Ogni tanto, tra i miei contatti di Twitter, esce fuori qualcuno che posta immagini di film bellissimi che non ho mai visto (e talvolta neanche ho mai sentito). Quando accade, di solito faccio una breve ricerca e, se mi sembra una lacuna che va colmata, trovo il modo di guardarmi al più presto il titolo in questione. Quello di Peter Bogdanovich, che arriva due anni dopo quello splendore de L’Ultimo Spettacolo, è il classico filmone scoperto navigando sui social (e poi dicono che non servono a niente!). Ryan O’Neal, in seguito a un equivoco, viene incaricato di portare una piccola orfana (sua figlia Tatum nella vita reale) dagli zii in Missouri. L’uomo è una canaglia, vive di piccoli raggiri e truffe da quattro soldi, e lungo la strada si ferma spesso a strappare qualche soldo da alcune vedove. La bimba si dimostra sin da subito una complice straordinaria e sveglissima e i due cominciano una fruttuosa collaborazione, affezionandosi l’uno all’altra. Tatum O’Neal con questo film vinse l’Oscar e resta ancora oggi la più giovane vincitrice di sempre della statuetta più prestigiosa. La cosa più incredibile però è che appena finito il film sono venuto a conoscenza della scomparsa di Ryan O’Neal e devo ammettere che la cosa mi ha lasciato un po’ interdetto. Film comunque bellissimo.
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    Passages (2023): Tra i recuperi di fine anno, avendolo trovato in alcune classifiche di riviste che seguo, c’è stato anche questo film di Ira Sachs. Franz Rogowski (il Joaquin Phoenix tedesco, come dico sempre!) è sposato con un altro uomo, ma si innamora di Adèle Exarchopoulos, con cui inizia un’intensa relazione. Il protagonista è un accentratore, un egoista che coinvolge nei suoi casini interiori tutti i personaggi che vi entrano a contatto (l’ex marito, il nuovo amante di lui, la partner…). Quello di Rogowski è un personaggio complesso e per questo interessante, ma crea troppa distanza con lo spettatore: in generale si fa fatica a empatizzare con i personaggi e, nonostante una scena finale davvero molto bella, non sono mai riuscito a entrare nel film. Peccato. Se volete dargli una chance lo potete vedere su Mubi.
    ••½

    Il Cielo Brucia (2023): Sempre per quella storia che a dicembre devo recuperare i film più interessanti usciti durante l’anno in vista della classifica del 2023, dopo aver letto ottime recensioni ho trovato doveroso vedere questo film di Christian Petzold, un regista che comunque stimo molto. Due ragazzi si recano nella residenza di famiglia di uno dei due, nel nord della Germania, per trovare la pace necessaria a completare i propri incarichi: uno deve sviluppare un portfolio fotografico per essere ammesso alla scuola d’arte, mentre il protagonista, scrittore, deve finire il suo romanzo. Nella casa però trovano una bella ragazza che cambierà gli equilibri in gioco, mentre nella regione intorno a loro la foresta va a fuoco a causa di un terribile incendio. Il film mi è piaciuto da morire, è ironico, drammatico, divertente, con un protagonista eccezionale: quante volte anche noi ci siamo sentiti a disagio mentre tutti gli altri intorno sembrano vivere la giornata in allegria e leggerezza? Sorpresa totale, da non perdere (credo che sia ancora in qualche cinema).
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    Kes (1969): La settimana scorsa, mentre ero a cena a casa di amici, parlando di Ken Loach è uscito fuori questo titolo che non avevo mai visto. Dopodiché la trafila è stata praticamente uguale a quella citata prima per Paper Moon, con la differenza che in questo caso invece dei social c’era di mezzo una cena con amici in carne ed ossa, che è un po’ meglio. Il 15enne Billy ha una vita difficile, sia a casa che a scuola: si mette continuamente nei guai, spesso non per colpa sua. Appassionato di uccelli, un giorno trova un piccolo gheppio (un rapace, una sorta di falchetto) e se lo porta a casa per accudirlo e addestrarlo. La falconeria diventa la sua passione più grande, ma la battaglia con una quotidianità difficile continua ad essere pesante. I 400 Colpi (uscito esattamente dieci anni prima) incontra Febbre da Cavallo (scherzo eh, ma se avete visto il film capirete la battuta…): Ken Loach racconta come sempre la società britannica dal punto di vista dei più deboli, dei fragili, con un’intensità emotiva fuori dall’ordinario e un protagonista meraviglioso, in uno dei film più belli della sua filmografia (e ce ne sono tanti). Inoltre c’è una scena in cui assistiamo a una delle partite di calcio più belle della storia del cinema, con il professore di educazione fisica più assurdo mai visto sullo schermo. Un grandissimo film, da recuperare.
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    Perfect Days (2023): Il nuovo film di Wim Wenders, di cui ho parlato già ampiamente nella recensione completa, uscirà in sala il prossimo 4 gennaio e credo di poter già dire che si tratta del film più bello in uscita il prossimo anno (lo so, è uno spoiler enorme sulla classifica del 2024, ma tanto fino ad allora lo avrete già dimenticato!). La routine impeccabile di un uomo solitario, che è riuscito a mettere in equilibrio le piccole cose della vita per trovare una parvenza di felicità, nonostante i dolori del passato. Tra Ozu e Akerman, Wenders ha realizzato un gioiello prezioso. Non vedo l’ora di vederlo di nuovo.
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    Perfect Blue (1997): Ancora un “Perfect” film, ancora ambientato in Giappone. Questo non ricordo più da quale ricerca fosse uscito, forse l’ho pescato da qualche parte su Letterboxd, fatto sta che mi ha incuriosito molto, anche perché trovo molto interessanti i film d’animazione “per adulti” (non in quel senso eh). Una celebre pop star, parte di un trio adorato dalle folle, decide di staccarsi dalla band per intraprendere la carriera d’attrice. L’equilibrio psicologico della ragazza comincia a vacillare dopo aver girato alcuni ciak dove il suo personaggio subisce una violenza sessuale e anche i suoi fan, tra cui un inquietante stalker, sembrano delusi dalla nuova immagine pubblica della giovane, passata da essere un simbolo di purezza e innocenza a modella per servizi fotografici senza veli. Fatto sta che alcuni personaggi, rei di aver corrotto l’animo della ragazza, cominciano ad essere uccisi uno dopo l’altro. Inoltre c’è un sito internet che pubblica informazioni private sulla routine della protagonista. Scene formidabili, una riflessione acuta sulla popolarità e sulla celebrità (ma anche sulla tossicità di alcuni fan), oltre ad una storia raccontata su diversi livelli, in cui è facile confondersi tra la realtà e il film che stanno girando, a metà strada tra il futuro Cigno Nero di Aronosfky (che ha ammesso di aver omaggiato questo film in alcune scene di Requiem for a Dream) e il cinema di David Lynch. Dietro la macchina da presa di questa splendida opera del cinema d’animazione c’è quel gran maestro di Satoshi Kon, da recuperare.
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    Foglie al Vento (2023): Ancora Kaurismaki, come promesso. Sarete stufi di sentir parlare di lui, ma è la mia fissa del momento e smetterei di guardare i suoi film se solo non fossero tutti molto belli! Una sorta di Ryan Gosling finnico incontra un’impiegata di supermercato: i due, dopo essersi incrociati in più occasioni, finalmente cominciano a frequentarsi, a perdersi, a ritrovarsi, quindi a rincorrersi. La trama è molto simile a quella di molti film di Kaurismaki (vedi la cosiddetta “trilogia dei perdenti”), così come l’estetica, la fotografia, i temi affrontati, ma qui è tutto molto “più”: più maturo, più divertente, più tenero, più umano, più musicale, più cinefilo (i due vanno al cinema a vedere I Morti Non Muoiono di Jarmusch e tutto il film è disseminato di locandine di film, da Rocco e i suoi fratelli a Pierrot Le Fou). Il film uscirà giovedì prossimo al cinema ed è una perla, ideale per abbracciare un po’ di calore umano durante le feste natalizie. Il problema è che ora non riesco più a togliermi dalla testa la canzone Syntynyt suruun ja puettu pettymyksin della band finlandese Maustetytöt, che vediamo in una scena del film. Non perdetevelo assolutamente.
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    Sinister (2012): Ethan Hawke è uno scrittore di libri di cronaca nera e sta attraversando una crisi creativa (ed economica). Ha bisogno di rilanciare la carriera con un nuovo grande libro ed è per questo che prende armi, bagagli e famigliola per trasferirsi in una casa dove è stata allegramente impiccata la famiglia che ci abitava in precedenza. Mentre lavora al suo nuovo libro viene a conoscenza di altre famiglie uccise negli anni in diverse città degli Stati Uniti, grazie ad alcuni raccapriccianti film in super8 ritrovati ovviamente in soffitta (o là o in cantina, se no che horror sarebbe?). Come spesso accade con il cinema horror statunitense, i film partono bene, l’indagine come in questo caso ha anche un suo perché, però poi, esaurite le idee iniziali, si concludono un po’ in vacca. Questo film di Scott Derrickson (già regista del buonissimo L’Esorcismo di Emily Rose) non cade nel ridicolo come altri titoli del filone, ma senza dubbio deraglia un po’ rispetto alle premesse iniziali. La scena più surreale non riguarda le apparizioni del cosiddetto Mr. Boogie, ma lo scambio di battute tra Ethan Hawke e Juliet Rylance, con quest’ultima (sua moglie nel film) che accusa l’uomo di aver portato la famiglia in una casa dove sono state uccise delle persone: “In casa non è morto nessuno, le hanno impiccate in giardino!”, la risposta di lui. Ora ditemi come è possibile non fracassare di legnate uno che ti risponde in questo modo. Al di là di questo, il film si porta a casa la sufficienza, ma non di più.
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    https://unavitadacinefilo.com/2023/12/18/capitolo-365-film-al-vento/

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  36. Recensione “Mai Raramente A Volte Sempre” (2020)

    Terzo lungometraggio della promettente regista indipendente Eliza Hittman, che dopo un premio per la regia ottenuto al Sundance con il precedente Beach Rats, aggiunge un mattone importante alla sua carriera con questo terzo film, vincitore dell’Orso d’Argento alla Berlinale dello scorso febbraio. Quello della regista newyorkese è uno sguardo vivido, tremendamente reale, incentrato su due adolescenti di provincia perse nella grande città e costrette a crescere in fretta. Il film si apre con una perfetta immersione nel piccolo paese di provincia della Pennsylvania, con una recita scolastica musicale in cui la giovane protagonista, Autumn, viene insultata ed “etichettata” durante una sua sentita e intensa performance. Capiremo ben presto il motivo degli atteggiamenti dei suoi insopportabili compagni: Autumn si sente continuamente a disagio, perché è sola ed è incinta. La ragazza non si sente pronta a diventare madre ed è ovvio, guardando il luogo in cui vive e il modo in cui le persone intorno a lei la trattano (compreso il viscido datore di lavoro). Unico supporto è quello di sua cugina Skylar, con la quale si imbarca in un’avventura verso New York, la città più vicina dove può liberarsi di un fardello così pesante senza dover affrontare una burocrazia piena di ostacoli, una famiglia piena di complicazioni (anche se solo accennate) e dottoresse che pensano di poter decidere per lei.

    Autumn e Skylar sono due amiche un po’ atipiche, non le vediamo mai abbracciarsi nonostante la situazione richieda calore umano, oltre che supporto psicologico, e quasi mai davvero complici (se non in una meravigliosa scena in cui le loro mani si sfiorano per darsi coraggio in una delle scene più intense del film), eppure la chimica tra le due è perfetta, funziona in ogni scena, è limpida e reale. La macchina da presa ad ogni modo è sempre su Autumn, resta con lei quando Skylar si allontana, si sofferma sulla spaventosa intervista alla quale la ragazza si sottopone dalla psicologa della clinica per abortire (le cui opzioni di risposta danno il titolo al film) ed è ancora con lei mentre si sottopone all’intervento.

    Mai Raramente A Volte Sempre tuttavia non è un dramma straziante, nonostante sia un film molto forte: è la storia di due ragazze costrette a diventare grandi in pochi giorni, è uno sguardo singolare sulla provincia americana (nonostante gran parte del film si svolga a New York) e su cosa significhi essere adolescenti negli Stati Uniti di oggi, raccontandoci la fragilità, la vulnerabilità e al tempo stesso la straripante forza interiore di un’età che non smetterà mai di fornire magnifico materiale per queste nostre amate storie da grande schermo.

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  37. Game of Thrones 8: Per chi suona la campana (Episodio 5)

    Non è facile parlare del penultimo episodio de Il Trono di Spade. Arrivati a questo punto non sono tanto i personaggi caduti durante questa stagione a farci male, quanto non avere la possibilità di approfondire ancora di più la situazione, di non sapere pienamente ciò che succederà dopo il gran finale della prossima settimana. Andiamo a “rivederci” tutto l’episodio con il classico spiegone, cerchiamo di tirar fuori qualche teoria e di capire cosa è successo e cosa ancora succederà. Da oggi sentire le campane non sarà più la stessa cosa.

    Il quinto episodio di questa ottava stagione di Game of Thrones si apre con Varys intento a scrivere una missiva in cui è rivelato il (non più) segreto di Jon Snow. Varys ha servito decine di re e regine diverse, sopravvivendo a tutti, per il semplice motivo che lui è un servitore del Trono, chiunque ci sia sopra. Questa volta però la sua cospirazione si spinge un po’ troppo in là, ci arriveremo tra poco. Da un breve scambio di battute scopriamo che Daenerys, dopo la morte del figlio-drago e di Missandei, non mangia più, non vuole vedere nessuno ed è chiusa nelle sue stanze a covare vendetta. Jon Snow giunge al castello via mare, annunciando che le sue truppe stanno per raggiungere Approdo del Re. Varys gli si fa incontro spiegandogli la situazione e i suoi timori nei confronti di Daenerys: “Quando nasce un Targaryen, gli Dei lanciano una moneta e il mondo trattiene il fiato”. Il “ragno” dice di non sapere bene da quale lato sia caduta la moneta di Dany, ma sa bene quale sia quello della moneta di Jon, che però ‘sto trono proprio non lo vuole: “She is my Queen” (aridaje).

    Tyrion cerca di avvicinarsi lemme lemme da Daenerys che però lo blasta, dicendogli che Jon Snow l’ha tradita (!!!). Tyrion le dice che a tradirla è stato Varys, ma Daenerys replica che è Jon quello che ha sputtanato il segreto a Sansa, che l’ha detto a Tyrion, che l’ha detto a Varys, che sta praticamente scrivendo un post su Facebook per farlo sapere a tutti. Daenerys è infuriata con tutti questi chiacchieroni, lancia una frecciata a Sansa e ci mostra un volto abbastanza preoccupante. La notte seguente Varys viene prelevato dalle sue stanze e portato sulla scogliera dove Daenerys lo condanna a morte: mica con una decapitazione semplice, no, lo manda arrosto con una fiammata di drago. Il cervello di Jon lentamente comincia a muovere gli ingranaggi e dal suo sguardo sembra quasi dire: “Non è che niente niente mia zia è una stronza?”.

    Daenerys riceve dunque Jon nelle sue stanze private, si lamenta che è sola, che Varys è morto per colpa di Sansa che manda in giro gossip peggio di una portinaia, che non si sente amata da nessuno e lui le ribadisce la fedeltà, le dice che sarà sempre la sua regina. Daenerys quindi prova a baciarlo, ma Jon si stranisce. Poco dopo tocca di nuovo a Tyrion provare a convincere Daenerys a non bruciare tutta Approdo del Re, con i suoi poveri e innocenti civili. Tutti tentativi inutili. La Regina dei Draghi vuole arrostire tutti per una questione di “pietà” e poi fa sapere a Tyrion che ha arrestato suo fratello Jaime: se il “folletto” la deluderà ancora per lui sarà l’ultima volta (frase che ricorda un po’ Darth Vader, non è un buon segno).

    Nella notte Arya e il Mastino superano il campo, la piccola assassina dice che sta andando ad uccidere Cersei, il Mastino aggiunge che se Cersei muore stanotte non ci sarà nessuna guerra, nessun pericolo di morte per i soldati. I due quindi passano senza problemi. Tyrion invece, dopo una gag in lingua straniera, riesce a vedere Jaime e lo libera (si ripete, a parti inverse, la scena già vista nelle stagioni precedenti). Il piano di Tyrion è che Jaime vada a prendere Cersei, scendano da un passaggio segreto che porta alla spiaggia dove ci sarà una barchetta ad aspettarli (messa là da Davos, al quale Tyrion chiede sicuramente questo favore). Con la barca devono andare a farsi una vita a Pentos e lasciare così Westeros. Se Daenerys lo viene a sapere sono cavoli amari, Tyrion afferma che tuttavia migliaia di innocenti sono più importanti di un nano non proprio incolpevole. Una scena bellissima, il rapporto tra Tyrion e Jaime è sempre stato uno dei lati più riusciti della serie: i due dunque si abbracciano e in questa scena realizzo che ci siano alte possibilità che Tyrion possa morire nel prossimo episodio.

    Tyrion ripete a Jon quello che aveva già detto alla sua regina: se l’esercito avversario capirà di aver perso si arrenderà e farà suonare le campane. Quindi “Se suonano le campane, richiama i tuoi uomini, vuol dire che si sono arresi”. Ribadisco: se suonano le campane, si devono fermare. Il buon Tyrion l’ha detto a Daenerys e l’ha detto a Jon, chi dei due gli darà ascolto? L’indomani comincia l’offensiva di Daenerys, prima distrugge la flotta di Euron con il fuoco del drago, che sorprende sia l’esercito che le sue balestrone ammazza-draghi. Quindi, sempre con Drogon sbraca le porte di Approdo del Re, distruggendo mezza compagnia dorata (l’esercito dei Lannister). Gli immacolati partono all’attacco, Arya e il Mastino intanto sono dentro e cercano di raggiungere la Fortezza dove ci sono Cersei e la Montagna, i loro due obiettivi. Jaime non è lontano da loro, ma trova i cancelli bloccati e quindi deve prendere il raccordo per raggiungere il passaggio segreto sulla spiaggia, ma stiamo all’ora di punta della battaglia e c’è un traffico clamoroso, manco fosse la Roma-Ostia alle 6 del pomeriggio.

    Insomma, i “buoni” stanno avendo decisamente la meglio e l’esercito dei Lannister giustamente si arrende. Finalmente suonano le campane, evviva! La guerra è dunque finita senza vittime innocenti, il piano di Tyrion è riuscito e tirano tutti un sospiro di solliev… Ops! Daenerys si fa improvvisamente rodere il culo e parte comunque all’attacco, allestisce il barbecue arrostendo tutti: donne, bambine, anziani, poveri cristi a profusione. Gli immacolati quindi ripartono all’attacco e si mettono ad uccidere i soldati che si erano arresi, Jon cerca invano di fermare i suoi uomini, che sono ormai nel mezzo della ressa (quindi deve tenere a bada i suoi e al tempo stesso deve difendersi dall’attacco dei soldati nemici, che nel frattempo hanno ripreso in mano le spade per difendersi). Verme Grigio guarda male Jon, che finalmente sembra aver capito che è un idiota e che Daenerys è folle quanto suo padre (ovvero il nonno di Jon). Ci ha messo un paio di stagioni a capirlo ma forse finalmente ce l’abbiamo fatta.

    Una piccola parentesi: i vestiti di Daenerys cominciano a scurirsi, lei che da 8 anni abbiamo visto praticamente sempre in bianco, in questa puntata indossa un abito scuro e nelle scene dell’attacco sarà vestita completamente di nero. Nella sua parabola rivedo un che di Star Wars e del labile equilibrio tra lato chiaro e lato oscuro. In poche parole, da oggi Daenerys è senza dubbio un Sith.

    E allora Cersei? La Regina in carica è molto sicura di sé e della fortezza che non è mai caduta (ok, non è mai caduta, ma non ha neanche mai dovuto fronteggiare un drago incazzato!). Qyburn cerca di far ragionare Cersei che gli dice che va tutto bene, mentre sotto di lei va tutto a fuoco. Vabbè. Nel frattempo che succede? Mentre Daenerys continua a fare le puzze con l’accendino (vi ricordate che fiammate?) e a distruggere la città, il Mastino convince Arya a non seguirlo da Cersei, salvandole di fatto la vita. Arya rinsavisce, rinuncia alla sua vendetta e, per la prima volta da quando lo conosce (se non sbaglio), lo ringrazia. La piccola Stark fugge per la città in fiamme, cerca di salvare qualche vita ma finisce anche lei sotto la polvere e le macerie causate dall’attacco reiterato di Drogon e Daenerys. Il Mastino raggiunge Cersei ormai in fuga, ma tutto ciò che gli interessa è uccidere suo fratello, o quel che ne resta. La Montagna gli va incontro, Cersei gli dice di restare al suo fianco e Frankenstein in tutta risposta ammazza Qyburn, che in tutto questo bordello della guerra muore proprio da scemo. La Regina reggente quindi scappa e il Mastino la lascia andare: comincia così lo scontro tra i due fratelli Clegane. Sandor toglie l’elmo a Gregor, che si rivela un incrocio tra Varys, lo zio Fester e Anakin Skywalker (quello visto nel finale de Il Ritorno dello Jedi): il Mastino soccombe in una scena abbastanza splatter, cerca di uccidere in tutti i modi il fratello ma non ci riesce (“Ma non muori mai??”), decide allora di spingerlo giù dalla torre, dalla quale cadono insieme tra le fiamme (povero Mastino, tutta la vita ad evitare il fuoco e poi va a morire proprio in mezzo al rogo).

    Cersei è sempre in fuga, stavolta da sola, ma finalmente viene raggiunta da Jaime (che è gravemente ferito dopo uno scontro sulla spiaggia in cui ha ucciso Euron). Lo sguardo di Cersei nel momento in cui vede Jaime mi ha mezzo commosso, è una scena bellissima, nonostante l’abbiamo detestata per tutta la serie, vederla in lacrime, con un figlio in grembo, tra le braccia di Jaime è qualcosa di davvero toccante. I due si abbracciano e muoiono insieme, ricongiunti proprio nel momento della fine. Che brividi!

    La guerra sembra finita, Approdo del Re è rasa al suolo e sembrano quasi tutti morti. Anche se è una città fittizia mi fa male vedere quello splendore di King’s Landing distrutto. Arya si risveglia tipo a Pompei e, alzandosi in piedi, scorge uno splendido cavallo bianco (quello del capo dell’esercito dei Lannister, che si vede prima che Daenerys sbrachi le mura nemiche). Si avvicina, gli sorride e se ne va cavalcando, qui finisce la puntata. Ora, a meno di 90 minuti dalla fine di tutto Game of Thrones, le teorie sono innumerevoli. La cosa certa è che Daenerys ha sbroccato e si prospetta quindi uno scontro tra lei e Jon (anche Verme Grigio ha capito che Jon si sta tirando indietro, quindi sarà una battaglia inevitabile): la Regina dei Draghi probabilmente morirà nel prossimo episodio e sarà uccisa o da Jon o dalla stessa Arya e possibilmente uno dei due morirà nell’impresa. Il trono dovrebbe esser andato distrutto insieme alla città, quindi questa distruzione del simbolo della serie potrebbe essere significativa: nessuno sarà re? Potrebbe essere possibile uno stato federale con vari stati più o meno indipendenti (tipo Stati Uniti)? O forse una Repubblica retta sulla saggezza di Tyrion a sud e sulla temperanza di Sansa e Bran al nord? Tyrion manterrà la sua promessa e consegnerà Alto Giardino nelle mani di quel truzzo di Bronn? Drogon si ribellerà a Daenerys e rispetterà Jon, rifiutandosi di arrostirlo nel momento decisivo? Oppure sputerà fuoco e Jon sopravvivrà alle fiamme in quanto Targaryen? Ho altre mille domande in testa e altrettante teorie, ora sta tutto nel capire come fare a far passare questa settimana. Dopodiché sarà il vuoto, la nostalgia, il disagio totale. Ma di questo ne parleremo tra sette giorni. Per chi suonerà la campana?

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  38. Game of Thrones 8: Il triangolo no (Episodio 4)

    Mancano soltanto due episodi alla conclusione definitiva de Il Trono di Spade e la sensazione, purtroppo, è che il meglio ci sia già stato (l’apice toccato tra il secondo e il terzo episodio sarà molto difficile da raggiungere). Questa quarta puntata ha più i contorni della soap opera, con alcuni innegabili momenti di puro Game of Thrones, tuttavia, considerando che si trattava del terzultimo episodio, non possiamo che definirci delusi. Andiamo ad approfondire la questione, con il solito avviso: tutto ciò che leggerete da qui in poi è SPOILER allo stato puro.

    Il quarto episodio si apre con il funerale ai caduti ed è senza dubbio un momento bellissimo. Chi, al termine della scorsa puntata, si domandava come avrebbero fatto a pulire tutto quel caos di morti e sangue, la risposta è all’inizio di questa puntata: un bel rogo di massa. Ognuno dunque piange i suoi morti: Daenerys non si dà pace per Jorah, Sansa affida a Theon la sua spilla con l’emblema degli Stark, Sam saluta tristemente Edd mentre Jon sfodera il migliore dei suoi sguardi contriti nel vedere il corpo senza vita della povera Lyanna Mormont (e qui ho avuto una stretta al cuore pure io). Il commiato è affidato a Jon, che fa un discorso davvero toccante: ogni persona che vivrà, nel presente e in futuro, lo deve al sacrificio di tutti questi eroi. Poi si accende il falò e con lo stacco successivo si passa dalla mattina alla sera, dove un gustoso banchetto sta allietando la notte dei sopravvissuti. Spero che quello che stiano mangiando non abbia niente a che vedere con il falò di cui sopra…

    Comincia qui la parentesi Beautiful: Gendry cerca Arya, Daenerys lo ferma per nominarlo ufficialmente Lord Baratheon, facendo cadere la sua origine di bastardo di Robert e trovando ufficialmente in Gendry un nuovo, prezioso, alleato. Gendry trova Arya, che nonostante sia al centro di ogni brindisi, si è isolata come al solito. Il novello Lord, forte della patente appena ottenuta, invita Arya a farsi un giro a tempo indeterminato sulla sua nuova carica bella fiammante: insomma, si dichiara, le chiede la mano e di conseguenza le offre di essere la sua Lady. Arya, neanche a dirlo, non è fatta per la vita di corte e rifiuta con molta educazione, Gendry dovrà farsene una ragione. Sansa intanto raggiunge il Mastino, l’unico a non aver molta voglia di divertirsi con le fanciulle del Nord: lui le dice di averla trovata cambiata e che se fosse fuggita con lui all’inizio non le sarebbe successo niente, Sansa replica che se non si fosse imbattuta in Ditocorto e in Ramsey non sarebbe potuta diventare quella che è, ovvero una badass, come dicono gli americani, o spaccaculi, come dicono alla Garbatella.

    In altre stanze Jon e Daenerys si prendono e si respingono, Jon dice che non vuole il trono ma Daenerys gli chiede comunque di tenersi il segreto per sé, perché il popolo lo adora e se solo dovesse venire a sapere che Jon è il legittimo erede al trono, lo acclamerebbe come Re senza lasciare speranze a Daenerys. In breve, Dany ha rimesso la scopa nel sedere di Jon, che per ringraziarla le ramazza la stanza come al solito. In un’altra sala ancora è tempo di far perdere la verginità a Brienne: tocca a Jaime prendere la scala per arrampicarsi sulla signora di Tarth (la battuta appartiene a Tyrion), momento telefonatissimo che sembra quasi essere un contentino per i fan: ovviamente Jaime più tardi monterà a cavallo per tornare da Cersei, in procinto di essere bruciacchiata con tutta Approdo del Re (neanche a dirlo, è la prova definitiva che in questa stagione daremo l’addio anche a Jaime).

    Al mattino nella sala riunioni di Winterfell si gioca a Risiko: ognuno toglie i carrarmatini persi durante la Lunga Notte e si consta che l’esercito di Daenerys è ormai ridotto a metà: via buona parte dei Dothraki, via buona parte degli Immacolati, via anche gran parte dell’esercito del Nord, si può dire addio al vantaggio numerico su Cersei. Daenerys vuole spazzare via la Capitale, tipo Bossi ai tempi d’oro, ma Tyrion cerca subito di farla ragionare: “Dobbiamo spodestare Cersei, non dobbiamo radere al suolo una città piena, tra l’altro, di civili innocenti”. Daenerys non ha un attimo di tregua e riprende a pizzicarsi anche con Sansa. La Stark afferma che le truppe devono riposarsi un attimo, Daenerys sbrocca dicendo che avevano fatto un patto e che adesso tocca aiutarla, perché Cersei si fortifica ogni giorno di più. Jon, ormai ridotto peggio di uno zerbino, difende la causa di Daenerys e viene così convocato per una riunione di condominio con Sansa, Arya e Bran. Le sorelle gli chiedono senza troppi giri di parole di darsi una regolata, che lui è uno Stark come loro poiché figlio di Ned, al che Jon non riesce a tenersi più e lascia che Bran racconti alle sorelle la verità sulla sua identità, non prima di aver fatto giurare a Sansa e Arya di mantenere il segreto. Sansa dice “sì, sì, come no”, e due ore dopo sta già raccontando tutto a Tyrion, che a sua volta rivela il segreto a Varys: “Se lo sanno già più di 8 persone non è più un segreto, è un’informazione!”. Si attende ora la conferenza stampa di Varys a reti unificate per raccontare la verità al mondo intero. Il segreto di Pulcinella da oggi cambierà nome e per tutti sarà “il segreto di Jon Snow”.

    Nel frattempo diamo l’addio (definitivo? Ma seriamente li state mandando via così??) a Sam e a Tormund: il primo ha ingravidato Jilly e se ne va a crescere la famiglia (“Se nasce maschio lo chiameremo Jon”, “Meglio femmina allora, che se no diventa uno zerbino come me”), il secondo ha vinto sui non-morti e ha il cuore spezzato da Brienne, per cui se ne torna con i suoi bruti dalle parti di quella che fu la Barriera, per starsene nelle terre selvagge come piace a lui. Jon saluta calorosamente entrambi e chiede a Tormund di portare Spettro con sé, il metalupo piange un po’ e Jon non va là neanche a fargli una carezza.

    Facciamo un passo indietro. Bronn, non si sa bene come, sbuca a Grande Inverno esattamente nella stanza dove può sorprendere Jaime e Tyrion durante una bevutina. Bronn è venuto per ucciderli, come abbiamo visto nel primo episodio, ma teme che Cersei morirà e non potrà riscuotere la sua ricompensa, così Tyrion lo corrompe a sua volta promettendogli Alto Giardino e Bronn se ne va tutto contento chiedendo ai due fratelli di sopravvivere alla guerra per poter così mantenere la loro promessa. Altra scena cotta e mangiata che non ho apprezzato molto.

    Fuori da Winterfell Mastino si ricongiunge ad Arya, i due parlano di quanto è bello starsene da soli e capiamo che entrambi hanno dei piani per il futuro: Mastino deve uccidere Frankenstein Montagna e Arya deve vedersela con Cersei. La parte soap opera va lentamente scemando, per fortuna, e si torna agli intrighi e ai loschi piani che hanno reso celebre Game of Thrones: Tyrion e Varys sono divisi sulla questione trono. Tyrion si è giocato Daenerys mentre Varys vuole fare all-in su Jon, visto che sta notando sempre più dei segni di squilibrio nella gestione della regina dei draghi (se n’è accorto presto!). Rinnegare Daenerys però sarebbe tradimento e Tyrion non ci sta. I due più saggi della serie preferirebbero puntare su un matrimonio che farebbe regnare insieme Jon e Daenerys, ma Varys la tocca pianissimo: “è sua zia!”. La questione ovviamente non avrà bisogno di essere approfondita visto che secondo me nella battaglia contro Cersei moriranno sia Daenerys (mi ci gioco un paio d’euro, magari la secca proprio Jaime, come aveva fatto in passato con il padre di lei) che Jon (mi gioco solo un euro, ché su di lui non sono ancora sicuro).

    Insomma, si salpa! L’esercito di Daenerys si muove via mare e viene sorpreso dalla flotta di Euron Greyjoy che, con delle balestre enormi fa secco uno dei due draghi (Rhaegal, per l’esattezza) e distrugge mezza flotta dei “buoni”. Verme Grigio è disperato perché Missandei è sparita: l’ha presa Euron e ora è in mano a Cersei, la quale fa credere al Greyjoy che il figlio che porta in grembo è suo (che paracula, è adorabile). Daenerys sbrocca e vuole sbracare tutto Approdo del Re, Varys la fa ragionare e le dice che prima devono tentare di negoziare, così il popolo capirà che la colpa per la guerra è solo di Cersei. Daenerys dà sempre più segni di squilibrio e di tirannia, ad ogni modo accetta la soluzione proposta dai suoi consiglieri. Un gruppo scelto di ambasciatori si presenta così alle porte di King’s Landing, dove Tyrion va direttamente a negoziare con sua sorella. In tutta risposta, dopo un bellissimo discorso del “folletto”, Cersei fa ammazzare Missandei, che prima di essere decapitata urla ai suoi compagni: “Dracaris!”, come a dire “sbracate tutto!”.

    L’episodio finisce qui, sullo sguardo carico d’odio di Daenerys: molto interessante la parte politica, molto meno quella sentimentale. Dalla terzultima puntata mi aspettavo molto di più, ad ogni modo sono rimasti ancora due episodi che a questo punto immagino saranno strepitosi. Prepariamo i fazzoletti, perché stavolta non si scampa, perderemo parecchi personaggi. Chi cacchio finirà su quel trono? Le scommesse sono sempre aperte: Daenerys sicuramente no, di questo ormai sono certo, Jon probabilmente neanche, che sia forse tempo per una Repubblica? Ad ogni modo il triangolo tra Cersei, Jon e Daenerys è destinato a concludersi nel sangue.

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  39. Game of Thrones 8: l’Armata delle Tenebre (Episodio 3)

    Uno degli episodi più attesi di sempre è finalmente arrivato e personalmente ho ancora i brividi. Come al solito questa breve introduzione è senza spoiler, per permettervi di smettere di leggere in tempo prima che sia troppo tardi. Non dico niente, soltanto che ci sono dei momenti davvero commoventi. Fuori dalla finestra il cielo è grigio, la primavera sembra aver lasciato spazio al ritorno dell’inverno e mi pare pure di vedere un paio di corvi (con solo due occhi però) appollaiati sulle antenne televisive del palazzo di fronte. Comincia la battaglia.

    Da qui in avanti si entra in ZONA SPOILER, quindi se state ancora leggendo presumo che abbiate già visto la puntata. Il terzo episodio si apre con un bel pianosequenza che segue prima Sam, poi Tyrion e si conclude, guarda un po’, con Bran che lo fissa per un istante. L’introduzione è girata splendidamente, l’ansia monta lentamente dentro di noi e ci sembra di essere proprio là insieme all’esercito dei vivi, in attesa della notte più lunga. Si tratta davvero di una scena bellissima, la tensione è palpabile e la suspense è totale. Edd cazzia Sam per essere arrivato in ritardo, mentre dal buio arriva lentamente un cavallo: è Melisandre, appena giunta a Grande Inverno, che grazie al potere del Signore della Luce rende infuocate le armi dei Dothraki, in modo tale da poter abbattere un po’ di Estranei. La “donna rossa” entra così a Winterfell, dove Ser Davos ha una leggerissima voglia di ammazzarla. Lei capisce subito le sue intenzioni e gli dice che non servirà ucciderla, perché sarà morta prima dell’alba: l’ottimismo viaggia su ali di drago insomma.

    Nel buio di una fotografia cupissima i signori dei cavalli si lanciano verso i non-morti (che ancora non si vedono) e la scena è pazzesca: tutto ciò che vediamo sono le armi infuocate che a poco a poco sono sempre di meno fino a sparire del tutto. I Dothraki sopravvissuti, guidati da Mormont, battono la ritirata: 1-0 per gli Estranei. Comincia così la mattanza del terzo episodio e il primo a farne le spese è uno di quei personaggi che al TotoMorte venivano dati per favoriti: il guardiano della notte Edd, che viene trafitto dopo aver aiutato Sam. Daeneyrs e Jon, a bordo dei due draghi, salvano il salvabile e riportano per un momento in equilibrio la situazione: 1-1 immediato. Subito dopo però la regina dei draghi e il buon Snow finiscono in una tormenta di neve…

    Arya intanto spedisce Sansa nella cripta, “ché tanto là sulle mura non servi a un caxxo” e nel mentre salva pure il Mastino con una freccia ben assestata. La battaglia imperversa, Jaime e Brienne sembrano abbastanza impicciati e ogni momento è buono per farci tremare. In diretta dalla cripta Tyrion si rivela, come previsto, piuttosto insofferente: vuole essere in battaglia, perché sa di poter avere idee illuminanti per salvare la baracca come accadde nella vecchia battaglia ad Approdo del Re. Sansa gli risponde che stanno bene dove stanno e Tyrion, giacché deve stare bloccato nella cripta, tanto vale tentare la via della provola, dicendo a Lady Stark che a questo punto era meglio se fossero ancora sposati. Sansa non fa una piega e gli risponde che la lealtà di Tyrion nei confronti di Daenerys avrebbe mandato tutto a monte. Missandei non la prende benissimo e si intromette tra ex moglie ed ex marito dicendo che se non fosse per la regina dei draghi sarebbero già tutti morti.

    Intanto all’esterno Lyanna Mormont fa aprire i cancelli di Grande Inverno per mettere in salvo l’esercito, mentre Ser Davos sfrutta la sua esperienza all’aeroporto di Fiumicino per dare ai draghi il segnale di dar fuoco alla trincea (per frenare l’avanzata dei morti). Ovviamente nel mezzo della tormenta non si vede praticamente niente e i draghi continuano così a volare per i fatti loro. A salvare la situazione, a sorpresa, è nuovamente Melisandre, che grazie ad una formula magica (tipo “Klaatu, Barada, Nikto”) riesce a dare la trincea in pasto alle fiamme.

    Tutto a posto quindi? Neanche un po’. I morti fanno una specie di torre (dis)umana tipo i castellers catalani durante le fiere di paese e riescono a fare breccia nella trincea. Sembra il remake dell’Armata delle Tenebre di Sam Raimi, ma invece di Ash qui c’è Lyanna Mormont che, coraggiosissima, si lancia all’attacco di un gigante non-morto, viene acchiappata e prima di morire (noooo!) riesce a infilzarlo per ben benino. Jaime, Brienne, Sam, Tormund, Gendry, Verme Grigio e Beric, che sono nel mezzo della battaglia, sono più impicciati di Cenerentola a mezzanotte meno cinque, i morti sono ovunque e sembrano un esercito di cocainomani assatanati. Mastino nel frattempo ha un piccolo attacco di panico. Intanto Theon cerca di spiegarsi con Bran, che di rimando gli dice che tutto ciò che ha fatto in passato è servito a portarlo adesso nel luogo al quale appartiene: Grande Inverno. Poi Bran, stufo di sentir chiacchiere, cade in trance e si “trasferisce” momentaneamente in volo con il corvo, dove riesce finalmente ad individuare il Re della Notte. Poco dopo ecco Jon e Daenerys, che tamponano il drago con a bordo il Re della Notte: Jon dice che veniva da destra ma il NightKing non vuole sentire ragioni e non sembra aver intenzione di firmare il CID. I tre draghi si sfregiano a vicenda e l’unico a cavarsela sembra essere Drogon, gli altri due arrancano e atterrano. Jon vede il Re della Notte tutto soletto nel mezzo del campo di battaglia ormai deserto e si lancia all’attacco: il Re della Notte non fa una piega e con la sua solita nonchalance fa risorgere tutti i morti intorno a lui. Risorgono come morti pure Edd e Lyanna (!!!), una cosa alla quale non avevo proprio pensato: ovviamente non dobbiamo fare i conti solo con i personaggi che muoiono, ma anche col fatto che possono tornare come non-morti! Insomma, Jon si ritrova circondato da centinaia di non-morti e per un momento pensiamo che sia la fine, quando ovviamente arriva la premiata ditta Daenerys-Drogon che con una bella sventagliata di fiamme salva l’erede al trono. Il Re della Notte però è immune al fuoco del drago, per ucciderlo servirà ben altro…

    Arya è nei guai: all’interno del castello si deve nascondere da un gruppetto di morti che girano per le sale di vedetta. Grazie alle sue doti di assassina silenziosa riesce in qualche modo ad uscire dalla situazione, ma viene inseguita da un altro gruppo di morti. In questa scena siamo nel panico più totale, in piena empatia e soprattutto temiamo per la vita di Arya. Che tensione! A salvarla ci pensa Beric, che si sacrifica per lei, mentre il Mastino la porta via di peso, come ai bei tempi. I due sopravvissuti incontrano Melisandre, che dice ad Arya che il Signore della Luce ha fatto rinascere Beric tipo duecentomila volte soltanto per compiere il suo destino, che era quello di salvare la piccola Stark. Poi, per quanto mi riguarda il Momento Fomento dell’Episodio 3, Melisandre ripete ad Arya il primo insegnamento che la giovane aveva ricevuto ad Approdo nel Re, nella prima stagione, da Syrio Forell: “Cosa diciamo noi al Re della Morte?”. “Not today!” risponde Arya, che recuperata la sua freddezza e la sua sicurezza, prende e va verso il suo destino.

    Nelle cripte intanto, come aveva predetto Jessica Chastain con un tweet di domenica sera, i morti sepolti là dentro (sono cripte dopotutto!) si risvegliano e costringono gli occupanti alla fuga: purtroppo la bimba che avevamo conosciuto ed amato nella scorsa puntata soccombe a causa dei morti di casa Stark tornati in vita (abbastanza decomposti tra l’altro). Per un momento abbiamo sperato di rivedere addirittura Ned Stark, salvo poi ricordare che essendo stato decapitato, non può più tornare in (non)vita. Sansa e Tyrion sono nascosti e per un momento arriviamo sul punto di credere che si stiano per suicidare pur di non diventare non-morti. Tyrion bacia la mano di Lady Stark e i due si danno dunque anch’essi alla fuga.

    Intanto gli Estranei arrivano al Giardino degli Dei, dove Bran si è appena risvegliato dalla sua trance. Theon e i suoi uomini di ferro difendono il Corvo con Tre Occhi fino alla fine, letteralmente. Theon ammazza caterve di non-morti, finisce le frecce e continua a sfragnarli con la spada finché non arriva il Re della Notte. Bran dice a Theon che è un brav’uomo, Greyjoy ha riscattato tutte le sue malefatte passate e, come prevedibile, si lancia in un attacco suicida verso il Re della Notte il quale lo blocca e lo uccide, facendolo morire da eroe (tutto ciò era ampiamente prevedibile, praticamente era ovvio che Theon, con tutto quello che ha combinato in passato, sarebbe morto eroicamente per difendere gli Stark).

    Jon Snow si è intanto lanciato all’inseguimento del Re della Notte all’interno di Grande Inverno. Daenerys sta rifiatando un attimo a bordo del drago quando si accorge di un bel gruppetto di morti che si sta arrampicando su Drakaris. Il drago vola per sgrullarsi di dosso i non-morti, Daenerys cade e rimane da sola sul campo di battaglia. Chi arriva a salvarle il capello biondo platino? Ovviamente Jorah Mormont, che la difenderà fino alla fine e, come era prevedibile, muore per salvarla (anche questa era una morte annunciatissima).

    Siamo agli sgoccioli, Jon corre dentro Grande Inverno schivando e sfondando Estranei, il drago dei non-morti arranca e sta per crollare, ma riesce comunque a sputare un bel po’ di fuoco blu. Jon cerca di schivarlo come può ma ecco che il drago lo sta per uccidere: il Re della Notte intanto sta per uccidere Bran: è la fine? I buoni stanno per perdere? NOT TODAY! Arya si lancia in volo verso il Re della Notte che la prende per il collo, è andata male anche questa e Arya sta per morire. Ma Arya urla che “non me sta bene che no!” e si lascia scivolare il pugnale nell’altra mano, che infilza a morte il Re della Notte. Il capo dei cattivi si rompe in mille pezzi e come lui tutto il suo esercito, dragone compreso (che schiatta un attimo prima di cuocere Jon). Il momento è solenne, Daenerys piange lacrime calde per Jorah, Melisandre invece, avendo ormai avuto la sua parte nella guerra, si incammina sola verso l’inverno e si spoglia dei suoi poteri, tornando nel suo corpo originale e finendo per morire sotto gli occhi dell’incredulo Ser Davos. Titoli di coda.

    La puntata si conclude con la vittoria, che non mi aspettavo arrivasse così presto, anzi, pensavo che questa battaglia sarebbe durata due o tre puntate, tipo un’azione da gol di Holly e Benji, invece si conclude tutto in un’oretta, grazie al piano ingegnoso elaborato da Bran nell’episodio precedente. Giustamente però la serie si chiama Game of Thrones ed era tempo ormai di rimettere la battaglia per il trono al centro del villaggio. Ripensiamo ai caduti di questa grande battaglia: i due Mormont, Beric, Edd, Theon e Melisandre. Poteva andare peggio, nessuno dei personaggi più amati sembra essere stato abbattuto (anche se per Lyanna mi dispiace tantissimo), probabilmente il “peggio”, da questo punto di vista, deve ancora arrivare. Ad ogni modo mancano tre puntate, ovvero mezza stagione, e i morti già sono stati sconfitti: Cersei cagati sotto.

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  40. Game of Thrones 8: Tenera è la Notte (Episodio 2)

    Secondo episodio e secondo riassuntone. Devo riempire in qualche modo queste righe introduttive per rendere più dolce la transazione con la zona spoiler, nella quale entreremo a brevissimo. Tenera è la notte a Grande Inverno, la quiete dei protagonisti è la più classica delle premesse prima di una tempesta furibonda. Bene, direi che ci siamo. Mettiamo un bel punto alla fine di questa introduzione con il solito avviso: da qui in poi, si entra in Zona Spoiler, siete avvisati!

    Ho trovato questo secondo episodio meraviglioso nella sua normalità: è l’ultima volta in cui potremo vedere i protagonisti rilassarsi, confrontarsi, conoscersi, raccontarsi, stare insieme uno di fronte all’altro e non fianco a fianco. La prima puntata si era conclusa con Bran che fissava Jaime, cosa che evidentemente si è protratta per una settimana (ma hanno già creato la pagina Facebook “Bran fissa cose”?, in caso contrario sappiate che voglio i diritti d’autore!). In questo nuovo episodio Bran continua a fissare Jaime, ma stavolta siamo nella sala principale del castello degli Stark, con Daenerys che racconta a Jaime di come da piccola raccontavano favole sullo Sterminatore di Re (a chi è carente di fosforo ricordiamo che proprio Jaime aveva ucciso il Re Folle, ovvero l’ultimo Targaryen ad essere salito sul trono di spade), che un giorno lo avrebbero trovato e ucciso. Daenerys inoltre è irritata dal fatto che Cersei abbia tradito la causa e fa pesare la cosa a Tyrion. Anche Sansa è abbastanza nervosa dalla presenza di Jaime, reo di aver aggredito Ned Stark ai tempi, ad ogni modo ci pensa Brienne a garantire per il biondo Lannister, ormai da tempo diventato un uomo d’onore (e uno dei personaggi migliori della serie, possiamo dirlo). Mentre Bran continua a fissarlo, Sansa è convinta dalle parole di Brienne, Jon anche e Daenerys non può far altro che accettare Jaime nell’esercito dei “vivi”.

    Tyrion si prende una lavata di capo da Daenerys, alla quale non solo le rode perché è circondata da un sacco di suoi ex-nemici, ma anche perché Jon sembra evitarla. Arya e Gendry si incontrano di nuovo nell’armeria, la piccola Stark sollecita l’amico nella costruzione nell’arma che gli ha commissionato. Lui le rivela di essere il bastardo di Baratheon e pensa che a lei non regga di affrontare i morti: Arya fa vedere subito di che pasta è fatta. Tra i due c’è una tensione particolare…

    Jaime finalmente riesce a incontrare Bran in uno dei pochi momenti in cui il giovane Stark non sta fissando nessuno. Jaime gli chiede scusa per averlo reso disabile, Bran gli risponde che lo ha fatto per amore e per difendere la sua famiglia e che se Jaime non lo avesse fatto, lui sarebbe ancora Bran Stark. Quindi tutto a posto. Jaime non capisce e gli dice: “Perché, non lo sei?”. Eeeh, non più, non più. A proposito di Bran apro una piccola parentesi sulla bellezza della scrittura di questa serie: un personaggio totalmente marginale per tante stagioni, invalido, indifeso, si è evoluto in uno dei caratteri più interessanti, originali e gagliardi di questa stagione. Bran è un esempio di come un personaggio poco importante possa trasformarsi in un protagonista assoluto. Chiusa parentesi, andiamo avanti.

    Continuano i preparativi per la grande battaglia, Jaime e Tyrion parlano del loro passato, della loro famiglia e dell’ironia nel trovarsi a difendere le mura di Grande Inverno. Parlano soprattutto di quanto sia stronza loro sorella, ma ormai questo è abbastanza chiaro per tutti. Ser Davos intanto distribuisce il rancio, incoraggia gli uomini a combattere e conosce una bambina tenace che gli ricorda tanto la sua amata Shireen, la figlia malata di Stannis Baratheon, sacrificata sul rogo al Signore della Luce per ordine di Melisandre. In questo episodio tutti parlano con tutti, preparandosi a ciò che sta per succedere. Jon si riunisce a Tormund e a Edd, che lo avvisano che l’arrivo dei Non-Morti è previsto per l’indomani (!). Una delle conversazioni più interessanti dell’episodio avviene tra Sansa e Daenerys: quest’ultima cerca di diventare amica di Lady Stark, tuttavia la Signora di Grande Inverno chiede alla Regina dei Draghi cosa sarà del Nord dopo che avranno battuto i Non-Morti e Cersei. Sansa ribadisce la sua domanda, quasi reclamando l’indipendenza, al che Daenerys fa la vaghissima: prevedo disastri. L’arrivo di Theon interrompe la conversazione, Sansa lo abbraccia e lo accoglie e “casa”: gli Stark rimasti, tra figli e figliastri, sono finalmente tutti riuniti.

    Ora che ci sono tutti, è arrivato il momento di pensare ad una strategia: Jon teorizza che se riuscissero ad uccidere il Re della Notte, l’incantesimo che riporta i morti in vita sarebbe spezzato e potrebbero così vincere la guerra. Bran sa che il Re avversario lo vuole uccidere perché lui rappresenta la memoria e solo uccidendo la memoria si può far calare la notte (e dunque la morte) su ogni cosa. Il Corvo con Tre Occhi si propone dunque come esca: attirerà il suo avversario nel Giardino degli Dei (dove Theon si propone di difenderlo: fossi in Bran mi cacherei sotto). L’incontro si chiude con Daenerys che declassa Tyrion, allontanandolo dalla battaglia e costringendolo a chiudersi nella cripta con le donne e i bambini (“Se sopravviveremo avrò bisogno del tuo cervello”).

    L’ultima notte prima del caos è piena di incontri inaspettati, come dicevamo. L’arrivo di Beric irrita il Mastino: “Sembra di trovarsi a un cazzo di matrimonio”, ma poi finiscono a bere insieme. Arya riceve finalmente da Gendry la sua arma (un cazzutissimo giavellotto, con il quale teorizzo che abbatterà il drago dei non-morti in qualche momento della battaglia), poi vuole perdere la verginità e così con Gendry la situazione si concentra su un altro giavellotto (scusate la battuta, vado a mettermi in silenzio in un angolo). Vicino al focolare Tyrion incontra Bran per farsi raccontare un po’ tutta la sua storia, quindi arriva Jaime e in breve i Lannister si riuniscono in chiacchiere con Pod, Brienne, Tormund e Davos. Il bruto fa lo spaccone e ci prova in tutti i modi con Brienne, che non se lo fila di striscio. Poi Jaime nomina Lady Brienne cavaliere (“non serve un Re per nominare un cavaliere, basta un altro cavaliere”): Brienne è felicissima, in tutta la sua vita non ha desiderato altro. In chiusura di scena c’è Pod che intona una canzone, uno di quei canti medievali pieni di malinconia e il momento è davvero molto commovente.

    Verme Grigio parte per la battaglia, non prima di aver promesso a Missandei un futuro insieme. Mormont incontra sua cugina Lyanna (la bambina cazzutissima, ovvero Lady Mormont) che ovviamente non vuole rinunciare alla battaglia, nonostante le rimostranze del cugino (al quale Sam poco dopo regala la spada dei Tarly). Jon nel frattempo vuole rilegare lo stesso Sam nella cripta a difendere le donne, Sam afferma di essere l’unico ad aver ucciso un estraneo e dice che avranno bisogno di lui, al che Edd fa pensare al celebre ritornello di Sora Lella: “Namo bene annamo, proprio bene”.

    Finalmente arriva la conversazione che tutti aspettavamo: Jon rivela a Daenerys la sua identità, Daenerys è scioccata, pensa che Jon stia dicendo una cazzata (anche io sarei stato scettico, in fondo a sapere il segreto sono il fratello di Jon e il suo migliore amico, sembra proprio una cosa acchittatissima). Dani dice che quindi Jon può reclamare il trono, Jon esita a rispondere e questa cosa non sembra entusiasmare Daenerys, poi i due sono interrotti: gli estranei stanno arrivando, la guerra di tutte le guerre sta per cominciare. La puntata si conclude con l’arrivo dei Non-Morti, che osservano Grande Inverno in lontananza. Mamma mia quanta gente sta per morire, non ero così fomentato per l’inizio di una battaglia dai tempi del Fosso di Elm de Il Signore degli Anelli.

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  41. Game of Thrones 8: Giù al Nord (Episodio 1)

    Due anni fa, quando usciva la settima stagione de Il Trono di Spade, ero talmente preso dal ritorno di Twin Peaks che praticamente non me accorsi nemmeno (all’incirca). Poi la bella pensata di recuperare la serie, con le sue sette stagioni, tutta d’un fiato, subito dopo l’estate. Ora quindi mi ritrovo a dover fare le 4 del mattino per vedere in tempo reale la prima puntata dell’ottava e ultima stagione. Cose che succedono. Che puntata è stata? Lo sapremo qui sotto subito dopo questa introduzione, ultimo baluardo contro gli spoiler, che stanno arrivando…

    Da qui in poi entriamo in ZONA SPOILER, quindi poi non dite che non vi ho avvisato. Il primo episodio dell’ottava stagione comincia, neanche a dirlo, a Grande Inverno, con l’arrivo del “più grande esercito mai visto”, come lo definisce Tyrion. Troviamo Arya Stark che vede tornare suo fratello Jon, il Mastino e compagnia bella lungo la strada che porta da Lady Stark, ovvero Sansa, ormai Signora di Grande Inverno. La padrona di casa non è molto entusiasta nel vedere Jon leccare metaforicamente i piedi di Daenerys, soprattutto i loro alleati del Nord, coloro che avevano incoronato Snow come loro Re, sono delusi dal fatto che Jon abbia rinunciato al suo regno piegando il ginocchio davanti alla figlia del Re Folle. L’ottava stagione comincia così, con il buon Jon che cerca di respingere i dissapori di chi aveva giurato fedeltà al Re del Nord.

    Per il resto c’è una rimpatriata niente male, Snow ritrova Bran (“Sei vivo!” “Più o meno”, perché Bran in un certo senso è morto per poi rinascere come Corvo con Tre Occhi), Sansa e Arya (che gli ricorda l’importanza della famiglia). Quest’ultima incontra di nuovo il suo amico Gendry (il figlio illegittimo di Robert Baratheon, se la prima stagione vi dice ancora qualcosa, al quale chiede di forgiare un’arma particolare) e soprattutto il Mastino, con cui si scambia insulti affettuosi. Tyrion ritrova Sansa, che non vedeva dai tempi della morte di Joeffrey: Sansa è delusa dal fatto che Tyrion possa davvero credere che sua sorella Cersei abbia intenzione di rispettare la tregua: “Ti ritenevo una delle persone più argute che conoscevo, una volta”.

    Una delle scene più intense di questo primo episodio vede Jon volare insieme a Daenerys sulla groppa di un drago, un battesimo del volo che da un lato fa quasi ridere, dall’altro è pienamente simbolica: anche i draghi sembrano riconoscere Jon come l’erede dei Targaryen, ma su questo punto torneremo tra poco. Jon e Daenerys sembrano innamorati come non mai (nonostante un drago gelosone), ma a breve saranno costretti a fronteggiare la realtà (cioè che sono zia e nipote, ma questa discussione probabilmente la vedremo nella prossima puntata).

    In tutto ciò, lontano dal Nord, ad Approdo del Re la regina Cersei accoglie l’arroganza di Euron Greyjoy, che essendosi alleato a lei adesso vuole raccogliere la sua ricompensa, cioè finire nel letto della Regina. Cersei non è proprio entusiasta (“Se vuoi una puttana puoi comprartela, una Regina te la devi guadagnare”), però per evitare di irritare l’unico suo alleato alla fine lo accoglie nelle sue stanze, fingendosi compiaciuta per la sua insolenza (certo che questo neanche un elefante s’è portato, e che cavolo!). Nel frattempo Bronn viene ricoperto d’oro per uccidere Jamie e Tyrion al loro eventuale e improbabile ritorno: dovrà ucciderli con una balestra (riferimento all’arma usata da Tyrion per giustiziare suo padre): tuttavia le intenzioni di Bronn, che non può rifiutare, non sembrano del tutto chiare (“Una vera famiglia del cazzo”, è il massimo che afferma). Sempre ad Approdo del Re Theon cerca di riscattarsi e salva sua sorella Yara dalla nave di Euron, per poi salpare al suo fianco verso le Isole di Ferro. Qui Yara concede a Theon il permesso di andare a Grande Inverno per combattere al fianco degli Stark, dove sono certo che riscatterà tutte le cazzate fatte fino alla scorsa stagione morendo da eroe (anche perché ormai è sopravvissuto pure troppo).

    Tornando a Grande Inverno, dove tutti sono impegnati a forgiare armi con il vetro di drago (unico materiale utile per uccidere un non-morto), vediamo Ser Davos proporre a Varys una soluzione per far sì che il Nord accetti Daenerys: Jon e la Regina dei Draghi dovrebbero sposarsi (ma da queste parti i matrimoni sono sempre un po’ complicati, come sappiamo). Intanto il piccolo Lord di Casa Umber, che era stato mandato da Sansa a richiamare la sua gente a Grande Inverno, viene trovato impalato ad un muro, segno che l’esercito dei Morti sta arrivando: lo scoprono i Nightwatch, appena riunitosi ai Bruti di Tormund (“Non avvicinatevi, ha gli occhi azzurri!”, “Ho sempre avuto gli occhi azzurri!”, riferendosi all’iride dei non-morti). I due piccoli eserciti stanno tornando verso Winterfell, richiamati dai corvi mandati da Jon.

    Il gran finale, prima della rimpatriata tra Jamie e l’inquietante Bran, che non si vedono dalla prima puntata della prima stagione, quando Jamie aveva lanciato Bran già dalla torre (causando la sua invalidità), vede riuniti Sam e Jon. Sam è in lacrime, Daenerys infatti gli ha appena comunicato di aver sterminato la sua famiglia, rea di non averla riconosciuta come Regina. Sam, spinto da Brann, deve dire a Jon la verità sui suoi genitori. I due si abbracciano come fratelli, ma Jon capisce subito che in Sam c’è qualcosa che non va: il buon Tarly confessa all’amico ciò che è stato fatto ai suoi genitori, dicendogli che lui non si sarebbe mai comportato così, che è lui che dovrebbe essere Re (praticamente Sam gliela butta così, sul vago andante). Jon riafferma che non è più il Re del Nord al che Sam non può che dirgli tutta la verità, che è un Targaryen e che Ned Stark aveva promesso a sua sorella Lyanna di proteggerlo, nascondendo a tutti la sua vera identità: “Sei tu l’erede legittimo al trono!”. Jon ovviamente accoglie questa affermazione come si può accogliere un macigno tra capo e collo: di mezzo non c’è solo la responsabilità, ma anche il fatto che la donna che ama è sua zia. Il problema adesso però è uno: come dirglielo a Daenerys?? Lo sapremo lunedì prossimo.

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  42. Recensione “Memorie di un Assassino” (2003)

    Qualche giorno fa sulla pagina Facebook di Una Vita da Cinefilo avevo deciso di invertire i “ruoli” chiedendo a voi consigli su un film da vedere. Ne è uscita fuori una lista piena di titoli davvero interessanti (ho i lettori migliori del mondo, è ufficiale), tra questi c’era questo film coreano del 2003 firmato da Bong Joon-ho, regista di Snowpiercer e Okja. Considerato uno dei migliori film coreani di questo secolo, Memorie di un Assassino è un thriller che non ha assolutamente nulla da invidiare ai titoli più blasonati di Hollywood e anzi è strano che la macchina da film statunitense, sempre pronta a rigirare i migliori film del cinema asiatico (e non solo), abbia rinunciato alla tentazione di un remake.

    La storia prende spunto da fatti realmente accaduti e si ispira principalmente alla figura del primo serial killer coreano conosciuto, attivo tra il 1986 e il 1991. Siamo proprio nel 1986: in un paese di provincia i detective locali trovano i corpi di due donne ma, non avendo indizi concreti, cercano di incastrare un ragazzo mentalmente disturbato basandosi sul fatto che spesso seguiva una delle vittime. Da Seul arriva un nuovo detective, restio ai metodi violenti della polizia locale, che scopre il collegamento con un’altra vittima e alcuni elementi comuni a tutti gli omicidi. Il sospettato viene dunque rilasciato: la caccia al vero assassino è appena cominciata.

    Il regista è formidabile nell’alternare vari registri per realizzare un racconto coerente: c’è la grande tradizione del cinema orientale che è sempre dietro l’angolo (lo splendido inseguimento notturno, con i tre detective che si lanciano in una corsa furiosa, comincia con un palese omaggio al cinema di arti marziali asiatico), la suspense da noir americano, il percorso catartico del detective che si rifà ai protagonisti del polar francese e così via. Un film intenso, ricco di colpi di scena, che coinvolge lo spettatore a tal punto da farlo partecipare attivamente ad ogni momento delle indagini, fino alla sua sorprendente e perfetta conclusione. Un grande gioiello da vedere e da scoprire.

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  43. Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

    Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di How I Met Your Mother, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di Friends, che ha sempre trovato irritante The Big Bang Theory e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre Happy Days. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

    Come è risaputo e come è suggerito già dal titolo, la serie racconta le vicissitudini sentimentali e sociali che hanno portato il protagonista, Ted Mosby, ad incontrare la madre dei suoi figli. Alternandosi tra commedia e dramma grazie ad una scrittura brillante ed intelligente, capace di riprendere a distanza di anni situazioni citate o accadute in passato, How I Met Your Mother è uno show di quelli indimenticabili, in cui i rapporti si evolvono con il passare del tempo, dove un gruppo di trentenni che fatica ad uscire da un’eterna adolescenza è costretto inevitabilmente a fare i conti con l’arrivo dell’età adulta, con le sue responsabilità, i suoi impegni, le sue delusioni.

    Impossibile guardare la serie senza trovare riferimenti con le nostre vite: la malinconia degli amori perduti, i racconti al bar del dongiovanni del gruppo, le ragazzate, gli addii, le sbronze, le situazioni imbarazzanti, i viaggi in macchina, le risate, le serate sempre insieme, il lavoro, il tempo che passa senza accorgersene, l’allontanamento, i grandi momenti in cui ci si ritrova… Ed è così che la serie scivola via attraverso nove stagioni in cui il tono, seppur in calo dopo le prime straordinarie annate, resta sempre ricco di spunti di interesse, di piccole-grandi lezioni di vita, accompagnato spesso da canzoni memorabili (da Jersey Girl cantata da Springsteen a Inside of Love dei Nada Surf, fino a 500 Miles dei Proclaimers, una delle canzoni più iconiche della serie). Dopo il sorprendente finale resta così la malinconia per ciò che è successo in nove anni, in cui un affiatatissimo gruppo di amici è costretto dalla vita a vedersi sempre meno, in cui l’amore non sempre è sinonimo di lieto fine, in cui i sogni e i desideri devono sempre fare i conti, inevitabilmente, con la realtà. Da oggi, in questa piovosa giornata, incontrare un ombrello giallo per strada non sarà più la stessa cosa.

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  44. Recensione “Kodachrome” (2017)

    Destinato a diventare un piccolo cult per gli appassionati di fotografia, il film di Mark Raso gioca sulla nostalgia, sul passato, sulla malinconia di ciò che lentamente svanisce (tutti concetti associabili per estensione alla fotografia), per raccontare il conflitto tra un padre e un figlio. L’idea di partenza si basa su un fatto reale: i due devono infatti raggiungere il Kansas, dove c’è veramente stato l’ultimo laboratorio al mondo dove era possibile sviluppare la mitica pellicola Kodachrome della Kodak, tolta dal mercato nel 2009.

    Matt Ryder è un produttore musicale sull’orlo del licenziamento. Suo padre Ben, uno dei più famosi fotoreporter del mondo, sta per morire e chiede a suo figlio di accompagnarlo a sviluppare dei vecchi rullini Kodachrome in Kansas, nell’unico laboratorio dove è ancora possibile farlo. I due sono in pessimi rapporti, tuttavia una seria possibilità lavorativa convince Matt ad intraprendere questo viaggio da New York fino a Parsons, in compagnia del burbero padre e della sua bella assistente (Elizabeth Olsen, tanto per non farci mancare niente).

    Il film è un inno al passato, all’analogico, al sapore di ciò che è tangibile, in un mondo sempre più digitale dove non resterà più una traccia fisica di ciò che siamo stati, come afferma il personaggio di Ed Harris all’inizio del viaggio. Il suo Ben è legato al mondo analogico, dunque alla pellicola fotografica, alle musicassette, alle mappe stradali: non a caso anche lui, come il mondo al quale appartiene, sta lentamente morendo. Al netto di alcune situazioni piuttosto prevedibili (e a tratti anche un po’ ricattatorie) parliamo comunque di un film molto bello nella sua purezza, forse nella sua ingenuità, come nella bellissima sequenza in Kansas, dove c’è spazio anche per alcune riflessioni sul mestiere del fotografo (che non lasceranno indifferente soprattutto chi, come me, fa questo lavoro per vivere). Alcune splendide immagini di Steve McCurry, l’ultimo ad avere l’onore di poter utilizzare un rullino Kodachrome, accompagnano i titoli di coda di un film piuttosto ispirato, vivo e decadente al tempo stesso, come quell’aura vagamente vintage che lo avvolge dall’inizio alla fine, senza però essere mai troppo invadente.

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  45. Recensione “Stranger Things 2” (2017)

    Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per It ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di Star Wars ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: Stranger Things. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevamo l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo.

    Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 Stranger Things è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

    La seconda stagione di Stranger Things comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

    KIDS
    I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

    ADOLESCENTI
    Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

    ADULTI
    Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de I Goonies è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H725 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se lo scambio tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

    NUOVI PERSONAGGI
    Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di Stranger Things, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a It). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

    ELEVEN
    Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

    CITAZIONI
    Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i Ghostbusters e Indiana Jones stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai Gremlins, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a It (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a L’Esorcista (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente I Goonies (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), Mad Max e Jurassic Park che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

    COLONNA SONORA
    Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi Hammer to Fall dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei Ghostbusters, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con Rock You Like a Hurricane e i DEVO con Whip It, Bon Jovi con Runaway e i Metallica con The Four Horsemen. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca Time After Time di Cindy Lauper (autrice del tema dei Goonies, tra l’altro) e Every Breath You Take dei Police. Queste solo per citarne alcune.

    FINALE
    In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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  46. Twin Peaks 2017: Le Origini del Male (Episodio 8)

    L’Episodio 8 ha circa 15 minuti quasi convenzionali (convenzionali se si parla di Twin Peaks, ovvio) e i restanti 45 davvero molto complicati da raccontare. Una puntata decisamente non classificabile, forse folle, forse geniale, ma davvero difficile da comprendere. L’apertura è dedicata alla fuga del Cooper malvagio: è in auto con Ray, e sappiamo da uno dei primi episodi che il Doppelganger vuole far fuori il ragazzo (lo abbiamo scoperto quando Cooper soffoca la ragazza sul letto del motel). Approfittando di una sosta, Cooper prova a uccidere Ray, ma questi lo anticipa e gli spara più colpi. Sul corpo insanguinato del demone compaiono degli uomini neri, uno dei quali avevamo già visto in un paio di occasioni nei precedenti episodi (nella cella accanto al preside della scuola e nell’obitorio). Va detto che questi personaggi sono decisamente simili al barbone di Mulholland Drive, un dettaglio che dà seguito alle teorie secondo le quali il film del 2001 è ambientato nello stesso universo di Twin Peaks. Gli uomini neri, dicevamo: questi si accalcano intorno a Cooper, gli spargono il sangue sul volto, lo toccano, estraggono dal petto una sorta di gelatina con al suo interno nientepopodimeno che il viso di Bob sghignazzante. Ray fugge terrorizzato, telefona ad un certo Phillip (Jeffries?) spiegandogli che Cooper dovrebbe essere morto, ma che se non dovesse esserlo, lo potrà raggiungere alla “Fattoria”. Cooper ovviamente si risveglia: è vivo.

    La storia prosegue con un live dei Nine Inch Nails (!) al Roadhouse. Qui finisce la parte comprensibile di questo ottavo episodio e cominciano videoarte e tutto il resto. Da qui in poi la scena sarà quasi interamente in bianco e nero. Siamo nel luglio del 1945, nel deserto del New Mexico vediamo un fungo atomico (la data e il luogo corrispondono al celebre Test Trinity, la prima detonazione di un’arma nucleare, due settimane prima delle bombe su Hiroshima e Nagasaki). Il fungo atomico genera al suo interno una creatura che a sua volta vomita una gelatina con molte uova (forse la garmonbozia, il dolore e sofferenza di cui si nutrono i demoni?), oltre alla gelatina vista prima con all’interno il volto di Bob. Sempre nel New Mexico, ma nel 1956, da una delle uova esce uno strano insetto, mentre un gruppo di uomini neri (che sembrano esser stati generati da quella curiosa esplosione del ’45) dapprima aggredisce due passanti, quindi uno di loro penetra in uno studio radiofonico e, dopo aver interrotto i Platters (il cui chitarrista si chiamava David Lynch…) e ucciso due impiegati, ripete alla radio una stramba litania che fa svenire chi la ascolta: “Questa è l’acqua, questo è il pozzo: bevi fino in fondo e calati. Il cavallo è come il bianco degli occhi e oscuro all’interno”. Lo strano insetto di cui sopra intanto si introduce nella bocca di una giovane donna: non prevedo niente di buono. Gli uomini neri sembrano uscir fuori da una sorta di mini market e, come mi dicono i colleghi amici più informati di me, anche in Fuoco Cammina Con Me gli spiriti si riunivano in una stanza proprio sopra un convenience store.

    Una piccola parentesi. Secondo alcune teorie la giovane donna potrebbe essere Sarah Palmer da giovane. Nel ’56 la ragazza dimostra circa 15 o 16 anni e l’attrice che interpreta Sarah Palmer è nata nel 1941, quindi le date coinciderebbero. Inoltre ci potrebbe essere un legame tra il cavallo bianco nominato nella litania e lo stesso animale più volte apparso alla madre di Laura (ma questo legame è un po’ forzato, lo ammetto). E poi, come affermano sempre i miei amici, se così non fosse, perché spostare l’azione dal 1945 al 1956? Solo per farci ascoltare i Platters? Non credo (edit: a distanza di giorni si fanno molto insistenti le voci che fanno riferimento alla Signora Ceppo: la ragazza che ingoia il misterioso insetto è dunque una giovane Margaret? Vedremo).

    Nel mondo parallelo intanto (la Loggia Bianca?), il Gigante viene a conoscenza della “nascita” di Bob. Preoccupato, comincia a levitare e genera dal suo cervello una sfera dorata con al suo interno il viso di Laura Palmer. Una dama elegante, la Senorita Dido (come leggiamo sui titoli di coda), bacia la sfera e la lancia in una sorta di tubo che si preoccuperà di ricollocare la sfera dorata sulla Terra, in un punto che inequivocabilmente corrisponde a Twin Peaks. Non sembrano esserci molti dubbi sul fatto che il Gigante abbia creato Laura Palmer per fronteggiare Bob, in un’ennesima variazione sul tema “Bene contro Male”: uno scontro di cui conosciamo fin troppo bene l’esito. Tra l’altro una sfera dorata aveva già fatto la sua comparsa nel momento in cui il Cooper buono aveva preso il posto di Dougie: la pallina era stata raccolta da Mike, all’interno della Loggia Nera.

    L’esplosione atomica del 1945 è stata dunque l’origine del male che abbiamo visto in Twin Peaks? Così sembra. Curioso inoltre il fatto che nei precedenti episodi, nell’ufficio dell’FBI, dietro Gordon Cole è appeso un manifesto raffigurante proprio un fungo atomico. Ora, chiunque volesse provare a dare una spiegazione a questo episodio può accomodarsi. Ora ci aspettano due settimane di domande: chi sono gli uomini neri (nei titoli di coda uno di loro è citato come Woodsman, l’uomo del bosco)? Che rapporto c’è tra Phillip Jeffries e Cooper? Che ne sarà della ragazza con la rana-mosca in bocca, si tratta davvero di Sarah Palmer? La cosa certa è una: quello che David Lynch ha mostrato in questo episodio è una nuova frontiera dello show televisivo. Nessuno ha mai osato tanto, nessuno si è spinto così oltre ed è naturale chiedersi cosa succederà ancora nei restanti episodi (tra due settimane saremo esattamente a metà stagione). Avrei bisogno di un po’ più di normalità, ma chi sono io per chiedere tanto a David Lynch? La prossima settimana niente Twin Peaks, lo show ritorna tra due settimane e, mentre noi saremo qui a formulare teorie assurde, Lynch ci osserva e se la ride, dall’alto della sua onniscienza. Due settimane per una nuova puntata. Ce la faremo? Nell’attesa abbracciamoci forte e cerchiamo di sostenerci a vicenda.

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    Vai alla recensione dell’episodio 9

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  47. Tutte le citazioni di “Stranger Things”

    Sembra essere diventato il gioco dell’estate: cogliere più citazioni possibili dal nuovo fenomeno televisivo della stagione, l’acclamato e meraviglioso Stranger Things, nuova serie tv targata Netflix, capace di trasportarci, nel giro di otto episodi, nei nostri amatissimi anni 80. Sono davvero innumerevoli le citazioni disseminate tra le varie scene di questa serie tv: abbiamo provato a raccogliere qui tutti i riferimenti che siamo riusciti a trovare (e, mi raccomando, se ne avete altri da aggiungere potete continuare la lista sui commenti). Cominciamo a giocare, in rigoroso ordine alfabetico (e fate attenzione, perché quanto segue è pieno zeppo di spoiler, siete avvisati!).

    UPDATE: Le citazioni riguardanti la seconda stagione sono scritte in blu.
    UPDATE: Le citazioni riguardanti la terza stagione sono scritte in verde.

    UPDATE: Le citazioni riguardanti la quarta stagione sono scritte in giallo.

    Alien: Senza dubbio, una delle citazioni più palesi. Quando nell’ultima puntata il povero Will viene trovato con una sorta di mostro alieno all’interno della sua bocca, è impossibile non pensare al film di Ridley Scott, per non parlare del modo in cui Hopper si china su un enorme uovo dischiuso, altro riferimento alla saga di Alien. Nella terza stagione il Mind Flyer mostra una sorta di estensione interna che somiglia molto alla creatura del film di Ridley Scott: c’è anche una scena in cui Nancy viene attaccata dal mostro, che è parallela al celebre frame con Sigournay Weaver e lo Xenomorfo.

    Alien – La Clonazione: Quando Hopper e Joyce trovano il laboratorio di Demogorgoni in Russia, la scena appare praticamente uguale ad una sequenza di questo film di Jean-Pierre Jeunet del 1997, in cui, pensate un po’, aveva recitato anche la stessa Winona Ryder.

    Aliens: Nella seconda stagione troviamo Paul Reiser nei panni del dottor Owens, che ci viene presentato allo stesso modo del suo personaggio nel film del 1986, quando doveva convincere la sopravvissuta Ripley a fidarsi di lui (lo stesso comportamento che ha il dottor Owens nei confronti di Will e Joyce). In un’altra scena Owens osserva attentamente i monitor per seguire i movimenti dei suoi uomini, stessa cosa che succedeva in Aliens (e in entrambe le scene uno degli scienziati/soldati afferma “stay frosty, boys”, più citazione di così…). Inoltre così come in Stranger Things c’è un gatto arancione, Mews, che reagisce male quando Dustin porta in casa Dart, anche nel film di Cameron c’è un gatto dello stesso colore che comincia ad agitarsi nel momento in cui arriva il mostro.

    Amanti perduti: Il film di Marcel Carné del 1945 è uno dei film preferiti di Robin, come la ragazza ci dice nel finale della terza stagione.

    Amityville Horror: Tutta la backstory di Victor Creel è un palese riferimento al film del 1979 di Stuart Rosenberg, in cui una famiglia si trasferisce in un edificio per poi scoprire che è posseduto da forze maligne.

    Apocalypse Now: Nel quarto episodio, un attimo prima che Nancy venga chiamata dalla preside per essere interrogata dalla polizia a proposito della scomparsa di Barb, la professoressa sta leggendo alla classe Cuore di tenebra, il romanzo di Joseph Conrad che ha ispirato il film di Francis Ford Coppola (1979).

    l’Appartamento: Nella terza stagione quello di Wilder è uno dei film citati da Robin sul podio dei suoi preferiti.

    Bella in rosa: Nel finale della seconda stagione Dustin si acconcia i capelli allo stesso modo di Duckie, nel film del 1986 firmato da Howard Deutch. Inoltre in entrambi i casi la ragazza più popolare della scuola chiede al ragazzo di ballare con lei.

    Blow Up: C’è addirittura un omaggio a Michelangelo Antonioni, abbastanza palese nella scena in cui Jonathan e Nancy ingrandiscono il dettaglio della fotografia di Barb per cercare di identificare la presenza alle spalle della ragazza. Impossibile non pensare a David Hammings che ingrandisce il dettaglio della pistola all’interno di una sua fotografia. Anche l’immagine di Jonathan che “ruba” fotografie da dietro un cespuglio non può non rimandare alla stessa immagine del protagonista di Blow Up (1966).

    Carrie lo sguardo di Satana: Stephen King è senza dubbio uno dei grandi ispiratori della serie. Così come Carrie, anche Eleven è dotata di poteri paranormali e, come la protagonista del film di Brian De Palma del 1976, anche la giovane Eleven ha un carattere timido e quieto finché non viene provocata… Ragazze letali. Nella quarta stagione inoltre, tutta la sottotrama di Eleven a scuola, dove viene bullizzata dai compagni di classe, fa inevitabilmente pensare al film di De Palma.

    la Casa: Il poster del filmone di Sam Raimi (1981) campeggia in bella vista nella stanza di Jonathan. Ma non solo: c’è un’inquadratura alle spalle del dondolo bianco nella veranda di casa di Joyce che è identica a quella del dondolo nella veranda della casa del film di Raimi. Ad ogni modo quel dondolo di legno sulla destra della veranda non può trovarsi lì per caso… Nella seconda stagione il modo in cui i tralci intrappolano Hopper ricorda molto la prima vittima del film di Sam Raimi, bloccata nel bosco da alcuni rami “viventi”.

    CHiPs: Jonathan si riferisce ai due agenti del governo che si sono installati in casa Wheeler con i nomi dei due agenti del celebre telefilm anni 70, Ponch e John appunto.

    Conan il Barbaro: Nel finale della quarta stagione vediamo Hopper raccogliere da terra uno spadone per affrontare il demogorgone. Quella spada, se si guarda bene, è esattamente la stessa usata da Arnold Schwarzenegger in questo film di John Milius del 1982.

    la Cosa: Il poster del film di John Carpenter del 1982 campeggia in bella vista nel seminterrato dove Mike nasconde Eleven, inoltre nel nono episodio, quando Dustin telefona a casa del professor Clarke per chiedergli come si costruisce una vasca di deprivazione sensoriale, il professore sta guardando in tv proprio questo film. Nella seconda stagione il mostro odia il calore e ha bisogno del freddo, proprio come la Cosa del film di Carpenter. Stessa cosa che si ripropone nella terza stagione, con un riferimento ancora più netto nella scena in cui i due giornalisti “posseduti” Tom e Bruce si uniscono in un unico, mostruoso, essere.

    Dark Crystal: Il poster del film del 1982 di Frank Oz e Jim Henson è appeso nella cameretta di Mike.

    il Dottor Zivago: Nella quarta stagione Robin e Steve discutono a proposito di questo film. Sarà un caso che si tratta di una pellicola ambientata in Russia sotto la neve, come la sottotrama di Hopper?

    Dracula di Bram Stoker: Nel film del 1992 di Francis Ford Coppola Winona Ryder interpreta Mina Harker, la quale in una scena balla con Dracula. Nella seconda stagione di ST Joyce balla con Bob, che per Halloween si è vestito proprio come il celebre vampiro.

    l’Esorcista: Nella seconda stagione Will viene letteralmente posseduto dal mostro, il Mind Flyer. Il piccolo Byers, legato al letto, viene liberato dalla possessione tramite un’operazione che ricorda da vicino l’esorcismo praticato a Regan nel capolavoro di William Friedkin. Ad ogni modo sono moltissimi i richiami tra la vicenda di Will e L’Esorcista, dalle scene in ospedale ad alcuni momenti con la madre.

    E.T. L’Extraterrestre: Il padre di tutte le citazioni. Ci si potrebbe scrivere un articolo a parte, soltanto tenendo conto del rapporto tra il film di Spielberg del 1982 e ST. I riferimenti più evidenti? Senza dubbio il rapporto tra Mike e Eleven è decisamente simile a quello tra Elliott e E.T., e indovinate a cosa gioca Elliott all’inizio del film? Ovviamente a Dungeons & Dragons, proprio come fanno i quattro amici all’inizio della serie. Elliott nasconderà E.T. nell’armadio della sua stanza, come farà Mike con Eleven, e la stessa El, una volta rimasta sola, accenderà il televisore di casa (proprio come fa E.T.). Altra citazione? Mike finge di star male per non andare a scuola e lavorare al suo piano per salvare Will, stesso espediente usato da Elliott per saltare le lezioni e poter conoscere meglio il suo misterioso ospite. Eleven indossa una parrucca bionda, così come E.T. in una piccola scena del film di Spielberg. E ancora, ovviamente, la fuga finale in bicicletta, con E.T. che fa volare le bici sopra il posto di blocco della polizia, molto simile alla corsa in bici dei quattro amici e al furgone che Eleven fa volare, dando il via libera alla loro fuga. Nella seconda stagione Eleven, nella speranza di poter uscire durante la notte di Halloween, indossa un lenzuolo da fantasma, proprio come faceva l’extraterrestre nel film di Spielberg. Inoltre sulla mensola di Dustin troviamo un pupazzetto di E.T.

    Explorers: Ragazzini che comunicano tra di loro tramite walkie talkie? Ricorda decisamente i tre giovani protagonisti del bellissimo Explorers (1985) di Joe Dante.

    Fenomeni Paranormali Incontrollabili: Film del 1984 di Mark Lester, tratto, neanche a dirlo, da un romanzo di Stephen King. La piccola Charlie, bambina dai poteri paranormali, ha molto in comune con Eleven di ST. A partire dalla cuffia piena di elettrodi che gli agenti del governo le mettono in testa per studiare la sua attività cerebrale e, senza dubbio, viene da qui anche l’idea del sangue dal naso in seguito all’utilizzo dei poteri mentali.

    Fluido Mortale: Celebre anche con il nome di Blob, il cult horror del 1958 ispira molto il modo in cui il Mind Flyer si dissolve, scorre sul pavimento, per poi assemblarsi come un unico essere. Inoltre anche il fluido del film non ama il caldo.

    la Fortezza Nascosta: Nella terza stagione il film di Kurosawa è citato da Robin come uno dei suoi film preferiti.

    Ghostbusters: Uno dei punti di riferimento della seconda stagione. Mike, Lucas, Dustin e Will per Halloween si vestono proprio da acchiappafantasmi, inoltre il celebre tema musicale di Ray Parker Jr. è presente sui titoli di coda della seconda puntata. Tra l’altro i “democani” fanno vagamente pensare ai mostruosi demoni a quattro zampe del film di Ivan Reitman.

    il Giorno degli Zombi: Film di Romero del 1985, è la pellicola che i ragazzini di Hawkins vanno a vedere al cinema del centro commerciale durante il primo episodio. 

    i Goonies: Parliamo di uno dei capisaldi del cinema degli anni 80, nonché uno dei grandi punti di riferimento di ST, dai costumi all’atmosfera: quando un gruppo di ragazzini si lancia in un’avventura pericolosa, senza l’aiuto degli adulti, non si può non pensare al capolavoro di Richard Donner (1985). In particolare il personaggio di Dustin fa pensare molto a Chunk (quando gli viene chiesto di “fare quella cosa con le braccia”, fa pensare in qualche modo alla danza del ventre del più goffo dei Goonies), sia per la simpatia che per la fisionomia. E quando Dustin trova la scorta di budini al cioccolato nella mensa scolastica è impossibile non pensare ai gelati trovati da Chunk nel magazzino del ristorante (dove oltre ai gelati trovava anche un cadavere). Inoltre il bullo dei Goonies si chiama Troy, proprio come il bullo di ST e il personaggio di Barb ricorda moltissimo quello di Stef. Ancora: in entrambi i titoli in questione c’è una sorta di triangolo amoroso adolescenziale con il ricco figlio di papà, la borghese perfettina e il fratello maggiore di uno dei ragazzini. Un caso? Probabilmente no. Nella seconda stagione i Goonies sono addirittura omaggiati con la presenza nel cast di Sean Astin, che interpretava Mickey nel celebre film di Richard Donner. Proprio Astin strizza l’occhio al film del 1985 con la battuta: “Cos’è la X? Il tesoro dei pirati?”. Inoltre la scena in cui Dustin divide il suo snack con Dart porta immediatamente alla mente la sequenza in cui Chunk condivide il suo snack con Sloth. Nell’ultima puntata poi, Steve dice che i ragazzini non possono muoversi di casa perché ha promesso di tenerli al sicuro, stesso ruolo da babysitter che aveva Josh Brolin nel film di Donner.

    La Grande Fuga: Yuri si riferisce a Hopper accennando a lui come “The Cooler King”. Riferimento inequivocabile al personaggio di Steve McQueen nel film del 1963 di John Sturges, storia di un americano che tenta la fuga da un campo di prigionia tedesco.

    Gremlins: Nella seconda stagione Dustin si prende cura di un animaletto all’apparenza tenero e innocuo. In realtà si rivela essere un mostro. Non vi ricorda qualcosa? Nel film di Joe Dante il tenero Gizmo, anche lui all’apparenza dolce e innocuo, per colpe non sue si ritrova a generare i pericolosissimi mostriciattoli del titolo.

    Guerre Stellari: Citatissimo già in E.T., figurarsi se poteva non essere citato anche qui. Le citazioni si sprecano davvero: Mike imita la voce di Yoda dicendo a Eleven “Ready are you? What know you of ready?”, stessa frase usata dal maestro Jedi nei confronti di Luke Skywalker ne L’Impero Colpisce Ancora. In un’altra scena Dustin cerca di convincere Elle a far volare il Millennium Falcon con la forza del pensiero (cosa che la ragazza farà senza grandi difficoltà una volta rimasta sola a casa). E ancora, probabilmente la citazione più bella tratta dalla saga di Lucas, è in quel reiterato “Lando! Lando!” da parte sempre di Dustin, temendo che il capo della polizia Hopper possa tradirli proprio come fa Lando Carlissian nei confronti di Han Solo e compagni, sempre ne L’Impero Colpisce Ancora. Ancora Dustin afferma due volte “I’ve got a bad feeling about this”, stessa espressione usata da Han Solo in ogni Episodio di Star Wars in cui compare. Aggiungerei anche che uno dei protagonisti di ST si chiama Lucas, non credo proprio si tratti di una coincidenza. Nella seconda stagione, alla sesta puntata, Mike cerca di salvare gli scienziati del laboratorio urlando continuamente “è una trappola” (“It’s a trap!”), una delle frasi più celebri di Star Wars. Nella discussa settima puntata Eleven viene “addestrata” all’uso della telecinesi allo stesso modo in cui abbiamo visto Luke in Episodio V. Inoltre, sempre Eleven nella stessa puntata, usa la “Forza” per soffocare il carceriere di sua madre, ricordando in tutto e per tutto Darth Vader. Nella terza stagione vediamo R2D2 tra i giocattoli che si animano nella stanza di Dustin. Nella quarta stagione invece Dustin cita L’Impero Colpisce Ancora, dicendo, mentre sta per lanciare il dado durante la partita a D&D, “never tell me the odds”, come fa Han Solo a C3P0 nel momento in cui decide di fuggire in un campo di asteroidi. Inoltre, sempre nella quarta stagione, viene ancora citata l’iconica frase di Han Solo “I’ve got a bad feeling about this”: stavolta a dirla è Murray.

    i Guerrieri della notte: Nel settimo episodio la gang di Pittsburgh, alla quale si aggrega Eleven, viene presentata con una camminata che ricorda i celebri Warriors nel film di Walter Hill. Io onestamente non ho visto tutto questo gran riferimento al film, ma la citazione è stata dichiarata dai registi stessi nello speciale Beyond Stranger Things.

    Halloween: John Carpenter è sicuramente uno dei punti di riferimento della serie. La musica, con le sue suggestioni synth, omaggia chiaramente il regista di Halloween. Il cognome di Will, Byers, fa subito pensare al Michael Myers del magnifico horror del 1978, inoltre, in una scena in cui Lucas e Dustin parlano di Elle, poco dopo averla incontrata, i due amici teorizzano che possa essere fuggita da un ospedale psichiatrico, facendo il nome proprio del terrificante Myers. Nella seconda stagione, proprio durante la notte di Halloween, Max spaventa i suoi nuovi amici indossando una maschera di Michael Myers. “L’uomo nero”, altro nome con cui veniva chiamato lo stesso Myers nel film di Carpenter, viene citato anche nella quarta stagione. Tra l’altro nel volume 2 della stessa, Eddie indossa una maschera di Michel Myers.

    Happy Days: La prima vittima di Vecna, Chrissy, di cognome fa Cunningham ed è una cheerleader. Il suo personaggio, così come quello del suo ragazzo Jason, ricorda moltissimo i ragazzi degli anni 50 protagonisti del mitico telefilm, dove Cunningham era appunto il cognome della famiglia al centro della storia. Inoltre la somiglianza fisica tra Jason e Ron Howard (Richie Cunningham nel telefilm) non è casuale, anche se caratterialmente sono invece diversissimi.

    Hellraiser: Sono molti i riferimenti tra Vecna, il villain della quarta stagione, e Pinhead, il celebre “cattivo” del film di Clive Barker del 1987. Entrambi erano esseri umani diventati mostri dopo essere finiti in una dimensione diversa (il Sottosopra di Stranger Things, nel nostro caso), inoltre c’è molta somiglianza nella voce dei due personaggi.

    He-Man e i Dominatori dell’Universo: Quando Eleven accende il televisore si vede una parte della sigla di uno dei cartoni animati più amati degli anni 80, altro riferimento a quella cultura nella quale sono cresciuti i trentenni/quarantenni di oggi. Nella seconda stagione i pupazzetti dei Masters sono sparsi un po’ ovunque, in particolare in una scena divertente in cui Erica, la sorellina di Lucas, gioca con l’action figure di He-Man.

    Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo: Se E.T. è il padre di tutte le citazioni, il film di Spielberg (ancora lui) del 1977 è senza dubbio la madre. Quando si vede Joyce che monta tutte quelle luci in casa, seguendo il proprio istinto apparentemente folle, come si fa a non pensare a Richard Dreyfuss in vestaglia che sradica piante e radici dal suo giardino per ricostruire in casa l’oggetto della propria visione? E le luci natalizie di casa Byers, come non possono ricordare le luci colorate dell’astronave del film di Spielberg? E ancora, la sorellina di Mike che cammina da sola per casa, seguendo le luci, finendo poi nella stanza di Will, come può non far pensare al bimbo di “Incontri Ravvicinati”, che di notte cammina per casa da solo, seguendo il richiamo dei giocattoli animati e delle luci aliene? Nella seconda stagione il film di Spielberg è citato senza dubbio nella scena in cui Will ha una delle prime visioni del Mind Flyer: il piccolo Byers apre la porta di casa sua e viene investito da una luce calda, accesa: stessa sorte che che capitava al bambino di Incontri Ravvicinati poco prima di essere rapito.

    Indiana Jones e il Tempio Maledetto: Altro film di Steven Spielberg citato a più riprese nella seconda stagione. Due scene in particolare omaggiano inequivocabilmente il film del 1984: Hopper, dopo esser stato salvato nel tunnel da Joyce e Bob, viene invitato ad andar via dallo scienziato con il lanciafiamme. Appena si allontana torna però indietro un momento per recuperare da terra il suo cappello marrone: la stessa iconica mossa di Indiana Jones. In un’altra scena Nancy e Jonathan restano a dormire a casa di Bauman: ognuno è nella sua stanza e ripete a voce alta alcune frasi dette in precedenza, cercando di trovare il coraggio per andare nell’altra camera. La stessa identica scena è presente nel film di Spielberg, in un’esilarante scena tra Harrison Ford e Kate Capshaw. Un’altra citazione la troviamo quando Nancy brucia Will con un attizzatoio rovente, esattamente come faceva Shorty con una torcia nel tentativo di risvegliare Indiana Jones. Il Tempio Maledetto è nuovamente omaggiato nell’ultima puntata quando Max si mette alla guida della macchina legandosi una scatola alla scarpa, in modo da poter raggiungere i pedali: stessa ingegnosa soluzione trovata da Shorty nel secondo film di Indiana Jones.

    l’Invasione degli Ultracorpi: Uno dei riferimenti maggiori della terza stagione. I Flyed, o l’esercito del Mind Flyer se preferite, sono una sorta di versione alternativa degli abitanti della città, stessa cosa che succedeva nel bellissimo film di Kaufman del 1956. Inoltre nel film di riferimento la protagonista si chiamava Driscoll, come il nome della signora che in questa stagione avverte Nancy a proposito dei ratti in cantina.

    It: Stephen King è uno degli autori più omaggiati da ST, basti dare un’occhiata al carattere usato per il titolo, praticamente identico a quello di molti libri dello scrittore statunitense. C’è una scena, durante un flashback all’interno della Castle Byers, in cui Joyce domanda a Will: “Non hai più paura dei pagliacci?”. Nell’ultimo episodio inoltre, il tentativo di Lucas di usare una fionda per colpire il mostro, è chiaramente un riferimento allo scontro tra i giovani protagonisti di It e Pennywise. Nella seconda stagione Nancy e Jonathan rivedono le cicatrici delle ferite che si erano fatti sulla mano nel finale della prima stagione: una scena già presente nel libro di Stephen King, quando i Perdenti, da grandi, ricordano la loro promessa rivedendo le cicatrici sulle mani. In un’altra scena Bob racconta a Will di un suo incubo ricorrente a proposito di un clown terrificante.

    Jurassic Park: Poteva mancare la citazione ad un altro classico di Steven Spielberg? Ovviamente no. Nella seconda stagione Steve affronta Dart, salvo poi accorgersi che altri democani stanno arrivando alle sue spalle. I velociraptor del classico del 1993 si comportavano allo stesso modo. Il film viene citato anche nella scena in cui Bob deve muoversi nel laboratorio per riattivare l’elettricità, stando attento alla presenza dei mostri: al posto dei democani c’erano i raptor, ma la scena è la stessa. Nella terza stagione c’è anche un’altra scena molto simile, ovvero quando i ragazzi devono nascondersi dal Mind Flyer, accucciandosi sotto i mobili dei negozi del centro commerciale.

    Karate Kid: Nello scontro tra Jonathan e Steve (episodio 6), quando quest’ultimo ne prende di santa ragione, il suo amico Tommy cerca di allontanare il fratello di Will urlandogli “He’s had enough, man! I said he’s had enough!” (“Ne ha avute abbastanza!”), stessa frase detta da uno dei bulli nel film del 1984 di John G. Avildsen, quando Daniel viene gonfiato di botte durante la notte di Halloween, prima di essere salvato dal maestro Miyagi. L’ambientazione della scena di lotta in ST, fa inoltre pensare moltissimo a quella di un altro scontro, quello tra Roddy Piper e Keith David in Essi Vivono di John Carpenter (1988). Nella seconda stagione, durante la festa di Halloween alla quale partecipano Nancy e Steve, alcuni personaggi sono vestiti come i membri del Cobra Kai. Nella terza stagione invece Ralph Macchio è al centro di una conversazione tra Max e Eleven.

    Mad Max: Nella seconda stagione la nuova arrivata Maxine si firma MADMAX in sala giochi. Il proprietario inoltre, nella quinta puntata, la chiama “guerriera della strada”, come il titolo del secondo capitolo della saga di George Miller (Interceptor – Il guerriero della strada del 1981).

    il Mago di Oz: Il poster di questo cult di Fleming è appeso nella stanzetta di Suzie, l’amica di Dustin.

    Magnum P.I.: Il memorabile detective interpretato da Tom Selleck ispira senza alcun dubbio il look di Hopper: il baffo e la camicia sfarzosa sono un chiaro riferimento al telefilm. Inoltre lo stesso Hopper nel primo episodio della terza stagione sta guardando il telefilm in tv.

    Mamma ho perso l’aereo: Forse è un riferimento forzato, ma il modo in cui Nancy e Jonathan preparano le trappole per attirare il mostro in casa dei Byers ricorda troppo da vicino la meticolosità con cui il piccolo Kevin disseminava trappole per impedire ai ladri di entrare in casa McAllister, nel film di John Hughes (1990).

    Minority Report: Ancora un film di Spielberg, ma molto più recente (2002). Eleven immersa nella vasca di deprivazione sensoriale ricorda moltissimo la Agatha di Minority Report, anch’essa con i capelli rasati, anch’essa dai grandi poteri mentali, anch’essa capace di trasmettere le sue visioni mentre è distesa in una grande vasca.

    the Mist: Torniamo a Stephen King, e in questo caso anche al bel film di Frank Daramond del 2007. Nell’episodio 4 di ST un uomo, collegato a un cavo, si introduce nel buco del muro dei laboratori Hawkins che, scopriremo poi, conduce al Sottosopra. Il cavo però, sotto gli occhi di Brenner e degli altri scienziati della Hawkins, verrà tirato indietro e di lui non resterà niente. La stessa scena avviene appunto in The Mist, quando un volontario decide di legarsi a una fune per uscire dal supermercato dove si sono rifugiati i sopravvissuti. Inutile dire che la fune tornerà indietro insanguinata, senza più alcuna traccia dell’uomo.

    Mister Mamma: Nella seconda stagione il film del 1983 con Michael Keaton viene noleggiato dai Byers per la notte di Halloween.

    Nightmare – Dal Profondo della Notte: In questa carrellata di citazioni non poteva mancare un altro maestro degli anni 80: Wes Craven. Il modo in cui il mostro deforma il muro di casa Byers cercando di uscire è un omaggio alla sagoma di Freddy Krueger che deforma il muro sopra la sua vittima dormiente nel film di Craven del 1984. Anche il rogo finale del mostro di ST ricorda molto il rogo in cui si dimena Krueger nella prima parte del film. Nightmare è inoltre uno dei riferimenti principali della quarta stagione: così come Krueger, anche Vecna uccide le sue vittime entrando nella loro mente e la morte di Chrissy alla fine del primo episodio ricorda moltissimo il modo in cui viene uccisa Tina nel film di Wes Craven. Inoltre, la presenza di Robert Englund (proprio l’attore che interpretava Freddy Krueger) nei panni di Victor Creel non può essere assolutamente un caso.

    Poltergeist: Uno dei riferimenti diegetici più evidenti: Joyce porta a Will i biglietti del cinema per andare a vedere il film di Tobe Hooper (1982). Inoltre il modo in cui la stessa Joyce comunica con Will ricorda moltissimo la comunicazione tra i Freelings e la piccola Carol Anne, anche lei tra l’altro intrappolata in una sorta di altra dimensione.

    Pulp Fiction: Riferimento piuttosto bizzarro, trattandosi di un film del 1994 (che di certo non ha bisogno di presentazioni). Quando Eddie dice di essere “pretty god damn far from OK”, come si può non pensare subito a Marcellus Wallace che, dopo essere stato violentato da due maniaci sessuali, afferma “I’m pretty fuckin’ far from OK”. Inoltre Robin, nell’ultimo episodio, afferma “I don’t believe in a higher power or divine intervention, but that was a miracle”, che evoca un concetto simile espresso da Samuel L. Jackson nel film di Tarantino.

    Rambo: Nella terza stagione Alexei definisce Hopper un “Rambo grasso”.

    il Ribelle: Il cinema, sulla cui insegna campeggia in bella vista l’insulto a Nancy nella penultima puntata, ha in programmazione il film di Michael Chapman (1983) con Tom Cruise.

    Risky Business: Nella seconda stagione, durante la festa di Halloween, Nancy si veste come il personaggio di Lana nel film del 1983 firmato da Paul Brickman.

    Ritorno al Futuro: Questa è una delle citazioni più difficili da trovare. Nell’ultimo episodio Eleven affronta il mostro all’interno di un’aula scolastica, lanciandolo contro una lavagna per poi distruggerlo (?). Bene, sopra la lavagna c’è un orologio da parete, sapete che ora indica? Le 22.04! Esatto, proprio la stessa identica ora in cui il fulmine si abbatte sull’orologio di Hill Valley nel 1955, permettendo a Doc di far tornare Marty indietro nel futuro! Nella terza stagione uno spezzone del capolavoro di Zemeckis viene proiettato nel cinema del centro commerciale, dove si sono rifugiati Steve, Robin, Dustin ed Erica.

    Rocky: Nella seconda stagione, durante la festa di Halloween, c’è un ragazzo vestito con il classico look di Rocky Balboa: tuta grigia e bandana rossa.

    Rusty il Selvaggio: Nel quinto episodio, quando Nancy trova la mazza da baseball per affrontare la caccia al mostro, sopraggiunge Steve che le propone di andare al cinema a vedere il film di Francis Ford Coppola (1983), commentando anche che il protogonista (Matt Dillon) gli somiglia.

    Scanners: Di persone uccise con la forza del pensiero ne abbiamo? Decisamente sì. Il modo in cui Eleven si sbarazza degli agenti governativi non può non far pensare al magnifico Michael Ironside nel film di David Cronenberg (1981).

    Schegge di Follia: In una scena del quinto episodio, nel mezzo di due inquadrature su Joyce, c’è Nancy che cerca una mazza da baseball e la macchina da presa si sofferma su un set di mazze da croquet. Niente di strano, se non fossero state usate in moltissime scene di questo film del 1989 di Michael Lehmann, che vede come protagonista proprio Winona Ryder.

    Scream: Saranno moltissimi i film in cui un ragazzo entra di notte nella camera di una ragazza passando dalla finestra, ma nella scena in cui Steve entra nella stanza di Nancy ci sono moltissime similitudini con il film di Wes Craven (1996). Oltre all’entrata clandestina dalla finestra e il bacio sul letto, c’è un riferimento piuttosto evidente: sia lo Steve di ST che il Billy di Scream prendono un orsacchiotto di peluche dal letto della loro rispettiva ragazza e lo fanno parlare. Probabilmente non è un caso.

    Scuola di Mostri: Uno dei film per ragazzi più sottovalutati degli anni 80. Una sorta di Goonies in cui un gruppo di ragazzini esperti di mostri sono gli unici in grado di affrontare l’arrivo di Dracula, l’Uomo Lupo, la Mummia, Frankenstein e il Mostro delle Paludi. Ogni film con pre-adolescenti uniti in una missione pericolosa appartiene all’immaginario degli anni 80 e, anche se questo film di Fred Dekker (1987) non ha riferimenti diretti con ST, il mood è sempre quello.

    Shining: Ancora Stephen King, inevitabilmente. Forse è un riferimento casuale, ma ogni volta che c’è un’ascia in una scena in interni, è impossibile non pensare a Jack Torrance e al capolavoro di Stanley Kubrick (1980).

    il Signore degli Anelli: Anche se non è una pellicola appartenente all’immaginario collettivo degli anni 80, quella di Peter Jackson (e l’opera di Tolkien in generale) viene citata a più riprese. Il luogo in cui Will sparisce è chiamato Bosco Atro, una delle foreste più celebri della Terra di Mezzo, e il rapporto tra i ragazzi ricorda molto quello tra gli hobbit di Tolkien: il senso del sacrificio, l’amicizia fraterna. In particolar modo c’è la scena del risveglio di Will nel letto d’ospedale che è assolutamente identica alla scena in cui Frodo si risveglia nel letto alla fine de Il Ritorno del Re: da un lato ci sono Mike, Dustin e Lucas a saltellare e raccontare le proprie gesta, dall’altro ci sono Sam, Pipino e Merry. Nella quarta stagione Dustin propone di andare a cercare la porta sul Sottosopra e Eddie capisce che gli sta chiedendo di “andare a Mordor” perché “la Contea sta bruciando”.

    il Silenzio degli Innocenti: Alzi la mano chi non ci ha pensato immediatamente: la scena in cui Nancy e Robin vanno a parlare con Victor nel manicomio criminale ricorda troppo la sequenza del primo incontro tra Clarice Starling e Hannibal Lecter nel capolavoro di Jonathan Demme del 1991.

    Sixteen Candles: Quando la “squadra” si reca alla Warzone per procurarsi le armi necessarie per combattere contro Vecna, Robin vede la ragazza che le piace, Vickie, che si bacia con il suo ragazzo. Il look di Vickie è terribilmente simile a quello di Molly Ringwald in questo film del 1984 diretto da John Hughes.

    Stand By Me: Ancora Stephen King. Il film di Rob Reiner (1986) è un altro grande punto di riferimento per ST. Quattro ragazzini in un bosco, alla ricerca di qualcosa/qualcuno. L’omaggio più grande è senza dubbio la camminata che i quattro fanno lungo i binari del treno, senza dubbio un riferimento ad una delle scene più celebri del film di Reiner. Inoltre il quarto capitolo di ST si intitola The Body, stesso nome del racconto di King dal quale è stato tratto appunto Stand By Me.

    Stati di Allucinazione: Nel film di Ken Russell (1980), William Hurt conduce degli esperimenti su se stesso restando in sospensione dentro una vasca di deprivazione sensoriale. Impossibile non pensare agli esperimenti condotti su Eleven dal professor Brenner.

    St. Elmo’s Fire: Nel film di Joel Schumacher del 1985 c’è un personaggio di nome Billy che ha un look praticamente identico a quello del fratello di Max (che si chiama anch’esso Billy).

    la Storia infinita: Non poteva esserci omaggio più bello al capolavoro di Wolfgang Petersen. Dustin ha bisogno di un’informazione via radio da Suzie, lei però pretende che lui canti con lei Neverending Story, la mitica canzone di Limahl che noi bambini degli anni 80 abbiamo tutti cantato a squarciagola. Il problema è che sono tutti in ascolto via radio: la performance di Dustin è comunque impeccabile.

    lo Squalo: L’alone di Steven Spielberg è praticamente ovunque in questa serie. Il suo squalo del 1975 è presente sotto forma di poster nella stanza di Will, ma le citazioni non finiscono qui: il mostro di ST è attratto dal sangue, e non può essere un caso quella scena in cui Barb, seduta sul bordo della piscina, fa cadere alcune gocce di sangue in acqua. Subito dopo farà una brutta fine… Lo squalo, come animale, è presente inoltre anche in un libro sui predatori citato da Nancy a Jonathan.

    Superman III: Nel finale Joyce, per riuscire a girare entrambe le chiavi contemporaneamente, usa la sua cintura come protesi per raggiungere una delle due chiavi. La scena è una citazione di una sequenza analoga nel film di Richard Lester.

    Terminator: Il film di James Cameron è in programmazione al cinema di Hawkins e inoltre Eleven vede il trailer del film in televisione. Nella terza stagione il riferimento è molto più forte: il personaggio di Grigori, il russo implacabile, è chiaramente plasmato su quello del film di Cameron (e lo stesso sindaco, quando Hopper gli domanda il nome del russo, risponde ironicamente che si chiama “Arnold Schwarzenegger”).

    Terminator 2: Nel concitato finale della quarta stagione, Nancy, armata con un fucile a canne mozze, spara contro Vecna. Come si fa a non pensare a Sarah Connor che spara contro il suo nemico in questo iconico film del 1991 firmato da James Cameron?

    Twin Peaks: La serie culto di David Lynch è citata nel finale di stagione di ST, quando Will, davanti allo specchio del bagno, si ritrova per un momento di nuovo nel Sottosopra, e sputa i germi di un nuovo male nel lavandino. Nel finale di Twin Peaks (1990) c’è invece Cooper che guarda nello specchio del bagno, vedendo riflesso Bob (così come Will, sembra che il male si stia impossessando di lui). Inoltre, la scena della prima puntata in cui Joyce va a svegliare Will, scoprendo che non ha dormito a casa, è molto simile ad una scena nel pilota di Twin Peaks, ovvero quando Sarah Palmer va a svegliare Laura (scoprendo anche in questo caso che non c’è).

    Under The Skin: Uno dei riferimenti più recenti e senza dubbio inaspettati. Così come Eleven quando entra nella vasca di deprivazione sensoriale in ST, anche Scarlett Johansson nel film di Jonathan Glazer (2013) si muove in un’altra dimensione liquida e totalmente buia.

    Venerdì 13: Nella seconda stagione, un ragazzino vestito da Jason spaventa Will durante la notte di Halloween.

    Wargames: Adolescenti che contrastano una minaccia russa? Ma ovviamente è un riferimento al film del 1983 di John Badham con Matthew Broderick! Come se non bastasse quando Will, Mike e Jonathan chiamano un numero misterioso scoprendo che si tratta di un computer urlano “Wargames!“, per far capire a tutti cosa sta succedendo. Inoltre si può distinguere un accenno della colonna sonora del film quando Mike dice ai suoi compagni che bisogna chiedere l’intervento di Suzie.

    Zombi: Il capolavoro di Romero si svolgeva quasi interamente all’interno di un centro commerciale, ambientazione centrale anche nella terza stagione di ST. Anche nella serie c’è un’automobile in bella mostra nella hall del centro commerciale, inoltre Robin e gli altri scivolano servendosi dello spazio tra le due scale mobili, come faceva uno dei personaggi nel film di Romero.

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  48. Recensione “I Origins” (2014)

    Raramente mi sciolgo in lacrime davanti a un film. Certo, succede che ogni tanto abbia gli occhi lucidi, amo da morire quando ho la pelle d’oca, ma piangere è un evento più unico che raro. Il nuovo film di Mike Cahill, che già mi aveva emozionato con Another Earth, è riuscito nell’impresa di farmi passare l’ultima mezzora con i brividi fin sopra i capelli e i titoli di coda tra lacrime copiose. Un consiglio: per favore evitate di guardare il trailer e fidatevi sulla parola, se potete (incredibile come in due minuti e mezzo possano riuscire a rovinare e ad anticipare tutte le sorprese del film). Come nella pellicola precedente Cahill ci regala un altro bellissimo gioiello di fantascienza d’autore, dove a dominare la scena sono gli esseri umani e le loro emozioni (accompagnate dalle composizioni, particolarmente calzanti, dei Radiohead).

    Ian Gray, studente di dottorato, sta svolgendo ricerche sull’evoluzione dell’occhio umano, elemento anatomico assolutamente unico in ogni individuo mai esistito. La sera di Halloween, durante una festa, si innamora degli occhi di una misteriosa ragazza mascherata la quale, dopo aver sedotto il ragazzo, fugge via nella notte. Nei giorni seguenti una serie di strane coincidenze conduce Ian dalla ragazza di quella sera, Sofi, con la quale comincia immediatemente una relazione passionale e appassionata, nonostante la differenza di mentalità tra i due: lui è uno scienziato ateo che basa tutto ciò in cui crede sui fatti, sulle prove; lei invece ha un’anima spirituale, sognatrice, che crede in tutto ciò che sfugge all’umana comprensione. Un incidente porterà Ian a rivoluzionare le sue certezze, minate da una scoperta che cambierà per sempre la sua vita.

    Il tema portante del film è la contrapposizione tra scienza e fede, tra un universo basato sui fatti e un altro che vive di sensazioni, di connessioni prive di una vera logica. Il giorno in cui Ian e la sua assistente di laboratorio Karen scoprono che un verme cieco ha nel dna le caratteristiche per sviluppare la vista, Sofi parla della possibilità di trovare una luce dopo una vita avvolta dal buio: qui in realtà la ragazza sta parlando allo spettatore, ci sta dicendo di prepararci all’incredibile, perché è semplicemente qui che il dramma più avanti darà spazio alla fantascienza, lasciandoci totalmente inermi di fronte all’emozione. Se c’è un regista sul quale punterei tutti i miei soldi, questo è Mike Cahill. Il suo film metterà d’accordo atei e credenti: lasciatevi trascinare.

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  49. Recensione “Factotum” (2005)

    Tratto dal romanzo omonimo di Charles Bukowski, Factotum è un film particolare, intenso, sofferto: aggettivi che facilmente si potrebbero accostare alla figura dello stesso Bukowski, un artista che nella sua carriera ha stravolto volutamente il concetto di american dream, raccontando la quotidianità di un’America sofferente, disagiata, della quale si è sempre fatto cantore.

    Henry Chinaski (alter-ego di Bukowski in gran parte dei suoi romanzi) è un aspirante scrittore che si dedica ad ogni tipo di lavoro pur di mantenere vivi i suoi sogni letterari. Tra un impiego ed un altro, Chinaski scrive: in ogni dove, in ogni momento appunta le sue sensazioni, le sue emozioni, sottoforma di racconti che puntualmente invia ad una casa editrice che però non gli dà mai soddisfazione. Unica consolazione è nell’alcool, un compagno d’avventura che lentamente porta il protagonista alla propria distruzione: l’unica donna che lo ama cerca il distacco e le sbronze che si susseguono gli fanno spesso perdere il lavoro (condizione riassunta perfettamente da una frase che il protagonista si appunta durante il film: “Lei andò via e io mi ubriacai per tre giorni e tre notti. Dopo la sbornia mi resi conto di aver perso il lavoro”). La sofferenza dell’uomo è nella totale consapevolezza del suo stile di vita, non accettato dalla società che lo circonda, ma al quale Chinaski è totalmente assuefatto; uno stile di vita che giorno dopo giorno gli impedisce di trovare la svolta per rendere la sua vita più dignitosa, più “normale”. Ma il punto è proprio questo: Chinaski non vuole essere normale, non vuole essere come gli altri, è un menefreghista, un masochista che lavora solo per poter coltivare la sua passione per la scrittura e per comprarsi un’altra bottiglia, noncurante di ciò che lo circonda.

    La regia del norvegese Bent Hamer conferisce all’intera pellicola un ritmo lento, svogliato, un po’ come l’incedere del protagonista: una cornice adeguata che permette al regista di descrivere al meglio la personalità di Chinaski/Bukowski, interpretato da uno splendido Matt Dillon, ancora una volta sugli scudi dopo la tanto apprezzata interpretazione in Crash. Factotum è un film ammirevole, assolutamente valido, bellissimo per la sua capacità di riportare fedelmente sullo schermo il mondo di Charles Bukowski e dei suoi personaggi “maledetti”, delle strade americane fatte di sogni inseguiti e infranti, di speranze e di illusioni che spesso si riducono a pure utopie. Ma la frase finale del film, tratta dalla bellissima poesia Roll the Dice, è un lume acceso per il futuro: “Cavalcherai la vita alla ricerca della risata perfetta, è l’unica cosa buona per cui lottare”.

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