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#dicheparla — Public Fediverse posts

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  1. Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene

    Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.

    Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
    •••½

    Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
    •••½

    No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
    •••½

    Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
    •••½

    Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
    •••½

    Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
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  2. Capitolo 423: Cinema Natalizio Non Avrai il mio Scalpo

    Oggi parliamo degli ultimi film che ho visto nel 2025, che vanno dagli ultimi tre decenni del secolo scorso a uno sguardo al futuro, con uno dei possibili protagonisti della prossima stagione dei premi, di cui però ancora non si ha traccia in Italia. Non ci sono film di Natale nel mio menu dicembrino (Una Poltrona Per Due non lo è, visto che negli Stati Uniti è uscito in estate ed è considerato un film di Natale solo in Italia!), quindi anche quest’anno sono fiero di essermi salvato da smielate commedie con Babbo Natale, elfi e cazzimperi. Il mio 2025 finisce così, con 220 film visti, il mio terzo anno più prolifico da quando tengo il conto su Letterboxd (ovvero dal 2014). Non male no? E occhio, tra qualche giorno arriverà il pezzo sul mio 2025 cinematografico: vi piacerà.

    Una Poltrona Per Due (1983): Incredibile a dirsi, era soltanto la seconda volta in vita mia che vedevo questo cult firmato da John Landis, girato tre anni dopo il clamoroso successo dei Blues Brothers. Due vecchi milionari, per una futile scommessa, sostituiscono il futuro genero Dan Aykroyd con il povero mendicante Eddie Murphy alla guida della loro società. Rivisitazione in chiave comica della favola del principe e il povero, in Italia è diventato il classico della Vigilia per eccellenza (a distanza di anni ha ascolti addirittura superiori alla messa di mezzanotte), mentre come dicevamo negli States non è assolutamente considerato un film di Natale, nonostante l’ambientazione. Se Aykroyd era già celebre, la carriera di Eddie Murphy è stata invece lanciata da questo film: quello di Billy Ray Valentine è il suo secondo ruolo cinematografico dopo quello in 48 Ore di Walter Hill, dell’anno precedente. Un anno dopo avrebbe girato Beverly Hills Cop e il resto è storia. La cosa più impressionante è constatare quanto il film di Landis regga ancora benissimo il tempo: le battute funzionano ancora benissimo e sotto la superficie della commedia natalizia c’è anche una satira sociale nemmeno troppo nascosta, che fa ancora bene la sua parte. È uno di quei film che ti ricordano che far ridere è una cosa piuttosto difficile e, quando ci riesci, il risultato dura decenni. Cult.
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    Blue Moon (2025): Richard Linklater è in una fase decisamente prolifica. Nel giro di pochi mesi ha presentato sia il bellissimo Nouvelle Vague (che uscirà in Italia a marzo ed è imperdibile) che questo, ricevendo per entrambi una nomination ai Golden Globes come miglior film. La storia si concentra tutta in una notte, all’interno di un bar: è il 31 gennaio 1943, sera della prima del musical Oklahoma! a Broadway che sancisce il successo della coppia Rodgers e Hammerstein. Il vecchio collaboratore di Rodgers, Lorenz Hart, interpretato da un Ethan Hawke pazzesco, passerà la serata a commentare il nuovo successo del suo protetto con i vari avventori del locale, con cui tenterà di affrontare i suoi demoni professionali e sentimentali. Forte di un collaudato impianto teatrale (non è la prima volta che Linklater affronta una storia all’interno di un unico ambiente, basti pensare al bellissimo Tape del 2001), il film si sviluppa tra dialoghi brillanti e riflessioni malinconiche, che vedono Hawke al centro di ogni scena, alternato a splendidi comprimari quali Bobby Cannavale, Andrew Scott e Margaret Qualley. Forse il film risulterebbe più interessante se si conoscesse meglio la storia di Hart, paroliere di grandi successi quali la Blue Moon che dà il titolo al film o My Funny Valentine, ma al di là di questo c’è un che di affascinante nel vedere il crollo di un grande artista che cerca di mantenere la dignità nonostante il mondo gli stia collassando intorno. Uscirà mai nelle sale italiane (o almeno su piattaforma)? Non ho una risposta, ma continuiamo ad aspettare.
    •••½

    Will Hunting (1997): Uno dei cult assoluti del cinema anni 90, il film che ha lanciato le carriere di due giovani e scapestrati Matt Damon e Ben Affleck, interpreti e sceneggiatori (da Oscar) di un film che poi la mano di Gus Van Sant ha reso immortale, oltre a un Robin Williams stratosferico, vero cuore della storia. Un giovane senza arte né parte fa le pulizie al MIT ed è l’unico a essere in grado di risolvere un compito di matematica pressoché impossibile. Il genio però è anche sregolatezza, per cui il ragazzo ha bisogno di una terapia che lo porti a capire la portata del suo potenziale: qui Matt Damon incontra Robin Williams e qui il film incontra la grandezza. Al di là della bellezza della storia, ho un amore incondizionato per il cinema del Massachusetts e le atmosfere di Boston: qui, dietro la struttura da film “importante” per temi e scelte narrative, c’è un’onestà emotiva rara, una voglia sincera di parlare di crescita, di amicizia e di scelte difficili. Non importa in quali anni sei cresciuto, quando vedi questo film ti innamori immediatamente degli anni 90 (e delle canzoni di Elliott Smith). “Dovevo occuparmi di una ragazza”: che altro possiamo chiedere a un film?
    ••••½

    L’Ombra del Diavolo (1997): Stesso anno, tutt’altro genere di film. Un’idea forte, due volti riconoscibilissimi e il resto va da sé: Brad Pitt, capo di una frangia dell’IRA e nemico pubblico, vola negli Stati Uniti fingendosi operaio e trova rifugio a casa dell’ignaro ma retto poliziotto Harrison Ford, che lo accoglie come un figlio. Almeno finché gli altarini non cadono… Da adolescente ho visto più volte questo film su TelePiù e ne ricordo con piacere l’atmosfera, il conflitto tra dovere e sentimento, oltre alla bellezza di Natasha McElhone, uno dei grandi volti degli anni 90. Non è un film impeccabile, anzi, in fin dei conti è piuttosto prevedibile, ma Brad Pitt e Harrison Ford riescono sicuramente a renderlo migliore di quel che è, oltre all’esperienza di Alan J. Pakula, qui all’ultimo film della sua brillante carriera (è il regista di Tutti gli Uomini del Presidente, per dirne uno), prima della prematura e assurda scomparsa nel 1998: mentre era in auto, un tubo di metallo scagliato da un’auto in corsa proveniente dalla corsia opposta, si conficcò nel suo parabrezza, uccidendolo sul colpo. Il film lo trovate su Prime.
    •••½

    Corvo Rosso Non Avrai il mio Scalpo (1972): Quando ti trovi su un pullman di Flixbus e hai davanti a te 12 ore da impiegare nel tragitto tra Roma e Catania, cosa può esserci di meglio di un film di Sidney Pollack con Robert Redford da guardare sul pc? Redford decide di sparire tra le montagne per diventare un cacciatore e vivere una vita solitaria. Ovviamente le cose non andranno così, visto che si ritroverà circondato da neve, orsi, nativi americani, un bambino traumatizzato, una donna che non parla la sua lingua e una natura che può essere sì accogliente, ma anche molto ostile. Una sorta di western atipico, composto da silenzi e contemplazione, dove il mito della frontiera si ricrea sottraendo elementi, più che aggiungendoli. Niente retorica dunque, niente eroismi e, quando la violenza arriva, non è mai spettacolare, è piuttosto inevitabile. Un film malinconico, stupendo, dove la vendetta è solo parte della trasformazione di un uomo che non ha più nulla e non uno show alla Tarantino. Il cinema può essere enorme anche guardando semplicemente un uomo che cammina nella neve (oltre ad aver consegnato Jeremiah Johnson all’eternità, grazie a un meme diventato virale). Meraviglioso.
    ••••½

    Mr Cobbler e la Bottega Magica (2014): Il regista Tom McCarthy probabilmente non vi dirà moltissimo. Si tratta di colui che ha girato un film meraviglioso: no, non questo, ma il successivo, ovvero Il Caso Spotlight. Un anno prima di sbancare agli Oscar con quel film pazzesco, McCarthy si è ritrovato a New York con Adam Sandler, Steve Buscemi e Dustin Hoffman per raccontare la favola fantasiosa di un ciabattino (Sandler) che, utilizzando una speciale macchina per cucire, può impersonare i proprietari delle scarpe che ripara semplicemente indossando quelle calzature. Grazie a questo potere il nostro, uomo con molti rimpianti e pochissime ambizioni, comincia a vivere altre vite, a scoprire nuove realtà e soprattutto a incastrare piccoli gangster locali, tentando al tempo stesso di impedire la gentrificazione del suo quartiere, in mano a una palazzinara senza scrupoli. Il film è pieno di buoni sentimenti, si basa su una manciata di idee carine e sulla simpatia malinconica di Adam Sandler, che si carica la faccenda sulle spalle riuscendo miracolosamente a portarsi a casa il risultato. Non è niente di che e non sorprende il fatto che prima d’ora non avessi mai sentito nominare questo film, ma è interessante vedere a cosa può lavorare un regista mentre nella sua testa sta preparando il colpaccio da Oscar. Lo trovate su Prime.
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    Blade Runner (1982): Cosa si può dire di questo capolavoro senza essere banali? Non lo rivedevo da quasi dieci anni e ogni volta il film di Ridley Scott riesce a stupirti per la sua grandezza, la sua straordinaria bellezza. Tutto è perfetto: la Los Angeles piovosa, sporca, ancora oggi insuperata (e insuperabile) per potenza visiva, per l’immaginario creato. Vangelis poi non accompagna le scene con la sua musica, ma le abita, creando uno dei più grandi connubi tra immagine e colonna sonora che si siano mai visti nella storia del cinema. E dietro la fantascienza c’è un’umanità che pulsa dietro ogni istante, il rimpianto per il tempo che passa, la necessità di spostare la propria “data di scadenza” un passo più in là, creando forse il miglior antagonista mai visto in un film, Roy Batty, malinconico e letale, talmente innamorato della vita da impedire che la morte colga il suo più feroce aguzzino, Harrison Ford. Due ore di suoni, immagini e dialoghi straordinari, un’opera di filosofia, un capolavoro eterno che ancora oggi risuona in chi lo ammira. Lo trovate su Prime ed è sempre una goduria suprema.
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  3. Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

    Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

    Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
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    Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
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    Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
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    Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
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    Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
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    The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
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    Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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  4. Recensione “Attitudini: Nessuna”: Tre Uomini e Una Vita

    “Noi siamo tre clown che, quando stanno insieme, diventano un clown unico”: le parole di Giovanni Storti riassumono perfettamente l’essenza del trio comico più amato d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo, simboli di un’intera generazione che ora si raccontano in un bel documentario realizzato da Sophie Chiarello, che già in passato aveva collaborato come assistente alla regia in ben quattro pellicole del trio. Il titolo, Attitudini: Nessuna, è tratto da un crudele commento che compare sulla pagella delle scuole medie di Aldo ed è lo spunto per raccontare la vita dei tre comici prima di diventare gli Aldo, Giovanni e Giacomo nazionali: l’infanzia milanese, tra oratori e vita di strada, l’amicizia di Aldo e Giovanni e la loro gavetta tra i locali della città (Giacomo sarebbe arrivato molto dopo), il lavoro da operai, che avrebbe trovato sfogo nelle prime scuole di teatro, a lasciar intendere che spesso la cultura è l’unica via di scampo quando sembri destinato a una vita da spettatore.

    Noi, nati e cresciuti negli anni 80 e 90, per un’intera vita abbiamo colorito le nostre conversazioni al liceo e, successivamente, all’università o sul posto di lavoro, con qualche citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo, tratta magari dai clamorosi sketch di Mai Dire Gol, dal geniale esordio Tre Uomini e una Gamba o dal bellissimo Chiedimi Se Sono Felice. Davvero, trovatemi qualcuno della mia età che non abbia detto neanche una volta “Non ce la faccio, troppi ricordi”, “L’irreprensibile” o “Non ci posso credereee!!”, oppure ripetuto il gesto di Giacomo nei panni del bulgaro o saltellato come Tafazzi canticchiando “Oh oh oh oh oh ooooh”. Insomma, un trio comico capace di entrare, con semplicità e simpatia, nell’immaginario collettivo di un’intera generazione, che ha imparato a conoscerli soprattutto in tv con la Gialappa’s Band e successivamente al cinema (tralasciando la bellezza di averli potuti vedere soprattutto a teatro).

    Al di là del racconto giustamente agiografico, Sophie Chierello ci porta sui luoghi dove sono nati Aldo, Giovanni e Giacomo, sempre attraverso le parole dei tre protagonisti. Dal documentario emerge una certa nostalgia, che a tratti sfocia in malinconia, per una Milano che forse non c’è più, quella di Enzo Jannacci, di Paolo Rossi, di Gino e Michele, una città che, tra i trambusti delle fabbriche e la difficoltà di portare a casa la pagnotta, riusciva a offrire freschezza, spensieratezza e lampi di genialità sui palchi di locali storici come il Derby o lo Zelig. Dicembre quest’anno non sarà come quello del 1998, quando Tre Uomini e una Gamba riempiva le sale nonostante la concorrenza di un certo Titanic, ma senza dubbio regalerà a tanti trentenni e quarantenni un “docupanettone” (come l’ha definito Giacomo) di due ore pieno di ricordi e belle vibrazioni, in compagnia di tre vecchi amici.

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  5. Capitolo 418: A House of Cinema

    Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.

    Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
    ••½

    A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
    •••½

    Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
    •••

    Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
    •••½

    Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
    ••

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  6. Recensione “Nouvelle Vague”: Fino al Primo Respiro

    4 maggio 1959. A Cannes, per la prima volta, viene presentato al pubblico I 400 Colpi di Truffaut, inizio folgorante di una carriera straordinaria. Tra gli spettatori c’è un collega, Jean-Luc Godard, anche lui come Truffaut scrive di cinema sui Cahiers du Cinema. Sulle lenti dei suoi inseparabili occhiali da sole si riflette il finale del film, con Jean Pierre Leaud che cammina sulla spiaggia. Basterebbe questa scena, da sola, a rendere Nouvelle Vague di Richard Linklater un film degno di essere visto. Ha perfettamente senso, a pensarci, che uno dei padri del cinema indie statunitense, cresciuto a pane e cinefilia, realizzi una dichiarazione d’amore a quella passione che lo ha nutrito sin da giovane e che l’ha reso, oggi, uno dei registi più innovativi e apprezzati del suo tempo. Ma il suo ultimo film non è un omaggio, assolutamente no: è il desiderio di trascorrere del tempo in giro con quelle persone, con Truffaut, Godard, Chabrol, Rivette e tutto il resto della compagnia, talmente folta che a tratti si fatica a memorizzare ogni volto, ogni nome. Come se Linklater fosse il protagonista di qualcosa come Midnight in Paris, e che invece di tornare nella Parigi degli anni 20, fosse stato catapultato (e noi con lui) in quella del 1959, nel momento in cui Godard decide che è arrivato il momento di esordire alla regia di un lungometraggio.

    Il film ripercorre tutte le fasi che hanno portato alla nascita di Fino all’Ultimo Respiro: il bisogno di dirigere un film, la scelta della sceneggiatura (firmata proprio da Truffaut), il casting e tutta le pre-produzione, fino ai venti giorni che hanno segnato una fase di riprese che avrebbe rivoluzionato per sempre le regole di fare cinema, allo stesso modo del montaggio (“Saltate! Saltate tutto quello che non serve!”, l’ordine che darà vita alla tecnica del jumpcuts). Linklater ci catapulta su quelle strade, con Belmondo e Jean Seberg in giro per Parigi a rubare scene, quasi a improvvisare battute e movimenti (“Dammi un Bogart”, l’indicazione del regista, che avrebbe dato vita a uno dei gesti più celebri della Nouvelle Vague francese).

    Nouvelle Vague è pura cinefilia: come si fa a non emozionarsi quando Jean Seberg mostra a Jean Paul Belmondo come ballano negli Stati Uniti, quello stesso ballo che Godard mostrerà in uno dei suoi film successivi, Bande à Part, in una delle scene più iconiche del suo cinema? O quando lo stesso Godard chiede a Belmondo di citare una frase qualunque di Casablanca mentre parla con Jean Seberg? Chi ama il cinema ama la Nouvelle Vague e chi ama la Nouvelle Vague amerà il film di Linklater. Il sillogismo dunque è semplice: chi ama il cinema, non potrà non innamorarsi di questo film.

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  7. Recensione “Springsteen – Liberami dal Nulla”: Qualcosa di Autentico

    Trovo che sia sempre difficile parlare di qualcosa di così personale, così intimo, così tuo, quando poi diventa di tutti. C’è un po’ di gelosia forse, può darsi, oppure qualche traccia di arroganza, come se non tutti meritino di entrare in contatto con qualcosa di così speciale, qualcosa del tipo: “io ci ho vissuto dentro quelle canzoni, chi siete voi per scoprirle in un film e poi tornare alle vostre vite?”. Parlo ovviamente del sesto album di Bruce Springsteen, Nebraska, la cui genesi viene raccontata da Scott Cooper (che già ci aveva deliziato con un altro film musicale, il bellissimo Crazy Heart) in un film cupo, non sempre facile da digerire, ma prezioso, autentico, vero. E ora che questo film sta per arrivare negli occhi e nelle orecchie di tutti, non so bene come sentirmi, perché chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti (non a caso una delle battute che restano più impresse è quando Bruce confessa al suo manager Jon Landau: “Cerco qualcosa di autentico in mezzo a tutto questo rumore”). E in mezzo al rumore, spicca l’interpretazione di Jeremy Allen White: il modo in cui l’attore di The Bear riesce a modellare il suo timbro vocale è impressionante, a tal punto che lo stesso Springsteen si è domandato se quella nel film fosse la sua voce o quella dell’attore.

    Siamo nell’autunno del 1981 (stesso periodo in cui è nato chi vi scrive, sarà anche per questo che sento questa storia così vicina?). Bruce Springsteen ha appena concluso il tour di The River e per la prima volta ha raggiunto il numero uno delle classifiche. Tutti aspettano il suo album successivo per la consacrazione definitiva, Springsteen però non è ancora pronto a lasciar andare il passato e si chiude in una casa di campagna nel New Jersey, a Colts Neck, insieme a un registratore portatile, la chitarra acustica, l’armonica. Qui comincia a buttare giù idee, canzoni, un demo che non dovrebbe portare da nessuna parte, che racconta storie di criminali e sogni sfioriti, lasciando emergere sensi di colpa, disillusione, disperazione. Mentre il mondo aspetta un nuovo album pieno di hit da cantare e da ballare, Bruce Springsteen sta affrontando i suoi demoni con la musica, attraverso la quale tenta di trascinare i fardelli che il Boss porta con sé dall’infanzia. Sarà dunque questa follia acustica il suo nuovo album? Spoiler: certo che sì.

    Il rapporto tra Springsteen e il cinema è noto, ne abbiamo parlato spesso anche su queste pagine: il Boss ha ispirato film (da Lupo Solitario di Sean Penn, che prende spunto proprio da una canzone dell’album Nebraska, a Thunder Road o Blinded by the Light) e documentari, oltre ad aver vinto un Premio Oscar per Philadelphia. Al tempo stesso è il cinema ad aver dato forma all’immaginario del Boss: in Liberami dal Nulla è evidente infatti come La Rabbia Giovane di Malick o il capolavoro La Morte Corre sul Fiume di Laughton abbiamo lasciato un’impronta decisiva nell’evoluzione dell’uomo e dell’artista. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

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  8. Recensione “Una Battaglia Dopo L’Altra”: Viva la Revolucion!

    Tom Petty nella sua splendida hit American Girl cantava: Well, she was an American girl, raised on promises, she couldn’t help thinkin’ that there, was a little more to life, somewhere else (“Beh, era una ragazza americana, cresciuta a promesse, non poteva fare a meno di pensare che c’era qualcosa di più nella vita, da qualche parte”). Non è un caso se questo brano, che i più cinefili ricorderanno anche in una scena de Il Silenzio degli Innocenti, sia stato scelto da Paul Thomas Anderson a chiusura della sua ennesima prodezza. Al centro della storia, infatti, c’è un’altra ragazza americana, cresciuta a menzogne, che non poteva fare a meno di credere che nella sua vita ci fosse qualcosa di più rispetto alle paranoie (più che fondate) del babbo Leonardo Dicaprio. Tra rivoluzioni agognate e rivoluzioni fallite, sensei messicani (Benicio Del Toro da nomination immediata), suprematisti bianchi e un fiume di parole in codice, c’è davvero tanta carne al fuoco nei 170 minuti di Una Battaglia Dopo l’Altra.

    L’ex rivoluzionario Leonardo Dicaprio vive con la figlia adolescente avuta dalla ex-compagna, un’attivista afroamericana con cui ha condiviso anni di lotte e rivoluzioni, ora scomparsa. Dopo anni di silenzio, il razzista Sean Penn torna nella sua vita per dargli la caccia, ma soprattutto per portargli via la figlia, a suo parere la prova imbarazzante di un’unione interrazziale, ma non solo. Il nostro sarà allora costretto a fare i conti con il suo passato.

    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di Una Battaglia Dopo l’Altra. Ci sono momenti (ma soprattutto personaggi) che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo.

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  9. Recensione “Alpha”: Tra Venti Rossi e Vene di Pietra

    Nel bellissimo Titane, film precedente di Julia Ducournau, Vincet Lindon insegnava alla protagonista del film come fare un massaggio cardiaco canticchiando Macarena. Qui a fare i massaggi cardiaci c’è invece la splendida dottoressa Golshifteh Farahani, già musa di Ridley Scott, Asghar Farhadi e Jim Jarmusch, tra gli altri. Forse tutto Alpha è un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, che come il precedente farà discutere, dividerà, ma che innegabilmente è in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche (Tahar Rahim diventa sempre più bravo a ogni film).

    La giovane Alpha un giorno torna a casa con la lettera A incisa sul braccio, una ragazzata che getta sua madre, dottoressa single, nel panico: in giro infatti c’è un virus ematico che pietrifica le persone, rendendole simile a statue di marmo (lo stesso virus contratto anni prima dal fratello della dottoressa). Per sapere se la ragazza è stata contagiata servono però due settimane: un attesa snervante per una 13enne che deve vivere ogni giorno in una classe di coetanei che, adesso, cercano di evitarla in ogni modo.

    Il mondo del film, senza cellulari, senza internet e tecnologie simili, somiglia in maniera inquietante agli anni 80 in cui siamo cresciuti anche noi, con il terrore dell’AIDS che rendeva spaventosa ogni passeggiata per strada (“guarda sempre a terra, attento a non calpestare siringhe”, ci dicevano gli adulti). Il riferimento all’HIV non è neanche tanto nascosto, in questa allegoria che abbellisce esteticamente la malattia, ma che al tempo stesso ci mostra quanto sia spietata e pericolosa. La chiave di tutto forse è in una poesia di Edgar Allan Poe, Un sogno dentro un sogno, che viene spiegata a lezione di inglese nella classe di Alpha, dove il poeta racconta cosa significa perdersi durante il cammino dell’esistenza, quando la disperazione prende il sopravvento e non si riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa sia, per l’appunto, un’illusione. Alpha, infatti, è un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    Dopo la Palma d’Oro con Titane, la regista francese realizza forse il suo film più bello, sicuramente il più cupo e disperato, dove le montagne russe tra la corsia di un ospedale (dove c’è spazio anche per l’ottimo francese dell’infermiera Emma Mackey!) e la casa-ambulatorio delle protagoniste altro non sono se non quella stessa spiaggia dorata dove il poeta di cui sopra soffriva della sua incapacità di trattenere la sabbia nella mano: tutti cerchiamo qualcosa di solido a cui aggrapparci, ma ciò che cerchiamo si trova sempre di fronte a un cambiamento perpetuo, inarrestabile, forse davanti a una realtà effimera, che soffia come il maledetto vento rosso delle maledizioni berbere.

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  10. Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio

    Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.

    Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
    •••½

    Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
    •••½

    Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
    •••½

    Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
    •••

    Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
    ••••

    Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
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    #amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry

  11. Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio

    Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.

    Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
    •••½

    Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
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    Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
    •••½

    Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
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    Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
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    Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
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    #amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry

  12. Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio

    Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.

    Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
    •••½

    Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
    •••½

    Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
    •••½

    Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
    •••

    Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
    ••••

    Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
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    #amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry

  13. Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio

    Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.

    Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
    •••½

    Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
    •••½

    Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
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    Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
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    Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
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    Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
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    #amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry

  14. Recensione “The Shrouds”: Sotto il Sudario Niente

    L’ultima fatica di David Cronenberg si apre su un corpo di donna in decomposizione, osservato da un volto in penombra, con i capelli grigi, ispidi, talmente somigliante al regista canadese da farti credere per un momento che sia proprio lui: un attimo dopo si illumina però il volto e riconosciamo le fattezze di Vincent Cassel, il vedovo al centro di una storia ispirata dal lutto vissuto dallo stesso Cronenberg in seguito alla perdita della moglie (sarà anche per questo che il protagonista somiglia così tanto al regista, immagino). L’elaborazione del lutto sfocia dunque in un film sul dolore, o viceversa, dove le ottime premesse non servono però a evitare una confusa deriva spy, tra complottismi, hacker e paranoie.

    Vincent Cassel è un ricco imprenditore che ha basato il suo business sulla costruzione di cimiteri hi-tech in cui è possibile, grazie a un’app dedicata e a un particolare sudario (che non sfigurerebbe al Met Gala), monitorare in tempo reale la decomposizione del proprio caro estinto. I problemi cominciano quando l’uomo, mentre sta mostrando il corpo in decomposizione della moglie durante un appuntamento al buio (non riuscitissimo, capirete), nota dei depositi ossei che stanno crescendo nelle cavità nasali del cadavere. Questa scoperta viene poi seguita da una profanazione di alcune di queste tombe tecnologiche. Poi entra in gioco un milionario ungherese che vuole trasformare l’attività del protagonista in un franchise e da qui una concatenazione di eventi che ci fa perdere sempre più interesse nei confronti della storia.

    Fedele ai corpi tumefatti su cui si basa la vicenda, anche il film stesso sembra decomporsi sotto gli occhi dello spettatore (se escludiamo una splendida scena di sesso tanto fisica quanto psicologica, che è anche una delle migliori sequenze del film, annunciata dalla frase “i complotti mi fanno arrapare”, una citazione che potrebbe decisamente funzionare su una linea di t-shirt per annoiati teenager statunitensi o addirittura sulle tazze per il caffè): i tentativi di Karsh, il protagonista, di mandare via il dolore rimpiazzandolo con qualcosa di più tangibile di uno schermo con un corpo in decomposizione cozzano decisamente con la sottotrama cospiratoria, a tal punto da non far capire né a lui, né tantomeno allo spettatore, la direzione in cui il film si sta dirigendo. Resta il rimpianto di qualcosa che, senza tutta quella fuffa complottista, sarebbe stata un bellissimo film sulla ricerca della nostra metà perduta, sulla possibilità di vivere ancora nonostante un dolore che ha mutilato il nostro corpo. Sotto il sudario però ci sono solo ossa, nonostante un film di Cronenberg meriti sempre il nostro tempo.

    #Cinema #cronenberg #daVedere #diCheParla #film #recensione #spiegazione #storia #theShrouds #vincentCassel

  15. Recensione “Nonostante”: Purgatorio Amaro

    Dopo un buonissimo esordio dietro la macchina da presa con Ride, Valerio Mastandrea raddoppia, anzi triplica, scrivendo, dirigendo e interpretando un film che lascia da parte il realismo agrodolce del film precedente, spostando il focus su una storia d’amore atipica, malinconica, surreale ma al tempo stesso molto dolce. Mastandrea è bravissimo a evitare ogni cliché, con il solito equilibrio tra cinismo, malinconia e leggerezza, un tratto che contraddistingue il suo memorabile protagonista e, di conseguenza, tutto il film.

    In un ospedale le anime dei pazienti in coma vivono, parlano, passeggiano, in attesa di un risveglio o della morte. Una piccola comunità di persone molto diverse tra loro, con in comune un letto d’ospedale, una certa disillusione nei confronti della vita e un quasi perenne stato d’attesa. Il tempo scorre sempre uguale, tra improvvise raffiche di vento provocate da chi sta per morire, finché tra i corridoi nell’ospedale non si presenta una nuova paziente, anche lei ovviamente in coma, una donna che stravolgerà lo stato d’apatia rendendo molto più spaventosa l’idea della morte o, ancor peggio, della vita.

    Se in Ride il tema centrale era l’elaborazione del lutto, in Nonostante c’è un’altra elaborazione da affrontare, quella di chi va via da questo limbo, morendo o, ancor più imprevedibilmente, svegliandosi dal coma, tornando su, come dicono i personaggi. Questa è probabilmente l’idea più potente del secondo film di Valerio Mastandrea: la paura della vita, intesa sia come risveglio che, da un punto di vista meno concreto, come un faccia a faccia con i propri sentimenti, con un’uscita dalla propria comfort zone emotiva. Forse con un terzo atto meno affrettato avremmo potuto parlare di uno dei migliori film italiani dell’anno, Mastandrea però è evidentemente cresciuto e maturato come artista e sta riversando la sua sensibilità e il suo valore anche dietro la macchina da presa. C’è più emozione, forse, in questo purgatorio immaginario che in tanta realtà, soprattutto perché, concedetemi il gioco di parole, al cuor non si comanda.

    #Cinema #coma #commenti #daVedere #diCheParla #film #filmItaliani #mastandrea #recensione #spiegazione #trama

  16. Capitolo 402: Profondo Marzo

    Le idi di marzo portano una bella carovana di film, oltre ai due recensiti a parte e per questo non inseriti in questo capitolo (mi riferisco a Mickey 17 e Lee Miller). Abbiamo ben quattro rewatch, ma soprattutto abbiamo tanta vita della profonda provincia statunitense, tra Indiana e Alabama. Due film italiani del secolo scorso, che più diversi non potrebbero essere, ma anche tre film di questo secolo, giusto per non farci mancare niente. Andiamo a scoprire le ultime visioni di questa prima metà di marzo.

    Profondo Rosso (1975): Il capolavoro di Dario Argento quest’anno compie 50 anni e continua ad essere un film straordinario. Si tratta di uno di quei rari casi di film pressoché perfetti, dove una storia appassionante viene completata da grandi interpretazioni, colonna sonora da urlo, scenografie ipnotiche e una regia indimenticabile. Se avete voglia di approfondire qualche curiosità in più sul film vi consiglio questo bellissimo video su youtube, che rivela qualche chicca sconosciuta ai più (ad esempio che il titolo del film viene dai Deep Purple, ai quali Dario Argento aveva inizialmente chiesto di curare la colonna sonora, subito dopo averlo chiesto ai Pink Floyd!). Ad ogni modo, troppa bellezza tutta insieme: un capolavoro.
    •••••

    Colpo Vincente (1986): Dopo la triste scomparsa di Gene Hackman mi sono ritrovato a spulciare il catalogo di Prime Video finché non mi sono imbattuto in questo film di David Anspaugh che non avevo mai sentito. Ispirato a una storia realmente accaduta, il film è incentrato su un ex grande allenatore di basket caduto in disgrazia, che ha la chance di rimettersi in sesto sedendosi sulla panchina della squadra liceale di un paesino rurale dell’Indiana, dove la comunità lo respinge e lo deride, anche per i suoi metodi duri e la condotta da sergente di ferro. Ben presto però, arriveranno anche i risultati. Trama semplice, storia facilmente intuibile, eppure è bellissimo: vero è che sono un appassionato di film sportivi, ma in questo caso sarà l’alone anni 80, sarà la presenza magnetica di Hackman, sarà un grande Dennis Hopper (candidato all’Oscar!)… Insomma, mi è piaciuto molto, rimpiango di non averlo visto ai tempi dell’adolescenza.
    •••½

    Anora (2024): Che dire ancora del film che ha spiazzato tutti vincendo ben cinque Oscar? Questo rewatch a distanza di sette mesi mi ha fatto apprezzare di più la struggente bellezza del finale, anche se vedere in casa quel trascinante secondo atto, senza l’effetto cinema e la magica esperienza di ridere insieme a un centinaio di sconosciuti, qualcosa l’ha persa. Resta però intatto il valore di un film bellissimo, non il mio preferito di Sean Baker, ma comunque un’opera di enorme valore, trascinante, che maschera il dramma sociale sotto le spoglie di una farsa, emozionandoci con i sogni infranti di una working class al quale è severamente proibito godere di un riscatto, una rivalsa sociale o quel che sia. Splendido.
    ••••

    La Stanza Accanto (2024): Finalmente sono riuscito a recuperare l’ultima fatica di Pedro Almodovar, Leone d’Oro a Venezia nel settembre scorso. Tilda Swinton è una giornalista in fase terminale, intenzionata a morire prima che la malattia entri nella fase peggiore. Chiede a una cara amica, Julianne Moore, di farle compagnia durante le sue ultime settimane di vita, in una sorta di vacanza durante la quale vedere film, leggere, “rilassarsi”, in attesa del momento cruciale. Almodovar dirige due attrici magnifiche in un concentrato di dialoghi e colori accesi, citazioni cinematografiche e piccoli momenti di grande bellezza. Ora, non so se fosse il film più bello per il Leone d’Oro, non sta a me dirlo, ma si tratta comunque di un’ora e mezza di ottimo cinema e di bellissime immagini. Segnalo anche un John Turturro magnifico.
    •••½

    A History of Violence (2005): Ricordo di aver visto questo film di Cronenberg al cinema, durante gli anni dell’università. Siamo di nuovo in una cittadina rurale dell’Indiana (va un casino questo mese), dove Viggo Mortensen trascorre una vita fin troppo tranquilla con la sua bella famigliola. Un giorno due malviventi tentano una rapina nel diner gestito da Viggo e la splendida moglie Maria Bello: mai idea fu più sbagliata, visto che il protagonista, messo alle corde, uccide i due criminali. La risonanza mediatica del cosiddetto “eroe per caso” supera i confini della città e anche quelli dello Stato, visto che pochi giorni dopo nel ristorante si presentano alcuni gangster di Philadelphia che riconoscono Viggo come tale Joey Cusack, ex gangster con cui la mafia irlandese sembra avere parecchi conti in sospeso. Il film qui prende una piega totalmente diversa, dove i valori famigliari vengono messi in crisi e in cui la violenza sembra essere l’unico modo valido per comunicare. Il film è splendido, tiene costantemente sulle spine e restiamo là appesi a capire se Mortensen è davvero l’uomo che dicono che sia o se c’è stato un errore. E tu stai lì a cercare di capire come questa bellissima famiglia possa riuscire a tirarsi fuori dai guai e dalle sempre più evidenti minacce da parte del cattivissimo Ed Harris. Due nomination agli Oscar (tra cui quella inspiegabile per William Hurt come attore non protagonista), l’ho trovato in tv appena cominciato: è uno di quei film davanti ai quali è davvero difficile cambiare canale.
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    Il Vigile (1960): Altro film pescato in televisione, probabilmente uno dei miei cinque Alberto Sordi preferiti. In questo film di Luigi Zampa, ambientato a Viterbo, Albertone è uno spaccone disoccupato, preso spesso di mira da vicini e conoscenti. Un giorno, grazie a un caso fortuito, il sindaco Vittorio De Sica è pressoché costretto a inserire Sordi nel corpo dei vigili urbani, dove combinerà un disastro dopo l’altro, senza perdere mai di vista la strafottenza e, al tempo stesso, un eccessivo senso del dovere. Una collezione di gag memorabili, dove spicca l’incontro con la celebre attrice Sylva Koscina (nella parte di se stessa): credo che non riuscirò mai a non ridere nel vedere le smorfie di Alberto Sordi mentre la Koscina lo saluta e lo ringrazia in diretta televisiva durante il Musichiere. Una commedia immortale.
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    Il Buio Oltre la Siepe (1962): Terzo film consecutivo trovato casualmente in tv ieri sera, dopo esser rientrato da fuori. Si tratta di uno dei miei film preferiti in assoluto nonché il primo di cui ho parlato nel Capitolo 1 di questa rubrica, un riconoscimento quasi superiore alle 8 nomination agli Oscar (e alle tre statuette per l’attore protagonista, la sceneggiatura non originale e la scenografia). Nell’Alabama degli anni 30, l’avvocato vedovo Gregory Peck, forse il miglior padre mai visto nella storia del cinema, cresce i suoi due ragazzini con pazienza e amore, mentre si avvicina il processo a un ragazzo afroamericano ingiustamente accusato di violenza sessuale, che sarà difeso proprio da Peck. La storia è raccontata attraverso il punto di vista dei bambini, con le loro avventure, i loro giochi, oltre alla paura irrazionale per un misterioso vicino di casa che nessuno sembra aver visto. Ho scoperto il film di Robert Mulligan grazie ad alcune citazioni presenti in Vanilla Sky, da allora è sempre stato amore puro. La piccola Mary Badham (sorella di John Badham, futuro regista de La Febbre del Sabato Sera), candidata agli Oscar come migliore attrice non protagonista, restò in contatto con Gregory Peck fino alla morte dell’attore nel 2003, chiamandolo sempre con il nome del suo personaggio, ovvero Atticus. Capolavoro totale.
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    #aHistoryOfViolence #Cinema #colpoVincente #daVedere #diCheParla #film #ilBuioOltreLaSiepe #ilVigile #laStanzaAccanto #profondoRosso #recensione

  17. Capitolo 394: Vacanze di Natale

    Ultimo capitolo prima delle festività natalizie e, soprattutto, della consueta Top 20 annuale che non vedo l’ora di proporvi (ancora qualche giorno di pazienza). Anche se restano quasi dieci giorni alla fine dell’anno, posso già tirare qualche somma su questo mio grandioso 2024 cinematografico. Dico grandioso perché da quando ho cominciato a tenere il conto (2014, dati Letterboxd), questo è stato l’anno in cui ho visto più film in assoluto, ben 232, battendo il “record” del 2020 in cui ne vidi 224. Lo so, non sono numeri di cui andare particolarmente fiero (significa che ho dedicato meno tempo ad altre cose), ma che volete farci, finché c’è il cinema a fare da punteggiatura, il resto della frase vien da sé.

    Made in England: I Film di Powell e Pressburger (2024): Da molto tempo volevo vedere questo documentario dedicato al cinema britannico, in particolar modo sul cinema di Powell e Pressburger di cui, Scarpette Rosse a parte, non avevo praticamente mai sentito parlare. Capirete la mia sorpresa quando, dopo aver schiacciato play, ho visto Martin Scorsese tenere una vera e propria lezione di cinema sull’argomento, analizzando la filmografia dei due registi inglesi, mescolando aneddoti personali a meravigliose esegesi di alcune scene. A parte il fatto che sentirei Scorsese parlare anche per 820 ore filate, il documentario è veramente bellissimo. Lo trovate su Mubi.
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    Scarpette Rosse (1948): Inevitabile quindi, dopo aver visto il documentario di cui sopra, cominciare a recuperare qualcosa della filmografia di Powell e Pressburger. Da cosa cominciare se non dal loro film più celebre, incentrato su una compagnia di balletto guidata da un integerrimo impresario, che lancia nell’Olimpo una ballerina sconosciuta e un geniale compositore, grazie alla messa in scena della fiaba di Andersen che dà il titolo al film. L’arte prima di tutto, certo, ma a che costo? Per essere un film del 1948 è un’opera straordinaria, ricca di richiami suggestivi, con colori brillanti e una messa in scena audace (Scorsese in quel documentario lo spiega molto meglio di me…). Nominato in cinque categorie agli Oscar, ne vinse soltanto due, per la scenografia e la colonna sonora. Splendido.
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    Love Lies Bleeding (2024): Che bella sorpresa quest’opera seconda della giovane regista londinese Rose Glass. Ad Albuquerque, nella palestra gestita da Kristen Stewart, una sera piomba una culturista fuggita di casa per prepararsi a un festival di body building che si tiene a Las Vegas. Le due ragazze si innamorano, ma la situazione ben presto precipita. Ci sono echi di Thelma e Louise, con un vago richiamo al cinema dei Coen, c’è una dose di violenza potente ma non eccessiva, ci sono steroidi, c’è un Ed Harris viscido e inquietante: il tutto è messo insieme così bene dalla regista, che quando il film finisce sei davvero soddisfatto per come hai speso gli ultimi 100 minuti. Certo che tra questo e l’universo di Breaking Bad, Albuquerque deve essere proprio un cavolo di posto pericoloso.
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    Medianeras (2011): Avevo già visto questo film di Gustavo Taretto al cinema, quando uscì da noi, nell’ottobre del 2014. Siamo a Buenos Aires, un trentenne vive praticamente chiuso in casa, tranne quando esce a portare a spasso il cane lasciatogli dalla sua ex. Di fronte a lui, a sua insaputa, vive invece una ragazza, laureata in architettura ma costretta a campare come vetrinista. Lei è più aperta al mondo, ma ha conversazioni più interessanti con i manichini che con gli uomini che incontra. Due solitudini che si incrociano per strada in tante occasioni, sfiorandosi, senza mai incontrarsi. Un film tenero, con alcuni spunti molto interessanti (il paragone tra l’architettura confusa e schizofrenica di Buenos Aires e la persone che la abitano), personaggi adorabili e la malinconia tipica del cinema argentino. Taretto è bravo a rendere il disagio di una generazione che vive una costante condizione di precarietà, sia professionale che sentimentale, di un mondo a portata di clic dove però è difficile stringere relazioni stabili. Bello, lo trovate su Prime.
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    Tatami (2023): Il film più bello che ho visto a dicembre, il classico recupero dell’ultimo mese che arricchisce il mio 2024 cinematografico. La squadra iraniana femminile di judo si reca in Georgia per i campionati mondiali. Il capitano della squadra ha ottime possibilità di vincere la medaglia d’oro, ma potrebbe esserci la possibilità di incontrarsi in finale con un’atleta israeliana, un incontro che il regime iraniano vuole assolutamente evitare. Senza bisogno di aggiungere altro, il film di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi è un racconto di libertà e femminismo, ennesimo film di questo capitolo che vede al centro della scena delle donne forti: tra tanti splendidi personaggi femminili citati nelle righe precedenti, il ritratto più potente e strepitoso è senza dubbio quello della protagonista di questo splendido film. Commovente.
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    Vacanze in America (1984): L’altra sera, mentre scrivevo l’articolo sui festival di cinema di tutto il mondo, avevo in sottofondo Italia1, dove si giocava il secondo tempo di una partita di Coppa Italia. Finito l’articolo (e anche il post-partita) in tv è cominciato questo cult di Carlo Vanzina, che non vedevo dai tempi di scuola. A differenza dei miei ex-compagni di classe, questo non è mai stato un mio film di culto, ad ogni modo è stata una visione interessante. La storia racconta la gita negli States di un gruppo di liceali di un istituto cattolico di Roma, guidato dal prete Christian De Sica nei panni di Don Buro (forse il ruolo più memorabile della sua carriera). Una sfilza di battute inspiegabilmente brutte, cliché a non finire e citazioni pop, eppure il tutto, nel suo orrido insieme, riesce a funzionare, quantomeno come salto nel tempo: nonostante la bruttezza infatti, il film di Vanzina è un clamoroso specchio degli anni 80, sia per l’immaginario statunitense che evoca che per atteggiamenti e modi di fare italiani, e c’è una certa nostalgia in tutto ciò (non per tutto, per carità). Tra le note di merito va segnalata inoltre una splendida selezione musicale nella colonna sonora: Vicious di Lou Reed, Jump delle Pointer Sisters (la canzone resa celebre dal balletto di Hugh Grant in Love Actually, per intenderci), Take Me Home Country Roads di John Denver, The Midnight Special dei Creedence o I Get Around dei Beach Boys, tra le altre.
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    Bussano alla Porta (2023): Tipico film di M. Night Shyamalan con un primo atto molto bello e accattivante, ma con uno sviluppo ripetitivo e poco coinvolgente. Quattro estranei si introducono in una baita di montagna abitata da una coppia e dalla loro figlioletta. Gli estranei, con affabilità ed estremo tatto, comunicano alla coppia di scegliere chi voler eliminare della loro famiglia, se no si scatenerà l’apocalisse, tutti gli esseri umani moriranno tranne loro, che si ritroverebbero vivi, ma unici sopravvissuti in un mondo distrutto (sic). Ad ogni rifiuto da parte della coppia verrà scatenata una piaga sulla Terra per dimostrare che la minaccia è reale. Se questa premessa vi sembra una cazzata colossale e perché, in tutta probabilità, è esattamente ciò su cui si basa il film, che da qui in poi sarà prevedibile in ogni suo beat, in ogni sua svolta, finale compreso. Da premiare però l’idea di caratterizzare gli antagonisti come delle persone meravigliosamente gentili, a tal punto da vedere anche loro come personaggi positivi. Lo trovate su Netflix, ma mi auguro che abbiate modi migliori di impiegare il vostro tempo.
    ••½

    #bussanoAllaPorta #Cinema #daVedere #diCheParla #film #loveLiesBleeding #medianeras #recensione #scarpetteRosse #significato #spiegazione #tatami #trama #vacanzeInAmerica

  18. Recensione “Here” (2024)

    Hic et nunc, qui e ora, dicevano i latini. Qui e in ogni momento, risponde invece Robert Zemeckis, riarrangiando per il grande schermo la graphic novel omonima di Richard Maguire, dove osserviamo la storia di un pezzo di terreno, un lotto, una casa, un soggiorno, dagli albori della storia fino ai giorni nostri. Nel nuovo lavoro del regista di Forrest Gump, che vede la reunion cinematografica di Tom Hanks e Robin Wright, il tempo infatti scorre, così come le vite, con piccoli e grandi momenti di esistenze tutto sommato comuni, in un puzzle di gioie e dolori da comporre in un unico angolo del pianeta, attraverso i secoli, i decenni, gli anni.

    Grazie a un massiccio utilizzo della computer grafica, che abbiamo già visto in altri film (come ad esempio The Irishman di Martin Scorsese), i volti di Hanks e Wright tornano quelli della loro adolescenza, poi della loro età adulta grazie a un de-aging in fin dei conti credibile, se non fosse che sembra di trovarsi in un videogame iper-realistico, una sorta di versione cinematografica di The Sims o qualcosa del genere (ed è abbastanza inquietante pensare che in The Congress di Ari Folman, la stessa Robin Wright interpretava la parte di un’attrice che cedeva i diritti digitali del suo volto per poter essere replicata all’infinito in qualunque film). Al di là dei discorsi tecnici, la sfida di Zemeckis di costruire 100 minuti di film in uno spazio circoscritto è decisamente vinta, in una serie di continui rimandi ad epoche passate (o future), utilizzando non dissolvenze o netti stacchi di montaggio, ma inserendo nelle immagini piccoli riquadri che apriranno la finestra sulla scena (ed epoca) successiva, mantenendo puro lo spirito della graphic novel, dove Maguire inseriva in ogni tavola diversi riquadri per mostrare cosa accadeva in quell’angolo del soggiorno in un tempo differente rispetto a quello del racconto: credetemi, è più facile vederlo che raccontarlo. Quell’unico frame, con i suoi giochi di sovrapposizione e comunicazione tra epoche differenti, ha certamente il suo fascino, quantomeno a livello visivo, poiché a livello narrativo funziona a intermittenza: sì, è bellissimo seguire l’evoluzione di questa famiglia, è divertente anche osservare i soldati della guerra d’indipendenza festeggiare la resa degli inglesi, ma alla fine cosa resta? Qualche ricordo, un po’ di tenerezza e forse la scarsa indulgenza nei confronti dei personaggi, visto che ciò che emerge maggiormente sono le amarezze della vita, le malattie, le disillusioni, il modo in cui i sogni e le aspirazioni di gioventù marciscano sotto strati di polvere e frustrazione (“Sarò un artista”, dice il giovane Tom Hanks a suo padre Paul Bettany, che gli risponde ironicamente: “il mondo ne ha proprio bisogno!”).

    Non si può certamente dire che Here non sia un’opera originale e, per certi versi, interessante: è solo il ciclo della vita che si svolge in quella casa che, probabilmente, non lo è davvero abbastanza.

    #Cinema #commenti #diCheParla #film #poster #recensione #robinWright #significato #spiegazione #storia #tomHanks #trama #zemeckis

  19. Capitolo 393: Una Notte d’Autunno

    Da che mondo è mondo, dicembre è usualmente il mese in cui si corrono a recuperare tutti quei film, più o meno meritevoli, che ci siamo persi durante l’anno, in modo da poter stilare la classica lista dei film più belli dell’anno con cognizione di causa. In questo 2024, tuttavia, ho visto talmente tanta roba che mi ritrovo ora senza dover recuperare quasi nulla (a parte l’ultimo di Almodovar, che conto di vedere al più presto), quindi se avete consigli su cose davvero imperdibili uscite in sala quest’anno, fatevi sotto adesso o tacete per sempre (scherzo, non smettete mai di consigliarmi cose belle). Tra le altre cose, non sono neanche entrato ancora nel mood dei film natalizi, quindi aspettatevi l’ottocentesimo rewatch di Love Actually, presto o tardi.

    Gloria – Una Notte d’Estate (1980): Gloria è forse il nome femminile più utilizzato nei titoli dei film, quindi è bene specificare che in questo caso si tratta dello splendido Leone d’Oro vinto da John Cassavetes, qui al suo terzultimo film. Il film comincia con una ragazza che entra in un condominio e si sente minacciata da qualcosa o qualcuno: è passato un minuto e sei già agganciato. La donna è la moglie di un pentito della mafia, sul quale pende una condanna a morte. All’arrivo dei gangster, giunti sul posto per far fuori tutta la famiglia, il marito affiderà alla vicina Gena Rowlands il figlioletto. La nostra è riluttante ma è costretta ad accettare suo malgrado: comincerà un viaggio tra le strade di New York con i due fuggitivi braccati dai mafiosi. Era da tempo che non vedevo un film così bello e coinvolgente, dove può succedere di tutto e non sai proprio cosa aspettarti. Gena Rowlands inoltre è straordinaria, iconica, totale. Gloria è stato scelto come film preferito per il progetto Film People, che come sempre vi invito a seguire.
    ••••½

    Milano Calibro 9 (1972): Al Teatro Palladium, giusto sotto casa mia, si è svolto come ogni anno il bel festival cinematografico Cinema Oltre, dove c’è sempre occasione per vedere ottimi film e incontrare professionisti del settore. Quest’anno, in chiusura di questi quattro giorni, è stata proiettata la versione restaurata di questo cult di Fernando Di Leo, in cui Gastone Moschin è un malvivente appena uscito di galera, sospettato dai suoi “colleghi” di aver trafugato un bottino importante prima di essere arrestato. Il nostro deve guardarsi le spalle per tutto il film, in un vorticoso viaggio nei meandri di una Milano cupa e pericolosa, dove risuona però una splendida colonna sonora. Nelle immagini di Di Leo c’è tanto (ma tanto) Jean-Pierre Melville, soprattutto Frank Costello Faccia d’Angelo, sia nei costumi che nello stile, la fotografia algida e, ovviamente, i temi. Bellissimo.
    •••½

    Witches (2024): Interessante documentario di Elizabeth Sankey che racconta, attraverso le testimonianze di diverse donne (lei compresa), la depressione post-partum, analizzando il rapporto tra la salute mentale e le streghe nella cultura popolare. Il lavoro è senza dubbio notevole e, osservando la qualità del documentario, prodotto con un budget più che importante, in tutta onestà però devo ammettere che non si tratta di un argomento sul quale mi soffermerei per un’ora e mezza, ma questo è ovviamente un problema soggettivo. Bellissimo l’uso di immagini tratte da decine e decine di film, da Rosemary’s Baby a Suspiria, da The Witch a Ragazze Interrotte, un perfetto tappeto visivo per le parole in sottofondo. Se il tema vi interessa, trovate il documentario su Mubi.
    •••

    Close Your Eyes (2023): Film spagnolo di Victor Erice, in selezione ufficiale a Cannes. Per un quarto d’ora ti chiedi cosa stai guardando, poi la storia prende tutta un’altra direzione e la trovata è davvero splendida: un attore è sparito durante la lavorazione di un film e ormai sono 30 anni che non si hanno più sue notizie, finché una trasmissione non riapre il caso intervistando il suo più caro amico, nonché regista di quel film. La cosa più bella è che si tratta di un film dalle molteplici letture: c’è il rapporto tra realtà e finzione cinematografica, il discorso sul cinema che preserva la memoria ma c’è anche il tema dell’identità (la primissima inquadratura è su una scultura di Giano Bifronte), visto che diversi personaggi hanno più nomi, sia personaggi del film, che quelli del film nel film (oltre al bebé che deve ancora nascere). “Che cos’è un nome?”, dice il protagonista a un certo punto. Tutto bello, tutto interessante, tutto affascinante (compresa la meravigliosa Soledad Villamil, indimenticabile ne Il Segreto dei Suoi Occhi di Campanella), eppure non mi ha mai emozionato per un istante. Peccato.
    •••

    Berlin, I Love You (2019): Maldestro tentativo di replicare la meravigliosa bellezza di Paris, Je T’Aime (del 2006, ve ne ho parlato qui). Un conto però è avere registi come i Coen, Cuaron, Payne, Salles o Van Sant, tra gli altri, un altro è non averli, con tutto il rispetto per chi ha diretto i dieci episodi di questa raccolta tedesca. Lo schema è sempre lo stesso del film di Parigi (e di quelli successivi su Tokyo e Rio): una raccolta di cortometraggi che hanno come tema l’amore, ambientati ovviamente nella città del titolo. C’è Jim Sturgess che si innamora di un’auto, Keira Knightley alle prese con Helen Mirren, Diego Luna transessuale che discute di amore con un adolescente e via dicendo. Le storie però sono deboli e la bellezza di Berlino non basta a salvarsi da un prevedibile naufragio. Se proprio non potete farne a meno, lo trovate su Prime.
    ••

    Nosferatu il Principe della Notte (1979): Incipit stupendo e terrificante, che ti trascina subito dentro al film, come solo i grandi maestri come Herzog possono fare. Il regista tedesco, a suo dire, con questo remake del capolavoro di Murnau voleva creare un ponte tra l’espressionismo tedesco degli anni 20 e il nuovo cinema tedesco degli anni 70, di cui lui e Wenders sono stati i più illustri esponenti. La storia è quella del vampiro di Bram Stoker (che qui tra l’altro si chiama proprio Dracula) e nei panni del non morto c’è Klaus Kinski, che stranamente invece di infondere follia al personaggio, lo rende invece quasi umano, malinconico, forse la cosa più bella del film. Per il resto il film non mi è sembrato essere invecchiato stupendamente, ma questo potrebbe anche essere perché l’ho rivisto pochi giorni dopo aver amato la nuova versione di Robert Eggers (trovate la recensione completa qui!), esteticamente clamorosa. L’opera di Herzog resta comunque un lavoro affascinante, che merita di essere recuperata soprattutto prima di andare a scoprire il nuovo Nosferatu, che uscirà in sala il 1° gennaio.
    •••½

    #berlinILoveYou #Cinema #closeYourEyes #commenti #diCheParla #film #gloria #milanoCalibro9 #nosferatuHerzog #recensione #witches

  20. Recensione “Nosferatu” (2024)

    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre.

    Il vampiro Nosferatu, il “non spirato”, nasce nel 1922 come plagio cinematografico del capolavoro di Bram Stoker Dracula, in uno dei film più simbolici della cinematografia di Murnau, dell’espressionismo tedesco e senza dubbio di tutto il cinema muto: qualunque cinefilo che si rispetti avrà presente l’inquietante sagoma deformata di Max Schreck, il primo Nosferatu del cinema, proiettata sulla parete della sua decadente magione. Eggers prende quell’ombra e la diffonde per 135 minuti di film sugli occhi di chi guarda, soprattutto tra le pieghe di un desiderio latente, quello di una protagonista eccezionale, che rispetto alle versioni precedenti di Nosferatu, qui diventa il vero e proprio motore della storia: Lily-Rose Depp è infatti splendida e inquietante al tempo stesso, a tal punto che forse mi spaventerebbe addirittura incontrarla per strada, e concede tutta se stessa ai suoi demoni, alla sua solitudine, al suo desiderio, in una società maschilista controllata da inetti, come il marito della sua Ellen, il solito Nicolas Hoult confuso e incapace di cambiare espressione, non importa se il suo personaggio venga bullizzato nel liceo descritto da Nick Hornby, sia in preda a dubbi etici e morali nella giuria di Clint Eastwood o terrorizzato nei Carpazi da un uomo molto più carismatico di lui (sebbene si tratti di uno spaventoso vampiro, questo glielo concediamo). Perché, diciamolo, è molto più interessante il rapporto che intercorre tra Ellen e Orlok rispetto a quello che la donna ha con suo marito: è infatti la lotta contro l’oscurità che Leni porta dentro la vera anima di questo convincente lavoro di Eggers, un horror gotico ricco di atmosfere e suggestioni appartenenti al secolo scorso, ma capace anche di essere moderno, sempre credibile e mai grottesco. La grandezza di questa nuova versione di Nosferatu è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti, che frenano i suoi desideri, che decidono come deve vivere e che addirittura tentano di frenare la sua “follia” facendole indossare corpetti più stretti.

    Il Conte Orlok può anche far paura (bravo Skarsgaard, ormai abbonato a vestire i panni dei mostri), ma non sarà mai così spaventoso come quando Eggers costringe noi spettatori – e ogni personaggio dei suoi film – a fare i conti con l’oscurità che portiamo dentro, che probabilmente rinneghiamo, ma che forse dovremmo imparare a riconoscere. Perché anche dopo la notte più buia, c’è sempre il sorgere del sole.

    #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #eggers #film #locandina #metafora #nosferatu #recensione #significato #spiegazione #storia #trama

  21. Capitolo 391: Cavalli a Dondolo e Cammelli

    C’è tanta carne nel fuoco di questo freddo novembre, dal quale sono riemersi dai letarghi estivi i piumini più caldi e i cappotti più lunghi. Sette film che ballano tra la grandezza assoluta e la schifezza più inutile, ma anche tra primissimi piani su ragazze bellissime (Celeste Dalla Porta e Jennifer Connelly) a campi lunghissimi di cammelli nel deserto, fino a portarci nel distopico futuro di Coppola. Insomma, c’è talmente tanta roba da aver lasciato fuori dall’elenco l’ultimo film di Clint Eastwood, Giurato Numero 2, di cui però potete leggere la recensione completa. Tanti altri grandi film sono in arrivo, per cui restate sintonizzati (e vi ricordo che potete seguire tutto ciò che vedo sulla mia pagina Letterboxd).

    The Snapper (1993): Trasposizione televisiva, prima dell’approdo in sala, realizzata da Stephen Frears, che ha adattato l’esilarante romanzo Bella Famiglia di Roddy Doyle. La figlia maggiore di una numerosa famiglia di Dublino resta incinta (snapper, in dialetto irlandese, significa proprio sbarbatello, bebé), ma non vuole rivelare l’identità del padre. I pettegolezzi inondano il quartiere e toccherà al patriarca Colm Meaney (irresistibile come sempre) mettere a tacere le voci e tenere unita la famiglia. Nel pieno della tradizione cinematografica irlandese dell’epoca (vedi The Commitments o Due sulla Strada, entrambi tratti da romanzi di Doyle), il film è spassoso, divertente, pienamente godibile, grazie anche ad una fotografia molto calda, botta e risposta secchi, immagini sempre ricche di personaggi. Good vibes a non finire: ok la moda degli anni 80, ma che bello pure il cinema degli anni 90.
    •••½

    Parthenope (2024): Una fantasia maschile confezionata dalle mani di un maestro. Una ragazza bellissima che tutti desiderano e nessuno riesce a tenersi, una città splendida nella sua decadenza, crepuscolare nel suo splendore, accecato da sole, mare, bellezze di marmo rovinate dal tempo e il solito caleidoscopio di personaggi più o meno iconici. In questo film si giocano due campionati: quello dei pesi massimi, quando vedi in scena Gary Oldman e Silvio Orlando (pagherei oro per vedere uno spin-off incentrato solo su di lui), e poi quello in cui giocano i giovani attori, fuori luogo e fuori posto (casting discutibile). Alcuni momenti ovviamente splendidi e scelte musicali perfette, è pur sempre un film di Paolo Sorrentino, oltre ad alcune riflessioni sul tempo che passa che sono esattamente pane per i miei denti. Nel complesso però è un film sfilacciato, che si specchia nelle sue frasi ad effetto e nella bellezza della milanese Celeste Dalla Porta, dalla quale, come del resto fanno i personaggi del film, non riusciamo a staccare gli occhi di dosso (anche perché, con tutti quei primi piani, sarebbe difficile). Per essere un film di Sorrentino è deludente, non c’è dubbio, anche se sono tanti i momenti che ti porti appresso dopo l’uscita dalla sala.
    •••

    Super/Man: The Christopher Reeve Story (2024): Bellissimo e soprattutto emozionante documentario realizzato da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, incentrato sull’attore Christopher Reeve, primo, indimenticabile Superman cinematografico e, per quanto mi riguarda, unico Superman esistente (quello dei film dei due Richard, Donner e Lester). Il documentario ripercorre la vita di Reeve, il celebre casting per Superman, scoraggiato dal compagno di teatro William Hurt, la vita sentimentale, la famiglia e, ovviamente, l’incidente e la conseguente lesione spinale che lo rese tetraplegico. Un film che sottolinea la capacità dell’attore di trovare una nuova vita, di impegnarsi in una fondazione per la ricerca e di non mollare mai un centimetro nonostante la paralisi, il tutto raccontato dai suoi figli e dalle persone che gli erano accanto (come i colleghi Susan Sarandon, Jeff Daniels, Glenn Close e Whoopi Goldberg). Emozionano in particolare gli aneddoti sulla straordinaria amicizia tra Christopher Reeve e Robin Williams. Una storia piena di intensità (ma anche di momenti ironici), un racconto ben realizzato, un bellissimo documentario.
    •••½

    Audition (1999): Che Takashi Miike sia matto scocciato (in senso buono) è abbastanza risaputo. Che si sia fatto conoscere in tutto il mondo grazie a questo film, l’ho scoperto solo ora. Rimasto vedovo, un uomo di mezza età, incoraggiato dal figlio, decide di aprirsi nuovamente all’amore. Grazie a un amico, produttore cinematografico, organizza un’audizione per un film che non si farà mai, al solo scopo di poter incontrare e conoscere una gran quantità di donne diverse. La scelta cade su una ragazza molto dolce e dall’aria malinconica, che secondo l’amico produttore però ha fornito solo referenze false. Che si nasconde dietro? Dietro si nasconde un film strepitoso, in pieno stile Miike, che nasce come romance, prosegue come noir, finisce come… Legatemi, non posso dire altro. Lo trovate su Mubi, ma ci sono alcuni momenti abbastanza cruenti quindi preparatevi.
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    Tutto Può Accadere (1991): Un’ora e venti di male gaze su Jennifer Connelly che, per carità, potrei ammirarla anche per dieci ore, però magari intorno avrei preferito vederci un film. Tentativo (fallito) di rendere Frank Whaley (celebre per essere stato crivellato da Samuel L. Jackson nel primo atto di Pulp Fiction) il nuovo Matthew Broderick. Seconda, nonché penultima regia di Bryan Gordon, è la storia di un adolescente sbruffone, chiacchierone e nullafacente che, obbligato a lavorare come addetto alle pulizie notturno di un grande magazzino, si ritrova a passare la notte con una rampolla ribelle rimasta anch’ella chiusa dentro il negozio (che ovviamente è Jennifer Connelly, mai così meravigliosa, soprattutto nella scena in cui ci imbambola mentre monta su un cavallo a dondolo). John Hughes, tra i produttori e sulla cresta dell’onda per il successo di Mamma Ho Perso l’Aereo, si è talmente vergognato di questo film da chiedere, invano, di non essere citato nei titoli di testa. Non a torto: il film è veramente inutile, non è ironico (ci prova, sicuro, ma il protagonista è troppo irritante per risultare divertente), non è avvincente (e qui neanche ci prova), non è veramente nulla. Ah no, una cosa è senza dubbio: dimenticabile.

    Megalopolis (2024): L’opera più divisiva del 2024 nonché una di quelle destinate a essere maggiormente ricordate. Il film a cui Francis Ford Coppola sta lavorando dai tempi di Apocalypse Now è finalmente realtà e c’è talmente tanta roba dentro che meriterebbe un saggio a parte, un approfondimento tutto suo. Quel che è certo è che sarà studiato, analizzato e raccontato in tesi di laurea e corsi universitari, data la sua visione del futuro, il modo in cui mette in scena i lati più oscuri del capitalismo immergendo il tutto in un’enorme metafora sulla caduta dell’Impero Romano. In pochissime parole è la storia di un architetto (Adam Driver) che sogna di costruire un’utopica comunità futuristica per far risorgere la città dai suoi mali. Ad ostacolare il progetto però, c’è un sindaco avido e conservatore (Giancarlo Esposito) che vorrebbe invece costruire un enorme casinò per arricchire le casse comunali. In mezzo a questa faida ci sono complotti, scandali, attentati, sesso, storie d’amore e sensi di colpa, oltre al potere di fermare il tempo, di renderlo sostanza, di plasmarlo a proprio piacimento. Un imponente caleidoscopio di grandezza e decadenza, che non solo mescola New York e l’Antica Roma in un’unica, distopica, realtà, ma riflette anche il pensiero di uno dei più grandi registi della sua generazione, capace di non scendere mai a compromessi con nessuno, di vendere i suoi asset personali pur di mettere in scena la sua visione del mondo, con un messaggio di speranza e una richiesta di ottimismo. Penso che il mondo ancora non sia pronto per questo film, ma ai vostri figli piacerà!
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    Lawrence d’Arabia (1962): La vita va avanti, anno dopo anno, ed è bellissimo ogni tanto scoprire di avere ancora meraviglie di questo tipo da poter vedere per la prima volta. Sembra come rinascere e di finire la giornata sentendoti più ricco, in una migliore versione di te (senza bisogno di prendere alcuna substance!). Durante la prima guerra mondiale, il tenente Peter O’Toole è un cartografo inglese di stanza al Cairo. Interessato alla cultura araba e convinto che le tribù possano diventare un prezioso alleato contro i turchi, che presiedono la penisola araba, viene mandato, tra lo scetticismo dei generali, a incontrare l’emiro Alec Guinness in mezzo al deserto, insieme al quale tenterà di mettere in piedi una rivolta (e se organizzi una rivolta con il futuro Obi Wan Kenobi, le possibilità di successo diventano notevoli). Non so da dove cominciare per magnificare un film di questo genere: la grandezza della messa in scena, tale da farlo sembrare una sorta di Dune ante litteram (non a caso ispirò pesantemente il romanzo di Frank Herbert, uscito tre anni dopo, dove la figura di Paul Atreides mostra molti punti in comune con Thomas Edward Lawrence), la bellezza delle immagini, i risvolti politici e strategici di ogni battaglia, i tanti semi gettati nella storia del cinema (raccolti appunto da Dune, ma anche da Star Wars, Braveheart o Avatar, a mio avviso), oltre ad aver ispirato generazioni su generazioni di cineasti. Sette premi Oscar, ma soprattutto un film enorme.
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    #audition #christopherReeveStory #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #lawrenceDArabia #megalopolis #parthenope #recensione #significato #spiegazione #storia #theSnapper #trama #tuttoPuòAccadere

  22. Un film di Clint Eastwood non è mai soltanto un film di Clint Eastwood: quando ti siedi sulla poltroncina del cinema e le luci si spengono, avverti immediatamente il peso di decenni di cinema e delle aspettative che un nome del genere porta con sé. Uno che, alla veneranda età di 94 anni, vanta come sia come attore che come regista una filmografia impressionante. Con questo bagaglio di capolavori passati è problematico patteggiare con questo suo ultimo film, quasi un incrocio, più o meno riuscito, tra La Parola ai Giurati di Sidney Lumet, Delitto e Castigo e Un giorno in pretura (la trasmissione televisiva, non il film): il senso di colpa, la morale, il bisogno di dare un senso alla parola giustizia, tutti temi incredibilmente interessanti, forse affrontati da Eastwood con un sentimentalismo eccessivo per uno che per tutta la vita non ha fatto altro che mostrarci quanto fosse tosto.

    Le premesse, tuttavia, sono incredibilmente coinvolgenti: Nicholas Hoult ha una bella moglie (Zoey Deutch, di cui già mi ero follemente innamorato in Tutti Vogliono Qualcosa di Linklater) e un bebè in arrivo, quando viene chiamato a far parte della giuria in un caso di omicidio. Quando si trova in aula ad ascoltare che l’imputato ha ucciso la moglie all’altezza di un cavalcavia e poi l’ha gettata in un dirupo, capisce che quella stessa buia e tempestosa notte, su quella stessa strada, quello che aveva colpito con la sua auto non era forse un cervo. Il conflitto è quindi atroce: il giurato ha letteralmente il potere di assolvere l’uomo e distruggere la propria famiglia o di farsi mangiare dal rimorso, pur salvando la propria vita. Cosa succederà ora? Questa è davvero una domanda che ci terrà per qualche minuto letteralmente agganciati alla poltroncina.

    Il secondo atto, che si apre con l’omaggio al capolavoro di Lumet (e per un paio di minuti rasenta il remake), si regge sulle spalle di J. K. Simmons, che ruba la scena a un Hoult troppo impegnato a commiserarsi nei suoi dilemmi etici per non sembrare eccessivamente posticcio. Da qui in poi il film è impostato sul pilota automatico, tra continui primi piani sulla sofferenza del protagonista, svolte più che prevedibili e la solita retorica nazionalista del nostro Clint, che fa brindare i suoi avvocati alla grandezza del sistema giudiziario americano e solleva dubbi nel suo pubblico ministero dopo una semplice occhiata al motto In God we trust, affisso in aula. Giurato Numero 2, nonostante le ottime premesse, fa il suo compito e a suo modo funziona, ma tutto ciò che ne esce fuori è il classico “bel film da guardare in aereo”.

    https://unavitadacinefilo.com/2024/11/11/recensione-giurato-numero-2-2024/

    #Cinema #clintEastwood #commenti #diCheParla #film #foto #giuratoNumero2 #recensione #significato #spiegazione #storia #trama #uscita

  23. Horizon è il tipico insediamento dei film western verso il quale sono tutti diretti. Horizon è il mito della frontiera, è l’ovest, è una promessa, è un punto d’arrivo, è la speranza. La città di Horizon, per molti se non per tutti, sembra essere il futuro: “Un luogo in cui riesco a immaginarmi”, afferma il personaggio interpretato da Kevin Costner. Spesso però il viaggio non è la destinazione, ma il percorso fatto per raggiungerla ed è questo il succo delle prime tre ore di questa epopea ambiziosa, non sempre avvincente, ma comunque imponente messa in piedi da Kevin Costner in questo primo capitolo dell’American Saga di Horizon, che prevede una seconda parte in uscita ad agosto e altri due film attualmente in lavorazione (anche se il deludente esordio al box office statunitense, a fronte del 100 milioni di dollari spesi, potrebbe far cadere tutto il castello).

    Raccontato attraverso quattro storie parallele, intersecate tra loro, Horizon è praticamente l’episodio pilota più lungo della storia del cinema, in cui vengono presentati personaggi, ambientazioni, caratteri e obiettivi. C’è la vedova Sienna Miller, sfuggita al massacro da parte degli Apache, che ha una cotta per il tenente dell’Unione. C’è il cowboy solitario, Costner in persona, che si prende a cuore la causa di una prostituta, scortandola per un’America ostile insieme al bambino (non suo) di cui lei si sta prendendo cura. C’è la carovana in viaggio attraverso lande desolate e pericolose, guidata da un saggio Luke Wilson, oltre agli inevitabili cacciatori di indiani, insieme ai quali si muove un giovane adolescente che sta appena cominciando a distinguere il bene dal male.

    Una sorta di miniserie composta da film interminabili, con una regia ad ampio respiro, che sfrutta i sensazionali paesaggi statunitensi, così come la splendida fotografia di J. Michael Muro. In questo costosissimo progetto c’è la nostalgia del cinema americano nei confronti del suo genere per eccellenza, il western, qui omaggiato in ogni sua forma. Il primo capitolo come detto mette le carte in tavola, è quasi un lungo preambolo a ciò che presumibilmente vedremo nei film successivi, se mai il regista riuscirà a girare anche l’altra metà del progetto. Non tutto funziona a dovere, ma sequenze come quella dell’assedio di Horizon, del bagno notturno di un’inglese tanto bella quanto viziata o del tentato battesimo del fuoco del giovane pistolero, sono barlumi di splendido cinema che rendono necessaria l’attesa per il secondo capitolo (in arrivo a metà agosto). Polvere, tramonti infuocati e una costante necessità di sopravvivere: un western vecchio stile di questa portata forse è un po’ troppo anacronistico rispetto al cinema di oggi, ma la bellezza di certe immagini non può mai passare di moda. Le premesse per una grande opera ci sono: aspettiamo fiduciosi il resto.

    https://unavitadacinefilo.com/2024/07/03/recensione-horizon-capitolo-1-2024/

    #capitolo1 #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #horizon #kevinCostner #recensione #significato #spiegazione #storia #trama #western

  24. Ecco l’estate, dunque! Scrivo questo capitolo, come sempre ricco di buon cinema, a cavallo tra una trasferta berlinese ovviamente priva di film e il mio solito trasferimento estivo nella residenza pugliese, per tentare di allontanare l’afa con un po’ di mare. Ricordate che fino al 19 settembre il biglietto del cinema per i film italiani ed europei costerà soltanto 3,50€, potrebbe essere un’occasione ghiotta per scoprire qualche chicca nascosta nella programmazione estiva, solitamente poco attraente. Poi ci sono le arene estive, che propongono i migliori film della stagione passata, sempre a prezzi ridotti, o la programmazione di alcuni cinema, con film che non sono più in circolazione ma che potrebbero meritare una visita. Insomma, ci sono tante opportunità per riempire la nostra estate di cinema, approfittiamone. Ah, se volete sapere le mie considerazioni su un film in particolare, scrivete il titolo nel form di ricerca, in basso, così potrete farvi un’idea se possa valerne la pena o no (se ne ho scritto, troverete il link a uno di questi capitoli oppure, se disponibile, alla recensione completa). Ci risentiamo dalla Puglia, buona estate a voi, cari affezionatissimi e care affezionatissime!

    My Name is Joe (1998): Da ragazzino ricordo perfettamente quando l’iconica locandina con Peter Mullan, sporco di vernice, tappezzava il muro vicino alla fermata dell’autobus della mia scuola. Forse è da allora che desideravo vedere questo film di Ken Loach, tipico racconto di periferia complicata, dove una quotidianità molto difficile viene comunque affrontata dai suoi personaggi con leggerezza, almeno finché la vita non viene a portare il conto. Un ex alcolista cerca di sopravvivere sbarcando il lunario con piccoli lavori in nero e allenando una sgangherata squadra di calcio. Uno dei suoi pupilli finisce nei guai e c’è bisogno di aiutarlo, al tempo stesso l’uomo conosce un’assistente sociale con cui nasce una simpatia: far coesistere le due cose sarà problematico. Mullan, Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione maschile, è strepitoso (molti lo ricorderanno come l’attore che lancia la battuta a Mel Gibson, permettendo a William Wallace di pronunciare il suo iconico monologo in Braveheart). Bellissimo film, è su Mubi.
    •••½

    Cile – Il Mio Paese Immaginario (2022): I documentari di Patricio Guzman non sono mai banali (uno a caso? Vedetevi Nostalgia de la Luz). Quest’opera, presentata a Cannes, nasce nell’ottobre del 2019, quando un milione e mezzo di cileni sono scesi in piazza a Santiago reclamando più democrazia, una vita più dignitosa, più giustizia, migliore sanità, migliori pensioni, migliore istruzione e, soprattutto, una nuova costituzione, visto che il Cile viveva secondo le leggi scritte durante la dittatura di Pinochet. Il documentario racconta quindi il risveglio di un Paese, attraverso immagini memorabili, testimonianze, fotografie. Guzman aveva vissuto in prima persona il golpe del 1973, era stato deportato nel campo di concentramento dell’Estadio Nacional: forte di quei ricordi, ritrova ora lo stesso stadio, che nel suo documentario diventa la sede elettorale per votare una nuova costituzione, quasi chiudendo un cerchio con la sua storia e con il passato del suo Paese. Scoperto per caso grazie al progetto Film People, in cui è stato scelto come film preferito, potete trovare il documentario gratuitamente e legalmente su Vimeo (in spagnolo con sottotitoli in inglese). Bellissimo: tra l’altro la rivolta, lunga più di un anno, è avvenuta a poche centinaia di metri da quella che anni fa era stata la mia dimora cilena per circa un mese, cosa che mi ha fatto sentire ancora più vicino alla vicenda.
    •••½

    I Saw the Tv Glow (2024): Uno dei casi cinematografici dell’anno, almeno negli Stati Uniti, è in realtà una delle più cocenti delusioni. Poche cose infatti mi danno fastidio come perdere due ore di tempo, il motivo per cui sono costretto a sfogare questa irritazione con una recensione rabbiosa. Negli anni 90 un ragazzino emarginato, grazie anche all’incontro con un’adolescente transessuale, si appassiona totalmente a una bizzarra e inquietante serie tv (che ai tempi si chiamavano telefilm). L’ossessione per lo show diventa una sorta di fuga dalla realtà che porterà a conseguenze infelici. L’idea di base non è male e il rapporto tra i due amici è molto dolce, il problema è che il film di Jane Schoenbrun è infarcito di spiegoni, come se non ci fosse un domani. Quando finalmente succede qualcosa di interessante, circa a metà film, e speri che la vicenda possa decollare, ecco arrivare un altro, inutile, spiegone: “Mi sentivo così, mi sentivo colà”. I personaggi spiegano e basta, quando una delle regole principali di chi scrive sceneggiature è che le emozioni vanno mostrate, non raccontate (“Show, don’t tell” è il motto). Se no fate I Saw Gli Occhi del Cuore Glow e facciamo prima. Altra nota stonata: la fotografia patinata, digitalizzata all’inverosimile, sembra uscita dall’ennesima serie adolescenziale di Netflix e no, non è un complimento. Incredibile il successo che questo film sta riscuotendo in patria, forse è proprio vero che, come diceva René Ferretti, “la qualità c’ha rotto il caxxo”.
    •½

    Racconto di Due Stagioni (2023): Quando stai per vedere un film di Nuri Bilge Ceylan, maestro del cinema turco, bisogna sempre essere consapevoli di due cose: che sarai impegnato per circa tre ore e che ti troverai davanti a immagini meravigliose. In un villaggio innevato dell’Anatolia, un professore di educazione artistica è alle prese con alcune accuse di molestie provenienti da due ragazzine della sua classe. Al tempo stesso l’uomo si invaghisce di un’altra insegnante, per la quale ha una cotta anche un suo collega, nonché coinquilino. Le lunghe sequenze del film, che spesso sono dei piani sequenza a inquadratura fissa, usano il ritmo dei dialoghi per creare tensione, spingendo lo spettatore esattamente dove Ceylan ha deciso di portarlo: farsi trascinare in questo torrente di dialoghi, scontri verbali, cinismo e aridità, è emozionante. Come dice il titolo originale, internazionalizzato in About Dry Grasses, sotto la neve l’erba non cresce, nasce morta, secca, arida, una sorta di destino che potrebbe essere riservato a chi cresce in quel luogo dimenticato da dio. Grandissimo film, è al cinema, andate a vederlo.
    ••••

    Fuoco Ragazza Mia! (1967): La settimana scorsa, mentre facevo ricerche per il mio post sui film preferiti da cineasti, attori e attrici (leggetelo qui), ho scoperto che uno dei film più amati da Emma Stone era questo film cecoslovacco degli anni 60. Conosciuto anche con il titolo Al Fuoco Pompieri!, è il film che stava per stroncare la carriera di Milos Forman a causa di alcuni dissidi sia con il governo del suo Paese che con il produttore Carlo Ponti, ma che alla fine ha permesso invece al regista cecoslovacco di farsi notare negli Stati Uniti, dove sarebbe finito a vivere e a lavorare poco dopo, realizzando opere straordinarie come Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, per citarne una. In un paesino un gruppo di pompieri volontari sta organizzando una grande festa per il compleanno del capo 86enne. C’è una riffa, dal cui tavolo vengono trafugati sempre più premi; c’è una reginetta del ballo da eleggere, ma le candidate, non particolarmente entusiaste di partecipare, si nascondono; c’è un incendio, ma sono tutti troppo ubriachi o stupidi per riuscire a spegnerlo (memorabile la scena in cui un contadino, estratto vivo dalle fiamme, viene avvicinato nuovamente all’incendio perché così può evitare di prendere freddo). Grottesco, divertente, Forman nel film si fa beffe dei suoi personaggi, della loro inettitudine di fronte ad ogni situazione, forse usando tutto questo come una metafora di chi governa il suo Paese, ligio a delle regole che rendono probabilmente ridicole le loro azioni. Spassoso, è quello che ti aspetteresti di vedere se la premiata ditta Zucker-Abrahams-Zucker fosse nata nell’ex-Cecoslovacchia.
    •••½

    L’Attimo Fuggente (1989): Se alle 11 di un sabato sera siete appena tornati a casa dopo l’umiliante sconfitta dell’Italia a un Europeo di calcio e, nel fare un po’ di zapping in tv, vi trovate davanti a un film come questo, appena cominciato, è pressoché impossibile non guardarlo tutto. Certo, vederlo da adolescente produce un effetto molto più dirompente che guardarlo per l’ennesima volta da adulto (?), ma la bellezza della storia e la trascinante potenza del finale, nonostante la retorica, è sempre intatta. Forse il miglior Robin Williams mai visto e senza dubbio il miglior film ambientato in una scuola che sia stato mai girato. Non ho accennato alla trama, come faccio di solito, ma penso che non ce ne sia bisogno. Film straordinario.
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    https://unavitadacinefilo.com/2024/07/02/capitolo-380-racconto-di-una-stagione/

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  25. Recensione “Indiana Jones e il Quadrante del Destino” (2023)

    L’incipit è trascinante: siamo nella Germania nazista, Indiana Jones come al solito è circondato da soldati nemici e si è ficcato inevitabilmente nei guai. C’è ironia, c’è un treno di opere d’arte trafugate, c’è ritmo, ci sono i buoni e ci sono i cattivi, è tutto talmente evidente e manicheo che è quasi perfetto: è praticamente l’essenza di Indiana Jones. Gli ottimi propositi tuttavia durano poco, perché purtroppo il film non sarà tutto così (sarebbe un miracolo). Mangold è bravo, ma prendere una saga dalle mani di Steven Spielberg e tentare di replicarne la verve, la visione, la gioia dell’immagine è una missione pressoché suicida. Quel che peggio, sembra non aver assolutamente compreso l’insegnamento che tutti abbiamo appreso proprio grazie ai film di Indiana Jones: certe reliquie non devono essere toccate, pena l’arrivo sul groppone di enormi macigni.

    Siamo nel 1969. L’uomo è appena sbarcato sulla Luna e il professor Jones è ormai a un passo dalla pensione. Riceve dopo anni la visita della sua figlioccia Helen, che gli prende dalle mani un oggetto antico per poterlo rivendere a un’asta clandestina. L’oggetto in questione è una parte del quadrante del titolo, uno strumento creato da Archimede che, secondo la leggenda, consentirebbe a chi ne è in possesso di aprire varchi nel tempo e cambiare così la storia: neanche a dirlo, è un gingillo che fa gola soprattutto a un ingegnere tedesco e ai suoi scagnozzi che, già avrete capito, non sono tipi da rinnegare la svastica. Ed è così che parte l’ennesima avventura di Indiana Jones, sbattuto tra il Marocco, il Mar Egeo e la Sicilia, nel classico blockbuster giramondo dove l’ennesimo inseguimento da cartolina, lungo quindici minuti, a un certo punto riuscirebbe a far urlare anche un muto.

    Phoebe Waller-Bridge, la grande novità di questo nuovo capitolo, è totalmente sprecata ma, quel che peggio, il suo personaggio è molto meno divertente di quanto ci si possa aspettare dalla protagonista del sorprendente Fleabag. Insomma, c’è ben poco da salvare in questo film, tra enigmi alla Dan Brown, un ragazzino-accollo che non aggiunge assolutamente nulla alla storia (il nuovo Shorty? Non proprio) e l’antagonista più inutile della storia di Indiana Jones (nonostante abbia le fattezze di un attore di alto livello come Mads Mikkelsen: anche lui evidentemente ha delle bollette da pagare). A condire il tutto, qualche cameo di vecchi amici e un paio di riferimenti al passato che strizzano l’occhio, con piacere, agli ex-bambini degli anni 80. “Questo dovrebbe stare in un museo!”, urla a un certo punto Harrison Ford: ecco, anche al suo Indiana Jones andrebbe messa una bella teca intorno al cappello e alla frusta, per lasciare che fortuna e gloria, eternamente, alimentino il suo mito. Senza toccarlo mai più, per favore.

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  26. Recensione “Kodachrome” (2017)

    Destinato a diventare un piccolo cult per gli appassionati di fotografia, il film di Mark Raso gioca sulla nostalgia, sul passato, sulla malinconia di ciò che lentamente svanisce (tutti concetti associabili per estensione alla fotografia), per raccontare il conflitto tra un padre e un figlio. L’idea di partenza si basa su un fatto reale: i due devono infatti raggiungere il Kansas, dove c’è veramente stato l’ultimo laboratorio al mondo dove era possibile sviluppare la mitica pellicola Kodachrome della Kodak, tolta dal mercato nel 2009.

    Matt Ryder è un produttore musicale sull’orlo del licenziamento. Suo padre Ben, uno dei più famosi fotoreporter del mondo, sta per morire e chiede a suo figlio di accompagnarlo a sviluppare dei vecchi rullini Kodachrome in Kansas, nell’unico laboratorio dove è ancora possibile farlo. I due sono in pessimi rapporti, tuttavia una seria possibilità lavorativa convince Matt ad intraprendere questo viaggio da New York fino a Parsons, in compagnia del burbero padre e della sua bella assistente (Elizabeth Olsen, tanto per non farci mancare niente).

    Il film è un inno al passato, all’analogico, al sapore di ciò che è tangibile, in un mondo sempre più digitale dove non resterà più una traccia fisica di ciò che siamo stati, come afferma il personaggio di Ed Harris all’inizio del viaggio. Il suo Ben è legato al mondo analogico, dunque alla pellicola fotografica, alle musicassette, alle mappe stradali: non a caso anche lui, come il mondo al quale appartiene, sta lentamente morendo. Al netto di alcune situazioni piuttosto prevedibili (e a tratti anche un po’ ricattatorie) parliamo comunque di un film molto bello nella sua purezza, forse nella sua ingenuità, come nella bellissima sequenza in Kansas, dove c’è spazio anche per alcune riflessioni sul mestiere del fotografo (che non lasceranno indifferente soprattutto chi, come me, fa questo lavoro per vivere). Alcune splendide immagini di Steve McCurry, l’ultimo ad avere l’onore di poter utilizzare un rullino Kodachrome, accompagnano i titoli di coda di un film piuttosto ispirato, vivo e decadente al tempo stesso, come quell’aura vagamente vintage che lo avvolge dall’inizio alla fine, senza però essere mai troppo invadente.

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  27. Recensione “Factotum” (2005)

    Tratto dal romanzo omonimo di Charles Bukowski, Factotum è un film particolare, intenso, sofferto: aggettivi che facilmente si potrebbero accostare alla figura dello stesso Bukowski, un artista che nella sua carriera ha stravolto volutamente il concetto di american dream, raccontando la quotidianità di un’America sofferente, disagiata, della quale si è sempre fatto cantore.

    Henry Chinaski (alter-ego di Bukowski in gran parte dei suoi romanzi) è un aspirante scrittore che si dedica ad ogni tipo di lavoro pur di mantenere vivi i suoi sogni letterari. Tra un impiego ed un altro, Chinaski scrive: in ogni dove, in ogni momento appunta le sue sensazioni, le sue emozioni, sottoforma di racconti che puntualmente invia ad una casa editrice che però non gli dà mai soddisfazione. Unica consolazione è nell’alcool, un compagno d’avventura che lentamente porta il protagonista alla propria distruzione: l’unica donna che lo ama cerca il distacco e le sbronze che si susseguono gli fanno spesso perdere il lavoro (condizione riassunta perfettamente da una frase che il protagonista si appunta durante il film: “Lei andò via e io mi ubriacai per tre giorni e tre notti. Dopo la sbornia mi resi conto di aver perso il lavoro”). La sofferenza dell’uomo è nella totale consapevolezza del suo stile di vita, non accettato dalla società che lo circonda, ma al quale Chinaski è totalmente assuefatto; uno stile di vita che giorno dopo giorno gli impedisce di trovare la svolta per rendere la sua vita più dignitosa, più “normale”. Ma il punto è proprio questo: Chinaski non vuole essere normale, non vuole essere come gli altri, è un menefreghista, un masochista che lavora solo per poter coltivare la sua passione per la scrittura e per comprarsi un’altra bottiglia, noncurante di ciò che lo circonda.

    La regia del norvegese Bent Hamer conferisce all’intera pellicola un ritmo lento, svogliato, un po’ come l’incedere del protagonista: una cornice adeguata che permette al regista di descrivere al meglio la personalità di Chinaski/Bukowski, interpretato da uno splendido Matt Dillon, ancora una volta sugli scudi dopo la tanto apprezzata interpretazione in Crash. Factotum è un film ammirevole, assolutamente valido, bellissimo per la sua capacità di riportare fedelmente sullo schermo il mondo di Charles Bukowski e dei suoi personaggi “maledetti”, delle strade americane fatte di sogni inseguiti e infranti, di speranze e di illusioni che spesso si riducono a pure utopie. Ma la frase finale del film, tratta dalla bellissima poesia Roll the Dice, è un lume acceso per il futuro: “Cavalcherai la vita alla ricerca della risata perfetta, è l’unica cosa buona per cui lottare”.

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