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  1. Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

    Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

    Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
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    Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
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    Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
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    Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
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    Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
    •••½

    The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
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    Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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  2. Ecco l’estate, dunque! Scrivo questo capitolo, come sempre ricco di buon cinema, a cavallo tra una trasferta berlinese ovviamente priva di film e il mio solito trasferimento estivo nella residenza pugliese, per tentare di allontanare l’afa con un po’ di mare. Ricordate che fino al 19 settembre il biglietto del cinema per i film italiani ed europei costerà soltanto 3,50€, potrebbe essere un’occasione ghiotta per scoprire qualche chicca nascosta nella programmazione estiva, solitamente poco attraente. Poi ci sono le arene estive, che propongono i migliori film della stagione passata, sempre a prezzi ridotti, o la programmazione di alcuni cinema, con film che non sono più in circolazione ma che potrebbero meritare una visita. Insomma, ci sono tante opportunità per riempire la nostra estate di cinema, approfittiamone. Ah, se volete sapere le mie considerazioni su un film in particolare, scrivete il titolo nel form di ricerca, in basso, così potrete farvi un’idea se possa valerne la pena o no (se ne ho scritto, troverete il link a uno di questi capitoli oppure, se disponibile, alla recensione completa). Ci risentiamo dalla Puglia, buona estate a voi, cari affezionatissimi e care affezionatissime!

    My Name is Joe (1998): Da ragazzino ricordo perfettamente quando l’iconica locandina con Peter Mullan, sporco di vernice, tappezzava il muro vicino alla fermata dell’autobus della mia scuola. Forse è da allora che desideravo vedere questo film di Ken Loach, tipico racconto di periferia complicata, dove una quotidianità molto difficile viene comunque affrontata dai suoi personaggi con leggerezza, almeno finché la vita non viene a portare il conto. Un ex alcolista cerca di sopravvivere sbarcando il lunario con piccoli lavori in nero e allenando una sgangherata squadra di calcio. Uno dei suoi pupilli finisce nei guai e c’è bisogno di aiutarlo, al tempo stesso l’uomo conosce un’assistente sociale con cui nasce una simpatia: far coesistere le due cose sarà problematico. Mullan, Palma d’Oro a Cannes per la migliore interpretazione maschile, è strepitoso (molti lo ricorderanno come l’attore che lancia la battuta a Mel Gibson, permettendo a William Wallace di pronunciare il suo iconico monologo in Braveheart). Bellissimo film, è su Mubi.
    •••½

    Cile – Il Mio Paese Immaginario (2022): I documentari di Patricio Guzman non sono mai banali (uno a caso? Vedetevi Nostalgia de la Luz). Quest’opera, presentata a Cannes, nasce nell’ottobre del 2019, quando un milione e mezzo di cileni sono scesi in piazza a Santiago reclamando più democrazia, una vita più dignitosa, più giustizia, migliore sanità, migliori pensioni, migliore istruzione e, soprattutto, una nuova costituzione, visto che il Cile viveva secondo le leggi scritte durante la dittatura di Pinochet. Il documentario racconta quindi il risveglio di un Paese, attraverso immagini memorabili, testimonianze, fotografie. Guzman aveva vissuto in prima persona il golpe del 1973, era stato deportato nel campo di concentramento dell’Estadio Nacional: forte di quei ricordi, ritrova ora lo stesso stadio, che nel suo documentario diventa la sede elettorale per votare una nuova costituzione, quasi chiudendo un cerchio con la sua storia e con il passato del suo Paese. Scoperto per caso grazie al progetto Film People, in cui è stato scelto come film preferito, potete trovare il documentario gratuitamente e legalmente su Vimeo (in spagnolo con sottotitoli in inglese). Bellissimo: tra l’altro la rivolta, lunga più di un anno, è avvenuta a poche centinaia di metri da quella che anni fa era stata la mia dimora cilena per circa un mese, cosa che mi ha fatto sentire ancora più vicino alla vicenda.
    •••½

    I Saw the Tv Glow (2024): Uno dei casi cinematografici dell’anno, almeno negli Stati Uniti, è in realtà una delle più cocenti delusioni. Poche cose infatti mi danno fastidio come perdere due ore di tempo, il motivo per cui sono costretto a sfogare questa irritazione con una recensione rabbiosa. Negli anni 90 un ragazzino emarginato, grazie anche all’incontro con un’adolescente transessuale, si appassiona totalmente a una bizzarra e inquietante serie tv (che ai tempi si chiamavano telefilm). L’ossessione per lo show diventa una sorta di fuga dalla realtà che porterà a conseguenze infelici. L’idea di base non è male e il rapporto tra i due amici è molto dolce, il problema è che il film di Jane Schoenbrun è infarcito di spiegoni, come se non ci fosse un domani. Quando finalmente succede qualcosa di interessante, circa a metà film, e speri che la vicenda possa decollare, ecco arrivare un altro, inutile, spiegone: “Mi sentivo così, mi sentivo colà”. I personaggi spiegano e basta, quando una delle regole principali di chi scrive sceneggiature è che le emozioni vanno mostrate, non raccontate (“Show, don’t tell” è il motto). Se no fate I Saw Gli Occhi del Cuore Glow e facciamo prima. Altra nota stonata: la fotografia patinata, digitalizzata all’inverosimile, sembra uscita dall’ennesima serie adolescenziale di Netflix e no, non è un complimento. Incredibile il successo che questo film sta riscuotendo in patria, forse è proprio vero che, come diceva René Ferretti, “la qualità c’ha rotto il caxxo”.
    •½

    Racconto di Due Stagioni (2023): Quando stai per vedere un film di Nuri Bilge Ceylan, maestro del cinema turco, bisogna sempre essere consapevoli di due cose: che sarai impegnato per circa tre ore e che ti troverai davanti a immagini meravigliose. In un villaggio innevato dell’Anatolia, un professore di educazione artistica è alle prese con alcune accuse di molestie provenienti da due ragazzine della sua classe. Al tempo stesso l’uomo si invaghisce di un’altra insegnante, per la quale ha una cotta anche un suo collega, nonché coinquilino. Le lunghe sequenze del film, che spesso sono dei piani sequenza a inquadratura fissa, usano il ritmo dei dialoghi per creare tensione, spingendo lo spettatore esattamente dove Ceylan ha deciso di portarlo: farsi trascinare in questo torrente di dialoghi, scontri verbali, cinismo e aridità, è emozionante. Come dice il titolo originale, internazionalizzato in About Dry Grasses, sotto la neve l’erba non cresce, nasce morta, secca, arida, una sorta di destino che potrebbe essere riservato a chi cresce in quel luogo dimenticato da dio. Grandissimo film, è al cinema, andate a vederlo.
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    Fuoco Ragazza Mia! (1967): La settimana scorsa, mentre facevo ricerche per il mio post sui film preferiti da cineasti, attori e attrici (leggetelo qui), ho scoperto che uno dei film più amati da Emma Stone era questo film cecoslovacco degli anni 60. Conosciuto anche con il titolo Al Fuoco Pompieri!, è il film che stava per stroncare la carriera di Milos Forman a causa di alcuni dissidi sia con il governo del suo Paese che con il produttore Carlo Ponti, ma che alla fine ha permesso invece al regista cecoslovacco di farsi notare negli Stati Uniti, dove sarebbe finito a vivere e a lavorare poco dopo, realizzando opere straordinarie come Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, per citarne una. In un paesino un gruppo di pompieri volontari sta organizzando una grande festa per il compleanno del capo 86enne. C’è una riffa, dal cui tavolo vengono trafugati sempre più premi; c’è una reginetta del ballo da eleggere, ma le candidate, non particolarmente entusiaste di partecipare, si nascondono; c’è un incendio, ma sono tutti troppo ubriachi o stupidi per riuscire a spegnerlo (memorabile la scena in cui un contadino, estratto vivo dalle fiamme, viene avvicinato nuovamente all’incendio perché così può evitare di prendere freddo). Grottesco, divertente, Forman nel film si fa beffe dei suoi personaggi, della loro inettitudine di fronte ad ogni situazione, forse usando tutto questo come una metafora di chi governa il suo Paese, ligio a delle regole che rendono probabilmente ridicole le loro azioni. Spassoso, è quello che ti aspetteresti di vedere se la premiata ditta Zucker-Abrahams-Zucker fosse nata nell’ex-Cecoslovacchia.
    •••½

    L’Attimo Fuggente (1989): Se alle 11 di un sabato sera siete appena tornati a casa dopo l’umiliante sconfitta dell’Italia a un Europeo di calcio e, nel fare un po’ di zapping in tv, vi trovate davanti a un film come questo, appena cominciato, è pressoché impossibile non guardarlo tutto. Certo, vederlo da adolescente produce un effetto molto più dirompente che guardarlo per l’ennesima volta da adulto (?), ma la bellezza della storia e la trascinante potenza del finale, nonostante la retorica, è sempre intatta. Forse il miglior Robin Williams mai visto e senza dubbio il miglior film ambientato in una scuola che sia stato mai girato. Non ho accennato alla trama, come faccio di solito, ma penso che non ce ne sia bisogno. Film straordinario.
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    https://unavitadacinefilo.com/2024/07/02/capitolo-380-racconto-di-una-stagione/

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