#centrosinistra — Public Fediverse posts
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Volt Europa alle primarie del centrosinistra ci sarà.
Non per aggiungere un logo, ma per aprire una vera discussione su lavoro dignitoso, giovani, sanità, istruzione, clima, diritti ed Europa FEDERALE.
Troppo spesso il centrosinistra ha gestito l’esistente senza il coraggio di cambiare davvero: le primarie devono servire a costruire un’alternativa credibile, partecipata e forte.
Non una gara di ego: una squadra.
Volt c’è, senza paura. 🇮🇹🇪🇺#PrimarieCentrosinistra #Centrosinistra #PoliticaItaliana #EuropaFederale #VoltEuropa #Volt
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#centrosinistra #schlein 2026: Schlein in ansia, Meloni nel mirino — Conte punta al colpo grosso
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📰 Il dem Berruto allenerà per una settimana la nazionale di pallavolo palestinese: «Quando vola la palla, per un attimo, i problemi scompaiono» – L’intervista
#️⃣ #POLITICA #Centrosinistra #Gaza #Interviste #Palestina #Pallavolo #PD #OpenOnline #TheLabSocial #News #Notizie #Italia
🔗 https://www.open.online/2025/11/07/mauro-berruto-nazionale-palestina-allenatore-intervista/
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Analisi di #Dagospia del disastro delle marche, semplice e diretto
Un gol a porta vuota perso per l'astensione di gente ormai nauseata da quelli che guidano il #centrosinistra
Chi non vota ha sempre torto, e deve ricevere insulti per quanto mi riguarda, ma è comprensibile non avere simpatia per i sedicenti #progressisti, che non sono altro che quelli di prima
La #Schlein non funziona, e
mancano leader CREDIBILI che facciano tornare la voglia di ricominciare a votare -
le città della monetizzazione sono già città di repressione
sullo sgombero del Leoncavallo, è vero che il sindaco Sala non ha responsabilità diretta di quanto è accaduto (cfr. il suo comunicato del 21 agosto: https://differx.noblogs.org/2025/08/24/il-comunicato-del-sindaco-di-milano-al-momento-dello-sgombero-del-leoncavallo/), ma allo stesso tempo è altrettanto vera questa osservazione di Michela Becchis:
[…] i vari sindaci di centrosinistra possono giurare e spergiurare che non vengono mai avvisati degli sgomberi, ma da Milano a Roma a Napoli generano colpevolmente l’ambiente, la possibilità che consente alla destra (ma Minniti e il suo “decoro” l’abbiamo dimenticato?) di agire in modo repressivo e fascista . Città finanziarizzate dove ogni spazio è assurdamente e terribilmente monetizzato, dove chi vive la difficoltà di abitare, lavorare, studiare, ricrearsi e fare cultura e fare conflitto, sì quel conflitto che non piace neanche a voi, viene piano piano compresso in un altrove che città non è più.
Cari sindaci di una sinistra liberale, potete chiamarli coworking, hub, stakeholder e con tutte le parole che sempre della finanza sono, ma siete colpevoli di non difendere mai la libertà della vita di una comunità dalla monetizzazione che sempre repressione è.
(La frase è di Sandrone Dazieri)”#BeppeSala #centrosinistra #ComitatoPerLOrdineELaSicurezza #comunicato #CSA #csoa #Leoncavallo #LeoncavalloSpazioPubblicoAutogestito #MichelaBecchis #monetizzazione #neofascismo #repressione #SandroneDazieri #sgomberi #sgombero #sgomberoDelLeoncavallo #sindaci #sindaco #sinistra #spaziAutogestiti
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le città della monetizzazione sono già città di repressione
sullo sgombero del Leoncavallo, è vero che il sindaco Sala non ha responsabilità diretta di quanto è accaduto (cfr. il suo comunicato del 21 agosto: https://differx.noblogs.org/2025/08/24/il-comunicato-del-sindaco-di-milano-al-momento-dello-sgombero-del-leoncavallo/), ma allo stesso tempo è altrettanto vera questa osservazione di Michela Becchis:
[…] i vari sindaci di centrosinistra possono giurare e spergiurare che non vengono mai avvisati degli sgomberi, ma da Milano a Roma a Napoli generano colpevolmente l’ambiente, la possibilità che consente alla destra (ma Minniti e il suo “decoro” l’abbiamo dimenticato?) di agire in modo repressivo e fascista . Città finanziarizzate dove ogni spazio è assurdamente e terribilmente monetizzato, dove chi vive la difficoltà di abitare, lavorare, studiare, ricrearsi e fare cultura e fare conflitto, sì quel conflitto che non piace neanche a voi, viene piano piano compresso in un altrove che città non è più.
Cari sindaci di una sinistra liberale, potete chiamarli coworking, hub, stakeholder e con tutte le parole che sempre della finanza sono, ma siete colpevoli di non difendere mai la libertà della vita di una comunità dalla monetizzazione che sempre repressione è.
(La frase è di Sandrone Dazieri)”#BeppeSala #centrosinistra #ComitatoPerLOrdineELaSicurezza #comunicato #CSA #csoa #Leoncavallo #LeoncavalloSpazioPubblicoAutogestito #MichelaBecchis #monetizzazione #neofascismo #repressione #SandroneDazieri #sgomberi #sgombero #sgomberoDelLeoncavallo #sindaci #sindaco #sinistra #spaziAutogestiti
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le città della monetizzazione sono già città di repressione
sullo sgombero del Leoncavallo, è vero che il sindaco Sala non ha responsabilità diretta di quanto è accaduto (cfr. il suo comunicato del 21 agosto: https://differx.noblogs.org/2025/08/24/il-comunicato-del-sindaco-di-milano-al-momento-dello-sgombero-del-leoncavallo/), ma allo stesso tempo è altrettanto vera questa osservazione di Michela Becchis:
[…] i vari sindaci di centrosinistra possono giurare e spergiurare che non vengono mai avvisati degli sgomberi, ma da Milano a Roma a Napoli generano colpevolmente l’ambiente, la possibilità che consente alla destra (ma Minniti e il suo “decoro” l’abbiamo dimenticato?) di agire in modo repressivo e fascista . Città finanziarizzate dove ogni spazio è assurdamente e terribilmente monetizzato, dove chi vive la difficoltà di abitare, lavorare, studiare, ricrearsi e fare cultura e fare conflitto, sì quel conflitto che non piace neanche a voi, viene piano piano compresso in un altrove che città non è più.
Cari sindaci di una sinistra liberale, potete chiamarli coworking, hub, stakeholder e con tutte le parole che sempre della finanza sono, ma siete colpevoli di non difendere mai la libertà della vita di una comunità dalla monetizzazione che sempre repressione è.
(La frase è di Sandrone Dazieri)”#BeppeSala #centrosinistra #ComitatoPerLOrdineELaSicurezza #comunicato #CSA #csoa #Leoncavallo #LeoncavalloSpazioPubblicoAutogestito #MichelaBecchis #monetizzazione #neofascismo #repressione #SandroneDazieri #sgomberi #sgombero #sgomberoDelLeoncavallo #sindaci #sindaco #sinistra #spaziAutogestiti
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Aldo Moro lasciò la corrente dorotea della Dc
L’Autunno caldo era solo la miccia della bomba presente nella polveriera italiana. Il resto dell’ordigno, che avrebbe dato il via ad anni di terrore, scoppiò poco dopo. Il 12 dicembre del 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, si verificò un attentato nel quale rimasero uccise 16 persone e ferite oltre ottantotto. Del fatto furono frettolosamente incolpati gli anarchici, quando in realtà si scoprì seppur con ritardo che la mano dietro il detonatore era quella dei neofascisti e delle forze reazionarie del paese. La strage di Piazza Fontana, come scrive Salvadori, “aprì un capitolo tragico della storia italiana, segnato dal gonfiarsi sia di gruppi terroristici di destra sia di quelle extraparlamentari di sinistra votatisi entrambi all’eversione delle istituzioni” <196. Due movimenti anti-stato <197 presentatisi con ambizioni diverse, uno mirante all’instaurazione di uno stato autoritario e l’altro alla rivoluzione del proletariato, ma che finirono entrambi a condividere l’attacco al cuore dello stato, che avrebbe dovuto mettere al bando un sistema politico e partitico che non aveva saputo più rispondere all’esigenze di un paese insofferente sotto il profilo sociale ed economico.
Il secondo governo Rumor chiuse la sua esperienza nel febbraio del ‘70 circa due mesi dopo la strage di Milano. Il democristiano fu però reincaricato di formare un terzo esecutivo che guidò il paese fino al luglio dello stesso anno: vi parteciparono democristiani, repubblicani, socialisti e socialdemocratici. Le quattro forze politiche sottoscrissero in quei mesi una sorta di preambolo <198, redatto dal nuovo segretario Dc Forlani, che prevedeva l’allargamento della formula del centrosinistra anche alle amministrazioni locali. Una linea che ribadiva come obiettivo delle alleanze del centro-sinistra l’esclusione dal dialogo politico del Pci. Una scelta quella di escludere i comunisti che non apparve più accettabile agli occhi di Aldo Moro. L’ex segretario democristiano lasciò la corrente dorotea parlando di “tempi nuovi” <199 che dovevano mirare ad affrontare i problemi che avevano condotto operai e studenti a non sentirsi più veramente partecipi nella società. E fu su questa scia che Moro varò la “strategia dell’attenzione” <200 verso i comunisti al fine di aprire “un impegnativo confronto con il Partito comunista in ordine ai problemi vitali della società” <201.
Dopo Piazza Fontana, primo atto della “strategia della tensione”, una serie di azioni eversive iniziarono a farsi largo nel paese complici anche le incapacità di intervento dei governi. Nel dicembre del 1970, Junio Valerio Borghese già comandante della X Mas nella Repubblica di Salò insieme ad alcuni neofascisti, guardie forestali e con la complicità dei servizi segreti tentò l’occupazione del Viminale per dare luogo ad un golpe che però non riuscì. L’eversione della destra si fece ulteriormente sentire nelle rivolte di Reggio Calabria e dell’Aquila tra l’estate del 1970 e gli inizi del 1971 e al contempo andava sempre più rafforzandosi l’arcipelago di organizzazioni <202 della sinistra extraparlamentare che, complice anche l’erronea valutazione della loro pericolosità da parte dei vertici comunisti e socialisti, finirono ben presto per divenire un vero e proprio partito armato <203 che iniziò a macchiarsi di rapimenti e omicidi.
Nell’estate del 1970 a Rumor successe, alla guida di Palazzo Chigi, Emilio Colombo che diete vita a una “versione sempre più stanca del centro sinistra”204 che riuscì, nonostante le fortissime ostilità delle gerarchie democristiane, ad approvare la legge sul divorzio che era stata proposta dal socialista Fortuna e dal liberale Baslini e sostenuta da Pri, Psi, Psiup e Pci. L’approvazione della sola legge sul divorzio non appariva comunque sufficiente per valutare positivamente le esperienze dei governi di centro-sinistra succedutisi a partire dal 1968. A non sostenere affatto gli esecutivi furono anche i partiti che al loro interno, dopo l’avvio della V legislatura, registrarono scontri e situazioni difficili. Primi tra tutti i socialisti i quali dopo la sconfitta del Psu e la mancata partecipazione al governo di Giovanni Leone tornarono a sciogliere il partito ricostituendo il Psi e Psdi. La faticosa tela <205
intessuta da Nenni e Saragat iniziò a lacerarsi dopo meno di un anno proprio perché i socialisti e i socialdemocratici avevano voglia di tornare di nuovo alle urne – le amministrative e le regionali del 1970 – con i vecchi simboli e assetti politici. “Non è però possibile cancellare con un tratto di penna un percorso politico e fingere che nulla sia successo” <206 scrive la Colarizi a proposito del ritorno alle vecchie bandiere del Psi e Psdi. I socialdemocratici decisero di virare verso “destra” convinti che fosse giunto il momento di frenare la corsa delle sinistre più radicali e di ricostruire un argine al comunismo con un percorso diametralmente opposto alla nuova “strategia dell’attenzione” <207 varata da Moro e sposata dal Psi. Ovviamente lo scontro tra socialdemocratici e socialisti si consumava all’interno del governo determinando così “l’instabilità permanente della coalizione” <208.
Nel Psi l’uscita di scena di Nenni lascerà spazio a due nuovi leder: Mancini e De Martino i quali ritenevano necessario un nuovo percorso per far ripartire il partito senza però uscire dalla dimensione del governo che assicurava posizioni di potere <209 anche se queste non si rivelarono fruttuose al livello di voti. Per quanto concerneva l’area nella quale rintracciare nuovi consensi le idee di Mancini e De Martino sembrarono distanziarsi seppur mai entrare in contraddizione. Il primo riteneva che si dovesse guardare alle spinte moderne che arrivavano per lo più dall’elettorato giovanile, mentre il secondo guardava ai settori “più marcatamente politicizzati della sinistra” <210. Mancini e De Martino erano infatti convinti di riuscire a ottenere vantaggi politici ed elettorali dagli umori trasgressivi delle piazze con l’obbiettivo di “abbattere la barriera del centro-sinistra delimitato e apre il dialogo con il Pci” <211. La “strategia dell’attenzione” non sembrava lasciar dubbi sul fatto che l’isolamento del Partito comunista fosse ormai destinato a concludersi.
Il ritrovato spirito di collaborazione tra socialisti e comunisti giunse in un momento davvero cruciale per le vicende del partito-chiesa comunista il quale si trovava a dover fronteggiare la sempre più ampia radicalizzazione violenta della sinistra extraparlamentare che lo gettò, per tutta la V legislatura, nell’occhio del ciclone <212. Le scomuniche <213 non apparvero sufficienti a bloccare e riassorbire i fronti deviazionisti interni alla sinistra e per questo il riavvicinamento del Psi e la sempre più vicina fine dell’isolamento, dettata anche dall’inizio del dialogo con la sinistra cattolica, apparvero di fondamentale importanza per i vertici di via delle Botteghe Oscure che erano forti anche della costante crescita elettorale che gli proponeva come interlocutori ideali <214 seppur impossibilitati dal sedersi tra i banchi dell’esecutivo.
Simona Colarizi a questo proposito scrive: “La conventio ad excludendum resta insormontabile per i comunisti legati a Mosca […]. È però possibile ricercare intese sul programma, come sembra suggerire Moro con la fumosa formula della strategia dell’attenzione; governare attraverso preventivi accordi con l’opposizione che garantiscono alle leggi e ai provvedimenti varati dal centrosinistra un consenso o quanto meno un gradimento di quel 27% della popolazione controllato dal Pci <”215. Un’idea quella di Moro che troverà sponda nel mondo comunista dopo il 1972 quando, al XIII Congresso del Pci, venne eletto segretario Enrico Berlinguer che si presentò al mondo politico affermando: “In un paese come l’Italia una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica. Di questa collaborazione l’unità di sinistra è condizione necessaria ma non sufficiente. […] Noi siamo disposti ad assumerci le nostre responsabilità” <216.
La Dc riteneva ben accetti <217 i voti comunisti seppur non tutti i vertici del partito condividessero la linea della sinistra cattolica e questo perché era sempre più evidente e forte la preoccupazione per i fermenti che si registravano all’interno del paese e la tensione crescente anche nell’estrema destra interna ed esterna al partito cattolico. Nel 1971 la Democrazia Cristiana aveva portato a casa l’importante risultato dell’elezione al Quirinale di Giovanni Leone che, scrive Gervasoni, “non era mai stato un grande sostenitore del centro-sinistra” <218. Leone introdusse nel dibattito politico temi importanti come quello della “saldatura tra coscienza morale e istituzioni” <219 ma la sua ascesa al Colle non diede nuova linfa né una ritrovata stabilità al governo Colombo. Proprio per queste ragioni nel febbraio del 1972 Giulio Andreotti venne chiamato a formare un nuovo governo che però non ottenne la maggioranza al Senato e costrinse Leone a sciogliere le camere e indire elezioni anticipate “diventando il primo presidente a far terminare una legislatura prematuramente” <220.
La fine non naturale della V legislatura, unitamente alle proteste sempre più violente e incontrollate interne al Paese, mise in evidenza la crisi di un sistema politico incapace, nonostante i reiterati tentativi del centro-sinistra, di dare risposte ad una società in continuo mutamento. Il terrore degli anni di piombo e gli eventi internazionali, verificatesi in luoghi molto lontani dalla penisola durante gli anni ‘70, posero i partiti dinanzi alla necessità, non più procrastinabile, di dare una svolta politica in grado di rinvigorire la democrazia italiana e mettere al riparo il sistema dal terrorismo nero e rosso.
[NOTE]
196 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 402.
197 Ibidem.
198 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 415.
199 Ibidem.
200 Ibidem.
201 Ibidem.
202 Ivi, p. 417.
203 Ibidem.
204 Ivi, p. 418.
205 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 99.
206 Ibidem.
207 Ivi, p. 100.
208 Ibidem.
209 Ibidem.
210 Ibidem.
211 Ivi, p. 101.
212 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 103.
213 Ibidem.
214 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 103.
215 Ibidem.
216 II testo della relazione in D. e O. PUGLIESE (a cura di), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista Italiano, Edizioni del Calendario-Marsilio, Venezia, 1985, pp. 275-314.
217 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 104.
218 M. GERVASONI, op. cit., p. 85
219 Ivi, p. 84.
220 Ibidem.
Marco Martino, Italia, Cile: destini politici e percorsi partitici alla base del Compromesso Storico tra PCI e DC, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020#1969 #1970 #1972 #AldoMoro #centroSinistra #crisi #DC #destra #divorzio #EmilioColombo #EnricoBerlinguer #eversione #extraparlamentare #Forlani #golpe #governi #Italia #Leone #MarcoMartino #moti #neofascisti #PCI #politica #Presidente #PSI #ReggioCalabria #Repubblica #Rumor #sinistra #terrorismo
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Aldo Moro lasciò la corrente dorotea della Dc
L’Autunno caldo era solo la miccia della bomba presente nella polveriera italiana. Il resto dell’ordigno, che avrebbe dato il via ad anni di terrore, scoppiò poco dopo. Il 12 dicembre del 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano, si verificò un attentato nel quale rimasero uccise 16 persone e ferite oltre ottantotto. Del fatto furono frettolosamente incolpati gli anarchici, quando in realtà si scoprì seppur con ritardo che la mano dietro il detonatore era quella dei neofascisti e delle forze reazionarie del paese. La strage di Piazza Fontana, come scrive Salvadori, “aprì un capitolo tragico della storia italiana, segnato dal gonfiarsi sia di gruppi terroristici di destra sia di quelle extraparlamentari di sinistra votatisi entrambi all’eversione delle istituzioni” <196. Due movimenti anti-stato <197 presentatisi con ambizioni diverse, uno mirante all’instaurazione di uno stato autoritario e l’altro alla rivoluzione del proletariato, ma che finirono entrambi a condividere l’attacco al cuore dello stato, che avrebbe dovuto mettere al bando un sistema politico e partitico che non aveva saputo più rispondere all’esigenze di un paese insofferente sotto il profilo sociale ed economico.
Il secondo governo Rumor chiuse la sua esperienza nel febbraio del ‘70 circa due mesi dopo la strage di Milano. Il democristiano fu però reincaricato di formare un terzo esecutivo che guidò il paese fino al luglio dello stesso anno: vi parteciparono democristiani, repubblicani, socialisti e socialdemocratici. Le quattro forze politiche sottoscrissero in quei mesi una sorta di preambolo <198, redatto dal nuovo segretario Dc Forlani, che prevedeva l’allargamento della formula del centrosinistra anche alle amministrazioni locali. Una linea che ribadiva come obiettivo delle alleanze del centro-sinistra l’esclusione dal dialogo politico del Pci. Una scelta quella di escludere i comunisti che non apparve più accettabile agli occhi di Aldo Moro. L’ex segretario democristiano lasciò la corrente dorotea parlando di “tempi nuovi” <199 che dovevano mirare ad affrontare i problemi che avevano condotto operai e studenti a non sentirsi più veramente partecipi nella società. E fu su questa scia che Moro varò la “strategia dell’attenzione” <200 verso i comunisti al fine di aprire “un impegnativo confronto con il Partito comunista in ordine ai problemi vitali della società” <201.
Dopo Piazza Fontana, primo atto della “strategia della tensione”, una serie di azioni eversive iniziarono a farsi largo nel paese complici anche le incapacità di intervento dei governi. Nel dicembre del 1970, Junio Valerio Borghese già comandante della X Mas nella Repubblica di Salò insieme ad alcuni neofascisti, guardie forestali e con la complicità dei servizi segreti tentò l’occupazione del Viminale per dare luogo ad un golpe che però non riuscì. L’eversione della destra si fece ulteriormente sentire nelle rivolte di Reggio Calabria e dell’Aquila tra l’estate del 1970 e gli inizi del 1971 e al contempo andava sempre più rafforzandosi l’arcipelago di organizzazioni <202 della sinistra extraparlamentare che, complice anche l’erronea valutazione della loro pericolosità da parte dei vertici comunisti e socialisti, finirono ben presto per divenire un vero e proprio partito armato <203 che iniziò a macchiarsi di rapimenti e omicidi.
Nell’estate del 1970 a Rumor successe, alla guida di Palazzo Chigi, Emilio Colombo che diete vita a una “versione sempre più stanca del centro sinistra”204 che riuscì, nonostante le fortissime ostilità delle gerarchie democristiane, ad approvare la legge sul divorzio che era stata proposta dal socialista Fortuna e dal liberale Baslini e sostenuta da Pri, Psi, Psiup e Pci. L’approvazione della sola legge sul divorzio non appariva comunque sufficiente per valutare positivamente le esperienze dei governi di centro-sinistra succedutisi a partire dal 1968. A non sostenere affatto gli esecutivi furono anche i partiti che al loro interno, dopo l’avvio della V legislatura, registrarono scontri e situazioni difficili. Primi tra tutti i socialisti i quali dopo la sconfitta del Psu e la mancata partecipazione al governo di Giovanni Leone tornarono a sciogliere il partito ricostituendo il Psi e Psdi. La faticosa tela <205
intessuta da Nenni e Saragat iniziò a lacerarsi dopo meno di un anno proprio perché i socialisti e i socialdemocratici avevano voglia di tornare di nuovo alle urne – le amministrative e le regionali del 1970 – con i vecchi simboli e assetti politici. “Non è però possibile cancellare con un tratto di penna un percorso politico e fingere che nulla sia successo” <206 scrive la Colarizi a proposito del ritorno alle vecchie bandiere del Psi e Psdi. I socialdemocratici decisero di virare verso “destra” convinti che fosse giunto il momento di frenare la corsa delle sinistre più radicali e di ricostruire un argine al comunismo con un percorso diametralmente opposto alla nuova “strategia dell’attenzione” <207 varata da Moro e sposata dal Psi. Ovviamente lo scontro tra socialdemocratici e socialisti si consumava all’interno del governo determinando così “l’instabilità permanente della coalizione” <208.
Nel Psi l’uscita di scena di Nenni lascerà spazio a due nuovi leder: Mancini e De Martino i quali ritenevano necessario un nuovo percorso per far ripartire il partito senza però uscire dalla dimensione del governo che assicurava posizioni di potere <209 anche se queste non si rivelarono fruttuose al livello di voti. Per quanto concerneva l’area nella quale rintracciare nuovi consensi le idee di Mancini e De Martino sembrarono distanziarsi seppur mai entrare in contraddizione. Il primo riteneva che si dovesse guardare alle spinte moderne che arrivavano per lo più dall’elettorato giovanile, mentre il secondo guardava ai settori “più marcatamente politicizzati della sinistra” <210. Mancini e De Martino erano infatti convinti di riuscire a ottenere vantaggi politici ed elettorali dagli umori trasgressivi delle piazze con l’obbiettivo di “abbattere la barriera del centro-sinistra delimitato e apre il dialogo con il Pci” <211. La “strategia dell’attenzione” non sembrava lasciar dubbi sul fatto che l’isolamento del Partito comunista fosse ormai destinato a concludersi.
Il ritrovato spirito di collaborazione tra socialisti e comunisti giunse in un momento davvero cruciale per le vicende del partito-chiesa comunista il quale si trovava a dover fronteggiare la sempre più ampia radicalizzazione violenta della sinistra extraparlamentare che lo gettò, per tutta la V legislatura, nell’occhio del ciclone <212. Le scomuniche <213 non apparvero sufficienti a bloccare e riassorbire i fronti deviazionisti interni alla sinistra e per questo il riavvicinamento del Psi e la sempre più vicina fine dell’isolamento, dettata anche dall’inizio del dialogo con la sinistra cattolica, apparvero di fondamentale importanza per i vertici di via delle Botteghe Oscure che erano forti anche della costante crescita elettorale che gli proponeva come interlocutori ideali <214 seppur impossibilitati dal sedersi tra i banchi dell’esecutivo.
Simona Colarizi a questo proposito scrive: “La conventio ad excludendum resta insormontabile per i comunisti legati a Mosca […]. È però possibile ricercare intese sul programma, come sembra suggerire Moro con la fumosa formula della strategia dell’attenzione; governare attraverso preventivi accordi con l’opposizione che garantiscono alle leggi e ai provvedimenti varati dal centrosinistra un consenso o quanto meno un gradimento di quel 27% della popolazione controllato dal Pci <”215. Un’idea quella di Moro che troverà sponda nel mondo comunista dopo il 1972 quando, al XIII Congresso del Pci, venne eletto segretario Enrico Berlinguer che si presentò al mondo politico affermando: “In un paese come l’Italia una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica. Di questa collaborazione l’unità di sinistra è condizione necessaria ma non sufficiente. […] Noi siamo disposti ad assumerci le nostre responsabilità” <216.
La Dc riteneva ben accetti <217 i voti comunisti seppur non tutti i vertici del partito condividessero la linea della sinistra cattolica e questo perché era sempre più evidente e forte la preoccupazione per i fermenti che si registravano all’interno del paese e la tensione crescente anche nell’estrema destra interna ed esterna al partito cattolico. Nel 1971 la Democrazia Cristiana aveva portato a casa l’importante risultato dell’elezione al Quirinale di Giovanni Leone che, scrive Gervasoni, “non era mai stato un grande sostenitore del centro-sinistra” <218. Leone introdusse nel dibattito politico temi importanti come quello della “saldatura tra coscienza morale e istituzioni” <219 ma la sua ascesa al Colle non diede nuova linfa né una ritrovata stabilità al governo Colombo. Proprio per queste ragioni nel febbraio del 1972 Giulio Andreotti venne chiamato a formare un nuovo governo che però non ottenne la maggioranza al Senato e costrinse Leone a sciogliere le camere e indire elezioni anticipate “diventando il primo presidente a far terminare una legislatura prematuramente” <220.
La fine non naturale della V legislatura, unitamente alle proteste sempre più violente e incontrollate interne al Paese, mise in evidenza la crisi di un sistema politico incapace, nonostante i reiterati tentativi del centro-sinistra, di dare risposte ad una società in continuo mutamento. Il terrore degli anni di piombo e gli eventi internazionali, verificatesi in luoghi molto lontani dalla penisola durante gli anni ‘70, posero i partiti dinanzi alla necessità, non più procrastinabile, di dare una svolta politica in grado di rinvigorire la democrazia italiana e mettere al riparo il sistema dal terrorismo nero e rosso.
[NOTE]
196 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 402.
197 Ibidem.
198 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 415.
199 Ibidem.
200 Ibidem.
201 Ibidem.
202 Ivi, p. 417.
203 Ibidem.
204 Ivi, p. 418.
205 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 99.
206 Ibidem.
207 Ivi, p. 100.
208 Ibidem.
209 Ibidem.
210 Ibidem.
211 Ivi, p. 101.
212 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 103.
213 Ibidem.
214 M. L. SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p. 103.
215 Ibidem.
216 II testo della relazione in D. e O. PUGLIESE (a cura di), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista Italiano, Edizioni del Calendario-Marsilio, Venezia, 1985, pp. 275-314.
217 S. COLARIZI, Storia politica, cit., p. 104.
218 M. GERVASONI, op. cit., p. 85
219 Ivi, p. 84.
220 Ibidem.
Marco Martino, Italia, Cile: destini politici e percorsi partitici alla base del Compromesso Storico tra PCI e DC, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2019-2020#1969 #1970 #1972 #AldoMoro #centroSinistra #crisi #DC #destra #divorzio #EmilioColombo #EnricoBerlinguer #eversione #extraparlamentare #Forlani #golpe #governi #Italia #Leone #MarcoMartino #moti #neofascisti #PCI #politica #Presidente #PSI #ReggioCalabria #Repubblica #Rumor #sinistra #terrorismo
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Mi piace leggere su di un #giornale di #centrosinistra, l'elezione di un #Papa della nazione #plutodemocratica, vista sottecchi dalla #sinistra e dalla #destra allo stesso modo, fino alla prima repubblica.
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#leoneXIV #robertfrancisprevost -
#riarmo
Piano difesa comune #Ue, a Strasburgo si spaccano sia #centrodestra che #centrosinistra - Il Sole 24 ORE
https://www.ilsole24ore.com/art/piano-difesa-comune-ue-strasburgo-si-spaccano-sia-centrodestra-che-centrosinistra-AGTSOJvD -
L’amministrazione Kennedy aveva quindi permesso all’Italia di spostarsi a sinistra
Il 26 marzo 1959 il governo italiano aveva firmato l’accordo definitivo con gli Stati Uniti per i missili “Jupiter”, che vennero schierati presso Gioa del Colle, in Puglia <17.
Il legame con gli USA e la Nato si strinse sempre di più quando, il 19 maggio successivo, l’Italia entrò a far parte del “Coordination and Planning Committee” (CPC) <18, partecipando per la prima volta ad una sua riunione. L’organismo era previsto in funzione del secondo istituto, l’“Allied Clandestine Committee” (ACC), che coordinava direttamente le azioni delle reti Stay Behind europee. Tuttavia, la situazione interna italiana si scaldò quando, nel giugno-luglio del 1960, il governo monocolore guidato dal democristiano Fernando Tambroni subì una grossa crisi. In quel periodo, il Movimento Sociale Italiano (MSI) decise di tenere il suo congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro per la Resistenza durante la Seconda guerra mondiale <19. Il congresso avrebbe dovuto cominciare il 2 luglio al teatro Santa Margherita, a poca distanza dal sacrario dei caduti partigiani, ed essere presieduto da Carlo Emanuele Basile, ex prefetto del capoluogo ligure durante la RSI e responsabile di arresti e torture di partigiani <20. Le manifestazioni che seguirono presero subito di mira il governo, dato che la costituzione di quest’ultimo nel marzo precedente era riuscita anche grazie all’MSI. La protesta cominciò a Genova e poi si diffuse in gran parte d’Italia. L’irrigidimento delle direttive riguardanti l’ordine pubblico causò una dura contrapposizione di piazza. Il 30 giugno a Genova un corteo antifascista venne attaccato dalla polizia con bombe lacrimogene. Alla fine di una lunga giornata di scontri, 83 manifestanti rimasero feriti. Nei giorni successivi un’altra manifestazione antifascista venne repressa dalla polizia a Roma, anche qui con diversi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine <21.
Ma gli incidenti più gravi accaddero il 7 luglio a Reggio Emilia, dove 5 manifestanti vennero uccisi dalla polizia. Il Primo Ministro Tambroni, visto il dissenso dei suoi stessi compagni di partito alla sua invana richiesta di aiuto, rassegnò le dimissioni il 19 luglio 1960. Il 26 luglio successivo si formerà un altro governo monocolore DC, ma questa volta appoggiato da PRI, PLI e PSDI <22.
Si ebbe infatti una svolta della politica italiana. Gli esponenti democristiani e dei partiti liberali si orientarono – chi più, chi meno – verso una possibile apertura per la partecipazione all’esecutivo del Partito Socialista Italiano. Dopotutto il PSI, già a metà degli anni ‘50, aveva preso le distanze dal PCI, assumendo posizioni molto più moderate <23.
Nel 1962, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la costituzione dell’ “Ente Nazionale per l’Energia Elettrica” (ENEL) si aprì la cosiddetta fase del centro-sinistra <24.
Nonostante l’apertura a sinistra, la DC, il SIFAR e anche gli Stati Uniti notarono come il PCI era indirettamente riuscito a far cadere un governo utilizzando il solo potere della “piazza”, durante la crisi Tambroni. Come scrive Giannuli ne “La strategia della tensione”, le gerarchie militari erano convinte che il Partito Comunista fosse vicino all’“ora X”. L’esercito temeva che la DC stesse diventando inefficiente e cominciarono a diffidarne. È da notare infatti che in quegli anni viene formato il nucleo genovese di Gladio <25.
Passando al contesto internazionale, da quando John Fitzgerald Kennedy era diventato presidente nel 1961 non si era mai dimostrato un interlocutore arrendevole in favore dell’URSS: ne erano esempi il suo famoso discorso “Ich bin ein Berliner” quando fu eretto il muro di Berlino, e con la crisi dei missili di Cuba, minacciando di iniziare un conflitto armato <26. La politica liberal e progressista di JFK si era però contrapposta al prudente conservatorismo dell’era Eisenhower, basando la lotta con l’Unione Sovietica sulla diffusione del benessere e della libertà, soprattutto con un controllo e riduzione degli armamenti nucleari <27. Nel particolare caso dell’Italia, la politica americana di Kennedy cambiò i rapporti tra i due paesi, dato che il presidente USA simpatizzava per i socialisti italiani. Tuttavia, le simpatie di JFK trovarono un’ostinata resistenza all’interno della sua stessa amministrazione, più precisamente il dipartimento di Stato e la CIA. Il Segretario di Stato Dean Rusk fece infatti notare al presidente: “L’esponente socialista Riccardo Lombardi sostiene pubblicamente il riconoscimento della Cina comunista, il ritiro delle basi americane dall’Italia e la lotta al capitalismo e all’imperialismo. Sarebbe questo il partito con cui il governo USA dovrebbe trattare?” <28. Anche i funzionari dell’ambasciata USA a Roma erano preoccupati. L’agente CIA Vernon Walters dichiarerà in futuro che, se Kennedy avesse permesso ai socialisti italiani di vincere le prossime elezioni del 1963, gli Stati Uniti “avrebbero dovuto invadere il paese” <29.
Si venne quindi a creare l’assurda situazione nella quale il presidente americano si trovava in disaccordo con il suo Segretario di Stato e con la CIA. Alle elezioni politiche del 28 aprile 1963 il PCI era l’unico partito ad aver guadagnato consensi. Tornata nera invece per la Democrazia Cristiana, che scese al 38% dei voti. Il peggior risultato di sempre. Il 25% dei voti comunisti e il 14% di quelli socialisti, se uniti, dimostravano il dominio della sinistra in Parlamento per la prima volta dalla nascita della Repubblica <30.
Si formò allora un governo, presieduto dall’esponente della sinistra democristiana Aldo Moro, che vedeva anche i socialisti ricoprire cariche ministeriali. Il Presidente Kennedy, soddisfatto dai risultati delle elezioni italiane, decise di compiere una visita a Roma. Il suo arrivo all’aeroporto fu festeggiato da migliaia di persone. Il leader del PSI, Pietro Nenni, dichiarò in relazione al presidente americano: “È un uomo meraviglioso; sembra molto più giovane della sua età. Mi ha invitato a visitare gli Stati Uniti” <31.
L’amministrazione Kennedy aveva quindi permesso all’Italia di spostarsi a sinistra. Anche le solide resistenze del dipartimento di Stato iniziarono via via ad ammorbidirsi. L’ambasciata USA avviò nella capitale italiana una campagna di contatti con le maggiori personalità esponenti del socialismo per scambi di opinione, come si è visto anche invitandoli a Washington. Tra questi, comincerà a farsi strada un giovane assessore socialista di Milano, della nuova giunta di centro-sinistra: Bettino Craxi <32. Ciò che gli americani più apprezzavano dei socialisti italiani era proprio il loro distacco ideologico dal PCI, che li rendeva appunto più moderati. La pianificazione militare e quella per la pubblica sicurezza furono riviste dal nuovo governo. Il Consiglio Atlantico aveva giudicato “positivo e soddisfacente” il nuovo dispositivo italiano. In una sua visita negli Stati Uniti, il Ministro della Difesa Giulio Andreotti chiese al suo omologo americano, Robert McNamara, sostentamenti e materiali per le forze armate italiane <33. Il rafforzamento delle pianificazioni non riguardava solo quelle dell’Italia. Cresceva nelle sfere militari occidentali la preoccupazione per una nuova forma di guerra, definita “rivoluzionaria”, se l’URSS avesse continuato a sostenere le agitazioni politiche interne ai paesi Nato.
[NOTE]
17 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 264.
18 Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Relazione d’inchiesta condotta sulle vicende connesse all’operazione Gladio, 1992, p. 20.
19 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 274.
20 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 91.
21 Idem, p. 91.
22 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 92.
23 Banti Alberto Mario, L’età contemporanea: dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009, p. 320-321.
24 Idem, p. 321.
25 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 93.
26 Idem, p. 97.
27 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 283.
28 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 87.
29 Idem, p. 88.
30 Idem, p. 88.
31 Idem, p. 88.
32 Formigoni Guido, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna, il Mulino, 2016, p. 284.
33 Idem, p. 285.
Daniele Pistolato, “Operazione Gladio”. L’esercito segreto della Nato e l’Estremismo Nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024#1960 #1962 #1963 #AldoMoro #America #amministrazione #centroSinistra #CIA #Congresso #DanielePistolato #DC #elezioni #Genova #GiulioAndreotti #Gladio #governo #Italia #JohnFitzgeraldKennedy #militari #MSI #PCI #PSI #segreti #servizi #StatiUniti
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Il Piano Solo prende nome dall’ipotesi di utilizzare solo unità di carabinieri
Le elezioni politiche del 28 aprile 1963 rivelano una leggera radicalizzazione delle preferenze politiche degli italiani. La DC scende per la prima volta sotto il 40 per cento, ottenendo il 38,3 per cento dei voti rispetto al 42,4 di cinque anni prima. I maggiori beneficiari della flessione democristiana sono i liberali, la cui coerente opposizione al Centro Sinistra permette di conseguire un aumento dal 3,5 al 7 per cento. A Destra i monarchici scompaiono (dal 4,9 all’1,7 per cento) ed il MSI sale pochissimo (dal 4,8 al 5,1 per cento). A sinistra il PSDI viene premiato dalla sua partecipazione al Governo Fanfani con un incremento dell’1,5 (dal 4,6 al 6,1 per cento), mentre il PSI cala impercettibilmente (dal 14,2 al 13,8 per cento). La sconfitta della Democrazia Cristiana indica un rifiuto alla politica di centrosinistra, unico elemento chiaro visibile dalle indicazioni elettorali, ma, dopo l’avventura di Tambronì, Moro e i dorotei sono decisi a continuare l’alleanza con socialisti, anche se in una forma più moderata. Le trasformazioni del paese già maturate negli anni precedenti spingono il partito cattolico a mantenere il timone a sinistra
per garantirsi il radicamento nei nuovi ceti sociali urbani emergenti, rispetto al vecchio mondo contadino in declino.
Nel mese di luglio, il Presidente americano John F. Kennedy giunge in Italia in visita ufficiale. Dopo una serie di incontri con tutti i segretari di partito e gli esponenti politici di maggior rilievo, la linea dell’apertura a sinistra viene pienamente confermata. L’appoggio statunitense alla svolta politica italiana si rivela ancora una volta contraddittoria. Kennedy, impegnato nel controllo della situazione interna che sta progressivamente sfuggendogli di mano, non può garantire un sostegno deciso al progetto. Accanto alle operazioni politiche dei collaboratori diretti della Casa Bianca, si sviluppano i piani di guerra non ortodossa in chiave anticomunista palese, che avrebbero avuto un peso notevole sul futuro dei Paese.
Nell’ottobre 1963, dopo il XXXV Congresso, il PSI è pronto a formare un nuovo Governo con i democristiani. Moro diviene Presidente Consiglio e Nenni vice Presidente. Il Dicastero del Bilancio è affidato ad Antonio Giolitti. Lombardi rifiuta la poltrona ministeriale. La partecipazione ad un Esecutivo moderato provoca una spaccatura all’interno del PSI, la corrente di estrema sinistra rifiuta di votare la fiducia e, sottoposta a provvedimenti disciplinari, di li a poco uscirà dal partito (31).
Il compromesso faticosamente raggiunto non possiede elementi duraturi. La destra è sempre più aggressiva verso i socialisti, mentre potentati economici, dall’industria all’edilizia, ed i baroni della finanza dei vecchi gruppi elettrici, scatenano un’offensiva non di poco conto. Le concessioni di Moro sul piano delle riforme – la riforma scolastica e la riforma urbanistica, meno radicale di quella di Sullo – preoccupano in modo considerevole gruppi conservatori ostili a qualsiasi forma di cambiamento. A giugno, dopo uno scontro parlamentare sulla riforma scolastica, Moro si dimette. Il Presidente della Repubblica Antonio Segni lo incarica di formare un nuovo governo, ma i negoziati sembrano prolungarsi all’infinito. Il 15 luglio viene convocato al Quirinale il Generale De Lorenzo, Comandante dell’Arma dei Carabinieri. L’evento, assolutamente anomalo, si verifica il giorno dopo la temporanea interruzione delle consultazioni tra i quattro partiti di centrosinistra e acquista quindi un significato polìtico tale da far parlare di un colpo di stato ‘virtuale’, nel senso di una vera e propria minaccia che viene fatta pesare sul capo dei dirigenti politici; una forzatura insomma delle decisioni da assumere. Il pericolo in cui versano le istituzioni repubblicane costringe Nenni a moderare la sua intransigenza, portandolo al reingresso nel nuovo esecutivo, senza nessun vantaggio rispetto al precedente governo. “Improvvisamente i partiti e il Parlamento hanno avvertito che potevano essere scavalcati. La sola alternativa […] è stata quella d’un Governo d’emergenza, affidato a personalità così dette eminenti, a tecnici, a servitori disinteressati dello Stato, che nella realtà del paese qual è, sarebbe stato il Governo delle Destre, con un contenuto fascistico-agrario-industriale, nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 sarebbe impallidito” (32).
Una Commissione parlamentare d’inchiesta sintetizza così i fatti: “Nella primavera-estate del 1964 il generale De Lorenzo, quale comandante dell’Arma dei carabinieri, al di fuori di ordini o direttive o semplici sollecitazioni provenienti dall’autorità politica, e senza nemmeno darne notizia, ideò e promosse l’elaborazione di piani straordinari da parte delle tre divisioni dell’Arma operanti nel territorio nazionale. Tutto ciò nella previsione che l’impossibilità di costituire un governo di centrosinistra avrebbe portato a un brusco mutamento dell’indirizzo politico, tale da creare gravi tensioni fino a determinare una situazione d’emergenza” (33).
E’ il cosiddetto “Piano Solo”. Prende nome dall’ipotesi di utilizzare solo unità di carabinieri per affrontare possibili emergenze. Il piano prevede un insieme di iniziative tra cui l’occupazione della RAI-TV, il controllo delle centrali telefoniche e telegrafiche, il fermo di numerosi esponenti della vita nazionale. Bruno Trentin, ex Segretario Generale della CGIL, ricorda: “Che ci sia stato un clima di forte tensione e anche di allarme, non solo nei partiti della sinistra, ma anche nel movimento sindacale è indubbio. Come è vero che vi sono stati giorni in cui dirigentí sindacali erano, almeno nella CGIL, in situazione di preallarme e avevano provveduto in alcuni casi a trovare delle seconde abitazioni. Che siano state utilizzate, francamente non ne ho conoscenza, a parte qualche caso sporadico” (34).
Lo scandalo del ‘Piano Solo’ scoppierà un paio d’anni più tardi e si concluderà con la sostituzione di De Lorenzo nell’incarico di capo di stato maggiore dell’esercito, dopo che il generale avrà rifiutato la proposta del ministro della Difesa, Tremelloni, di dimettersi. La polemica tornerà a divampare in seguito a una querela per diffamazione aggravata contro il settimanale “L’Espresso”, diretto da Eugenio Scalfari, ‘reo’ di avere pubblicato un articolo di Lino Jannuzzi dal titolo “Finalmente la verità sul SIFAR. 14 luglio 1964: complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparano un colpo di Stato”. Racconta il giornalista: “Il governo e lo stesso presidente della Repubblica smentirono le nostre rivelazioni. Il generale De Lorenzo ci querelò e il tribunale, a cui il governo aveva rifiutato i documenti con la scusa del segreto militare, ci condannò. Ma intanto il Parlamento aveva deciso di fare su tutta la questione un’inchiesta parlamentare. Per la prima volta nella storia d’Italia il Parlamento poté mettere il naso nelle cose segrete del mondo militare. Questa commissione, sia pure sfumando e censurando alcune cose, accertò che i fatti erano veri” (35).
La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia nella proposta di relazione redatta dal Presidente Giovanni Pellegrino, spiega “che la valenza e la destinazione funzionale del Piano non può cogliersi astraendosi da un lato dalla considerazione che il piano non fu mai attuato, sicché si è in presenza – come già per Gladio – di una sostanziale potenzialità operativa; dall’altro dalla circostanza che ciò malgrado sembra difficile negare che la predisposizione del piano ebbe un’indubbia influenza sugli esiti della vicenda politica nell’estate del 1964. Sul punto, in altri termini appare improduttivo alla Commissione indugiare sulla “realtà” di un progetto golpista da parte del generale De Lorenzo (e cioè domandarsi se si tratta di una minaccia reale, poi non realizzata per motivi che resterebbero oscuri, dato che di essa si ebbe notizia solo alcuni anni dopo) – ovvero se non vi sia stato nulla di tutto ciò ma soltanto un improvvido attivismo del generale; un maldestro eccesso di zelo la cui importanza sarebbe stata a torto enfatizzata negli anni successivi. Più fondato appare alla Commissione riconoscere che a fondamento di una valutazione finale possano valere giudizi espressi sul punto da due protagonisti della vicenda politica e cioè da Nenni da un lato, Moro dall’altro, giudizi che, pure formulati a circa un quindicennio di distanza l’uno in condizioni diversissime, appaiono sostanzialmente coincidenti”.
Molti anni dopo, prigioniero delle Brigate Rosse, l’on. Moro avrebbe così descritto la vicenda: “Nel 1964 si era determinato uno stato di notevole tensione per la recente costituzione del centrosinistra […] per la nazionalizzazione dell’energia elettrica […], per la crisi economica che per ragioni cicliche e per concorrenti fatti politici si andava manifestando. Il presidente Segni, uomo di scrupolo, ma anche estremamente ansioso, tra l’altro, per la malattia che avrebbe dovuto colpirlo da lì a poco, era fortemente preoccupato. Era contrario alla politica di centrosinistra. Non aveva particolare fiducia nella mia persona che avrebbe volentieri cambiato alla direzione del Governo. Era terrorizzato da consiglieri economici che gli agitavano lo spettro di un milione di disoccupati di lì a quattro mesi. […] Fu allora che avvenne l’incontro con il generale De Lorenzo [….]. Per quanto io so il generale De Lorenzo evocò uno dei piani di contingenza, come poi fu appurato nell’apposita Commissione parlamentare di inchiesta, con l’intento soprattutto di rassicurare il Capo dello Stato e di pervenire alla soluzione della crisi” (36). E’ un giudizio che viene ulteriormente precisato, nel corso del memoriale, laddove può leggersi: “il tentativo di colpo di Stato nel ’64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’Arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centrosinistra, ai primi momenti del suo svolgimento” (37).
Queste valutazioni sostanzialmente coincidono con quelle espresse da Nenni nell’immediatezza dei fatti (vedi nota 32): unica alternativa ad una riedizione dei governo di centrosinistra era quella di un Governo di emergenza, affidato a tecnici, che nella realtà del Paese quale era, avrebbe avuto il sostegno delle destre ed avrebbe attivato una situazione di tensione. “Non sembra dubbio alla Commissione che il Piano Solo era destinato ad acquisire attualità operativa appunto in previsione di tale evenienza, con modalità che si ponevano al di fuori dell’ordinamento costituzionale. Così come è indubbio che la percezione in sede politica di tale possibile evenienza valse a determinare, come Moro esattamente noterà quindici anni più tardi, un forte ridimensionamento della politica di centrosinistra ai primi momenti del suo svolgimento. Né vi è dubbio che ciò corrispondesse agli interessi perseguiti da settori dell’amministrazione statunitense (o cioè il depotenziamento del centro sinistra, così esorcizzando le preoccupazioni nutrite da ampi strati del ceto dirigente e imprenditoriale italiano) e che si situava all’interno di un disegno strategico più ampio di ‘stabilizzazione’ del quadro politico italiano, rispetto al quale un’involuzione autoritaria costituiva esito estremo e non gradito” (38).
[NOTE]
(31) Nel gennaio 1964, trentotto deputati e senatori abbandonano il partito per creare il PSIUP. In un intervento in Parlamento Lelio Basso afferma: “Una sola cosa non si può fare ed è quella di sacrificare l’autonomia del movimento operaio, di subordinare scelte politiche al disegno organico della classe dominante. Ed è invece proprio questo disegno organico che noi vediamo nel Governo Moro”
(32) Riflessioni di P. Nenni sull’Avanti, 26 Luglio 1964.
(33) S. Zavoli, La notte della Repubblica, I libri dell’Unità, Roma 1994, pag.21
(34) ibidem pag.22
(35) ibidem pag.22
(36) F.M. Biscione, Il Memoriale di Aldo Moro, rinvenuto in via Montenevoso a Milano, Coletti, Roma 1993, pag.45
(37) ibidem, pag.46
38) G. Pellegrino, Proposta di Relazione, Il Terrorismo, le stragi e il contesto storico-politico, pag.86,87, Roma 1994.
Lorenzo Pinto, Le “stragi impunite”. Nuovi materiali documentari per una ricerca sulla strategia della tensione, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 1996-1997#1963 #1964 #AldoMoro #AntonioSegni #carabinieri #centrosinistra #Consiglio #DC #EugenioScalfari #generale #GiovanniDeLorenzo #JohnFKennedy #LinoJannuzzi #LorenzoPinto #PCI #piano #Presidente #PSI #Repubblica #SIFAR #Solo #USA
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