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160 results for “tiangolo”

  1. Tutti conoscono il ritornello, pochi sanno da dove viene davvero: un songwriter dimenticato, un genio pieno di vizi e una voce femminile che oggi fa quasi paura. Questo è “Hit the Road Jack”

    #RayCharles #HitTheRoadJack #SoulMusic #RhythmAndBlues #PercyMayfield

    boomerissimo.it/2026/01/22/ray

  2. Una delle più antiche leggende metropolitane (a mia memoria) trae origine dalla sparizione di cinque aerei il 5 dicembre 1945 durante un'esercitazione della Marina statunitense. Ora è passata di moda, superata (a destra) da complottisti del livello di QAnon. Ma ci ha lasciato splendidi B-Movies come questo con interpreti quali John Houston (!) e Gloria Guida (!!!). Il triangolo delle Bermude (1978) - TokyVideo tokyvideo.com/it/video/il-tria

    @spettacoli

    #cinema #urbanlegend

  3. Una delle più antiche leggende metropolitane (a mia memoria) trae origine dalla sparizione di cinque aerei il 5 dicembre 1945 durante un'esercitazione della Marina statunitense. Ora è passata di moda, superata (a destra) da complottisti del livello di QAnon. Ma ci ha lasciato splendidi B-Movies come questo con interpreti quali John Houston (!) e Gloria Guida (!!!). Il triangolo delle Bermude (1978) - TokyVideo tokyvideo.com/it/video/il-tria

    @spettacoli

    #cinema #urbanlegend

  4. Una delle più antiche leggende metropolitane (a mia memoria) trae origine dalla sparizione di cinque aerei il 5 dicembre 1945 durante un'esercitazione della Marina statunitense. Ora è passata di moda, superata (a destra) da complottisti del livello di QAnon. Ma ci ha lasciato splendidi B-Movies come questo con interpreti quali John Houston (!) e Gloria Guida (!!!). Il triangolo delle Bermude (1978) - TokyVideo tokyvideo.com/it/video/il-tria

    @spettacoli

    #cinema #urbanlegend

  5. Una delle più antiche leggende metropolitane (a mia memoria) trae origine dalla sparizione di cinque aerei il 5 dicembre 1945 durante un'esercitazione della Marina statunitense. Ora è passata di moda, superata (a destra) da complottisti del livello di QAnon. Ma ci ha lasciato splendidi B-Movies come questo con interpreti quali John Houston (!) e Gloria Guida (!!!). Il triangolo delle Bermude (1978) - TokyVideo tokyvideo.com/it/video/il-tria

    @spettacoli

    #cinema #urbanlegend

  6. Una delle più antiche leggende metropolitane (a mia memoria) trae origine dalla sparizione di cinque aerei il 5 dicembre 1945 durante un'esercitazione della Marina statunitense. Ora è passata di moda, superata (a destra) da complottisti del livello di QAnon. Ma ci ha lasciato splendidi B-Movies come questo con interpreti quali John Houston (!) e Gloria Guida (!!!). Il triangolo delle Bermude (1978) - TokyVideo tokyvideo.com/it/video/il-tria

    @spettacoli

    #cinema #urbanlegend

  7. ADORO IL GENIO - CARLA E DARLA

    Carla e Darla sono due sorelle. Carla è una curiosona, Darla, invece, è una tipa coerente... chi c'è, c'è.

    #adoroilgenio #5luglio #uominiedonne #relazioni #triangoloamoroso #luileilaltro🙎‍♂️👱‍♀️🙎‍♂️ #coerenza #fumetti #fumetto #cartoon #comic #comics #vignettedivertenti #vignetta #striscia #vignette #comicart

  8. Los muchis triangulos rosas

    Brigata Bestiale, domenica 27 aprile alle ore 17:00 CEST

    "Los Muchos Triángulos Rosas" è un documentario di Luca Gaetano Pira che esplora la memoria storica del collettivo LGTBQ+ durante le dittature militari in Spagna, Argentina, Cile e Uruguay. Il titolo fa riferimento al triangolo rosa, simbolo con cui il regimi totalitario nazi marchiavano le persone omosessuali nei campi di concentramento e che, in seguito, è stato riappropriato come segno di resistenza e memoria. Attraverso ritratti concettuali, testimonianze dirette e materiali d’archivio, il documentario dà voce ai sopravvissuti alla persecuzione di Stato, evidenziando le violenze sistematiche, gli arresti arbitrari e la patologizzazione dell’omosessualità e delle identità trans, che hanno subito un accanimento particolare da parte delle autorità, spesso essendo internate in prigioni, ospedali psichiatrici e centri di "rieducazione".

    La scelta di un documentario in cui parlano esclusivamente i sopravvissuti è una decisione politica e narrativa che mette al centro la loro voce senza filtri, senza intermediari che interpretino o contestualizzino la loro esperienza. Questo approccio nasce dall’esigenza di restituire dignità e autonomia a chi ha vissuto direttamente la repressione, evitando che la loro storia venga mediata da accademici, storici o giornalisti che potrebbero,distorcere o attenuare la crudezza della realtà vissuta. La memoria storica è spesso manipolata o selettiva, e la persecuzione delle persone LGTBQ+ sotto le dittature è stata minimizzata o rimossa dai racconti ufficiali della transizione democratica. Dare la parola ai sopravvissuti significa contrastare la cancellazione della loro storia e restituire loro un ruolo attivo nella costruzione della Storia, riconoscendo il valore della loro esistenza e della loro resistenza.

    Prenotazione obbligatoria per la visita al Rifugio e l'aperitivo.

    Come sempre, lascia a casa il cane!

    balotta.org/event/los-muchis-t

  9. #Nullapiùdiunomicidio di #jimthompson Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, questo romanzo ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo… Ma lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e...
    valeriotagliaferri.it/?p=417 #unolibri #unolibro #libri #libro #leggere #noir

  10. #Nullapiùdiunomicidio di #jimthompson Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, questo romanzo ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo… Ma lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e...
    valeriotagliaferri.it/?p=417 #unolibri #unolibro #libri #libro #leggere #noir

  11. #Nullapiùdiunomicidio di #jimthompson Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, questo romanzo ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo… Ma lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e...
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  12. #Nullapiùdiunomicidio di #jimthompson Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, questo romanzo ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo… Ma lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e...
    valeriotagliaferri.it/?p=417 #unolibri #unolibro #libri #libro #leggere #noir

  13. #Nullapiùdiunomicidio di #jimthompson Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, questo romanzo ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo… Ma lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e...
    valeriotagliaferri.it/?p=417 #unolibri #unolibro #libri #libro #leggere #noir

  14. Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa

    Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.

    La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
    •••••

    Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
    •••½

    Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
    •••½

    Io e Annie (1975): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
    •••••

    Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).

    [Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
    una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]

    #Cinema #daVedere #film #ioEAnnie #ispettoreCallaghanIlCasoScorpioèTuo #leCittàDiPianura #recensione

  15. Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa

    Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.

    La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
    •••••

    Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
    •••½

    Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
    •••½

    Io e Annie (1975): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
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    Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).

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    #Cinema #daVedere #film #ioEAnnie #ispettoreCallaghanIlCasoScorpioèTuo #leCittàDiPianura #recensione

  16. Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa

    Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.

    La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
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    Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
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    Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
    •••½

    Io e Annie (1975): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
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    Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).

    [Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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    #Cinema #daVedere #film #ioEAnnie #ispettoreCallaghanIlCasoScorpioèTuo #leCittàDiPianura #recensione

  17. Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa

    Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.

    La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
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    Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
    •••½

    Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
    •••½

    Io e Annie (1977): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
    •••••

    Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).

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    #Cinema #daVedere #film #ioEAnnie #ispettoreCallaghanIlCasoScorpioèTuo #leCittàDiPianura #recensione

  18. Capitolo 416: La Quiete Prima della Festa

    Ieri ho ritirato il badge della ventesima Festa del Cinema di Roma. Ventesima: fa strano solo a scriverlo. Perché dal 2006 ho cambiato vite, ragazze, case, quartieri, città, ma una cosa non è cambiata: la mia presenza all’Auditorium durante la Festa del Cinema. Ma di questo cominceremo a parlare con molta più enfasi e attenzione da domani. Per il resto, dalla serie “cose incredibili che ogni tanto mi capitano”, segnalo Kevin Spacey che ha messo piede nella galleria dove sono esposte le mie foto a Roma (YellowKorner), ha visto le mie opere e poi se ne è andato portandosi via una cartolina con sopra una mia foto. Quel Kevin Spacey. Detto ciò, passiamo ai film.

    La Voce di Hind Rajab (2025): Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kawthar ibn Haniyya mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno. Un capolavoro.
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    Ispettore Callaghan: Il Caso Scorpio è Tuo! (1971): E ora, qualcosa di completamente diverso. Era da molto tempo che volevo avvicinarmi a questa serie cinematografica che vede al centro il rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, citato anche in Zodiac di Fincher (in una scena, Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo si incontrano al cinema mentre guardano questo film). San Francisco è minacciata da un cecchino che uccide le sue vittime a distanza. Clint Eastwood è l’ispettore di polizia incaricato della sua cattura, uno che non va molto per il sottile quando si trova davanti a un criminale. Nonostante sia un film prettamente d’azione, il triangolo tra l’ispettore, la burocrazia (ogni intervento di polizia ha bisogno di un mandato o di seguire un iter legislativo ben preciso) e l’assassino ha diversi risvolti interessanti. Un cult del genere, capostipite di una serie di film che ha reso celebre il capello spettinato di Eastwood e la sua inseparabile 44 Magnum. Niente male, nonostante il tipico titolo italiano anni 70, che traduce in maniera prolissa il molto più efficace Dirty Harry del titolo originale.
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    Le Città di Pianura (2025): Road movie alcolico tra le province del Veneto, opera seconda di Francesco Sossai, regista 36enne di ottime speranze. Due amici di vecchia data, in attesa di raggiungere l’aeroporto per andare ad accogliere un terzo amico (Andrea Pennacchi), di ritorno dopo un lungo esilio, vagano di bar in bar all’inseguimento di un continuo bicchiere della staffa. A Venezia si imbattono in un sobrio studente di architettura (Filippo Scotti, protagonista di È Stata la Mano di Dio di Sorrentino) e, tra il serio e il faceto, lo trascinano nelle loro avventure. Una storia di formazione camuffata da divertissement, un film molto più profondo e interessante di quanto la storia non voglia farlo sembrare. Il Veneto in quest’ottica diventa un personaggio vero e proprio, i cui paesaggi di pianura si alternano ai primissimi piani sui suoi protagonisti, che richiamano lontani echi dei “perdenti” di Kaurismaki. Una ventata di freschezza, che merita il supporto più totale. Andate al cinema e guardatelo!
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    Io e Annie (1975): Ci sono cose che si fanno e basta. Tipo rivedere uno dei tuoi film preferiti in assoluto, ancor di più se il mondo del cinema (e non solo) ha appena perso la sua meravigliosa protagonista, Diane Keaton. Un accenno di trama (sperando sia inutile, perché un capolavoro di tale fattura dovreste averlo già visto tutti): Alvy, un Woody Allen in forma smagliante, ripercorre le tappe della sua relazione con Annie, Diane Keaton, infarcendola di ricordi personali e di immancabili momenti di anedonia (l’incapacità di essere felici). Alla millesima visione è un film che fa ancora ridere tantissimo, che emoziona, che tocca le corde giuste, in mezzo a una montagna di scene cult (una a caso: la fila alla cassa del cinema, con l’intervento di Marshall McLuhan). Diane Keaton è strepitosa, Allen tocca il suo apice (che bisserà poi in Manhattan) e alla fine ci furono pure quattro premi Oscar (film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista). E ora che ne ho scritto ho di nuovo voglia di rivederlo, anche perché, ça va sans dire, “abbiamo tutti bisogno di uova”.
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    Stranger Things (2016-2023): Visto che si sta avvicinando l’arrivo della stagione finale della serie creata dai Duffer Brothers, ho ben pensato di rivedermi tutte e quattro le stagioni precedenti di Stranger Things. La prima resta un miracolo, una delle cose migliori viste negli ultimi dieci anni (e non solo), qualcosa di non replicabile: la sparizione di Will Byers e le conseguenti indagini dei suoi tre amici, che si gettano alla ricerca del compagno di merende, imbattendosi però in una bambina dagli straordinari poteri telepatici, Eleven (detta El). Et incontra I Goonies in un’avventura che sembra uscire fuori direttamente dalla nostra infanzia, da quei mirabolanti anni 80, di cui oggi ricordiamo solo lo splendore. Detto ciò, la seconda stagione prova a darsi da fare ma il paragone con la prima è impietoso: non rivelo dettagli per evitare di fare spoiler a chi ha intenzione di recuperare oggi tutta la serie. Le cose si mettono ancora peggio con la terza stagione, dove entra in gioco la minaccia russa, i ragazzi sono ormai adolescenti con i primi scazzi sentimentali e il tutto diventa grottesco, pop, forzatamente divertente (è la stagione peggiore). I Duffer hanno imparato la lezione e tornano quindi con una quarta stagione molto più cupa, nonostante su tre trame principali, due siano pesantemente insufficienti. Ma è la trama principale a riportare la serie a livelli altissimi: una serie di misteriosi omicidi e la minaccia che grava su uno dei protagonisti del gruppo, destinato ad essere il prossimo della lista. La quinta stagione dovrebbe portare avanti la narrazione della precedente in un’unica enorme trama, la nostra preferita, quindi le aspettative sono più che buone. Ne riparleremo a tempo debito (anche perché tentare di dribblare ogni spoiler è faticosissimo!).

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  19. Le Forze Armate italiane nella NATO: dottrine e compiti

    Prima ancora che la NATO adottasse ufficialmente la dottrina della “difesa avanzata”, le caratteristiche geostrategiche del fronte italiano resero obbligata la scelta di condurre la difesa aeroterrestre al Brennero e tra i fiumi Isonzo e Tagliamento, a ridosso del confine nordorientale, che appariva come il meglio difendibile: la sua estensione non superava i 70 km, dunque era ridotta, poggiava per gran parte sull’arco alpino o su terreno collinare adatto alla difesa, salvo che nella piana di Gorizia, la quale peraltro avrebbe potuto essere fortificata. Inoltre, i pochi assi di penetrazione percorribili dall’Ungheria, vale a dire dalla linea di attacco più prevedibile delle forze sovietiche e dei loro alleati, erano particolarmente vulnerabili all’offesa aerea e all’impiego di armi nucleari.
    La scelta di soluzioni alternative, per contro, avrebbe comportato lo sbocco dell’aggressore nella pianura padana, dove la resistenza delle forze di difesa italiane si sarebbe rivelata ben più difficile. Infatti, nell’eventualità in cui fosse riuscito a stabilizzare una linea di difesa sull’Appennino e le Alpi occidentali, l’aggressore avrebbe rescisso il collegamento tra il fronte centrale e quello meridionale della NATO, si sarebbe impadronito di tre quarti del potenziale bellico nazionale (concentrato nel triangolo Milano-Torino-Genova) e avrebbe potuto creare un governo collaborazionista; ipotesi quest’ultima che, considerata la forza e il seguito del Partito comunista italiano, era tutt’altro che peregrina.
    I perni della struttura difensiva italiana erano dunque il Brennero, il sistema Cadore-Carnia, la zona prealpina di Udine, la zona collinare e di pianura tra l’Isonzo e il Tagliamento, il Carso e Trieste, la Laguna veneta <84.
    Per quanto concerne invece i compiti assegnati alle varie forze, essi erano i seguenti. Per l’Esercito, difendere soltanto con le proprie forze la frontiera orientale in attesa delle forze aeree statunitensi che avrebbero potuto raggiungere lo scacchiere orientale italiano, ad esempio decollando da portaerei in navigazione nel Mediterraneo. Questa capacità di resistenza avrebbe dovuto esercitarsi per tutto il tempo necessario a consentire la mobilitazione delle forze americane e di quelle NATO, una parte delle quali sarebbe stata destinata a supportare direttamente le truppe italiane sul fronte orientale della penisola. Oltre a questo compito prioritario, all’Esercito italiano era richiesto, come compito secondario, di tenere il controllo di tutto il Paese dal punto di vista dell’ordine pubblico. Per quanto concerne invece la Marina, ad essa era affidato l’incarico di operare come scorta dei convogli alleati nel Mediterraneo e di garantire la difesa costiera della penisola, oltre a supportare, in funzione comprensibilmente subalterna, il mantenimento del dominio navale alleato nell’area mediterranea e a consentire l’esplicazione del potere aeronavale alleato. L’Aeronautica, infine, dal momento che all’epoca era la Forza Armata più debole e antiquata di tutte, non avrebbe avuto altri compiti se non quello di concorrere, con mezzi limitati, all’azione delle altre forze <85.
    Fu in questo periodo iniziale di partecipazione italiana all’Alleanza che si dimostrarono determinanti gli aiuti economici e militari statunitensi intesi ad accelerare la ricostruzione delle strumento militare italiano e, al tempo stesso, il suo ammodernamento <86.
    Tutto questo sostegno non era ovviamente casuale, ma intendeva significare, in concreto, l’attenzione che gli Stati Uniti e, in subordine, la NATO attribuivano all’Italia quale caposaldo dello schieramento atlantico in Europa, un caposaldo che non intendevano assolutamente perdere e che anzi erano decisi a difendere dalle posizioni più avanzate possibili, in quanto perfettamente consapevoli del fatto che, se un’eventuale offensiva sovietica fosse riuscita a sfondare e a dilagare nella pianura padana, l’intero fianco Sud della NATO avrebbe rischiato di essere aggirato e la difesa occidentale sarebbe stata spinta all’indietro, fino alla penisola iberica, con conseguenza gravissime <87.
    Su questo sfondo, resta ovviamente irrisolta la diatriba tra chi riteneva che l’allineamento atlantico del nostro Paese fosse una scelta determinata dalla volontà o imposta dalla necessità e chi riteneva invece che, pur partecipando allo schieramento atlantico, sarebbe stato preferibile, per l’Italia, adottare un atteggiamento meno passivamente prono agli interessi degli alleati e in particolar modo degli americani e più attento, per contro, alla tutela dell’interesse nazionale, senza peraltro dimenticare il fatto che, in quel periodo, non pareva chiaro né alla dirigenza politica né a quella militare quale fosse realmente il nostro interesse nazionale <88.
    A livello dottrinale, vale a dire di elaborazione della dottrina operativa delle Forze Armate italiane <89, le prime pianificazioni postbelliche riguardarono l’organizzazione difensiva (1948), le operazioni combinate avioterrestri (1949), la difesa su ampi fronti (1950) e la cooperazione avioterrestre (1951).
    La prima serie dottrinale dell’Esercito fu la 3000, elaborata a cavallo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, che fu anche l’ultima delle concezioni dottrinali ispirate a una visione del conflitto di tipo esclusivamente convenzionale <90.
    La regolamentazione successiva, che risale al 1958-60 (circolari della serie dottrinale 600), rifletteva invece i principi della dottrina NATO della “rappresaglia massiccia”, adottata dall’Alleanza nel 1954. Si prevedeva infatti la costituzione di due posizioni difensive, poste a distanza di 50-90 km l’una dall’altra, il cui compito era quello di attirare le forze attaccanti nei punti più vulnerabili al fuoco nucleare. Non era prevista, peraltro, una manovra controffensiva su larga scala, il che la dice lunga su quello che era considerato il ruolo delle forze italiane, relegato di fatto a compiti di mera resistenza passiva, da esercitare fino a che non si sarebbe manifestato, sul terreno, il supporto militare alleato, soprattutto americano.
    La serie dottrinale 600, approvata nell’aprile del 1958, fu comunque molto apprezzata, soprattutto negli USA, dove fu addirittura oggetto di studio e di insegnamento. Si trattava, infatti, della prima normativa di impiego elaborata da un esercito occidentale che prevedeva l’uso di armi atomiche e cercava di valutarne concretamente gli effetti tanto per chi difendeva quanto per chi attaccava <91. Come tale, era certamente ricca di spunti dottrinali di interesse non trascurabile, anche perché enormi erano gli interrogativi che gravavano sulla reale possibilità di condurre operazioni efficaci in ambiente pesantemente contaminato. Ogni contributo dottrinale in tal senso, quindi, era il benvenuto, anche se tutti parevano complessivamente alquanto ottimistici sul tema dell’operatività dei reparti dopo uno scambio di fuoco nucleare, in quanto era difficilissimo individuare l’entità delle distruzioni che avrebbero avuto luogo.
    [NOTE]
    84 Virgilio Ilari, Storia militare della Prima Repubblica…, cit., p. 79 sg.
    85 Enea Cerquetti, Le Forze armate italiane dal 1945 al 1975…, cit., p. 97.
    86 Ibidem, p. 99 sg.
    87 Enea Cerquetti, Le Forze armate italiane dal 1945 al 1975…., cit., p. 118.
    88 Ibidem, p. 150 sg.
    89 La dottrina militare è una delle due diverse e fondamentali fonti della tattica militare (l’altra fonte sono gli ordini di operazione), fornisce gli orientamenti per l’impiego delle forze nei casi medi. È contenuta in circolari e pubblicazioni delle serie dottrinali, il cui aggiornamento consegue o ad una mutata visione strategica ovvero a profondi cambiamenti nell’organizzazione delle Forze Armate. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Tattica_militare
    90 Enea Cerquetti, Le Forze Armate italiane dal 1945 al 1975…, cit., p. 107.
    91 Ibidem, p. 186 sgg.
    Roberto Pistoia, L’Italia e la NATO dal 1949 al 1989, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

    Nelle prospettive della NATO, la flotta all’inizio era considerata una struttura di sostegno rispetto all’enfasi sulle forze di terra, impegnate a contrastare l’armata rossa per mantenerla quanto più possibile distante dalle regioni occidentali, alle quali si richiedeva di garantire le linee di comunicazione e l’azione di ricognizione.
    Questo disegno strategico si fondava sul convincimento che il controllo delle regioni europee avrebbe determinato le sorti d’ogni conflitto con Mosca.
    Perciò, la marina insisteva perché la linea di difesa si concretizzasse quanto più possibile ad est dei confini della cortina di ferro e la flotta costituisse una percentuale considerevole di tutta la forza militare degli Alleati; tuttavia, per rendere effettiva la deterrenza, si confermò la centralità del sistema difensivo terrestre, affiancato però da un consistente concentramento di forze aeree e navali.
    La scelta indusse ad approfondire le strategie per coordinare meglio tutti i soggetti impegnati nel teatro, di conseguenza, si incominciò a considerare con maggiore attenzione il Mediterraneo e la sesta flotta, rimasta sempre sotto comando statunitense.
    Alessia Cherillo, I rapporti tra l’Unione Europa e la NATO, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012

    #1948 #1951 #1954 #1958 #Aeronautica #AlessiaCherillo #armate #dottrina #esercito #forze #Marina #militare #NATO #RobertoPistoia

  20. Un fattore decisivo negli anni del “boom” è stato il basso costo del lavoro

    A metà degli anni ‘50 l’Italia era ancora per molti aspetti un paese sottosviluppato. L’industria poteva vantare un certo progresso nei settori dell’acciaio, dell’automobile, dell’energia elettrica, e i grandi centri produttivi sorgevano principalmente nelle regioni del Nord. La maggior parte dell’economia si reggeva grazie al mantenimento di settori tradizionali, costituiti da piccole imprese artigianali basate sullo sfruttamento intensivo, dalla pubblica amministrazione, e dall’agricoltura che restava il settore con il maggior livello di occupazione <28. Diversamente, nelle regioni meridionali, dove il settore agricolo non garantiva prospettive di occupazione, iniziava ad avanzare il fenomeno migratorio, sia fuori che dentro i confini nazionali.
    Nel periodo compreso negli anni 1958-1963, ricordato come il “boom economico”, il paese vedeva mutare profondamente le proprie strutture produttive, gli assetti urbanistici delle città, il mondo dell’agricoltura e le abitudini di grandi masse di cittadini <29. Allo sviluppo industriale si accompagnava qualitativamente anche un mutamento generalizzato dei consumi. Lo sviluppo industriale era concentrato nelle regioni dell’area definita, triangolo industriale, cioè nelle città di Milano, Genova e Torino, e nelle zone del Nord-Est dove si stavano sviluppando nuovi processi di industrializzazione nel settore petrolchimico <30.
    Agli albori del “boom economico” l’industria italiana aveva raggiunto un sufficiente livello di sviluppo tecnologico tale, da poter competere con i paesi europei più avanzati. Fiat, Eni, Edison e Montecatini, rappresentavano i settori più innovativi della grande industria.
    Un fattore decisivo negli anni del “boom” è stato il basso costo del lavoro. Gli alti livelli della disoccupazione negli anni ‘50 fecero in modo che la domanda di lavoro eccedesse abbondantemente l’offerta, con prevedibili conseguenze sull’andamento dei salari <31. La straordinaria crescita nell’industria elettrodomestica fu una delle espressioni più caratteristiche del “miracolo”; dietro questa trasformazione vi era un gran numero di fattori: l’abilità imprenditoriale dei proprietari delle nuove fabbriche, la loro capacità di autofinanziarsi, la tenacia nell’utilizzo di nuove tecnologie e nel rinnovamento continuo degli impianti, lo sfruttamento a basso costo del lavoro e l’elevata produttività.
    La produzione automobilistica, dominata dalla Fiat, fu per molti versi il settore più attivo dell’economia <32. Il fenomeno umano più drammatico, che ha caratterizzato gli anni del “boom”, è stato la fuga di grandi masse rurali dalle campagne, e dalle regioni del Sud, verso le città industriali del Nord <33. L’emigrazione più massiccia ebbe luogo tra il 1955 e il 1963, che coinvolse in particolare la città di Torino, la quale si trovò ad assorbire percentuali molto elevate dell’immigrazione meridionale.
    Uno degli aspetti più ragguardevoli del “miracolo economico” fu il suo carattere di processo spontaneo. Il piano economico, voluto dal ministro Vanoni nel 1954, aveva formulato una serie di progetti finalizzati ad uno sviluppo economico controllato e teso al superamento dei maggiori squilibri sociali e geografici, senza però produrre alcun risultato.
    Il “boom” si realizzò seguendo la sua logica, rispondendo direttamente alle forze in gioco del libero mercato, e dando luogo come risultato, a profondi scompensi strutturali, tra i quali, la cosiddetta distorsione dei consumi. Infatti, alla crescita dei beni di consumo, non vi era un corrispettivo sviluppo di beni pubblici <34.
    Il “miracolo economico” accrebbe in modo drammatico lo squilibrio tra le diverse aree del paese. Lo sviluppo produttivo e consumistico non ebbe distribuzione egemone su tutto il territorio nazionale, ma appunto, dette origine a sperequazioni sociali e distorsioni molteplici. In altri termini, l’Italia a cavallo tra i due decenni, 1950-60 si presentava come un paese diviso, attraversato da un processo di modernizzazione tanto rapido quanto squilibrato, che necessitava del supporto solido del governo, al fine di evitare consistenti lacerazioni nel paese <35.
    La modernizzazione economica ebbe riflessi anche nel mondo del lavoro e in particolare all’interno delle fabbriche del Nord, dove furono i giovani operai emigrati a rilanciare l’inizio di una nuova fase di lotte collettive <36.
    [NOTE]
    28 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, p. 283.
    29 Su questo tema mi limito a rimandare al testo di G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Donzelli Editore, Roma, 2005.
    30 G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1990, pp. 89-94.
    31 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, pp. 288-289.
    32 Ivi, p. 290.
    33 Su questo tema mi limito a rimandare al testo di G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta.
    34 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, p. 292.
    35 Su questo tema mi limito a rimandare al testo di G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta. F. Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi, Editori Laterza, Bari, 2013.
    36 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, p. 340.
    Paolo Vignali, Aspetti della critica alla modernizzazione nella cultura politica degli anni Sessanta in Italia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pavia, Anno Accademico 2023-2024

    #1955 #1958 #1963 #basso #boom #costo #economico #Edison #emigrazione #Eni #FIAT #Genova #industria #lavoro #milano #miracolo #Montecatini #PaoloVignali #squilibrio #Sud #Torino #zone

  21. Recensione “Challengers” (2024)

    Nel suo meraviglioso romanzo autobiografico, Open, André Agassi affermava che il tennis usa il linguaggio della vita: “Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell’altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate. I punti diventano game che diventano set che diventano tornei, ed è tutto collegato così strettamente che ogni punto può segnare una svolta. Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi”. Nel nuovo film di Luca Guadagnino, il tennis si fa metafora di vita e diventa piuttosto facile domandarsi se ciò che stiamo guardando è un match sportivo o la vita di due (anzi tre) persone, a tal punto che lo stesso Patrick, interpretato da Josh O’Connor, a un certo punto, dopo essersi sentito dire: “Pensi di aver già vinto quando il match invece non è ancora finito”, replica ingenuamente: “Ma stiamo parlando di tennis?”. Sì, perché parlare di tennis, come ha spiegato bene Agassi, è la stessa cosa che parlare di vita.

    L’ex astro nascente del tennis femminile, Tashi Duncan, ora allena il talentuoso marito Art Donaldson, ormai giunto nella fase discendente della sua carriera,. Tashi vuole far recuperare ad Art una buona posizione nel ranking, ma soprattutto vuole che il marito ritrovi la fiducia in se stesso attraverso un torneo minore, un cosiddetto Challenger, dove il tennista però dovrà fare i conti con il suo ex migliore amico Patrick Zweig, che in passato ha avuto una storia proprio con Tashi.

    Guadagnino mette in campo un triangolo amoroso non convenzionale, originale, ambientato nel fascinoso lato oscuro del tennis, lontano dagli Slam, dalle copertine patinate e dai principali tornei ATP, avvolto invece nel sudore grondante del presente e, soprattutto, dalla meravigliosa promessa dell’adolescenza, dove tutto sembra possibile, dove il senso di amicizia è vivo, l’amore per una ragazza è un gioco da vivere punto su punto e soprattutto l’agonismo, il cinismo dell’età adulta e la solitudine del tennista professionista, è un mondo ancora lontano (o vicino, dipende dal montaggio). Zendaya mette in campo tutto il suo arsenale di leggerezza e sex appeal, O’Connor e Faist sono bravi a mettersi a disposizione della storia. I due sfidanti di Challengers regalano a Guadagnino uno dei migliori film della sua filmografia, tra palline che sembrano finire addosso allo spettatore e gocce di sudore pesanti come macigni. Un macigno che è anche quello delle aspettative mancate, dei fallimenti personali e sentimentali, di una vita che non sempre mantiene le promesse di gioventù, quando anche la notte è giovane e i sogni sono ancora lucidi, caldi, come il bacio della più bella della classe. Una cosa è certa però: nella resa di conti tra il passato e il presente si può anche arrivare all’ultimo set, ma di certo non ci sarà pareggio.

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  22. Recensione “Stranger Things 2” (2017)

    Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per It ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di Star Wars ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: Stranger Things. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevamo l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo.

    Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 Stranger Things è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

    La seconda stagione di Stranger Things comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

    KIDS
    I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

    ADOLESCENTI
    Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

    ADULTI
    Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de I Goonies è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H725 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se lo scambio tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

    NUOVI PERSONAGGI
    Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di Stranger Things, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a It). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

    ELEVEN
    Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

    CITAZIONI
    Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i Ghostbusters e Indiana Jones stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai Gremlins, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a It (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a L’Esorcista (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente I Goonies (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), Mad Max e Jurassic Park che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

    COLONNA SONORA
    Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi Hammer to Fall dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei Ghostbusters, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con Rock You Like a Hurricane e i DEVO con Whip It, Bon Jovi con Runaway e i Metallica con The Four Horsemen. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca Time After Time di Cindy Lauper (autrice del tema dei Goonies, tra l’altro) e Every Breath You Take dei Police. Queste solo per citarne alcune.

    FINALE
    In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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    #attori #canzoni #Cinema #citazioni #colonnaSonora #democani #film #mostro #Musica #Netflix #personaggi #ragazzi #soundtrack #spiegazione #storia #strangerThings #strangerThings2 #terzaStagione

  23. Recensione “Stranger Things 2” (2017)

    Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per It ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di Star Wars ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: Stranger Things. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevamo l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo.

    Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 Stranger Things è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

    La seconda stagione di Stranger Things comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

    KIDS
    I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

    ADOLESCENTI
    Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

    ADULTI
    Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de I Goonies è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H725 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se lo scambio tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

    NUOVI PERSONAGGI
    Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di Stranger Things, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a It). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

    ELEVEN
    Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

    CITAZIONI
    Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i Ghostbusters e Indiana Jones stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai Gremlins, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a It (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a L’Esorcista (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente I Goonies (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), Mad Max e Jurassic Park che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

    COLONNA SONORA
    Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi Hammer to Fall dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei Ghostbusters, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con Rock You Like a Hurricane e i DEVO con Whip It, Bon Jovi con Runaway e i Metallica con The Four Horsemen. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca Time After Time di Cindy Lauper (autrice del tema dei Goonies, tra l’altro) e Every Breath You Take dei Police. Queste solo per citarne alcune.

    FINALE
    In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

    [Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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    #attori #canzoni #Cinema #citazioni #colonnaSonora #democani #film #mostro #Musica #Netflix #personaggi #ragazzi #soundtrack #spiegazione #storia #strangerThings #strangerThings2 #terzaStagione

  24. Recensione “Stranger Things 2” (2017)

    Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per It ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di Star Wars ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: Stranger Things. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevamo l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo.

    Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 Stranger Things è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

    La seconda stagione di Stranger Things comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

    KIDS
    I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

    ADOLESCENTI
    Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

    ADULTI
    Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de I Goonies è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H725 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se lo scambio tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

    NUOVI PERSONAGGI
    Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di Stranger Things, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a It). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

    ELEVEN
    Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

    CITAZIONI
    Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i Ghostbusters e Indiana Jones stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai Gremlins, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a It (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a L’Esorcista (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente I Goonies (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), Mad Max e Jurassic Park che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

    COLONNA SONORA
    Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi Hammer to Fall dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei Ghostbusters, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con Rock You Like a Hurricane e i DEVO con Whip It, Bon Jovi con Runaway e i Metallica con The Four Horsemen. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca Time After Time di Cindy Lauper (autrice del tema dei Goonies, tra l’altro) e Every Breath You Take dei Police. Queste solo per citarne alcune.

    FINALE
    In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

    [Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
    una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]

    #attori #canzoni #Cinema #citazioni #colonnaSonora #democani #film #mostro #Musica #Netflix #personaggi #ragazzi #soundtrack #spiegazione #storia #strangerThings #strangerThings2 #terzaStagione

  25. Recensione “Stranger Things 2” (2017)

    Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per It ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di Star Wars ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: Stranger Things. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevamo l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo.

    Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 Stranger Things è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

    La seconda stagione di Stranger Things comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

    KIDS
    I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

    ADOLESCENTI
    Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

    ADULTI
    Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de I Goonies è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H725 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se lo scambio tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

    NUOVI PERSONAGGI
    Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di Stranger Things, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a It). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

    ELEVEN
    Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

    CITAZIONI
    Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i Ghostbusters e Indiana Jones stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai Gremlins, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a It (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a L’Esorcista (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente I Goonies (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), Mad Max e Jurassic Park che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

    COLONNA SONORA
    Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi Hammer to Fall dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei Ghostbusters, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con Rock You Like a Hurricane e i DEVO con Whip It, Bon Jovi con Runaway e i Metallica con The Four Horsemen. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca Time After Time di Cindy Lauper (autrice del tema dei Goonies, tra l’altro) e Every Breath You Take dei Police. Queste solo per citarne alcune.

    FINALE
    In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

    [Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
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    #attori #canzoni #Cinema #citazioni #colonnaSonora #democani #film #mostro #Musica #Netflix #personaggi #ragazzi #soundtrack #spiegazione #storia #strangerThings #strangerThings2 #terzaStagione

  26. Recensione “Stranger Things 2” (2017)

    Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per It ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di Star Wars ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: Stranger Things. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevamo l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo.

    Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 Stranger Things è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

    La seconda stagione di Stranger Things comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

    KIDS
    I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

    ADOLESCENTI
    Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

    ADULTI
    Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de I Goonies è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H725 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se lo scambio tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

    NUOVI PERSONAGGI
    Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di Stranger Things, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a It). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

    ELEVEN
    Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

    CITAZIONI
    Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i Ghostbusters e Indiana Jones stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai Gremlins, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a It (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a L’Esorcista (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente I Goonies (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), Mad Max e Jurassic Park che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

    COLONNA SONORA
    Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi Hammer to Fall dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei Ghostbusters, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con Rock You Like a Hurricane e i DEVO con Whip It, Bon Jovi con Runaway e i Metallica con The Four Horsemen. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca Time After Time di Cindy Lauper (autrice del tema dei Goonies, tra l’altro) e Every Breath You Take dei Police. Queste solo per citarne alcune.

    FINALE
    In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

    [Se l’articolo ti è piaciuto, offrimi un caffè o magari una colazione,
    una piccola mancia per aiutarmi a sostenere il sito!]

    #attori #canzoni #Cinema #citazioni #colonnaSonora #democani #film #mostro #Musica #Netflix #personaggi #ragazzi #soundtrack #spiegazione #storia #strangerThings #strangerThings2 #terzaStagione

  27. L’oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera degli anni Settanta

    Nell’estate del 1974, nell’ambito delle indagini sulla morte del commissario Luigi Calabresi affiorò una “pista nera” che conduceva ad un grosso traffico d’armi con la Svizzera. Un anno dopo le prime indiscrezioni sulla “pista svizzera”, il quotidiano l’Unità tornava sull’argomento con due articoli di Mauro Brutto (24 e 25 Settembre 1975) nell’ambito delle indagini sul sequestro e la morte di Cristina Mazzotti. Siamo a pochi giorni dalle rivelazioni di Ballinari sul ruolo di Cicchellero nel riciclaggio del denaro dei sequestri ed è appena giunta la notizia che la polizia elvetica ha trovato, in una banca di Chiasso, banconote provenienti dai sequestri Mazzotti, Getty, Riboli, Malabarba e Vallino. Mauro Brutto scriveva: “I momenti più oscuri vissuti dal nostro paese in questi ultimi anni potrebbero avere una matrice comune con il più inquietante fenomeno mai apparso nella storia della delinquenza italiana, quello appunto dei sequestri di persona.” Richiamandosi alla “pista svizzera” di cui il giornale aveva parlato un anno prima, Brutto aggiunge che Calabresi si interessava “al traffico d’armi che, attraverso i boss internazionali del contrabbando, raggiungeva l’Italia, diretto alle organizzazioni eversive fasciste.” Secondo il cronista, Calabresi aveva individuato a Lugano la centrale che smistava le armi in Italia: la strada delle armi era la stessa che percorrevano, in senso opposto, i capitali esportati clandestinamente. Calabresi, sempre secondo il cronista dell’Unità, aveva anche identificato il responsabile della centrale luganese, ossia Ettore Cicchellero, personaggio chiave di quei traffici internazionali finanziati con il denaro sporco dei sequestri. Molti indizi portavano a pensare che le armi del traffico tra Svizzera e Italia fossero indirizzate al terrorismo nero e che il traffico si incrociasse in Svizzera con i canali del traffico di droga e di sigarette gestiti dalla criminalità organizzata.
    L’anno successivo, nel corso di un’inchiesta in Valtellina sulle attività del Mar, il giornalista Brutto aveva scritto che due collaboratori di Fumagalli, Roberto Colombo e Antonio Sirtori, erano in contatto con autorevoli esponenti mafiosi come “don Ignazio”, ossia quel Vincenzo Arena delegato da Liggio al controllo del traffico di stupefacenti al Nord. Arena, a sua volta, risultava legato ad Antonio Squeo, già coinvolto nella inchiesta per la strage di Brescia, e a Donato Convertino, indiziato per stupefacenti, entrambi titolari di autofficine collegate alla Oia di Fumagalli. E ancora, Arena aveva rapporti con un noto truffatore internazionale, Ugo Ratti, legato a sua volta a Tom Ponzi.
    Si delinea così un oscuro intreccio fra finanza corsara, mafia ed eversione nera si erano rafforzati negli anni seguenti, con il dilagare da un lato di fenomeni criminali quali rapine e sequestri, dall’altro di attentati terroristici e stragi.
    L’on. Pio La Torre, membro della Commissione parlamentare antimafia, dopo la cattura di Liggio aveva incontrato a Milano magistrati e dirigenti dei Corpi di Polizia. In un’intervista all’Unità (21.7.1974) aveva detto: “Una parte dei proventi dei sequestri è stata utilizzata per finanziare il terrorismo nero.”
    Non si è mai indagato realmente sui rapporti tra Fumagalli e Cicchellero ma diversi indizi, da Calabresi in poi, fanno sospettare l’esistenza di un possibile collegamento Liggio-Fumagalli-Cicchellero.
    Scrive “Giorni” del febbraio 1977 che “se Cicchellero potesse essere interrogato dalle nostre autorità molti misteri potrebbero essere chiariti”. E l’elenco che segue è lungo e inquietante: “Potrebbero saltare fuori i nomi di potenti ‘padrini’ politici a cui probabilmente inviava denari in vista di campagne elettorali… Potrebbe fornire particolari sulla famosa riunione tenuta da Luciano Liggio a Gandria (a 4 km. da Lugano) con esponenti di ‘Cosa nostra’, alcuni uomini politici italiani, il principe Junio Valerio Borghese e molti altri. Con Ettore Cicchellero si potrebbe parlare dei suoi rapporti con gli esponenti dell’‘internazionale nera’, con Gianni Nardi, con gli altri fascisti esuli e con i capi della ‘cosca’ tirrenica della mafia calabrese… Potrebbe dire chi regge, a livello ‘insospettabile’, il traffico d’armi fra la Germania e l’Italia (per non parlare di droga e diamanti). E, infine, rivelare chi sono i veri capi dei
    Concutelli e Vallanzasca… e dirci chi ha convinto Vallanzasca ad accettare le offerte dei neo-fascisti per diventare, in coppia con Concutelli, un ‘manovale di lusso’ della strategia della tensione.” Sicuramente l’anonimo articolista di “Giorni” mostrava di essere ben informato, e spicca, in questo senso, il riferimento ai rapporti fra la destra eversiva e le cosche tirreniche della n’drangheta.
    Ci siamo allontanati parecchio dalle carte processuali ma questa integrazione con le fonti a stampa dell’epoca è parsa utile per delineare un quadro d’insieme prima di esaminare alcuni spunti offerti dal materiale dell’inchiesta della Procura di Milano. Le carte milanesi non parlano di rapporti di Cicchellero con il terrorismo di destra né di una presenza di fascisti all’interno dell’organizzazione contrabbandiera. E’ verosimile che per la polizia tributaria incaricata delle indagini il colore politico fosse indifferente ai fini dell’accertamento dei reati. Tuttavia, esaminando le cartelle degli imputati, si può rilevare che, in almeno una decina di casi, i precedenti penali rimandano a comportamenti non strettamente identificabili con quelli del contrabbandiere “puro”. Allo spedizioniere napoletano Francesco Tavassi, per esempio, venivano sequestrate due pistole, una delle quali con matricola abrasa; in casa aveva una collezione di trentadue sveglie e aveva avuto due condanne per lesioni colpose. Il genovese Vincenzo Giarelli aveva in fedina lesioni personali e detenzione di munizioni per pistola, e ad un altro genovese, Pio Carossino, venivano trovate banconote di un sequestro. Infine sempre a Genova, lo spedizioniere Giovanni Pittaluga aveva precedenti per rissa e detenzione abusiva di armi e munizioni; mentre per il suo socio, Remo Beccalli, figuravano furto continuato e rapina. Emilio Manera per commercio di sostanze stupefacenti, il siracusano Giuseppe Zampardi, che operava a Trezzano, aveva già subìto condanne per lesioni e porto d’armi abusivo. Armando Marzani, condannato a nove anni per rapina, aveva collezionato una lunga serie di furti aggravati e percosse.
    Si denota quindi come l’evoluzione della figura del contrabbandiere non è più “pura”, ma che amplia i suoi orizzonti criminali.
    Vale anche la pena di segnalare la presenza, nel collegio dei difensori, dell’avvocato Vladimiro Sarno, noto estremista di destra ed intimo amico di Giorgio Pisanò. Insieme ad alcuni imputati minori, Sarno si occupava della difesa di due personaggi che rivestivano ruoli importanti nell’organizzazione: il noto Alberto Dugnani, titolare della Nuova Kelsea, e la signora Desdemona Calatroni, alias Mafalda, alias Maria, la quale aveva funzioni di recapito per tutta l’organizzazione “facendo da ponte” con Ettore Cicchellero.
    Qualche considerazione sulla natura dei “traffici” dell’organizzazione Cicchellero viene offerta dall’esame dei rapporti di p.g. dedicati al movimento di vagoni ferroviari che raggiungono l’Italia attraverso Vienna. Secondo la dogana austriaca, i vagoni entrati in Italia fra il 1974 e il 1976 sarebbero stati 99. Di questi 99, i vagoni intercettati dalla Tributaria italiana furono 5: due a Chiasso, uno a Milano e due a Forlì. In questi cinque vagoni vennero trovate e sequestrate circa 40 tonnellate di t.l.e. [tabacchi lavorati esteri], nascoste sotto le solite coperture. Non risulta che sia stata trovata “merce di contrabbando” di altra natura. Degli altri 94 carri ferroviari, 32 “non figurano entrati in Italia” e non si sa che fine abbiano fatto. Dei restanti sessantadue si appura che 55 raggiunsero varie località del triangolo industriale e vennero “scaricati” secondo le modalità di cui abbiamo già parlato; altri tre approdarono a Roma, uno a Sarno, due entrarono nel porto di La Spezia facendo perdere le proprie tracce, uno raggiunse il porto franco di Trieste per trasferire il carico in un container che, pochi giorni dopo, veniva imbarcato con destinazione Ashod (Israele). E’ poco probabile che l’organizzazione Cicchellero spedisse in Israele un container di sigarette. Qualche perplessità la destano anche i tre vagoni destinati a Roma; questi furono importati dall’International Shipping Agency di Franco Danesi e ufficialmente contenevano carbone di legna. Normalmente le merci di copertura vanno dalle balle di cotone a scatoloni contenenti mangimi, vetri o lampade etc; tutte merci di peso specifico simile o comunque compatibile con quello dei cartoni di sigarette, ma il peso specifico del carbone è assai superiore. Sdoganati a Roma i tre vagoni vennero scaricati ad Aprilia e a Pomezia. Si tratta di zone a quel tempo controllate dalla banda della Magliana, guidata dal Franco Giuseppucci che, fra l’altro, trafficava in armi.
    Abbiamo già detto che una parte consistente del traffico contrabbandiero dalla Svizzera e dalla Francia verso l’Italia avveniva per mezzo dei ben noti Tir. Grazie ai falsi sigilli applicati in partenza, gli autotreni potevano viaggiare praticamente indisturbati fino al luogo in cui poi era scaricata clandestinamente la merce.
    Sul traffico d’armi dalla Svizzera attraverso i valichi di frontiera scriveva il giornalista Carlo Brambilla (L’Unità, 8.2.1977): “Nel Varesotto c’è una “zona franca” per mercanti d’armi e neofascisti. La base del contrabbando d’armi e stupefacenti è a Luino. Dai 5 valichi di Ponte Tresa, Cremenaga, Zenna, Fornasette e Palone passano ogni giorno carichi di armi pesanti destinate in buona parte al Medio Oriente e grossi carichi di droga per il mercato interno.”
    E sullo stesso giornale, il 7.9.1977, Giovanni Laccabò scriveva da Luino: “Attraverso i ‘buchi’ della frontiera svizzera (sbarre alzate di notte e nessun controllo) transitano i TIR con le armi nel cassone. Si conoscono caratteristiche dei mezzi e imballaggi adottati.” Nelle carte dell’inchiesta milanese due Tir soltanto risultano intercettati e sequestrati nel novembre 1975 nei pressi di Pavia. La Polizia Tributaria sequestrava circa 20 tonnellate di t.l.e. in scatoloni di cartone celati all’interno di balle di cotone, ma non vi era traccia di altra “merce” (XI/1 e XX/1). Indizi di notevole interesse su un rilevante traffico d’armi invece emergono da una agenda sequestrata al broker genovese Enrico De Marchi e rinvenuta in un faldone di reperti (XXI/1). La città doriana ha dato i natali a numerosi De Marchi, fra i quali, oltre all’Enrico in oggetto, è bene ricordarne almeno due. Non si può escludere, infatti, che fra questi tre De Marchi possa esistere qualche rapporto di parentela. Il più noto è l’avvocato Giancarlo, rappresentante del Msi nel consiglio comunale di Genova e uomo di Borghese, arrestato il 12.11.1973 nell’ambito dell’inchiesta sulla Rosa dei Venti con l’imputazione di cospirazione contro lo Stato e secondo la stampa anche traffico d’armi.
    […] I numeri romani rimandano ai fascicoli dell’inchiesta (procedimenti penali N. 1284/76 – A e N. 3168/75 – A del Tribunale di Milano) dove si trovano gli originali dei documenti […]
    Jacopo Marchi, Il contrabbando di tabacchi lavorati esteri in Italia. La figura di Ettore Cicchellero 1950-1980, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2012-2013

    Carlo Fumagalli sarà attivo negli anni ’70 con il gruppo Mar in Valtellina. Nell’articolo: I fascisti “rivoluzionari” di G. CEREDA la Rivista Anarchica, anno 2 nr. 10 del febbraio 1972 si afferma che «Il valtellinese movimento d’azione rivoluzionaria è uno dei gruppi fascisti più interessanti nella storia dinamitarda degli ultimi due anni». L’articolo completo è in: http://www.arivista.org/index.php?nr=10&pag=10_05.htm. Fatte salve una serie di affermazioni approssimative o sbagliate in relazione ai fatti della Resistenza, di cui conviene non tener conto, il racconto del dopo Resistenza una qualche concretezza ce l’ha, per lo meno gli attentati ai tralicci sono veramente avvenuti e l’indagine della Procura della Repubblica ha portato poi ad un processo con condanne. Significativo questo passo con relativa nota della ricerca di F. CATALANO, La Resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, cit., pp. 131-132; la nota dice: “Fra tutte le moltissime testimonianze relative, può essere interessante anche confrontare l’articolo di L’Express” del 9 settembre 1974 nell’inchiesta sulle trame nere (p. 52 e sgg. e in particolare p. 59): ‘Le SID a suivi, avec la meme punctualité et les memes silences, la troisième ramification de la Trame noire: celle du groupe de Carlo Fumagalli, le plus dangereux de ses aventuriers. En 1943 M. Fumagalli était, à 19 ans, le chef tout-puissant du marquis de la Valtellina, la vallée alpestre des confins de la Suisse qui dèbouche sur le lac de Como. Un condoctière, courageau mais avide. Il avait monté une filière pour les Juifs qui tentaient de passer en Suisse. Dès que le malhereux arrivaient sur ses terres, il les dépouillait de tout ce que ils possedaient, et il les livrait aux Allemands. Alfin qu’il n’y ait pas de traces. Et, de fait, personne n’en a jamais parlé. A la retraite dès l’age de 20 ans, M. Fumagalli n’avait plus que deux passe-temps: gagner de l’argent et fignaler des attentats. A Milan, c’était un secret de polichinelle’ “. Oltre a questo, vi è anche il riferimento ai passaggi di frontiera prezzolati, specialità poi delle formazioni di Carlo Fumagalli nella zona di Tirano. Un certo atteggiamento del clero che, non solo non appoggiava più il fascismo (tranne casi isolati), ma talvolta si assumeva in prima persona rischi personali, come appunto nell’episodio di Sondalo e dei prigionieri alleati che don Valletta addirittura scorta fino al confine con la Svizzera. Notizie su il Mar e Carlo Fumagalli in: L. LANZA, Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli, Eleuthera, Milano, 1997; http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=537
    Gabriele Fontana e Massimo Fumagalli, Formazioni Patriottiche e Milizie di fabbrica in Alta Valtellina. 1943-1945, Associazione Culturale Banlieu

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  28. Nel 1956 il numero di emigrati italiani verso paesi esteri superò le 200.000 unità

    Con il passare del tempo però, si ripresentarono negli ambienti di governo preoccupazioni e perplessità riguardo il futuro del paese. Si cominciarono a ripresentare motivi di forte instabilità; nel giugno del 1953 fallì la legge elettorale maggioritaria, intesa a premiare i partiti della coalizione governativa, e contemporaneamente la figura di De Gasperi venne a mancare, colui che aveva fermamente guidato il paese sulla via della democrazia. Ci si domandò fino a quando avrebbero continuato ad agire alcuni fattori che resero possibile la ricostruzione economica e la restaurazione delle finanze pubbliche; se non si fosse ormai esaurita la spinta nei confronti dell’economia italiana dal recupero nell’epoca post conflitto degli impianti non totalmente utilizzati, dalla ripresa dell’agricoltura e dall’aiuto straordinario apportato dai prestiti americani. A contribuire fortemente a destare perplessità e preoccupazioni era il disavanzo della bilancia commerciale, che registrava saldi positivi solo nei confronti della Germania occidentale e la Svizzera.
    Frutto di queste perplessità fu lo “Schema Vanoni”, una politica di piano condivisa alla fine del 1954. Lo Schema varato mirava al raggiungimento di alcuni fondamentali obiettivi nel corso di un decennio e sulla base di una crescita media annua del prodotto interno lordo del 5 per cento. <33 Gli obiettivi fondamentali si possono riassumere nella creazione di quattro milioni di nuovi posti di lavoro nei settori extragricoli, la riduzione del divario fra Nord e Sud del paese e il raggiungimento dell’equilibrio nella bilancia dei pagamenti. Per raggiungere tali obiettivi si rendeva necessario un ingente volume di capitali per favorire l’aumento degli investimenti industriali tramite la formazione di importanti risparmi. Il tutto era particolarmente improbabile, per questo si fece leva sull’espansione dell’edilizia e dei lavori pubblici come principale elemento propulsivo al fine di aumentare l’occupazione, nonché su un massiccio intervento dello Stato al fine di diversificare l’allocazione territoriale delle risorse e di imprimere un impulso agli investimenti. Nel contempo, si sottovalutarono l’incidenza che avrebbero avuto gli aumenti della produttività del lavoro, gli effetti del progresso tecnologico e organizzativo e le economie di scala che si sarebbero generate dallo sviluppo della domanda. <34 Lo Schema Vanoni promuoveva perciò un processo di graduale evoluzione.
    In quegli anni l’economia italiana giovò del cambiamento politico-economico, a ragione di chi riteneva che il Paese sarebbe cresciuto vertiginosamente con l’intensificazione degli sforzi a favore di un maggiore accesso a una più vasta area di scambi. La transizione dall’economia autarchica ereditata dal periodo fascista, ad un tipo di economia liberista improntata agli scambi commerciali con gli altri paesi, si stava gradualmente compiendo.
    I benefici della liberalizzazione degli scambi
    Analizzando la decisione italiana di procedere verso un tipo di economia aperta da un punto di vista puramente teorico, i benefici ricercati, come dimostrato nel corso degli anni, erano sostanzialmente quattro: libero scambio ed efficienza, economie di scala nella produzione, incentivi all’innovazione e all’apprendimento, e intensificazione della concorrenza. Come visto, i dati di crescita dell’economia italiana furono più che positivi, questo perché analizzando il primo beneficio, lo spostamento da un equilibrio con dazi, ad uno con liberi scambi, elimina la perdita di efficienza e accresce il benessere nazionale. Vedendo nello specifico il secondo punto, l’Italia beneficiando di economie di scala, oltre ad aver aumentato la quantità di scambi internazionali, poté giovare di una maggiore disponibilità di varietà a prezzi inferiori. Aumentando gli scambi esteri, l’industria italiana, ebbe la possibilità di misurarsi con le migliori economie occidentali, e ciò ovviamente portò indubbi incentivi all’innovazione e all’apprendimento. Inoltre, gli imprenditori locali sono stimolati a ricercare nuovi mercati per le proprie esportazioni e a difendersi dalla concorrenza delle esportazioni. Questi vantaggi del libero scambio sono spesso chiamati “dinamici”, dato che un’intensificazione della concorrenza e del ritmo di innovazione può richiedere più tempo per manifestare i propri effetti, rispetto all’eliminazione delle distorsioni nella produzione e nel consumo. <35
    Vedendo nello specifico il caso italiano, l’età degasperiana, nel 1953, finì insieme al modificarsi dello schema di politica economica temperata che l’aveva contraddistinta. Subentrò a De Gasperi come presidente del Consiglio, in seguito alla sconfitta elettorale della Democrazia cristiana nelle elezioni politiche del 7 giugno 1953, Giuseppe Pella. Pella, molto vicino a Luigi Einaudi, era un forte sostenitore del principio di libertà economica e, perciò, contrario all’interventismo statale, senza però disprezzare qualche lavoro pubblico dovuto ai sovrappiù prodotti dalle aziende. Da un certo punto di vista si potrebbe definire Pella un “monetarista”, in quanto assertore della teoria secondo cui con il controllo dell’offerta di moneta si sarebbe potuto controllare l’aumento del livello generale dei prezzi; i medesimi orientamenti erano condivisi anche da Donato Menichella, divenuto governatore della Banca d’Italia, in seguito all’elezione di Einaudi come presidente della Repubblica nel 1948.
    Questo il quadro politico italiano. Italia che tra il 1955 e il 1963 conobbe una fase espansiva senza precedenti, anche se si ritiene che lo sviluppo industriale cominciò già dal 1953. Gli investimenti nell’industria manifatturiera fermi in media al 4,5 per cento del reddito nazionale lordo, salirono nel 1956 al 5,2 per cento, per poi culminare al 6,3 per cento tra il 1962 e il 1963. Il valore aggiunto passò invece nel decennio successivo al 1953, dal 20,6 per cento al 27,6 per cento. <36 Il prodotto dell’industria complessivamente si avvicinò a un indice pari al 47 per cento nella formazione del prodotto lordo privato, mentre il reddito nazionale crebbe con un saggio di aumento annuo del 5,8 per cento.
    La bilancia dei pagamenti precedentemente in notevole disavanzo, registrò notevoli miglioramenti; da un disavanzo di 343 milioni di dollari nel 1952 si passò a un avanzo di 745 milioni nel 1959.
    Attraverso questi miglioramenti ed altri fattori chiave nel processo di sviluppo industriale, l’Italia si inserì nel movimento ascendente dell’economia europea. Sul finire dell’anno 1962 il saggio di sviluppo italiano era inferiore solo a quello tedesco ed ampiamente superiore ai tassi di crescita di ogni altro paese dell’Europa occidentale. Già negli anni precedenti l’Italia aveva dato segnali di superbi miglioramenti, tant’è che nel decennio fra il 1950 e il 1961 il prodotto lordo nazionale registrò un aumento medio del 6,7 per cento. L’Italia grazie a questa miracolosa fase espansiva riuscì a ridurre sensibilmente il divario rispetto alle maggiori economie occidentali; ridusse il distacco di partenza che perdurava da fine Ottocento con l’Inghilterra, la Germania e la Francia, e superò economie migliori come quelle belga, olandese e svedese. Nel 1962, siderurgia, meccanica, chimica ed elettricità, i quattro settori principali del paese, rappresentavano in Italia il 16,1 per cento dell’offerta finale complessiva rispetto al 23,3 per cento in Germania e al 19,3 per cento in Francia.
    Furono molti i fattori ad incidere in questa straordinaria espansione, avvenuta in una situazione di profitti crescenti, senza sensibili movimenti inflazionistici, e con un costante aumento del saldo dei conti con l’estero. Probabilmente il fattore dominante, al quale attribuire l’avvio del processo di rapido sviluppo degli anni Cinquanta, nonostante opinioni contrastanti, fu l’espansione veloce delle esportazioni, agevolata dalla progressiva liberalizzazione degli scambi. L’effetto trainante delle esportazioni, secondo alcuni invece, si vide in misura massiccia solo dopo il 1955. Tali esperti, come Silva, Targetti e Rey, osservarono che tale effetto appunto, agì solo su un numero limitato di settori produttivi (l’industria automobilistica, i prodotti petroliferi, alcuni prodotti tessili, le calzature, la gomma). Secondo questa teoria, a trascinare l’Italia sarebbe stata la spesa pubblica, soprattutto in agricoltura, nell’edilizia e nei trasporti. Negli anni più recenti, invece, esperti come Kregel e Grilli hanno osservato come l’andamento favorevole della bilancia dei pagamenti italiana, che rese possibile un veloce aumento degli investimenti senza creare un disavanzo nei conti con l’estero, fosse connesso all’andamento più che positivo delle ragioni di scambio internazionali, che dava all’economia italiana la possibilità di acquisire materie prime e semilavorati a costi reali decrescenti. Secondo Castronovo invece, il fattore trainante fu la presenza simultanea di condizioni favorevoli quali salari bassi, ampie possibilità di autofinanziamento, bassa conflittualità operaia e un forte arretramento tecnologico, che consentì rapidi aumenti di produttività. Rimanendo su questa teoria, è facile notare come l’industria italiana fece leva su una rilevante ed elastica offerta di braccia per contenere, o calmierare di volta in volta, la domanda salariale e per tenere comunque sotto controllo le vertenze sindacali. <37 Non mancarono, ovviamente, in quegli anni alcuni miglioramenti nell’assetto delle retribuzioni; ma in termini reali gli indici dei salari rimasero pressoché stazionari fra il 1950 e il 1954 e fra il 1956 e il 1961, e a livelli in ogni caso inferiori agli aumenti di produttività. <38 Secondo i calcoli della Banca d’Italia, a un incremento dei salari pari fra il 1953 e il 1961 al 46,9 per cento corrispose una crescita media della produttività dell’84 per cento. Stando alle stime dell’economista americano Stern, l’incremento delle esportazioni italiane fra il 1955 e il 1963 fu dovuto, per quasi il 60 per cento, alla maggiore competitività resa possibile soprattutto dallo scarto fra aumento della produttività e aumento dei costi di lavoro. <39
    Nonostante idee e teorie differenti il tema delle esportazioni rimane centrale. La struttura della produzione italiana si ritrovò forzata a seguire l’orientamento che le imprimeva la domanda proveniente dai paesi europei in fase di avanzata industrializzazione. La domanda proveniente dai paesi con un’elevata industrializzazione era un tipo di domanda caratterizzata da beni di consumo di massa e da beni di lusso. Questo tipo di domanda, propria di società caratterizzate da livelli di reddito elevati, forzò l’Italia a fare largo spazio alla produzione di beni di consumo di massa e beni di lusso.
    Contemporaneamente mentre l’industria italiana entrò a far parte di quel sistema di economie caratterizzate dalla produzione di massa di beni di consumo durevoli, le altre economie europee e i loro sistemi industriali passarono a produzioni ancora più avanzate. La modernizzazione servì sostanzialmente a mantenere inalterato il distacco dalle altre economie avanzate; nel frattempo nel quadro dell’industria mondiale, le produzioni italiane continuarono a ruotare attorno ai settori con una tecnologia relativamente semplice.
    L’apertura degli scambi con l’estero connessa alla necessità di sviluppare una corrente di esportazioni orientata verso i mercati dei paesi industrializzati, diede luogo alla formazione di una struttura produttiva suddivisa in due settori ben distinti; si trattava di due settori caratterizzati ognuno da tecnologie proprie, il primo settore era rappresentato dalle industrie esportatrice, mentre il secondo da attività produttive orientate prevalentemente verso il mercato interno.
    Il reddito nazionale subì una vertiginosa crescita, come detto; l’espansione degli investimenti ne fu la componente più dinamica, crescendo a tassi elevati in tutti i settori. <40 Fra il 1951 e il 1962 il tasso di aumento degli investimenti globali a prezzi correnti sfiorò il 10 per cento annuo. La distribuzione dei redditi cambiò a favore dei redditi d’impresa rispetto a quelli da lavoro, con la conseguenza che l’incremento degli investimenti non diede luogo a un uguale aumento della domanda globale. Perciò la propensione media ai consumi da parte della società si ridusse, essendo i percettori di redditi da lavoro i più inclini al consumo, a differenza dei percettori di redditi d’impresa. La diretta conseguenza di tale situazione fu la contrazione dei consumi collettivi, avendo meno frazioni di reddito coloro che erano portati a consumare di più rispetto a coloro che erano portati a consumare meno. In sostanza la pressione della domanda globale diventò minore di quella che l’aumento degli investimenti avrebbe potuto sostenere. Il risultato fu che si evitò il pericolo d’inflazione per eccesso di domanda e che il sistema mantenne un’ottima stabilità monetaria. La lira, oltre a non svalutarsi rispetto alle merci più di quanto non si svalutassero le altre monete, si deprezzò meno, tanto che nel 1958 le fu attribuito l’”Oscar” delle valute, risultando la moneta più stabile fra i paesi occidentali. Invero, i prezzi al consumo crescevano mediamente del 3-4 per cento, fenomeno comune anche ad altri paesi, ma i prezzi all’ingrosso tendevano a rimanere su valori stazionari, salvo oscillazioni ampiamente compensate. Tale stazionarietà dei prezzi contribuì positivamente, favorendo le esportazioni italiane. Contemporaneamente la competitività fece crescere la produzione nei comparti dinamici, mentre in quelli non dinamici, in quanto non orientati all’esportazione ma al mercato interno, la produttività subì un andamento inversamente proporzionale rispetto ai salari.
    La necessità di aumentare la produzione e l’efficienza nei comparti esportatori portò al formarsi di numerosi nuovi posti di lavoro e al polarizzarsi della crescita industriale soprattutto in tre regioni: Lombardia, Piemonte e Liguria. Questa concentrazione diede vita a un notevole flusso migratorio dalle regioni del Mezzogiorno e del centro-nord meno sviluppate (il Friuli ad esempio), verso quel polo conosciuto come “triangolo industriale”. La forza lavoro non assorbita a livello nazionale, si spostò verso l’estero; il fenomeno della migrazione esterna non riguardò più le Americhe come ad inizio secolo, bensì gli altri paesi europei. Nel 1956 il numero di emigrati verso paesi esteri superò le 200.000 unità.
    Complessivamente quasi due milioni di persone abbandonarono il sud-Italia, pari al 12 per cento, per spostarsi verso il nord del paese o verso altri stati. Non tutti gli emigrati meridionali trovarono impiego presso le industrie, infatti una parte considerevole di essi fu assorbita dal settore terziario come i servizi, la distribuzione commerciale o il pubblico impiego.
    Il progresso che l’economia italiana compì tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, fu di tale portata che la crescita del prodotto interno lordo, la produttività totale dei fattori e il prodotto per addetto risultarono i più alti e stabili nella storia del Paese. Nel 1963 gli investimenti fissi lordi raggiunsero in media il 25 per cento del reddito nazionale lordo, mentre il tasso di crescita del Pil superò il 7 per cento. L’Italia fu così paragonata per impatto alla Germania in Europa al Giappone nel mondo. Di pari passo il commercio internazionale subì una brusca impennata, registrando le esportazioni, tra il 1958 e il 1962, un tasso annuo di crescita prossimo al 16 per cento.
    Non meno importante fu il cambiamento nella struttura economica nazionale; l’agricoltura cessò di essere il settore dominante e nonostante nel 1950 impiegasse ancora il 40 per cento della forza lavoro e fornisse il 25 per cento dell’intero valore aggiunto, nel 1963 fu superato dal settore industriale e da quello dei servizi.
    Tutto ciò influì sulla dilatazione dei consumi e sul progressivo affermarsi di un nuovo stile di vita; un ibrido a metà tra la nuova cultura americana e la cultura italiana. Le città assunsero una nuova fisionomia, in particolare le grandi “capitali” del Nord industriale, con la nascita di interi quartieri popolari, ma anche con la costruzione dei primi grattacieli. La stagione espansiva volgeva così al termine portando con sé cambiamenti strutturali profondi.
    [NOTE]
    33 Si vedano V. Valli, L’economia e la politica economica italiana (1945-1975), Etas libri, Milano, 1977, pp. 109-110; B. Bottiglieri, La politica economica dell’Italia centrista (1948-1958), Ediz. Comunità, Milano, 1984, pp. 254-255.
    34 Si veda al riguardo N. Andreatta, Fattori strategici dello sviluppo tecnico dell’industria italiana, in N. Andreatta et al., Il progresso tecnologico e la società italiana. Effetti economici del progresso tecnologico sull’economia italiana, Giuffrè, Milano, 1962. Invece sui vantaggi assicurati dall’ammodernamento degli impianti, si veda anche S. Leonardi, Schema di interpretazione dello sviluppo italiano in questo dopoguerra, in Critica marxista, luglio-ottobre 1968.
    35 Per approfondire le ragioni a favore del libero scambio, e quelle a favore di un tipo di economia chiusa, consultare P. Krugman, M. Obstfeld, a cura di R. Helg, Pearson, 2007.
    36 Si veda al riguardo A. Campolongo, Dinamica dell’investimento in Italia 1951-1967, in Moneta e credito, secondo trimestre 1968.
    37 Si vedano al riguardo A. Triola, Contributo allo studio dei conflitti di lavoro in Italia, in Economia e lavoro, 1971; A. Cova, Movimento economico, occupazione, retribuzioni in Italia dal 1943 al 1955, in A. Cova et al., Il sindacato nuovo. Politica e organizzazione del movimento sindacale in Italia negli anni 1943-1945, Franco Angeli, Milano, 1981
    38 Confrontare con A. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in A. Fanfani, L’economia italiana dal 1861 al 1961, Milano, Giuffrè, 1961.
    39 Si veda R. M. Stern, Composizione merceologica, distribuzione geografica e competitività nel commercio estero italiano nel periodo 1955-1963, in Moneta e credito, 1965.
    40 Al riguardo non va trascurato il ruolo del credito a medio e lungo termine praticato da alcune banche specializzate, come la Banca di credito finanziario (Mediobanca), fondata nel 1946 dalle tre banche d’interesse nazionale ( Commerciale, Credito italiano, Banco di Roma), per l’esercizio appunto del credito a medio termine, poi esteso al lungo termine, da effettuarsi per il tramite dei loro sportelli; la Banca centrale di credito popolare (Centrobanca), istituita, essa pure nel 1946, dalle banche popolari per il finanziamento a medio e a lungo termine di imprese commerciali e industriali; l’Istituto centrale per il credito a medio termine a favore delle medie e piccole industrie (Mediocredito centrale), sorto nel 1952 con capitali forniti in prevalenza dallo Stato e con il compito di finanziare i Mediocrediti regionali.
    Emanuele Zema, Come l’economia italiana si apre al mondo dopo la ricostruzione, Tesi di Laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2017-2018

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  29. L’Organisation Gehlen non aveva ancora ricevuto alcun incarico da parte del governo Adenauer di dare vita a collaborazioni d’intelligence per conto della RFT

    Se la storia dell’UAR [Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni] è stata ormai oggetto di studi specifici <421, non si può dire altrettanto per quella del SIFAR. Infatti la storia e l’attività del servizio segreto militare italiano, che oggi trova il suo corrispettivo nell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) e nell’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), risultano tuttora di difficile ricostruzione, soprattutto a causa di una sostanziale mancanza di fonti. Inoltre, l’aggressiva strategia anticomunista portata avanti dal SIFAR durante la guerra fredda in Italia ha fatto sì che il servizio segreto militare finisse per essere analizzato e studiato quasi esclusivamente in riferimento all’alba della cosiddetta “strategia della tensione” e agli scandali ad essa legati <422, facendo così anche emergere i limiti della storiografia italiana sull’intelligence nazionale.
    Anche se quindi, rispetto al caso dell’UAR, la ricostruzione della storia e dell’attività del SIFAR rimane tutt’ora parziale <423, è tuttavia possibile collocare la nascita ufficiale del primo servizio segreto militare della Repubblica nell’anno 1949. Il SIFAR, organo direttamente discendente dal SIM (Servizio Informazione Militare) di epoca fascista, avrebbe, dal ’49 in poi, agito nell’ambito dell’intelligence sia interna che esterna sotto la guida di Giovanni Carlo Re e alle dipendenze del ministero della Difesa <424. È ovvio come la nascita del SIFAR coincida con una momento “caldo” della guerra fredda, specialmente per l’Italia, che aveva da poco vissuto un primo picco di tensioni legate al bipolarismo mondiale in occasione delle elezioni del ’48. Proprio la grande preoccupazione rispetto alla forte presenza del PCI nella penisola, unitamente a timori legati al passato fascista italiano, avrebbero indotto sin dall’inizio l’intelligence statunitense, ormai riformata attraverso il National Security Act di Truman del ’47, a tenere il nuovo servizio segreto militare italiano sotto stretta osservazione e controllo <425, gettando così le basi per il forte e duraturo legame tra il SIFAR e la neonata CIA. Tale legame avrebbe infatti portato poi, come già detto, all’istituzione della rete Gladio a metà degli anni Cinquanta.
    Le premesse della collaborazione
    I buoni e stretti rapporti esistenti tra il nuovo gigante dell’intelligence statunitense e il servizio segreto militare italiano risultano però anche fondamentali per quanto riguarda i futuri legami di quest’ultimo con l’Organisation Gehlen. Sia l’ufficioso servizio segreto tedesco che quello militare italiano erano infatti “risorti” dalle ceneri degli organi spionistici nazisti e fascisti e ora, agli inizi della guerra fredda, si ritrovarono legati alla stessa agenzia d’intelligence statunitense, la CIA. Di conseguenza, in fin dei conti, tanto l’Organisation Gehlen e la sua base estera ODEUM Roma quanto il SIFAR facevano parte del medesimo disegno di strategia anticomunista dell’intelligence statunitense in Europa e, in particolar modo, in Italia. Il SIFAR appariva quindi fin dal principio quale “partner naturale” del servizio di Gehlen in Italia e, come si vedrà, gli sforzi di Johannes e del suo gruppo sarebbero stati per anni rivolti verso la creazione di un’alleanza ufficiale con il servizio segreto militare italiano. Tuttavia non sarebbe stato un processo semplice, anche a causa delle tensioni che la questione delle collaborazioni spionistiche creava tra l’Organisation Gehlen e la CIA. Quest’ultima, infatti, «volle che le cooperazioni [tra il servizio segreto gehleniano e gli altri servizi d’intelligence occidentali] avvenissero in forma riservata e sotto controllo statunitense, in quanto un’eccessiva autonomia dell’Organisation Gehlen in tale ambito ed eventuali “incidenti diplomatici” avrebbero avuto dirette ricadute sulla stessa CIA» <426. Reinhard Gehlen e il resto dello staff tedesco, da parte loro, erano invece desiderosi di «costituire legami con i servizi d’intelligence occidentali e di essere riconosciuti come partner paritari». Alcuni primi “sintomi collaterali” di tale conflitto d’interessi sarebbero emersi proprio, come si vedrà, nel nascente rapporto di Pullach con l’intelligence militare italiana. Prima di analizzare l’evoluzione di tale rapporto, è importante sottolineare quanto sia difficile retrospettivamente, alla luce delle problematiche relative alla declassificazione del materiale d’archivio, a cui si è accennato nell’introduzione al presente capitolo, stabilire quali siano state le dinamiche precise del rapporto ODEUM Roma-SIFAR che si sarebbe infine ufficializzato nel ’54. Tuttavia, sulla base della documentazione disponibile, è possibile tracciare almeno una storia approssimativa degli eventi e, sulla base di questi ultimi, esprimere delle ipotesi plausibili.
    I primi contatti di Johannes con il ministero della Difesa italiano sembrano risalire al biennio ’46/’47 quando, come già accennato, l’avvocato italo-tedesco Giovanni de Planitz, poi diventato lui stesso informatore dell’ODEUM Roma, gli avrebbe assicurato un permesso di soggiorno italiano, grazie ai propri contatti presso tale ministero <427. È perciò probabile che Planitz abbia funto da primissimo tramite tra il capo del nascente ODEUM Roma e gli ufficiali del ministero della Difesa, allora ancora impiegati nella ricostruzione di un servizio segreto militare repubblicano, il futuro SIFAR. Visto che quest’ultimo non sarebbe nato prima del ’49, è impossibile parlare quindi di una qualche collaborazione tra l’ODEUM Roma e il servizio segreto militare italiano prima di tale data, ma sembra che legami tra i membri dei due organi d’intelligence, seppur ufficiosi, siano già esistiti al momento della nascita del SIFAR. A partire dal ’49 sembra poi che tali contatti si siano consolidati, grazie anche a una mossa piuttosto curiosa da parte di Johannes. Pare infatti che egli abbia permesso che Guignot e Friede, diventassero “doppiogiochisti” e si facessero reclutare dal SIFAR come informatori durante il biennio ’49-’50, come provano i documenti dello stesso servizio segreto italiano <428. L’Organisation Gehlen ne era consapevole e lo tollerava <429. Ma per quale ragione? Perché Johannes non si oppose a questo “doppio impiego” di Friede e Guignot?
    È a questo punto lecito ipotizzare che il legame professionale tra i due collaboratori dell’ODEUM Roma e il neonato SIFAR si sia venuto a costituire con il permesso di Johannes, probabilmente allo scopo di dare vita a una prima, embrionale forma di collaborazione tra il servizio militare italiano e l’Organisation Gehlen, con Friede e Guignot nelle vesti di “mediatori” o “anelli di collegamento”. Infatti la pratica, da parte di due diversi servizi d’intelligence, di stabilire un rapporto “a triangolo” con un agente mediatore non è una rarità nella storia dello spionaggio e, all’interno della panoramica della guerra fredda in particolare, offriva notevoli vantaggi, primo fra tutti lo scambio di informazioni tra i due organi coinvolti. In tal senso appare infatti plausibile che l’ODEUM Roma e il SIFAR, entrambi impegnati nella stessa “battaglia” anticomunista, abbiano dunque tentato di dare vita a un simile disegno di collaborazione attraverso il tramite di Guignot e Friede. Tuttavia l’esperimento non sembra aver portato i frutti sperati. Friede, come si è visto, avrebbe abbandonato il gruppo spionistico romano quando, nel ’50, sarebbe stato trasferito in Germania, e anche il rapporto tra Guignot e il SIFAR sarebbe finito dopo meno di un anno, apparentemente a causa dell’insufficienza di materiale fornito dall’uomo di Johannes <430.
    Nonostante ciò, l’avvicinamento fra i due servizi segreti sarebbe andato intensificandosi, come sembrano anche provare vari solleciti fatti da parte dell’allora Capo di Stato Maggiore della Difesa, Luigi Marras, al gruppo romano dell’Organisation Gehlen «di far venire 34 [Reinhard] al più presto da lui a Roma» per poterlo conoscere personalmente <431. Alla luce di ciò è dunque particolarmente curioso che nel maggio del ’50 in un memorandum dello stesso Johannes si legge che, al momento, «non esistono legami d’intelligence con gli italiani» <432. L’unica spiegazione plausibile è, a questo punto, che Johannes intendeva dire nel ’50 che allora non esistevano legami ufficiali con il SIFAR, dato che l’Organisation Gehlen non aveva ancora ricevuto alcun incarico da parte del governo Adenauer di dare vita a collaborazioni d’intelligence per conto della RFT. Questo, come si vedrà, sarebbe di fatto accaduto solo quattro anni dopo, nel giugno del ’54. Tuttavia, sulla lunga strada verso l’ufficializzazione dei rapporti tra il servizio segreto di Pullach e la sua base estera a Roma, da una parte, e il SIFAR dall’altra, ci sarebbe prima stato un ultimo ostacolo da superare: la concorrenza col Friedrich-Wilhelm-Heinz-Dienst (FWHD), da sempre una spina nel fianco di Reinhard e del suo servizio.
    [NOTE]
    421 G. Pacini, Il cuore occulto del potere, cit.
    422 Da citare, a tal proposito, è soprattutto la costituzione della rete stay-behind Gladio, operazione congiunta tra CIA e SIFAR, cominciata a metà degli anni Cinquanta. Inoltre, la scoperta dei cosiddetti “Fascicoli SIFAR” negli anni Sessanta avrebbe non solo provocato la convocazione di varie commissioni d’inchiesta parlamentari, ma avrebbe anche contribuito alla dissoluzione dello stesso SIFAR nel ’66, poi diventato SID (Servizio Informazioni Difesa). Sul coinvolgimento del SIFAR nel disegno strategico anticomunista statunitense in Europa e, in generale, sulla costituzione delle reti stay-behind cfr. F. Cacciatore, Il nemico alle porte. Intervento americano in Europa e strategia di covert operation, 1943-1963, 2021, tesi di dottorato non pubblicata. Per la “strategia della tensione” e le attività degli ambienti deviati di destra in Italia durante la guerra fredda cfr. M. Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione, Laterza, Roma-Bari, 2015; B. Armani, Italia anni settanta. Movimenti, violenza politica e lotta armata tra memoria e rappresentazione storiografica, in «Storica», 11 (2012), n. 32, pp. 41-82; A. Cento Bull, Italian Neofascism: The Strategy of Tension and the Politics of Nonreconciliation, Berghahn, Oxford 2007.
    423 G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Sperling&Kupfer, Milano 2010.
    424 F. Cacciatore, Il nemico alle porte, cit., pp. 101-102.
    425 Ivi, p. 107.
    426 T. Wolf, Die Entstehung des BND, cit., p. 121.
    427 Bericht No.3, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, senza data, BND-Archiv, 220815, doc. 176. In un ulteriore documento del 1948 si legge che Planitz starebbe collaborando con un certo «colonnello Massia», ex membro del SIM fascista. Cfr. Besprechung mit S-1933 am 9. September 1948, 14 settembre 1948, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000411.
    428 E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., p. 65, pp. 67-68.
    429 Reisebericht Italien, 6. Bis 16. Februar 1950, febbraio 1950, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000138.
    430 E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., p. 68.
    431 Italien, Alix von Fransecky, Verschiedene Durchsagen an S-1933, bzw. 34 bezüglich Geschehnisse seit der Abreise des S-1933, 5 maggio 1949, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000134. Anche in Spionage unter Freunden l’inizio di una collaborazione più o meno stabile tra il SIFAR e l’ODEUM Roma viene fatto risalire al ’49, cfr. E. Schmidt-Eenboom, C. Franceschini, T. Wegener Friis, Spionage unter Freunden, cit., p. 58.
    432 Memorandum, 10 maggio 1950, BND-Archiv, 220814_OT, doc. 000119.
    Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

    Anche Guido Zimmer, subito dopo la resa, tornò in Italia «in divisa militare americana», ma nello stesso tempo continuava a «costruire la rete Stay Behind nazista» e «grazie ai buoni uffici di Dulles» divenne segretario del barone Luigi Parrilli, che nell’Operazione Sunrise aveva fatto da mediatore tra l’OSS ed i nazisti <12; fece domanda per la cittadinanza italiana, ma nel 1948, insieme ad altre ex SS, «lavorò per i servizi segreti della Germania federale» <13.
    [NOTE]
    12 Uomo d’affari d’origine napoletana residente a Genova, cavaliere dell’ordine di Malta, rappresentante della società statunitense Kelvinetor in Europa, amico di Howard Lewis (finanziere consigliere del presidente Roosevelt) e di John Ginnes (industriale inglese residente in Svizzera interlocutore privilegiato di Churchill).
    13 Si presume che Zimmer sia entrato nella Rete organizzata dal generale Reinhard Gehlen, che aveva diretto in maniera eccellente i servizi segreti nazisti (Abwehr) nel settore orientale (con un occhio di riguardo per l’Unione Sovietica); forte di questa sua competenza, alla fine della guerra si mise a disposizione dei vincitori affinché utilizzassero la sua competenza contro l’URSS: fatto prigioniero dagli statunitensi fu arruolato da Allen Dulles in persona. Nel luglio 1946 fu costituita l’organizzazione Gehlen, un servizio segreto clandestino, con sede a Pullach presso Monaco di Baviera, che riciclò in funzione anticomunista i vecchi agenti che avevano servito il Reich di Hitler (tra di essi anche Otto Skorzeny, il “salvatore” di Mussolini dal Gran Sasso, nonché uno degli organizzatori dei Werwolf, il movimento di resistenza nazista che arruolò anche giovanissimi ragazzi della Hitlerjugend agli ordini di ufficiali della Waffen-SS). Nel 1956 il generale Gehlen fu incaricato dall’allora cancelliere Konrad Adenauer di dirigere il Bundesnachrichtendienst (BND), il nuovo servizio segreto federale, e l’organizzazione che era stata clandestina divenne una propaggine governativa, portando con sé tutti gli agenti che vi avevano fatto parte.
    Claudia Cernigoi, Le serpi in seno: l’infiltrazione e la provocazione nei movimenti comunisti, dossier n. 65 de “La Nuova Alabarda”, Trieste, 2021, Supplemento al n. 416 – 3/12/21 de “La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo”

    Nella sua istruttoria Guido Salvini descrive così la vera natura dell’agenzia di stampa portoghese: “Aginter Press era stata, sino all’aprile 1974, un centro di eversione internazionale, finanziato non solo dal Governo portoghese ma anche da altri Governi europei, dietro cui si celava: un centro spionistico legato ai servizi segreti portoghesi e ad altri servizi segreti occidentali quali la C.I.A. e la rete tedesco-occidentale GEHLEN; un centro di reclutamento e di addestramento di mercenari e terroristi specializzati in attentati e sabotaggi soprattutto nei Paesi del Terzo Mondo; un’organizzazione fascista internazionale denominata “ORDRE ET TRADITION” e il suo braccio militare O.A.C.I.
    Aldo Doninelli, L’internazionale nera e la Guerra controrivoluzionaria, l’agenzia di stampa Aginter Presse, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma Tre, Anno Accademico 2017-2018

    Dalle indagini si scoprì che tra il 12 aprile e l’11 maggio 1969 Borghese si incontrò con alcuni imprenditori di Genova per costituire un “gruppo di salute pubblica” per salvare il Paese dall’avanzata del comunismo e che lo stesso Miceli in un’informativa scrisse che il SID non seppe nulla del golpe e che non vi partecipò. Durante le indagini di questo processo, si delineò anche il vero ruolo di Adriano Monti, risultando una sorta di “ambasciatore” di Borghese in alcuni ambienti politici internazionali, tanto che a Madrid incontrò Otto Skorzeny, membro dell’intelligence tedesca legata alla “Rete Gehlen”. Skorzeny era in contatto direttamente con gli Stati Uniti d’America e da lui Monti ricevette la notizia che dagli Usa c’era l’ok per il golpe, ma, come sappiamo, che a capo del nuovo governo doveva andare Andreotti.
    Filippo Augusto Albarin, Il Golpe Borghese, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2023-2024

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  30. Tutte le citazioni di “Stranger Things”

    Sembra essere diventato il gioco dell’estate: cogliere più citazioni possibili dal nuovo fenomeno televisivo della stagione, l’acclamato e meraviglioso Stranger Things, nuova serie tv targata Netflix, capace di trasportarci, nel giro di otto episodi, nei nostri amatissimi anni 80. Sono davvero innumerevoli le citazioni disseminate tra le varie scene di questa serie tv: abbiamo provato a raccogliere qui tutti i riferimenti che siamo riusciti a trovare (e, mi raccomando, se ne avete altri da aggiungere potete continuare la lista sui commenti). Cominciamo a giocare, in rigoroso ordine alfabetico (e fate attenzione, perché quanto segue è pieno zeppo di spoiler, siete avvisati!).

    UPDATE: Le citazioni riguardanti la seconda stagione sono scritte in blu.
    UPDATE: Le citazioni riguardanti la terza stagione sono scritte in verde.

    UPDATE: Le citazioni riguardanti la quarta stagione sono scritte in giallo.

    Alien: Senza dubbio, una delle citazioni più palesi. Quando nell’ultima puntata il povero Will viene trovato con una sorta di mostro alieno all’interno della sua bocca, è impossibile non pensare al film di Ridley Scott, per non parlare del modo in cui Hopper si china su un enorme uovo dischiuso, altro riferimento alla saga di Alien. Nella terza stagione il Mind Flyer mostra una sorta di estensione interna che somiglia molto alla creatura del film di Ridley Scott: c’è anche una scena in cui Nancy viene attaccata dal mostro, che è parallela al celebre frame con Sigournay Weaver e lo Xenomorfo.

    Alien – La Clonazione: Quando Hopper e Joyce trovano il laboratorio di Demogorgoni in Russia, la scena appare praticamente uguale ad una sequenza di questo film di Jean-Pierre Jeunet del 1997, in cui, pensate un po’, aveva recitato anche la stessa Winona Ryder.

    Aliens: Nella seconda stagione troviamo Paul Reiser nei panni del dottor Owens, che ci viene presentato allo stesso modo del suo personaggio nel film del 1986, quando doveva convincere la sopravvissuta Ripley a fidarsi di lui (lo stesso comportamento che ha il dottor Owens nei confronti di Will e Joyce). In un’altra scena Owens osserva attentamente i monitor per seguire i movimenti dei suoi uomini, stessa cosa che succedeva in Aliens (e in entrambe le scene uno degli scienziati/soldati afferma “stay frosty, boys”, più citazione di così…). Inoltre così come in Stranger Things c’è un gatto arancione, Mews, che reagisce male quando Dustin porta in casa Dart, anche nel film di Cameron c’è un gatto dello stesso colore che comincia ad agitarsi nel momento in cui arriva il mostro.

    Amanti perduti: Il film di Marcel Carné del 1945 è uno dei film preferiti di Robin, come la ragazza ci dice nel finale della terza stagione.

    Amityville Horror: Tutta la backstory di Victor Creel è un palese riferimento al film del 1979 di Stuart Rosenberg, in cui una famiglia si trasferisce in un edificio per poi scoprire che è posseduto da forze maligne.

    Apocalypse Now: Nel quarto episodio, un attimo prima che Nancy venga chiamata dalla preside per essere interrogata dalla polizia a proposito della scomparsa di Barb, la professoressa sta leggendo alla classe Cuore di tenebra, il romanzo di Joseph Conrad che ha ispirato il film di Francis Ford Coppola (1979).

    l’Appartamento: Nella terza stagione quello di Wilder è uno dei film citati da Robin sul podio dei suoi preferiti.

    Bella in rosa: Nel finale della seconda stagione Dustin si acconcia i capelli allo stesso modo di Duckie, nel film del 1986 firmato da Howard Deutch. Inoltre in entrambi i casi la ragazza più popolare della scuola chiede al ragazzo di ballare con lei.

    Blow Up: C’è addirittura un omaggio a Michelangelo Antonioni, abbastanza palese nella scena in cui Jonathan e Nancy ingrandiscono il dettaglio della fotografia di Barb per cercare di identificare la presenza alle spalle della ragazza. Impossibile non pensare a David Hammings che ingrandisce il dettaglio della pistola all’interno di una sua fotografia. Anche l’immagine di Jonathan che “ruba” fotografie da dietro un cespuglio non può non rimandare alla stessa immagine del protagonista di Blow Up (1966).

    Carrie lo sguardo di Satana: Stephen King è senza dubbio uno dei grandi ispiratori della serie. Così come Carrie, anche Eleven è dotata di poteri paranormali e, come la protagonista del film di Brian De Palma del 1976, anche la giovane Eleven ha un carattere timido e quieto finché non viene provocata… Ragazze letali. Nella quarta stagione inoltre, tutta la sottotrama di Eleven a scuola, dove viene bullizzata dai compagni di classe, fa inevitabilmente pensare al film di De Palma.

    la Casa: Il poster del filmone di Sam Raimi (1981) campeggia in bella vista nella stanza di Jonathan. Ma non solo: c’è un’inquadratura alle spalle del dondolo bianco nella veranda di casa di Joyce che è identica a quella del dondolo nella veranda della casa del film di Raimi. Ad ogni modo quel dondolo di legno sulla destra della veranda non può trovarsi lì per caso… Nella seconda stagione il modo in cui i tralci intrappolano Hopper ricorda molto la prima vittima del film di Sam Raimi, bloccata nel bosco da alcuni rami “viventi”.

    CHiPs: Jonathan si riferisce ai due agenti del governo che si sono installati in casa Wheeler con i nomi dei due agenti del celebre telefilm anni 70, Ponch e John appunto.

    Conan il Barbaro: Nel finale della quarta stagione vediamo Hopper raccogliere da terra uno spadone per affrontare il demogorgone. Quella spada, se si guarda bene, è esattamente la stessa usata da Arnold Schwarzenegger in questo film di John Milius del 1982.

    la Cosa: Il poster del film di John Carpenter del 1982 campeggia in bella vista nel seminterrato dove Mike nasconde Eleven, inoltre nel nono episodio, quando Dustin telefona a casa del professor Clarke per chiedergli come si costruisce una vasca di deprivazione sensoriale, il professore sta guardando in tv proprio questo film. Nella seconda stagione il mostro odia il calore e ha bisogno del freddo, proprio come la Cosa del film di Carpenter. Stessa cosa che si ripropone nella terza stagione, con un riferimento ancora più netto nella scena in cui i due giornalisti “posseduti” Tom e Bruce si uniscono in un unico, mostruoso, essere.

    Dark Crystal: Il poster del film del 1982 di Frank Oz e Jim Henson è appeso nella cameretta di Mike.

    il Dottor Zivago: Nella quarta stagione Robin e Steve discutono a proposito di questo film. Sarà un caso che si tratta di una pellicola ambientata in Russia sotto la neve, come la sottotrama di Hopper?

    Dracula di Bram Stoker: Nel film del 1992 di Francis Ford Coppola Winona Ryder interpreta Mina Harker, la quale in una scena balla con Dracula. Nella seconda stagione di ST Joyce balla con Bob, che per Halloween si è vestito proprio come il celebre vampiro.

    l’Esorcista: Nella seconda stagione Will viene letteralmente posseduto dal mostro, il Mind Flyer. Il piccolo Byers, legato al letto, viene liberato dalla possessione tramite un’operazione che ricorda da vicino l’esorcismo praticato a Regan nel capolavoro di William Friedkin. Ad ogni modo sono moltissimi i richiami tra la vicenda di Will e L’Esorcista, dalle scene in ospedale ad alcuni momenti con la madre.

    E.T. L’Extraterrestre: Il padre di tutte le citazioni. Ci si potrebbe scrivere un articolo a parte, soltanto tenendo conto del rapporto tra il film di Spielberg del 1982 e ST. I riferimenti più evidenti? Senza dubbio il rapporto tra Mike e Eleven è decisamente simile a quello tra Elliott e E.T., e indovinate a cosa gioca Elliott all’inizio del film? Ovviamente a Dungeons & Dragons, proprio come fanno i quattro amici all’inizio della serie. Elliott nasconderà E.T. nell’armadio della sua stanza, come farà Mike con Eleven, e la stessa El, una volta rimasta sola, accenderà il televisore di casa (proprio come fa E.T.). Altra citazione? Mike finge di star male per non andare a scuola e lavorare al suo piano per salvare Will, stesso espediente usato da Elliott per saltare le lezioni e poter conoscere meglio il suo misterioso ospite. Eleven indossa una parrucca bionda, così come E.T. in una piccola scena del film di Spielberg. E ancora, ovviamente, la fuga finale in bicicletta, con E.T. che fa volare le bici sopra il posto di blocco della polizia, molto simile alla corsa in bici dei quattro amici e al furgone che Eleven fa volare, dando il via libera alla loro fuga. Nella seconda stagione Eleven, nella speranza di poter uscire durante la notte di Halloween, indossa un lenzuolo da fantasma, proprio come faceva l’extraterrestre nel film di Spielberg. Inoltre sulla mensola di Dustin troviamo un pupazzetto di E.T.

    Explorers: Ragazzini che comunicano tra di loro tramite walkie talkie? Ricorda decisamente i tre giovani protagonisti del bellissimo Explorers (1985) di Joe Dante.

    Fenomeni Paranormali Incontrollabili: Film del 1984 di Mark Lester, tratto, neanche a dirlo, da un romanzo di Stephen King. La piccola Charlie, bambina dai poteri paranormali, ha molto in comune con Eleven di ST. A partire dalla cuffia piena di elettrodi che gli agenti del governo le mettono in testa per studiare la sua attività cerebrale e, senza dubbio, viene da qui anche l’idea del sangue dal naso in seguito all’utilizzo dei poteri mentali.

    Fluido Mortale: Celebre anche con il nome di Blob, il cult horror del 1958 ispira molto il modo in cui il Mind Flyer si dissolve, scorre sul pavimento, per poi assemblarsi come un unico essere. Inoltre anche il fluido del film non ama il caldo.

    la Fortezza Nascosta: Nella terza stagione il film di Kurosawa è citato da Robin come uno dei suoi film preferiti.

    Ghostbusters: Uno dei punti di riferimento della seconda stagione. Mike, Lucas, Dustin e Will per Halloween si vestono proprio da acchiappafantasmi, inoltre il celebre tema musicale di Ray Parker Jr. è presente sui titoli di coda della seconda puntata. Tra l’altro i “democani” fanno vagamente pensare ai mostruosi demoni a quattro zampe del film di Ivan Reitman.

    il Giorno degli Zombi: Film di Romero del 1985, è la pellicola che i ragazzini di Hawkins vanno a vedere al cinema del centro commerciale durante il primo episodio. 

    i Goonies: Parliamo di uno dei capisaldi del cinema degli anni 80, nonché uno dei grandi punti di riferimento di ST, dai costumi all’atmosfera: quando un gruppo di ragazzini si lancia in un’avventura pericolosa, senza l’aiuto degli adulti, non si può non pensare al capolavoro di Richard Donner (1985). In particolare il personaggio di Dustin fa pensare molto a Chunk (quando gli viene chiesto di “fare quella cosa con le braccia”, fa pensare in qualche modo alla danza del ventre del più goffo dei Goonies), sia per la simpatia che per la fisionomia. E quando Dustin trova la scorta di budini al cioccolato nella mensa scolastica è impossibile non pensare ai gelati trovati da Chunk nel magazzino del ristorante (dove oltre ai gelati trovava anche un cadavere). Inoltre il bullo dei Goonies si chiama Troy, proprio come il bullo di ST e il personaggio di Barb ricorda moltissimo quello di Stef. Ancora: in entrambi i titoli in questione c’è una sorta di triangolo amoroso adolescenziale con il ricco figlio di papà, la borghese perfettina e il fratello maggiore di uno dei ragazzini. Un caso? Probabilmente no. Nella seconda stagione i Goonies sono addirittura omaggiati con la presenza nel cast di Sean Astin, che interpretava Mickey nel celebre film di Richard Donner. Proprio Astin strizza l’occhio al film del 1985 con la battuta: “Cos’è la X? Il tesoro dei pirati?”. Inoltre la scena in cui Dustin divide il suo snack con Dart porta immediatamente alla mente la sequenza in cui Chunk condivide il suo snack con Sloth. Nell’ultima puntata poi, Steve dice che i ragazzini non possono muoversi di casa perché ha promesso di tenerli al sicuro, stesso ruolo da babysitter che aveva Josh Brolin nel film di Donner.

    La Grande Fuga: Yuri si riferisce a Hopper accennando a lui come “The Cooler King”. Riferimento inequivocabile al personaggio di Steve McQueen nel film del 1963 di John Sturges, storia di un americano che tenta la fuga da un campo di prigionia tedesco.

    Gremlins: Nella seconda stagione Dustin si prende cura di un animaletto all’apparenza tenero e innocuo. In realtà si rivela essere un mostro. Non vi ricorda qualcosa? Nel film di Joe Dante il tenero Gizmo, anche lui all’apparenza dolce e innocuo, per colpe non sue si ritrova a generare i pericolosissimi mostriciattoli del titolo.

    Guerre Stellari: Citatissimo già in E.T., figurarsi se poteva non essere citato anche qui. Le citazioni si sprecano davvero: Mike imita la voce di Yoda dicendo a Eleven “Ready are you? What know you of ready?”, stessa frase usata dal maestro Jedi nei confronti di Luke Skywalker ne L’Impero Colpisce Ancora. In un’altra scena Dustin cerca di convincere Elle a far volare il Millennium Falcon con la forza del pensiero (cosa che la ragazza farà senza grandi difficoltà una volta rimasta sola a casa). E ancora, probabilmente la citazione più bella tratta dalla saga di Lucas, è in quel reiterato “Lando! Lando!” da parte sempre di Dustin, temendo che il capo della polizia Hopper possa tradirli proprio come fa Lando Carlissian nei confronti di Han Solo e compagni, sempre ne L’Impero Colpisce Ancora. Ancora Dustin afferma due volte “I’ve got a bad feeling about this”, stessa espressione usata da Han Solo in ogni Episodio di Star Wars in cui compare. Aggiungerei anche che uno dei protagonisti di ST si chiama Lucas, non credo proprio si tratti di una coincidenza. Nella seconda stagione, alla sesta puntata, Mike cerca di salvare gli scienziati del laboratorio urlando continuamente “è una trappola” (“It’s a trap!”), una delle frasi più celebri di Star Wars. Nella discussa settima puntata Eleven viene “addestrata” all’uso della telecinesi allo stesso modo in cui abbiamo visto Luke in Episodio V. Inoltre, sempre Eleven nella stessa puntata, usa la “Forza” per soffocare il carceriere di sua madre, ricordando in tutto e per tutto Darth Vader. Nella terza stagione vediamo R2D2 tra i giocattoli che si animano nella stanza di Dustin. Nella quarta stagione invece Dustin cita L’Impero Colpisce Ancora, dicendo, mentre sta per lanciare il dado durante la partita a D&D, “never tell me the odds”, come fa Han Solo a C3P0 nel momento in cui decide di fuggire in un campo di asteroidi. Inoltre, sempre nella quarta stagione, viene ancora citata l’iconica frase di Han Solo “I’ve got a bad feeling about this”: stavolta a dirla è Murray.

    i Guerrieri della notte: Nel settimo episodio la gang di Pittsburgh, alla quale si aggrega Eleven, viene presentata con una camminata che ricorda i celebri Warriors nel film di Walter Hill. Io onestamente non ho visto tutto questo gran riferimento al film, ma la citazione è stata dichiarata dai registi stessi nello speciale Beyond Stranger Things.

    Halloween: John Carpenter è sicuramente uno dei punti di riferimento della serie. La musica, con le sue suggestioni synth, omaggia chiaramente il regista di Halloween. Il cognome di Will, Byers, fa subito pensare al Michael Myers del magnifico horror del 1978, inoltre, in una scena in cui Lucas e Dustin parlano di Elle, poco dopo averla incontrata, i due amici teorizzano che possa essere fuggita da un ospedale psichiatrico, facendo il nome proprio del terrificante Myers. Nella seconda stagione, proprio durante la notte di Halloween, Max spaventa i suoi nuovi amici indossando una maschera di Michael Myers. “L’uomo nero”, altro nome con cui veniva chiamato lo stesso Myers nel film di Carpenter, viene citato anche nella quarta stagione. Tra l’altro nel volume 2 della stessa, Eddie indossa una maschera di Michel Myers.

    Happy Days: La prima vittima di Vecna, Chrissy, di cognome fa Cunningham ed è una cheerleader. Il suo personaggio, così come quello del suo ragazzo Jason, ricorda moltissimo i ragazzi degli anni 50 protagonisti del mitico telefilm, dove Cunningham era appunto il cognome della famiglia al centro della storia. Inoltre la somiglianza fisica tra Jason e Ron Howard (Richie Cunningham nel telefilm) non è casuale, anche se caratterialmente sono invece diversissimi.

    Hellraiser: Sono molti i riferimenti tra Vecna, il villain della quarta stagione, e Pinhead, il celebre “cattivo” del film di Clive Barker del 1987. Entrambi erano esseri umani diventati mostri dopo essere finiti in una dimensione diversa (il Sottosopra di Stranger Things, nel nostro caso), inoltre c’è molta somiglianza nella voce dei due personaggi.

    He-Man e i Dominatori dell’Universo: Quando Eleven accende il televisore si vede una parte della sigla di uno dei cartoni animati più amati degli anni 80, altro riferimento a quella cultura nella quale sono cresciuti i trentenni/quarantenni di oggi. Nella seconda stagione i pupazzetti dei Masters sono sparsi un po’ ovunque, in particolare in una scena divertente in cui Erica, la sorellina di Lucas, gioca con l’action figure di He-Man.

    Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo: Se E.T. è il padre di tutte le citazioni, il film di Spielberg (ancora lui) del 1977 è senza dubbio la madre. Quando si vede Joyce che monta tutte quelle luci in casa, seguendo il proprio istinto apparentemente folle, come si fa a non pensare a Richard Dreyfuss in vestaglia che sradica piante e radici dal suo giardino per ricostruire in casa l’oggetto della propria visione? E le luci natalizie di casa Byers, come non possono ricordare le luci colorate dell’astronave del film di Spielberg? E ancora, la sorellina di Mike che cammina da sola per casa, seguendo le luci, finendo poi nella stanza di Will, come può non far pensare al bimbo di “Incontri Ravvicinati”, che di notte cammina per casa da solo, seguendo il richiamo dei giocattoli animati e delle luci aliene? Nella seconda stagione il film di Spielberg è citato senza dubbio nella scena in cui Will ha una delle prime visioni del Mind Flyer: il piccolo Byers apre la porta di casa sua e viene investito da una luce calda, accesa: stessa sorte che che capitava al bambino di Incontri Ravvicinati poco prima di essere rapito.

    Indiana Jones e il Tempio Maledetto: Altro film di Steven Spielberg citato a più riprese nella seconda stagione. Due scene in particolare omaggiano inequivocabilmente il film del 1984: Hopper, dopo esser stato salvato nel tunnel da Joyce e Bob, viene invitato ad andar via dallo scienziato con il lanciafiamme. Appena si allontana torna però indietro un momento per recuperare da terra il suo cappello marrone: la stessa iconica mossa di Indiana Jones. In un’altra scena Nancy e Jonathan restano a dormire a casa di Bauman: ognuno è nella sua stanza e ripete a voce alta alcune frasi dette in precedenza, cercando di trovare il coraggio per andare nell’altra camera. La stessa identica scena è presente nel film di Spielberg, in un’esilarante scena tra Harrison Ford e Kate Capshaw. Un’altra citazione la troviamo quando Nancy brucia Will con un attizzatoio rovente, esattamente come faceva Shorty con una torcia nel tentativo di risvegliare Indiana Jones. Il Tempio Maledetto è nuovamente omaggiato nell’ultima puntata quando Max si mette alla guida della macchina legandosi una scatola alla scarpa, in modo da poter raggiungere i pedali: stessa ingegnosa soluzione trovata da Shorty nel secondo film di Indiana Jones.

    l’Invasione degli Ultracorpi: Uno dei riferimenti maggiori della terza stagione. I Flyed, o l’esercito del Mind Flyer se preferite, sono una sorta di versione alternativa degli abitanti della città, stessa cosa che succedeva nel bellissimo film di Kaufman del 1956. Inoltre nel film di riferimento la protagonista si chiamava Driscoll, come il nome della signora che in questa stagione avverte Nancy a proposito dei ratti in cantina.

    It: Stephen King è uno degli autori più omaggiati da ST, basti dare un’occhiata al carattere usato per il titolo, praticamente identico a quello di molti libri dello scrittore statunitense. C’è una scena, durante un flashback all’interno della Castle Byers, in cui Joyce domanda a Will: “Non hai più paura dei pagliacci?”. Nell’ultimo episodio inoltre, il tentativo di Lucas di usare una fionda per colpire il mostro, è chiaramente un riferimento allo scontro tra i giovani protagonisti di It e Pennywise. Nella seconda stagione Nancy e Jonathan rivedono le cicatrici delle ferite che si erano fatti sulla mano nel finale della prima stagione: una scena già presente nel libro di Stephen King, quando i Perdenti, da grandi, ricordano la loro promessa rivedendo le cicatrici sulle mani. In un’altra scena Bob racconta a Will di un suo incubo ricorrente a proposito di un clown terrificante.

    Jurassic Park: Poteva mancare la citazione ad un altro classico di Steven Spielberg? Ovviamente no. Nella seconda stagione Steve affronta Dart, salvo poi accorgersi che altri democani stanno arrivando alle sue spalle. I velociraptor del classico del 1993 si comportavano allo stesso modo. Il film viene citato anche nella scena in cui Bob deve muoversi nel laboratorio per riattivare l’elettricità, stando attento alla presenza dei mostri: al posto dei democani c’erano i raptor, ma la scena è la stessa. Nella terza stagione c’è anche un’altra scena molto simile, ovvero quando i ragazzi devono nascondersi dal Mind Flyer, accucciandosi sotto i mobili dei negozi del centro commerciale.

    Karate Kid: Nello scontro tra Jonathan e Steve (episodio 6), quando quest’ultimo ne prende di santa ragione, il suo amico Tommy cerca di allontanare il fratello di Will urlandogli “He’s had enough, man! I said he’s had enough!” (“Ne ha avute abbastanza!”), stessa frase detta da uno dei bulli nel film del 1984 di John G. Avildsen, quando Daniel viene gonfiato di botte durante la notte di Halloween, prima di essere salvato dal maestro Miyagi. L’ambientazione della scena di lotta in ST, fa inoltre pensare moltissimo a quella di un altro scontro, quello tra Roddy Piper e Keith David in Essi Vivono di John Carpenter (1988). Nella seconda stagione, durante la festa di Halloween alla quale partecipano Nancy e Steve, alcuni personaggi sono vestiti come i membri del Cobra Kai. Nella terza stagione invece Ralph Macchio è al centro di una conversazione tra Max e Eleven.

    Mad Max: Nella seconda stagione la nuova arrivata Maxine si firma MADMAX in sala giochi. Il proprietario inoltre, nella quinta puntata, la chiama “guerriera della strada”, come il titolo del secondo capitolo della saga di George Miller (Interceptor – Il guerriero della strada del 1981).

    il Mago di Oz: Il poster di questo cult di Fleming è appeso nella stanzetta di Suzie, l’amica di Dustin.

    Magnum P.I.: Il memorabile detective interpretato da Tom Selleck ispira senza alcun dubbio il look di Hopper: il baffo e la camicia sfarzosa sono un chiaro riferimento al telefilm. Inoltre lo stesso Hopper nel primo episodio della terza stagione sta guardando il telefilm in tv.

    Mamma ho perso l’aereo: Forse è un riferimento forzato, ma il modo in cui Nancy e Jonathan preparano le trappole per attirare il mostro in casa dei Byers ricorda troppo da vicino la meticolosità con cui il piccolo Kevin disseminava trappole per impedire ai ladri di entrare in casa McAllister, nel film di John Hughes (1990).

    Minority Report: Ancora un film di Spielberg, ma molto più recente (2002). Eleven immersa nella vasca di deprivazione sensoriale ricorda moltissimo la Agatha di Minority Report, anch’essa con i capelli rasati, anch’essa dai grandi poteri mentali, anch’essa capace di trasmettere le sue visioni mentre è distesa in una grande vasca.

    the Mist: Torniamo a Stephen King, e in questo caso anche al bel film di Frank Daramond del 2007. Nell’episodio 4 di ST un uomo, collegato a un cavo, si introduce nel buco del muro dei laboratori Hawkins che, scopriremo poi, conduce al Sottosopra. Il cavo però, sotto gli occhi di Brenner e degli altri scienziati della Hawkins, verrà tirato indietro e di lui non resterà niente. La stessa scena avviene appunto in The Mist, quando un volontario decide di legarsi a una fune per uscire dal supermercato dove si sono rifugiati i sopravvissuti. Inutile dire che la fune tornerà indietro insanguinata, senza più alcuna traccia dell’uomo.

    Mister Mamma: Nella seconda stagione il film del 1983 con Michael Keaton viene noleggiato dai Byers per la notte di Halloween.

    Nightmare – Dal Profondo della Notte: In questa carrellata di citazioni non poteva mancare un altro maestro degli anni 80: Wes Craven. Il modo in cui il mostro deforma il muro di casa Byers cercando di uscire è un omaggio alla sagoma di Freddy Krueger che deforma il muro sopra la sua vittima dormiente nel film di Craven del 1984. Anche il rogo finale del mostro di ST ricorda molto il rogo in cui si dimena Krueger nella prima parte del film. Nightmare è inoltre uno dei riferimenti principali della quarta stagione: così come Krueger, anche Vecna uccide le sue vittime entrando nella loro mente e la morte di Chrissy alla fine del primo episodio ricorda moltissimo il modo in cui viene uccisa Tina nel film di Wes Craven. Inoltre, la presenza di Robert Englund (proprio l’attore che interpretava Freddy Krueger) nei panni di Victor Creel non può essere assolutamente un caso.

    Poltergeist: Uno dei riferimenti diegetici più evidenti: Joyce porta a Will i biglietti del cinema per andare a vedere il film di Tobe Hooper (1982). Inoltre il modo in cui la stessa Joyce comunica con Will ricorda moltissimo la comunicazione tra i Freelings e la piccola Carol Anne, anche lei tra l’altro intrappolata in una sorta di altra dimensione.

    Pulp Fiction: Riferimento piuttosto bizzarro, trattandosi di un film del 1994 (che di certo non ha bisogno di presentazioni). Quando Eddie dice di essere “pretty god damn far from OK”, come si può non pensare subito a Marcellus Wallace che, dopo essere stato violentato da due maniaci sessuali, afferma “I’m pretty fuckin’ far from OK”. Inoltre Robin, nell’ultimo episodio, afferma “I don’t believe in a higher power or divine intervention, but that was a miracle”, che evoca un concetto simile espresso da Samuel L. Jackson nel film di Tarantino.

    Rambo: Nella terza stagione Alexei definisce Hopper un “Rambo grasso”.

    il Ribelle: Il cinema, sulla cui insegna campeggia in bella vista l’insulto a Nancy nella penultima puntata, ha in programmazione il film di Michael Chapman (1983) con Tom Cruise.

    Risky Business: Nella seconda stagione, durante la festa di Halloween, Nancy si veste come il personaggio di Lana nel film del 1983 firmato da Paul Brickman.

    Ritorno al Futuro: Questa è una delle citazioni più difficili da trovare. Nell’ultimo episodio Eleven affronta il mostro all’interno di un’aula scolastica, lanciandolo contro una lavagna per poi distruggerlo (?). Bene, sopra la lavagna c’è un orologio da parete, sapete che ora indica? Le 22.04! Esatto, proprio la stessa identica ora in cui il fulmine si abbatte sull’orologio di Hill Valley nel 1955, permettendo a Doc di far tornare Marty indietro nel futuro! Nella terza stagione uno spezzone del capolavoro di Zemeckis viene proiettato nel cinema del centro commerciale, dove si sono rifugiati Steve, Robin, Dustin ed Erica.

    Rocky: Nella seconda stagione, durante la festa di Halloween, c’è un ragazzo vestito con il classico look di Rocky Balboa: tuta grigia e bandana rossa.

    Rusty il Selvaggio: Nel quinto episodio, quando Nancy trova la mazza da baseball per affrontare la caccia al mostro, sopraggiunge Steve che le propone di andare al cinema a vedere il film di Francis Ford Coppola (1983), commentando anche che il protogonista (Matt Dillon) gli somiglia.

    Scanners: Di persone uccise con la forza del pensiero ne abbiamo? Decisamente sì. Il modo in cui Eleven si sbarazza degli agenti governativi non può non far pensare al magnifico Michael Ironside nel film di David Cronenberg (1981).

    Schegge di Follia: In una scena del quinto episodio, nel mezzo di due inquadrature su Joyce, c’è Nancy che cerca una mazza da baseball e la macchina da presa si sofferma su un set di mazze da croquet. Niente di strano, se non fossero state usate in moltissime scene di questo film del 1989 di Michael Lehmann, che vede come protagonista proprio Winona Ryder.

    Scream: Saranno moltissimi i film in cui un ragazzo entra di notte nella camera di una ragazza passando dalla finestra, ma nella scena in cui Steve entra nella stanza di Nancy ci sono moltissime similitudini con il film di Wes Craven (1996). Oltre all’entrata clandestina dalla finestra e il bacio sul letto, c’è un riferimento piuttosto evidente: sia lo Steve di ST che il Billy di Scream prendono un orsacchiotto di peluche dal letto della loro rispettiva ragazza e lo fanno parlare. Probabilmente non è un caso.

    Scuola di Mostri: Uno dei film per ragazzi più sottovalutati degli anni 80. Una sorta di Goonies in cui un gruppo di ragazzini esperti di mostri sono gli unici in grado di affrontare l’arrivo di Dracula, l’Uomo Lupo, la Mummia, Frankenstein e il Mostro delle Paludi. Ogni film con pre-adolescenti uniti in una missione pericolosa appartiene all’immaginario degli anni 80 e, anche se questo film di Fred Dekker (1987) non ha riferimenti diretti con ST, il mood è sempre quello.

    Shining: Ancora Stephen King, inevitabilmente. Forse è un riferimento casuale, ma ogni volta che c’è un’ascia in una scena in interni, è impossibile non pensare a Jack Torrance e al capolavoro di Stanley Kubrick (1980).

    il Signore degli Anelli: Anche se non è una pellicola appartenente all’immaginario collettivo degli anni 80, quella di Peter Jackson (e l’opera di Tolkien in generale) viene citata a più riprese. Il luogo in cui Will sparisce è chiamato Bosco Atro, una delle foreste più celebri della Terra di Mezzo, e il rapporto tra i ragazzi ricorda molto quello tra gli hobbit di Tolkien: il senso del sacrificio, l’amicizia fraterna. In particolar modo c’è la scena del risveglio di Will nel letto d’ospedale che è assolutamente identica alla scena in cui Frodo si risveglia nel letto alla fine de Il Ritorno del Re: da un lato ci sono Mike, Dustin e Lucas a saltellare e raccontare le proprie gesta, dall’altro ci sono Sam, Pipino e Merry. Nella quarta stagione Dustin propone di andare a cercare la porta sul Sottosopra e Eddie capisce che gli sta chiedendo di “andare a Mordor” perché “la Contea sta bruciando”.

    il Silenzio degli Innocenti: Alzi la mano chi non ci ha pensato immediatamente: la scena in cui Nancy e Robin vanno a parlare con Victor nel manicomio criminale ricorda troppo la sequenza del primo incontro tra Clarice Starling e Hannibal Lecter nel capolavoro di Jonathan Demme del 1991.

    Sixteen Candles: Quando la “squadra” si reca alla Warzone per procurarsi le armi necessarie per combattere contro Vecna, Robin vede la ragazza che le piace, Vickie, che si bacia con il suo ragazzo. Il look di Vickie è terribilmente simile a quello di Molly Ringwald in questo film del 1984 diretto da John Hughes.

    Stand By Me: Ancora Stephen King. Il film di Rob Reiner (1986) è un altro grande punto di riferimento per ST. Quattro ragazzini in un bosco, alla ricerca di qualcosa/qualcuno. L’omaggio più grande è senza dubbio la camminata che i quattro fanno lungo i binari del treno, senza dubbio un riferimento ad una delle scene più celebri del film di Reiner. Inoltre il quarto capitolo di ST si intitola The Body, stesso nome del racconto di King dal quale è stato tratto appunto Stand By Me.

    Stati di Allucinazione: Nel film di Ken Russell (1980), William Hurt conduce degli esperimenti su se stesso restando in sospensione dentro una vasca di deprivazione sensoriale. Impossibile non pensare agli esperimenti condotti su Eleven dal professor Brenner.

    St. Elmo’s Fire: Nel film di Joel Schumacher del 1985 c’è un personaggio di nome Billy che ha un look praticamente identico a quello del fratello di Max (che si chiama anch’esso Billy).

    la Storia infinita: Non poteva esserci omaggio più bello al capolavoro di Wolfgang Petersen. Dustin ha bisogno di un’informazione via radio da Suzie, lei però pretende che lui canti con lei Neverending Story, la mitica canzone di Limahl che noi bambini degli anni 80 abbiamo tutti cantato a squarciagola. Il problema è che sono tutti in ascolto via radio: la performance di Dustin è comunque impeccabile.

    lo Squalo: L’alone di Steven Spielberg è praticamente ovunque in questa serie. Il suo squalo del 1975 è presente sotto forma di poster nella stanza di Will, ma le citazioni non finiscono qui: il mostro di ST è attratto dal sangue, e non può essere un caso quella scena in cui Barb, seduta sul bordo della piscina, fa cadere alcune gocce di sangue in acqua. Subito dopo farà una brutta fine… Lo squalo, come animale, è presente inoltre anche in un libro sui predatori citato da Nancy a Jonathan.

    Superman III: Nel finale Joyce, per riuscire a girare entrambe le chiavi contemporaneamente, usa la sua cintura come protesi per raggiungere una delle due chiavi. La scena è una citazione di una sequenza analoga nel film di Richard Lester.

    Terminator: Il film di James Cameron è in programmazione al cinema di Hawkins e inoltre Eleven vede il trailer del film in televisione. Nella terza stagione il riferimento è molto più forte: il personaggio di Grigori, il russo implacabile, è chiaramente plasmato su quello del film di Cameron (e lo stesso sindaco, quando Hopper gli domanda il nome del russo, risponde ironicamente che si chiama “Arnold Schwarzenegger”).

    Terminator 2: Nel concitato finale della quarta stagione, Nancy, armata con un fucile a canne mozze, spara contro Vecna. Come si fa a non pensare a Sarah Connor che spara contro il suo nemico in questo iconico film del 1991 firmato da James Cameron?

    Twin Peaks: La serie culto di David Lynch è citata nel finale di stagione di ST, quando Will, davanti allo specchio del bagno, si ritrova per un momento di nuovo nel Sottosopra, e sputa i germi di un nuovo male nel lavandino. Nel finale di Twin Peaks (1990) c’è invece Cooper che guarda nello specchio del bagno, vedendo riflesso Bob (così come Will, sembra che il male si stia impossessando di lui). Inoltre, la scena della prima puntata in cui Joyce va a svegliare Will, scoprendo che non ha dormito a casa, è molto simile ad una scena nel pilota di Twin Peaks, ovvero quando Sarah Palmer va a svegliare Laura (scoprendo anche in questo caso che non c’è).

    Under The Skin: Uno dei riferimenti più recenti e senza dubbio inaspettati. Così come Eleven quando entra nella vasca di deprivazione sensoriale in ST, anche Scarlett Johansson nel film di Jonathan Glazer (2013) si muove in un’altra dimensione liquida e totalmente buia.

    Venerdì 13: Nella seconda stagione, un ragazzino vestito da Jason spaventa Will durante la notte di Halloween.

    Wargames: Adolescenti che contrastano una minaccia russa? Ma ovviamente è un riferimento al film del 1983 di John Badham con Matthew Broderick! Come se non bastasse quando Will, Mike e Jonathan chiamano un numero misterioso scoprendo che si tratta di un computer urlano “Wargames!“, per far capire a tutti cosa sta succedendo. Inoltre si può distinguere un accenno della colonna sonora del film quando Mike dice ai suoi compagni che bisogna chiedere l’intervento di Suzie.

    Zombi: Il capolavoro di Romero si svolgeva quasi interamente all’interno di un centro commerciale, ambientazione centrale anche nella terza stagione di ST. Anche nella serie c’è un’automobile in bella mostra nella hall del centro commerciale, inoltre Robin e gli altri scivolano servendosi dello spazio tra le due scale mobili, come faceva uno dei personaggi nel film di Romero.

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