home.social

#armate — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #armate, aggregated by home.social.

fetched live
  1. Le Forze Armate italiane nella NATO: dottrine e compiti

    Prima ancora che la NATO adottasse ufficialmente la dottrina della “difesa avanzata”, le caratteristiche geostrategiche del fronte italiano resero obbligata la scelta di condurre la difesa aeroterrestre al Brennero e tra i fiumi Isonzo e Tagliamento, a ridosso del confine nordorientale, che appariva come il meglio difendibile: la sua estensione non superava i 70 km, dunque era ridotta, poggiava per gran parte sull’arco alpino o su terreno collinare adatto alla difesa, salvo che nella piana di Gorizia, la quale peraltro avrebbe potuto essere fortificata. Inoltre, i pochi assi di penetrazione percorribili dall’Ungheria, vale a dire dalla linea di attacco più prevedibile delle forze sovietiche e dei loro alleati, erano particolarmente vulnerabili all’offesa aerea e all’impiego di armi nucleari.
    La scelta di soluzioni alternative, per contro, avrebbe comportato lo sbocco dell’aggressore nella pianura padana, dove la resistenza delle forze di difesa italiane si sarebbe rivelata ben più difficile. Infatti, nell’eventualità in cui fosse riuscito a stabilizzare una linea di difesa sull’Appennino e le Alpi occidentali, l’aggressore avrebbe rescisso il collegamento tra il fronte centrale e quello meridionale della NATO, si sarebbe impadronito di tre quarti del potenziale bellico nazionale (concentrato nel triangolo Milano-Torino-Genova) e avrebbe potuto creare un governo collaborazionista; ipotesi quest’ultima che, considerata la forza e il seguito del Partito comunista italiano, era tutt’altro che peregrina.
    I perni della struttura difensiva italiana erano dunque il Brennero, il sistema Cadore-Carnia, la zona prealpina di Udine, la zona collinare e di pianura tra l’Isonzo e il Tagliamento, il Carso e Trieste, la Laguna veneta <84.
    Per quanto concerne invece i compiti assegnati alle varie forze, essi erano i seguenti. Per l’Esercito, difendere soltanto con le proprie forze la frontiera orientale in attesa delle forze aeree statunitensi che avrebbero potuto raggiungere lo scacchiere orientale italiano, ad esempio decollando da portaerei in navigazione nel Mediterraneo. Questa capacità di resistenza avrebbe dovuto esercitarsi per tutto il tempo necessario a consentire la mobilitazione delle forze americane e di quelle NATO, una parte delle quali sarebbe stata destinata a supportare direttamente le truppe italiane sul fronte orientale della penisola. Oltre a questo compito prioritario, all’Esercito italiano era richiesto, come compito secondario, di tenere il controllo di tutto il Paese dal punto di vista dell’ordine pubblico. Per quanto concerne invece la Marina, ad essa era affidato l’incarico di operare come scorta dei convogli alleati nel Mediterraneo e di garantire la difesa costiera della penisola, oltre a supportare, in funzione comprensibilmente subalterna, il mantenimento del dominio navale alleato nell’area mediterranea e a consentire l’esplicazione del potere aeronavale alleato. L’Aeronautica, infine, dal momento che all’epoca era la Forza Armata più debole e antiquata di tutte, non avrebbe avuto altri compiti se non quello di concorrere, con mezzi limitati, all’azione delle altre forze <85.
    Fu in questo periodo iniziale di partecipazione italiana all’Alleanza che si dimostrarono determinanti gli aiuti economici e militari statunitensi intesi ad accelerare la ricostruzione delle strumento militare italiano e, al tempo stesso, il suo ammodernamento <86.
    Tutto questo sostegno non era ovviamente casuale, ma intendeva significare, in concreto, l’attenzione che gli Stati Uniti e, in subordine, la NATO attribuivano all’Italia quale caposaldo dello schieramento atlantico in Europa, un caposaldo che non intendevano assolutamente perdere e che anzi erano decisi a difendere dalle posizioni più avanzate possibili, in quanto perfettamente consapevoli del fatto che, se un’eventuale offensiva sovietica fosse riuscita a sfondare e a dilagare nella pianura padana, l’intero fianco Sud della NATO avrebbe rischiato di essere aggirato e la difesa occidentale sarebbe stata spinta all’indietro, fino alla penisola iberica, con conseguenza gravissime <87.
    Su questo sfondo, resta ovviamente irrisolta la diatriba tra chi riteneva che l’allineamento atlantico del nostro Paese fosse una scelta determinata dalla volontà o imposta dalla necessità e chi riteneva invece che, pur partecipando allo schieramento atlantico, sarebbe stato preferibile, per l’Italia, adottare un atteggiamento meno passivamente prono agli interessi degli alleati e in particolar modo degli americani e più attento, per contro, alla tutela dell’interesse nazionale, senza peraltro dimenticare il fatto che, in quel periodo, non pareva chiaro né alla dirigenza politica né a quella militare quale fosse realmente il nostro interesse nazionale <88.
    A livello dottrinale, vale a dire di elaborazione della dottrina operativa delle Forze Armate italiane <89, le prime pianificazioni postbelliche riguardarono l’organizzazione difensiva (1948), le operazioni combinate avioterrestri (1949), la difesa su ampi fronti (1950) e la cooperazione avioterrestre (1951).
    La prima serie dottrinale dell’Esercito fu la 3000, elaborata a cavallo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, che fu anche l’ultima delle concezioni dottrinali ispirate a una visione del conflitto di tipo esclusivamente convenzionale <90.
    La regolamentazione successiva, che risale al 1958-60 (circolari della serie dottrinale 600), rifletteva invece i principi della dottrina NATO della “rappresaglia massiccia”, adottata dall’Alleanza nel 1954. Si prevedeva infatti la costituzione di due posizioni difensive, poste a distanza di 50-90 km l’una dall’altra, il cui compito era quello di attirare le forze attaccanti nei punti più vulnerabili al fuoco nucleare. Non era prevista, peraltro, una manovra controffensiva su larga scala, il che la dice lunga su quello che era considerato il ruolo delle forze italiane, relegato di fatto a compiti di mera resistenza passiva, da esercitare fino a che non si sarebbe manifestato, sul terreno, il supporto militare alleato, soprattutto americano.
    La serie dottrinale 600, approvata nell’aprile del 1958, fu comunque molto apprezzata, soprattutto negli USA, dove fu addirittura oggetto di studio e di insegnamento. Si trattava, infatti, della prima normativa di impiego elaborata da un esercito occidentale che prevedeva l’uso di armi atomiche e cercava di valutarne concretamente gli effetti tanto per chi difendeva quanto per chi attaccava <91. Come tale, era certamente ricca di spunti dottrinali di interesse non trascurabile, anche perché enormi erano gli interrogativi che gravavano sulla reale possibilità di condurre operazioni efficaci in ambiente pesantemente contaminato. Ogni contributo dottrinale in tal senso, quindi, era il benvenuto, anche se tutti parevano complessivamente alquanto ottimistici sul tema dell’operatività dei reparti dopo uno scambio di fuoco nucleare, in quanto era difficilissimo individuare l’entità delle distruzioni che avrebbero avuto luogo.
    [NOTE]
    84 Virgilio Ilari, Storia militare della Prima Repubblica…, cit., p. 79 sg.
    85 Enea Cerquetti, Le Forze armate italiane dal 1945 al 1975…, cit., p. 97.
    86 Ibidem, p. 99 sg.
    87 Enea Cerquetti, Le Forze armate italiane dal 1945 al 1975…., cit., p. 118.
    88 Ibidem, p. 150 sg.
    89 La dottrina militare è una delle due diverse e fondamentali fonti della tattica militare (l’altra fonte sono gli ordini di operazione), fornisce gli orientamenti per l’impiego delle forze nei casi medi. È contenuta in circolari e pubblicazioni delle serie dottrinali, il cui aggiornamento consegue o ad una mutata visione strategica ovvero a profondi cambiamenti nell’organizzazione delle Forze Armate. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Tattica_militare
    90 Enea Cerquetti, Le Forze Armate italiane dal 1945 al 1975…, cit., p. 107.
    91 Ibidem, p. 186 sgg.
    Roberto Pistoia, L’Italia e la NATO dal 1949 al 1989, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

    Nelle prospettive della NATO, la flotta all’inizio era considerata una struttura di sostegno rispetto all’enfasi sulle forze di terra, impegnate a contrastare l’armata rossa per mantenerla quanto più possibile distante dalle regioni occidentali, alle quali si richiedeva di garantire le linee di comunicazione e l’azione di ricognizione.
    Questo disegno strategico si fondava sul convincimento che il controllo delle regioni europee avrebbe determinato le sorti d’ogni conflitto con Mosca.
    Perciò, la marina insisteva perché la linea di difesa si concretizzasse quanto più possibile ad est dei confini della cortina di ferro e la flotta costituisse una percentuale considerevole di tutta la forza militare degli Alleati; tuttavia, per rendere effettiva la deterrenza, si confermò la centralità del sistema difensivo terrestre, affiancato però da un consistente concentramento di forze aeree e navali.
    La scelta indusse ad approfondire le strategie per coordinare meglio tutti i soggetti impegnati nel teatro, di conseguenza, si incominciò a considerare con maggiore attenzione il Mediterraneo e la sesta flotta, rimasta sempre sotto comando statunitense.
    Alessia Cherillo, I rapporti tra l’Unione Europa e la NATO, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Anno Accademico 2011-2012

    #1948 #1951 #1954 #1958 #Aeronautica #AlessiaCherillo #armate #dottrina #esercito #forze #Marina #militare #NATO #RobertoPistoia

  2. L’origine di Gladio è fatta risalire all’organizzazione O, la quale era originata da una formazione partigiana bianca, la Osoppo.
    Nel primo dopoguerra, appena ebbe inizio la Guerra Fredda e divenne concreto il pericolo di un attacco degli eserciti del Patto di Varsavia, questa organizzazione fu inserita legalmente nelle Forze Armate italiane. Fu dotata di vertici militari e fatta confluire nelle strutture segrete della Nato.
    La Stay Behind italiana era costituita da cinque unità di pronto impiego in regioni di particolare interesse strategico, denominate: “Stella Alpina” nel Friuli, “Stella Marina” nella zona di Trieste, “Rododendro” nel Trentino Alto Adige, “Azalea” nel Veneto e “Ginestra” nella zona dei laghi lombardi.
    La struttura, alle dipendenze dell’Ufficio R del Sifar, era articolata in quaranta nuclei, dei quali sei informativi, dieci di sabotaggio, sei di propaganda, sei di evasione e fuga, dodici di guerriglia. Inoltre erano state costituite cinque unità di guerriglia di pronto impiego in regioni di particolare interesse.
    Renzo Paternoster, Gladio: il grande segreto della Repubblica, Storia in Network, N. 153-154 luglio-agosto 2009

    Orbene, la Osoppo, con tutto il rispetto per le donne e gli uomini che parteciparono alle attività resistenziali, non rappresenta affatto la Resistenza essendo diventata il simbolo di ciò che divenne dopo e di cosa ci aspettava nel Dopoguerra: ormai è consolidato in sede storica che essa fu “progenitrice di quella complessa struttura che va sotto il nome di Gladio (S/B)”.
    L’idea di investire risorse nella Brigata Osoppo prese forma dopo le elezioni del 1948: furono un trionfo per la Democrazia Cristiana, ma quanto dovettero spendere gli Stati Uniti per evitare un esito favorevole alle sinistre? Tanti soldi, tante risorse per una operazione tra le più significative per tutte le altre azioni di ingerenza, tano che fece scuola, come avvenne per le elezioni del ’58 (lo disse nelle sue memorie l’inviato della Cia a Roma, Wiliam Colby). La Osoppo era stata sciolta nel ’45 ma venne ricostituita pochi mesi dopo: uomini e strutture, una rete già fatta, solo da rivitalizzare, ufficialmente per difendere i confini orientali da incursioni rosse.
    Secondo la Relazione sull’organizzazione “O”, redatta dal V Comando militare territoriale il 14 dicembre 1954 già due mesi dopo la struttura poté contare su 2130 uomini e creare al suo interno un “servizio informazioni, con compiti informativi interni e d’oltre confine”. Ridenominata Volontari Difesa Confini Italiani VIII, l’organizzazione viene incaricata dal Comando della divisione Mantova di “preparare uno studio per l’impiego dei volontari nella protezione di opere, impianti e comunicazioni in caso di grave perturbazione dell’ordine pubblico”. Non fu una organizzazione di reduci o pensionati, la “O” rivestirà un ruolo fondamentale nelle strategie di mantenimento dell’ordine atlantico: il Dipartimento di Stato aveva sollevato subito dubbi sullo scioglimento della Osoppo, ma arrivarono le rassicurazioni dei nostri Servizi.
    Con un appunto del 26 marzo 1958 dal titolo “Risposta ai quesiti del Servizio americano riguardanti il programma S/B“: “Il Servizio italiano ha sempre considerato che sarebbe stato un errore lasciare cadere nel nulla tali idealità e propositi [degli aderenti alla ‘O’] (che sarebbero altrimenti andati delusi e perduti) e, perciò, quando a fine 1956 lo Stato Maggiore dell’Esercito disponeva lo scioglimento della ‘Osoppo’, il Servizio italiano prendeva a suo carico l’organizzazione e ne decideva la conservazione e la ricostituzione. Le nuove basi per la ricostituzione dell’organizzazione datano dal 10 ottobre 1957, quando esse venivano così precisate: denominazione: Stella Alpina; compiti: in tempo di pace: controllo e neutralizzazione dell’attività slavo-comunista; in caso di conflitto e o insurrezione interna: antiguerriglia e antisabotaggio […]”.
    Fu così che venne avviata la più grande organizzazione di ingerenza negli affari dei Paesi europei, gli eserciti della Stay Behind, protagonisti del capitolo più cruento della nostra storia repubblicana, lo stragismo.
    Stefania Limiti, 25 aprile, la Osoppo fu “progenitrice di Gladio”: la vera storia della brigata citata da Meloni, Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2023

    Del tenente Giacchelli (del SIM) abbiamo letto nel rapporto sull’arresto di Cocchiara; avevamo invece incontrato Felice Spina tra gli arrestati a Trieste dopo l’omicidio Hlača.
    Cocchiara aveva segnalato un «sergente maggiore Spina della CRI <88» che avrebbe organizzato a Trieste le «squadre d’azione italiane», mentre un altro rapporto dei servizi britannici, datato luglio 1947, che si basa su «una fonte italiana attendibile» scrive di uno Spina «comandante del Terzo corpo volontari della libertà (3CVL) nella Venezia Giulia».
    Tale struttura (fondata nell’aprile 1946, secondo un appunto indirizzato al Prefetto Micali <89) disponeva di diecimila persone di cui «solo» cinquemila armati; era composto dalla Divisione Osoppo, la Divisione Julia ed il Gruppo Aspro <90, ai quali andava aggiunta una Formazione mista, composta da un migliaio di uomini descritti come «ex fascisti moderati e neofascisti», che non sarebbero stati armati.
    A Trieste la direzione del Terzo CVL era nelle mani dell’Associazione perseguitati politici ed esiliati giuliani, da poco fondata, con sede a Udine e presieduta da Del Din. E sarebbe stata la sede di Udine ad istruire ed allestire a Trieste un gruppo di trecento uomini da addestrare alla guida delle squadre d’azione: tale organizzazione era affidata a certo «Monaco alias Carlo».
    Nella stessa informativa del Foreign office del 24/7/47 leggiamo anche che «Spina si è incontrato con il colonnello Zitelli (SIM)», che ha promesso di inviare «armi, munizioni e finanziamenti al 3CVL» e che «Zitelli si è poi detto d’accordo nel fare tutto il possibile per coordinare gli analoghi gruppi operanti nell’Italia meridionale con quelli attivi nel settentrione». Spina sarebbe stato del parere di aprire il movimento filoitaliano agli alleati; Zitelli era d’accordo e fu perciò nominato rappresentante ufficiale del Terzo CVL presso il SIM a Roma. Si decise che la sede del comando unificato delle organizzazioni della destra fosse fissata a Udine in quanto era la città più vicina «all’area critica in questione» (cioè il TLT [Territorio Libero di Trieste]). Il rapporto conclude dicendo che «negli ultimi mesi i rappresentanti del movimento neofascista hanno chiesto l’appoggio del 3CVL per una nuova marcia su Roma. Ma tale progetto è considerato dannoso per gli obiettivi del movimento stesso». Secondo tale informativa, inoltre, il controllo del Terzo CVL dipendeva dal Ministero della guerra per le questioni militari e dal Ministero dell’interno per le questioni amministrative ed i rifornimenti, mentre il SIM nel periodo aveva smesso di fornire supporto attivo perché era tenuto d’occhio dai partiti della sinistra che ne volevano chiedere lo scioglimento. Sia il sottosegretario di stato alla Presidenza del Consiglio Cappa, sia il generale Montezemolo avevano garantito il loro sostegno al Terzo CVL al colonnello Olivieri, che si era recato a Roma per trattare i rifornimenti di armi e fondi con il colonnello Zitelli, e per ottenere una più stretta collaborazione con i Carabinieri <91.
    In giugno inoltre era giunto in Italia Charles Poletti (ex comandante del GMA a Napoli, Roma e Milano), aveva incontrato l’ex ministro Stefano Jacini a Roma e promesso aiuti e finanziamenti per l’organizzazione dei movimenti di destra in Italia fino a Udine ma non per il TLT <92.
    Vediamo ora come Renzo di Ragogna spiegò al magistrato il proprio ruolo all’interno delle Squadre armate operanti al confine orientale tra il 1945 ed il 1954 <93. Di Ragogna spiega innanzitutto che i Gruppi di Autodifesa triestini erano gestiti dal maggiore Gallino (della Osoppo) <94 e dal colonnello Del Din, e comprendevano anche le Squadre di Organizzazione della difesa antijugoslava. Tali squadre sarebbero poi state inglobate dalla Gladio. Analoga attività veniva svolta dall’ufficiale Renzo Apollonio (che aveva militato nel SIM dal gennaio 1945 fino al 1946 con incarico nella Venezia Giulia <95): egli prestava servizio presso l’Ufficio stampa del gabinetto del Ministero della Guerra, ma si trattava di una copertura perché l’incarico reale era di «sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sul problema del TLT».
    [NOTE]
    88 Il Lavoratore denunciò (2/1/47) la presenza di elementi fascisti nella Croce rossa (“Nazionalismo e neofascismo…”, op. cit., p. 410).
    89 Appunto d.d. 2/6/47, in SO 318/87, cit., p. 1795.
    90 Tale gruppo sarebbe stato costituito da Spina dopo una serie di incontri con De Gasperi nel 1945 avuti per il tramite del democristiano Stefano Jacini che era stato ministro della guerra nel governo Parri; contava 1500 elementi inquadrati nella DC, ed avrebbe cambiato denominazione in Reggimento Istria alla fine del 1946.
    91 Le citazioni del paragrafo sono tratte da N. Tranfaglia, op. cit., p. 207-210 («organizzazioni paramilitari della destra in Italia (n. 137) 24/7/47. Rapporto del Foreign Office inviato a Mr. Halford al Dipartimento servizi sicurezza, all’Mi5 e al Ford», Tna/Pro, Kv 3/266.
    92 N. Tranfaglia, op. cit., p. 211 («il movimento della destra italiana; assistenza americana (n. 141) 11/8/47. Rapporto del Foreign Office inviato a Mr. Halford al Dipartimento servizi sicurezza, all’Mi5 e al Ford», Tna/Pro, Kv 3/266.
    93 Il testo è tratto dalle testimonianze di Di Ragogna rese il 23/11/92 e 31/12/97 in SO 318/87, cit., p. 1858-1885.
    94 Si tratta del dirigente osovano Corrado Gallino Ivo.
    95 Apollonio fu poi generale di Corpo d’armata e nel 1976 nominato Presidente del Tribunale Supremo Militare; il suo nominativo compare nell’elenco degli iscritti alla Loggia P2 consegnato negli anni ’70 ai magistrati fiorentini da Gelli e Salvini e non nell’elenco dei piduisti sequestrato a Castiglion Fibocchi (cfr. S. Flamigni, “Trame atlantiche”, Kaos 1996, p. 450). Nella citata Sentenza Ordinanza si ricostruiscono anche i collegamenti di Apollonio con Specogna (p. 1407), ed il dottor Mastelloni aggiunge che «è incontrovertibile, almeno per quanto riguarda le date citate da Apollonio, che quest’ultimo fu chiamato dal Gelli a Roma nello stesso contesto in cui fu compiuto l’attentato al treno Italicus, il 4 agosto 1974, verosimilmente al fine del conseguimento di un alibi» (p. 1409-1410).
    Claudia Cernigoi, Le violenze per l’italianità di Trieste, dossier n. 52 de “La Nuova Alabarda”, settembre 2009

    Il Generale Cadorna in persona si impegnò a fornire l’armamento necessario alla “Organizzazione O”, che avrebbe puntato ad un organico di 10.000 unità44. A capo della struttura venne messo il Colonnello Luigi Olivieri, già noto attore nella lotta anticomunista per essere stato il cofondatore della formazione armata “Fratelli d’Italia”. Egli fu delegato a riarmare in segreto i “più fedeli osovani” e ordinarli in reparti per la difesa della popolazione di frontiera. Gli episodi di Porzus e dei “quaranta giorni” di Trieste dimostravano senza dubbio la pericolosità del nemico jugoslavo, anche dopo lo scisma dall’URSS del 1948.
    Già nell’aprile del 1946, in una riunione segreta, vennero fissati i principali compiti che l’organizzazione avrebbe dovuto avere.
    Tra di essi troviamo <45: -accendere, alimentare la fiamma della resistenza in tutto il Friuli e, possibilmente, nel Goriziano, contro le mire annessionistiche slave; -sviluppare l’organizzazione cercando di portare la forza possibilmente a 10.000 uomini, le armi, le munizioni, i mezzi finanziari sarebbero stati inviati per mezzo dell’ufficiale di collegamento con lo Stato Maggiore, il Tenente Colonnello Zitelli; -far fruire un certo numero di armi e munizioni a Pola, Trieste e Gorizia; -mantenere il massimo segreto e in qualsiasi evenienza non coinvolgere la responsabilità dell’esercito in quanto tutto veniva a svolgersi in regime armistiziale; -mantenere efficiente il servizio informazioni riferendo le notizie più importanti; -vigilare e difendere con elementi in posto il territorio ad Ovest della linea: Tarvisio, Predil, Sella Nevea, Monte Canin, Monte Matajur, Colovrat, torrente Judrio, Cormos, Medea, Belvedere; -tenere disponibili elementi di riserva con adeguati mezzi di trasporto da noleggiare per essere impiegati nelle zone di eventuali infiltrazioni avversarie in forze.
    -256 ufficiali, -496 sottufficiali, -5.728 uomini di truppa. Tutti gli uomini impiegati erano alle dirette dipendenze del 5° Corpo d’Armata, guidato dal Generale Biglino. Come scriveva lo stesso Colonnello Olivieri: “L’organizzazione manteneva una buona efficienza sotto tutti gli aspetti; costituiva, anche in pace, un valido campanello di allarme ai confini della Patria e si prevedeva che in caso di mobilitazione […] poteva essere una sicura difesa contro le azioni di bande partigiane jugoslave e contro le azioni di sabotatori al soldo dello straniero e pervasi di false ideologie politiche” <47.
    Il passaggio dal “Terzo Corpo Volontari della Libertà” all’ “Organizzazione O” non riguardava solo il cambio del nome, ma segnò la vera e propria nascita di un reparto paramilitare occulto dell’esercito italiano, che rispondeva allo Stato Maggiore. Tuttavia, la struttura Stay Behind verrà mobilitata ufficialmente solo una volta, precisamente il 16 ottobre 1953, quando Tito minacciò di invadere con le sue truppe il “Territorio Libero di Trieste” <48.
    [NOTE]
    45 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell’Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 125-126.
    46 Idem, p. 130.
    47 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell’Italia repubblicana: 1945-1991,
    Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 131.
    48 Archivio Rai Teche Venezia, Nome in codice Gladio, Documentario Rai DiXit, 2011.
    Daniele Pistolato, “Operazione Gladio”. L’esercito segreto della Nato e l’Estremismo Nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024

    https://collasgarba.wordpress.com/2024/11/02/lorigine-di-gladio-e-fatta-risalire-allorganizzazione-o/

    #1946 #1948 #1954 #1958 #antijugoslava #armate #ClaudiaCernigoi #confine #DanielePistolato #Difesa #Esercito #Gladio #Italia #OrganizzazioneO #Orientale #Osoppo #RenzoPaternoster #segreti #servizi #SIM #squadre #statunitensi #StefaniaLimiti #Trieste

Share on Mastodon

Enter the server where you have an account.