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  1. #AVex: Ochranná pásma vodních zdrojů v ČR: proč dosavadní postupy nestačí? Ke stažení ⤵ 1url.cz/aJwDg Audioverze⤵ 1url.cz/jJwDS AVex je nezávislé expertní stanovisko, které #AVČR připravuje pro orgány státu a jeho představitele jako odborný podklad ve věcech veřejných záležitostí.

  2. #AVex: Ochranná pásma vodních zdrojů v ČR: proč dosavadní postupy nestačí? Ke stažení ⤵ 1url.cz/aJwDg Audioverze⤵ 1url.cz/jJwDS AVex je nezávislé expertní stanovisko, které #AVČR připravuje pro orgány státu a jeho představitele jako odborný podklad ve věcech veřejných záležitostí.

  3. AI napisało exploita na zero-day. Google go złapało, bo… był zbyt „grzeczny”

    Google Threat Intelligence Group (GITG) wspólnie z ekipą Mandiant poinformowało o wykryciu pierwszego w historii exploita typu zero-day, który został stworzony przy wyraźnym wsparciu modelu językowego (LLM).

    Hakerzy użyli sztucznej inteligencji, by uderzyć w popularne narzędzie administracyjne typu open-source i ominąć uwierzytelnianie dwuskładnikowe (2FA).

    Zbyt pilny uczeń zdradza hakera

    To, co w tej sprawie jest najbardziej fascynujące, to fakt, że sztuczna inteligencja „wsypała” swoich twórców przez… nadmierną staranność. Eksperci Google’a zidentyfikowali udział AI w tworzeniu złośliwego kodu po kilku specyficznych cechach, które nie występują w „tradycyjnym” malwarze (w sensie: tym tworzonym przez ludzi). Co zdradziło autorstwo AI?

    • Podręcznikowy styl: skrypt w Pythonie był napisany niezwykle czysto, niemal w sposób akademicki.
    • Nadgorliwe komentarze: kod zawierał mnóstwo edukacyjnych opisów modułów, co jest typowe dla odpowiedzi generowanych przez chatboty, a zbędne dla hakerów.
    • „Halucynacje” w kodzie: AI dodało do skryptu zmyślone punktacje CVSS (system oceny groźności luki), których hakerzy nigdy by tam nie umieścili.
    • Estetyka ponad wszystko: skrypt zawierał rozbudowane menu pomocy i klasy kolorowania tekstu w konsoli (ANSI color), co sugeruje, że haker poprosił AI o „ładny i profesjonalny program”.

    Chiny i Korea Północna na „promptach”

    Raport Google’a rzuca też światło na to, jak państwowe grupy hakerskie „jailbreakują” modele AI, by służyły im do brudnej roboty.

    Chińska grupa UNC2814 stosuje technikę „persony”: każą sztucznej inteligencji wcielić się w rolę „starszego audytora bezpieczeństwa”, co pozwala ominąć filtry blokujące generowanie złośliwego kodu. Z kolei koreańska grupa APT45 zalewa modele tysiącami powtarzalnych zapytań o analizę znanych podatności (CVE), traktując AI jako darmowego stażystę do żmudnej roboty przy wyszukiwaniu luk w zabezpieczeniach.

    Co to oznacza dla nas?

    Nie doczekaliśmy się jeszcze „Terminatora”, który sam wymyśla broń masowej zagłady, ale jesteśmy świadkami narodzin ery „Script Kiddie 2.0”. AI po prostu bardzo obniża próg wejścia w zaawansowaną cyberprzestępczość. Zamiast lat nauki pisania exploitów, wystarczy sprytny zestaw promptów i odrobina wiedzy, by „uzbroić” nową lukę w systemie.

    Dobra wiadomość? Na razie AI pisze kod tak charakterystyczny, że systemy obronne (również oparte na AI) potrafią go wyłapać właśnie przez tę jego „podręcznikowość”. Pytanie brzmi: ile czasu hakerzy będą potrzebowali, by kazać chatbotom pisać kod w sposób „brudny i ludzki”?

    Google Finanse z AI trafiają do Polski. Nowa wersja ma pomóc inwestorom w analizie rynku

    #AI #cyberbezpieczeństwo #Google #hakerzy #iMagazineSecurity #Mandiant #technologia #zeroDay
  4. Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind

    Il 24 ottobre del 1990, durante un discorso alla Camera, l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti parlò, per la prima volta, di GLADIO, una organizzazione paramilitare segreta che operò in Italia dagli anni ’50 con l’obiettivo di opporsi militarmente a una ipotetica occupazione comunista del territorio nazionale <38. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale cambiarono gli equilibri in Europa, il nuovo nemico sarebbe stato il comunismo. Il Presidente americano Harry Truman, in contrasto al forte espansionismo sovietico nell’Europa orientale, pronunciò al Congresso il celebre discorso che diede vita alla dottrina che porterà il suo nome e in base alla quale gli Stati Uniti iniziarono a una battaglia contro il comunismo: proteggendo militarmente qualsiasi zona del mondo che fosse stata minacciata da eserciti di paesi comunisti. La conseguenza dell’irrigidimento delle relazioni internazionali si sarebbe tradotta in Europa nella creazione di un intreccio di alleanze politico-strategiche coordinate dai servizi segreti britannici del SOE <39 e da quelli statunitensi dell’OSS <40, che successivamente prenderà il nome di CIA <41. È dal Regno Unito, e dall’allora Primo Ministro, Winston Churcill, che sarebbe partita l’iniziativa di creare organizzazioni paramilitari occulte in tutta Europa per intervenire in caso di emergenza. Questa rete di organizzazioni avrebbe preso il nome di Stay Behind. Ogni Paese europeo ebbe la sua Stay Behind: le prime nacquero in Olanda e Belgio a partire dalla seconda metà degli anni ’40 <42. Già dopo la fine della Seconda guerra mondiale, appena cominciarono le prime divergenze tra USA e URSS, agli americani fu chiaro che bisognava contenere, all’interno dei paesi sotto la loro influenza, la minaccia comunista. L’Italia ebbe la priorità e le maggiori attenzioni di USA e Regno Unito per due motivi principali: per la sua posizione geografica, situata a metà tra blocco occidentale e blocco sovietico; e per il fatto di avere uno dei partiti comunisti più strutturati d’Europa. Così sarebbero nate, nell’immediato dopoguerra, forme embrionali di organizzazioni occulte, come l’organizzazione “O” e la Brigata Osoppo, fautori e precursori di quelli che poi diventeranno, anni dopo, i Gladiatori. Secondo le agenzie di intelligence britannica e americana era necessaria la creazione di piccoli ma efficaci gruppi di guerriglia ben addestrati composti da partigiani “bianchi”, con ideologia antisovietica <43. I Paesi Bassi in primo luogo, e di seguito tutte le nazioni allineate al Patto Atlantico, compresa l’Italia degasperiana, avrebbero aderito al progetto Stay Behind, di fatto segnando l’inizio ufficiale della Guerra Fredda.
    Agenti della CIA come James Jesus Angleton e William Colby ebbero una grande influenza in territorio italiano alla pari di potenti generali, pur senza gradi. Stati Uniti, Francia e Regno Unito fondarono il CPC, Comitato per il coordinamento e la pianificazione, sotto il comando dello SHAPE <44, con base in Belgio, dando inizio al reclutamento per la formazione di gruppi organizzati da collocare in zone delicate di confine, come il Friuli in Italia. Anche se in Italia, dalla fine degli anni ’40, erano già presenti apparati simili come l’organizzazione “O”, ufficialmente il protocollo di intesa tra i Servizi nazionali e la CIA venne siglato nel novembre 1956 come riportato da un dossier del SIFAR: «Il documento che attesta tale intesa stipulata in data 26.11.1956 reca il titolo ” Accordo fra il Servizio Informazioni Italiano e il Servizio Informazioni U.S.A.” relativo alla organizzazione ed all’attività della rete clandestina post-occupazione italo-statunitense e costituisce il documento base della operazione “GLADIO”, l’accordo stabilisce gli impegni dei due Servizi per la organizzazione e la condotto dell’Operazione comune ed è basato, da parte statunitense, sul presupposto che i piani dello Stato Maggiore della Difesa italiano prevedano l’attuazione di tutti gli sforzi per mantenere l’isola della Sardegna, dove è situata la base dell’Operazione» <45. SIFAR e CIA, nel 1954, si accordarono per trovare un quartier generale dell’operazione segreta Gladio: fu scelto Capo Marrargiu, in Sardegna, dove venne costruito il CAG, Centro Addestramento Guastatori <46.
    I 622 Gladiatori
    L’organizzazione GLADIO era un piccolo nucleo che contava 622 Gladiatori, un’élite ben addestrata e, soprattutto, altamente qualificata sul piano morale e spirituale. I membri venivano selezionati e arruolati sulla base delle loro motivazioni psicologiche, ideologiche e patriottiche. Erano civili, per lo più provenienti dal Friuli Venezia Giulia e successivamente addestrati, dai migliori istruttori britannici e italiani, nella base di Poglina in Sardegna. Il reclutamento avveniva attraverso quattro fasi distinte: l’individuazione, la selezione, la sottoscrizione dell’impegno e il controllo. La prima veniva fatta dai responsabili della struttura Stay Behind attraverso informazioni ricavate sui canali del Servizio; le informazioni erano necessarie a stabilire che l’individuo non avesse precedenti di alcun tipo nel casellario giudiziario, che non facesse politica attiva né partecipasse a movimenti estremisti. Dopodiché avveniva la sottoscrizione dell’impegno, effettuata dal personale del Servizio in tempi successivi, così da non compromettere la segretezza dell’operazione nel caso di rifiuto o di incertezza da parte del reclutato <47. La struttura di Gladio era suddivisa in reti, piccole cellule composte da 5 persone l’una. Ad ogni cellula era vietato conoscere le altre cellule: i Gladiatori sapevano di potersi contare sulle dita di una mano e non erano consapevoli di essere parte di un’organizzazione che contava 622 membri <48. Questo sistema permetteva di evitare l’ipotetica divulgazione di informazioni riservate. I Gladiatori erano sparsi in tutta Italia ma più della metà di essi era concentrata in Friuli-Venezia Giulia, considerato il fulcro vitale dell’intera operazione. La regione confinante con la Jugoslavia di Tito era il punto di maggior interesse per i vertici della NATO: proprio in quei territori doveva prendere forma la resistenza di Gladio in caso di invasione delle armate rosse, moscovite e titine. Il piccolo nucleo di Gladio aveva il compito di destabilizzare e rallentare l’invasore in attesa delle vere truppe. Nonostante fosse nota la loro funzione, la motivazione per la quale erano stati reclutati e addestrati, dal 1990 i 622 Gladiatori subirono una delegittimazione senza precedenti <49. A seguito della divulgazione dei nomi, da parte della Presidenza del Consiglio, finirono su tutti i giornali e il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990. L’operazione GLADIO sarebbe terminata per il venire meno dei presupposti politico-militari sui quali fu costituita la rete Stay Behind. Il Ministro della Difesa Rognoni avrebbe congelato l’attività dalla struttura segreta e, in seguito, ne avrebbe disposto, il 27 novembre 1990, la soppressione e lo scioglimento di tutta l’organizzazione ad essa connessa. Successivamente, in data 14 dicembre 1990, si sarebbe trasmesso al CPC <50 e al ACC <51 la comunicazione di disimpegno da parte dell’Italia in campo NATO relativo alla rete Stay Behind <52.
    La 500 di Peteano
    Nonostante Gladio sia nata come un’organizzazione apolitica e non eversiva, in qualche modo la sua vicenda avrebbe finito per essere collegata alla strage di Peteano. La sera del 31 maggio 1972 al centralino della stazione dei carabinieri di Gorizia sarebbe arrivata una chiamata anonima, con la quale un uomo avrebbe avvisato il carabiniere Domenico La Malfa della presenza di una Fiat 500, situata nelle campagne di Pateano, segnata da due fori da arma da fuoco sul parabrezza. Una volta scattati i controlli ed eseguita la perquisizione dell’auto, il sottotenente Angelo Tagliari avrebbe aperto il cofano azionando un ordigno posizionato proprio nel portabagagli <53. L’esplosione ucciderà tre carabinieri. L’attentato non verrà rivendicato; le indagini, svolte dal colonnello Dino Mingarelli, tesserato P2, vengono inizialmente indirizzate verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento. La pista venne ritenuta successivamente infondata ma le indagini non si spostarono mai sulla pista degli ordinovisti veneti, nonostante ci fossero stati ripetuti attentati dinamitardi in quelle zone la cui matrice poteva essere connessa con ambienti neofascisti <54. Il 6 ottobre Ivano Boccaccio, ex paracadutista della Folgore e appartenente al gruppo Ordine Nuovo di Udine, tentò il dirottamento di un Fokker 27 con a bordo 7 passeggeri. Le trattative sarebbero degenerate in un conflitto a fuoco durante il quale Boccaccio avrebbe perso la vita. La pistola usata da Boccaccio, la stessa impiegata per sparare alla Fiat 500 di Pateano, era intestata a Carlo Ciuttini, ordinovista e segretario della sezione di Manzano del MSI, colui che la sera del 31 maggio chiamò la centrale dei carabinieri. La strage di Pateano sarebbe stata così collegata a quella di Piazza Fontana per un elemento in comune: entrambe furono di matrice eversiva di destra <55. Le indagini andarono avanti fino agli anni ’80: si accertò la colpevolezza degli ordinovisti friulani e vennero condannati all’ergastolo Ciuttini e Vinciguerra. La vicenda giudiziaria su Pateano fu molto confusa. Inizialmente si sarebbe seguita la “pista gialla”, non politica, che portò all’arresto di sei goriziani; il loro movente sarebbe stata la volontà di vendetta contro l’Arma. I sei accusati vennero assolti e scarcerati un anno dopo. Successivamente, ci fu l’inchiesta bis condotta dal giudice istruttore Felice Casson. Tale inchiesta avrebbe individuato la colpevolezza degli ordinovisti friulani Vinciguerra e Cicuttini e accertato l’attività depistatoria degli inquirenti come il generale Mingarelli, il colonnello Chirico e il maresciallo Napoli che vennero condannati definitivamente. I depistaggi, però, avvennero anche durante l’inchiesta bis condotta dal magistrato Casson, specialmente in ambito balistico da parte del perito del Tribunale di Venezia, Marco Morin <56. Il collegamento con GLADIO sta proprio nell’esplosivo: Peteano, infatti, è situata nelle vicinanze di Aurisina dove, pochi mesi prima della strage, venne scoperto uno dei 139 depositi Nasco, all’interno dei quali era contenuto del materiale bellico a disposizione di GLADIO. Casson ritenne che l’esplosivo e il detonatore utilizzati per trasformare la Fiat 500 in un’auto bomba provenisse da lì. A gestire l’operazione GLADIO ci sarebbe stata, dagli anni ’70 in poi, la P2. Un documento del SID, risalente al 4 dicembre 1972, sequestrato negli archivi di Forte Braschi dalla Procura di Roma, avrebbe riportato una conversazione tra l’agente della CIA Howard E. Stone (tessera P2 n° 2183) e il generale Vito Miceli relativa all’operazione GLADIO.
    [NOTE]
    38 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
    39 Special Operations Executive.
    40 Office of Strategic Services.
    41 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
    42 Ibidem.
    43 Ibidem.
    44 Supreme Headquarters Allied Powers Europe.
    45 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017, P. 69-70.
    46 La storia di Gladio: Trent’anni fa Giulio Andreotti confermò l’esistenza di una struttura militare segreta legata alla NATO, con una storia lunga e oscura, 2020. https://www.ilpost.it/2020/10/24/gladio-stay-behind/
    47 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, 2017, Lainate (MI).
    48 Ibidem.
    49 Ibidem.
    50 Comitato Clandestino di Pianificazione.
    51 Comitato Clandestino Alleato
    52 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
    53 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
    54 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
    55 Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, A Car Edizioni, Lainate (MI), 2017.
    56 Paolo Morando, 31 maggio 1972: la strage di Pateano, 30 maggio 2022, https://www.rivistailmulino.it/a/31-maggio-1972-br-la-strage-di-peteano
    Mattia Carnevali, Il deep-state italiano, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2022-2023

    #1956 #1972 #1990 #40 #anni #CIA #Gladio #JamesJesusAngleton #MattiaCarnevali #MSI #neofascisti #Osoppo #OSS #P2 #Peteano #StayBehind #strage #USA #WinstonChurcill
  5. Dato il deprimente e dilagante astensionismo italiano, sarebbe una bella idea piazzare i seggi IN MEZZO a posti trafficati come le stazioni, come fanno qui nei Paesi Bassi.

    Tutto colorato e preso bene, così ti senti un po’ un fiacco imbecille se non ti esprimi su chi vuoi ti rappresenti politicamente.

    Poi, non che qui la situazione sia esente da fascismo o retorica reazionaria, però almeno in termini di affluenza lo scenario non è disperato.

    #referendum #voto #astensionismo #politica

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  8. Dato il deprimente e dilagante astensionismo italiano, sarebbe una bella idea piazzare i seggi IN MEZZO a posti trafficati come le stazioni, come fanno qui nei Paesi Bassi.

    Tutto colorato e preso bene, così ti senti un po’ un fiacco imbecille se non ti esprimi su chi vuoi ti rappresenti politicamente.

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    Tutto colorato e preso bene, così ti senti un po’ un fiacco imbecille se non ti esprimi su chi vuoi ti rappresenti politicamente.

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    #referendum #voto #astensionismo #politica

  10. Lavori ferroviari a Orte dal 5 al 25 maggio: modifiche alla circolazione su FL1, Roma-Firenze e Roma-Ancona. Possibili variazioni e bus sostitutivi per i viaggiatori.
    odisseaquotidiana.com/2026/05/

    #Ferrovie #Lavori

  11. Stazione Pigneto prende forma: installate le scale in banchina. I lavori finanziati dal PNRR puntano alla conclusione entro giugno, ma resteranno disagi e interruzioni ferroviarie nelle prossime settimane.
    odisseaquotidiana.com/2026/03/

    #Ferrovie #Roma

  12. #AVex: Přírodní požáry a jejich dopady na životní prostředí a společnost 📛 Co jsou to přírodní požáry a jak vznikají? 🌱 Má oheň v přírodě i pozitivní roli? 🌡️ Jak souvisí přírodní požáry se změnou klimatu? ___________________ Ke stažení ⤵ pdf.avcr.cz/AVex/2025-03...

  13. La stazione di ricarica per veicoli elettrici Powy Fast situata a Cles TN: nel parcheggio Piazza Fiera ed in pochi minuti a piedi si arriva in centro storico dove troviamo negozi e servizi di vario tipo forumelettrico.it/forum/colonn #powy #cles #trento

  14. Model Context Protocol se za sedmnáct měsíců proměnil z interního experimentu Anthropic v de facto standard pro propojení AI modelů s nástroji — s 97 miliony stažení SDK měsíčně a podporou všech velkých hráčů. Jenže adopce ještě není totéž co produkční zralost. Kontextová inflace, tool poisoning a naivní obalování REST API ukazují, že skutečný problém MCP není protokol sám, ale způsob, jakým ho vývojáři používají.

    https://zdrojak.cz/clanky/mcp-vyhral-ted-musi-dokazat-ze-si-tu-vyhru-zaslouzi/
  15. Model Context Protocol se za sedmnáct měsíců proměnil z interního experimentu Anthropic v de facto standard pro propojení AI modelů s nástroji — s 97 miliony stažení SDK měsíčně a podporou všech velkých hráčů. Jenže adopce ještě není totéž co produkční zralost. Kontextová inflace, tool poisoning a naivní obalování REST API ukazují, že skutečný problém MCP není protokol sám, ale způsob, jakým ho vývojáři používají.

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  16. Model Context Protocol se za sedmnáct měsíců proměnil z interního experimentu Anthropic v de facto standard pro propojení AI modelů s nástroji — s 97 miliony stažení SDK měsíčně a podporou všech velkých hráčů. Jenže adopce ještě není totéž co produkční zralost. Kontextová inflace, tool poisoning a naivní obalování REST API ukazují, že skutečný problém MCP není protokol sám, ale způsob, jakým ho vývojáři používají.

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  17. Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente

    La strage, che costituisce uno degli episodi più oscuri della strategia della tensione, giunse al termine di una lunga serie di attentati che avevano insanguinato il paese a partire dal ‘69 di cui i più rilevanti, oltre naturalmente a piazza Fontana, furono la strage di Gioia Tauro del 22 luglio del ‘70 e quella di Peteano del 31 maggio del ‘72. L’attentato avvenne giovedì 17 maggio 1973, alle ore 10:55, presso la Questura di via Fatebenefratelli quando Gianfranco Bertoli lanciò una bomba contro il portone d’ingresso del palazzo. Il bilancio fu di quattro morti e cinquantatré feriti. Quella mattina si era da poco conclusa la commemorazione del primo anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi. Dopo l’arresto Bertoli si professò anarchico sostenendo di aver compiuto l’attentato per vendicare Pinelli; le sue dichiarazioni, a cui si sarebbe sempre attenuto, seguivano alla lettera le istruzioni che gli erano state impartite nei mesi antecedenti da alcuni dei più importanti membri di Ordine Nuovo durante i giorni di indottrinamento trascorsi a Verona dove l’uomo, in vista dell’imminente attentato, era stato tenuto sotto stretta osservazione. Il coinvolgimento della figura di Calabresi naturalmente serviva ad occultare meglio la mano degli ideatori rendendo più credibile la paternità anarchica della strage. L’obbiettivo dell’attacco, poi mancato, era il ministro dell’interno Mariano Rumor colpevole, secondo gli ordinovisti, di non aver proclamato lo stato di emergenza dopo la bomba del 12 dicembre del ‘69. L’eliminazione del ministro, nei piani degli ideatori della strage, avrebbe dovuto servire anche ad evitare una riedizione del centro-sinistra che si stava profilando come altamente probabile sulla base degli equilibri politici interni alla DC.
    […] I principali attentati che precedettero l’attacco alla Questura di Milano furono, come sopra ricordato, essenzialmente due. In primo luogo si ricorda il fallito attentato del 7 aprile del 1973 sul direttissimo Torino-Genova-Roma ad opera del gruppo La Fenice. <32 L’esecutore materiale, Nico Azzi, giovane missino, nel tentativo di controllare l’ordigno, temendo che questo non fosse stato impostato correttamente, aveva fatto scoppiare inavvertitamente un detonatore tra le sue gambe, rendendo impraticabile l’innesco dell’ordigno. Nell’ipotesi iniziale all’attentato avrebbe dovuto seguire la solita operazione di attribuzione della paternità a sinistra. In quell’occasione si era deciso di far
    ricadere la responsabilità del gesto sul gruppo genovese “XXII ottobre”, collegato significativamente all’editore Giangiacomo Feltrinelli. Secondo il progetto iniziale, a questa strage doveva far seguito una seconda sul treno Monaco-Roma che poi non venne attuata a causa del fallito attentato sul primo treno, considerato che Azzi, colto in flagrante, era chiaramente di destra, per cui la messa in scena non poteva più essere orchestrata.
    Un secondo snodo significativo nella strategia perseguita prima dell’attentato a Rumor fu il cosiddetto “giovedì nero di Milano”. Il 12 aprile 1973 era stata indetta dall’MSI e dal Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, una manifestazione di protesta che, a causa dei fatti dei giorni precedenti, era stata limitata dal prefetto Libero Mazza al solo comizio. Nonostante ciò, centinaia di militanti del Movimento Sociale Italiano e delle principali organizzazioni dell’estrema destra scesero in piazza e si scontrarono con le forze dell’ordine. Nel corso della manifestazione rimase ucciso l’agente di polizia Antonio Marino, in seguito all’esplosione di una bomba a mano lanciata da Vittorio Loi, giovane missino che venne immediatamente identificato. Dalle testimonianze di Loi, che sentendosi abbandonato dal suo partito cominciò a parlare, si comprese che i disordini erano stati volontariamente provocati dalla dirigenza missina. <33
    Al di sopra degli attentatori, come è stato ormai accertato dalla Magistratura, operava il già citato gruppo golpista la Rosa dei Venti che svolgeva una funzione di coordinamento tra i diversi gruppi eversivi. <34 Si trattava di un’organizzazione atlantica intersecata con gli apparati dello stato, il cui nome conteneva un chiaro richiamo al simbolo della NATO, oltre ad evocare il numero dei gruppi di estrema destra associati alla stessa organizzazione. <35 Facevano parte dell’organizzazione diversi militari, quali ad esempio il maggiore Amos Spiazzi e il generale Francesco Nardella, oltre ad estremisti neri: tra i nomi più rilevanti ricordiamo il principale promotore del gruppo Dario Zagolin – informatore degli americani e del SID -, Eugenio Rizzato, Sandro Sedona e Sandro Rampazzo. Tra i membri risultavano anche diversi industriali ed esponenti del Fronte nazionale che avevano preso parte al golpe Borghese, tra cui occorre ricordare l’avvocato Giancarlo De Marchi, che come noto aveva già giocato un ruolo rilevante in qualità di collettore dei finanziamenti per il progetto golpista del principe Borghese.
    La figura di De Marchi ricompare proprio nel marzo 1973 quando, nell’ambito della riproposizione di un piano eversivo, venne contattato dal maggiore Amos Spiazzi, su indicazione di un agente del SID. Il compito era quello di valutare affidabilità e la serietà dell’avvocato genovese, che si era dichiarato disponibile a reperire fondi a sostegno della strategia stragista, rassicurandolo al contempo sulla concretezza e fattibilità del disegno golpista, stante l’esistenza di un rilevante numero di militari disposti a proseguire il fallito golpe Borghese.
    L’esistenza di un nuovo progetto golpista è stata confermata d’altra parte anche dalle indagini del giudice Giovanni Tamburino, dalle quali si evince chiaramente che la Rosa dei Venti nel 1973 aveva come obbiettivo quello di promuovere interventi tesi all’istaurazione di un regime autoritario in Italia attraverso la realizzazione di un colpo di stato. Secondo le dichiarazioni di Remo Orlandini, uomo di fiducia del principe Borghese, ai già citati eventi dell’aprile-maggio 1973 – l’attentato al treno Torino-Roma, la manifestazione del 12 aprile e la bomba alla Questura – doveva seguire, l’instaurazione di un clima di forte tensione sociale in Valtellina alla cui direzione avrebbe dovuto esserci il leader del Movimento di azione rivoluzionaria (MAR) Carlo Fumagalli, altro nome di fondamentale importanza nel mondo dell’estrema destra in quella stagione. Altro passaggio teso a creare un clima adatto ad un colpo di stato.
    Nell’aprile del 1973 l’attività della Rosa Dei Venti era strettamente connessa alle attività di Ordine Nuovo. Da fonti provenienti dai carabinieri e dal SID risulta infatti che il giorno della strage Bertoli era atteso da Sandro Rampazzo fuori dalla questura, che come abbiamo già sottolineato avrebbe dovuto farlo scappare a bordo della sua auto. <36 Il coinvolgimento della Rosa dei Venti nella realizzazione della strage alla Questura di Milano appare dunque evidente e questo conferma il fatto che la strage di Bertoli si inserisse in un disegno di ben più ampia portata di quanto per lungo tempo abbiano voluto far credere sia parte dei Servizi Segreti sia una parte della stampa. Come avvenuto con il golpe Borghese, l’opinione pubblica sarebbe però venuta a conoscenza del progetto ordito dalla Rosa dei Venti, peraltro in modo parziale, solo nell’autunno del 1974 grazie all’evoluzione dell’inchiesta condotta dal giudice Tamburino.
    Al compimento dell’attentato avrebbe dovuto seguire l’intervento delle Forze Armate, in modo analogo a quanto era stato previsto dopo la strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Nonostante l’atto stragista non avesse raggiunto gli obbiettivi che si era prefissato, – Rumor rimase illeso – la Rosa dei Venti avrebbe comunque allertato le strutture civili e militari per passare all’azione il 2 giugno del 1973. Anche in questa occasione l’esecuzione del golpe rientrò soltanto a causa di un intervento esterno.
    Contrariamente a quel che sperava la destra, la bomba alla questura non determinò comunque uno spostamento a destra del governo, ma finì anzi per rafforzare all’interno della DC la linea favorevole ad una riedizione del centro-sinistra.
    Rispetto alle altre stragi che hanno insanguinato il nostro paese, l’attentato alla questura costituisce uno snodo rilevante nella storia della strategia della tensione. Come ha sottolineato in modo chiaro Dondi, esso costituì «l’ultima strage costruita cercando di attuare il meccanismo di provocazione con lo scambio di attribuzione». <37
    Contrariamente a quanto avevano sperato gli ordinovisti e diversamente da quanto era accaduto con la strage di Piazza Fontana, gran parte dell’opinione pubblica diffidò da subito della paternità anarchica dell’attentato. Probabilmente la lunga scia di sangue che aveva attraversato il Paese e l’attività sempre più incisiva della controinformazione avevano cambiato in modo profondo la sensibilità degli italiani. D’altro canto anche la stampa d’opinione, sia pure con le dovute eccezioni, non poté non ravvisare le evidenti incongruenze di una riconduzione della strage alla pista anarchica. Troppi erano gli elementi che non tornavano. Innanzitutto il profilo biografico-politico dell’attentatore, le cui frequentazioni di uomini e organizzazioni della destra eversiva erano difficilmente occultabili. «L’Unità» e «Paese Sera» già dal 18 maggio avevano rilevato i legami del Bertoli con Pace e Libertà, l’organizzazione finanziata dalla Cia.
    In secondo luogo, non si capiva come Bertoli avesse potuto sapere della commemorazione di Calabresi con una settimana di anticipo, cioè al momento di lasciare Israele, quando invece la cerimonia era stata resa pubblica soltanto il 15 maggio. Era evidente che ci doveva essere un coinvolgimento di qualcuno all’interno delle istituzioni. Risultava infine decisamente poco credibile non ipotizzare una trama internazionale alla luce dei numerosi spostamenti di Bertoli. Come era stato possibile infatti che il Mossad non fosse stato in grado di identificare un pregiudicato che operava sul suo territorio, che intratteneva rapporti con uomini dell’estrema desta francese e che andava e veniva dallo stato ebraico con un passaporto falso?
    Insomma, troppi elementi non quadravano nella strage di via Fatebenefratelli. Proprio per questo si può dire che l’attentato costituisce in senso tecnico la fine della strategia della tensione, almeno come era stata delineata nell’ambito del convegno dell’Istituto Pollio tenuto all’hotel Parco dei Principi di Roma del maggio 1965.
    [NOTE]
    32 A. Giannuli, E. Rosati, Storia di ordine nuovo. La più pericolosa organizzazione neo-fascista degli anni settanta, cit., p. 162. La Fenice fu un’organizzazione dell’estrema destra milanese fondata da Giancarlo Rognoni nel 1971. Il gruppo nel febbraio 1973, rientrò sotto l’ombrello del MSI, grazie all’accordo con Franco Servello, cosa avvenuta anche per Ordine Nuovo alla vigilia della strage di Piazza Fontana. Ai membri de La Fenice erano state infatti promesse alcune cariche all’interno del partito. Tra i principali militanti ricordiamo Nico Azzi, Francesco De Min e Mauro Marzorati. Il gruppo godeva della protezione di Pino Rauti.
    33 M. Dondi, op. cit., p.308-309.
    34 G. Tamburino, La Rosa dei Venti nel quadro dell’eversione stabilizzante, https://memoria.cultura.gov.it (consultato il 20 novembre 2024).
    35 M. Dondi, op. cit., p. 330. Le organizzazioni legate alla Rosa dei Venti, inizialmente venti, divennero poi ventitré. Tra queste ricordiamo Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte nazionale, Mar.
    36 Cfr. S. Ferrari, Le stragi di stato. Piccola enciclopedia del terrorismo nero da piazza Fontana alla stazione di Bologna, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2006, p. 95.
    37 M. Dondi, op. cit., p. 327.
    Marta Cicchinelli, Stampa e strategia della tensione: la strage alla Questura di Milano sui settimanali italiani, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2023-2024

    #17 #1973 #AntonioMarino #attentati #CarloFumagalli #CIA #controinformazione #FrancescoNardella #fronte #Genova #GianfrancoBertoli #gioventù #golpe #Israele #maggio #MAR #MartaCicchinelli #Milano #militari #MSI #NATO #nazionale #neofascisti #NicoAzzi #OrdineNuovo #Questura #rosa #Sid #strage #strategia #tensione #tentativo #Valtellina #Venti #VittorioLoi

  18. Controlli congiunti nel centro storico di Venezia da parte dei Carabinieri affiancati in questi giorni dalla Polizia Polacca

    L’iniziativa rientra negli accordi di #cooperazioneinternazionaledipolizia già consolidati con diversi Stati esteri e mira a rafforzare la sicurezza nei luoghi più frequentati dai turisti.

    Tra le calli e i campi veneziani è ormai consueta la presenza di pattuglie miste, composte da militari dell’ #Arma e agenti della #PoliziaPolacca. L’attività di vigilanza si concentra in particolare nelle aree a maggiore afflusso, come la Stazione ferroviaria, gli imbarcaderi, le biglietterie, Piazza San Marco e il Ponte di Rialto, ma anche in quelle zone considerate più sensibili sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica.

    Il compito dei poliziotti stranieri è quello di supportare i Carabinieri nelle attività istituzionali, favorendo lo scambio di informazioni tra le forze di polizia e fornendo assistenza linguistica. Questo ruolo si rivela particolarmente utile per agevolare i contatti tra i turisti e le Forze dell’Ordine, oltre che con le proprie autorità diplomatiche e consolari.

    Nel corso dell’estate, analoghe forme di collaborazione hanno già visto la presenza a Venezia della Gendarmeria Nazionale francese, nella seconda metà di luglio, e della Guardia Nazionale Repubblicana portoghese, nella prima metà di agosto.

    @venezia

  19. Venerdì 16 gennaio si chiudono le iscrizioni ad AUDIRADIO 2026, ultimo passaggio utile per entrare nella ricerca ufficiale degli ascolti.

    Dopo le 269 stazioni iscritte del 2025, la domanda è semplice: quest’anno il perimetro sarà più rappresentativo?

    #Audiradio #radio #Radiofonia #Ascolti #MediaResearch #AudienceMeasurement #Marketing #Advertising

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    astorri.it/audiradio-2026-ulti

  20. Apple Music Classical lancia le Guide d'Ascolto interattive 🎧 Commenti in tempo reale su opere, strumenti e storia. Nuove anche Raccomandazioni Personalizzate e Stazioni Editoriali. Un modo più ricco per scoprire la classica 🎻 #AppleMusicClassical #MusicaClassica #TechUpdate

  21. Raport Cisco Talos: hakerzy rzadziej szukają luk, a częściej nas samych. AI napędza nową falę phishingu

    Cyberprzestępcy idą na łatwiznę – i, co gorsza, to działa.

    Zamiast męczyć się ze skomplikowanymi podatnościami technicznymi, coraz częściej wykorzystują sztuczną inteligencję, by w kilka minut stworzyć pułapkę, w którą złapie się żywy człowiek. Najnowszy raport Cisco Talos za pierwszy kwartał 2026 roku pokazuje, że haker rzadziej musi dziś umieć programować, a częściej musi po prostu potrafić napisać dobry prompt.

    AI jako „stażysta” w służbie cyberzbrodni

    Największą zmianą, jaką odnotowali eksperci, jest radykalne obniżenie progu wejścia do świata cyberprzestępczości. Dzięki narzędziom AI i platformom typu „no-code”, nawet amatorzy mogą generować wiarygodne strony phishingowe w czasie mierzonym w minutach. Cały proces – od stworzenia fałszywego panelu logowania do Outlooka, po automatyczne przesyłanie wykradzionych haseł do arkuszy Google – odbywa się bez napisania ani jednej linijki kodu. To sprawia, że ataki są masowe i wyglądają profesjonalnie jak nigdy wcześniej.

    Powrót króla: phishing znów na szczycie

    Efekt jest widoczny w liczbach. Po roku przerwy phishing powrócił na pierwsze miejsce jako główny sposób włamywania się do firm, odpowiadając za ponad jedną trzecią wszystkich incydentów. To potężna zmiana warty – jeszcze rok temu hakerzy skupiali się głównie na szukaniu luk w oprogramowaniu (jak słynny ToolShell). Dziś ten wskaźnik drastycznie spadł, bo prościej i taniej jest oszukać pracownika, niż łamać zabezpieczenia serwera. Marcin Klimowski z Cisco Polska mówi wprost: atakujący odchodzą od skomplikowanych technologii na rzecz skalowalnych ataków ukierunkowanych na ludzkie błędy.

    MFA przestaje być tarczą niezniszczalną

    Raport przynosi też zimny prysznic dla tych, którzy wierzyli, że dwuskładnikowe uwierzytelnianie (MFA) rozwiązuje wszystkie problemy. W aż 35% badanych przypadków hakerzy zdołali ominąć to zabezpieczenie. Robili to m.in. poprzez rejestrowanie własnych urządzeń zaraz po przejęciu hasła lub konfigurowanie poczty tak, by łączyła się bezpośrednio z serwerem, całkowicie omijając warstwę weryfikacji. To jasny sygnał, że samo posiadanie MFA to za mało – trzeba jeszcze pilnować, kto i co do tego systemu podpina.

    Administracja i szpitale na celowniku

    Kto powinien bać się najbardziej? Dane nie kłamią: administracja publiczna oraz ochrona zdrowia to sektory, w które hakerzy uderzają najchętniej (po 24% wszystkich ataków). Urzędy są celem numer jeden już trzeci kwartał z rzędu, co wynika głównie ze starszej infrastruktury i faktu, że nie mogą sobie pozwolić na przestoje. Co ciekawe, mimo tego naporu, odnotowano spadek skuteczności ransomware. Udział ataków szyfrujących dane spadł do 18%, co jest zasługą coraz sprawniejszej pracy zespołów Incident Response, które coraz częściej wyłapują intruza, zanim ten zdąży „zamknąć” system.

    Wnioski dla nas są jasne: w erze AI błędy językowe czy podejrzane grafiki w mailach odchodzą do lamusa. Dziś największym zagrożeniem nie jest dziura w systemie, ale nasza własna pewność siebie i wiara w nieomylność zabezpieczeń, które hakerzy nauczyli się już obchodzić.

    Koniec ślepej wiary w chmurę. Cisco buduje cyfrowe twierdze w Europie

    #administracjaPubliczna #bezpieczeństwoIT #CiscoTalos #cyberbezpieczeństwo #MFA #ochronaZdrowia #phishing #ransomware #sztucznaInteligencja
  22. Kulisy przejęcia władzy przez Johna Ternusa [felieton]

    20 kwietnia 2026 roku Apple ogłosiło coś, co od miesięcy było otwartą tajemnicą branży: Tim Cook odchodzi ze stanowiska CEO, a jego miejsce zajmie John Ternus.

    Formalnie zmiana nastąpi 1 września. Do tego czasu Cook pozostaje na stanowisku i pracuje z Ternusem nad płynnym przekazaniem obowiązków, po czym obejmie rolę przewodniczącego wykonawczego rady dyrektorów.

    Komfort, którego nie miał Tim Cook

    Żeby zrozumieć wagę tej chwili, warto cofnąć się o piętnaście lat. W 2011 roku Cook nie miał komfortu zaplanowanego sukcesji — Steve Jobs odszedł ze stanowiska CEO zaledwie 43 dni przed śmiercią, a Cook musiał przejąć ster w atmosferze żałoby i niepewności, bez mentora do rozmów w trudnych momentach. Wiele wskazuje na to, że przez lata swojej kadencji pamiętał o tym doświadczeniu i konsekwentnie starał się zbudować dla swojego następcy coś, czego sam nie dostał: przemyślany, długofalowy plan sukcesji. Ternus dostaje czas, mentoring i zaufanego doradcę u boku — przynajmniej przez pierwsze miesiące swojej kadencji. Niemal dwa lata temu Bloomberg sugerował, że Ternus może być planowanym następcą Cooka, a gdy w listopadzie 2025 roku „Financial Times” poinformował, że Ternus prawdopodobnie go zastąpi, kierunek zmian był już oczywisty.

    Wewnętrzne memo, które Cook wysłał do pracowników, było utrzymane w tonie pożegnalnym, choć sam Cook podkreślał, że to nie koniec. Pisał o wartościach zakorzenionych w Apple, które są większe niż jakikolwiek człowiek: przekonanie o prostocie zamiast złożoności, niecierpliwość wobec wszystkiego, co nie jest doskonałe, i zobowiązanie do wzbogacania życia użytkowników. W liście do pracowników Cook opisał Ternusa jako wizjonera o niezwykłej prawości, za którym wszyscy mogą podążać z dumą, i wyraził pewność, że jest właściwą osobą do prowadzenia Apple w przyszłość. Na stronie Apple ukazał się też jego osobisty, publiczny list — nieformalne podziękowanie dla użytkowników, podpisane po prostu „Tim”, w którym wspomina, jak dorastał w małym miejscu, daleko od Doliny Krzemowej, i przez te „magiczne chwile” miał szczęście być CEO największej firmy na świecie.

    Ternus z kolei odpowiedział własnym memem do zespołu, w którym podziękował za lata pracy przy sprzęcie i zapewnił, że nadal zamierza być bardzo blisko produktów. „Nadal planuję być bardzo hands-on (ang. na bieżąco)” — napisał, co w kontekście jego inżynierskiego background brzmi jak deklaracja charakteru, nie tylko stylu zarządzania. Na dzień po ogłoszeniu zaplanowano town hall w Steve Jobs Theater.

    John Ternus spędził w Apple niemal całą swoją zawodową karierę — ponad 25 lat. Wywodzi się ze świata inżynierii produktowej i przez ostatnie lata kierował działem Hardware Engineering, będąc odpowiedzialnym za każdy sprzęt, który Apple wypuszczało na rynek. Jason Snell z Six Colors trafnie zauważył, że po 15 latach operacyjnego podejścia Cooka, Apple zyskuje teraz CEO bliższego „metalowi”

    — kogoś, kto rozumie produkt od środka w sposób, w jaki Cook nigdy nie mógł. To istotna zmiana filozofii zarządzania, nawet jeśli na zewnątrz nie od razu będzie widoczna.

    Ważnym elementem całej układanki jest też to, co Cook zabiera ze sobą na nową pozycję. Jako przewodniczący wykonawczy rady, Cook zachowuje odpowiedzialność za relacje z rządami i politykami na całym świecie. Brzmi jak detal, ale chodzi o jedno z najtrudniejszych zadań ostatniej dekady: negocjowanie z Chinami, zarządzanie relacjami z administracją Trumpa, łagodzenie skutków ceł — to wszystko Cook bierze ze sobą do sali boardowej. Ternus, przynajmniej na razie, pozostaje od tego skutecznie odizolowany, co wielu komentatorów uznaje za przemyślany ruch chroniący nowego szefa przed najbardziej politycznie naładowanymi aspektami funkcji CEO.

    Kim jest Johny Srouji w tej układance?

    Równie interesująca jest historia Johny’ego Srouji. W grudniu 2025 roku Bloomberg poinformował, że Srouji poważnie rozważa odejście z Apple. Dwa dni później sam Srouji zdementował te doniesienia, mówiąc, że nigdzie się nie wybiera. Dziś wiemy, że między tymi doniesieniami musiały toczyć się intensywne rozmowy. Trudno nie dostrzec, że to klasyczne działanie retencyjne — Srouji dostaje nowy tytuł w C-suite i przejmuje rolę, którą wcześniej piastował Ternus. Jako Chief Hardware Officer połączył pod swoim kierownictwem dwa wcześniej oddzielne działy: hardware engineering i hardware technologies, tworząc jednolitą organizację sprzętową.

    W mailu do pracowników Srouji zapowiedział podzielenie połączonego działu na pięć obszarów: inżynierię sprzętową (Tom Marieb), krzem (Sri Santhanam), technologie zaawansowane (Zongjian Chen), architekturę platformy (Tim Millet) i zarządzanie projektami (Donny Nordhues). To grono weteranów — łącznie kilkadziesiąt lat stażu w Apple. Srouji napisał też do swojego zespołu, że Cook „dokonał najlepszego możliwego wyboru” wyznaczając Ternusa na następcę.

    Srouji jest ojcem Apple silicon — jednego z największych atutów firmy w ostatnich latach. Jego ewentualne odejście byłoby prawdziwym ciosem, być może większym niż jakakolwiek zmiana na poziomie CEO. Fakt, że zostaje, jest sygnałem stabilności, którego Apple potrzebowało.

    Co dalej?

    Całość rysuje obraz sukcesji dobrze przemyślanej, choć nie pozbawionej napięć po drodze. Cook odchodzi z tarczą — firma jest warta więcej niż kiedykolwiek, Apple silicon zrewolucjonizował branżę, usługi i wearables zastąpiły wyhamowujący wzrost iPhone’a. Ternus z kolei ma przed sobą otwarte drzwi do wprowadzania własnych zmian — nowy lider ma zawsze łatwiej niż poprzednik, gdy chodzi o odwracanie decyzji czy wyznaczanie nowych kierunków.

    Apple wchodzi w erę Ternusa z mocną pozycją, doświadczonym zarządem i — co najważniejsze — człowiekiem, który zna każdy produkt firmy od podszewki.

    #Apple2026 #AppleCEO #AppleLeadership #AppleSilicon #ChiefHardwareOfficer #hardwareEngineeringApple #JohnTernus #JohnySrouji #przewodniczącyRadyApple #sukcesjaApple #TimCook #zmianaCEOApple
  23. Kulisy przejęcia władzy przez Johna Ternusa [felieton]

    20 kwietnia 2026 roku Apple ogłosiło coś, co od miesięcy było otwartą tajemnicą branży: Tim Cook odchodzi ze stanowiska CEO, a jego miejsce zajmie John Ternus.

    Formalnie zmiana nastąpi 1 września. Do tego czasu Cook pozostaje na stanowisku i pracuje z Ternusem nad płynnym przekazaniem obowiązków, po czym obejmie rolę przewodniczącego wykonawczego rady dyrektorów.

    Komfort, którego nie miał Tim Cook

    Żeby zrozumieć wagę tej chwili, warto cofnąć się o piętnaście lat. W 2011 roku Cook nie miał komfortu zaplanowanego sukcesji — Steve Jobs odszedł ze stanowiska CEO zaledwie 43 dni przed śmiercią, a Cook musiał przejąć ster w atmosferze żałoby i niepewności, bez mentora do rozmów w trudnych momentach. Wiele wskazuje na to, że przez lata swojej kadencji pamiętał o tym doświadczeniu i konsekwentnie starał się zbudować dla swojego następcy coś, czego sam nie dostał: przemyślany, długofalowy plan sukcesji. Ternus dostaje czas, mentoring i zaufanego doradcę u boku — przynajmniej przez pierwsze miesiące swojej kadencji. Niemal dwa lata temu Bloomberg sugerował, że Ternus może być planowanym następcą Cooka, a gdy w listopadzie 2025 roku „Financial Times” poinformował, że Ternus prawdopodobnie go zastąpi, kierunek zmian był już oczywisty.

    Wewnętrzne memo, które Cook wysłał do pracowników, było utrzymane w tonie pożegnalnym, choć sam Cook podkreślał, że to nie koniec. Pisał o wartościach zakorzenionych w Apple, które są większe niż jakikolwiek człowiek: przekonanie o prostocie zamiast złożoności, niecierpliwość wobec wszystkiego, co nie jest doskonałe, i zobowiązanie do wzbogacania życia użytkowników. W liście do pracowników Cook opisał Ternusa jako wizjonera o niezwykłej prawości, za którym wszyscy mogą podążać z dumą, i wyraził pewność, że jest właściwą osobą do prowadzenia Apple w przyszłość. Na stronie Apple ukazał się też jego osobisty, publiczny list — nieformalne podziękowanie dla użytkowników, podpisane po prostu „Tim”, w którym wspomina, jak dorastał w małym miejscu, daleko od Doliny Krzemowej, i przez te „magiczne chwile” miał szczęście być CEO największej firmy na świecie.

    Ternus z kolei odpowiedział własnym memem do zespołu, w którym podziękował za lata pracy przy sprzęcie i zapewnił, że nadal zamierza być bardzo blisko produktów. „Nadal planuję być bardzo hands-on (ang. na bieżąco)” — napisał, co w kontekście jego inżynierskiego background brzmi jak deklaracja charakteru, nie tylko stylu zarządzania. Na dzień po ogłoszeniu zaplanowano town hall w Steve Jobs Theater.

    John Ternus spędził w Apple niemal całą swoją zawodową karierę — ponad 25 lat. Wywodzi się ze świata inżynierii produktowej i przez ostatnie lata kierował działem Hardware Engineering, będąc odpowiedzialnym za każdy sprzęt, który Apple wypuszczało na rynek. Jason Snell z Six Colors trafnie zauważył, że po 15 latach operacyjnego podejścia Cooka, Apple zyskuje teraz CEO bliższego „metalowi”

    — kogoś, kto rozumie produkt od środka w sposób, w jaki Cook nigdy nie mógł. To istotna zmiana filozofii zarządzania, nawet jeśli na zewnątrz nie od razu będzie widoczna.

    Ważnym elementem całej układanki jest też to, co Cook zabiera ze sobą na nową pozycję. Jako przewodniczący wykonawczy rady, Cook zachowuje odpowiedzialność za relacje z rządami i politykami na całym świecie. Brzmi jak detal, ale chodzi o jedno z najtrudniejszych zadań ostatniej dekady: negocjowanie z Chinami, zarządzanie relacjami z administracją Trumpa, łagodzenie skutków ceł — to wszystko Cook bierze ze sobą do sali boardowej. Ternus, przynajmniej na razie, pozostaje od tego skutecznie odizolowany, co wielu komentatorów uznaje za przemyślany ruch chroniący nowego szefa przed najbardziej politycznie naładowanymi aspektami funkcji CEO.

    Kim jest Johny Srouji w tej układance?

    Równie interesująca jest historia Johny’ego Srouji. W grudniu 2025 roku Bloomberg poinformował, że Srouji poważnie rozważa odejście z Apple. Dwa dni później sam Srouji zdementował te doniesienia, mówiąc, że nigdzie się nie wybiera. Dziś wiemy, że między tymi doniesieniami musiały toczyć się intensywne rozmowy. Trudno nie dostrzec, że to klasyczne działanie retencyjne — Srouji dostaje nowy tytuł w C-suite i przejmuje rolę, którą wcześniej piastował Ternus. Jako Chief Hardware Officer połączył pod swoim kierownictwem dwa wcześniej oddzielne działy: hardware engineering i hardware technologies, tworząc jednolitą organizację sprzętową.

    W mailu do pracowników Srouji zapowiedział podzielenie połączonego działu na pięć obszarów: inżynierię sprzętową (Tom Marieb), krzem (Sri Santhanam), technologie zaawansowane (Zongjian Chen), architekturę platformy (Tim Millet) i zarządzanie projektami (Donny Nordhues). To grono weteranów — łącznie kilkadziesiąt lat stażu w Apple. Srouji napisał też do swojego zespołu, że Cook „dokonał najlepszego możliwego wyboru” wyznaczając Ternusa na następcę.

    Srouji jest ojcem Apple silicon — jednego z największych atutów firmy w ostatnich latach. Jego ewentualne odejście byłoby prawdziwym ciosem, być może większym niż jakakolwiek zmiana na poziomie CEO. Fakt, że zostaje, jest sygnałem stabilności, którego Apple potrzebowało.

    Co dalej?

    Całość rysuje obraz sukcesji dobrze przemyślanej, choć nie pozbawionej napięć po drodze. Cook odchodzi z tarczą — firma jest warta więcej niż kiedykolwiek, Apple silicon zrewolucjonizował branżę, usługi i wearables zastąpiły wyhamowujący wzrost iPhone’a. Ternus z kolei ma przed sobą otwarte drzwi do wprowadzania własnych zmian — nowy lider ma zawsze łatwiej niż poprzednik, gdy chodzi o odwracanie decyzji czy wyznaczanie nowych kierunków.

    Apple wchodzi w erę Ternusa z mocną pozycją, doświadczonym zarządem i — co najważniejsze — człowiekiem, który zna każdy produkt firmy od podszewki.

    #Apple2026 #AppleCEO #AppleLeadership #AppleSilicon #ChiefHardwareOfficer #hardwareEngineeringApple #JohnTernus #JohnySrouji #przewodniczącyRadyApple #sukcesjaApple #TimCook #zmianaCEOApple