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1000 results for “Bellissiamo”

  1. Qualcuno mi dovrà spiegare come mai le canzoni portoghesi sono spesso delle lagne strazianti e intrise di malinconia, ma ora che l'ho ascoltato più volte posso dirlo: il brano dei #BandidosDoCante era una lagna bellissima. Probabilmente il più bello della prima semifinale di #Eurovision (infatti sono stati eliminati). 🇵🇹

    youtu.be/jyHaE6GqaaQ?si=2Z43if

  2. Bellissima intervista a #PierluigiBersani ieri dalla #Gruber

    Le frasi che incornicio, tra le tante dette, è:

    "La sinistra è quella idea originaria dell'uguale dignità di tutti gli uomini e le donne del mondo

    La #sinistra ci sarà sempre

    La sinistra è come un fiore di campo, se ne facciano una ragione"

    L'unico politico che oggi io possa stimare, l'unico davvero

    la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/

    @pbersani

  3. Top 20 – I Miei Film del 2025

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- Alpha (Julia Ducournau)
    Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    19- Sinners (Ryan Coogler)
    Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.

    18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
    Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.

    17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
    Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.

    16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
    François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.

    15- Nosferatu (Robert Eggers)
    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.

    14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
    Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!

    13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
    Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.

    12- September 5 (Tim Fehlbaum)
    Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.

    11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
    L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.

    10- Presence (Steven Soderbergh)
    Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.

    9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
    Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
    Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.

    7- A Complete Unknown (James Mangold)
    Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.

    6- Bird (Andrea Arnold)
    Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.

    5- The Brutalist (Brady Corbet)
    La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.

    4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
    Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.

    3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
    Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.

    2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.

    1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
    Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.

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    Creator nordamericani sulla #mobilitàsostenibile:

    -@notjustbikes
    Dopo aver visto i suoi video, l'ambiente urbano non sarà più lo stesso

    -@shifter moltissimi suggerimenti ed analisi sulla mobilità ciclabile

    -@TheWarOnCars un podcast bellissimo, ruvido. Alcune puntate sono da leggenda (es: there are no accidents)

    -@reece video sul trasporto pubblico globale. Informatissimo

    -@nerd4cities citynerd analizza il tessuto urbano delle città nordamericane

    Per ora è tutto!

  5. <
    Questo film in pratica rivisita la fiaba di #Cenerentola, ma in chiave #horror, ribaltando completamente (senza rinnegarla mai) l'idea del bene e della bellezza. Ma dentro ci mette anche un bellissimo film d'epoca in costume (magistralmente realizzato per essere un film indipendente) e una furia iconoclasta davvero irresistibile, il tutto senza MAI essere moralista o manierista
    Il film ha delle scene molto forti, sia di nudo che #splatter proprio sul corpo, con degli

    2/7

  6. Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene

    Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.

    Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
    •••½

    Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
    •••½

    No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
    •••½

    Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
    •••½

    Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
    •••½

    Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
    •••

    #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #dililiAParigi #dueSingleANozze #film #makingOfStrangerThings #noOtherChoice #parigiCiAppartiene #recensione #sidney #strangerThingsDocumentario #unUltimaAvventura

  7. Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi

    Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!

    Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
    ••••

    Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
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    Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
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    L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
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    Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
    •••½

    SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.

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  8. Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

    Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

    Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
    •••

    Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
    •••½

    Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
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    Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
    ••

    Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
    •••½

    The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
    •••

    Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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  9. Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza

    Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.

    After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
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    L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
    ••½

    Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
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    Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
    ••••½

    The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
    •••½

    SERIE TV
    Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.

    Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.

    Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.

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  10. Capitolo 418: A House of Cinema

    Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.

    Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
    ••½

    A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
    •••½

    Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
    •••

    Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
    •••½

    Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
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    #aHouseOfDynamite #bugonia #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #goodBoy #opera #recensione #spiegazione #splash

  11. Capitolo 412: Puglia, Texas

    Anche questo Ferragosto ce lo siamo tolto di mezzo. Il 15 è un po’ come il giro di boa dell’estate, superato quello si avvicina la nuova stagione e tutti quei propositi che troppo facilmente ci siamo appuntati per settembre. L’estate è quindi agli sgoccioli, si avvicina per me il rientro nella Città Eterna (e la ricerca della casa), le presentazioni del libro (il 28 agosto a Monopoli, il 18 settembre a Roma), il ritorno a una routine romana che, dopo tutte queste settimane in terra pugliese, comincia a mancarmi. Ciò che non manca mai, invece, è buon cinema. E allora andiamo a parlare di film!

    Paris, Texas (1984): Quando ho saputo che avrebbero proiettato il capolavoro di Wim Wenders all’arena estiva di Polignano a Mare (se siete in zona, andateci: è magnifica), non ho esitato un istante a fiondarmici. Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, è un’opera che ho scoperto in età adulta, soltanto cinque anni fa, ma che non mi è più uscita dal cuore. In questo film c’è tutto quello che amo vedere su uno schermo: la strada, il viaggio, un protagonista tormentato, nessun antagonista (se non gli eventi della vita), la giusta ironia, un sottofondo di malinconia e romanticismo, una fotografia stupefacente e una colonna sonora perfetta: una collezione di luoghi e personaggi da amare. Harry Dean Stanton sparisce per anni nel deserto e quando viene finalmente recuperato dal fratello, viene riportato a casa, dove incontra suo figlio, che ora ha 8 anni e praticamente non lo conosce. Al tempo stesso, il nostro cerca di scoprire dove sia invece finita la mamma del bambino (Nastassja Kinski), anche lei fuggita da diversi anni. Tre film in uno, una manciata di personaggi ai quali ti affezioni senza esitazioni, di cui vorresti conoscere il destino, di cui ti preoccupi continuamente. Una poesia di terra e fuoco, attraverso motel e bar, specchi e riflessi. Capolavoro.
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    Una Pallottola Spuntata (2025): Durante il primo atto ho riso più volte, ci stavo davvero credendo, ho pensato: “Cavolo, sta funzionando” (due o tre gag sono ottime). Poi le idee finiscono (più o meno con la comparsa in scena di un imbarazzante pupazzo di neve spiritato), le citazioni pure e quel che resta è una storia, che da pretesto diventa il punto del film: dove muore il passato e non c’è spazio per il futuro c’è solo un presente che, purtroppo, genera mostri. Inutile citare la trama, c’è il solito milionario dalle idee folli, c’è il solito protagonista che ne combina di tutti i colori, ci sono i soliti metodi bislacchi ma funzionali: ogni cosa però è lo squallido tentativo di replicare quello schema nel quale una volta lavoravano idee geniali, qui invece non ce ne sono. E allora lasciate che i morti riposino in pace, lasciate stare chi ha fatto sbellicare dalle risate una generazione intera.
    ••½

    Weapons (2025): Spinto da una serie di recensioni e commenti positivi (e da un trailer niente male), sono andato al cinema con le migliori intenzioni. Nel cuore di una notte, in una cittadina della Pennsylvania, alcuni bambini fuggono improvvisamente di casa. Dalle videocamere di sicurezza emerge che i ragazzi sono tutti scappati di loro spontanea volontà e, nei giorni seguenti, non si riesce a dare una spiegazione all’evento. Il capro espiatorio diventa Julia Garner, la maestra, visto che i bambini appartenevano tutti alla sua classe. La prima mezzora è bellissima, ha un debito con l’immaginario di Stephen King (soprattutto come ambientazione). L’effetto Rashomon, ovvero la struttura narrativa che racconta uno stesso evento da punti di vista diversi, funziona piuttosto bene e aggiunge di mano in mano nuovi tasselli alla storia, risolvendosi però in un finale purtroppo grottesco, poco coinvolgente, sul quale il film inevitabilmente si affloscia (difetto tipico di molti horror inizialmente promettenti, come il recente Longlegs, ad esempio, o il comunque buonissimo When Evil Lurks). La metafora sull’ipocrisia che si cela dietro le maschere sorridenti delle comunità di provincia è un po’ abusata e perde di potenza di film in film. Di Zach Cregger si era parlato bene con l’opera prima Barbarians (che non ho visto, lo recupererò) e anche qui riesce a tenere insieme qualche buona idea, ma nel complesso non va e, ripeto, la seconda metà del film è davvero un delitto (dai, ma veramente gli investigatori non avevano pensato a seguire la direzione dove convergono le fughe dei bambini? Meno male che c’è Josh Brolin a pensarci!).
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    L’Implacabile (1987): Il regista Paul Michael Glaser forse è più celebre come volto televisivo nei panni del detective Starsky nel telefilm Starsky e Hutch, chi è cresciuto negli anni 80 forse invece ricorderà questo action distopico che vede come protagonista Arnold Schwarzenegger. Nel futuro 2017 (sic) alcuni detenuti possono ottenere la grazia partecipando a una trasmissione televisiva di successo, dove devono attraversare alcuni quadranti sotterranei della città senza finire uccisi dagli “sterminatori” spediti appositamente dal programma per rendere la missione più complicata. Schwarzy è ingiustamente accusato di aver massacrato un gruppo di persone inermi, che chiedeva solo cibo (la scena, vista oggi, è inquietante per l’attinenza con le cronache di questi mesi) e finisce con il diventare un perfetto concorrente per il programma. Nonostante le premesse abbastanza ridicole (e nonostante l’accento e la recitazione “canina” di Schwarzenegger), il film ha un suo perché, funziona, diverte, con una strepitosa colonna sonora da videogame anni 80 e la struttura stessa che sembra quella di un videogioco per Amiga. Se un film del genere l’avesse diretto qualcuno come George Miller, probabilmente staremmo qui a parlare di un cult assoluto. A ogni modo, a settembre uscirà un remake con protagonista Glen Powell, The Running Man.
    •••½

    #Cinema #commenti #film #lImplacabile #parisTexas #recensione #significato #spiegazione #unaPallottolaSpuntata2025 #weapons

  12. Capitolo 410: La Strana Voglia di Film

    Dopo un mese di giugno piuttosto misero dal punto di vista cinematografico (già vi avevo spiegato il motivo nel precedente capitolo), ora che mi sono momentaneamente spostato nella mia umile residenza estiva in quel di Monopoli, ho ripreso ad avere un buon ritmo, tra un panzerotto e l’altro. A questi sette film ci sarebbe da aggiungere anche un rewatch di Ritorno al Futuro, ma siccome non c’è molto da dire su un capolavoro visto e amato da tutti, ho preferito ometterlo dalla lista degli ultimi film visti (che invece trovate completa su Letterboxd). Voi invece che avete visto ultimamente?

    Diciannove (2024): Aspettavo da molto il film d’esordio di Giovanni Tortorici e ammetto di aver avuto forse qualche aspettativa di troppo (il trailer era davvero molto allettante): è la storia di un ragazzo siciliano di 19 anni che parte per fare l’università a Siena. Fino a qui tutto bene, se non fosse che il film prende delle direzioni decisamente pretenziose, illogiche, che trasformano il protagonista in un asociale e allontanano lo spettatore da ciò che poteva essere l’ottimo spunto iniziale: raccontare il disagio di un adolescente di oggi alle prese con la società e il mondo fuori dal liceo (e dal nido materno). Non ci siamo proprio, ma se siete curiosi di sapere di che si tratta lo trovate su Mubi.
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    I Love Radio Rock (2009): Uno dei miei comfort movie per eccellenza. Uno dei motivi per cui nel giugno 2009 tornai a Roma da un viaggio di circa un mese in giro per l’Europa è stato perché era uscito questo film di Richard Curtis in sala e non potevo perdermelo (ma questa storia nel libro non l’ho scritta, forse non sarebbe stata credibile!). La vicenda è ispirata alla storia delle radio pirata che imperversavano nel Regno Unito negli anni 60: radio libere, che trasmettevano il “diabolico” rock a ogni ora da navi situate in acque non controllate dal governo. Se su queste navi ci mettete Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy o Rhys Ifans, tra gli altri, oltre a una colonna sonora clamorosa, il risultato rasenta il capolavoro: non lo è, sia chiaro, ma per quello che sono i miei gusti ci si avvicina parecchio.
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    La Città Proibita (2025): Ho sentito parlare davvero molto bene di questo nuovo lavoro di Gabriele Mainetti, che già mi aveva conquistato con Lo Chiamavano Jeeg Robot. Poi però Freaks Out mi aveva lasciato freddino e per questo motivo ho forse sottovalutato l’arrivo di questo nuovo film, che arriva ora su Netflix e merita davvero tutti gli elogi che ha avuto. Una ragazza cinese, esperta di kung fu, arriva a Roma per cercare sua sorella, ma ciò che trova sono soprattutto criminali e brutte notizie. Dovrà cercare aiuto in un cuoco romano per scoprire la verità. Innanzitutto le scene di combattimento sono davvero eccezionali, il film è coreografato benissimo e, da un film italiano, non è qualcosa che ti aspetti sempre. Inoltre ho trovato molto interessante il sottotesto su come Roma sta cambiando, sui tanti volti del rione Esquilino, a tratti più interessante del film stesso. Mainetti svolge il lavoro come si deve: il film è intrattenimento puro, ti fa trascorrere una serata piacevole, racconta un angolo di Roma lontano dalle cartoline e dai cliché (più o meno, su qualcuno ci marcia un po’, ma non in maniera fastidiosa). Benissimo Sabrina Ferilli e Marco Giallini.
    •••½

    Memento (2000): Come si fa a concepire un film in cui il montaggio avviene all’inverso? Ovvero: ogni scena inizia dalla fine della scena successiva e, nonostante questa confusione, funziona perfettamente. Guy Pierce è un assicuratore che, in seguito a un incidente in cui sua moglie è stata violentata e uccisa, perde la capacità di assimilare nuovi ricordi: per questo gira con una polaroid dove fotografa volti e luoghi, prendendo appunti su ciò che gli succede. Lo scopo è trovare l’assassino di sua moglie e ucciderlo. Un film totalmente geniale, in cui il montaggio all’inverso pone lo spettatore nella stessa condizione del protagonista, incapace di sapere cos’è successo prima, se non attraverso gli appunti segnati dietro ogni polaroid. Non lo vedevo da oltre dieci anni e non è invecchiato di un giorno: stupendo.
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    Revenge (2017): Esordio cinematografico di Coralie Fargeat, qualche anno prima di girare il cult The Substance. Un uomo sposato porta una ragazza molto avvenente in una lussuosa villa nel mezzo del deserto. Qui viene raggiunto da due amici e, senza entrare troppo nei dettagli, la ragazza si ritroverà a passare qualche brutto quarto d’ora. Dopo essere sopravvissuta a un tentativo di omicidio (in quanto una sua denuncia avrebbe potuto distruggere la vita dei tre uomini), da preda diventa predatrice e, come da titolo, cerca vendetta. Visivamente è un film bellissimo, ci sono delle idee che già anticipano alcune scene disgustose per cui è stato acclamato The Substance. Certo, la storia è totalmente inverosimile (se lo vedrete capirete perché), ma dal punto di vista dell’intrattenimento è davvero un’opera appetitosa. Il più classico dei revenge movie (e, come dicevo, il titolo è davvero poco equivocabile): lo trovate su Mubi.
    •••½

    Scarecrow – Lo Spaventapasseri (1973): Quanto era bello il cinema degli anni 70? Non so come sia possibile che, non solo non avessi mai visto questo filmone di Jerry Schatzberg, ma prima di qualche mese fa non l’avevo neanche mai sentito nominare. Eppure è un film che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, con Gene Hackman e Al Pacino! Voi lo conoscete? Ditemi di no, vi prego, e in tal caso: recuperatelo al più presto. Hackman e Pacino sono due vagabondi intenzionati a diventare soci e a mettere in piedi un autolavaggio a Pittsburgh, dove il più anziano dei due ha una piccola fortuna da parte in banca. Per questo si mettono in viaggio per gli States, tra lavoretti, bar, risse, prigioni e tanti bellissimi dialoghi, in un road movie scapestrato e irresistibile (Al Pacino, sopra le righe, è straordinario). Per tutto il film c’è un’atmosfera bellissima, nonostante qualche dramma, è l’atmosfera di un cinema che non c’è più, con le sue imperfezioni, con la grana della pellicola, la macchina da presa che ogni tanto perde il fuoco: quanta anima però. Filmone, filmone, filmone.
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    La Strana Voglia di Jean (1969): Una sorpresa, di una bellezza totalmente inaspettata. Si tratta del film con cui Maggie Smith, ai tempi splendida trentacinquenne, ha vinto il suo primo Oscar (su due): tratto da un romanzo e poi da una piece teatrale, il film di Ronald Neame (in seguito regista de L’Avventura del Poseidon) racconta la storia di un’insegnante di storia in un collegio femminile di Edinburgo, negli anni 30. Durante il primo atto pensi continuamente “ah, ok, sarà tipo L’Attimo Fuggente“, poi però il punto di vista cambia e restiamo completamente spiazzati dal modo in cui si sviluppa la vicenda. Un film di cui si parla pochissimo, quasi nulla, ma che invece merita decisamente il nostro tempo, cercatelo. Sorvoliamo sull’insensato titolo italiano, che fa pensare a un film con Lino Banfi, quando il titolo originale era The Prime of Miss Jean Brodie, che riprende una linea di dialogo che torna spesso durante la visione. Bellissimo.
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    SERIE TV: Ho finito la quarta stagione di The Bear e, come anticipavo nel capitolo precedente (dopo che avevo visto solo un paio di episodi), l’ho trovata molto bella. Sì, è vero che è un po’ ripetitiva, ma è come se le vicende facessero un passetto in avanti. Soprattutto, più che della storia ci si lega molto ai personaggi: dopo un paio di settimane senza nuovi episodi (la quinta stagione è attualmente in lavorazione) ciò che mi manca non è sapere il destino del ristorante, di cui mi interessa poco, ma i singoli personaggi. Da sottolineare il bellissimo episodio del matrimonio, che fa da contrappunto a quello, straordinario, della cena di Natale.

    #Cinema #commenti #daVedere #diciannove #film #laCittàProibita #laStranaVogliaDiJean #memento #recensione #revenge #scarecrow

  13. Capitolo 407: Gli Spiriti di Maggio

    Questo mese sto guardando pochi film, lo so, è incredibile. Un po’ è colpa della primavera, che mi porta fuori casa più di quanto vorrei, un po’ del lavoro, che mi trattiene al pc anche negli orari che solitamente dedico al cinema, un po’ è colpa degli ultimi ritocchi di – udite! udite! – un libro che sono in procinto di pubblicare, La Strada Altrove. Al momento opportuno farò un post dedicato, per dirvi di più, per ora posso anticipare che si tratta di una storia autobiografica passata in giro per il mondo, tra Parigi, Berlino, New York e tante altre città, un racconto di formazione tra le inquietudini della generazione post-universitaria, oltre che una guida emozionale di città meravigliose (in cui ci sarà spazio per tante citazioni cinematografiche, vero faro di ogni mio viaggio). A ogni modo, sarà disponibile online e in libreria dal 15 giugno, vi terrò aggiornati, che lo vogliate o no! Ora però passiamo ai film, che mi sono dilungato un po’ troppo.

    Margini (2022): Su RaiPlay trovate questo bel film di Niccolò Falsetti, che avevo già avuto il piacere di vedere in sala un paio d’anni or sono. Premio del pubblico alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia, questo film d’esordio, prodotto tra gli altri dai Manetti Bros, è divertente, scanzonato, ti costringe a fare i conti con il peso dei tuoi sogni ma sa farlo con leggerezza e vitalità. Siamo a Grosseto, una ventina d’anni fa: tre ragazzi che suonano in una band punk locale, stanchi di doversi sempre spostare ovunque per suonare e per sentire le band che amano, decidono di organizzare il concerto di un celebre gruppo statunitense là da loro, con tutti gli oneri del caso: trovare una location, trovare l’attrezzatura e soprattutto trovare i soldi. Il cinema può anche essere una cosa semplice, basta avere belle idee. Una bella sorpresa, da vedere.
    •••½

    Tendaberry (2024): Altra opera prima, stavolta di Haley Elizabeth Anderson. L’incipit e la conclusione sono davvero emozionanti, nel mezzo ci sono tante cose da dire e una voce non sempre del tutto coerente. Ma quanta passione, quanta emozione, quanta voglia di urlare “cinema”! La vicenda segue i passi di una ragazza a Brooklyn, con un figlio in grembo e un ragazzo costretto a tornare in Ucraina dalla famiglia. Una storia di formazione che ha incantato il Sundance e che ora trovate su Mubi. “Non voglio essere un cumulo di tristezza”, dice la protagonista: diamine, che voglia di abbracciarla, in quel momento. Lunga vita al cinema indipendente, alle riprese con le luci naturali, alle interpretazioni sporche, alla macchina a mano. Da vedere.
    •••½

    Gloria! (2024): Ho seguito i David di Donatello e mi sono preso una mezza cotta per Margherita Vicario, che non conoscevo. Incuriosito dai tanti premi ricevuti, ho recuperato il suo film d’esordio dello scorso anno, la storia di una servetta in un istituto di educande del 1800. La ragazza scopre per caso un pianoforte in un magazzino e comincia a suonarlo di nascosto, dimostrando passione e talento per una musica molto più moderna rispetto ai canoni dell’epoca. Nato come omaggio alle tante donne musiciste dell’800, a cui è sempre stato impedito di esprimersi e comporre, a differenza dei colleghi maschi, è un piccolo film pieno di vitalità e gioia. Mi sono proprio divertito.
    •••½

    Game Night (2018): Opera seconda di John Francis Daley e Jonathan Goldstein, una commedia simpatica e con un buon cast, dove però si ha costantemente l’impressione che si siano divertiti più loro a girarlo che noi a guardarlo. Rachel McAdams e suo marito Jason Bateman sono dei malati di giochi da tavola, giochi di ruolo, quiz: qualunque cosa, purché si giochi. Una sera il fratello di lui organizza una serata interattiva, con finti rapimenti e indagini, dove però qualcosa va storto: qualcuno viene rapito davvero. Equivoci, qualche gag divertente e poco altro, buono per una serata a cervello spento, senza pretese.
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    Amore e Guerra (1975): Negli anni 70 Woody Allen è stato investito da un’ispirazione senza precedenti. Ogni suo film era composto da trovate irresistibili, riflessioni emozionanti, seppur comiche e un’aura di genialità che nei decenni successivi è andata un po’ a fasi alterne (anche se il cinema – e noi con lui – ringrazia). Qui Allen omaggia i classici della letteratura russa, mischiandoli con suggestioni e citazioni di Bergman, raccontando la storia di un inetto che, senza volerlo, diventa un eroe militare. Esilarante quanto sofisticato, è una collezione di battute memorabili, tra cui quella di una strepitosa Diane Keaton: “Amare è soffrire. Se non si vuol soffrire, non si deve amare. Però allora si soffre di non amare. Pertanto amare è soffrire, non amare è soffrire, e soffrire è soffrire. Essere felice è amare: allora essere felice è soffrire. Ma soffrire ci rende infelici. Pertanto per essere infelici si deve amare. O amare e soffrire. O soffrire per troppa felicità. Io spero che tu prenda appunti”. La vita sarebbe migliore se si guardassero più spesso i film di Woody Allen.
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    Gli Spiriti dell’Isola (2022): Erano due anni buoni che aspettavo di fare un rewatch di questo bellissimo film di Martin McDonagh, uno dei grandi geni del nostro tempo (è l’unico drammaturgo, oltre a un certo William Shakespeare, che a 27 anni ha avuto quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra). In un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti, mentre al di là del mare imperversano gli spari della guerra civile irlandese. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Colin Farrell e Brendan Gleeson sono perfetti, in questo film beffardo, tragico, ironico e, soprattutto, infinitamente dolce. Nove candidature agli Oscar (di cui addirittura quattro per gli interpreti) e zero statuette. Un filmone.
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    #amoreEGuerra #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #gameNight #gliSpiritiDellIsola #gloria_ #margini #recensione #significato #spiegazione #tendaberry

  14. Recensione “Here” (2024)

    Hic et nunc, qui e ora, dicevano i latini. Qui e in ogni momento, risponde invece Robert Zemeckis, riarrangiando per il grande schermo la graphic novel omonima di Richard Maguire, dove osserviamo la storia di un pezzo di terreno, un lotto, una casa, un soggiorno, dagli albori della storia fino ai giorni nostri. Nel nuovo lavoro del regista di Forrest Gump, che vede la reunion cinematografica di Tom Hanks e Robin Wright, il tempo infatti scorre, così come le vite, con piccoli e grandi momenti di esistenze tutto sommato comuni, in un puzzle di gioie e dolori da comporre in un unico angolo del pianeta, attraverso i secoli, i decenni, gli anni.

    Grazie a un massiccio utilizzo della computer grafica, che abbiamo già visto in altri film (come ad esempio The Irishman di Martin Scorsese), i volti di Hanks e Wright tornano quelli della loro adolescenza, poi della loro età adulta grazie a un de-aging in fin dei conti credibile, se non fosse che sembra di trovarsi in un videogame iper-realistico, una sorta di versione cinematografica di The Sims o qualcosa del genere (ed è abbastanza inquietante pensare che in The Congress di Ari Folman, la stessa Robin Wright interpretava la parte di un’attrice che cedeva i diritti digitali del suo volto per poter essere replicata all’infinito in qualunque film). Al di là dei discorsi tecnici, la sfida di Zemeckis di costruire 100 minuti di film in uno spazio circoscritto è decisamente vinta, in una serie di continui rimandi ad epoche passate (o future), utilizzando non dissolvenze o netti stacchi di montaggio, ma inserendo nelle immagini piccoli riquadri che apriranno la finestra sulla scena (ed epoca) successiva, mantenendo puro lo spirito della graphic novel, dove Maguire inseriva in ogni tavola diversi riquadri per mostrare cosa accadeva in quell’angolo del soggiorno in un tempo differente rispetto a quello del racconto: credetemi, è più facile vederlo che raccontarlo. Quell’unico frame, con i suoi giochi di sovrapposizione e comunicazione tra epoche differenti, ha certamente il suo fascino, quantomeno a livello visivo, poiché a livello narrativo funziona a intermittenza: sì, è bellissimo seguire l’evoluzione di questa famiglia, è divertente anche osservare i soldati della guerra d’indipendenza festeggiare la resa degli inglesi, ma alla fine cosa resta? Qualche ricordo, un po’ di tenerezza e forse la scarsa indulgenza nei confronti dei personaggi, visto che ciò che emerge maggiormente sono le amarezze della vita, le malattie, le disillusioni, il modo in cui i sogni e le aspirazioni di gioventù marciscano sotto strati di polvere e frustrazione (“Sarò un artista”, dice il giovane Tom Hanks a suo padre Paul Bettany, che gli risponde ironicamente: “il mondo ne ha proprio bisogno!”).

    Non si può certamente dire che Here non sia un’opera originale e, per certi versi, interessante: è solo il ciclo della vita che si svolge in quella casa che, probabilmente, non lo è davvero abbastanza.

    #Cinema #commenti #diCheParla #film #poster #recensione #robinWright #significato #spiegazione #storia #tomHanks #trama #zemeckis

  15. Capitolo 393: Una Notte d’Autunno

    Da che mondo è mondo, dicembre è usualmente il mese in cui si corrono a recuperare tutti quei film, più o meno meritevoli, che ci siamo persi durante l’anno, in modo da poter stilare la classica lista dei film più belli dell’anno con cognizione di causa. In questo 2024, tuttavia, ho visto talmente tanta roba che mi ritrovo ora senza dover recuperare quasi nulla (a parte l’ultimo di Almodovar, che conto di vedere al più presto), quindi se avete consigli su cose davvero imperdibili uscite in sala quest’anno, fatevi sotto adesso o tacete per sempre (scherzo, non smettete mai di consigliarmi cose belle). Tra le altre cose, non sono neanche entrato ancora nel mood dei film natalizi, quindi aspettatevi l’ottocentesimo rewatch di Love Actually, presto o tardi.

    Gloria – Una Notte d’Estate (1980): Gloria è forse il nome femminile più utilizzato nei titoli dei film, quindi è bene specificare che in questo caso si tratta dello splendido Leone d’Oro vinto da John Cassavetes, qui al suo terzultimo film. Il film comincia con una ragazza che entra in un condominio e si sente minacciata da qualcosa o qualcuno: è passato un minuto e sei già agganciato. La donna è la moglie di un pentito della mafia, sul quale pende una condanna a morte. All’arrivo dei gangster, giunti sul posto per far fuori tutta la famiglia, il marito affiderà alla vicina Gena Rowlands il figlioletto. La nostra è riluttante ma è costretta ad accettare suo malgrado: comincerà un viaggio tra le strade di New York con i due fuggitivi braccati dai mafiosi. Era da tempo che non vedevo un film così bello e coinvolgente, dove può succedere di tutto e non sai proprio cosa aspettarti. Gena Rowlands inoltre è straordinaria, iconica, totale. Gloria è stato scelto come film preferito per il progetto Film People, che come sempre vi invito a seguire.
    ••••½

    Milano Calibro 9 (1972): Al Teatro Palladium, giusto sotto casa mia, si è svolto come ogni anno il bel festival cinematografico Cinema Oltre, dove c’è sempre occasione per vedere ottimi film e incontrare professionisti del settore. Quest’anno, in chiusura di questi quattro giorni, è stata proiettata la versione restaurata di questo cult di Fernando Di Leo, in cui Gastone Moschin è un malvivente appena uscito di galera, sospettato dai suoi “colleghi” di aver trafugato un bottino importante prima di essere arrestato. Il nostro deve guardarsi le spalle per tutto il film, in un vorticoso viaggio nei meandri di una Milano cupa e pericolosa, dove risuona però una splendida colonna sonora. Nelle immagini di Di Leo c’è tanto (ma tanto) Jean-Pierre Melville, soprattutto Frank Costello Faccia d’Angelo, sia nei costumi che nello stile, la fotografia algida e, ovviamente, i temi. Bellissimo.
    •••½

    Witches (2024): Interessante documentario di Elizabeth Sankey che racconta, attraverso le testimonianze di diverse donne (lei compresa), la depressione post-partum, analizzando il rapporto tra la salute mentale e le streghe nella cultura popolare. Il lavoro è senza dubbio notevole e, osservando la qualità del documentario, prodotto con un budget più che importante, in tutta onestà però devo ammettere che non si tratta di un argomento sul quale mi soffermerei per un’ora e mezza, ma questo è ovviamente un problema soggettivo. Bellissimo l’uso di immagini tratte da decine e decine di film, da Rosemary’s Baby a Suspiria, da The Witch a Ragazze Interrotte, un perfetto tappeto visivo per le parole in sottofondo. Se il tema vi interessa, trovate il documentario su Mubi.
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    Close Your Eyes (2023): Film spagnolo di Victor Erice, in selezione ufficiale a Cannes. Per un quarto d’ora ti chiedi cosa stai guardando, poi la storia prende tutta un’altra direzione e la trovata è davvero splendida: un attore è sparito durante la lavorazione di un film e ormai sono 30 anni che non si hanno più sue notizie, finché una trasmissione non riapre il caso intervistando il suo più caro amico, nonché regista di quel film. La cosa più bella è che si tratta di un film dalle molteplici letture: c’è il rapporto tra realtà e finzione cinematografica, il discorso sul cinema che preserva la memoria ma c’è anche il tema dell’identità (la primissima inquadratura è su una scultura di Giano Bifronte), visto che diversi personaggi hanno più nomi, sia personaggi del film, che quelli del film nel film (oltre al bebé che deve ancora nascere). “Che cos’è un nome?”, dice il protagonista a un certo punto. Tutto bello, tutto interessante, tutto affascinante (compresa la meravigliosa Soledad Villamil, indimenticabile ne Il Segreto dei Suoi Occhi di Campanella), eppure non mi ha mai emozionato per un istante. Peccato.
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    Berlin, I Love You (2019): Maldestro tentativo di replicare la meravigliosa bellezza di Paris, Je T’Aime (del 2006, ve ne ho parlato qui). Un conto però è avere registi come i Coen, Cuaron, Payne, Salles o Van Sant, tra gli altri, un altro è non averli, con tutto il rispetto per chi ha diretto i dieci episodi di questa raccolta tedesca. Lo schema è sempre lo stesso del film di Parigi (e di quelli successivi su Tokyo e Rio): una raccolta di cortometraggi che hanno come tema l’amore, ambientati ovviamente nella città del titolo. C’è Jim Sturgess che si innamora di un’auto, Keira Knightley alle prese con Helen Mirren, Diego Luna transessuale che discute di amore con un adolescente e via dicendo. Le storie però sono deboli e la bellezza di Berlino non basta a salvarsi da un prevedibile naufragio. Se proprio non potete farne a meno, lo trovate su Prime.
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    Nosferatu il Principe della Notte (1979): Incipit stupendo e terrificante, che ti trascina subito dentro al film, come solo i grandi maestri come Herzog possono fare. Il regista tedesco, a suo dire, con questo remake del capolavoro di Murnau voleva creare un ponte tra l’espressionismo tedesco degli anni 20 e il nuovo cinema tedesco degli anni 70, di cui lui e Wenders sono stati i più illustri esponenti. La storia è quella del vampiro di Bram Stoker (che qui tra l’altro si chiama proprio Dracula) e nei panni del non morto c’è Klaus Kinski, che stranamente invece di infondere follia al personaggio, lo rende invece quasi umano, malinconico, forse la cosa più bella del film. Per il resto il film non mi è sembrato essere invecchiato stupendamente, ma questo potrebbe anche essere perché l’ho rivisto pochi giorni dopo aver amato la nuova versione di Robert Eggers (trovate la recensione completa qui!), esteticamente clamorosa. L’opera di Herzog resta comunque un lavoro affascinante, che merita di essere recuperata soprattutto prima di andare a scoprire il nuovo Nosferatu, che uscirà in sala il 1° gennaio.
    •••½

    #berlinILoveYou #Cinema #closeYourEyes #commenti #diCheParla #film #gloria #milanoCalibro9 #nosferatuHerzog #recensione #witches

  16. Capitolo 392: Sixteen Candles

    Come avrete avuto modo di leggere sui social, se seguite le pagine di Una Vita da Cinefilo (su facebook e twitter) e di filmpeopleproject (su instagram e threads), il primo dicembre il nostro amatissimo blog ha compiuto la bellezza di 16 anni. In un mondo in cui i magazine online sono costretti a chiudere e dove regna il dominio di reels, tiktok e videorecensioni, che ci siano tante persone che ancora leggono le mie recensioni è un piccolo miracolo. In questi 16 anni le soddisfazioni non sono mancate: sulle dispense del corso di Critica Cinematografica 1, Appunti di Storia e Critica Del Cinema dell’Università di Bologna, Una Vita da Cinefilo viene citato come un modello alternativo e valido rispetto a quello della critica ufficiale, mentre la rivista 8½, progetto editoriale realizzato da Cinecittà, ha inserito il nostro tra i 10 blog cinematografici più autorevoli, innovativi, efficaci e originali.

    Se vi piace quello che leggete, condividete un articolo o una recensione, commentate, ditemi sempre la vostra, interagite sui social e divertitevi con me a chiacchierare di film e serie tv (anche se un po’ più di film, come sapete!). Il rapporto i lettori e le lettrici è sempre stato uno dei punti di forza di questo spazio e sarebbe bello farlo conoscere ad altri appassionati e ad altre appassionate come noi. Taglio corto: grazie a chi c’è stato in questi 16 anni e grazie a chi c’è ancora! E adesso parliamo di film.

    Il Robot Selvaggio (2024): Per il cinema d’animazione deve essere l’anno dei robot e dei disastri climatici, visto che quest’anno sono già usciti i meravigliosi Il Mio Amico Robot e, recentemente, Flow. In un mondo ormai invivibile a causa dei cambiamenti climatici, un robot naufragato su un’isola, si attiva e cerca compiti a cui ottemperare. L’isola però è abitata solo da animali, tra cui una piccola oca, che pensa che il robot sia sua madre. Divertente e tenero, è il classico film d’animazione per i più piccoli che riesce però a fare breccia negli occhi degli adulti. In originale è spassoso godersi il doppiaggio, tra gli altri, di Lupita Nyong’o, Ving Rhames, Bill Nighty, Pedro Pascal e Mark Hamill. Bello, anche se, rispetto ai due titoli sopracitati, questo è destinato più a un pubblico preadolescente.
    •••½

    Do Not Expect Too Much From the End of the World (2023): Un film con due film paralleli che conversano tra loro (questo, di Radu Jude, e un altro film romeno del 1981, Angela Merge Mai Departe), un geniale piano sequenza finale di quasi 40 minuti, una protagonista femminile straordinaria (quanto l’attrice che la interpreta, Ilinca Manolache), un’opera ricca di citazioni, capace di raccontare perfettamente i tempi che corrono, personaggi social compresi. Il film racconta le giornate frenetiche di un’assistente di produzione alle prese con una sorta di pubblicità progresso per sensibilizzare gli operai di una multinazionale sulla prevenzione dagli infortuni sul lavoro. Totalmente fuori di testa, ma irresistibile (e come se non bastasse, c’è pure un cameo del regista Uwe Boll). Il cinema romeno non è solo il grande Mungiu e questa è una notizia eccellente.
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    The Beast (2023): L’ultimo film di Bertrand Bonello, già autore del bellissimo Nocturama e del notevole Zombi Child, è forse il suo lavoro più ambizioso, pieno di rimandi a David Lynch (la scena conclusiva è proprio una dichiarazione d’amore a Twin Peaks), forse imperfetto, ma ricco di suggestioni visive, in una sorta di effetto droste del subconscio e della vita stessa. Esteticamente suggestivo (la Parigi del 2044 è perfettamente credibile), come ogni altra opera di Bonello è un film che si specchia un po’ troppo nel suo bisogno di essere “diverso”, come se volesse ogni cinque minuti dare di gomito allo spettatore per dirgli, sottovoce, “hai visto che scena eh?”. Faticoso nel primo atto, ma quando poi decolla diventa intrigante a non finire. Lea Seydoux è un’attrice totale e probabilmente non meritava una controparte così anonima come George MacKay, un attore che proprio non digerisco (che peccato non aver visto al suo posto il compianto Gaspard Ulliel, inizialmente scelto per il ruolo). Ad ogni modo è un film davvero bello, talmente affascinante da poter sorvolare su ogni imperfezione.
    •••½

    La Tigre e il Dragone (2000): Quando ho visto questo film per la prima volta, al cinema Galaxy di Primavalle, ero ancora un fantastico adolescente, strabiliato dall’estetica di questo autore (Ang Lee), ammaliato dalla poesia di questa avventura, incentrata su una spada, sui ladri che la vogliono trafugare, sui guerrieri erranti che la vogliono recuperare. Un venerabile maestro, in procinto di godersi la meritata pensione, è costretto a rimettersi in gioco per salvare ciò che di più prezioso ha al mondo. No, non è la storia di Claudio Ranieri, ma un cappa e spada esteticamente meraviglioso, di cui non ci si stanca mai. Dieci candidature agli Oscar (e quattro statuette) per un film senza tempo. Una curiosità: il titolo originale (traducibile come “la tigre accucciata, il dragone nascosto”) è un’espressione cinese che indica i talenti celati. Bellissimo.
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    Look Back (2024): Il cinema giapponese ci ha abituato talmente bene con i film d’animazione che, quando capita di vederne uno non straordinario, finiamo per storcere il naso più di quanto il film meriti. Il destino che tocca a quest’opera di Kiyotaka Oshiyama, che racconta la storia di due ragazze appassionate disegnatrici di fumetti e del destino che le lega. Il film parte bene, appare interessante sin da subito, ma manca qualcosa, manca tanto, forse troppo. Niente di più di una storia d’amicizia resa forte da una grande passione, che sfocerà nelle inevitabili incomprensioni, prima di un improbabile punto di non ritorno. Il pregio è che dura meno di un’ora, il difetto è quasi tutto il resto.
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    SERIE TV: Vi era mancata la sezione con gli aggiornamenti sulle serie tv, vero? Bene, a proposito di animazione giapponese, parliamo subito del reboot di quel capolavoro di Ranma 1/2, di cui Netflix propone un episodio ogni sabato. Ora che ho già visto 9 episodi posso già esprimere la mia sul progetto: è un altro capolavoro, è esilarante, è avvincente, è coinvolgente, è meraviglioso tanto quanto l’originale. L’unico grande difetto, ma non è colpa della produzione, è il doppiaggio italiano, soprattutto per chi, come il sottoscritto, è affezionatissimo alle voci originali del cartone anni 90 (In particolare la nostra amata Akane, che senza la voce di Stella Musy perde davvero troppo). Comunque serie stupenda, i fan dell’originale non resteranno delusi.
    Nelle ultime settimane ho continuato quella che dovrebbe finalmente essere l’ultima stagione di Cobra Kai, che ormai sta agonizzando dopo la straordinaria idea che aveva reso le prime due stagioni indimenticabili. Ora Netflix ha messo a disposizione un’altra tranche di episodi, in attesa della conclusione che dovrebbe arrivare nel 2025. Le idee ormai cominciano a scemare, è tutto talmente poco credibile da risultare costantemente posticcio, eppure gli ultimi dieci minuti dell’ultimo episodio messo a disposizione quest’autunno sono stati davvero una splendida sorpresa: è proprio vero, Cobra Kai never dies!
    Da prima dell’estate inoltre sto guardando, mentre ceno, un episodio al giorno di Scrubs, che amavo molto ai tempi dell’università, quando trasmettevano gli episodi su MTv. Le prime quattro stagioni conservano ancora intatta la freschezza della serie, poi però già dalla quinta si intravede il cosiddetto “salto dello squalo”, come si dice in gergo e si avverte, lentamente, l’inevitabile declino. In totale sono nove stagioni ma non so se arriverò fino in fondo: la prima resta comunque un caposaldo nella storia delle commedie per il piccolo schermo (e Perry Cox uno dei suoi personaggi più iconici, ancora oggi straordinario).

    #Cinema #commenti #daVedere #doNotExpectTooMuchFromTheEndOfTheWorld #film #ilRobotSelvaggio #laTigreEIlDragone #lookBack #ranma12 #recensione #scrubs #spiegazione #theBeast

  17. Capitolo 391: Cavalli a Dondolo e Cammelli

    C’è tanta carne nel fuoco di questo freddo novembre, dal quale sono riemersi dai letarghi estivi i piumini più caldi e i cappotti più lunghi. Sette film che ballano tra la grandezza assoluta e la schifezza più inutile, ma anche tra primissimi piani su ragazze bellissime (Celeste Dalla Porta e Jennifer Connelly) a campi lunghissimi di cammelli nel deserto, fino a portarci nel distopico futuro di Coppola. Insomma, c’è talmente tanta roba da aver lasciato fuori dall’elenco l’ultimo film di Clint Eastwood, Giurato Numero 2, di cui però potete leggere la recensione completa. Tanti altri grandi film sono in arrivo, per cui restate sintonizzati (e vi ricordo che potete seguire tutto ciò che vedo sulla mia pagina Letterboxd).

    The Snapper (1993): Trasposizione televisiva, prima dell’approdo in sala, realizzata da Stephen Frears, che ha adattato l’esilarante romanzo Bella Famiglia di Roddy Doyle. La figlia maggiore di una numerosa famiglia di Dublino resta incinta (snapper, in dialetto irlandese, significa proprio sbarbatello, bebé), ma non vuole rivelare l’identità del padre. I pettegolezzi inondano il quartiere e toccherà al patriarca Colm Meaney (irresistibile come sempre) mettere a tacere le voci e tenere unita la famiglia. Nel pieno della tradizione cinematografica irlandese dell’epoca (vedi The Commitments o Due sulla Strada, entrambi tratti da romanzi di Doyle), il film è spassoso, divertente, pienamente godibile, grazie anche ad una fotografia molto calda, botta e risposta secchi, immagini sempre ricche di personaggi. Good vibes a non finire: ok la moda degli anni 80, ma che bello pure il cinema degli anni 90.
    •••½

    Parthenope (2024): Una fantasia maschile confezionata dalle mani di un maestro. Una ragazza bellissima che tutti desiderano e nessuno riesce a tenersi, una città splendida nella sua decadenza, crepuscolare nel suo splendore, accecato da sole, mare, bellezze di marmo rovinate dal tempo e il solito caleidoscopio di personaggi più o meno iconici. In questo film si giocano due campionati: quello dei pesi massimi, quando vedi in scena Gary Oldman e Silvio Orlando (pagherei oro per vedere uno spin-off incentrato solo su di lui), e poi quello in cui giocano i giovani attori, fuori luogo e fuori posto (casting discutibile). Alcuni momenti ovviamente splendidi e scelte musicali perfette, è pur sempre un film di Paolo Sorrentino, oltre ad alcune riflessioni sul tempo che passa che sono esattamente pane per i miei denti. Nel complesso però è un film sfilacciato, che si specchia nelle sue frasi ad effetto e nella bellezza della milanese Celeste Dalla Porta, dalla quale, come del resto fanno i personaggi del film, non riusciamo a staccare gli occhi di dosso (anche perché, con tutti quei primi piani, sarebbe difficile). Per essere un film di Sorrentino è deludente, non c’è dubbio, anche se sono tanti i momenti che ti porti appresso dopo l’uscita dalla sala.
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    Super/Man: The Christopher Reeve Story (2024): Bellissimo e soprattutto emozionante documentario realizzato da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui, incentrato sull’attore Christopher Reeve, primo, indimenticabile Superman cinematografico e, per quanto mi riguarda, unico Superman esistente (quello dei film dei due Richard, Donner e Lester). Il documentario ripercorre la vita di Reeve, il celebre casting per Superman, scoraggiato dal compagno di teatro William Hurt, la vita sentimentale, la famiglia e, ovviamente, l’incidente e la conseguente lesione spinale che lo rese tetraplegico. Un film che sottolinea la capacità dell’attore di trovare una nuova vita, di impegnarsi in una fondazione per la ricerca e di non mollare mai un centimetro nonostante la paralisi, il tutto raccontato dai suoi figli e dalle persone che gli erano accanto (come i colleghi Susan Sarandon, Jeff Daniels, Glenn Close e Whoopi Goldberg). Emozionano in particolare gli aneddoti sulla straordinaria amicizia tra Christopher Reeve e Robin Williams. Una storia piena di intensità (ma anche di momenti ironici), un racconto ben realizzato, un bellissimo documentario.
    •••½

    Audition (1999): Che Takashi Miike sia matto scocciato (in senso buono) è abbastanza risaputo. Che si sia fatto conoscere in tutto il mondo grazie a questo film, l’ho scoperto solo ora. Rimasto vedovo, un uomo di mezza età, incoraggiato dal figlio, decide di aprirsi nuovamente all’amore. Grazie a un amico, produttore cinematografico, organizza un’audizione per un film che non si farà mai, al solo scopo di poter incontrare e conoscere una gran quantità di donne diverse. La scelta cade su una ragazza molto dolce e dall’aria malinconica, che secondo l’amico produttore però ha fornito solo referenze false. Che si nasconde dietro? Dietro si nasconde un film strepitoso, in pieno stile Miike, che nasce come romance, prosegue come noir, finisce come… Legatemi, non posso dire altro. Lo trovate su Mubi, ma ci sono alcuni momenti abbastanza cruenti quindi preparatevi.
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    Tutto Può Accadere (1991): Un’ora e venti di male gaze su Jennifer Connelly che, per carità, potrei ammirarla anche per dieci ore, però magari intorno avrei preferito vederci un film. Tentativo (fallito) di rendere Frank Whaley (celebre per essere stato crivellato da Samuel L. Jackson nel primo atto di Pulp Fiction) il nuovo Matthew Broderick. Seconda, nonché penultima regia di Bryan Gordon, è la storia di un adolescente sbruffone, chiacchierone e nullafacente che, obbligato a lavorare come addetto alle pulizie notturno di un grande magazzino, si ritrova a passare la notte con una rampolla ribelle rimasta anch’ella chiusa dentro il negozio (che ovviamente è Jennifer Connelly, mai così meravigliosa, soprattutto nella scena in cui ci imbambola mentre monta su un cavallo a dondolo). John Hughes, tra i produttori e sulla cresta dell’onda per il successo di Mamma Ho Perso l’Aereo, si è talmente vergognato di questo film da chiedere, invano, di non essere citato nei titoli di testa. Non a torto: il film è veramente inutile, non è ironico (ci prova, sicuro, ma il protagonista è troppo irritante per risultare divertente), non è avvincente (e qui neanche ci prova), non è veramente nulla. Ah no, una cosa è senza dubbio: dimenticabile.

    Megalopolis (2024): L’opera più divisiva del 2024 nonché una di quelle destinate a essere maggiormente ricordate. Il film a cui Francis Ford Coppola sta lavorando dai tempi di Apocalypse Now è finalmente realtà e c’è talmente tanta roba dentro che meriterebbe un saggio a parte, un approfondimento tutto suo. Quel che è certo è che sarà studiato, analizzato e raccontato in tesi di laurea e corsi universitari, data la sua visione del futuro, il modo in cui mette in scena i lati più oscuri del capitalismo immergendo il tutto in un’enorme metafora sulla caduta dell’Impero Romano. In pochissime parole è la storia di un architetto (Adam Driver) che sogna di costruire un’utopica comunità futuristica per far risorgere la città dai suoi mali. Ad ostacolare il progetto però, c’è un sindaco avido e conservatore (Giancarlo Esposito) che vorrebbe invece costruire un enorme casinò per arricchire le casse comunali. In mezzo a questa faida ci sono complotti, scandali, attentati, sesso, storie d’amore e sensi di colpa, oltre al potere di fermare il tempo, di renderlo sostanza, di plasmarlo a proprio piacimento. Un imponente caleidoscopio di grandezza e decadenza, che non solo mescola New York e l’Antica Roma in un’unica, distopica, realtà, ma riflette anche il pensiero di uno dei più grandi registi della sua generazione, capace di non scendere mai a compromessi con nessuno, di vendere i suoi asset personali pur di mettere in scena la sua visione del mondo, con un messaggio di speranza e una richiesta di ottimismo. Penso che il mondo ancora non sia pronto per questo film, ma ai vostri figli piacerà!
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    Lawrence d’Arabia (1962): La vita va avanti, anno dopo anno, ed è bellissimo ogni tanto scoprire di avere ancora meraviglie di questo tipo da poter vedere per la prima volta. Sembra come rinascere e di finire la giornata sentendoti più ricco, in una migliore versione di te (senza bisogno di prendere alcuna substance!). Durante la prima guerra mondiale, il tenente Peter O’Toole è un cartografo inglese di stanza al Cairo. Interessato alla cultura araba e convinto che le tribù possano diventare un prezioso alleato contro i turchi, che presiedono la penisola araba, viene mandato, tra lo scetticismo dei generali, a incontrare l’emiro Alec Guinness in mezzo al deserto, insieme al quale tenterà di mettere in piedi una rivolta (e se organizzi una rivolta con il futuro Obi Wan Kenobi, le possibilità di successo diventano notevoli). Non so da dove cominciare per magnificare un film di questo genere: la grandezza della messa in scena, tale da farlo sembrare una sorta di Dune ante litteram (non a caso ispirò pesantemente il romanzo di Frank Herbert, uscito tre anni dopo, dove la figura di Paul Atreides mostra molti punti in comune con Thomas Edward Lawrence), la bellezza delle immagini, i risvolti politici e strategici di ogni battaglia, i tanti semi gettati nella storia del cinema (raccolti appunto da Dune, ma anche da Star Wars, Braveheart o Avatar, a mio avviso), oltre ad aver ispirato generazioni su generazioni di cineasti. Sette premi Oscar, ma soprattutto un film enorme.
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    #audition #christopherReeveStory #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #lawrenceDArabia #megalopolis #parthenope #recensione #significato #spiegazione #storia #theSnapper #trama #tuttoPuòAccadere

  18. @andrea_ferrero se nella domanda includi anche le missioni #Shuttle allora #STS134 con a bordo #AMS02 primo perché ho visto alcune fasi di costruzione dell’asperimento mentre era al #CERN e secondo perché ho visto quella missione sulla rampa di lancio al #KSC! Non ultimo poi ha un logo bellissimo!

  19. #Euroleague #Round5 2023-24: #RealMadrid solo al comando; un bellissimo Valencia Basket Club e un effettivo Fenerbahçe Beko seguono con la #Virtus e il #Barça - By Laura Cristaldi
    all-around.net/p/239219

  20. It’s a sign of the times we are living in, when an #American journalist openly visits a known adversary of his country - at a time when stakes are high - “for merriment”.

    What does it profit Tucker Carlson to gain the world, but lose his soul to #russia?

    #RussiaIsATerroristState #TuckerCarlson #Propaganda #propagandist #StandWithUkraine #corruption #Ukraine #Biden #congress #aidpackage #RusskyMir #russianinvasion #PutinIsaWarCriminal #journalist #traitor #trump

  21. 🎭 CARNEVALE! POPOLARE

    Sabato 21 febbraio, dalle 10:30 alle 18:00, presso via Palmieri, Via Nicola Palmieri, Milano

    🔥A Milano Sud, nel quartiere Stadera, si scorge nel cielo il ritorno del dirigibile rosso Baia del Re...il Carnevale Popolare è tornato!
    Bambine e bambini, grandi e piccini, e' il momento piu festoso, irriverente e scherzoso dell'anno, evviva!
    Personaggi già conosciuti e nuovi amici e amiche, si riuniranno per dare vita ai tre giorni più scherzosi e festosi dell’anno!
    Quest'anno c'è una nuova figura che resiste a venti di guerra e riarmi. In una città grigia nonostante il finto bagliore delle luci olimpiche, Disertoru difende il suo quartiere e porta alta la voce della solidarietà e delle comunità resistenti che abitano e lottano nelle strade dei nostri quartieri.

    🪁 Venerdì 20 aspettateci per le strade del quartiere per tornare tutt3 a ZAM per teatro, giochi e merende!

    🎭 Sabato 21 febbraio alle 10:30 di fronte a Baia del Re in Via Palmieri 8 per una bellissima PARATA DI CARNEVALE!

    🎉Dopo la parata, grande festa di Carnevale al Parco Chiesa Rossa con pranzo condiviso, giochi di ogni tipo, favole, sport popolare e tanto altro!

    #SpettacoloPerBambinə #CarnevalePopolare #Carnevale #parata #giochi

  22. Collegamenti #5

    Succede anche questo, che io decida di riprendere in mano una rubrichetta lasciata a marcire sei anni fa. Semplicemente perché no. O perché ho trovato cose interessanti sull’internet che vorrei appuntare e mettere da parte.

    Le spiattello là, senza tanti preamboli, iniziando con una bella foto di una band che mi permette di collegare questo quinto episodio dei collegamenti al quarto del novembre 2020, che pure si apriva con un’immagine che aveva un tema simile. Loro qua sotto sono i Black Mountain, una band che per un periodo ho tenuto in buona considerazione, ma non abbastanza, e sulla quale mi sono deciso a tornare in questi primi giorni dell’anno (mi sto consumando su In the Future, 2008). La foto è di Magdalena Wosinska.

    Proseguo con un bellissimo live bootleg dei Television che ho trovato sul fediverso grazie al bot @livetapes. Il concerto è quello all’Earth Tavern di Portland, OR del 2 luglio 1978 e, per quanto il suono sia grezzo, è bellissimo (ma questo potrei averlo già detto).

    Poi c’è questo gioco che hanno fatto lə tipə di Mixcloud, di provare a immaginare e predire i trend musicali del 2026. A parte una eccessiva insistenza sulla nostalgia, dalla quale mi dissocio categoricamente, e il solito ritrito ritorno del rock (che poi significa il ritorno del rock in classifica), ci sono delle cose interessanti, tra le quali la rinascita dei lettori CD, degli iPod e dei lettori mp3, che sto vedendo palesarsi davanti ai miei occhi sul fediverso (per dire), e che sinceramente spero che accada più per la voglia di affrancarsi dagli algoritmi che per la nostalgia di una qualche stupida età dell’oro. La cosa più interessante che viene fuori dall’articolo è però questo dato: la crescita di circa il 25% dei ricavi della musica indipendente nel 2024. Spero davvero stia finendo il periodo di vacche magre.

    Cambiando tema e mondo, ci spostiamo nelle Americhe per leggere il comunicato del Partito comunista del Venezuela sulla recente aggressione militare imperialista statunitense che ha portato al rapimento di Maduro e consorte. Due cose semplici vengono fuori dal comunicato: la condanna dell’azione e il rifiuto dell’ingerenza statunitense, da una parte, e la condanna del regime autoritario di Maduro dall’altra. In chiusura, l’appello per una soluzione politica popolare, democratica e autonoma alla crisi. Sono posizioni, queste, che se mettiamo in moto il cervello e una vera solidarietà internazionalista, possiamo produrre anche a queste latitudini, per sgomberare le piazze da chi caccia i venezuelani dalle manifestazioni di solidarietà al Venezuela con parole agghiaccianti degne della peggiore destra (non linko niente, ma si trovano i video online).

    Dal Venezuela al fediverso, per sottolineare l’operazione benemerita deə compagnə di Bida, che recentemente hanno annunciato: l’apertura di un’istanza PeerTube, sulla quale si possono caricare video fino a 5 gb e fare dirette streaming; l’attivazione di un’istanza Matrix per la messaggistica istantanea; e l’attivazione di un servizio di hosting gratuito per Mastodon diretto a «collettivi e realtà che vogliono gestire la propria istanza».

    The Peace & Truce of Future of the Left, 2016 – Artwork by Michael Byzewski

    Torno alla musica e chiudo.

    L’anno scorso, sempre sul fediverso, ho preso a postare una sfilza di dischi con l’hashtag #LaMusicaDel2015 (se sei su mastodon.uno non vedrai niente, perché il mio account su Puntarella è bloccato dagli amministratori della tua istanza). L’idea, replicabile ogni anno, è di recuperare e ricordare i grandi album usciti dieci anni prima. È una lotta contro i mulini a vento per spostare il discorso musicale sul contemporaneo; ma è anche, più semplicemente, un modo per recuperare dischi che ci siamo dimenticatə nella furia insensata di correre sempre avanti.

    Avendo iniziato in pieno autunno, e siccome sono lento e incostante e c’è un sacco di roba nuova da ascoltare (e di lavoro da fare), l’operazione 2015 ha tracimato nel 2026. Memore della cazzata, quest’anno ho iniziato per tempo per avere tutto l’anno davanti. L’hashtag da usare e da seguire è #LaMusicaDel2016, non ci sono limiti di genere e l’unica regola è di postare dischi che all’epoca erano nuovi (le ristampe sono dunque escluse).

    Fine.

    #bida #BlackMountain #LaMusicaDel2015 #LaMusicaDel2016 #Maduro #Mixcloud #StatiUniti #Television #ThePeaceTruceOfFutureOfTheLeft #Venezuela

  23. Mi sono riletto ieri l'ultimo romanzo nel #Canone di #ConanDoyle su #SherlockHolmes "La Valle della paura"

    Davvero bellissimo e devo dire pure attualissimo

    Mi ha fatto riflettere: chi è paragonabile a #Moriarty oggi?

    Chi è il vero "Napoleone del Crimine"?

    I miliardari?
    La massoneria?
    Le banche?
    Le chiese?
    I politici?

    O forse tutti insieme, o qualcuno di meno visibile, chissà

  24. (...segue). Dopo pochi minuti, la #chitarra classica che avevo preso in prestito da mia cugina mi aveva già dato la prima grandissima lezione: se vuoi conquistarmi, dovrai impegnarti tanto, soffrire un po' e non stancarti mai. Ma poi sarà #bellissimo. E lo sarebbe stato, in verità, almeno finché i miei polpastrelli non sarebbero stati devastati dalla #psoriasi diversi anni più tardi. Ma di questo parleremo più avanti."