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#disoccupazione — Public Fediverse posts

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  1. segnaliamo: " ... la rubrica di analisi critica dei fatti economici della settimana.

    4 i temi: il price cap deciso a ottobre da diverse compagnie di distribuzione (Eni, Ip, Q8 e Tamoil) di benzina e gasolio; la richiesta di maggiore flessibilità di bilancio del Governo italiano all’Ue in vista della prossima manovra economica; la crisi globale sui titoli di stato e infine i dati Istat sull’occupazione. ... "

    radiondadurto.org/2026/10/02/v

    #benzina #gasolio #BTP #ISTAT #disoccupazione

  2. Da Gutenberg a ChatGPT la paura è uguale, ma adesso stiamo delegando il pensiero
    metallirari.com/gutenberg-chat
    Non si tratta di fermare l’intelligenza artificiale, ma di governarne ritmo, dipendenza e concentrazione di potere prima che il volante cambi mano.
    #IntelligenzaArtificiale #IA #Lavoro #Disoccupazione #ChatGPT #GeopoliticaTecnologica #NewYork #Mamdani #Educazione #OilAndGas #Produttivita

  3. Tanveer Ahmedm, psichiatra e autore dei libri "Fragile Nation", "In Defence of Shame" e "The Exotic Rissole" spiega perché sempre più uomini stanno lasciando il lavoro sia negli USA che in Australia.

    La dignità del lavoro (anche umile) sarebbe in competizione con altre forme di identità e le conseguenze sono l'isolamento e la dipendenza dai sussidi.

    quillette.com/2026/09/03/why-s

    #labor #work #unemployment #economy #socialcrisis #lavoro #disoccupazione #economia #crisisociale

  4. È concezione comune che un disoccupato non possa essere padrone del suo tempo. Un disoccupato deve essere sempre a disposizione, chiunque lo chiami e a qualunque ora, tanto sta lì senza fare niente.

    Un disoccupato è libero 24 ore al giorno e al tempo stesso occupato 24 ore al giorno ad essere disponibile.

    Non appena vengono a conoscenza del tuo stato, subito ti propongono le peggiori attività.
    Due anni fa venne un vicino in pieno agosto e mi fa "stai lavorando?". Dissi di no e lui subito "vieni a darmi una mano un paio di giorni". I giorni poi sono diventati 15. "Appena mi pagano ti do qualcosa" (si qualcosa, chiedere quanto ti danno apparentemente è reato, soprattutto se sei disoccupato).
    Sono passati due anni e non ho visto un centesimo. E non è un caso isolato.

    Il punto non è portare a casa la pagnotta, il punto è costruire una carriera, un avvenire, avere qualcosa di concreto sotto mano.
    Con i familiari è ancora peggio, perché in ogni attività faticosa vieni arruolato automaticamente e senza richiesta. C'è chi si compra la casa in centro a Roma a sua insaputa, chi ha l'amante a sua insaputa, io lavoro. A ciascuno il suo.

    Ecco perché sto cercando disperatamente di inventarmi un mestiere (come dicono i sapientoni: "inventatelo il lavoro"), ma senza capitale...
    Così è, se vi pare.

  5. "L’ #Italia festeggia la #disoccupazione al 5% e tace su un dato che nessun governo ha voglia di commentare: chi lavora oggi ha un #potered’acquisto inferiore del 6,1% a 5 anni fa, e la #crescita dei #salari si è fermata 40anni fa."

    #lavoro #povertà #governoMeloni
    #24luglio

    diogenenotizie.com/salari-ferm

  6. Ticino: sempre più persone senza lavoro

    Ricevo sempre più messaggi da persone che hanno perso il lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno lavorato per venti o trent’anni e che, da un giorno all’altro, si ritrovano fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario, senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e non sanno più dove tagliare.

    Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in cui una persona guarda sé stessa.

    Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment, la società di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono molte aziende più piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque a casa lavoratrici e lavoratori.

    La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto, una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi l’attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il leasing, l’affitto, la spesa e le bollette da pagare.

    I dati mostrano che non si tratta soltanto di una sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi è stata sostenuta soprattutto dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro. Verso la fine dell’anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno. Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2’400 impieghi, sono diminuiti gli equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca più di 14’000 persone.

    Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni volta casi isolati; sommate tra loro, però, ci consegnano un Cantone con meno lavoro, meno competenze e meno possibilità. E le cose andranno avanti a peggiorare.

    Lo Stato non può limitarsi a registrare le chiusure quando ormai è troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli ostacoli inutili, prendere decisioni più rapidamente e aiutare le aziende che attraversano una difficoltà temporanea ma hanno ancora prospettive.

    Perché dietro ogni posto perso c’è una persona che torna a casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarà più difficile.

    scolta #disoccupazione #industria #lavoro #ticino
  7. Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare

    La disoccupazione in Ticino cresce. È vero, non era necessario attendere gli ultimi dati perché sarebbe bastato prestare attenzione agli articoli  che annunciano la chiusura ogni giorno di una nuova azienda. La situazione si fa sempre più complessa, e in un territorio come il nostro non possiamo solamente limitarci a ritenere i conflitti geopolitici e le tensioni internazionali come unica causa. Purtroppo, la situazione economica del Cantone diventa sempre più preoccupante e persino le aziende storiche che operano sul territorio da decenni incontrano sempre più difficoltà.

    E qui si inserisce il dato appena pubblicato relativo al tasso di disoccupazione in Ticino nel primo trimestre 2026. Come spesso capita anche questa volta il dato calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che fa riferimento a metodi statistici basati su sondaggi telefonici, parla di un tasso del 7,6%, oltre 14’000 persone che cercano un lavoro. Impressionante la differenza con il dato calcolato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO): in questo caso il tasso sarebbe solo del 3,2% e i disoccupati 5’500.

    Naturalmente conosciamo bene la natura differente di questi due indicatori: il dato SECO si basa esclusivamente sulle persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Abbiamo sempre detto che evidentemente questo numero è sottostimato, perché ci sono tantissime persone in cerca di lavoro che per una ragione o per l’altra non rientrano in queste statistiche ufficiali.

    Ma la questione non è un aspetto di secondo piano, oppure una problematica che riguarda solo gli economisti, anzi. Quando la differenza è così grande, bisogna assolutamente che la politica economica del nostro Cantone ne tenga conto. Il tasso dell’ILO è cresciuto dal 6,7% del quarto trimestre del 2025 e dal 6,6% dello stesso periodo dell’anno scorso. Per trovare un tasso così alto bisogna tornare al secondo trimestre del 2021, in piena crisi COVID.

    Ora è il momento di agire. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche. È il momento che il lavoro, con tutte le sue difficoltà, torni a essere il tema principale della politica economica e sociale di questo Cantone.

    Eppure, mentre la situazione non fa altro che peggiorare, il silenzio diventa sempre più assordante. Possibile che nessuno si preoccupi delle aziende che continuano a chiudere battenti e delle persone che oramai sono disperate? Ci si nasconde dietro alla finta illusione che bastino i sussidi, ma la gente vuole lavorare e vivere dignitosamente e autonomamente con il proprio stipendio.

    Ascolta #disoccupazione #ILO #SECO #ticinesi
  8. Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

    A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.

    Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

    Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

    Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.

    I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

    Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.

    Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

    La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.

    Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.

    #disoccupazione #dollaro #franco #gas #guerra #inflazione #Iran #petrolio #prezzi #svizzera #USA
  9. mi scade il contratto tra poco e non so cosa fare della mia vita ed è subito glam rock anni '80 che mi ricorda la mia adolescenza, amavo il trash, uno dei primi cd che ho comprato da sola era un album degli whitesnake

    "Here I go again on my own
    going down the only road I've ever known
    like a drifter* I was born to walk alone
    and I've made up my mind
    I ain't wasting no more time
    but here I go again, here I go again"

    youtube.com/watch?v=kXC_hoD1wx

    *curiosità, per capire i livelli di trash: rockinout.net/post/whitesnake-

    #naspi #disoccupazione #babypensione

  10. 📰 Italia sempre più povera, con un costo della vita non compatibile coi salari. Sant’Egidio: «Serve allargare la platea per l’assegno di inclusione»

    #️⃣ #X #Carovita #Disoccupazione #Lavoroeimpresa #OpenOnline #TheLabSocial #News #Notizie #Italia

    🔗 open.online/2025/12/09/costo-a

  11. “roma ore 11”, di elio petri, su radio onda rossa

    nei podcast di ★ Radio Onda Rossa 87.9 fm
    ROMA ORE 11
    di Elio Petri
    con Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariàngeles
    Torres
    regìa Miti Pretese

    “Signorina giovane intelligente volenterosissima attiva conoscenza dattilografia miti pretese per primo impiego cercasi. Presentarsi in via Savoia 31, interno 5, lunedì ore 10-11”. Questo trafiletto apparve nella pagina degli annunci economici de ‘Il Messaggero’ domenica 14 gennaio 1951. Lo stesso giornale, quarantotto ore dopo, pubblicava in prima pagina: “Una terribile disgrazia è accaduta ieri mattina nell’interno di un villino di via Savoia, dove settantasette giovani donne sono rimaste ferite in modo più o meno grave ed una è deceduta per l’improvviso crollo dell’intera scala dello stabile”. Così inizia il libro ricavato dall’inchiesta che Elio Petri, allora giovanissimo giornalista, condusse per conto del regista Giuseppe De Santis. Il fatto che duecento candidate si fossero presentate per un solo posto mal pagato era “un dito puntato sulla piaga della disoccupazione”. Fu questo uno dei motivi che indusse De Santis e un gruppo di cineasti del Neorealismo a fare un film sulla disgrazia. Petri condusse l’inchiesta in modo organico, capillare: ragazza per ragazza rintracciò le loro storie, ricostruì l’immagine di quel mondo. Più di un’inchiesta, l’indagine divenne una denuncia delle miserie, della disperazione, delle prepotenze anche sessuali subite dalle ragazze, cosa che costò al film il boicottaggio e la censura.

    http://archive.org/details/Radioteatro.RomaOre11
    (1h 25′)

    #alviaReale #boicottaggio #disoccupazione #elioPetri #giuseppeDeSantis #inchiesta #indagine #manuelaMandracchia #mariangelesTorres #mitiPretese #neorealismo #radioOndaRossa #romaOre11 #ror #rorRadioOndaRossa #sandraToffolatti

  12. 📊 In Germania la disoccupazione ha superato i 3 milioni, toccando un record che non si vedeva da dieci anni. Berlino registra un tasso del 10,5%. 🇩🇪
    #Lavoro #Germania #Disoccupazione

    ilmitte.com/2025/08/record-dis

  13. 📊 A luglio 2025 erano 11.920 gli insegnanti disoccupati: un fenomeno strutturale che colpisce soprattutto i più giovani. #Disoccupazione #Scuola #Insegnanti ilmitte.com/2025/08/insegnanti

  14. Svizzera: le notizie che non fanno notizia

    Questa settimana l’economia svizzera ha dato l’impressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo più attento.

    Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtà è più sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.

    Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). È utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta l’intera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. È più del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed è un segnale da non sottovalutare.

    A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, può rendere più difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. È anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.

    Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.

    I prezzi restano stabili. A giugno, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) è immobile a 107,5 punti. L’inflazione annua è appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma un’isola di stabilità.

    Non mancano piccole variazioni (sanità e ristorazione un po’ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: l’inflazione bassa aiuta chi consuma, ma può frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.

    Il dato che ha fatto più rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1’400 casi e le proiezioni annuali superano i 14’000.

    Ma la causa non è (solo) economica: dal 1° gennaio 2025 è in vigore una riforma della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.

    Nel Canton Ticino, la situazione è un po’ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dell’8% (127 casi). È un segnale che, da un lato conferma l’effetto statistico della nuova legge, dall’altro evidenzia una vulnerabilità specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.

    Ad ogni modo, la sostanza? Non è un’ondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.

    In economia, a volte il silenzio è più interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un po’ sotto la superficie. È lì che si capisce davvero come sta andando il Paese.

    Ascolta

    #disoccupazione #economia #inflazione #lavoro

  15. Parità salariale: una strada ancora in salita, ma non più solitaria

    La parità salariale tra uomini e donne in Svizzera non è stata ancora raggiunta. A confermarlo, anche quest’anno, sono i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica.
    Nel 2024, il salario mediano degli uomini è stato di 90’800 franchi. Quello delle donne si è fermato a 80’000 franchi, ovvero il 12% in meno.
    Ma il divario non riguarda solo i salari. Se guardiamo al tasso di attività professionale, cioè la percentuale di persone occupate o in cerca di lavoro, gli uomini superano le donne in tutte le fasce d’età, con uno scarto di circa 10 punti percentuali. Va però detto che la partecipazione femminile è cresciuta molto negli anni e nella fascia tra i 15 e i 24 anni la differenza è oggi minima.
    Anche il tasso di disoccupazione resta più alto tra le donne. Una delle ragioni è che le donne sono spesso impiegate in settori meno qualificati e meno protetti che risentono prima delle difficoltà economiche.
    Ancora più marcato è il divario nella sottoccupazione, cioè tra chi lavora ma vorrebbe lavorare di più. Nel 2024, il dato era del 2,8% tra gli uomini, ma saliva al 7,3% tra le donne. Il valore più alto si registra nella fascia tra i 25 e i 54 anni, con un picco dell’8%. E quando ci sono figli, le cifre aumentano ulteriormente. Segno che la genitorialità continua a pesare in modo asimmetrico sul percorso lavorativo femminile.
    I dati sul lavoro a tempo parziale confermano questa tendenza. La presenza di figli resta una delle principali ragioni per cui le donne scelgono il tempo parziale. Ma c’è anche un segnale incoraggiante: dal 2010 al 2024, la quota di padri che lavorano a tempo parziale è raddoppiata, passando al 15%. Un dato che suggerisce un’evoluzione nel ruolo paterno e una maggiore condivisione delle responsabilità familiari.
    Anche tra le coppie si nota un cambiamento: quasi il 9% oggi sceglie un modello in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale, mentre nel 2010 questa scelta era fatta da meno del 4%.
    Infine, cresce anche il contributo economico delle donne al reddito familiare. Quando il figlio più piccolo ha tra i 4 e i 12 anni, le madri partecipano in media per il 30% al reddito del nucleo, sette punti percentuali in più rispetto a dieci anni fa. Se però il figlio ha meno di quattro anni, la quota resta stabile al 25%.
    In sintesi, il quadro resta segnato da disuguaglianze, ma non mancano i segnali di cambiamento. I modelli lavorativi e familiari si stanno evolvendo. Sempre più padri si assumono una parte attiva nella cura dei figli e cresce la consapevolezza che la famiglia è una responsabilità condivisa. La maternità non dovrebbe più rappresentare un ostacolo, ma rientrare in un equilibrio costruito insieme. La strada verso la parità è ancora lunga, ma oggi, finalmente, non si percorre più da soli.

    Ascolta

    #disoccupazione #lavoro #parità #salari #tempoParziale

  16. A Berlino cresce la disoccupazione, eppure mancano ben 90.000 lavoratori qualificati. Ecco i settori più colpiti.
    #Berlino #lavoro #disoccupazione

    ilmitte.com/2025/06/mancanza-d

  17. Il -0,3% del PIL non affonda Trump, ma l’informazione economica

    Nel primo trimestre del 2025 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si è contratto dello 0,3%. È bastato questo dato per far partire una raffica di commenti trionfali da parte di chi da tempo prevede (e auspica) il fallimento della politica economica dell’amministrazione Trump. Ma è un errore. Più che un segnale allarmante sull’economia, questo dato è il riflesso distorto di un meccanismo contabile e di alcuni fenomeni transitori. Bastava leggere con attenzione il comunicato del Bureau of Economic Analysis (BEA).

    Prima di tutto, il -0,3% è una variazione annualizzata, come d’uso negli Stati Uniti. Significa che il dato indica quanto crescerebbe (o calerebbe) il PIL in un anno se la dinamica del primo trimestre si ripetesse identica nei successivi tre. Il dato non annualizzato, cioè la variazione trimestrale del primo trimestre, mostra una flessione modesta, inferiore allo 0,1%.

    Ma la questione non è solo tecnica. Serve un’analisi macroeconomica. Il PIL è composto da quattro elementi: consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti delle imprese e esportazioni nette (cioè esportazioni meno importazioni). In questo trimestre, la dinamica della bilancia commerciale ha inciso in modo determinante. Le importazioni sono aumentate del 41,3%. Un incremento eccezionale, legato in parte al timore di nuovi dazi: molte imprese hanno anticipato gli acquisti dall’estero, soprattutto nel settore farmaceutico e nei beni capitali (come computer e componenti industriali).

    Questo boom delle importazioni ha causato un disavanzo commerciale record: 162 miliardi di dollari solo nel mese di marzo (circa 134 miliardi di franchi). È un’anomalia che lo stesso BEA ha sottolineato. Inoltre, per semplificare dal punto di vista tecnico, è come se una parte consistente di queste merci importate non sia ancora stata registrata come incremento delle scorte, perché non è fisicamente entrata nei magazzini o è stata contabilizzata in modo differito. Poiché le importazioni sono sottratte dal calcolo del PIL, la loro impennata ha avuto un impatto negativo immediato, ma distorto, sull’indicatore.

    Altri fattori da considerare: la spesa pubblica è diminuita, come previsto dai programmi dell’amministrazione Trump. Anche questo ha inciso sulla riduzione del PIL. Ma si tratta di una scelta politica coerente, non di un segnale di debolezza congiunturale.

    Infine, va allargato lo sguardo. Un solo dato trimestrale, per quanto importante, non può restituire lo stato di salute di un’economia. Occupazione, consumi, inflazione e creazione di posti di lavoro indicano che non siamo di fronte a una crisi. Il mercato del lavoro è solido, l’inflazione sotto controllo, la domanda interna regge.

    Il dato del PIL va quindi interpretato con cautela. Non è una pagella politica. È una fotografia parziale, influenzata da fattori tecnici e congiunturali. Saper leggere questi numeri richiede attenzione e competenza. Altrimenti si finisce per fare propaganda. E l’economia, a differenza della politica, ha bisogno di lucidità.

    Ascolta

    #dati #dazi #disoccupazione #inflazione #occupazione #pil #USA

  18. "I nuovi occupati per l’84% sono over 50 a causa dei limiti che sono stati imposti all’età pensionabile.
    Abbiamo un boom di inattivi, che è un record nella Ue.
    I salari sono ancora dell’8% inferiori rispetto all’inizio del 2021.
    Il tasso italiano di occupazione è il più basso d’Europa.
    Record di povertà assoluta, il record negativo di occupazione femminile.
    5-6 milioni di lavoratori sotto i 12 mila euro l’anno."

    ilfattoquotidiano.it/2025/05/0

    #meloni #lavoro #disoccupazione #governodifarabutti

  19. Bürgergeld grande ispirazio per il nonlavorico

    https://www.instagram.com/reel/DC6zdUCO2_M/

    Ogni tanto, dalla vastità dell’Unione Europea si scoprono realtà allucinanti che davvero fanno godere di vivere in questa ridente democrazzia occidentale… ma in realtà non pienamente, perché anche in questo caso il bello sta fuori dall’Italia, e sia io che chi sta leggendo questo post è dunque probabilmente nata/o nel paese sbagliato. Stavolta, il bello viene dalla Germania, dove da circa 2 anni esiste il Bürgergeld; è quello che io chiamerei “Reddito di Disoccupazione“… quindi, mai miglior pretesto ci sarà per condividere questa scoperta se non oggi, subito dopo aver onorato la Festa dei Disoccupati. 🔥

    Il nome in tedesco significa letteralmente “soldi dei cittadini“… non nel senso che sono soldi che vanno ai cittadini, ma che sono soldi pagati dai cittadini per far vivere gli immigrati (stando a cosa leggo, una parte non piccola proveniente da altri paesi EU, quindi insomma non gente davvero disastrata) senza fare un cazzo! Ti pagano una quota standard per affitto, bollette (entro un limite), ti includono l’assicurazione sanitaria, e ti danno ~550 euro liquidi per il resto (da usare per le vivande, insomma… o Mario Kart World + zuppa di ghiaccio). 🤑

    Tralasciando il fatto che già faccia ridere come, a quanto pare, ci sono casi in cui davvero arrendersi a prendere questo bonus ti permetta di vivere meglio di come finiresti a stare lavorando — non solo avendo gli stessi soldi senza però fare nulla, ma in certi casi finendo per avere da parte più soldi — la cosa davvero incredibile è che non ci vedo lati negativi. Stavo per dire che eeeh, vabbè, si, è allettante l’idea di poter vivere per sempre nel rotting, supportati totalmente dallo Stato, fregandosene del dovere morale… però bisogna imparare il tedesco, quindi la spesa emotiva è altissima… 😰

    E invece no!!! Lo danno a tutti ‘sto coso, e quando ti chiamano ai centri per l’impiego per le varie pratiche ricorrenti puoi chiedere che ti venga gratuitamente fornito un interprete, a quanto pare! Bisogna aver lavorato per un pochino nella nazione se non si ha la cittadinanza (…quindi, qualche parola di tedesco la si deve sapere, ma non ne servono molte per fare, per esempio, il netturbino o il fattorino); ma, sostanzialmente, passato un piccolo periodo così, si può fare richiesta per il Bürgergeld, e penso vederla senza problemi approvata, se si rispettano i requisiti. 📈

    E… il video, che inizialmente mi sembrava troppo bello per essere vero, dopo aver fatto questa piccola ricerca mi sembra probabilmente accurato. Ho qualche dubbio sul fatto che si possano semplicemente rifiutare all’infinito i lavori “strani” (mi chiedo cosa intenda l’attore con questo, ma lasciamo stare) offerti dai centri per l’impiego… ma all’atto pratico credo si possa rimandare all’infinito l’ottenere un’occupazione stabile permanente, perché con questo programma vengono pagati anche corsi di formazione per praticamente tutto; e comunque il sussidio ti spetta anche solo se non riesci ad arrivare a fine mese dignitosamente, quindi se loro ti danno un part-time e tu accetti continui a stare lì. 🤯

    Boh, boh… la tentazione di mollare tutto, e passare dall’essere disoccupata per passione a disoccupata professionista (disoccupata per soldi offerti gentilmente da tutti quei cittadini che invece lavorano e pagano le tasse), è davvero alle stelle, dopo aver scoperto questa cosa… Peccato solo che credo io non riuscirei mai davvero a separarmi dalla mia terra per sempre, se in cambio devo andare in quella dove boh, il cielo è grigio perché ancora usano il carbone e la gente parla senza spazi tra le parole. Se qualcun altro si sente un tedesco nato nel paese sbagliato, però, questo Bürgergeld pare proprio la soluzione definitiva. 🤗

    #lavoro #disoccupazione #Bürgergeld #Burgergeld #reddito #Germania #Germany

  20. #1maggio #FestadeiLavoratori

    La #robotica e l' #IA stanno diventando autonome e autoapprendenti, con capacità simili a quelle umane.
    L'articolo di #Glocalism:

    " #Digitalisation and #AI: What Does the Future Hold for #Labour Union"

    analizza i problemi che il #sindacato deve affrontare nelle democrazie capitaliste in questo contesto, immaginando una rivoluzione #digitale che porti a una sostituzione di massa dei #lavoratori e a una #disoccupazione strutturale

    ⬇️ riviste.unimi.it/index.php/glo

  21. “In China NO ONE is jobless!” — “In Cina NESSUNO è disoccupato!”

    https://www.youtube.com/watch?v=KsbTiI2c01Q

    Questa cosa è davvero così triste, ma allo stesso tempo tempo così bella ed ispirante che secondo me dovrebbe prendere piede anche in Italia, perché alcune persone ne hanno decisamente bisogno… Non so quanto da noi la situazione sia più o meno assurda rispetto alla #Cina, ma comunque quello della #disoccupazione è un problema, che dalla banale incompatibilità di domanda ed offerta genera tante altre problematiche… e quindi, per evitare almeno parte di queste ultime, perché non andare a spendere ogni giorno le proprie ore altrimenti produttive in un #ufficio roleplay??? Ed è così che, con questa grande offerta, la premessa del video si avvera: in Cina NESSUNO è senza lavoro!

    Davvero oh, è carina come idea, anche se molto bizzarra. Per evitare lo stigma sociale, il sentirsi utili a nulla pur volendo fare qualcosa, e probabilmente anche non perdere la familiarità con questo tipo di ambiente lavorativo, per una manciata di equivalenti euro al giorno si può andare in questi finti uffici a passare il tempo, facendo quello che si preferisce, stando lì alla scrivania con il PC, o magari a leggere; le possibilità sono proprio infinite. Incluso nel prezzo c’è la pausa caffè, si possono avere dei manager che assegnano #lavoro da svolgere (la cui mancata esecuzione, ovviamente, non comporta conseguenze) e, raddoppiando la mancetta, si può avere persino il pranzo alla mensa! E magari, ogni tanto ti confronti con i colleghi su se nel mese hai fatto abbastanza nulla, o devi migliorare nel fare ancora meno. Chiaramente, è ironico che si vada a spendere soldi per far finta di lavorare, ma c’è mai stato qualcosa di non ironico sotto il capitalismo? (Almeno io, che vado in università per far finta di studiare, non pago per stare fisicamente lì… pago le tasse solo per essere iscritta e fare gli esami!)

    #lavoro #Cina #disoccupazione #ufficio

  22. L'aumento è lieve, ma si supera per la prima volta una soglia "psicologica".

    #berlino #disoccupazione

    buff.ly/3WKS210

  23. Festeggian tutti per i disoccupati in calo, non rendendosi conto dell'aumento degli inattivi e della crescita della povertà.

    La conferma del distacco dalla quotidianità e dell'esplosione dei problemi del sistema del capitale.

    "Capitalismo reale".

    #disoccupazione

  24. Meno ordini, più incertezza economica, meno assunzioni e meno formazione: ecco cosa sta succedendo in Germania.

    #disoccupazione #Germania

    buff.ly/3Z4EZt6

  25. #UE, BILANCIO: UNA LEGGE DELUDENTE
    Tagli a ricerca, sanità e lotta alla disoccupazione
    L'Unione Europea ha dato il via libera a una revisione del bilancio da 64 miliardi di euro, di cui solo 21 miliardi sono fondi freschi. Il resto proviene da prestiti e fondi precedentemente dedicati a programmi di ricerca, sanità, lotta alla disoccupazione e ricollocazione dei lavoratori.
    Invece, i fondi per l'Ucraina rimangono intatti: 50 miliardi di euro, di cui 17 miliardi in sovvenzioni e 33 miliardi in prestiti.

    #legge #bilancio #economia #sanità #disoccupazione #migrazione #ricerca #Italia #MeRA25Italia

    >>

  26. Il tasso di #disoccupazione totale scende di 0,2 punti e tocca il 7,5%, mentre quello giovanile di 2,5 punti e raggiunge il 21,0%.

    Tutto bene.

    fonte: #Istat
    istat.it/en/archivio/292915

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