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1000 results for “cauos”
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Bus periferici di Roma ancora nel caos nei lotti Est e Ovest: ritardi, corse soppresse e tempi di percorrenza giudicati irrealistici continuano a creare disagi per i pendolari. Nell’analisi anche le possibili soluzioni operative per migliorare il servizio.
Approfondimento: https://www.odisseaquotidiana.com/2026/05/rete-bus-periferica-criticita-aprile.html
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:gaming_pacman10: Mira, es que esa sensación de ir siempre con la lengua fuera es agotadora.
Parece que el mundo se ha puesto de acuerdo para pedirnos de todo a la vez y, claro, una acaba sintiéndose como si estuviera intentando malabarear con granadas de mano.
Al final, lo que más quema no es el trabajo o los recados, sino esa presión invisible de querer llegar a todo perfectamente y sentir que, hagas lo que hagas, te dejas algo por el camino.Lo peor es que, entre tanta prisa ajena, la que se queda siempre para el final eres tú.
Nos empeñamos en cargar con mochilas que ni siquiera son nuestras, solo por esa inercia de "tener que poder con todo".
Y qué alivio da cuando, de repente, decides que hoy no vas a sostener esa duda o ese agobio.
No es que el mundo se arregle por arte de magia, pero oye, por dentro parece que los muebles se recolocan y por fin puedes respirar sin que te apriete el pecho.A veces, la mayor victoria del día no es terminar la lista de tareas, sino simplemente cambiar el sitio desde el que miras el caos.
Menos correr detrás de todo y un poquito más de estar donde nos toca, aunque solo sea por un rato.─(^^)────✰────(^^)─
#reflexion #psicologia #vida #autocuidado #prioridades #paciencia #mentepositiva
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Pago de pensiones de la CCSS está en riesgo por caos generado tras ingreso precipitado de sistema informático
Además del no pago de las “licencias de cuido”, la Caja enfrenta problemas para pagar pensiones del IVM y pensiones y aguinaldo a casi 150.000 beneficiarios del RNC.
La entrada Pago de pensiones de la CCSS está en riesgo por caos generado tras ingreso precipit [...]#CCSS #Contraloría #ERP-SAP #EstadosFinancieros #IVM #Impreso #País #Pensiones #Presupuesto #RNC
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https://www.europesays.com/it/465539/ Pistocchi: “Arbitri? Dalle mie formazioni posso dire che siamo giunti…” #aia #arbitri #ArbitriNuovamente #ArbitriNuovamenteInvestito #atto #AttoFinale #Calcio #CalcioItaliano #CalcioItalianoParlato #canale #CanaleMaurizio #CanaleMaurizioPistocchi #caos #CaosArbitri #CaosArbitriNuovamente #Football #gravina #IT #Italia #Italy #pistocchi #Soccer #Sport #Sports
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- Minecraft en E Ink: límites reales de la pantalla
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International Day of the Deaf
Giornata Mondiale del Sordo: il silenzio che parla più forte!
Ogni anno, nell’ultima domenica di settembre, il mondo si tinge di gesti, sorrisi… e un po’ di silenzio festoso! Sì, perché oggi celebriamo la
Giornata Mondiale del Sordo
Ma attenzione: non è solo un giorno per ricordare l’assenza di suoni, è una vera e propria festa di comunicazione, cultura e curiosità da ogni parte del mondo.
Perché l’ultima domenica di settembre?
La scelta di una domenica permette a più persone di partecipare agli eventi organizzati dalle associazioni sorde, senza l’assillo del lavoro o della scuola. Inoltre, tradizionalmente, la Giornata è legata alla Federazione Mondiale dei Sordi (World Federation of the Deaf – WFD), che dal 1951 si impegna per i diritti dei sordi e la promozione della Lingua dei Segni.Chi ha deciso la giornata e quando è nata?
La giornata è stata ufficialmente proclamata dalla WFD e le prime celebrazioni risalgono agli anni ’50. Negli anni ’60, l’ultima domenica di settembre è diventata la data di riferimento per questa ricorrenza mondiale, consolidando la tradizione di festeggiare il silenzio che comunica così tanto.Cosa si celebra esattamente?
Non si tratta solo di “non sentire”: la Giornata Mondiale del Sordo celebra la cultura sorda, la Lingua dei Segni, l’accesso all’istruzione e ai servizi per tutti, e la consapevolezza che la comunicazione va ben oltre le parole pronunciate. È il giorno in cui ilsilenzio parla più forte di mille discorsi!
Curiosità divertenti da ogni parte del mondo:
- In Giappone, i sordi celebrano la giornata con calligrafia artistica e teatro muto: elegante e poetico!
- Negli Stati Uniti, alcune scuole organizzano “silent parties”, feste dove tutti devono comunicare solo con gesti: caos e risate assicurate.
- In alcuni Paesi europei, durante la giornata, i musei offrono visite guidate in Lingua dei Segni: imparare ad ascoltare con gli occhi è un’arte da provare almeno una volta.
- In Australia, alcune città organizzano gare di “mimo veloce”, dove i partecipanti devono descrivere film famosi senza proferire parola: l’ilarità è assicurata!
In sintesi:
Oggi, come l’ultima domenica di settembre è una giornata di festa di chi comunica con gli occhi, le mani e il cuore. È il giorno in cui il mondo impara che la vera comunicazione non ha bisogno di suoni, ma di attenzione, empatia… e un pizzico di ironia. Anche se non parlate la Lingua dei Segni, oggi potete partecipare: basta sorridere, guardare e lasciarsi sorprendere dal silenzio più eloquente che ci sia.Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI
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CloudGrappler: Open-source tool detects activity in cloud environments https://www.helpnetsecurity.com/2024/03/11/cloudgrappler-free-open-source-cloud-security-tool/ #cloudsecurity #cybersecurity #CadoSecurity #opensource #Don'tmiss #Hotstuff #software #Permiso #GitHub #Azure #News #AWS
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https://www.europesays.com/es/298239/ Madrid ve «lógico» que el juez investigue el caos en La Vuelta: «Se diseñó para que fracasara» #AgentesHeridos #AyuntamientoDeMadrid #Ciclismo #Cycling #Deportes #DispositivoPolicial #disturbios #ES #España #FranciscoMartin #GobiernoRegional #InvestigaciónJudicial #IsabelDíazAyuso #JuzgadoDeInstrucciónNúmero45DeMadrid #LaVueltaAEspaña #OperativoPolicial #ProtestasViolentas #Spain #Sports #VicealcaldesaDeMadrid
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Crisis en OpenAI – Renuncia el jefe de hardware robótico tras el polémico acuerdo con el Pentágono
La alianza entre OpenAI y el Departamento de Defensa de los Estados Unidos se ha cobrado su primera baja de alto perfil. El líder de la división de hardware robótico de la compañía ha presentado su renuncia irrevocable. El motivo, según fuentes cercanas es una discrepancia ética insalvable respecto al nuevo rumbo de la empresa, que ha pasado de prohibir usos militares a colaborar activamente en el desarrollo de capacidades para el Pentágono.
https://twitter.com/kalinowski007/status/2030331550236320071?s=20
Esta salida se produce en una semana de extrema tensión en Silicon Valley, marcada por la demanda de Anthropic contra el gobierno y las acusaciones cruzadas sobre la transparencia de los contratos de defensa.
El detonante: ¿IA para el combate?
Aunque OpenAI ha mantenido que su colaboración con el ejército se limita a temas de ciberseguridad y logística, la división de robótica era la pieza que más preocupaba a los defensores de la ética. La renuncia del responsable de hardware sugiere que los planes podrían ser mucho más físicos:
- Integración en drones y sistemas autónomos: Se rumorea que el Pentágono está interesado en integrar los modelos de visión de OpenAI en hardware robótico para operaciones de reconocimiento en campo.
- Violación de los principios fundacionales: El directivo saliente habría argumentado que el uso de la tecnología de OpenAI en cualquier forma de hardware que pueda ser armado contradice la misión original de la empresa de beneficiar a «toda la humanidad».
Una sangría de talento hacia Anthropic
La salida no es un hecho aislado. En las últimas 48 horas, varios ingenieros senior del equipo de robótica también han abandonado sus puestos. Se especula que muchos podrían terminar en Anthropic, la empresa que hoy mismo se ha posicionado como el «contrapoder ético» al demandar al gobierno para evitar, precisamente, que su IA sea utilizada en la cadena de suministro militar sin garantías.
La respuesta de Sam Altman
OpenAI ha emitido un breve comunicado agradeciendo al directivo su labor, pero reafirmando su compromiso con la seguridad nacional:
«Creemos que trabajar con las instituciones democráticas es esencial para garantizar que la IA se desarrolle de manera segura y responsable. Seguiremos explorando cómo nuestras herramientas pueden ayudar a proteger a los ciudadanos y fortalecer la infraestructura de defensa».
Impacto en el mercado
Este caos interno llega en un momento crítico, justo cuando Apple filtra su iPhone plegable y WhatsApp cambia su diseño, lo que distrae la atención del público general pero no la de los inversores. La inestabilidad en el equipo de robótica podría retrasar los planes de OpenAI de lanzar su propio hardware doméstico (el rumoreado «dispositivo IA» en colaboración con Jony Ive), ya que el talento clave está abandonando el barco.
#Anthropic #arielmcorg #ÉticaIA #ciberseguridad #infosertec #innovación #openai #Pentágono #PORTADA #Robótica #SamAltman #TechNews2026 #tecnología -
Crisis en OpenAI – Renuncia el jefe de hardware robótico tras el polémico acuerdo con el Pentágono
La alianza entre OpenAI y el Departamento de Defensa de los Estados Unidos se ha cobrado su primera baja de alto perfil. El líder de la división de hardware robótico de la compañía ha presentado su renuncia irrevocable. El motivo, según fuentes cercanas es una discrepancia ética insalvable respecto al nuevo rumbo de la empresa, que ha pasado de prohibir usos militares a colaborar activamente en el desarrollo de capacidades para el Pentágono.
https://twitter.com/kalinowski007/status/2030331550236320071?s=20
Esta salida se produce en una semana de extrema tensión en Silicon Valley, marcada por la demanda de Anthropic contra el gobierno y las acusaciones cruzadas sobre la transparencia de los contratos de defensa.
El detonante: ¿IA para el combate?
Aunque OpenAI ha mantenido que su colaboración con el ejército se limita a temas de ciberseguridad y logística, la división de robótica era la pieza que más preocupaba a los defensores de la ética. La renuncia del responsable de hardware sugiere que los planes podrían ser mucho más físicos:
- Integración en drones y sistemas autónomos: Se rumorea que el Pentágono está interesado en integrar los modelos de visión de OpenAI en hardware robótico para operaciones de reconocimiento en campo.
- Violación de los principios fundacionales: El directivo saliente habría argumentado que el uso de la tecnología de OpenAI en cualquier forma de hardware que pueda ser armado contradice la misión original de la empresa de beneficiar a «toda la humanidad».
Una sangría de talento hacia Anthropic
La salida no es un hecho aislado. En las últimas 48 horas, varios ingenieros senior del equipo de robótica también han abandonado sus puestos. Se especula que muchos podrían terminar en Anthropic, la empresa que hoy mismo se ha posicionado como el «contrapoder ético» al demandar al gobierno para evitar, precisamente, que su IA sea utilizada en la cadena de suministro militar sin garantías.
La respuesta de Sam Altman
OpenAI ha emitido un breve comunicado agradeciendo al directivo su labor, pero reafirmando su compromiso con la seguridad nacional:
«Creemos que trabajar con las instituciones democráticas es esencial para garantizar que la IA se desarrolle de manera segura y responsable. Seguiremos explorando cómo nuestras herramientas pueden ayudar a proteger a los ciudadanos y fortalecer la infraestructura de defensa».
Impacto en el mercado
Este caos interno llega en un momento crítico, justo cuando Apple filtra su iPhone plegable y WhatsApp cambia su diseño, lo que distrae la atención del público general pero no la de los inversores. La inestabilidad en el equipo de robótica podría retrasar los planes de OpenAI de lanzar su propio hardware doméstico (el rumoreado «dispositivo IA» en colaboración con Jony Ive), ya que el talento clave está abandonando el barco.
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Crisis en OpenAI – Renuncia el jefe de hardware robótico tras el polémico acuerdo con el Pentágono
La alianza entre OpenAI y el Departamento de Defensa de los Estados Unidos se ha cobrado su primera baja de alto perfil. El líder de la división de hardware robótico de la compañía ha presentado su renuncia irrevocable. El motivo, según fuentes cercanas es una discrepancia ética insalvable respecto al nuevo rumbo de la empresa, que ha pasado de prohibir usos militares a colaborar activamente en el desarrollo de capacidades para el Pentágono.
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Esta salida se produce en una semana de extrema tensión en Silicon Valley, marcada por la demanda de Anthropic contra el gobierno y las acusaciones cruzadas sobre la transparencia de los contratos de defensa.
El detonante: ¿IA para el combate?
Aunque OpenAI ha mantenido que su colaboración con el ejército se limita a temas de ciberseguridad y logística, la división de robótica era la pieza que más preocupaba a los defensores de la ética. La renuncia del responsable de hardware sugiere que los planes podrían ser mucho más físicos:
- Integración en drones y sistemas autónomos: Se rumorea que el Pentágono está interesado en integrar los modelos de visión de OpenAI en hardware robótico para operaciones de reconocimiento en campo.
- Violación de los principios fundacionales: El directivo saliente habría argumentado que el uso de la tecnología de OpenAI en cualquier forma de hardware que pueda ser armado contradice la misión original de la empresa de beneficiar a «toda la humanidad».
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La salida no es un hecho aislado. En las últimas 48 horas, varios ingenieros senior del equipo de robótica también han abandonado sus puestos. Se especula que muchos podrían terminar en Anthropic, la empresa que hoy mismo se ha posicionado como el «contrapoder ético» al demandar al gobierno para evitar, precisamente, que su IA sea utilizada en la cadena de suministro militar sin garantías.
La respuesta de Sam Altman
OpenAI ha emitido un breve comunicado agradeciendo al directivo su labor, pero reafirmando su compromiso con la seguridad nacional:
«Creemos que trabajar con las instituciones democráticas es esencial para garantizar que la IA se desarrolle de manera segura y responsable. Seguiremos explorando cómo nuestras herramientas pueden ayudar a proteger a los ciudadanos y fortalecer la infraestructura de defensa».
Impacto en el mercado
Este caos interno llega en un momento crítico, justo cuando Apple filtra su iPhone plegable y WhatsApp cambia su diseño, lo que distrae la atención del público general pero no la de los inversores. La inestabilidad en el equipo de robótica podría retrasar los planes de OpenAI de lanzar su propio hardware doméstico (el rumoreado «dispositivo IA» en colaboración con Jony Ive), ya que el talento clave está abandonando el barco.
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ADORO IL GENIO - CHE IL CHAOS SIA!
Al mio segnale...
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Llueve. Las palabras se demoran. Abro la puerta balcón y dejo que el olor a lluvia pasee por la casa. Petricor, se ha difundido por ahí. Para la RAE, no existe. Igual no concilio con ella. Y busco otras.
Aparece un artículo. Elijo reiu (lluvia fría) y kanu (lluvia fría de invierno), del japonés.
El agua cae acompasada. Y las palabras se demoran, pero no hay desesperación. Sigue siendo un norte aquello de Isak Dinesen, citado por Raymond Carver, que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación.
Escritura como refugio. Y lecturas, varias. Dos de mujeres. Paula Tomassoni y su Indeleble. Argentina, 2001. Un suicidio y cómo reponerse, en un país que espera no colapsar y donde la receta siempre es reforma laboral, baja del gasto público. Tan cíclicos que duele. Y tan desmemoriados.
Leila Sucari y Fugaz, una interpelación a la maternidad, a la que rechaza, abraza e interpela. También una obsesión con las ballenas que, por más que sepan del peligro, van a encallar a una playa. Casi como Argentina.
Una patagónica y en lectura. Pitanza nocturna, de Gonzalo Marrón. Registro de vivir y de una vida —que es la literatura si no—con morosa maestría, dice Daniel Guebel en la contratapa y coincido. Libro rayado y anotado, como corresponde. Elijo al azar el repaso de una escena, como un predicado desnudo que apenas astilla el comentario del recuerdo, que en cada ocasión se inventa nuevos maridajes. Ciudades, vivencias y espacios se recorren bajo esos maridajes que nos deja el tiempo. Y se registran con solidez y belleza.
La literatura como espacio donde cobijarse, un alero que sirve de refugio contra la lluvia. Comparto un fragmento de reflexiones de Carver. Seguramente conocidas.
La escritura de un cuento, según Raymond Carver
Allá por la mitad de los sesenta empecé a notar los muchos problemas de concentración que me asaltaban ante las obras narrativas voluminosas. Durante un tiempo experimenté idéntica dificultad para leer tales obras como para escribirlas. Mi atención se despistaba; y decidí que no me hallaba en disposición de acometer la redacción de una novela. De todas formas, se trata de una historia angustiosa y hablar de ello puede resultar muy tedioso. Aunque no sea menos cierto que tuvo mucho que ver, todo esto, con mi dedicación a la poesía y a la narración corta. Verlo y soltarlo, sin pena alguna. Avanzar. Por ello perdí toda ambición, toda gran ambición, cuando andaba por los veintitantos años. Y creo que fue buena cosa que así me ocurriera. La ambición y la buena suerte son algo magnífico para un escritor que desea hacerse como tal. Porque una ambición desmedida, acompañada del infortunio, puede matarlo. Hay que tener talento.
Son muchos los escritores que poseen un buen montón de talento; no conozco a escritor alguno que no lo tenga. Pero la única manera posible de contemplar las cosas, la única contemplación exacta, la única forma de expresar aquello que se ha visto, requiere algo más. El mundo según Garp es, por supuesto, el resultado de una visión maravillosa en consonancia con John Irving. También hay un mundo en consonancia con Flannery O’Connor, y otro con William Faulkner, y otro con Ernest Hemingway. Hay mundos en consonancia con Cheever, Updike, Singer, Stanley Elkin, Ann Beattie, Cynthia Ozick, Donald Barthelme, Mary Robinson, William Kitredge, Barry Hannah, Ursula K. LeGuin… Cualquier gran escritor, o simplemente buen escritor, elabora un mundo en consonancia con su propia especificidad.
Tal cosa es consustancial al estilo propio, aunque no se trate, únicamente, del estilo. Se trata, en suma, de la firma inimitable que pone en todas sus cosas el escritor. Este es su mundo y no otro. Esto es lo que diferencia a un escritor de otro. No se trata de talento. Hay mucho talento a nuestro alrededor. Pero un escritor que posea esa forma especial de contemplar las cosas, y que sepa dar una expresión artística a sus contemplaciones, tarda en encontrarse.
Decía Isak Dinesen que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación. Algún día escribiré ese lema en una ficha de tres por cinco, que pegaré en la pared, detrás de mi escritorio… Entonces tendré al menos esa ficha escrita. “El esmero es la ÚNICA convicción moral del escritor”. Lo dijo Ezra Pound. No lo es todo aunque signifique cualquier cosa; pero si para el escritor tiene importancia esa “única convicción moral”, deberá rastrearla sin desmayo.
Tengo clavada en mi pared una ficha de tres por cinco, en la que escribí un lema tomado de un relato de Chejov:… Y súbitamente todo empezó a aclarársele. Sentí que esas palabras contenían la maravilla de lo posible. Amo su claridad, su sencillez; amo la muy alta revelación que hay en ellas. Palabras que también tienen su misterio. Porque, ¿qué era lo que antes permanecía en la oscuridad? ¿Qué es lo que comienza a aclararse? ¿Qué está pasando? Bien podría ser la consecuencia de un súbito despertar. Siento una gran sensación de alivio por haberme anticipado a ello.
Una vez escuché al escritor Geoffrey Wolff decir a un grupo de estudiantes: No a los juegos triviales. También eso pasó a una ficha de tres por cinco. Sólo que con una leve corrección: No jugar. Odio los juegos. Al primer signo de juego o de truco en una narración, sea trivial o elaborado, cierro el libro. Los juegos literarios se han convertido últimamente en una pesada carga, que yo, sin embargo, puedo estibar fácilmente sólo con no prestarles la atención que reclaman. Pero también una escritura minuciosa, puntillosa, o plúmbea, pueden echarme a dormir. El escritor no necesita de juegos ni de trucos para hacer sentir cosas a sus lectores. Aún a riesgo de parecer trivial, el escritor debe evitar el bostezo, el espanto de sus lectores.
Hace unos meses, en el New York Times Books Review, John Barth decía que, hace diez años, la gran mayoría de los estudiantes que participaban en sus seminarios de literatura estaban altamente interesados en la “innovación formal”, y eso, hasta no hace mucho, era objeto de atención. Se lamentaba Barth, en su artículo, porque en los ochenta han sido muchos los escritores entregados a la creación de novelas ligeras y hasta “pop”. Argüía que el experimentalismo debe hacerse siempre en los márgenes, en paralelo con las concepciones más libres. Por mi parte, debo confesar que me ataca un poco los nervios oír hablar de “innovaciones formales” en la narración. Muy a menudo, la “experimentación” no es más que un pretexto para la falta de imaginación, para la vacuidad absoluta. Muy a menudo no es más que una licencia que se toma el autor para alienar -y maltratar, incluso- a sus lectores. Esa escritura, con harta frecuencia, nos despoja de cualquier noticia acerca del mundo; se limita a describir una desierta tierra de nadie, en la que pululan lagartos sobre algunas dunas, pero en la que no hay gente; una tierra sin habitar por algún ser humano reconocible; un lugar que quizá sólo resulte interesante para un puñado de especializadísimos científicos.
Sí puede haber, no obstante, una experimentación literaria original que llene de regocijo a los lectores. Pero esa manera de ver las cosas -Barthelme, por ejemplo- no puede ser imitada luego por otro escritor. Eso no sería trabajar. Sólo hay un Barthelme, y un escritor cualquiera que tratase de apropiarse de su peculiar sensibilidad, de su mise en scene, bajo el pretexto de la innovación, no llegará sino al caos, a la dispersión y, lo que es peor, a la decepción de sí mismo. La experimentación de veras será algo nuevo, como pedía Pound, y deberá dar con sus propios hallazgos. Aunque si el escritor se desprende de su sensibilidad no hará otra cosa que transmitirnos noticias de su mundo.
Tanto en la poesía como en la narración breve, es posible hablar de lugares comunes y de cosas usadas comúnmente con un lenguaje claro, y dotar a esos objetos -una silla, la cortina de una ventana, un tenedor, una piedra, un pendiente de mujer- con los atributos de lo inmenso, con un poder renovado. Es posible escribir un diálogo aparentemente inocuo que, sin embargo, provoque un escalofrío en la espina dorsal del lector, como bien lo demuestran las delicias debidas a Navokov. Esa es de entre los escritores, la clase que más me interesa. Odio, por el contrario, la escritura sucia o coyuntural que se disfraza con los hábitos de la experimentación o con la supuesta zafiedad que se atribuye a un supuesto realismo. En el maravilloso cuento de Isaak Babel, Guy de Maupassant, el narrador dice acerca de la escritura: Ningún hierro puede despedazar tan fuertemente el corazón como un punto puesto en el lugar que le corresponde. Eso también merece figurar en una ficha de tres por cinco.
En una ocasión decía Evan Connell que supo de la conclusión de uno de sus cuentos cuando se descubrió quitando las comas mientras leía lo escrito, y volviéndolas a poner después, en una nueva lectura, allá donde antes estuvieran. Me gusta ese procedimiento de trabajo, me merece un gran respeto tanto cuidado. Porque eso es lo que hacemos, a fin de cuentas. Hacemos palabra y deben ser palabras escogidas, puntuadas en donde corresponda, para que puedan significar lo que en verdad pretenden. Si las palabras están en fuerte maridaje con las emociones del escritor, o si son imprecisas e inútiles para la expresión de cualquier razonamiento -si las palabras resultan oscuras, enrevesadas- los ojos del lector deberán volver sobre ellas y nada habremos ganado. El propio sentido de lo artístico que tenga el autor no debe ser comprometido por nosotros. Henry James llamó “especificación endeble” a este tipo de desafortunada escritura.
Tengo amigos que me cuentan que deben acelerar la conclusión de uno de sus libros porque necesitan el dinero o porque sus editores, o sus esposas, les apremian a ello. “Lo haría mejor si tuviera más tiempo”, dicen. No sé qué decir cuando un amigo novelista me suelta algo parecido. Ese no es mi problema. Pero si el escritor no elabora su obra de acuerdo con sus posibilidades y deseos, ¿por qué ocurre tal cosa? Pues en definitiva sólo podemos llevarnos a la tumba la satisfacción de haber hecho lo mejor, de haber elaborado una obra que nos deje contentos. Me gustaría decir a mis amigos escritores cuál es la mejor manera de llegar a la cumbre. No debería ser tan difícil, y debe ser tanto o más honesto que encontrar un lugar querido para vivir. Un punto desde el que desarrollar tus habilidades, tus talentos, sin justificaciones ni excusas. Sin lamentaciones, sin necesidad de explicarse.
Este texto de Raymond Carver apareció por primera vez en The New York Times Book Review en 1981 con el título de Apuntes de un narrador.
Mi fuente es de este sitio, donde podés leer el texto completo.
Foto de Tomáš Malík. Pexels.
https://conletrapropia.com.ar/los-nombres-de-la-lluvia/
#EscribenOtras #EscribenOtros #GonzaloMarrón #LeilaSucari #PaulaTomassoni #RaymondCarver
-
Llueve. Las palabras se demoran. Abro la puerta balcón y dejo que el olor a lluvia pasee por la casa. Petricor, se ha difundido por ahí. Para la RAE, no existe. Igual no concilio con ella. Y busco otras.
Aparece un artículo. Elijo reiu (lluvia fría) y kanu (lluvia fría de invierno), del japonés.
El agua cae acompasada. Y las palabras se demoran, pero no hay desesperación. Sigue siendo un norte aquello de Isak Dinesen, citado por Raymond Carver, que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación.
Escritura como refugio. Y lecturas, varias. Dos de mujeres. Paula Tomassoni y su Indeleble. Argentina, 2001. Un suicidio y cómo reponerse, en un país que espera no colapsar y donde la receta siempre es reforma laboral, baja del gasto público. Tan cíclicos que duele. Y tan desmemoriados.
Leila Sucari y Fugaz, una interpelación a la maternidad, a la que rechaza, abraza e interpela. También una obsesión con las ballenas que, por más que sepan del peligro, van a encallar a una playa. Casi como Argentina.
Una patagónica y en lectura. Pitanza nocturna, de Gonzalo Marrón. Registro de vivir y de una vida —que es la literatura si no—con morosa maestría, dice Daniel Guebel en la contratapa y coincido. Libro rayado y anotado, como corresponde. Elijo al azar el repaso de una escena, como un predicado desnudo que apenas astilla el comentario del recuerdo, que en cada ocasión se inventa nuevos maridajes. Ciudades, vivencias y espacios se recorren bajo esos maridajes que nos deja el tiempo. Y se registran con solidez y belleza.
La literatura como espacio donde cobijarse, un alero que sirve de refugio contra la lluvia. Comparto un fragmento de reflexiones de Carver. Seguramente conocidas.
La escritura de un cuento, según Raymond Carver
Allá por la mitad de los sesenta empecé a notar los muchos problemas de concentración que me asaltaban ante las obras narrativas voluminosas. Durante un tiempo experimenté idéntica dificultad para leer tales obras como para escribirlas. Mi atención se despistaba; y decidí que no me hallaba en disposición de acometer la redacción de una novela. De todas formas, se trata de una historia angustiosa y hablar de ello puede resultar muy tedioso. Aunque no sea menos cierto que tuvo mucho que ver, todo esto, con mi dedicación a la poesía y a la narración corta. Verlo y soltarlo, sin pena alguna. Avanzar. Por ello perdí toda ambición, toda gran ambición, cuando andaba por los veintitantos años. Y creo que fue buena cosa que así me ocurriera. La ambición y la buena suerte son algo magnífico para un escritor que desea hacerse como tal. Porque una ambición desmedida, acompañada del infortunio, puede matarlo. Hay que tener talento.
Son muchos los escritores que poseen un buen montón de talento; no conozco a escritor alguno que no lo tenga. Pero la única manera posible de contemplar las cosas, la única contemplación exacta, la única forma de expresar aquello que se ha visto, requiere algo más. El mundo según Garp es, por supuesto, el resultado de una visión maravillosa en consonancia con John Irving. También hay un mundo en consonancia con Flannery O’Connor, y otro con William Faulkner, y otro con Ernest Hemingway. Hay mundos en consonancia con Cheever, Updike, Singer, Stanley Elkin, Ann Beattie, Cynthia Ozick, Donald Barthelme, Mary Robinson, William Kitredge, Barry Hannah, Ursula K. LeGuin… Cualquier gran escritor, o simplemente buen escritor, elabora un mundo en consonancia con su propia especificidad.
Tal cosa es consustancial al estilo propio, aunque no se trate, únicamente, del estilo. Se trata, en suma, de la firma inimitable que pone en todas sus cosas el escritor. Este es su mundo y no otro. Esto es lo que diferencia a un escritor de otro. No se trata de talento. Hay mucho talento a nuestro alrededor. Pero un escritor que posea esa forma especial de contemplar las cosas, y que sepa dar una expresión artística a sus contemplaciones, tarda en encontrarse.
Decía Isak Dinesen que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación. Algún día escribiré ese lema en una ficha de tres por cinco, que pegaré en la pared, detrás de mi escritorio… Entonces tendré al menos esa ficha escrita. “El esmero es la ÚNICA convicción moral del escritor”. Lo dijo Ezra Pound. No lo es todo aunque signifique cualquier cosa; pero si para el escritor tiene importancia esa “única convicción moral”, deberá rastrearla sin desmayo.
Tengo clavada en mi pared una ficha de tres por cinco, en la que escribí un lema tomado de un relato de Chejov:… Y súbitamente todo empezó a aclarársele. Sentí que esas palabras contenían la maravilla de lo posible. Amo su claridad, su sencillez; amo la muy alta revelación que hay en ellas. Palabras que también tienen su misterio. Porque, ¿qué era lo que antes permanecía en la oscuridad? ¿Qué es lo que comienza a aclararse? ¿Qué está pasando? Bien podría ser la consecuencia de un súbito despertar. Siento una gran sensación de alivio por haberme anticipado a ello.
Una vez escuché al escritor Geoffrey Wolff decir a un grupo de estudiantes: No a los juegos triviales. También eso pasó a una ficha de tres por cinco. Sólo que con una leve corrección: No jugar. Odio los juegos. Al primer signo de juego o de truco en una narración, sea trivial o elaborado, cierro el libro. Los juegos literarios se han convertido últimamente en una pesada carga, que yo, sin embargo, puedo estibar fácilmente sólo con no prestarles la atención que reclaman. Pero también una escritura minuciosa, puntillosa, o plúmbea, pueden echarme a dormir. El escritor no necesita de juegos ni de trucos para hacer sentir cosas a sus lectores. Aún a riesgo de parecer trivial, el escritor debe evitar el bostezo, el espanto de sus lectores.
Hace unos meses, en el New York Times Books Review, John Barth decía que, hace diez años, la gran mayoría de los estudiantes que participaban en sus seminarios de literatura estaban altamente interesados en la “innovación formal”, y eso, hasta no hace mucho, era objeto de atención. Se lamentaba Barth, en su artículo, porque en los ochenta han sido muchos los escritores entregados a la creación de novelas ligeras y hasta “pop”. Argüía que el experimentalismo debe hacerse siempre en los márgenes, en paralelo con las concepciones más libres. Por mi parte, debo confesar que me ataca un poco los nervios oír hablar de “innovaciones formales” en la narración. Muy a menudo, la “experimentación” no es más que un pretexto para la falta de imaginación, para la vacuidad absoluta. Muy a menudo no es más que una licencia que se toma el autor para alienar -y maltratar, incluso- a sus lectores. Esa escritura, con harta frecuencia, nos despoja de cualquier noticia acerca del mundo; se limita a describir una desierta tierra de nadie, en la que pululan lagartos sobre algunas dunas, pero en la que no hay gente; una tierra sin habitar por algún ser humano reconocible; un lugar que quizá sólo resulte interesante para un puñado de especializadísimos científicos.
Sí puede haber, no obstante, una experimentación literaria original que llene de regocijo a los lectores. Pero esa manera de ver las cosas -Barthelme, por ejemplo- no puede ser imitada luego por otro escritor. Eso no sería trabajar. Sólo hay un Barthelme, y un escritor cualquiera que tratase de apropiarse de su peculiar sensibilidad, de su mise en scene, bajo el pretexto de la innovación, no llegará sino al caos, a la dispersión y, lo que es peor, a la decepción de sí mismo. La experimentación de veras será algo nuevo, como pedía Pound, y deberá dar con sus propios hallazgos. Aunque si el escritor se desprende de su sensibilidad no hará otra cosa que transmitirnos noticias de su mundo.
Tanto en la poesía como en la narración breve, es posible hablar de lugares comunes y de cosas usadas comúnmente con un lenguaje claro, y dotar a esos objetos -una silla, la cortina de una ventana, un tenedor, una piedra, un pendiente de mujer- con los atributos de lo inmenso, con un poder renovado. Es posible escribir un diálogo aparentemente inocuo que, sin embargo, provoque un escalofrío en la espina dorsal del lector, como bien lo demuestran las delicias debidas a Navokov. Esa es de entre los escritores, la clase que más me interesa. Odio, por el contrario, la escritura sucia o coyuntural que se disfraza con los hábitos de la experimentación o con la supuesta zafiedad que se atribuye a un supuesto realismo. En el maravilloso cuento de Isaak Babel, Guy de Maupassant, el narrador dice acerca de la escritura: Ningún hierro puede despedazar tan fuertemente el corazón como un punto puesto en el lugar que le corresponde. Eso también merece figurar en una ficha de tres por cinco.
En una ocasión decía Evan Connell que supo de la conclusión de uno de sus cuentos cuando se descubrió quitando las comas mientras leía lo escrito, y volviéndolas a poner después, en una nueva lectura, allá donde antes estuvieran. Me gusta ese procedimiento de trabajo, me merece un gran respeto tanto cuidado. Porque eso es lo que hacemos, a fin de cuentas. Hacemos palabra y deben ser palabras escogidas, puntuadas en donde corresponda, para que puedan significar lo que en verdad pretenden. Si las palabras están en fuerte maridaje con las emociones del escritor, o si son imprecisas e inútiles para la expresión de cualquier razonamiento -si las palabras resultan oscuras, enrevesadas- los ojos del lector deberán volver sobre ellas y nada habremos ganado. El propio sentido de lo artístico que tenga el autor no debe ser comprometido por nosotros. Henry James llamó “especificación endeble” a este tipo de desafortunada escritura.
Tengo amigos que me cuentan que deben acelerar la conclusión de uno de sus libros porque necesitan el dinero o porque sus editores, o sus esposas, les apremian a ello. “Lo haría mejor si tuviera más tiempo”, dicen. No sé qué decir cuando un amigo novelista me suelta algo parecido. Ese no es mi problema. Pero si el escritor no elabora su obra de acuerdo con sus posibilidades y deseos, ¿por qué ocurre tal cosa? Pues en definitiva sólo podemos llevarnos a la tumba la satisfacción de haber hecho lo mejor, de haber elaborado una obra que nos deje contentos. Me gustaría decir a mis amigos escritores cuál es la mejor manera de llegar a la cumbre. No debería ser tan difícil, y debe ser tanto o más honesto que encontrar un lugar querido para vivir. Un punto desde el que desarrollar tus habilidades, tus talentos, sin justificaciones ni excusas. Sin lamentaciones, sin necesidad de explicarse.
Este texto de Raymond Carver apareció por primera vez en The New York Times Book Review en 1981 con el título de Apuntes de un narrador.
Mi fuente es de este sitio, donde podés leer el texto completo.
Foto de Tomáš Malík. Pexels.
https://conletrapropia.com.ar/los-nombres-de-la-lluvia/
#EscribenOtras #EscribenOtros #GonzaloMarrón #LeilaSucari #PaulaTomassoni #RaymondCarver
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Llueve. Las palabras se demoran. Abro la puerta balcón y dejo que el olor a lluvia pasee por la casa. Petricor, se ha difundido por ahí. Para la RAE, no existe. Igual no concilio con ella. Y busco otras.
Aparece un artículo. Elijo reiu (lluvia fría) y kanu (lluvia fría de invierno), del japonés.
El agua cae acompasada. Y las palabras se demoran, pero no hay desesperación. Sigue siendo un norte aquello de Isak Dinesen, citado por Raymond Carver, que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación.
Escritura como refugio. Y lecturas, varias. Dos de mujeres. Paula Tomassoni y su Indeleble. Argentina, 2001. Un suicidio y cómo reponerse, en un país que espera no colapsar y donde la receta siempre es reforma laboral, baja del gasto público. Tan cíclicos que duele. Y tan desmemoriados.
Leila Sucari y Fugaz, una interpelación a la maternidad, a la que rechaza, abraza e interpela. También una obsesión con las ballenas que, por más que sepan del peligro, van a encallar a una playa. Casi como Argentina.
Una patagónica y en lectura. Pitanza nocturna, de Gonzalo Marrón. Registro de vivir y de una vida —que es la literatura si no—con morosa maestría, dice Daniel Guebel en la contratapa y coincido. Libro rayado y anotado, como corresponde. Elijo al azar el repaso de una escena, como un predicado desnudo que apenas astilla el comentario del recuerdo, que en cada ocasión se inventa nuevos maridajes. Ciudades, vivencias y espacios se recorren bajo esos maridajes que nos deja el tiempo. Y se registran con solidez y belleza.
La literatura como espacio donde cobijarse, un alero que sirve de refugio contra la lluvia. Comparto un fragmento de reflexiones de Carver. Seguramente conocidas.
La escritura de un cuento, según Raymond Carver
Allá por la mitad de los sesenta empecé a notar los muchos problemas de concentración que me asaltaban ante las obras narrativas voluminosas. Durante un tiempo experimenté idéntica dificultad para leer tales obras como para escribirlas. Mi atención se despistaba; y decidí que no me hallaba en disposición de acometer la redacción de una novela. De todas formas, se trata de una historia angustiosa y hablar de ello puede resultar muy tedioso. Aunque no sea menos cierto que tuvo mucho que ver, todo esto, con mi dedicación a la poesía y a la narración corta. Verlo y soltarlo, sin pena alguna. Avanzar. Por ello perdí toda ambición, toda gran ambición, cuando andaba por los veintitantos años. Y creo que fue buena cosa que así me ocurriera. La ambición y la buena suerte son algo magnífico para un escritor que desea hacerse como tal. Porque una ambición desmedida, acompañada del infortunio, puede matarlo. Hay que tener talento.
Son muchos los escritores que poseen un buen montón de talento; no conozco a escritor alguno que no lo tenga. Pero la única manera posible de contemplar las cosas, la única contemplación exacta, la única forma de expresar aquello que se ha visto, requiere algo más. El mundo según Garp es, por supuesto, el resultado de una visión maravillosa en consonancia con John Irving. También hay un mundo en consonancia con Flannery O’Connor, y otro con William Faulkner, y otro con Ernest Hemingway. Hay mundos en consonancia con Cheever, Updike, Singer, Stanley Elkin, Ann Beattie, Cynthia Ozick, Donald Barthelme, Mary Robinson, William Kitredge, Barry Hannah, Ursula K. LeGuin… Cualquier gran escritor, o simplemente buen escritor, elabora un mundo en consonancia con su propia especificidad.
Tal cosa es consustancial al estilo propio, aunque no se trate, únicamente, del estilo. Se trata, en suma, de la firma inimitable que pone en todas sus cosas el escritor. Este es su mundo y no otro. Esto es lo que diferencia a un escritor de otro. No se trata de talento. Hay mucho talento a nuestro alrededor. Pero un escritor que posea esa forma especial de contemplar las cosas, y que sepa dar una expresión artística a sus contemplaciones, tarda en encontrarse.
Decía Isak Dinesen que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación. Algún día escribiré ese lema en una ficha de tres por cinco, que pegaré en la pared, detrás de mi escritorio… Entonces tendré al menos esa ficha escrita. “El esmero es la ÚNICA convicción moral del escritor”. Lo dijo Ezra Pound. No lo es todo aunque signifique cualquier cosa; pero si para el escritor tiene importancia esa “única convicción moral”, deberá rastrearla sin desmayo.
Tengo clavada en mi pared una ficha de tres por cinco, en la que escribí un lema tomado de un relato de Chejov:… Y súbitamente todo empezó a aclarársele. Sentí que esas palabras contenían la maravilla de lo posible. Amo su claridad, su sencillez; amo la muy alta revelación que hay en ellas. Palabras que también tienen su misterio. Porque, ¿qué era lo que antes permanecía en la oscuridad? ¿Qué es lo que comienza a aclararse? ¿Qué está pasando? Bien podría ser la consecuencia de un súbito despertar. Siento una gran sensación de alivio por haberme anticipado a ello.
Una vez escuché al escritor Geoffrey Wolff decir a un grupo de estudiantes: No a los juegos triviales. También eso pasó a una ficha de tres por cinco. Sólo que con una leve corrección: No jugar. Odio los juegos. Al primer signo de juego o de truco en una narración, sea trivial o elaborado, cierro el libro. Los juegos literarios se han convertido últimamente en una pesada carga, que yo, sin embargo, puedo estibar fácilmente sólo con no prestarles la atención que reclaman. Pero también una escritura minuciosa, puntillosa, o plúmbea, pueden echarme a dormir. El escritor no necesita de juegos ni de trucos para hacer sentir cosas a sus lectores. Aún a riesgo de parecer trivial, el escritor debe evitar el bostezo, el espanto de sus lectores.
Hace unos meses, en el New York Times Books Review, John Barth decía que, hace diez años, la gran mayoría de los estudiantes que participaban en sus seminarios de literatura estaban altamente interesados en la “innovación formal”, y eso, hasta no hace mucho, era objeto de atención. Se lamentaba Barth, en su artículo, porque en los ochenta han sido muchos los escritores entregados a la creación de novelas ligeras y hasta “pop”. Argüía que el experimentalismo debe hacerse siempre en los márgenes, en paralelo con las concepciones más libres. Por mi parte, debo confesar que me ataca un poco los nervios oír hablar de “innovaciones formales” en la narración. Muy a menudo, la “experimentación” no es más que un pretexto para la falta de imaginación, para la vacuidad absoluta. Muy a menudo no es más que una licencia que se toma el autor para alienar -y maltratar, incluso- a sus lectores. Esa escritura, con harta frecuencia, nos despoja de cualquier noticia acerca del mundo; se limita a describir una desierta tierra de nadie, en la que pululan lagartos sobre algunas dunas, pero en la que no hay gente; una tierra sin habitar por algún ser humano reconocible; un lugar que quizá sólo resulte interesante para un puñado de especializadísimos científicos.
Sí puede haber, no obstante, una experimentación literaria original que llene de regocijo a los lectores. Pero esa manera de ver las cosas -Barthelme, por ejemplo- no puede ser imitada luego por otro escritor. Eso no sería trabajar. Sólo hay un Barthelme, y un escritor cualquiera que tratase de apropiarse de su peculiar sensibilidad, de su mise en scene, bajo el pretexto de la innovación, no llegará sino al caos, a la dispersión y, lo que es peor, a la decepción de sí mismo. La experimentación de veras será algo nuevo, como pedía Pound, y deberá dar con sus propios hallazgos. Aunque si el escritor se desprende de su sensibilidad no hará otra cosa que transmitirnos noticias de su mundo.
Tanto en la poesía como en la narración breve, es posible hablar de lugares comunes y de cosas usadas comúnmente con un lenguaje claro, y dotar a esos objetos -una silla, la cortina de una ventana, un tenedor, una piedra, un pendiente de mujer- con los atributos de lo inmenso, con un poder renovado. Es posible escribir un diálogo aparentemente inocuo que, sin embargo, provoque un escalofrío en la espina dorsal del lector, como bien lo demuestran las delicias debidas a Navokov. Esa es de entre los escritores, la clase que más me interesa. Odio, por el contrario, la escritura sucia o coyuntural que se disfraza con los hábitos de la experimentación o con la supuesta zafiedad que se atribuye a un supuesto realismo. En el maravilloso cuento de Isaak Babel, Guy de Maupassant, el narrador dice acerca de la escritura: Ningún hierro puede despedazar tan fuertemente el corazón como un punto puesto en el lugar que le corresponde. Eso también merece figurar en una ficha de tres por cinco.
En una ocasión decía Evan Connell que supo de la conclusión de uno de sus cuentos cuando se descubrió quitando las comas mientras leía lo escrito, y volviéndolas a poner después, en una nueva lectura, allá donde antes estuvieran. Me gusta ese procedimiento de trabajo, me merece un gran respeto tanto cuidado. Porque eso es lo que hacemos, a fin de cuentas. Hacemos palabra y deben ser palabras escogidas, puntuadas en donde corresponda, para que puedan significar lo que en verdad pretenden. Si las palabras están en fuerte maridaje con las emociones del escritor, o si son imprecisas e inútiles para la expresión de cualquier razonamiento -si las palabras resultan oscuras, enrevesadas- los ojos del lector deberán volver sobre ellas y nada habremos ganado. El propio sentido de lo artístico que tenga el autor no debe ser comprometido por nosotros. Henry James llamó “especificación endeble” a este tipo de desafortunada escritura.
Tengo amigos que me cuentan que deben acelerar la conclusión de uno de sus libros porque necesitan el dinero o porque sus editores, o sus esposas, les apremian a ello. “Lo haría mejor si tuviera más tiempo”, dicen. No sé qué decir cuando un amigo novelista me suelta algo parecido. Ese no es mi problema. Pero si el escritor no elabora su obra de acuerdo con sus posibilidades y deseos, ¿por qué ocurre tal cosa? Pues en definitiva sólo podemos llevarnos a la tumba la satisfacción de haber hecho lo mejor, de haber elaborado una obra que nos deje contentos. Me gustaría decir a mis amigos escritores cuál es la mejor manera de llegar a la cumbre. No debería ser tan difícil, y debe ser tanto o más honesto que encontrar un lugar querido para vivir. Un punto desde el que desarrollar tus habilidades, tus talentos, sin justificaciones ni excusas. Sin lamentaciones, sin necesidad de explicarse.
Este texto de Raymond Carver apareció por primera vez en The New York Times Book Review en 1981 con el título de Apuntes de un narrador.
Mi fuente es de este sitio, donde podés leer el texto completo.
Foto de Tomáš Malík. Pexels.
https://conletrapropia.com.ar/los-nombres-de-la-lluvia/
#EscribenOtras #EscribenOtros #GonzaloMarrón #LeilaSucari #PaulaTomassoni #RaymondCarver
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Llueve. Las palabras se demoran. Abro la puerta balcón y dejo que el olor a lluvia pasee por la casa. Petricor, se ha difundido por ahí. Para la RAE, no existe. Igual no concilio con ella. Y busco otras.
Aparece un artículo. Elijo reiu (lluvia fría) y kanu (lluvia fría de invierno), del japonés.
El agua cae acompasada. Y las palabras se demoran, pero no hay desesperación. Sigue siendo un norte aquello de Isak Dinesen, citado por Raymond Carver, que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación.
Escritura como refugio. Y lecturas, varias. Dos de mujeres. Paula Tomassoni y su Indeleble. Argentina, 2001. Un suicidio y cómo reponerse, en un país que espera no colapsar y donde la receta siempre es reforma laboral, baja del gasto público. Tan cíclicos que duele. Y tan desmemoriados.
Leila Sucari y Fugaz, una interpelación a la maternidad, a la que rechaza, abraza e interpela. También una obsesión con las ballenas que, por más que sepan del peligro, van a encallar a una playa. Casi como Argentina.
Una patagónica y en lectura. Pitanza nocturna, de Gonzalo Marrón. Registro de vivir y de una vida —que es la literatura si no—con morosa maestría, dice Daniel Guebel en la contratapa y coincido. Libro rayado y anotado, como corresponde. Elijo al azar el repaso de una escena, como un predicado desnudo que apenas astilla el comentario del recuerdo, que en cada ocasión se inventa nuevos maridajes. Ciudades, vivencias y espacios se recorren bajo esos maridajes que nos deja el tiempo. Y se registran con solidez y belleza.
La literatura como espacio donde cobijarse, un alero que sirve de refugio contra la lluvia. Comparto un fragmento de reflexiones de Carver. Seguramente conocidas.
La escritura de un cuento, según Raymond Carver
Allá por la mitad de los sesenta empecé a notar los muchos problemas de concentración que me asaltaban ante las obras narrativas voluminosas. Durante un tiempo experimenté idéntica dificultad para leer tales obras como para escribirlas. Mi atención se despistaba; y decidí que no me hallaba en disposición de acometer la redacción de una novela. De todas formas, se trata de una historia angustiosa y hablar de ello puede resultar muy tedioso. Aunque no sea menos cierto que tuvo mucho que ver, todo esto, con mi dedicación a la poesía y a la narración corta. Verlo y soltarlo, sin pena alguna. Avanzar. Por ello perdí toda ambición, toda gran ambición, cuando andaba por los veintitantos años. Y creo que fue buena cosa que así me ocurriera. La ambición y la buena suerte son algo magnífico para un escritor que desea hacerse como tal. Porque una ambición desmedida, acompañada del infortunio, puede matarlo. Hay que tener talento.
Son muchos los escritores que poseen un buen montón de talento; no conozco a escritor alguno que no lo tenga. Pero la única manera posible de contemplar las cosas, la única contemplación exacta, la única forma de expresar aquello que se ha visto, requiere algo más. El mundo según Garp es, por supuesto, el resultado de una visión maravillosa en consonancia con John Irving. También hay un mundo en consonancia con Flannery O’Connor, y otro con William Faulkner, y otro con Ernest Hemingway. Hay mundos en consonancia con Cheever, Updike, Singer, Stanley Elkin, Ann Beattie, Cynthia Ozick, Donald Barthelme, Mary Robinson, William Kitredge, Barry Hannah, Ursula K. LeGuin… Cualquier gran escritor, o simplemente buen escritor, elabora un mundo en consonancia con su propia especificidad.
Tal cosa es consustancial al estilo propio, aunque no se trate, únicamente, del estilo. Se trata, en suma, de la firma inimitable que pone en todas sus cosas el escritor. Este es su mundo y no otro. Esto es lo que diferencia a un escritor de otro. No se trata de talento. Hay mucho talento a nuestro alrededor. Pero un escritor que posea esa forma especial de contemplar las cosas, y que sepa dar una expresión artística a sus contemplaciones, tarda en encontrarse.
Decía Isak Dinesen que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación. Algún día escribiré ese lema en una ficha de tres por cinco, que pegaré en la pared, detrás de mi escritorio… Entonces tendré al menos esa ficha escrita. “El esmero es la ÚNICA convicción moral del escritor”. Lo dijo Ezra Pound. No lo es todo aunque signifique cualquier cosa; pero si para el escritor tiene importancia esa “única convicción moral”, deberá rastrearla sin desmayo.
Tengo clavada en mi pared una ficha de tres por cinco, en la que escribí un lema tomado de un relato de Chejov:… Y súbitamente todo empezó a aclarársele. Sentí que esas palabras contenían la maravilla de lo posible. Amo su claridad, su sencillez; amo la muy alta revelación que hay en ellas. Palabras que también tienen su misterio. Porque, ¿qué era lo que antes permanecía en la oscuridad? ¿Qué es lo que comienza a aclararse? ¿Qué está pasando? Bien podría ser la consecuencia de un súbito despertar. Siento una gran sensación de alivio por haberme anticipado a ello.
Una vez escuché al escritor Geoffrey Wolff decir a un grupo de estudiantes: No a los juegos triviales. También eso pasó a una ficha de tres por cinco. Sólo que con una leve corrección: No jugar. Odio los juegos. Al primer signo de juego o de truco en una narración, sea trivial o elaborado, cierro el libro. Los juegos literarios se han convertido últimamente en una pesada carga, que yo, sin embargo, puedo estibar fácilmente sólo con no prestarles la atención que reclaman. Pero también una escritura minuciosa, puntillosa, o plúmbea, pueden echarme a dormir. El escritor no necesita de juegos ni de trucos para hacer sentir cosas a sus lectores. Aún a riesgo de parecer trivial, el escritor debe evitar el bostezo, el espanto de sus lectores.
Hace unos meses, en el New York Times Books Review, John Barth decía que, hace diez años, la gran mayoría de los estudiantes que participaban en sus seminarios de literatura estaban altamente interesados en la “innovación formal”, y eso, hasta no hace mucho, era objeto de atención. Se lamentaba Barth, en su artículo, porque en los ochenta han sido muchos los escritores entregados a la creación de novelas ligeras y hasta “pop”. Argüía que el experimentalismo debe hacerse siempre en los márgenes, en paralelo con las concepciones más libres. Por mi parte, debo confesar que me ataca un poco los nervios oír hablar de “innovaciones formales” en la narración. Muy a menudo, la “experimentación” no es más que un pretexto para la falta de imaginación, para la vacuidad absoluta. Muy a menudo no es más que una licencia que se toma el autor para alienar -y maltratar, incluso- a sus lectores. Esa escritura, con harta frecuencia, nos despoja de cualquier noticia acerca del mundo; se limita a describir una desierta tierra de nadie, en la que pululan lagartos sobre algunas dunas, pero en la que no hay gente; una tierra sin habitar por algún ser humano reconocible; un lugar que quizá sólo resulte interesante para un puñado de especializadísimos científicos.
Sí puede haber, no obstante, una experimentación literaria original que llene de regocijo a los lectores. Pero esa manera de ver las cosas -Barthelme, por ejemplo- no puede ser imitada luego por otro escritor. Eso no sería trabajar. Sólo hay un Barthelme, y un escritor cualquiera que tratase de apropiarse de su peculiar sensibilidad, de su mise en scene, bajo el pretexto de la innovación, no llegará sino al caos, a la dispersión y, lo que es peor, a la decepción de sí mismo. La experimentación de veras será algo nuevo, como pedía Pound, y deberá dar con sus propios hallazgos. Aunque si el escritor se desprende de su sensibilidad no hará otra cosa que transmitirnos noticias de su mundo.
Tanto en la poesía como en la narración breve, es posible hablar de lugares comunes y de cosas usadas comúnmente con un lenguaje claro, y dotar a esos objetos -una silla, la cortina de una ventana, un tenedor, una piedra, un pendiente de mujer- con los atributos de lo inmenso, con un poder renovado. Es posible escribir un diálogo aparentemente inocuo que, sin embargo, provoque un escalofrío en la espina dorsal del lector, como bien lo demuestran las delicias debidas a Navokov. Esa es de entre los escritores, la clase que más me interesa. Odio, por el contrario, la escritura sucia o coyuntural que se disfraza con los hábitos de la experimentación o con la supuesta zafiedad que se atribuye a un supuesto realismo. En el maravilloso cuento de Isaak Babel, Guy de Maupassant, el narrador dice acerca de la escritura: Ningún hierro puede despedazar tan fuertemente el corazón como un punto puesto en el lugar que le corresponde. Eso también merece figurar en una ficha de tres por cinco.
En una ocasión decía Evan Connell que supo de la conclusión de uno de sus cuentos cuando se descubrió quitando las comas mientras leía lo escrito, y volviéndolas a poner después, en una nueva lectura, allá donde antes estuvieran. Me gusta ese procedimiento de trabajo, me merece un gran respeto tanto cuidado. Porque eso es lo que hacemos, a fin de cuentas. Hacemos palabra y deben ser palabras escogidas, puntuadas en donde corresponda, para que puedan significar lo que en verdad pretenden. Si las palabras están en fuerte maridaje con las emociones del escritor, o si son imprecisas e inútiles para la expresión de cualquier razonamiento -si las palabras resultan oscuras, enrevesadas- los ojos del lector deberán volver sobre ellas y nada habremos ganado. El propio sentido de lo artístico que tenga el autor no debe ser comprometido por nosotros. Henry James llamó “especificación endeble” a este tipo de desafortunada escritura.
Tengo amigos que me cuentan que deben acelerar la conclusión de uno de sus libros porque necesitan el dinero o porque sus editores, o sus esposas, les apremian a ello. “Lo haría mejor si tuviera más tiempo”, dicen. No sé qué decir cuando un amigo novelista me suelta algo parecido. Ese no es mi problema. Pero si el escritor no elabora su obra de acuerdo con sus posibilidades y deseos, ¿por qué ocurre tal cosa? Pues en definitiva sólo podemos llevarnos a la tumba la satisfacción de haber hecho lo mejor, de haber elaborado una obra que nos deje contentos. Me gustaría decir a mis amigos escritores cuál es la mejor manera de llegar a la cumbre. No debería ser tan difícil, y debe ser tanto o más honesto que encontrar un lugar querido para vivir. Un punto desde el que desarrollar tus habilidades, tus talentos, sin justificaciones ni excusas. Sin lamentaciones, sin necesidad de explicarse.
Este texto de Raymond Carver apareció por primera vez en The New York Times Book Review en 1981 con el título de Apuntes de un narrador.
Mi fuente es de este sitio, donde podés leer el texto completo.
Foto de Tomáš Malík. Pexels.
https://conletrapropia.com.ar/los-nombres-de-la-lluvia/
#EscribenOtras #EscribenOtros #GonzaloMarrón #LeilaSucari #PaulaTomassoni #RaymondCarver
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Llueve. Las palabras se demoran. Abro la puerta balcón y dejo que el olor a lluvia pasee por la casa. Petricor, se ha difundido por ahí. Para la RAE, no existe. Igual no concilio con ella. Y busco otras.
Aparece un artículo. Elijo reiu (lluvia fría) y kanu (lluvia fría de invierno), del japonés.
El agua cae acompasada. Y las palabras se demoran, pero no hay desesperación. Sigue siendo un norte aquello de Isak Dinesen, citado por Raymond Carver, que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación.
Escritura como refugio. Y lecturas, varias. Dos de mujeres. Paula Tomassoni y su Indeleble. Argentina, 2001. Un suicidio y cómo reponerse, en un país que espera no colapsar y donde la receta siempre es reforma laboral, baja del gasto público. Tan cíclicos que duele. Y tan desmemoriados.
Leila Sucari y Fugaz, una interpelación a la maternidad, a la que rechaza, abraza e interpela. También una obsesión con las ballenas que, por más que sepan del peligro, van a encallar a una playa. Casi como Argentina.
Una patagónica y en lectura. Pitanza nocturna, de Gonzalo Marrón. Registro de vivir y de una vida —que es la literatura si no—con morosa maestría, dice Daniel Guebel en la contratapa y coincido. Libro rayado y anotado, como corresponde. Elijo al azar el repaso de una escena, como un predicado desnudo que apenas astilla el comentario del recuerdo, que en cada ocasión se inventa nuevos maridajes. Ciudades, vivencias y espacios se recorren bajo esos maridajes que nos deja el tiempo. Y se registran con solidez y belleza.
La literatura como espacio donde cobijarse, un alero que sirve de refugio contra la lluvia. Comparto un fragmento de reflexiones de Carver. Seguramente conocidas.
La escritura de un cuento, según Raymond Carver
Allá por la mitad de los sesenta empecé a notar los muchos problemas de concentración que me asaltaban ante las obras narrativas voluminosas. Durante un tiempo experimenté idéntica dificultad para leer tales obras como para escribirlas. Mi atención se despistaba; y decidí que no me hallaba en disposición de acometer la redacción de una novela. De todas formas, se trata de una historia angustiosa y hablar de ello puede resultar muy tedioso. Aunque no sea menos cierto que tuvo mucho que ver, todo esto, con mi dedicación a la poesía y a la narración corta. Verlo y soltarlo, sin pena alguna. Avanzar. Por ello perdí toda ambición, toda gran ambición, cuando andaba por los veintitantos años. Y creo que fue buena cosa que así me ocurriera. La ambición y la buena suerte son algo magnífico para un escritor que desea hacerse como tal. Porque una ambición desmedida, acompañada del infortunio, puede matarlo. Hay que tener talento.
Son muchos los escritores que poseen un buen montón de talento; no conozco a escritor alguno que no lo tenga. Pero la única manera posible de contemplar las cosas, la única contemplación exacta, la única forma de expresar aquello que se ha visto, requiere algo más. El mundo según Garp es, por supuesto, el resultado de una visión maravillosa en consonancia con John Irving. También hay un mundo en consonancia con Flannery O’Connor, y otro con William Faulkner, y otro con Ernest Hemingway. Hay mundos en consonancia con Cheever, Updike, Singer, Stanley Elkin, Ann Beattie, Cynthia Ozick, Donald Barthelme, Mary Robinson, William Kitredge, Barry Hannah, Ursula K. LeGuin… Cualquier gran escritor, o simplemente buen escritor, elabora un mundo en consonancia con su propia especificidad.
Tal cosa es consustancial al estilo propio, aunque no se trate, únicamente, del estilo. Se trata, en suma, de la firma inimitable que pone en todas sus cosas el escritor. Este es su mundo y no otro. Esto es lo que diferencia a un escritor de otro. No se trata de talento. Hay mucho talento a nuestro alrededor. Pero un escritor que posea esa forma especial de contemplar las cosas, y que sepa dar una expresión artística a sus contemplaciones, tarda en encontrarse.
Decía Isak Dinesen que ella escribía un poco todos los días, sin esperanza y sin desesperación. Algún día escribiré ese lema en una ficha de tres por cinco, que pegaré en la pared, detrás de mi escritorio… Entonces tendré al menos esa ficha escrita. “El esmero es la ÚNICA convicción moral del escritor”. Lo dijo Ezra Pound. No lo es todo aunque signifique cualquier cosa; pero si para el escritor tiene importancia esa “única convicción moral”, deberá rastrearla sin desmayo.
Tengo clavada en mi pared una ficha de tres por cinco, en la que escribí un lema tomado de un relato de Chejov:… Y súbitamente todo empezó a aclarársele. Sentí que esas palabras contenían la maravilla de lo posible. Amo su claridad, su sencillez; amo la muy alta revelación que hay en ellas. Palabras que también tienen su misterio. Porque, ¿qué era lo que antes permanecía en la oscuridad? ¿Qué es lo que comienza a aclararse? ¿Qué está pasando? Bien podría ser la consecuencia de un súbito despertar. Siento una gran sensación de alivio por haberme anticipado a ello.
Una vez escuché al escritor Geoffrey Wolff decir a un grupo de estudiantes: No a los juegos triviales. También eso pasó a una ficha de tres por cinco. Sólo que con una leve corrección: No jugar. Odio los juegos. Al primer signo de juego o de truco en una narración, sea trivial o elaborado, cierro el libro. Los juegos literarios se han convertido últimamente en una pesada carga, que yo, sin embargo, puedo estibar fácilmente sólo con no prestarles la atención que reclaman. Pero también una escritura minuciosa, puntillosa, o plúmbea, pueden echarme a dormir. El escritor no necesita de juegos ni de trucos para hacer sentir cosas a sus lectores. Aún a riesgo de parecer trivial, el escritor debe evitar el bostezo, el espanto de sus lectores.
Hace unos meses, en el New York Times Books Review, John Barth decía que, hace diez años, la gran mayoría de los estudiantes que participaban en sus seminarios de literatura estaban altamente interesados en la “innovación formal”, y eso, hasta no hace mucho, era objeto de atención. Se lamentaba Barth, en su artículo, porque en los ochenta han sido muchos los escritores entregados a la creación de novelas ligeras y hasta “pop”. Argüía que el experimentalismo debe hacerse siempre en los márgenes, en paralelo con las concepciones más libres. Por mi parte, debo confesar que me ataca un poco los nervios oír hablar de “innovaciones formales” en la narración. Muy a menudo, la “experimentación” no es más que un pretexto para la falta de imaginación, para la vacuidad absoluta. Muy a menudo no es más que una licencia que se toma el autor para alienar -y maltratar, incluso- a sus lectores. Esa escritura, con harta frecuencia, nos despoja de cualquier noticia acerca del mundo; se limita a describir una desierta tierra de nadie, en la que pululan lagartos sobre algunas dunas, pero en la que no hay gente; una tierra sin habitar por algún ser humano reconocible; un lugar que quizá sólo resulte interesante para un puñado de especializadísimos científicos.
Sí puede haber, no obstante, una experimentación literaria original que llene de regocijo a los lectores. Pero esa manera de ver las cosas -Barthelme, por ejemplo- no puede ser imitada luego por otro escritor. Eso no sería trabajar. Sólo hay un Barthelme, y un escritor cualquiera que tratase de apropiarse de su peculiar sensibilidad, de su mise en scene, bajo el pretexto de la innovación, no llegará sino al caos, a la dispersión y, lo que es peor, a la decepción de sí mismo. La experimentación de veras será algo nuevo, como pedía Pound, y deberá dar con sus propios hallazgos. Aunque si el escritor se desprende de su sensibilidad no hará otra cosa que transmitirnos noticias de su mundo.
Tanto en la poesía como en la narración breve, es posible hablar de lugares comunes y de cosas usadas comúnmente con un lenguaje claro, y dotar a esos objetos -una silla, la cortina de una ventana, un tenedor, una piedra, un pendiente de mujer- con los atributos de lo inmenso, con un poder renovado. Es posible escribir un diálogo aparentemente inocuo que, sin embargo, provoque un escalofrío en la espina dorsal del lector, como bien lo demuestran las delicias debidas a Navokov. Esa es de entre los escritores, la clase que más me interesa. Odio, por el contrario, la escritura sucia o coyuntural que se disfraza con los hábitos de la experimentación o con la supuesta zafiedad que se atribuye a un supuesto realismo. En el maravilloso cuento de Isaak Babel, Guy de Maupassant, el narrador dice acerca de la escritura: Ningún hierro puede despedazar tan fuertemente el corazón como un punto puesto en el lugar que le corresponde. Eso también merece figurar en una ficha de tres por cinco.
En una ocasión decía Evan Connell que supo de la conclusión de uno de sus cuentos cuando se descubrió quitando las comas mientras leía lo escrito, y volviéndolas a poner después, en una nueva lectura, allá donde antes estuvieran. Me gusta ese procedimiento de trabajo, me merece un gran respeto tanto cuidado. Porque eso es lo que hacemos, a fin de cuentas. Hacemos palabra y deben ser palabras escogidas, puntuadas en donde corresponda, para que puedan significar lo que en verdad pretenden. Si las palabras están en fuerte maridaje con las emociones del escritor, o si son imprecisas e inútiles para la expresión de cualquier razonamiento -si las palabras resultan oscuras, enrevesadas- los ojos del lector deberán volver sobre ellas y nada habremos ganado. El propio sentido de lo artístico que tenga el autor no debe ser comprometido por nosotros. Henry James llamó “especificación endeble” a este tipo de desafortunada escritura.
Tengo amigos que me cuentan que deben acelerar la conclusión de uno de sus libros porque necesitan el dinero o porque sus editores, o sus esposas, les apremian a ello. “Lo haría mejor si tuviera más tiempo”, dicen. No sé qué decir cuando un amigo novelista me suelta algo parecido. Ese no es mi problema. Pero si el escritor no elabora su obra de acuerdo con sus posibilidades y deseos, ¿por qué ocurre tal cosa? Pues en definitiva sólo podemos llevarnos a la tumba la satisfacción de haber hecho lo mejor, de haber elaborado una obra que nos deje contentos. Me gustaría decir a mis amigos escritores cuál es la mejor manera de llegar a la cumbre. No debería ser tan difícil, y debe ser tanto o más honesto que encontrar un lugar querido para vivir. Un punto desde el que desarrollar tus habilidades, tus talentos, sin justificaciones ni excusas. Sin lamentaciones, sin necesidad de explicarse.
Este texto de Raymond Carver apareció por primera vez en The New York Times Book Review en 1981 con el título de Apuntes de un narrador.
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El primer ministro Keir Starmer advierte que un proceso de sucesión en el Partido Laborista sumiría al gobierno en el caos. La posible disputa, encabezada por Wes Streeting, pone a prueba la estabilidad interna ante la crisis de gestión en el sector salud. #ReinoUnido #Politica
Más info: https://nbes.blog/starmer-advierte-que-la-competencia-por-el-lideraz/
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El primer ministro Keir Starmer advierte que un proceso de sucesión en el Partido Laborista sumiría al gobierno en el caos. La posible disputa, encabezada por Wes Streeting, pone a prueba la estabilidad interna ante la crisis de gestión en el sector salud. #ReinoUnido #Politica
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El Atlético se lleva un triunfo ante Osasuna con dos zarpazos
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Tallest ancient Roman arches still standing
Arco di Constantine in Rome – Source: thetrainline.comListed below are the tallest Roman arches that are still standing. As measured to the highest point of the remaining arch structure unless otherwise noted. The list includes triumphant arches, ceremonial arches, gates, and bridges with arched entries, but does not include arches that are part of Roman Aqueducts. If information is located on the 10 arches where height data is needed, they will be moved up into the list. Pax!
Arco di Titus in Rome – Source: classicist.org——-
- Arco di Septimius Severus (203 AD): Rome, Italy = 23 m/75 feet
2-3. Arco di Constantine (315 AD): Rome, Italy and Arch of Hadrian: Tyre, Lebanon = 21 m/68.9 feet
4. Triumphal Arch of Orange (27 AD): Orange. France = 19.21 m/63 feet
5. Arco di Trajan (113 AD): Ancona, Italy = 18.5 m/60.7 feet.
6. Arch of Hadrian (132 AD): Athens, Greece = 18 m/59 feet
7. Arco di Janus: Rome, Italy = 16 m/52.5 feet
8. Arco di Trajan (117 AD): Benevento, Italy = 15.6 m/51.2 feet
9. Arco di Titus (82 AD): Rome, Italy = 15.4 m/50.5 feet
10. Arch of Germanicus (19 AD): Saintes, France = 15 m/49.2 feet
11. South Gate: Anazarbus, Turkiye = 14 m/45.9 feet
12. Arco di Augustus (8 BC): Susa, Italy = 13.03 m/42.7 feet
13. Porte de Mars: Reims, France = 13 m/42.6 feet
14. Arco di Trajan (ca 109): Canosa di Puglia, Italy ~ 13 +/-m/42.6 feet
15, Arco di Gavi (ca 50 AD): Verona, Italy = 12.69 m/41.6 feet
16-17. Arch of Caracalla (216 AD): Djémila, Algeria and Arch of Galerius (299 AD): Thessaloniki, Greece = 12.5 m/41.5 feet
18. Arc de Berà (ca 13 BC): Roda de Berà, Spain = 12.3 m/40.3 feet
19. Triumphal Arch of Septimius Severus (183 AD): Latakia, Syria = 12.2 m/40 feet
20-21. Arch of Trajan: Timgad, Algeria and Arco di Glanum (25 AD): Saint-Rémy-de-Provence, France = 12 m/
22. Arco di Augustus (25 BC): Aosta, Italy ~ 11.4+ m/37.4 feet
23. Porte Noire (175 AD): Besançon, France = 11.2 m/36.7 feet
24. Arch of Hadrian (130 AD): Jerash, Jordan = 11 m/36.1 feet
25. Arch of Caracalla (211-214 AD): Tébessa, Algeria = 10.94 m/35.9 feet
26-27. Arco di Hadrian: Capua, Italy and Arch of Carpentras (19 AD): Carpentras, France = 10 m/32.8 feet
28. Arch of Campanus: Aix-les-Bains, France = 9.15 m/30 feet
29. Arco di Gallienus (262 AD): Roma, Italy = 8.8 m/28.9 feet
30. Roman Arch of Medinaceli: Medinaceli, Spain = 8.1 m/26.6 feet
31-33. Hadrian’s Gate: Antalya, Tukiye; Heidentor (361 AD): Petronell-Carnuntum, Austria; and Arch of the Sergii (27 BC): Pula, Crotia = 8 m/26.2 feet
34. Arco di Drusus (9 BC): Rome, Italy ~ 7.21+ m/23.7 feet
35. Arco di Riccardo (33 BC): Trieste, Italy ~ 7.2 m/23.6 feet
36. Pont Flavien (ca 12 BC): Saint-Chamas, France = 7 m/23 feet x 2 arches
37. Arch of Cabanes: Castellón de la Plana, Spain = 5.8 m/19 feet
Need More Information:
Arco di Drusus (Spoleto)
Arco di Marcus Aurelius
Arco di Mark Anthony
Triumphal Arco di Tiberius
Arch of Septimius Severus: Khoms, Libya
Arch of Marcus Aurelius: Tripoli, Libya
Arch of Caracalla: Morocco
Arch of Alexander Severus: Dougga, Tunisia
Arch of Septimius Severus: Dougga, Tunisia
Triumphal Arch of the Tetrarchy: Tunisia
SOURCES:
- https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Roman_triumphal_arches
- facebook.com
- gemini.google.ai
- https://aroundus.com/p/7393165-arch-of-carpentras
- https://aroundus.com/p/10435626-arch-of-glanum
- https://www.historyhit.com/locations/arch-of-germanicus/
- https://structurae.net/en/structures/arch-of-augustus-8-susa#:~:text=Table_title:%20Dimensions%20Table_content:%20header:%20%7C%20arch%20height,width%20%7C%2013.03%20m:%2011.93%20m%20%7C
- https://www.italyscapes.com/places/veneto/verona/ancient-monuments/arco-dei-gavi/#:~:text=ARCHITECTURE,resting%20on%20two%20Corinthian%20pillars.
- https://www.facebook.com/groups/547381242515105/posts/1612246909361861/
- https://www.catalunya.com/en/continguts/patrimoni-cultural/bera-arch-17-16003-11#:~:text=Ber%C3%A0%20arch,and%2012%20metres%20in%20length.
- https://makedonia-alexandros.blogspot.com/2020/03/triumphal-arch-south-of-cilician-gates.html#:~:text=The%20picture%20published%20recently%20by,)%20%E2%80%93%20an%20impressive%20landmark%20anyway.
#acros #ancient #arches #arcs #cities #conservations #design #geology #geometry #history #Italy #landUse #planning #preservation #RomanEmpire #Rome #travel
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Tallest ancient Roman arches still standing
Arco di Constantine in Rome – Source: thetrainline.comListed below are the tallest Roman arches that are still standing. As measured to the highest point of the remaining arch structure unless otherwise noted. The list includes triumphant arches, ceremonial arches, gates, and bridges with arched entries, but does not include arches that are part of Roman Aqueducts. If information is located on the 10 arches where height data is needed, they will be moved up into the list. Pax!
Arco di Titus in Rome – Source: classicist.org——-
- Arco di Septimius Severus (203 AD): Rome, Italy = 23 m/75 feet
2-3. Arco di Constantine (315 AD): Rome, Italy and Arch of Hadrian: Tyre, Lebanon = 21 m/68.9 feet
4. Triumphal Arch of Orange (27 AD): Orange. France = 19.21 m/63 feet
5. Arco di Trajan (113 AD): Ancona, Italy = 18.5 m/60.7 feet.
6. Arch of Hadrian (132 AD): Athens, Greece = 18 m/59 feet
7. Arco di Janus: Rome, Italy = 16 m/52.5 feet
8. Arco di Trajan (117 AD): Benevento, Italy = 15.6 m/51.2 feet
9. Arco di Titus (82 AD): Rome, Italy = 15.4 m/50.5 feet
10. Arch of Germanicus (19 AD): Saintes, France = 15 m/49.2 feet
11. South Gate: Anazarbus, Turkiye = 14 m/45.9 feet
12. Arco di Augustus (8 BC): Susa, Italy = 13.03 m/42.7 feet
13. Porte de Mars: Reims, France = 13 m/42.6 feet
14. Arco di Trajan (ca 109): Canosa di Puglia, Italy ~ 13 +/-m/42.6 feet
15, Arco di Gavi (ca 50 AD): Verona, Italy = 12.69 m/41.6 feet
16-17. Arch of Caracalla (216 AD): Djémila, Algeria and Arch of Galerius (299 AD): Thessaloniki, Greece = 12.5 m/41.5 feet
18. Arc de Berà (ca 13 BC): Roda de Berà, Spain = 12.3 m/40.3 feet
19. Triumphal Arch of Septimius Severus (183 AD): Latakia, Syria = 12.2 m/40 feet
20-21. Arch of Trajan: Timgad, Algeria and Arco di Glanum (25 AD): Saint-Rémy-de-Provence, France = 12 m/
22. Arco di Augustus (25 BC): Aosta, Italy ~ 11.4+ m/37.4 feet
23. Porte Noire (175 AD): Besançon, France = 11.2 m/36.7 feet
24. Arch of Hadrian (130 AD): Jerash, Jordan = 11 m/36.1 feet
25. Arch of Caracalla (211-214 AD): Tébessa, Algeria = 10.94 m/35.9 feet
26-27. Arco di Hadrian: Capua, Italy and Arch of Carpentras (19 AD): Carpentras, France = 10 m/32.8 feet
28. Arch of Campanus: Aix-les-Bains, France = 9.15 m/30 feet
29. Arco di Gallienus (262 AD): Roma, Italy = 8.8 m/28.9 feet
30. Roman Arch of Medinaceli: Medinaceli, Spain = 8.1 m/26.6 feet
31-33. Hadrian’s Gate: Antalya, Tukiye; Heidentor (361 AD): Petronell-Carnuntum, Austria; and Arch of the Sergii (27 BC): Pula, Crotia = 8 m/26.2 feet
34. Arco di Drusus (9 BC): Rome, Italy ~ 7.21+ m/23.7 feet
35. Arco di Riccardo (33 BC): Trieste, Italy ~ 7.2 m/23.6 feet
36. Pont Flavien (ca 12 BC): Saint-Chamas, France = 7 m/23 feet x 2 arches
37. Arch of Cabanes: Castellón de la Plana, Spain = 5.8 m/19 feet
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Arch of Alexander Severus: Dougga, Tunisia
Arch of Septimius Severus: Dougga, Tunisia
Triumphal Arch of the Tetrarchy: Tunisia
SOURCES:
- https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Roman_triumphal_arches
- facebook.com
- gemini.google.ai
- https://aroundus.com/p/7393165-arch-of-carpentras
- https://aroundus.com/p/10435626-arch-of-glanum
- https://www.historyhit.com/locations/arch-of-germanicus/
- https://structurae.net/en/structures/arch-of-augustus-8-susa#:~:text=Table_title:%20Dimensions%20Table_content:%20header:%20%7C%20arch%20height,width%20%7C%2013.03%20m:%2011.93%20m%20%7C
- https://www.italyscapes.com/places/veneto/verona/ancient-monuments/arco-dei-gavi/#:~:text=ARCHITECTURE,resting%20on%20two%20Corinthian%20pillars.
- https://www.facebook.com/groups/547381242515105/posts/1612246909361861/
- https://www.catalunya.com/en/continguts/patrimoni-cultural/bera-arch-17-16003-11#:~:text=Ber%C3%A0%20arch,and%2012%20metres%20in%20length.
- https://makedonia-alexandros.blogspot.com/2020/03/triumphal-arch-south-of-cilician-gates.html#:~:text=The%20picture%20published%20recently%20by,)%20%E2%80%93%20an%20impressive%20landmark%20anyway.
#acros #ancient #arches #arcs #cities #conservations #design #geology #geometry #history #Italy #landUse #planning #preservation #RomanEmpire #Rome #travel
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Tallest ancient Roman arches still standing
Arco di Constantine in Rome – Source: thetrainline.comListed below are the tallest Roman arches that are still standing. As measured to the highest point of the remaining arch structure unless otherwise noted. The list includes triumphant arches, ceremonial arches, gates, and bridges with arched entries, but does not include arches that are part of Roman Aqueducts. If information is located on the 10 arches where height data is needed, they will be moved up into the list. Pax!
Arco di Titus in Rome – Source: classicist.org——-
- Arco di Septimius Severus (203 AD): Rome, Italy = 23 m/75 feet
2-3. Arco di Constantine (315 AD): Rome, Italy and Arch of Hadrian: Tyre, Lebanon = 21 m/68.9 feet
4. Triumphal Arch of Orange (27 AD): Orange. France = 19.21 m/63 feet
5. Arco di Trajan (113 AD): Ancona, Italy = 18.5 m/60.7 feet.
6. Arch of Hadrian (132 AD): Athens, Greece = 18 m/59 feet
7. Arco di Janus: Rome, Italy = 16 m/52.5 feet
8. Arco di Trajan (117 AD): Benevento, Italy = 15.6 m/51.2 feet
9. Arco di Titus (82 AD): Rome, Italy = 15.4 m/50.5 feet
10. Arch of Germanicus (19 AD): Saintes, France = 15 m/49.2 feet
11. South Gate: Anazarbus, Turkiye = 14 m/45.9 feet
12. Arco di Augustus (8 BC): Susa, Italy = 13.03 m/42.7 feet
13. Porte de Mars: Reims, France = 13 m/42.6 feet
14. Arco di Trajan (ca 109): Canosa di Puglia, Italy ~ 13 +/-m/42.6 feet
15, Arco di Gavi (ca 50 AD): Verona, Italy = 12.69 m/41.6 feet
16-17. Arch of Caracalla (216 AD): Djémila, Algeria and Arch of Galerius (299 AD): Thessaloniki, Greece = 12.5 m/41.5 feet
18. Arc de Berà (ca 13 BC): Roda de Berà, Spain = 12.3 m/40.3 feet
19. Triumphal Arch of Septimius Severus (183 AD): Latakia, Syria = 12.2 m/40 feet
20-21. Arch of Trajan: Timgad, Algeria and Arco di Glanum (25 AD): Saint-Rémy-de-Provence, France = 12 m/
22. Arco di Augustus (25 BC): Aosta, Italy ~ 11.4+ m/37.4 feet
23. Porte Noire (175 AD): Besançon, France = 11.2 m/36.7 feet
24. Arch of Hadrian (130 AD): Jerash, Jordan = 11 m/36.1 feet
25. Arch of Caracalla (211-214 AD): Tébessa, Algeria = 10.94 m/35.9 feet
26-27. Arco di Hadrian: Capua, Italy and Arch of Carpentras (19 AD): Carpentras, France = 10 m/32.8 feet
28. Arch of Campanus: Aix-les-Bains, France = 9.15 m/30 feet
29. Arco di Gallienus (262 AD): Roma, Italy = 8.8 m/28.9 feet
30. Roman Arch of Medinaceli: Medinaceli, Spain = 8.1 m/26.6 feet
31-33. Hadrian’s Gate: Antalya, Tukiye; Heidentor (361 AD): Petronell-Carnuntum, Austria; and Arch of the Sergii (27 BC): Pula, Crotia = 8 m/26.2 feet
34. Arco di Drusus (9 BC): Rome, Italy ~ 7.21+ m/23.7 feet
35. Arco di Riccardo (33 BC): Trieste, Italy ~ 7.2 m/23.6 feet
36. Pont Flavien (ca 12 BC): Saint-Chamas, France = 7 m/23 feet x 2 arches
37. Arch of Cabanes: Castellón de la Plana, Spain = 5.8 m/19 feet
Need More Information:
Arco di Drusus (Spoleto)
Arco di Marcus Aurelius
Arco di Mark Anthony
Triumphal Arco di Tiberius
Arch of Septimius Severus: Khoms, Libya
Arch of Marcus Aurelius: Tripoli, Libya
Arch of Caracalla: Morocco
Arch of Alexander Severus: Dougga, Tunisia
Arch of Septimius Severus: Dougga, Tunisia
Triumphal Arch of the Tetrarchy: Tunisia
SOURCES:
- https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Roman_triumphal_arches
- facebook.com
- gemini.google.ai
- https://aroundus.com/p/7393165-arch-of-carpentras
- https://aroundus.com/p/10435626-arch-of-glanum
- https://www.historyhit.com/locations/arch-of-germanicus/
- https://structurae.net/en/structures/arch-of-augustus-8-susa#:~:text=Table_title:%20Dimensions%20Table_content:%20header:%20%7C%20arch%20height,width%20%7C%2013.03%20m:%2011.93%20m%20%7C
- https://www.italyscapes.com/places/veneto/verona/ancient-monuments/arco-dei-gavi/#:~:text=ARCHITECTURE,resting%20on%20two%20Corinthian%20pillars.
- https://www.facebook.com/groups/547381242515105/posts/1612246909361861/
- https://www.catalunya.com/en/continguts/patrimoni-cultural/bera-arch-17-16003-11#:~:text=Ber%C3%A0%20arch,and%2012%20metres%20in%20length.
- https://makedonia-alexandros.blogspot.com/2020/03/triumphal-arch-south-of-cilician-gates.html#:~:text=The%20picture%20published%20recently%20by,)%20%E2%80%93%20an%20impressive%20landmark%20anyway.
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