#empatia — Public Fediverse posts
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📰 "Cero empatía": activista de la discapacidad acusa uso malintencionado de estacionamiento en un mall
🔗 https://www.biobiochile.cl/noticias/nacional/region-metropolitana/2026/09/04/cero-empatia-activista-de-la-discapacidad-acusa-uso-malintencionado-en-estacionamiento-en-un-mall.shtml -
✦ Hay problemas que duelen más cuando los demás no los consideran problemas.
Porque bastante tienes ya con lo que llevas encima como para que alguien te diga «eso no es para tanto», «yo no le daría importancia» o «hay gente con problemas de verdad».
Como si existiera una clasificación oficial del sufrimiento y alguien hubiera decidido que lo tuyo no merece pasar el corte.Lo curioso es que muchas veces no necesitas que te solucionen nada.
Solo necesitas que alguien entienda que para ti aquello está siendo difícil.
Punto.Cada persona tiene sus propios límites, sus miedos y sus mierdas.
Lo que a uno le resbala a otro puede dejarlo hecho polvo.
Y no, eso no significa que sea débil.
Significa que somos personas y no venimos todos con el mismo manual de instrucciones.A veces lo que más necesitas escuchar no es «no pasa nada», sino «entiendo que para ti sí pasa».
Y cambia bastante la cosa.✧・゚: ✧・゚: ───── :・゚✧:・゚✧
#psicologiacotidiana #reflexiones #emociones #empatia #saludmental #vidacotidiana #personas #sentimientos #comprender #realidad
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:BlobAngrySigh: Hay problemas que duelen más cuando los demás no los consideran problemas.
Porque bastante tienes ya con lo que llevas encima como para que alguien te diga «eso no es para tanto», «yo no le daría importancia» o «hay gente con problemas de verdad».
Como si existiera una clasificación oficial del sufrimiento y alguien hubiera decidido que lo tuyo no merece pasar el corte.Lo curioso es que muchas veces no necesitas que te solucionen nada.
Solo necesitas que alguien entienda que para ti aquello está siendo difícil.
Punto.Cada persona tiene sus propios límites, sus miedos y sus mierdas.
Lo que a uno le resbala a otro puede dejarlo hecho polvo.
Y no, eso no significa que sea débil.
Significa que somos personas y no venimos todos con el mismo manual de instrucciones.A veces lo que más necesitas escuchar no es «no pasa nada», sino «entiendo que para ti sí pasa».
Y cambia bastante la cosa.✧・゚: ✧・゚: ───── :・゚✧:・゚✧
#psicologiacotidiana #reflexiones #emociones #empatía #saludmental #vidacotidiana #personas #sentimientos #comprender #realidad
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Giornata Internazionale del Perdono
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in un semplice gesto: perdonare. È come aprire le finestre dopo giorni di pioggia e lasciare entrare il sole. Non a caso, esiste una giornata dedicata proprio a questo:
la Giornata Internazionale del Perdono.
Un piccolo, grande appuntamento con il cuore… e con noi stessi.
Ma da dove arriva questa ricorrenza così dolce, eppure così potente?
🌱 Un’idea nata dal cuore
La Giornata Internazionale del Perdono nacque nel 1996 su iniziativa della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA), organizzazione non profit fondata dall’avvocato e mediatore californiano Robert W. Plath. L’obiettivo era creare una giornata dedicata alla diffusione del perdono come strumento di riconciliazione, benessere personale e costruzione della pace. Con il passare degli anni, la ricorrenza si è diffusa in numerosi Paesi, pur non essendo una celebrazione ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite.
- Robert W. Plath, avvocato e mediatore californiano, è riconosciuto come il fondatore della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA).
- La WFA è un’organizzazione non profit nata con lo scopo di diffondere la cultura del perdono attraverso programmi educativi, eventi e campagne di sensibilizzazione.
- La WFA promosse e organizzò la prima International Forgiveness Day, celebrata la prima domenica di agosto a partire dal 1996.
Plath era convinto che il perdono non fosse un segno di debolezza, ma una forza capace di trasformare le persone, migliorare le relazioni e contribuire a costruire una società più pacifica.
🗓 La prima volta… e la data scelta
La prima celebrazione ufficiale della Giornata del Perdono si è tenuta nel 1996. Da allora, il mondo ha iniziato a parlarne sempre di più, tanto che questa giornata è stata inserita tra le ricorrenze internazionali più “sentite” dai promotori della cultura della pace.
La data assegnata? La prima domenica di agosto di ogni anno.
Perché proprio quel giorno? Perché è piena estate, stagione simbolo di rinascita, leggerezza e apertura. Il caldo invita a uscire, a stare insieme, a lasciar andare. E cosa c’è di più liberatorio che perdonare – o perdonarsi – quando tutto attorno profuma di vacanze e spensieratezza?
✨ Perché il perdono merita una giornata tutta sua?
Perdonare non è dimenticare. Non è giustificare. È un regalo che si fa a sé stessi, prima di tutto. È come svuotare la borsa dal superfluo, quella che ci portiamo ovunque piena di risentimenti, rimpianti, parole non dette.
Il perdono non cambia il passato, ma può decisamente alleggerire il presente e migliorare il futuro.
Curiosità chic: Sapevate che esistono persino laboratori del perdono in alcune scuole americane e nei centri di meditazione? E che nei Paesi nordici il perdono viene insegnato ai bambini fin dalla scuola materna come strumento di empatia?
☀️ E nel 2026?
La Giornata Internazionale del Perdono (International Forgiveness Day) è oggi domenica 2 agosto.
Un’occasione perfetta per lasciar andare vecchi rancori, scrivere una lettera che non manderete mai (ma che farà bene al cuore), o semplicemente fare pace… con se stessi.
Magari proprio davanti a un cappuccino, guardando fuori dalla finestra e pensando:
Oggi scelgo la leggerezza. Oggi scelgo il perdono.
Perché alla fine, il perdono è un atto chic. Raffinato. Elegante come chi sa sorridere anche quando la vita si mette di traverso.
E voi? Avete già scelto chi – o cosa – perdonare quest’anno?Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI
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Giornata Mondiale dell’Ascolto
La Giornata Mondiale dell’Ascolto è una di quelle ricorrenze che sembrano semplici, ma in realtà aprono universi: suoni, silenzi, rumori che raccontano storie, città che respirano, persone che si rivelano. È la festa delle orecchie, ma anche del cuore.
Dal 2010, grazie al World Listening Project, il 18 luglio è dedicato a celebrare l’arte dell’ascolto in tutte le sue forme: ambientale, sociale, emotiva. Ogni anno un tema diverso invita a riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio sonoro che ci circonda.
🎧 2026: “Echoes of Tomorrow”
Quest’anno il tema è futuristico e poetico: “Echoes of Tomorrow”, un invito a immaginare come i suoni di oggi influenzeranno il mondo di domani. Che traccia sonora stiamo lasciando alle generazioni future? E cosa succede se impariamo ad ascoltare con più attenzione?
Le iniziative del 2026 sono un piccolo concerto globale:
- Milano inaugura la prima Sound Marathon: 12 ore di ascolti guidati tra parchi, tram, mercati e cortili nascosti.
- A Londra, eco‑artisti registrano “le voci delle piante” con sensori bioacustici.
- In Canada, nasce Ear to the Future, una mappa sonora mondiale costruita dalle registrazioni inviate dagli ascoltatori.
- In Giappone, alcune aziende introducono la “pausa di ascolto consapevole”: cinque minuti di silenzio prima delle riunioni. Pare funzioni meglio del caffè.
🔍 Ma perché esistono due date diverse?
Se hai notato che Perfettamente Chic ha già pubblicato un altro articolo sulla Giornata dell’Ascolto il 21 ottobre, non è un errore: esistono due celebrazioni distinte, spesso confuse tra loro.
Ecco la differenza:
- 18 luglio – World Listening Day È la giornata ufficiale del World Listening Project, dedicata al paesaggio sonoro, alla bioacustica, all’ascolto dell’ambiente e alla consapevolezza sonora globale.
- 21 ottobre – World Day of Listening È una ricorrenza più recente, nata da iniziative educative e sociali che promuovono l’ascolto empatico, il dialogo, la comunicazione consapevole e la capacità di “sentire davvero” le persone. Non riguarda i suoni del mondo, ma le relazioni umane.
In pratica:
🎧 luglio ascolta il mondo, 💬 ottobre ascolta le persone.
E sì, esistono anche altre micro‑iniziative locali dedicate all’ascolto (festival, soundwalk day, listening labs), ma le due date principali sono queste.
🎙️ Curiosità chic che arricchiscono la storia
- Il primo World Listening Day del 2010 coinvolse più di 50 città in simultanea.
- Nel 2017 furono registrate le famose “dune che cantano” in Australia.
- Nel 2021 si scoprì che alcune tartarughe marine comunicano con micro‑vibrazioni.
- Nel 2024 Parigi dedicò una mostra ai “suoni perduti” della storia.
🧘♀️ Come partecipare oggi
- Spegni tutto per un minuto e ascolta la tua casa: ha una sinfonia segreta.
- Fai una mini soundwalk nel quartiere.
- Registra un suono che ami e condividilo.
- Oppure… ascolta davvero qualcuno. È rivoluzionario.
🔗 Per approfondire le due anime dell’ascolto
- L’articolo dedicato al World Listening Day (18 luglio): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/07/18/🌍-world-listening-day/
- L’articolo dedicato al World Day of Listening (21 ottobre): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/10/21/world-day-of-listening/
Autore: Lynda Di Natale
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Fonte: web
Immagine: AI -
Giornata Mondiale dell’Ascolto
La Giornata Mondiale dell’Ascolto è una di quelle ricorrenze che sembrano semplici, ma in realtà aprono universi: suoni, silenzi, rumori che raccontano storie, città che respirano, persone che si rivelano. È la festa delle orecchie, ma anche del cuore.
Dal 2010, grazie al World Listening Project, il 18 luglio è dedicato a celebrare l’arte dell’ascolto in tutte le sue forme: ambientale, sociale, emotiva. Ogni anno un tema diverso invita a riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio sonoro che ci circonda.
🎧 2026: “Echoes of Tomorrow”
Quest’anno il tema è futuristico e poetico: “Echoes of Tomorrow”, un invito a immaginare come i suoni di oggi influenzeranno il mondo di domani. Che traccia sonora stiamo lasciando alle generazioni future? E cosa succede se impariamo ad ascoltare con più attenzione?
Le iniziative del 2026 sono un piccolo concerto globale:
- Milano inaugura la prima Sound Marathon: 12 ore di ascolti guidati tra parchi, tram, mercati e cortili nascosti.
- A Londra, eco‑artisti registrano “le voci delle piante” con sensori bioacustici.
- In Canada, nasce Ear to the Future, una mappa sonora mondiale costruita dalle registrazioni inviate dagli ascoltatori.
- In Giappone, alcune aziende introducono la “pausa di ascolto consapevole”: cinque minuti di silenzio prima delle riunioni. Pare funzioni meglio del caffè.
🔍 Ma perché esistono due date diverse?
Se hai notato che Perfettamente Chic ha già pubblicato un altro articolo sulla Giornata dell’Ascolto il 21 ottobre, non è un errore: esistono due celebrazioni distinte, spesso confuse tra loro.
Ecco la differenza:
- 18 luglio – World Listening Day È la giornata ufficiale del World Listening Project, dedicata al paesaggio sonoro, alla bioacustica, all’ascolto dell’ambiente e alla consapevolezza sonora globale.
- 21 ottobre – World Day of Listening È una ricorrenza più recente, nata da iniziative educative e sociali che promuovono l’ascolto empatico, il dialogo, la comunicazione consapevole e la capacità di “sentire davvero” le persone. Non riguarda i suoni del mondo, ma le relazioni umane.
In pratica:
🎧 luglio ascolta il mondo, 💬 ottobre ascolta le persone.
E sì, esistono anche altre micro‑iniziative locali dedicate all’ascolto (festival, soundwalk day, listening labs), ma le due date principali sono queste.
🎙️ Curiosità chic che arricchiscono la storia
- Il primo World Listening Day del 2010 coinvolse più di 50 città in simultanea.
- Nel 2017 furono registrate le famose “dune che cantano” in Australia.
- Nel 2021 si scoprì che alcune tartarughe marine comunicano con micro‑vibrazioni.
- Nel 2024 Parigi dedicò una mostra ai “suoni perduti” della storia.
🧘♀️ Come partecipare oggi
- Spegni tutto per un minuto e ascolta la tua casa: ha una sinfonia segreta.
- Fai una mini soundwalk nel quartiere.
- Registra un suono che ami e condividilo.
- Oppure… ascolta davvero qualcuno. È rivoluzionario.
🔗 Per approfondire le due anime dell’ascolto
- L’articolo dedicato al World Listening Day (18 luglio): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/07/18/🌍-world-listening-day/
- L’articolo dedicato al World Day of Listening (21 ottobre): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/10/21/world-day-of-listening/
Autore: Lynda Di Natale
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Fonte: web
Immagine: AI -
Giornata Mondiale dell’Ascolto
La Giornata Mondiale dell’Ascolto è una di quelle ricorrenze che sembrano semplici, ma in realtà aprono universi: suoni, silenzi, rumori che raccontano storie, città che respirano, persone che si rivelano. È la festa delle orecchie, ma anche del cuore.
Dal 2010, grazie al World Listening Project, il 18 luglio è dedicato a celebrare l’arte dell’ascolto in tutte le sue forme: ambientale, sociale, emotiva. Ogni anno un tema diverso invita a riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio sonoro che ci circonda.
🎧 2026: “Echoes of Tomorrow”
Quest’anno il tema è futuristico e poetico: “Echoes of Tomorrow”, un invito a immaginare come i suoni di oggi influenzeranno il mondo di domani. Che traccia sonora stiamo lasciando alle generazioni future? E cosa succede se impariamo ad ascoltare con più attenzione?
Le iniziative del 2026 sono un piccolo concerto globale:
- Milano inaugura la prima Sound Marathon: 12 ore di ascolti guidati tra parchi, tram, mercati e cortili nascosti.
- A Londra, eco‑artisti registrano “le voci delle piante” con sensori bioacustici.
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🔍 Ma perché esistono due date diverse?
Se hai notato che Perfettamente Chic ha già pubblicato un altro articolo sulla Giornata dell’Ascolto il 21 ottobre, non è un errore: esistono due celebrazioni distinte, spesso confuse tra loro.
Ecco la differenza:
- 18 luglio – World Listening Day È la giornata ufficiale del World Listening Project, dedicata al paesaggio sonoro, alla bioacustica, all’ascolto dell’ambiente e alla consapevolezza sonora globale.
- 21 ottobre – World Day of Listening È una ricorrenza più recente, nata da iniziative educative e sociali che promuovono l’ascolto empatico, il dialogo, la comunicazione consapevole e la capacità di “sentire davvero” le persone. Non riguarda i suoni del mondo, ma le relazioni umane.
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🧘♀️ Come partecipare oggi
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Autore: Lynda Di Natale
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Fonte: web
Immagine: AI -
Giornata Mondiale dell’Ascolto
La Giornata Mondiale dell’Ascolto è una di quelle ricorrenze che sembrano semplici, ma in realtà aprono universi: suoni, silenzi, rumori che raccontano storie, città che respirano, persone che si rivelano. È la festa delle orecchie, ma anche del cuore.
Dal 2010, grazie al World Listening Project, il 18 luglio è dedicato a celebrare l’arte dell’ascolto in tutte le sue forme: ambientale, sociale, emotiva. Ogni anno un tema diverso invita a riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio sonoro che ci circonda.
🎧 2026: “Echoes of Tomorrow”
Quest’anno il tema è futuristico e poetico: “Echoes of Tomorrow”, un invito a immaginare come i suoni di oggi influenzeranno il mondo di domani. Che traccia sonora stiamo lasciando alle generazioni future? E cosa succede se impariamo ad ascoltare con più attenzione?
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- Milano inaugura la prima Sound Marathon: 12 ore di ascolti guidati tra parchi, tram, mercati e cortili nascosti.
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Se hai notato che Perfettamente Chic ha già pubblicato un altro articolo sulla Giornata dell’Ascolto il 21 ottobre, non è un errore: esistono due celebrazioni distinte, spesso confuse tra loro.
Ecco la differenza:
- 18 luglio – World Listening Day È la giornata ufficiale del World Listening Project, dedicata al paesaggio sonoro, alla bioacustica, all’ascolto dell’ambiente e alla consapevolezza sonora globale.
- 21 ottobre – World Day of Listening È una ricorrenza più recente, nata da iniziative educative e sociali che promuovono l’ascolto empatico, il dialogo, la comunicazione consapevole e la capacità di “sentire davvero” le persone. Non riguarda i suoni del mondo, ma le relazioni umane.
In pratica:
🎧 luglio ascolta il mondo, 💬 ottobre ascolta le persone.
E sì, esistono anche altre micro‑iniziative locali dedicate all’ascolto (festival, soundwalk day, listening labs), ma le due date principali sono queste.
🎙️ Curiosità chic che arricchiscono la storia
- Il primo World Listening Day del 2010 coinvolse più di 50 città in simultanea.
- Nel 2017 furono registrate le famose “dune che cantano” in Australia.
- Nel 2021 si scoprì che alcune tartarughe marine comunicano con micro‑vibrazioni.
- Nel 2024 Parigi dedicò una mostra ai “suoni perduti” della storia.
🧘♀️ Come partecipare oggi
- Spegni tutto per un minuto e ascolta la tua casa: ha una sinfonia segreta.
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🔗 Per approfondire le due anime dell’ascolto
- L’articolo dedicato al World Listening Day (18 luglio): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/07/18/🌍-world-listening-day/
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Autore: Lynda Di Natale
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Immagine: AI -
Giornata Mondiale dell’Ascolto
La Giornata Mondiale dell’Ascolto è una di quelle ricorrenze che sembrano semplici, ma in realtà aprono universi: suoni, silenzi, rumori che raccontano storie, città che respirano, persone che si rivelano. È la festa delle orecchie, ma anche del cuore.
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🎧 2026: “Echoes of Tomorrow”
Quest’anno il tema è futuristico e poetico: “Echoes of Tomorrow”, un invito a immaginare come i suoni di oggi influenzeranno il mondo di domani. Che traccia sonora stiamo lasciando alle generazioni future? E cosa succede se impariamo ad ascoltare con più attenzione?
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- Milano inaugura la prima Sound Marathon: 12 ore di ascolti guidati tra parchi, tram, mercati e cortili nascosti.
- A Londra, eco‑artisti registrano “le voci delle piante” con sensori bioacustici.
- In Canada, nasce Ear to the Future, una mappa sonora mondiale costruita dalle registrazioni inviate dagli ascoltatori.
- In Giappone, alcune aziende introducono la “pausa di ascolto consapevole”: cinque minuti di silenzio prima delle riunioni. Pare funzioni meglio del caffè.
🔍 Ma perché esistono due date diverse?
Se hai notato che Perfettamente Chic ha già pubblicato un altro articolo sulla Giornata dell’Ascolto il 21 ottobre, non è un errore: esistono due celebrazioni distinte, spesso confuse tra loro.
Ecco la differenza:
- 18 luglio – World Listening Day È la giornata ufficiale del World Listening Project, dedicata al paesaggio sonoro, alla bioacustica, all’ascolto dell’ambiente e alla consapevolezza sonora globale.
- 21 ottobre – World Day of Listening È una ricorrenza più recente, nata da iniziative educative e sociali che promuovono l’ascolto empatico, il dialogo, la comunicazione consapevole e la capacità di “sentire davvero” le persone. Non riguarda i suoni del mondo, ma le relazioni umane.
In pratica:
🎧 luglio ascolta il mondo, 💬 ottobre ascolta le persone.
E sì, esistono anche altre micro‑iniziative locali dedicate all’ascolto (festival, soundwalk day, listening labs), ma le due date principali sono queste.
🎙️ Curiosità chic che arricchiscono la storia
- Il primo World Listening Day del 2010 coinvolse più di 50 città in simultanea.
- Nel 2017 furono registrate le famose “dune che cantano” in Australia.
- Nel 2021 si scoprì che alcune tartarughe marine comunicano con micro‑vibrazioni.
- Nel 2024 Parigi dedicò una mostra ai “suoni perduti” della storia.
🧘♀️ Come partecipare oggi
- Spegni tutto per un minuto e ascolta la tua casa: ha una sinfonia segreta.
- Fai una mini soundwalk nel quartiere.
- Registra un suono che ami e condividilo.
- Oppure… ascolta davvero qualcuno. È rivoluzionario.
🔗 Per approfondire le due anime dell’ascolto
- L’articolo dedicato al World Listening Day (18 luglio): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/07/18/🌍-world-listening-day/
- L’articolo dedicato al World Day of Listening (21 ottobre): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/10/21/world-day-of-listening/
Autore: Lynda Di Natale
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Fonte: web
Immagine: AI -
La diferencia no está en el esfuerzo. Está en el conocimiento. En la empatía. En querer hacerlo bien.
Este episodio te lo muestra todo, con ejemplos reales y situaciones concretas.
Dale play. Aprende. Ponlo en práctica. Y conviértete en parte del cambio.
https://youtu.be/fykT_Lri-pM
#VerConOtrosOjos #LoQueDebesSaber #DiscapacidadVisual #GuineaEcuatorial #Inclusión #ComoAyudarBien #Empatía (3/3) -
La evolución de la Zoociedad
Hoy quisimos salir a almorzar a un restaurante casero. La comida estaba muy buena. De esas que todavía saben a cocina de verdad y no a una receta industrial.
Pero terminé mirando más a las personas que al plato.
Eso siempre me pasa.
No salgo únicamente a comer. Salgo a observar. A fotografiar desconocidos. A intentar entender esta cosa que llamamos sociedad y que, hace tiempo, decidí llamar Zoociedad.
En una mesa había una señora mayor. Almorzaba mientras hablaba con alguien. Su mesa estaba vacía.
No estaba completamente sola.
Pero la escena me dejó pensando.
No en ella.
En mí.
Porque yo también almuerzo solo muchas veces. También entro a un café con mi cámara, me siento en silencio y observo cómo transcurre la vida de personas cuyos nombres jamás conoceré.
La diferencia es que todavía no llego a la vejez.
Y entonces apareció una pregunta incómoda.
¿Cuándo fue la última vez que le dijiste a un desconocido: “¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?”
La pregunta incomoda.
Suena extraña.
Hasta peligrosa.
La Zoociedad nos enseñó que un desconocido es un posible ladrón, un estafador, alguien con malas intenciones o, simplemente, una persona a la que no debemos dirigirle la palabra.
Compartimos ascensores sin saludarnos.
Esperamos en la misma fila sin cruzar una mirada.
Viajamos hombro con hombro mirando una pantalla.
Almorzamos separados por un metro de distancia y por kilómetros de silencio.
Mientras observaba a aquella señora pensé, por un instante, en acercarme.
Preguntarle si podía sentarme.
Conversar un rato.
Compartir el almuerzo con alguien a quien probablemente nunca volvería a ver.
No lo hice.
Me ganó la costumbre.
Esa norma invisible que nadie escribió, pero que todos obedecemos.
La de no invadir.
La de no hablar.
La de no acercarse.
No sé si aquella señora necesitaba compañía.
No sé si habría aceptado.
No sé absolutamente nada de su vida.
Quizá estaba feliz hablando con alguien.
Quizá esperaba a un familiar.
Quizá simplemente disfrutaba ese momento.
No tengo derecho a escribir su historia.
Pero sí puedo escribir la mía.
Y la mía dice que tuve miedo de hacer una pregunta tan sencilla como humana.
Entonces pensé en eso que llamamos evolución.
Nos enseñaron que evolucionar era construir ciudades, inventar internet, crear inteligencia artificial, fabricar teléfonos capaces de hacer millones de operaciones por segundo.
Todo parece avanzar.
Menos nosotros.
Construimos algoritmos capaces de anticipar qué compraremos mañana, pero seguimos sin entender qué siente quien está sentado a un metro de distancia.
Podemos hablar por videollamada con alguien al otro lado del planeta mientras ignoramos a quien comparte el mismo restaurante.
Nunca habíamos estado tan conectados.
Nunca habíamos estado tan encapsulados.
Antes la evolución consistía en aprender a convivir.
Hoy parece consistir en optimizar.
Optimizar el tiempo.
Optimizar la productividad.
Optimizar el cuerpo.
Optimizar el contenido.
Optimizar la atención.
Todo debe ser eficiente.
Incluso las relaciones.
Si alguien deja de entretenernos, deslizamos el dedo.
Si una conversación tarda demasiado, desbloqueamos el celular.
Si una persona envejece, muchas veces deja de existir para la mirada de los demás.
La Zoociedad no siempre es cruel.
Muchas veces solo es indiferente.
Y la indiferencia tiene una capacidad extraordinaria: convierte lo extraordinario en rutina.
Una señora almorzando con una mesa vacía.
Un vigilante que nadie saluda.
Un barrendero limpiando la basura ajena.
Un vendedor ambulante caminando kilómetros.
Un domiciliario comiendo de pie entre un pedido y otro.
Los vemos todos los días.
Precisamente por eso dejamos de verlos.
Quizá la evolución nunca consistió en crear máquinas más inteligentes.
Quizá consistía en no olvidar cómo acercarse a otro ser humano.
Porque resulta curioso que una especie capaz de enviar sondas al espacio considere extraño sentarse a compartir una mesa con un desconocido.
Tal vez esa sea la verdadera paradoja de la Zoociedad.
Somos expertos en conectar dispositivos.
Pero cada vez nos cuesta más conectar personas.
Salí de ese restaurante pensando que la fotografía no había sido de aquella señora.
La fotografía había sido para mí.
Fue un espejo.
Un recordatorio de que la soledad no empieza con las canas.
Empieza el día en que dejamos de hablar con quien no conocemos.
Empieza cuando la prudencia se convierte en indiferencia.
Empieza cuando creemos que cada mesa debe ser una isla.
Quizá por eso sigo saliendo con una cámara a mirar desconocidos.
No busco la fotografía perfecta.
Busco preguntas.
Busco esos instantes que nadie publica porque no generan likes, pero que dicen más sobre nosotros que cualquier tendencia del día.
Vivimos rodeados de smartphones, Smart TV, relojes inteligentes, asistentes de hogar, neveras inteligentes, aspiradoras inteligentes y quién sabe cuántas smartpollas en vinagre más.
Todo parece ser inteligente.
Las casas.
Los carros.
Los electrodomésticos.
Los algoritmos.
Las máquinas.
Menos nosotros cuando se trata de hacer algo tan simple como mirar a otro ser humano y decirle:
”¿Le puedo acompañar el almuerzo?”
Será que soy un modelo obsoleto.
Uno de esos humanos versión antigua.
Cansado.
Fuera de serie.
Convencido de que compartir una mesa todavía vale más que compartir un enlace.
Quizá algún día sea yo quien esté sentado allí.
Almorzando solo.
Hablando con alguien.
O simplemente mirando por la ventana.
Y quizá otro desconocido, con una cámara en las manos, imagine mi historia desde la mesa de enfrente.
Probablemente se equivoque.
Como probablemente también me equivoqué yo.
Porque una fotografía nunca alcanza para explicar una vida.
Pero sí puede recordarnos una pregunta que casi nadie se atreve a hacer:
¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?
Quizá la evolución de una sociedad no se mida por la velocidad de sus procesadores ni por la inteligencia de sus algoritmos.
Quizá se mida por la naturalidad con la que un desconocido puede compartir una mesa sin que eso parezca un acto extraordinario.
Porque el verdadero progreso no será el día en que inventemos un asistente más inteligente.
Será el día en que dejemos de necesitar un dispositivo para recordar que, antes que usuarios, consumidores o perfiles, seguimos siendo personas.
@elmandelacamara
#adultosMayores #aislamientoSocial #algoritmos #blogPersonal #Bogotá #Cali #Caliwood #cámara #ciudad #Colombia #comportamientoHumano #conexiónHumana #culturaDigital #desconocidos #dignidad #elmandelacamara #empatía #Ensayo #ensayoFotográfico #experiencias #filosofíaCotidiana #fotografíaCallejera #fotografíaDocumental #humanidad #inteligenciaArtificial #invisibles #modernidad #observaciónSocial #observadorUrbano #operadorDeCámara #progreso #redes #Reflexión #relacionesHumanas #restaurantes #smartphones #Sociedad #soledad #streetPhotography #Tecnología #vejez #VidaCotidiana #Zoociedad
Operario de cámara. Observador de la Zoociedad. Cansado, obsoleto y fuera del rebaño. -
La evolución de la Zoociedad
Hoy quisimos salir a almorzar a un restaurante casero. La comida estaba muy buena. De esas que todavía saben a cocina de verdad y no a una receta industrial.
Pero terminé mirando más a las personas que al plato.
Eso siempre me pasa.
No salgo únicamente a comer. Salgo a observar. A fotografiar desconocidos. A intentar entender esta cosa que llamamos sociedad y que, hace tiempo, decidí llamar Zoociedad.
En una mesa había una señora mayor. Almorzaba mientras hablaba con alguien. Su mesa estaba vacía.
No estaba completamente sola.
Pero la escena me dejó pensando.
No en ella.
En mí.
Porque yo también almuerzo solo muchas veces. También entro a un café con mi cámara, me siento en silencio y observo cómo transcurre la vida de personas cuyos nombres jamás conoceré.
La diferencia es que todavía no llego a la vejez.
Y entonces apareció una pregunta incómoda.
¿Cuándo fue la última vez que le dijiste a un desconocido: “¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?”
La pregunta incomoda.
Suena extraña.
Hasta peligrosa.
La Zoociedad nos enseñó que un desconocido es un posible ladrón, un estafador, alguien con malas intenciones o, simplemente, una persona a la que no debemos dirigirle la palabra.
Compartimos ascensores sin saludarnos.
Esperamos en la misma fila sin cruzar una mirada.
Viajamos hombro con hombro mirando una pantalla.
Almorzamos separados por un metro de distancia y por kilómetros de silencio.
Mientras observaba a aquella señora pensé, por un instante, en acercarme.
Preguntarle si podía sentarme.
Conversar un rato.
Compartir el almuerzo con alguien a quien probablemente nunca volvería a ver.
No lo hice.
Me ganó la costumbre.
Esa norma invisible que nadie escribió, pero que todos obedecemos.
La de no invadir.
La de no hablar.
La de no acercarse.
No sé si aquella señora necesitaba compañía.
No sé si habría aceptado.
No sé absolutamente nada de su vida.
Quizá estaba feliz hablando con alguien.
Quizá esperaba a un familiar.
Quizá simplemente disfrutaba ese momento.
No tengo derecho a escribir su historia.
Pero sí puedo escribir la mía.
Y la mía dice que tuve miedo de hacer una pregunta tan sencilla como humana.
Entonces pensé en eso que llamamos evolución.
Nos enseñaron que evolucionar era construir ciudades, inventar internet, crear inteligencia artificial, fabricar teléfonos capaces de hacer millones de operaciones por segundo.
Todo parece avanzar.
Menos nosotros.
Construimos algoritmos capaces de anticipar qué compraremos mañana, pero seguimos sin entender qué siente quien está sentado a un metro de distancia.
Podemos hablar por videollamada con alguien al otro lado del planeta mientras ignoramos a quien comparte el mismo restaurante.
Nunca habíamos estado tan conectados.
Nunca habíamos estado tan encapsulados.
Antes la evolución consistía en aprender a convivir.
Hoy parece consistir en optimizar.
Optimizar el tiempo.
Optimizar la productividad.
Optimizar el cuerpo.
Optimizar el contenido.
Optimizar la atención.
Todo debe ser eficiente.
Incluso las relaciones.
Si alguien deja de entretenernos, deslizamos el dedo.
Si una conversación tarda demasiado, desbloqueamos el celular.
Si una persona envejece, muchas veces deja de existir para la mirada de los demás.
La Zoociedad no siempre es cruel.
Muchas veces solo es indiferente.
Y la indiferencia tiene una capacidad extraordinaria: convierte lo extraordinario en rutina.
Una señora almorzando con una mesa vacía.
Un vigilante que nadie saluda.
Un barrendero limpiando la basura ajena.
Un vendedor ambulante caminando kilómetros.
Un domiciliario comiendo de pie entre un pedido y otro.
Los vemos todos los días.
Precisamente por eso dejamos de verlos.
Quizá la evolución nunca consistió en crear máquinas más inteligentes.
Quizá consistía en no olvidar cómo acercarse a otro ser humano.
Porque resulta curioso que una especie capaz de enviar sondas al espacio considere extraño sentarse a compartir una mesa con un desconocido.
Tal vez esa sea la verdadera paradoja de la Zoociedad.
Somos expertos en conectar dispositivos.
Pero cada vez nos cuesta más conectar personas.
Salí de ese restaurante pensando que la fotografía no había sido de aquella señora.
La fotografía había sido para mí.
Fue un espejo.
Un recordatorio de que la soledad no empieza con las canas.
Empieza el día en que dejamos de hablar con quien no conocemos.
Empieza cuando la prudencia se convierte en indiferencia.
Empieza cuando creemos que cada mesa debe ser una isla.
Quizá por eso sigo saliendo con una cámara a mirar desconocidos.
No busco la fotografía perfecta.
Busco preguntas.
Busco esos instantes que nadie publica porque no generan likes, pero que dicen más sobre nosotros que cualquier tendencia del día.
Vivimos rodeados de smartphones, Smart TV, relojes inteligentes, asistentes de hogar, neveras inteligentes, aspiradoras inteligentes y quién sabe cuántas smartpollas en vinagre más.
Todo parece ser inteligente.
Las casas.
Los carros.
Los electrodomésticos.
Los algoritmos.
Las máquinas.
Menos nosotros cuando se trata de hacer algo tan simple como mirar a otro ser humano y decirle:
”¿Le puedo acompañar el almuerzo?”
Será que soy un modelo obsoleto.
Uno de esos humanos versión antigua.
Cansado.
Fuera de serie.
Convencido de que compartir una mesa todavía vale más que compartir un enlace.
Quizá algún día sea yo quien esté sentado allí.
Almorzando solo.
Hablando con alguien.
O simplemente mirando por la ventana.
Y quizá otro desconocido, con una cámara en las manos, imagine mi historia desde la mesa de enfrente.
Probablemente se equivoque.
Como probablemente también me equivoqué yo.
Porque una fotografía nunca alcanza para explicar una vida.
Pero sí puede recordarnos una pregunta que casi nadie se atreve a hacer:
¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?
Quizá la evolución de una sociedad no se mida por la velocidad de sus procesadores ni por la inteligencia de sus algoritmos.
Quizá se mida por la naturalidad con la que un desconocido puede compartir una mesa sin que eso parezca un acto extraordinario.
Porque el verdadero progreso no será el día en que inventemos un asistente más inteligente.
Será el día en que dejemos de necesitar un dispositivo para recordar que, antes que usuarios, consumidores o perfiles, seguimos siendo personas.
@elmandelacamara
#adultosMayores #aislamientoSocial #algoritmos #blogPersonal #Bogotá #Cali #Caliwood #cámara #ciudad #Colombia #comportamientoHumano #conexiónHumana #culturaDigital #desconocidos #dignidad #elmandelacamara #empatía #Ensayo #ensayoFotográfico #experiencias #filosofíaCotidiana #fotografíaCallejera #fotografíaDocumental #humanidad #inteligenciaArtificial #invisibles #modernidad #observaciónSocial #observadorUrbano #operadorDeCámara #progreso #redes #Reflexión #relacionesHumanas #restaurantes #smartphones #Sociedad #soledad #streetPhotography #Tecnología #vejez #VidaCotidiana #Zoociedad
Operario de cámara. Observador de la Zoociedad. Cansado, obsoleto y fuera del rebaño. -
La evolución de la Zoociedad
Hoy quisimos salir a almorzar a un restaurante casero. La comida estaba muy buena. De esas que todavía saben a cocina de verdad y no a una receta industrial.
Pero terminé mirando más a las personas que al plato.
Eso siempre me pasa.
No salgo únicamente a comer. Salgo a observar. A fotografiar desconocidos. A intentar entender esta cosa que llamamos sociedad y que, hace tiempo, decidí llamar Zoociedad.
En una mesa había una señora mayor. Almorzaba mientras hablaba con alguien. Su mesa estaba vacía.
No estaba completamente sola.
Pero la escena me dejó pensando.
No en ella.
En mí.
Porque yo también almuerzo solo muchas veces. También entro a un café con mi cámara, me siento en silencio y observo cómo transcurre la vida de personas cuyos nombres jamás conoceré.
La diferencia es que todavía no llego a la vejez.
Y entonces apareció una pregunta incómoda.
¿Cuándo fue la última vez que le dijiste a un desconocido: “¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?”
La pregunta incomoda.
Suena extraña.
Hasta peligrosa.
La Zoociedad nos enseñó que un desconocido es un posible ladrón, un estafador, alguien con malas intenciones o, simplemente, una persona a la que no debemos dirigirle la palabra.
Compartimos ascensores sin saludarnos.
Esperamos en la misma fila sin cruzar una mirada.
Viajamos hombro con hombro mirando una pantalla.
Almorzamos separados por un metro de distancia y por kilómetros de silencio.
Mientras observaba a aquella señora pensé, por un instante, en acercarme.
Preguntarle si podía sentarme.
Conversar un rato.
Compartir el almuerzo con alguien a quien probablemente nunca volvería a ver.
No lo hice.
Me ganó la costumbre.
Esa norma invisible que nadie escribió, pero que todos obedecemos.
La de no invadir.
La de no hablar.
La de no acercarse.
No sé si aquella señora necesitaba compañía.
No sé si habría aceptado.
No sé absolutamente nada de su vida.
Quizá estaba feliz hablando con alguien.
Quizá esperaba a un familiar.
Quizá simplemente disfrutaba ese momento.
No tengo derecho a escribir su historia.
Pero sí puedo escribir la mía.
Y la mía dice que tuve miedo de hacer una pregunta tan sencilla como humana.
Entonces pensé en eso que llamamos evolución.
Nos enseñaron que evolucionar era construir ciudades, inventar internet, crear inteligencia artificial, fabricar teléfonos capaces de hacer millones de operaciones por segundo.
Todo parece avanzar.
Menos nosotros.
Construimos algoritmos capaces de anticipar qué compraremos mañana, pero seguimos sin entender qué siente quien está sentado a un metro de distancia.
Podemos hablar por videollamada con alguien al otro lado del planeta mientras ignoramos a quien comparte el mismo restaurante.
Nunca habíamos estado tan conectados.
Nunca habíamos estado tan encapsulados.
Antes la evolución consistía en aprender a convivir.
Hoy parece consistir en optimizar.
Optimizar el tiempo.
Optimizar la productividad.
Optimizar el cuerpo.
Optimizar el contenido.
Optimizar la atención.
Todo debe ser eficiente.
Incluso las relaciones.
Si alguien deja de entretenernos, deslizamos el dedo.
Si una conversación tarda demasiado, desbloqueamos el celular.
Si una persona envejece, muchas veces deja de existir para la mirada de los demás.
La Zoociedad no siempre es cruel.
Muchas veces solo es indiferente.
Y la indiferencia tiene una capacidad extraordinaria: convierte lo extraordinario en rutina.
Una señora almorzando con una mesa vacía.
Un vigilante que nadie saluda.
Un barrendero limpiando la basura ajena.
Un vendedor ambulante caminando kilómetros.
Un domiciliario comiendo de pie entre un pedido y otro.
Los vemos todos los días.
Precisamente por eso dejamos de verlos.
Quizá la evolución nunca consistió en crear máquinas más inteligentes.
Quizá consistía en no olvidar cómo acercarse a otro ser humano.
Porque resulta curioso que una especie capaz de enviar sondas al espacio considere extraño sentarse a compartir una mesa con un desconocido.
Tal vez esa sea la verdadera paradoja de la Zoociedad.
Somos expertos en conectar dispositivos.
Pero cada vez nos cuesta más conectar personas.
Salí de ese restaurante pensando que la fotografía no había sido de aquella señora.
La fotografía había sido para mí.
Fue un espejo.
Un recordatorio de que la soledad no empieza con las canas.
Empieza el día en que dejamos de hablar con quien no conocemos.
Empieza cuando la prudencia se convierte en indiferencia.
Empieza cuando creemos que cada mesa debe ser una isla.
Quizá por eso sigo saliendo con una cámara a mirar desconocidos.
No busco la fotografía perfecta.
Busco preguntas.
Busco esos instantes que nadie publica porque no generan likes, pero que dicen más sobre nosotros que cualquier tendencia del día.
Vivimos rodeados de smartphones, Smart TV, relojes inteligentes, asistentes de hogar, neveras inteligentes, aspiradoras inteligentes y quién sabe cuántas smartpollas en vinagre más.
Todo parece ser inteligente.
Las casas.
Los carros.
Los electrodomésticos.
Los algoritmos.
Las máquinas.
Menos nosotros cuando se trata de hacer algo tan simple como mirar a otro ser humano y decirle:
”¿Le puedo acompañar el almuerzo?”
Será que soy un modelo obsoleto.
Uno de esos humanos versión antigua.
Cansado.
Fuera de serie.
Convencido de que compartir una mesa todavía vale más que compartir un enlace.
Quizá algún día sea yo quien esté sentado allí.
Almorzando solo.
Hablando con alguien.
O simplemente mirando por la ventana.
Y quizá otro desconocido, con una cámara en las manos, imagine mi historia desde la mesa de enfrente.
Probablemente se equivoque.
Como probablemente también me equivoqué yo.
Porque una fotografía nunca alcanza para explicar una vida.
Pero sí puede recordarnos una pregunta que casi nadie se atreve a hacer:
¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?
Quizá la evolución de una sociedad no se mida por la velocidad de sus procesadores ni por la inteligencia de sus algoritmos.
Quizá se mida por la naturalidad con la que un desconocido puede compartir una mesa sin que eso parezca un acto extraordinario.
Porque el verdadero progreso no será el día en que inventemos un asistente más inteligente.
Será el día en que dejemos de necesitar un dispositivo para recordar que, antes que usuarios, consumidores o perfiles, seguimos siendo personas.
@elmandelacamara
#adultosMayores #aislamientoSocial #algoritmos #blogPersonal #Bogotá #Cali #Caliwood #cámara #ciudad #Colombia #comportamientoHumano #conexiónHumana #culturaDigital #desconocidos #dignidad #elmandelacamara #empatía #Ensayo #ensayoFotográfico #experiencias #filosofíaCotidiana #fotografíaCallejera #fotografíaDocumental #humanidad #inteligenciaArtificial #invisibles #modernidad #observaciónSocial #observadorUrbano #operadorDeCámara #progreso #redes #Reflexión #relacionesHumanas #restaurantes #smartphones #Sociedad #soledad #streetPhotography #Tecnología #vejez #VidaCotidiana #Zoociedad
Operario de cámara. Observador de la Zoociedad. Cansado, obsoleto y fuera del rebaño. -
La evolución de la Zoociedad
Hoy quisimos salir a almorzar a un restaurante casero. La comida estaba muy buena. De esas que todavía saben a cocina de verdad y no a una receta industrial.
Pero terminé mirando más a las personas que al plato.
Eso siempre me pasa.
No salgo únicamente a comer. Salgo a observar. A fotografiar desconocidos. A intentar entender esta cosa que llamamos sociedad y que, hace tiempo, decidí llamar Zoociedad.
En una mesa había una señora mayor. Almorzaba mientras hablaba con alguien. Su mesa estaba vacía.
No estaba completamente sola.
Pero la escena me dejó pensando.
No en ella.
En mí.
Porque yo también almuerzo solo muchas veces. También entro a un café con mi cámara, me siento en silencio y observo cómo transcurre la vida de personas cuyos nombres jamás conoceré.
La diferencia es que todavía no llego a la vejez.
Y entonces apareció una pregunta incómoda.
¿Cuándo fue la última vez que le dijiste a un desconocido: “¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?”
La pregunta incomoda.
Suena extraña.
Hasta peligrosa.
La Zoociedad nos enseñó que un desconocido es un posible ladrón, un estafador, alguien con malas intenciones o, simplemente, una persona a la que no debemos dirigirle la palabra.
Compartimos ascensores sin saludarnos.
Esperamos en la misma fila sin cruzar una mirada.
Viajamos hombro con hombro mirando una pantalla.
Almorzamos separados por un metro de distancia y por kilómetros de silencio.
Mientras observaba a aquella señora pensé, por un instante, en acercarme.
Preguntarle si podía sentarme.
Conversar un rato.
Compartir el almuerzo con alguien a quien probablemente nunca volvería a ver.
No lo hice.
Me ganó la costumbre.
Esa norma invisible que nadie escribió, pero que todos obedecemos.
La de no invadir.
La de no hablar.
La de no acercarse.
No sé si aquella señora necesitaba compañía.
No sé si habría aceptado.
No sé absolutamente nada de su vida.
Quizá estaba feliz hablando con alguien.
Quizá esperaba a un familiar.
Quizá simplemente disfrutaba ese momento.
No tengo derecho a escribir su historia.
Pero sí puedo escribir la mía.
Y la mía dice que tuve miedo de hacer una pregunta tan sencilla como humana.
Entonces pensé en eso que llamamos evolución.
Nos enseñaron que evolucionar era construir ciudades, inventar internet, crear inteligencia artificial, fabricar teléfonos capaces de hacer millones de operaciones por segundo.
Todo parece avanzar.
Menos nosotros.
Construimos algoritmos capaces de anticipar qué compraremos mañana, pero seguimos sin entender qué siente quien está sentado a un metro de distancia.
Podemos hablar por videollamada con alguien al otro lado del planeta mientras ignoramos a quien comparte el mismo restaurante.
Nunca habíamos estado tan conectados.
Nunca habíamos estado tan encapsulados.
Antes la evolución consistía en aprender a convivir.
Hoy parece consistir en optimizar.
Optimizar el tiempo.
Optimizar la productividad.
Optimizar el cuerpo.
Optimizar el contenido.
Optimizar la atención.
Todo debe ser eficiente.
Incluso las relaciones.
Si alguien deja de entretenernos, deslizamos el dedo.
Si una conversación tarda demasiado, desbloqueamos el celular.
Si una persona envejece, muchas veces deja de existir para la mirada de los demás.
La Zoociedad no siempre es cruel.
Muchas veces solo es indiferente.
Y la indiferencia tiene una capacidad extraordinaria: convierte lo extraordinario en rutina.
Una señora almorzando con una mesa vacía.
Un vigilante que nadie saluda.
Un barrendero limpiando la basura ajena.
Un vendedor ambulante caminando kilómetros.
Un domiciliario comiendo de pie entre un pedido y otro.
Los vemos todos los días.
Precisamente por eso dejamos de verlos.
Quizá la evolución nunca consistió en crear máquinas más inteligentes.
Quizá consistía en no olvidar cómo acercarse a otro ser humano.
Porque resulta curioso que una especie capaz de enviar sondas al espacio considere extraño sentarse a compartir una mesa con un desconocido.
Tal vez esa sea la verdadera paradoja de la Zoociedad.
Somos expertos en conectar dispositivos.
Pero cada vez nos cuesta más conectar personas.
Salí de ese restaurante pensando que la fotografía no había sido de aquella señora.
La fotografía había sido para mí.
Fue un espejo.
Un recordatorio de que la soledad no empieza con las canas.
Empieza el día en que dejamos de hablar con quien no conocemos.
Empieza cuando la prudencia se convierte en indiferencia.
Empieza cuando creemos que cada mesa debe ser una isla.
Quizá por eso sigo saliendo con una cámara a mirar desconocidos.
No busco la fotografía perfecta.
Busco preguntas.
Busco esos instantes que nadie publica porque no generan likes, pero que dicen más sobre nosotros que cualquier tendencia del día.
Vivimos rodeados de smartphones, Smart TV, relojes inteligentes, asistentes de hogar, neveras inteligentes, aspiradoras inteligentes y quién sabe cuántas smartpollas en vinagre más.
Todo parece ser inteligente.
Las casas.
Los carros.
Los electrodomésticos.
Los algoritmos.
Las máquinas.
Menos nosotros cuando se trata de hacer algo tan simple como mirar a otro ser humano y decirle:
”¿Le puedo acompañar el almuerzo?”
Será que soy un modelo obsoleto.
Uno de esos humanos versión antigua.
Cansado.
Fuera de serie.
Convencido de que compartir una mesa todavía vale más que compartir un enlace.
Quizá algún día sea yo quien esté sentado allí.
Almorzando solo.
Hablando con alguien.
O simplemente mirando por la ventana.
Y quizá otro desconocido, con una cámara en las manos, imagine mi historia desde la mesa de enfrente.
Probablemente se equivoque.
Como probablemente también me equivoqué yo.
Porque una fotografía nunca alcanza para explicar una vida.
Pero sí puede recordarnos una pregunta que casi nadie se atreve a hacer:
¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?
Quizá la evolución de una sociedad no se mida por la velocidad de sus procesadores ni por la inteligencia de sus algoritmos.
Quizá se mida por la naturalidad con la que un desconocido puede compartir una mesa sin que eso parezca un acto extraordinario.
Porque el verdadero progreso no será el día en que inventemos un asistente más inteligente.
Será el día en que dejemos de necesitar un dispositivo para recordar que, antes que usuarios, consumidores o perfiles, seguimos siendo personas.
@elmandelacamara
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Operario de cámara. Observador de la Zoociedad. Cansado, obsoleto y fuera del rebaño. -
La evolución de la Zoociedad
Hoy quisimos salir a almorzar a un restaurante casero. La comida estaba muy buena. De esas que todavía saben a cocina de verdad y no a una receta industrial.
Pero terminé mirando más a las personas que al plato.
Eso siempre me pasa.
No salgo únicamente a comer. Salgo a observar. A fotografiar desconocidos. A intentar entender esta cosa que llamamos sociedad y que, hace tiempo, decidí llamar Zoociedad.
En una mesa había una señora mayor. Almorzaba mientras hablaba con alguien. Su mesa estaba vacía.
No estaba completamente sola.
Pero la escena me dejó pensando.
No en ella.
En mí.
Porque yo también almuerzo solo muchas veces. También entro a un café con mi cámara, me siento en silencio y observo cómo transcurre la vida de personas cuyos nombres jamás conoceré.
La diferencia es que todavía no llego a la vejez.
Y entonces apareció una pregunta incómoda.
¿Cuándo fue la última vez que le dijiste a un desconocido: “¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?”
La pregunta incomoda.
Suena extraña.
Hasta peligrosa.
La Zoociedad nos enseñó que un desconocido es un posible ladrón, un estafador, alguien con malas intenciones o, simplemente, una persona a la que no debemos dirigirle la palabra.
Compartimos ascensores sin saludarnos.
Esperamos en la misma fila sin cruzar una mirada.
Viajamos hombro con hombro mirando una pantalla.
Almorzamos separados por un metro de distancia y por kilómetros de silencio.
Mientras observaba a aquella señora pensé, por un instante, en acercarme.
Preguntarle si podía sentarme.
Conversar un rato.
Compartir el almuerzo con alguien a quien probablemente nunca volvería a ver.
No lo hice.
Me ganó la costumbre.
Esa norma invisible que nadie escribió, pero que todos obedecemos.
La de no invadir.
La de no hablar.
La de no acercarse.
No sé si aquella señora necesitaba compañía.
No sé si habría aceptado.
No sé absolutamente nada de su vida.
Quizá estaba feliz hablando con alguien.
Quizá esperaba a un familiar.
Quizá simplemente disfrutaba ese momento.
No tengo derecho a escribir su historia.
Pero sí puedo escribir la mía.
Y la mía dice que tuve miedo de hacer una pregunta tan sencilla como humana.
Entonces pensé en eso que llamamos evolución.
Nos enseñaron que evolucionar era construir ciudades, inventar internet, crear inteligencia artificial, fabricar teléfonos capaces de hacer millones de operaciones por segundo.
Todo parece avanzar.
Menos nosotros.
Construimos algoritmos capaces de anticipar qué compraremos mañana, pero seguimos sin entender qué siente quien está sentado a un metro de distancia.
Podemos hablar por videollamada con alguien al otro lado del planeta mientras ignoramos a quien comparte el mismo restaurante.
Nunca habíamos estado tan conectados.
Nunca habíamos estado tan encapsulados.
Antes la evolución consistía en aprender a convivir.
Hoy parece consistir en optimizar.
Optimizar el tiempo.
Optimizar la productividad.
Optimizar el cuerpo.
Optimizar el contenido.
Optimizar la atención.
Todo debe ser eficiente.
Incluso las relaciones.
Si alguien deja de entretenernos, deslizamos el dedo.
Si una conversación tarda demasiado, desbloqueamos el celular.
Si una persona envejece, muchas veces deja de existir para la mirada de los demás.
La Zoociedad no siempre es cruel.
Muchas veces solo es indiferente.
Y la indiferencia tiene una capacidad extraordinaria: convierte lo extraordinario en rutina.
Una señora almorzando con una mesa vacía.
Un vigilante que nadie saluda.
Un barrendero limpiando la basura ajena.
Un vendedor ambulante caminando kilómetros.
Un domiciliario comiendo de pie entre un pedido y otro.
Los vemos todos los días.
Precisamente por eso dejamos de verlos.
Quizá la evolución nunca consistió en crear máquinas más inteligentes.
Quizá consistía en no olvidar cómo acercarse a otro ser humano.
Porque resulta curioso que una especie capaz de enviar sondas al espacio considere extraño sentarse a compartir una mesa con un desconocido.
Tal vez esa sea la verdadera paradoja de la Zoociedad.
Somos expertos en conectar dispositivos.
Pero cada vez nos cuesta más conectar personas.
Salí de ese restaurante pensando que la fotografía no había sido de aquella señora.
La fotografía había sido para mí.
Fue un espejo.
Un recordatorio de que la soledad no empieza con las canas.
Empieza el día en que dejamos de hablar con quien no conocemos.
Empieza cuando la prudencia se convierte en indiferencia.
Empieza cuando creemos que cada mesa debe ser una isla.
Quizá por eso sigo saliendo con una cámara a mirar desconocidos.
No busco la fotografía perfecta.
Busco preguntas.
Busco esos instantes que nadie publica porque no generan likes, pero que dicen más sobre nosotros que cualquier tendencia del día.
Vivimos rodeados de smartphones, Smart TV, relojes inteligentes, asistentes de hogar, neveras inteligentes, aspiradoras inteligentes y quién sabe cuántas smartpollas en vinagre más.
Todo parece ser inteligente.
Las casas.
Los carros.
Los electrodomésticos.
Los algoritmos.
Las máquinas.
Menos nosotros cuando se trata de hacer algo tan simple como mirar a otro ser humano y decirle:
”¿Le puedo acompañar el almuerzo?”
Será que soy un modelo obsoleto.
Uno de esos humanos versión antigua.
Cansado.
Fuera de serie.
Convencido de que compartir una mesa todavía vale más que compartir un enlace.
Quizá algún día sea yo quien esté sentado allí.
Almorzando solo.
Hablando con alguien.
O simplemente mirando por la ventana.
Y quizá otro desconocido, con una cámara en las manos, imagine mi historia desde la mesa de enfrente.
Probablemente se equivoque.
Como probablemente también me equivoqué yo.
Porque una fotografía nunca alcanza para explicar una vida.
Pero sí puede recordarnos una pregunta que casi nadie se atreve a hacer:
¿Puedo sentarme con usted y acompañarlo mientras almorzamos?
Quizá la evolución de una sociedad no se mida por la velocidad de sus procesadores ni por la inteligencia de sus algoritmos.
Quizá se mida por la naturalidad con la que un desconocido puede compartir una mesa sin que eso parezca un acto extraordinario.
Porque el verdadero progreso no será el día en que inventemos un asistente más inteligente.
Será el día en que dejemos de necesitar un dispositivo para recordar que, antes que usuarios, consumidores o perfiles, seguimos siendo personas.
@elmandelacamara
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Operario de cámara. Observador de la Zoociedad. Cansado, obsoleto y fuera del rebaño. -
:ajolote_bailando: Al final, siempre es más fácil soltar el golpe desde la barrera.
Es curioso cómo nos gusta disfrazar de "opinión" o de "justicia" lo que, en el fondo, no es más que regodearse un poco en el mal ajeno cuando alguien tropieza.
Porque sí, hay quien parece que lleva el botiquín con sal en vez de con antiséptico, esperando a que te caigas para terminar de rematarte.Me revienta esa falta de humanidad disfrazada de franqueza.
Si alguien está en el suelo, lo último que necesita es que alguien venga a darle lecciones de moral o a recordarle lo evidente.
Si la vida te obliga a tocar el daño de otro, se hace con guantes de seda, no con bisturís oxidados.
Pero supongo que eso requiere un nivel de empatía que no todo el mundo tiene instalado en el sistema.Qué sabré yo, igual es que me he vuelto demasiado blanda o que, simplemente, hay gente que prefiere ser protagonista del desastre ajeno antes que mirarse un poco al espejo.
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El último mecenazgo
16 DE JUNIO DE 2026 El último mecenazgoPor: Víctor Manuel Reyes Ferriz
Desde hace varios años, la velocidad con la que el mundo contemporáneo consume contenido modificó mucho más que simples hábitos de entretenimiento; alteró la manera en que las sociedades administran atención, definen valor cultural y procesan el tiempo, derivado de esto, prácticamente cualquier obra artística parece hoy obligada a justificar su existencia mediante impacto comercial acelerado, métricas inmediatas, reproducciones instantáneas o viralidad sostenida, como si la legitimidad de cualquier manifestación intelectual dependiera exclusivamente de su capacidad para convertirse rápidamente en mercancía masiva, bajo esa lógica, toda expresión que exija complejidad narrativa, contemplación, paciencia o silencio empieza lentamente a percibirse como anticuada, elitista o improductiva, situación particularmente peligrosa porque la satisfacción inmediata comenzó a desplazar cualquier experiencia que demande esfuerzo intelectual sostenido; el problema dejó de ser exclusivamente artístico para convertirse lentamente en un fenómeno profundamente civilizatorio.
Resulta particularmente llamativo que todavía existan estructuras culturales capaces de resistirse deliberadamente a esa degradación progresiva de profundidad intelectual. La Feria Internacional del Libro de Guadalajara y el Festival Internacional de Cine de Venecia, representan dos de los últimos grandes bastiones que todavía parecen negarse a convertirse en instituciones patito diseñadas exclusivamente para producir consumo emocionalmente inmediato, fácil y rentable. A primera vista, la comparación entre ambos eventos culturales podría parecer una especie de romanticismo intelectual destinado a confrontar arte “serio” contra entretenimiento comercial; sin embargo, el verdadero hilo conductor entre Guadalajara y Venecia no se encuentra en nostalgia vacía por la llamada alta cultura, sino en la manera en que ambas instituciones todavía intentan proteger experiencias complejas dentro de un ecosistema obsesionado con inmediatez, rentabilidad y velocidad.
Ahí aparece además una diferencia estructural enorme entre ambas industrias porque el cine de autor europeo todavía conserva redes de mecenazgo moderno capaces de sostener proyectos artísticos incluso, cuando éstos no representan negocios particularmente atractivos. El director cinematográfico todavía puede fracasar comercialmente y continuar filmando gracias a circuitos culturales, coproducciones, fondos internacionales o inversionistas privados interesados en prestigio simbólico. Muchas películas que llegan a Venecia saben perfectamente que jamás competirán contra franquicias multimillonarias; empero, siguen existiendo porque todavía sobreviven sectores culturales convencidos de que el arte no puede reducirse exclusivamente a utilidad económica inmediata.
Muchísimo más cruel resulta el panorama que enfrenta actualmente la literatura mexicana. El escritor contemporáneo quedó prácticamente solo frente al mercado y frente a una economía digital diseñada específicamente para destruir concentración sostenida. Mientras el cineasta de autor todavía puede refugiarse detrás de fondos culturales o prestigio institucional, el escritor debe enfrentarse directamente a editoriales financieramente presionadas, lectores fragmentados y plataformas digitales que transformaron atención humana en mercancía instantánea. La literatura empezó a competir no contra otras novelas, sino contra ansiedad digital, gratificación instantánea, reels, series y TikTok. Esa transformación alteró completamente la manera en que se producen y consumen textos contemporáneos, tal es el caso que muchos autores comenzaron lentamente a adaptar estructura, profundidad y ritmo de sus obras a un ecosistema donde cualquier párrafo complejo corre el riesgo de perder lectores acostumbrados a consumir estímulos breves y rápidos.
Ahí aparece además una responsabilidad social particularmente incómoda que muchas veces preferimos ignorar. Resulta demasiado sencillo responsabilizar exclusivamente a editoriales, industrias audiovisuales o plataformas digitales por la degradación cultural contemporánea; empero, como sociedad también comenzamos lentamente a fomentar y normalizar contenidos cada vez más vacíos porque exigen menos esfuerzo intelectual y generan menor incomodidad emocional. Mientras más alejados se encuentran ciertos productos de complejidad narrativa, cuestionamiento intelectual o profundidad artística mayor suele ser su consumo masivo; la razón probablemente resulte mucho más delicada de aceptar: cada vez nos cuesta más sostener atención suficiente para comprender conceptos complejos y, derivado de esto, terminamos buscando experiencias culturales que no nos obliguen a cuestionarnos demasiado para permanecer cómodamente dentro de nuestra propia zona de confort.
La pregunta verdaderamente incómoda entonces resulta inevitable: ¿debemos continuar consumiendo y promoviendo productos cada vez más vacíos únicamente para permanecer cómodos dentro de nuestra zona de confort, o todavía somos capaces de exigir calidad artística aunque ello implique incomodidad, esfuerzo intelectual y paciencia?
“El prestigio artístico sobrevive… aunque los algoritmos quieran destruir la atención humana.”
Precisamente ahí convergen de manera extraordinaria tanto la FIL como el Festival de Cine de Venecia. Ambos espacios funcionan como refugios culturales para quienes todavía desean enfrentarse a experiencias intelectualmente incómodas, profundas y retantes en una época obsesionada con inmediatez emocional. Acudir a ellos ya no debería entenderse únicamente como una actividad cultural o recreativa, sino casi como una obligación intelectual para quienes todavía consideran importante defender espacios donde el pensamiento complejo pueda sobrevivir antes de ser completamente desplazado por la lógica de consumo inmediato.
Enorme resulta, además, el contraste entre la grandeza organizativa de la FIL y la realidad que enfrentan muchísimos escritores mexicanos, es profundamente paradójico que México posea una de las ferias literarias más importantes del planeta mientras mantiene simultáneamente un ecosistema extraordinariamente precario para quienes producen literatura seria. La FIL de Guadalajara no representa una victoria gubernamental; buena parte de su prestigio internacional proviene precisamente de la capacidad organizativa de editoriales, iniciativa privada, patronatos, sociedad civil y universidades capaces de construir una estructura muchísimo más eficiente que gran parte de los aparatos burocráticos latinoamericanos destinados supuestamente a promover cultura.
La sociedad mexicana ha podido alinearse alrededor de proyectos culturales de esta envergadura no por placer ni romanticismo, sino porque alguien debía llenar el vacío de una ausencia gubernamental que renunció hace mucho tiempo a una de sus obligaciones más elementales: culturizar y educar al pueblo que votó por ella. Esa afirmación no constituye un ataque contra México; al contrario, representa una defensa brutal de la capacidad organizativa mexicana cuando logra operar lejos de burocracia improvisada, mediocridad administrativa o propaganda sexenal. La FIL se convirtió en referencia internacional porque entendió algo que muchos proyectos oficiales jamás comprendieron: la cultura no puede construirse mediante campañas pasajeras ni discursos grandilocuentes, sino mediante continuidad institucional, cooperación estructural y visión de largo plazo.
Otro fenómeno particularmente preocupante aparece cuando se analiza la discusión alrededor de los estímulos fiscales dirigidos a creadores y escritores. El discurso oficial suele presumir supuestos apoyos culturales; sin embargo, cuando se revisan cuidadosamente los mecanismos reales, la narrativa gubernamental comienza rápidamente a desmoronarse. La famosa exención del ISR para autores funciona únicamente hasta cierto límite anual (20 UMAs) que resulta prácticamente simbólico frente a niveles de facturación que incluso escritores medianamente posicionados pueden alcanzar; otros mal llamados beneficios, tampoco representan apoyos profundos a la creación intelectual ya que, la tasa cero aplicada a libros busca estimular circulación comercial y consumo, no elevar calidad de lectura ni proteger autores; incluso esquemas como EFIARTES suelen beneficiar proyectos editoriales capaces de navegar complejidad administrativa, no necesariamente escritores independientes obligados a competir dentro de un mercado cultural cada vez más hostil hacia la profundidad narrativa.
Gigantesca resulta la consecuencia cultural derivada de esa diferencia estructural entre cine y literatura. Mientras ciertas cinematografías europeas todavía logran sostener obras densas, lentas o narrativamente incómodas, gran parte del mercado literario comienza progresivamente a privilegiar textos diseñados para consumo emocionalmente accesible, fácilmente compartible y rápido. No se trata de despreciar el entretenimiento comercial ni literatura popular, hacerlo sería profundamente elitista e intelectualmente deshonesto; el verdadero problema aparece cuando las estructuras culturales comienzan a sobrevivir exclusivamente mediante aquello que exige menos atención, menos complejidad y menos tiempo mental.
Una sociedad incapaz de sostener experiencias culturales complejas durante períodos prolongados probablemente también tendrá enormes dificultades para comprender fenómenos económicos, históricos o sociales igualmente complejos. La degradación de atención colectiva termina inevitablemente afectando calidad del pensamiento público y, eventualmente, también deteriora la calidad democrática. Una población acostumbrada exclusivamente a estímulos inmediatos difícilmente desarrollará paciencia suficiente para analizar procesos políticos amplios, interpretar fenómenos históricos complejos o sostener discusiones intelectuales profundas.
Tampoco puede ignorarse otro elemento que vuelve todavía más delicada la situación contemporánea de la literatura: la transformación psicológica del lector moderno. Muchísimas personas ya no se aproximan a un libro buscando complejidad intelectual, sino frases compartibles y validación inmediata capaces de competir contra hiperactividad digital cotidiana. Las propias editoriales comenzaron lentamente a adaptar estrategias comerciales a esa nueva realidad, privilegiando autores con enorme visibilidad en plataformas digitales aunque muchas veces carezcan de verdadera profundidad literaria. Difícilmente podría encontrarse un síntoma más claro de esa transformación que la manera en que numerosos escritores contemporáneos se ven obligados a construir presencia permanente dentro de redes sociales para mantener relevancia comercial, derivado de esto, muchos terminan dedicando más tiempo a mantener visibilidad digital que a desarrollar procesos creativos rigurosos.
Precisamente por eso tanto Guadalajara como Venecia conservan todavía un valor simbólico tan poderoso dentro del escenario internacional contemporáneo porque ambos espacios continúan defendiendo algo profundamente incómodo para la lógica dominante de nuestra época: la posibilidad de que ciertas experiencias humanas requieran dificultad, paciencia y tiempo para adquirir verdadero significado. Recorrer durante horas los pasillos de la FIL o permanecer sentado observando una película narrativamente exigente en Venecia, implica enfrentarse a una temporalidad completamente distinta de aquella impuesta por plataformas digitales donde no existe satisfacción emocional instantánea; en una época obsesionada con rapidez, semejante exigencia ya constituye una forma de resistencia cultural.
Finalmente, quizá el verdadero valor histórico tanto de la Feria Internacional del Libro de Guadalajara como del Festival Internacional de Cine de Venecia no consista únicamente en preservar cine de autor o literatura compleja, sino en recordarle al mundo contemporáneo que todavía existen experiencias humanas incapaces de reducirse exitosamente a métricas rápidas, tendencias virales o rentabilidad instantánea; porque cuando una civilización comienza a perder interés por aquello que exige complejidad, paciencia y silencio intelectual, ¿no empieza también lentamente a perder capacidad para comprenderse a sí misma?
DATO CULTURAL.
Un día como hoy en 1723 nacía en Kirkcaldi, Escocia, el catedrático, conferencista, economista y filósofo graduado de las universidades de Glasgow y Oxford, Adam Smith quien, es considerado como el padre de la economía moderna y que en 1767 publicara el primer gran trabajo de economía política intitulado “Ensayo sobre la riqueza de las naciones”; en 1903 en Detroit, Estados Unidos, Henry Ford junto con otros diez inversionistas, fundan en la avenida Mack, la fábrica automotriz denominada Ford Motors Company; en 1965 en New York, Estados Unidos, se lanza en las operadoras de radio la canción “Like a Rolling Stone” del gran músico Bob Dylan, a pesar de las múltiples insistencias de la industria musical para modificar la duración de la canción que es de 6:34 segundo, y con todo en contra, conseguiría convertirse en un éxito internacional, así como, una canción emblemática para la cultura popular de todos los tiempos.
Espero tus comentarios en el correo [email protected] y recuerda que, en este espacio, las críticas no sólo son bienvenidas, SON NECESARIAS.
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Es una temeridad total.
Jugar a meterse en un mecanismo así, sin saber si el sistema de cierre tiene algún seguro o si te vas a quedar bloqueada sin poder moverte, es rozar el peligro innecesariamente.
La asfixia o el pánico en un espacio cerrado y estrecho no son ninguna broma.Al final, es el combo perfecto de la estupidez moderna: una persona que arriesga su integridad física por una tontería y otros que, en lugar de frenar el peligro, lo fomentan porque quieren el clip para sus redes.
Es un círculo vicioso donde el sentido común ha desaparecido.La falta de luces es compartida por todos los que salen en el vídeo.
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La normalización del absurdo
26 DE MAYO DE 2026 La normalización del absurdoPor: Víctor Manuel Reyes Ferriz
El mundo atraviesa nuevamente una etapa de reconfiguración ideológica cuya magnitud todavía no termina de dimensionarse por completo, porque aunque gran parte de la conversación pública continúa reduciendo los acontecimientos internacionales a disputas locales, elecciones nacionales o confrontaciones partidistas aisladas, lo cierto es que detrás de muchos de los movimientos políticos actuales comienza a consolidarse un proceso mucho más profundo relacionado con la reorganización de bloques narrativos, intereses estratégicos y posicionamientos ideológicos que progresivamente vuelven a dividir al escenario internacional bajo una lógica de alineamientos cada vez menos disimulados, por ello, las tensiones contemporáneas ya no pueden interpretarse únicamente desde la óptica tradicional de la diplomacia o la cooperación económica, sino también desde la construcción de discursos globales que intentan definir qué modelo económico, político y social debe prevalecer en los próximos años, particularmente en un contexto donde las democracias occidentales enfrentan niveles crecientes de polarización interna mientras potencias como China y Rusia impulsan esquemas alternativos de influencia política, militar y tecnológica capaces de alterar el equilibrio internacional construido tras el fin de la Guerra Fría.
Bajo esta lógica, resulta cada vez más evidente que las izquierdas y derechas contemporáneas dejaron de limitarse a la competencia electoral doméstica para comenzar a operar también como comunidades ideológicas transnacionales que construyen alianzas, respaldos simbólicos, plataformas discursivas y mecanismos de legitimación mutua, derivado de esto, los encuentros internacionales, los foros políticos, las declaraciones conjuntas y las narrativas de resistencia o defensa democrática ya no funcionan únicamente como actos protocolarios, sino como mensajes cuidadosamente observados e interpretados por otros actores globales, particularmente cuando las tensiones internacionales atraviesan uno de sus momentos más delicados de las últimas décadas; sin embargo, lo verdaderamente relevante no radica únicamente en la existencia de estas redes ideológicas, sino en el momento histórico en el que resurgen, porque coinciden con un escenario internacional marcado por guerras abiertas, amenazas de escalamiento militar, disputas energéticas, confrontaciones tecnológicas y presiones diplomáticas que convierten cualquier posicionamiento político en una variable susceptible de ser leída bajo claves geopolíticas mucho más amplias que las reconocidas públicamente.
La guerra entre Rusia y Ucrania constituye probablemente el ejemplo más visible de esta transformación, no solo por el conflicto militar en sí mismo, sino porque terminó reactivando una lógica internacional que durante años pareció parcialmente contenida, particularmente la reconstrucción de bloques políticos y estratégicos enfrentados que vuelven a dividir al mundo bajo esquemas de influencia ideológica, militar y económica, por ello, el conflicto dejó de ser exclusivamente una disputa territorial para convertirse en una confrontación que involucra narrativas democráticas, intereses energéticos, expansión de alianzas militares y control geopolítico regional; empero, el verdadero impacto del conflicto quizá no radique únicamente en sus consecuencias materiales, sino en la manera en que logró normalizar nuevamente conceptos que hace apenas algunos años parecían lejanos para gran parte de la sociedad contemporánea, como amenazas nucleares, militarización fronteriza, espionaje internacional, propaganda política masiva y discursos permanentes de confrontación global.
Algo similar ocurre con la tensión creciente entre Estados Unidos e Irán, particularmente en Medio Oriente, donde cualquier movimiento militar, declaración diplomática o ataque indirecto posee la capacidad de alterar cadenas completas de estabilidad regional y económica a nivel global, especialmente cuando el control energético continúa desempeñando un papel determinante dentro del equilibrio internacional, por ello, la confrontación ya no puede entenderse únicamente como un desacuerdo bilateral, sino como parte de una disputa mucho más amplia relacionada con influencia regional, seguridad internacional y capacidad de proyección política sobre zonas estratégicas del planeta, mientras paralelamente China incrementa su presión sobre Taiwán bajo una lógica que combina demostración militar, competencia tecnológica y disputa económica global, introduciendo un escenario donde las principales potencias comienzan a exhibir cada vez menos disposición para ocultar sus intereses estratégicos reales detrás de discursos diplomáticos cuidadosamente moderados.
América Latina tampoco permanece al margen de esta reconfiguración internacional, particularmente porque distintos gobiernos de la región han comenzado a reforzar vínculos ideológicos, narrativos y políticos que inevitablemente son observados por Washington bajo criterios de seguridad, estabilidad regional e influencia estratégica, derivado de esto, las reuniones internacionales entre liderazgos de izquierda latinoamericana, los discursos sobre soberanía regional, las posturas frente a conflictos internacionales y los posicionamientos frente al modelo económico occidental adquieren una dimensión que trasciende lo meramente simbólico, especialmente en un contexto donde Estados Unidos enfrenta simultáneamente tensiones con Rusia, presión económica y tecnológica por parte de China y una creciente fragmentación política interna; por lo tanto, asumir que estos movimientos son completamente neutros o que carecen de implicaciones geopolíticas representa una lectura excesivamente ingenua de la realidad internacional contemporánea.
Lo verdaderamente inquietante de este escenario no es únicamente el nivel de confrontación política e ideológica que comienza a consolidarse a nivel global, sino la manera en que la sociedad parece haber desarrollado una capacidad extraordinaria para acostumbrarse a ello, porque mientras las tensiones internacionales aumentan, las contradicciones políticas se multiplican y los discursos públicos se radicalizan, la reacción colectiva parece cada vez más débil, más breve y más emocionalmente anestesiada, como si la sobreexposición permanente al conflicto hubiera terminado erosionando la capacidad social de sorprenderse frente a acontecimientos que en otros momentos históricos habrían provocado una conmoción mucho más profunda, derivado de esto, guerras, amenazas militares, manipulación narrativa, espionaje, polarización extrema, discursos de odio y contradicciones institucionales comienzan a consumirse socialmente con la misma velocidad con la que desaparecen dentro del ciclo informativo cotidiano.
Tal vez el síntoma más delicado de esta transformación no sea la polarización política en sí misma, sino la pérdida progresiva de la capacidad de indignación, porque la indignación funciona como uno de los últimos mecanismos morales capaces de recordarle a una sociedad que todavía existen límites éticos, contradicciones intolerables y conductas públicamente inaceptables; sin embargo, algo comenzó a romperse cuando la incongruencia dejó de generar rechazo para convertirse en parte normal del paisaje político y social, por ello, hoy los gobiernos pueden sostener discursos opuestos a sus propias acciones sin enfrentar necesariamente consecuencias reales de credibilidad, pueden condenar prácticas que simultáneamente replican, defender principios que aplican selectivamente o prometer transformaciones que jamás terminan materializándose, mientras la reacción pública rara vez supera algunos días de indignación momentánea antes de ser sustituida por la siguiente controversia.
El problema adquiere una dimensión todavía más profunda cuando esa pérdida de indignación deja de dirigirse únicamente hacia el poder político y comienza a reflejarse también en el comportamiento cotidiano de la propia sociedad, porque el ciudadano contemporáneo igualmente empezó a normalizar prácticas que durante años criticó en la clase gobernante, derivado de esto, mentir estratégicamente, justificar la simulación, actuar bajo conveniencia, incumplir compromisos, manipular discursos o relativizar principios dejó de percibirse como una anomalía moral para comenzar a integrarse progresivamente dentro de las dinámicas normales de convivencia pública, lo cual introduce una contradicción especialmente peligrosa, ya que una sociedad difícilmente puede exigir congruencia institucional cuando ella misma ha comenzado a perderla en su comportamiento cotidiano.
Nos encontramos en una época donde la incongruencia de pensamiento se puede presentar en dos o, incluso, tres vías diferentes; es decir, la manera en que pensamos y posteriormente actuamos es muy diferente cuando se presenta exactamente el mismo caso y esta incongruencia mental tampoco nos indigna, es más, algo que me parece sumamente delicado es que el mundo hoy se indigna mucho más por la decisión que el VAR pueda tomar en un partido de fútbol que en las acciones que nuestros líderes, padres, compañeros de trabajo o cualquiera que sea de nuestro ámbito más próximo pueda generar y solo considero indispensable que pongamos en una balanza y nos planteemos esta pregunta ¿Pueden las dudas en el fútbol tener mayor relevancia en nuestra vida diaria que las acciones que hacen o dejan de hacer nuestros gobiernos?
En este contexto, quizá el riesgo más grande no sea únicamente la confrontación ideológica mundial que lentamente vuelve a dividir al planeta bajo nuevas narrativas políticas, económicas y estratégicas, sino el hecho de que la humanidad parece estar perdiendo la capacidad emocional y moral para reaccionar frente a ella, porque cuando la mentira deja de sorprender, la simulación deja de incomodar y la contradicción deja de indignar, los límites éticos comienzan a desplazarse silenciosamente hasta volver aceptables conductas que anteriormente habrían resultado inadmisibles, por ello, el verdadero deterioro quizá no se encuentre solamente en los gobiernos, en los conflictos internacionales o en los intereses geopolíticos que hoy reorganizan al mundo, sino en la normalización colectiva de la incongruencia como forma habitual de convivencia pública.
Finalmente, el problema de una sociedad que pierde la capacidad de indignarse no radica únicamente en su pasividad frente al poder, sino en algo mucho más profundo y peligroso: la gradual desaparición de los criterios internos que permiten distinguir entre lo correcto y lo conveniente, porque cuando la contradicción deja de generar conflicto moral, las sociedades comienzan a adaptarse emocionalmente a cualquier narrativa, a cualquier abuso y a cualquier simulación siempre que resulte compatible con sus afinidades ideológicas o intereses inmediatos, derivado de esto, quizá la pregunta más inquietante no sea hacia dónde se dirige la nueva confrontación política mundial, sino ¿en qué momento dejamos de reaccionar frente a ella como si ya nada tuviera la capacidad de sorprendernos o indignarnos realmente?
DATO CULTURAL.
Un día como hoy en 1816 en Montevideo, Uruguay, la Biblioteca Nacional abre sus puertas por primera ocasión y se convierte en la primera biblioteca pública del país, motivo por el cual, en Uruguay, se celebra en esta fecha, el “Día Nacional del Libro”; en 1914 en París, Francia, el Teatro de la Ópera de París se convierte en el recinto para el estreno mundial de la ópera “Le Rossignol” (El ruiseñor), de la autoría del célebre compositor, director de orquesta, libretista y pianista ruso Ígor Fiódorovich Stravinski, en 1989 en Casablanca, Marruecos, culmina la 16º edición de la cumbre de la Liga Árabe, con un reconocimiento “implícito” del Estado de Israel y con una petición para asentar una conferencia internacional para la paz en Oriente Próximo.
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✦ A veces nos empeñamos en que para sentirnos cerca de alguien hace falta el contacto físico, y qué va.
Hay mensajes que te llegan al móvil en el momento justo, comentarios de gente que se ha parado a leerte de verdad y silencios compartidos que te arropan mucho más que cualquier abrazo de compromiso.Es esa conexión tan auténtica que se crea a través de las palabras.
Alguien escribe algo, tú lo lees y, de repente, sientes que han sabido plasmar exactamente lo que te rondaba por la cabeza, como un código secreto que solo entendéis vosotros.
Esos abrazos intangibles, hechos de puro tiempo y pensamiento, son los que de verdad te salvan un día gris.༻✦༺ ༻✦༺
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Reflexión de Oscar «Sobre el caso Noelia Ramos»
El mundo está lleno de cosas absolutamente terribles y desgarradoras, pero un caso que me impactó y ha impactado a toda España y el mundo estos días es el caso de la joven catalana Noelia Ramos, una historia extremadamente triste y desgarradora, personalmente he llorado mucho con esto estos días, es extremadamente difícil dar una opinión de porque ha decidido someterse a una eutanasia, la pregunta no es ¿Por qué ha tomado esa decisión? Esa no es la pregunta que hay que hacerse, la pregunta es ¿Por qué nadie ha ayudado y acompañado a esta chica cuando claramente lo necesitaba? Esa es la pregunta que hay que hacerse, porque Noelia haya llegado a tener que tomar esta decisión, que los apoyos y acompañamiento que necesitaba Noelia no han sido los adecuados, si se hubiera atendido y ayudado adecuadamente a Noelia hoy no tendríamos que hablar de esto, probablemente ella no hubiera intentado suicidarse.
Según información que tengo, esta ha sido la muy triste historia de Noelia, todo empezó a ir mal desde su adolescencia, cuando tenía 13 años, sus padres se separaron y Noelia padecía problemas de salud mental, TOC y Trastorno Limite de la Personalidad, antes de aquello Noelia tenía una infancia normal e incluso dijo que era feliz, pero con 13 años su vida se empezó a torcer, Noelia desde entonces estaría pasando su adolescencia en residencias tuteladas de la Generalitat de Cataluña o Centros de Menores, pero todo se torcería todavía mas, cuando su ex-pareja la agredió sexualmente en varias ocasiones y luego una violación grupal en una discoteca, hechos muy traumáticos y devastadores, desde entonces varios intentos de suicidio, una de ellos fue la causa de ayer decidiera aplicar la eutanasia, Noelia se arrojó desde un quinto piso que la dejaría parapléjica, a día de ayer Noelía podía levantarse pero caminaba con extremada dificultad, pero además tenía dolores insoportables físicos porque además sufría una enfermedad neurológíca que aumentaba su angustia y reforzaba esa decisión de someterse a la eutanasia, fue un calvario, porque además por ello sufría por la batalla legal de poner fin a su sufrimiento, su padre, una persona que no la apoyó en ningún momento y no la prestó ninguna atención, buscó ayuda en la Asociación ultracatólica Abogados Cristianos alegando que no estaba en sus facultades mentales, en fin, terrible historia, muy desgarradora, algo que es difícil de digerir, el sistema le ha fallado a Noelia fuera de toda duda.
Esto un fracaso de la sociedad y del sistema, la pregunta que hay que hacerse ya digo NO es ¿Por qué tomó esa decisión?, la pregunta es ¿Por qué nadie la ayudó ni la acompañó? ¿Por qué permitimos que una persona tenga que vivir una vida así?, un ángel subió al cielo, Noelia tiene mi corazón, si alguien la hubiera ayudado, la hubiera echado una mano, si alguien la hubiera protegido porque necesitaba ayuda y protección, hoy no hubiéramos hablado de esto, una historia que no tendría nunca que suceder, nadie merece una vida tan dura y cruel como la que tuvo Noelia, es que muchas veces lo digo por aquí, la Salud Mental es tan importante como la física, que hay que procurar recursos adecuados para que todo el mundo pueda encontrar luz en etapas oscuras de su vida, pero en fin, sinceramente esto es una mierda, y así con tanta gente que necesitará ayuda y no se la dan con deben darse.
Abrazos, amigos y amigas, y recordar esto, todo el mundo merece tener una vida digna y levantarse después de caerse, es lo que tenemos que luchar, mas que debatir si eutanasia si o no, la vida debe ser digna y hay que procurar además no morir sin sufrimiento ni dolor.
#CasoNoeliaRamos #dailyprompt #empatía #eutanasia #fracasoDeLaSociedad #fracasoDelSistema #SaludMental -
”Miehille viha on sallitumpi tunne kuin suru ja pettymys.”
Ja
”Kilpailullisessa yhteiskunnassa vastuu menestyksestä kankeaa yksilölle.”
Kunpa jokainen lukis tämän artikkelin, vaikka ei lukisi mitään muuta koko vuonna, ja tekisi vähän itsereflektiota ja päättelyä sen jälkeen. Yhteiskunta muuttuisi laakista paremmaksi.
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🐾Hay una frase de Anatole France que dice: "Hasta que no hayas amado a un animal, una parte de tu alma permanecerá dormida".
Y, la verdad, es que tiene toda la razón del mundo.Quienes compartimos la vida con un perro, un gato o cualquier otro compañero peludo (o plumífero) sabemos exactamente a qué se refiere.
No es solo tener una mascota; es una conexión que te cambia por dentro.
Te enseñan a amar de la forma más pura: sin juicios, sin segundas intenciones, con una lealtad que a veces los humanos olvidamos.Un animal no te quiere por lo que tienes o por tu cargo; te quiere porque eres tú.
Te reciben con una alegría genuina cuando entras por la puerta, aunque solo te hayas ido cinco minutos.
Te ofrecen consuelo en silencio cuando estás triste, simplemente estando ahí.
Esa capacidad de amor incondicional es la que despierta esa parte de nuestra alma que estaba dormida, haciéndonos más empáticos, más sensibles y, en definitiva, más humanos.
Si tienes la suerte de haber amado a un animal, sabes que ese amor es un regalo que te transforma para siempre.🐾🐾🐾🐾
#amoranimal #mascotas #reflexiones #alma #amorincondicional #compañerosdevida #empatia
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CW: Poema propio sobre abandono animal, tristeza, soledad
Llevo días dando vueltas y tú no apareces,
recorro las inmediaciones de este lugar,
aún recuerdo ese momento en que te desvaneces,
y me quedo esperando que me vengas a buscarTras un día y medio inmóvil y hambriento,
decido que es el momento de salir y merodear,
doy un paseo en busca de mi alimento,
y busco un refugio donde poder pernoctarbusco en la basura que llevarme a la boca,
tiemblo acompasado del miedo y el frío,
hace días que nadie la mano me choca,
y mi estómago está completamente vacíoabro las bolsas y apenas hay comida,
por aquí alguien ya se ha pasado,
empiezo a temer perder mi vida,
qué feliz era cuando estaba a tu ladotras varias horas buscando por alrededor,
encuentro algunas sobras que me hacen salivar,
pese a que arrojan un tremendo hedor,
no tengo otra cosa y empiezo a devorarPronto me sacio aunque no me sienta bien,
ahora mi tripa se revuelve cual una espiral,
algo dolorido continúo con mi vaivén,
hoy pasaré la noche dentro de aquél maizalLlevo días dando vueltas y tú no apareces,
recorro las inmediaciones de este lugar,
aún recuerdo ese momento en que te desvaneces,
y me quedo esperando que me vengas a buscarrecuerdo el día que nos conocimos,
apenas tenía tres meses recién cumplidos,
desde entonces un par de años convivimos,
durante ese tiempo hemos estado muy unidosqué nos ha ocurrido para que me quede fuera,
por qué de repente aquella triste mañana,
decidiste dejarme tirado en esa gasolinera,
quedandome indefenso a una edad tan temprana#Poesía #PoesíaAnimal #PerroAbandonado #ConcienciaAnimal #NoAlAbandono #AmorAnimal #ProtecciónAnimal #RescateAnimal #Empatía #Animales #reflexion #AmorAnimal #poetry #antiespecismo #dog #poema
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"Vaikka #Rautiainen pitää empatiataulua epäonnistuneena, myös kritiikki on ollut hänen mielestään kehnoa. Koko keskustelu on ollut irti viranomaisten lakisääteisistä velvoitteista.
– Minusta kriitikot lähinnä väittävät, että sairaalassa kaikkien potilaiden jalka pitäisi kipsata ja syrjintää olisi vain jalkansa murtaneiden ihmisten jalan kipsaaminen."
#empatiataulu #Tampere #Manse #yhdenvertaisuus #PositiivinenErityiskohtelu #syrjintä #suosinta #persut #laki #empatia
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El crecimiento personal mejora tu manera de relacionarte.
https://jaml.es/el-crecimiento-personal-mejora-tu-manera-de-relacionarte/
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La empatía es la habilidad más valiosa en cualquier relación.
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https://jaml.es/la-empatia-es-la-habilidad-mas-valiosa-en-cualquier-relacion/
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#21ottobre giornata mondiale dell' #ascolto
Nelle opere d'arte, la rappresentazione e il principio ritmico-musicale vengono considerati dalle #neuroscienze come due aspetti che consentono l'identificazione psicofisica con l'altro.
Di questo ci parla Nicola Vitale su #Mde #MaterialidiEsteticanell'articolo :"Empatia e percezione estetica. Lo "spirito della musica" come principio unificatore"
⬇️ https://riviste.unimi.it/index.php/MdE/article/view/29623?mtm_campaign=mastodon
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Amor, autismo e descobertas em ‘Uma Mulher Diferente’
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I ragazzi non hanno paura della verità.
Chiedono solo di essere visti davvero.
Ho scritto qualcosa su questo.Grazie 🦔
Teens aren’t afraid of truth.
They just want to be truly seen.
I wrote about it.Thank you 🦔
#adolescenza #verità #ascolto #empatia #genitoriefigli #mentalhealth #michiyospace #società #crescita #riflessioni
https://michiyospace.altervista.org/i-ragazzi-non-hanno-paura-della-verita-gli-adulti-si/
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Elisa Aaltola Marko Gustafssonin vieraana puhumassa vastalääkkeistä hedonistisen kulutusyhteiskunnan sairaalle hyörinälle, https://areena.yle.fi/1-73932533
#kulutus #kulutusYhteiskunta #hedonismi #syyllisyys #häpeä #ylikulutus #uusliberalismi #kapitalismi #markkinatalous #eläinoikeudet #guilt #shame #psychology #society #consumerism #tunteet #emotions #empatia #empathy #rakkaus #love #talous
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Tutkimuskin todistaa, #kokoomus ei voi tuntea empatiaa vähäosaisia kohtaan.
".. as people climb the social ladder, their compassionate feelings towards other people decline."
".. less affluent individuals are more likely to report feeling compassion towards others on a regular basis."
Näin Berkeleyn psykologit #PaulPiff ja #DacherKeltner
#politiikka #tulonjako #pääoma #ahneus #empatia #vähäosaiset #vasemmisto #verotus
https://www.scientificamerican.com/article/how-wealth-reduces-compassion/
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3/3 Olen ollut skeptinen siitä, että #RiikkaPurra tuntisi #empatia a muita kuin välitöntä lähipiiriään kohtaan, mutta kyllä hän tuntee. I stand corrected.
Jos olisin raadollisrealistisen skeptikon lisäksi kyyninen pa*ka, voisin sanoa, että ei hän oikeasti tätä tarkoita & tunne mitään, kuha käy maneerina muiden seassa kommentoimassa.
Mutten onneksi ole kyyninen pa*ka
#FuckCancer #Malm #NiinaMalm #SDP #demarit #syöpä #rinta #syöpä #rinta #rinnat #tissi #tissit #eduskunta #politiikka #poliitikko
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Junassa en voinut olla kuulematta lähelläni istuvien #Kouvola sosiaalialan henkilöiden varsin äänekästä keskustelua. Toinen keskustelija imitoi asiakasta: ”Mun mies hakkaa mua, mun on pakko päästä pois. Mun pitää päästä Kouvolaan, ku mummo asuu siellä. Byhyy.” Naurua.
En löydä järkytykseltäni sanoja. Asiat ovat paljon käsitystämme huonommin, kun hädässä oleva ihminen kohtaa yhteiskunnan tukiverkossa epäempaattisuutta ja halveksuntaa.