#empatia — Public Fediverse posts
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Hay gente que necesita decir constantemente que es buena persona.
Lo anuncia, lo explica, lo pone en su biografía casi como si fuera una titulación oficial.
Hablan de empatía, de respeto, de cariño, de lo importante que es no hacer daño a los demás… y luego los ves tratando a la gente como si fueran muebles que pueden apartar cuando molestan.Y ahí es donde me entra la duda.
Porque ser buena persona no debería ser una identidad que una se adjudica, sino algo que los demás pueden notar en cómo actúas.
No hace falta ir diciendo «yo soy buena» si después escuchas, respetas, reconoces cuando te equivocas y no necesitas pisar a nadie para sentirte por encima.De hecho, a veces cuanto más insiste alguien en demostrar lo maravilloso que es, más ganas me dan de mirar qué hace cuando nadie le está mirando.
Ahí suele estar la verdadera versión. 😏#psicología #personas #empatía #respeto #bondad #comportamiento #reflexiones #vidareal #hipocresía #carácter
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Hay gente que necesita decir constantemente que es buena persona.
Lo anuncia, lo explica, lo pone en su biografía casi como si fuera una titulación oficial.
Hablan de empatía, de respeto, de cariño, de lo importante que es no hacer daño a los demás… y luego los ves tratando a la gente como si fueran muebles que pueden apartar cuando molestan.Y ahí es donde me entra la duda.
Porque ser buena persona no debería ser una identidad que una se adjudica, sino algo que los demás pueden notar en cómo actúas.
No hace falta ir diciendo «yo soy buena» si después escuchas, respetas, reconoces cuando te equivocas y no necesitas pisar a nadie para sentirte por encima.De hecho, a veces cuanto más insiste alguien en demostrar lo maravilloso que es, más ganas me dan de mirar qué hace cuando nadie le está mirando.
Ahí suele estar la verdadera versión. 😏#psicología #personas #empatía #respeto #bondad #comportamiento #reflexiones #vidareal #hipocresía #carácter
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Hay gente que necesita decir constantemente que es buena persona.
Lo anuncia, lo explica, lo pone en su biografía casi como si fuera una titulación oficial.
Hablan de empatía, de respeto, de cariño, de lo importante que es no hacer daño a los demás… y luego los ves tratando a la gente como si fueran muebles que pueden apartar cuando molestan.Y ahí es donde me entra la duda.
Porque ser buena persona no debería ser una identidad que una se adjudica, sino algo que los demás pueden notar en cómo actúas.
No hace falta ir diciendo «yo soy buena» si después escuchas, respetas, reconoces cuando te equivocas y no necesitas pisar a nadie para sentirte por encima.De hecho, a veces cuanto más insiste alguien en demostrar lo maravilloso que es, más ganas me dan de mirar qué hace cuando nadie le está mirando.
Ahí suele estar la verdadera versión. 😏#psicología #personas #empatía #respeto #bondad #comportamiento #reflexiones #vidareal #hipocresía #carácter
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Hay gente que necesita decir constantemente que es buena persona.
Lo anuncia, lo explica, lo pone en su biografía casi como si fuera una titulación oficial.
Hablan de empatía, de respeto, de cariño, de lo importante que es no hacer daño a los demás… y luego los ves tratando a la gente como si fueran muebles que pueden apartar cuando molestan.Y ahí es donde me entra la duda.
Porque ser buena persona no debería ser una identidad que una se adjudica, sino algo que los demás pueden notar en cómo actúas.
No hace falta ir diciendo «yo soy buena» si después escuchas, respetas, reconoces cuando te equivocas y no necesitas pisar a nadie para sentirte por encima.De hecho, a veces cuanto más insiste alguien en demostrar lo maravilloso que es, más ganas me dan de mirar qué hace cuando nadie le está mirando.
Ahí suele estar la verdadera versión. 😏#psicología #personas #empatía #respeto #bondad #comportamiento #reflexiones #vidareal #hipocresía #carácter
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Giornata Internazionale del Perdono
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in un semplice gesto: perdonare. È come aprire le finestre dopo giorni di pioggia e lasciare entrare il sole. Non a caso, esiste una giornata dedicata proprio a questo:
la Giornata Internazionale del Perdono.
Un piccolo, grande appuntamento con il cuore… e con noi stessi.
Ma da dove arriva questa ricorrenza così dolce, eppure così potente?
🌱 Un’idea nata dal cuore
La Giornata Internazionale del Perdono nacque nel 1996 su iniziativa della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA), organizzazione non profit fondata dall’avvocato e mediatore californiano Robert W. Plath. L’obiettivo era creare una giornata dedicata alla diffusione del perdono come strumento di riconciliazione, benessere personale e costruzione della pace. Con il passare degli anni, la ricorrenza si è diffusa in numerosi Paesi, pur non essendo una celebrazione ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite.
- Robert W. Plath, avvocato e mediatore californiano, è riconosciuto come il fondatore della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA).
- La WFA è un’organizzazione non profit nata con lo scopo di diffondere la cultura del perdono attraverso programmi educativi, eventi e campagne di sensibilizzazione.
- La WFA promosse e organizzò la prima International Forgiveness Day, celebrata la prima domenica di agosto a partire dal 1996.
Plath era convinto che il perdono non fosse un segno di debolezza, ma una forza capace di trasformare le persone, migliorare le relazioni e contribuire a costruire una società più pacifica.
🗓 La prima volta… e la data scelta
La prima celebrazione ufficiale della Giornata del Perdono si è tenuta nel 1996. Da allora, il mondo ha iniziato a parlarne sempre di più, tanto che questa giornata è stata inserita tra le ricorrenze internazionali più “sentite” dai promotori della cultura della pace.
La data assegnata? La prima domenica di agosto di ogni anno.
Perché proprio quel giorno? Perché è piena estate, stagione simbolo di rinascita, leggerezza e apertura. Il caldo invita a uscire, a stare insieme, a lasciar andare. E cosa c’è di più liberatorio che perdonare – o perdonarsi – quando tutto attorno profuma di vacanze e spensieratezza?
✨ Perché il perdono merita una giornata tutta sua?
Perdonare non è dimenticare. Non è giustificare. È un regalo che si fa a sé stessi, prima di tutto. È come svuotare la borsa dal superfluo, quella che ci portiamo ovunque piena di risentimenti, rimpianti, parole non dette.
Il perdono non cambia il passato, ma può decisamente alleggerire il presente e migliorare il futuro.
Curiosità chic: Sapevate che esistono persino laboratori del perdono in alcune scuole americane e nei centri di meditazione? E che nei Paesi nordici il perdono viene insegnato ai bambini fin dalla scuola materna come strumento di empatia?
☀️ E nel 2026?
La Giornata Internazionale del Perdono (International Forgiveness Day) è oggi domenica 2 agosto.
Un’occasione perfetta per lasciar andare vecchi rancori, scrivere una lettera che non manderete mai (ma che farà bene al cuore), o semplicemente fare pace… con se stessi.
Magari proprio davanti a un cappuccino, guardando fuori dalla finestra e pensando:
Oggi scelgo la leggerezza. Oggi scelgo il perdono.
Perché alla fine, il perdono è un atto chic. Raffinato. Elegante come chi sa sorridere anche quando la vita si mette di traverso.
E voi? Avete già scelto chi – o cosa – perdonare quest’anno?Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI
#accoglienza #Amore #amoreperse #animebelle #Armonia #Autostima #bellezza #Benessere #Cambiamento #Compassione #connessione #consapevolezza #Crescita #CuoreAperto #cuoreleggero #cuorepulito #Dolcezza #Emozioni #Empatia #empatiaquotidiana #Equilibrio #Felicità #felicitàinteriore #Forza #Gentilezza #gentilezzagenerale #Gratitudine #Guarigione #introspezione #ispirazione #lasciarandare #leggerezza #liberazione #Meditazione #MillValley #Mindfulness #OggiScelgoLaLeggerezzaOggiScelgoIlPerdono #paceinteriore #perdonarsi #Perdono #primoSabatoDiAgosto #Relazioni #resilienza #riconciliazione #riflessione #Rinascita #Rispetto #RobertWPlath #saggezza #secondachance #Serenità #spiritualgrowth #Spiritualità #Umanità #WorldwideForgivenessAlliance -
Giornata Internazionale del Perdono
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in un semplice gesto: perdonare. È come aprire le finestre dopo giorni di pioggia e lasciare entrare il sole. Non a caso, esiste una giornata dedicata proprio a questo:
la Giornata Internazionale del Perdono.
Un piccolo, grande appuntamento con il cuore… e con noi stessi.
Ma da dove arriva questa ricorrenza così dolce, eppure così potente?
🌱 Un’idea nata dal cuore
La Giornata Internazionale del Perdono nacque nel 1996 su iniziativa della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA), organizzazione non profit fondata dall’avvocato e mediatore californiano Robert W. Plath. L’obiettivo era creare una giornata dedicata alla diffusione del perdono come strumento di riconciliazione, benessere personale e costruzione della pace. Con il passare degli anni, la ricorrenza si è diffusa in numerosi Paesi, pur non essendo una celebrazione ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite.
- Robert W. Plath, avvocato e mediatore californiano, è riconosciuto come il fondatore della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA).
- La WFA è un’organizzazione non profit nata con lo scopo di diffondere la cultura del perdono attraverso programmi educativi, eventi e campagne di sensibilizzazione.
- La WFA promosse e organizzò la prima International Forgiveness Day, celebrata la prima domenica di agosto a partire dal 1996.
Plath era convinto che il perdono non fosse un segno di debolezza, ma una forza capace di trasformare le persone, migliorare le relazioni e contribuire a costruire una società più pacifica.
🗓 La prima volta… e la data scelta
La prima celebrazione ufficiale della Giornata del Perdono si è tenuta nel 1996. Da allora, il mondo ha iniziato a parlarne sempre di più, tanto che questa giornata è stata inserita tra le ricorrenze internazionali più “sentite” dai promotori della cultura della pace.
La data assegnata? La prima domenica di agosto di ogni anno.
Perché proprio quel giorno? Perché è piena estate, stagione simbolo di rinascita, leggerezza e apertura. Il caldo invita a uscire, a stare insieme, a lasciar andare. E cosa c’è di più liberatorio che perdonare – o perdonarsi – quando tutto attorno profuma di vacanze e spensieratezza?
✨ Perché il perdono merita una giornata tutta sua?
Perdonare non è dimenticare. Non è giustificare. È un regalo che si fa a sé stessi, prima di tutto. È come svuotare la borsa dal superfluo, quella che ci portiamo ovunque piena di risentimenti, rimpianti, parole non dette.
Il perdono non cambia il passato, ma può decisamente alleggerire il presente e migliorare il futuro.
Curiosità chic: Sapevate che esistono persino laboratori del perdono in alcune scuole americane e nei centri di meditazione? E che nei Paesi nordici il perdono viene insegnato ai bambini fin dalla scuola materna come strumento di empatia?
☀️ E nel 2026?
La Giornata Internazionale del Perdono (International Forgiveness Day) è oggi domenica 2 agosto.
Un’occasione perfetta per lasciar andare vecchi rancori, scrivere una lettera che non manderete mai (ma che farà bene al cuore), o semplicemente fare pace… con se stessi.
Magari proprio davanti a un cappuccino, guardando fuori dalla finestra e pensando:
Oggi scelgo la leggerezza. Oggi scelgo il perdono.
Perché alla fine, il perdono è un atto chic. Raffinato. Elegante come chi sa sorridere anche quando la vita si mette di traverso.
E voi? Avete già scelto chi – o cosa – perdonare quest’anno?Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI
#accoglienza #Amore #amoreperse #animebelle #Armonia #Autostima #bellezza #Benessere #Cambiamento #Compassione #connessione #consapevolezza #Crescita #CuoreAperto #cuoreleggero #cuorepulito #Dolcezza #Emozioni #Empatia #empatiaquotidiana #Equilibrio #Felicità #felicitàinteriore #Forza #Gentilezza #gentilezzagenerale #Gratitudine #Guarigione #introspezione #ispirazione #lasciarandare #leggerezza #liberazione #Meditazione #MillValley #Mindfulness #OggiScelgoLaLeggerezzaOggiScelgoIlPerdono #paceinteriore #perdonarsi #Perdono #primoSabatoDiAgosto #Relazioni #resilienza #riconciliazione #riflessione #Rinascita #Rispetto #RobertWPlath #saggezza #secondachance #Serenità #spiritualgrowth #Spiritualità #Umanità #WorldwideForgivenessAlliance -
Giornata Internazionale del Perdono
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in un semplice gesto: perdonare. È come aprire le finestre dopo giorni di pioggia e lasciare entrare il sole. Non a caso, esiste una giornata dedicata proprio a questo:
la Giornata Internazionale del Perdono.
Un piccolo, grande appuntamento con il cuore… e con noi stessi.
Ma da dove arriva questa ricorrenza così dolce, eppure così potente?
🌱 Un’idea nata dal cuore
La Giornata Internazionale del Perdono nacque nel 1996 su iniziativa della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA), organizzazione non profit fondata dall’avvocato e mediatore californiano Robert W. Plath. L’obiettivo era creare una giornata dedicata alla diffusione del perdono come strumento di riconciliazione, benessere personale e costruzione della pace. Con il passare degli anni, la ricorrenza si è diffusa in numerosi Paesi, pur non essendo una celebrazione ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite.
- Robert W. Plath, avvocato e mediatore californiano, è riconosciuto come il fondatore della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA).
- La WFA è un’organizzazione non profit nata con lo scopo di diffondere la cultura del perdono attraverso programmi educativi, eventi e campagne di sensibilizzazione.
- La WFA promosse e organizzò la prima International Forgiveness Day, celebrata la prima domenica di agosto a partire dal 1996.
Plath era convinto che il perdono non fosse un segno di debolezza, ma una forza capace di trasformare le persone, migliorare le relazioni e contribuire a costruire una società più pacifica.
🗓 La prima volta… e la data scelta
La prima celebrazione ufficiale della Giornata del Perdono si è tenuta nel 1996. Da allora, il mondo ha iniziato a parlarne sempre di più, tanto che questa giornata è stata inserita tra le ricorrenze internazionali più “sentite” dai promotori della cultura della pace.
La data assegnata? La prima domenica di agosto di ogni anno.
Perché proprio quel giorno? Perché è piena estate, stagione simbolo di rinascita, leggerezza e apertura. Il caldo invita a uscire, a stare insieme, a lasciar andare. E cosa c’è di più liberatorio che perdonare – o perdonarsi – quando tutto attorno profuma di vacanze e spensieratezza?
✨ Perché il perdono merita una giornata tutta sua?
Perdonare non è dimenticare. Non è giustificare. È un regalo che si fa a sé stessi, prima di tutto. È come svuotare la borsa dal superfluo, quella che ci portiamo ovunque piena di risentimenti, rimpianti, parole non dette.
Il perdono non cambia il passato, ma può decisamente alleggerire il presente e migliorare il futuro.
Curiosità chic: Sapevate che esistono persino laboratori del perdono in alcune scuole americane e nei centri di meditazione? E che nei Paesi nordici il perdono viene insegnato ai bambini fin dalla scuola materna come strumento di empatia?
☀️ E nel 2026?
La Giornata Internazionale del Perdono (International Forgiveness Day) è oggi domenica 2 agosto.
Un’occasione perfetta per lasciar andare vecchi rancori, scrivere una lettera che non manderete mai (ma che farà bene al cuore), o semplicemente fare pace… con se stessi.
Magari proprio davanti a un cappuccino, guardando fuori dalla finestra e pensando:
Oggi scelgo la leggerezza. Oggi scelgo il perdono.
Perché alla fine, il perdono è un atto chic. Raffinato. Elegante come chi sa sorridere anche quando la vita si mette di traverso.
E voi? Avete già scelto chi – o cosa – perdonare quest’anno?Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI
#accoglienza #Amore #amoreperse #animebelle #Armonia #Autostima #bellezza #Benessere #Cambiamento #Compassione #connessione #consapevolezza #Crescita #CuoreAperto #cuoreleggero #cuorepulito #Dolcezza #Emozioni #Empatia #empatiaquotidiana #Equilibrio #Felicità #felicitàinteriore #Forza #Gentilezza #gentilezzagenerale #Gratitudine #Guarigione #introspezione #ispirazione #lasciarandare #leggerezza #liberazione #Meditazione #MillValley #Mindfulness #OggiScelgoLaLeggerezzaOggiScelgoIlPerdono #paceinteriore #perdonarsi #Perdono #primoSabatoDiAgosto #Relazioni #resilienza #riconciliazione #riflessione #Rinascita #Rispetto #RobertWPlath #saggezza #secondachance #Serenità #spiritualgrowth #Spiritualità #Umanità #WorldwideForgivenessAlliance -
Giornata Internazionale del Perdono
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in un semplice gesto: perdonare. È come aprire le finestre dopo giorni di pioggia e lasciare entrare il sole. Non a caso, esiste una giornata dedicata proprio a questo:
la Giornata Internazionale del Perdono.
Un piccolo, grande appuntamento con il cuore… e con noi stessi.
Ma da dove arriva questa ricorrenza così dolce, eppure così potente?
🌱 Un’idea nata dal cuore
La Giornata Internazionale del Perdono nacque nel 1996 su iniziativa della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA), organizzazione non profit fondata dall’avvocato e mediatore californiano Robert W. Plath. L’obiettivo era creare una giornata dedicata alla diffusione del perdono come strumento di riconciliazione, benessere personale e costruzione della pace. Con il passare degli anni, la ricorrenza si è diffusa in numerosi Paesi, pur non essendo una celebrazione ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite.
- Robert W. Plath, avvocato e mediatore californiano, è riconosciuto come il fondatore della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA).
- La WFA è un’organizzazione non profit nata con lo scopo di diffondere la cultura del perdono attraverso programmi educativi, eventi e campagne di sensibilizzazione.
- La WFA promosse e organizzò la prima International Forgiveness Day, celebrata la prima domenica di agosto a partire dal 1996.
Plath era convinto che il perdono non fosse un segno di debolezza, ma una forza capace di trasformare le persone, migliorare le relazioni e contribuire a costruire una società più pacifica.
🗓 La prima volta… e la data scelta
La prima celebrazione ufficiale della Giornata del Perdono si è tenuta nel 1996. Da allora, il mondo ha iniziato a parlarne sempre di più, tanto che questa giornata è stata inserita tra le ricorrenze internazionali più “sentite” dai promotori della cultura della pace.
La data assegnata? La prima domenica di agosto di ogni anno.
Perché proprio quel giorno? Perché è piena estate, stagione simbolo di rinascita, leggerezza e apertura. Il caldo invita a uscire, a stare insieme, a lasciar andare. E cosa c’è di più liberatorio che perdonare – o perdonarsi – quando tutto attorno profuma di vacanze e spensieratezza?
✨ Perché il perdono merita una giornata tutta sua?
Perdonare non è dimenticare. Non è giustificare. È un regalo che si fa a sé stessi, prima di tutto. È come svuotare la borsa dal superfluo, quella che ci portiamo ovunque piena di risentimenti, rimpianti, parole non dette.
Il perdono non cambia il passato, ma può decisamente alleggerire il presente e migliorare il futuro.
Curiosità chic: Sapevate che esistono persino laboratori del perdono in alcune scuole americane e nei centri di meditazione? E che nei Paesi nordici il perdono viene insegnato ai bambini fin dalla scuola materna come strumento di empatia?
☀️ E nel 2026?
La Giornata Internazionale del Perdono (International Forgiveness Day) è oggi domenica 2 agosto.
Un’occasione perfetta per lasciar andare vecchi rancori, scrivere una lettera che non manderete mai (ma che farà bene al cuore), o semplicemente fare pace… con se stessi.
Magari proprio davanti a un cappuccino, guardando fuori dalla finestra e pensando:
Oggi scelgo la leggerezza. Oggi scelgo il perdono.
Perché alla fine, il perdono è un atto chic. Raffinato. Elegante come chi sa sorridere anche quando la vita si mette di traverso.
E voi? Avete già scelto chi – o cosa – perdonare quest’anno?Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI
#accoglienza #Amore #amoreperse #animebelle #Armonia #Autostima #bellezza #Benessere #Cambiamento #Compassione #connessione #consapevolezza #Crescita #CuoreAperto #cuoreleggero #cuorepulito #Dolcezza #Emozioni #Empatia #empatiaquotidiana #Equilibrio #Felicità #felicitàinteriore #Forza #Gentilezza #gentilezzagenerale #Gratitudine #Guarigione #introspezione #ispirazione #lasciarandare #leggerezza #liberazione #Meditazione #MillValley #Mindfulness #OggiScelgoLaLeggerezzaOggiScelgoIlPerdono #paceinteriore #perdonarsi #Perdono #primoSabatoDiAgosto #Relazioni #resilienza #riconciliazione #riflessione #Rinascita #Rispetto #RobertWPlath #saggezza #secondachance #Serenità #spiritualgrowth #Spiritualità #Umanità #WorldwideForgivenessAlliance -
Giornata Internazionale del Perdono
C’è qualcosa di profondamente liberatorio in un semplice gesto: perdonare. È come aprire le finestre dopo giorni di pioggia e lasciare entrare il sole. Non a caso, esiste una giornata dedicata proprio a questo:
la Giornata Internazionale del Perdono.
Un piccolo, grande appuntamento con il cuore… e con noi stessi.
Ma da dove arriva questa ricorrenza così dolce, eppure così potente?
🌱 Un’idea nata dal cuore
La Giornata Internazionale del Perdono nacque nel 1996 su iniziativa della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA), organizzazione non profit fondata dall’avvocato e mediatore californiano Robert W. Plath. L’obiettivo era creare una giornata dedicata alla diffusione del perdono come strumento di riconciliazione, benessere personale e costruzione della pace. Con il passare degli anni, la ricorrenza si è diffusa in numerosi Paesi, pur non essendo una celebrazione ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite.
- Robert W. Plath, avvocato e mediatore californiano, è riconosciuto come il fondatore della Worldwide Forgiveness Alliance (WFA).
- La WFA è un’organizzazione non profit nata con lo scopo di diffondere la cultura del perdono attraverso programmi educativi, eventi e campagne di sensibilizzazione.
- La WFA promosse e organizzò la prima International Forgiveness Day, celebrata la prima domenica di agosto a partire dal 1996.
Plath era convinto che il perdono non fosse un segno di debolezza, ma una forza capace di trasformare le persone, migliorare le relazioni e contribuire a costruire una società più pacifica.
🗓 La prima volta… e la data scelta
La prima celebrazione ufficiale della Giornata del Perdono si è tenuta nel 1996. Da allora, il mondo ha iniziato a parlarne sempre di più, tanto che questa giornata è stata inserita tra le ricorrenze internazionali più “sentite” dai promotori della cultura della pace.
La data assegnata? La prima domenica di agosto di ogni anno.
Perché proprio quel giorno? Perché è piena estate, stagione simbolo di rinascita, leggerezza e apertura. Il caldo invita a uscire, a stare insieme, a lasciar andare. E cosa c’è di più liberatorio che perdonare – o perdonarsi – quando tutto attorno profuma di vacanze e spensieratezza?
✨ Perché il perdono merita una giornata tutta sua?
Perdonare non è dimenticare. Non è giustificare. È un regalo che si fa a sé stessi, prima di tutto. È come svuotare la borsa dal superfluo, quella che ci portiamo ovunque piena di risentimenti, rimpianti, parole non dette.
Il perdono non cambia il passato, ma può decisamente alleggerire il presente e migliorare il futuro.
Curiosità chic: Sapevate che esistono persino laboratori del perdono in alcune scuole americane e nei centri di meditazione? E che nei Paesi nordici il perdono viene insegnato ai bambini fin dalla scuola materna come strumento di empatia?
☀️ E nel 2026?
La Giornata Internazionale del Perdono (International Forgiveness Day) è oggi domenica 2 agosto.
Un’occasione perfetta per lasciar andare vecchi rancori, scrivere una lettera che non manderete mai (ma che farà bene al cuore), o semplicemente fare pace… con se stessi.
Magari proprio davanti a un cappuccino, guardando fuori dalla finestra e pensando:
Oggi scelgo la leggerezza. Oggi scelgo il perdono.
Perché alla fine, il perdono è un atto chic. Raffinato. Elegante come chi sa sorridere anche quando la vita si mette di traverso.
E voi? Avete già scelto chi – o cosa – perdonare quest’anno?Autore: Lynda Di Natale Fonte: web Immagine: AI
#accoglienza #Amore #amoreperse #animebelle #Armonia #Autostima #bellezza #Benessere #Cambiamento #Compassione #connessione #consapevolezza #Crescita #CuoreAperto #cuoreleggero #cuorepulito #Dolcezza #Emozioni #Empatia #empatiaquotidiana #Equilibrio #Felicità #felicitàinteriore #Forza #Gentilezza #gentilezzagenerale #Gratitudine #Guarigione #introspezione #ispirazione #lasciarandare #leggerezza #liberazione #Meditazione #MillValley #Mindfulness #OggiScelgoLaLeggerezzaOggiScelgoIlPerdono #paceinteriore #perdonarsi #Perdono #primoSabatoDiAgosto #Relazioni #resilienza #riconciliazione #riflessione #Rinascita #Rispetto #RobertWPlath #saggezza #secondachance #Serenità #spiritualgrowth #Spiritualità #Umanità #WorldwideForgivenessAlliance -
Giornata Mondiale dell’Ascolto
La Giornata Mondiale dell’Ascolto è una di quelle ricorrenze che sembrano semplici, ma in realtà aprono universi: suoni, silenzi, rumori che raccontano storie, città che respirano, persone che si rivelano. È la festa delle orecchie, ma anche del cuore.
Dal 2010, grazie al World Listening Project, il 18 luglio è dedicato a celebrare l’arte dell’ascolto in tutte le sue forme: ambientale, sociale, emotiva. Ogni anno un tema diverso invita a riflettere sul nostro rapporto con il paesaggio sonoro che ci circonda.
🎧 2026: “Echoes of Tomorrow”
Quest’anno il tema è futuristico e poetico: “Echoes of Tomorrow”, un invito a immaginare come i suoni di oggi influenzeranno il mondo di domani. Che traccia sonora stiamo lasciando alle generazioni future? E cosa succede se impariamo ad ascoltare con più attenzione?
Le iniziative del 2026 sono un piccolo concerto globale:
- Milano inaugura la prima Sound Marathon: 12 ore di ascolti guidati tra parchi, tram, mercati e cortili nascosti.
- A Londra, eco‑artisti registrano “le voci delle piante” con sensori bioacustici.
- In Canada, nasce Ear to the Future, una mappa sonora mondiale costruita dalle registrazioni inviate dagli ascoltatori.
- In Giappone, alcune aziende introducono la “pausa di ascolto consapevole”: cinque minuti di silenzio prima delle riunioni. Pare funzioni meglio del caffè.
🔍 Ma perché esistono due date diverse?
Se hai notato che Perfettamente Chic ha già pubblicato un altro articolo sulla Giornata dell’Ascolto il 21 ottobre, non è un errore: esistono due celebrazioni distinte, spesso confuse tra loro.
Ecco la differenza:
- 18 luglio – World Listening Day È la giornata ufficiale del World Listening Project, dedicata al paesaggio sonoro, alla bioacustica, all’ascolto dell’ambiente e alla consapevolezza sonora globale.
- 21 ottobre – World Day of Listening È una ricorrenza più recente, nata da iniziative educative e sociali che promuovono l’ascolto empatico, il dialogo, la comunicazione consapevole e la capacità di “sentire davvero” le persone. Non riguarda i suoni del mondo, ma le relazioni umane.
In pratica:
🎧 luglio ascolta il mondo, 💬 ottobre ascolta le persone.
E sì, esistono anche altre micro‑iniziative locali dedicate all’ascolto (festival, soundwalk day, listening labs), ma le due date principali sono queste.
🎙️ Curiosità chic che arricchiscono la storia
- Il primo World Listening Day del 2010 coinvolse più di 50 città in simultanea.
- Nel 2017 furono registrate le famose “dune che cantano” in Australia.
- Nel 2021 si scoprì che alcune tartarughe marine comunicano con micro‑vibrazioni.
- Nel 2024 Parigi dedicò una mostra ai “suoni perduti” della storia.
🧘♀️ Come partecipare oggi
- Spegni tutto per un minuto e ascolta la tua casa: ha una sinfonia segreta.
- Fai una mini soundwalk nel quartiere.
- Registra un suono che ami e condividilo.
- Oppure… ascolta davvero qualcuno. È rivoluzionario.
🔗 Per approfondire le due anime dell’ascolto
- L’articolo dedicato al World Listening Day (18 luglio): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/07/18/🌍-world-listening-day/
- L’articolo dedicato al World Day of Listening (21 ottobre): 👉 https://perfettamentechic.com/2025/10/21/world-day-of-listening/
Autore: Lynda Di Natale
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Fonte: web
Immagine: AI -
«Espero no volver a verte acá» — Internación, salud mental y aprendizaje
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 28 minutos y 39 segundos.
Resumen
En cualquier otro contexto esa frase sonaría horrible. Para nosotras es más que un deseo, un anhelo. Es un símbolo de afecto, de amor, de compañerismo, de amistad, de experiencias compartidas.
Contenido
Pero mejor empezamos desde el principio: El 28 de enero decidí internarme de forma voluntaria en el área de salud mental de una clínica. La madrugada de ese día había tenido lugar mi tercer intento de suicidio. El primero y el segundo, habían ocurrido en mayo y junio de 2023 respectivamente. ¿Por qué? eso es algo que prefiero dejar para mí y personas cercanas. En fin, una semana después, me derivaron a un centro de salud integral en el que pasé un mes internada. Estas son mis experiencias y reflexiones.- Introducción
- El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
- La cura que no existe
- El internado
- Estigmatización por defecto
- Desconexión total
- Terapia y tratamiento integral
- Nosotras y nosotres
- Una microsociedad sin acceso a internet
- Nuestras propias terapias grupales
- Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
- Hermanas de otras vidas
- Conclusiones finales
- Mimoterapia
- Aprendizajes
- Si llegaste hasta acá
- Gracias
Introducción
Nota: si sos un amigue/a y/o persona cercana y te estás enterando de esto ahora, porfa no te enojes. Mi mamá era la encargada de mi contacto con el exterior y no me pareció correcto que la atosiguen con mensajes o llamadas. El mismo era restringido como explico más abajo, y preocupar a tanta gente cuando en realidad no hubiese nada que pudieran hacer directamente, no me parecía correcto ni justo. Fue una decisión consciente que tomé incluso antes de ingresar allí. Habiendo aclarado esto, ahora sí, comencemos:
El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
Hay un día de la prevención del suicidio, de la depresión, de la salud mental. Grandes corporaciones, empresas e instituciones de todo tipo hablan del tema. Incluso personas particulares tienen una opinión formada al respecto. Sin embargo, esto no sirve de nada si no se le da el enfoque que se merece.
Razones por las que una persona no debería suicidarse:
- Porque sos joven.
- Porque ya sos demasiado grande.
- Porque estás en la mitad de tu vida.
- Porque tenés toda una vida por delante.
- Porque tenés hijos.
- Porque tenés nietos.
- Porque tenés perros, gatos, tortugas, conejos.
- Porque tenés psicólogo y psiquiatra.
- Porque te falta Dios.
- Porque tenés trabajo, salud, algo de dinero, pareja, amor y/o el afecto de las personas que te quieren.
- Porque hay gente con problemas más graves.
- Porque siempre tenés que estar feliz y con una actitud positiva ante la vida.
- Porque te falta espiritualidad; sí, esto incluye a Dios, pero puede ser de amplio espectro: constelaciones familiares, bio descodificación, astrología, manifestar todo lo que querés lograr en tu vida para que se cumpla, el libro de autoayuda de tal o cual autor, creer en todo pero no estar segura de nada, no creer en nada pero creer que sabés la verdad de todo.
- Inserte aquí todas las otras razones que se le ocurran. Es un chiste, claro. Pero pueden dejarlas en comentarios.
Lo realmente importante no son las razones que una persona tenga para no deprimirse, hacerse daño o suicidarse. Lo importante es intentar que la persona aprenda a reconocer qué factores la llevaron a esos estados, y poder trabajar sobre ellos. Ya sea con medicación, con un tratamiento integral, con ambas, o con otras herramientas que le permitan aprender de sí misma y del resto para que dichas situaciones no vuelvan a ocurrir.
La cura que no existe
Lo primero que se debe comprender es que quienes pasamos por este tipo de estados, no somos personas convencionales mentalmente. Es decir, neurotípicas. Somos personas con factores patológicos psiquiátricos que debemos convivir con tratamiento integral durante gran parte de nuestra vida. Entonces, verlo desde una perspectiva individualista no solo es un error, sino que además causa más daño a la persona, haciéndole creer que puede con todo cuando en realidad no es así.
La culpabilidad intrínseca en este tipo de comentarios y argumentos que se genera en las personas afectadas, es altamente perjudicial, agravando el cuadro muchas veces, o impidiéndole incluso a la misma expresar sus emociones por miedo a los cuestionamientos. Existen limitaciones a lo que podemos y no podemos hacer. Y si nuestro entorno y nosotras mismas no entendemos esto, es muy probable que volvamos a recaer en ese tipo de crisis. ¿Por qué? Porque mucho que les pese a los dueños del nuevo egocentrismo new age, “nadie se salva solo”. El convivir en sociedad es una conducta básica e instintiva del ser humano como especie. La meritocracia y el avance de uno por sobre el otro, fomentando la productividad extrema, el cumplimiento de objetivos por encima de lo preestablecido y la falta de limitaciones que ponemos a nuestras propias actividades y responsabilidades, destruyen el inconsciente colectivo del trabajo comunitario y solidario en conjunto.
La supuesta horizontalidad en el trabajo y las relaciones sociales, no es más que una mera narrativa reduccionista que quita el foco y minimiza lo verdaderamente relevante para las personas: el acompañamiento del otro, la empatía, la comprensión, el entendimiento. El hecho de comprender que no es necesario sentir lo que al otro le pasa para poder ayudarlo. Sino simplemente, escuchar.
En un mundo tan hiperconectado y con la respuesta inmediata a solo un click de distancia, la prioridad de la misma es mucho más relevante que su contenido. Y no es algo solo de las redes sociales y las apps de mensajería. La inteligencia artificial también utiliza esta misma premisa, contemplando que además, ésta lo hace para ser condescendiente con el usuario. Es decir, no solo te dice lo que querés escuchar, sino que lo valida. Lo relevante para estas empresas es no perder la conexión con vos. A nadie le gustaría que una IA lo contradijera. En el caso de las personas, no es tan crítico, pero no por ello menos grave. Es decir, aunque las personas sí puedan y de hecho lo hacen, contradecirte, esto no significa que por el hecho de ser un argumento en contra este sea correcto. Y cuando de salud mental se trata, por lo general la mayoría está equivocada.
La baja tolerancia a la frustración, la depresión, los intentos de suicidio y desbordes emocionales se han incrementado muchísimo en los últimos años. El uso excesivo del celular, las redes sociales, las apps de mensajería y las aplicaciones de IA, ya es un debate abierto en especialistas de salud mental de todo el mundo. Es más, como se sabe, muchos países han tomado medidas al respecto, que como siempre ocurre en el caso de la política y los gobiernos, llegan tarde. La crisis está, y ya existe. ¿Qué podemos hacer para reparar a generaciones enteras dañadas psicológica y psiquiátricamente por empresas que ganan dinero con suscripciones, publicidad invasiva, el bombardeo constante de información, desinformación y contenido multimedia y demás? Desafortunadamente, no tengo una respuesta que deje contentos al diablo y a Dios.
El internado
Estigmatización por defecto
No sé si hace falta aclararlo antes de empezar. Pero la estigmatización que sufrimos quienes entramos en este tipo de centros, y los mismos en sí, es por demás preocupante e incluso infundada. Llamalo como quieras: manicomio, hospital psiquiátrico, hospital frenopático, centro de salud integral. No me interesa. Todos creen saber de antemano qué significa y a qué tipo de personas hace referencia. Rosalía en su canción Sakura dice: «Nunca me ha dado miedo la risa de un loco. Más miedo me da el que miente o el que ríe poco». Y quizás sea la forma más sencilla que tengo en estos momentos de explicarles lo que realmente importa de estos lugares. Cierto es que en ocasiones nos comparábamos con las presas de una cárcel, y hacíamos referencias a la canción de María Becerra en la serie «En el barro». Pero la realidad, no se parece ni por lejos a esa. Y esto quiero que quede claro desde el principio.
Desconexión total
Lo primero a destacar es que se me quitó el acceso a mi teléfono celular y a cualquier dispositivo con capacidad de conectarse a internet durante el tiempo que duró mi estadía allí. Al principio estuve en un box sin TV y con el transporte público pasando a toda hora por la avenida, ya que la ventana daba a la calle. Cuando me cambiaron a una habitación con otra compañera, sí podíamos ver la tele. Teníamos internet, pero estaba restringido a las apps que el codificador tenía por defecto, y no andaba muy bien que digamos. Es decir, que si no se tildaba, podíamos ver YouTube. Sin embargo, sí podíamos ver canales de cable. En cuanto a eso, mi compañera de cuarto miraba el canal de las novelas, así que para mí era suficiente.
Nuestro contacto con el exterior eran personas restringidas a las que podíamos llamar o que podían ir a visitarnos, pero que para ir debían sacar turno y ser aprobadas por mi equipo tratante, es decir, mi psicóloga y mi psiquiatra. El teléfono de línea tenía horarios limitados para recibir y hacer llamadas, y debíamos usarlo todas en ese horario.
Había dos sectores delimitados virtualmente, aunque eso no fue limitación para que ocasionalmente rompiéramos las reglas. En uno estaban las personas en observación. En el otro, las personas más estables. Cada sector tenía su propio office de enfermería y su propio teléfono. Pero además, el mismo teléfono era usado por las propias enfermeras para manejar asuntos relacionados con las pacientes: si nos llevaban ropa, elementos de higiene y demás.
Quienes venían a vernos, no podían subir a los sectores de las pacientes, sino que éramos nosotras quienes bajábamos a planta baja con una enfermera o un coordinador, y nos hacían pasar a una especie de patio en el que estábamos con la visita por el lapso de una hora aproximadamente, o a un consultorio si dicho patio estaba lleno.
Otro detalle: cualquier elemento que nos trajeran debía pasar la revisión de enfermería. Si se consideraba potencialmente peligroso para una misma o para terceras, no se habilitaba si no era necesario y era devuelto a la familia; y si era necesario, quedaba en enfermería cuando la paciente lo solicitara, pero con un uso limitado y vigilancia cada cierto tiempo para que no ocurriera nada grave. Ejemplo: una maquinita de depilar. Si en una hora no la devolvíamos, iban a ver cómo estábamos.
Terapia y tratamiento integral
No se trataba solo de darnos medicación. Teníamos horarios predefinidos para desayuno, almuerzo, merienda y cena. Teníamos un equipo tratante por cada una que consistía en un psicólogo o psicóloga y un o una psiquiatra que nos veían dos veces por semana. Un equipo de enfermeras, que iban alternando en guardias de ocho horas, con otras definidas para fines de semana y feriados.
Ah, quizás para varias personas resulte un detalle, pero claro está que los sectores estaban divididos por género. Las mujeres estábamos por un lado y los hombres por otro. No había contacto directo entre ambos, y no se suponía que lo hubiera. De hecho, los esporádicos contactos que hubo, fueron detectados por operadores, acompañantes terapéuticos, coordinadores y enfermeros.
Este grupo de contención, además, se encargaba de gestionar las cuatro bajadas al parque que teníamos por día. Para muchas era una razón para ir a fumar. Para quienes no fumábamos, charlar, escuchar música, tomar mate, o simplemente tomar sol y un poco de aire.
Entre las actividades predefinidas por el centro estaban: sesión de manicuría el sábado a la mañana a cargo de una de las operadoras, terapia grupal (con la que no me llevé muy bien con el moderador), asamblea de convivencia, que casi ni tuvimos porque el moderador estaba de licencia, arteterapia, musicoterapia (mis favoritas) y yoga y gimnasia, mis menos favoritas en ese orden XD. Yoga me gustaba, pero requería mucho trabajo físico al que no estaba acostumbrada. Igual gimnasia. El profe era muy exigente para mi gusto, pero estas son opiniones, no datos jajaj.
Musicoterapia fue la más interesante y la que más me permitía explayarme, en la que más salía a relucir mi creatividad y mi, quizás mi no tan bueno, pero sí suficiente talento para la música. Conocí y vi de primera mano instrumentos muy interesantes. Me gustaría encontrar actividades similares ahora que estoy afuera. Pero claro, eso con el paso del tiempo.
He de destacar a nivel personal también, que por mi condición de celiaquía me daban almuerzo y cena de Sintaxis, todo con postre incluido, por lo que la comida se transformó en un lujo, privilegio o derecho al que pocas veces tuve acceso, y por el que estoy muy agradecida. Claro que el postre estaba incluido en sí para todas. De hecho, a veces nos daban frutas en cualquiera de las cuatro comidas, lo que también era bueno. Excepto el mate, no había ninguna otra bebida permitida potencialmente perjudicial para la medicación y el tratamiento, como por ejemplo, las gaseosas y el café. Me parece lógico, pero no significa que no extrañara el segundo durante los primeros días. Por último en esta sección, la diferencia de horario entre la merienda y la cena nos resultaba a todas demasiado corta, pero las reglas eran así, y había que cumplirlas a rajatabla.
Nosotras y nosotres
No sé bien por dónde empezar a escribir esta parte. Hay tanto que decir que tengo cierto temor de omitir algo. Sin embargo, aún así decido intentarlo, ya que es para mí la parte principal de todo este artículo.
Una microsociedad sin acceso a internet
El hecho de que ninguna tuviese conexión con el mundo exterior ni acceso a redes sociales, fomentaba nuestra capacidad de buscar elementos que nos ayudaran a pasar el día. Me dejaron entrar un parlante Bluetooth chiquito con un cargador portátil y un pen drive USB, con el que pasaba los dos últimos discos de Rosalía de forma constante y hasta casi obsesiva. También nos hicimos fans de una radio de Jazz que está disponible en TuneIn también.
Jugábamos a las cartas con mis cartas en braille, jugaban al uno, al tutifruti, y hasta a la generala con unos dados de una compañera. Los juegos, el mate, y hasta las sesiones personales de maquillaje y peinado se compartían en pequeños pero significativos grupos que se iban formando. Claro está que en última instancia todas teníamos contacto entre sí, y aunque algunas mujeres con patologías más complejas para relacionarse tuviesen sus dificultades adicionales, esto no significaba que no hubiese alguna dispuesta a darle su apoyo de una forma u otra.
Nuestras propias terapias grupales
Estábamos allí cada una por patologías diferentes. Unas se iban, otras volvían, otras se quedaban. Pero había cosas en común que en la mayoría de los casos habíamos compartido: depresión, autolesiones, intentos de suicidio. ¿Qué feo hablar de eso, no? ¿Cómo hacés para hablarle sobre esos temas a una criatura de 18 años o a una señora de 70? Quizás no haga falta. Quizás quien tenga que entenderlo seas vos.
Porque no importaba la patología. Estábamos ahí porque no habíamos podido con nuestra realidad. Porque nos había sobrepasado. E intentar suicidarse no es querer morir. Es querer dejar de sufrir. Es al fin deshacerse de aquello que no podemos manejar sobre nuestro entorno, pero por sobre todas las cosas, sobre nosotras mismas. De ahí lo de las razones que expuse al principio.
A todas nos habían dicho las mismas cosas. Sin importar nuestra edad, nuestras experiencias de vida, nuestras patologías, nuestras realidades, nuestra condición social, o incluso en la sección especial de Narcóticos Anónimos que había, y que olvidé mencionar más arriba, se hablaba de esto también. La sociedad, como en muchos de los casos en los que me ha tocado presenciar por mis múltiples condiciones, primero discrimina, juzga, prejuzga, habla, opina, critica, acusa, minimiza y daña antes de empatizar, entender, escuchar, comprender, y si no se puede, abrazar y contener.
La mimoterapia era la más aplicada entre nosotras mismas. Cuando no sabés qué decir o qué hacer, a veces simplemente escuchar, abrazar, contener y quedarte callada, es mejor que cualquier palabra dicha. Contuve varias veces aunque no me correspondía. Me contuvieron varias veces aunque no les correspondía. Buscamos ayuda y la exigimos cuando la necesitábamos. Desafiamos a la autoridad, cuando detectábamos injusticias que sabíamos que con un poco de buena voluntad se podían solucionar. No siempre teníamos éxito. No siempre lográbamos lo que queríamos. Pero intentarlo y arriesgarse siempre es mejor que no hacer nada. Oscilábamos entre lo justo, lo injusto y lo correcto. Lo correcto no siempre me parecía justo. Sé que ya lo dije, pero esto fue algo que también tuve que aprender en esta terapia.
Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
Habría muchas hermosas personitas a las que debería mencionar. Hacerlo con solo dos me parece terriblemente injusto. Pero quiero que entiendan que si lo hiciera con todas, la gente no tendría ni ganas de leer esto. Así que vamos con la primera: tiene 18 añitos. No sé el porqué. Va, en realidad sí. La otra personita especial y mi psicóloga tratante me lo dijeron. Fue por mi sobre empatía. La idea de querer ayudar a todo el mundo sin importar si me estaba ayudando a mí misma con eso o no.
Ella tenía su equipo, su mamá, a su familia, y otras compañeras con las que contar. Pero la adopté como hijita postiza. Su patología era compleja y casi que desconocida para mí. No sabía muy bien qué estaba haciendo cuando empecé a protegerla de todo mal, y luego de todo bien XD, pero lo hice. Una de las cosas que tuve que entender es: “Kathy, no podés controlarlo todo”. Sin embargo, la escuché. Escuché lo que le pasaba, lo que necesitaba, y la ayudé como pude, haciendo conscientes a las demás de qué debíamos hacer para acompañarla.
Poco a poco empezó a mimetizarse conmigo, y no estando ya mi “Smithers” porque le habían dado el alta, pude entregarme a mi crapulencia.
Vamos, que no hice demasiado che. Además de quererla mucho, brindarle mi apoyo, mi contención, defenderla de cualquier cosa de la que se le acusara aunque sea verdad, creerle casi todas sus mentiras, hacer caso a su vocecita de niña inocente cuando las demás me decían que decía cosas horribles y palabrotas, y fomentar sus comentarios insidiosos y maliciosos sobre otras personas. ¿Qué tiene de malo todo eso realmente?
Lo cierto es que ella era inocente aunque se demuestre lo contrario. Y es que, al principio me resultaba una niña aparentemente ingenua a la que temía que se la pueda manipular. Poco a poco fue aprendiendo a que podía ella misma no dejar que manipulen a las que llegaron después. Y resultó mucho más inteligente y capaz de comprender al resto de lo que yo pensaba. Eso me pasa por querer prejuzgar y querer controlar todo. Mal hecho, Kathy. Sin embargo, sos una excelentísima personita, una de las grandes amigas que me traje conmigo junto con muchas otras. Te quiero muchísimo. Y espero que estés muchísimo mejor en el nuevo lugar en el que van a poder tratar ahora sí de forma correcta tu patología.
Hermanas de otras vidas
No sé por qué yo, no sé por qué ella, no sé por qué nosotras. Pero así sucedió. Más allá de todo lo que dije de la espiritualidad, las creencias actuales y toda esa parafernalia consumista y adaptada al supuesto bienestar personal, lo cierto es que aún hoy en día hay cosas a las que no les encuentro explicación lógica. Y quizás sea mejor así. “No todo lo que puede ser cuantificado cuenta, ni todo lo que cuenta puede ser cuantificado”. También dicen que “hay razones que la propia razón nunca entenderá”.
¿Cómo dos ñoñas tan parecidas y distintas entre sí se encontraron en el mismo lugar? No lo sé. Pero hubo tres cosas que nos unieron: el lugar, nuestro TDAH, y la última que decidimos no mencionar por nuestro pacto de hermanas. Logré conectar de forma impresionante con ella. Y le pasó lo mismo conmigo. Entró dos días después que yo y salió una semana antes. Sin embargo, ese tiempo juntas fue quizás uno de los más significativos de nuestras vidas.
Cuando nos poníamos a hablar de ñoñeces el resto se alejaba. Descubrí que soy una ñoña con todas las letras, que soy muy inteligente, y que muchas veces puedo resultar pedante. A veces tener una respuesta para todo no tiene sentido sin argumentos sólidos que la sostengan.
Me contuvo cuando lo necesité, la contuve cuando lo necesitó. Era la “Smithers” que no me dejaba robarle un dulce a una niña. Era la que me ponía límites cuando hacía chistes que, por lógica, nadie debería hacer en un hospital psiquiátrico, a menos que quisiera quedarse más tiempo. Era la que me decía “Katherine” cuando debía pararme el carro. Completábamos crucigramas a la velocidad de la luz.
Me estaba leyendo un libro muy hermoso sobre un personaje político que, más que un presidente, fue un militante de la vida. Libro que no pienso terminar sin que ella me lo lea. No, no. No intenten imaginar quién es dicho personaje. No es lo importante. Rompimos todas las reglas habidas y por haber. Me leía libros en mi habitación, yo iba a ver Los Simpson en la suya los sábados, y nos regalamos tesoros que valen mucho más que cualquier palabra dicha.
Nos regalamos la realidad de mostrarle a otra persona tal cual somos. Sin mentiras, con honestidad, con empatía, con respeto mutuo. Sabiendo que nada de lo que dijera una, haría enojar a la otra. Nos regalamos el arte de conocernos. La magia de estar ahí. En ese tiempo, en ese lugar. Y mientras nos preguntábamos: “¿Cuánto tiempo más llevará?”, disfrutábamos de cada momento juntas.
No, no. No se confundan. Ella no es como con otras personas especiales. No quiero ser su novia, ni me gusta de tal manera. Pero el amor que llegamos a tenernos en tan poco tiempo, trasciende las fronteras de lo que jamás había esperado que sucediera.
Y esto va para vos especialmente: no voy a negar que lloré cuando te fuiste. A pesar de lo feliz que estaba. Era como una felicidad triste, si tal cosa existe, ya que estaba segura de que era lo mejor para vos, y que íbamos a vernos afuera de todos modos. Pero lloré. Lloré como pocas veces he llorado cuando alguien se aparta de mi vida aunque sea por un tiempo tan corto.
Sí, sí. Las obsesiones y el apego emocional no son del todo buenos. Es decir, como me dijo alguien una vez, hay apegos buenos y apegos malos. Pero si hay algo que aprendí, es que puedo tener un apego bueno con vos, sin que ambas nos atosiguemos entre sí. ¿Por qué? Bueno, resulta más fácil cuando no tocás mucho esa cosa conocida como celular. No le doy mucha pelota y lo bueno es que va a seguir siendo así. Acostumbrarse un mes a estar sin eso, me dio la seguridad para entender que no necesito ni tenerlo todos los días en la mano, ni tenerlo a cada rato siquiera. Poco a poco iré activando algunas cosas, pero otras quedarán desactivadas para siempre.
Por supuesto, eso nada tiene que ver con nosotras. Te lo cuento porque es algo que hablamos y que pienso sostener por mi parte. Anotaré los números de las chicas que me los escribieron en braille con la impresora manual braille que compré por Mercado Libre. Y bueno, ya que estamos, les dejo un muy buen cargador portátil que le recomiendo a todo el mundo y con el cual, la batería del parlantito Bluetooth, me duraba cinco días. Mentira. Era tener el cargador conectado constantemente para que eso ocurriera. Pero al fin y al cabo, el cargador es lo importante XD.
No, no. No te confundas. No estoy haciendo publicidad pagada. Y perdón por incluir esto en una sección que iba exclusivamente para vos. Es que me parecieron productos tan útiles y necesarios, que no pude resistir el impulso de compartirlos. En fin, nuestra despedida ese día que faltamos a gimnasia fue de las charlas más inteligentes e interesantes que tuve con persona alguna.
Te extraño. Sí. Te extraño. Pero también me di cuenta después de que te fuiste, cuánto me extrañaba a mí también. Y quiero seguir sosteniendo eso unos días más. Y es que, volviendo a mí, mucho ha cambiado allí desde que fuimos separadas. Lo cierto es que la sociedad deprime, y el mal no se redime sin cariño, y que si no es por esas personas que acercan su alegría, sería más amargo todavía. Quizás volver a la naturaleza, o al menos a lo analógico, sería nuestra mejor riqueza. Allí podemos querernos y amarnos libremente, y ya no habrá ningún zoológico de gente. Si acaso, un jardín de gente que haya sido cultivado y regado con amor. O quizás, y solo quizás, de alguna forma por pequeñita que sea, podríamos hacerlo nosotras.
Te quiero muchísimo. Hasta prontito, Kathy — Katherine.
Conclusiones finales
No sé si escribí todo lo que quería, o si terminó siendo más de lo que debería. No sé cuánta gente va a leer esto hasta el final, y realmente no me importa. Con que una sola persona entienda de forma favorable lo que intenté explicar en este enorme post, estaré satisfecha. No escribo para hacerme famosa. No escribo para llegar a las grandes ligas, ni para ser influencer ni nada que se le parezca. Sí es cierto que promuevo mis proyectos y aplicaciones en cuanto puedo, pero también lo es que además de traerme algún beneficio propio, la idea es que sea de utilidad para el resto.
Habiendo dicho esto, vamos a continuar con este principio del fin.
Mimoterapia
Sí. Las mencioné a ellas dos. Pero no por ello las demás deberían sentirse ofendidas. Por favor, se los pido. No es más que una elección que me vi obligada a hacer debido a las circunstancias que rodean hoy en día este tipo de contenido en texto. Pero quiero que sepan que las quiero mucho también. Que algunas llegaron a ser no solo grandes compañeras, sino grandes amigas. Personitas maravillosas con las que quiero juntarme afuera para charlar de la vida, tomar un par de mates y reírnos de cuando estuvimos internadas en un hospital psiquiátrico todas juntas. Ah, y no se olviden de ir a comer a Sintaxis, ¿eh?
A las que se fueron antes, quiero contarles que seguimos manteniendo la cadena de incluir y dar la bienvenida a las nuevas. Que les damos su lugar, charlamos y vemos los puntos en común para generar espacios y hábitos agradables para compartir. Charlar de cualquier cosa con mates de por medio y jugar a algún juego, ya es una constante entre todas, y lo seguirá siendo, así que por eso no se preocupen. La tradición se mantiene viva e intacta como nuestras predecesoras la instauraron.
Aprendizajes
No puedo controlarlo todo. No puedo sentirme culpable por cosas que escapan a mi control. A veces lo justo o lo injusto, pueden ser lo correcto. Y a veces no. Debo poner límites. Debo ponerme a mí por encima de cualquier otra persona. Porque como lógica existencialista, si no me cuido a mí, si yo no estoy bien conmigo misma, o al menos aceptablemente, como ahora, no puedo cuidar a nadie más. Ni siquiera a mi gatita Kata, quien se bancó estoicamente un mes sin mí. Actualización: al momento de publicar este artículo, la susodicha ya aplicó su venganza exitosamente. Fue muy inteligente y esperó a que solo estuviésemos las 2 para realizar su malévolo plan. Admiro con gran interés, la enorme paciencia que tuvo, esperando el momento justo para hacer de las suyas. Pero mejor sigo con lo que venía diciendo.
No debo ser tan impulsiva. A veces la respuesta inmediata no es la correcta. Tengo que hablar además de escuchar. En ciertas ocasiones, no dejo que otras personas metan bocado. Soy muy inteligente, sí. Pero eso no me hace mejor ni peor que nadie. Se puede aprender de cualquier persona, desde un niño pequeño hasta de una persona de cien años o más. Lo importante no es la edad, sino lo que la otra persona pueda aportar a tu vida, siempre y cuando sea con respeto y escuchándote a su vez, como ya dije.
No es mi culpa si no sé cómo ayudar a alguien. No es mi culpa, ni la tuya, si no supiste o no pudiste ayudarme. No es nuestra culpa si decidimos alejarnos porque no podíamos llegar a un acuerdo. Y esto es muy importante: no es nuestra culpa si no podemos o no supimos cómo ayudar a una persona con depresión, autolesiones o incluso intentos de suicidio, o suicidios directamente. No lo es. No hay nada que podamos hacer. Porque hay herramientas y recursos que por más que lo intentemos, no tenemos.
La primera ayuda tiene que venir de una misma. Si yo hubiese entrado a la internación con una actitud negativa sobre la misma, me hubiese resultado mucho más difícil salir. Pero entré por mi propia voluntad. Entré y me quedé no solo porque salir o escapar me sería perjudicial, sino además porque era la única salida. Porque fue el primer pensamiento que me vino a la cabeza cuando estaba a punto de terminar con mi propia vida. Entré porque sabía que necesitaba ayuda que por fuera no podía obtener.
No sabía hasta entonces en qué consistía esa ayuda realmente. Pero era mi último caballo de batalla. El último bastión de resistencia que se me presentó antes de rendirme definitivamente. Y lo aproveché. Y me sirvió. No sé si soy o no una mejor persona. Pero sí sé al menos, que desde ahora, intentaré serlo primero conmigo. Y luego con los demás.
Si llegaste hasta acá
La frase del título quizás se sobreentiende a estas alturas. Pero significa básicamente que esperamos no volver a vernos ninguna de nosotras, ni los profesionales a nosotras, en ese lugar de nuevo. Significaría que no volvimos a tener una recaída o una crisis tan fuerte como para volver. Que el tratamiento funcionó para ayudarnos a manejar mejor, a partir de ahora, los factores que nos llevaron allí en primera instancia.
También he de destacar que decidí no nombrar a personas directamente para cuidar su privacidad. Y por esa misma razón habrá referencias que solo yo y esas personas entendamos. Lo siento. Esta es una carta para todos, pero en especial para ellas y para mí.
Gracias
Muchas gracias por leer hasta el final. No solo es muy valioso para mí, sino que te invito a compartirlo para que sea de ayuda y aprendizaje también para otros. No tengo todas las respuestas. Es más, a veces se me presentan aún más preguntas. Pero sí puedo contar lo que viví y lo que aprendí. Y sí puede resultarle quizás informativo a alguien que esté pasando por lo mismo, o a alguien que tenga algún familiar en dichas situaciones y no sepa cómo manejarlo.
Mis agradecimientos a mi mamá, a mi prima, a mi familia en general que no dejaron de preocuparse ni un momento, a mi hija mayor que se “ocupó de la casa” (las comillas son chiste XD), a todas las personas cercanas que estuvieron desde el principio, a mis amigos, al equipo de profesionales del centro en su totalidad, a mis amigas que me llevo y a mis compañeras con las que quizás no tuve tanta afinidad, a mi criaturita menor por el hermoso termo que me dibujó para el mate, a Kata, a los dos gatos que daban vueltas por el centro, a la rata que asustó a mi ami-hermana y que consiguió que esta luego bajara al parque y buscara una ramita para ahuyentarla si el pobre roedor volvía a aparecer 🤣, a mi psicóloga, a mi psiquiatra, a quien no le sirve porque “siempre miente más que habla”, y a todas, pero todas las personitas que formaron parte de esta extraña aventura.
Se las quiere, se las aprecia, se les tiene cierto afecto o cariño, o “nuestra relación será distante cuanto mucho”. A los que entendieron todas las referencias, a los que no entendieron ninguna, a los que están de acuerdo, a los que no, a los que quieren contradecirme en todo, a los que no, a los grandes desastres mundiales (Perlas), a Jesús, a Alá, a Buda, los amo a todos. Ah, pero más amo a Rosalía. Y si por alguna casualidad llega a leer esto, quiero casarme con vos. No, no es una obsesión, y no estoy loca. Em, bueno… la verdad es que…
¡Adiós soperútanos!
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Onko Sinun mielestäsi ok, että psyk. polilla #hoitaja sanoo autistille, että "Sä käytät aina tota autismikorttia."
Musta ei. Musta se on ilmaus siitä, ettei ymmärretä neuropsykiatriaa ynnä empatiavajeista gaslighttaamista.
Mutta ehkä on niin, ettei #empatia enää kuulu edes mielenterveyshoitoon; politiikkaanhan se ei ole enää pariin vuoteen kuulunut.
#mielenterveys #mt #mielenterveyshoito #sote #terveys #terveydenhoito #autismi #autisti #gaslightning #empatia #empatiavajeisuus #psykpoli
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𝑬𝒍 𝑬𝒄𝒐 𝒅𝒆 𝒍𝒐 𝒒𝒖𝒆 𝒄𝒂𝒍𝒍𝒂𝒎𝒐𝒔
⋆✣⋆──────✦──────⋆✣⋆Hoy es el Día Internacional
contra la Violencia y el Acoso Escolar,
incluido el Ciberacoso.Y, aun así,
siguen callando los pasillos,
callan las pantallas,
callan los que miran hacia otro lado
mientras alguien se deshace en silencio.El acoso no empieza con un golpe,
empieza con una risa,
con un “solo era una broma”,
con el miedo a ser el siguiente.Cada palabra lanzada en red
es una piedra invisible.
Cada burla,
una herida que no sangra,
pero deja marcas profundas.Y tú,
que ríes, que compartes, que repites,
no ves el temblor tras la pantalla,
el llanto mudo de quien solo quería pasar.Hoy, más que nunca,
recordemos que la empatía no es una moda,
que el respeto no se enseña con discursos,
y que callar ante el daño
es volverse parte de él.Porque nadie debería tener que aprender
a sobrevivir al miedo para poder existir.
⋆✣⋆──────✦──────⋆✣⋆/𝙍𝙚𝙛𝙡𝙚𝙭𝙞𝙤𝙣𝙚𝙨/
#diainternacionalcontralaviolencia #noalacoso #ciberacoso #acosoescolar #educacionemocional #empatía #humanidad #respeto #reflexion
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Pohdiskelin ystävällisyyttä. Varsinkin tuolla toisaalla netissä, vastakkainasettelujen maailmassa, perusystävällinen suhtautuminen muihin tuntuu välillä jopa radikaalilta.
Ja kun valtioiden johtohahmot ovat yhä kylmempiä ja kovempia, eikä empatiaa pidetä arvossa - sitä vahvemmin nojaan siihen ja pyrin kohtelemaan kaikkia kauniisti.
Ei tuo suinkaan tarkoita rajattomuutta. Jokainen on vastuussa omista teoistaan, ja odotan muiden myös kantavan sen vastuun. Niin itsekin teen. Vastuun vaatiminen ei kuitenkaan sulje pois ystävällisyyttä.
Eräs hankaluuksia aiheuttanut teini kysyi minulta taannoin ”miksi sä olet mulle aina niin kiva”, mikä oli aika pysäyttävää.
Miksi en olisi? Koska en yleensäkään tylytä ihmisiä, ja erityisesti koska näen, että sulla on vaikeaa. Jos ihan tavallinen ystävällisyys tuntuu ihmeelliseltä ja oudolta, on maailmassa iso virhe.
Aion jatkossakin olla kiva. Mitä radikaalimmin, sen parempi.
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#21ottobre giornata mondiale dell' #ascolto
Nelle opere d'arte, la rappresentazione e il principio ritmico-musicale vengono considerati dalle #neuroscienze come due aspetti che consentono l'identificazione psicofisica con l'altro.
Di questo ci parla Nicola Vitale su #Mde #MaterialidiEsteticanell'articolo :"Empatia e percezione estetica. Lo "spirito della musica" come principio unificatore"
⬇️ https://riviste.unimi.it/index.php/MdE/article/view/29623?mtm_campaign=mastodon
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I ragazzi non hanno paura della verità.
Chiedono solo di essere visti davvero.
Ho scritto qualcosa su questo.Grazie 🦔
Teens aren’t afraid of truth.
They just want to be truly seen.
I wrote about it.Thank you 🦔
#adolescenza #verità #ascolto #empatia #genitoriefigli #mentalhealth #michiyospace #società #crescita #riflessioni
https://michiyospace.altervista.org/i-ragazzi-non-hanno-paura-della-verita-gli-adulti-si/
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ADORO IL GENIO - SLACK WYRM
Vi avevamo già detto della sottile vena di follia che anima l'empatica Doris?
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