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239 results for “fonolog”
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@mkoek @Eetschrijver @fonolog @keesjanb
Ok, dan heb ik je verkeerd begrepen. #soit -
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Bij mij wel in ieder geval. Het was verbijsterend, diep triest en desondanks soms van een hoog vermakelijkheidsgehalte. #LPF
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#Blog #Español #Acentos #Bilingüismo #Fonología #SegundaLengua #Sonidos
¿Cómo aprenden los niños bilingües los sonidos de cada idioma?
"...de pequeños (preescolar) los niños mezclan los sonidos, pero llegan a una edad (primaria) en la que son capaces de utilizar los sonidos de cada idioma como haría un adulto."
https://saraincera.blogspot.com/2026/05/como-aprenden-los-ninos-bilingues-los.html
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Flower of the Month: April
Wednesday, April 15, 2026
Hello, all. I had over half of this post done when my computer crashed. What I had saved of the post in WordPress… well, didn’t save. I’m starting over, but with an abbreviated version.
Flowers of the Month: Daisies and Sweet Peas
Photo credit Aftabbanoori at WikipediaI expect that everyone is familiar with the charming daisy (as in my image at the top of the page). So the photo here features the delicate looking sweet pea.
Symbolism
Daisies symbolize innocence, purity, and true love, while sweet peas represent bliss, gratitude, and good wishes.
April’s Animals
From various sources the primary animal associated with April is the duck. That’s my lovely Night Cafe model above. The duck symbolizes cheer, and endurance — as in “like water off a duck’s back.” Other April animals include the falcon and the ram.
Oracle Card
Photo by TeaganThe Magic of Flowers oracle cards by Tess Whitehurst has a card for the daisy. I love the joy and whimsy of the artwork on this card. In the context of the oracle cards, the daisy can remind us to be mindful of simplicity, health, purification, and wealth.
“Rather than adding or doing something in order to experience the most positive resolution or outcome in this situation, it appears that it’s time to let something go or to simply let it be.”
So, I’m going to follow that suggestion — since I lost so much work, I’m going to just let this post be, and let it be simple. Friendly comments are appreciated. Hugs!
[youtube https://www.youtube.com/watch?v=lqV8ouo7qG0?version=3&rel=1&showsearch=0&showinfo=1&iv_load_policy=1&fs=1&hl=en&autohide=2&wmode=transparent&w=748&h=421]♠ ♣ ♠
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Speak Flowers and Fans: a Dictionary of Floriography and Fanology
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Copyright © 2026 by Teagan Ríordáin Geneviene
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#AprilSymbols #AuthorToolChest #Books #Daisy #Floriography #NonFiction #SpeakFlowersAndFans #SweetPea #TeaganRiordainGeneviene #Vintage -
L’allarme della Crusca: l’italiano è a rischio, bisogna fare qualcosa
Di Antonio Zoppetti
Il “Tema del mese” dell’Accademia della Crusca lancia un segnale di allarme chiaro e importante, a proposito del futuro dell’italiano davanti all’inglese globale. Lo fa attraverso un pezzo del suo presidente, Paolo D’Achille, che ha ripreso un discorso già pronunciato all’Università di Ferrara. Dietro un titolo apparentemente innocente, “L’italiano tra passato, presente e futuro”, la preoccupazione per il destino della nostra lingua esplode proprio dopo una bella disamina storica di come la nostra lingua si sia affermata (e mi fa piacere constatare che emerga la stessa tesi che ho sostenuto nel mio libro K e spada).
La novità di questa presa di posizione è una frase che sembra segnare un cambio di rotta rispetto alla filosofia del non-interventismo che caratterizza l’atteggiamento prevalente dei linguisti italiani: “Perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto”, altrimenti l’italiano rischia di diventare un dialetto, e cioè una lingua parlata, usata per la comunicazione informale, per l’alfabetizzazione primaria, anche per la letteratura, ma che corre il pericolo di essere abbandonata come lingua di cultura, dell’università o della ricerca.
Dialettizzazione: cosa significa concretamente?
Per comprendere meglio cosa si intende con “dialettizzazione di una lingua”, bisogna partire dal concetto di “diglossia”, cioè la presenza su un territorio di due idiomi che non godono del medesimo prestigio sociale. Nel Medioevo, la lingua di cultura – della scrittura e della conoscenza – era il latino, anche se le masse quasi del tutto analfabete parlavano nel proprio volgare (la lingua “bassa”). Con il tempo, i volgari sono stati finalmente impiegati prima per far poesia, e poi hanno conquistato – a scapito del latino – sempre più ambiti, come la scienza, le riviste e i giornali, la scuola… E per il suo prestigio letterario, oltre che per ragioni sociali più complesse, il tosco-fiorentino è divenuto la nuova lingua “alta” e “nazionale”, mentre gli altri volgari sono precipitati allo stadio di dialetti, lingue inferiori, anche se vive, adatte alla comunicazione quotidiana, ma considerate di serie B anche quando davano vita a una letteratura vernacolare parallela a quella italiana.
Successivamente, quando la lingua internazionale della cultura divenne quella di Molière, c’era chi preferiva scrivere direttamente in francese, a proposito di diglossia; e quando Napoleone unificò l’Italia (nonostante abbia riesumato e potenziato l’Accademia della Crusca che era stata precedentemente soppressa) abbiamo rischiato che venisse ufficializzato come lingua delle leggi, dei tribunali, delle amministrazioni e persino della scuola, anche se questa breve parentesi durata meno di un decennio è stata spazzata via dalla Restaurazione.Nell’epoca del globish e di una nostra più ampia americanizzazione sociale, culturale, economica e politica, è invece l’inglese la lingua internazionale. Se nel Settecento Casanova ha pubblicato la sua autobiografia in francese perché era una lingua “più diffusa” della sua (e lo stesso fece Goldoni), oggi un ricercatore tende a pubblicare in inglese per essere “internazionale”, per essere letto e preso in considerazione. Ma se la lingua delle università di maggior prestigio diviene l’inglese, nel giro di pochi lustri questa diventerà una prassi e dunque una necessità anche sul piano interno — come nota D’Achille, — e non solo su quello sovranazionale. In un contesto del genere, perché mai si dovrebbe pubblicare, studiare o fare una tesi in italiano?
Il rischio della dialettizzazione dell’italiano circola da tempo, si ritrova in certe affermazioni di Gian Luigi Beccaria o di Luca Serianni (che ho già riportato in passato), di Marco Biffi o di Jurgen Trabant che parla esplicitamente di una nuova “diglossia neomedievale”, dove l’inglese ha preso il posto del latino. L’affermazione di D’Achille – “bisogna fare qualcosa” – è un bel passo in più, anche se non entra nel come si potrebbe agire e nel cosa occorrerebbe fare. La speranza è che dopo l’allarme e l’auspicio di essere più creativi (“bisogna tornare a inventare” invece di importare solo dall’inglese), arrivi anche la parte construens, cioè una proposta politica.
Dialettizzazione e ibridazione: le due facce della stessa medaglia
Se l’inglese diventa la lingua alta della cultura, l’italiano si configura inevitabilmente come lingua più “bassa”, il che non comporta solo il rischio della dialettizzazione del nostro idioma, ma anche quello dell’anglicizzazione, della sua ibridazione, in altre parole di una trasformazione dell’italiano storico in una newlingua chiamata itanglese che si sta imponendo come uno stilema linguistico superiore.
Davanti a questo fenomeno, D’Achille appare più infastidito che preoccupato, ma su questo punto faccio più fatica a seguirlo. Si dichiara per esempio “disturbato” dallo “slittamento semantico di alcuni termini italiani, come conferenza nel senso di convegno o cortesia per concessione”, eppure questo fenomeno non è nuovo (all’epoca del francese queste cose erano altrettanto frequenti); anche se è inappropriato o stucchevole, rimane confinato nelle regole fonologiche e ortografiche che caratterizzano l’italiano storico, non le spezza come nel caso degli anglicismi crudi (per esempio quando parliamo direttamente di meeting).
La diffusione di realizzare nel senso di comprendere, o di visionario nel senso di lungimirante, può suscitare resistenze di tipo puristico, ma non è questo che può mandare in frantumi il sistema dell’italiano e la sua indole. Anche la preoccupazione per le sigle che vengono ripetute con l’ordine sintattico inglese – AI invece di IA – non riguarda qualcosa di nuovo, e a mio avviso va letta in una prospettiva più ampia dei singoli casi esemplificati. Gli USA (un tempo in italiano circolava anche SUA = Stati Uniti d’America) in Spagnolo sono EE. UU, mentre l’AIDS è SIDA in tutte le lingue romanze (lo ha ricordato proprio D’Achille in altre occasioni), ma anche gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati), e il Dna è detto Adn. L’attenzione, insomma, più che per le singole sigle (fosse solo questo il nostro problema!) andrebbe spostata su quello che c’è sotto queste scelte. La maggior frequenza di AI – talvolta anche pronunciata all’americana, ma lo stesso si verifica sempre più spesso con la pronuncia di USA – va inquadrata nel nostro vezzo di ripetere l’angloamericano che si sta trasformando in una regola, dunque in un modello linguistico a cui i singoli casi si adeguano. Il pericolo sta qui: l’inglese è il canone più prestigioso e per questo lo si ostenta in un abbandono dell’italiano. Lo stesso fenomeno non riguarda solo le sigle, ma il nostro intero vocabolario che si intasa di parole in inglese crude che a loro volta si allargano e portano l’italiano verso un “processo di destandardizzazione che segna inevitabilmente la morte di una lingua, che è già avvenuto per il latino nell’età del basso impero”, come riconosce D’Achille.E allora, è la supremazia dell’inglese che porta alla regressione dell’italiano: sul piano internazionale i suprematisti dell’inglese lo scelgono come lingua di cultura, della scienza e dell’università, mentre su quello interno lo ostentato attraverso infinite espressioni inglesi infilate nell’italiano con sempre maggior disinvoltura. Queste sono le due facce della stessa medaglia, non si possono separare.
Se si vuole intervenire, bisogna agire a monte, e dare vita a un movimento culturale che promuova e rilanci l’italiano come lingua alta da contrapporre all’attuale egemonia anglomane. Occorrerebbe sancire il diritto allo studio e alla ricerca nella nostra lingua, invece di istituzionalizzare l’inglese con i soldi pubblici. E davanti agli anglicismi sarebbe ora di stigmatizzarli visto che sono spesso poco trasparenti e discriminano i cittadini, oltre la nostra lingua; esattamente come si stigmatizzano le parole sessiste, politicamente scorrette e non inclusive. Solo con un simile cambio di paradigma potremo uscire dal rischio dialetto e, allo stesso tempo, dall’itanglese. Sul piano politico, intanto, è necessario incentivare lo studio e la ricerca in italiano invece che investire sulla promozione dell’inglese, e anche finirla di tollerare parole inglesi nel linguaggio istituzionale, visto che costituisce un modello che inevitabilmente si propaga nella società. Come? Questo è l’oggetto della discussione che si deve porre sul tavolo, a partire dai giornali, oltre che con una riflessione politica.
L’eco mediatica dell’allarme di D’Achille
L’allarme del presidente della Crusca, oltre che in Rete (segnalo per esempio il pezzo di Penna blu), è stato ripreso da tutti i giornali: La Stampa, ADN Kronos, Il Giornale, Il Fatto quotidiano… ed è finito persino su quelli britannici, soprattutto quando Nick Squiles, su The Telegraph, lo ha ripreso dopo aver intervistato Paolo D’Achille, e anche me, in un pezzo che è poi rimbalzato su The Sunday Telegraph, o sul Daily Star, il che dimostra come la questione sia sentita e che, quando la Crusca prende posizione, le sue parole pesano.
Nelle dichiarazioni al Telegraph D’Achille ha aggiunto qualche importante precisazione: è vero che l’anglicizzazione riguarda tante lingue, oltre alla nostra, “ma l’italiano è particolarmente vulnerabile alle incursioni linguistiche poiché si tratta di una lingua di origine relativamente recente (…). Le sue radici non sono così profonde come quelle di altre lingue come il francese o l’inglese”, visto che è diventato un fenomeno di massa solo nel Novecento, per tornare all’importanza di inquadrare il fenomeno nella sua dimensione storica.
Nel pezzo sul quotidiano britannico, colpisce poi la sottile ironia con cui Nick Squiles riporta una serie di pseudoanglicismi che è costretto a spiegare ai suoi concittadini: “Un box non è qualcosa fatto di cartone, ma un posto auto”, mentre “un rider non ha nulla a che vedere con i cavalli: in italiano la parola indica un lavoratore sottopagato che consegna cibo da asporto in bicicletta o in motorino”. Cioè un fattorino, come si sarebbe detto prima che questa parola fosse abbandonata in favore di “pony express” che oggi cede il posto a rider.
Nella conversazione telefonica che abbiamo avuto, il giornalista sembrava allo stesso tempo stupito e divertito dal fatto che da noi “i canali sportivi riportano gli ultimi risultati del basket, intendendo il basketball, invece di scegliere la parola italiana ‘pallacanestro’”, così come dal fatto che sui mezzi di informazione la parola pusher prevale su “spacciatore” e via dicendo. “Le tribù moderne – scrive Squiles – spaziano dai foodies agli hipster e agli influencer. Twitter ora si chiama X, ma gli italiani continuano a dire che vogliono twittare un post sulle piattaforme sociali [NOTA: in inglese social media platforms, anche se noi parliamo in modo patetico di social]. Dopodiché, potrebbe essere il momento di whatsappare un amico.”
E alla domanda: “Ma perché?” – con un certo imbarazzo – ho provato a rispondergli con quello che è diventato il titoletto di chiusura del pezzo: “L’anglomania compulsiva” (“Compulsive Anglomania”) che si traduce nell’attuale tsunami degli anglicismi (“Tsunami of Anglicisms”).
Davanti a tutto ciò, non si può che concordare con D’Achille: bisogna intervenire, perché se ci lamentiamo limitandoci a guardare e a descrivere, il futuro dell’italiano sembra segnato. Per riprendere il paragrafo di un libro scritto ormai dieci anni fa (il Diciamolo in italiano da cui questo sito è scaturito), è necessario passare “dai lamenti all’azione”, e se dopo il riconoscimento del pericolo (che personalmente grido da allora) non si ragiona concretamente sulle azioni da mettere in campo e su una soluzione politica, siamo fritti.
#anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa -
Ne uccide più la cappa che la spada? Storia del ritorno della “k” nella lingua “italiana”
Di Antonio Zoppetti
Quella che viene interpretata come la più antica testimonianza scritta della lingua italiana è una trascrizione in volgare riportata in un atto giuridico del 960, il placito capuano. A quei tempi il latino era la lingua della scrittura che apparteneva ai pochi rappresentanti delle classi colte, ma nella vita di tutti i giorni la gente si esprimeva nel proprio volgare, e non era più in grado di comprendere il latino già da qualche secolo. I volgari, antenati delle moderne lingue romanze, erano nati dallo sfaldamento del latino vivo che si parlava in epoca classica e dalle sue distorsioni locali. Cambiamento dopo cambiamento, con il passare del tempo la lingua di partenza si era così sempre più differenziata fino a che non si è verificato lo strappo dalla lingua originaria: il popolo – quasi esclusivamente analfabeta – non era più in grado di intenderla. Il latino non era affatto scomparso, continuava a essere la lingua superiore di prestigio utilizzata dai religiosi e dai dotti. E al contrario della lingua del volgo che era naturale e materna ma istintiva, possedeva la sua grammatica ben codificata.
Sao ko kelle terre…
In questa diglossia (la presenza di due lingue di diverso rango), non sappiamo di preciso come suonassero i volgari italici, perché a nessuno sarebbe venuto in mente di scrivere in volgare a quei tempi, dunque mancano le testimonianze, fino al 960. Il placito di Capua doveva risolvere una controversia che riguardava certe terre occupate dai monaci benedettini la cui proprietà era però rivendicata da un feudatario locale. I terreni contesi erano in Campania, ma quelle regioni erano allora un territorio longobardo, e vigeva una legge per cui dopo 30 anni di possesso di un terreno scattava l’usucapione. E così, dopo tante analoghe sentenze – fino a quel momento verbalizzate in latino – in cui chi dimostrava di possedere le terre da almeno trent’anni se le poteva tenere, il giudice Arechisi ebbe l’idea di trascrivere le testimonianze dei benedettini in volgare, forse perché quelle parole arrivassero forti e chiare ovunque, anche al di fuori dalle cerchie degli addetti ai lavori. E in questo modo il volgare dei testimoni è stato messo nero su bianco ed è arrivato fino a noi attraverso queste parole:
“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.
Ricalcandole in italiano moderno potremmo dire: “So che quelle terre, nei confini che qui [= questo atto] riporta, da trent’anni sono in possesso dell’amministrazione di San Benedetto”.
A dire il vero esistono reperti del volgare anche precedenti a questa data, ma si tratta di frammenti di natura privata o pratica, mentre l’importanza del placito capuano sta in un uso intenzionale e consapevole di questo volgare, che ne sanciva l’esistenza e l’ufficialità. E soprattutto ha creato un precedente che è poi stato replicato in vari altri placiti successivi che hanno trascritto analoghe testimonianze in volgare riportate quasi sempre con le stesse parole.
Quello che ai nostri occhi può stupire è la presenza della “k”, che consideriamo una lettera straniera. Se oggi l’ortografia è ben normata dalla grammatica che si studia a scuola, nel Medioevo l’unica grammatica esistente era quella latina, e il problema davanti a cui si era trovato il giudice Arechisi era quello di inventarsi una grammatica per esprimere i nuovi suoni che nel latino non esistevano. In epoca classica non c’era l’attuale suono dolce dell’odierna “c”, che i Romani pronunciavano in modo duro anche davanti alla “e”. Il suono “ce” era comparso più tardi, nel latino medievale tardo in parole come cervus (cervo) o caelum (cielo), che poi si era mantenuto anche in molte parole della lingua orale del volgo. Davanti ai due suoni possibili, perciò, la “c” velare (= dura) venne resa con la lettera “k” (kelle) forse per distinguerla dalla pronuncia dolce. La stessa soluzione usata per “ko” e per “ki”, che oggi traduciamo con che congiunzione e qui. Il pronome relativo “che” (= i quali, “que ki contene”) è stato scritto invece in modo conforme alla regola latina – visto che esisteva – e cioè con il grafema “qu” di quod.
In altre sentenze successive sono state invece usate soluzioni differenti, e “sao ko” del placito di Capua, a Sessa e Teano è stato reso con il raddoppiamento della “c”: “Sao cco”. Anche la scelta della vocale “o” al posto dell’odierna “e” risente della mancanza di un codice ortografico-fonologico per esprimere un suono forse pronunciato a metà tra la “e” e la “o” come nell’œ dell’odierno francese.
Il duello secolare tra la “c” e la “k”
Nei secoli successivi sempre più testi furono scritti in volgare, e la “k” ha convissuto a lungo con il più blasonato “ch” della tradizione toscana insieme anche ad altre trascrizioni grafiche.
Con il tempo, le soluzioni personali di formalizzare le parlate volgari crearono precedenti e diventarono soluzioni locali; per esempio in alcuni reperti della lingua franco-veneta c’è chi ricorreva alla “ç” dell’odierno francese scrivendo “çantar”, altre volte trascritto invece “chantar”, ma altrove la “ç” fu spesso usata per indicare la “c” dolce, anche se altre volte fu impiegata al posto della “z” (preçu = prezzo, çitella = zitella) e gli echi di queste oscillazioni e cambi di consonante si rintracciano anche nell’italiano moderno, dove convivono soluzioni lessicali come pronuncia e annuncio ma anche pronunzia e annunzio (forme più arcaiche che si mantengono in derivati come nunzio).
In questo proto-italiano variegato e non ancora normato, la k impiegata per il suono velare (kiave) si ritrova anche nei primi reperti letterari lombardi per esempio del milanese Bonvesin de la Riva che nel 1200 divulgava le norme del galateo da osservare a tavola: “Fra Bonvesin dra Riva, ke sta im borg Legnian, dre cortesie da desco quilò ve dis perman” (= Fra Bonvesin de la Riva, che abita nel borgo di Legnano, delle cortesie da tavola vi dice qui di seguito). E agli inizi dello stesso secolo era impiegata anche da San Francesco d’Assisi nelle sua Laudi che solo all’“Altissimu, onnipotente, bon Signore, se konfano” – e ricorre anche in “ke” e “skappare” – benché nei manoscritti ricopiati successivamente quelle scelte furono traslitterate con il “ch” e la “c” seguendo una diversa formalizzazione destinata a prendere il sopravvento e a essere riportata nelle odierne antologie scolastiche.
L’affermazione del “ch” che usava Dante con il passare dei secoli si è radicata ed è diventata la norma. Nel Cinquecento il tosco-fiorentino è diventato il modello di italiano nazionale teorizzato da Pietro Bembo e dalle prime grammatiche, poi istituzionalizzato nel Vocabolario della Crusca e diffuso anche grazie all’avvento della stampa a caratteri mobili e dalla nascente editoria le cui norme editoriali si uniformavano e fondevano con quelle dei grammatici. Da quel momento in poi usare la soluzione della “k” è divenuto un “errore”, e non più un uso poco comune o meno puro ed elegante, ma solo tra il Seicento e il Settecento la lettera è stata definitivamente abbandonata ed è scomparsa da tutti i libri. Dunque in italiano è stata “sconfitta” al contrario per esempio di quanto è successo nelle lingue germaniche dove sopravvive anche ai nostri giorni.
E così, in un dizionario ottocentesco che precede di pochi decenni l’unità d’Italia, si leggeva: “K, sm. Lettera greca, detta Kappa. Il c e ch suppliscono ad essa in tutti i suoi suoni della lingua italiana. Adoprasi solamente in alcuni nomi stranieri” (Longhi-Menini, Nuovo vocabolario della lingua italiana, Torino 1847, Tip. Di Al. Fontana).
Poiché nulla è definitivo e immutabile, però, nel Novecento questa lettera è tornata a fare capolino soprattutto attraverso l’interferenza dell’inglese, che accanto a termini come remake include il “ck” di click o la doppia “k” di trekking. Dunque abbiamo cominciato a riabituarci all’alta frequenza di questa lettera.
Negli anni Settanta ha cominciato a circolare in modo “abusivo” e ribelle per esempio nelle scritte sui muri imbrattati da certe massime della contestazione, quando non era infrequente imbattersi in “Amerika” o “Kossiga”. Ma accanto a queste intenzionali e provocatorie violazioni delle regole dell’italiano e del suo alfabeto, l’utilizzo “stenografico” della cappa ricorreva di frequente anche negli appunti scolastici privati degli studenti. Si trattava di un uso che aveva motivazioni economiche legate al dover scrivere velocemente a mano durante le lezioni, e produceva una letteratura informale fatta di abbreviazioni come “xké” al posto di “perché”, che conviveva con il vezzo di scrivere “x” invece di “per”.
Negli anni Novanta, con il diffondersi degli sms limitati a 160 caratteri, e successivamente con l’avvento di internet, questo linguaggio che ricorda quello dei codici fiscali è passato nelle chat e si è arricchito di espressioni abbreviate e crittografate fatte da tvb per “ti voglio bene” e simili acronimi gergali. Il fenomeno dilagava al punto che qualcuno ha cominciato a temere per l’integrità dell’italiano, benché questo tipo di abbreviazioni legate allo scrivere velocemente non siano una novità dell’epoca moderna, anche gli amanuensi di epoca romana e medievale ricorrevano a formule compresse e alla tachigrafia. Ciononostante, davanti all’esplodere di un nuovo uso che usciva dalla norma, sono sorti vivaci dibattiti tra chi lo bollava come un modo di scrivere da analfabeti e un ritorno al Medioevo che costituiva una minaccia per l’italiano, e chi lo osservava senza esprimere giudizi e vedeva in questi gerghi il segno di una lingua incipiente che si limitava a studiare, invece che criticare.Nel giro di qualche anno il fenomeno si è però ridimensionato, invece di estendersi al di fuori del proprio ambito e passare alla lingua di tutti, e questa “lingua” è stata stigmatizzata anche nel gergo della Rete che in un primo tempo ne aveva fatto un segno distintivo. E così, scrivere sulle piattaforme sociali con le “k” è stato in seguito considerato un linguaggio da “bimbominkia” (scritto con la “k” proprio per sottolinearne la bruttura), un neologismo gergale accolto persino nei dizionari per connotare negativamente chi impiega questo modo di esprimersi adolescenziale infarcito anche di acronimi o da un eccesso di faccine.
L’alta frequenza della k per interferenza dell’inglese
Nella prima edizione minore dello Zingarelli del 1923 si leggeva che la lettera k apparteneva solo alle parole straniere, e ne venivano annoverate 15 tra cui kaiser e kantiano, ma solo la voce king proveniva dall’inglese, e indicava allora una specie di carrozzino a due posti. Un secolo dopo, negli attuali dizionari sono registrate oltre 200 voci che iniziano con la k, ma tra nipponismi come kimono e karate, germanismi come kolossal, parole ebraiche come kippur, o arabe come kebab sono gli anglicismi a spiccare. Tra questi, i più comuni e frequenti sono per esempio:
keyboard, keyword, killer (+ killer app, killer application e applicazione killer ma anche killerraggio e affini che si ritrovano sotto altre lettere come serial killer o bounty killer), king size, kiss and fly, kiss and go, kiss and ride (o kiss&ride), kit, kiwi, kleenex, knockout e KO, know-how, koala…
Ma per misurare l’alta frequenza della k non basta contare le parole che iniziano con questa lettera, perciò ho provato a conteggiare le parole inglesi più comuni che contengono la k al loro interno. Non sono a conoscenza di studi in proposito sulla frequenza di questa lettera, dunque provo di seguito a riportare non tutte parole che includono la k presenti nei dizionari, ma almeno quelle più comuni. Il risultato mi sembra interessante soprattutto per comprendere come le radici inglesi siano tra loro interconnesse, visto che una serie di linguisti continua ad approcciare il fenomeno dell’interferenza dell’inglese limitandosi a considerare solo l’entrata dei singoli anglicismi, come se fossero qualcosa di isolato. Quello che emerge è invece come l’alto numero di anglicismi finisca per generare delle regole a orecchio, esattamente come avveniva ai tempi dello sfaldamento del latino nei volgari.
Cominciando dalla lettera A, oltre al gergale aka (cioè alias), c’è acquapark, pseudoanglicismo sul modello di luna park, che contiene la radice di altre parole come per esempio parking per parcheggio.
Alla lettera B la k si ritrova in famiglie di parole tra loro interconnesse che si legano a back (back-end, backgammon, background, back-office, backslash, backspace, backstage, backup (che genera l’ibrido backuppare) e che fuori dalla B si ritrova in feedback, cashback, flashback o playback. Altra radice prolifica è costituita da book, da solo usato come sinonimo di portafoglio clienti (book fotografico), ma che ritorna in parole dove ha il significato di libro (bookcrossing, bookshop, e-book, booktrailer, instant book) ma anche con altre valenze (booking, bookmaker, bookmark e fuori dalla lettera B almeno overbooking). Tra le parole che si appoggiano a black ci sono: black bloc, total black, black comedy, blackjack, blacklist, e blackout; tra quelle a base break (invece di pausa): break even (point), breakfast + coffee break; e poi ci sono bad bank ma anche home banking, basket ma anche beach basket; e attorno a bike si strutturano biker, bike sharing, city bike e mountain bike. Tra le parole isolate si possono annoverare brick, bazooka, bikini, bed and breakfast, benchmark, broker.
Di seguito riporto le altre parole con la k che iniziano con le altre lettere, con un ordine misto che segue un po’ l’elenco alfabetico e un po’ il raggruppamento per famiglie di parole:
cake design, check (+ check-in, check-out, check list, check point, checkup… la stessa radice si ritrova in fact checking), click, cocktail, cooking show, cornflakes, crack, cracker (nel significato di galletta ma anche di pirata informatico), dark e dark lady, desk (+ desktop e help desk), drink (+ energy drink, long drink e smart drink), disc jockey, elettroshock (connesso a shock e rosa shocking), film-maker (cfr. remake), fake e fake news, folk (+ folklore), fashion (e fashionista), food truck, guestbook, hacker (+ hackerare e hackeraggio), hockey, identikit, jack, jackpot, jukebox, like, link (+ linkare, linkabile, linkografia), look (+ new look e nude look), make-up e make-up artist, multitasking, market (+ minimarket e supermarket), marketing (+ direct marketing, multilevel marketing ecc.), milk-shake (+ shaker e shackerare), naziskin, nickname, ok e okay, on the rocks, pacemaker, packaging, pickup, poker e pokerino, racket, ranking, rock e derivati, sketch, skilift, skill (+ soft skill e skillato), skipass, skipper, skyline, stick (+ lipstick o sticker), stock (+ stock option), smoke free, smoking, snack, sneaker, speaker (che genera speakerare e speakeraggio), stakeholder, stalker (+ stalking, stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare e stalkeraggio), steakhouse, takeaway, talkshow, tank, task force, team work (+ la famiglia work: smart working, network, social network, coworking, work in progress, workgroup, workshop, workstation, sex worker…), ticket e ticketless, tracking, trademark, trekking, videomaker (+ film maker), walkie-talkie, whisky, weekend…
Questo elenco di ben oltre 200 parole a base inglese che si appoggiano alla k – da sommare alle altrettante che iniziano con la k – non è affatto esaustivo. Sono solo le parole più comuni, come già sottolineato, e sui dizionari se ne possono trovare altre 3 o 400 meno popolari.
No, non ne uccide più la k che la spada: la vera spada di Damocle è l’inglese
Per i linguisti che affermano di essere descrittivi, e dunque sostengono che una parola come killer sia ormai “italiana” sulla base della sua frequenza e accettazione, davanti a questi numeri non resta che prendere atto che la k non è più lettera straniera, ma è una modalità di mettere per iscritto il suono velare della c, anche se solo fino agli anni Venti del secolo scorso non era così. Questa modalità non si trova più solo nelle parole straniere, che statisticamente sono inglesi con una percentuale schiacciante. Si ritrova anche negli ibridi (linkare, stalkerizzare…) dove è l’inglese a trainare i derivati, e persino in parole come amerikano o kultura scritte a questo modo in modo provocatorio come all’epoca della contestazione degli anni Settanta.
Visto che alcuni linguisti imprigionati nelle loro categorie fatte di pregiudizi mi danno spesso a sproposito del purista, vorrei precisare per l’ennesima volta la mia posizione in proposito. Anche ipotizzando un’improbabile ucronia in cui un esercito di bimbominkia in futuro avrà la meglio, anche se la c velare trascritta con la k diventasse un sistema di scrittura sdoganato e perfettamente lecito, mi pare che scrivere kiave invece di chiave non costituirebbe uno sfaldamento dell’italiano, riguarderebbe solo le norme ortografiche-editorali che – la storia ce lo insegna – produrrebbe un italiano diverso da quello odierno ma pur sempre italiano, esattamente come gli scritti di San Francesco. Poco male insomma, le regole ortografiche sono solo delle convenzioni, possono anche cambiare e questa ipotetica lingua non sarebbe fuori dall’italiano come non lo era il Cantico delle creature.
E allora la presenza della k, da sola, non significa necessariamente uccidere l’italiano, per quello che mi riguarda (il che non significa che ne promuova l’uso).
Lo stesso non si può dire di altri fenomeni: lo sfaldamento della nostra lingua davanti all’interferenza dell’inglese – la vera spada di Damocle della lingua del paese dove il sì suona – è determinato da altri fattori. Per esempio trascrivere la “u” con la doppia (“oo”) come in inglese, pronunciare la “u” “iu” come in computer, il “ch” di chat in modo dolce, la “i” “ai come in design… (cfr. “La S di governance: grammatichetta di itanglese“). E più in generale, abbandonare le nostre parole per quelle inglesi (location, vision, competitor…): questi sì rappresentano uno strappo insanabile con l’italiano storico e si configurano come una newlingua che non si può più definire italiano ma itanglese, perché segue il sound angloamericano invece di quello di Dante.
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Gli anglicismi tra le “parole nuove” della Crusca
Di Antonio Zoppetti
Ho provato a misurare la quantità di inglese presente tra le “Parole nuove” raccolte dall’accademia della Crusca. Il lemmario è composto da 176 voci e non ha alcun intento di completezza, dunque non rappresenta una raccolta di tutte le parole nuove, ma solo di alcune (probabilmente molte sono state segnalate dai lettori) che spesso non sono affatto annoverate nei dizionari (che al contrario costituiscono un lavoro di raccolta organico).
Nonostante questa importante premessa, mi pare che sia un campione interessante da analizzare proprio perché proposto da un’istituzione come la Crusca.
Quello che spicca è la schiacciante interferenza dell’angloamericano: su 176 parole ben 105 ci arrivano dall’anglosfera, inequivocabile segnale della nostra dipendenza culturale d’oltreoceano. Ma la provenienza delle parole, dunque la loro etimologia, è poco interessante per chi non è un purista, perciò una parola come spoilerare – che può piacere o non piacere – si può considerare strutturalmente italiana, e lo stesso vale per ingegneria sociale o poliamore: che importa da dove arrivano, in fondo? Se l’interferenza dell’inglese passasse per i calchi, gli adattamenti, e in buona sostanza l’italianizzazione – come è avvenuto per l’interferenza del francese – la nostra lingua non avrebbe alcun problema.
Passando dall’approccio culturale a quello linguistico, il problema emerge invece se si analizza questa interferenza nei dettagli, perché su 105 parole che arrivano dall’anglosfera solo 38 sono italianizzate, mentre 54 sono in inglese crudo, e in 13 casi sono parole ibride, scritte e pronunciate un po’ all’inglese un po’ all’italiana. Di seguito riporto gli elenchi.
54 anglicismi crudi: (content) creator, boomer, bralette, brat, bromance, bufu, burger, catcalling, coding, contact tracer, contact tracing, cringe, demure, doomscrolling, droplet, eskere, eurocent, FOMO (fear of missing out), foodie, ghosting, green pass, hashtag, hater, hipster, hype, influencer, lockdwon, long Covid, maskne, millennium bug, mobbing, NFT, no-global, non fungible token, omnichannel, paddle, phygital, recap, rewilding, rider, selfie, sextortion, skincare, social engineering, STAM, streamer, token, unboxing, undertourism, vamping, veggie, videoreporter, wannabe, webinar.
13 ibridi itanglesi: freezare, friendzonare, ghostare, link epidemiologico, skillato, termoscanner, token non fungibile, tokenizzare, tokenizzazione, triggerare, twittare, webserie, whatsappare.
38 adattamenti: abilismo, ageismo, agrivoltaico, algocrazia, audismo, blastare, camperizzare, cica crema, coronavirus, cosmeceutica, cosmeceutico, creatore di contenuti, dissare, distanziamento sociale, esitanza vaccinale, infodemia, ingegnere sociale, ingegneria sociale, k (K o kappa), memare, metaverso, microplastica/microplastiche, neurodivergente, neurodivergenza, neurodiverso, neurotipico, neutralità climatica, omnicanale, omnicanalità, omosociale, omosocialità, perlescenza,
poliamore, settarsi, spoilerare, turistificazione, veg, vegafobia, vegefobia.Se si sommano i 38 adattamenti dall’inglese alle parole nuove in italiano (comprese quelle che ci arrivano in modo sporadico dal francese come dressare, o dallo spagnolo come padel al posto di paddle) risulta che su 176 parole nuove solo 109 sono più o meno strutturalmente italiane. Questa media di italianità è molto alta, rispetto alle voci dei dizionari in cui la metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo. Ma, come da premessa, il campione della Crusca non è sistematico e rappresentativo da un punto di vista quantitativo. Lo è invece da un punto di vista qualitativo, e su questo aspetto vorrei spendere qualche riflessione.
I criteri altalenanti della Crusca
Per secoli la missione della Crusca è stata quella di occuparsi soprattutto del Vocabolario della nostra lingua redatto con criteri puristici sin da subito contestati e non condivisi da tutti, perché quell’impostazione tendeva a escludere le parole non toscane, le voci dialettali, quelle di provenienza straniera (benché italianizzate) e anche i tecnicismi e i neologismi. In epoca fascista questo compito lessicografico fu definitamente sottratto all’Accademia, che oggi si configura come un ente per lo studio e la promozione dell’italiano; ma l’idea che si occupi come un tempo della legittimazione lessicale è rimasta molto radicata sia nell’opinione pubblica sia tra i giornalisti che continuano a sfornare articoli che diffondono l’idea che l’accademia “sdogani” e legittimi certe parole.
Per questo, l’elenco delle “parole nuove” è preceduto da un avviso che cerca di fare chiarezza, anche se personalmente lo trovo molto infelice e fumoso:“Avviso ai lettori:
Se la redazione dedica una scheda di approfondimento a una parola non significa che ne sta promuovendo l’uso. Le schede sono pensate come strumenti di comprensione e approfondimento di una lingua, la nostra, che è in continua evoluzione. Le parole che fanno parte dell’italiano, come di qualsiasi lingua naturale, non possono essere ‘decise‘ o ‘scelte’ dall’alto, ma sono quelle che spontaneamente si attestano negli usi dei parlanti, sulla base delle normali dinamiche di funzionamento delle lingue.”Va bene specificare che raccogliere con spirito descrittivo le nuove parole non significa promuoverle né “sdoganarle”; va benissimo anche spiegare che si tratta di strumenti di comprensione e approfondimento. Quello che non torna è il modo di farlo.
In che senso “creator” sarebbe una parola italiana?
Il primo problema riguarda proprio il criterio con cui si individuano “le parole che fanno parte dell’italiano”. In che senso gli anglicismi da creator a webinar o gli ibridi da freezare a whatsappare sono “italiane”? Dietro la premessa, la Crusca esprime una visione dell’“italiano” che non mi pare condivisibile, visto che stiamo parlando di parole inglesi o di radici inglesi mescolate a elementi italiani. In questa strana concezione dell’italiano sembrerebbe che l’unico criterio preso in considerazione sia quello dell’uso: se una parola che segue la pronuncia e l’ortografia della lingua inglese è in uso diventerebbe italiana a prescindere da tutto il resto? Sembrerebbe di sì, da quanto premesso e anche da varie altre consulenze linguistiche. Colpiscono per esempio le osservazioni di un accademico sulla parola governance (usata in documenti istituzionali) e comparata con governanza:
“La parola [governance] è di origine straniera ma è ormai divenuta italiana, quindi il problema non si pone. Ad esempio, è difficile sostenere che titoli di leggi non possano contenere le parole film, computer o sport.
2. La parola straniera non è ancora pienamente accettata come italiana in tutte le sedi, ma il legislatore ha ritenuto con essa di esprimere al meglio ciò che voleva fosse il dettato della legge.
(…) D’altro canto si può osservare che nell’italiano d’Italia il suffisso -anza è ormai scarsamente produttivo, e formare una nuova parola con esso può generare (così è per chi scrive) l’impressione di un termine antiquato, più adatto a un romanzo cavalleresco che a un consiglio di amministrazione o al testo di un decreto che mette ordine in una materia emergente.“Questa posizione esprime quello che si potrebbe definire “anarchismo metodologico”: una parola italiana non è più caratterizzata dall’essere inserita in un sistema linguistico ben preciso (e dal seguire l’ortografia e la fonologia della lingua del sì), ma solo dalla sua diffusione e dalla sua accettazione. In quest’ottica si confondono parole strutturalmente italiane come film e sport (anche se finiscono in consonante, si leggono e pronunciano in italiano) con altre come computer e governance che seguono invece l’indole dell’inglese. A parte la discutibile affermazione – soggettiva ed estetica – per cui il suffisso in “-anza” sarebbe poco produttivo e “antiquato”, se l’italiano è ciò che è in uso (ma bisognerebbe riflettere su questo uso: l’uso di chi?) allora tutto va bene (anything goes per chi ha più familiarità con l’inglese che con l’italiano).
Eppure questo anarchismo metodologico sembra valere solo per dichiarare italiane le parole inglesi, e infatti in altri casi gli accademici seguono ben altri criteri per erogare le loro consulenze linguistiche.
Non spezzare il nostro sistema linguistico è importante solo quando non c’è di mezzo l’inglese?
Nel respingere l’uso dell’asterisco o dello scevà per marcare le parole senza esprimerne il genere, Paolo D’Achille precisa molto bene che ogni lingua si deve evolvere “sempre nell’àmbito delle possibilità offerte dal sistema”, che “il legame sistematico tra grafia e pronuncia, così tipico dell’italiano, non dovrebbe essere spezzato” e che “chi parla o scrive deve comunque far riferimento a un sistema di regole condiviso, in modo da farsi capire e accettare da chi ascolta o legge.”
E allora perché questa concezione dell’italiano ben precisa e legata a un sistema di regole condiviso vale per respingere l’uso di scevà e asterisco ma viene nascosto sotto al tappeto davanti agli anglicismi? Perché non si precisa con altrettanto scrupolo che anche le parole inglesi sono fuori dal legame grafia-pronuncia così tipico dell’italiano?
La stessa attenzione per la compatibilità con il sistema linguistico si ritrova a proposito della condanna dell’uso di “piuttosto che” usato sempre più spesso in modo improprio con il significato di “oppure” invece di “anziché”. Anche in questo caso l’uso non è più sacro, ma presentato come un inarginabile diffondersi dell’errore da sradicare:
“Non c’è giorno che dall’audio della televisione non ci arrivino attestazioni del piuttosto che alla moda (…). Dalla ribalta televisiva il nuovo modulo ha fatto presto a scendere sulle pagine dei giornali: ormai non c’è lettura di quotidiano o di rivista in cui non si abbia occasione d’incontrarlo. E purtroppo la discutibile voga ha cominciato a infiltrarsi anche in usi e scritture a priori insospettabili (d’altra parte, se ha prontamente contagiato gli studenti universitari, come pensare che i docenti, in particolare i meno anziani, ne restino indenni?).
Gli esempi raccolti nel parlato e nello scritto sono ormai innumerevoli e le schede dei sempre più scoraggiati raccoglitori (è il caso della sottoscritta) si ammucchiano inesorabilmente. Eppure non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.”Ancora una volta la domanda è: come mai nel caso del piuttosto che si sottolinea che “è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua” e che può compromettere la comprensione, mentre nel caso degli anglicismi questo particolare viene sottaciuto?
La bufala della lingua che evolverebbe dal basso
Tornando all’avviso ai lettori delle parole nuove, c’è un ultimo aspetto che meriterebbe una riflessione seria. Si precisa che “le parole che fanno parte dell’italiano (…) non possono essere ‘decise’ o ‘scelte’ dall’alto, ma sono quelle che spontaneamente si attestano negli usi dei parlanti”.
Questa frasetta sembra concepita per far credere che la lingua si evolva in modo “democratico” e “dal basso” (visto che si nega che si evolva dall’alto), il che mi pare poco sostenibile (Gramsci considerava “uno sproposito modornale” l’idea che la lingua arrivi dal basso). Da un punto di vista storico non dovremmo dimenticare che l’italiano non si è affatto affermato dal basso, tutto il contrario: fino al Novecento la gente si esprimeva nel proprio dialetto e la Crusca ha rappresentato il principale organo di condanna delle parole dialettali da estirpare in nome di quelle toscane che rappresentavano il modello da seguire e a cui tutti si dovevano inchinare. Ma anche oggi le espressioni spontanee come l’uso improprio di piuttosto che sono respinte. E nell’elenco delle parole nuove, voci come non fungible token, phygital, rewilding, tokenizzazione, cosmeceutica, neurodiverso… non arrivano affatto dal basso (come invece maranza, amichettismo e poche altre) né sono spontanee. La rubrica “parole nuove” serve al contrario per farle comprenderle dalla gente che non ha la più pallida idea di cosa significhino né le userebbe mai.
E allora, fuori dalle ipocrisie, parole del genere non arrivano forse dall’alto? Non sono forse i tecnici, gli intellettuali, i giornalisti e le élite – che il più delle volte non fanno altro che ripetere ciò che arriva dagli Usa – a introdurle, a usarle e in fin dei conti a imporle alle masse?
Dietro l’infelice affermazione per cui le parole nuove non possono essere “scelte” o “decise” dall’alto si vuole invece sottolineare l’allergia tipica italiana nell’indicare soluzioni lessicali ufficiali da parte della Crusca o dello Stato. Naturalmente nel caso del francese e dello spagnolo ciò non è vero, e i vocabolari delle rispettive accademie rappresentano delle linee guida – non delle imposizioni! – che sono utili e spesso funzionano nell’arginare gli anglicismi e nel tutelare il proprio “sistema” linguistico. Così come funzionano molte delle soluzioni ufficiali proposte in Francia anche dalle leggi oltre che dalle banche dati terminologiche in cui si traduce ogni tecnicismo inglese che da noi circola senza alternative proprio perché imposto dall’alto dei comunicatori anglicizzati.
La presunta “neutralità” della Crusca davanti all’inglese (fuori dalle poche proposte del Gruppo Incipit) non finisce dunque per “sdoganare” le parole che si inseriscono con la scusa di spiegarle? Colpisce che nelle schede delle parole inglesi, accanto all’etimologia, all’ambito d’uso, alle prime attestazioni… non sia contemplato anche un campo in cui si promuove per esempio come dirlo in italiano. Colpisce che si proclami governanza qualcosa di obsoleto (un giudizio che non è affatto neutrale) e colpisce che davanti a una parola come bromance (brother = fratello + romance = relazione) non si aggiunga che in italiano esisterebbe l’analogo concetto di fratellanza (da dizionario: “Duraturo sentimento reciproco d’affetto e di benevolenza”).
In conclusione, rimango della mia idea: i cruscanti usano due pesi e due misure. Davanti agli anglicismi si proclamano descrittivisti e non interventisti, ma in questo modo non sono affatto neutrali, perché non prendere posizione e non fare nulla significa essere complici della nostra anglicizzazione, per limitarsi a guardarla invece che arginarla. Davanti ad altri aspetti della lingua – dall’uso del piuttosto che alle condanne sullo scevà – l’atteggiamento è invece un altro: quello di difendere il “sistema lingua” e di ritornare alle sane prescrizioni di una volta.
Eppure non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un bromance al posto di fratellanza, verrebbe da chiosare parafrasando ciò che la Crusca riserva invece solo al piuttosto che.
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Przebiśniegi już są, ale to wciąż za mało, żeby ogłosić przedwiośnie. Pod względem fenologicznym brakuje choćby kwitnienia leszczyny. Co ciekawe, w tamtym roku leszczyna u mnie kwitła 27 stycznia (sic!). W tym roku wciąż się na to nie zapowiada. Zima da nam jeszcze popalić...
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Co do samych zdjęć, to jestem szczęśliwy. W mojej wieśniaczej fotografii brakowało mi właśnie takiego szkła makro jak Nikon Nikkor Z MC 105mm f/2.8 S VR, coś pięknego. Niestety nie kurier się nie spieszył, więc obiektyw odebrałem późno i te zdjęcia już przy słabym świetle, no i co najważniejsze - bez słońca. Wrzucam jednak trzy: dwa przebiśniegów i jedno leszczyny.
Myślałem też, że mając to szkło, pozbędę się moje standardowej portretówki Nikkor 85/1.8G, ale nic z tego. Chociaż więcej testów zrobie jutro. Pytanie tylko czy dzieciaki będą na tyle cierpliwe? ;)
#kochamwies #snowdrops #flowers #spring #photo #hazel #macro #NikonZ5 #NikkorZMC105mm -
Some great insights here on #CX and #cctr #custserv
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RT @Fonolo
Introducing the first episode of #CX4Now! 🎬 Join our team of experts, including, @CXCreator, @blairplez, @Hyken, @SueDuris, @shaiberger, @srgreenhaus, @dbeaumont266, @jtwatkin, as they share predictions for the future of #CX! Click to watch now! 🍿➡️https://hubs.li/Q01zlKvv0 https://twitter.com/i/web/status/1618657464152625152
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26.maijs Rūjienā. Daba turpinā ziedēt, plaukt. Zied maijpuķīte jeb parastā kreimene, aronija un parastā irbene.
#daba #nature #fenoloģija #phenology #naturephotography #maijs #may #latvija #latvia #lv
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Maijs tuvojas noslēgumam un drīz sāksies kalendārā vasara. Valmierā zied čemuru baltstarīte, maura retējs un spožā klintene.
#daba #nature #fenoloģija #phenology #naturephotography #maijs #may #latvija #latvia #lv
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🐞Dabas novērojumi Valmieras novadā 2025.gada aprīlī.
#daba #nature #naturephotography #pavasaris #spring #natureobservation #fenoloģija #phenology #infografika #latvija #latvia #lv #april #aprīlis
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@fonolog vriend van mij, 2 weken geleden. Was er nog behoorlijk moe van. #yournotalone
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4/4 En een mooie aanvulling van @fonolog op het interview met #VirginiaHefferman, (zie ook 1e post in dit draadje) die natuurlijk minstens zo slim is als Hefferman. Dat weet ik dan weer toevallig.
https://neerlandistiek.nl/2026/03/niet-slim-genoeg-voor-de-epstein-files/ #Harvard #MIT #Epstein #EpsteinFiles #Edge #EdgeFoundation #Eugenics #Project #DOJ #CoverUp
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Bij de #ndff validatorendag in Culemborg. Het blijft groeien. Meer data, meer controle meer controleerbare onderdelen, zoals bijvoorbeeld fenologie, stadia, habitat en beeldherkenning.
Wie behoefte heeft aan achtergronden bij borging: check de tweede helft van dit college:
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#langsky #UtLinguaeVitamHabeant "…fins a la dècada de 1970, en el marc d’una política lingüística orientada a la promoció de la llengua estàndard, les altres varietats eren percebudes com a desviacions fonològiques que calia corregir o fins i tot eradicar." www.vilaweb.cat/noticies/el-...
El Japó és un país monolingüe? -
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¿Qué aspectos del lenguaje son capaces de percibir los recién nacidos?
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Do I know anyone coming to Fonologi i Norden? (Oslo Feb. 20-21) #FiNo
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The programme for #Phonology in the Nordic Countries #FINO is online! Starts tomorrow and my talk is on Friday
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Bij dat 'begenadigd' mag je ook nog de nodigde vraagtekens zetten. #integriteit
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Ik hoop dat het niet stil blijft rondom Susanne Täuber.
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Door Europa liep 100 jaar geleden een grens tussen Duitse dialecten die zeiden 'ik heb gezeten' en die zeiden 'ik ben gezeten'. Jiddische dialecten hielden zich aan diezelfde grens.
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¡Hola! Estoy postergando la calificación de las tareas, así que aquí hay una publicación de #introducción. Doy clases de inglés como segunda #lengua y estoy terminando un #doctorado en #lingüística. Me dedico a la #fonética, la #fonología y la #adquisición. Soy una #música y #compositora de toda la vida. Me encantan los #gatos, el #teatro y las #fibrasartes. Siempre estoy despierta hasta las 3 am después de las elecciones. Mi autor favorito es #BrandonSanderson. Los Oscar son mi Super Bowl.
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Overal in Europa moeten nieuwkomers aan steeds hogere taaleisen voldoen. Maar het taalonderwijs dat ze daarbij moet helpen, laat in veel landen nog veel te wensen over. Een rondgang langs het Verenigd Koninkrijk, Frankrijk, Duitsland, Scandinavië en Zuid-Europa.
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¿Cómo aprenden los bebés sus primeras palabras?
"La mayoría de los niños dicen sus primeras palabras cuando tienen un año, aunque hay mucha variabilidad..."
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