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  1. Studi / Cosa si mangiava a Pompei? Dai reperti organici nuovi dati sull’allevamento e l’alimentazione nella città vesuviana

    Elena Percivaldi

    Tra i tanti aspetti affascinanti dell’antica Pompei, pochi sono tanto concreti e quotidiani quanto il cibo. Ora grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, La Sapienza di Roma e l’Università di York, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports indaga in profondità le abitudini alimentari dei pompeiani.

    L’indagine prende in esame isotopi1 stabili del carbonio (δ13C) e dell’azoto (δ15N) per comprendere l’origine delle proteine e dei carboidrati consumati sia dagli esseri umani che dagli animali domestici. Il risultato è una ricostruzione inedita della filiera alimentare e delle strategie di produzione agro-zootecnica in uso a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.

    La ricchezza di Pompei: una miniera organica unica

    Pochi siti archeologici restituiscono una tale quantità di materiale organico conservato come Pompei. L’eruzione del Vesuvio ha infatti sigillato per quasi due millenni resti animali, vegetali, semi, ossa, persino le feci, permettendo oggi di investigare aspetti concreti della vita quotidiana, come la dieta, l’allevamento e le pratiche agricole.

    Datteri trovati a Pompei

    Il team ha analizzato i resti di 67 individui tra umani e animali (suini, ovini, caprini e cani), provenienti da contesti pompeiani già scavati negli anni precedenti, dimostrando come le metodologie moderne siano in grado di far parlare materiali raccolti anche decenni fa.

    Dieta pompeiana: cereali, legumi e… non solo

    Gli isotopi di carbonio indicano un consumo prevalente di piante C3, come frumento, orzo, legumi (fave, ceci, lenticchie) e ortaggi. Si tratta di specie largamente diffuse in tutto il bacino mediterraneo, adatte ai suoli vulcanici e al clima mite della Campania.

    Fichi, altro ritrovamento eccezionale oggetto dello studio

    La presenza di tracce di piante C4, come il miglio, suggeriscono che anche alimenti considerati “poveri” erano parte della dieta, specie per le classi meno abbienti o per il bestiame. Il miglio, poco pregiato rispetto al grano, è nutriente e si conserva facilmente: un alimento ideale in contesti urbani e militari.

    Gli animali da allevamento: una gestione differenziata

    Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’analisi isotopica degli animali da allevamento. Nei suini, in particolare, gli studiosi hanno riscontato una dieta molto varia: alcuni risultano nutriti con vegetali di tipo C4 (forse scarti alimentari o pastoni), altri con alimenti più naturali. L’ipotesi è che a Pompei esistessero allevamenti sia semi-intensivi in ambito urbano che di gestione domestica.

    Una pagnotta carbonizzata trovata sul sito

    Diverso il caso di capre e pecore, la cui alimentazione sembra più coerente e derivata dal pascolo all’aperto. Ciò lascia ipotizzare la presenza di allevamenti estensivi, forse praticati nelle aree collinari attorno alla città, a integrazione delle economie urbane.

    La carne era davvero per tutti?

    Un altro dato chiave emerge dalla distribuzione dell’azoto (δ15N), un chiaro indicatore dell’apporto proteico di origine animale nella dieta. In base a quanto emerso, i pompeiani sembra consumassero carne in maniera abbastanza regolare ma non troppo abbondante, e che preferissero quella di origine suina e ovina. Ma non tutti potevano permettersi di metterla in tavola, e anche chi ne aveva la possibilità non lo faceva tutti i giorni.

    Casa del Tiaso, affresco con animali domestici e selvatici

    Per le classi popolari, la fonte proteica principale restavano legumi e, con ogni probabilità, i prodotti ittici, derivanti dallo sfruttamento delle risorse acquatiche. Dati, questi, già peraltro oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “L’altra Pompei” tenutasi presso la Palestra Grande del sito lo scorso anno.

    Leggi anche

    https://storiearcheostorie.com/2023/12/15/mostre-laltra-pompei-vite-comuni-allombra-del-vesuvio-la-toccante-quotidianita-degli-ultimi-in-300-oggetti-foto-video/

    Il mare nel piatto: pesce e garum

    Le analisi confermano un consumo significativo di risorse marine. Il pesce, documentato già dalle fonti antiche e da numerosi resti ritrovati nei thermopolia, le taverne molto numerose anche a Pompei, faceva parte integrante della dieta. Lo si mangiava non solo fresco, ma anche sotto forma di garum, la celebre salsa di pesce fermentato diffusa in tutto l’Impero.

    Leggi anche

    https://storiearcheostorie.com/2021/08/10/pompei-lo-straordinario-termopolio-affrescato-apre-finalmente-al-pubblico-foto-video/

    I valori isotopici riscontrati nei resti dei pompeiani e dei loro animali ci confermano che il mare era una risorsa sfruttata intensamente, non solo per il commercio, ma anche per l’alimentazione quotidiana.

    Il ruolo dei cani e le reti alimentari

    Lo studio ha riguardato anche i cani, spesso trascurati in questo tipo di studi. I loro valori isotopici mostrano diete simili a quelle dei padroni, probabilmente dettate dalla prassi di gettar loro gli avanzi di cucina. I cani, in altre parole, mangiavano quel che mangiava il padrone, o quasi: un dato importante per ricostruire le abitudini di vita dei pompeiani e anche la loro gestione degli animali domestici.

    Archeologia molecolare e futuro della ricerca

    Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la ricerca dimostra come l’archeologia non termini affatto con lo scavo: “Grazie a tecniche come l’analisi isotopica, possiamo rielaborare materiali raccolti anche molti anni fa e ottenere dati nuovi, preziosi e imprevedibili. Pompei è un laboratorio vivo di archeologia del presente”.

    Con un terzo della città ancora da scavare e grazie all’archivio di materiali organici già raccolto, il potenziale scientifico della città è ovviamente immenso. I prossimi studi potrebbero concentrarsi sulle differenze di dieta tra classi sociali, in base al genere e all’età, e chiarire anche l’impatto delle rotte commerciali sull’alimentazione urbana.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=rnuu4ggBfYg

    1. Si tratta di atomi che hanno numero di massa diverso rispetto ad altri dello stesso elemento: due isotopi hanno quindi lo stesso numero di protoni (cioè lo stesso numero atomico) ma diverso numero di neutroni. ↩︎

    #alimentazioneRomana #allevamento #archeologia #archeologiaMolecolare #dietaAntica #eruzione79DC_ #garum #isotopi #legumi #pesce #pompei #studi #Vesuvio

  2. Studi / Cosa si mangiava a Pompei? Dai reperti organici nuovi dati sull’allevamento e l’alimentazione nella città vesuviana

    Elena Percivaldi

    Tra i tanti aspetti affascinanti dell’antica Pompei, pochi sono tanto concreti e quotidiani quanto il cibo. Ora grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, La Sapienza di Roma e l’Università di York, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports indaga in profondità le abitudini alimentari dei pompeiani.

    L’indagine prende in esame isotopi1 stabili del carbonio (δ13C) e dell’azoto (δ15N) per comprendere l’origine delle proteine e dei carboidrati consumati sia dagli esseri umani che dagli animali domestici. Il risultato è una ricostruzione inedita della filiera alimentare e delle strategie di produzione agro-zootecnica in uso a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.

    La ricchezza di Pompei: una miniera organica unica

    Pochi siti archeologici restituiscono una tale quantità di materiale organico conservato come Pompei. L’eruzione del Vesuvio ha infatti sigillato per quasi due millenni resti animali, vegetali, semi, ossa, persino le feci, permettendo oggi di investigare aspetti concreti della vita quotidiana, come la dieta, l’allevamento e le pratiche agricole.

    Datteri trovati a Pompei

    Il team ha analizzato i resti di 67 individui tra umani e animali (suini, ovini, caprini e cani), provenienti da contesti pompeiani già scavati negli anni precedenti, dimostrando come le metodologie moderne siano in grado di far parlare materiali raccolti anche decenni fa.

    Dieta pompeiana: cereali, legumi e… non solo

    Gli isotopi di carbonio indicano un consumo prevalente di piante C3, come frumento, orzo, legumi (fave, ceci, lenticchie) e ortaggi. Si tratta di specie largamente diffuse in tutto il bacino mediterraneo, adatte ai suoli vulcanici e al clima mite della Campania.

    Fichi, altro ritrovamento eccezionale oggetto dello studio

    La presenza di tracce di piante C4, come il miglio, suggeriscono che anche alimenti considerati “poveri” erano parte della dieta, specie per le classi meno abbienti o per il bestiame. Il miglio, poco pregiato rispetto al grano, è nutriente e si conserva facilmente: un alimento ideale in contesti urbani e militari.

    Gli animali da allevamento: una gestione differenziata

    Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’analisi isotopica degli animali da allevamento. Nei suini, in particolare, gli studiosi hanno riscontato una dieta molto varia: alcuni risultano nutriti con vegetali di tipo C4 (forse scarti alimentari o pastoni), altri con alimenti più naturali. L’ipotesi è che a Pompei esistessero allevamenti sia semi-intensivi in ambito urbano che di gestione domestica.

    Una pagnotta carbonizzata trovata sul sito

    Diverso il caso di capre e pecore, la cui alimentazione sembra più coerente e derivata dal pascolo all’aperto. Ciò lascia ipotizzare la presenza di allevamenti estensivi, forse praticati nelle aree collinari attorno alla città, a integrazione delle economie urbane.

    La carne era davvero per tutti?

    Un altro dato chiave emerge dalla distribuzione dell’azoto (δ15N), un chiaro indicatore dell’apporto proteico di origine animale nella dieta. In base a quanto emerso, i pompeiani sembra consumassero carne in maniera abbastanza regolare ma non troppo abbondante, e che preferissero quella di origine suina e ovina. Ma non tutti potevano permettersi di metterla in tavola, e anche chi ne aveva la possibilità non lo faceva tutti i giorni.

    Casa del Tiaso, affresco con animali domestici e selvatici

    Per le classi popolari, la fonte proteica principale restavano legumi e, con ogni probabilità, i prodotti ittici, derivanti dallo sfruttamento delle risorse acquatiche. Dati, questi, già peraltro oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “L’altra Pompei” tenutasi presso la Palestra Grande del sito lo scorso anno.

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    https://storiearcheostorie.com/2023/12/15/mostre-laltra-pompei-vite-comuni-allombra-del-vesuvio-la-toccante-quotidianita-degli-ultimi-in-300-oggetti-foto-video/

    Il mare nel piatto: pesce e garum

    Le analisi confermano un consumo significativo di risorse marine. Il pesce, documentato già dalle fonti antiche e da numerosi resti ritrovati nei thermopolia, le taverne molto numerose anche a Pompei, faceva parte integrante della dieta. Lo si mangiava non solo fresco, ma anche sotto forma di garum, la celebre salsa di pesce fermentato diffusa in tutto l’Impero.

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    https://storiearcheostorie.com/2021/08/10/pompei-lo-straordinario-termopolio-affrescato-apre-finalmente-al-pubblico-foto-video/

    I valori isotopici riscontrati nei resti dei pompeiani e dei loro animali ci confermano che il mare era una risorsa sfruttata intensamente, non solo per il commercio, ma anche per l’alimentazione quotidiana.

    Il ruolo dei cani e le reti alimentari

    Lo studio ha riguardato anche i cani, spesso trascurati in questo tipo di studi. I loro valori isotopici mostrano diete simili a quelle dei padroni, probabilmente dettate dalla prassi di gettar loro gli avanzi di cucina. I cani, in altre parole, mangiavano quel che mangiava il padrone, o quasi: un dato importante per ricostruire le abitudini di vita dei pompeiani e anche la loro gestione degli animali domestici.

    Archeologia molecolare e futuro della ricerca

    Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la ricerca dimostra come l’archeologia non termini affatto con lo scavo: “Grazie a tecniche come l’analisi isotopica, possiamo rielaborare materiali raccolti anche molti anni fa e ottenere dati nuovi, preziosi e imprevedibili. Pompei è un laboratorio vivo di archeologia del presente”.

    Con un terzo della città ancora da scavare e grazie all’archivio di materiali organici già raccolto, il potenziale scientifico della città è ovviamente immenso. I prossimi studi potrebbero concentrarsi sulle differenze di dieta tra classi sociali, in base al genere e all’età, e chiarire anche l’impatto delle rotte commerciali sull’alimentazione urbana.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=rnuu4ggBfYg

    1. Si tratta di atomi che hanno numero di massa diverso rispetto ad altri dello stesso elemento: due isotopi hanno quindi lo stesso numero di protoni (cioè lo stesso numero atomico) ma diverso numero di neutroni. ↩︎

    #alimentazioneRomana #allevamento #archeologia #archeologiaMolecolare #dietaAntica #eruzione79DC_ #garum #isotopi #legumi #pesce #pompei #studi #Vesuvio

  3. Studi / Cosa si mangiava a Pompei? Dai reperti organici nuovi dati sull’allevamento e l’alimentazione nella città vesuviana

    Elena Percivaldi

    Tra i tanti aspetti affascinanti dell’antica Pompei, pochi sono tanto concreti e quotidiani quanto il cibo. Ora grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, La Sapienza di Roma e l’Università di York, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports indaga in profondità le abitudini alimentari dei pompeiani.

    L’indagine prende in esame isotopi1 stabili del carbonio (δ13C) e dell’azoto (δ15N) per comprendere l’origine delle proteine e dei carboidrati consumati sia dagli esseri umani che dagli animali domestici. Il risultato è una ricostruzione inedita della filiera alimentare e delle strategie di produzione agro-zootecnica in uso a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.

    La ricchezza di Pompei: una miniera organica unica

    Pochi siti archeologici restituiscono una tale quantità di materiale organico conservato come Pompei. L’eruzione del Vesuvio ha infatti sigillato per quasi due millenni resti animali, vegetali, semi, ossa, persino le feci, permettendo oggi di investigare aspetti concreti della vita quotidiana, come la dieta, l’allevamento e le pratiche agricole.

    Datteri trovati a Pompei

    Il team ha analizzato i resti di 67 individui tra umani e animali (suini, ovini, caprini e cani), provenienti da contesti pompeiani già scavati negli anni precedenti, dimostrando come le metodologie moderne siano in grado di far parlare materiali raccolti anche decenni fa.

    Dieta pompeiana: cereali, legumi e… non solo

    Gli isotopi di carbonio indicano un consumo prevalente di piante C3, come frumento, orzo, legumi (fave, ceci, lenticchie) e ortaggi. Si tratta di specie largamente diffuse in tutto il bacino mediterraneo, adatte ai suoli vulcanici e al clima mite della Campania.

    Fichi, altro ritrovamento eccezionale oggetto dello studio

    La presenza di tracce di piante C4, come il miglio, suggeriscono che anche alimenti considerati “poveri” erano parte della dieta, specie per le classi meno abbienti o per il bestiame. Il miglio, poco pregiato rispetto al grano, è nutriente e si conserva facilmente: un alimento ideale in contesti urbani e militari.

    Gli animali da allevamento: una gestione differenziata

    Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’analisi isotopica degli animali da allevamento. Nei suini, in particolare, gli studiosi hanno riscontato una dieta molto varia: alcuni risultano nutriti con vegetali di tipo C4 (forse scarti alimentari o pastoni), altri con alimenti più naturali. L’ipotesi è che a Pompei esistessero allevamenti sia semi-intensivi in ambito urbano che di gestione domestica.

    Una pagnotta carbonizzata trovata sul sito

    Diverso il caso di capre e pecore, la cui alimentazione sembra più coerente e derivata dal pascolo all’aperto. Ciò lascia ipotizzare la presenza di allevamenti estensivi, forse praticati nelle aree collinari attorno alla città, a integrazione delle economie urbane.

    La carne era davvero per tutti?

    Un altro dato chiave emerge dalla distribuzione dell’azoto (δ15N), un chiaro indicatore dell’apporto proteico di origine animale nella dieta. In base a quanto emerso, i pompeiani sembra consumassero carne in maniera abbastanza regolare ma non troppo abbondante, e che preferissero quella di origine suina e ovina. Ma non tutti potevano permettersi di metterla in tavola, e anche chi ne aveva la possibilità non lo faceva tutti i giorni.

    Casa del Tiaso, affresco con animali domestici e selvatici

    Per le classi popolari, la fonte proteica principale restavano legumi e, con ogni probabilità, i prodotti ittici, derivanti dallo sfruttamento delle risorse acquatiche. Dati, questi, già peraltro oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “L’altra Pompei” tenutasi presso la Palestra Grande del sito lo scorso anno.

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    https://storiearcheostorie.com/2023/12/15/mostre-laltra-pompei-vite-comuni-allombra-del-vesuvio-la-toccante-quotidianita-degli-ultimi-in-300-oggetti-foto-video/

    Il mare nel piatto: pesce e garum

    Le analisi confermano un consumo significativo di risorse marine. Il pesce, documentato già dalle fonti antiche e da numerosi resti ritrovati nei thermopolia, le taverne molto numerose anche a Pompei, faceva parte integrante della dieta. Lo si mangiava non solo fresco, ma anche sotto forma di garum, la celebre salsa di pesce fermentato diffusa in tutto l’Impero.

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    https://storiearcheostorie.com/2021/08/10/pompei-lo-straordinario-termopolio-affrescato-apre-finalmente-al-pubblico-foto-video/

    I valori isotopici riscontrati nei resti dei pompeiani e dei loro animali ci confermano che il mare era una risorsa sfruttata intensamente, non solo per il commercio, ma anche per l’alimentazione quotidiana.

    Il ruolo dei cani e le reti alimentari

    Lo studio ha riguardato anche i cani, spesso trascurati in questo tipo di studi. I loro valori isotopici mostrano diete simili a quelle dei padroni, probabilmente dettate dalla prassi di gettar loro gli avanzi di cucina. I cani, in altre parole, mangiavano quel che mangiava il padrone, o quasi: un dato importante per ricostruire le abitudini di vita dei pompeiani e anche la loro gestione degli animali domestici.

    Archeologia molecolare e futuro della ricerca

    Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la ricerca dimostra come l’archeologia non termini affatto con lo scavo: “Grazie a tecniche come l’analisi isotopica, possiamo rielaborare materiali raccolti anche molti anni fa e ottenere dati nuovi, preziosi e imprevedibili. Pompei è un laboratorio vivo di archeologia del presente”.

    Con un terzo della città ancora da scavare e grazie all’archivio di materiali organici già raccolto, il potenziale scientifico della città è ovviamente immenso. I prossimi studi potrebbero concentrarsi sulle differenze di dieta tra classi sociali, in base al genere e all’età, e chiarire anche l’impatto delle rotte commerciali sull’alimentazione urbana.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=rnuu4ggBfYg

    1. Si tratta di atomi che hanno numero di massa diverso rispetto ad altri dello stesso elemento: due isotopi hanno quindi lo stesso numero di protoni (cioè lo stesso numero atomico) ma diverso numero di neutroni. ↩︎

    #alimentazioneRomana #allevamento #archeologia #archeologiaMolecolare #dietaAntica #eruzione79DC_ #garum #isotopi #legumi #pesce #pompei #studi #Vesuvio

  4. Studi / Cosa si mangiava a Pompei? Dai reperti organici nuovi dati sull’allevamento e l’alimentazione nella città vesuviana

    Elena Percivaldi

    Tra i tanti aspetti affascinanti dell’antica Pompei, pochi sono tanto concreti e quotidiani quanto il cibo. Ora grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, La Sapienza di Roma e l’Università di York, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports indaga in profondità le abitudini alimentari dei pompeiani.

    L’indagine prende in esame isotopi1 stabili del carbonio (δ13C) e dell’azoto (δ15N) per comprendere l’origine delle proteine e dei carboidrati consumati sia dagli esseri umani che dagli animali domestici. Il risultato è una ricostruzione inedita della filiera alimentare e delle strategie di produzione agro-zootecnica in uso a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.

    La ricchezza di Pompei: una miniera organica unica

    Pochi siti archeologici restituiscono una tale quantità di materiale organico conservato come Pompei. L’eruzione del Vesuvio ha infatti sigillato per quasi due millenni resti animali, vegetali, semi, ossa, persino le feci, permettendo oggi di investigare aspetti concreti della vita quotidiana, come la dieta, l’allevamento e le pratiche agricole.

    Datteri trovati a Pompei

    Il team ha analizzato i resti di 67 individui tra umani e animali (suini, ovini, caprini e cani), provenienti da contesti pompeiani già scavati negli anni precedenti, dimostrando come le metodologie moderne siano in grado di far parlare materiali raccolti anche decenni fa.

    Dieta pompeiana: cereali, legumi e… non solo

    Gli isotopi di carbonio indicano un consumo prevalente di piante C3, come frumento, orzo, legumi (fave, ceci, lenticchie) e ortaggi. Si tratta di specie largamente diffuse in tutto il bacino mediterraneo, adatte ai suoli vulcanici e al clima mite della Campania.

    Fichi, altro ritrovamento eccezionale oggetto dello studio

    La presenza di tracce di piante C4, come il miglio, suggeriscono che anche alimenti considerati “poveri” erano parte della dieta, specie per le classi meno abbienti o per il bestiame. Il miglio, poco pregiato rispetto al grano, è nutriente e si conserva facilmente: un alimento ideale in contesti urbani e militari.

    Gli animali da allevamento: una gestione differenziata

    Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’analisi isotopica degli animali da allevamento. Nei suini, in particolare, gli studiosi hanno riscontato una dieta molto varia: alcuni risultano nutriti con vegetali di tipo C4 (forse scarti alimentari o pastoni), altri con alimenti più naturali. L’ipotesi è che a Pompei esistessero allevamenti sia semi-intensivi in ambito urbano che di gestione domestica.

    Una pagnotta carbonizzata trovata sul sito

    Diverso il caso di capre e pecore, la cui alimentazione sembra più coerente e derivata dal pascolo all’aperto. Ciò lascia ipotizzare la presenza di allevamenti estensivi, forse praticati nelle aree collinari attorno alla città, a integrazione delle economie urbane.

    La carne era davvero per tutti?

    Un altro dato chiave emerge dalla distribuzione dell’azoto (δ15N), un chiaro indicatore dell’apporto proteico di origine animale nella dieta. In base a quanto emerso, i pompeiani sembra consumassero carne in maniera abbastanza regolare ma non troppo abbondante, e che preferissero quella di origine suina e ovina. Ma non tutti potevano permettersi di metterla in tavola, e anche chi ne aveva la possibilità non lo faceva tutti i giorni.

    Casa del Tiaso, affresco con animali domestici e selvatici

    Per le classi popolari, la fonte proteica principale restavano legumi e, con ogni probabilità, i prodotti ittici, derivanti dallo sfruttamento delle risorse acquatiche. Dati, questi, già peraltro oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “L’altra Pompei” tenutasi presso la Palestra Grande del sito lo scorso anno.

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    https://storiearcheostorie.com/2023/12/15/mostre-laltra-pompei-vite-comuni-allombra-del-vesuvio-la-toccante-quotidianita-degli-ultimi-in-300-oggetti-foto-video/

    Il mare nel piatto: pesce e garum

    Le analisi confermano un consumo significativo di risorse marine. Il pesce, documentato già dalle fonti antiche e da numerosi resti ritrovati nei thermopolia, le taverne molto numerose anche a Pompei, faceva parte integrante della dieta. Lo si mangiava non solo fresco, ma anche sotto forma di garum, la celebre salsa di pesce fermentato diffusa in tutto l’Impero.

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    I valori isotopici riscontrati nei resti dei pompeiani e dei loro animali ci confermano che il mare era una risorsa sfruttata intensamente, non solo per il commercio, ma anche per l’alimentazione quotidiana.

    Il ruolo dei cani e le reti alimentari

    Lo studio ha riguardato anche i cani, spesso trascurati in questo tipo di studi. I loro valori isotopici mostrano diete simili a quelle dei padroni, probabilmente dettate dalla prassi di gettar loro gli avanzi di cucina. I cani, in altre parole, mangiavano quel che mangiava il padrone, o quasi: un dato importante per ricostruire le abitudini di vita dei pompeiani e anche la loro gestione degli animali domestici.

    Archeologia molecolare e futuro della ricerca

    Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la ricerca dimostra come l’archeologia non termini affatto con lo scavo: “Grazie a tecniche come l’analisi isotopica, possiamo rielaborare materiali raccolti anche molti anni fa e ottenere dati nuovi, preziosi e imprevedibili. Pompei è un laboratorio vivo di archeologia del presente”.

    Con un terzo della città ancora da scavare e grazie all’archivio di materiali organici già raccolto, il potenziale scientifico della città è ovviamente immenso. I prossimi studi potrebbero concentrarsi sulle differenze di dieta tra classi sociali, in base al genere e all’età, e chiarire anche l’impatto delle rotte commerciali sull’alimentazione urbana.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=rnuu4ggBfYg

    1. Si tratta di atomi che hanno numero di massa diverso rispetto ad altri dello stesso elemento: due isotopi hanno quindi lo stesso numero di protoni (cioè lo stesso numero atomico) ma diverso numero di neutroni. ↩︎

    #alimentazioneRomana #allevamento #archeologia #archeologiaMolecolare #dietaAntica #eruzione79DC_ #garum #isotopi #legumi #pesce #pompei #studi #Vesuvio

  5. Studi / Cosa si mangiava a Pompei? Dai reperti organici nuovi dati sull’allevamento e l’alimentazione nella città vesuviana

    Elena Percivaldi

    Tra i tanti aspetti affascinanti dell’antica Pompei, pochi sono tanto concreti e quotidiani quanto il cibo. Ora grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, La Sapienza di Roma e l’Università di York, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports indaga in profondità le abitudini alimentari dei pompeiani.

    L’indagine prende in esame isotopi1 stabili del carbonio (δ13C) e dell’azoto (δ15N) per comprendere l’origine delle proteine e dei carboidrati consumati sia dagli esseri umani che dagli animali domestici. Il risultato è una ricostruzione inedita della filiera alimentare e delle strategie di produzione agro-zootecnica in uso a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.

    La ricchezza di Pompei: una miniera organica unica

    Pochi siti archeologici restituiscono una tale quantità di materiale organico conservato come Pompei. L’eruzione del Vesuvio ha infatti sigillato per quasi due millenni resti animali, vegetali, semi, ossa, persino le feci, permettendo oggi di investigare aspetti concreti della vita quotidiana, come la dieta, l’allevamento e le pratiche agricole.

    Datteri trovati a Pompei

    Il team ha analizzato i resti di 67 individui tra umani e animali (suini, ovini, caprini e cani), provenienti da contesti pompeiani già scavati negli anni precedenti, dimostrando come le metodologie moderne siano in grado di far parlare materiali raccolti anche decenni fa.

    Dieta pompeiana: cereali, legumi e… non solo

    Gli isotopi di carbonio indicano un consumo prevalente di piante C3, come frumento, orzo, legumi (fave, ceci, lenticchie) e ortaggi. Si tratta di specie largamente diffuse in tutto il bacino mediterraneo, adatte ai suoli vulcanici e al clima mite della Campania.

    Fichi, altro ritrovamento eccezionale oggetto dello studio

    La presenza di tracce di piante C4, come il miglio, suggeriscono che anche alimenti considerati “poveri” erano parte della dieta, specie per le classi meno abbienti o per il bestiame. Il miglio, poco pregiato rispetto al grano, è nutriente e si conserva facilmente: un alimento ideale in contesti urbani e militari.

    Gli animali da allevamento: una gestione differenziata

    Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’analisi isotopica degli animali da allevamento. Nei suini, in particolare, gli studiosi hanno riscontato una dieta molto varia: alcuni risultano nutriti con vegetali di tipo C4 (forse scarti alimentari o pastoni), altri con alimenti più naturali. L’ipotesi è che a Pompei esistessero allevamenti sia semi-intensivi in ambito urbano che di gestione domestica.

    Una pagnotta carbonizzata trovata sul sito

    Diverso il caso di capre e pecore, la cui alimentazione sembra più coerente e derivata dal pascolo all’aperto. Ciò lascia ipotizzare la presenza di allevamenti estensivi, forse praticati nelle aree collinari attorno alla città, a integrazione delle economie urbane.

    La carne era davvero per tutti?

    Un altro dato chiave emerge dalla distribuzione dell’azoto (δ15N), un chiaro indicatore dell’apporto proteico di origine animale nella dieta. In base a quanto emerso, i pompeiani sembra consumassero carne in maniera abbastanza regolare ma non troppo abbondante, e che preferissero quella di origine suina e ovina. Ma non tutti potevano permettersi di metterla in tavola, e anche chi ne aveva la possibilità non lo faceva tutti i giorni.

    Casa del Tiaso, affresco con animali domestici e selvatici

    Per le classi popolari, la fonte proteica principale restavano legumi e, con ogni probabilità, i prodotti ittici, derivanti dallo sfruttamento delle risorse acquatiche. Dati, questi, già peraltro oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “L’altra Pompei” tenutasi presso la Palestra Grande del sito lo scorso anno.

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    https://storiearcheostorie.com/2023/12/15/mostre-laltra-pompei-vite-comuni-allombra-del-vesuvio-la-toccante-quotidianita-degli-ultimi-in-300-oggetti-foto-video/

    Il mare nel piatto: pesce e garum

    Le analisi confermano un consumo significativo di risorse marine. Il pesce, documentato già dalle fonti antiche e da numerosi resti ritrovati nei thermopolia, le taverne molto numerose anche a Pompei, faceva parte integrante della dieta. Lo si mangiava non solo fresco, ma anche sotto forma di garum, la celebre salsa di pesce fermentato diffusa in tutto l’Impero.

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    https://storiearcheostorie.com/2021/08/10/pompei-lo-straordinario-termopolio-affrescato-apre-finalmente-al-pubblico-foto-video/

    I valori isotopici riscontrati nei resti dei pompeiani e dei loro animali ci confermano che il mare era una risorsa sfruttata intensamente, non solo per il commercio, ma anche per l’alimentazione quotidiana.

    Il ruolo dei cani e le reti alimentari

    Lo studio ha riguardato anche i cani, spesso trascurati in questo tipo di studi. I loro valori isotopici mostrano diete simili a quelle dei padroni, probabilmente dettate dalla prassi di gettar loro gli avanzi di cucina. I cani, in altre parole, mangiavano quel che mangiava il padrone, o quasi: un dato importante per ricostruire le abitudini di vita dei pompeiani e anche la loro gestione degli animali domestici.

    Archeologia molecolare e futuro della ricerca

    Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la ricerca dimostra come l’archeologia non termini affatto con lo scavo: “Grazie a tecniche come l’analisi isotopica, possiamo rielaborare materiali raccolti anche molti anni fa e ottenere dati nuovi, preziosi e imprevedibili. Pompei è un laboratorio vivo di archeologia del presente”.

    Con un terzo della città ancora da scavare e grazie all’archivio di materiali organici già raccolto, il potenziale scientifico della città è ovviamente immenso. I prossimi studi potrebbero concentrarsi sulle differenze di dieta tra classi sociali, in base al genere e all’età, e chiarire anche l’impatto delle rotte commerciali sull’alimentazione urbana.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=rnuu4ggBfYg

    1. Si tratta di atomi che hanno numero di massa diverso rispetto ad altri dello stesso elemento: due isotopi hanno quindi lo stesso numero di protoni (cioè lo stesso numero atomico) ma diverso numero di neutroni. ↩︎

    #alimentazioneRomana #allevamento #archeologia #archeologiaMolecolare #dietaAntica #eruzione79DC_ #garum #isotopi #legumi #pesce #pompei #studi #Vesuvio

  6. Ciao Mondo.
    Credo di esserci.
    Ecco il reebot di - The Fire of Pompei - con un nuovo titolo - Pompei 79 AD - addirittura scritto sotto il #vulcano.
    La versione precedente, non sei stato sincero, era bruttina e inquietante con quella fiamma lì che manco io so perché l'ho fatta.
    Guarda ora invece che bella nube piroclastica che esplode, guarda...
    • Domanda: la appenderesti in casa, studio, lavoro, ristorante, insomma da qualche parte?
    • Ti piace?

    #pompei
    #vesuvio
    #vulcano
    #linoblock
    #handmade

  7. Ciao Mondo.
    Ed ecco la #stampa definitiva del #vesuvio che sembra essere lì assopito in attesa di chissà cosa.
    Conosciamo tutti la storia della sua #eruzione ma come spesso accade preferisco l'altro mondo a questo. È perciò a un episodio di #doctorwho che mi sono ispirato per il titolo: The fire of Pompei

    #linocut
    #linoprint
    #pompei
    #ercolano
    #linocarving
    #linoblock
    #vulcano
    #anticaroma
    #terremoti
    #homedecor
    #walldecor
    #nature
    #handmade
    #artisanat
    #stampaartigianale

  8. Ciao Mondo.
    L'ombra che mi porto dentro in questo periodo dovrebbe starsene muta a ripararsi dai raggi del sole che stimolano la serotonina che dovrebbe regalarmi solo buonumore.
    E invece, questa infame sussurra e bisbiglia: è tutto inutile, dice, tutto inutile...

    Scusa se ogni tanto me ne esco con queste tristezze.

    Intanto il bozzetto della stampa del #vesuvio prende forma

    #vulcano
    #pompei
    #stromboli
    #linocut

  9. Ercolano, 79 d.C.: così la nube di cenere bollente del Vesuvio trasformò il cervello di un uomo in vetro

    Elena Percivaldi

    Tra le tante scoperte archeologiche legate all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., una delle più significative è senza dubbio quella relativa al materiale organico vetrificato conservatosi nel cranio di una delle vittime di Ercolano. I resti del cervello, appartenenti a un giovane adulto di sesso maschile trovato disteso in un letto all’interno del Collegium Augustalium, rappresentano un caso unico nel suo genere.

    Sebbene la scoperta sia stata già resa nota da tempo (era stata pubblicata su PLOS One nell’ottobre 2020 ), il fenomeno viene ora descritto e analizzato per la prima volta in maniera esaustiva da un team italo-tedesco di ricercatori guidato dal vulcanologo Guido Giordano del Dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre. Lo studio è stato appena pubblicato su Scientific Reports e dimostra come il fenomeno abbia richiesto condizioni di temperatura e raffreddamento specifiche, mai documentate prima d’ora.

    L’immagine dei neuroni dallo studio pubblicato su Plos One ©Petrone 2020

    Come si forma il vetro organico?

    In natura, la formazione del vetro è rara, poiché richiede un raffreddamento rapidissimo dallo stato liquido per impedire la cristallizzazione. La trasformazione di materiale organico in vetro è ancora più insolita, dato che i tessuti umani sono prevalentemente composti da acqua, che normalmente evapora o si degrada a temperature elevate.

    Il frammento vetrificato del cervello rinvenuto a Ercolano (Petrone copyright 2020)

    Le analisi condotte dal team multidisciplinare italo-tedesco guidato da Giordano hanno dimostrato che il cervello della vittima di Ercolano è stato esposto a temperature di almeno 510°C, seguite da un raffreddamento rapidissimo, permettendo la formazione del vetro organico e la preservazione delle microstrutture cerebrali.

    Lo studio multidisciplinare

    Gli scienziati hanno impiegato tecniche avanzate come la microscopia elettronica, la spettrometria Raman e analisi calorimetriche per comprendere il processo di vetrificazione. I risultati indicano che il materiale cerebrale non si sarebbe potuto vetrificare se l’individuo fosse stato riscaldato esclusivamente dai flussi piroclastici che hanno seppellito Ercolano, “poiché i depositi di questi flussi, le cui temperature non hanno superato i 465°C, si sono raffreddati molto lentamente e avrebbero totalmente distrutto il materiale organico, a meno che esso non si fosse già trasformato in vetro”.

    Collegio degli Augustali (copyright: Petrone 2020)

    La scoperta del cervello di Ercolano e il suo impatto sulla scienza

    Secondo il prof. Guido Giordano, la chiave del processo risiede nella dinamica dell’eruzione. Dopo le prime ore, i flussi piroclastici hanno colpito Ercolano con nubi di cenere diluita, letali per la loro temperatura superiore ai 510°C. Tuttavia, l’impatto termico fu abbastanza breve da lasciare intatto il tessuto cerebrale, che si raffreddò rapidamente, innescando la vetrificazione. Solo successivamente, nella notte, la città fu completamente sepolta dai depositi vulcanici più densi.

    Video – Lapilli sotto la cenere del Parco Archeologico di Ercolano: i neuroni del cervello vetrificato.

    “Sulla base delle nostre scoperte e dell’analogia con moderne osservazioni sulle eruzioni vulcaniche – racconta il prof. Guido Giordano – ipotizziamo che nel 79 d.C. si sia verificato questo scenario. Dopo le prime ore di eruzione che produssero la colonna eruttiva osservata e descritta da Plinio il Giovane, nella notte del 24 agosto (o forse 24 ottobre come recenti scoperte suggeriscono) iniziarono i primi flussi piroclastici che progressivamente distrussero Ercolano. Il primo di essi raggiunse la città solo con la sua parte di nube di cenere diluita ma caldissima, ben oltre i 510 gradi Celsius. Lasciò a terra pochi centimetri di cenere finissima, ma l’impatto termico fu terribile e mortale, seppur sufficientemente breve da lasciare – almeno nell’unico caso del ritrovamento nel Collegium Augustalium – resti di cervello ancora intatti.

    La nube deve essersi poi altrettanto rapidamente dissipata, consentendo a questi resti di raffreddarsi così rapidamente da innescare il processo di vetrificazione. Solo più tardi nella notte la città fu completamente seppellita dai depositi dei flussi piroclastici.

    Questo scenario è di grandissima importanza non solo per la ricostruzione storica e vulcanologica, ma anche ai fini di protezione civile, perché definisce un’altissima pericolosità anche per flussi molto diluiti che non hanno grandi impatti sulle strutture ma che possono essere letali per le loro temperature, la cui conoscenza può tradursi in efficaci misure di prevenzione e mitigazione”.

    Veduta del sito archeologico di città di Ercolano (Foto P.P. Petrone)

    Il dott. Danilo Di Genova ha sottolineato l’importanza delle analisi sperimentali che hanno consentito di definire la storia termica del materiale:

    “Per comprendere il processo di vetrificazione abbiamo condotto delle analisi sperimentali riportando i frammenti di cervello alle temperature a cui si sono trasformati in vetro con cicli di riscaldamento e raffreddamento a velocità variabili con apparecchiature molto sofisticate, grazie ad una collaborazione tra CNR-ISSMC, il Dipartimento di Scienze di Roma Tre e la Technische Universität Clausthal”.

    Dal canto suo, il prof. Pier Paolo Petrone (Università di Napoli Federico II) sottolinea l’importanza del ritrovamento:

    “Un materiale cerebrale e spinale come questo, vetrificato, non solo non è mai stato trovato in nessun’altra delle centinaia di scheletri di vittime dell’eruzione vesuviana del 79 d.C., ma costituisce l’unico esempio del genere conosciuto al mondo. È probabile che le particolari condizioni verificatesi all’inizio dell’eruzione nel luogo di rinvenimento, nonché la protezione delle ossa del cranio e della colonna vertebrale dell’individuo abbiano creato le condizioni perché il cervello e il midollo osseo sopravvivessero all’impatto termico, permettendo poi di formare questo vetro organico unico”.

    Le implicazioni della ricerca sulle emergenze di oggi

    Il caso del cervello di Ercolano, davvero, straordinario apre nuove prospettive nella bioarcheologia e nella comprensione delle interazioni tra alte temperature e tessuti organici. La scoperta, però, non solo offre un’opportunità unica per lo studio dei processi di vetrificazione organica, ma come ha chiarito il prof. Giordano, ha anche rilevanza per la vulcanologia e la protezione civile. La ricerca dimostra che anche nubi piroclastiche diluite possono essere letali e portare a fenomeni fisici estremi. Comprendere la loro dinamica potrebbe migliorare la gestione del rischio vulcanico e la prevenzione di catastrofi future.

    Video – La preservazione integrale di strutture neuronali di un sistema nervoso centrale di 2000 anni fa.

    Il team coinvolto nelle ricerche

    Del gruppo di ricerca, coordinato da Guido Giordano (Università Roma Tre), fanno parte gli studiosi Alessandra Pensa (Roma Tre e Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Italia), Alessandro Vona (Roma Tre, Italia), Danilo Di Genova (CNR-ISSMC Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo sviluppo dei Materiali Ceramici, Italia), Raschid Al-Mukadam (Technische Universität Clausthal, Germania), Claudia Romano (Roma Tre, Italia), Joachim Deubener (Technische Universität Clausthal, Germania), Alessandro Frontoni (Roma Tre, Italia) e Pier Paolo Petrone (Università di Napoli Federico II, Italia).

    Per saperne di più:

    Immagine in apertura:  Lo scheletro del guardiano nel suo letto di legno presso Collegium Augustalium, nel Parco Archeologico di Ercolano. (particolare). Foto di P.P. Petrone

    #archeologia #cervelloVetrificato #Ercolano #eruzione #eruzione79DC_ #eruzioneVesuvio #GuidoGiordano #InEvidenza #PierPaoloPetrone #scoperteArcheologiche #studi #Vesuvio #vittimeDellEruzione #vulcanologia

  10. Speciale #vulcani 2023
    L’#Italia è #terra di vulcani, tra i più conosciuti e attivi al mondo. Tra questi vi sono l’#Etna, in #Sicilia, le cui frequenti e spettacolari eruzioni contribuiscono a creare un paesaggio unico, e il #Vesuvio, noto soprattutto per la devastante eruzione del 79 d.C. che seppellì le città romane di #Pompei ed #Ercolano. #volcano #volcan
    ingvvulcani.com/2024/02/19/spe?

  11. ***NEW PODCAST***

    Part 4 in our mini-series on VESUVIO. We sit back down with bartender JOANNA LIOCE to talk all about ...

    * her two-decade tenure behind the bar
    * bartending vs. serving
    * the pandemic
    * the origins of Vesuvio's Wacky Wednesday music shows!

    All this and more at the link in our bio. Also available wherever you listen to #podcasts.

    Photography by Michelle Kilfeather

    #bars #NorthBeach #Vesuvio #bartenders #smallbusinesses #cafes #music #musicshows #KerouacAlley #CityLights #WackyWednesdays #livemusic #storytelling #SanFrancisco #WereAllInIt

  12. *** NEW EPISODE ***

    We return to the booth upstairs at ❤️ VESUVIO CAFÉ to meet longtime bartender JOANNA LIOCE!

    * Her upbringing with a rock-critic dad and pediatric nurse mom
    * A long stay in Europe right after high school
    * Her first bartending job (where else?) in Dublin, Ireland
    * The story of how she got the job at Vesuvio when SHE WAS 21!!!

    Up now at the link in our bio and all your favorite podcast apps 🎧

    📸 Michelle Kilfeather

    #OrangeCounty #SFState #TheMissionSF #LowerHeight #NobHill #TheStinkingRose #AlbanyBowl #bars #NorthBeach #Vesuvio #bartenders #smallbusinesses #cafes #storytelling #WereAllInIt

  13. Gestern auf dem einzigen aktiven #Vulkan auf Europas Festland gewesen (#komoot Tour verfügbar unter komoot.de/tour/1316548693?ref=
    und das 79 durch den Vulkan vernichtete #Pompeji besucht. Abends den wohl ruhigsten Ort Napolis zur Getränkezufuhr genutzt.
    #vesuv #vesuvio #circumsuditalia

  14. Tickets für den einzigen aktiven Vulkan auf dem europäischen Festland wurden erworben.
    (Als ich das letzte mal auf einem aktiven Vulkan war, brach er kurz danach aus.)
    🌋 #vesuv #vesuvio #vulkan