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  1. DNA sulla Sindone, un nuovo studio ricostruisce le tracce biologiche accumulate dal tessuto nel corso dei secoli

    La Sindone di Torino continua a essere al centro della ricerca scientifica. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature analizza il DNA presente sui frammenti del telo prelevati nel 1978, offrendo una dettagliata ricostruzione delle contaminazioni biologiche accumulate nel corso dei secoli e delle complesse vicende conservative della reliquia.

    La ricerca, condotta tra il 2022 e il 2025 dall’Università di Pavia e dall’Università di Padova, ha esaminato i campioni ufficiali raccolti nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1978 dal medico legale Pierluigi Baima Bollone, utilizzando moderne tecniche di sequenziamento genomico e analisi metagenomica.

    Gli autori sottolineano che i risultati non permettono di determinare l’origine della Sindone, ma contribuiscono a comprendere quali organismi abbiano lasciato nel tempo tracce biologiche sul tessuto.

    Il DNA racconta la lunga storia del telo

    Gli studiosi sono riusciti a estrarre materiale genetico da sette dei frammenti disponibili, nonostante la limitata quantità di DNA conservato e il forte degrado dei campioni.

    Le analisi hanno evidenziato una situazione particolarmente complessa: il telo conserva infatti una stratificazione di residui biologici accumulati nel corso dei secoli, dovuti alla manipolazione della reliquia, alle esposizioni pubbliche, agli interventi di restauro e ai diversi ambienti nei quali è stata custodita.

    Secondo i ricercatori, il profilo genetico ottenuto rappresenta una sorta di archivio biologico nel quale convivono tracce umane, vegetali, animali e microbiche provenienti da epoche differenti.

    La contaminazione del prelievo del 1978

    Uno dei risultati più significativi riguarda proprio i campioni raccolti nel 1978.

    Il gruppo dell’Università di Pavia ha identificato come profilo mitocondriale predominante una linea genetica coincidente con quella di Pierluigi Baima Bollone, il medico che effettuò il prelievo dei frammenti.

    Secondo gli autori, la presenza di proteine della pelle e di cheratine suggerisce che le operazioni di campionamento non furono svolte con procedure oggi considerate sterili, probabilmente senza l’utilizzo di guanti. Questa contaminazione avrebbe coperto parte delle tracce genetiche più antiche presenti sul tessuto.

    Nonostante ciò, gli studiosi hanno individuato anche altri lignaggi umani riconducibili a popolazioni dell’Eurasia occidentale e del Medio Oriente. Tuttavia, precisano gli autori, non è possibile stabilire quando tali profili siano stati depositati sulla Sindone, né collegarli a specifici eventi storici.

    Microrganismi, piante e animali raccontano la conservazione della reliquia

    Le analisi metagenomiche condotte dall’Università di Padova hanno restituito un quadro estremamente ricco della biodiversità presente sui campioni.

    Sono stati identificati batteri, funghi e archei tipici della pelle umana e di ambienti salini, oltre a tracce genetiche appartenenti a numerose specie vegetali e animali.

    Fra queste compaiono DNA di corallo rosso del Mediterraneo, cereali come grano e mais, oltre a carota, banana e arachide, insieme a residui genetici di bovini, suini, polli, cani e gatti.

    Secondo i ricercatori, questa composizione biologica è compatibile con contaminazioni relativamente recenti e riflette secoli di esposizione del telo a contesti molto diversi, senza fornire indicazioni sull’epoca di realizzazione della reliquia.

    Le analisi confermano la complessità della storia conservativa

    Lo studio affronta anche due fili provenienti dal reliquiario della Sindone, sottoposti a nuove analisi radiometriche.

    Le datazioni ottenute li collocano tra il 1451 e il 1799, un intervallo compatibile con gli interventi di riparazione successivi all’incendio della Sainte-Chapelle del Castello di Chambéry del 1532, quando la reliquia subì gravi danni.

    L’individuazione di proteine tipiche della seta suggerisce inoltre che questo materiale possa essere stato impiegato proprio durante le operazioni di restauro documentate dalle fonti storiche.

    Un contributo alla ricerca, non una risposta definitiva

    Gli autori evidenziano come il lavoro rappresenti un importante contributo alla conoscenza della storia materiale della Sindone, ma invitano alla massima prudenza nell’interpretazione dei risultati.

    Il DNA recuperato non appartiene infatti a un unico momento storico, bensì costituisce la sovrapposizione di numerose contaminazioni accumulate nel tempo. Per questo motivo le analisi genetiche non consentono di attribuire con certezza un’origine geografica o cronologica alla reliquia, ma permettono di ricostruire i processi di conservazione, manipolazione e interazione con l’ambiente che hanno interessato il celebre telo nel corso della sua storia.

    Immagine in apertura: Commons Dianelos Georgoudis

    📘 Fonte scientifica

    • 📄 Gianni Barcaccia, Nicola Rambaldi Migliore, Giovanni Gabelli, Vincenzo Agostini, Fabio Palumbo, Elisabetta Moroni, Valeria Nicolini, Liangliang Gao, Grazia Mattutino, Andrew Porter, Pawel Palmowski, Noemi Procopio, Ugo A. Perego, Massimo Iorizzo, Timothy F. Sharbel, Pierluigi Baima Bollone, Antonio Torroni, Andrea Squartini & Alessandro Achilli, DNA signatures preserved in the official 1978 sample collection of the Shroud of Turin
    • 📚 Scientific Reportss (peer-reviewed) (2026)
    • 🔗 https://doi.org/10.1038/s41598-026-60684-7
    #archeogenetica #DnaAntico #Medioevo #metagenomica #reliquie #ricercaScientifica #ScientificReports #Sindone #storia #studi #Torino #UniversitàDiPadova #UniversitàDiPavia
  2. Come vediamo i colori? Su “Science” la struttura molecolare dei pigmenti responsabili della percezione cromatica

    Tre articoli, firmati anche da studiosi dell'Università di Siena, svelano i meccanismi molecolari che permettono di distinguere il blu, il verde e il…

    I dettagli su Storie & Archeostorie: storiearcheostorie.com/2026/06

    #scienza #science #studi #visione #colori

  3. Come vediamo i colori? Su “Science” la struttura molecolare dei pigmenti responsabili della percezione cromatica

    Tre articoli, firmati anche da studiosi dell'Università di Siena, svelano i meccanismi molecolari che permettono di distinguere il blu, il verde e il…

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  4. Studieren in 2026:

    Für das nächste Semester zahle ich 484,18 € Semesterbeitrag. Vor zwei Jahren waren es noch 344 €, also eine Erhöhung um 40 % !

    Der Bafög-Satz wurde in der gleichen Zeit übrigens ein mal um 6,2 % erhöht. Danke CDU. Danke SPD.

    #Studi #Göttingen #Bafög #Studenten #Studierende #CDU #Merz

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  6. Scoperta a Roma una delle più antiche trascrizioni dell'”Inno di Caedmon”, il primo testo della letteratura inglese

    Una scoperta destinata a lasciare il segno negli studi sulla lingua e sulla letteratura medievale arriva dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Tra i fondi manoscritti dell’ente è stato infatti individuato un codice del IX secolo che conserva una delle più antiche testimonianze dell’“Inno di Caedmon”, composto probabilmente alla fine del VII secolo e di conseguenza considerato il più antico testo noto in lingua inglese.

    A firmare il ritrovamento sono la ricercatrice Elisabetta Magnanti, attualmente al Trinity College di Dublino, e il collega Mark Faulkner. Per l’Università di Siena, dove la studiosa si è formata, si tratta di un risultato di grande prestigio che testimonia il valore della ricerca umanistica e delle competenze interdisciplinari sviluppate all’interno dell’ateneo.

    Un manoscritto del IX secolo riemerso dai fondi della Biblioteca Nazionale

    Il codice, datato tra l’800 e l’830 d.C., contiene una copia della Historia ecclesiastica gentis anglorum, l’opera più nota di Beda il Venerabile (Regno di Northumbria, 672-673 circa – Jarrow, 26 maggio 735), monaco, erudito, poligrafo e tra i massimi intellettuali dell’alto Medioevo.

    Beda il Venerabile mentre compone l’Historia ecclesiastica gentis Anglorum (WikiCommons)

    Il manoscritto ha una storia piuttosto avventurosa. Fu prodotto nell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, dove appare registrato nei cataloghi negli anni 1166 (nr. 60), 1331 (nr. 96), 1464 (nr. 83) e in un catalogo tra il 1464 e il 1490 (nr. 136). Quindi prima del 1650 passò alla Biblioteca Sessoriana del monastero di S. Croce in Gerusalemme a Roma, salvo scomparire misteriosamente dalla Città Eterna tra il 1798 e il 1818 durante le turbolenze legate alle guerre napoleoniche. Gli studiosi ipotizzano che il codice fu poi acquistato, intorno al 1826, dai librai inglesi Payne e Foss, probabilmente dal libraio romano Petrucci; l’anno successivo, infatti, il manoscritto entrò a far parte della celebre collezione di sir Thomas Phillipps (nr. 2701), che a sua volta lo acquistò dal libraio londinese Thomas Thorpe.

    Dopo la dispersione della Biblioteca Phillipps, nel 1946 il volume passò ai librai antiquari Lionel e Philip Robinson, quindi alla libreria antiquaria H. P. Kraus di New York, dalla quale nel 1972 venne acquistato dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione. Quest’ultimo lo donò infine alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove è tuttora conservato con la segnatura MS. Vitt. Em. 1452 (si può sfogliare in digitale QUI).

    Durante tutti questi complicati passaggi, nessuno si era mai accorto che tra le righe del testo di Beda ci fosse anche la versione in inglese antico dell’Inno di Caedmon. Poi la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ne ha realizzato la digitalizzazione, insieme a quella di molti altri manoscritti. E così è arrivata anche questa nuova, inaspettata e straordinaria scoperta.

    Perché la scoperta è così importante

    In questo codice, infatti, i nove versi dell’“Inno di Caedmon” citati da Beda appaiono trascritti direttamente in antico inglese (Old English): una novità assoluta, perché fino a oggi i più antichi manoscritti noti ne riportavano solo la traduzione latina oppure relegavano i versi anglosassoni ai margini della pagina, sotto forma di annotazioni.

    Il manoscritto individuato a Roma racconta invece una storia diversa: i versi in antico inglese sono inseriti direttamente nel corpo principale dell’opera di Beda, seguiti dalla loro traduzione latina.

    Ecco il testo dell’Inno:

    (Da Wikipedia)

    Ed ecco la pagina del codice MS. Vitt. Em. 1452, contenente il testo dell’inno (si tratta della folio 122v., in cui è trascritta parte del capitolo 24 del IV libro dell’Historia gentis Anglorum di Beda)1:

    La pagina del manoscritto contenente i versi dell’Inno (Photo Credit: Rome, National Central Library, MS. Vitt. Em. 1452, f. 122v.)

    Nel particolare qui sotto, ho evidenziato in giallo i versi in antico inglese: sono poco più di cinque righe, ma – come detto – di grande importanza.

    La pagina del manoscritto con evidenziati i versi dell’Inno in antico inglese (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)

    Qui sotto, invece, ho evidenziato il nome del poeta Caedmon e l’inizio della traduzione latina dell’Inno, che si trova subito dopo il testo in antico inglese e prosegue nella pagina successiva:

    La stessa pagina con evidenziato il nome di Caedmon e (in basso) il primo dei versi dell’Inno in latino (i segni in giallo sono stati aggiunti da chi scrive, NdA)Il resto dell’Inno in latino all’inizio della pagina successiva (evidenziato in giallo da chi scrive, NdA)

    Chi era Caedmon?

    Secondo il racconto tramandato da Beda, Caedmon – vissuto nel VII secolo – era un umile allevatore che, grazie all’ispirazione divina ricevuta in sogno, acquisì improvvisamente la capacità di comporre versi religiosi.

    “Nel monastero di questa badessa [Hild, badessa di Streonæshalch (Whitby), ndr] viveva un fratello insigne per un dono speciale concessogli dalla grazia divina, ossia quello di scrivere versi adatti a promuovere lo zelo religioso e la pietà. Infatti, ciò che aveva imparato dalle Sacre Scritture per mezzo di interpreti, lo trasformava in espressioni poetiche nella lingua degli Angli, sua lingua nativa. Versi di tale dolcezza e commozione che molti furono spinti da tali canti a disprezzare il mondo e aspirare al Cielo” (Beda, Historia gentis Anglorum, IV 24).

    L’“Inno di Caedmon”, scritto – stando allo stesso Beda – proprio a seguito di una visione, è l’unica opera attribuita con certezza al poeta, ed è considerato il punto di inizio della tradizione letteraria inglese.

    Quella contenuta nel manoscritto di Roma rappresenta dunque la terza trascrizione più antica conosciuta al mondo del componimento. Le altre due, presenti in altrettanti codici conservati l’uno a Cambridge e l’altro a San Pietroburgo, presentano l’Inno solo in latino, mentre i versi in antico inglese appaiono aggiunti o a margine o alla fine.

    Uno dei testimoni più antichi dell’Inno di Cædmon, presente nel manoscritto cd. “Moore Bede” (737 ca.), conservato presso la Cambridge University Library (Kk. V. 16). [WikiCommons]Il testo come si presenta nel “Beda” di San Pietroburgo, in fondo pagina a margine del testo (P St. Petersburg, National Library of Russia, lat. Q. v. I. 18).

    Nel manoscritto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, invece, i versi sono compresi all’interno del testo stesso di Beda, a dimostrazione che in quest’epoca la lingua parlata dagli anglosassoni era considerata degna di essere tramandata per iscritto. Proprio come il latino.

    Da Siena a Dublino: il percorso di Elisabetta Magnanti

    Prima del dottorato svolto a Vienna e dell’attuale attività di ricerca presso il Trinity College di Dublino, Elisabetta Magnanti ha compiuto il proprio percorso formativo all’Università di Siena.

    Dopo gli studi triennali nel campus di Arezzo, si è laureata magistrale in Lettere Moderne sotto la supervisione della professoressa Maria Rita Digilio. Fondamentale è stata anche l’esperienza nel Master in Informatica del Testo, fondato dal professor Francesco Stella e oggi diretto dalla professoressa Elisabetta Bartoli.

    Proprio l’unione tra competenze filologiche tradizionali e strumenti digitali avanzati si è rivelata decisiva per l’individuazione del manoscritto.

    Il ruolo della digitalizzazione

    La scoperta è stata resa possibile anche grazie all’enorme lavoro di digitalizzazione del patrimonio manoscritto portato avanti dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

    L’accesso a immagini digitali ad alta definizione ha consentito agli studiosi di esaminare materiali rarissimi e individuare particolari che sarebbero potuti passare inosservati.

    Si tratta di un esempio concreto di come le nuove tecnologie possano aprire prospettive inedite nella ricerca umanistica, favorendo l’emersione di documenti fondamentali per la ricostruzione della storia culturale europea.

    Leggi anche: Al via la digitalizzazione degli incunaboli delle biblioteche monastiche

    https://storiearcheostorie.com/2020/07/27/media-al-via-la-digitalizzazione-degli-incunaboli-delle-biblioteche-monastiche/

    Lo studio pubblicato da Cambridge University Press

    I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.

    Per gli studiosi di filologia germanica e di storia della lingua inglese, il manoscritto romano rappresenta una scoperta di straordinario valore, destinata ad arricchire le conoscenze sulle prime fasi della tradizione letteraria anglosassone.

    📘 Fonte scientifica

    • 📄 Magnanti E, Faulkner M. A New Early-Ninth-Century Manuscript of Cædmon’s Hymn: Rome, Biblioteca Nazionale Centrale, Vitt. Em. 1452, 122v
    • 📚 Early Medieval England and its Neighbours. 2026;52:e9
    • 🔗 doi:10.1017/ean.2025.10012

    📘 Notizia verificata

    • 📄 Fonte: Università di Siena ✅
    1. Il testo dell’Historia gentis Anglorum è contenuto tra le colonne 1r (prologo) e 65v; il manoscritto contiene anche un Sermone attribuito a sant’Agostino (in realtà di autore ignoto) e l’Epistola ad Evangelum presbyterum de Melchisedech di san Gerolamo. ↩︎
    #BedaIlVenerabile #BibliotecaNazionaleDiRoma #filologia #InEvidenza #InnoDiCaedmon #letteraturaInglese #manoscrittiMedievali #Medioevo #paleografia #studi #TrinityCollegeDublino #UniversitàDiSiena
  7. ❗ 𝗦𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗢𝗰𝗲𝗮𝗻𝗼 𝗜𝗻𝗱𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗶ù 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝘁𝗲𝘀𝗼 𝗰𝗶𝗺𝗶𝘁𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝗯𝗮𝗹𝗲𝗻𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗼

    Lo studio pubblicato su “Nature”, con la partecipazione dei paleontologi dell’Università di Pisa,…

    ➡️ I dettagli su Storie & Archeostorie: storiearcheostorie.com/2026/06

    #balene #Global_Hadal_Trench_Exploration_Program_(GHEP) #Nature #notizie #Oceano_Indiano #paleontologia #scienza #scoperte #studi #Università_di_Pisa

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  9. Ich will Euch jetzt mal eins sagen. Passt mal auf: Wer nie eine 80-seitige Hausarbeit auf einer Schreibmaschine geschrieben hat, weiß überhaupt nichts von der Härte des Lebens... null... garnichts... und kann deshalb auch überhaupt nicht mitreden!
    Ich hoffe, das ist jetzt klar!🤨 😉

    Reißt Euch also gefälligst demnächst ein bisschen zusammen, wenn Euch mal wieder nach rumjammern ist. 🤣

    Meine Bude damals: viel Marx, viel Musik u. Palettenlager statt Bett.

    #Uni #Studi #annodunnemals

  10. ✍️ 𝗦𝗲𝗴𝗻𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗶𝘀𝗶 𝟰𝟬。𝟬𝟬𝟬 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗳𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗿𝗶𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮

    ✅ Uno studio condotto su 3.000 incisioni paleolitiche rivela sorprendenti sequenze di segni, la cui complessità è paragonabile alla proto-cuneiforme mesopotamica. Lo studio è pubblicato sulla rivista scientifica PNAS

    #Archeologia #Preistoria #Paleolitico #OriginiDellaScrittura #studi #PNAS

    ➡️ L’articolo su Storie & Archeostorie: wp.me/p7tSpZ-cno

    storiearcheostorie.com/2026/02

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  12. Strategi Lolos SNBP: 5 Program Studi UNNES dengan Peluang Diterima Paling Besar! Masa-masa pendaftaran Seleksi Nasional Berdasarkan Prestasi (SNBP) adalah momen yang mendebarkan bagi siswa kelas 12...

    #abdul #aziz #ahwan #dkv #ikor #lolos #pjsd #prodi #program #studi #seni

    Origin | Interest | Match
  13. Am Dienstag, den 20.01.2026, gibt es in unseren gastronomischen Einrichtungen vegane Pho mit Tofu.

    Die Pho ist das Nationalgericht Vietnams. Gegessen wird sie traditionell mit Stäbchen in der einen und Löffel in der anderen Hand. Die Stäbchen sind für die Einlagen (Nudeln, Tofu), der Löffel für die Brühe – Schlürfen ist dabei ausdrücklich erlaubt!

    Wir wünschen allen einen guten Appetit!

    #pho #aktionsmonat #vegan #veganuary #mensa #essen #studieren #studentenleben #studi #studium #stuwerkmuc

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  15. 🧬 𝗣𝗲𝗹𝗹𝗲❟ 𝗶𝗻𝗰𝗵𝗶𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼

    🔬Lo studio condotto dall’Università di Bologna sui frammenti di pelle tatuata risalenti all'Ottocento conservati nella Collezione delle Cere Anatomiche "Luigi Cattaneo" offre una prospettiva inedita sulla cultura del XIX secolo

    #archeologia #storiadellamedicina #tatuaggi #beniCulturali #UniversitàdiBologna #Ottocento #musei #ricerca #studi @unibo

    ➡️ Leggi tutti i dettagli su Storie & Archeostorie: wp.me/p7tSpZ-bSK

    storiearcheostorie.com/2026/01

  16. È stata una bella chiacchierata parlare di questo tema con l'avv. Giuliano Cuomo, confrontarsi sulle sfide e sulle opportunità che il settore #legale e #fiscale sta vivendo oggi.

    Con grande chiarezza ha spiegato come la trasformazione non sia soltanto #tecnologica, ma soprattutto culturale: si tratta di ripensare i modelli di #collaborazione, di superare i confini tradizionali tra #studi e #professionisti, e di creare sinergie che generino valore per i..1/2
    @attualita

    corrierepl.it/2025/11/25/inter

  17. È stata una bella chiacchierata parlare di questo tema con l'avv. Giuliano Cuomo, confrontarsi sulle sfide e sulle opportunità che il settore #legale e #fiscale sta vivendo oggi.

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    corrierepl.it/2025/11/25/inter

  18. Ecco il progetto Itiner-e: mappati quasi 300mila chilometri di strade dell’Impero romano

    Elena Percivaldi

    Quasi 300mila chilometri di vie romane, tutti mappati e resi “percorribili” virtualmente online. Un team internazionale guidato da studiosi dell’Universitat Autònoma de Barcelona e dell’Aarhus University (Danimarca) ha realizzato il progetto Itiner-e, la più dettagliata mappa digitale del sistema stradale dell’Impero ad oggi esistente. I nuovi dati documentano circa 299.171 km di vie antiche, quasi il doppio dei circa 188.555 km stimati finora.

    La ricerca è stata pubblicata sulla rivista “Scientific Data” del gruppo Nature. Il dataset copre un territorio corrispondente alla massima estensione imperiale, attorno al 150 d.C., con oltre 4 milioni di km² tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente.

    La mappa delle strade dell’impero sul sito di Itiner-e

    Un progetto in 3 fasi

    Il progetto si è svolto in tre fasi. Nella prima gli studiosi hanno provveduto all’identificazione delle strade mettendo a confronto fonti archeologiche, epigrafiche, narrative e documentarie. Fondamentale è stato il censimento dei miliari presente nel database LIRE (Latin Inscriptions of the Roman Empire), che contiene ben 8.388 pietre miliari con iscrizioni latine. Quindi sono state utilizzate le informazioni desunte dall’Itinerarium Antonini, un registro delle stazioni e delle distanze tra località redatto nel III secolo, e ovviamente la Tabula Peutingeriana, la celebre carta che mostra le vie stradali dell’Impero intorno alla fine del III secolo, giuntaci in una copia redatta nell’XII-XIII.

    Tabula Peutingeriana (Di Conradi Millieri – http://www.fh-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost03/Tabula/tab_pe00.html Ulrich Harsch Bibliotheca Augustana, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15858798)

    Quindi si è proceduto alla geolocalizzazione incrociando i dati desunti dalla cartografia moderna e storica e dalle immagini aeree e satellitari. Infine, tutti i 14 769 segmenti stradali – di cui circa 103 477 km sono «strade principali» e circa 195 693 km «strade secondarie» – sono stati digitalizzati manualmente. Con un caveat: solo il 2,7% delle tracce è noto con certezza; del restante 97,3%, l’89,8% è solo labilmente documentato mentre l’7,4% può essere solo ipotizzato.

    A cosa serve questo atlante digitale? Per prima cosa, certo, ad avere un quadro più chiaro della viabilità romana, aggiornato allo stato attuale delle conoscenze e reso accessibile a tutti tramite internet. Oltre alle grandi vie già note, l’atlante censisce anche per la prima volta le strade secondarie, le vie rurali e quelle di servizio, evidenziando forme di interconnessione ben più ampie e complesse rispetto a quelle desunte dalla sola considerazione delle strade consolari o principali già note.

    Leggi anche

    https://storiearcheostorie.com/2025/10/28/roma-basilica-costantiniana-appia-ardeatina-nuova-scoperta/

    Ma c’è di più. Il dataset open-access può aiutare a indagare meglio e in dettaglio come l’Impero romano organizzasse gli spostamenti, il controllo del territorio e i traffici commerciali, seguire il propagarsi di idee e religioni. E comprendere anche le dinamiche di diffusione di malattie ed epidemie.

    La viabilità tra Mediolanum e Brixia come riportato nel progetto Itiner-e

    Del resto, some spiegano i ricercatori, la rete stradale non fu “solo” una infrastruttura militare o amministrativa, ma la sua esistenza e implementazione nel tempo favorì la mobilità ed ebbe enormi conseguenze politiche, sociali, economiche e culturali.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=OTSe7MsJXbo

    Ma c’è qualche limite…

    Tuttavia, come avverte il team che ha seguito il progetto, nonostante l’enorme mole di lavoro svolto, la mappatura presenta ancora diversi limiti, il più vistoso dei quali sono le ampie zone del territorio poco documentate. Tra le regioni più dettagliate figurano infatti la Penisola Iberica, la Grecia, il Nord Africa, il Levante e l’Asia Minore, grazie a progetti già, esistenti quali Mercator-e e Desert Networks. Mentre più lacunose risultano le conoscenze relative alla Cornovaglia, all’Anatolia centrale, all’Inghilterra settentrionale, all’Anatolia centrale e… alla Toscana.

    Per approfondire

    https://storiearcheostorie.com/2024/07/27/regina-viarum-la-via-appia-antica-e-il-60mo-sito-unesco-italiano/

    Gli autori sottolineano infine che il dataset non registra (ancora) le evoluzioni temporali delle singole strade. Per questo invitano la comunità scientifica a contribuire in prima persona al progetto Itiner-e, che è concepito come risorsa viva e collaborativa.

    Comunque sia, l’atlante Itiner-e cambia radicalmente la percezione della rete viaria dell’Impero romano: non più come un corpo fondato (solo o quasi) sulle grandi arterie, ma come un sistema complesso e vastissimo, che ha consentito per secoli l’organizzazione territoriale, il commercio, la mobilità e l’egemonia romana grazie anche alla viabilità secondaria.
    L’atlante si configura dunque come una risorsa digitale aperta che invita a ripensare la storia delle infrastrutture antiche e la loro eredità nel presente.

    Per saperne di più:

    #archeologia #archeologiaDigitale #etàRomana #GIS #imperoRomano #ItinerE #notizie #reteViariaRomana #RomaAntica #stradeRomane #studi #viabilità

  19. Herbstzeit ist Kürbiszeit – und zu Halloween natürlich ganz besonders! 🎃🍁
    In diesem Sinne servieren wir heute in unseren Mensen Tortellini mit Kürbis-Tomatensauce und Kürbis-Lasagne mit Bergkäse überbacken. 😋

    Übrigens: Der schwerste Kürbis Deutschlands erreichte dieses Jahr ein stolzes Gewicht von 804 Kilogramm.
    Wir wünschen allen ein fröhliches Kürbis-Essen!

    #halloween #kürbis #vegetarisch #mensa #essen #studieren #studentenleben #studi #studium #stuwerkmuc

  20. Herbstzeit ist Kürbiszeit – und zu Halloween natürlich ganz besonders! 🎃🍁
    In diesem Sinne servieren wir heute in unseren Mensen Tortellini mit Kürbis-Tomatensauce und Kürbis-Lasagne mit Bergkäse überbacken. 😋

    Übrigens: Der schwerste Kürbis Deutschlands erreichte dieses Jahr ein stolzes Gewicht von 804 Kilogramm.
    Wir wünschen allen ein fröhliches Kürbis-Essen!

    #halloween #kürbis #vegetarisch #mensa #essen #studieren #studentenleben #studi #studium #stuwerkmuc

  21. Esattamente 4 anni fa uscivo sul portico dopo colazione e questa era la vista poco dopo l'alba. Così sono rientrato in casa e l'ho disegnata prima di mettermi a lavorare.
    #Piozzano #alba #piacenza #18ottobre #valluretta #schizzi #colore #studi

  22. Esattamente 4 anni fa uscivo sul portico dopo colazione e questa era la vista poco dopo l'alba. Così sono rientrato in casa e l'ho disegnata prima di mettermi a lavorare.
    #Piozzano #alba #piacenza #18ottobre #valluretta #schizzi #colore #studi

  23. Heute gibt es in der Mensa vegetarische Shakshuka aus dem Ofen mit Weißkäse und Ei – wir wünschen einen guten Appetit!

    Schon gewusst? Nächste Woche ist die "Woche ohne Fleisch" von Nahhaft e.V. – macht ihr mit?

    #wocheohnefleisch #Shakshuka #vegetarisch #mensa #essen #studieren #studentenleben #studi #studium #stuwerkmuc

  24. Heute gibt es in der Mensa vegetarische Shakshuka aus dem Ofen mit Weißkäse und Ei – wir wünschen einen guten Appetit!

    Schon gewusst? Nächste Woche ist die "Woche ohne Fleisch" von Nahhaft e.V. – macht ihr mit?

    #wocheohnefleisch #Shakshuka #vegetarisch #mensa #essen #studieren #studentenleben #studi #studium #stuwerkmuc

  25. Zum Studium gehört auch politische Bildung 📚. Bei der O-Woche in Münster haben sich heute viele politische Gruppen im Cafe der Initiativen vorgestellt. Am Infostand konnten sich die Erstis darüber informieren, dass der Tierbefreiungstreff sich gegen jede Form der Ausbeutung von Tieren, Menschen oder der Natur einsetzt. Wir sind ein hierarchiefreies Kollektiv, beim monatlichen Aktiventreffen am 1. Freitag im Monat um 18 Uhr können alle ihre Themen einbringen. Wir freuen uns viele neue erreicht zu haben und euch vielleicht bald mit bei unseren Aktionen zu sehen. Go vegan! 🌱

    Danke an die Fachschaft Politik und Soziologie, dass wir Teil der Veranstaltung sein durften. 💚🖤

    #vegan #tierbefreiung #organisierung #tierrechte #tiere #owoche #owochems #owochemuenster #muenster #unimuenster #uni #intersektional #muenstervegan #veganinmuenster #kritik #kritisch #klima #studi #studium #studierende #baracke

  26. Studi / I papiri carbonizzati di Ercolano ridanno voce al filosofo stoico Zenone

    Elena Percivaldi

    Un’altra pagina perduta del pensiero antico torna a vivere dalle ceneri di Ercolano. Grazie alle nuovissime tecnologie di imaging avanzato, un team di studiosi dell’Università di Pisa e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è riuscito a leggere porzioni finora inaccessibili dei papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

    Foto: ©CNR

    La scoperta, pubblicata su Scientific Reports (Springer Nature), ha rivelato nuove informazioni su Zenone di Cizio, il fondatore dello Stoicismo, gettando luce su aspetti poco noti della sua vita e della sua dottrina. Debolezza fisica, isolamento volontario e rigore ascetico emergono dai testi come tratti distintivi di un uomo interamente dedito alla riflessione filosofica e alla virtù morale.

    Leggi anche

    https://storiearcheostorie.com/2022/12/13/archeologia-carbonizzati-ma-vivi-reperti-lignei-ercolano-reggia-portici/

    Lo Stoicismo e il suo maestro

    Fondato ad Atene intorno al 300 a.C., lo Stoicismo è una delle scuole più influenti del pensiero ellenistico. Il suo fondatore, Zenone di Cizio, predicava la necessità di vivere in accordo con natura e ragione, esercitando il controllo delle passioni per raggiungere l’equilibrio interiore.

    Foto: ©CNR

    I nuovi frammenti, decifrati grazie a tecniche non invasive, confermano la fama di Zenone come asceta e maestro di rigore, ma anche come figura discussa. In alcuni passi del papiro PHerc. 1018, che contiene la Storia della scuola stoica di Filodemo di Gadara, il filosofo viene persino descritto come “moralmente discutibile” per alcune teorie contenute nella sua opera La Repubblica, dove proponeva pratiche sociali decisamente poco convenzionali per l’epoca.

    Busto di Zenone (foto: WIkimedia Commons)

    Deriso dai contemporanei per la sua origine fenicia e la scarsa padronanza del greco, Zenone si guadagnò tuttavia alla morte solenni onoranze pubbliche, segno del rispetto che la città di Atene nutriva per la sua grandezza filosofica.

    La rivoluzione della termografia attiva

    Il vero salto in avanti di questa ricerca risiede nella tecnologia impiegata: la termografia attiva. Per la prima volta, infatti, i ricercatori del CNR-ISPC (Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale) e del CNR-ISASI (Istituto di Scienze Applicate e Sistemi Intelligenti “Eduardo Caianiello”) hanno applicato questa tecnica ai papiri ercolanesi.

    Foto: ©CNR

    Il metodo, basato sulla rilevazione di contrasti termici tra l’inchiostro carbonioso e la superficie del papiro, permette di ottenere immagini leggibili anche in rotoli fortemente danneggiati. Il risultato è un livello di dettaglio paragonabile all’imaging iperspettrale a onda corta (SWIR), ma con una maggiore capacità di rivelare informazioni sulla struttura interna del papiro e sulle zone di restauro o incollaggio.

    Come ha spiegato Costanza Miliani, direttrice dell’ISPC-CNR, questa tecnica “consente di acquisire segnali invisibili a occhio nudo, restituendo testi quasi del tutto perduti e garantendo allo stesso tempo la conservazione dei materiali originali”.

    Le nuove edizioni dei testi: più parole, più filosofia

    Le immagini ottenute hanno permesso di arricchire in modo significativo l’edizione critica di diversi papiri.
    La nuova versione della Storia della scuola stoica curata da Kilian Fleischer (Università di Tubinga) contiene il 10% di testo greco in più rispetto all’edizione del 1994, offrendo nuovi dati sulla cronologia di Zenone e dei suoi successori Crisippo e Panezio, che introdusse lo stoicismo a Roma.

    Non meno straordinari i risultati relativi ad altri rotoli:

    • Il papiro PHerc. 1508, curato da Eleni Avdoulou, rivela il 45% di testo in più e sembra contenere non una storia della scuola pitagorica, come si credeva, ma una biografia di medici greci, tra cui Acrone di Agrigento ed Eurifonte di Cnido.
    • Il papiro PHerc. 1780, riedito da Carlo Pernigotti, restituisce il 30% in più di testo greco e si è rivelato una raccolta di testamenti di filosofi epicurei, l’unico testo documentario della collezione ercolanese.
    Foto: ©CNR

    Scienza e tutela: un equilibrio possibile

    La ricerca rientra nel Progetto ERC Advanced Grant GreekSchools, coordinato da Graziano Ranocchia del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’Università di Pisa.
    La direttrice della Biblioteca Nazionale di Napoli, Silvia Scipioni, ha sottolineato come “le nuove tecnologie concilino tutela e ricerca, permettendo la lettura dei papiri senza alcun danno fisico”.

    Graziano Ranocchia

    Per la prima volta, la Biblioteca è co-beneficiaria di un progetto europeo, al fianco del CNR e dell’Università di Pisa: un passo decisivo verso la digitalizzazione e conservazione integrata dei papiri, considerati tra i documenti più fragili e preziosi dell’antichità.

    Come ha concluso Ivo Rendina, direttore del CNR-ISASI, “questi metodi di diagnostica ottica restituiscono alla comunità scientifica e alla società un patrimonio di conoscenze rimasto per duemila anni nel silenzio della cenere”.

    Per saperne di più:

    #archeologia #CNR #Ercolano #FilodemoDiGadara #filosofiaGreca #GreekSchools #papiri #ScientificReports #Stoicismo #studi #termografiaAttiva #UniversitàDiPisa #VillaDeiPapiri #ZenoneDiCizio

  27. Studi / Cosa si mangiava a Pompei? Dai reperti organici nuovi dati sull’allevamento e l’alimentazione nella città vesuviana

    Elena Percivaldi

    Tra i tanti aspetti affascinanti dell’antica Pompei, pochi sono tanto concreti e quotidiani quanto il cibo. Ora grazie alla collaborazione tra il Parco Archeologico di Pompei, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, La Sapienza di Roma e l’Università di York, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports indaga in profondità le abitudini alimentari dei pompeiani.

    L’indagine prende in esame isotopi1 stabili del carbonio (δ13C) e dell’azoto (δ15N) per comprendere l’origine delle proteine e dei carboidrati consumati sia dagli esseri umani che dagli animali domestici. Il risultato è una ricostruzione inedita della filiera alimentare e delle strategie di produzione agro-zootecnica in uso a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C.

    La ricchezza di Pompei: una miniera organica unica

    Pochi siti archeologici restituiscono una tale quantità di materiale organico conservato come Pompei. L’eruzione del Vesuvio ha infatti sigillato per quasi due millenni resti animali, vegetali, semi, ossa, persino le feci, permettendo oggi di investigare aspetti concreti della vita quotidiana, come la dieta, l’allevamento e le pratiche agricole.

    Datteri trovati a Pompei

    Il team ha analizzato i resti di 67 individui tra umani e animali (suini, ovini, caprini e cani), provenienti da contesti pompeiani già scavati negli anni precedenti, dimostrando come le metodologie moderne siano in grado di far parlare materiali raccolti anche decenni fa.

    Dieta pompeiana: cereali, legumi e… non solo

    Gli isotopi di carbonio indicano un consumo prevalente di piante C3, come frumento, orzo, legumi (fave, ceci, lenticchie) e ortaggi. Si tratta di specie largamente diffuse in tutto il bacino mediterraneo, adatte ai suoli vulcanici e al clima mite della Campania.

    Fichi, altro ritrovamento eccezionale oggetto dello studio

    La presenza di tracce di piante C4, come il miglio, suggeriscono che anche alimenti considerati “poveri” erano parte della dieta, specie per le classi meno abbienti o per il bestiame. Il miglio, poco pregiato rispetto al grano, è nutriente e si conserva facilmente: un alimento ideale in contesti urbani e militari.

    Gli animali da allevamento: una gestione differenziata

    Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda l’analisi isotopica degli animali da allevamento. Nei suini, in particolare, gli studiosi hanno riscontato una dieta molto varia: alcuni risultano nutriti con vegetali di tipo C4 (forse scarti alimentari o pastoni), altri con alimenti più naturali. L’ipotesi è che a Pompei esistessero allevamenti sia semi-intensivi in ambito urbano che di gestione domestica.

    Una pagnotta carbonizzata trovata sul sito

    Diverso il caso di capre e pecore, la cui alimentazione sembra più coerente e derivata dal pascolo all’aperto. Ciò lascia ipotizzare la presenza di allevamenti estensivi, forse praticati nelle aree collinari attorno alla città, a integrazione delle economie urbane.

    La carne era davvero per tutti?

    Un altro dato chiave emerge dalla distribuzione dell’azoto (δ15N), un chiaro indicatore dell’apporto proteico di origine animale nella dieta. In base a quanto emerso, i pompeiani sembra consumassero carne in maniera abbastanza regolare ma non troppo abbondante, e che preferissero quella di origine suina e ovina. Ma non tutti potevano permettersi di metterla in tavola, e anche chi ne aveva la possibilità non lo faceva tutti i giorni.

    Casa del Tiaso, affresco con animali domestici e selvatici

    Per le classi popolari, la fonte proteica principale restavano legumi e, con ogni probabilità, i prodotti ittici, derivanti dallo sfruttamento delle risorse acquatiche. Dati, questi, già peraltro oggetto di approfondimento nell’ambito della mostra “L’altra Pompei” tenutasi presso la Palestra Grande del sito lo scorso anno.

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    https://storiearcheostorie.com/2023/12/15/mostre-laltra-pompei-vite-comuni-allombra-del-vesuvio-la-toccante-quotidianita-degli-ultimi-in-300-oggetti-foto-video/

    Il mare nel piatto: pesce e garum

    Le analisi confermano un consumo significativo di risorse marine. Il pesce, documentato già dalle fonti antiche e da numerosi resti ritrovati nei thermopolia, le taverne molto numerose anche a Pompei, faceva parte integrante della dieta. Lo si mangiava non solo fresco, ma anche sotto forma di garum, la celebre salsa di pesce fermentato diffusa in tutto l’Impero.

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    https://storiearcheostorie.com/2021/08/10/pompei-lo-straordinario-termopolio-affrescato-apre-finalmente-al-pubblico-foto-video/

    I valori isotopici riscontrati nei resti dei pompeiani e dei loro animali ci confermano che il mare era una risorsa sfruttata intensamente, non solo per il commercio, ma anche per l’alimentazione quotidiana.

    Il ruolo dei cani e le reti alimentari

    Lo studio ha riguardato anche i cani, spesso trascurati in questo tipo di studi. I loro valori isotopici mostrano diete simili a quelle dei padroni, probabilmente dettate dalla prassi di gettar loro gli avanzi di cucina. I cani, in altre parole, mangiavano quel che mangiava il padrone, o quasi: un dato importante per ricostruire le abitudini di vita dei pompeiani e anche la loro gestione degli animali domestici.

    Archeologia molecolare e futuro della ricerca

    Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la ricerca dimostra come l’archeologia non termini affatto con lo scavo: “Grazie a tecniche come l’analisi isotopica, possiamo rielaborare materiali raccolti anche molti anni fa e ottenere dati nuovi, preziosi e imprevedibili. Pompei è un laboratorio vivo di archeologia del presente”.

    Con un terzo della città ancora da scavare e grazie all’archivio di materiali organici già raccolto, il potenziale scientifico della città è ovviamente immenso. I prossimi studi potrebbero concentrarsi sulle differenze di dieta tra classi sociali, in base al genere e all’età, e chiarire anche l’impatto delle rotte commerciali sull’alimentazione urbana.

    Guarda il video

    https://www.youtube.com/watch?v=rnuu4ggBfYg

    1. Si tratta di atomi che hanno numero di massa diverso rispetto ad altri dello stesso elemento: due isotopi hanno quindi lo stesso numero di protoni (cioè lo stesso numero atomico) ma diverso numero di neutroni. ↩︎

    #alimentazioneRomana #allevamento #archeologia #archeologiaMolecolare #dietaAntica #eruzione79DC_ #garum #isotopi #legumi #pesce #pompei #studi #Vesuvio

  28. #Studi-Job an der Stabi gefällig?🙌Werden Sie studentische Hilfskraft (w/d/m) im @dfg_public geförderten Projekt @nfdi4culture zur Erprobung und Homogenisierung von Techniken, Methoden und Standards rund um den Bereich #3D und #Kulturerbe!

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  29. Questo è il più classico dei post che mi pentirò di aver pubblicato, ma ci sono notizie che non riesco a non dare. Non sentitevi triggerati, amici del mistero: la notizia è vera, l'accademico ha un suo curriculum, ma NON depone a favore di chi pensa che la terra sia un medaglione. Enjoy! - Gianluca

    #terra #terrapiatta #spazio #studi

    futuroprossimo.it/2024/02/terr

  30. #STUDI #ARCHEOLOGIA #JESOLO / Salute precaria, talassemia, basse aspettative di vita (e un caso unico di osteocondrite): ecco gli antichi Jesolani

    I dettagli sullo studio e le scoperte su @StorieArcheo

    storiearcheostorie.com/2023/12

  31. Esattamente due anni fa uscivo sul portico dopo colazione e questa era la vista poco dopo l'alba. Così sono rientrato in casa e l'ho disegnata prima di mettermi a lavorare.
    #Piozzano #alba #18ottobre #valluretta #schizzi #colore #studi

  32. #ARCHEOLOGIA #STUDI / Come si viveva nel #Neolitico? A dircelo sono è il Dna di un uomo sepolto 6.000 anni fa nella grotta calabrese di Pietra Sant’Angelo

    Lo studio dell'Università di Bologna è pubblicato su Scientific Reports

    storiearcheostorie.com/2023/08