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“Spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni”: note a caldo su Risto Reich di Luigi ChiarellaCon Luigi Chiarella (Yamunin) ci eravamo incrociati su Twitter, quando era ancora un posto decente, nonostante fosse un social media commerciale. Ci dovevamo anche vedere a Vienna, in una calda giornata di luglio di qualche anno fa, quando ero di passaggio in Austria per poco tempo, ma quel giorno aveva lasciato il telefono a casa ed era a lavoro, quindi ci siamo sfilati. Non ho però perso l’occasione della presentazione del suo libro a Labàs, a Bologna. Poi, nei giorni successivi, il suo libro ha preso il posto del lavoro nelle mie giornate, in cui avrei soprattutto dovuto preparare le bozze degli ultimi interventi a conferenze per questa mia carriera accademica che è partita molto bene ma alla fine non è mai decollata. Invece che letture critiche del digitale, della relazione tra artificialità e superficie e delle ipotesi sul futuro della scrittura al tempo dei modelli linguistici, sono finito dentro il mondo dei ristoranti italiani a Vienna, un girone infernale in cui, nonostante tutto, c’è chi riesce a sorridere, a stringere alleanza solidali, a sottrarre un po’ di quella ricchezza che continua a essere trasferita verso l’alto, in un mondo in cui sempre meno hanno i portafogli sempre più gonfi, case più grandi, consumi di lusso e tutti gli altri si dividono il (poco) resto che rimane.
E ho pensato che Risto Reich è il racconto di un mondo del lavoro, quello della ristorazione, che si fa narrazione di tanti, forse tutti i mondi del lavoro, per come continuano a peggiorare in un periodo storico in cui le risorse finanziarie vengono dirottate sulle armi e si continuano a smantellare lo stato sociale, i diritti, le possibilità. Pagina dopo pagina, nella nitidezza della scrittura e nel coinvolgimento ben costruito della narrazione, mi rendevo conto che il libro di Luigi Chiarella racconta quello che, di solito, non vogliamo vedere: quello che sta dietro, il funzionamento della macchina che macina vite e risorse e produce consumo, gli ingranaggi che tritano le nostre giornate, il nostro tempo, le nostre energie per paghe spesso talmente magre da non tenere nemmeno a bada l’inflazione. Ingranaggi all’opera 24 ore su 24, sempre più veloci, in ogni settore.
E visto che le ore che stavo dedicando alla lettura erano sottratte alla produzione accademica (un lavoro che per me, al momento, non è nemmeno retribuito), a ogni scena in cui lo sfruttamento e l’arroganza dei padroni è messa in evidenza in tutta la sua sfacciata violenza, era come se vedessi, in ombra della narrazione, il “publish and perish” dell’università neoliberale, i burnout e i suicidi di professori e studenti, la precarietà costitutiva, sfiancante, interiorizzata di tante ricercatrici e di tanti ricercatori che cercano di andare avanti nonostante i tagli, la violenza sistemica dei paradigmi economici applicati alla conoscenza e all’istruzione, il disprezzo per l’approfondimento e la lettura critica della realtà che abbiamo intorno. Poi, allargando lo sguardo, ho pensato agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a chi lavora nel turismo, nell’agricoltura, negli ospedali e nel sociale, allo sfruttamento criminale di tutte quelle persone che, con ogni meteo, consegnano a casa a persone pigre i pasti che ordinano senza muoversi dal divano digitando sul loro smartphone, a questo correre costante per stare a galla in una società che accelera solo per concentrare ancora di più le ricchezze in alto, tirando fuori sempre nuove leggi repressive per contenere la rabbia che sale dal basso, ogni volta che questa riesce a smarcarsi dalle distrazioni consumistiche e cognitive sempre più pervasive, a portata di polpastrello. E mi sono tornate in mente alcune parole di Pier Vittorio Tondelli che, a metà degli anni Ottanta, raccontava di Londra, dove osservava la vita dei migranti che lavoravano nelle cucine e tra i tavoli dei fast food:
Che cosa sta facendo questo vecchio, decrepito continente al Terzo Mondo? Questo popolo di pirati e di beoni rissosi alle sue ex colonie, ai suoi ex sudditi, a chi ha piegato con la frusta e la violenza dopo averlo depredato e sfruttato? Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Qual è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di mendicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come tutta intera la middle class europea? (Pier Vittorio Tondelli, Camere separate)
Sono passati quarant’anni da quando PVT ha scritto queste righe e mi pare chiaro che le cose non siano cambiate in meglio, anzi.
Continuo a leggere, schivando i pochi impegni accademici che mi restano e che affronto con stanchezza e scarsa motivazione. Lasciano la bocca e il cervello amari, le pagine di Yamunin, ma fanno salire anche una rabbia viscerale, tumultuosa, calda, che cerca la complicità e la solidarietà di chi si ritrova dalla stessa parte perché ha scelto da che lato stare di questa Linea Gotica che è il presente a livello globale. C’è però un’altra cosa che s’attacca addosso durante la lettura, la senti che pizzica sotto pelle e alla bocca dello stomaco e agita i nervi, facendo vibrare irrequieti i pensieri e muovere intorno gli occhi, sempre allerta: l’ansia. Quella che ti sale su dall’incertezza costante, dal vivere precario a cui continuiamo a dirci che ci siamo abituati ma lo facciamo solo per necessità, perché non riusciamo mai a portarci a casa una stabilità e, anche se arriva, è sempre temporanea. L’ansia dell’aspettare un contratto nuovo, della burocrazia che si mangia tempo e soldi, della partita IVA che non sai se aprire o che apri o che decidi di no ma magari poi perdi del lavoro. A ogni rifiuto, a ogni licenziamento, a ogni sopruso raccontato dal protagonista di Risto Reich stiamo male un po’ anche noi: segno non solo che la narrazione funziona molto bene, perché arriva dritta addosso, ma anche del fatto che quei rifiuti, quei licenziamenti, quelle fatture non pagate, quel lavoro in nero sono (o sono stati) esperienze che abbiamo vissuto, a partire dal nostro diventare adulti in un mondo forse diverso da quello che ci aspettavamo una trentina di anni fa, quando avevamo ancora poca esperienza e molti sogni. Ma se c’è disillusione sul funzionamento del sistema in cui siamo incastrati, in queste pagine, questa si accompagna sempre alla lucida consapevolezza che è necessario non smettere di combattere, nonostante tutto, anche se alla fine non vinceremo noi. Ed è per questo che il protagonista non tace, di fronte alle ingiustizie e, se proprio lo fa, manda a mente: condivide, cospira, reagisce, costruendo solidarietà e complicità, a volte anche con un pizzico di magia.
La narrazione è, poi, una scientifica dissezione del nostro vivere in società: il cibo dice tantissimo su chi siamo e come siamo ma altrettanto rivelatori sono i comportamenti delle persone, quelle che si sentono di avere il potere di trattare ammerda i camerieri e le cameriere (e per queste ultime, in un modo maschilista e patriarcale, è sempre più dura), semplicemente perché stanno pagando, perché gli va, perché “tu non sai chi sono io”. Certe scene fanno prudere le mani. Senza pensare alla foodificazione, ai programmi TV dedicati, all’Italia che campa su una tradizione inventata, al cibo come distrazione di massa con lo zampino della P2),
E poi, ancora, il correre, non solo quello reale dei passi di cameriere e camerieri nei ristoranti, ma anche quello mentale, costante, del nostro pensare fare desiderare, l’ansia del tempo che non c’è perché è quasi tutto da dedicare al lavoro, che non paga mai abbastanza, in un circolo vizioso, come il correre sui tapis roulant o sulle biciclette statiche in palestra, senza andare da nessuna parte: dettagli, momenti, comportamenti su cui l’occhio penetrante di Chiarella si sofferma, per restituire pagine che risuonano pienamente nel sentire di me che leggo, schivando ancora per un pomeriggio un lavoro che sto per lasciare: pausa, tregua che mi concedo per essere improduttivo, blocco di sistema, per fermarmi e leggere queste storie e cogliere la bellezza e la potenza di queste parole, di uno sguardo altro e condiviso, per osservare questa umanità irrequieta, di cui anche io sono parte, con una prospettiva allargata, empatica, umanissima, per “spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni” (p. 353).
Luigi Chiarella, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, Alegre, 2025.
#EdizioniAlegre #LuigiChiarella #neoliberismo #RistoReich #ristorazione #solidarietà #Vienna #Yamunin https://wp.me/pa8vBQ-rd -
“Spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni”: note a caldo su Risto Reich di Luigi ChiarellaCon Luigi Chiarella (Yamunin) ci eravamo incrociati su Twitter, quando era ancora un posto decente, nonostante fosse un social media commerciale. Ci dovevamo anche vedere a Vienna, in una calda giornata di luglio di qualche anno fa, quando ero di passaggio in Austria per poco tempo, ma quel giorno aveva lasciato il telefono a casa ed era a lavoro, quindi ci siamo sfilati. Non ho però perso l’occasione della presentazione del suo libro a Labàs, a Bologna. Poi, nei giorni successivi, il suo libro ha preso il posto del lavoro nelle mie giornate, in cui avrei soprattutto dovuto preparare le bozze degli ultimi interventi a conferenze per questa mia carriera accademica che è partita molto bene ma alla fine non è mai decollata. Invece che letture critiche del digitale, della relazione tra artificialità e superficie e delle ipotesi sul futuro della scrittura al tempo dei modelli linguistici, sono finito dentro il mondo dei ristoranti italiani a Vienna, un girone infernale in cui, nonostante tutto, c’è chi riesce a sorridere, a stringere alleanza solidali, a sottrarre un po’ di quella ricchezza che continua a essere trasferita verso l’alto, in un mondo in cui sempre meno hanno i portafogli sempre più gonfi, case più grandi, consumi di lusso e tutti gli altri si dividono il (poco) resto che rimane.
E ho pensato che Risto Reich è il racconto di un mondo del lavoro, quello della ristorazione, che si fa narrazione di tanti, forse tutti i mondi del lavoro, per come continuano a peggiorare in un periodo storico in cui le risorse finanziarie vengono dirottate sulle armi e si continuano a smantellare lo stato sociale, i diritti, le possibilità. Pagina dopo pagina, nella nitidezza della scrittura e nel coinvolgimento ben costruito della narrazione, mi rendevo conto che il libro di Luigi Chiarella racconta quello che, di solito, non vogliamo vedere: quello che sta dietro, il funzionamento della macchina che macina vite e risorse e produce consumo, gli ingranaggi che tritano le nostre giornate, il nostro tempo, le nostre energie per paghe spesso talmente magre da non tenere nemmeno a bada l’inflazione. Ingranaggi all’opera 24 ore su 24, sempre più veloci, in ogni settore.
E visto che le ore che stavo dedicando alla lettura erano sottratte alla produzione accademica (un lavoro che per me, al momento, non è nemmeno retribuito), a ogni scena in cui lo sfruttamento e l’arroganza dei padroni è messa in evidenza in tutta la sua sfacciata violenza, era come se vedessi, in ombra della narrazione, il “publish and perish” dell’università neoliberale, i burnout e i suicidi di professori e studenti, la precarietà costitutiva, sfiancante, interiorizzata di tante ricercatrici e di tanti ricercatori che cercano di andare avanti nonostante i tagli, la violenza sistemica dei paradigmi economici applicati alla conoscenza e all’istruzione, il disprezzo per l’approfondimento e la lettura critica della realtà che abbiamo intorno. Poi, allargando lo sguardo, ho pensato agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a chi lavora nel turismo, nell’agricoltura, negli ospedali e nel sociale, allo sfruttamento criminale di tutte quelle persone che, con ogni meteo, consegnano a casa a persone pigre i pasti che ordinano senza muoversi dal divano digitando sul loro smartphone, a questo correre costante per stare a galla in una società che accelera solo per concentrare ancora di più le ricchezze in alto, tirando fuori sempre nuove leggi repressive per contenere la rabbia che sale dal basso, ogni volta che questa riesce a smarcarsi dalle distrazioni consumistiche e cognitive sempre più pervasive, a portata di polpastrello. E mi sono tornate in mente alcune parole di Pier Vittorio Tondelli che, a metà degli anni Ottanta, raccontava di Londra, dove osservava la vita dei migranti che lavoravano nelle cucine e tra i tavoli dei fast food:
Che cosa sta facendo questo vecchio, decrepito continente al Terzo Mondo? Questo popolo di pirati e di beoni rissosi alle sue ex colonie, ai suoi ex sudditi, a chi ha piegato con la frusta e la violenza dopo averlo depredato e sfruttato? Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Qual è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di mendicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come tutta intera la middle class europea? (Pier Vittorio Tondelli, Camere separate)
Sono passati quarant’anni da quando PVT ha scritto queste righe e mi pare chiaro che le cose non siano cambiate in meglio, anzi.
Continuo a leggere, schivando i pochi impegni accademici che mi restano e che affronto con stanchezza e scarsa motivazione. Lasciano la bocca e il cervello amari, le pagine di Yamunin, ma fanno salire anche una rabbia viscerale, tumultuosa, calda, che cerca la complicità e la solidarietà di chi si ritrova dalla stessa parte perché ha scelto da che lato stare di questa Linea Gotica che è il presente a livello globale. C’è però un’altra cosa che s’attacca addosso durante la lettura, la senti che pizzica sotto pelle e alla bocca dello stomaco e agita i nervi, facendo vibrare irrequieti i pensieri e muovere intorno gli occhi, sempre allerta: l’ansia. Quella che ti sale su dall’incertezza costante, dal vivere precario a cui continuiamo a dirci che ci siamo abituati ma lo facciamo solo per necessità, perché non riusciamo mai a portarci a casa una stabilità e, anche se arriva, è sempre temporanea. L’ansia dell’aspettare un contratto nuovo, della burocrazia che si mangia tempo e soldi, della partita IVA che non sai se aprire o che apri o che decidi di no ma magari poi perdi del lavoro. A ogni rifiuto, a ogni licenziamento, a ogni sopruso raccontato dal protagonista di Risto Reich stiamo male un po’ anche noi: segno non solo che la narrazione funziona molto bene, perché arriva dritta addosso, ma anche del fatto che quei rifiuti, quei licenziamenti, quelle fatture non pagate, quel lavoro in nero sono (o sono stati) esperienze che abbiamo vissuto, a partire dal nostro diventare adulti in un mondo forse diverso da quello che ci aspettavamo una trentina di anni fa, quando avevamo ancora poca esperienza e molti sogni. Ma se c’è disillusione sul funzionamento del sistema in cui siamo incastrati, in queste pagine, questa si accompagna sempre alla lucida consapevolezza che è necessario non smettere di combattere, nonostante tutto, anche se alla fine non vinceremo noi. Ed è per questo che il protagonista non tace, di fronte alle ingiustizie e, se proprio lo fa, manda a mente: condivide, cospira, reagisce, costruendo solidarietà e complicità, a volte anche con un pizzico di magia.
La narrazione è, poi, una scientifica dissezione del nostro vivere in società: il cibo dice tantissimo su chi siamo e come siamo ma altrettanto rivelatori sono i comportamenti delle persone, quelle che si sentono di avere il potere di trattare ammerda i camerieri e le cameriere (e per queste ultime, in un modo maschilista e patriarcale, è sempre più dura), semplicemente perché stanno pagando, perché gli va, perché “tu non sai chi sono io”. Certe scene fanno prudere le mani. Senza pensare alla foodificazione, ai programmi TV dedicati, all’Italia che campa su una tradizione inventata, al cibo come distrazione di massa con lo zampino della P2),
E poi, ancora, il correre, non solo quello reale dei passi di cameriere e camerieri nei ristoranti, ma anche quello mentale, costante, del nostro pensare fare desiderare, l’ansia del tempo che non c’è perché è quasi tutto da dedicare al lavoro, che non paga mai abbastanza, in un circolo vizioso, come il correre sui tapis roulant o sulle biciclette statiche in palestra, senza andare da nessuna parte: dettagli, momenti, comportamenti su cui l’occhio penetrante di Chiarella si sofferma, per restituire pagine che risuonano pienamente nel sentire di me che leggo, schivando ancora per un pomeriggio un lavoro che sto per lasciare: pausa, tregua che mi concedo per essere improduttivo, blocco di sistema, per fermarmi e leggere queste storie e cogliere la bellezza e la potenza di queste parole, di uno sguardo altro e condiviso, per osservare questa umanità irrequieta, di cui anche io sono parte, con una prospettiva allargata, empatica, umanissima, per “spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni” (p. 353).
Luigi Chiarella, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, Alegre, 2025.
#EdizioniAlegre #LuigiChiarella #neoliberismo #RistoReich #ristorazione #solidarietà #Vienna #Yamunin https://wp.me/pa8vBQ-rd -
“Spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni”: note a caldo su Risto Reich di Luigi ChiarellaCon Luigi Chiarella (Yamunin) ci eravamo incrociati su Twitter, quando era ancora un posto decente, nonostante fosse un social media commerciale. Ci dovevamo anche vedere a Vienna, in una calda giornata di luglio di qualche anno fa, quando ero di passaggio in Austria per poco tempo, ma quel giorno aveva lasciato il telefono a casa ed era a lavoro, quindi ci siamo sfilati. Non ho però perso l’occasione della presentazione del suo libro a Labàs, a Bologna. Poi, nei giorni successivi, il suo libro ha preso il posto del lavoro nelle mie giornate, in cui avrei soprattutto dovuto preparare le bozze degli ultimi interventi a conferenze per questa mia carriera accademica che è partita molto bene ma alla fine non è mai decollata. Invece che letture critiche del digitale, della relazione tra artificialità e superficie e delle ipotesi sul futuro della scrittura al tempo dei modelli linguistici, sono finito dentro il mondo dei ristoranti italiani a Vienna, un girone infernale in cui, nonostante tutto, c’è chi riesce a sorridere, a stringere alleanza solidali, a sottrarre un po’ di quella ricchezza che continua a essere trasferita verso l’alto, in un mondo in cui sempre meno hanno i portafogli sempre più gonfi, case più grandi, consumi di lusso e tutti gli altri si dividono il (poco) resto che rimane.
E ho pensato che Risto Reich è il racconto di un mondo del lavoro, quello della ristorazione, che si fa narrazione di tanti, forse tutti i mondi del lavoro, per come continuano a peggiorare in un periodo storico in cui le risorse finanziarie vengono dirottate sulle armi e si continuano a smantellare lo stato sociale, i diritti, le possibilità. Pagina dopo pagina, nella nitidezza della scrittura e nel coinvolgimento ben costruito della narrazione, mi rendevo conto che il libro di Luigi Chiarella racconta quello che, di solito, non vogliamo vedere: quello che sta dietro, il funzionamento della macchina che macina vite e risorse e produce consumo, gli ingranaggi che tritano le nostre giornate, il nostro tempo, le nostre energie per paghe spesso talmente magre da non tenere nemmeno a bada l’inflazione. Ingranaggi all’opera 24 ore su 24, sempre più veloci, in ogni settore.
E visto che le ore che stavo dedicando alla lettura erano sottratte alla produzione accademica (un lavoro che per me, al momento, non è nemmeno retribuito), a ogni scena in cui lo sfruttamento e l’arroganza dei padroni è messa in evidenza in tutta la sua sfacciata violenza, era come se vedessi, in ombra della narrazione, il “publish and perish” dell’università neoliberale, i burnout e i suicidi di professori e studenti, la precarietà costitutiva, sfiancante, interiorizzata di tante ricercatrici e di tanti ricercatori che cercano di andare avanti nonostante i tagli, la violenza sistemica dei paradigmi economici applicati alla conoscenza e all’istruzione, il disprezzo per l’approfondimento e la lettura critica della realtà che abbiamo intorno. Poi, allargando lo sguardo, ho pensato agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a chi lavora nel turismo, nell’agricoltura, negli ospedali e nel sociale, allo sfruttamento criminale di tutte quelle persone che, con ogni meteo, consegnano a casa a persone pigre i pasti che ordinano senza muoversi dal divano digitando sul loro smartphone, a questo correre costante per stare a galla in una società che accelera solo per concentrare ancora di più le ricchezze in alto, tirando fuori sempre nuove leggi repressive per contenere la rabbia che sale dal basso, ogni volta che questa riesce a smarcarsi dalle distrazioni consumistiche e cognitive sempre più pervasive, a portata di polpastrello. E mi sono tornate in mente alcune parole di Pier Vittorio Tondelli che, a metà degli anni Ottanta, raccontava di Londra, dove osservava la vita dei migranti che lavoravano nelle cucine e tra i tavoli dei fast food:
Che cosa sta facendo questo vecchio, decrepito continente al Terzo Mondo? Questo popolo di pirati e di beoni rissosi alle sue ex colonie, ai suoi ex sudditi, a chi ha piegato con la frusta e la violenza dopo averlo depredato e sfruttato? Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Qual è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di mendicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come tutta intera la middle class europea? (Pier Vittorio Tondelli, Camere separate)
Sono passati quarant’anni da quando PVT ha scritto queste righe e mi pare chiaro che le cose non siano cambiate in meglio, anzi.
Continuo a leggere, schivando i pochi impegni accademici che mi restano e che affronto con stanchezza e scarsa motivazione. Lasciano la bocca e il cervello amari, le pagine di Yamunin, ma fanno salire anche una rabbia viscerale, tumultuosa, calda, che cerca la complicità e la solidarietà di chi si ritrova dalla stessa parte perché ha scelto da che lato stare di questa Linea Gotica che è il presente a livello globale. C’è però un’altra cosa che s’attacca addosso durante la lettura, la senti che pizzica sotto pelle e alla bocca dello stomaco e agita i nervi, facendo vibrare irrequieti i pensieri e muovere intorno gli occhi, sempre allerta: l’ansia. Quella che ti sale su dall’incertezza costante, dal vivere precario a cui continuiamo a dirci che ci siamo abituati ma lo facciamo solo per necessità, perché non riusciamo mai a portarci a casa una stabilità e, anche se arriva, è sempre temporanea. L’ansia dell’aspettare un contratto nuovo, della burocrazia che si mangia tempo e soldi, della partita IVA che non sai se aprire o che apri o che decidi di no ma magari poi perdi del lavoro. A ogni rifiuto, a ogni licenziamento, a ogni sopruso raccontato dal protagonista di Risto Reich stiamo male un po’ anche noi: segno non solo che la narrazione funziona molto bene, perché arriva dritta addosso, ma anche del fatto che quei rifiuti, quei licenziamenti, quelle fatture non pagate, quel lavoro in nero sono (o sono stati) esperienze che abbiamo vissuto, a partire dal nostro diventare adulti in un mondo forse diverso da quello che ci aspettavamo una trentina di anni fa, quando avevamo ancora poca esperienza e molti sogni. Ma se c’è disillusione sul funzionamento del sistema in cui siamo incastrati, in queste pagine, questa si accompagna sempre alla lucida consapevolezza che è necessario non smettere di combattere, nonostante tutto, anche se alla fine non vinceremo noi. Ed è per questo che il protagonista non tace, di fronte alle ingiustizie e, se proprio lo fa, manda a mente: condivide, cospira, reagisce, costruendo solidarietà e complicità, a volte anche con un pizzico di magia.
La narrazione è, poi, una scientifica dissezione del nostro vivere in società: il cibo dice tantissimo su chi siamo e come siamo ma altrettanto rivelatori sono i comportamenti delle persone, quelle che si sentono di avere il potere di trattare ammerda i camerieri e le cameriere (e per queste ultime, in un modo maschilista e patriarcale, è sempre più dura), semplicemente perché stanno pagando, perché gli va, perché “tu non sai chi sono io”. Certe scene fanno prudere le mani. Senza pensare alla foodificazione, ai programmi TV dedicati, all’Italia che campa su una tradizione inventata, al cibo come distrazione di massa con lo zampino della P2),
E poi, ancora, il correre, non solo quello reale dei passi di cameriere e camerieri nei ristoranti, ma anche quello mentale, costante, del nostro pensare fare desiderare, l’ansia del tempo che non c’è perché è quasi tutto da dedicare al lavoro, che non paga mai abbastanza, in un circolo vizioso, come il correre sui tapis roulant o sulle biciclette statiche in palestra, senza andare da nessuna parte: dettagli, momenti, comportamenti su cui l’occhio penetrante di Chiarella si sofferma, per restituire pagine che risuonano pienamente nel sentire di me che leggo, schivando ancora per un pomeriggio un lavoro che sto per lasciare: pausa, tregua che mi concedo per essere improduttivo, blocco di sistema, per fermarmi e leggere queste storie e cogliere la bellezza e la potenza di queste parole, di uno sguardo altro e condiviso, per osservare questa umanità irrequieta, di cui anche io sono parte, con una prospettiva allargata, empatica, umanissima, per “spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni” (p. 353).
Luigi Chiarella, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, Alegre, 2025.
#EdizioniAlegre #LuigiChiarella #neoliberismo #RistoReich #ristorazione #solidarietà #Vienna #Yamunin https://wp.me/pa8vBQ-rd -
“Spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni”: note a caldo su Risto Reich di Luigi ChiarellaCon Luigi Chiarella (Yamunin) ci eravamo incrociati su Twitter, quando era ancora un posto decente, nonostante fosse un social media commerciale. Ci dovevamo anche vedere a Vienna, in una calda giornata di luglio di qualche anno fa, quando ero di passaggio in Austria per poco tempo, ma quel giorno aveva lasciato il telefono a casa ed era a lavoro, quindi ci siamo sfilati. Non ho però perso l’occasione della presentazione del suo libro a Labàs, a Bologna. Poi, nei giorni successivi, il suo libro ha preso il posto del lavoro nelle mie giornate, in cui avrei soprattutto dovuto preparare le bozze degli ultimi interventi a conferenze per questa mia carriera accademica che è partita molto bene ma alla fine non è mai decollata. Invece che letture critiche del digitale, della relazione tra artificialità e superficie e delle ipotesi sul futuro della scrittura al tempo dei modelli linguistici, sono finito dentro il mondo dei ristoranti italiani a Vienna, un girone infernale in cui, nonostante tutto, c’è chi riesce a sorridere, a stringere alleanza solidali, a sottrarre un po’ di quella ricchezza che continua a essere trasferita verso l’alto, in un mondo in cui sempre meno hanno i portafogli sempre più gonfi, case più grandi, consumi di lusso e tutti gli altri si dividono il (poco) resto che rimane.
E ho pensato che Risto Reich è il racconto di un mondo del lavoro, quello della ristorazione, che si fa narrazione di tanti, forse tutti i mondi del lavoro, per come continuano a peggiorare in un periodo storico in cui le risorse finanziarie vengono dirottate sulle armi e si continuano a smantellare lo stato sociale, i diritti, le possibilità. Pagina dopo pagina, nella nitidezza della scrittura e nel coinvolgimento ben costruito della narrazione, mi rendevo conto che il libro di Luigi Chiarella racconta quello che, di solito, non vogliamo vedere: quello che sta dietro, il funzionamento della macchina che macina vite e risorse e produce consumo, gli ingranaggi che tritano le nostre giornate, il nostro tempo, le nostre energie per paghe spesso talmente magre da non tenere nemmeno a bada l’inflazione. Ingranaggi all’opera 24 ore su 24, sempre più veloci, in ogni settore.
E visto che le ore che stavo dedicando alla lettura erano sottratte alla produzione accademica (un lavoro che per me, al momento, non è nemmeno retribuito), a ogni scena in cui lo sfruttamento e l’arroganza dei padroni è messa in evidenza in tutta la sua sfacciata violenza, era come se vedessi, in ombra della narrazione, il “publish and perish” dell’università neoliberale, i burnout e i suicidi di professori e studenti, la precarietà costitutiva, sfiancante, interiorizzata di tante ricercatrici e di tanti ricercatori che cercano di andare avanti nonostante i tagli, la violenza sistemica dei paradigmi economici applicati alla conoscenza e all’istruzione, il disprezzo per l’approfondimento e la lettura critica della realtà che abbiamo intorno. Poi, allargando lo sguardo, ho pensato agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a chi lavora nel turismo, nell’agricoltura, negli ospedali e nel sociale, allo sfruttamento criminale di tutte quelle persone che, con ogni meteo, consegnano a casa a persone pigre i pasti che ordinano senza muoversi dal divano digitando sul loro smartphone, a questo correre costante per stare a galla in una società che accelera solo per concentrare ancora di più le ricchezze in alto, tirando fuori sempre nuove leggi repressive per contenere la rabbia che sale dal basso, ogni volta che questa riesce a smarcarsi dalle distrazioni consumistiche e cognitive sempre più pervasive, a portata di polpastrello. E mi sono tornate in mente alcune parole di Pier Vittorio Tondelli che, a metà degli anni Ottanta, raccontava di Londra, dove osservava la vita dei migranti che lavoravano nelle cucine e tra i tavoli dei fast food:
Che cosa sta facendo questo vecchio, decrepito continente al Terzo Mondo? Questo popolo di pirati e di beoni rissosi alle sue ex colonie, ai suoi ex sudditi, a chi ha piegato con la frusta e la violenza dopo averlo depredato e sfruttato? Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Qual è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di mendicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come tutta intera la middle class europea? (Pier Vittorio Tondelli, Camere separate)
Sono passati quarant’anni da quando PVT ha scritto queste righe e mi pare chiaro che le cose non siano cambiate in meglio, anzi.
Continuo a leggere, schivando i pochi impegni accademici che mi restano e che affronto con stanchezza e scarsa motivazione. Lasciano la bocca e il cervello amari, le pagine di Yamunin, ma fanno salire anche una rabbia viscerale, tumultuosa, calda, che cerca la complicità e la solidarietà di chi si ritrova dalla stessa parte perché ha scelto da che lato stare di questa Linea Gotica che è il presente a livello globale. C’è però un’altra cosa che s’attacca addosso durante la lettura, la senti che pizzica sotto pelle e alla bocca dello stomaco e agita i nervi, facendo vibrare irrequieti i pensieri e muovere intorno gli occhi, sempre allerta: l’ansia. Quella che ti sale su dall’incertezza costante, dal vivere precario a cui continuiamo a dirci che ci siamo abituati ma lo facciamo solo per necessità, perché non riusciamo mai a portarci a casa una stabilità e, anche se arriva, è sempre temporanea. L’ansia dell’aspettare un contratto nuovo, della burocrazia che si mangia tempo e soldi, della partita IVA che non sai se aprire o che apri o che decidi di no ma magari poi perdi del lavoro. A ogni rifiuto, a ogni licenziamento, a ogni sopruso raccontato dal protagonista di Risto Reich stiamo male un po’ anche noi: segno non solo che la narrazione funziona molto bene, perché arriva dritta addosso, ma anche del fatto che quei rifiuti, quei licenziamenti, quelle fatture non pagate, quel lavoro in nero sono (o sono stati) esperienze che abbiamo vissuto, a partire dal nostro diventare adulti in un mondo forse diverso da quello che ci aspettavamo una trentina di anni fa, quando avevamo ancora poca esperienza e molti sogni. Ma se c’è disillusione sul funzionamento del sistema in cui siamo incastrati, in queste pagine, questa si accompagna sempre alla lucida consapevolezza che è necessario non smettere di combattere, nonostante tutto, anche se alla fine non vinceremo noi. Ed è per questo che il protagonista non tace, di fronte alle ingiustizie e, se proprio lo fa, manda a mente: condivide, cospira, reagisce, costruendo solidarietà e complicità, a volte anche con un pizzico di magia.
La narrazione è, poi, una scientifica dissezione del nostro vivere in società: il cibo dice tantissimo su chi siamo e come siamo ma altrettanto rivelatori sono i comportamenti delle persone, quelle che si sentono di avere il potere di trattare ammerda i camerieri e le cameriere (e per queste ultime, in un modo maschilista e patriarcale, è sempre più dura), semplicemente perché stanno pagando, perché gli va, perché “tu non sai chi sono io”. Certe scene fanno prudere le mani. Senza pensare alla foodificazione, ai programmi TV dedicati, all’Italia che campa su una tradizione inventata, al cibo come distrazione di massa con lo zampino della P2),
E poi, ancora, il correre, non solo quello reale dei passi di cameriere e camerieri nei ristoranti, ma anche quello mentale, costante, del nostro pensare fare desiderare, l’ansia del tempo che non c’è perché è quasi tutto da dedicare al lavoro, che non paga mai abbastanza, in un circolo vizioso, come il correre sui tapis roulant o sulle biciclette statiche in palestra, senza andare da nessuna parte: dettagli, momenti, comportamenti su cui l’occhio penetrante di Chiarella si sofferma, per restituire pagine che risuonano pienamente nel sentire di me che leggo, schivando ancora per un pomeriggio un lavoro che sto per lasciare: pausa, tregua che mi concedo per essere improduttivo, blocco di sistema, per fermarmi e leggere queste storie e cogliere la bellezza e la potenza di queste parole, di uno sguardo altro e condiviso, per osservare questa umanità irrequieta, di cui anche io sono parte, con una prospettiva allargata, empatica, umanissima, per “spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni” (p. 353).
Luigi Chiarella, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, Alegre, 2025.
#EdizioniAlegre #LuigiChiarella #neoliberismo #RistoReich #ristorazione #solidarietà #Vienna #Yamunin https://wp.me/pa8vBQ-rd -
“Spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni”: note a caldo su Risto Reich di Luigi ChiarellaCon Luigi Chiarella (Yamunin) ci eravamo incrociati su Twitter, quando era ancora un posto decente, nonostante fosse un social media commerciale. Ci dovevamo anche vedere a Vienna, in una calda giornata di luglio di qualche anno fa, quando ero di passaggio in Austria per poco tempo, ma quel giorno aveva lasciato il telefono a casa ed era a lavoro, quindi ci siamo sfilati. Non ho però perso l’occasione della presentazione del suo libro a Labàs, a Bologna. Poi, nei giorni successivi, il suo libro ha preso il posto del lavoro nelle mie giornate, in cui avrei soprattutto dovuto preparare le bozze degli ultimi interventi a conferenze per questa mia carriera accademica che è partita molto bene ma alla fine non è mai decollata. Invece che letture critiche del digitale, della relazione tra artificialità e superficie e delle ipotesi sul futuro della scrittura al tempo dei modelli linguistici, sono finito dentro il mondo dei ristoranti italiani a Vienna, un girone infernale in cui, nonostante tutto, c’è chi riesce a sorridere, a stringere alleanza solidali, a sottrarre un po’ di quella ricchezza che continua a essere trasferita verso l’alto, in un mondo in cui sempre meno hanno i portafogli sempre più gonfi, case più grandi, consumi di lusso e tutti gli altri si dividono il (poco) resto che rimane.
E ho pensato che Risto Reich è il racconto di un mondo del lavoro, quello della ristorazione, che si fa narrazione di tanti, forse tutti i mondi del lavoro, per come continuano a peggiorare in un periodo storico in cui le risorse finanziarie vengono dirottate sulle armi e si continuano a smantellare lo stato sociale, i diritti, le possibilità. Pagina dopo pagina, nella nitidezza della scrittura e nel coinvolgimento ben costruito della narrazione, mi rendevo conto che il libro di Luigi Chiarella racconta quello che, di solito, non vogliamo vedere: quello che sta dietro, il funzionamento della macchina che macina vite e risorse e produce consumo, gli ingranaggi che tritano le nostre giornate, il nostro tempo, le nostre energie per paghe spesso talmente magre da non tenere nemmeno a bada l’inflazione. Ingranaggi all’opera 24 ore su 24, sempre più veloci, in ogni settore.
E visto che le ore che stavo dedicando alla lettura erano sottratte alla produzione accademica (un lavoro che per me, al momento, non è nemmeno retribuito), a ogni scena in cui lo sfruttamento e l’arroganza dei padroni è messa in evidenza in tutta la sua sfacciata violenza, era come se vedessi, in ombra della narrazione, il “publish and perish” dell’università neoliberale, i burnout e i suicidi di professori e studenti, la precarietà costitutiva, sfiancante, interiorizzata di tante ricercatrici e di tanti ricercatori che cercano di andare avanti nonostante i tagli, la violenza sistemica dei paradigmi economici applicati alla conoscenza e all’istruzione, il disprezzo per l’approfondimento e la lettura critica della realtà che abbiamo intorno. Poi, allargando lo sguardo, ho pensato agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a chi lavora nel turismo, nell’agricoltura, negli ospedali e nel sociale, allo sfruttamento criminale di tutte quelle persone che, con ogni meteo, consegnano a casa a persone pigre i pasti che ordinano senza muoversi dal divano digitando sul loro smartphone, a questo correre costante per stare a galla in una società che accelera solo per concentrare ancora di più le ricchezze in alto, tirando fuori sempre nuove leggi repressive per contenere la rabbia che sale dal basso, ogni volta che questa riesce a smarcarsi dalle distrazioni consumistiche e cognitive sempre più pervasive, a portata di polpastrello. E mi sono tornate in mente alcune parole di Pier Vittorio Tondelli che, a metà degli anni Ottanta, raccontava di Londra, dove osservava la vita dei migranti che lavoravano nelle cucine e tra i tavoli dei fast food:
Che cosa sta facendo questo vecchio, decrepito continente al Terzo Mondo? Questo popolo di pirati e di beoni rissosi alle sue ex colonie, ai suoi ex sudditi, a chi ha piegato con la frusta e la violenza dopo averlo depredato e sfruttato? Con quale ipocrisia l’europeo impone regole e comportamenti come se i valori fossero ancora dell’Occidente quando invece tutto dimostra il contrario? Qual è la ragione per cui da ogni angolo del mondo i più disgraziati, i più poveri, i reietti della storia, le valanghe di straccioni, le orde di pezzenti e di mendicanti invadono le città dovendo addirittura scimmiottare, per integrarsi, di essere educati, perbenisti, ipocriti come tutta intera la middle class europea? (Pier Vittorio Tondelli, Camere separate)
Sono passati quarant’anni da quando PVT ha scritto queste righe e mi pare chiaro che le cose non siano cambiate in meglio, anzi.
Continuo a leggere, schivando i pochi impegni accademici che mi restano e che affronto con stanchezza e scarsa motivazione. Lasciano la bocca e il cervello amari, le pagine di Yamunin, ma fanno salire anche una rabbia viscerale, tumultuosa, calda, che cerca la complicità e la solidarietà di chi si ritrova dalla stessa parte perché ha scelto da che lato stare di questa Linea Gotica che è il presente a livello globale. C’è però un’altra cosa che s’attacca addosso durante la lettura, la senti che pizzica sotto pelle e alla bocca dello stomaco e agita i nervi, facendo vibrare irrequieti i pensieri e muovere intorno gli occhi, sempre allerta: l’ansia. Quella che ti sale su dall’incertezza costante, dal vivere precario a cui continuiamo a dirci che ci siamo abituati ma lo facciamo solo per necessità, perché non riusciamo mai a portarci a casa una stabilità e, anche se arriva, è sempre temporanea. L’ansia dell’aspettare un contratto nuovo, della burocrazia che si mangia tempo e soldi, della partita IVA che non sai se aprire o che apri o che decidi di no ma magari poi perdi del lavoro. A ogni rifiuto, a ogni licenziamento, a ogni sopruso raccontato dal protagonista di Risto Reich stiamo male un po’ anche noi: segno non solo che la narrazione funziona molto bene, perché arriva dritta addosso, ma anche del fatto che quei rifiuti, quei licenziamenti, quelle fatture non pagate, quel lavoro in nero sono (o sono stati) esperienze che abbiamo vissuto, a partire dal nostro diventare adulti in un mondo forse diverso da quello che ci aspettavamo una trentina di anni fa, quando avevamo ancora poca esperienza e molti sogni. Ma se c’è disillusione sul funzionamento del sistema in cui siamo incastrati, in queste pagine, questa si accompagna sempre alla lucida consapevolezza che è necessario non smettere di combattere, nonostante tutto, anche se alla fine non vinceremo noi. Ed è per questo che il protagonista non tace, di fronte alle ingiustizie e, se proprio lo fa, manda a mente: condivide, cospira, reagisce, costruendo solidarietà e complicità, a volte anche con un pizzico di magia.
La narrazione è, poi, una scientifica dissezione del nostro vivere in società: il cibo dice tantissimo su chi siamo e come siamo ma altrettanto rivelatori sono i comportamenti delle persone, quelle che si sentono di avere il potere di trattare ammerda i camerieri e le cameriere (e per queste ultime, in un modo maschilista e patriarcale, è sempre più dura), semplicemente perché stanno pagando, perché gli va, perché “tu non sai chi sono io”. Certe scene fanno prudere le mani. Senza pensare alla foodificazione, ai programmi TV dedicati, all’Italia che campa su una tradizione inventata, al cibo come distrazione di massa con lo zampino della P2),
E poi, ancora, il correre, non solo quello reale dei passi di cameriere e camerieri nei ristoranti, ma anche quello mentale, costante, del nostro pensare fare desiderare, l’ansia del tempo che non c’è perché è quasi tutto da dedicare al lavoro, che non paga mai abbastanza, in un circolo vizioso, come il correre sui tapis roulant o sulle biciclette statiche in palestra, senza andare da nessuna parte: dettagli, momenti, comportamenti su cui l’occhio penetrante di Chiarella si sofferma, per restituire pagine che risuonano pienamente nel sentire di me che leggo, schivando ancora per un pomeriggio un lavoro che sto per lasciare: pausa, tregua che mi concedo per essere improduttivo, blocco di sistema, per fermarmi e leggere queste storie e cogliere la bellezza e la potenza di queste parole, di uno sguardo altro e condiviso, per osservare questa umanità irrequieta, di cui anche io sono parte, con una prospettiva allargata, empatica, umanissima, per “spezzare l’illusionismo nero della vita di tutti i giorni” (p. 353).
Luigi Chiarella, Risto Reich. Il lavoro del cameriere, Alegre, 2025.
#EdizioniAlegre #LuigiChiarella #neoliberismo #RistoReich #ristorazione #solidarietà #Vienna #Yamunin https://wp.me/pa8vBQ-rd -
La transizione linguistica che nessuno racconta
di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che l’accademia della Crusca ha partecipato alla Bright Night 2025 dell’Università di Firenze, e sul suo sito si legge:
“Bright Night (‘Brilliant Researchers Impact on Growth Health and Trust in research’) è il nome dato alla Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, la manifestazione ideata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università.”
Leggendo tra le righe, si intuisce una certa insofferenza per questa denominazione in inglese, presentata come qualcosa di imposto da altri, e affiancata alla traduzione italiana a cui viene dato maggior risalto.
Bisognerebbe però spendere qualche riflessione su quello che l’Accademia, ma più in generale i linguisti e gli intellettuali italiani, non dicono.Perché l’Università di Firenze ha scelto l’inglese?
La scelta di denominare in inglese i nomi delle manifestazioni non è un’insolita bizzarria – come si potrebbe evincere dalle parole della Crusca – è invece una ben precisa strategia che vale per ogni tipo di manifestazione, evento o mostra. In ottobre, a Milano, ci sarà la Cook-Fest, il food festival del Corriere della Sera, e il settimo Fringe Milano Off International ideato da due nativi italiani con la testa nell’anglosfera. Tempo fa avevo denunciato come persino una mostra dedicata alla figura simbolo dell’italiano era stata anglicizzata attraverso il Dante Vibes, e prima ancora avevo fatto delle ricerche sulle denominazioni in inglese che erano prevalenti rispetto a quelle in italiano persino nelle manifestazioni paesane (notevole il Tractor Day).
Chi si occupa di studiare la lingua italiana non solo dovrebbe raccontare queste cose, ma anche quantificarle (qual è la percentuale delle denominazioni in inglese nel panorama culturale italiano? Non trovo studi in merito, chissà come mai… ma la mia impressione è che prevalgano).
Invece di limitarsi a contare gli anglicismi magari per concludere che sono pochi, passeggeri o poco frequenti, i linguisti dovrebbero riflettere seriamente sulle loro cause e soprattutto sul loro impatto nella nostra società. Alcuni studiosi sono convinti che il fenomeno nasca da una “moda”, dal loro essere “di prestigio” o dal fatto che siano più sintetici degli equivalenti italiani. Ma queste spiegazioni sono ridicole e insufficienti, la verità è un’altra ed è ben più profonda: certe manifestazioni ideate dall’Ue come la Bright Night – ma anche dalle realtà tutte italiane che inseguono la stessa strategia a partire dalla Rcs Academy che forma i futuri giornalisti e comunicatori – non hanno solo “l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università”, ma anche di diffondere l’inglese, che fa parte del pacchetto, benché non sia dichiarato e avvenga in modo surrettizio.Se la nostra società spinge i cittadini verso la transizione ecologica ed energetica (e vorrebbe convincere tutti a comprare auto elettriche che hanno per ora scarso successo), o verso la transizione digitale (con ostacoli all’uso del contante o balzelli che di fatto escludono chi non è in grado di usare internet), è in atto anche un’altra transizione che però viene sottaciuta: la transizione linguistica.
La transizione linguistica
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali. Il progetto include un profondo cambiamento culturale e organizzativo per fare in modo che le popolazioni non anglofone imparino l’inglese, e le realtà dove questo è già avvenuto – per esempio l’Olanda, l’Islanda o alcuni Paesi scandinavi – sono presentate come “virtuose” e avanzate, mentre le altre sono considerate “arretrate”, perché questo processo non si è “ancora” realizzato, e dietro quell’ancora si svela un ben preciso progetto di colonizzazione linguistica. Questo progetto è perseguito senza che nessuno ne metta in risalto gli effetti collaterali, e cioè la regressione delle lingue locali e la loro anglicizzazione. E quel che è peggio nessuno o quasi sembra cogliere che mentre tutto il mondo dovrebbe convertirsi allo studio dell’inglese, i Paesi anglofoni non hanno l’esigenza di apprendere alcuna altra lingua al di fuori della propria che preferiscono rendere “universale”. Tutto ciò comporta invece problemi etici, cognitivi ed economici di grande rilevanza. Ma guai a sollevare il problema, non aprite quella porta!
Le leve della transizione linguistica sono molteplici e differenziate, ma ruotano attorno a due cardini: ci sono interventi espliciti per introdurre e ufficializzare l’inglese a partire dalla scuola, e altri indiretti che si basano sull’esclusione e la stigmatizzazione sociale di chi non si inchina alla dittatura dell’inglese.
Questa seconda strategia è ben visibile per esempio quando un politico italiano è costretto a esprimersi in inglese in qualche contesto internazionale. Se lo parla in modo disinvolto supera la prova mediatica – e in ogni trasmissione di attualità si esalta la padronanza della lingua superiore di volta in volta di Draghi, Meloni e via governando – altrimenti viene esposto al pubblico ludibrio (come nel caso di Renzi o Rutelli).
La gogna mediatica spinge perciò a bollare come ignorante (in assoluto) chi non conosce l’inglese, indipendentemente dal contesto e dalle sue competenze. In quest’ottica, un professorone che conosce a menadito il latino o il greco, e che magari è un poliglotta che parla correntemente francese, spagnolo e tedesco, se non sa l’inglese è comunque un riprovevole ignorante, che non può che vergognarsi. Viceversa, un imprenditore statunitense arricchito e imbruttito che non sa parlare altro che la propria lingua naturale e che possiede la cultura pragmatica e poco profonda di uno statunitense medio è visto come un modello positivo (in fin dei conti sa l’unica cosa che vale la pena di sapere: la lingua dei padroni).
L’affermazione della superiorità della lingua inglese comporta allo stesso tempo lo svilimento dell’apprendimento di altre lingue straniere (tedesco, francese, spagnolo…) che viene considerato un vezzo privo di obiettivi concreti, un po’ come studiare il pianoforte, che non fa parte del paniere della “cultura” ufficiale. Questa visione coloniale non è messa in discussione quasi da nessuno, a parte qualche paria escluso dal panorama culturale italiano.
L’idea è che essere internazionali non significhi esprimere qualcosa in tutte le lingue del mondo, ma viceversa abbandonarle per adottare la lingua naturale dei Paesi dominanti. Chi non si adegua ne paga le conseguenze, come sta avvenendo per esempio nei contesti scientifici. Anche se nessuno vieta di pubblicare nella propria lingua nazionale, o in quelle ben più diffuse dell’inglese come il cinese o lo spagnolo, di fatto esistono una serie di pregiudizi che premiano le pubblicazioni in inglese a cui viene attribuita maggiore rilevanza e dunque visibilità. Perciò, pubblicare in inglese diventa conveniente, se non indispensabile, per poter essere presi in considerazione ed emergere. Dunque, uno studio in italiano non ha la stessa circolazione di uno pubblicato in inglese (a meno che qualcuno non lo traduca nella lingua dominante per rilanciarlo in questo modo), per motivi linguistici e non in base ai contenuti scientifici che veicola.
La transizione linguistica, però, non si persegue solo attraverso queste e altre modalità surrettizie, ma anche attraverso politiche linguistiche più coercitive.
La politica linguistica per istituzionalizzare l’inglese
Le politiche linguistiche nella scuola italiana ed europea prevedono di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese sin dai primi anni delle elementari, per arrivare a privilegiare l’inglese come lingua di insegnamento per l’università e i corsi di specializzazione a discapito delle lingue locali. Negli ultimi vent’anni, gli atenei italiani che hanno scelto di insegnare direttamente in inglese, escludendo l’italiano come lingua della formazione, sono infatti sempre di più. Anche in questo caso la transizione linguistica è incentivata dai sistemi di punteggio “internazionali” (in realtà statunitensi) che si basano sulla capacità di attrarre gli studenti stranieri, e questo obiettivo si persegue insegnando direttamente in inglese e non certo favorendo l’insegnamento dell’italiano a chi viene da noi né erogando corsi in altre lingue (“non avrai altra lingua al di fuori di me”, recita il primo comandamento della transizione linguistica anglomane). E così il progetto Erasmus, nato per favorire gli scambi interlinguistici, si è ben presto trasformato in una potente leva per la diffusione del monolinguismo a base inglese, visto che nella pratica si declina solo così. Lo stesso vale per i programmi scolastici che prevedono l’apprendimento di una materia direttamente in una lingua straniera, denominati con la sigla inglese “CLIL” (Content and Language Integrated Learning): sulla carta c’è scritto “lingua straniera”, ma di fatto quella lingua diventa sempre e solo l’inglese e non circolano analoghi corsi in altre lingue, a parte poche eccezioni.
Se a scuola, un tempo, era obbligatorio studiare una lingua straniera, grazie alle riforme che hanno sostituito “lingua straniera” con “inglese”, oggi la lingua della perfida Albione è diventata un obbligo e un requisito per tutti. Dalla scuola si è poi passati alla pubblica amministrazione, e con la riforma Madia l’inglese è diventato anche un requisito per accedere ai concorsi pubblici. L’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) e anche il Fondo italiano per la scienza (FIS): nel nostro Paese si devono presentare e discutere in inglese, mica in italiano, e questi sono i primi passi che ufficializzano l’inglese anche nel nostro territorio.
Intanto l’inglese è già diventato la lingua ufficiale internazionale per esempio dell’aviazione o del mondo dei militari (almeno del blocco occidentale, e cioè dei “buoni” che sanzionano Putin ma non Netanyahu).
Quanto all’Unione Europea, nonostante sia nata all’insegna del plurilinguismo, l’inglese è sempre più introdotto come la lingua della comunicazione pubblica – anche se è conosciuto da una minoranza di europei e di italiani – e soprattutto è ormai la lingua di lavoro prevalente o quasi unica (soprattutto nella documentazione in Rete): l’italiano è da tempo stato estromesso, e il francese e il tedesco rimangono sulla carta ma di fatto sono in via di abbandono.
La transizione linguistica insegue la filosofia di “una fetta di salame alla volta” (ogni fettina non porta risultati visibili in modo macroscopico, ma piano piano il salame si consuma) ed è fatta di tantissime piccole mosse che sembrano insignificanti, prese singolarmente, ma nel complesso ci portano dove ci vogliono portare. Per esempio i documenti personali o sanitari che sono diventati bilingui, dunque nelle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica italiana le scritte sono ormai bilingui (nome/name, scadenza/expiry), come se l’inglese fosse la lingua ufficiale dell’Europa.
Questo suicidio linguistico inseguito dalle politiche anglomani tutte interne si inserisce in un ben più ampio fenomeno mondiale che è la conseguenza dell’egemonia culturale, politica, economica e sociale degli Stati Uniti, e in particolare dell’espansione delle multinazionali. E così arriviamo anche al fenomeno degli anglicismi, che si moltiplicano con ritmi esponenziali da ormai molti decenni, e sono solo l’effetto collaterale dell’affermarsi dell’inglese globale.
Se, nei piani alti, si allarga il progetto di instaurare in modo ufficiale una diglossia post-moderna che fa del globalese la lingua superiore, nei piani più bassi il ricorso al lessico, alla terminologia e alla ri-concettualizzazione in inglese (assassino/killer, calcolatore/computer, verde/green) è la conseguenza di questo modo di essere “internazionali”. E così la città araba di Gaza si esprime nella lingua di chi sta sterminando i palestinesi e pianifica la sostituzione etnica (Gaza City), il confinamento al tempo del covid è diventato lockdown, mentre le insegne dei negozi (divenuti shop, store, megastore, outlet, showroom…) sono sempre più in inglese, come i titoli dei film al cinema e le trasmissioni dei palinsesti televisivi, in un’anglicizzazione dei generi cinematografici (biopic, romance) e persino dei libri, che fuori dall’editoria si declina con i nomi degli eventi e delle fiere in inglese. È l’intero panorama linguistico italiano che sta cambiando pelle, a partire dalle comunicazioni bilingui della metropolitana milanese o delle ferrovie dello Stato che ci induce a una sorta di ipnosi bilingue (prossima fermata… next stop…) che ci ribalta nell’inconscio in modo sempre più profondo.
Ecco perché hanno deciso di chiamare in inglese la manifestazione a cui ha partecipato la Crusca, per tornare da dove eravamo partiti: non perché questa decisione sia una stravaganza isolata, ma perché è l’espressione della transizione linguistica in atto che nessuno si prende la briga di raccontare.
#anglicismiNellItaliano #inglese #ingleseNellaScienza #interferenzaLinguistica #internazionalismi #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano
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La transizione linguistica che nessuno racconta
di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che l’accademia della Crusca ha partecipato alla Bright Night 2025 dell’Università di Firenze, e sul suo sito si legge:
“Bright Night (‘Brilliant Researchers Impact on Growth Health and Trust in research’) è il nome dato alla Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, la manifestazione ideata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università.”
Leggendo tra le righe, si intuisce una certa insofferenza per questa denominazione in inglese, presentata come qualcosa di imposto da altri, e affiancata alla traduzione italiana a cui viene dato maggior risalto.
Bisognerebbe però spendere qualche riflessione su quello che l’Accademia, ma più in generale i linguisti e gli intellettuali italiani, non dicono.Perché l’Università di Firenze ha scelto l’inglese?
La scelta di denominare in inglese i nomi delle manifestazioni non è un’insolita bizzarria – come si potrebbe evincere dalle parole della Crusca – è invece una ben precisa strategia che vale per ogni tipo di manifestazione, evento o mostra. In ottobre, a Milano, ci sarà la Cook-Fest, il food festival del Corriere della Sera, e il settimo Fringe Milano Off International ideato da due nativi italiani con la testa nell’anglosfera. Tempo fa avevo denunciato come persino una mostra dedicata alla figura simbolo dell’italiano era stata anglicizzata attraverso il Dante Vibes, e prima ancora avevo fatto delle ricerche sulle denominazioni in inglese che erano prevalenti rispetto a quelle in italiano persino nelle manifestazioni paesane (notevole il Tractor Day).
Chi si occupa di studiare la lingua italiana non solo dovrebbe raccontare queste cose, ma anche quantificarle (qual è la percentuale delle denominazioni in inglese nel panorama culturale italiano? Non trovo studi in merito, chissà come mai… ma la mia impressione è che prevalgano).
Invece di limitarsi a contare gli anglicismi magari per concludere che sono pochi, passeggeri o poco frequenti, i linguisti dovrebbero riflettere seriamente sulle loro cause e soprattutto sul loro impatto nella nostra società. Alcuni studiosi sono convinti che il fenomeno nasca da una “moda”, dal loro essere “di prestigio” o dal fatto che siano più sintetici degli equivalenti italiani. Ma queste spiegazioni sono ridicole e insufficienti, la verità è un’altra ed è ben più profonda: certe manifestazioni ideate dall’Ue come la Bright Night – ma anche dalle realtà tutte italiane che inseguono la stessa strategia a partire dalla Rcs Academy che forma i futuri giornalisti e comunicatori – non hanno solo “l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università”, ma anche di diffondere l’inglese, che fa parte del pacchetto, benché non sia dichiarato e avvenga in modo surrettizio.Se la nostra società spinge i cittadini verso la transizione ecologica ed energetica (e vorrebbe convincere tutti a comprare auto elettriche che hanno per ora scarso successo), o verso la transizione digitale (con ostacoli all’uso del contante o balzelli che di fatto escludono chi non è in grado di usare internet), è in atto anche un’altra transizione che però viene sottaciuta: la transizione linguistica.
La transizione linguistica
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali. Il progetto include un profondo cambiamento culturale e organizzativo per fare in modo che le popolazioni non anglofone imparino l’inglese, e le realtà dove questo è già avvenuto – per esempio l’Olanda, l’Islanda o alcuni Paesi scandinavi – sono presentate come “virtuose” e avanzate, mentre le altre sono considerate “arretrate”, perché questo processo non si è “ancora” realizzato, e dietro quell’ancora si svela un ben preciso progetto di colonizzazione linguistica. Questo progetto è perseguito senza che nessuno ne metta in risalto gli effetti collaterali, e cioè la regressione delle lingue locali e la loro anglicizzazione. E quel che è peggio nessuno o quasi sembra cogliere che mentre tutto il mondo dovrebbe convertirsi allo studio dell’inglese, i Paesi anglofoni non hanno l’esigenza di apprendere alcuna altra lingua al di fuori della propria che preferiscono rendere “universale”. Tutto ciò comporta invece problemi etici, cognitivi ed economici di grande rilevanza. Ma guai a sollevare il problema, non aprite quella porta!
Le leve della transizione linguistica sono molteplici e differenziate, ma ruotano attorno a due cardini: ci sono interventi espliciti per introdurre e ufficializzare l’inglese a partire dalla scuola, e altri indiretti che si basano sull’esclusione e la stigmatizzazione sociale di chi non si inchina alla dittatura dell’inglese.
Questa seconda strategia è ben visibile per esempio quando un politico italiano è costretto a esprimersi in inglese in qualche contesto internazionale. Se lo parla in modo disinvolto supera la prova mediatica – e in ogni trasmissione di attualità si esalta la padronanza della lingua superiore di volta in volta di Draghi, Meloni e via governando – altrimenti viene esposto al pubblico ludibrio (come nel caso di Renzi o Rutelli).
La gogna mediatica spinge perciò a bollare come ignorante (in assoluto) chi non conosce l’inglese, indipendentemente dal contesto e dalle sue competenze. In quest’ottica, un professorone che conosce a menadito il latino o il greco, e che magari è un poliglotta che parla correntemente francese, spagnolo e tedesco, se non sa l’inglese è comunque un riprovevole ignorante, che non può che vergognarsi. Viceversa, un imprenditore statunitense arricchito e imbruttito che non sa parlare altro che la propria lingua naturale e che possiede la cultura pragmatica e poco profonda di uno statunitense medio è visto come un modello positivo (in fin dei conti sa l’unica cosa che vale la pena di sapere: la lingua dei padroni).
L’affermazione della superiorità della lingua inglese comporta allo stesso tempo lo svilimento dell’apprendimento di altre lingue straniere (tedesco, francese, spagnolo…) che viene considerato un vezzo privo di obiettivi concreti, un po’ come studiare il pianoforte, che non fa parte del paniere della “cultura” ufficiale. Questa visione coloniale non è messa in discussione quasi da nessuno, a parte qualche paria escluso dal panorama culturale italiano.
L’idea è che essere internazionali non significhi esprimere qualcosa in tutte le lingue del mondo, ma viceversa abbandonarle per adottare la lingua naturale dei Paesi dominanti. Chi non si adegua ne paga le conseguenze, come sta avvenendo per esempio nei contesti scientifici. Anche se nessuno vieta di pubblicare nella propria lingua nazionale, o in quelle ben più diffuse dell’inglese come il cinese o lo spagnolo, di fatto esistono una serie di pregiudizi che premiano le pubblicazioni in inglese a cui viene attribuita maggiore rilevanza e dunque visibilità. Perciò, pubblicare in inglese diventa conveniente, se non indispensabile, per poter essere presi in considerazione ed emergere. Dunque, uno studio in italiano non ha la stessa circolazione di uno pubblicato in inglese (a meno che qualcuno non lo traduca nella lingua dominante per rilanciarlo in questo modo), per motivi linguistici e non in base ai contenuti scientifici che veicola.
La transizione linguistica, però, non si persegue solo attraverso queste e altre modalità surrettizie, ma anche attraverso politiche linguistiche più coercitive.
La politica linguistica per istituzionalizzare l’inglese
Le politiche linguistiche nella scuola italiana ed europea prevedono di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese sin dai primi anni delle elementari, per arrivare a privilegiare l’inglese come lingua di insegnamento per l’università e i corsi di specializzazione a discapito delle lingue locali. Negli ultimi vent’anni, gli atenei italiani che hanno scelto di insegnare direttamente in inglese, escludendo l’italiano come lingua della formazione, sono infatti sempre di più. Anche in questo caso la transizione linguistica è incentivata dai sistemi di punteggio “internazionali” (in realtà statunitensi) che si basano sulla capacità di attrarre gli studenti stranieri, e questo obiettivo si persegue insegnando direttamente in inglese e non certo favorendo l’insegnamento dell’italiano a chi viene da noi né erogando corsi in altre lingue (“non avrai altra lingua al di fuori di me”, recita il primo comandamento della transizione linguistica anglomane). E così il progetto Erasmus, nato per favorire gli scambi interlinguistici, si è ben presto trasformato in una potente leva per la diffusione del monolinguismo a base inglese, visto che nella pratica si declina solo così. Lo stesso vale per i programmi scolastici che prevedono l’apprendimento di una materia direttamente in una lingua straniera, denominati con la sigla inglese “CLIL” (Content and Language Integrated Learning): sulla carta c’è scritto “lingua straniera”, ma di fatto quella lingua diventa sempre e solo l’inglese e non circolano analoghi corsi in altre lingue, a parte poche eccezioni.
Se a scuola, un tempo, era obbligatorio studiare una lingua straniera, grazie alle riforme che hanno sostituito “lingua straniera” con “inglese”, oggi la lingua della perfida Albione è diventata un obbligo e un requisito per tutti. Dalla scuola si è poi passati alla pubblica amministrazione, e con la riforma Madia l’inglese è diventato anche un requisito per accedere ai concorsi pubblici. L’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) e anche il Fondo italiano per la scienza (FIS): nel nostro Paese si devono presentare e discutere in inglese, mica in italiano, e questi sono i primi passi che ufficializzano l’inglese anche nel nostro territorio.
Intanto l’inglese è già diventato la lingua ufficiale internazionale per esempio dell’aviazione o del mondo dei militari (almeno del blocco occidentale, e cioè dei “buoni” che sanzionano Putin ma non Netanyahu).
Quanto all’Unione Europea, nonostante sia nata all’insegna del plurilinguismo, l’inglese è sempre più introdotto come la lingua della comunicazione pubblica – anche se è conosciuto da una minoranza di europei e di italiani – e soprattutto è ormai la lingua di lavoro prevalente o quasi unica (soprattutto nella documentazione in Rete): l’italiano è da tempo stato estromesso, e il francese e il tedesco rimangono sulla carta ma di fatto sono in via di abbandono.
La transizione linguistica insegue la filosofia di “una fetta di salame alla volta” (ogni fettina non porta risultati visibili in modo macroscopico, ma piano piano il salame si consuma) ed è fatta di tantissime piccole mosse che sembrano insignificanti, prese singolarmente, ma nel complesso ci portano dove ci vogliono portare. Per esempio i documenti personali o sanitari che sono diventati bilingui, dunque nelle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica italiana le scritte sono ormai bilingui (nome/name, scadenza/expiry), come se l’inglese fosse la lingua ufficiale dell’Europa.
Questo suicidio linguistico inseguito dalle politiche anglomani tutte interne si inserisce in un ben più ampio fenomeno mondiale che è la conseguenza dell’egemonia culturale, politica, economica e sociale degli Stati Uniti, e in particolare dell’espansione delle multinazionali. E così arriviamo anche al fenomeno degli anglicismi, che si moltiplicano con ritmi esponenziali da ormai molti decenni, e sono solo l’effetto collaterale dell’affermarsi dell’inglese globale.
Se, nei piani alti, si allarga il progetto di instaurare in modo ufficiale una diglossia post-moderna che fa del globalese la lingua superiore, nei piani più bassi il ricorso al lessico, alla terminologia e alla ri-concettualizzazione in inglese (assassino/killer, calcolatore/computer, verde/green) è la conseguenza di questo modo di essere “internazionali”. E così la città araba di Gaza si esprime nella lingua di chi sta sterminando i palestinesi e pianifica la sostituzione etnica (Gaza City), il confinamento al tempo del covid è diventato lockdown, mentre le insegne dei negozi (divenuti shop, store, megastore, outlet, showroom…) sono sempre più in inglese, come i titoli dei film al cinema e le trasmissioni dei palinsesti televisivi, in un’anglicizzazione dei generi cinematografici (biopic, romance) e persino dei libri, che fuori dall’editoria si declina con i nomi degli eventi e delle fiere in inglese. È l’intero panorama linguistico italiano che sta cambiando pelle, a partire dalle comunicazioni bilingui della metropolitana milanese o delle ferrovie dello Stato che ci induce a una sorta di ipnosi bilingue (prossima fermata… next stop…) che ci ribalta nell’inconscio in modo sempre più profondo.
Ecco perché hanno deciso di chiamare in inglese la manifestazione a cui ha partecipato la Crusca, per tornare da dove eravamo partiti: non perché questa decisione sia una stravaganza isolata, ma perché è l’espressione della transizione linguistica in atto che nessuno si prende la briga di raccontare.
#anglicismiNellItaliano #inglese #ingleseNellaScienza #interferenzaLinguistica #internazionalismi #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano
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La transizione linguistica che nessuno racconta
di Antonio Zoppetti
L’altro giorno leggevo che l’accademia della Crusca ha partecipato alla Bright Night 2025 dell’Università di Firenze, e sul suo sito si legge:
“Bright Night (‘Brilliant Researchers Impact on Growth Health and Trust in research’) è il nome dato alla Notte europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, la manifestazione ideata dalla Commissione Europea con l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università.”
Leggendo tra le righe, si intuisce una certa insofferenza per questa denominazione in inglese, presentata come qualcosa di imposto da altri, e affiancata alla traduzione italiana a cui viene dato maggior risalto.
Bisognerebbe però spendere qualche riflessione su quello che l’Accademia, ma più in generale i linguisti e gli intellettuali italiani, non dicono.Perché l’Università di Firenze ha scelto l’inglese?
La scelta di denominare in inglese i nomi delle manifestazioni non è un’insolita bizzarria – come si potrebbe evincere dalle parole della Crusca – è invece una ben precisa strategia che vale per ogni tipo di manifestazione, evento o mostra. In ottobre, a Milano, ci sarà la Cook-Fest, il food festival del Corriere della Sera, e il settimo Fringe Milano Off International ideato da due nativi italiani con la testa nell’anglosfera. Tempo fa avevo denunciato come persino una mostra dedicata alla figura simbolo dell’italiano era stata anglicizzata attraverso il Dante Vibes, e prima ancora avevo fatto delle ricerche sulle denominazioni in inglese che erano prevalenti rispetto a quelle in italiano persino nelle manifestazioni paesane (notevole il Tractor Day).
Chi si occupa di studiare la lingua italiana non solo dovrebbe raccontare queste cose, ma anche quantificarle (qual è la percentuale delle denominazioni in inglese nel panorama culturale italiano? Non trovo studi in merito, chissà come mai… ma la mia impressione è che prevalgano).
Invece di limitarsi a contare gli anglicismi magari per concludere che sono pochi, passeggeri o poco frequenti, i linguisti dovrebbero riflettere seriamente sulle loro cause e soprattutto sul loro impatto nella nostra società. Alcuni studiosi sono convinti che il fenomeno nasca da una “moda”, dal loro essere “di prestigio” o dal fatto che siano più sintetici degli equivalenti italiani. Ma queste spiegazioni sono ridicole e insufficienti, la verità è un’altra ed è ben più profonda: certe manifestazioni ideate dall’Ue come la Bright Night – ma anche dalle realtà tutte italiane che inseguono la stessa strategia a partire dalla Rcs Academy che forma i futuri giornalisti e comunicatori – non hanno solo “l’obiettivo di diffondere la cultura scientifica delle Università”, ma anche di diffondere l’inglese, che fa parte del pacchetto, benché non sia dichiarato e avvenga in modo surrettizio.Se la nostra società spinge i cittadini verso la transizione ecologica ed energetica (e vorrebbe convincere tutti a comprare auto elettriche che hanno per ora scarso successo), o verso la transizione digitale (con ostacoli all’uso del contante o balzelli che di fatto escludono chi non è in grado di usare internet), è in atto anche un’altra transizione che però viene sottaciuta: la transizione linguistica.
La transizione linguistica
La transizione linguistica è il graduale processo di adozione dell’inglese da parte delle popolazioni non anglofone con l’obiettivo di renderlo un requisito per tutti, e risolvere così i problemi della comunicazione internazionale, strategica soprattutto per i mercati globali. Il progetto include un profondo cambiamento culturale e organizzativo per fare in modo che le popolazioni non anglofone imparino l’inglese, e le realtà dove questo è già avvenuto – per esempio l’Olanda, l’Islanda o alcuni Paesi scandinavi – sono presentate come “virtuose” e avanzate, mentre le altre sono considerate “arretrate”, perché questo processo non si è “ancora” realizzato, e dietro quell’ancora si svela un ben preciso progetto di colonizzazione linguistica. Questo progetto è perseguito senza che nessuno ne metta in risalto gli effetti collaterali, e cioè la regressione delle lingue locali e la loro anglicizzazione. E quel che è peggio nessuno o quasi sembra cogliere che mentre tutto il mondo dovrebbe convertirsi allo studio dell’inglese, i Paesi anglofoni non hanno l’esigenza di apprendere alcuna altra lingua al di fuori della propria che preferiscono rendere “universale”. Tutto ciò comporta invece problemi etici, cognitivi ed economici di grande rilevanza. Ma guai a sollevare il problema, non aprite quella porta!
Le leve della transizione linguistica sono molteplici e differenziate, ma ruotano attorno a due cardini: ci sono interventi espliciti per introdurre e ufficializzare l’inglese a partire dalla scuola, e altri indiretti che si basano sull’esclusione e la stigmatizzazione sociale di chi non si inchina alla dittatura dell’inglese.
Questa seconda strategia è ben visibile per esempio quando un politico italiano è costretto a esprimersi in inglese in qualche contesto internazionale. Se lo parla in modo disinvolto supera la prova mediatica – e in ogni trasmissione di attualità si esalta la padronanza della lingua superiore di volta in volta di Draghi, Meloni e via governando – altrimenti viene esposto al pubblico ludibrio (come nel caso di Renzi o Rutelli).
La gogna mediatica spinge perciò a bollare come ignorante (in assoluto) chi non conosce l’inglese, indipendentemente dal contesto e dalle sue competenze. In quest’ottica, un professorone che conosce a menadito il latino o il greco, e che magari è un poliglotta che parla correntemente francese, spagnolo e tedesco, se non sa l’inglese è comunque un riprovevole ignorante, che non può che vergognarsi. Viceversa, un imprenditore statunitense arricchito e imbruttito che non sa parlare altro che la propria lingua naturale e che possiede la cultura pragmatica e poco profonda di uno statunitense medio è visto come un modello positivo (in fin dei conti sa l’unica cosa che vale la pena di sapere: la lingua dei padroni).
L’affermazione della superiorità della lingua inglese comporta allo stesso tempo lo svilimento dell’apprendimento di altre lingue straniere (tedesco, francese, spagnolo…) che viene considerato un vezzo privo di obiettivi concreti, un po’ come studiare il pianoforte, che non fa parte del paniere della “cultura” ufficiale. Questa visione coloniale non è messa in discussione quasi da nessuno, a parte qualche paria escluso dal panorama culturale italiano.
L’idea è che essere internazionali non significhi esprimere qualcosa in tutte le lingue del mondo, ma viceversa abbandonarle per adottare la lingua naturale dei Paesi dominanti. Chi non si adegua ne paga le conseguenze, come sta avvenendo per esempio nei contesti scientifici. Anche se nessuno vieta di pubblicare nella propria lingua nazionale, o in quelle ben più diffuse dell’inglese come il cinese o lo spagnolo, di fatto esistono una serie di pregiudizi che premiano le pubblicazioni in inglese a cui viene attribuita maggiore rilevanza e dunque visibilità. Perciò, pubblicare in inglese diventa conveniente, se non indispensabile, per poter essere presi in considerazione ed emergere. Dunque, uno studio in italiano non ha la stessa circolazione di uno pubblicato in inglese (a meno che qualcuno non lo traduca nella lingua dominante per rilanciarlo in questo modo), per motivi linguistici e non in base ai contenuti scientifici che veicola.
La transizione linguistica, però, non si persegue solo attraverso queste e altre modalità surrettizie, ma anche attraverso politiche linguistiche più coercitive.
La politica linguistica per istituzionalizzare l’inglese
Le politiche linguistiche nella scuola italiana ed europea prevedono di creare le nuove generazioni bilingui a base inglese sin dai primi anni delle elementari, per arrivare a privilegiare l’inglese come lingua di insegnamento per l’università e i corsi di specializzazione a discapito delle lingue locali. Negli ultimi vent’anni, gli atenei italiani che hanno scelto di insegnare direttamente in inglese, escludendo l’italiano come lingua della formazione, sono infatti sempre di più. Anche in questo caso la transizione linguistica è incentivata dai sistemi di punteggio “internazionali” (in realtà statunitensi) che si basano sulla capacità di attrarre gli studenti stranieri, e questo obiettivo si persegue insegnando direttamente in inglese e non certo favorendo l’insegnamento dell’italiano a chi viene da noi né erogando corsi in altre lingue (“non avrai altra lingua al di fuori di me”, recita il primo comandamento della transizione linguistica anglomane). E così il progetto Erasmus, nato per favorire gli scambi interlinguistici, si è ben presto trasformato in una potente leva per la diffusione del monolinguismo a base inglese, visto che nella pratica si declina solo così. Lo stesso vale per i programmi scolastici che prevedono l’apprendimento di una materia direttamente in una lingua straniera, denominati con la sigla inglese “CLIL” (Content and Language Integrated Learning): sulla carta c’è scritto “lingua straniera”, ma di fatto quella lingua diventa sempre e solo l’inglese e non circolano analoghi corsi in altre lingue, a parte poche eccezioni.
Se a scuola, un tempo, era obbligatorio studiare una lingua straniera, grazie alle riforme che hanno sostituito “lingua straniera” con “inglese”, oggi la lingua della perfida Albione è diventata un obbligo e un requisito per tutti. Dalla scuola si è poi passati alla pubblica amministrazione, e con la riforma Madia l’inglese è diventato anche un requisito per accedere ai concorsi pubblici. L’inglese è diventato la lingua obbligatoria per presentare i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN) e anche il Fondo italiano per la scienza (FIS): nel nostro Paese si devono presentare e discutere in inglese, mica in italiano, e questi sono i primi passi che ufficializzano l’inglese anche nel nostro territorio.
Intanto l’inglese è già diventato la lingua ufficiale internazionale per esempio dell’aviazione o del mondo dei militari (almeno del blocco occidentale, e cioè dei “buoni” che sanzionano Putin ma non Netanyahu).
Quanto all’Unione Europea, nonostante sia nata all’insegna del plurilinguismo, l’inglese è sempre più introdotto come la lingua della comunicazione pubblica – anche se è conosciuto da una minoranza di europei e di italiani – e soprattutto è ormai la lingua di lavoro prevalente o quasi unica (soprattutto nella documentazione in Rete): l’italiano è da tempo stato estromesso, e il francese e il tedesco rimangono sulla carta ma di fatto sono in via di abbandono.
La transizione linguistica insegue la filosofia di “una fetta di salame alla volta” (ogni fettina non porta risultati visibili in modo macroscopico, ma piano piano il salame si consuma) ed è fatta di tantissime piccole mosse che sembrano insignificanti, prese singolarmente, ma nel complesso ci portano dove ci vogliono portare. Per esempio i documenti personali o sanitari che sono diventati bilingui, dunque nelle carte d’identità rilasciate dalla Repubblica italiana le scritte sono ormai bilingui (nome/name, scadenza/expiry), come se l’inglese fosse la lingua ufficiale dell’Europa.
Questo suicidio linguistico inseguito dalle politiche anglomani tutte interne si inserisce in un ben più ampio fenomeno mondiale che è la conseguenza dell’egemonia culturale, politica, economica e sociale degli Stati Uniti, e in particolare dell’espansione delle multinazionali. E così arriviamo anche al fenomeno degli anglicismi, che si moltiplicano con ritmi esponenziali da ormai molti decenni, e sono solo l’effetto collaterale dell’affermarsi dell’inglese globale.
Se, nei piani alti, si allarga il progetto di instaurare in modo ufficiale una diglossia post-moderna che fa del globalese la lingua superiore, nei piani più bassi il ricorso al lessico, alla terminologia e alla ri-concettualizzazione in inglese (assassino/killer, calcolatore/computer, verde/green) è la conseguenza di questo modo di essere “internazionali”. E così la città araba di Gaza si esprime nella lingua di chi sta sterminando i palestinesi e pianifica la sostituzione etnica (Gaza City), il confinamento al tempo del covid è diventato lockdown, mentre le insegne dei negozi (divenuti shop, store, megastore, outlet, showroom…) sono sempre più in inglese, come i titoli dei film al cinema e le trasmissioni dei palinsesti televisivi, in un’anglicizzazione dei generi cinematografici (biopic, romance) e persino dei libri, che fuori dall’editoria si declina con i nomi degli eventi e delle fiere in inglese. È l’intero panorama linguistico italiano che sta cambiando pelle, a partire dalle comunicazioni bilingui della metropolitana milanese o delle ferrovie dello Stato che ci induce a una sorta di ipnosi bilingue (prossima fermata… next stop…) che ci ribalta nell’inconscio in modo sempre più profondo.
Ecco perché hanno deciso di chiamare in inglese la manifestazione a cui ha partecipato la Crusca, per tornare da dove eravamo partiti: non perché questa decisione sia una stravaganza isolata, ma perché è l’espressione della transizione linguistica in atto che nessuno si prende la briga di raccontare.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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La Guerra secondo Kubrick (parte 6 di 8)
FULL METAL JACKET: LA “MECCANIZZAZIONE” DELL’UOMO
Due anni dopo la realizzazione di Shining, del 1980, l’attenzione di Stanley Kubrick ricade sul racconto The Short Timers di Gustav Hasford, in cui alcuni giovani marines vengono addestrati in un campo di addestramento per poi essere mandati in Vietnam a combattere. Affascinato dai vari risvolti della storia («Quando ho letto il libro ho trovato irresistibili l’originalità, la bellezza dello stile, la semplicità», ha detto il regista), Kubrick acquistò i diritti del libro, cominciando così a lavorare alla sceneggiatura di Full Metal Jacket, uscito nel 1987. Michael Herr, co-sceneggiatore del film, ricorda lo scambio di battute tra lui e Kubrick alla “nascita” di Full Metal Jacket; il regista disse di voler fare un film di guerra, Herr gli fece notare che aveva già fatto Orizzonti di gloria, al che Kubrick rispose: «Quello è contro la guerra. Voglio fare un film di guerra solo per considerarne il soggetto, senza una posizione morale o politica, ma come fenomeno».Il termine “full metal jacket” (letteralmente “copertura piena di piombo”), che non compare in nessuna parte del racconto, descrive il rivestimento di un tipo di proiettile e in un certo senso richiama alla metaforica corazza di metallo (come quella degli automi) nella quale venivano avvolti i marines per essere trasformati in killer.
L’intenzione del regista, attraverso questo film, è di inserire alcuni temi già affrontati nelle sue opere precedenti in un contesto bellico moderno, come quello vietnamita: «Il Vietnam è stata probabilmente l’unica guerra dominata dai falchi intellettuali che manipolavano i fatti e perfezionavano la realtà, ingannando sia loro stessi che il pubblico».
Ma il tema che più di altri Kubrick intende affrontare con Full Metal Jacket è quello della “meccanizzazione” dell’uomo, ovvero del rendere automatico un qualcosa di naturale, un tema nel quale il regista si era addentrato esplicitamente, già dal titolo, in Arancia meccanica, nel 1971.
Le vicende di Full Metal Jacket si svolgono in due segmenti ben delineati: l’addestramento a Parris Island e il Vietnam. La scena d’apertura del film mostra un gruppo di ragazzi a cui stanno radendo a zero le teste: ci troviamo nel campo d’addestramento di Parris Island; il sergente istruttore Hartman si presenta ad un gruppo di reclute, destinate a diventare marines, “macchine da guerra”. Il linguaggio dell’istruttore è offensivo e osceno; egli mostra immediatamente tutta la sua severità nei confronti di chi non si è ancora inquadrato nella disciplina imposta dalla procedura militare. In questa fase iniziale di presentazione emergono i personaggi di Joker, un giovane dall’aria intellettuale e scherzosa, di Cowboy e in particolare di Palla di Lardo, un ragazzo goffo e imbranato, sul quale Hartman riversa tutta la sua crudele offensività. Le scene che seguono mostrano il training al quale vengono sottoposte le varie reclute, dove agli esercizi fisici si alternano fasi in cui l’istruttore cerca di plagiare le menti dei futuri soldati mediante riti collettivi inneggianti alla guerra e alle armi. Joker, nonostante i continui rimproveri subiti, diventa caposquadra, mentre Palla di Lardo, messo continuamente alla berlina, viene emarginato dai suoi stessi compagni di camerata, costretti da Hartman a pagare per ogni errore del loro compagno. Una notte il ragazzo subisce un pestaggio da parte di tutti gli altri soldati, Joker compreso (anche se inizialmente esitante); nei giorni seguenti Palla di Lardo mostra segni di instabilità, la sua “trasformazione” in macchina da guerra è quasi completa, per la soddisfazione del suo istruttore. L’ultima notte a Parris Island è però tragica: Palla di Lardo è sorpreso da Joker nel bagno mentre sta caricando il suo fucile con pallottole «blindatissime» (“full metal jacket” appunto); all’arrivo di Hartman il giovane gli spara e poi si uccide.
Una dissolvenza ci porta nel Vietnam; Joker è corrispondente di guerra per il giornale dell’esercito «Stars and Stripes». Durante l’offensiva del Tet, nella quale i vietcong attaccano l’esercito statunitense, Joker viene mandato al fronte a fare un reportage con il suo amico Rafterman. Qui ritrova il compagno di corso Cowboy e si unisce alla sua squadra; il gruppo riesce a liberare una città con poca difficoltà, l’entusiasmo aumenta con l’arrivo degli inviati televisivi che intervistano i vari marines. I soldati partono per una nuova missione verso la città di Hue, ma perdono l’orientamento e si ritrovano sotto il tiro di un cecchino, che uccide due di loro e in seguito lo stesso Cowboy. I rimanenti soldati individuano la posizione del cecchino e lo sorprendono alle spalle: si tratta di una giovane ragazza, alla quale Joker prova a sparare, non riuscendo poiché gli si inceppa il fucile. Mentre sta per essere ucciso, Rafterman giunge a salvarlo, sparando al cecchino; la ragazza è agonizzante, circondata dai soldati: Joker pone fine alle sofferenze della giovane, uccidendola. Il gruppo si allontana nella notte intonando il ritornello di Mickey Mouse.
Il tema kubrickiano che vediamo immediatamente riemergere in Full Metal Jacket è quello che mostra il sistema e la struttura dell’istituzione militare: «l’esercito affiora come struttura rigida e asettica, impersonale, funzionale; (…) una struttura violenta, costruzione ossessivamente minuziosa finalizzata alla distruzione e psicologicamente distruttrice e autodistruttrice di se stessa». Il fine dell’esercito si concentra quindi nella distruzione della personalità umana, con l’obiettivo di possedere il controllo assoluto sull’individuo, attraverso la sua “meccanizzazione”. Lo stesso Hartman, presentandosi alle reclute, sottolinea questo passaggio fondamentale da essere naturale a essere meccanico: «Se voi signorine finirete questo corso e se sopravviverete all’addestramento, sarete un’arma, sarete dispensatori di morte, pregherete per combattere». Ma trasformare uomini in armi è possibile? Secondo Stanley Kubrick la risposta è affermativa: «Sì, trasformare esseri umani in armi è possibile. Come dice il sergente nel mio film: “Un’arma è solo un utensile, è il cuore duro che uccide”» (nella versione italiana del film è in realtà tradotto: «Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide»). Il duro training al quale si sottopongono i soldati è finalizzato a distruggere la paura della morte e per distruggere questa è necessario distruggere la personalità: già nella primissima scena tale distruzione è inscritta nelle immagini dei giovani dal barbiere, dove vengono tutti quanti rasati a zero, primo elemento del processo di meccanizzazione ad accomunare i ragazzi, ognuno reso una sorta di “clone” dell’altro; in questa scena vediamo il barbiere militare “operare” sulle loro teste, quasi a presagire quel lavaggio del cervello al quale verranno sottoposti in seguito. In Full Metal Jacket: «il cervello è il vero campo di battaglia, il vero Vietnam, presupposto e posta in gioco della guerra. Parris Island è il luogo (isolano – isolato – isolante) del lavaggio del cervello e delle lavate di testa, è il luogo in cui s’interviene direttamente sulla testa»; non a caso sulla locandina del film è presente un elmetto, ovvero la “testa” del soldato.
Joker, voce narrante del film, descrive in poche parole il luogo in cui si trova: «Parris Island, Carolina del Sud, campo di addestramento reclute del corpo dei marines degli Stati Uniti. Corso di otto settimane per falsi duri e pazzi furiosi». In questa bipartizione la giovane recluta mostra la sua lucidità, autoescludendosi di fatto dalla categoria dei “pazzi furiosi” e inserendosi quindi in quella dei “falsi duri”. Joker per tutto il film non è altro che questo, poiché sembra sfuggire alla disumanizzazione della sua personalità: quando alla fine è chiamato alla battaglia, fallisce, perché in lui è ancora acceso il lume dell’umanità e dell’intelligenza, perché non è un vero killer e il suo primo omicidio è causato dalla compassione e non dall’odio. Di conseguenza va osservato come ne Il dottor Stranamore e in Orizzonti di gloria la follia della guerra fosse dovuta all’orgoglio e all’ambizione dei generali, in Full Metal Jacket, invece, si basa essenzialmente sul tentativo del soldato Joker di restare sano in un ambiente folle.
Come sottolinea Magnisi: «Tutto il primo atto della pellicola sarà una lunga introduzione (un vero addestramento anche per gli spettatori) alla sottocultura dei marines, osservata con iperrealismo clinico dall’occhio di Kubrick, all’interno di un’ossessione per la geometria e la regola, l’ordine e la disciplina». L’obiettivo dell’istruttore Hartman (peraltro interpretato da un vero istruttore dei marines, Lee Ermey) è standardizzare tutte le reclute secondo canoni prestabiliti, omogeneizzare il gruppo, escludendo ogni tipo di diversità, motivo per cui il soldato Palla di Lardo risulta il più difficile da “meccanizzare”, poiché la sua diversità è evidente nelle caratteristiche fisiche (la grassezza) e motorie (la goffaggine), che lo portano inevitabilmente ad essere il bersaglio prediletto del suo istruttore, che non risparmia oltraggi e offese per cercare di motivare (quindi standardizzare) il ragazzo: «Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, o ci hai studiato per diventarlo? (…) Perché tu sei un ciccione ributtante e fai schifo, Palla di Lardo!».
Gli esercizi fisici, nonostante la durezza, risultano essere la parte d’addestramento più innocua e meno importante, è l’indottrinamento psicologico, invece, la parte fondamentale per plagiare le giovani reclute; il linguaggio usato da Hartman è esplicito e aggressivo, e le vittime di esso non possono che subirlo passivamente. L’istruttore cerca continuamente di costruire un rapporto di intimità e complicità tra la recluta ed il fucile, sottolineando l’importanza di questo connubio (ed è immediato il richiamo alle ispezioni del generale Mireau nelle trincee di Orizzonti di gloria): «Stanotte vi porterete a letto il vostro fucile e darete al vostro fucile un nome di ragazza, perché sarà quello l’unico buco che voialtri rimedierete qui dentro. (…) Siete sposati al fucile, quel coso fatto di legno e di ferro, e rimarrete fedeli soltanto a lui!». E ancora: «La più micidiale combinazione del mondo: un marine col suo fucile. Ma è sulla volontà di uccidere che bisogna concentrarsi. (…) Il vostro fucile è solo uno strumento, è il cuore di pietra quello che uccide». Joker, in uno dei rari interventi della sua voce fuori campo, dice che: «Il corpo dei marines non vuole dei robot, il corpo dei marines vuole dei killer, il corpo dei marines mira a creare uomini indistruttibili, uomini senza paura»; per cancellare la paura della morte dai soldati, il sistema deve quindi cercare di vendere un’immortalità “a basso costo”: «Un marine può morire, siamo qui per questo, ma il corpo dei Marine vivrà per sempre e questo significa che voi vivrete per sempre», dice Hartman e tutte le marcette e i ritornelli che fa intonare ai suoi soldati non sono altro che un accumulo di elementi che rappresentano una procedura (per un istruttore militare è la prassi) che ha come fine ultimo quello di plagiare le menti delle reclute. Tra tante situazioni, è piuttosto eloquente in questo caso la preghiera che i soldati devono recitare, fucile in mano, prima di andare a dormire: «Questo è il mio fucile, ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente, senza il mio fucile io sono niente. Devo colpire il bersaglio; devo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me. Devo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo: il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico, ma solo pace. Amen».
Un aspetto particolare che troviamo in Full Metal Jacket, ma che già abbiamo incontrato in Orizzonti di gloria, è il continuo tentativo della struttura militare di provare a piegare alla propria logica ogni tipo di azione ed ideologia, inglobandola nel proprio sistema: nella prima parte del film Joker dice al suo istruttore di non credere in Dio, nonostante le ripetute ed insistenti affermazioni del sergente riguardo al valore ideologico della religione cattolica; in un primo momento Hartman sembra infuriato, ma invece di punire il ragazzo lo nomina caposquadra, dicendo che: «Il soldato Joker è ignorante e senza dio, ma ha fegato e il fegato è tutto». In questo modo, come nota Eugeni, l’esercito dimostra: «la terribile capacità di ricondurre ai propri parametri ogni opposizione, non contrastandola, ma semplicemente privandola del proprio senso originario». Un comportamento simile lo aveva assunto anche Broulard in Orizzonti di gloria, ritenendo la nobile azione difensiva di Dax niente più che una tattica per ottenere una promozione. Inoltre, come abbiamo visto nelle pellicole trattate in precedenza, dove gli eserciti combattono e uccidono i loro stessi soldati, anche in Full Metal Jacket il sistema finisce per implodere, per combattere contro se stesso: gli sforzi fatti da Hartman per rendere Palla di Lardo un killer vengono “premiati” nel finale della prima macrosequenza del film, dove il soldato, divenuto una macchina impazzita (come il computer Hal in 2001), uccide il suo istruttore, divenendo di fatto il killer che il duro addestramento doveva creare: «Quando Palla di Lardo scarica su [Hartman] i suoi proiettili blindati, nessuno tira sospiri di sollievo, ma anzi si resta agghiacciati, perché è chiaro che la morte di Hartman lascia viva e intatta l’istituzione; non arriva ad espiazione di alcuna colpa, ma a conferma dell’efficacia di un insegnamento».
L’esperienza di Palla di Lardo incarna alla perfezione il tema dell’uomo come nemico di se stesso; già nelle prime scene del film l’ordine di Hartman alla sua recluta («strangolati da solo!», autocitando Stranamore) non era che il preludio all’omicidio-suicidio commesso dal soldato nell’ultima scena ambientata a Parris Island: «[Palla di Lardo] lobotomizzato da brutalità e umiliazioni, interiorizza la violenza dell’ambiente in cui è stato costretto a calarsi, discendendo nel cuore di tenebra della sua follia. (…) L’apprendista stregone Hartman è stato la vittima del suo Frankenstein che, come quella creatura riplasmata, rifiuta di vivere in questo mondo ultra-violento».
Qui si chiude la prima parte del film, quella dedicata alla fase di addestramento; a proposito di questa è interessante citare un articolo del 1987 comparso sui «Cahiers du Cinéma»: «I film di Kubrick descrivono il mondo come un cervello, inevitabilmente soggetto a disfunzioni (per ragioni a volte esterne, a volte interne). Full Metal Jacket illustra in modo ammirevole questa tesi. Il microcosmo del campo di addestramento di Parris Island in effetti è organizzato come un cervello composto da cellule umane che pensano e reagiscono nello stesso modo, fino a quando il suo buon funzionamento si disintegra: dall’interno nel momento in cui una cellula singola (Palla di Lardo) comincia ad eseguire inesorabilmente le direttive di istinto di morte che regolano l’organo nella sua interezza; dall’esterno con l’offensiva del Tet, rappresentazione esteriorizzata di un’identica forza».La morte di Palla di Lardo chiude il cerchio della violenza apertosi nel campo di addestramento, ma è solo il prologo alla guerra vera: terminata la rappresentazione dell’inferno interiore all’uomo (Parris Island), una breve dissolvenza ci porta nell’inferno esteriore, il Vietnam, che vede Joker come anello di congiunzione tra le due parti. Se nella prima grande sequenza la struttura dell’esercito costruisce i suoi killer, le sue macchine da guerra, mostrando la propria capacità di controllo sulle reclute (ad eccezione della “cellula impazzita” Palla di Lardo), la seconda parte del film svela la debolezza e la precarietà di questo processo di “meccanizzazione”; a contatto con la guerra saltano tutti i meccanismi di controllo e i suoi protagonisti si perdono: «La macchina militare si trova ad affrontare un territorio labirintico, complesso e smarrisce le coordinate: coordinate morali, coordinate militari (tutti i “gialli” possono essere nemici, il nemico non è più identificabile), coordinate fisiche (la pattuglia dispersa nello spazio labirintico di Hue)».
Il Vietnam di Kubrick è iconograficamente un Vietnam inedito: non ci sono le giungle che i viet-movie precedenti avevano mostrato al pubblico; il regista rifiuta di ambientare il film attorno ad uno stereotipo e sfrutta una fabbrica in disuso sulle rive del Tamigi per realizzare il “suo” Vietnam: «L’architettura degli stabilimenti dell’ex fabbrica era l’architettura funzionale degli anni Trenta, esattamente uguale a quella di quartieri industriali delle città vietnamite come Saigon o Hue. L’ambientazione si prestava idealmente al soggetto del film».
La prima scena, della parte ambientata in Vietnam, ci mostra subito Joker; di conseguenza lo spettatore mette a fuoco la sua figura come figura-chiave del film: qui ritroviamo il soldato nelle vesti di giornalista per «Stars and Stripes», nonostante la disapprovazione mostrata in precedenza a Parris Island da Hartman («Ti sei messo in testa di essere un cazzo di scrittore? (…) Non sei qui come scrittore, qui sei un killer!»). Nella redazione del giornale campeggia la scritta con il motto «First to go Last to know» (“primi ad andare, ultimi a sapere”), a sottolineare il fatto che la verità non era l’elemento primario di un giornale di guerra, che anzi doveva scrivere storie fasulle per accattivarsi il consenso dell’opinione pubblica sull’impiego dei soldati americani in Vietnam; a questo proposito è esemplare il discorso che il caporedattore di «Stars and Stripes» rivolge a Joker: «Noi pubblichiamo due tipi di storie: marines che spendono la paga per comprare ai gialli dentifrici e deodoranti, tipo “arte di sedurre i cuori”, okay? ..E storie di combattimenti con un sacco di morti, tipo “come vincere la guerra”». Lo stesso Kubrick ha spiegato come, quella del Vietnam, sia stata la prima guerra ad esser condotta negli Stati Uniti soprattutto come una campagna pubblicitaria: «La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata dell’intera guerra». Kubrick sapeva che il conflitto vietnamita era stato il primo ad essere seguito dai media televisivi, per questo non ha risparmiato nel film i riferimenti all’iconografia tracciata dagli stessi media: quando uno dei soldati, Animal Mother, domanda a Joker se avesse mai visto il fronte, questi gli risponde: «Accidenti se l’ho visto: in televisione»; o ancora il soldato Cowboy, quando in un’intervista televisiva parla della guerra: «Quando siamo a Hue, noi entriamo in città, no? E lì è proprio come una guerra, capito? Come quello che… quello che io pensavo che deve essere una guerra vera, come io pensavo, come io… come me l’ero immaginata»; di conseguenza: «La guerra è già vista, è già registrata nell’archivio mnemonico di chi vi combatte grazie a cinema e televisione». La presenza televisiva è in ogni dove, come i riferimenti dei soldati ai miti cinematografici americani, su tutti il genere western: Joker imita e cita più volte John Wayne, gli altri soldati paragonano i vietcong agli indiani, i “cattivi” per eccellenza nei western hollywoodiani del passato («Ma gli indiani chi li fa?» «Tocca ai musi gialli fare gli indiani»).
Dopo l’ennesima risposta beffarda rivolta al suo caporedattore, Joker viene spedito insieme a Rafterman (“l’uomo della zattera”, un richiamo a Fear and Desire) nella “zona calda”; è qui che incontra per la prima volta il reale orrore per la guerra, i suoi occhi si posano su una fossa comune e la sua indignazione lo porta ad una conclusione apparentemente ovvia («I morti sanno soltanto una cosa: che è meglio essere vivi»), ma che riassume appieno una delle verità che il regista vuole mostrare nella seconda parte del film: i soldati che vengono mandati a combattere in guerra, non lottano per niente se non per restare vivi, né per ideali né per fama quindi, ma solo per la sopravvivenza. Una verità che sottolinea il contesto mentale e non fisico del conflitto mostrato da Kubrick: «In guerra è meglio esser vivi che morti e tutto il resto non conta. Dirlo a parole è semplice, “spiegarlo” con un film molto difficile. Spiegarlo crudelmente e virilmente come fa Full Metal Jacket, poi, richiede un’estrema precisione di tono, perché l’orrore di Full Metal Jacket non è negli schizzi di sangue e negli arti amputati ma nella dimensione mentale del combattimento, nella meccanizzazione della barbarie: il prodotto coerente della propedeutica di Hartman». Subito dopo questa scena, troviamo un elemento fondamentale della seconda parte del film, ovvero la spiegazione che Joker fornisce ad un ufficiale, dopo che questi ha notato sull’uniforme del soldato la presenza del distintivo della pace e della scritta “Born to Kill” (“nato per uccidere”) sull’elmetto: «Io volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, signore, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana, signore». È l’ennesimo sberleffo di un buffone (in inglese “joker”, per l’appunto) che cerca di contrastare gli orrori della guerra mediante l’ironia e lo scherzo, oppure si tratta del tentativo di un uomo di elevarsi e di differenziarsi da una massa di automi tutti uguali tra loro, tutti standardizzati, attraverso l’uso dell’intelletto e della cultura? Sembra che la risposta si trovi a metà strada tra le due parti: Joker da un lato si ribella al sistema (come Palla di Lardo anche lui è un personaggio diverso dalla massa, ma molto meno vulnerabile) grazie alla sua coscienza e alla sua personalità, ma dall’altro sa stare al gioco dell’istituzione militare, comportandosi da perfetto integrato (partecipa al pestaggio collettivo contro Palla di Lardo, afferma alla televisione di voler essere il primo ragazzo del suo palazzo «a fare centro dentro qualcuno»): «Joker ha un ruolo di focalizzatore omodiegetico assai marcato, ma spesso assente e in chiara distonia con quanto concretamente fatto dal personaggio. Egli alterna momenti di lucidità osservativa ad altri di complicità irriflessa».Lo stesso Kubrick spiega la presenza del distintivo della pace sull’uniforme del protagonista: «Si tratta di un simbolo che indica dualismo. Il soldato Joker dice infatti al suo superiore che gli chiede cosa voglia significare quel bottone: che gli esseri umani sono divisi fra odio e diffidenza da una parte, amicizia e disponibilità dall’altra». La dualità dell’essere umano evidenziata dal regista trova riscontro anche nei comportamenti degli altri personaggi: su tutti il soldato Animal Mother, presentato inizialmente come una sorta di Rambo dispensatore di morte (sul suo elmetto c’è scritto: “I am become death”, “sono diventato morte”), è colui che invece ha la lucidità di riconoscere che quella alla quale stanno assistendo in Vietnam è «una strage», inoltre contraddice gli ordini e si espone al fuoco del cecchino pur di andare a salvare i compagni feriti.
Kubrick, nella scena in cui l’ufficiale chiede spiegazioni a Joker, evidenzia la follia e l’ottusità delle alte sfere del sistema militare; la sua critica per questo tipo di personaggi si nota nella frase finale messa in bocca all’ufficiale in questione, che dice al soldato: «È un mondo spietato, figliolo, bisogna tener duro fino a quando non passerà questa mania della pace». Il regista sembra voler dire che quello al quale stiamo assistendo «è un universo alla rovescia, di pazzi al comando, con la voce pensante di Joker unico sguardo lucido. (…) Il Vietnam, come ogni guerra, è il regno del militarismo, l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»; un concetto di violenza gratuita che emerge dalle parole dei vari soldati, per esempio da quelle del capopattuglia di Cowboy, Crazy Earl: «Siamo i giganti verdi dei detersivi, solo che noi andiamo in giro a ripulire il mondo col mitra. Quelle che abbiamo fatto fuori oggi sono le persone più meravigliose del mondo: quando torneremo a casa di sicuro non troveremo più gente a cui valga la pena di sparare». La violenza è quindi l’unica realtà: «Gli uomini non possono governarla, sono loro a essere guidati dai processi conduttivi di quest’energia che hanno scatenato e che ora li sovrasta. Le battaglie non si decidono da uomini che calcolano e riflettono, ma tra soldati ormai depredati delle facoltà razionali, cieche forze che non sono che impeto. È il segreto ultimo della guerra: la riduzione della persona umana a materia inerte, dominata dall’istinto crudele della preda o del cacciatore».
Nell’ultima parte del film, la pattuglia si perde nello spazio labirintico di Hue, un corrispettivo fisico e spaziale della situazione interiore dei personaggi, che il regista ama spesso delineare nelle sue pellicole, da Fear in Desire, fino ad Eyes Wide Shut («Kubrick sembra interessato a offrire un ulteriore esempio di quella poetica della perdita di controllo sulle coordinate spaziali e temporali già operativa in gran parte della produzione filmica precedente»). In questo spazio, nel pieno dello smarrimento, un cecchino uccide prima il soldato Eightball, quindi Doc Jay, che era corso ad aiutare il compagno. Cowboy vuole far ripiegare il gruppo e abbandonare i compagni, ma Animal Mother si oppone e si lancia in avanti, riuscendo a far guadagnare terreno alla sua squadra: anche Cowboy però viene ucciso dal cecchino. Decisi nel voler vendicare i compagni, i rimanenti soldati si mettono alla ricerca del nemico; è Joker a trovarlo per primo e a scoprire che si tratta di una ragazzina armata. Il fucile del soldato si inceppa ed egli è costretto a rifugiarsi dietro ad una colonna, mentre le pallottole dell’avversaria si scagliano contro la sua postazione. Rafterman giunge sul posto e colpisce la ragazza, quindi si lascia andare ad urla di entusiasmo di fronte alla sua prima vittima: «Sono un duro, sono uno che fa fuori i nemici, sono un killer!». La ragazza però è ancora viva, agonizzante; Animal Mother intende lasciarla lì («Che marcisca qui»), mentre Joker vorrebbe aiutarla. Kubrick, dopo aver concesso a Joker la possibilità di uscire da ogni situazione precedente in modo ironico e sarcastico (conformemente al soprannome del soldato), in questa sequenza finale mette il suo protagonista faccia a faccia con l’orrore, con la possibilità di «far centro dentro qualcuno» che il soldato, sarcasticamente, aveva desiderato di avere. Joker dà il colpo di grazia alla ragazza, mosso da pietà, sicuramente, ma allo stesso tempo: «volente o nolente Joker si è trasformato in una killing machine: una piccola rotella senza volto nell’ingranaggio della morte. Hartman, probabilmente, sorride nella tomba. La tragica ironia finale di Full Metal Jacket è che la guerra ha preso in giro anche il suo giullare». Dopo questo “battesimo di morte”, Joker raggiunge gli altri soldati e si unisce alla marcia nell’oscurità; le sue ultime parole: «Sono proprio contento di essere vivo, tutto d’un pezzo, prossimo al congedo. Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo e non ho più paura». Ora che non ha più paura, anche il soldato Joker, lo scrittore che difendeva la verità giornalistica, è divenuto una macchina per uccidere? Anche lui, l’intellettuale che citava Jung di fronte ai suoi superiori, ha raggiunto il suo punto di non ritorno, come avevano fatto in precedenza Palla di Lardo e Rafterman? In quest’ottica «Full Metal Jacket è un’opera disperata, dilaniata, che sancisce la fine di ogni residua illusione kubrickiana sulla natura dell’uomo e sulle sue possibilità di salvezza».
Tutti i marines si uniscono in un canto: intonano la Marcia di Topolino. Stavolta non si tratta del finale umanista di Orizzonti di gloria, ma di una regressione dei soldati allo stato infantile: «Quegli uomini in marcia, cui la guerra ha rivoluzionato ogni scala di valori, dei bambini condividono la crudeltà amorale, l’assenza di scrupoli etici, la aggressività necessaria, l’assenza di principi che non siano quelli naturali ed elementari, l’immunità da ogni ipocrisia; infine la noncuranza stessa della propria morte».Partono i titoli di coda, in contemporanea ai versi della splendida Paint it black (“dipingilo di nero”) dei Rolling Stones; Mick Jagger canta: «I see a red door and I want it painted black; no colors anymore I want them to turn black» (“vedo una porta rossa e voglio dipingerla di nero; non voglio più colori ma tutto dipinto di nero”), proprio quando le immagini sono finite e lo schermo è diventato nero; «It’s not easy facing up when your whole world is black» (“non è facile restare a testa alta quando il mondo intero è nero”); e ancora: «I look inside myself and see my heart is black» (“guardo dentro me stesso e vedo che il mio cuore è nero”). Il messaggio del pessimista Kubrick, anche durante i titoli di coda, è vivo, diretto, lucido, spietato e soprattutto definitivo.
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(LTT) “How Bad is Dialup Internet in 2025?”
https://www.youtube.com/watch?v=T-qyNFjZaQs
Linus Tips Tech ha fatto questo esperimentino l’altro giorno… chissà se per puro sfizio personale, o per una ritrovata nostalgia per i tempi in cui si stava meglio quando si stava peggio, visto che almeno, quando lui era ragazzino, ed Internet in casa era al massimo 56k, certamente non c’era una crisi sul mercato delle RAM dovuta allo schifo che fanno gli AI-bro… ma sto divagando un botto, ops; meglio vedere che ha combinato… o, in altri termini, cos’ha da dire uno che, comunque, nonostante la mia eternità, è più vecchio di me. 🌐
Allora, “quanto fa schifo usare Internet via modem telefonico nel 2025???” è la domanda che egli si pone con questo video… e, la risposta è: molto… e c’è per caso gente stupita di ciò? Però insomma, diciamo che in realtà dipende, perché dire “Internet” è dire un po’ tutto e niente. Se si intendono le e-mail (attraverso client nativi classici), e roba di quel tipo, allora OK, la dialuppa funziona… e, addirittura, è possibile pure fare un pochino di esotico gaming, altro ché! (Oddio, sempre ammesso che gli astri permettano, che non sempre è il caso….) Purtroppo, però, il web, che effettivamente ad oggi è praticamente il 98% di Internet mi sa, è un vero disastro, a dire poco… è assolutamente inutilizzabile, a dire meglio. 👻
Almeno usando un browser moderno del calibro di Chromium, testando le home page di vari siti… Google richiede più di una pausa pipì per caricare, Wikipedia almeno quanto una pausa sigaretta veloce, e Reddit è abbastanza pesante da consentire forse una pausa cacca (ma non diarrea eh, attenzione se ci provate). Bloccare il caricamento automatico delle immagini (che neanche sapevo fosse una funzionalità in Chromium!!!) aiuta un pochino, come osserva Linus, e bloccare gli script (dove possibile) pure un po’ in più, aggiungo io… ma il vero problema è che le pagine web ormai son grosse, piene spesso sia di HTML ciccione inutile (e WordPress in questo fa scuola, comunque…), e di tanti script e tracker e robe… ma, sorprendentemente, pure il solo CSS è spesso pesantissimo!!! 🥴
Non ho tantissimo tempo da perdere come Linus, io, ma comunque un po’ di tempo da perdere lo avevo, poco fa… Quindi, ho fatto qualche test al volo con certi miei siti, usando la funzione di Chromium per fare il throttling della rete, con gli stessi parametri che Linus ha usato per simulare accuratamente una linea 56k, dopo aver rinunciato a fare le prove con la vera dial-up, che si è rivelata più merdosa del previsto (perché in realtà ben meno di 56k… non ironicamente, non c’è più la dial-up di una volta): 53 k/s down, 48 k/s up, 250 ms ping, 1.5% packet drop. Se i miei Pignio e Aggregodo, che usano dei grossi framework CSS, impiegano praticamente un fottuto minuto a caricare la home così… Brutkey, il mio client Misskey per web legacy, in meno di 10 secondi ha presentato la timeline, gustoso! Ho in realtà provato anche a caricare la home di un subreddit su Reddit Old, con ovviamente sia immagini che script disattivati, e ci ha messo solo 20 secondi… Quindi, ok, male ma non malissimo. 🙄
Comunque, è veramente assurdo che nel 2025 ci sia ancora la dial-up in giro… cosa a proposito della quale non sono contro eh, perché oh, magari lo sfizio, gnam, evviva poter scegliere… Ma è assolutamente merdoso che in molti posti, per molte persone, sia l’unica opzione davvero accessibile, cioè l’unica con prezzi accettabili o forse anche l’unica fisicamente disponibile… questo non va bene, che schifo. La cosa incredibile però è che, per quello che so (poi magari so male, ma intanto…), solo il Nord America è messo così di merda… porca miseria, pure nei fottuti villaggi dell’Africa hanno delle connessioni wireless accettabili, cioè, che cazzo!!! 🥀
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Aspettando l'estinzione umana @aspettandolestinzioneumana.wordpress.com@aspettandolestinzioneumana.wordpress.com ·Ho capito già da tempo che non sono e non sarò mai un influencer.
Non che aspiri a diventarlo (anzi…), ma direi che un minimo di riscontro mi piacerebbe riceverlo quando, tanto per dirne una, cerco di vendere una discreta quantità di libri usati per finanziare la pappa da destinare ai mici in stallo e di colonia.
Ho tentato questa strada su Facebook, dove al momento ho il maggior numero di follower. Risultato da quando mi sono iscritto a maggio: zero. Risultato sotto Natale, quando tutti dovrebbero essere più buoni e altruisti: zero.
Posso capire che dare soldi sotto forma di donazione susciti qualche sospetto, ma comprando dei libri rimarrebbe comunque qualcosa di tangibile in mano; si tratta a tutti gli effetti di uno scambio equo per entrambe le parti.
Quasi tutti i miei contatti si dichiarano animalisti, gattofili e, in alcuni casi, vegani. E parliamo di gente con lavori ben retribuiti, in alcuni casi addirittura benestante.
È davvero uno sforzo immane per loro comprare 5 o 10 euro di libri sapendo che contribuirebbero a sfamare mici che non aiutano nemmeno personalmente?
E non ho trovato problemi solo nella vendita dei libri usati o dei miei e-book.Già da tempo ho in mente di aprire un rifugio privato per gatti; rifugio privato e non associazione perché, nel secondo caso, ci sarebbero troppe teste a gestire il tutto e finiremmo per scontrarci (come ho avuto modo di appurare per altre questioni…).
Da un punto di vista imprenditoriale e burocratico sono un inetto completo, quindi ho tentato di chiedere informazioni a chi ne sapeva più di me. Sempre su Facebook ho presentato, in diverse sedi, un annuncio nel quale chiedevo aiuto per capire come iniziare. L’ho pubblicato dividendolo in due parti: una breve e sintetica e una lunga e dettagliata. La ridotta soglia di attenzione dell’utente medio di Facebook ha spinto praticamente tutti a rispondermi senza considerare nemmeno la parte breve.
In poche parole penso che si siano limitati a vedere la lunghezza dell’annuncio e abbiano risposto cose del tipo “Troppo lungo, non leggerò” o “Chiedi a un’associazione”.Se avessi voluto aprire un’associazione mi sarei rivolto a una di loro, non vi pare? Ma avendo l’intento di concentrarmi su un rifugio privato – e non conoscendone nessuno – non avrei ottenuto risposte esaustive su come eseguire, presumo, una procedura differente.
La lunghezza dell’annuncio, invece, anticipava domande che, se letto in maniera seria, mi avrebbero sicuramente posto in un secondo momento; diciamo che ho provato a giocare d’anticipo per non perdere troppo tempo dopo.
E così neppure in quel caso ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato. Ma scommetto che, se mi filmassi mentre compio scemenze. non solo avrei un seguito molto maggiore, ma mi darebbero anche retta.
Mi hanno suggerito di cambiare approccio pubblicando più foto e video, ma a me piace scrivere ed è con le parole che voglio esprimermi. E il numero di utenti che mi segue non m’interessa; eppure anche conoscere poche persone competenti e disponibili sembra sia un’utopia.La settimana prossima dovrei svolgere un colloquio telefonico con una casa editrice per la pubblicazione di un romanzo che, neanche a farlo apposta, parla anche di gatti e influencer. Questa casa editrice pubblica nel formato print-on-demand e dovrei poter ricevere qualche consiglio utile sul fronte promozionale; tuttavia è altamente probabile che, essendo la mia una causa persa, non se ne farà niente.
Non riuscendo a vendere un libro scritto da Umberto Eco a 1 euro, come potrei convincere qualcuno a spenderne 10 per uno scritto da me? A meno che l’editore non mi riveli una formula magica, è assolutamente impossibile che ci riesca.
Ho capito che sono io il punto debole che rende fragile la mia limitata rete sociale. Ma la mia unica colpa è non voler essere un personaggio.
Sembra che ormai ci sia competizione in ogni ambito, incluso quello del volontariato.
Chi danneggio se apro anch’io un rifugio per gatti? Tolgo qualcosa a qualcuno? Non possiamo avere tutti il nostro spazio, senza intralciarci? La condivisione di un ideale non dovrebbe spingerci, semmai, a collaborare?
Macché, se chiedo qualcosa, anche un semplice consiglio, tutti snobbano la richiesta; però loro pretendono attenzioni da prima donna, spammano, pubblicano scemenze pur di conservare visibilità. Se commenti non scendono mai dal piedistallo per rispondere. Scrivono pure in maniera sgrammaticata, ma a quanto pare sembra che l’ignoranza costituisca una virtù.
Nella catena alimentare dei social network esisto solo per nutrire una famelica creatura chiamata ego; spero di andare di traverso a qualcuno.Vittorio Tatti
https://aspettandolestinzioneumana.wordpress.com/2024/05/29/vaccino-contro-linfluenzerite/
#annunci #eBook #egocentrismo #facebook #Gatti #gattile #idiozia #influencer #libri #pubblicità #rifugio #socialNetwork #visibilità
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⟦ Da bambina, mia nonna, nata in #Ucraina nel 1903, mi raccontava dei #pogrom contro gli ebrei avvenuti dopo la rivoluzione comunista.
I ricordi di quelle esperienze l’hanno accompagnata fino all’ultimo giorno della sua vita; non dimenticherò mai come, verso la fine dei suoi giorni, quando il passato si confondeva con il presente, si affacciava alla finestra e sussurrava, con tono straziante: «Gevalt, gevalt!».
Questo grido, una richiesta di aiuto da parte delle vittime di tutto il mondo, risuona dentro di me oggi di fronte ai violenti pogrom che gli ebrei stanno compiendo contro i palestinesi in #Cisgiordania, controllata da #Israele. ⬇️2
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Il Fediverso Italiano fa schifo... @ilfediversofaschifo.wordpress.com@ilfediversofaschifo.wordpress.com ·Molti amministratori del fediverso e alcuni utenti non nascondono la propria insofferenza verso l’istanza mastodon.uno che viene considerata talvolta un vero e proprio elemento di squilibrio all’interno del fediverso italiano.
Questa percezione è probabilmente minoritaria (detto altrimenti, di queste stronzate, alla maggior parte degli utenti del fediverso non frega un cazzo), ma non bisogna mai sottovalutare una percezione solo per il fatto che è minoritaria, soprattutto quando sopravvive a lungo presso alcune sacche di utenza composte anche da persone che da lunga data frequentano il fediverso.
Il Fediverso è divertente e non ci si annoia mai.Curiosamente le stesse persone che da sempre tirano sputi verso l’istanza mastodon.uno hanno organizzato una simpaticissima festa di benvenuto nei miei confronti. Purtroppo hanno finito gli sputi, ma la cosa che mi ha portato un profondo dolore è che mi hanno confuso con un altro tizio, da essi amato.
“Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista“
Oggi ho scoperto che esiste un account che redige pagelle alle istanze e, come spesso purtroppo succede in Italia, si prende molto sul serio, aprendo l’inevitabile blog.
Ora a leggere questo:
un po’ ci si innervosisce, un po’ vien da ridere.
Al fondo il tema più pressante sembrerebbe che le istanze antifasciste e antirazziste non pensano allə poverə liberal e destrorsə che non si sentono benvenutə su Mastodon…
Secondo me un giovane vecchio che metta su un’istanza per lə follower della meloni, di calenda o di qualunque altra meritoria figura dello squallido panorama politico italiano, si trova, tranquillo @fedifaschifo@rolery dobbiamo ringraziare @fedifaschifo perchè si sentiva la mancanza di un blogger dal tono passivo-aggressivo che fa data-mining nel fediverso. È quasi tenero con i suoi commenti da guardone che osserva le altre istanze dal buco della serratura. Ma la cosa buffa è che si pone come “neutrale” cioè senza intenti politici, tipo debunker, e quando qualcuno su internet si pone così in realtà è chiaro che i suoi intenti sono tutt’altro che neutrale. Aspettiamo gli screenshot, campione!Siccome per altro ho il forte sospetto che tu sia quello stesso Uriel Fanelli che di tanto in tanto rispunta in varie forme a rompere i coglioni con cagate simili, e se non lo sei, scrivi comunque queste cagate, ti blocco al volo.
(Se lo sei, se sei Uriel Fanelli, ammesso questo sia il tuo vero nome e cognome, concordo con te sul fatto che la pagina sul git che ho linkato non è fatta molto bene, purtroppo, ma tu resti lo stronzo di sempre, e mi basta la memoria di quel che hai scritto nel tempo, per esserne convinto).
(Aggiungo che se per te è “settarismo politico” quello delle istanze autogestite, ne trovi tante altre con policy molto più lascheMa le accuse verso di me sono piuttosto noiose, quindi andiamo subito a vedere quelle verso mastodon.uno che riguardano diversi argomenti ma che ho voluto sintetizzare nelle 3 B del titolo: Ban, Brandjacking e Byoblu. Vorrei iniziare dall’ultima per concludere con la prima, ma sarà un percorso lungo e faticoso, quindi mettetevi comodi.
Qui un breve sommario:
- Byoblu
- Chi è
- Byoblu su mastodon
- Giusto defederarlo?
- O no?
- L’errore di mastodon.uno
- Conclusioni
- Brandjacking
- La numero .uno!
- Braaaaaan
- Al Tedesco!
- Conclusioni
- Ban
- Regole per tutti
- Rinculi
- Orgoglio e pregiudizio
- Reati di opinione
- Tinder ma con + rancore
- Crisis management
- Ban: conclusioni
- Rant e comunicato contestuale di scuse
Byoblu: l’universo mediatico in cui controinformazione e disinformazione fanno nuoto sincronizzato in una piscina di merda
Byoblu… Chi era costui?
Byoblu è un conglomerato di news, interviste, libri e una vetrina di prodotti da vendere alla comunità, prodotti in linea con le pubblicazioni. Si tratta di un progetto tra i più datati e i più ben fatti. Scordatevi i video cringe con i monologhi Marcianò o le conferenze di Biglino, scordatevi gli articoli radicalizzati di Imola Oggi o del Primato Nazionale: Byoblu sa sempre tenersi sul filo della comunicazione e alterna lo stile delle Iene con quello dei TG delle migliori emittenti locali; ha un fiuto eccezionale nell’intercettare personaggi di valore durante il momento peggiore per la loro reputazione o mentre sono vittime di ostracismo mediatico e li alterna a improbabili ciarlatani famosi nelle loro rispettive tifoserie. La qualità produttiva è in linea con quella odierna delle emittenti nazionali, ma il vero tocco magico è quello di raccogliere il nutrito seguito che accompagna questi personaggi per portarlo nel funnel del proprio marketplace.
Gli strumenti del giornalista della post-veritàSe non sei avvezzo ai meccanismi della contro/dis-informazione, Byoblu è un universo eccitante fatto di mille novità informative che nel caso migliore ci mettono in soggezione perché “bisogna rispettare il giornalismo”, mentre nel caso peggione confermano quel bias che è dentro ciascuno di noi e che ci urla “MA LO VEDI CHE NON CE LO DICONO!?!”
La community di Byoblu è numerosa, ampia, credula, disposta a seguire i propri idoli anche quando cambiano canale informativo e, soprattutto, è prodiga nel finanziarli.
Byoblu è su Mastodon!
Bioblu è su Mastodon!Quando si è affacciata su Mastodon ha creato un sobbalzo presso tutti gli amministratori di istanza.
I dati di archive.org mostrano che a fine aprile 2020 l’istanza social.byoblu.com contasse più di 11.000 utenti ma a dicembre erano già 16.000 e a febbraio 2021 erano 18.500!
Questo successo ha portato alcune istanze italiane a lanciare una comprensibile campagna di sensibilizzazione per defederare l’istanza di Byoblu
⛔ Block social.byoblu.com and keep the fediverse a safer place SHOW LESSIf you value the safety of people around you (and yours), please consider blocking social.byoblu.com to keep the fediverse a safer place.Boost the toots of this account and talk with the users of your instance to decide what to do with Byoblu. Involve the admins in the discussion. Defederate it and who federates it.isolateByoblu #isolateGab #fediadmin #fediverse #block #instanceblock #Byoblucc @isolategab @gabwatchDall’account @isolatebyoblu (link: https://mastodon.social/@isolatebyoblu/104263374191492789)
Parallelamente si è attivata la campagna di pressione su mastohost affinché non concedesse ospitalità all’istanza di Byoblu (una richiesta che con qualche mese di ritardo MastoHost ha infine accolto). Come tutte le campagne di boicottaggio, anche questa ha portato a un dibattito articolato ma anche a forti tensioni tra chi non aveva dubbi e chi riteneva che quella di censurare un’istanza che aveva comunque avuto il merito di portare tantissimi utenti all’interno del fediverso, fosse una decisione troppo drastica.
Mastodon.uno ha deciso di non seguire la campagna per defederare l’istanza di Byoblu, salvo cambiare idea successivamente. Le istanze che hanno aderito alla campagna hanno criticato questo comportamento
I fatti
Non entro nel merito della polemica, anche perché c’è chi ne ha già scritto a sufficienza (qui troverete una tesi accusatoria contro mastodon.uno e qui il post autoassolutorio di mastodon.uno) ma anche perché questa polemica, oltre a essere molto articolata, tende sempre a muoversi su più piani mentre in questo capitolo voglio concentrarmi solo sulla questione Byoblu in base alle uniche domande utili: era giusto defederare Byoblu? era giusto NON defederarlo? mastodon.uno ha sbagliato a non defederare subito Byoblu?
Era giusto defederare Byoblu?
Personalmente sono convinto che sia giusto. Byoblu è un brand consolidato con una strategia commerciale spregiudicata orientata a un pubblico culturalmente indifeso ed emotivamente sovraccarico.
A prescindere dal giudizio morale, se consideriamo che tutte le istanze del Fediverso sono iniziative senza scopo di lucro intraprese su base volontaria e che necessitano di tante risorse (costi macchina, connettività, tempo uomo), non si vede perché dei volontari dovrebbero prestarsi a diventare un’antenna ricevente per un’attività del tutto commerciale.
Se poi gli amministratori di quelle istanze ritenessero (giustamente, a mio parere) che quell’istanza è una specie di serbatoio di rifiuti tossici che contiene tutto il peggio che si possa trovare sui social, allora la defederazione dovrebbe essere un imperativo categorico non negoziabile.
Era giusto NON defederare Byoblu?
Se l’amministratore di un’istanza non ravvisa elementi per farlo, allora è legittimo decidere di non defederare una qualsiasi istanza che non pubblichi contenuti illegali (mi hanno spiegato che un contenuto illegale come materiale pedopornografico o messaggi istigazione a delinquere prodotto da un’istanza può rimanere memorizzato a lungo nella cache di un’altra istanza, comportandone il rischio di sequestro. A me sembra una vulnerabilità piuttosto grave per il fediverso e un buon motivo per evitare in ogni modo di aprire mai un’istanza…).
Gli utenti infatti, fino a prova contraria, sono perfettamente in grado di esercitare autonomamente la decisione di seguire, non seguire, silenziare o bloccare un utente).
Ha sbagliato mastodon.uno a non defederare subito Byoblu?
Secondo me la scelta di attendere non è stata sbagliata. Prima di ergersi a censori conto terzi (i terzi sono i propri utenti) è opportuno ragionarci bene sopra. Come si è visto prima, quando si ha a che fare con professionisti del calibro di Byoblu, non è neanche facile esprimere un giudizio immediato sulla buona fede o meno, sulla pericolosità o meno, di legarsi a un’istanza del genere.
Inoltre sganciarsi da un’istanza di successo (un successo mai visto prima!) non è una scelta furbissima perché significa rischiare di chiudersi a riccio e di diventare irrilevante e quindi di morire come comunità e come progetto.
Infine, una defederazione brutale, porterebbe a spaventare i propri utenti che si chiederanno sempre: “Se oggi la mia istanza può chiudere i ponti con un’altra istanza, domani potrà farlo con due o con dieci. Forse è meglio che mi sposti presso un’altra istanza!”
Byoblu: conclusioni
Mi sembra chiaro che l’accusa a mastodon.uno sia sciocca e dettata solo dalle convinzioni personali. Se è comprensibile criticare un amministratore perché ha bloccato un’istanza, è molto meno comprensibile criticarlo per il fatto di non averne bloccata un’altra, ma è sicuramente vero che queste critiche non possono e non devono sfociare in accuse compiute con intento denigratorio. Le critiche dovrebbero rimanere al massimo sul piano della discussione metodologica.
Brandjacking ma non solo: il marketing spregiudicato di mastodon.uno
Il sorpasso tra mastodon.uno e bidaMentre Byoblu era ancora la più grande istanza del fediverso italiano e una delle prime quattro a livello mondiale, a fine 2020 si consumava un altro sorpasso nel Fediverso: l’istanza mastodon.uno sorpassava mastodon.bida.im come numero di utenti.
Col senno di poi questo sorpasso sembra inevitabile: un’istanza dichiaratamente generalista ha potenzialità di crescita fisiologicamente maggiori rispetto a un’istanza dichiaratamente ideologica. Eppure a quei tempi l’idea di un’istanza generalista non legata dichiaratamente a particolari sfumature ideologiche costituiva ancora una novità e, almeno in Italia, sembrava estranea alla stessa natura di Mastodon come ambiente alternativo ai social tradizionali (tutti genericamente generalisti…).
La novità che ha però costituito il più importante motivo di successo era l’intelligente lavoro di posizionamento del progetto che si è avvalso di tutta una serie di strumenti di promozione web e da alcune vere e proprie forzature.
La prima istanza Mastodon italiana! La numero uno! La più prima di tutte quante insieme!
Mastodon.uno è il primo social italiano etico, libero, gratuito, decentralizzato è una istanza italiana che fa parte della federazione mastodon una rete social che rispetta (sic) la privacy: senza pubblicità, senza paywall, senza algoritmi, senza cookies di profilazione, senza public company quotata in borsa, senza investitori a cui dover riferire, senza tracciabilità.
La profezia del 7 luglio 2019! Ah, non era una profezia? Quindi era una bugia… – Link: https://web.archive.org/web/20190707102519/https://mastodon.uno/about
Questa è semplicemente è una cazzata, una bugia. Un gesuita avrebbe detto che l’affermazione non è falsa, ma è indica soltanto il fatto che mastodon.uno è il primo progetto social italiano che aspira a essere etico, libero, gratuito, decentralizzato. Quindi? Quindi resta sempre una cazzata, ma piccola e che non ti preclude le porte del paradiso.
Non credo però che questo spudorato panzanotto auspicio camuffato da affermazione sia la causa del successo di mastodon.uno, quanto piuttosto la conseguenza di quella determinazione che ha contribuito al suo successo; allo stesso tempo una forzatura del genere non può essere considerata come la pistola fumante di una condanna reputazionale dello staff di mastodon.uno, il gruppo Devol, e del suo frontman FilippoDB (il DB sta per Della Bianca). Si tratta infatti di peccati veniali che sottendono a qualsiasi iniziativa promozionale.
Alla base del successo dell’iniziativa mastodon.uno stanno invece diversi elementi:
- la conoscenza dell’ABC del webmarketing (gli admin delle altre istanze avevano al massimo lanciato qualche #boikottisraele su Reddit)
- l’affermazione di un chiaro posizionamento generalista che si esprime principalmente nella depoliticizzazione (relativa, come abbiamo detto…) del progetto
- la capacità di avvalersi di diversi trucchetti SEO come la traduzione e rielaborazione di diversi testi stranieri sul fediverso, la produzione frequente di contenuti
- la cura e la coerenza grafica dei diversi progetti
- la creazione di una serie di brand forti identificabili nei domini .uno
- una rete di contatti e di competenze del gruppo dei fondatori che si è consolidata negli anni dei circuiti di blog (di qualità non certo eccelsa) che per sopravvivere dovevano scalare le posizioni dei motori di ricerca.
Ovviamente non sto dicendo che questi elementi hanno determinato il successo (attuale) dell’iniziativa, ma solo che ne sono alla base. Il successo (successo di cosa, poi sarebbe utile definirlo: non certo successo economico) del progetto mastodon.uno è dovuto principalmente al fattore “culo”:
- la fortuna di scommettere sul software (mastodon) che sarebbe esploso di lì a poco
- la fortuna di non aver bisogno di particolari investimenti
- la fortuna di non avere altri “concorrenti” con tutte le medesime caratteristiche (progetto generalista), aspirazioni (degooglizzazione) e competenze (in particolare quelle marketing).
Un progetto ha sempre successo per caso. Non esiste la strategia per avere successo. Il problema è che quando un progetto ottiene successo, c’è sempre qualcuno che è convinto di avere capito perché. E la risposta è spesso sempre la stessa, la scorrettezza, e in questa vicenda la scorrettezza ha un nome speciale: brandjacking!
BRAAAAAAAANDJAAACKING VIETNAAAM!
Riassumiamo la questione per brevità:
- il gruppo dei Devol presenta i propri servizi come se fossero i progetti ufficiali italiani di quelle iniziative
- per farlo si appropriano di diversi contenuti prodotti all’estero
- e soprattutto il gruppo dei Devol si è appropriato del marchio di progetti open source, attraverso la registrazione dei… DOMINI DI SECONDO LIVELLO legati alle app sui domini di primo livello “italiani” (.it e .uno)!…
Per quanto riguarda i primi due punti, mi sembra chiaro che non si tratta di appropriazione indebita (non risultano mai affermazioni di ufficialità e i testi pubblicati che ho visto recano sempre una citazione) ma di una semplice personalizzazione/localizzazione propedeutica a una divulgazione che mira evidentemente a consolidare il senso della comunità.
Quanto al punto 3, vediamo come si chiamano 15 delle prime 50 istanze del mondo:
- mastodon.social (non vale, perché è legata al fondatore del progetto)
- mastodon.online (non vale, perché è legata al fondatore del progetto)
- mastodon.world
- mastodon.nl
- mastodon.art
- mastodon-japan.net
- mastodon.scot
- mastodon.cloud
- mastodon.ie
- mastodon.top
- mastodon.nu
- mastodon.au
- mastodon.green
- mastodon.nz
- mastodon.com.tr
Ammettiamo pure che chiunque abbia registrato questi domini sia quello che tecnicamente viene definito fijo de ‘na mignotta, ma chiunque abbia più di 40 anni (ma anche, se permettete, chiunque abbia un genitore che si è occupato di web e non smetteva di parlarne a cena…) sa che la registrazione di domini “strategici” era condizione necessaria per avviare qualsiasi servizio web, al punto che spesso se ne registravano decine o centinaia in vista di progetti che magari non si sarebbero mai realizzati.
È Brandjacking registrare un dominio? È vietato farlo? Se non è vietato non dovrebbe essere consentito? E perché non si dovrbbe fare?
Lipsia o Berlino, purché famo casino!!
In casi di questo genere è difficile prendere una posizione pro o contro. Nelle affermazioni che vorrebbero dimostrare il brandjacking non vedo alcuna dimostrazione logica, ma solo una disordinata ripetizione delle stesse accuse che sfocia nell’ossessione.
In questa ossessione trovano spazio anche alcuni elementi estremamente preoccupanti, come la creazione di blog dedicati a Devol scritti in inglese e alcuni messaggi rivolti ai fondatori dei progetti “brandjackizzati”.
Il ricorso allo “straniero” si è verificato alcune volte. Come ai tempi di Carlo Magno, Enrico VII e Carlo V anche oggi abiamo una preghiera al tedesco (a Eugen Rochko o a Ciarán Ainsworth): Tedesco aiutaci tu! Ecco uno degli episodi meno edificanti che abbiamo potuto vedere:
Diorama chiama Gargron (che non se lo caga di striscio). Link: https://stereodon.social/@diorama/109607743258150469Brandjacking: conclusioni
A me sembra chiaro che la questione del brandjacking sia una gigantesca stronzata e in generale, tutte le accuse che riguardano l’impiego di basilari tecniche di marketing siano inconsistenti, ma possono fare presa su quel pubblico critico verso non solo il capitalismo, ma più in generale qualsiasi tecnica che si sia sviluppata nell’alveo del capitalismo tecnologico.
Per riassumere i motivi per cui quello che viene chiamato brandjacking è una banalissima conseguenza del fatto che chi avvia un progetto web possieda un cervello, ruberò le condivisibilissime parole usate da uno dei diversi sgherri dell’amministratore di mastodon.uno
E perché mai non avrebbe dovuto prenderlo? E se mastodon.it l'avesse preso qualcuno che lo avrebbe fatto diventare una fogna immonda come peertube.it?
Solo che nessuno rompe il ca**o al brendgecching di peertube da parte del più pericoloso e becero cospirazionismo italiota… Mentre tutti stanno là sui blocchi di partenza, pronti a scassare la minchia a m1 😂Pensate che bello se mastodon.it facesse il redirect a Byoblu o se fosse il sito personale di Giorgia Meloni Guido Crosetto (la connontazione di mastodonte non si sposa benissimo con la statura di Giorgyna). Link: https://mastodon.social/@[email protected]/109540776273654477
Ormai si è capito che #brandjacking con l’hashtag è uno shibboleth per riconoscersi, #brandjacking senza hashtag è la tensione sulla lenza di qualche utente che ha abboccato: con o senza hashtag è quindi un segnale e, come tutti i segnali, posso campionarlo e usarlo a mio favore: d’ora in poi, chiunque usa quel segnale finirà nella mia personale collezione, un piccolo muro del rancore che vorrei costruire per separare i problemi finti da quelli veri.
Lo chiamerò il muro del karamels e se mi gira registro anche il dominio karamels.uno!
Il problema infatti non è il presunto brandjacking, quanto piuttosto il danno reputazionale che questi attacchi intrisi di poraccismo massimalista recano a tutto il movimento italiano del Fediverso, sia rodendolo dall’interno attraverso i tanti soggetti affascinati più che dai fatti, dalle polemiche ad essi legati.
Sarebbe opportuno evitare di concentrarsi sulle stronzate suggerite dalle anime più rancorose del fediverso, proprio quando esistono alcune critiche che possono essere mosse all’istanza mastodon.uno, critiche che non solo sollevano problemi reali, ma che possono essere uno spunto di riflessione per migliorare tutto il fediverso italiano (e anche quello non italiano).
Ban ban: il rinculo della moderazione
Premetto che capisco perfettamente che la moderazione costa, sia per le risorse necessarie (non conosco i dati, ma il tempo impiegato per moderare un’istanza è sicuramente elevatissimo), sia per le tensioni che può comportare internamente (tenderei a escludere che i moderatori siano droni che si muovono all’unisono comandati dalla Regina Borg), verso gli utenti (immagino che qualche moderatore possa ricevere minacce) e verso le altre istanze (non tutti adorano il profumo di rant al mattino).
Bisogna tuttavia ricordare il principio fondamentale che deve accompagnare ogni iniziativa intrapresa su base volontaria, inclusa la creazione di un’istanza mastodon:
“Se non te l’ha prescritto il dottore, gli effetti collaterali sono una tua scelta!”
teorema di Galeno
In soldoni, provo una qualche empatia verso i moderatori di .uno, ma non sono disposto a sentire le loro lagne per qualcosa che è una loro scelta. Se si stressano a moderare, possono fare altro o non fare niente. Se sono insoddisfatti del proprio rendimento, cercassero di lavorare meglio. Se hanno già provato a lavorare meglio senza ottenere risultati migliori, allora studiassero un po’ di più, perché nella società della conoscenza, lavorare senza studiare non è un’idea brillantissima.
Le regole della casa del sito
Le regole di Mastodon.uno sono piuttosto stringenti…
…ma non è questo il punto. Il punto è che quando le regole di un’istanza vengono applicate sugli utenti interni all’istanza stessa, queste impattano direttamente su di loro (chi non le rispetta può essere cancellato per sempre o silenziato); tuttavia le regole di un server impattano indirettamente anche sugli utenti delle altre istanze che non dovrebbero essere soggette ad altre regole che non siano quelle del proprio server.
Ma questo presenta alcune ricadute complesse. Facciamo il caso di cinque utenti: un utente pornofilo, un utente suprematista, di un utente novax, di un utente No-TAV e di un molestatore.
- L’utente roccominchia pubblica foto con gangbang
- L’utente lollonero afferma che i bianchi stanno per essere sostituiti dai negri
- L’utente comilva ricorda quanto sia pericoloso iniettarsi siero al grafene
- L’utente bussoleno si augura che vengano fatti saltare i cantieri col tritolo
- L’utente uriel rompe il cazzo a utenti che non l’hanno neanche menzionato dicendo loro che sono fascisti
In base alle regole di M1, se “risiedessero” su mastodon.uno gli utenti 1-4 verrebbero espulsi; il 5 verrebbe probabilmente redarguito, ma se insiste, probabilmente farà la stessa fine degli altri 4.
Se invece risiedessero su altre istanze, gli utenti 1-3 e 5 verrebbero silenziati ma non bannati (forse il n.5, ma solo se continua a rompere il cazzo frequentemente). L’utente 4 invece verrebbe probabilmente direttamente bannato.
Ma cambia qualcosa a seconda di chi siano quegli utenti?
- Se l’utente 1 fosse uno stimato critico d’arte storico della pornografia antica e moderna, residente su mastodon.art, molti utenti potrebbero essere disposti ad abbandonare mastodon.uno per seguirlo
- L’utente 2 è un discusso personaggio politico che diversi utenti vogliono seguire per obiettare alle sue affermazioni. Se venisse silenziato molti thread apparirebbero mutili, se venisse bannato, nessun utente mastodon.uno lo potrebbe seguire per contraddirlo
- L’utente n. 3 è un coglione e quello che gli succede non frega a nessuno
- L’utente 4 è un apprezzato intellettuale anarchico: una parte degli utenti di mastodon.uno ne apprezza le foto di cacche fresche che immortala mentre passeggia sui marciapiedi di Rivarolo
- C’è uno zoccolo duro di utenti apparentemente normali che adorano farsi offendere dall’utente n.5 e sarebbero disposti a chiudere l’account su mastodon.uno per farsi offendere di nuovo.
Inizia a essere chiaro il problema: se gli utenti dentro mastodon.uno devono sottostare a regole più rigide rispetto a quelli che stanno in altre istanze, allora sono svantaggiati?
E, più in generale, assumendo che gli utenti di un’istanza tengano comportamenti perfettamente in linea con le regole dell’istanza stessa, quegli utenti riterranno preferibile o limitativo il fatto non poter accedere a contenuti di altre istanze che sono molto eccentriche rispetto alle policies della propria istanza?
Qua li rinculamo, qua te rinculano
La moderazione interistanza è un’arma a doppio taglio: da una parte mantiene pulito e ordinato il locale per gli iscritti al club, evitando l’ingresso di soggetti o prodotti inappropriati provenienti da altri locali; dall’altra comporta qualche limitazione per i propri iscritti che se vogliono incontrare quella simpatica fattona dell’altro giorno o quel noto stallone da accoppiamento, non potranno farlo nel proprio club.
Ti espull… ti espulg… ti espuls… OK TI BANNO!La sospensione o il silenziamento non costituiscono quindi un gioco a somma zero:
- anche se fanno parte di una grande istanza che garantisce maggiori possibilità di networking, la percezione degli utenti dell’istanza meno permissiva è quella di perdere opportunità di networking
- l’istanza meno permissiva rischia di perdere utenti alla ricerca di altre istanze con minori limitazioni
- se l’istanza cede alla pressione di non bannare o silenziare gli utenti fuori policy, allora gli utenti penseranno che stare in un’altra istanza convenga (basta crearsi una certa notorietà).
Per intenderci, perdere utenti non è un grande problema e dal punto di vista gestionale è anzi solo un vantaggio (meno costi e meno rotture di palle), ma è un fenomeno che dagli amministratori viene percepito come un fallimento.
Quando l’istanza è molto grande inoltre, se è pur vero che le uscite probabilmente non si avvertono neanche, un ban verso un utente esterno può essere fatto passare come un atto di prepotenza da parte di un soggetto forte verso un soggetto debole.
La grandezza di un’istanza infatti aumenta sempre l’impatto di questo tipo di scelte.
Come se non bastasse, il confronto con le istanze più piccole è impietoso: se un’istanza con quattro gatti banna un profilo problematico potrebbe avere reazioni negative da tutti i propri (pochi) utenti; se non lo banna, gli utenti che se ne lamentano saranno comunque pochi (fai prima a contattarli direttamente per spiegar loro il problema). Inoltre nessuno* se la prende con un’istanza piccola per diversi motivi:
- chi attacca mastodon.uno per avere visibilità, che visibilità avrebbe ad attaccare un’istanza con quattro gatti come nebbia.fail?
- se attacchi un’istanza con quattro gatti come nebbia.fail e che magari non funziona neanche tanto bene, fai la figura del bullo che se la prende con il compagno tappo con gli occhiali, la scoliosi, le mani sudate e le magliette di Shy con i modi di dire sardi
* in realtà qualcuno c’è, ma è un caso particolare
Mastodon.uno: orgoglio e pregiudizio
Cosa succede quando un’istanza che ha sempre fatto il possibile per diventare grande diventa grande? E quanto è grande la paura di un’istanza grande, quando si sente minacciata? E se, da chi voleva che il Mastodon diventasse l’Indymedia del quinquennio, un’istanza era odiata già quand’era piccola, quanto sarebbe stata odiata, una volta divenuta grande?
Tornare piccoli sarebbe un fallimento reputazionale, il numero di “rosiconi” aumenta vertiginosamente e, soprattutto, quelli che già rosicavano quando un’istanza davvero generalista, ma ancora piccola, si è affacciata in Italia.
A proposito di rosiconi, il branco che ho incontrato in questi giorni di pubblicazione del blog costituisce una squadretta inter-istanza molto particolare. Si capisce da una breve analisi comportamental che se i suoi membri fossero costretti a intragire solo tra loro, probabilmente si scannerebbero (virtualmente), ma siccome è molto unita nell’attaccare obiettivi comuni (mastodon.uno, “uriel fanelli”, ma anche uno sfigato come me) è un po’ come uno squalo che, secondo il detto (non ho mai verificato se è vero ma sticazzi), deve continuare a nuotare velocemente, altrimenti non incamera abbastanza ossigeno nelle branchie: questo branco di rosiconi (è buffo, ma interagisco spesso e serenamente con loro su mastodon attraverso il mio profilo personale) è parte di quel movimento di cagacazzi che ha sempre alimentato le polemiche contro mastodon.uno. Possiamo chiamarli “la prima ruota”, quella che sa quali ingranaggi muovere per far ruotare altri utenti scontenti: gli ex amici, i bannati, i cagacazzi naturali, etc.
Ma un numero così elevato di rosiconi non fa altro che portare i responsabili dell’istanza mastodon.uno a chiudersi a riccio nel proprio orgoglio: “i nostri nemici ci odiano perché abbiamo successo!”
Come ho già detto, la definizione di successo è alquanto vuota, ma rende bene l’idea. Oggettivamente Mastodon.uno è quella che si può definire un’istanza di successo, così come lo è il suo amministratore: questo mix può effettivamente diventare un catalizzatore di antipatie, odio e invidie. E sappiamo che alcuni provocatori si presentano come “pierini” in cerca di informazioni (una delle uscite più inflazionate è “scusate, sono nuovo/a di queste parti: qualcuno può spiegarmi cos’è il #brandjacking?“). Il pregiudizio dei responsabili di mastodon.uno sta però nel pensare che tutti i “pierini” che cadono nella trappola siano provocatori.
Non importa se questo è vero (spoiler: no, non sono tutti provocatori), ma di certo questa sola eventualità può essere avvertita come pericolosa dagli amministratori di mastodon.uno.
I reati di opinione
Il senso di accerchiamento che ne deriva porta a un atteggiamento pregiudiziale di sospetto o a un vero e proprio accanimento contro tutti gli utenti che parlano male di mastodon.uno.
Una delle cose più odiose dei regimi illiberali sono i procedimenti giudiziari contro i “reati di opinione”: oltre che una violazione contro i diritti umani si tratta anche di un segnale di debolezza del regime.
Sarebbe interessante essere un trojan inserito dentro le chat di coordinamento dei moderatori del fediverso, ma le dinamiche interne di mastodon.uno sembrerebbero piuttosto chiare:
- atteggiamento iperprotettivo verso gli utenti
- sindrome di accerchiamento
- tendenza a nascondere le critiche ingiuste (ok, non tutte lo sono, ma siamo certi che i responsabili di mastodon.uno le ritengano tutte ingiuste!)
Questo porta a un processo di questo tipo:
- l’utente A critica mastodon.uno
- mastodon.uno risponde
- l’utente B della “prima ruota” si aggancia alla discussione e risponde “mastodon.uno è la merda! sono commerciali, scorretti e capitalisti! Censurano chiunque ne parli male! Sono il male assoluto! E poi brandjacking, astroturfing, funkwhale, gerrymandering, shrinkflation, proctolowing!“
- l’utente C chiede “scusa, ma cosa significano quei termini?” creando ulteriore entropia
- l’utente D, ex moderatore di mastodon.uno, dice “non voglio commentare, ma le pratiche di mastodon.uno sono note…* Ma non voglio commentare, anche perché io ora mi trovo su Misskey che è molto meglio di mastodon…* A proposito lo sapete che Misskey che è molto meglio di mastodon…*”
* puntini di sospensione volutamente molto allusivi-dico-non-dico - l’utente A allora esclama “ma quindi mi sono iscritto in un’istanza di criminali?“
- l’utente D risponde “non voglio commentare, ma pensa che anche se sono stato moderatore di mastodon.uno ora mi sono iscritto su Misskey che è molto meglio di mastodon…* A proposito lo sai che Misskey che è molto meglio di mastodon?…“
- l’utente B, con l’evidente durello sotto le mutande, chiama a raccolta qualche amico della “prima ruota” e la shitstorm prende vita e diventerà una sorta di picchetto perenne cui nei prossimi mesi o anni si agganceranno nuove discussioni
- i moderatori di mastodon.uno rosicano, si incazzano, rileggono i messaggi, ci rimuginano, impazziscono e cominciano a bannare, silenziare, cancellare messaggi, denigrare utenti e accusarli di invidia (e dai ragazzi: ancora che fate? Riuscite a capire che, vera o no che sia, quella dell’invidia è una delle controaccuse più patetiche al mondo?).
Lo ammetto: le dinamiche delle altre istanze tollerano spesso (e talvolta avallano con soddisfazione) l’accanimento ideologico di alcuni utenti (alcuni di essi sono amministratori ombra di quelle stesse istanze) contro mastodon.uno, ma l’impressione è che i suoi moderatori siano vittime di una certa dispercezione…
M1sperceptionIl Tinder del rancore non si ferma così
Ma soprattutto, questo approccio nella moderazione sta funzionando? Non ho alcuna esperienza personale nella moderazione ma ho una lunga esperienza nella frequentazione di ambienti moderati, fin da quando ero bambino: gli ultimi forum veramente attivi, i gruppi facebook, i subreddit e infine i server discord e devo ammettere che da quello che riesco a vedere dalla mia istanza (si, alcune app consentono di seguire le timeline locali delle altre istanze!) la timeline locale di mastodon.uno è effettivamente moderata molto bene: trovare contenuti ripetitivi, spam, contenuti inappropriati, deliri complottisti, pubblicità più o meno occulta è praticamente impossibile. Se devo considerare quel volume di messaggi, devo fare davvero i complimenti ai moderatori per la loro operazione di pulizia.
Tuttavia la moderazione di mastodon.uno è evidentemente improntata a un approccio così protettivo verso i propri utenti tale da reprimere alcuni di quegli utenti che meno tollerano il controllo sull’espressione delle proprie opinioni, utenti che in caso di ammonizioni o provvedimenti andranno ovviamente ad arricchire quel fronte, facilmente individuabile, che sembra considerare la campagna contro mastodon.uno il proprio fine ultimo.
Questo porta fisiologicamente a una santa coalizione dedita a sfruttare ogni occasione per polemizzare con mastodon.uno, una festa del rant nella quale sono tutti invitati e in cui tutti vincono, tanto offre mastodon.uno: offre l’infrastruttura (il fediverso è anche pagare i server per ospitare le shitstorm verso se stessi…), la visibilità (decine di migliaia di utenti), la patente di vittima (vittima del cattivo Zuckerberghino in scala 1:1000000) e la possibilità di trovare tanti nuovi amici che solidarizzano con te sulla base dell’interesse comune: il sesso l’odio per mastodon.uno.
Un vero e proprio Tinder del rancore.
Crisis management
Ma è giusto cancellare i messaggi critici? E sospendere gli utenti palesemente polemici verso l’istanza, anche quelli molesti e diffamatori, è accettabile in una comunità matura?
Sono convinto che cancellare le tracce è un segnale di incompetenza nella gestione della reputazione.
A mio parere bisognerebbe “depenalizzare” i reati di opinione ed evitare di silenziare o bannare gli utenti che sia dentro, sia fuori dall’istanza esprimono leciti dubbi o sferrano veri e propri attacchi verso i responsabili di mastodon.uno.
Piuttosto rispondessero a tono a ognuno di loro. Chiedessero scusa quando sarebbe opportuno farlo (le cazzate sulla prima istanza… la character assassination verso le “istanze problematiche“) e quali provvedimenti prenderanno o hanno già preso per farsi perdonare (finora non ho mai letto un’analisi autocritica. Capisco mettersi sulla difensiva, ma ogni tanto sarebbe utile evitare di mostrarsi perfetti…).
E se, come capita, ce n’è qualcuno che fa campagna acquisti per la propria istanza (vero Snowdendeipoveri?) o peggio, fa campagna diffamatoria silenziando e bloccando (dico bene Matteo musicista?) gli amministratori di mastodon.uno (un trucchetto più volte fatto presente come issue per gli sviluppatori…) basta poco per sputtanarlo a dovere. Come?
Attraverso un bel museo della vergogna: un account di istanza che pubblica tutte le conversazioni più rancorose contro mastodon.uno… sarebbe molto divertente.
Ban: conclusioni
Il grilletto facile di mastodon.uno costituisce l’aspetto più odioso di mastodon.uno. Ne capisco i motivi, ma non ne giustifico la pratica (soprattutto in certe occasioni), lo ritengo anzi un arma spuntata e un boomerang reputazionale. Vorrei che l’istanza più organizzata del fediverso italiano, l’unica che per capacità organizzativa può essere paragonata alle grandi istanze internazionali, avvertisse un senso di responsabilità maggiore rispetto a quello che, per tanti altri versi, è in grado di assicurare.
Da questo punto di vista non solo non troverà mai la solidarietà delle altre istanze anche perché esse sono così tanto più piccole che per loro bannare un utente significa perdere percentualmente più fette di networking rispetto a un’istanza molto grande; inoltre difficilmente mostra solidarietà chi fa fatica a digerire la preponderanza di mastodon.uno nel fediverso italiano.
Ma la cosa più importante è che mastodon.uno imparasse a gestire le crisi in maniera meno dilettantesca.
A prescindere da quello che può fare o non fare mastodon.uno, l’ideale sarebbe che fossero gli amministratori delle altre istanze a sbroccare contro i propri utenti quando intraprendono le loro spedizioni punitive contro mastodon.
Gli ospiti di un piccolo campeggio che confinava con un campeggio molto più grande lanciano sulle tende dei loro vicini bottiglie di vetro e sacchetti di immondizia urlando “HEI, IL TUO CAMPEGGIO FA SCHIFO! SIETE MERDE!”. Allora il proprietario del campeggio più piccolo si mise in disparte senza cercare di contenere il vandalismo dei propri avventori. Allora dal cielo, una voce tonante proferì queste parole: “Chi sei tu? Un vigliacco ‘nfame o un farabutto complice in mala fede?”.
parabola dell’amministratore imbelle
Oltre che a cercare di migliorare il clima del fediverso italiano infatti, gli amministratori dovrebbero riflettere sul fatto che le istanze che rosicano non sono un ambiente molto invitante per gli utenti e che al massimo saranno attrattive per altri utenti rosiconi e, quando i rosiconi saranno la maggioranza, gli altri utenti avranno già cambiato istanza e quando gli utenti delle altre istanze (o le istanze stesse) silenzieranno quelle che saranno diventate vere e proprie pozzanghere di rancore, nessuno se ne accorgerà.
Quello non sarà un momento fortunato. Tuttaltro. Perché il danno reputazionale per il Fediverso italiano sarà enorme e gli utenti normali si terranno lontani dalle istanze italiane che ormai sembreranno immerse in un paesaggio e in un clima allegri come quelli di Ken il Guerriero.
Ma con personaggi più patetici
Disclaimer per alcuni utenti con cui ho interloquito recentemente: voi persone piene di merda e rancore mi avete davvero rotto il cazzo. Però mi scuso se vi ho dato l’impressione che mi avete davvero rotto il cazzo perché siete delle persone piene di merda e rancore. Io non ho nulla contro le persone piene di merda e rancore (ho anche diversi amici che sono persone piene di merda e rancore). Mi avete rotto il cazzo perché dimostrate sempre di non capire i messaggi che leggete.
Comunicato con rant e scuse insieme (così mi porto avanti)
Se vuoi contattarmi puoi farlo qui!
- Byoblu
-
Tre scandali enormi in 10 anni:
-#HackingTeam
-#Equalize
-#paragonE questi sono solo gli scandali emersi pubblicamente, chissà quanti altri segreti
io voglio scrivere che la #cybersecurity a letto con gli apparati di Stato è una montagna di ME..A -
⟦ Da bambina, mia nonna, nata in #Ucraina nel 1903, mi raccontava dei #pogrom contro gli ebrei avvenuti dopo la rivoluzione comunista.
I ricordi di quelle esperienze l’hanno accompagnata fino all’ultimo giorno della sua vita; non dimenticherò mai come, verso la fine dei suoi giorni, quando il passato si confondeva con il presente, si affacciava alla finestra e sussurrava, con tono straziante: «Gevalt, gevalt!».
Questo grido, una richiesta di aiuto da parte delle vittime di tutto il mondo, risuona dentro di me oggi di fronte ai violenti pogrom che gli ebrei stanno compiendo contro i palestinesi in #Cisgiordania, controllata da #Israele. ⬇️2
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⟦ Da bambina, mia nonna, nata in #Ucraina nel 1903, mi raccontava dei #pogrom contro gli ebrei avvenuti dopo la rivoluzione comunista.
I ricordi di quelle esperienze l’hanno accompagnata fino all’ultimo giorno della sua vita; non dimenticherò mai come, verso la fine dei suoi giorni, quando il passato si confondeva con il presente, si affacciava alla finestra e sussurrava, con tono straziante: «Gevalt, gevalt!».
Questo grido, una richiesta di aiuto da parte delle vittime di tutto il mondo, risuona dentro di me oggi di fronte ai violenti pogrom che gli ebrei stanno compiendo contro i palestinesi in #Cisgiordania, controllata da #Israele. ⬇️2
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⟦ Da bambina, mia nonna, nata in #Ucraina nel 1903, mi raccontava dei #pogrom contro gli ebrei avvenuti dopo la rivoluzione comunista.
I ricordi di quelle esperienze l’hanno accompagnata fino all’ultimo giorno della sua vita; non dimenticherò mai come, verso la fine dei suoi giorni, quando il passato si confondeva con il presente, si affacciava alla finestra e sussurrava, con tono straziante: «Gevalt, gevalt!».
Questo grido, una richiesta di aiuto da parte delle vittime di tutto il mondo, risuona dentro di me oggi di fronte ai violenti pogrom che gli ebrei stanno compiendo contro i palestinesi in #Cisgiordania, controllata da #Israele. ⬇️2
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⟦ Da bambina, mia nonna, nata in #Ucraina nel 1903, mi raccontava dei #pogrom contro gli ebrei avvenuti dopo la rivoluzione comunista.
I ricordi di quelle esperienze l’hanno accompagnata fino all’ultimo giorno della sua vita; non dimenticherò mai come, verso la fine dei suoi giorni, quando il passato si confondeva con il presente, si affacciava alla finestra e sussurrava, con tono straziante: «Gevalt, gevalt!».
Questo grido, una richiesta di aiuto da parte delle vittime di tutto il mondo, risuona dentro di me oggi di fronte ai violenti pogrom che gli ebrei stanno compiendo contro i palestinesi in #Cisgiordania, controllata da #Israele. ⬇️2
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un’intervista a leonardo canella, a cura di maurizio teroni (blog ‘strade possibili’, maggio 2024)
Leonardo Canella (1971) è autore di due saggi d’arte (Pendragon 2005 e 2008) e del volume complessivo Nughette. Da RicercaBO al 2021, Edizioni AE 2022, prefazione di Renato Barilli e antologia critica. Insieme a Renato Barilli ha curato l’Antologia di RicercaBO. Laboratorio di nuove scritture (2007-2023), Manni 2024. È anche pittore.
Buongiorno Leonardo. Dialogando con diversi poeti attuali, posso dire che il panorama di scrittura è molto variegato. Non c’è una linea dominante e oggi la poesia si presenta in moltissime forme. Se pensi alla parola “poesia”, qual è la tua idea? Cos’è per te?
Il termine poesia lo sento un po’ come il capello che troviamo sulla pizza che ci hanno appena portato…ha qualcosa di fastidioso, di stonato. Magari la persona che ti ha servito quella pizza è bellissima (leggi la nostra tradizione poetica), ma quello è sempre un capello sulla tua pizza. E tu non lo vorresti. Ma ci pensi un attimo e ti dici: perché no? Ecco, gli ultimi cento anni di poesia, quelli che per me significano di più, hanno amato quel capello sulla pizza….Quando prendo una pizza spero così di trovarci sempre un capello, possibilmente lungo e sporco. E dorato.
Nella tua risposta usi una metafora, che è una figura tipica della poesia. Mi interesserebbe capire cosa intendi con quella metafora “del capello lungo e sporco. E dorato”. O meglio: cosa ti aspetti di trovare in una poesia contemporanea?
Forse, caro Maurizio, la verità sulla poesia è tutta in un capello lungo e sporco (ma dorato) sulla pizza? Qui scattano copyright e super convegno internazionale di estetica (con pizzette pelose!). Vediamo. ‘Erano i capei d’oro a l’aura sparsi’ è diventato in molta letteratura ‘C’è un capello sulla pizza lungo e sporco’, lo sappiamo. Ma quel capello sulla pizza c’è ormai da più di 150 anni nella ricerca letteraria. Certo, l’editoria e i gusti del pubblico medio vogliono “i capei d’oro”, si veda la lista di opere ammesse alla selezione del Premio Strega Poesia del 2024, dove di capelli lunghi e sporchi sulla pizza ce ne sono pochini. Ma è anche vero che la pizza in qualche modo si è raffreddata, 150 anni di capelli lunghi e sporchi non sono pochi…Forse una via stimolante mira oggi ad una convergenza che in qualche modo, diciamo, riscaldi la pizza al microonde, la renda nuovamente croccante. E allora il nostro capello lungo e sporco trovato su di essa può farsi dorato e croccantino, petrarchesco, pronto per essere ingerito e ritrovato ready made il giorno dopo nel wc, pronto per un reimpiego profumato su un’altra pizza… Diciamo una nuova aura petrarchesca, presente già d’altronde in quanto chiamiamo postmoderno.
Un aspetto che è già emerso in questi dialoghi è che gran parte della poesia contemporanea sembra ignorare tutto quel tentativo di rinnovamento della poesia che c’è stato nel Secondo Dopoguerra. Forse è semplicemente un segno dei tempi. Forse siamo in una fase storica tutto sommato conservatrice o addirittura reazionaria? Oppure, più semplicemente, il mercato editoriale vuole oggetti vendibili?
Devo dirti che di mio rifuggo dal lamento dei due poli, diciamo, conservatore e progressista. Ognuno ha le sue belle lamentele che scaglia al fronte opposto, coinvolgendo l’editoria. Vecchia storia (vedi addirittura cosa ne dice Orazio nelle sue Satire). A me tutto questo interessa terribilmente solo perché il confronto acceso, quando c’è, evita almeno la noia. Di mio me ne sto attento a guardare spaparanzato sul divano con pop-corn e coca (o pizza pelosa…), e aspetto di vedere qualche coltellata… Mi piacciono un sacco le coltellate fra poeti, anche gli spari…Di meno i suicidi. Trovo le coltellate intriganti… Insomma, metto tutti, conservatori e progressisti, in un bel cassonetto della spazzatura e mi riservo di pescare quello che mi interessa… La rete è questo straordinario cassonetto della spazzatura in cui ognuno ha la possibilità, in realtà, di avere un possibile lettore. Insomma, evviva le lamentele (mercato editoriale conservatore, pubblico medio italiano un po’ di bocca buona, voi astrusi, illeggibili, tu sei un autore di merda, tu leccaculo ecc…), purché ci siano le coltellate…La situazione oggi? Beh sì, ci sono poche coltellate. Un peccato. Un gruppo di amici poeti che stimo e a cui voglio bene (Marco Giovenale, Michele Zaffarano e Antonio Syxty) sta provando da due annetti col progetto ‘Esiste la ricerca’ a riportare in auge le coltellate…Voglio loro bene anche per questo.
Ma sai, Leonardo, in fondo, delle coltellate tra poeti importa solo ai poeti, che sono un nicchia. Voglio dire: della ricerca stilistica, della scrittura, il mondo se frega. La gente vuole non pensare e il nostro sistema funziona proprio su “non pensare”.
Sì, comprendo molto bene le tue parole Maurizio, ma direi che è il mondo dei media a dare la visione negativa di cui dici. Sembra cioè esserci un piacere diffuso nella masturbazione in pubblico che mira solo al piacere del proprio io. Chi si affida ai media lo sa, che sia politico, poeta, filosofo, semplice youtuber ecc…Ma questo non è straordinario? Un’ enorme discarica a cielo aperto su cui sbocciano fiorellini da raccogliere…(sono i Bruno Vespa la mia grande amica la poetessa Lalla, Denny Puzzone, Dildy giaguaro con cui popolo le mie Nughette…). Il mondo se ne frega della scrittura, dei poeti? Non credo, ma chi è più sperimentale deve conoscere il destino che si è scelto…e in fondo ai poeti, che sono anche delle puttane, piace tirarsela e dire che sono degli incompresi, che la grande editoria è tanto cattiva… Per dire ho letto un’intervista a Canella, quello delle Nughette, e lui si lamenta che non gli danno il Premio Strega Poesia che gli è assolutamente dovuto. Missa’ che è un po’ una puttana (ma non voglio offendere nessuno, sia chiaro). Quando mi leggerà penserà che l’ho accoltellato? Che belle sono le coltellate fra poeti!
Già che parli di coltellate tra poeti, mi viene in mente il duello tra Ungaretti e Bontempelli, che si è svolto in casa di Pirandello. Sembra una storia così letteraria da non essere reale. Eppure pare lo sia. E pare che tutto sia nato per una diatriba appunto letteraria, tra due riviste. Pare che Bontempelli abbia raggiunto Ungaretti in un locale e lo abbia schiaffeggiato, da qui il duello.
Chi vorresti sfidare a duello?Peccato che non c’è il video su YouTube che me lo andavo subito a vedere spalmato sul divano con pop-corn e coca… peccato che Pirandello non aveva lo smartphone… glielo devo dire. E allora: quello scontro è meglio raccontato a parole o ripreso in un video? Finzione in entrambi i casi. E non a caso erano a casa di Pirandello, un mago. Uhi, guarda guarda che ho detto casi caso casa… non sono un poeta? E poi Ungaretti aveva i foruncoli (lo dice Bontempelli da qualche parte…).
Prima hai fatto riferimento a Marco Giovenale, Michele Zaffarano e Antonio Syxty. Mi sai dire cosa ti piace del loro modo di scrivere?
Sento una certa sintonia con loro, come dire li leggo e ci trovo qualcosa che è anche mio. Tieni conto che, soprattutto con Zaffarano e Giovenale, apparteniamo alla stessa generazione per cui ci sono ricordi comuni nella fase della crescita pur senza conoscerci ed esserci frequentati allora. Poi, a livello di formazione culturale, sentiamo nelle esperienze delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie qualcosa di veramente importante e di terribilmente vivo. Un tronco comune insomma da cui poi ognuno sboccia come singolo.
Ti faccio un’ultima domanda (prima del gioco della torre) e te la faccio sulla tua raccolta intitolata Nughette. Il titolo rimanda, volendo, a Petrarca, quando definiva le proprie poesie “nugae”, traducibile come “cosette”, “roba da poco”, “inezie”. Sono poesie ma sono prosa. A me paiono anche brevi narrazioni oniriche. C’è nel titolo, mi pare, una voglia ironica di dissacrazione. E questo mi pare emerga anche in questo dialogo. Mi pare che il tuo intento sia far saltare i ponti della sacralità e forse anche della ragione. È così? Se è così, ti chiedo, far saltare tutto, con quale fine?
Prima di salutarci, caro Maurizio, voglio ringraziarti di cuore. Un gesto di generosità il tuo. Quanto dici è giusto, direi. Una parte della risposta sta sicuramente in quello che mi appartiene come persona, dovrei parlare di me. Ma è un terreno scivoloso e a mio avviso inutile. Non penso possa ad esempio essere utile sapere che prendo ragni dove mi capita e li chiudo dentro barattoli che ho in salotto. In una specie di bacheca/scaffale. La sera mi metto lì e li osservo. Me li metto sul viso perché mi piace sentirli camminare sulla mia pelle. Piccole zampette titillanti. Quasi un piacere erotico direi. Pensa che non ho la TV perché mi basta avere i barattoli dei ragni da guardare, la sera. E anche loro fanno i loro bei talk show, e Grande Fratello e Barattolo dei Famosi. Ho anche dei barattoli pieni di pelo, anche con baffi di donna. Sono quelli a cui tengo di più. La Polly mi guarda strano ma mi vuole bene lo stesso. Ecco può servire dire tutto questo? Non credo proprio, anche perché non c’è niente di vero in quello che ti ho appena scritto (è vero solo che non ho la TV). Un autore è sempre una puttana, ti dicevo.
Poi c’è una parte legata agli strumenti che un autore utilizza, pinze, cacciavite ecc…Questa è la parte che mi interessa di più. Strumenti/parole con cui lavorare facendo sembrare vero ciò che è inevitabilmente finto. Tutto finto ma vero, insomma. Tu ci vedi dissacrazione, volere distruggere tutto? Ma è tutto finzione, caro Maurizio. Sempre. Un abbraccio, Leo
(Gioco della torre) Sanguineti o Balestrini. Devi salvarne uno. Chi salvi e perché?
Sanguineti è sicuramente più brillante, acuto, penetrante. E allora largo ai secondi, salvo Balestrini per il suo essere meno brillante (cosa certo discutibile) ma forse più sottilmente inquieto. E direi anche generoso verso molto altri autori, anche molto più giovani di lui. Penso al laboratorio delle nuove scritture di RicercaRE poi RicercaBO, organizzato insieme a Renato Barilli con cui sto curando adesso proprio l’antologia di RicercaBO che uscirà fra poco da Manni Editore.
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Nughetta
donna tenuta in freezer per 19 anni. Mitico Ciclope, leggo questo sul corrierepuntoit e penso alla tua isola che mi piacevano un sacco le capre. E le bacche, nere. E davanti alla TV c’eravamo noi, io tu e le capre. E il rumore del freezer. E stavamo la sera così, davanti alla TV, davanti al mare. Col rumore del freezer. A pensare, a fare poesia. Poi il freezer si è rotto e c’hanno trovato dentro una donna. Dopo 19 anni. E non so se sono stato io o sei stato tu che la Polly dice che sono un mostro quando in casa non ci do retta. E oggi quando l’ho rivista tornare coi sacchetti della spesa, ho pensato che anche lei era uscita di casa 19 anni fa. Sì, ora ricordo, era uscita di casa diciannove anni fa.
#AntologiaDiRicercaBO #Balestrini #EsisteLaRicerca #LeoCanella #LeonardoCanella #Manni #MaurizioTeroni #neoavanguardia #Orazio #Petrarca #pizza #Sanguineti #scrittureDiRicerca #StradePossibili #unCapelloSullaPizza
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schifezze della mi band nascoste creano il marcio
Probabilmente, forse, anche se non so in che modo, dovrei prendere l’abitudine di pulire il cinturino di gomma della Mi Band (e il retro della band stessa, che forse sotto sotto è pure peggio a guardare), perché tempo una manciata di settimane che non lo si fa ed ecco che questo diventa ricoperto di questa tale assurda monnezza dappertutto, nelle parti un minimo a contatto con la pelle… 👻
…Una monnezza che, però, ha un certo stile. Innanzitutto, è indubbiamente un po’ misteriosa: di che tipo di sostanza sarà fatto, questo tale schifo? È questo marrone beige che facilmente si sfalda, e forse sotto sotto anche gnammy (ma NON lo assaggerò, stavolta), però è alquanto criptico… penserei sia sudore inmerdato, ma boh. Poi, come si fa ad incrostare, oltre che sulla parte liscia grande, anche dentro i buchini dell’aggancio, veramente non capisco, perché ci finisce (e poi esce) veramente molta materia relativamente a quanto poca (quasi niente) sembra che ce ne sia ad occhio. 🤭
Vabbé, fa schifo, ma queste sono le mie assolutissime vibe. Ogni tanto è bene raccontare anche queste cose intriganti molto piccole sulla mia vita e il mio destino, così evitiamo preventivamente che boh, eventuali bavosi che ai annidano su Internet si fissino in maniera sconveniente su di me. Questo è lo spirito del girlrotting e… in effetti, questa è una delle applicazioni pratiche non troppo dannose di esso: non potrò permettermi di farmi crescere la muffa sugli arti, ma un pochino di essi in spirito viene comunque via e diventa schifo, in un miscuglio di pelle morta, acqua sporca e sali minerali… ❤️
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🎵 I love rock 'n roll
So put another dime in the jukebox, baby
I love rock 'n roll
So come and take your time and dance with me 🎵----
I pulled in Ankha to help me recreate the classic Joan Jett and the Blackhearts album cover for "I Love Rock-n-Roll." My cursive is a bit slopped, but I really think we captures the essence of the album cover.
#ACNH #AnimalCrossing #VideoGames #Nintendo #NintendoSwitch #ACNHScreenshots #ACNHCommunity #あつもり #あつ森 #CozyGames #CozyGamer #CozyGaming #MusicMonday #Music #HarvsIsland #ACNHScenes #AlbumCover #JoanJet #JoanJetAndTheBlackhearts #ACNHAnkha
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RE: https://kolektiva.social/@firestorm/116346370857505543
Our city's independent bookstore needs your help!
My local anticapitalist, antifascist, LGBTQIA+ friendly, anarchist, super ultra crunchy, cooperatively owned, and self described "radical bookstore" is falling on tough times.
Hurricane Helene was a doozy y'all, a ton of small businesses like this are closing with no plans on reopening. The FEMA payments meant to help Asheville and WNC are being bogged down in a bunch of red tape, so many of us haven't seen a dime of them yet, even though some of it is earmarked to help small business. And, although tourism is coming back (and we're very very open for business!) the shock to the system was just too big for a lot of folks.
I've seen long-standing cornerstorne-of-the-neighborhood places just like this wink out of existence without any warning, only to be replaced by exploitative, soul-sucking corporate owned chains run by people who don't even live or pay their taxes in our community. I don't want to keep seeing this happen to the town I grew up in.
These are good people who provide an essential service to our city: being some of the loudest, most outspoken defenders of our human rights, and providing civic minded reading material you won't find anywhere else.
They sell books other people don't want you to read, and that generally means those are books you're obligated to read.
Also, they once hosted the backroom of their bookstore out as a viewing space for a no-budget student film I helped make like a decade ago and they were real cool about it so-long-as everyone we invited to the screening bought a coffee or a book. Do you think Barnes & Nobel would do that? Would Amazon?
Check 'em out! Buy a banned book! Become a sustaining member of one of the best independent bookstores around!
#Asheville #WNC #HeleneRecovery #Helene #SmallBusiness #LocalBusiness #ShopLocal #Bookstodon
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Boss makes a dollar, while you make a dime - that was a rhyme for another time.
Now the boss makes a dollar while you make a cent - this is why you can't afford rent.
#WageTheft #WageGap #UBI -
RE: https://sportsbots.xyz/users/NicoSchira/statuses/2042670945458921581
#Gasperini risponde a #Ranieri: "Di quelli che ho scelto io è arrivato solo #Wesley alla #Roma! A Bergamo ho fatto risultati perché avevo squadra molto competitiva da subito. Ho chiesto di lavorare sull'attacco ma non è stato fatto. 3 allenatori scelti prima di me? Cose normali"
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RE: https://sportsbots.xyz/users/NicoSchira/statuses/2042670945458921581
#Gasperini risponde a #Ranieri: "Di quelli che ho scelto io è arrivato solo #Wesley alla #Roma! A Bergamo ho fatto risultati perché avevo squadra molto competitiva da subito. Ho chiesto di lavorare sull'attacco ma non è stato fatto. 3 allenatori scelti prima di me? Cose normali"
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🎼 ■ Noa Kirel (Eurovisión 2023) versiona en hebreo 'Dime' de Beth ■ La representante israelí que participó en el certamen hace dos años con 'Unicorn' ha rendido homenaje a este clásico español
https://los40.com/2025/04/02/noa-kirel-eurovision-2023-versiona-en-hebreo-dime-de-beth/?int=MASTODON_WORLD