home.social

#rifugio — Public Fediverse posts

Live and recent posts from across the Fediverse tagged #rifugio, aggregated by home.social.

  1. Hai fatto il mail bombing per Agripunk?

    mastodon.bida.im/@agripunk/116

    Ci vuole un attimo ma potrebbe fare la differenza.
    Se ti serve il testo da mandare, mandami in privato la tua email che te lo giro (qui sul Fediverso non ci sono abbastanza caratteri).

    Più siamo e più forse la regione ci da retta.
    Forza! 💪

    @agripunk
    #antispecismo #rifugio #animaliliberi #vegano #antispe #Liberxtuttx

  2. Hai fatto il mail bombing per Agripunk?

    mastodon.bida.im/@agripunk/116

    Ci vuole un attimo ma potrebbe fare la differenza.
    Se ti serve il testo da mandare, mandami in privato la tua email che te lo giro (qui sul Fediverso non ci sono abbastanza caratteri).

    Più siamo e più forse la regione ci da retta.
    Forza! 💪

    @agripunk
    #antispecismo #rifugio #animaliliberi #vegano #antispe #Liberxtuttx

  3. Hai fatto il mail bombing per Agripunk?

    mastodon.bida.im/@agripunk/116

    Ci vuole un attimo ma potrebbe fare la differenza.
    Se ti serve il testo da mandare, mandami in privato la tua email che te lo giro (qui sul Fediverso non ci sono abbastanza caratteri).

    Più siamo e più forse la regione ci da retta.
    Forza! 💪

    @agripunk
    #antispecismo #rifugio #animaliliberi #vegano #antispe #Liberxtuttx

  4. Hai fatto il mail bombing per Agripunk?

    mastodon.bida.im/@agripunk/116

    Ci vuole un attimo ma potrebbe fare la differenza.
    Se ti serve il testo da mandare, mandami in privato la tua email che te lo giro (qui sul Fediverso non ci sono abbastanza caratteri).

    Più siamo e più forse la regione ci da retta.
    Forza! 💪

    @agripunk
    #antispecismo #rifugio #animaliliberi #vegano #antispe #Liberxtuttx

  5. Hai fatto il mail bombing per Agripunk?

    mastodon.bida.im/@agripunk/116

    Ci vuole un attimo ma potrebbe fare la differenza.
    Se ti serve il testo da mandare, mandami in privato la tua email che te lo giro (qui sul Fediverso non ci sono abbastanza caratteri).

    Più siamo e più forse la regione ci da retta.
    Forza! 💪

    @agripunk
    #antispecismo #rifugio #animaliliberi #vegano #antispe #Liberxtuttx

  6. 🌼Venite a passare un pomeriggio qui al nostro rifugio in compagnia! 🌸

    Ogni persona porta qualcosa da condividere insieme al tavolo, tutto vegan! - Nel rispetto degli animali del santuario salvati proprio da realtà come quella dell'industria alimentare-animale.

    Se avete dubbi e/o volete confermarci la vostra presenza scriveteci alla nostra mail: [email protected].

    Vi aspettiamo a zampe aperte! 🐽

    #santuario #vegan #animali #rifugio #cibo #pasquetta #primavera

  7. 🌼Venite a passare un pomeriggio qui al nostro rifugio in compagnia! 🌸

    Ogni persona porta qualcosa da condividere insieme al tavolo, tutto vegan! - Nel rispetto degli animali del santuario salvati proprio da realtà come quella dell'industria alimentare-animale.

    Se avete dubbi e/o volete confermarci la vostra presenza scriveteci alla nostra mail: [email protected].

    Vi aspettiamo a zampe aperte! 🐽

    #santuario #vegan #animali #rifugio #cibo #pasquetta #primavera

  8. Oggi vi parliamo di Natalina: è arrivata all'oasi proprio dopo le festività natalizie. Abbiamo aspettato a farvela conoscere, qui sui social, perché la realtà dei santuari si comprende meglio quando li si visita o ancora di più quando li si vive.

    Natalina è sicuramente in un posto più sicuro di prima, qui è coccolata e amata e abbiamo scoperto che ha un debole per la pizza! 🍕

    Tuttavia, già dalla discesa dal camion, una delle sue zampe risultava ferita. Grazie ad una radiografia abbiamo appurato che era danneggiata internamente da prima che arrivasse da noi. Nessuno, nell'allevamento dal quale è arrivata, la trattava con riguardo.
    Per questo motivo il futuro di Natalina, un tenero bolide rosa con due occhi di colori spaiati, è ancora incerto e volevamo aspettare prima di rendere pubblica la notizia.

    ... Le preoccupazioni sono molte, e stiamo facendo del nostro meglio per curarla.

    Se volete aiutare Natalina potete iscrivervi al nostro Teaming o fare una donazione unica, vi lasciamo tutti i nostri link, grazie a chi donerà! 🐽

    Donazione mensile a partire da 1€ - teaming.net/l-oasidinina-grupo

    Tutti i nostri link - oasidinina.carrd.co/

    #oasidinina #vegan #animali #rifugio #santuario #maiali #libertà #aiuto #supporto #teaming

  9. Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva

    Lo scontro politico tra modernizzatori e conservatori fu culturalmente accompagnato da fenomeni sociali che trovarono difficile ascolto e precaria attenzione. L’Italia del secondo dopoguerra era riuscita a trasformarsi nella sua veste istituzionale, politica ed economica ma i primi vent’anni di storia repubblicana sembravano rimandare l’altro aspetto del rinnovamento, quello socio-culturale. Abbiamo già richiamato l’attenzione sull’importanza di considerare il concetto di modernizzazione come un concetto totale, che includa cioè non solo gli aspetti più visibili di un cambiamento ma anche quelli più profondi, i quali, toccando le strutture antropologiche di una società, si dimostrano capaci di creare un consenso più genuino di quanto possa fare l’approvazione di un algido codice giuridico.
    Ora, gli spazi entro i quali l’assenza o il ritardo di questa seconda trasformazione meglio si possono osservare sono quelli della famiglia, in cui per certi versi colpevole, per altri innocente appare il retaggio culturale di alcune tradizioni, gli istituti scolastici, in cui manca una progettualità riformatrice, e infine la fabbrica, luogo dove emerge più potente l’esclusione della classe lavoratrice dal processo di modernizzazione.
    Vediamo dunque come, ciascuno a suo modo, questi spazi siano attraversati da una forma di inclusione repressiva.
    Famiglia. Le testimonianze che sono state raccolte in un prezioso studio del 1988 di Luisa Passerini, “Autoritratto di un gruppo”, e che segnano una specie di autobiografia collettiva di quella generazione che fece il Sessantotto, mostrano da diverse angolazioni quanto problematico fosse il rapporto che questa ebbe con la famiglia. Nell’Italia delle passioni politiche, del boom economico e dell’immigrazione venivano a coagularsi in questo vissuto privato stimoli e circostanze che producevano incomprensioni, distanze, scontri e rifiuti non ricomponibili.
    Poteva ad esempio accadere che, pur aderendo alla stessa fede politica di famiglia, alcuni vivessero con incomprensione ciò che, privatamente ostentato con orgoglio, veniva pubblicamente nascosto o stentava a trovare un riconoscimento identitario. Era questo il caso di Franco Russo: “Io sono di famiglia proletaria, mio padre era falegname e mia madre ha fatto la portiera, insomma i quattro quarti di nobiltà proletaria. Mio padre è socialista da sempre e mi portava ai comizi, però bisognava nascondere l’«Avanti!». Mio padre non è stato aiutato dal suo partito a fare della condizione di proletario un punto di identità sociale, è stato un continuo mascheramento di questa identità. C’è sempre stata una zona d’ombra in cui si è vissuti in casa” <95.
    In altri casi, come in quello di Maria Teresa Fenoglio, la distanza con la famiglia era strettamente legata a quella incomunicabilità che risentiva del peso della tradizione sia in modo diretto, cioè come oggettiva difficoltà a confrontarsi con il cambiamento di costume in atto, sia in modo indiretto, cioè come incapacità soggettiva, anche in presenza di un’apertura mentale, di accettare fino in fondo la rottura di alcuni tabù culturali: “Mia madre era in tutto e per tutto meridionale, portava la cultura mediterranea della suggestione magica, del malocchio. Mi era impossibile identificarmi con un materno così minaccioso, legato alla grande potenza della madre benefica e malefica. Un altro elemento materno era il piacere dell’esibizione, che mia mamma aveva moltissimo, le unghie rosse laccate, la gonna stretta, il trucco. Quando nell’adolescenza tentavo di imitarla, il risultato era un grande senso di depressione, perché mi giudicavo. Non potevo piacermi in quella maniera, perché dal punto di vista delle scelte ideali ero con mio padre – socialdemocratico, poi socialista, uno dei pochi comandanti delle Garibaldi non comunisti: idee democratiche, convinzione di essere superiore agli altri, per noi non contano i beni materiali. La rottura con mio padre è poi avvenuta con la mia scelta di libertà sessuale” <96.
    Ma a segnare lo scontro era la distanza tra l’orgoglio di appartenere ad una storia proletaria e l’imitazione di modelli sociali che invece garantivano la promozione sociale, sporcando così quella dignità dovuta alla fierezza della propria differenza. È questo il ricordo di Marino Sinibaldi: “Io sono nato in un quartiere a forte tradizione anarchica e socialista, mio nonno era fornaciaio, e nella piazza c’è sempre stato attaccato «Umanità nuova», oltre all’«Unità». Ma io andai al liceo Mamiani, e c’è dietro una storia patetica familiare. Mia nonna lavava i panni di gente ricca che abitava nel quartiere Prati e mia madre mi raccontò, che ero già grande, che quando era piccola accompagnava mia nonna a prendere e a portare i panni e passava davanti al Mamiani e vedeva questi ragazzi bellissimi con le automobili. E lei si è battuta moltissimo perché andassi al Mamiani, mentre per la territorialità mi sarebbe spettato un altro liceo. Quando me l’ha rivelato, ho radicalizzato il mio odio per questa scuola, naturalmente” <97.
    A volte il dramma dell’abbandono e il peso di un’educazione tradizionale erano così forti da trasformare l’estraneità nei confronti dei propri genitori in un rifiuto totale della famiglia. Così Roberto Dionigi: “Gli estremi: miniborghesia, due insegnanti, uno di ginnastica, uno di lettere. Vivono di lavoro, senza niente alle spalle, mio nonno paterno era oste, quell’altro era un maresciallo dei carabinieri in Sicilia. Tante bastonate, grande pedagogia fascista. Non ho niente in casa, nessun bagaglio di memoria, dalla famiglia non mi viene nulla” <98.
    Quello che queste voci sembrano dire è che a mancare fu quel valore di testimonianza – di fragilità, di esempio, di difficoltà a scegliere la giusta educazione in un momento in cui il paese stava cambiando – proprio delle figure parentali che avrebbe costruttivamente accompagnato i figli nella complessità di crescere in un momento come quello che l’Italia stava vivendo. L’assenza di questo valore spinse spesso a scegliere tra le stesse figure parentali, scelta che, data l’impossibilità di confrontarsi criticamente con il peso di una tradizione o di un’appartenenza, lasciò insoddisfatti e soli, rendendo la famiglia stessa come luogo di non identità.
    Non stupisce allora come il sentimento che molto spesso prevalse in questa generazione fu l’identificazione in un rifiuto radicale: la scelta di essere orfani. Lo ricorda, ad esempio, Fiorella Farinelli con un senso estremo di liberazione: «La più bella scritta sui muri della mia facoltà, me la ricordo in maniera nettissima, di tutte quelle che c’erano: “Voglio essere orfano”. L’ho condivisa, l’ho fotografata, mi sono portata il manifesto a casa, era quella che a me piaceva di più: “Voglio essere orfano”» <99. E tanto sentita appariva la verità di quella frase che essa finì per allargarsi anche alle altre istituzioni della società: «Non siamo figli, né padri di nessuno, siamo uomini che non vogliono credere in niente e a nessuno: senza dio, senza famiglia, senza patria, senza religione, senza legge, senza governo, senza Stato, senza polizia […]. Ecco, siamo dei bastardi» <100 – avrebbe scritto un gruppo di Provos milanesi in un foglio volante alla metà degli anni Sessanta.
    Ora, il rifiuto radicale dell’appartenenza alla famiglia era la soluzione estrema a cui molti giunsero data appunto l’impossibilità di un confronto interno con quegli aspetti, materiali e culturali, a cui la modernità richiamava.
    D’altra parte, però, si poteva assistere alla reazione contraria: posti davanti alla modernità metropolitana, la famiglia appariva non come luogo da cui fuggire ma come luogo in cui rifugiarsi dalla perdizione e dalla corruzione indotte da quella stessa modernità. Questo aspetto toccava prevalentemente il mondo degli immigrati: molto spesso le difficoltà oggettive in cui si trovarono a muoversi le famiglie meridionali – alloggio, ricerca di un posto di lavoro e un generale senso di straniamento indotto dalla città e dai suoi atteggiamenti razzisti – rendevano questo l’unico spazio sicuro, sia in termini economici – in famiglie numerose il lavoro di uno dei membri poteva provvedere a compensare i bisogni primari degli altri nelle fasi di assestamento o di crisi -, sia in termini socio-culturali – tanto profonda era la differenza tra città e campagna da preferire la riproposizione di valori tradizionali davanti ad un mondo che incuteva timore <101.
    Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva: o perché, culturalmente non aperta, poteva difficilmente costituirsi come spazio di dialogo e di confronto gravata dal peso innocente di tradizione ed appartenenza, o perché, culturalmente chiusa, sostituiva alla lontananza e all’incertezza dei nuovi diritti la sicurezza e l’intimità della tradizione. In tutto questo, la responsabilità politica stava nell’incapacità di intuire quale riflesso determinante avrebbe avuto gestire in modo diverso il processo di trasformazione sociale, rendendo meno difficoltosa nei suoi ostacoli immediati la trasformazione antropologica: gli scarsi investimenti, sia materiali che culturali, nel settore della formazione avrebbero appunto dimostrato questa incuria.
    [NOTE]
    95 Passerini, Autoritratto di un gruppo, cit., p. 44.
    96 Ivi, p. 53.
    97 Ivi, p. 45.
    98 Ivi, p. 47.
    99 Ivi, p. 46.
    100 Citato in A. De Bernardi – M. Flores, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998, p. 167.
    101 Uno dei capolavori cinematografici del neorealismo italiano girato da Luchino Visconti nel 1960, Rocco e i suoi fratelli, ha colto molto bene questa dinamica di scontro della famiglia immigrata con la metropoli. L’incontro con la modernità viene qui proposto, inter alia, secondo la prospettiva della giustizia democratica: davanti al diniego e alla disapprovazione della famiglia, la scelta di Ciro di denunciare alla polizia l’omicidio compiuto dal fratello Simone rompe in questo senso quella solidarietà meridionale tradizionalmente legata allo ius sanguinis per aprirsi alla fiducia nelle istituzioni moderne.
    Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

    #1968 #AndreaBertini #appartenenza #boom #concetto #famiglia #fuga #immigrazione #inclusione #incomunicabilità #Italia #LuisaPasserini #meridionale #modernizzazione #promozione #radicale #repressiva #rifiuto #rifugio #sociale #tradizione

  10. Aspettando l'estinzione umana @aspettandolestinzioneumana.wordpress.com@aspettandolestinzioneumana.wordpress.com ·

    Ho capito già da tempo che non sono e non sarò mai un influencer.
    Non che aspiri a diventarlo (anzi…), ma direi che un minimo di riscontro mi piacerebbe riceverlo quando, tanto per dirne una, cerco di vendere una discreta quantità di libri usati per finanziare la pappa da destinare ai mici in stallo e di colonia.
    Ho tentato questa strada su Facebook, dove al momento ho il maggior numero di follower. Risultato da quando mi sono iscritto a maggio: zero. Risultato sotto Natale, quando tutti dovrebbero essere più buoni e altruisti: zero.
    Posso capire che dare soldi sotto forma di donazione susciti qualche sospetto, ma comprando dei libri rimarrebbe comunque qualcosa di tangibile in mano; si tratta a tutti gli effetti di uno scambio equo per entrambe le parti.
    Quasi tutti i miei contatti si dichiarano animalisti, gattofili e, in alcuni casi, vegani. E parliamo di gente con lavori ben retribuiti, in alcuni casi addirittura benestante.
    È davvero uno sforzo immane per loro comprare 5 o 10 euro di libri sapendo che contribuirebbero a sfamare mici che non aiutano nemmeno personalmente?
    E non ho trovato problemi solo nella vendita dei libri usati o dei miei e-book.

    Già da tempo ho in mente di aprire un rifugio privato per gatti; rifugio privato e non associazione perché, nel secondo caso, ci sarebbero troppe teste a gestire il tutto e finiremmo per scontrarci (come ho avuto modo di appurare per altre questioni…).
    Da un punto di vista imprenditoriale e burocratico sono un inetto completo, quindi ho tentato di chiedere informazioni a chi ne sapeva più di me. Sempre su Facebook ho presentato, in diverse sedi, un annuncio nel quale chiedevo aiuto per capire come iniziare. L’ho pubblicato dividendolo in due parti: una breve e sintetica e una lunga e dettagliata. La ridotta soglia di attenzione dell’utente medio di Facebook ha spinto praticamente tutti a rispondermi senza considerare nemmeno la parte breve.
    In poche parole penso che si siano limitati a vedere la lunghezza dell’annuncio e abbiano risposto cose del tipo “Troppo lungo, non leggerò” o “Chiedi a un’associazione”.

    Se avessi voluto aprire un’associazione mi sarei rivolto a una di loro, non vi pare? Ma avendo l’intento di concentrarmi su un rifugio privato – e non conoscendone nessuno – non avrei ottenuto risposte esaustive su come eseguire, presumo, una procedura differente.
    La lunghezza dell’annuncio, invece, anticipava domande che, se letto in maniera seria, mi avrebbero sicuramente posto in un secondo momento; diciamo che ho provato a giocare d’anticipo per non perdere troppo tempo dopo.
    E così neppure in quel caso ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato. Ma scommetto che, se mi filmassi mentre compio scemenze. non solo avrei un seguito molto maggiore, ma mi darebbero anche retta.
    Mi hanno suggerito di cambiare approccio pubblicando più foto e video, ma a me piace scrivere ed è con le parole che voglio esprimermi. E il numero di utenti che mi segue non m’interessa; eppure anche conoscere poche persone competenti e disponibili sembra sia un’utopia.

    La settimana prossima dovrei svolgere un colloquio telefonico con una casa editrice per la pubblicazione di un romanzo che, neanche a farlo apposta, parla anche di gatti e influencer. Questa casa editrice pubblica nel formato print-on-demand e dovrei poter ricevere qualche consiglio utile sul fronte promozionale; tuttavia è altamente probabile che, essendo la mia una causa persa, non se ne farà niente.
    Non riuscendo a vendere un libro scritto da Umberto Eco a 1 euro, come potrei convincere qualcuno a spenderne 10 per uno scritto da me? A meno che l’editore non mi riveli una formula magica, è assolutamente impossibile che ci riesca.
    Ho capito che sono io il punto debole che rende fragile la mia limitata rete sociale. Ma la mia unica colpa è non voler essere un personaggio.
    Sembra che ormai ci sia competizione in ogni ambito, incluso quello del volontariato.
    Chi danneggio se apro anch’io un rifugio per gatti? Tolgo qualcosa a qualcuno? Non possiamo avere tutti il nostro spazio, senza intralciarci? La condivisione di un ideale non dovrebbe spingerci, semmai, a collaborare?
    Macché, se chiedo qualcosa, anche un semplice consiglio, tutti snobbano la richiesta; però loro pretendono attenzioni da prima donna, spammano, pubblicano scemenze pur di conservare visibilità. Se commenti non scendono mai dal piedistallo per rispondere. Scrivono pure in maniera sgrammaticata, ma a quanto pare sembra che l’ignoranza costituisca una virtù.
    Nella catena alimentare dei social network esisto solo per nutrire una famelica creatura chiamata ego; spero di andare di traverso a qualcuno.

    Vittorio Tatti

    https://aspettandolestinzioneumana.wordpress.com/2024/05/29/vaccino-contro-linfluenzerite/

    #annunci #eBook #egocentrismo #facebook #Gatti #gattile #idiozia #influencer #libri #pubblicità #rifugio #socialNetwork #visibilità

  11. Aspettando l'estinzione umana @aspettandolestinzioneumana.wordpress.com@aspettandolestinzioneumana.wordpress.com ·

    Si fa presto a dire gattaro (o gattara, ma per questo articolo utilizzerò il maschile). Si fa presto a pensare “Che ci vuole? Può farlo chiunque”. Si fa presto a pensare che non ci siano problemi perché basta mettere qualche pappa di tanto in tanto e poi dimenticarla in un angolo della casa perché i gatti sono indipendenti.
    No, non basta. Non basta perché, oltre a soldi, spazio e tempo, ci vuole tanta, tanta dedizione.
    Facciamo così: vi racconterò una mia giornata di tipo con i gatti di casa.

    Al momento ho undici gatti, che rimangono sempre in casa senza uscire mai.
    I sani sono ott: cinque adulti (Sole, Biondina, Tontolino, Piccolo e Arashi) e tre piccoli (Shinju, Akito e Kasumi). In una stanza a parte tengo i gatti FIV/FELV positivi: Zampa, Jacky, Lupin e Cucciolo (arrivato da poco). In un’altra stanza ancora c’è Oioioi, un gatto positivo che tende a essere aggressivo con gli altri, quindi lo devo tenere separato da tutti.
    Eccoli tutti qua in posa (più o meno…):

    I gatti positivi, così come altri prima di loro che purtroppo sono deceduti, sono stati tutti recuperati da me in prima persona, almeno quelli che venivano a mangiare dietro casa. Con alcuni non ho avuto particolari problemi perché avevano confidenza ed entravano in casa spontaneamente, ma con altri ho dovuto utilizzare una gabbia trappola e il loro recupero, a volte, ha richiesto mesi di paziente attesa e ansia costante.
    Quando non avevo ancora la possibilità di ospitarli in casa ne sono spariti molti nel corso degli anni e, oltre al ricordo, l’unica cosa che resta è il rimpianto di non essere intervenuto tempestivamente. Ma ormai quel che (non) è fatto è fatto…
    Gli ultimi presi li ho fatto castrare e testare a spese mie nel tentativo di trovare loro adozione, ma senza risultato. Già i gatti adulti sono poco desiderabili, figuriamoci quando hanno qualche patologia. In conclusione, questa è diventata anche casa loro.

    Se già la cattura è stata complicata, nemmeno l’inserimento è risultato immediato con tutti. Di norma fuori, quando erano interi (ossia non castrati), tendevano ad azzuffarsi per dominare il territorio e assicurarsi di arrivare primi alla pappa (rigorosamente cruelty free, ossia non testata sugli animali). Fuori avevano sempre almeno tre o quattro ciotole tra acqua, pappa umida e croccantini. Pappa e acqua che, in inverno, trovavano calda dopo averla intiepidita nel forno a microonde. La presenza di nuovi vicini di casa ha vanificato l’utilizzo delle cucce, così dopo aver mangiato tendevano a cercare un rifugio lontano da qui.
    Qualcuno solleverà l’obiezione che, abitando in campagna, avrei potuto anche lasciarli vivere all’aperto. Come hanno dimostrato i gatti che non sono più tornati, anche vivere vicino a un bosco li espone continuamente al pericolo: vicini di casa ostili contro i gatti, cani lasciati liberi, auto (anche se non abito vicino alla strada i gatti tendono a spostarsi), cacciatori, predatori (altri gatti, volpi, faine, lupi, etc.), malattie, freddo, fame e via dicendo.
    Il prezzo della libertà a volte si paga con la vita. E questo sapete cosa significa? Che quando un giorno non vedi uno di loro rispettare l’appuntamento con la pappa pensi subito al peggio. A volte non tornano più e non scopri perché, ma lo intuisci.

    Quindi, quando mi si è presentata l’opportunità di farli entrare in casa, non ho più esitato: prima uno, poi un altro, poi un altro ancora. Tutti dentro e problema risolto. O meglio: risolto solo il problema delle sparizioni. Anche tralasciando il fatto di essere un maniaco del controllo, penso sia normale volerli tenere costantemente in un ambiente protetto.
    Dopo aver risparmiato e sfruttato sconti vari ho acquistato prima una gabbia di degenza con le ruote e, in seguito, una fissa. Entrambe hanno più pedane e si sviluppano in larghezza e in altezza. Sono abbastanza capienti da contenere la vaschetta con la lettiera, almeno tre ciotole (acqua, pappa umida e croccantini), palline, tiragraffi, erba (saltuariamente) e cuscini con coperte o cucce.
    Ecco qui tutti i miei attrezzi di lavoro:

    Qua dentro i gatti da inserire hanno soggiornato temporaneamente per abituarsi al contatto umano e alla presenza degli altri gatti (inclusi quelli con i quali, fuori, litigavano). Gli stessi gatti che fuori litigavano ora dormono vicini, giocano e si strusciano tra loro.
    Le gabbie sono servite anche per tenerli pronti alla ricattura col trasportino per portarli dal veterinario per la castrazione. Adesso sono adibite alla degenza, a meno che non compaiano altri gatti all’orizzonte o non ne arrivi qualcuno da una colonia.

    Avere una fase di inserimento significa dilatare ulteriormente i tempi per svolgere tutte le faccende gattesche. Prima di far girare per casa i gatti positivi i sani vanno chiusi nella camera da letto. Siccome ormai sanno cosa succede quando cerco di attirarli nella stanza, qualcuno evade in cucina o si nasconde da qualche parte perché non si vuole che chiuda la porta.
    Alla fine devo dedicare sempre qualche minuto al loro recupero, ma è necessario per non farli entrare in contatto. Sarebbe sicuramente tutto molto più semplice e meno dispersivo lasciarli girare tutti senza restrizioni, ma non si può.

    Una volta aperta la porta dell’altra camera i gatti positivi girano per casa, se ne hanno voglia. A quel punto pulisco le lettiere, le coperte, le cucce e il pavimento. Cambio l’acqua, aggiungo i croccantini dove mancano e metto la pappa fresca nelle ciotole. Procedo anche al recupero delle palline, che di solito trovo nei posti più disparati.
    Adesso non c’è più questo pericolo, quindi posso operare all’interno della gabbia di degenza senza tanti patemi d’animo. Ma in passato è capitato che dovessi fare attenzione che il gatto di turno in degenza non scappasse e si azzuffasse con gli altri coinquilini. Di conseguenza dovevo chiudermi in stanza lasciando i gatti fuori, aprire la gabbia di degenza facendo attenzione che il gatto ospitato non scappasse (sarebbe stato problematico il recupero), pulire la gabbia, la lettiera e le coperte, cambiare l’acqua e le ciotole con la pappa appena messa.
    Probabilmente sembra una cosa da nulla, ma ci vuole tanto tempo per svolgere queste attività, soprattutto quando ci sono gatti in isolamento. In una parola: è estenuante. Finita la procedura – che ripeto tre volte al giorno – i gatti rientrano nella stanza e mangiano, giocano o vanno sul letto a dormire.

    Ritorniamo su questo punto: l’isolamento. Tenere isolati dei gatti vuol dire osservare un rispetto quasi maniacale di abitudini e orari. I sani sono sempre liberi, ma vengono chiusi in camera da letto quando faccio girare i positivi. Non posso limitarmi a entrare velocemente nella stanza di questi ultimi: primo perché voglio far girare per casa anche loro e secondo perché devo fare continuamente avanti e indietro per cambiare le ciotole, mettere la pappa e l’acqua fresca, pulire le lettiere, il pavimento, le coperte e le cucce, aprire o chiudere le persiane. Quindi devo poter andare avanti e indietro con un certo grado di libertà, e comunque qualche gatto potrebbe sempre sgusciare fuori o dentro nonostante un atteggiamento accorto e prudente. A questo punto abbiamo i gatti sani chiusi e i positivi in giro per casa. Anche in questo caso devo suddividere i turni tra quelli nella stanza e l’altro separato da tutti, altrimenti li terrei tutti insieme.

    Oltre alle varie fasi di pulizia e approvvigionamento dedico sempre qualche minuto al gioco. Quasi tutti gradiscono le palline, che devo cercare e recuperare ogni volta per non comprarne venti al giorno. Con queste giocano sia quando le lancio sia quando chiudo la porta e le lascio sul pavimento.
    Poi ci sono i vari controlli visivi per vedere se qualcuno è dimagrito, ha problemi a mangiare o a camminare, ha perso ciocche di pelo, etc. Soprattutto con i gatti positivi, come ho avuto modo di constatare, la situazione può precipitare dall’oggi al domani. Agli occhi di chi non si occupa di gatti può sembrare tutto un’inezia, ma non si parla quasi mai della tensione emotiva che c’è quando si apre una semplice porta di legno e si spera di non vedere il corpo senza vita di un gatto. Ma anche quando è ancora vivo e mostra i sintomi altamente debilitanti della FIV o della FELV (o di entrambe) non puoi più tirare un sospiro di sollievo. Mai più.

    A quel punto non è più questione di se, ma di quando. È un conto alla rovescia che vorresti non raggiungesse mai lo zero. Inizia la spola dal veterinario (nel mio caso ci sono volontari e volontarie che mi danno un passaggio in auto, altrimenti a piedi avrei difficoltà ad arrivarci) e l’illusione di poter ribaltare la situazione. Cerchi di prepararti mentalmente all’addio, ti ripeti scuse che andrà in un posto migliore e non soffrirà più. Sono tutte cazzate: non si è mai pronti all’addio.
    Apro una parentesi. Non credendo nemmeno nel Ponte dell’arcobaleno, per me la morte è semplicemente un differente stato della materia organica. Spero solo che gli atomi dispersi nell’ambiente non contribuiscano a creare un altro essere umano, ché quelli dovrebbero solo sparire dalla faccia del pianeta. Chiudo la parentesi.
    Quando arrivi al punto di non ritorno pensi solo che avresti dovuto farlo entrare in casa prima che si ammalasse. Pensi che l’hai accolto per salvarlo, anche se alla fine muore lo stesso. Pensi che forse si sarebbe potuto godere la vita in libertà, anche se sai che là fuori sarebbe potuto morire molto tempo prima e in modo ben peggiore.

    Non pensi che, anche se per poco, è stato al sicuro e amato. Non pensi di averlo salvato, se poi muore lo stesso. E così, alimentando la spirale, pensi a chi è ancora là fuori, a chi vaga in cerca di cibo e un riparo, a chi scappa dai cani o dalle persone, a chi si sta spegnendo sull’asfalto dopo essere stato investito, a chi sta morendo in questo stesso momento senza aver mai ricevuto una carezza. Pensi solo alle cose brutte, perché sai che al mondo le cose belle sono poche, e quasi mai riservate agli animali. Pensi a tutti gli idioti che spendono la propria ricchezza in scemenze, immaginando che, se fossi tu a essere ricco economicamente, destineresti milioni di euro solo per aprire un rifugio che possa ospitare milioni di gatti.
    Non ti interessano i ringraziamenti o gli encomi; al massimo qualche donazione di tanto in tanto, ma si vede sempre col binocolo e non è mai realmente risolutiva.

    Che tu faccia qualcosa o non faccia niente, raramente c’è la sensazione di aver deciso correttamente. Ma lo fai, anche se a volte qualcuno ti giudica male, ti rema contro o ti boicotta. Che poi è la stessa gente che dispensa consigli a destra e a manca senza mai muovere un muscolo per i gatti. Peccato che, se tutti facessimo qualcosa, il peso sostenuto da pochi verrebbe alleviato.
    Lo fai nonostante la perenne carenza di risorse e il dolore accumulato. A ogni addio il tuo cuore si sgretola e ucciderebbe metaforicamente chiunque, ma tu sei immortale perché sai di non poter cedere allo sconforto.
    Lo fai nonostante gli errori commessi, sapendo che non ripeterai gli stessi, ma anche che ce ne saranno di nuovi pronti a castigarti, come se una forza onnipotente tentasse di convincerti a smettere.
    Lo fai sapendo che niente e nessuno ti convincerà mai a desistere.

    Vittorio Tatti

    https://aspettandolestinzioneumana.wordpress.com/2024/05/13/unocchiata-nella-casa-di-un-gattaro/

    #adozione #amore #casa #gattaro #Gatti #morte #rifugio #salvezza #speranza

  12. Con questo resoconto di viaggio inizia la collaborazione con Arianna, che per lo spirito di avventura che la contraddistingue mi vien da definirla “una piccola Walter Bonatti”.

    leggi: wp.me/pjP1E-x49

    #avventura #bussola #Finlandia, #helsinky, #lapponia, #parco #rifugio #rovaniemi #saariselka #Turismo #Urho #Kekkosen #viaggi #zaino

  13. Con questo resoconto di viaggio inizia la collaborazione con Arianna, che per lo spirito di avventura che la contraddistingue mi vien da definirla “una piccola Walter Bonatti”.

    leggi: wp.me/pjP1E-x49

    #avventura #bussola #Finlandia, #helsinky, #lapponia, #parco #rifugio #rovaniemi #saariselka #Turismo #Urho #Kekkosen #viaggi #zaino

  14. Con questo resoconto di viaggio inizia la collaborazione con Arianna, che per lo spirito di avventura che la contraddistingue mi vien da definirla “una piccola Walter Bonatti”.

    leggi: wp.me/pjP1E-x49

    #avventura #bussola #Finlandia, #helsinky, #lapponia, #parco #rifugio #rovaniemi #saariselka #Turismo #Urho #Kekkosen #viaggi #zaino