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#appartenenza — Public Fediverse posts

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  1. L'unica cosa che conta è appartenere al Signore.

    Riflessione sulla 1ª Lettura di giovedì 6 novembre 2025

    donpi.it/siamo-del-signore/

    #riflessioni #laparoladelgiorno #appartenenza

  2. Le elezioni del 1987: voto del Sud e “voto di appartenenza”

    Osservando i risultati elettorali espressi grazie ai voti dei cittadini italiani il 14 giugno 1987, si registra una discesa netta del Partito Comunista che perde il 3,3% rispetto al 1983; la DC risale del 2,4% e il PSI del 2,9%. La novità principale, però, fu l’ascesa di due nuovi movimenti: la Lega e i Verdi. La prima registrò un incremento dallo 0,6% del 1983 al 1,8% del 1987. I Verdi, invece, non si erano mai presentati in Italia, e in questa loro prima apparizione riuscirono ad approfittare del notevole e clamoroso successo ottenuto dagli ambientalisti tedeschi nel medesimo anno. Inoltre, anche l’opinione pubblica italiana era ormai diventata sensibile a queste problematiche soprattutto a causa della tragedia avvenuta nel marzo del 1986 a Cernobyl in Ucraina, dove era esploso un reattore di una centrale elettro-nucleare. Un altro dato elettorale interessante fu una «meridionalizzazione del PSI e della DC, assi portanti del governo» <46, che «costituisce un ulteriore sintomo di una partitocrazia in crisi, la cui stabilità poggia su un ampio ed eterogeneo blocco sociale […], tutti portatori di interessi contraddittori tra loro, ma tenuti insieme dalla politica del debito pubblico» <47. Effettivamente «nessuna forza politica ha il coraggio di affrontare il problema dei conti in rosso dello Stato, che servono a sostenere un consenso alla partitocrazia, sempre più ridotto a uno scambio voti-benefici. Neppure la congiuntura economica favorevole induce governo e opposizione a intervenire con una manovra che arresti la voragine sempre più profonda del debito pubblico» <48.Garante elettorale della tenuta di questo blocco sociale fu, dunque, il Sud Italia dove si rafforzarono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista che, invece, regredirono nelle regioni settentrionali. Il risultato fu l’acuirsi della spaccatura – questa volta politica – tra le due aree principali della penisola italiana: nelle regioni settentrionali, dove era diffusa un’economia chiusa di tipo localistico, si unirono in nome dell’appartenenza al Nord Italia – in particolare nelle zone rurali del Veneto e le pendici alpine nel Bergamasco e nel Varesotto in Lombardia – tantissimi cittadini provenienti da ogni strato sociale. Quindi fu solamente la base geografica il pilastro fondante del fenomeno leghista nella valli del Nord; il messaggio politico di questa nuova forza parlava addirittura di separazione del settentrione dal resto dell’Italia; ciò allora poteva anche far sorridere, ma il vero obiettivo era rappresentato da un segnale che nessuno dei partiti riuscì – ingenuamente – a captare: in quel messaggio era sottesa una critica fortissima al sistema dei partiti e allo stato italiano proveniente dalle regioni a sviluppo avanzato che ambivano a posizionarsi ai primi posti al livello di benessere in tutta l’Europa. Solitamente queste zone avevano espresso sempre consensi moderati, spesso a favore della Democrazia Cristiana. L’ondata di seguaci che registravano le idee leghiste fece scattare inizialmente un paragone con il movimento dell’Uomo Qualunque di Giannini, ma era un confronto che non calzava e che finì pure per risultare deviante e dannoso per la classe dirigente italiana, miope nel valutare l’accaduto e le profonde ragioni di un dissenso che negli anni seguenti segnò in maniera determinante l’incedere dei fatti politici in Italia. Il pericolo che percepivano queste regioni era che la crescita economica che stavano registrando potesse bloccarsi a causa della classe politica che sperpera «il denaro pubblico, ostacola il dinamismo produttivo con la sua pletorica burocrazia, alimenta con finanziamenti a pioggia il Mezzogiorno parassitario, riserva inesauribile di voti clientelari. La “questione meridionale” […] è diventata un peso intollerabile che rischia di trascinare verso il basso anche le regioni più opulente. […] La reazione è così violenta da rimettere persino in discussione l’unità nazionale. […] Dall’autonomia municipale si passa a un discorso più complesso sul federalismo, teorizzato da Gianfranco Miglio, studioso di diritto costituzionale» <49. Umberto Bossi, unico senatore ad essere stato eletto in seguito alle elezioni politiche del 1987, tradusse il nuovo messaggio in slogan propagandistici di anti-meridionalismo, «ai limiti del vero e proprio razzismo» <50 contro il meridione parassita, che viveva grazie agli sforzi e alla produttività settentrionale. «Si deve tornare proprio alle origini localistiche per interpretare correttamente anche i disvalori così enfaticamente proclamati» <51, addirittura da cittadini meridionali che dopo essersi trasferiti al Nord Italia hanno aderito a questi movimenti diventando «più nordisti dei nordisti» <52. Si scatenò anche un’ulteriore polemica da parte dei leghisti che attaccavano Roma e i romani, identificandoli come tana e testimoni dei vizi e del parassitismo, difendendo Milano e i milanesi, centro fertile grazie agli abitanti produttivi. «Insomma il territorio contro la politica. […] Ideologia e religione erano state i punti di riferimento essenziale delle comunità locali […]. Il declino ideologico e religioso spezza i legami della rete comunitaria con la politica, fino a produrre un risentimento antipolitico che si traduce anche in avversione allo Stato nazionale, caduto nelle mani dei partiti» <53. La X Legislatura si aprì con le elezioni del 1987, che videro in fase di miglioramento tra i grandi partiti solamente la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista guidato da Bettino Craxi. In ogni caso, il successo si rivelò al di sotto delle aspettative del leader della compagine socialista, il cui leader si convinse che, per quanto il suo partito fosse salito di 5 punti percentuali da quando egli ne era il segretario, era comunque costretto a rimanere «una forza politica di medie proporzioni […]. In altri termini, Craxi rinunciava alla battaglia sulla presidenza del Consiglio e si accomodava all’esecutivo […]. Non intuiva il ribollire sotterraneo della società civile e non vedeva sul cielo internazionale le nuvole che annunciavano la tempesta. Proprio quando sarebbe stato necessario muoversi […], il segretario socialista si chiude all’interno dei palazzi senza neppure accorgersi dell’assedio ormai in atto» <54.
    [NOTE]
    46 S. COLARIZI, Op. cit., p.167
    47 Ibidem
    48 Ivi, p.160
    49 S. COLARIZI, Op. cit., p.168
    50 Ivi, p.169
    51 Ibidem
    52 Ibidem
    53 Ibidem
    54 S. COLARIZI, Op. cit., p.173
    Armando Pedone, Il Partito Comunista Italiano nella storia della Prima Repubblica: dalla solidarietà nazionale alla scissione del 1991, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2015-2016

    #1987 #antiMeridionalismo #appartenenza #ArmandoPedone #BettinoCraxi #DC #elezioni #GianfrancoMiglio #Lega #Nord #politiche #PSI #Sud #UmbertoBossi #Verdi #voto

  3. Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva

    Lo scontro politico tra modernizzatori e conservatori fu culturalmente accompagnato da fenomeni sociali che trovarono difficile ascolto e precaria attenzione. L’Italia del secondo dopoguerra era riuscita a trasformarsi nella sua veste istituzionale, politica ed economica ma i primi vent’anni di storia repubblicana sembravano rimandare l’altro aspetto del rinnovamento, quello socio-culturale. Abbiamo già richiamato l’attenzione sull’importanza di considerare il concetto di modernizzazione come un concetto totale, che includa cioè non solo gli aspetti più visibili di un cambiamento ma anche quelli più profondi, i quali, toccando le strutture antropologiche di una società, si dimostrano capaci di creare un consenso più genuino di quanto possa fare l’approvazione di un algido codice giuridico.
    Ora, gli spazi entro i quali l’assenza o il ritardo di questa seconda trasformazione meglio si possono osservare sono quelli della famiglia, in cui per certi versi colpevole, per altri innocente appare il retaggio culturale di alcune tradizioni, gli istituti scolastici, in cui manca una progettualità riformatrice, e infine la fabbrica, luogo dove emerge più potente l’esclusione della classe lavoratrice dal processo di modernizzazione.
    Vediamo dunque come, ciascuno a suo modo, questi spazi siano attraversati da una forma di inclusione repressiva.
    Famiglia. Le testimonianze che sono state raccolte in un prezioso studio del 1988 di Luisa Passerini, “Autoritratto di un gruppo”, e che segnano una specie di autobiografia collettiva di quella generazione che fece il Sessantotto, mostrano da diverse angolazioni quanto problematico fosse il rapporto che questa ebbe con la famiglia. Nell’Italia delle passioni politiche, del boom economico e dell’immigrazione venivano a coagularsi in questo vissuto privato stimoli e circostanze che producevano incomprensioni, distanze, scontri e rifiuti non ricomponibili.
    Poteva ad esempio accadere che, pur aderendo alla stessa fede politica di famiglia, alcuni vivessero con incomprensione ciò che, privatamente ostentato con orgoglio, veniva pubblicamente nascosto o stentava a trovare un riconoscimento identitario. Era questo il caso di Franco Russo: “Io sono di famiglia proletaria, mio padre era falegname e mia madre ha fatto la portiera, insomma i quattro quarti di nobiltà proletaria. Mio padre è socialista da sempre e mi portava ai comizi, però bisognava nascondere l’«Avanti!». Mio padre non è stato aiutato dal suo partito a fare della condizione di proletario un punto di identità sociale, è stato un continuo mascheramento di questa identità. C’è sempre stata una zona d’ombra in cui si è vissuti in casa” <95.
    In altri casi, come in quello di Maria Teresa Fenoglio, la distanza con la famiglia era strettamente legata a quella incomunicabilità che risentiva del peso della tradizione sia in modo diretto, cioè come oggettiva difficoltà a confrontarsi con il cambiamento di costume in atto, sia in modo indiretto, cioè come incapacità soggettiva, anche in presenza di un’apertura mentale, di accettare fino in fondo la rottura di alcuni tabù culturali: “Mia madre era in tutto e per tutto meridionale, portava la cultura mediterranea della suggestione magica, del malocchio. Mi era impossibile identificarmi con un materno così minaccioso, legato alla grande potenza della madre benefica e malefica. Un altro elemento materno era il piacere dell’esibizione, che mia mamma aveva moltissimo, le unghie rosse laccate, la gonna stretta, il trucco. Quando nell’adolescenza tentavo di imitarla, il risultato era un grande senso di depressione, perché mi giudicavo. Non potevo piacermi in quella maniera, perché dal punto di vista delle scelte ideali ero con mio padre – socialdemocratico, poi socialista, uno dei pochi comandanti delle Garibaldi non comunisti: idee democratiche, convinzione di essere superiore agli altri, per noi non contano i beni materiali. La rottura con mio padre è poi avvenuta con la mia scelta di libertà sessuale” <96.
    Ma a segnare lo scontro era la distanza tra l’orgoglio di appartenere ad una storia proletaria e l’imitazione di modelli sociali che invece garantivano la promozione sociale, sporcando così quella dignità dovuta alla fierezza della propria differenza. È questo il ricordo di Marino Sinibaldi: “Io sono nato in un quartiere a forte tradizione anarchica e socialista, mio nonno era fornaciaio, e nella piazza c’è sempre stato attaccato «Umanità nuova», oltre all’«Unità». Ma io andai al liceo Mamiani, e c’è dietro una storia patetica familiare. Mia nonna lavava i panni di gente ricca che abitava nel quartiere Prati e mia madre mi raccontò, che ero già grande, che quando era piccola accompagnava mia nonna a prendere e a portare i panni e passava davanti al Mamiani e vedeva questi ragazzi bellissimi con le automobili. E lei si è battuta moltissimo perché andassi al Mamiani, mentre per la territorialità mi sarebbe spettato un altro liceo. Quando me l’ha rivelato, ho radicalizzato il mio odio per questa scuola, naturalmente” <97.
    A volte il dramma dell’abbandono e il peso di un’educazione tradizionale erano così forti da trasformare l’estraneità nei confronti dei propri genitori in un rifiuto totale della famiglia. Così Roberto Dionigi: “Gli estremi: miniborghesia, due insegnanti, uno di ginnastica, uno di lettere. Vivono di lavoro, senza niente alle spalle, mio nonno paterno era oste, quell’altro era un maresciallo dei carabinieri in Sicilia. Tante bastonate, grande pedagogia fascista. Non ho niente in casa, nessun bagaglio di memoria, dalla famiglia non mi viene nulla” <98.
    Quello che queste voci sembrano dire è che a mancare fu quel valore di testimonianza – di fragilità, di esempio, di difficoltà a scegliere la giusta educazione in un momento in cui il paese stava cambiando – proprio delle figure parentali che avrebbe costruttivamente accompagnato i figli nella complessità di crescere in un momento come quello che l’Italia stava vivendo. L’assenza di questo valore spinse spesso a scegliere tra le stesse figure parentali, scelta che, data l’impossibilità di confrontarsi criticamente con il peso di una tradizione o di un’appartenenza, lasciò insoddisfatti e soli, rendendo la famiglia stessa come luogo di non identità.
    Non stupisce allora come il sentimento che molto spesso prevalse in questa generazione fu l’identificazione in un rifiuto radicale: la scelta di essere orfani. Lo ricorda, ad esempio, Fiorella Farinelli con un senso estremo di liberazione: «La più bella scritta sui muri della mia facoltà, me la ricordo in maniera nettissima, di tutte quelle che c’erano: “Voglio essere orfano”. L’ho condivisa, l’ho fotografata, mi sono portata il manifesto a casa, era quella che a me piaceva di più: “Voglio essere orfano”» <99. E tanto sentita appariva la verità di quella frase che essa finì per allargarsi anche alle altre istituzioni della società: «Non siamo figli, né padri di nessuno, siamo uomini che non vogliono credere in niente e a nessuno: senza dio, senza famiglia, senza patria, senza religione, senza legge, senza governo, senza Stato, senza polizia […]. Ecco, siamo dei bastardi» <100 – avrebbe scritto un gruppo di Provos milanesi in un foglio volante alla metà degli anni Sessanta.
    Ora, il rifiuto radicale dell’appartenenza alla famiglia era la soluzione estrema a cui molti giunsero data appunto l’impossibilità di un confronto interno con quegli aspetti, materiali e culturali, a cui la modernità richiamava.
    D’altra parte, però, si poteva assistere alla reazione contraria: posti davanti alla modernità metropolitana, la famiglia appariva non come luogo da cui fuggire ma come luogo in cui rifugiarsi dalla perdizione e dalla corruzione indotte da quella stessa modernità. Questo aspetto toccava prevalentemente il mondo degli immigrati: molto spesso le difficoltà oggettive in cui si trovarono a muoversi le famiglie meridionali – alloggio, ricerca di un posto di lavoro e un generale senso di straniamento indotto dalla città e dai suoi atteggiamenti razzisti – rendevano questo l’unico spazio sicuro, sia in termini economici – in famiglie numerose il lavoro di uno dei membri poteva provvedere a compensare i bisogni primari degli altri nelle fasi di assestamento o di crisi -, sia in termini socio-culturali – tanto profonda era la differenza tra città e campagna da preferire la riproposizione di valori tradizionali davanti ad un mondo che incuteva timore <101.
    Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva: o perché, culturalmente non aperta, poteva difficilmente costituirsi come spazio di dialogo e di confronto gravata dal peso innocente di tradizione ed appartenenza, o perché, culturalmente chiusa, sostituiva alla lontananza e all’incertezza dei nuovi diritti la sicurezza e l’intimità della tradizione. In tutto questo, la responsabilità politica stava nell’incapacità di intuire quale riflesso determinante avrebbe avuto gestire in modo diverso il processo di trasformazione sociale, rendendo meno difficoltosa nei suoi ostacoli immediati la trasformazione antropologica: gli scarsi investimenti, sia materiali che culturali, nel settore della formazione avrebbero appunto dimostrato questa incuria.
    [NOTE]
    95 Passerini, Autoritratto di un gruppo, cit., p. 44.
    96 Ivi, p. 53.
    97 Ivi, p. 45.
    98 Ivi, p. 47.
    99 Ivi, p. 46.
    100 Citato in A. De Bernardi – M. Flores, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998, p. 167.
    101 Uno dei capolavori cinematografici del neorealismo italiano girato da Luchino Visconti nel 1960, Rocco e i suoi fratelli, ha colto molto bene questa dinamica di scontro della famiglia immigrata con la metropoli. L’incontro con la modernità viene qui proposto, inter alia, secondo la prospettiva della giustizia democratica: davanti al diniego e alla disapprovazione della famiglia, la scelta di Ciro di denunciare alla polizia l’omicidio compiuto dal fratello Simone rompe in questo senso quella solidarietà meridionale tradizionalmente legata allo ius sanguinis per aprirsi alla fiducia nelle istituzioni moderne.
    Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

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  4. Per quanto mi riguarda, l'unica cosa di cui mi fregio è sapere di appartenere a Cristo.

    Riflessione sulla 1ª Lettura di giovedì 5 settembre 2024

    donpi.it/voi-siete-di-cristo/

    #riflessioni #sapienza #appartenenza

  5. Per quanto mi riguarda, l'unica cosa di cui mi fregio è sapere di appartenere a Cristo.

    Riflessione sulla 1ª Lettura di giovedì 5 settembre 2024

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  6. Il #21Maggio, Giornata mondiale della #DiversitàCulturale per il #dialogo e lo #sviluppo, suggeriamo da #ItalianoLinguaDue la lettura #OpenAccess di uno studio sulle #rivendicazioni #identitarie emerse dalla #LetteraturaMigrante italiana quale risposta a #discriminazione e politiche anti- #immigrazione, con un’analisi del passaggio dall’uso del termine “negro” a “nero”, e sull’importanza dell’ #ibridazione e delle identità molteplici.
    ⬇️

    doi.org/10.54103/2037-3597/219

    #negritudine #appartenenza

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  10. Il suprematismo non bianco

    rizomatica.noblogs.org/2024/02

    Chi è Norendra Modi, questo collega indiano di Donald Trump e di Vladimir Putin, questo simbolo dell’orgoglio induista e questo catalizzatore dell’energia capitalista, che ha catapultato l’India ancestrale verso il globalismo? Modi salì all’attenzion

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  11. Il suprematismo non bianco

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