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Progetti di promozione della lettura: 10 attività per creare una comunità di lettori
Indice dei contenuti
TogglePromuovere la lettura non significa semplicemente convincere qualcuno a leggere di più. Significa creare occasioni in cui i libri possano essere scoperti, discussi, consigliati e messi in circolazione.
Una recensione pubblicata su un blog, un gruppo di persone che si incontra ogni mese per discutere dello stesso romanzo, una libreria che organizza una presentazione, una biblioteca che porta i libri fuori dai propri spazi o un podcast che racconta opere poco conosciute sono esperienze molto diverse. Eppure hanno qualcosa in comune: trasformano la lettura da attività individuale a esperienza condivisa.
Le iniziative per promuovere la lettura possono nascere praticamente ovunque e non richiedono necessariamente grandi finanziamenti o strutture complesse. Possono partire da un lettore, un blogger, una piccola libreria, un’associazione o un gruppo informale.
Le esperienze istituzionali mostrano, inoltre, quanto sia importante un altro elemento: fare rete. I Patti per la lettura promossi dal Centro per il libro e la lettura, per esempio, considerano la lettura un valore sociale da sostenere attraverso l’azione coordinata di soggetti pubblici e privati; anche il riconoscimento Città che legge valorizza le collaborazioni tra biblioteche, scuole, librerie e associazioni. (Centro per il Libro)
Vediamo allora quali attività si possono organizzare e, soprattutto, come trasformare tante piccole iniziative isolate in un vero progetto di promozione culturale.
Cosa significa promuovere la lettura
La promozione della lettura comprende tutte quelle attività che cercano di facilitare l’incontro tra una persona e un libro.
Non significa necessariamente promuovere un determinato titolo. L’obiettivo può essere più ampio: stimolare curiosità, favorire la scoperta di nuovi autori, creare occasioni di confronto oppure raggiungere persone che normalmente frequentano poco libri e biblioteche.
È questa dimensione sociale a rendere particolarmente interessanti i progetti di promozione della lettura.
Il libro smette di essere soltanto un oggetto acquistato e letto individualmente e diventa il punto di partenza per una conversazione.
Non a caso, le iniziative nazionali dedicate alla lettura coinvolgono soggetti molto diversi. Libriamoci, per esempio, mette in relazione scuole, lettori volontari, autori, case editrici, associazioni e numerose realtà culturali; l’edizione 2026 ha coinvolto quasi 3.000 istituti e oltre 7.500 attività. (Centro per il Libro)
Ma non occorre partire da progetti di queste dimensioni.
Si può cominciare da molto meno.
1. Creare un gruppo di lettura
Una delle iniziative più semplici è riunire alcune persone intorno allo stesso libro.
Un gruppo di lettura può nascere in una biblioteca o in una libreria, ma anche in un’associazione, in un bar, in un luogo di lavoro oppure completamente online.
Il suo valore non consiste soltanto nel convincere le persone a leggere un libro. Succede qualcosa di più interessante: ogni partecipante porta nella discussione una lettura diversa della stessa opera.
Un personaggio che qualcuno considera insopportabile può essere il preferito di un altro. Una pagina apparentemente secondaria può diventare il centro della discussione. Il contesto personale dei lettori modifica continuamente il significato attribuito al testo.
È proprio questa dimensione collettiva a rendere il gruppo uno strumento particolarmente efficace di promozione della lettura.
Gruppo di lettura: cos’è, come funziona e come organizzarne uno.
Non è necessario partire con venti partecipanti. Anche cinque o sei persone che si incontrano regolarmente possono creare una piccola comunità capace, nel tempo, di attirare nuovi lettori.
2. Organizzare incontri con autori e autrici
Le presentazioni di libri sono probabilmente una delle attività culturali più diffuse. Ma possono facilmente trasformarsi in qualcosa di prevedibile:
introduzione → presentazione dell’autore → riassunto del libro → domande finali.
Per promuovere davvero la lettura può essere più interessante costruire l’incontro intorno a un argomento, anziché esclusivamente intorno al libro da vendere.
Un romanzo sul lavoro può diventare l’occasione per discutere di precarietà. Un libro ambientato in un piccolo paese può aprire una conversazione sullo spopolamento. Un saggio ambientalista può coinvolgere associazioni locali.
Il libro diventa così uno strumento per entrare nel mondo, anziché il semplice oggetto di una presentazione promozionale.
Questo approccio può aiutare anche gli autori emergenti, che difficilmente possono contare sulla notorietà del proprio nome per attirare pubblico.
3. Utilizzare recensioni e blog per far scoprire nuovi libri
Anche scrivere di un libro è un’attività di promozione della lettura.
Una buona recensione non dovrebbe limitarsi a stabilire se un’opera sia bella o brutta. Può spiegare perché valga la pena confrontarsi con quel testo, metterlo in relazione con altri libri, ricostruirne il contesto oppure partire dalle sue pagine per affrontare questioni più ampie.
In questo senso, blog letterari, riviste online e siti culturali possono funzionare come luoghi di mediazione tra libri e lettori.
È particolarmente importante quando si parla di opere che non dispongono di grandi campagne pubblicitarie. Un piccolo editore, un autore emergente o un libro pubblicato diversi anni prima possono trovare nuovi lettori proprio grazie a qualcuno che decide di tornare a parlarne.
Recensioni libri da leggere: scopri come fare la recensione di un libro.
Le recensioni hanno inoltre una caratteristica che un incontro fisico non possiede: rimangono reperibili nel tempo. Un articolo pubblicato oggi può portare qualcuno a scoprire un libro anche mesi o anni dopo.
4. Creare percorsi di lettura invece di semplici liste di libri
Le liste funzionano bene perché permettono di orientarsi velocemente:
10 libri sulla Resistenza
5 romanzi sul cambiamento climatico
8 libri per conoscere l’anarchismo.Ma possiamo fare qualcosa di più.
Un percorso di lettura mette i libri in relazione.
Per esempio:
un romanzo → un saggio → una testimonianza → un classico → un’opera contemporanea.
Il lettore non riceve semplicemente cinque titoli, ma una possibile strada da seguire.
Una libreria può costruire questi percorsi attraverso un tavolo tematico. Una biblioteca attraverso una bibliografia. Un blogger con una serie di articoli. Un gruppo di lettura scegliendo opere collegate tra loro.
In questo modo la promozione della lettura diventa anche costruzione di senso.
5. Dare spazio ai libri che hanno meno visibilità
Promuovere soltanto i libri già presenti ovunque rischia di amplificare meccanismi che funzionano benissimo anche senza di noi.
Una delle funzioni più interessanti di librerie indipendenti, blogger, gruppi di lettura e piccole realtà culturali è invece la possibilità di portare alla luce ciò che rischia di rimanere ai margini.
Possono essere:
- libri di piccoli editori;
- autori emergenti;
- opere fuori catalogo;
- classici dimenticati;
- traduzioni poco conosciute;
- libri provenienti da altre culture;
- opere difficili da classificare commercialmente.
Non significa scegliere un libro perché è sconosciuto. La qualità rimane essenziale.
Significa però non utilizzare la popolarità come principale criterio di selezione.
La promozione della lettura può diventare così anche uno strumento per difendere la bibliodiversità, permettendo a idee, generi e voci differenti di trovare il proprio spazio.
6. Portare i libri fuori dai luoghi abituali
Biblioteche e librerie rimangono presìdi fondamentali, ma la lettura può essere promossa anche dove normalmente non ci aspetteremmo di incontrarla.
Parchi, mercati, circoli, stazioni, luoghi di lavoro, festival musicali, associazioni, bar e spazi sociali possono diventare luoghi temporanei dedicati ai libri.
Si possono organizzare:
- letture pubbliche;
- piccoli scaffali condivisi;
- scambi di libri;
- presentazioni itineranti;
- reading;
- biblioteche temporanee;
- incontri tematici.
La logica è semplice: invece di aspettare che siano le persone ad avvicinarsi ai luoghi tradizionalmente dedicati alla lettura, sono i libri ad andare incontro alle persone.
Anche i programmi pubblici italiani insistono sull’accessibilità: il Centro per il libro, per esempio, finanzia specificamente progetti bibliotecari destinati a rendere la lettura accessibile anche a persone con difficoltà di lettura o disabilità fisiche e sensoriali. (Centro per il Libro)
7. Utilizzare podcast, video e social senza ridurre il libro a un prodotto
La promozione della lettura oggi passa inevitabilmente anche attraverso strumenti digitali.
Un libro può diventare:
una videorecensione,
una conversazione su YouTube,
una puntata di un podcast,
un’intervista,
un post,
una newsletter,
una discussione online.Il problema nasce quando tutta la comunicazione viene ridotta a:
compra questo libro.
Un contenuto culturale funziona diversamente quando offre qualcosa anche a chi non acquisterà immediatamente l’opera.
Un’intervista può approfondire un problema. Una videorecensione può mettere in relazione più autori. Un podcast può raccontare il contesto storico di un romanzo.
Il libro torna così a essere l’origine di una conversazione.
8. Creare iniziative tematiche
Un altro sistema efficace consiste nello scegliere periodicamente un argomento e invitare realtà differenti a interpretarlo liberamente.
Per esempio:
Terra
Una libreria prepara una selezione di libri.
Un gruppo di lettura sceglie un romanzo.
Un blogger pubblica una recensione.
Un podcast intervista un autore.
Un’associazione organizza un incontro.
Una biblioteca realizza una bibliografia.
Il vantaggio è evidente: nessuno deve fare la stessa cosa, ma tutte le iniziative diventano parti di una conversazione comune.
Anche grandi campagne nazionali utilizzano questa logica. Il Maggio dei Libri, ad esempio, invita cittadini, scuole, istituzioni e realtà culturali a realizzare autonomamente iniziative nelle forme più diverse; nel 2026 la campagna ha lavorato con una rete di 44 partner e migliaia di iniziative diffuse sul territorio. (Centro per il Libro)
La stessa logica può funzionare su scala molto più piccola.
9. Coinvolgere librerie indipendenti e biblioteche
Librerie e biblioteche possiedono qualcosa che online è difficile riprodurre completamente: un rapporto diretto con i lettori e con il territorio.
Possono mettere in relazione persone che magari non si sarebbero mai incontrate.
Una libreria può ospitare un gruppo di lettura, collaborare con un blogger per una presentazione, invitare un piccolo editore o costruire una selezione insieme a un’associazione.
Una biblioteca può coinvolgere scuole, gruppi informali, associazioni e cittadini.
È significativo che anche i programmi pubblici di promozione della lettura insistano sempre più sulla creazione di circuiti culturali integrati, mettendo insieme biblioteche, istituzioni scolastiche e associazioni. (Centro per il Libro)
Il punto, quindi, non è soltanto organizzare più eventi.
È collegare quelli che già esistono.
10. Mettere in relazione iniziative che normalmente rimangono isolate
Immaginiamo questa situazione.
Un blogger pubblica un’ottima recensione.
Una libreria organizza una presentazione sullo stesso argomento.
Un gruppo di lettura sta leggendo un libro simile.
Un podcast intervista uno degli autori.
Se nessuno conosce l’attività degli altri, abbiamo quattro buone iniziative indipendenti.
Ma se queste persone entrano in contatto, può accadere qualcosa di diverso.
Il gruppo di lettura scopre la recensione.
Il blogger segnala l’evento della libreria.
Il podcast invita il libraio.
La libreria ospita il gruppo.
Nasce una collaborazione.
È qui che una serie di iniziative per la lettura comincia a diventare una rete culturale.
Dalla promozione della lettura alla costruzione di una rete
Questo passaggio è forse il più importante.
Promuovere la lettura non significa necessariamente organizzare sempre qualcosa di nuovo. A volte significa semplicemente permettere alle persone che stanno già facendo qualcosa di incontrarsi.
È una logica riconosciuta anche nelle politiche pubbliche dedicate alla lettura. I Patti per la lettura si basano proprio sull’azione coordinata tra soggetti differenti, mentre i programmi Città che legge valorizzano esplicitamente iniziative congiunte e collaborazioni stabili. (Centro per il Libro)
Una rete può condividere:
eventi, recensioni, spazi, competenze, contatti, idee, letture, pubblico.
E soprattutto può evitare che ogni progetto debba continuamente ricominciare da zero.
Un piccolo blog difficilmente possiede il pubblico di una grande piattaforma. Una libreria indipendente ha una capacità di comunicazione limitata. Un gruppo di lettura può avere soltanto dieci partecipanti.
Ma dieci piccole realtà che si segnalano reciprocamente possono raggiungere persone che nessuna di loro raggiungerebbe da sola.
Samizdat: un esperimento di promozione culturale dal basso
È proprio da questa idea che nasce il Progetto Samizdat.
Non vogliamo creare un’organizzazione centralizzata che dica agli aderenti quali libri leggere o cosa pubblicare.
L’obiettivo è costruire una rete tra lettori, gruppi di lettura, blogger, librerie indipendenti, autori, editori, podcast, canali video e altre realtà culturali, lasciando a ciascuno la propria autonomia.
Periodicamente proponiamo temi intorno ai quali possono nascere recensioni, letture, incontri, video, articoli e altre iniziative.
Ma la parte più importante non è produrre tutti lo stesso contenuto.
È far circolare quello che ciascuno sta già facendo e creare occasioni perché nascano collaborazioni nuove.
Se organizzi iniziative dedicate ai libri, gestisci un gruppo di lettura, una libreria, un blog, un podcast o semplicemente vuoi partecipare come lettore, puoi conoscere il progetto e decidere liberamente se entrare nella rete.
Scopri il progetto, presenta la tua attività e indicaci in che modo vorresti collaborare.
Come iniziare un progetto di promozione della lettura
Non è necessario partire da un progetto nazionale, un finanziamento o centinaia di partecipanti.
Si può cominciare con una domanda molto semplice:
Quale libro o quale idea vorrei far circolare, e con chi potrei farlo?
Da lì può nascere una recensione.
Dalla recensione una discussione.
Dalla discussione un gruppo.
Dal gruppo un incontro.
Dall’incontro una collaborazione.
E dalla collaborazione, forse, una rete.
Perché probabilmente il modo più efficace per promuovere la lettura non è continuare a ripetere che leggere fa bene.
È creare situazioni nelle quali leggere diventa qualcosa che vale la pena condividere.
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Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva
Lo scontro politico tra modernizzatori e conservatori fu culturalmente accompagnato da fenomeni sociali che trovarono difficile ascolto e precaria attenzione. L’Italia del secondo dopoguerra era riuscita a trasformarsi nella sua veste istituzionale, politica ed economica ma i primi vent’anni di storia repubblicana sembravano rimandare l’altro aspetto del rinnovamento, quello socio-culturale. Abbiamo già richiamato l’attenzione sull’importanza di considerare il concetto di modernizzazione come un concetto totale, che includa cioè non solo gli aspetti più visibili di un cambiamento ma anche quelli più profondi, i quali, toccando le strutture antropologiche di una società, si dimostrano capaci di creare un consenso più genuino di quanto possa fare l’approvazione di un algido codice giuridico.
Ora, gli spazi entro i quali l’assenza o il ritardo di questa seconda trasformazione meglio si possono osservare sono quelli della famiglia, in cui per certi versi colpevole, per altri innocente appare il retaggio culturale di alcune tradizioni, gli istituti scolastici, in cui manca una progettualità riformatrice, e infine la fabbrica, luogo dove emerge più potente l’esclusione della classe lavoratrice dal processo di modernizzazione.
Vediamo dunque come, ciascuno a suo modo, questi spazi siano attraversati da una forma di inclusione repressiva.
Famiglia. Le testimonianze che sono state raccolte in un prezioso studio del 1988 di Luisa Passerini, “Autoritratto di un gruppo”, e che segnano una specie di autobiografia collettiva di quella generazione che fece il Sessantotto, mostrano da diverse angolazioni quanto problematico fosse il rapporto che questa ebbe con la famiglia. Nell’Italia delle passioni politiche, del boom economico e dell’immigrazione venivano a coagularsi in questo vissuto privato stimoli e circostanze che producevano incomprensioni, distanze, scontri e rifiuti non ricomponibili.
Poteva ad esempio accadere che, pur aderendo alla stessa fede politica di famiglia, alcuni vivessero con incomprensione ciò che, privatamente ostentato con orgoglio, veniva pubblicamente nascosto o stentava a trovare un riconoscimento identitario. Era questo il caso di Franco Russo: “Io sono di famiglia proletaria, mio padre era falegname e mia madre ha fatto la portiera, insomma i quattro quarti di nobiltà proletaria. Mio padre è socialista da sempre e mi portava ai comizi, però bisognava nascondere l’«Avanti!». Mio padre non è stato aiutato dal suo partito a fare della condizione di proletario un punto di identità sociale, è stato un continuo mascheramento di questa identità. C’è sempre stata una zona d’ombra in cui si è vissuti in casa” <95.
In altri casi, come in quello di Maria Teresa Fenoglio, la distanza con la famiglia era strettamente legata a quella incomunicabilità che risentiva del peso della tradizione sia in modo diretto, cioè come oggettiva difficoltà a confrontarsi con il cambiamento di costume in atto, sia in modo indiretto, cioè come incapacità soggettiva, anche in presenza di un’apertura mentale, di accettare fino in fondo la rottura di alcuni tabù culturali: “Mia madre era in tutto e per tutto meridionale, portava la cultura mediterranea della suggestione magica, del malocchio. Mi era impossibile identificarmi con un materno così minaccioso, legato alla grande potenza della madre benefica e malefica. Un altro elemento materno era il piacere dell’esibizione, che mia mamma aveva moltissimo, le unghie rosse laccate, la gonna stretta, il trucco. Quando nell’adolescenza tentavo di imitarla, il risultato era un grande senso di depressione, perché mi giudicavo. Non potevo piacermi in quella maniera, perché dal punto di vista delle scelte ideali ero con mio padre – socialdemocratico, poi socialista, uno dei pochi comandanti delle Garibaldi non comunisti: idee democratiche, convinzione di essere superiore agli altri, per noi non contano i beni materiali. La rottura con mio padre è poi avvenuta con la mia scelta di libertà sessuale” <96.
Ma a segnare lo scontro era la distanza tra l’orgoglio di appartenere ad una storia proletaria e l’imitazione di modelli sociali che invece garantivano la promozione sociale, sporcando così quella dignità dovuta alla fierezza della propria differenza. È questo il ricordo di Marino Sinibaldi: “Io sono nato in un quartiere a forte tradizione anarchica e socialista, mio nonno era fornaciaio, e nella piazza c’è sempre stato attaccato «Umanità nuova», oltre all’«Unità». Ma io andai al liceo Mamiani, e c’è dietro una storia patetica familiare. Mia nonna lavava i panni di gente ricca che abitava nel quartiere Prati e mia madre mi raccontò, che ero già grande, che quando era piccola accompagnava mia nonna a prendere e a portare i panni e passava davanti al Mamiani e vedeva questi ragazzi bellissimi con le automobili. E lei si è battuta moltissimo perché andassi al Mamiani, mentre per la territorialità mi sarebbe spettato un altro liceo. Quando me l’ha rivelato, ho radicalizzato il mio odio per questa scuola, naturalmente” <97.
A volte il dramma dell’abbandono e il peso di un’educazione tradizionale erano così forti da trasformare l’estraneità nei confronti dei propri genitori in un rifiuto totale della famiglia. Così Roberto Dionigi: “Gli estremi: miniborghesia, due insegnanti, uno di ginnastica, uno di lettere. Vivono di lavoro, senza niente alle spalle, mio nonno paterno era oste, quell’altro era un maresciallo dei carabinieri in Sicilia. Tante bastonate, grande pedagogia fascista. Non ho niente in casa, nessun bagaglio di memoria, dalla famiglia non mi viene nulla” <98.
Quello che queste voci sembrano dire è che a mancare fu quel valore di testimonianza – di fragilità, di esempio, di difficoltà a scegliere la giusta educazione in un momento in cui il paese stava cambiando – proprio delle figure parentali che avrebbe costruttivamente accompagnato i figli nella complessità di crescere in un momento come quello che l’Italia stava vivendo. L’assenza di questo valore spinse spesso a scegliere tra le stesse figure parentali, scelta che, data l’impossibilità di confrontarsi criticamente con il peso di una tradizione o di un’appartenenza, lasciò insoddisfatti e soli, rendendo la famiglia stessa come luogo di non identità.
Non stupisce allora come il sentimento che molto spesso prevalse in questa generazione fu l’identificazione in un rifiuto radicale: la scelta di essere orfani. Lo ricorda, ad esempio, Fiorella Farinelli con un senso estremo di liberazione: «La più bella scritta sui muri della mia facoltà, me la ricordo in maniera nettissima, di tutte quelle che c’erano: “Voglio essere orfano”. L’ho condivisa, l’ho fotografata, mi sono portata il manifesto a casa, era quella che a me piaceva di più: “Voglio essere orfano”» <99. E tanto sentita appariva la verità di quella frase che essa finì per allargarsi anche alle altre istituzioni della società: «Non siamo figli, né padri di nessuno, siamo uomini che non vogliono credere in niente e a nessuno: senza dio, senza famiglia, senza patria, senza religione, senza legge, senza governo, senza Stato, senza polizia […]. Ecco, siamo dei bastardi» <100 – avrebbe scritto un gruppo di Provos milanesi in un foglio volante alla metà degli anni Sessanta.
Ora, il rifiuto radicale dell’appartenenza alla famiglia era la soluzione estrema a cui molti giunsero data appunto l’impossibilità di un confronto interno con quegli aspetti, materiali e culturali, a cui la modernità richiamava.
D’altra parte, però, si poteva assistere alla reazione contraria: posti davanti alla modernità metropolitana, la famiglia appariva non come luogo da cui fuggire ma come luogo in cui rifugiarsi dalla perdizione e dalla corruzione indotte da quella stessa modernità. Questo aspetto toccava prevalentemente il mondo degli immigrati: molto spesso le difficoltà oggettive in cui si trovarono a muoversi le famiglie meridionali – alloggio, ricerca di un posto di lavoro e un generale senso di straniamento indotto dalla città e dai suoi atteggiamenti razzisti – rendevano questo l’unico spazio sicuro, sia in termini economici – in famiglie numerose il lavoro di uno dei membri poteva provvedere a compensare i bisogni primari degli altri nelle fasi di assestamento o di crisi -, sia in termini socio-culturali – tanto profonda era la differenza tra città e campagna da preferire la riproposizione di valori tradizionali davanti ad un mondo che incuteva timore <101.
Tanto come luogo di fuga quanto come luogo di rifugio, la famiglia si configurava dunque come un luogo di inclusione repressiva: o perché, culturalmente non aperta, poteva difficilmente costituirsi come spazio di dialogo e di confronto gravata dal peso innocente di tradizione ed appartenenza, o perché, culturalmente chiusa, sostituiva alla lontananza e all’incertezza dei nuovi diritti la sicurezza e l’intimità della tradizione. In tutto questo, la responsabilità politica stava nell’incapacità di intuire quale riflesso determinante avrebbe avuto gestire in modo diverso il processo di trasformazione sociale, rendendo meno difficoltosa nei suoi ostacoli immediati la trasformazione antropologica: gli scarsi investimenti, sia materiali che culturali, nel settore della formazione avrebbero appunto dimostrato questa incuria.
[NOTE]
95 Passerini, Autoritratto di un gruppo, cit., p. 44.
96 Ivi, p. 53.
97 Ivi, p. 45.
98 Ivi, p. 47.
99 Ivi, p. 46.
100 Citato in A. De Bernardi – M. Flores, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998, p. 167.
101 Uno dei capolavori cinematografici del neorealismo italiano girato da Luchino Visconti nel 1960, Rocco e i suoi fratelli, ha colto molto bene questa dinamica di scontro della famiglia immigrata con la metropoli. L’incontro con la modernità viene qui proposto, inter alia, secondo la prospettiva della giustizia democratica: davanti al diniego e alla disapprovazione della famiglia, la scelta di Ciro di denunciare alla polizia l’omicidio compiuto dal fratello Simone rompe in questo senso quella solidarietà meridionale tradizionalmente legata allo ius sanguinis per aprirsi alla fiducia nelle istituzioni moderne.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014#1968 #AndreaBertini #appartenenza #boom #concetto #famiglia #fuga #immigrazione #inclusione #incomunicabilità #Italia #LuisaPasserini #meridionale #modernizzazione #promozione #radicale #repressiva #rifiuto #rifugio #sociale #tradizione
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Eccovi una cosa #allucinante: su invito altrui e promessa che, con una #promozione, avrei ricevuto 3 euro di buono Amazon semplicemente aprendo la app ogni giorno, avevo installato #TikTok e fatto la registrazione, qualche giorno fa. Le premesse, essendo queste, erano buone, non era detto da nessuna parte che avrei dovuto effettivamente usare la #app e bruciarmi il cervello, per cui, l’ho fatto… Solo che ricevevo un errore ogni volta che provavo ad inserire il codice di #invito, e ci ho provato per svariati #giorni, finché ieri il campo per farlo è direttamente scomparso del tutto, presumibilmente perché è passato troppo tempo, e la promozione, valida solo per i nuovi utenti, mi è quindi scaduta. 1 minuto al giorno truffato (non di più, perché i video non li guardavo, lmao, poveri stronzi se pensano che butto il mio tempo così), un pochettino mi rode. 😐️
Ma avevo nel frattempo notato che, non so da quando (sto sulla versione 33.9.4, credo la penultima), hanno finalmente aggiunto un maledetto tasto per salvare in locale i #video creati dalla #fotocamera in-app, senza prima caricarli sul social, quindi ora ‘sta roba #cinese è almeno un po’ più utile. Quindi, anche se ho fatto logout, non ho disinstallato subito la #applicazione, ma ho voluto perdere un po’ di tempo a cercare se ci fosse un qualche modo per aprire direttamente la #videocamera, senza passare per la schermata principale, che richiede login con annessa accettazione dei termini legali. Ricordo che un tempo c’era una voce nel menu popup del launcher di Android per farlo, ma ora non mi appare, quindi la prima cosa che mi è venuta in mente è stata di cercare tra le activity dell’app una che facesse al caso mio… Spoiler: l’ho trovata, ma non serviva; è disponibile direttamente un #widget “TikTok #Camera”, che io non avevo visto subito, ops. Ci sono poi altri widget ed activity che, se non al feed principale, riescono quantomeno a far arrivare alla ricerca, e quindi permettono di navigare la #piattaforma in via anonima ma diretta. (Più altre interessanti, dovrei fare un post a parte?) 🪄️
Il punto è, tra widget di quel tipo ed activity utili, con questi piccoli #trick si riesce ad usare una buona parte delle funzioni non strettamente #social di TikTok senza effettivamente accettare né termini di servizio né politica sulla privacy, e quindi senza legalmente cedere la propria anima a nessuno. Fatene buon uso, suppongo, questa roba è grossa: non hanno il diritto di rubarvi alcun dato in questo stato, e se lo fanno lo stesso allora potete portarli in tribunale, perché voi non avete letto alcun messaggio riguardo i termini né cliccato nessun tasto per accettarli tacitamente o meno… insomma, ci si può divertire con la loro camera senza classiche preoccupazioni, oppure ancora fare ricerche e guardare contenuti senza affidarsi a frontend terzi che ogni tanto si rompono. 😈️https://octospacc.altervista.org/2024/03/24/3-euro-truffati-ma-tanta-goduria-guadagnata/
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