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3 Ragioni per Amare GLOW
Con immenso piacere sto guardando GLOW, arguta serie televisiva del 2017 prodotta e proposta da Netflix. Come molti di voi sapranno, non sono un grande amante dell’audiovisivo contemporaneo, ma caspita, quando ci vuole ci vuole, e nel caso di questa simpatica e irriverente perla i complimenti ci stanno tutti.
Senza fare tanti spoiler, basti dire che l’impianto dell’opera è molto semplice: una commedia surreale ambientata nei pieni anni Ottanta, interamente incentrata sulle avventure di un gruppo di donne che tentato di rilanciare la propria vita nel mondo del wrestling, sotto la guida di un problematico regista di B-movie.
Ora, siccome la serie mi piace, ho pensato di elencare le cinque ragioni per cui vale la pena di sedersi a guardarla, magari davanti a una bella birra con popcorn.
#1 – Gli Anni Ottanta, of course
Ok, siamo d’accordo. Dopo l’ormai decennale saga di Stranger Things, il revival eighties non è certamente una novità, specie sugli schermi di Netflix. Ma in questo caso abbiamo veramente una serie che parla il linguaggio di quell’epoca, senza però appartenere al genere fantastico; e la cosa non è assolutamente così banale. Tuffarsi nelle vicende di queste scalmanate ci fa veramente rivivere, e c le atmosfere dei film statunitensi rigorosamente non mainstream che arrivavano da noi magari tramite l’intermediazione di un’emittente privata, e che cadenzavano la vita di noi nati nel decennio precedente.
#2 – La Musica e Che Musica
Certo, anche in questo caso non assistiamo a nulla di nuovo, e il confronto con Stranger Things diventa per ovvie ragioni obbligatorio. Ma con una differenza sostanziale: che nel caso di GLOW le hit sono scelte in maniera molto meno “epica”, e fanno effettivamente riferimento alla quotidianità di quei tempi. Capita quindi di ascoltare non solo successi piuttosto conclamati, ma anche prodotti di band meno conosciute, gli stessi che magari vengono oggi riproposti in circuiti radiofonici di nicchia alla voce meteore. Della serie, e tanto per fare un esempio, tutti voi conoscete o riconoscerete probabilmente Don’t You Want Me Baby, degli Human League, ma in molti meno ricorderete Destination Unknown dei dimenticati Missing Persons (mai nome fu più azzeccato).
https://www.youtube.com/watch?v=-RqHBfUTIKY&list=RD-RqHBfUTIKY&start_radio=1
#3 – Analogico e Sconnesso
Dirò una cosa forse strana, ma la devo dire. Io odio la necessità di parlare cinematograficamente a tutti i costi di un mondo dove esistono telefonini (parlando di produzioni che ormai possono avere anche una ventina d’anni) e smartphone, con tutte quelle chat improbabili che si aprono a schermo e quella connessione onnipresente che addirittura sconfina nella scienza di Star Trek più che della realtà attuale.
Certo, direte voi. E allora i normalissimi telefoni a filo in film che hanno ormai sessanta o settant’anni alle spalle?
Cosa volete che vi dica. Lo so, la tecnologia prima o poi arriva nella narrazione. Ma il grosso problema è che oggi questa tecnologia sembra cacciata a forza, senza una reale necessità. Insomma, passando per un attimo alla letteratura, la cabina telefonica che troviamo nel romanzo Il Pendolo di Foucault, di Umberto Eco, che guarda caso è un capolavoro, non suona allo stesso modo delle e-mail nel romanzo Il Codice Da Vinci, di Dan Brown, che guarda caso, oltre a non essere un capolavoro, è stato pure spacciato (mi viene da dire, da intelletti già contaminati) per una roba “alla Eco”, affermazione che non potrebbe essere più campata in aria.
Tutto questo per dire che sì, ogni tanto mi piace assistere a qualcosa che riporti in auge il mondo della comunicazione vigente durante la mia infanzia e prima adolescenza. Un mondo che, peraltro, ci vedeva tutti ben più comunicanti di adesso.
#glow #Netflix #tvSeries -
È ufficiale, ormai noi Viaggiatori siamo impazziti.
Su un noto social blu, leggo di persone che raccontano la loro visita in un certo posto, e altri rispondono loro: quello è stato il mio Paese n. 134, mi ci sono trovato benissimo!
Ma come? I Paesi sono diventati dei numerelli da collezione? 😶 Una vera tristezza: l'appiattimento di un intero Paese su di un solo numero, l'oggetto di una collezione personale. Tristezza totale.
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È ufficiale, ormai noi Viaggiatori siamo impazziti.
Su un noto social blu, leggo di persone che raccontano la loro visita in un certo posto, e altri rispondono loro: quello è stato il mio Paese n. 134, mi ci sono trovato benissimo!
Ma come? I Paesi sono diventati dei numerelli da collezione? 😶 Una vera tristezza: l'appiattimento di un intero Paese su di un solo numero, l'oggetto di una collezione personale. Tristezza totale.
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È ufficiale, ormai noi Viaggiatori siamo impazziti.
Su un noto social blu, leggo di persone che raccontano la loro visita in un certo posto, e altri rispondono loro: quello è stato il mio Paese n. 134, mi ci sono trovato benissimo!
Ma come? I Paesi sono diventati dei numerelli da collezione? 😶 Una vera tristezza: l'appiattimento di un intero Paese su di un solo numero, l'oggetto di una collezione personale. Tristezza totale.
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È ufficiale, ormai noi Viaggiatori siamo impazziti.
Su un noto social blu, leggo di persone che raccontano la loro visita in un certo posto, e altri rispondono loro: quello è stato il mio Paese n. 134, mi ci sono trovato benissimo!
Ma come? I Paesi sono diventati dei numerelli da collezione? 😶 Una vera tristezza: l'appiattimento di un intero Paese su di un solo numero, l'oggetto di una collezione personale. Tristezza totale.
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Ormai @GiorgiaMecojoni
pure come capA popolo comincia a perdere colpi(1)(1)aveva detto *esattamente* la stessa battuta quando si era insediata in parlamento, non faceva ridere allora, non fa ridere manco ora
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Ormai @GiorgiaMecojoni
pure come capA popolo comincia a perdere colpi(1)(1)aveva detto *esattamente* la stessa battuta quando si era insediata in parlamento, non faceva ridere allora, non fa ridere manco ora
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Ormai @GiorgiaMecojoni
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Ormai @GiorgiaMecojoni
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Ormai @GiorgiaMecojoni
pure come capA popolo comincia a perdere colpi(1)(1)aveva detto *esattamente* la stessa battuta quando si era insediata in parlamento, non faceva ridere allora, non fa ridere manco ora
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DoJ Seizes 145 Domains Tied to BidenCash Carding Marketplace in Global Takedown – Source:thehackernews.com https://ciso2ciso.com/doj-seizes-145-domains-tied-to-bidencash-carding-marketplace-in-global-takedown-sourcethehackernews-com/ #rssfeedpostgeneratorecho #CyberSecurityNews #TheHackerNews #Seizes
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I believe this is a #misunderstanding of the #purpose of #prayer.
Prayer is not about aligning #God or #gods with your wants—it is about orienting yourself with what is going on and how you, as a #believer, will choose to act.
Instead of sending #prayers for someone who is facing a challenging situation, #pray for #guidance on how you can #support them.
Disclaimer: I am not any kind of ordained #clergy. I simply believe that we all have the option to improve the world we live in.
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Die Laudate-Häus: the thread about the German-speaking congregation of Edinburgh
Looking at a property listing, I thought “why settle for a single mansard1 roof when you can have a double mansard split across 3 levels?“
Homeroyal House on Chalmers Crescent, Marchmont- A mansard roof is a type of roof with two different pitches; a steep lower face which meets a shallow upper face, to create space within for dwelling. ↩︎
This curious-looking block of flats is Homeroyal House a retirement community built on the site of the Argyle Place Church in Marchmont. This unfortunate building burned down in 1974 during renovations when an open flame lamp set fire to paint. This congregation had been founded in 1877 as a United Presbyterian Church (one of the various Presbyterian churches in Victorian Scotland and the third largest by size after the established Kirk and the Free Kirk) for “the use of those interested in… a Congregation which should use unfermented wine at the Communion“. The building was completed and opened in 1880 to the designs of the architect Alex McTavish. The U.P. Church merged with (most of) the Free Church in 1900 to form the United Free Church of Scotland. In 1929 the U.F. Church in turn re-united with the Church of Scotland from which it had historically dissented and its churches became part of the fold of the Kirk.
Argyle Place Church, after the fire.In Victorian Edinburgh, the Kirk, the Free Kirk and the U.F. Kirk frequently occupied the same parishes, resulting in a triplication of churches by 1929 when most had merged back into the Church of Scotland. This, combined with a long term decline in Sunday church-going in the second half of the 20th century resulted in the need to consolidate parishes. In Marchmont, Argyle Place congregation merged with nearby St. Catherine’s Church in the Grange (which had started life with the Free Kirk) in 1968 and was all set to relocate to the former buildings after the renovations were complete. The fire put paid to that plan and instead the latter building became the new home of the united St. Catherine’s Argyle congregation. I suppose the 7-storey corner tower on Homeroyal House kind of echoes the former steeple tower and the dropping roofline too is a nod to what was there before. The dormers in the mansard are actually quite a vernacular tenement roof style (balconies and double storey excepted!).
Animated transition of Argyle Place Church, before the fire, overlaid on Homeroyal HouseJust over the road from Homeroyal is Edinburgh’s German Speaking Congregation: the Laudate Haus in reference to the Laudate Psalms. It is known as the Evangelische Gemeinde Deutscher Sprache in its own language, note that it does not refer to itself as a Church but rather as a Congregation. It is also referred to as German Speaking in recognition that its members share that language but not necessarily that nationality. I will admit that this is one of my absolute favourite little bits of modernism around town, very understated and plain but beautifully leafy and with a thoroughly impressive stained glass curtain wall.
Chalmers Crescent German Speaking CongregationThe abstract stained glass is quite spectacular when seen from the inside and is by Scottish modern artist George Garson who specialised in mosaic, stained glass and concrete relief panels.
The stained glass of the Laudate Haus as seen from within. Photo © SelfAnd what good bit of mid-century is complete without a cantilever?
The Laudate Haus, picture © Lutheran Church of GBThe foundation stone was laid on 20th August 1966, with an inscription from Jeremiah 22:29 reading “O Land, Land, Land, Höre Des Herrn Wort” (“Oh Earth, Earth, Earth, hear the Word of the Lord“) and was completed in 1967 by local practice Reiach & Hall to original designs by German architect Alfred Schildt. It had cost £42,000 to build, with £30,000 coming from the Protestant Church of Germany (EKD) and the remainder raised through donations from other German speaking churches and congregations and the members in Edinburgh itself. It was dedicated in a ceremony on October 14th that year. At 3PM an English-speaking service of thanks took place in Argyle Place Church – Dr Alex King of the Kirk’s Overseas Department being a prominent supporter of the scheme – before moving over the road where Schildt handed over the keys to Pastor Wischmann of the German Church Council, who presented them to Pastor Schwesig to open the door. At 4PM a German-language service was held, with the congregation standing for the occasion as there were as yet no chairs in the church!
The congregation walking across the road from Argyle Place Church on October 14th after the service of Thanksgiving.My thanks to the Rev. Stuart Irvin, previously minister of St. Catherine’s Argyle, for the picture below from the back of the Laudate House. This was taken not long after completion in 1967 and before Argyle Place Church, whose steeple we can see in the background, succumbed to the fire in 1974.
The back of the Laudate House. By courtesy of Rev. Stuart IrvinEdinburgh has been home to a German-speaking Protestant congregation since the late 1850s. The Reverend Herr J. Blumenreich secured halls for worship for “The German Evangelical Church of Edinburgh-Leith” in Queen Street in 1862 from the then United Presbyterian Church (who would found Argyle Place Church 15 years later); these halls were part of its college and Blumenreich was their Hebrew Tutor. At this time there were 800 Germans living in Edinburgh and Leith, and his services attracted upwards of 100.
Johann Friedrich Blumenreich was born into a Jewish family from Schwerin in Prussian Poland in 1820 and converted to the Lutheran Church in 1843 during his apprenticeship as a bookbinder. Intending to become a Christian missionary amongst the Jewish diaspora in England he arrived in London in 1844 via Rotterdam on the ship Giraffe and is recorded signing his details as an Alien. Being unable to speak English he did not succeed in his chosen path and instead fell back to bookbinding, during which time he was then able to learn English. He came to Edinburgh as a missionary in the early 1850s and ministered in the Cowgate and the Canongate, where immigrants to the city often found themselves. He is recorded in 1856 taking part in the annual meeting of the Society for the Relief of Destitute Foreigners and is advertised as offering German and Hebrew classes to the general public. In 1858 he was ordained as a minister within the U.P. Church. He was particularly concerned with the religious instruction of foreigners in his adopted city and was supported by the U.P. Church in circulating printed tracts and scriptures in foreign languages and in preaching in German. It is noted in 1861 that many Germans in the city were occupied as “workers in Bohemian glass“.
The German congregation built its own church under Blumenreich’s guidance, completed in 1881 on Rodney Street (now the Bellevue Chapel) to the designs of James B. Wemyss of Leith who described it as “bare and uninteresting“. The German speaking population of Edinburgh was growing at this time, with skilled workers drawn to the city by the construction of the Forth Bridge and also its booming printing and bookbinding industries.
The Bellevue Chapel, CC-BY-2.0, Stuart CaieBlumenreich retired as minister in 1885 on account of his failing health and died of apoplexy (a stroke) in 1894 aged 70, his occupation at the time of death being “Clergyman of the German Church” and residence 29 Gayfield Square. His wife Janet Holborn predeceased him, dying in 1886. Of his children, William would become the German pastor in Dundee. In 1907, the Edinburgh & Leith post office directory lists the Pastor in Edinburgh as Friedrich Reimer and the Seemanspastor (sailor’s pastor) as Ulrich Thiesen. The Church officer was Otto Bollenbacher of 32 Hay Terrace (Broughton Road).
The congregation disbanded at the start of the First World War; all German men in the country were interred as aliens and the women and children had to return to Germany. The vacant church was taken over by The Christian Brethren, assisted in this by one of the former congregation, the tragic Adolf Theurer. It did not publicly reconvene until over 30 years later when it began to meet again in 1947 as The German Speaking Congregation in Edinburgh in the Holy Trinity Episcopal Church at Dean Bridge. (This building itself had an interesting subsequent history – in 1957 the insides were taken over by the South of Scotland Electricity Board and filled with high voltage transformer equipment, becoming a very discreet National Grid substation. It was only recently converted back to ecclesiastical use.)
Former Holy Trinity Church, as seen from the Dean Village in 2011. CC-by-SA 2.0 Kim Traynor via GeographThere were around 2,500 Germans in the Edinburgh area at this time; former Prisoners of War, Jews who had escaped Germany before the war, an influx of younger woman who had been brought to the country as domestic helps and women who had married British servicemen and returned home with them. Seeking a permanent home, in 1953 the former Glendinnings Dance School in a converted villa at 1 Chalmers Crescent in Marchmont was bought by the Congregation and overhauled to become its first Laudate Haus.
The former dancing hall in use as the Laudate House at 1 Chalmers Crescent.The villa became the manse for the pastor – Rev. Dietrich Ritschl – and the dance hall was used for services. By the early 1960s it became apparent that the building was suffering extensively from dry rot and that it would not be economical to repair it. The pastor and congregation removed to 92 Morningside Drive while the new church was being built, services being held at the Argyle Place Church in the interim.
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#Lochend #Logan #Restalrig #StMargaret -
Oppure sono rimasti al 🌊 🏄♂️ ⚓ 🐳 #mare
Perché oltre ad avere problemi di varia natura, mi pare ormai assodato che molti personaggi nella maggioranza abbiano un rapporto molto difficile con la #geografia
(oltre che con la logica e la... #Storia)
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Lubuntu 25.10: Il ritorno alle origini🕰️⏳
Lubuntu è stata una delle prime distribuzioni Linux che ho provato, e ho dei ricordi bellissimi di come faceva rivivere hardware ormai obsoleto. 👵💻
#opensourceitalia #unolinux #gnulinux #distro #ita #opensource #Lubuntu #LinuxNostalgia #MyFirstDistro #Lubuntu25.10 #TechHistory #VintageComputing #LXQt #OpenSourceITA #LinuxItaliano #Informatica #RicordiLinux
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La vita in Palermo cento e più anni fa.
Gli anni sono ormai più di 200, perché il saggio tratta della fine del Settecento a Palermo, e fu scritto dal filologo siciliano Giuseppe Pitrè. Si può scaricare gratis, in pdf, da:https://liberliber.it/autori/autori-p/giuseppe-pitre/la-vita-in-palermo-cento-e-piu-anni-fa/
#UnoLibri #libri #letteratura #public_domain #cosediscuola #cultura
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L’imputata fu assunta nel negozio come interprete
Fonte: Nicoletta Moccia, Op. cit. infraLa vicenda di questa giovane donna [Sara ČuČek] proveniente dalla Slovenia, accomuna un po’ la situazione di molte ragazze straniere che, iniziata una relazione con un italiano, cercano nella casa della famiglia del loro compagno un luogo di appoggio per allontanarsi dalla propria terra, ma soprattutto per vivere liberamente senza il rispetto degli ideali della famiglia ospitante. È un male comune che nasce dalla volontà di essere liberi, senza regole e di rincorrere la ricchezza. Sara ČuČek, di soli ventitré anni, viene fermata il 28 aprile 1945 con l’accusa di aver svolto opera di delazione ai danni di appartenenti a gruppi patriottici, collaborando con le SS e provocando l’arresto e l’internamento di alcuni giovani, di cui due fucilati e altri morti nei campi tedeschi <192. Dopo solo due giorni, presso il II distaccamento della III brigata, viene sottoposta ad interrogatorio durante il quale dichiara: “Conoscendo che mio fratello prestava servizio con la SS Tedesca – ho saputo che la spia ad alcuni patrioti e precisamente quelli di casa Sormani sgominati sopra, fu fatta da mio fratello. Perché avevo questionato, non parlavo più con mio fratello: egli abitava, dopo un po’ di tempo, presso l’Albergo Regina ed io presso l’Albergo Centrale, non occupato da Tedeschi. Mi sono interessata tramite il Seppi di occupare mio fratello. Mio fratello si spacciò per patriotta [sic] e, appreso i segreti, fece arrestare alcuni giovani” <193. In realtà la III brigata Gap di Via Longhi n. 13 a Milano era a conoscenza dell’attività di collaborazionista della giovane slovena, legata, comunque, ad un uomo delle SS; dall’altro canto suo fratello, pur essendo stato alle dipendenze dell’albergo Regina, era stato ucciso dai tedeschi, in quanto aveva l’abitudine, durante le requisizioni, di rubare merce. La sua morte avvenne in Viale Padova a Milano nel novembre 1944 <194. La ČuČek era ritenuta responsabile dell’arresto del fratello del suo ex fidanzato e di altri giovanissimi ragazzi facenti parte di un piccolo gruppo antifascista <195.
#1943 #1944 #1945 #1946 #assoluzione #Cas #collaborazionista #delazione #denunce #donna #epurazione #fascisti #Milano #NicolettaMoccia #partigiani #processo #Resistenza #SaraČuČek #tedeschi
Il 30 giugno 1945 l’imputata produce un’istanza alla Procura Generale presso la Corte d’Assise Straordinaria di Milano, in quanto, avendo partorito da pochi giorni un bambino, chiede che sia sollecitata la definizione del suo processo. L’ambiente è sovraffollato e non idoneo per un neonato; né ella è responsabile di alcun reato e riuscirà a dimostrare, nel corso del processo, la sua innocenza <196.
Il primo interrogatorio avviene il 13 luglio 1945. L’imputata ricostruisce brevemente la sua vicenda. Arrivata in Italia il 16 settembre 1943, aveva alloggiato presso la casa del suo fidanzato Franco Sormani, ufficiale dell’esercito, allora internato in Germania. Suo fratello Artaserse era nella organizzazione Speer (simile alla Todt), ma appena in Italia l’aveva abbandonata. Questi era entrato a lavorare quale interprete nell’albero Regina: qui si era recata per parlare con lui e non per compiere delazioni. Non era a conoscenza del ruolo svolto dal fratello nella sede delle SS, in quanto, per un dissidio, non abitavano più insieme sin dai primi di aprile 1944. Non aveva avuto alcuna relazione intima con il Sepi, un ufficiale delle SS, che aveva una camera presso l’albergo Centrale, dove ella aveva preso domicilio <197. La situazione diventa sicuramente complicata dal momento in cui Guido Carito, il 30 luglio 1945, presenta denuncia presso l’ufficio di polizia del Palazzo di Giustizia di Milano. Suo figlio, Massimo Carito, aveva avuto la sfortuna di conoscere Sara, perché frequentava casa Sormani, in qualità di amico e compagno di scuola del figlio più piccolo, Giuseppe, di 17 anni. La giovane donna, come riferisce il denunciante, venne successivamente allontanata da casa Sormani poichè era entrata in relazione con le SS tedesche. Forse per vendetta, tramite suo fratello Artaserse, fece arrestare molte persone del gruppo di antifascisti che frequentava casa Sormani, tra cui Giuseppe Sormani e Massimo Carito, che hanno pagato con la vita la delazione fatta dai ČuČek <198. Sempre in fase istruttoria, durante l’interrogatorio di Guido Carito, lo stesso fa presente che nel giugno del 1944 fu arrestato per antifascismo e portato all’albergo Regina dove ebbe modo di incrociare Artaserse, fratello dell’imputata. Qui seppe che quest’ultimo, prima dell’arresto di suo figlio Massimo, aveva telefonato a casa per avere conferma della presenza dello stesso. Trova deplorevole che la donna, sapendo che sarebbe stato arrestato Giuseppe Sormani, non abbia cercato di avvisare la famiglia <199.
A tale denuncia fa seguito quella presentata, sempre presso l’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia di Milano, di Elena Sormani, la quale dichiara di aver accolto Sara nella sua abitazione il 12 settembre 1943 quale fidanzata del figlio Lanfranco che, dopo l’8 settembre, trovandosi nel territorio di Lubiana, era stato tratto prigioniero dai tedeschi. La giovane aveva avuto paura di rimanere in quei luoghi a causa di eventuali ritorsioni. Successivamente, nel marzo 1944, arrivò il fratello Artaserse, il quale cercava notizie della sorella: forse per impietosire la famiglia Sormani, aveva dichiarato di essere fuggito dal gruppo Speer di Peschiera e di essere ricercato dai tedeschi. Venne comunque accolto. Il 22 maggio 1944 Sara ebbe una violenta discussione con il marito di Elena Sormani e venne cacciata dall’abitazione. Seppe poi che la stessa aveva intrecciato una relazione con un militare delle SS, il quale si era prodigato per far assumere Artaserse presso l’albergo Regina. Purtroppo, durante la loro permanenza, il fratello aveva fatto in modo di entrare nel piccolo gruppo giovanile del Partito d’Azione costituito da Giuseppe Sormani e da altri giovani. Ella crede che per vendetta abbia denunciato tutti i componenti tra cui il suo figliolo morto di stenti in un campo di sterminio il 24 maggio 1945 <200.
Alle precedenti due denunce, si affianca quella di Luigi Pontarili presentata il 3 agosto 1945 contro la ČuČek all’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia. Le sue dichiarazioni confermano pienamente le precedenti accuse, sottolineando che nel febbraio 1944 il fratello Artaserse disertò il corpo Speer per motivi di contrabbando e raggiunse la sorella a Milano, dove rimase ospite di casa Sormani. Per rassicurare tutti, diceva che era un membro legato ai partigiani di Tito e mostrava un distintivo che in realtà apparteneva al gruppo dei volontari della Speer. Allontanata da casa Sormani nel maggio 1944, l’imputata prese alloggio presso l’albergo Centrale. Nel giugno dello stesso anno iniziarono gli arresti, le uccisioni e le deportazioni <201.
Nella deposizione di Natalina Conta si apprende che Sara, aspettando un bambino, era stata condotta da un tedesco presso la sua abitazione, dove era rimasta da gennaio ad aprile 1945. L’imputata versava in condizioni non buone e aveva necessità di cure <202. Luigi Pontiroli, interrogato nel settembre 1945, è uno di coloro i quali avevano fatto parte del piccolo gruppo di antifascisti frequentatori di casa Sormani. Come gli altri, aveva conosciuto l’imputata e suo fratello Artaserse. I due erano ospitati in quella casa. Artaserse riuscì ad introdursi nella piccola organizzazione giovanile antifascista, con la volontà di conoscere le persone e le azioni programmate. Sara cercò in tutti i modi di far capire che condivideva pienamente la causa antifascista, poiché la sua famiglia era perseguitata, cosa che si dimostrò poi non vera. Fu proprio dopo maggio 1944 che 15 tra giovani e anziani dell’organizzazione, tra cui il Pontiroli, vennero arrestati e deportati. Di questi, due furono fucilati ad Aurano <203. I due fratelli si separarono alla fine di luglio 1944, quando ormai tutto il gruppo era stato arrestato. Egli suppone che sia stata l’imputata ad istigare Artaserse nel commettere la delazione, in quanto doveva molto a Sepi, membro delle SS <204. Romilde Fabris nel suo interrogatorio dichiarò che tra luglio e agosto 1944 l’imputata fu assunta nel negozio come interprete, giacché il parrucchiere era frequentato da molte signore tedesche. Si trovava in Foro Bonaparte 74. Prima Sara ČuČek lo frequentava come cliente, poi, caduta in disgrazia, aveva chiesto di lavorare. Spesso il fratello Artaserse vi entrava in divisa e armato: aveva iniziato una relazione con un’altra lavorante, tanto da giungere poi al matrimonio <205. Maria Martinelli, direttrice dell’albergo Giulio Cesare in Via Rovello 10 a Milano, ricostruisce brevemente il modo in cui l’imputata aveva conosciuto Robert Sepi nella primavera del 1944. L’imputata si era recata nel suo albergo dove aveva avuto un lungo colloquio con un uomo, che aveva promesso di trovare un lavoro per il fratello Artaserse. Successivamente la ČuČek aveva conosciuto Robert Sepi per puro caso all’interno del suo albergo. L’imputata tornò varie volte, stringendo amicizia con questi e iniziandolo a frequentare. Vestiva in modo più che decoroso. Quando il fratello fu ucciso dai tedeschi, Sara non frequentò più quell’albergo <206.
La pubblica udienza fissata per il 15 gennaio 1946 vede sfilare tutti coloro i quali avevano presentato denuncia formale o che erano stati interpellati durante l’istruttoria. Non vi sono assolutamente delle contraddizioni rispetto alla prima fase, anzi tutto viene perfettamente confermato. L’unica novità proviene dall’interrogatorio di Guido Trezzi, il quale è convinto di essere stato denunciato dall’imputata e per questo di aver trascorso 11 mesi in un campo di concentramento. Aggiunge di aver scattato delle foto con Artaserse e di averle poi ritirate presso l’albergo Regina, dove aveva incrociato l’imputata, fornendole il numero telefonico del suo ufficio. Subito dopo avvenne il sopralluogo e il successivo arresto. Elena Sormani, madre di Franco, colui che era stato il fidanzato dell’imputata, e di Giuseppe, successivamente morto a Flossembürg, dichiara che all’arrivo nella sua casa Sara aveva portato con sé molti pezzi di corredo oltre a una copiosa collezione di francobolli e di monete antiche.
La Corte d’Assise Speciale, II Sezione Penale, in data 15 gennaio 1946, in base all’art. 479 cpp assolve l’imputata per insufficienza di prove.
[NOTE]
192 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, b. 26, fasc. 439; CAS Milano 1946, Sentenze, vol. 5, sent. 27.
193 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, cit., f. 30 bis istruttoria.
194 Ivi, f. 28 istruttoria.
195 Ivi, f. 26 istruttoria.
196 Ivi, f. 25 istruttoria.
197 Ivi, f. 1 istruttoria.
198 Ivi, ff. 17-18 istruttoria.
199 Ivi, f. 7 istruttoria.
200 Ivi, ff. 19-20 istruttoria.
201 Ivi, ff. 14-15 istruttoria. I nomi dei caduti e dei catturati sono i seguenti: Giuseppe Sormani (morto a Flossenbürg); Massimo Carito (morto a Flossenbürg); Tonoli (o Tonolli) di cui non si hanno notizie; Antonio Maria Colombo (ucciso ad Aurano nel 1944); Tommaso Pessina (ucciso ad Aurano nel 1944); Carlo Trezzi (11 mesi di campo di concentramento in Germania); Bruno Rebecchi e Luigi Pontiroli (11 mesi di vita alla macchia). Sembra che per ogni persona arrestata l’imputata abbia percepito la somma di L. 2.800. Una targa in memoria di Antonio Maria Colombo si trova una in Via Tiraboschi n. 2 a Milano; l’altra dedicata a Tommaso Pessina e Giuseppe Sormani in Via Tiraboschi n. 6 sempre a Milano: si tratta delle rispettive abitazioni dei giovani antifascisti.
202 Ivi, f. 11 istruttoria.
203 Aurano è attualmente in provincia di Verbania.
204 ASMi, Fascicolo processuale, cit., ff. 9-10 istruttoria.
205 Ivi, f. 8 istruttoria.
206 Ivi, f. 6 istruttoria.
Nicoletta Moccia, Bene e male comune tra storia e filosofia. Le donne collaborazioniste processate a Milano dal 1945 al 1947, Tesi di dottorato, Università degli Studi dell’Insubria – Varese, Anno Accademico 2015-2016 -
L’imputata fu assunta nel negozio come interprete
Fonte: Nicoletta Moccia, Op. cit. infraLa vicenda di questa giovane donna [Sara ČuČek] proveniente dalla Slovenia, accomuna un po’ la situazione di molte ragazze straniere che, iniziata una relazione con un italiano, cercano nella casa della famiglia del loro compagno un luogo di appoggio per allontanarsi dalla propria terra, ma soprattutto per vivere liberamente senza il rispetto degli ideali della famiglia ospitante. È un male comune che nasce dalla volontà di essere liberi, senza regole e di rincorrere la ricchezza. Sara ČuČek, di soli ventitré anni, viene fermata il 28 aprile 1945 con l’accusa di aver svolto opera di delazione ai danni di appartenenti a gruppi patriottici, collaborando con le SS e provocando l’arresto e l’internamento di alcuni giovani, di cui due fucilati e altri morti nei campi tedeschi <192. Dopo solo due giorni, presso il II distaccamento della III brigata, viene sottoposta ad interrogatorio durante il quale dichiara: “Conoscendo che mio fratello prestava servizio con la SS Tedesca – ho saputo che la spia ad alcuni patrioti e precisamente quelli di casa Sormani sgominati sopra, fu fatta da mio fratello. Perché avevo questionato, non parlavo più con mio fratello: egli abitava, dopo un po’ di tempo, presso l’Albergo Regina ed io presso l’Albergo Centrale, non occupato da Tedeschi. Mi sono interessata tramite il Seppi di occupare mio fratello. Mio fratello si spacciò per patriotta [sic] e, appreso i segreti, fece arrestare alcuni giovani” <193. In realtà la III brigata Gap di Via Longhi n. 13 a Milano era a conoscenza dell’attività di collaborazionista della giovane slovena, legata, comunque, ad un uomo delle SS; dall’altro canto suo fratello, pur essendo stato alle dipendenze dell’albergo Regina, era stato ucciso dai tedeschi, in quanto aveva l’abitudine, durante le requisizioni, di rubare merce. La sua morte avvenne in Viale Padova a Milano nel novembre 1944 <194. La ČuČek era ritenuta responsabile dell’arresto del fratello del suo ex fidanzato e di altri giovanissimi ragazzi facenti parte di un piccolo gruppo antifascista <195.
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Il 30 giugno 1945 l’imputata produce un’istanza alla Procura Generale presso la Corte d’Assise Straordinaria di Milano, in quanto, avendo partorito da pochi giorni un bambino, chiede che sia sollecitata la definizione del suo processo. L’ambiente è sovraffollato e non idoneo per un neonato; né ella è responsabile di alcun reato e riuscirà a dimostrare, nel corso del processo, la sua innocenza <196.
Il primo interrogatorio avviene il 13 luglio 1945. L’imputata ricostruisce brevemente la sua vicenda. Arrivata in Italia il 16 settembre 1943, aveva alloggiato presso la casa del suo fidanzato Franco Sormani, ufficiale dell’esercito, allora internato in Germania. Suo fratello Artaserse era nella organizzazione Speer (simile alla Todt), ma appena in Italia l’aveva abbandonata. Questi era entrato a lavorare quale interprete nell’albero Regina: qui si era recata per parlare con lui e non per compiere delazioni. Non era a conoscenza del ruolo svolto dal fratello nella sede delle SS, in quanto, per un dissidio, non abitavano più insieme sin dai primi di aprile 1944. Non aveva avuto alcuna relazione intima con il Sepi, un ufficiale delle SS, che aveva una camera presso l’albergo Centrale, dove ella aveva preso domicilio <197. La situazione diventa sicuramente complicata dal momento in cui Guido Carito, il 30 luglio 1945, presenta denuncia presso l’ufficio di polizia del Palazzo di Giustizia di Milano. Suo figlio, Massimo Carito, aveva avuto la sfortuna di conoscere Sara, perché frequentava casa Sormani, in qualità di amico e compagno di scuola del figlio più piccolo, Giuseppe, di 17 anni. La giovane donna, come riferisce il denunciante, venne successivamente allontanata da casa Sormani poichè era entrata in relazione con le SS tedesche. Forse per vendetta, tramite suo fratello Artaserse, fece arrestare molte persone del gruppo di antifascisti che frequentava casa Sormani, tra cui Giuseppe Sormani e Massimo Carito, che hanno pagato con la vita la delazione fatta dai ČuČek <198. Sempre in fase istruttoria, durante l’interrogatorio di Guido Carito, lo stesso fa presente che nel giugno del 1944 fu arrestato per antifascismo e portato all’albergo Regina dove ebbe modo di incrociare Artaserse, fratello dell’imputata. Qui seppe che quest’ultimo, prima dell’arresto di suo figlio Massimo, aveva telefonato a casa per avere conferma della presenza dello stesso. Trova deplorevole che la donna, sapendo che sarebbe stato arrestato Giuseppe Sormani, non abbia cercato di avvisare la famiglia <199.
A tale denuncia fa seguito quella presentata, sempre presso l’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia di Milano, di Elena Sormani, la quale dichiara di aver accolto Sara nella sua abitazione il 12 settembre 1943 quale fidanzata del figlio Lanfranco che, dopo l’8 settembre, trovandosi nel territorio di Lubiana, era stato tratto prigioniero dai tedeschi. La giovane aveva avuto paura di rimanere in quei luoghi a causa di eventuali ritorsioni. Successivamente, nel marzo 1944, arrivò il fratello Artaserse, il quale cercava notizie della sorella: forse per impietosire la famiglia Sormani, aveva dichiarato di essere fuggito dal gruppo Speer di Peschiera e di essere ricercato dai tedeschi. Venne comunque accolto. Il 22 maggio 1944 Sara ebbe una violenta discussione con il marito di Elena Sormani e venne cacciata dall’abitazione. Seppe poi che la stessa aveva intrecciato una relazione con un militare delle SS, il quale si era prodigato per far assumere Artaserse presso l’albergo Regina. Purtroppo, durante la loro permanenza, il fratello aveva fatto in modo di entrare nel piccolo gruppo giovanile del Partito d’Azione costituito da Giuseppe Sormani e da altri giovani. Ella crede che per vendetta abbia denunciato tutti i componenti tra cui il suo figliolo morto di stenti in un campo di sterminio il 24 maggio 1945 <200.
Alle precedenti due denunce, si affianca quella di Luigi Pontarili presentata il 3 agosto 1945 contro la ČuČek all’ufficio di Polizia del Palazzo di Giustizia. Le sue dichiarazioni confermano pienamente le precedenti accuse, sottolineando che nel febbraio 1944 il fratello Artaserse disertò il corpo Speer per motivi di contrabbando e raggiunse la sorella a Milano, dove rimase ospite di casa Sormani. Per rassicurare tutti, diceva che era un membro legato ai partigiani di Tito e mostrava un distintivo che in realtà apparteneva al gruppo dei volontari della Speer. Allontanata da casa Sormani nel maggio 1944, l’imputata prese alloggio presso l’albergo Centrale. Nel giugno dello stesso anno iniziarono gli arresti, le uccisioni e le deportazioni <201.
Nella deposizione di Natalina Conta si apprende che Sara, aspettando un bambino, era stata condotta da un tedesco presso la sua abitazione, dove era rimasta da gennaio ad aprile 1945. L’imputata versava in condizioni non buone e aveva necessità di cure <202. Luigi Pontiroli, interrogato nel settembre 1945, è uno di coloro i quali avevano fatto parte del piccolo gruppo di antifascisti frequentatori di casa Sormani. Come gli altri, aveva conosciuto l’imputata e suo fratello Artaserse. I due erano ospitati in quella casa. Artaserse riuscì ad introdursi nella piccola organizzazione giovanile antifascista, con la volontà di conoscere le persone e le azioni programmate. Sara cercò in tutti i modi di far capire che condivideva pienamente la causa antifascista, poiché la sua famiglia era perseguitata, cosa che si dimostrò poi non vera. Fu proprio dopo maggio 1944 che 15 tra giovani e anziani dell’organizzazione, tra cui il Pontiroli, vennero arrestati e deportati. Di questi, due furono fucilati ad Aurano <203. I due fratelli si separarono alla fine di luglio 1944, quando ormai tutto il gruppo era stato arrestato. Egli suppone che sia stata l’imputata ad istigare Artaserse nel commettere la delazione, in quanto doveva molto a Sepi, membro delle SS <204. Romilde Fabris nel suo interrogatorio dichiarò che tra luglio e agosto 1944 l’imputata fu assunta nel negozio come interprete, giacché il parrucchiere era frequentato da molte signore tedesche. Si trovava in Foro Bonaparte 74. Prima Sara ČuČek lo frequentava come cliente, poi, caduta in disgrazia, aveva chiesto di lavorare. Spesso il fratello Artaserse vi entrava in divisa e armato: aveva iniziato una relazione con un’altra lavorante, tanto da giungere poi al matrimonio <205. Maria Martinelli, direttrice dell’albergo Giulio Cesare in Via Rovello 10 a Milano, ricostruisce brevemente il modo in cui l’imputata aveva conosciuto Robert Sepi nella primavera del 1944. L’imputata si era recata nel suo albergo dove aveva avuto un lungo colloquio con un uomo, che aveva promesso di trovare un lavoro per il fratello Artaserse. Successivamente la ČuČek aveva conosciuto Robert Sepi per puro caso all’interno del suo albergo. L’imputata tornò varie volte, stringendo amicizia con questi e iniziandolo a frequentare. Vestiva in modo più che decoroso. Quando il fratello fu ucciso dai tedeschi, Sara non frequentò più quell’albergo <206.
La pubblica udienza fissata per il 15 gennaio 1946 vede sfilare tutti coloro i quali avevano presentato denuncia formale o che erano stati interpellati durante l’istruttoria. Non vi sono assolutamente delle contraddizioni rispetto alla prima fase, anzi tutto viene perfettamente confermato. L’unica novità proviene dall’interrogatorio di Guido Trezzi, il quale è convinto di essere stato denunciato dall’imputata e per questo di aver trascorso 11 mesi in un campo di concentramento. Aggiunge di aver scattato delle foto con Artaserse e di averle poi ritirate presso l’albergo Regina, dove aveva incrociato l’imputata, fornendole il numero telefonico del suo ufficio. Subito dopo avvenne il sopralluogo e il successivo arresto. Elena Sormani, madre di Franco, colui che era stato il fidanzato dell’imputata, e di Giuseppe, successivamente morto a Flossembürg, dichiara che all’arrivo nella sua casa Sara aveva portato con sé molti pezzi di corredo oltre a una copiosa collezione di francobolli e di monete antiche.
La Corte d’Assise Speciale, II Sezione Penale, in data 15 gennaio 1946, in base all’art. 479 cpp assolve l’imputata per insufficienza di prove.
[NOTE]
192 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, b. 26, fasc. 439; CAS Milano 1946, Sentenze, vol. 5, sent. 27.
193 ASMi, CAS Milano 1945, Fascicoli processuali, Sara ČuČek, cit., f. 30 bis istruttoria.
194 Ivi, f. 28 istruttoria.
195 Ivi, f. 26 istruttoria.
196 Ivi, f. 25 istruttoria.
197 Ivi, f. 1 istruttoria.
198 Ivi, ff. 17-18 istruttoria.
199 Ivi, f. 7 istruttoria.
200 Ivi, ff. 19-20 istruttoria.
201 Ivi, ff. 14-15 istruttoria. I nomi dei caduti e dei catturati sono i seguenti: Giuseppe Sormani (morto a Flossenbürg); Massimo Carito (morto a Flossenbürg); Tonoli (o Tonolli) di cui non si hanno notizie; Antonio Maria Colombo (ucciso ad Aurano nel 1944); Tommaso Pessina (ucciso ad Aurano nel 1944); Carlo Trezzi (11 mesi di campo di concentramento in Germania); Bruno Rebecchi e Luigi Pontiroli (11 mesi di vita alla macchia). Sembra che per ogni persona arrestata l’imputata abbia percepito la somma di L. 2.800. Una targa in memoria di Antonio Maria Colombo si trova una in Via Tiraboschi n. 2 a Milano; l’altra dedicata a Tommaso Pessina e Giuseppe Sormani in Via Tiraboschi n. 6 sempre a Milano: si tratta delle rispettive abitazioni dei giovani antifascisti.
202 Ivi, f. 11 istruttoria.
203 Aurano è attualmente in provincia di Verbania.
204 ASMi, Fascicolo processuale, cit., ff. 9-10 istruttoria.
205 Ivi, f. 8 istruttoria.
206 Ivi, f. 6 istruttoria.
Nicoletta Moccia, Bene e male comune tra storia e filosofia. Le donne collaborazioniste processate a Milano dal 1945 al 1947, Tesi di dottorato, Università degli Studi dell’Insubria – Varese, Anno Accademico 2015-2016 -
Escape from Tarkov esce dall'accesso anticipato e arriva su Steam il 15 novembre! Dopo un'alpha iniziata nel 2016, Battlestate Games lancia il gioco sulla piattaforma. Il futuro dei giocatori esistenti è ancora incerto. #EscapeFromTarkov #BattlestateGames
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Le podcast est là : https://pyongyangcityrockers.wordpress.com/2025/12/03/평양-city-rockers-416-gastronomie-a-l-oeuf-03-12-2025/
Faut croire que vos GL avaient faim, en effet ce #416 du Pyongyang City Rockers regorge d'eggpunk et assimilés (#Mengzhumeng, #SexMex, #AudeVaisselle & #BravoBéton, #Autobahns, #PowerPants, #Kumikameli), avec carottes et assaisonnements (#YesBasketball), pour agrémenter la pâtisserie actuellement en formation sur la tête de Jordan Kalimero. On a accueilli Philippe pour l'oraison funèbre du Rat Perché à Arras (avec #DeadRats), sinon ça reste froid (#HomeFront, #Demain), braillard (#Não, #AssistertSjølmord, #Patrol), et ça finit en médjévål avec #Soissons... Merci!
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I discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli
Prendendo in esame la politica culturale di Milano tra anni Settanta e Ottanta, non possiamo non verificare come essa venne egemonizzata da due personalità di spicco del PSI: Aldo Aniasi, eletto sindaco di Milano il 16 novembre 1967, e restato in carica per tre mandati fino al 12 maggio 1976, al quale succedette Carlo Tognoli, rimasto in carica sino al 19 dicembre 1986. Vero spartiacque nella storia amministrativa di palazzo Marino, tuttavia, furono le elezioni del 1975 che segnarono una netta vittoria del PCI il cui gruppo consiliare risultò ampliato di sei unità, passando dalle 19 del mandato precedente, alle 25, effetto di un aumento percentuale di sette punti rispetto alle elezioni comunali del 1970. Elezioni che, del resto, videro per la prima volta la presenza del cartello politico di Democrazia Proletaria, formato da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, il Movimento Studentesco, nonché Avanguardia Operaia. In questo clima, che vide in ogni caso la rielezione di Aniasi a sindaco, si profilava uno scenario nebuloso e instabile, con il programma di Giunta sempre soggetto a ritrattazioni e rimodulazioni.
#1967 #1975 #1976 #1977 #1981 #1986 #70 #80 #AldoAniasi #AndreaCapriolo #anni #CarloTognoli #criminalità #culturale #DC #economia #finanza #imprenditori #industria #maggioranza #Milano #PCI #piombo #politica #Psdi #PSI #silenziosa #sindaci #sociale #strategia #tensione #teppismo #terrorismo #violenza
In quegli anni Milano era forse la vera capitale italiana della strategia della tensione: ogni settimana il capoluogo lombardo si trovava suo malgrado a ospitare episodi di violenza politica e a rappresentare la sede privilegiata del processo di costruzione e consolidamento della già citata maggioranza silenziosa, desiderosa di far confluire all’interno di un fronte unico tutte le forze conservatrici e reazionarie della società italiana. A tal proposito, l’obiettivo precipuo del PCI era quello di creare uno schieramento unitario ed il più compatto possibile, aperto anche ai moderati-conservatori, purché manifestamente antifascisti, al fine di scongiurare la formazione di questo fronte compatto delle forze reazionarie. Per pervenire a questo obiettivo, il PCI si schierò a fianco di altre forze antifasciste, all’interno del Comitato Permanente Antifascista per la Difesa dell’Ordine Repubblicano, che si era prodigato in difesa dell’agibilità degli atenei milanesi, quello della Statale in particolare. Si registrava dunque, soprattutto da parte comunista, una tendenza a far coincidere la maggioranza costituzionale e elettorale presente in città con quella consiliare. Secondo Luigi Vertemati e Gianni Cervetti, con l’inizio degli anni Settanta era venuta a formarsi una Giunta tanto “informale” quanto “armonica” – ovvero in grado di lavorare in serenità, seppur le possibili cause di attrito erano ben presenti – composta da Cervetti stesso in qualità di segretario provinciale del PCI, Vertemati come segretario socialista, Colombo come segretario cittadino della DC, Massari come segretario provinciale del PSDI e Aniasi, in qualità di Sindaco.
Non solo “piombo” tuttavia – secondo un recente volume curato da Irene Piazzoni: Milano, durante gli anni Settanta, e nel periodo di avvicendamento tra Aniasi e Tognoli, fu il centro propulsore italiano di nuove sperimentazioni sociali dove, come sottolineava Walter Tobagi in una inchiesta sul “Corriere della sera”, si stava affermando una struttura economica e sociale diversificata che non vedeva più nei grandi capitani d’industria e nelle fabbriche delle periferie della città la grandezza del territorio, ma un “vulcano in ebollizione” costituito da un intricato reticolo di piccole e medie imprese costrette a entrare in relazione con un mondo che ormai poteva definirsi “planetario”: dalle radio di “movimento” (o libere), come Radio Milano International, alle radio commerciali, dai vecchi capitani d’industria, sorti durante il Ventennio, a novelli imprenditori – Berlusconi e Armani su tutti – fino a una precisa riorganizzazione urbanistica, che vide nella Variante generale del 1976-1980 una profonda riorganizzazione territoriale. Questo nuovo piano regolatore, difatti, venne proposto dall’amministrazione comunale per tentare di risanare il tessuto edilizio preesistente, atto anche al recupero delle aree urbane allora in disuso e soggette, come vedremo, a occupazioni abusive; non ultimo, in questa logica, la pianificazione di un decentramento amministrativo degli uffici della pubblica
amministrazione. Allo stesso tempo, il Comune tentò di attuare un progetto di miglioramento della vita quotidiana dei cittadini: progetto un processo di calmierazione degli affitti attraverso l’istituzione dell’Istituto case popolari, e cercò di migliorare la viabilità urbana dando avvio nel 1979 al prolungamento delle metropolitane 1 e 2, nonché impostando i lavori per la terza linea, che venne aperta solo un decennio più tardi, nel 1990; nel 1980-1981, infine, l’amministrazione di Tognoli concentrò le proprie finanze per la municipalizzazione del gas e nella metanizzazione utile a ridurre l’inquinamento atmosferico.
Anche la cultura stava rapidamente cambiando; se interventi come la “Mostra incessante per il Cile” organizzata nel corso di 5 anni presso la Galleria di Porta Ticinese di Gigliola Rovasino – vero e proprio centro di ricerca autogestito e autofinanziato per l’arte “impegnata”, i vari murales che organizzazioni della sinistra giovanile dipingevano sui muri del centro cittadino, come quelli fatti dal Collettivo Pittori di Porta Ticinese o dal Gruppo Femminista per il salario domestico, o i momenti di appropriazione urbana attraverso la pratica artistica – Franco Mazzucchelli, solo per citare una delle esperienze più interessanti <112, afferivano ancora a un mondo politicamente connotato, tali momenti convivevano con esperienze del tutto svincolate da una pratica “militante”. Le gallerie private, che sempre maggiormente venivano a caratterizzare la cultura cittadina, fornivano una lettura differente dell’arte degli anni Settanta, passando dall’ospitare artisti tipicamente nazionali, con altri di interesse internazionale: se all’Annunciata di Bruno Grossetti aperta a fine anni Trenta, nel corso dei Settanta, durante l’affiancamento degli figlio Sergio, si proposero mostre di De Pisis, Lilloni, Del Bon, Cassinari, ma anche i “vecchi” surrealisti, nel 1975 alla galleria Salvatore Ala Gordon Matta-Clark proponeva – dopo aver tentato la rimozione di una parte del pavimento dello spazio della galleria via Mameli – “Untitled Wal and Floor Cutting”: un filo d’acciaio installato lungo le pareti dello spazio, che dalla corte d’ingresso passava attraverso finestre e luoghi di servizio. Anche presso Toselli, Michael Asher, nel settembre del 1973 esportava l’intonaco delle pareti interne tramite una sabbiatrice per mostrare le alterazioni subite dalla struttura nel corso del tempo. Come abbiamo visto, dunque, non si può dare una visione unilaterale di quello che avveniva nel campo artistico negli anni Settanta: la figura portata in scena da Crispolti alla Biennale del 1976 – ovvero quella dell’operatore culturale quale “provocatore di autocoscienza culturale altrui” <113 – conviveva con altre esperienze d’arte per l’arte, che si richiamavano alla più classica storia dell’arte dei secoli passati.
Anche il comune, del resto, fece la sua parte in questo campo: l’organizzazione e l’avviamento di nuovi spazi espositivi, come il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, la quale programmazione, dopo la nuova apertura del 1979, fu affidata a Zeno Birolli, Vittorio Gregotti e Germano Celant: uno spazio, e un progetto, “multidisciplinare attento alle interrelazioni della ricerca artistica d’avanguardia con la progettazione architettonica e con gli altri settori della cultura contemporanea, in primo luogo quello letterario” <114, ma aperto anche ai musei stranieri <115. Da ricordare, inoltre, anche la riapertura, il 24 aprile del 1980 – alla presenza del Presidente Pertini – della Pinacoteca Civica (riallestita per l’occasione di Franco Albini, Franca Helg e Antonio Piva). E ancora: gli spazi dell’antico convento delle Stelline di corso Magenta, riutilizzati dal 1980 quale luogo adibito a esposizioni temporanee; il riallestimento e riammodernamento dei sotterranei e del piano terra di Palazzo Reale, che avrebbero dovuto ospitare, ancora, mostre di giovani artisti, ma non solo – come l’ormai celebre “Anni trenta: arte e cultura in Italia” – nell’attesa che i piani superiori del palazzo piermariniano avrebbero potuto ospitare la collezione del CIMAC, il Civico Museo d’Arte contemporanea, che effettivamente venne aperto nel 1984.
Tutto questo ambiente, politico, culturale e sociale, fu il “basso continuo” della politica milanese tra anni Settanta e Ottanta, e occupò le discussioni dell’amministrazione comunale. Interessante a tale proposito vedere come nel 1985 per la casa editrice SugarCo veniva pubblicato il volume “Amare Milano” il quale conteneva le trascrizioni dei discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli dal 1976 al 1984, tramite i quali il Primo cittadino faceva un sunto “morale” <116 dell’anno trascorso. Già nella prefazione al volume, scritta da Alberto Dell’Ora, si faceva un punto sulla situazione di circa dieci anni di governo cittadino, sottolineando come, seppur sotto il profilo terroristico gli anni precedenti furono drammatici, i discorsi di Tognoli “registrano una costante positiva evoluzione economica e sociale della nostra città, un continuo miglioramento del clima generale, nel quale si avvertono ora i riferimenti di una ritrovata solidarietà civile e i segni ceti di una nuova vitalità e di una sicura fiducia nell’economia e nel lavoro” <117. Questa, tuttavia, non è la mia opinione, in quanto, seppur a fasi alterne negli anni – che si manifestano una sorta di ripresa “emotiva” positiva tra il 1977 e il 1980, dopo gli anni forse più drammatici per l’economia cittadina – si evince nelle parole del sindaco un forte senso di scoramento sia in campo economico, che in quello legato alla cultura giovanile e del terrorismo, vere “spine nel fianco” dell’amministrazione comunale anche negli anni Ottanta. Vale la pena, in questo contesto, sottolineare la lunga citazione inerente alla relazione tenuta dal sindaco nel 1976, la quale dava conto di questo clima rovente; discorso tenuto, per altro, lo stesso giorno degli incidenti della prima scaligera: “non trascorre quasi giorno senza che noi dobbiamo lamentare atti di violenza, crimini, intolleranze e arbitri, dove spesso movimenti politici si confondono con espressioni di delinquenza comunque, in un coacervo di propositi il più delle volte insensati. La violenza, la criminalità, il teppismo trovano un terreno favorevole nella crisi in cui ci troviamo. La difesa dell’ordine pubblico diventa difficile malgrado i sacrifici delle forze dell’ordine, cui va la gratitudine della cittadinanza. E tuttavia è giusto ricordare che Milano ha attraversato momenti terribili superandoli con grande forza d’animo, proprio quando sembrava che la nostra città fosse l’epicentro di una rivolta o di un colpo di stato. Oggi è possibile, oltre che opportuno, ripetere l’appello ai cittadini perché non si facciano intimorire, perché accolgano la sfida di chi mira a gettare la città nella paralisi e nel caos, con disprezzo della libertà e della convivenza civile. Siamo convinti che in una società evoluta la violenza alla fine non paga, si ritorce anzi contro chi la promuove. Tuttavia non bisogna mostrarsi deboli, bisogna reagire con fermezza, anche se con giustizia. Ciò non significa invocare la cieca repressione ignorando le cause economiche e sociali dei fenomeni, ma respingere ogni azione eversiva e sovversiva che, lungi dall’affrontare alla radice i problemi, tende a strumentalizzare per fini antidemocratici.” <118.
Se questo il sindaco esprimeva nel 1976, il proclama dell’anno successivo appariva più disteso e di prospettiva ottimista, nonostante il Settantasette milanese aveva visto numerosi episodi di “giustizia proletaria”. Come non ricordare il ferimento di Montanelli e del consigliere comunale democristiano Carlo Arienti, il “12 marzo” milanese, con l’assalto alla sede dell’Assolombarda, che precede di qualche mese la sparatoria di via De Amicis con l’uccisione dell’agente Custra, nonché la morte del vigile urbano Vincenzo Ugga e della giovane Ada Fornaro durante un tentativo di rapina a uno sportello bancario. Così parlava il Primo cittadino nel 1977, ricordando l’anno passato, facendo cenno anche ai “fatti” della Scala: “l’anno scorso, in occasione della festività di Sant’Ambrogio, nel breve indirizzo che rivolsi ai benemeriti, risultava nel complesso prevalente una intonazione pessimistica e di critico realismo” <119, tuttavia, proseguiva ricordando che “a un anno di distanza, il consuntivo che possiamo offrire non può avere i toni dell’ottimismo, ma può portare qualche segno di fiducia. […] questa crisi non ha prodotto quella temuta disgregazione dell’equilibrio sociale e politico che molti avevano pronosticato.” <120. Parole, queste ultime, confermate anche negli anni successivi: nel 1978, Tognoli difatti dichiarava – nonostante avesse dovuto registrare “fenomeni di disgregazione e di violenza” <121 – che “se oggi l’orizzonte è meno fosco, se le ragione della speranza e della fiducia fanno primo sui richiami al pessimismo e alla rassegnazione, ciò non è dovuto al verificarsi di circostanze occasionali ma alla tenace volontà costruttiva dei nostri concittadini, i quali hanno testimoniato nei fatti in questo scorcio di mesi un rigore morale, un impegno civile e sociale, una operosità fervida in tutto all’altezza della storia della nostra città.” <122. Stesso sentimento espresso nel 1979, seppur si ricordava come “il quadro complessivo in cui si svolge la vita nazionale non appare positivo”: “accanto a fenomeni di decadenza” – ricordava Tognoli – “si registrano segni di consolidata ripresa nel campo dell’economia e della vita culturale.” <123, nel tentativo di dare al giovane nuove occasioni di partecipazione alla vita pubblica cittadina, nonché momenti di incontro e di svago <124. Una funzione educativa, quella promossa dall’autorità comunale, che il Primo cittadino espresse anche nel “saluto” del 1980, quando dichiarava come fondamentale eradicare nel giovane la cultura della violenza, e i fattori di
emarginazione ed esclusione sociale che avrebbero potuto creare ingiustizie e tensioni <125. Seppur i proclami degli anni precedenti, dove pareva di cogliere un certo ottimismo del sindaco nei confronti della ripresa economica, anche nei primi Ottanta problemi in questo campo in ogni caso permanevano: Tognoli, infatti, pur palesandosi come fiducioso nei confronti di un rilancio dell’economia cittadina, e nazionale, ricordava nel 1981 che “bisogna praticare seriamente una politica di austerità” <126; il problema che, tuttavia, si palesava come di più difficile eradicazione era la violenza politica giovanile: “Stiamo per lasciarci alle spalle un altro anno di crisi e di difficoltà per il paese e per Milano. Anche nel 1981 violenza e terrorismo hanno accompagnato la nostra vita quotidiana. Delinquenza comune è criminalità politica hanno mietuto vittime innocenti in tutta Italia e nella nostra città, provocando non solo costernazione ma profondo turbamento” <127. Sulla medesima scia degli anni precedenti, il discorso del Primo cittadino del 1982, simbolicamente intitolato “Fare quadrato attorno alle istituzioni”: l’uccisione in quell’anno da parte mafiosa di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie, colpì profondamente la pubblica opinione italiana; il titolo della prolusione di Tognoli si definiva proprio in questo contesto. Tuttavia, pare di leggere, nelle parole di cordoglio di Tognoli, più che un ricordo alla matrice mafiosa dell’assassinio, un velato richiamo al terrorismo di matrice politica comunista: Dalla Chiesa, del resto, durante gli anni Settanta si prodigò incessantemente per reprimere i disordini movimentati da questo settore sociale, creando anche il Nucleo Speciale Antiterrorismo. Così, difatti, veniva da Tognoli descritto il generale: “un eroe positivo dei nostri tempi, il simbolo della capacità di difesa dello stato dalla offensiva del terrorismo, della criminalità e della mafia” <128. Nella restante parte del discorso, inoltre, nessuna menzione veniva fatta all’ostacolo posto dal generale alle organizzazioni mafiose, ma veniva unicamente ricordata la sua dedizione a combattere il terrorismo politico. Tale richiamo, tuttavia, veniva preso a pretesto da Tognoli per riallacciarsi, ancora una volta, alla crisi economica, nonché sociale e morale, che colpiva in quell’anno la cittadinanza milanese, quasi come se la “devianza” politica definisce le cause della crisi economica. Sebbene il sindaco sottolineava che il settore terziario era in espansione, il comparto industriale si mostrava in profonda crisi: “l’orizzonte dunque non si presenta sereno e tutti i nostri sforzi, nei limiti delle nostre possibilità, devono puntare al risanamento della spesa pubblica e al rilancio degli investimenti.” <129.
[NOTE]
112 Una ricognizione di queste esperienze nella Milano degli anni Settanta la si può trovare nel volume: La parola agli artisti. Arte e impegno a Milano negli anni Settanta, (Lissone, MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, 24 settembre – 25 novembre 2016), a c. di Cristina Casero e Elena Di Raddo, Milano, Postmedia books, 2016. Il volume nient’altro è che la pubblicazione a corredo di una esposizione tenuta a Lissone su tali momenti artistici.
113 Enrico Crispolti, Padiglione Italia, in La Biennale di Venezia 1976. Ambiente, partecipazione, strutture culturali, vol. 1, Venezia, Alfieri, 1976, p. 106.
114 Maria Fratelli, Paolo Rusconi, Mostre e spazi espostivi pubblici a Milano dal 1945, in Storia di Milano. Il Novecento, vol. III, Istituto della Ecnciclopedia italiana, Roma, 1996, p. 445.
115 Irene Piazzoni, Introduzione, in Non solo piombo. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta, a c. di Irene Piazzoni, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 25
116 Alberto dell’Ora, Il Sant’Ambrogio di un laico, in Amare Milano. Discorsi di Sant’Ambrogio dal 1976 al 1984, Milano, SugarCo Edizioni, 1985, p. 9.
117 Ivi, p, 10.
118 Carlo Tognoli, Una città che guarda al futuro, in Amare Milano, cit., p. 18.
119 Carlo Tognoli, Realismo e fiducia dello spirito ambrosiano, in Amare Milano, cit., p. 27.
120 Ivi, p. 28.
121 Carlo Tognoli, Rigore morale e razionalità costruttiva, in Amare Milano, cit., p. 36.
122 Ivi, p. 35.
123 Carlo Tognoli, Scoprire nuovi valori, in Amare Milano, cit., p. 45.
124 Cfr., ivi, p. 49.
125 Cfr., Carlo Tognoli, Un profondo corso riformatore, in Amare Milano, cit., p. 59.
126 Carlo Tognoli, Rilanciare il ruolo della città, in Amare Milano, cit., p. 68.
127 Ivi, p. 63.
128 Carlo Tognoli, Fare quadrato attorno alle istituzioni, in Amare Milano, cit., p. 73.
129 Ivi, p. 75.
Andrea Capriolo, Manifestazioni artistiche nei centri sociali autogestiti della Milano tra anni Settanta e Ottanta. Dai Circoli del proletariato giovanile al movimento punk, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, 2013 -
I discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli
Prendendo in esame la politica culturale di Milano tra anni Settanta e Ottanta, non possiamo non verificare come essa venne egemonizzata da due personalità di spicco del PSI: Aldo Aniasi, eletto sindaco di Milano il 16 novembre 1967, e restato in carica per tre mandati fino al 12 maggio 1976, al quale succedette Carlo Tognoli, rimasto in carica sino al 19 dicembre 1986. Vero spartiacque nella storia amministrativa di palazzo Marino, tuttavia, furono le elezioni del 1975 che segnarono una netta vittoria del PCI il cui gruppo consiliare risultò ampliato di sei unità, passando dalle 19 del mandato precedente, alle 25, effetto di un aumento percentuale di sette punti rispetto alle elezioni comunali del 1970. Elezioni che, del resto, videro per la prima volta la presenza del cartello politico di Democrazia Proletaria, formato da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, il Movimento Studentesco, nonché Avanguardia Operaia. In questo clima, che vide in ogni caso la rielezione di Aniasi a sindaco, si profilava uno scenario nebuloso e instabile, con il programma di Giunta sempre soggetto a ritrattazioni e rimodulazioni.
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In quegli anni Milano era forse la vera capitale italiana della strategia della tensione: ogni settimana il capoluogo lombardo si trovava suo malgrado a ospitare episodi di violenza politica e a rappresentare la sede privilegiata del processo di costruzione e consolidamento della già citata maggioranza silenziosa, desiderosa di far confluire all’interno di un fronte unico tutte le forze conservatrici e reazionarie della società italiana. A tal proposito, l’obiettivo precipuo del PCI era quello di creare uno schieramento unitario ed il più compatto possibile, aperto anche ai moderati-conservatori, purché manifestamente antifascisti, al fine di scongiurare la formazione di questo fronte compatto delle forze reazionarie. Per pervenire a questo obiettivo, il PCI si schierò a fianco di altre forze antifasciste, all’interno del Comitato Permanente Antifascista per la Difesa dell’Ordine Repubblicano, che si era prodigato in difesa dell’agibilità degli atenei milanesi, quello della Statale in particolare. Si registrava dunque, soprattutto da parte comunista, una tendenza a far coincidere la maggioranza costituzionale e elettorale presente in città con quella consiliare. Secondo Luigi Vertemati e Gianni Cervetti, con l’inizio degli anni Settanta era venuta a formarsi una Giunta tanto “informale” quanto “armonica” – ovvero in grado di lavorare in serenità, seppur le possibili cause di attrito erano ben presenti – composta da Cervetti stesso in qualità di segretario provinciale del PCI, Vertemati come segretario socialista, Colombo come segretario cittadino della DC, Massari come segretario provinciale del PSDI e Aniasi, in qualità di Sindaco.
Non solo “piombo” tuttavia – secondo un recente volume curato da Irene Piazzoni: Milano, durante gli anni Settanta, e nel periodo di avvicendamento tra Aniasi e Tognoli, fu il centro propulsore italiano di nuove sperimentazioni sociali dove, come sottolineava Walter Tobagi in una inchiesta sul “Corriere della sera”, si stava affermando una struttura economica e sociale diversificata che non vedeva più nei grandi capitani d’industria e nelle fabbriche delle periferie della città la grandezza del territorio, ma un “vulcano in ebollizione” costituito da un intricato reticolo di piccole e medie imprese costrette a entrare in relazione con un mondo che ormai poteva definirsi “planetario”: dalle radio di “movimento” (o libere), come Radio Milano International, alle radio commerciali, dai vecchi capitani d’industria, sorti durante il Ventennio, a novelli imprenditori – Berlusconi e Armani su tutti – fino a una precisa riorganizzazione urbanistica, che vide nella Variante generale del 1976-1980 una profonda riorganizzazione territoriale. Questo nuovo piano regolatore, difatti, venne proposto dall’amministrazione comunale per tentare di risanare il tessuto edilizio preesistente, atto anche al recupero delle aree urbane allora in disuso e soggette, come vedremo, a occupazioni abusive; non ultimo, in questa logica, la pianificazione di un decentramento amministrativo degli uffici della pubblica
amministrazione. Allo stesso tempo, il Comune tentò di attuare un progetto di miglioramento della vita quotidiana dei cittadini: progetto un processo di calmierazione degli affitti attraverso l’istituzione dell’Istituto case popolari, e cercò di migliorare la viabilità urbana dando avvio nel 1979 al prolungamento delle metropolitane 1 e 2, nonché impostando i lavori per la terza linea, che venne aperta solo un decennio più tardi, nel 1990; nel 1980-1981, infine, l’amministrazione di Tognoli concentrò le proprie finanze per la municipalizzazione del gas e nella metanizzazione utile a ridurre l’inquinamento atmosferico.
Anche la cultura stava rapidamente cambiando; se interventi come la “Mostra incessante per il Cile” organizzata nel corso di 5 anni presso la Galleria di Porta Ticinese di Gigliola Rovasino – vero e proprio centro di ricerca autogestito e autofinanziato per l’arte “impegnata”, i vari murales che organizzazioni della sinistra giovanile dipingevano sui muri del centro cittadino, come quelli fatti dal Collettivo Pittori di Porta Ticinese o dal Gruppo Femminista per il salario domestico, o i momenti di appropriazione urbana attraverso la pratica artistica – Franco Mazzucchelli, solo per citare una delle esperienze più interessanti <112, afferivano ancora a un mondo politicamente connotato, tali momenti convivevano con esperienze del tutto svincolate da una pratica “militante”. Le gallerie private, che sempre maggiormente venivano a caratterizzare la cultura cittadina, fornivano una lettura differente dell’arte degli anni Settanta, passando dall’ospitare artisti tipicamente nazionali, con altri di interesse internazionale: se all’Annunciata di Bruno Grossetti aperta a fine anni Trenta, nel corso dei Settanta, durante l’affiancamento degli figlio Sergio, si proposero mostre di De Pisis, Lilloni, Del Bon, Cassinari, ma anche i “vecchi” surrealisti, nel 1975 alla galleria Salvatore Ala Gordon Matta-Clark proponeva – dopo aver tentato la rimozione di una parte del pavimento dello spazio della galleria via Mameli – “Untitled Wal and Floor Cutting”: un filo d’acciaio installato lungo le pareti dello spazio, che dalla corte d’ingresso passava attraverso finestre e luoghi di servizio. Anche presso Toselli, Michael Asher, nel settembre del 1973 esportava l’intonaco delle pareti interne tramite una sabbiatrice per mostrare le alterazioni subite dalla struttura nel corso del tempo. Come abbiamo visto, dunque, non si può dare una visione unilaterale di quello che avveniva nel campo artistico negli anni Settanta: la figura portata in scena da Crispolti alla Biennale del 1976 – ovvero quella dell’operatore culturale quale “provocatore di autocoscienza culturale altrui” <113 – conviveva con altre esperienze d’arte per l’arte, che si richiamavano alla più classica storia dell’arte dei secoli passati.
Anche il comune, del resto, fece la sua parte in questo campo: l’organizzazione e l’avviamento di nuovi spazi espositivi, come il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, la quale programmazione, dopo la nuova apertura del 1979, fu affidata a Zeno Birolli, Vittorio Gregotti e Germano Celant: uno spazio, e un progetto, “multidisciplinare attento alle interrelazioni della ricerca artistica d’avanguardia con la progettazione architettonica e con gli altri settori della cultura contemporanea, in primo luogo quello letterario” <114, ma aperto anche ai musei stranieri <115. Da ricordare, inoltre, anche la riapertura, il 24 aprile del 1980 – alla presenza del Presidente Pertini – della Pinacoteca Civica (riallestita per l’occasione di Franco Albini, Franca Helg e Antonio Piva). E ancora: gli spazi dell’antico convento delle Stelline di corso Magenta, riutilizzati dal 1980 quale luogo adibito a esposizioni temporanee; il riallestimento e riammodernamento dei sotterranei e del piano terra di Palazzo Reale, che avrebbero dovuto ospitare, ancora, mostre di giovani artisti, ma non solo – come l’ormai celebre “Anni trenta: arte e cultura in Italia” – nell’attesa che i piani superiori del palazzo piermariniano avrebbero potuto ospitare la collezione del CIMAC, il Civico Museo d’Arte contemporanea, che effettivamente venne aperto nel 1984.
Tutto questo ambiente, politico, culturale e sociale, fu il “basso continuo” della politica milanese tra anni Settanta e Ottanta, e occupò le discussioni dell’amministrazione comunale. Interessante a tale proposito vedere come nel 1985 per la casa editrice SugarCo veniva pubblicato il volume “Amare Milano” il quale conteneva le trascrizioni dei discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli dal 1976 al 1984, tramite i quali il Primo cittadino faceva un sunto “morale” <116 dell’anno trascorso. Già nella prefazione al volume, scritta da Alberto Dell’Ora, si faceva un punto sulla situazione di circa dieci anni di governo cittadino, sottolineando come, seppur sotto il profilo terroristico gli anni precedenti furono drammatici, i discorsi di Tognoli “registrano una costante positiva evoluzione economica e sociale della nostra città, un continuo miglioramento del clima generale, nel quale si avvertono ora i riferimenti di una ritrovata solidarietà civile e i segni ceti di una nuova vitalità e di una sicura fiducia nell’economia e nel lavoro” <117. Questa, tuttavia, non è la mia opinione, in quanto, seppur a fasi alterne negli anni – che si manifestano una sorta di ripresa “emotiva” positiva tra il 1977 e il 1980, dopo gli anni forse più drammatici per l’economia cittadina – si evince nelle parole del sindaco un forte senso di scoramento sia in campo economico, che in quello legato alla cultura giovanile e del terrorismo, vere “spine nel fianco” dell’amministrazione comunale anche negli anni Ottanta. Vale la pena, in questo contesto, sottolineare la lunga citazione inerente alla relazione tenuta dal sindaco nel 1976, la quale dava conto di questo clima rovente; discorso tenuto, per altro, lo stesso giorno degli incidenti della prima scaligera: “non trascorre quasi giorno senza che noi dobbiamo lamentare atti di violenza, crimini, intolleranze e arbitri, dove spesso movimenti politici si confondono con espressioni di delinquenza comunque, in un coacervo di propositi il più delle volte insensati. La violenza, la criminalità, il teppismo trovano un terreno favorevole nella crisi in cui ci troviamo. La difesa dell’ordine pubblico diventa difficile malgrado i sacrifici delle forze dell’ordine, cui va la gratitudine della cittadinanza. E tuttavia è giusto ricordare che Milano ha attraversato momenti terribili superandoli con grande forza d’animo, proprio quando sembrava che la nostra città fosse l’epicentro di una rivolta o di un colpo di stato. Oggi è possibile, oltre che opportuno, ripetere l’appello ai cittadini perché non si facciano intimorire, perché accolgano la sfida di chi mira a gettare la città nella paralisi e nel caos, con disprezzo della libertà e della convivenza civile. Siamo convinti che in una società evoluta la violenza alla fine non paga, si ritorce anzi contro chi la promuove. Tuttavia non bisogna mostrarsi deboli, bisogna reagire con fermezza, anche se con giustizia. Ciò non significa invocare la cieca repressione ignorando le cause economiche e sociali dei fenomeni, ma respingere ogni azione eversiva e sovversiva che, lungi dall’affrontare alla radice i problemi, tende a strumentalizzare per fini antidemocratici.” <118.
Se questo il sindaco esprimeva nel 1976, il proclama dell’anno successivo appariva più disteso e di prospettiva ottimista, nonostante il Settantasette milanese aveva visto numerosi episodi di “giustizia proletaria”. Come non ricordare il ferimento di Montanelli e del consigliere comunale democristiano Carlo Arienti, il “12 marzo” milanese, con l’assalto alla sede dell’Assolombarda, che precede di qualche mese la sparatoria di via De Amicis con l’uccisione dell’agente Custra, nonché la morte del vigile urbano Vincenzo Ugga e della giovane Ada Fornaro durante un tentativo di rapina a uno sportello bancario. Così parlava il Primo cittadino nel 1977, ricordando l’anno passato, facendo cenno anche ai “fatti” della Scala: “l’anno scorso, in occasione della festività di Sant’Ambrogio, nel breve indirizzo che rivolsi ai benemeriti, risultava nel complesso prevalente una intonazione pessimistica e di critico realismo” <119, tuttavia, proseguiva ricordando che “a un anno di distanza, il consuntivo che possiamo offrire non può avere i toni dell’ottimismo, ma può portare qualche segno di fiducia. […] questa crisi non ha prodotto quella temuta disgregazione dell’equilibrio sociale e politico che molti avevano pronosticato.” <120. Parole, queste ultime, confermate anche negli anni successivi: nel 1978, Tognoli difatti dichiarava – nonostante avesse dovuto registrare “fenomeni di disgregazione e di violenza” <121 – che “se oggi l’orizzonte è meno fosco, se le ragione della speranza e della fiducia fanno primo sui richiami al pessimismo e alla rassegnazione, ciò non è dovuto al verificarsi di circostanze occasionali ma alla tenace volontà costruttiva dei nostri concittadini, i quali hanno testimoniato nei fatti in questo scorcio di mesi un rigore morale, un impegno civile e sociale, una operosità fervida in tutto all’altezza della storia della nostra città.” <122. Stesso sentimento espresso nel 1979, seppur si ricordava come “il quadro complessivo in cui si svolge la vita nazionale non appare positivo”: “accanto a fenomeni di decadenza” – ricordava Tognoli – “si registrano segni di consolidata ripresa nel campo dell’economia e della vita culturale.” <123, nel tentativo di dare al giovane nuove occasioni di partecipazione alla vita pubblica cittadina, nonché momenti di incontro e di svago <124. Una funzione educativa, quella promossa dall’autorità comunale, che il Primo cittadino espresse anche nel “saluto” del 1980, quando dichiarava come fondamentale eradicare nel giovane la cultura della violenza, e i fattori di
emarginazione ed esclusione sociale che avrebbero potuto creare ingiustizie e tensioni <125. Seppur i proclami degli anni precedenti, dove pareva di cogliere un certo ottimismo del sindaco nei confronti della ripresa economica, anche nei primi Ottanta problemi in questo campo in ogni caso permanevano: Tognoli, infatti, pur palesandosi come fiducioso nei confronti di un rilancio dell’economia cittadina, e nazionale, ricordava nel 1981 che “bisogna praticare seriamente una politica di austerità” <126; il problema che, tuttavia, si palesava come di più difficile eradicazione era la violenza politica giovanile: “Stiamo per lasciarci alle spalle un altro anno di crisi e di difficoltà per il paese e per Milano. Anche nel 1981 violenza e terrorismo hanno accompagnato la nostra vita quotidiana. Delinquenza comune è criminalità politica hanno mietuto vittime innocenti in tutta Italia e nella nostra città, provocando non solo costernazione ma profondo turbamento” <127. Sulla medesima scia degli anni precedenti, il discorso del Primo cittadino del 1982, simbolicamente intitolato “Fare quadrato attorno alle istituzioni”: l’uccisione in quell’anno da parte mafiosa di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie, colpì profondamente la pubblica opinione italiana; il titolo della prolusione di Tognoli si definiva proprio in questo contesto. Tuttavia, pare di leggere, nelle parole di cordoglio di Tognoli, più che un ricordo alla matrice mafiosa dell’assassinio, un velato richiamo al terrorismo di matrice politica comunista: Dalla Chiesa, del resto, durante gli anni Settanta si prodigò incessantemente per reprimere i disordini movimentati da questo settore sociale, creando anche il Nucleo Speciale Antiterrorismo. Così, difatti, veniva da Tognoli descritto il generale: “un eroe positivo dei nostri tempi, il simbolo della capacità di difesa dello stato dalla offensiva del terrorismo, della criminalità e della mafia” <128. Nella restante parte del discorso, inoltre, nessuna menzione veniva fatta all’ostacolo posto dal generale alle organizzazioni mafiose, ma veniva unicamente ricordata la sua dedizione a combattere il terrorismo politico. Tale richiamo, tuttavia, veniva preso a pretesto da Tognoli per riallacciarsi, ancora una volta, alla crisi economica, nonché sociale e morale, che colpiva in quell’anno la cittadinanza milanese, quasi come se la “devianza” politica definisce le cause della crisi economica. Sebbene il sindaco sottolineava che il settore terziario era in espansione, il comparto industriale si mostrava in profonda crisi: “l’orizzonte dunque non si presenta sereno e tutti i nostri sforzi, nei limiti delle nostre possibilità, devono puntare al risanamento della spesa pubblica e al rilancio degli investimenti.” <129.
[NOTE]
112 Una ricognizione di queste esperienze nella Milano degli anni Settanta la si può trovare nel volume: La parola agli artisti. Arte e impegno a Milano negli anni Settanta, (Lissone, MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, 24 settembre – 25 novembre 2016), a c. di Cristina Casero e Elena Di Raddo, Milano, Postmedia books, 2016. Il volume nient’altro è che la pubblicazione a corredo di una esposizione tenuta a Lissone su tali momenti artistici.
113 Enrico Crispolti, Padiglione Italia, in La Biennale di Venezia 1976. Ambiente, partecipazione, strutture culturali, vol. 1, Venezia, Alfieri, 1976, p. 106.
114 Maria Fratelli, Paolo Rusconi, Mostre e spazi espostivi pubblici a Milano dal 1945, in Storia di Milano. Il Novecento, vol. III, Istituto della Ecnciclopedia italiana, Roma, 1996, p. 445.
115 Irene Piazzoni, Introduzione, in Non solo piombo. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta, a c. di Irene Piazzoni, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 25
116 Alberto dell’Ora, Il Sant’Ambrogio di un laico, in Amare Milano. Discorsi di Sant’Ambrogio dal 1976 al 1984, Milano, SugarCo Edizioni, 1985, p. 9.
117 Ivi, p, 10.
118 Carlo Tognoli, Una città che guarda al futuro, in Amare Milano, cit., p. 18.
119 Carlo Tognoli, Realismo e fiducia dello spirito ambrosiano, in Amare Milano, cit., p. 27.
120 Ivi, p. 28.
121 Carlo Tognoli, Rigore morale e razionalità costruttiva, in Amare Milano, cit., p. 36.
122 Ivi, p. 35.
123 Carlo Tognoli, Scoprire nuovi valori, in Amare Milano, cit., p. 45.
124 Cfr., ivi, p. 49.
125 Cfr., Carlo Tognoli, Un profondo corso riformatore, in Amare Milano, cit., p. 59.
126 Carlo Tognoli, Rilanciare il ruolo della città, in Amare Milano, cit., p. 68.
127 Ivi, p. 63.
128 Carlo Tognoli, Fare quadrato attorno alle istituzioni, in Amare Milano, cit., p. 73.
129 Ivi, p. 75.
Andrea Capriolo, Manifestazioni artistiche nei centri sociali autogestiti della Milano tra anni Settanta e Ottanta. Dai Circoli del proletariato giovanile al movimento punk, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, 2013 -
I discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli
Prendendo in esame la politica culturale di Milano tra anni Settanta e Ottanta, non possiamo non verificare come essa venne egemonizzata da due personalità di spicco del PSI: Aldo Aniasi, eletto sindaco di Milano il 16 novembre 1967, e restato in carica per tre mandati fino al 12 maggio 1976, al quale succedette Carlo Tognoli, rimasto in carica sino al 19 dicembre 1986. Vero spartiacque nella storia amministrativa di palazzo Marino, tuttavia, furono le elezioni del 1975 che segnarono una netta vittoria del PCI il cui gruppo consiliare risultò ampliato di sei unità, passando dalle 19 del mandato precedente, alle 25, effetto di un aumento percentuale di sette punti rispetto alle elezioni comunali del 1970. Elezioni che, del resto, videro per la prima volta la presenza del cartello politico di Democrazia Proletaria, formato da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, il Movimento Studentesco, nonché Avanguardia Operaia. In questo clima, che vide in ogni caso la rielezione di Aniasi a sindaco, si profilava uno scenario nebuloso e instabile, con il programma di Giunta sempre soggetto a ritrattazioni e rimodulazioni.
#1967 #1975 #1976 #1977 #1981 #1986 #70 #80 #AldoAniasi #AndreaCapriolo #anni #CarloTognoli #criminalità #culturale #DC #economia #finanza #imprenditori #industria #maggioranza #Milano #PCI #piombo #politica #Psdi #PSI #silenziosa #sindaci #sociale #strategia #tensione #teppismo #terrorismo #violenza
In quegli anni Milano era forse la vera capitale italiana della strategia della tensione: ogni settimana il capoluogo lombardo si trovava suo malgrado a ospitare episodi di violenza politica e a rappresentare la sede privilegiata del processo di costruzione e consolidamento della già citata maggioranza silenziosa, desiderosa di far confluire all’interno di un fronte unico tutte le forze conservatrici e reazionarie della società italiana. A tal proposito, l’obiettivo precipuo del PCI era quello di creare uno schieramento unitario ed il più compatto possibile, aperto anche ai moderati-conservatori, purché manifestamente antifascisti, al fine di scongiurare la formazione di questo fronte compatto delle forze reazionarie. Per pervenire a questo obiettivo, il PCI si schierò a fianco di altre forze antifasciste, all’interno del Comitato Permanente Antifascista per la Difesa dell’Ordine Repubblicano, che si era prodigato in difesa dell’agibilità degli atenei milanesi, quello della Statale in particolare. Si registrava dunque, soprattutto da parte comunista, una tendenza a far coincidere la maggioranza costituzionale e elettorale presente in città con quella consiliare. Secondo Luigi Vertemati e Gianni Cervetti, con l’inizio degli anni Settanta era venuta a formarsi una Giunta tanto “informale” quanto “armonica” – ovvero in grado di lavorare in serenità, seppur le possibili cause di attrito erano ben presenti – composta da Cervetti stesso in qualità di segretario provinciale del PCI, Vertemati come segretario socialista, Colombo come segretario cittadino della DC, Massari come segretario provinciale del PSDI e Aniasi, in qualità di Sindaco.
Non solo “piombo” tuttavia – secondo un recente volume curato da Irene Piazzoni: Milano, durante gli anni Settanta, e nel periodo di avvicendamento tra Aniasi e Tognoli, fu il centro propulsore italiano di nuove sperimentazioni sociali dove, come sottolineava Walter Tobagi in una inchiesta sul “Corriere della sera”, si stava affermando una struttura economica e sociale diversificata che non vedeva più nei grandi capitani d’industria e nelle fabbriche delle periferie della città la grandezza del territorio, ma un “vulcano in ebollizione” costituito da un intricato reticolo di piccole e medie imprese costrette a entrare in relazione con un mondo che ormai poteva definirsi “planetario”: dalle radio di “movimento” (o libere), come Radio Milano International, alle radio commerciali, dai vecchi capitani d’industria, sorti durante il Ventennio, a novelli imprenditori – Berlusconi e Armani su tutti – fino a una precisa riorganizzazione urbanistica, che vide nella Variante generale del 1976-1980 una profonda riorganizzazione territoriale. Questo nuovo piano regolatore, difatti, venne proposto dall’amministrazione comunale per tentare di risanare il tessuto edilizio preesistente, atto anche al recupero delle aree urbane allora in disuso e soggette, come vedremo, a occupazioni abusive; non ultimo, in questa logica, la pianificazione di un decentramento amministrativo degli uffici della pubblica
amministrazione. Allo stesso tempo, il Comune tentò di attuare un progetto di miglioramento della vita quotidiana dei cittadini: progetto un processo di calmierazione degli affitti attraverso l’istituzione dell’Istituto case popolari, e cercò di migliorare la viabilità urbana dando avvio nel 1979 al prolungamento delle metropolitane 1 e 2, nonché impostando i lavori per la terza linea, che venne aperta solo un decennio più tardi, nel 1990; nel 1980-1981, infine, l’amministrazione di Tognoli concentrò le proprie finanze per la municipalizzazione del gas e nella metanizzazione utile a ridurre l’inquinamento atmosferico.
Anche la cultura stava rapidamente cambiando; se interventi come la “Mostra incessante per il Cile” organizzata nel corso di 5 anni presso la Galleria di Porta Ticinese di Gigliola Rovasino – vero e proprio centro di ricerca autogestito e autofinanziato per l’arte “impegnata”, i vari murales che organizzazioni della sinistra giovanile dipingevano sui muri del centro cittadino, come quelli fatti dal Collettivo Pittori di Porta Ticinese o dal Gruppo Femminista per il salario domestico, o i momenti di appropriazione urbana attraverso la pratica artistica – Franco Mazzucchelli, solo per citare una delle esperienze più interessanti <112, afferivano ancora a un mondo politicamente connotato, tali momenti convivevano con esperienze del tutto svincolate da una pratica “militante”. Le gallerie private, che sempre maggiormente venivano a caratterizzare la cultura cittadina, fornivano una lettura differente dell’arte degli anni Settanta, passando dall’ospitare artisti tipicamente nazionali, con altri di interesse internazionale: se all’Annunciata di Bruno Grossetti aperta a fine anni Trenta, nel corso dei Settanta, durante l’affiancamento degli figlio Sergio, si proposero mostre di De Pisis, Lilloni, Del Bon, Cassinari, ma anche i “vecchi” surrealisti, nel 1975 alla galleria Salvatore Ala Gordon Matta-Clark proponeva – dopo aver tentato la rimozione di una parte del pavimento dello spazio della galleria via Mameli – “Untitled Wal and Floor Cutting”: un filo d’acciaio installato lungo le pareti dello spazio, che dalla corte d’ingresso passava attraverso finestre e luoghi di servizio. Anche presso Toselli, Michael Asher, nel settembre del 1973 esportava l’intonaco delle pareti interne tramite una sabbiatrice per mostrare le alterazioni subite dalla struttura nel corso del tempo. Come abbiamo visto, dunque, non si può dare una visione unilaterale di quello che avveniva nel campo artistico negli anni Settanta: la figura portata in scena da Crispolti alla Biennale del 1976 – ovvero quella dell’operatore culturale quale “provocatore di autocoscienza culturale altrui” <113 – conviveva con altre esperienze d’arte per l’arte, che si richiamavano alla più classica storia dell’arte dei secoli passati.
Anche il comune, del resto, fece la sua parte in questo campo: l’organizzazione e l’avviamento di nuovi spazi espositivi, come il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, la quale programmazione, dopo la nuova apertura del 1979, fu affidata a Zeno Birolli, Vittorio Gregotti e Germano Celant: uno spazio, e un progetto, “multidisciplinare attento alle interrelazioni della ricerca artistica d’avanguardia con la progettazione architettonica e con gli altri settori della cultura contemporanea, in primo luogo quello letterario” <114, ma aperto anche ai musei stranieri <115. Da ricordare, inoltre, anche la riapertura, il 24 aprile del 1980 – alla presenza del Presidente Pertini – della Pinacoteca Civica (riallestita per l’occasione di Franco Albini, Franca Helg e Antonio Piva). E ancora: gli spazi dell’antico convento delle Stelline di corso Magenta, riutilizzati dal 1980 quale luogo adibito a esposizioni temporanee; il riallestimento e riammodernamento dei sotterranei e del piano terra di Palazzo Reale, che avrebbero dovuto ospitare, ancora, mostre di giovani artisti, ma non solo – come l’ormai celebre “Anni trenta: arte e cultura in Italia” – nell’attesa che i piani superiori del palazzo piermariniano avrebbero potuto ospitare la collezione del CIMAC, il Civico Museo d’Arte contemporanea, che effettivamente venne aperto nel 1984.
Tutto questo ambiente, politico, culturale e sociale, fu il “basso continuo” della politica milanese tra anni Settanta e Ottanta, e occupò le discussioni dell’amministrazione comunale. Interessante a tale proposito vedere come nel 1985 per la casa editrice SugarCo veniva pubblicato il volume “Amare Milano” il quale conteneva le trascrizioni dei discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli dal 1976 al 1984, tramite i quali il Primo cittadino faceva un sunto “morale” <116 dell’anno trascorso. Già nella prefazione al volume, scritta da Alberto Dell’Ora, si faceva un punto sulla situazione di circa dieci anni di governo cittadino, sottolineando come, seppur sotto il profilo terroristico gli anni precedenti furono drammatici, i discorsi di Tognoli “registrano una costante positiva evoluzione economica e sociale della nostra città, un continuo miglioramento del clima generale, nel quale si avvertono ora i riferimenti di una ritrovata solidarietà civile e i segni ceti di una nuova vitalità e di una sicura fiducia nell’economia e nel lavoro” <117. Questa, tuttavia, non è la mia opinione, in quanto, seppur a fasi alterne negli anni – che si manifestano una sorta di ripresa “emotiva” positiva tra il 1977 e il 1980, dopo gli anni forse più drammatici per l’economia cittadina – si evince nelle parole del sindaco un forte senso di scoramento sia in campo economico, che in quello legato alla cultura giovanile e del terrorismo, vere “spine nel fianco” dell’amministrazione comunale anche negli anni Ottanta. Vale la pena, in questo contesto, sottolineare la lunga citazione inerente alla relazione tenuta dal sindaco nel 1976, la quale dava conto di questo clima rovente; discorso tenuto, per altro, lo stesso giorno degli incidenti della prima scaligera: “non trascorre quasi giorno senza che noi dobbiamo lamentare atti di violenza, crimini, intolleranze e arbitri, dove spesso movimenti politici si confondono con espressioni di delinquenza comunque, in un coacervo di propositi il più delle volte insensati. La violenza, la criminalità, il teppismo trovano un terreno favorevole nella crisi in cui ci troviamo. La difesa dell’ordine pubblico diventa difficile malgrado i sacrifici delle forze dell’ordine, cui va la gratitudine della cittadinanza. E tuttavia è giusto ricordare che Milano ha attraversato momenti terribili superandoli con grande forza d’animo, proprio quando sembrava che la nostra città fosse l’epicentro di una rivolta o di un colpo di stato. Oggi è possibile, oltre che opportuno, ripetere l’appello ai cittadini perché non si facciano intimorire, perché accolgano la sfida di chi mira a gettare la città nella paralisi e nel caos, con disprezzo della libertà e della convivenza civile. Siamo convinti che in una società evoluta la violenza alla fine non paga, si ritorce anzi contro chi la promuove. Tuttavia non bisogna mostrarsi deboli, bisogna reagire con fermezza, anche se con giustizia. Ciò non significa invocare la cieca repressione ignorando le cause economiche e sociali dei fenomeni, ma respingere ogni azione eversiva e sovversiva che, lungi dall’affrontare alla radice i problemi, tende a strumentalizzare per fini antidemocratici.” <118.
Se questo il sindaco esprimeva nel 1976, il proclama dell’anno successivo appariva più disteso e di prospettiva ottimista, nonostante il Settantasette milanese aveva visto numerosi episodi di “giustizia proletaria”. Come non ricordare il ferimento di Montanelli e del consigliere comunale democristiano Carlo Arienti, il “12 marzo” milanese, con l’assalto alla sede dell’Assolombarda, che precede di qualche mese la sparatoria di via De Amicis con l’uccisione dell’agente Custra, nonché la morte del vigile urbano Vincenzo Ugga e della giovane Ada Fornaro durante un tentativo di rapina a uno sportello bancario. Così parlava il Primo cittadino nel 1977, ricordando l’anno passato, facendo cenno anche ai “fatti” della Scala: “l’anno scorso, in occasione della festività di Sant’Ambrogio, nel breve indirizzo che rivolsi ai benemeriti, risultava nel complesso prevalente una intonazione pessimistica e di critico realismo” <119, tuttavia, proseguiva ricordando che “a un anno di distanza, il consuntivo che possiamo offrire non può avere i toni dell’ottimismo, ma può portare qualche segno di fiducia. […] questa crisi non ha prodotto quella temuta disgregazione dell’equilibrio sociale e politico che molti avevano pronosticato.” <120. Parole, queste ultime, confermate anche negli anni successivi: nel 1978, Tognoli difatti dichiarava – nonostante avesse dovuto registrare “fenomeni di disgregazione e di violenza” <121 – che “se oggi l’orizzonte è meno fosco, se le ragione della speranza e della fiducia fanno primo sui richiami al pessimismo e alla rassegnazione, ciò non è dovuto al verificarsi di circostanze occasionali ma alla tenace volontà costruttiva dei nostri concittadini, i quali hanno testimoniato nei fatti in questo scorcio di mesi un rigore morale, un impegno civile e sociale, una operosità fervida in tutto all’altezza della storia della nostra città.” <122. Stesso sentimento espresso nel 1979, seppur si ricordava come “il quadro complessivo in cui si svolge la vita nazionale non appare positivo”: “accanto a fenomeni di decadenza” – ricordava Tognoli – “si registrano segni di consolidata ripresa nel campo dell’economia e della vita culturale.” <123, nel tentativo di dare al giovane nuove occasioni di partecipazione alla vita pubblica cittadina, nonché momenti di incontro e di svago <124. Una funzione educativa, quella promossa dall’autorità comunale, che il Primo cittadino espresse anche nel “saluto” del 1980, quando dichiarava come fondamentale eradicare nel giovane la cultura della violenza, e i fattori di
emarginazione ed esclusione sociale che avrebbero potuto creare ingiustizie e tensioni <125. Seppur i proclami degli anni precedenti, dove pareva di cogliere un certo ottimismo del sindaco nei confronti della ripresa economica, anche nei primi Ottanta problemi in questo campo in ogni caso permanevano: Tognoli, infatti, pur palesandosi come fiducioso nei confronti di un rilancio dell’economia cittadina, e nazionale, ricordava nel 1981 che “bisogna praticare seriamente una politica di austerità” <126; il problema che, tuttavia, si palesava come di più difficile eradicazione era la violenza politica giovanile: “Stiamo per lasciarci alle spalle un altro anno di crisi e di difficoltà per il paese e per Milano. Anche nel 1981 violenza e terrorismo hanno accompagnato la nostra vita quotidiana. Delinquenza comune è criminalità politica hanno mietuto vittime innocenti in tutta Italia e nella nostra città, provocando non solo costernazione ma profondo turbamento” <127. Sulla medesima scia degli anni precedenti, il discorso del Primo cittadino del 1982, simbolicamente intitolato “Fare quadrato attorno alle istituzioni”: l’uccisione in quell’anno da parte mafiosa di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie, colpì profondamente la pubblica opinione italiana; il titolo della prolusione di Tognoli si definiva proprio in questo contesto. Tuttavia, pare di leggere, nelle parole di cordoglio di Tognoli, più che un ricordo alla matrice mafiosa dell’assassinio, un velato richiamo al terrorismo di matrice politica comunista: Dalla Chiesa, del resto, durante gli anni Settanta si prodigò incessantemente per reprimere i disordini movimentati da questo settore sociale, creando anche il Nucleo Speciale Antiterrorismo. Così, difatti, veniva da Tognoli descritto il generale: “un eroe positivo dei nostri tempi, il simbolo della capacità di difesa dello stato dalla offensiva del terrorismo, della criminalità e della mafia” <128. Nella restante parte del discorso, inoltre, nessuna menzione veniva fatta all’ostacolo posto dal generale alle organizzazioni mafiose, ma veniva unicamente ricordata la sua dedizione a combattere il terrorismo politico. Tale richiamo, tuttavia, veniva preso a pretesto da Tognoli per riallacciarsi, ancora una volta, alla crisi economica, nonché sociale e morale, che colpiva in quell’anno la cittadinanza milanese, quasi come se la “devianza” politica definisce le cause della crisi economica. Sebbene il sindaco sottolineava che il settore terziario era in espansione, il comparto industriale si mostrava in profonda crisi: “l’orizzonte dunque non si presenta sereno e tutti i nostri sforzi, nei limiti delle nostre possibilità, devono puntare al risanamento della spesa pubblica e al rilancio degli investimenti.” <129.
[NOTE]
112 Una ricognizione di queste esperienze nella Milano degli anni Settanta la si può trovare nel volume: La parola agli artisti. Arte e impegno a Milano negli anni Settanta, (Lissone, MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, 24 settembre – 25 novembre 2016), a c. di Cristina Casero e Elena Di Raddo, Milano, Postmedia books, 2016. Il volume nient’altro è che la pubblicazione a corredo di una esposizione tenuta a Lissone su tali momenti artistici.
113 Enrico Crispolti, Padiglione Italia, in La Biennale di Venezia 1976. Ambiente, partecipazione, strutture culturali, vol. 1, Venezia, Alfieri, 1976, p. 106.
114 Maria Fratelli, Paolo Rusconi, Mostre e spazi espostivi pubblici a Milano dal 1945, in Storia di Milano. Il Novecento, vol. III, Istituto della Ecnciclopedia italiana, Roma, 1996, p. 445.
115 Irene Piazzoni, Introduzione, in Non solo piombo. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta, a c. di Irene Piazzoni, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 25
116 Alberto dell’Ora, Il Sant’Ambrogio di un laico, in Amare Milano. Discorsi di Sant’Ambrogio dal 1976 al 1984, Milano, SugarCo Edizioni, 1985, p. 9.
117 Ivi, p, 10.
118 Carlo Tognoli, Una città che guarda al futuro, in Amare Milano, cit., p. 18.
119 Carlo Tognoli, Realismo e fiducia dello spirito ambrosiano, in Amare Milano, cit., p. 27.
120 Ivi, p. 28.
121 Carlo Tognoli, Rigore morale e razionalità costruttiva, in Amare Milano, cit., p. 36.
122 Ivi, p. 35.
123 Carlo Tognoli, Scoprire nuovi valori, in Amare Milano, cit., p. 45.
124 Cfr., ivi, p. 49.
125 Cfr., Carlo Tognoli, Un profondo corso riformatore, in Amare Milano, cit., p. 59.
126 Carlo Tognoli, Rilanciare il ruolo della città, in Amare Milano, cit., p. 68.
127 Ivi, p. 63.
128 Carlo Tognoli, Fare quadrato attorno alle istituzioni, in Amare Milano, cit., p. 73.
129 Ivi, p. 75.
Andrea Capriolo, Manifestazioni artistiche nei centri sociali autogestiti della Milano tra anni Settanta e Ottanta. Dai Circoli del proletariato giovanile al movimento punk, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, 2013 -
I discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli
Prendendo in esame la politica culturale di Milano tra anni Settanta e Ottanta, non possiamo non verificare come essa venne egemonizzata da due personalità di spicco del PSI: Aldo Aniasi, eletto sindaco di Milano il 16 novembre 1967, e restato in carica per tre mandati fino al 12 maggio 1976, al quale succedette Carlo Tognoli, rimasto in carica sino al 19 dicembre 1986. Vero spartiacque nella storia amministrativa di palazzo Marino, tuttavia, furono le elezioni del 1975 che segnarono una netta vittoria del PCI il cui gruppo consiliare risultò ampliato di sei unità, passando dalle 19 del mandato precedente, alle 25, effetto di un aumento percentuale di sette punti rispetto alle elezioni comunali del 1970. Elezioni che, del resto, videro per la prima volta la presenza del cartello politico di Democrazia Proletaria, formato da Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, il Movimento Studentesco, nonché Avanguardia Operaia. In questo clima, che vide in ogni caso la rielezione di Aniasi a sindaco, si profilava uno scenario nebuloso e instabile, con il programma di Giunta sempre soggetto a ritrattazioni e rimodulazioni.
#1967 #1975 #1976 #1977 #1981 #1986 #70 #80 #AldoAniasi #AndreaCapriolo #anni #CarloTognoli #criminalità #culturale #DC #economia #finanza #imprenditori #industria #maggioranza #Milano #PCI #piombo #politica #Psdi #PSI #silenziosa #sindaci #sociale #strategia #tensione #teppismo #terrorismo #violenza
In quegli anni Milano era forse la vera capitale italiana della strategia della tensione: ogni settimana il capoluogo lombardo si trovava suo malgrado a ospitare episodi di violenza politica e a rappresentare la sede privilegiata del processo di costruzione e consolidamento della già citata maggioranza silenziosa, desiderosa di far confluire all’interno di un fronte unico tutte le forze conservatrici e reazionarie della società italiana. A tal proposito, l’obiettivo precipuo del PCI era quello di creare uno schieramento unitario ed il più compatto possibile, aperto anche ai moderati-conservatori, purché manifestamente antifascisti, al fine di scongiurare la formazione di questo fronte compatto delle forze reazionarie. Per pervenire a questo obiettivo, il PCI si schierò a fianco di altre forze antifasciste, all’interno del Comitato Permanente Antifascista per la Difesa dell’Ordine Repubblicano, che si era prodigato in difesa dell’agibilità degli atenei milanesi, quello della Statale in particolare. Si registrava dunque, soprattutto da parte comunista, una tendenza a far coincidere la maggioranza costituzionale e elettorale presente in città con quella consiliare. Secondo Luigi Vertemati e Gianni Cervetti, con l’inizio degli anni Settanta era venuta a formarsi una Giunta tanto “informale” quanto “armonica” – ovvero in grado di lavorare in serenità, seppur le possibili cause di attrito erano ben presenti – composta da Cervetti stesso in qualità di segretario provinciale del PCI, Vertemati come segretario socialista, Colombo come segretario cittadino della DC, Massari come segretario provinciale del PSDI e Aniasi, in qualità di Sindaco.
Non solo “piombo” tuttavia – secondo un recente volume curato da Irene Piazzoni: Milano, durante gli anni Settanta, e nel periodo di avvicendamento tra Aniasi e Tognoli, fu il centro propulsore italiano di nuove sperimentazioni sociali dove, come sottolineava Walter Tobagi in una inchiesta sul “Corriere della sera”, si stava affermando una struttura economica e sociale diversificata che non vedeva più nei grandi capitani d’industria e nelle fabbriche delle periferie della città la grandezza del territorio, ma un “vulcano in ebollizione” costituito da un intricato reticolo di piccole e medie imprese costrette a entrare in relazione con un mondo che ormai poteva definirsi “planetario”: dalle radio di “movimento” (o libere), come Radio Milano International, alle radio commerciali, dai vecchi capitani d’industria, sorti durante il Ventennio, a novelli imprenditori – Berlusconi e Armani su tutti – fino a una precisa riorganizzazione urbanistica, che vide nella Variante generale del 1976-1980 una profonda riorganizzazione territoriale. Questo nuovo piano regolatore, difatti, venne proposto dall’amministrazione comunale per tentare di risanare il tessuto edilizio preesistente, atto anche al recupero delle aree urbane allora in disuso e soggette, come vedremo, a occupazioni abusive; non ultimo, in questa logica, la pianificazione di un decentramento amministrativo degli uffici della pubblica
amministrazione. Allo stesso tempo, il Comune tentò di attuare un progetto di miglioramento della vita quotidiana dei cittadini: progetto un processo di calmierazione degli affitti attraverso l’istituzione dell’Istituto case popolari, e cercò di migliorare la viabilità urbana dando avvio nel 1979 al prolungamento delle metropolitane 1 e 2, nonché impostando i lavori per la terza linea, che venne aperta solo un decennio più tardi, nel 1990; nel 1980-1981, infine, l’amministrazione di Tognoli concentrò le proprie finanze per la municipalizzazione del gas e nella metanizzazione utile a ridurre l’inquinamento atmosferico.
Anche la cultura stava rapidamente cambiando; se interventi come la “Mostra incessante per il Cile” organizzata nel corso di 5 anni presso la Galleria di Porta Ticinese di Gigliola Rovasino – vero e proprio centro di ricerca autogestito e autofinanziato per l’arte “impegnata”, i vari murales che organizzazioni della sinistra giovanile dipingevano sui muri del centro cittadino, come quelli fatti dal Collettivo Pittori di Porta Ticinese o dal Gruppo Femminista per il salario domestico, o i momenti di appropriazione urbana attraverso la pratica artistica – Franco Mazzucchelli, solo per citare una delle esperienze più interessanti <112, afferivano ancora a un mondo politicamente connotato, tali momenti convivevano con esperienze del tutto svincolate da una pratica “militante”. Le gallerie private, che sempre maggiormente venivano a caratterizzare la cultura cittadina, fornivano una lettura differente dell’arte degli anni Settanta, passando dall’ospitare artisti tipicamente nazionali, con altri di interesse internazionale: se all’Annunciata di Bruno Grossetti aperta a fine anni Trenta, nel corso dei Settanta, durante l’affiancamento degli figlio Sergio, si proposero mostre di De Pisis, Lilloni, Del Bon, Cassinari, ma anche i “vecchi” surrealisti, nel 1975 alla galleria Salvatore Ala Gordon Matta-Clark proponeva – dopo aver tentato la rimozione di una parte del pavimento dello spazio della galleria via Mameli – “Untitled Wal and Floor Cutting”: un filo d’acciaio installato lungo le pareti dello spazio, che dalla corte d’ingresso passava attraverso finestre e luoghi di servizio. Anche presso Toselli, Michael Asher, nel settembre del 1973 esportava l’intonaco delle pareti interne tramite una sabbiatrice per mostrare le alterazioni subite dalla struttura nel corso del tempo. Come abbiamo visto, dunque, non si può dare una visione unilaterale di quello che avveniva nel campo artistico negli anni Settanta: la figura portata in scena da Crispolti alla Biennale del 1976 – ovvero quella dell’operatore culturale quale “provocatore di autocoscienza culturale altrui” <113 – conviveva con altre esperienze d’arte per l’arte, che si richiamavano alla più classica storia dell’arte dei secoli passati.
Anche il comune, del resto, fece la sua parte in questo campo: l’organizzazione e l’avviamento di nuovi spazi espositivi, come il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, la quale programmazione, dopo la nuova apertura del 1979, fu affidata a Zeno Birolli, Vittorio Gregotti e Germano Celant: uno spazio, e un progetto, “multidisciplinare attento alle interrelazioni della ricerca artistica d’avanguardia con la progettazione architettonica e con gli altri settori della cultura contemporanea, in primo luogo quello letterario” <114, ma aperto anche ai musei stranieri <115. Da ricordare, inoltre, anche la riapertura, il 24 aprile del 1980 – alla presenza del Presidente Pertini – della Pinacoteca Civica (riallestita per l’occasione di Franco Albini, Franca Helg e Antonio Piva). E ancora: gli spazi dell’antico convento delle Stelline di corso Magenta, riutilizzati dal 1980 quale luogo adibito a esposizioni temporanee; il riallestimento e riammodernamento dei sotterranei e del piano terra di Palazzo Reale, che avrebbero dovuto ospitare, ancora, mostre di giovani artisti, ma non solo – come l’ormai celebre “Anni trenta: arte e cultura in Italia” – nell’attesa che i piani superiori del palazzo piermariniano avrebbero potuto ospitare la collezione del CIMAC, il Civico Museo d’Arte contemporanea, che effettivamente venne aperto nel 1984.
Tutto questo ambiente, politico, culturale e sociale, fu il “basso continuo” della politica milanese tra anni Settanta e Ottanta, e occupò le discussioni dell’amministrazione comunale. Interessante a tale proposito vedere come nel 1985 per la casa editrice SugarCo veniva pubblicato il volume “Amare Milano” il quale conteneva le trascrizioni dei discorsi di Sant’Ambrogio tenuti dal sindaco Tognoli dal 1976 al 1984, tramite i quali il Primo cittadino faceva un sunto “morale” <116 dell’anno trascorso. Già nella prefazione al volume, scritta da Alberto Dell’Ora, si faceva un punto sulla situazione di circa dieci anni di governo cittadino, sottolineando come, seppur sotto il profilo terroristico gli anni precedenti furono drammatici, i discorsi di Tognoli “registrano una costante positiva evoluzione economica e sociale della nostra città, un continuo miglioramento del clima generale, nel quale si avvertono ora i riferimenti di una ritrovata solidarietà civile e i segni ceti di una nuova vitalità e di una sicura fiducia nell’economia e nel lavoro” <117. Questa, tuttavia, non è la mia opinione, in quanto, seppur a fasi alterne negli anni – che si manifestano una sorta di ripresa “emotiva” positiva tra il 1977 e il 1980, dopo gli anni forse più drammatici per l’economia cittadina – si evince nelle parole del sindaco un forte senso di scoramento sia in campo economico, che in quello legato alla cultura giovanile e del terrorismo, vere “spine nel fianco” dell’amministrazione comunale anche negli anni Ottanta. Vale la pena, in questo contesto, sottolineare la lunga citazione inerente alla relazione tenuta dal sindaco nel 1976, la quale dava conto di questo clima rovente; discorso tenuto, per altro, lo stesso giorno degli incidenti della prima scaligera: “non trascorre quasi giorno senza che noi dobbiamo lamentare atti di violenza, crimini, intolleranze e arbitri, dove spesso movimenti politici si confondono con espressioni di delinquenza comunque, in un coacervo di propositi il più delle volte insensati. La violenza, la criminalità, il teppismo trovano un terreno favorevole nella crisi in cui ci troviamo. La difesa dell’ordine pubblico diventa difficile malgrado i sacrifici delle forze dell’ordine, cui va la gratitudine della cittadinanza. E tuttavia è giusto ricordare che Milano ha attraversato momenti terribili superandoli con grande forza d’animo, proprio quando sembrava che la nostra città fosse l’epicentro di una rivolta o di un colpo di stato. Oggi è possibile, oltre che opportuno, ripetere l’appello ai cittadini perché non si facciano intimorire, perché accolgano la sfida di chi mira a gettare la città nella paralisi e nel caos, con disprezzo della libertà e della convivenza civile. Siamo convinti che in una società evoluta la violenza alla fine non paga, si ritorce anzi contro chi la promuove. Tuttavia non bisogna mostrarsi deboli, bisogna reagire con fermezza, anche se con giustizia. Ciò non significa invocare la cieca repressione ignorando le cause economiche e sociali dei fenomeni, ma respingere ogni azione eversiva e sovversiva che, lungi dall’affrontare alla radice i problemi, tende a strumentalizzare per fini antidemocratici.” <118.
Se questo il sindaco esprimeva nel 1976, il proclama dell’anno successivo appariva più disteso e di prospettiva ottimista, nonostante il Settantasette milanese aveva visto numerosi episodi di “giustizia proletaria”. Come non ricordare il ferimento di Montanelli e del consigliere comunale democristiano Carlo Arienti, il “12 marzo” milanese, con l’assalto alla sede dell’Assolombarda, che precede di qualche mese la sparatoria di via De Amicis con l’uccisione dell’agente Custra, nonché la morte del vigile urbano Vincenzo Ugga e della giovane Ada Fornaro durante un tentativo di rapina a uno sportello bancario. Così parlava il Primo cittadino nel 1977, ricordando l’anno passato, facendo cenno anche ai “fatti” della Scala: “l’anno scorso, in occasione della festività di Sant’Ambrogio, nel breve indirizzo che rivolsi ai benemeriti, risultava nel complesso prevalente una intonazione pessimistica e di critico realismo” <119, tuttavia, proseguiva ricordando che “a un anno di distanza, il consuntivo che possiamo offrire non può avere i toni dell’ottimismo, ma può portare qualche segno di fiducia. […] questa crisi non ha prodotto quella temuta disgregazione dell’equilibrio sociale e politico che molti avevano pronosticato.” <120. Parole, queste ultime, confermate anche negli anni successivi: nel 1978, Tognoli difatti dichiarava – nonostante avesse dovuto registrare “fenomeni di disgregazione e di violenza” <121 – che “se oggi l’orizzonte è meno fosco, se le ragione della speranza e della fiducia fanno primo sui richiami al pessimismo e alla rassegnazione, ciò non è dovuto al verificarsi di circostanze occasionali ma alla tenace volontà costruttiva dei nostri concittadini, i quali hanno testimoniato nei fatti in questo scorcio di mesi un rigore morale, un impegno civile e sociale, una operosità fervida in tutto all’altezza della storia della nostra città.” <122. Stesso sentimento espresso nel 1979, seppur si ricordava come “il quadro complessivo in cui si svolge la vita nazionale non appare positivo”: “accanto a fenomeni di decadenza” – ricordava Tognoli – “si registrano segni di consolidata ripresa nel campo dell’economia e della vita culturale.” <123, nel tentativo di dare al giovane nuove occasioni di partecipazione alla vita pubblica cittadina, nonché momenti di incontro e di svago <124. Una funzione educativa, quella promossa dall’autorità comunale, che il Primo cittadino espresse anche nel “saluto” del 1980, quando dichiarava come fondamentale eradicare nel giovane la cultura della violenza, e i fattori di
emarginazione ed esclusione sociale che avrebbero potuto creare ingiustizie e tensioni <125. Seppur i proclami degli anni precedenti, dove pareva di cogliere un certo ottimismo del sindaco nei confronti della ripresa economica, anche nei primi Ottanta problemi in questo campo in ogni caso permanevano: Tognoli, infatti, pur palesandosi come fiducioso nei confronti di un rilancio dell’economia cittadina, e nazionale, ricordava nel 1981 che “bisogna praticare seriamente una politica di austerità” <126; il problema che, tuttavia, si palesava come di più difficile eradicazione era la violenza politica giovanile: “Stiamo per lasciarci alle spalle un altro anno di crisi e di difficoltà per il paese e per Milano. Anche nel 1981 violenza e terrorismo hanno accompagnato la nostra vita quotidiana. Delinquenza comune è criminalità politica hanno mietuto vittime innocenti in tutta Italia e nella nostra città, provocando non solo costernazione ma profondo turbamento” <127. Sulla medesima scia degli anni precedenti, il discorso del Primo cittadino del 1982, simbolicamente intitolato “Fare quadrato attorno alle istituzioni”: l’uccisione in quell’anno da parte mafiosa di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di sua moglie, colpì profondamente la pubblica opinione italiana; il titolo della prolusione di Tognoli si definiva proprio in questo contesto. Tuttavia, pare di leggere, nelle parole di cordoglio di Tognoli, più che un ricordo alla matrice mafiosa dell’assassinio, un velato richiamo al terrorismo di matrice politica comunista: Dalla Chiesa, del resto, durante gli anni Settanta si prodigò incessantemente per reprimere i disordini movimentati da questo settore sociale, creando anche il Nucleo Speciale Antiterrorismo. Così, difatti, veniva da Tognoli descritto il generale: “un eroe positivo dei nostri tempi, il simbolo della capacità di difesa dello stato dalla offensiva del terrorismo, della criminalità e della mafia” <128. Nella restante parte del discorso, inoltre, nessuna menzione veniva fatta all’ostacolo posto dal generale alle organizzazioni mafiose, ma veniva unicamente ricordata la sua dedizione a combattere il terrorismo politico. Tale richiamo, tuttavia, veniva preso a pretesto da Tognoli per riallacciarsi, ancora una volta, alla crisi economica, nonché sociale e morale, che colpiva in quell’anno la cittadinanza milanese, quasi come se la “devianza” politica definisce le cause della crisi economica. Sebbene il sindaco sottolineava che il settore terziario era in espansione, il comparto industriale si mostrava in profonda crisi: “l’orizzonte dunque non si presenta sereno e tutti i nostri sforzi, nei limiti delle nostre possibilità, devono puntare al risanamento della spesa pubblica e al rilancio degli investimenti.” <129.
[NOTE]
112 Una ricognizione di queste esperienze nella Milano degli anni Settanta la si può trovare nel volume: La parola agli artisti. Arte e impegno a Milano negli anni Settanta, (Lissone, MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, 24 settembre – 25 novembre 2016), a c. di Cristina Casero e Elena Di Raddo, Milano, Postmedia books, 2016. Il volume nient’altro è che la pubblicazione a corredo di una esposizione tenuta a Lissone su tali momenti artistici.
113 Enrico Crispolti, Padiglione Italia, in La Biennale di Venezia 1976. Ambiente, partecipazione, strutture culturali, vol. 1, Venezia, Alfieri, 1976, p. 106.
114 Maria Fratelli, Paolo Rusconi, Mostre e spazi espostivi pubblici a Milano dal 1945, in Storia di Milano. Il Novecento, vol. III, Istituto della Ecnciclopedia italiana, Roma, 1996, p. 445.
115 Irene Piazzoni, Introduzione, in Non solo piombo. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta, a c. di Irene Piazzoni, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 25
116 Alberto dell’Ora, Il Sant’Ambrogio di un laico, in Amare Milano. Discorsi di Sant’Ambrogio dal 1976 al 1984, Milano, SugarCo Edizioni, 1985, p. 9.
117 Ivi, p, 10.
118 Carlo Tognoli, Una città che guarda al futuro, in Amare Milano, cit., p. 18.
119 Carlo Tognoli, Realismo e fiducia dello spirito ambrosiano, in Amare Milano, cit., p. 27.
120 Ivi, p. 28.
121 Carlo Tognoli, Rigore morale e razionalità costruttiva, in Amare Milano, cit., p. 36.
122 Ivi, p. 35.
123 Carlo Tognoli, Scoprire nuovi valori, in Amare Milano, cit., p. 45.
124 Cfr., ivi, p. 49.
125 Cfr., Carlo Tognoli, Un profondo corso riformatore, in Amare Milano, cit., p. 59.
126 Carlo Tognoli, Rilanciare il ruolo della città, in Amare Milano, cit., p. 68.
127 Ivi, p. 63.
128 Carlo Tognoli, Fare quadrato attorno alle istituzioni, in Amare Milano, cit., p. 73.
129 Ivi, p. 75.
Andrea Capriolo, Manifestazioni artistiche nei centri sociali autogestiti della Milano tra anni Settanta e Ottanta. Dai Circoli del proletariato giovanile al movimento punk, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, 2013 -
qui è quando mi hanno #pubblicato un #racconto (l'unico decente?)... me ne ero dimenticato ma ogni tanto mi continua a saltar fuori... per fortuna ormai è introvabile... 😎
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Node.js 26 attiva la Temporal API di default e rimuove vecchie interfacce
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