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1000 results for “ardram”

  1. There is a secret bond between slowness and memory, between speed and forgetting.

    In existential mathematics that experience takes the form of two basic equations: The degree of slowness is directly proportional to the intensity of memory; the degree of speed is directly proportional to the intensity of forgetting.

    Milan Kundera, “Slowness” (translated from the French by Linda Asher) ht Ardra Manasi
    #everynightapoem #ofsorts #translation #memory

  2. 📡 Cronache dal Sacro Palo del LoRa

    Oggi possiamo dirlo con una certa soddisfazione tecnica, morale e leggermente vendicativa.

    Il nodo funziona.
    L’antenna è montata.
    Il cavo è ragionato.
    E soprattutto, non c’è il presepe degli adattatori.

    Perché sì, nel meraviglioso mondo delle radio, ogni tanto compare il Grande Sacerdote del “devi fare così”, quello con l’aria da professorone, la tabella in mano e tre adattatori SMA/N/BNC/boh infilati uno nell’altro come se stesse componendo una canna da pesca rituale.

    Io invece ho fatto una cosa molto più noiosa, quindi pericolosamente sensata.

    Trasmissione a 27 dBm.
    Circa 2 metri di RG58, con una perdita stimata intorno a 1,5 dB.
    Antenna da 3 dBi.
    Niente adattatori inutili.
    Niente castelli traballanti.
    Niente “fidati, l’ho visto su YouTube”.

    E qui arriva la parte bella.

    Il conto non si fa buttando tutto nello stesso pentolone, perché dBi, ERP ed EIRP non sono la stessa cosa.

    L’antenna è dichiarata in dBi, cioè rispetto a un’antenna isotropica teorica.
    Il limite invece si ragiona in ERP, cioè rispetto a un dipolo reale.

    Traduzione per umani normali:

    EIRP guarda il segnale rispetto all’antenna isotropica immaginaria.
    ERP guarda il segnale rispetto al dipolo.
    La differenza è circa 2,15 dB.

    Quindi una antenna da 3 dBi equivale a circa:

    3 dBi - 2,15 = 0,85 dBd
    

    E allora il conto reale in ERP diventa:

    Potenza trasmessa:              27 dBm
    Perdita cavo/connettori:        -1,5 dB
    Guadagno antenna in dBd:        +0,85 dB
    ----------------------------------------
    ERP finale stimata:             26,35 dBm
    

    Limite pratico della banda interessata:

    500 mW ERP ≈ 27 dBm ERP
    

    Risultato:

    26,35 dBm ERP < 27 dBm ERP
    

    Quindi sì, con questa configurazione si resta sotto il limite.

    E allora il famigerato RG58 da 2 metri, invece di essere il cattivo della storia, diventa praticamente il funzionario dell’ufficio regolamenti.

    Un po’ rallenta.
    Un po’ smorza.
    Un po’ dice, “calma ragazzi, qui si resta nei limiti”.

    Risultato?

    Nodo accessibile.
    Antenna esterna.
    Cavo unico, pulito, senza adattatori in cascata.
    Configurazione comoda anche per chi deve poterci arrivare fisicamente senza arrampicarsi come uno stambecco caffeinato.
    E soprattutto tutto funziona da giorni.

    La morale è semplice.

    Non sempre la soluzione migliore è quella più estrema, più lunga, più lucida, più piena di dB dichiarati in stile televendita.

    A volte la soluzione migliore è quella che puoi montare, controllare, mantenere e capire.

    Il resto è folklore da banco radio.

    📡 Il nodo parla.
    📶 Il segnale passa.
    📏 I conti tornano.
    🧙‍♂️ Il professorone borbotta.

    E io, modestamente, mi godo il LoRa senza il rosario degli adattatori.

    #Meshastic

    #LoRa

  3. 📡 Cronache dal Sacro Palo del LoRa

    Oggi possiamo dirlo con una certa soddisfazione tecnica, morale e leggermente vendicativa.

    Il nodo funziona.
    L’antenna è montata.
    Il cavo è ragionato.
    E soprattutto, non c’è il presepe degli adattatori.

    Perché sì, nel meraviglioso mondo delle radio, ogni tanto compare il Grande Sacerdote del “devi fare così”, quello con l’aria da professorone, la tabella in mano e tre adattatori SMA/N/BNC/boh infilati uno nell’altro come se stesse componendo una canna da pesca rituale.

    Io invece ho fatto una cosa molto più noiosa, quindi pericolosamente sensata.

    Trasmissione a 27 dBm.
    Circa 2 metri di RG58, con una perdita stimata intorno a 1,5 dB.
    Antenna da 3 dBi.
    Niente adattatori inutili.
    Niente castelli traballanti.
    Niente “fidati, l’ho visto su YouTube”.

    E qui arriva la parte bella.

    Il conto non si fa buttando tutto nello stesso pentolone, perché dBi, ERP ed EIRP non sono la stessa cosa.

    L’antenna è dichiarata in dBi, cioè rispetto a un’antenna isotropica teorica.
    Il limite invece si ragiona in ERP, cioè rispetto a un dipolo reale.

    Traduzione per umani normali:

    EIRP guarda il segnale rispetto all’antenna isotropica immaginaria.
    ERP guarda il segnale rispetto al dipolo.
    La differenza è circa 2,15 dB.

    Quindi una antenna da 3 dBi equivale a circa:

    3 dBi - 2,15 = 0,85 dBd
    

    E allora il conto reale in ERP diventa:

    Potenza trasmessa:              27 dBm
    Perdita cavo/connettori:        -1,5 dB
    Guadagno antenna in dBd:        +0,85 dB
    ----------------------------------------
    ERP finale stimata:             26,35 dBm
    

    Limite pratico della banda interessata:

    500 mW ERP ≈ 27 dBm ERP
    

    Risultato:

    26,35 dBm ERP < 27 dBm ERP
    

    Quindi sì, con questa configurazione si resta sotto il limite.

    E allora il famigerato RG58 da 2 metri, invece di essere il cattivo della storia, diventa praticamente il funzionario dell’ufficio regolamenti.

    Un po’ rallenta.
    Un po’ smorza.
    Un po’ dice, “calma ragazzi, qui si resta nei limiti”.

    Risultato?

    Nodo accessibile.
    Antenna esterna.
    Cavo unico, pulito, senza adattatori in cascata.
    Configurazione comoda anche per chi deve poterci arrivare fisicamente senza arrampicarsi come uno stambecco caffeinato.
    E soprattutto tutto funziona da giorni.

    La morale è semplice.

    Non sempre la soluzione migliore è quella più estrema, più lunga, più lucida, più piena di dB dichiarati in stile televendita.

    A volte la soluzione migliore è quella che puoi montare, controllare, mantenere e capire.

    Il resto è folklore da banco radio.

    📡 Il nodo parla.
    📶 Il segnale passa.
    📏 I conti tornano.
    🧙‍♂️ Il professorone borbotta.

    E io, modestamente, mi godo il LoRa senza il rosario degli adattatori.

    https://www.loraitalia.it/wiki/normativa/

    #Meshastic

    #LoRa

  4. 📡 Cronache dal Sacro Palo del LoRa

    Oggi possiamo dirlo con una certa soddisfazione tecnica, morale e leggermente vendicativa.

    Il nodo funziona.
    L’antenna è montata.
    Il cavo è ragionato.
    E soprattutto, non c’è il presepe degli adattatori.

    Perché sì, nel meraviglioso mondo delle radio, ogni tanto compare il Grande Sacerdote del “devi fare così”, quello con l’aria da professorone, la tabella in mano e tre adattatori SMA/N/BNC/boh infilati uno nell’altro come se stesse componendo una canna da pesca rituale.

    Io invece ho fatto una cosa molto più noiosa, quindi pericolosamente sensata.

    Trasmissione a 27 dBm.
    Circa 2 metri di RG58, con una perdita stimata intorno a 1,5 dB.
    Antenna da 3 dBi.
    Niente adattatori inutili.
    Niente castelli traballanti.
    Niente “fidati, l’ho visto su YouTube”.

    E qui arriva la parte bella.

    Il conto non si fa buttando tutto nello stesso pentolone, perché dBi, ERP ed EIRP non sono la stessa cosa.

    L’antenna è dichiarata in dBi, cioè rispetto a un’antenna isotropica teorica.
    Il limite invece si ragiona in ERP, cioè rispetto a un dipolo reale.

    Traduzione per umani normali:

    EIRP guarda il segnale rispetto all’antenna isotropica immaginaria.
    ERP guarda il segnale rispetto al dipolo.
    La differenza è circa 2,15 dB.

    Quindi una antenna da 3 dBi equivale a circa:

    3 dBi - 2,15 = 0,85 dBd
    

    E allora il conto reale in ERP diventa:

    Potenza trasmessa:              27 dBm
    Perdita cavo/connettori:        -1,5 dB
    Guadagno antenna in dBd:        +0,85 dB
    ----------------------------------------
    ERP finale stimata:             26,35 dBm
    

    Limite pratico della banda interessata:

    500 mW ERP ≈ 27 dBm ERP
    

    Risultato:

    26,35 dBm ERP < 27 dBm ERP
    

    Quindi sì, con questa configurazione si resta sotto il limite.

    E allora il famigerato RG58 da 2 metri, invece di essere il cattivo della storia, diventa praticamente il funzionario dell’ufficio regolamenti.

    Un po’ rallenta.
    Un po’ smorza.
    Un po’ dice, “calma ragazzi, qui si resta nei limiti”.

    Risultato?

    Nodo accessibile.
    Antenna esterna.
    Cavo unico, pulito, senza adattatori in cascata.
    Configurazione comoda anche per chi deve poterci arrivare fisicamente senza arrampicarsi come uno stambecco caffeinato.
    E soprattutto tutto funziona da giorni.

    La morale è semplice.

    Non sempre la soluzione migliore è quella più estrema, più lunga, più lucida, più piena di dB dichiarati in stile televendita.

    A volte la soluzione migliore è quella che puoi montare, controllare, mantenere e capire.

    Il resto è folklore da banco radio.

    📡 Il nodo parla.
    📶 Il segnale passa.
    📏 I conti tornano.
    🧙‍♂️ Il professorone borbotta.

    E io, modestamente, mi godo il LoRa senza il rosario degli adattatori.

    #Meshastic

    #LoRa

  5. 📡 Cronache dal Sacro Palo del LoRa

    Oggi possiamo dirlo con una certa soddisfazione tecnica, morale e leggermente vendicativa.

    Il nodo funziona.
    L’antenna è montata.
    Il cavo è ragionato.
    E soprattutto, non c’è il presepe degli adattatori.

    Perché sì, nel meraviglioso mondo delle radio, ogni tanto compare il Grande Sacerdote del “devi fare così”, quello con l’aria da professorone, la tabella in mano e tre adattatori SMA/N/BNC/boh infilati uno nell’altro come se stesse componendo una canna da pesca rituale.

    Io invece ho fatto una cosa molto più noiosa, quindi pericolosamente sensata.

    Trasmissione a 27 dBm.
    Circa 2 metri di RG58, con una perdita stimata intorno a 1,5 dB.
    Antenna da 3 dBi.
    Niente adattatori inutili.
    Niente castelli traballanti.
    Niente “fidati, l’ho visto su YouTube”.

    E qui arriva la parte bella.

    Il conto non si fa buttando tutto nello stesso pentolone, perché dBi, ERP ed EIRP non sono la stessa cosa.

    L’antenna è dichiarata in dBi, cioè rispetto a un’antenna isotropica teorica.
    Il limite invece si ragiona in ERP, cioè rispetto a un dipolo reale.

    Traduzione per umani normali:

    EIRP guarda il segnale rispetto all’antenna isotropica immaginaria.
    ERP guarda il segnale rispetto al dipolo.
    La differenza è circa 2,15 dB.

    Quindi una antenna da 3 dBi equivale a circa:

    3 dBi - 2,15 = 0,85 dBd
    

    E allora il conto reale in ERP diventa:

    Potenza trasmessa:              27 dBm
    Perdita cavo/connettori:        -1,5 dB
    Guadagno antenna in dBd:        +0,85 dB
    ----------------------------------------
    ERP finale stimata:             26,35 dBm
    

    Limite pratico della banda interessata:

    500 mW ERP ≈ 27 dBm ERP
    

    Risultato:

    26,35 dBm ERP < 27 dBm ERP
    

    Quindi sì, con questa configurazione si resta sotto il limite.

    E allora il famigerato RG58 da 2 metri, invece di essere il cattivo della storia, diventa praticamente il funzionario dell’ufficio regolamenti.

    Un po’ rallenta.
    Un po’ smorza.
    Un po’ dice, “calma ragazzi, qui si resta nei limiti”.

    Risultato?

    Nodo accessibile.
    Antenna esterna.
    Cavo unico, pulito, senza adattatori in cascata.
    Configurazione comoda anche per chi deve poterci arrivare fisicamente senza arrampicarsi come uno stambecco caffeinato.
    E soprattutto tutto funziona da giorni.

    La morale è semplice.

    Non sempre la soluzione migliore è quella più estrema, più lunga, più lucida, più piena di dB dichiarati in stile televendita.

    A volte la soluzione migliore è quella che puoi montare, controllare, mantenere e capire.

    Il resto è folklore da banco radio.

    📡 Il nodo parla.
    📶 Il segnale passa.
    📏 I conti tornano.
    🧙‍♂️ Il professorone borbotta.

    E io, modestamente, mi godo il LoRa senza il rosario degli adattatori.

    https://www.loraitalia.it/wiki/normativa/

    #Meshastic

    #LoRa

  6. 📡 Cronache dal Sacro Palo del LoRa

    Oggi possiamo dirlo con una certa soddisfazione tecnica, morale e leggermente vendicativa.

    Il nodo funziona.
    L’antenna è montata.
    Il cavo è ragionato.
    E soprattutto, non c’è il presepe degli adattatori.

    Perché sì, nel meraviglioso mondo delle radio, ogni tanto compare il Grande Sacerdote del “devi fare così”, quello con l’aria da professorone, la tabella in mano e tre adattatori SMA/N/BNC/boh infilati uno nell’altro come se stesse componendo una canna da pesca rituale.

    Io invece ho fatto una cosa molto più noiosa, quindi pericolosamente sensata.

    Trasmissione a 27 dBm.
    Circa 2 metri di RG58, con una perdita stimata intorno a 1,5 dB.
    Antenna da 3 dBi.
    Niente adattatori inutili.
    Niente castelli traballanti.
    Niente “fidati, l’ho visto su YouTube”.

    E qui arriva la parte bella.

    Il conto non si fa buttando tutto nello stesso pentolone, perché dBi, ERP ed EIRP non sono la stessa cosa.

    L’antenna è dichiarata in dBi, cioè rispetto a un’antenna isotropica teorica.
    Il limite invece si ragiona in ERP, cioè rispetto a un dipolo reale.

    Traduzione per umani normali:

    EIRP guarda il segnale rispetto all’antenna isotropica immaginaria.
    ERP guarda il segnale rispetto al dipolo.
    La differenza è circa 2,15 dB.

    Quindi una antenna da 3 dBi equivale a circa:

    3 dBi - 2,15 = 0,85 dBd
    

    E allora il conto reale in ERP diventa:

    Potenza trasmessa:              27 dBm
    Perdita cavo/connettori:        -1,5 dB
    Guadagno antenna in dBd:        +0,85 dB
    ----------------------------------------
    ERP finale stimata:             26,35 dBm
    

    Limite pratico della banda interessata:

    500 mW ERP ≈ 27 dBm ERP
    

    Risultato:

    26,35 dBm ERP < 27 dBm ERP
    

    Quindi sì, con questa configurazione si resta sotto il limite.

    E allora il famigerato RG58 da 2 metri, invece di essere il cattivo della storia, diventa praticamente il funzionario dell’ufficio regolamenti.

    Un po’ rallenta.
    Un po’ smorza.
    Un po’ dice, “calma ragazzi, qui si resta nei limiti”.

    Risultato?

    Nodo accessibile.
    Antenna esterna.
    Cavo unico, pulito, senza adattatori in cascata.
    Configurazione comoda anche per chi deve poterci arrivare fisicamente senza arrampicarsi come uno stambecco caffeinato.
    E soprattutto tutto funziona da giorni.

    La morale è semplice.

    Non sempre la soluzione migliore è quella più estrema, più lunga, più lucida, più piena di dB dichiarati in stile televendita.

    A volte la soluzione migliore è quella che puoi montare, controllare, mantenere e capire.

    Il resto è folklore da banco radio.

    📡 Il nodo parla.
    📶 Il segnale passa.
    📏 I conti tornano.
    🧙‍♂️ Il professorone borbotta.

    E io, modestamente, mi godo il LoRa senza il rosario degli adattatori.

    #Meshastic

    #LoRa

  7. Stuck in the Filter: February 2026’s Angry Misses By Kenstrosity

    Seems like the Filtration system is overburdened once again. Normally, my minions have to scavenge much longer to pick things up this early in the year, but 2026 is proving to be rich in moderately precious metallic ore. That just means I gotta push my team even harder to pull greater loads of filth from the ducts!

    As I send them in for yet another round, please enjoy the spoils thus far exploited. BEHOLD!

    Kenstrosity’s Tattered Tome

    Overtoun // Death Drive Anthropology [February 13th, 2026 – Time to Kill Records]

    Chilean progressive death thrash outfit Overtoun is what you get when you mix old school Death and Atheist with the proggier side of Pestilence, then amp the thrash up by a half turn. At a lofty 50 minutes, you’d expect third release Death Drive Anthropology to drag on, but to make that assumption is to criminally underestimate Overtoun’s creativity and versatility. Opening up the throttle in fine form, the one-two punch of “What Unites All (ft. Max Phelps) and “The Final Beat” manages to encompass many of these Chileans’ songwriting and performance skills in a scant 10 minutes. More introspective, nuanced songwriting takes center stage throughout Anthropology’s midsection, balancing smart melodies and minimalist atmosphere with complex guitar layering, proggy structures, and shreddy wizardry (“Dur Khrod,” “Jade, Gold, Obsidian,” “Yurei,” “Weeping”). The three-part “The Waves Suite” suite adds a mystical character to the affair that blends remarkably well with Overtoun’s more overt political messaging and emotional textures, which helps carry the record through its lengthy runtime without causing fatigue. It’s a neat record that’s modestly blemished by a bass presence that begs for more weight and wildness, especially considering the raw talent on hand. Nonetheless, if you’re looking for a creative, thoughtful, and sophisticated entry into the death/thrash progosphere, Death Drive Anthropology makes a strong case.

    Andy-War-Hall’s Primordial Pick-Up

    The Grand Myth // Of Vultures and Dragons [February 26th, 2026 – Suncrusher Recordings]

    I have a grossly limited capacity for seriousness. Yeah, I like my death metal progressive, technical, and thoughtful, much the way Brandon Bordman’s The Grand Myth deliver it on their latest record, Of Vultures and Dragons, but sometimes I just want fun, too. Of Vultures and Dragons, an adaptation of Ethan Pettus’ novel series Primitive War1 in which a rescue team searches a Vietnamese jungle for a missing platoon of Green Berets and fights for their lives against dinosaurs, has fun in spades. Utilizing a many-layered guitar attack (“Symbiotic Death”), shifting and propulsive rhythms (“Through the River Styx”), a wide cast of voice actors for brief narrative bits2 and surprisingly bright tones (“Agony”), The Grand Myth’s approach to progressive death metal isn’t revolutionary, but it’s deeply refreshing and engaging regardless. Though an absolute blast, The Grand Myth doesn’t spew embarrassingly stupid levels of campiness with their sci-fi dinosaur theming like Victorius. Rather, Of Vultures and Dragons can be fairly emotionally effective at times thanks to Bordman’s emotive clean/harsh vocals and elaborate soloing (“Pyre,” “Agony”). Nobody asks about your favorite dinosaur anymore,3 so feed your inner kid with The Grand Myth’s Of Vultures and Dragons now!

    Saunders’ Sunken Shards

    Puscifer// Normal Isn’t [February 6th, 2026 – Alchemy Recordings]

    After losing track of recent offerings, I reacquainted myself with the latest LP from Puscifer, leaving me pleasantly surprised in the aftermath. The project featuring Tool/A Perfect Circle frontman Maynard James Keenan returned for their first hit out since 2020’s Existential Reckoning. Normal Isn’t finds the shape-shifting project embracing its quirky, gothy industrial rock and electronic elements through an angsty filter of guitar-driven arty rock, post-punk, and infectious songcraft. Age should not weary Maynard, as he still sounds angry, cynical, and on point vocally through a mostly engaging, catchy bag of tunes. The dueling vocal melodies with collaborator Carina Round’s ghostly singing work a treat amidst jittery beats, angular riffs and strong electronic overtones. Rhythmically, it is an interesting ride, drummer Gunnar Olsen putting in a top-notch performance, while there is a vaguely progressive edge underlying the hook-centric songwriting. Opener “Thrust” sets the album in motion with sticky hooks, a darkly humorous, unhinged Maynard performance, and a dose of spite. Other key highlights include “Bad Wolf,” “Self Evident,” “A Public Stoning,” and “ImpetuoUs.” Puscifer made a fine return with Normal Isn’t.

    Jack Harlon & The Dead Crows // Inexorable Opposites [February 6th, 2026 – Magnetic Eye Records]

    You’ve gotta love a sneaky name drop from our trusty commentariat. It has led to many great discoveries over the years. On this occasion, one of our dear commenters enlightened me to Melbourne psych-blues-doomers Jack Harlon & the Dead Crows with fourth LP, Inexorable Opposites. And it didn’t take long absorbing this latest slab of rustic Aussie coolness to be struck by the album’s slow-burning, addictive power, and gritty tones. Boasting an expansive, rugged sound built on layers of distortion and a weighty blend of psych-drenched blues and doom heaviness. Jack Harlon & the Dead Crows features old school, outlaw-driven lyrical content from mastermind and vocalist/guitarist Tim Coutts-Smith, meshing fictional tales of woe and adventure of character Jack Harlon, with relatable real-life struggles. Through the fuzz, thick jammy vibes, and Coutts-Smith distorted, menacing Aussie drawl, catchy songcraft shines through the muck and psych haze. From the tense, stoner-infected grit and catchy hooks of opener “Moss,” through to the stormy outback balladry of closer “To Die,” Inexorable Opposites is a hard-hitting, riffy delight, further evidenced through scorched earth, infectious cuts like “Venomous,” “Seer,” and the trippy, drug-addled “Mt. Macedon.”

    Grin Reaper’s Reaped Recluse

    Cold Communion // Monuments to Ruin [February 13th, 2026 – Self Released]

    Melodic death/doom isn’t a genre I dabble in often, but every now and again, one of its bands thwarts my defenses and wraps their tendrils around my precious listening time. Durham, North Carolina’s Cold Communion is one such band, featuring Barre Gambling (Daylight Dies) on guitar and Tim Rowland (Alchemy of Flesh, Silent Vigil) on everything else. If that sounds like an unfair split, take a spin and reassess, because Gambling’s performance defines Cold Communion’s melancholic character as much as Rowland’s emotive growl. Forgoing any long-form doom epics, Monuments to Ruin’s longest song comes in at five-and-a-half minutes, with the entire album clocking just forty-five. It’s a tidy platter, and both in song composition and mood shares ample common ground with Finnish sadbois Insomnium. Besides Monuments’ superior production, songs like “A Stillness Survival” and “When the Light Breaks” wouldn’t feel out of place on Across the Dark or One for Sorrow. And despite the somber trappings one might expect from doom-adjacency, there’s plenty of lively riffing and solos to find across Monuments to Ruin, adding a touch of boom to the gloom. In the end, Cold Communion doesn’t reinvent the genre or break new ground, but Monuments to Ruin offers a comfy chair by the fireside on a freezing cold day, and I’m perfectly content with that.

    Mossgiver // Renewer [February 6th, 2026 – Sij MusicArt]

    Atmospheric black metal often contrasts the beautiful with the bestial, typically prioritizing moods over hooks. ‘Twas a delight, then, to unearth Mossgiver’s Renewal, which deftly combines the two. Weaving together hypnotic passages flooded with strings, piano, flute, synths, double bass rolls, and the requisite blackened tremolos,4 Mossgiver’s mastermind Tilen Šimon (Ueldes) delivers the band’s best record to date. Above all, Renewer sounds like a celebration of nature in the vein of Autrest and Cân Bardd, evoking a whispering wind whipping at leaves or sunlight dappling a brook shaded by oaks and maples. Beyond the well-crafted soundtrack for a walk through the woods, Mossgiver etches emotion into the nooks and crannies of Renewer’s five tracks. From rousing string orchestrations (“I Bring the Spring with Me”) to soft-and-heavy tradeoffs pitting clean guitar and pan pipes against distorted guitar and blast beats (“Renewer”), Mossgiver shimmers with a lush backdrop of instrumentation rife with playfulness and pensiveness. The trio of primary songs5 revolve around powerful melodies that evolve over each track’s duration, with assorted instruments coming in and out to push refrains along. Renewer’s brisk thirty-four minutes showcase Mossgiver’s sticky compositions and leave me whistling its melodies for days at a time. Now throw on your hiking boots and get lost in the Moss.

    Ossomancer // Banebdjed’s Path [February 28th, 2026 – Esoteric Evocations]

    Six-and-a-half years removed from Ossomancer’s debut Artes Magickae, lone wolf and mastermind Kamose returns to tread Banebjed’s Path. Bursting with references to mythology and mysticism, Banebjed’s Path rumbles and shakes with arcane thunder. Although the backdrop and track names might recall the frenzied onslaught of Nile, Ossomancer instead conceives a realm recalling Aeternam, Iotunn, and Naglfar. Despite the scant thirty-four-minute runtime, Banebjed’s Path sprawls across diverse landscapes and textures. Opener “The Ogdoad Arrangement and the Osirian Creation” oscillates between In Flames melodies and a slinky crawl that could pass for a 90s Geddy Lee bass line played over synth injections from Rush’s 80s era. Follow-up track “Sobek – Cosmic Vibrations Devoured” features Kreator-bred riffing, while closing duo “A Sea of Sand, a Silver Star” and “Retraction into Kether” synthesize the ethereal atmospheres of Iotunn with the blackened assault of Naglfar. Through it all, Ossomancer sounds fabulous, as Banebjed’s Path flaunts an enviable DR 8 and a bodacious mix that spotlights its burly bass performance. Ossomancer’s sophomore outing is crammed with meloblack goodies, and though it’s not a long trek, the journey down Banebjed’s Path far transcends its distance.

    Tyme’s Danish Dalliance

    Ædel Fetich // Ædel Fetich [February 20th, 2026 – Deadbanger Productions]

    That blinged-out pink dish-glove-clad hand is what first drew me to Denmark outfit Ædel Fetich’s self-titled debut. Then I clicked play and was taken on one of the more compelling “black” metal rides in recent memory. With roots primarily buried in the soil of the traditional second-wave, Ædel Fetich is rife with moments of rifferous tremolodic speed (“Ridderlig Lider,” “Madras”) and absolutely berserk guitar chaos (“Sort Magi”). There’s a Trhä-like sense of experimentation, and the rawness of the production enhances the oft-changing compositions, which, like weather in the Midwest, often shift on a dime without warning. Luckily, Ædel Fetich’s adept songwriting organically smooths these transitions, which could have easily come off stilted and jarring, but makes drawing direct comparisons to the Ædel Fetich sound difficult, as there’s a spectrum of other influences at play. There are tracks packed with punky punch (“Et Liv Fuld af Fejl,” “Ildtang”) or imbued with folky reverence (“Mit Billede af Dig”) and even some 80s pop—fans of the movie Flashdance shouldn’t have a problem finding the poppy easter egg hiding near the end of “Sort Magi.”6 Far and away the star of the show, however, is singer Skvat, whose performance is filled with as much black metal bravado as it is theatrical exuberance, his arsenal of shrieks, growls, hoots, howls, and operatic baritonations a refreshing treat, akin to if Mike Patton woke up one day deciding to record a Danish black metal album. Bottom line is, I really dig Ædel Fetich and think you will too.

    Creeping Ivy’s Ashen Afterthought

    Belzebong // The End is High [February 20th, 2026 – Heavy Psych Sounds]

    In my humble opinion, lyrics are key to making stoner metal more than novelty music. If you’re referencing reefer in your album art, band name, and song titles, at least keep the reeferisms out of the songs themselves,7 or better yet, avoid vocals altogether. Taking this latter advice to heart is instrumental Polish four-piece Belzebong, who have been at it for almost 20 years now. On The End is High, their fourth full-length, Belzebong deal 35 minutes of fuzzed-out riffery described as “a new sermon for the final days.” While not as highbrow (huh huh) as the instrumental stoner metal of Bongripper, Belzebong are similarly ominous on opener (yes) “Bong & Chain,” which caps its ten-minute burn with creepy, haunting synths. From there, the band settle into material more akin to Bongzilla; sound clips adorn the chill grooves of “420 Horsemen,” “Hempnotized,” and “Reefer Mortis,” which closes things out with some solid Electric Wizard worship. If you instinctively (and understandably) recoil from music with marijuana aesthetics but dig the meditative repetition offered by stoner metal, consider sampling The End is High. It’s not exactly the caricature it advertises itself as.

    Baguette’s Bygone Bounty

    Sundecay // The Blood Lives Again [February 13th, 2026 – Self Released]

    Toronto’s Sundecay has been around for a while. These Canadian doomers spawned sometime prior to 2014, quietly releasing EP material every once in a blue moon. The Blood Lives Again is their first full-length release—their first signs of life since 2018 in general—and the time and care they took to develop their sound and songwriting prowess pays off here in spades. The doom and proto-doom inspirations from Black Sabbath to Saint Vitus are obvious (“Here Comes the Wizard”), complemented by other influences from proto-metal, psychedelic, and progressive music (“Silence Spoken”). The hefty, layered guitars have a nice fuzz without fully landing in stoner territory. Ambitious long-form tracks like “Will Dusk Defy Dawn” flow like water while carrying significant emotional heft. Lastly, a moody, reverb-heavy vocal performance crowns the classic doom trance the band is aiming for. At five tracks and some 43 minutes, The Blood Lives Again is a total vibe and flies by before you’ve even noticed. Fans of the ’70s should take notes!

    Temple Balls // Temple Balls [February 13th, 2026 – Frontiers Music]

    One of the most authentic ways you can honor rock music tradition is via questionable naming conventions. On an unrelated note, Temple Balls is a Finnish hard rock/glam rock band, and they’re fun as hell! They’re not particularly new around the block, either: the group formed in 2009, and self-titled Temple Balls is already their fifth album since debut Traded Dreams in 2017. 2023’s Avalanche felt like a watershed moment, a welcome surprise that brought some new life and energy to a fairly dated genre of Europeisms and Hanoi Rocks rehashes. Temple Balls proves that Avalanche wasn’t a one-off, continuing their extremely authentic throwback approach. The heavy/power-metal-meets-AOR direction of songwriting (“Flashback Dynamite,” “Soul Survivor”) gives it that extra guitar oomph and energy that melodic music like this requires to be anywhere near competitive. With great all-out vocals from Arde Teronen and gigantic hooks to match, it’s just a damn good time front to back. Though it will sadly be the last time we’ll hear Niko Vuorela’s guitar work on record (R.I.P., and fuck cancer), the self-titled is certainly a worthy final milestone for him—and hopefully, another beginning for his comrades.

    ClarkKent’s Enchanting Earworm

    Hela // A Reign to Conquer [February 27, 2026 – Ardua Music]

    Just as it put a pause on many plans and projects, the COVID pandemic slowed down the output of Spain’s Hela. A Reign to Conquer marks their first record since 2019’s Vegvìsir, which was their third release since 2013. This brief hiatus brought new blood in the form of vocalist Raquel Navarro, though, in truth, the only consistency in Hela’s lineup is the other three members—Tano Giménez on bass, Miguel Fernández (The Holeum) on drums, and Julián Velasco (The Holeum) on guitars. They have a deep bond, first forged in 2009 with The Sand Collector before forming Hela just three years later. Though they brand Hela as melodic doom, and the band does have a little in common with Katatonia, I think it’s more accurate to describe them as dreamy progressive rock. Navarro is a major reason for this, with dreamy croons that guide listeners through breezy soundscapes. She bears a passing resemblance to Maud the Moth, though the music Hela plays is decidedly more metal than our Dolphin friend’s favorite nocturnal insect. Guitarist Velasco plays a hypnotizing mix of atmospheric fuzz, crushing doom, and melodic riffs that add some heft and crunch to the ethereal sound. A Reign to Conquer has plenty of layers to probe, rewarding listeners who bear with it for repeat listens. While my initial spins left me wanting, I’ve since become spellbound. Add to that some gorgeous artwork, and this is a nice addition to anyone’s vinyl collection. Hela yeah!

    Spicie Forrest’s Vicious Vittles

    A Wilhelm Scream8 // Cheap Heat [February 27th, 2026 – Creator-Destructor Records]

    A Wilhelm Scream9 returns after a four-year hiatus with their eighth long player, Cheap Heat. Sounding like the best combination of The Story So Far and Rise Against, A Wilhelm Scream delivers an impressive tour de force so late in their career. Vocalist Nuno Pereira10 is the highlight of Cheap Heat, driving the album with urgency and passion (“Somebody’s Gonna Die,” “Fell Off”), but no one here is a slouch. The rhythm section—bassist Brian J. Robinson, rhythm guitarist Trevor Reilly, and drummer Nicholas Pasquale Angelini—gleefully tosses gas on Pereira’s bonfire (“I Got Tunnel Vision”) and delivers solid grooves (“Poison II”) and searing ragers (“Unsolving the Mystery”) that keep the energy cranked to 11 all through Cheap Heat. Hooks are by far the most common lead duty, and Ben Murray puts on a fucking clinic. Each note that rings out from his axe sounds like it fucking owns the place (“Run,” “Visitor: Unimpressed”). Cheap Heat is a smidge front-loaded with “Midnight Ghost” and “I Got Tunnel Vision” being album highlights, but no song on here is anything short of a barn burner. At a super tight 28 minutes, Cheap Heat hits hard and fast and gets the fuck out of Dodge before you’re even sure what hit you. I didn’t expect a 26-year-old hardcore outfit to knock my teeth out when I queued it up on a whim one morning, but Cheap Heat is proving to be one of my favorite albums of the year.

    Lead Injector // Witching Attack [February 20th, 2026 – High Roller Records]

    Who doesn’t like the combination of thrash’s unchained aggression and black metal’s cold hate? There’s never been a better pair. Lead Injector hit the ground running on debut LP Witching Attack. From the opening moments of “Siege Upon Heaven” to the closing moments of “Nuclear Antichrist,” Lead Injector is here to do two things: feed high-speed buckshot to God, skeletons, and anything else that gets in their way, and have a Hellripping good time. “Angel Destructor” and “Siege Upon Heaven” barrel pell-mell through searing riffs and blast beats, while groovier tracks like “Evil Executioner” and “Nuclear Antichrist” let black metal’s punk ancestry shine through. Heavy metal influences a la Judas Priest can be found injected into tracks like “Sacrifice This Bitch” and “M.C.C.I.” While nothing about Lead Injector’s sound is particularly new, I’m not sure that’s a bad thing. This debut is a unique and retro spin on a tried-and-true formula that bodes well for a young band. Witching Attack is a killer time that Ash Williams would gladly spin while boomsticking Deadites alongside Lord Arthur’s army.

    #APerfectCirlce #AReignToConquer #AWilhelmScream #Aeternam #AlchemyOfFlesh #AlchemyRecordings #AmericanMetal #ArduaMusic #Atheist #AtmosphericBlackMetal #AustralianMetal #Autrest #ÆdelFetich #BanabdjedSPath #Belzebong #BlackMetal #BlackSabbath #BluesRock #Bongripper #Bongzilla #CânBardd #CanadianMetal #CheapHeat #ChileanMetal #ColdCommunion #CreatorDestructorRecords #DanishMetal #DaylightDies #DeadbangerProductions #Death #DeathDoom #DeathDriveAnthropology #DeathMetal #Doom #DoomMetal #ElectricWizard #EsotericEvocations #Europe #FinnishMetal #FrontiersMusic #GermanMetal #GlamRock #HanoiRocks #HardRock #Hardcore #HeavyMetal #HeavyPsychSounds #Hela #Hellripper #HighRollerRecords #InFlames #InexorableOpposites #Insomnium #Iotunn #JackHarlonTheDeadCrows #JudasPriest #Katatonia #LeadInjector #MagneticEyeRecords #MaudTheMoth #MelodicDeathMetal #MelodicDoomMetal #MelodicHardcore #MetallicPunk #MonumentsToRuin #Mossgiver #Naglfar #Nile #NormalIsnT #OfVulturesAndDragons #Ossomancer #Overtoun #Pestilence #PolishMetal #ProgressiveMetal #PsychedelicMetal #PsycheledicRock #Puscifier #Renewer #RiseAgainst #Rush #SaintVitus #SelfRelease #SelfReleased #SijMusicArt #SilentVigil #Sleep #SlovenianMetal #SpanishMetal #StonerMetal #SuncrusherRecordings #Sundecay #TechnicalDeathMetal #TempleBalls #TheBloodLivesAgain #TheEndIsHigh #TheGrandMyth #TheHoleum #TheSandCollector #TheStorySoFar #ThrashMetal #TimeToKillRecords #Tool #Trhä #Victorius #WitchingAttack
  8. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Sulla parola “genocidio” e sui genocidi linguistici

    Di Antonio Zoppetti

    Dietro certe parole non c’è la semplice descrizione della realtà, bensì la sua costruzione e la sua interpretazione, che non è mai neutra, è sempre un atto politico. Anche se non è vero che ne uccide più la lingua (o la penna) che la spada, fuor di metafora ci sono parole che possiedono una connotazione e una capacità evocativa dirompenti. “Genocidio”, per esempio, si carica di una valenza così insopportabile da apparire più importante dei crimini e delle atrocità che descrive, dunque, di fronte a quanto sta succedendo a Gaza è in corso un acceso dibattito per stabilire se tanta inumanità possa essere definita “genocidio” o un “semplice” crimine di guerra, un “normale” sterminio ponderato dei civili come tanti altri.

    Alcuni personaggi, per esempio Paolo Mieli (“Mi rifiuto di parlare di genocidio”), Italo Bocchino (“bisogna stare attenti a usare la parola genocidio”, “è una parola sbagliata”) e tanti altri dimostrano una certa ossessione nel negare, e reagiscono ogni volta con veemenza, mentre sul fronte opposto genocidio viene di solito sbandierato e messo in risalto in una polemica senza soluzioni davanti alla quale ogni presentatore televisivo tende ormai a evitare di ricorrere a una parola impronunciabile e divisiva, per non aprire “quella porta” e passare ai fatti.

    Davanti ai massacri, davanti alla sistematica distruzione di case, ospedali e infrastrutture, davanti alla strategia di ridurre la popolazione alla fame e di provocare una pianificata carestia con tanto di tiro al piccione per uccidere chi è in fila per un tozzo di pane distribuito a singhiozzo e controllato dagli israeliani… la questione ha assunto dunque un’enorme rilevanza.

    Genocidio: sì o no? Il tormentone non è né nuovo né meramente linguistico

    Colpisce che in questo animato dibattito i linguisti rimangano in disparte, mediamente, e che per esempio tra le consulenze della Crusca che rispondono ai quesiti dei lettori e ragionano sull’appropriatezza delle parole e sul loro uso, non ci sia una presa di posizione in merito, al contrario di ciò che avviene per altre questioni spinose e tutte politiche, prima che linguistiche, dalla legittimazione di certi anglicismi alle prese di posizione ufficiali sulla femminilizzazione delle cariche.

    C’è poi un altro fatto che stupisce. Sembra che nessuno si accorga che le polemiche sulla legittimità di un’etichetta infamante come “genocidio” non sia affatto una novità che emerge oggi a proposito di Israele, ma è un tormentone che riaffiora ogni volta che simili crimini si manifestano.

    Anche se certi personaggi dalla memoria di un pesce rosso fanno finta di non ricordarselo, basta scorrere gli archivi storici dei giornali per constatarlo: e già ai tempi del massacro dei Tutsi sulle pagine dei giornali si dibatteva sulla questione e uscivano articoli intitolati “Non chiamatelo genocidio” come predicava il democratico Bill Clinton arrampicandosi sui vetri come fanno oggi Mieli, Bocchino e gli altri.

    L’unica cosa certa è come andata a finire: oggi questi massacri sono stati riconosciuti ufficialmente dalla Corte internazionale di giustizia come genocidi – con buona pace dei negazionisti – esattamente come sta accadendo con Gaza: la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso ben quattro violazioni della Convenzione sul genocidio.

    In queste diatribe è però indispensabile fare un distinguo tra l’accezione tecnica, giuridica e in fondo terminologica di “genocidio” e la sua portata in senso lato che circola nella lingua comune, visto che la lingua è metafora. E ripercorrere la storia della parola aiuta a comprendere come stanno veramente le cose.

    Genocidio: etimo e significato

    “Genocidio” è un concetto proposto dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, nel 1944, davanti ai crimini del nazismo, ma in seguito dichiarò che l’idea di coniare quella parola nasceva dallo sterminio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano avvenuto all’inizio del secolo. In un articolo del 1945 spiegava che gli orrori dell’olocausto erano in fine dei conti l’incarnazione organizzata più eclatante – nelle modalità di attuazione – di qualcosa di più ampio del contesto storico di allora. E precisava:

    “Il crimine del Reich nello sterminare volutamente e deliberatamente interi popoli non è del tutto nuovo nel mondo. È nuovo solo nel mondo civilizzato che siamo giunti a concepire (…). È per questo motivo che mi sono preso la libertà d’inventare la parola ‘genocidio’. Questo termine deriva dalla parola greca ghénos, che significa tribù o razza, e dal latino caedo, che significa uccidere. Il genocidio deve tragicamente trovare posto nel dizionario del futuro accanto ad altre parole tragiche come omicidio e infanticidio. Come suggerito da Von Rundstedt, il termine non significa necessariamente uccisione di massa, ma questa può essere una delle sue accezioni. Più spesso, si riferisce a un piano coordinato volto alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, affinché tali gruppi avvizziscano e muoiano come piante colpite dalla ruggine.”

    Il genocidio nel diritto internazionale

    La parola è stata così accolta e ripresa nel 1946 durante il processo di Norimberga contro i crimini del nazismo e due anni dopo l’Onu ha dichiarato il genocidio un reato. Anche se per condannare qualcuno per un crimine è necessario avere parametri oggettivi con cui valutarlo, la definizione giuridica di genocidio dell’Onu del 1948 si presta comunque a diverse interpretazioni, dunque il riconoscimento ufficiale del genocidio è avvenuto per esempio nel caso dello sterminio degli Armeni o, in tempi più recenti, nei massacri etnici avvenuti in Ruanda negli anni Novanta. Ma non tutti sono concordi nel riconoscere certe sentenze, e ancora oggi la Turchia nega il genocidio armeno, non solo per motivi etici e di immagine, ma soprattutto perché sotto la questione legale si celano enormi interessi economici, a partire dalla restituzione dei beni espropriati agli armeni che rappresenta una voce enorme per l’economia turca.

    I risvolti economici, per Israele, sono anche maggiori. C’è il disegno di radere al suolo Gaza per ricostruirla come un lussuoso villaggio turistico che prevede una sorta di sostituzione etnica con incentivi (ti pago e te ne vai via dalla tua terra). C’è l’appropriazione di terre ricchissime di risorse da sfruttare e c’è anche la questione dei territori occupati illegalmente nella Cisgiordania. Trasformare il genocidio in una semplice guerra che basta vincere in qualche modo (anche se gli israeliani non hanno alcun esercito contro cui combattere, e a parte qualche sporadica incursione di Hamas stanno operando contro i civili e le loro abitazioni) è fondamentale per questo progetto. Ed è poi essenziale anche dal punto di vista del diritto internazionale, sia per evitare l’arresto di Netanyau per il suo crimine (ma il problema non è solo Netanyau, c’è un intero sistema che lo sostiene) sia per non coinvolgere l’Occidente suo alleato – Europa e Italia inclusi – che invece di applicare sanzioni come nel caso di Putin, si limita a condannarlo a parole – come un “camerata che sbaglia” si potrebbe parafrasare provocatoriamente – e con cui non si smette di fare affari soprattutto nella compravendita di armamenti.

    Mentre su piano giuridico e in un certo senso terminologico saranno la storia e le sentenze a decretare se tutto ciò sia o meno genocidio, se si passa alla lingua comune le cose sono più semplici, ed è più difficile negare.

    Il genocidio nella lingua comune

    Sono stati effettuati vari sondaggi in cui si chiedeva agli italiani – dunque al popolo e alle masse – se consideravano genocidio il massacro dei palestinesi, e per la maggioranza la risposta è stata sì, una convinzione che aumenta di giorno in giorno davanti ai fatti sotto gli occhi di tutti. Visto che certi linguisti e lessicografi che si pongono come “descrittivisti” si riempiono la bocca di sciocchezze per cui la lingua arriverebbe dal basso, seguendo il loro criterio si dovrebbe affermare che Israele si sta macchiando di genocidio, se è l’uso che fa la lingua. Ma si sa che questa presunta “democrazia linguistica” viene invocata solo quando fa comodo; in altri casi si cambia casacca e si può sempre dire, come fanno i negazionisti, che la gente non sa che cosa significhi questa parola, dunque parla a vanvera e non fa testo.

    Se però si analizza la letteratura alla ricerca dell’uso della parola genocidio fuor da Gaza, le cose cambiano. Questo vocabolo è frequente per descrivere per esempio lo sterminio dei Catari e degli Albigesi agli inizi del Duecento attraverso una campagna militare durata vent’anni orchestrata dal Re di Francia e da papa Innocenzo III che li aveva bollati come eretici. Si ritrova nel caso del genocidio dei nativi americani, numericamente più consistente di quello dell’olocausto. In questo caso lo sterminio delle popolazioni non è avvenuto solo intenzionalmente attraverso i massacri e il confinamento dei nativi nelle “riserve” che di anno in anno si rimpicciolivano fino a soffocarli. Il numero maggiore di morti è stato causato involontariamente attraverso le malattie che gli europei hanno portato, e che risultavano mortali in quelle popolazioni senza anticorpi davanti alle nostre epidemie. Eppure nessuno si sogna, in casi del genere, di mettere in discussione la parola, nessuno è interessato a cavillare per concludere che quello dei nativi americani o dei catari non era proprio un genocidio ma qualcos’altro. Perché fuori dai tecnicismi giuridici che tagliano fuori i non addetti ai lavori “incompetenti” la parola genocidio coniata da Lemkin è entrata nella lingua comune e nei vocabolari – come da lui auspicato – per esprimere un concetto intuitivo e macroscopico che non ha alcun bisogno di basarsi sulle definizioni giuridiche (peraltro controverse).

    Genocidi culturali e linguistici

    Ogni genocidio non comporta solo il tentativo di cancellare gli individui di una popolazione, ma coinvolge inevitabilmente la loro stessa cultura e dunque spesso anche la loro lingua. Il genocidio di Albigesi e Catari protetti dai signori della Provenza, per esempio, ha determinato anche la fine della poesia provenzale nella lingua d’oc. Questi poeti sono fuggiti in una diaspora che li ha portati in Spagna, in Italia e altrove, mentre l’annessione del territorio alla Francia ha introdotto ufficialmente l’antico francese – la lingua d’oïl – anche lì.

    Uno dei primi a utilizzate la parola in senso lato e a legarla alle questioni linguistiche parlando esplicitamente di “genocidio culturale” o “linguistico”, è stato Pasolini, che negli anni Sessanta, davanti alla compiuta unificazione dell’italiano, notava che il prezzo era un certo “genocidio culturale, dove tutti parlano e consumano allo stesso modo, un genocidio che coinvolge anche i dialetti che vengono rinnegati e ridotti a ‘codici residuali’ marginali”. E su questo uso metaforico di genocidio era tornato anche nel 1974 nell’ultimo suo intervento pubblico prima di venire assassinato. Ma il riferimento al genocidio linguistico si trova in tantissimi autori, soprattutto a proposito dell’estinzione delle lingue in Africa – denunciata con preoccupazione anche dall’Unesco – e il linguista tunisino Claude Hagège rilevava come la distruzione delle culture può avvenire attraverso un genocidio fisico ma anche in altre forme che non prevedono il massacro di una popolazione. Tra i fattori determinanti di questo enorme genocidio linguistico riconosceva all’espansione dell’inglese globale un “ruolo di primo piano” (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 99). Ma anche la ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas tacciava l’Occidente di “linguicismo”: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si e ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999, p. 99).

    Un effetto collaterale del genocidio palestinese è proprio quello di consolidare e di allargare l’espansione dell’inglese globale, che nessuno in questo momento denuncia, di certo perché ci sono da denunciare cose ben più gravi, ma anche perché in Italia (e non solo da noi) non c’è alcuna sensibilità sulla questione. Quale lingua si parlerà in una futura Gaza ricostruita e concepita come un resort da cui i palestinesi sembrano esclusi? Perché sulla stampa la città di Gaza è diventata Gaza city? Perché c’è chi preferisce parlare di West Bank invece che di Cisgiordania? Come mai sui giornali italiani ricorre solo la sigla Idf (cioè Israel Defense Forces pronunciato in tv all’inglese “AI-DI-EF”) mentre su quelli francesi e spagnoli si usa prevalentemente la propria lingua e si parla della difesa israeliana senza ricorrere all’inglese?

    Mentre si consumano le baruffe sull’opportunità di parlare di genocidio palestinese, davanti al genocidio culturale e linguistico provocato dal globalese in tutto il mondo non c’è alcuna preoccupazione. Eppure, se dietro certe parole non c’è la semplice descrizione della realtà, bensì la sua costruzione e la sua interpretazione, anche le scelte lessicali che si appoggiano all’inglese non sono neutrali. Sono anche queste un atto politico e non dovremmo dimenticarcene: l’inglese è la lingua di classe dei popoli dominanti che la stanno imponendo a quelli sottomessi, anche se su questo caso nessuno sembra intenzionato a fare la resistenza. Nemmeno i cosiddetti “propal” che nelle piazze gridano “fri palestàin” come se l’inglese (di Trump e di Netanyau) fosse la lingua di tutti. Invece, per non essere complici dell’attuale genocidio linguistico farebbero meglio a gridare “Palestina libera” in tutte le lingue del mondo.

    #colonialismoLinguistico #globalese #globalizzazioneLinguistica #globish #interferenzaLinguistica #linguaItaliana

  9. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Sulla parola “genocidio” e sui genocidi linguistici

    Di Antonio Zoppetti

    Dietro certe parole non c’è la semplice descrizione della realtà, bensì la sua costruzione e la sua interpretazione, che non è mai neutra, è sempre un atto politico. Anche se non è vero che ne uccide più la lingua (o la penna) che la spada, fuor di metafora ci sono parole che possiedono una connotazione e una capacità evocativa dirompenti. “Genocidio”, per esempio, si carica di una valenza così insopportabile da apparire più importante dei crimini e delle atrocità che descrive, dunque, di fronte a quanto sta succedendo a Gaza è in corso un acceso dibattito per stabilire se tanta inumanità possa essere definita “genocidio” o un “semplice” crimine di guerra, un “normale” sterminio ponderato dei civili come tanti altri.

    Alcuni personaggi, per esempio Paolo Mieli (“Mi rifiuto di parlare di genocidio”), Italo Bocchino (“bisogna stare attenti a usare la parola genocidio”, “è una parola sbagliata”) e tanti altri dimostrano una certa ossessione nel negare, e reagiscono ogni volta con veemenza, mentre sul fronte opposto genocidio viene di solito sbandierato e messo in risalto in una polemica senza soluzioni davanti alla quale ogni presentatore televisivo tende ormai a evitare di ricorrere a una parola impronunciabile e divisiva, per non aprire “quella porta” e passare ai fatti.

    Davanti ai massacri, davanti alla sistematica distruzione di case, ospedali e infrastrutture, davanti alla strategia di ridurre la popolazione alla fame e di provocare una pianificata carestia con tanto di tiro al piccione per uccidere chi è in fila per un tozzo di pane distribuito a singhiozzo e controllato dagli israeliani… la questione ha assunto dunque un’enorme rilevanza.

    Genocidio: sì o no? Il tormentone non è né nuovo né meramente linguistico

    Colpisce che in questo animato dibattito i linguisti rimangano in disparte, mediamente, e che per esempio tra le consulenze della Crusca che rispondono ai quesiti dei lettori e ragionano sull’appropriatezza delle parole e sul loro uso, non ci sia una presa di posizione in merito, al contrario di ciò che avviene per altre questioni spinose e tutte politiche, prima che linguistiche, dalla legittimazione di certi anglicismi alle prese di posizione ufficiali sulla femminilizzazione delle cariche.

    C’è poi un altro fatto che stupisce. Sembra che nessuno si accorga che le polemiche sulla legittimità di un’etichetta infamante come “genocidio” non sia affatto una novità che emerge oggi a proposito di Israele, ma è un tormentone che riaffiora ogni volta che simili crimini si manifestano.

    Anche se certi personaggi dalla memoria di un pesce rosso fanno finta di non ricordarselo, basta scorrere gli archivi storici dei giornali per constatarlo: e già ai tempi del massacro dei Tutsi sulle pagine dei giornali si dibatteva sulla questione e uscivano articoli intitolati “Non chiamatelo genocidio” come predicava il democratico Bill Clinton arrampicandosi sui vetri come fanno oggi Mieli, Bocchino e gli altri.

    L’unica cosa certa è come andata a finire: oggi questi massacri sono stati riconosciuti ufficialmente dalla Corte internazionale di giustizia come genocidi – con buona pace dei negazionisti – esattamente come sta accadendo con Gaza: la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso ben quattro violazioni della Convenzione sul genocidio.

    In queste diatribe è però indispensabile fare un distinguo tra l’accezione tecnica, giuridica e in fondo terminologica di “genocidio” e la sua portata in senso lato che circola nella lingua comune, visto che la lingua è metafora. E ripercorrere la storia della parola aiuta a comprendere come stanno veramente le cose.

    Genocidio: etimo e significato

    “Genocidio” è un concetto proposto dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, nel 1944, davanti ai crimini del nazismo, ma in seguito dichiarò che l’idea di coniare quella parola nasceva dallo sterminio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano avvenuto all’inizio del secolo. In un articolo del 1945 spiegava che gli orrori dell’olocausto erano in fine dei conti l’incarnazione organizzata più eclatante – nelle modalità di attuazione – di qualcosa di più ampio del contesto storico di allora. E precisava:

    “Il crimine del Reich nello sterminare volutamente e deliberatamente interi popoli non è del tutto nuovo nel mondo. È nuovo solo nel mondo civilizzato che siamo giunti a concepire (…). È per questo motivo che mi sono preso la libertà d’inventare la parola ‘genocidio’. Questo termine deriva dalla parola greca ghénos, che significa tribù o razza, e dal latino caedo, che significa uccidere. Il genocidio deve tragicamente trovare posto nel dizionario del futuro accanto ad altre parole tragiche come omicidio e infanticidio. Come suggerito da Von Rundstedt, il termine non significa necessariamente uccisione di massa, ma questa può essere una delle sue accezioni. Più spesso, si riferisce a un piano coordinato volto alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, affinché tali gruppi avvizziscano e muoiano come piante colpite dalla ruggine.”

    Il genocidio nel diritto internazionale

    La parola è stata così accolta e ripresa nel 1946 durante il processo di Norimberga contro i crimini del nazismo e due anni dopo l’Onu ha dichiarato il genocidio un reato. Anche se per condannare qualcuno per un crimine è necessario avere parametri oggettivi con cui valutarlo, la definizione giuridica di genocidio dell’Onu del 1948 si presta comunque a diverse interpretazioni, dunque il riconoscimento ufficiale del genocidio è avvenuto per esempio nel caso dello sterminio degli Armeni o, in tempi più recenti, nei massacri etnici avvenuti in Ruanda negli anni Novanta. Ma non tutti sono concordi nel riconoscere certe sentenze, e ancora oggi la Turchia nega il genocidio armeno, non solo per motivi etici e di immagine, ma soprattutto perché sotto la questione legale si celano enormi interessi economici, a partire dalla restituzione dei beni espropriati agli armeni che rappresenta una voce enorme per l’economia turca.

    I risvolti economici, per Israele, sono anche maggiori. C’è il disegno di radere al suolo Gaza per ricostruirla come un lussuoso villaggio turistico che prevede una sorta di sostituzione etnica con incentivi (ti pago e te ne vai via dalla tua terra). C’è l’appropriazione di terre ricchissime di risorse da sfruttare e c’è anche la questione dei territori occupati illegalmente nella Cisgiordania. Trasformare il genocidio in una semplice guerra che basta vincere in qualche modo (anche se gli israeliani non hanno alcun esercito contro cui combattere, e a parte qualche sporadica incursione di Hamas stanno operando contro i civili e le loro abitazioni) è fondamentale per questo progetto. Ed è poi essenziale anche dal punto di vista del diritto internazionale, sia per evitare l’arresto di Netanyau per il suo crimine (ma il problema non è solo Netanyau, c’è un intero sistema che lo sostiene) sia per non coinvolgere l’Occidente suo alleato – Europa e Italia inclusi – che invece di applicare sanzioni come nel caso di Putin, si limita a condannarlo a parole – come un “camerata che sbaglia” si potrebbe parafrasare provocatoriamente – e con cui non si smette di fare affari soprattutto nella compravendita di armamenti.

    Mentre su piano giuridico e in un certo senso terminologico saranno la storia e le sentenze a decretare se tutto ciò sia o meno genocidio, se si passa alla lingua comune le cose sono più semplici, ed è più difficile negare.

    Il genocidio nella lingua comune

    Sono stati effettuati vari sondaggi in cui si chiedeva agli italiani – dunque al popolo e alle masse – se consideravano genocidio il massacro dei palestinesi, e per la maggioranza la risposta è stata sì, una convinzione che aumenta di giorno in giorno davanti ai fatti sotto gli occhi di tutti. Visto che certi linguisti e lessicografi che si pongono come “descrittivisti” si riempiono la bocca di sciocchezze per cui la lingua arriverebbe dal basso, seguendo il loro criterio si dovrebbe affermare che Israele si sta macchiando di genocidio, se è l’uso che fa la lingua. Ma si sa che questa presunta “democrazia linguistica” viene invocata solo quando fa comodo; in altri casi si cambia casacca e si può sempre dire, come fanno i negazionisti, che la gente non sa che cosa significhi questa parola, dunque parla a vanvera e non fa testo.

    Se però si analizza la letteratura alla ricerca dell’uso della parola genocidio fuor da Gaza, le cose cambiano. Questo vocabolo è frequente per descrivere per esempio lo sterminio dei Catari e degli Albigesi agli inizi del Duecento attraverso una campagna militare durata vent’anni orchestrata dal Re di Francia e da papa Innocenzo III che li aveva bollati come eretici. Si ritrova nel caso del genocidio dei nativi americani, numericamente più consistente di quello dell’olocausto. In questo caso lo sterminio delle popolazioni non è avvenuto solo intenzionalmente attraverso i massacri e il confinamento dei nativi nelle “riserve” che di anno in anno si rimpicciolivano fino a soffocarli. Il numero maggiore di morti è stato causato involontariamente attraverso le malattie che gli europei hanno portato, e che risultavano mortali in quelle popolazioni senza anticorpi davanti alle nostre epidemie. Eppure nessuno si sogna, in casi del genere, di mettere in discussione la parola, nessuno è interessato a cavillare per concludere che quello dei nativi americani o dei catari non era proprio un genocidio ma qualcos’altro. Perché fuori dai tecnicismi giuridici che tagliano fuori i non addetti ai lavori “incompetenti” la parola genocidio coniata da Lemkin è entrata nella lingua comune e nei vocabolari – come da lui auspicato – per esprimere un concetto intuitivo e macroscopico che non ha alcun bisogno di basarsi sulle definizioni giuridiche (peraltro controverse).

    Genocidi culturali e linguistici

    Ogni genocidio non comporta solo il tentativo di cancellare gli individui di una popolazione, ma coinvolge inevitabilmente la loro stessa cultura e dunque spesso anche la loro lingua. Il genocidio di Albigesi e Catari protetti dai signori della Provenza, per esempio, ha determinato anche la fine della poesia provenzale nella lingua d’oc. Questi poeti sono fuggiti in una diaspora che li ha portati in Spagna, in Italia e altrove, mentre l’annessione del territorio alla Francia ha introdotto ufficialmente l’antico francese – la lingua d’oïl – anche lì.

    Uno dei primi a utilizzate la parola in senso lato e a legarla alle questioni linguistiche parlando esplicitamente di “genocidio culturale” o “linguistico”, è stato Pasolini, che negli anni Sessanta, davanti alla compiuta unificazione dell’italiano, notava che il prezzo era un certo “genocidio culturale, dove tutti parlano e consumano allo stesso modo, un genocidio che coinvolge anche i dialetti che vengono rinnegati e ridotti a ‘codici residuali’ marginali”. E su questo uso metaforico di genocidio era tornato anche nel 1974 nell’ultimo suo intervento pubblico prima di venire assassinato. Ma il riferimento al genocidio linguistico si trova in tantissimi autori, soprattutto a proposito dell’estinzione delle lingue in Africa – denunciata con preoccupazione anche dall’Unesco – e il linguista tunisino Claude Hagège rilevava come la distruzione delle culture può avvenire attraverso un genocidio fisico ma anche in altre forme che non prevedono il massacro di una popolazione. Tra i fattori determinanti di questo enorme genocidio linguistico riconosceva all’espansione dell’inglese globale un “ruolo di primo piano” (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 99). Ma anche la ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas tacciava l’Occidente di “linguicismo”: come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo discrimina in base alla lingua madre e determina giudizi sulla competenza o non competenza dei cittadini nelle lingue ufficiali o internazionali, mentre il monolinguismo a base inglese era per lei un “cancro” a cui andrebbe contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici e del pluralismo, se non vogliamo essere complici del genocidio linguistico e culturale nel mondo (“I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si e ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999, p. 99).

    Un effetto collaterale del genocidio palestinese è proprio quello di consolidare e di allargare l’espansione dell’inglese globale, che nessuno in questo momento denuncia, di certo perché ci sono da denunciare cose ben più gravi, ma anche perché in Italia (e non solo da noi) non c’è alcuna sensibilità sulla questione. Quale lingua si parlerà in una futura Gaza ricostruita e concepita come un resort da cui i palestinesi sembrano esclusi? Perché sulla stampa la città di Gaza è diventata Gaza city? Perché c’è chi preferisce parlare di West Bank invece che di Cisgiordania? Come mai sui giornali italiani ricorre solo la sigla Idf (cioè Israel Defense Forces pronunciato in tv all’inglese “AI-DI-EF”) mentre su quelli francesi e spagnoli si usa prevalentemente la propria lingua e si parla della difesa israeliana senza ricorrere all’inglese?

    Mentre si consumano le baruffe sull’opportunità di parlare di genocidio palestinese, davanti al genocidio culturale e linguistico provocato dal globalese in tutto il mondo non c’è alcuna preoccupazione. Eppure, se dietro certe parole non c’è la semplice descrizione della realtà, bensì la sua costruzione e la sua interpretazione, anche le scelte lessicali che si appoggiano all’inglese non sono neutrali. Sono anche queste un atto politico e non dovremmo dimenticarcene: l’inglese è la lingua di classe dei popoli dominanti che la stanno imponendo a quelli sottomessi, anche se su questo caso nessuno sembra intenzionato a fare la resistenza. Nemmeno i cosiddetti “propal” che nelle piazze gridano “fri palestàin” come se l’inglese (di Trump e di Netanyau) fosse la lingua di tutti. Invece, per non essere complici dell’attuale genocidio linguistico farebbero meglio a gridare “Palestina libera” in tutte le lingue del mondo.

    #colonialismoLinguistico #globalese #globalizzazioneLinguistica #globish #interferenzaLinguistica #linguaItaliana

  10. Diciamolo in italiano @diciamoloinitaliano.wordpress.com@diciamoloinitaliano.wordpress.com ·

    Binge-eating, binge-drinking e il “binge-english-writing” dell’italietta colonizzata

    Di Antonio Zoppetti

    Un articolo sul Corriere dell’altro giorno diffondeva il termine binge-eating spacciato come “nuovo” disturbo alimentare. Naturalmente – come l’anoressia – questo disturbo non è affatto nuovo, la novità è che adesso si vuole cancellare la parola storica bulimia per sostituirla con l’inglese.

    Dalla bulimia al binge-eating

    Bulimia è una coniazione dotta che viene dal greco, e letteralmente significa “fame da bue” (limòs + bous). Per costruire i propri neologismi in italiano, un tempo gli scienziati si appoggiavano alle radici greche e latine, ma oggi non sanno fare altro che ripetere la terminologia in inglese crudo, e non sanno coniare più un bel niente, perché parlano e vogliono parlare in inglese. Ed ecco che introducono il binge-eating, che letteralmente ha lo stesso identico significato: “abbuffata di mangiare” (binge + eating).

    Per giustificare l’imposizione della newlingua sulla veterolingua italiana, tuttavia, non possono ammettere di essere i portatori di una nuova cultura coloniale, non possono giustificarsi col dire che hanno deciso di esprimersi in inglese e di rinunciare all’italiano, dunque si arrampicano sugli specchi. E allora scatta il consueto meccanismo tipico dei “non-è-propristi”: diversificare i rispettivi significati. Il vecchio concetto di bulimia non è proprio come… il binge-eating!

    Cercando in Rete la differenza tra le due espressioni è tutto un pullulare della solita sciocchezza – alimentata ormai anche dall’intelligenza artificiale di Google che fornisce indicazioni a dir poco imbarazzanti – per cui il binge-eating è sì una fame compulsiva come la bulimia, ma in più è caratterizzata da sensi di colpa e comportamenti compensatori che portano per esempio a vomitare o a cercare di eliminare l’eccesso di cibo con l’uso di lassativi.

    È questa la fase uno che serve a legittimare l’introduzione di un anglicismo: far credere che l’equivalente italiano storico non abbia la stessa valenza, e dunque usare l’inglese come fosse necessario. Naturalmente, ammesso che una parola non ci sia già, sarebbe possibile anche coniarne una nuova o a ampliare il significato di quella italiana preesistente (le lingue sane si evolvono a questo modo).

    Ma è vero che la differenza tra le due parole è questa? Neanche per sogno.

    Cercando sul sito dell’Humanitas ci sono due pagine fotocopia che esprimono lo stesso identico disturbo, il primo si chiama bulimia nervosa, l’altro binge-eating, ma la differenza è tutta qui, nel nome in inglese invece che in italiano, perché per il resto si tratta della stessa cosa, definita allo stesso modo: l’arco di due ore in cui avviene l’ingestione, lo stato d’ansia e il vomito, la concause multifattoriali…

    Scopri le piccole differenze:

    Basta confrontare i due articoli per scoprire che l’unica rilevante piccola differenza sta nel nome della cosa, e nel secondo articolo l’italiano viene semplicemente ignorato, cancellato e sovrapposto all’inglese. Dunque ammesso e non concesso che bulimia e binge-eating non siano perfettamente sovrapponibili, rimane il fatto che per differenziare i concetti non è assolutamente necessario introdurre un’espressione in inglese crudo.

    Quando parlo di cultura coloniale suscito spesso reazioni scomposte e resistenze, soprattutto tra quelli furbi che ci raccontano che la lingua è un fenomeno “democratico” che arriva dal basso e dal popolo. Ma basta vedere gli articoli di giornale che escono per constatare la realtà.

    Un anglicismo dietro l’altro, sostituzione dopo sostituzione, si finisce per arrivare a pezzi come quello in figura, dove si parla di influencer (che come è noto “non sono proprio come gli influenti”), di coach (che “non è proprio come un allenatore”) e dove si cala dall’alto la nuova terminologia per introdurre ruoli e concetti come lo sleeping streamer, lo sleep influencer e lo sleep manager… se questo non è colonialismo culturale…

    Questi esempi mostrano che l’incapacità di esprimersi in italiano si salda con la precisa volontà di esprimersi in inglese, attraverso una comunicazione che punta volutamente all’itanglese vissuto come uno stile superiore, presentato (a torto) come più internazionale o tecnico.

    L’abbuffata di inglese e l’anoressia dell’italiano

    Per riprendere le definizioni riservate dagli specialisti al binge-eating, tutto ciò si potrebbe forse chiamare disturbo linguistico compulsivo anglomane, che per essere più chiari e moderni si potrebbe ribattezzare in binge-english writing (e binge-english speaking, la sindrome per cui personaggi televisivi come Rampini o la Gruber ostentano in modo ridicolo la pronuncia affettata di “Trump” e di altre parole americane). Al contrario dei semplici anglomani di una volta – si potrebbe chiosare – il binge writer non è però soggetto a comportamenti correttivi (come il vecchio “scusate il francesismo” ai tempi della Belle Époque), ma si compiace e gongola della sua anglo-bulimia che vuole imporre a tutti, invece che cercare di curarsi.

    Il problema è che questa abbuffata di inglese non riguarda più le singole parole, i singoli anglicismi, ma si configura come una rete lessicale che si allarga, coinvolge la morfologia (se c’è il binge-eating poi spuntano i binge-eater[s] al posto dei bulimici), e soprattutto, se prende piede la radice binge per indicare i consumi smodati, poi è chiaro che l’espressione finisce per essere “produttiva” e diramarsi in sempre più numerose espressioni che riproducono lo stesso meccanismo linguistico, e così anche gli alcolizzati vengono indicati come binge-drinker.

    L’ultima espressione della famiglia che si sta diffondendo è il binge-whatcing per indicare la dipendenza dalla televisione. Analizzando le frequenze delle tre espressioni su Ngram Viewer di Google Libri si vede benissimo come l’entrata del binge-eating negli anni Novanta sia in relazione con le successive introduzioni del binge-drinking a partire dagli anni Duemila e con l’affacciarsi del binge-watching dagli anni Dieci.

    Come finirà?

    L’analisi della crescita delle espressioni a base binge (binge based forse suona più in linea con la nostra cultura coloniale) lascia presagire che, in questa abbuffata, la parola potrebbe radicarsi, dare vita a future nuove coniazioni e allargarsi, come è successo a over (da overtourism invece di sovraturismo agli over-80 al posto degli ultraottantenni). Dopo la fase uno – introduzione dell’anglicismo come fosse una necessità e sua diversificazione dall’analogo italiano – la fase due porterà a una normalizzazione e a un uso nella lingua comune con perdita della presunta specificità millantata nella fase uno. Dunque se oggi gli pseudoscienziati che si vergognano dell’italiano introducono l’inglese come dotato di un qualcosa in più, domani l’espressione potrebbe passare dalla terminologia alla lingua comune, grazie ai giornalisti che la impiegheranno in senso lato, ed ecco che la frittata sarà fatta: è in questo modo che l’italiano muore davanti ai “prestiti sterminatori” che li rimpiazzano.

    Oppure c’è anche la possibilità che questo schema regredisca – come non resta che auguraci – invece di attecchire. Il punto, però, è che i casi singoli che sono oggetto di studi da parte dei linguisti, vanno sommati tra di loro.

    Il problema non è l’affermazione di binge + più qualcosa in inglese, ma il fatto che l’anglomania caratterizza la lingua di classe preferita dalla nostra egemonia culturale – come avrebbe detto Gramsci – e cioè la lingua della classe dirigente e di chi ricopre i ruoli chiave della nostra società. L’itanglese dei ceti sociali alti che prende corpo nei nuovi centri di irradiazione della lingua (scienziati, giornalisti, imprenditori, influenti…) e che poi viene presa a modello anche dalla massa nazional-popolare.

    E poco importa che binge si radichi o meno, questa newlingua è ormai di fatto caratterizzata dall’abbuffarsi di inglese, e per ogni anglicismo che non attecchisce ce ne sono altri dieci che invece attecchiranno.

    #anglicismiNellItaliano #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa

  11. ‘THE A1200’ anunciado pero …

    Y es que gracias a un hilo del foro de RetroWiki nos hemos enterado de una noticia mala y una buena, ¿Cuál queréis escuchar primero? XD

    Bueno primero la buena, y es que Retro Games LTD. después de éxitos cosechados con The C64 mini y The A500 mini ha anunciado su próximo lanzamiento que será … el Amiga 1200 !!!!. Y que ha sido bautizado con el nombre «The A1200». Esta recreación, parece ser, que tendrá teclado funcional y su tamaño será el mismo que el original. La verdad es que es una noticia increible !!!

    Y ahora bien el pero del titular; y es que la mala noticia es que este esperado lanzamiento se va a demorar varios meses debido disputas legales entre Hyperion Entertainment y las partes del Amiga. El comunicado en cuestión dice así:

    «ACTUALIZACIÓN SOBRE EL LANZAMIENTO DEL AMIGA DE TAMAÑO COMPLETO

    Como todos saben, nuestra intención desde hace tiempo era lanzar una secuela de tamaño completo del A500 mini en el primer trimestre de 2025. A pesar de los esfuerzos de nuestro equipo y socios, lamentablemente no será posible dentro de ese plazo.

    Desafortunadamente, las disputas legales entre Hyperion Entertainment y las partes del Amiga nos impiden continuar con la fabricación. Muchos de ustedes en el mundo del Amiga recordarán que Hyperion inició acciones legales contra las partes del Amiga en 2018, y en 2019 incluso intentaron, sin éxito, impedir el lanzamiento del A500 Mini, a pesar de que dicha interferencia era una «Acción Prohibida de Hyperion» según su Acuerdo de Conciliación de 2009.

    Nuestros amigos de Amiga y Cloanto, quienes nos han apoyado durante el desarrollo de THEC64, THEVIC20 y THE A500 mini, han trabajado incansablemente para resolver el problema lo antes posible. Sin embargo, nuestros socios de fabricación y distribución han decidido posponer el lanzamiento de nuestra consola de tamaño completo hasta que la situación legal se resuelva por completo. Entendemos la decepción y frustración que estos retrasos causan, pero lamentablemente la situación escapa completamente a nuestro control.

    Próximamente, compartiremos más detalles sobre la consola, incluyendo imágenes, características y software, incluyendo un nuevo juego que debutará en ella. También publicaremos una fecha de lanzamiento revisada lo antes posible.

    Gracias por su paciencia y apoyo. Entendemos que estén tan frustrados como nosotros. Si bien estos problemas legales no nos involucran directamente, sí afectan nuestro trabajo. Todos estamos trabajando arduamente para resolver estos problemas lo antes posible y creemos que la solución está a la vista.

    Debido a los continuos retrasos, creemos que es justo informarles que la máquina se llamará…

    «THE A1200»

    El equipo de RGL.»

    Pues no nos queda otra que esperar a que se arregle todo este embrollo y que no se demore mucho el lanzamiento de esta esperada recreación del mejor ordenador de todos los tiempos.

    AMIGA FOREVER

    Página oficial de Retro Games Ltd.

    #retroGamesLtd #theA1200

  12. Capitolo 55

    AGOSTO 2008: dal 28 luglio al 3 agosto.

    Film visti per la prima volta: Accadde una notte, Dante 01, Grace is gone, The love guru

    Film rivisti: About a boy, Carlito’s way

    Eccoci qui per l’ultimo capitolo di questa appassionante annata di cinema: il vostro è in procinto di partire, in questo momento ho già un piede sull’aereo per Barcellona, ma prima di congedarmi dalla città eterna è mio dovere raccontarvi di quest’ultima settimana da cinefilo. Un anno fa, agli esordi di questa rubrica, stavo per partire in direzione Monaco di Baviera, e mi ritrovai così a guardarmi Munich per motivi non molto razionali, ma era un modo come un altro per ingannare il tempo in attesa del viaggio. Seguendo lo stesso ragionamento avrei dovuto rivedere L’appartamento spagnolo probabilmente, perché è ambientato a Barcellona, ma avendo “vissuto” quel film durante quest’anno non avevo una gran voglia di rivedere ancora una volta quella storia, proprio ora che è tutto finito… Così mi sono consolato con altri sei film, tre in sala, un vecchio classico e due riproposizioni apprezzatissime. Prima di cominciare vi annoio con un dato significativo: da gennaio ho visto 102 film al cinema, e considerando che il mio record (appartenente al 2007) è di 110 film in un anno, penso proprio che sto per disintegrarlo, polverizzarlo, farlo a pezzi; il tempo di tornare dalle vacanze.

    Accadde una notte (1934) di Frank Capra è un film importantissimo per la Hollywood di quel periodo: in un certo senso lanciò il genere della commedia romantica, e fu il primo film ad essere premiato con i cinque oscar più importanti. Avrei dovuto vederlo molti anni fa durante una corso di storia del cinema all’università, ma quella volta mi addormentai e poi me ne andai a casa: dopo tanto tempo ho avuto il desiderio di vedere questo film, e forse sono rimasto un po’ deluso. Certo, conosco il buonismo di Capra, e avrei dovuto farmi trovare preparato sulla scontatezza della storia, ma in qualche modo non ho trovato praticamente un solo punto di interesse in questa pellicola. Una ereditiera scappa di casa per andare a New York a sposare un arrampicatore sociale, su un autobus incontra il giornalista Clark Gable che la aiuta in cambio dello scoop finale: i due litigano sempre ma piano piano scoprono di amarsi. Ammetto di non aver mai avuto una grande simpatia per Gable, e ho trovato Claudette Colbert veramente irritante. Ho rispetto per l’importanza di questo film nel contesto in cui è stato realizzato e presentato, ma visto per la prima volta nel 2008 appare scontato e banale: senza offesa per il grande Frank Capra, ma questo film non l’ho digerito.

    About a boy (2002) di Chris e Paul Weisz prima di questa settimana lo avevo visto solo una volta al cinema, sei anni fa, e avevo da tempo molta voglia di rivederlo: primo, perchè è tratto da un libro di Nick Hornby (il mio scrittore preferito, a cui devo la nascita di questa rubrica), secondo, perché Hugh Grant mi fa morire da ridere e terzo perché ricordavo di essermi divertito molto al cinema, e dunque perché non rivederlo una seconda volta? Hugh Grant è un viziato riccone che passa le giornate a cercare di rimorchiare donne e a guardare la televisione; nel tentativo di far colpo su una ragazza madre incontra Marcus, il figlio di un’amica di lei, che vede Hugh Grant come un tipo in gamba che può dargli le dritte giuste per far sì che non venga più trattato da sfigato a scuola. La storia è ben più sottile di quest’accozzaglia di parole che ho messo una dopo l’altra nelle righe precedenti, fatto sta che il rapporto tra i due è divertente, il ragazzo del titolo sono in realtà entrambi, e dal loro confronto i due capiranno il loro modo di stare al mondo. Una bella commedia, piacevolissima e gustosa. Un film che va bene con tutto: una serata a casa da soli, con la ragazza, con gli amici, coi genitori o con il vostro gatto o con tutti quanti insieme.

    Dante 01 (2008) di Marc Caro è un film di fantascienza francese: si potrebbe definire la risposta francese a 2001 e a Solaris, ma in fondo nessuno ha chiesto a Marc Caro di rispondere! Il film è girato bene, ambientato bene, ma è noioso, con una storia particolare e non molto interessante a dire la verità, in poche parole non l’ho gradito molto. In una prigione spaziale arriva un nuovo detenuto, una sorta di messia dei carcerati, in grado di guarire le ferite e di togliere i peccati e i dolori dal corpo degli altri. Ma essendo speciale è anche malvisto da alcuni detenuti che lo vogliono morto, in tutto ciò la stazione spaziale viene dirottata verso un pianeta infuocato e il resto è uno sbadiglio. Tecnicamente ben realizzato, ma a dire la verità speravo in ben altro.

    Con il pretesto di dover finire una cassa di birre, con un paio di amici ci siamo riuniti una sera per bere un po’ e soprattutto rivederci uno dei capolavori di Brian De Palma: Carlito’s way (1993). Coincidenza vuole che mi sia comprato una maglietta di questo film proprio due sere prima di rivederlo, si tratta di un film inamovibile dalla top 10 dei miei film preferiti ed è veramente una pellicola meravigliosa. Al Pacino è un ex-spacciatore uscito di galera dopo cinque anni: ritrova il suo quartiere cambiato, decide di lavorare onestamente e di chiudere con la vecchia vita, ma si ritroverà continuamente coinvolto in situazioni pericolose, indipendentemente dalla sua volontà (“Non me la vado certo a cercare io questa merda, è lei che viene da me: io scappo, lei mi insegue”). La lotta di un uomo verso una rinascita che non riuscirà a completare, un gangster movie tendente al noir, un film veramente unico nel suo genere e per questo meraviglioso (anche grazie ad un Al Pacino devastante nel ruolo di Carlito, a un grande Sean Penn e alla straordinaria regia di De Palma). Amo questo film, le sue atmosfere, il grande carisma del personaggio di Carlito Brigante: saggio, malinconico, nostalgico, caparbio, sognante, leale. Un film d’altri tempi, un capolavoro sempre troppo sottovalutato dalla critica parruccona, ma dal valore inossidabile per gli amanti del cinema.

    Gli ultimi due film di questa annata, prima delle mia partenza per Barcellona prima e per il solito mare della Puglia poi, provengono entrambi dalla sala. Per onorare l’ultima serata cinematografica, con gli amici di cui sopra abbiamo deciso di sperimentare una doppia visione: un film dopo l’altro allo stesso cinema, dopo aver minuziosamente calcolato i tempi di ognuno. Alle 22.30 ci siamo visti il bellissimo Grace is gone (2007) di James C. Strouse, un film commovente ed emozionante, mai banale, costruito su un grande dolore e sul bellissimo personaggio di John Cusack, perfetto in ogni sfumatura del viso e in ogni ruga della fronte. Cusack è un ex-militare allontanato dall’esercito a causa di un problema alla vista, al posto suo sua moglie, anch’essa militare, è andata in Iraq a combattere la guerra. Un giorno al buon John viene comunicata la morte della moglie in battaglia, e il protagonista non sa come esprimere il suo dolore e senso di colpa: decide di prendere le sue bambine e di portarle nel loro parco giochi preferito, in Florida, non riuscendo al momento a dir loro della scomparsa della madre. La famigliola si confronta, si forma e piano piano si crea un legame magico tra John Cusack, le due bambine e gli spettatori: un film veramente bello, un vero gioiello in questa estate un po’ misera di buoni film (e poi è musicato da Clint Eastwood!).

    L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal film seguente, visto alle 00.10: The love guru (2008) di Marco Schnabel, una commedia che speravamo potesse farci chiudere in bellezza la stagione cinematografica. Scelta sbagliata: il film è stupidissimo e fa ridere davvero poco, ha una trama senza capo né coda (Mike Myers è un guru indiano ingaggiato dalla presidentessa Jessica Alba per rimettere in sesto un campione di hockey depresso dalla separazione con la sua donna, la quale ora sta insieme al superdotato portiere rivale Justin Timberlake). Si salva Timberlake, che fa ridere sul serio (soprattutto quando intona e balla Celine Dion), e il “remake” del videoclip di More Than Words degli Extreme, con Myers che suona il sitar e canta sotto gli occhi di Jessica Alba (ah, certo, salvo anche lei ovviamente, davvero troppo troppo bella per essere criticata). Film sciocco, giustamente uscito ad agosto (al contario di Grace is gone, che meritava di certo una collocazione e una distribuzione più degna).

    Ci siamo, è finito anche questo luglio, è tempo di saluti anche per noi, miei cari affezionatissimi. Vi lascio senza troppi giri di parole, perché ho la valigia ancora da preparare e l’aereo in pista. Ci ritroveremo qui, per un’altra annata di cinema, molto presto: per citare un grande capolavoro degli anni 90 (ma non vi dirò quale) tornerò prima che voi possiate dire “crostata di mirtilli”.

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    #aboutABoy #accaddeUnaNotte #dante01 #graceIsGone #loveGuru

  13. Top 20 – I Miei Film del 2025

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- Alpha (Julia Ducournau)
    Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    19- Sinners (Ryan Coogler)
    Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.

    18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
    Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.

    17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
    Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.

    16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
    François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.

    15- Nosferatu (Robert Eggers)
    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.

    14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
    Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!

    13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
    Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.

    12- September 5 (Tim Fehlbaum)
    Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.

    11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
    L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.

    10- Presence (Steven Soderbergh)
    Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.

    9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
    Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
    Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.

    7- A Complete Unknown (James Mangold)
    Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.

    6- Bird (Andrea Arnold)
    Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.

    5- The Brutalist (Brady Corbet)
    La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.

    4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
    Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.

    3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
    Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.

    2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.

    1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
    Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.

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  14. Top 20 – I Miei Film del 2025

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- Alpha (Julia Ducournau)
    Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    19- Sinners (Ryan Coogler)
    Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.

    18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
    Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.

    17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
    Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.

    16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
    François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.

    15- Nosferatu (Robert Eggers)
    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.

    14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
    Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!

    13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
    Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.

    12- September 5 (Tim Fehlbaum)
    Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.

    11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
    L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.

    10- Presence (Steven Soderbergh)
    Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.

    9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
    Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
    Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.

    7- A Complete Unknown (James Mangold)
    Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.

    6- Bird (Andrea Arnold)
    Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.

    5- The Brutalist (Brady Corbet)
    La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.

    4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
    Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.

    3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
    Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.

    2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.

    1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
    Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.

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  15. Top 20 – I Miei Film del 2025

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- Alpha (Julia Ducournau)
    Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    19- Sinners (Ryan Coogler)
    Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.

    18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
    Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.

    17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
    Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.

    16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
    François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.

    15- Nosferatu (Robert Eggers)
    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.

    14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
    Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!

    13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
    Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.

    12- September 5 (Tim Fehlbaum)
    Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.

    11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
    L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.

    10- Presence (Steven Soderbergh)
    Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.

    9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
    Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
    Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.

    7- A Complete Unknown (James Mangold)
    Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.

    6- Bird (Andrea Arnold)
    Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.

    5- The Brutalist (Brady Corbet)
    La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.

    4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
    Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.

    3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
    Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.

    2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.

    1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
    Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.

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    #2025 #bestOf2025 #Cinema #classifica #daVedere #film #filmDel2025 #filmDellAnno #filmPiùBelli #fineAnno #lista #listaFilm #miglioriFilm #top10 #top20

  16. Top 20 – I Miei Film del 2025

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- Alpha (Julia Ducournau)
    Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    19- Sinners (Ryan Coogler)
    Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.

    18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
    Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.

    17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
    Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.

    16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
    François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.

    15- Nosferatu (Robert Eggers)
    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.

    14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
    Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!

    13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
    Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.

    12- September 5 (Tim Fehlbaum)
    Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.

    11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
    L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.

    10- Presence (Steven Soderbergh)
    Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.

    9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
    Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
    Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.

    7- A Complete Unknown (James Mangold)
    Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.

    6- Bird (Andrea Arnold)
    Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.

    5- The Brutalist (Brady Corbet)
    La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.

    4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
    Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.

    3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
    Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.

    2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.

    1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
    Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.

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  17. Top 20 – I Miei Film del 2025

    Come ogni anno, dopo la grande corsa ai recuperi di fine dicembre, siamo giunti ad una più o meno soddisfacente decisione su quali sono o penso che siano i 20 film che più mi sono piaciuti di questo 2025. Come ribadito nel titolo, si tratta dei miei film preferiti e non dei migliori film, perché è bene ricordare che la lista in questione non si erge a verità assoluta sulle opere più belle uscite quest’anno, ma elenca semplicemente i 20 titoli più amati dal sottoscritto. Quindi non gridate allo scandalo se non trovate il vostro film preferito, può essere che, pur riconoscendone l’ottima fattura, mi sia piaciuto meno rispetto a un film magari meno perfetto ma più emozionante (oppure un altro motivo per cui manca potrebbe essere che non l’ho proprio visto, come ad esempio Father Mother Sister Brother di Jarmusch, che ho perso causa influenza: in tal caso vi invito a scrivere nei commenti ogni suggerimento atto a colmare le mie tante lacune).

    Ricordo come sempre che in classifica compaiono solo film distribuiti in Italia (al cinema o in esclusiva streaming) nel 2025, anche se sono stati presentati in qualche festival negli anni precedenti. La discriminante è sempre stata questa, dal 2008 a oggi, e non è cambiata. A presentare questa sedicesima edizione della Top 20 quest’anno troviamo Jack Nicholson, straordinario protagonista di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo (Milos Forman, 1975).

    Fatte le doverose premesse del caso (a- Miei film preferiti, non migliori film in assoluto e b- solo film distribuiti in Italia nel 2025), prima di lasciarvi ai titoli della Top 20 ci tengo a sottolineare che ovviamente non è stato possibile vedere tutto ciò che è uscito durante l’anno solare ma soltanto una settantina di titoli e che quindi, come sempre, è una classifica molto parziale che si fa più per gioco che per reale utilità. Apriamo le danze dunque e, mi raccomando, fatemi sapere anche le vostre scelte!

    20- Alpha (Julia Ducournau)
    Da che mondo è mondo, in una classifica di preferenze la posizione numero 20 è molto più difficile della numero 1. Alla fine però, l’ultima fatica di Julia Ducournau non poteva restare fuori: un lungo massaggio cardiaco alle emozioni dello spettatore, continuamente messo alla prova dagli sbalzi ermetici di un film molto bello, innegabilmente in grado di scavare nel profondo grazie anche a tre interpretazioni pazzesche. Un film sulle difficoltà di essere adolescenti, su quanto sia difficile essere madre di una ragazza in crisi e sorella di un uomo disperato, sopraffatto dalla tossicodipendenza, ma soprattutto, come dicevo, è un lungo massaggio cardiaco: c’è un costante bisogno di aggrapparsi alla vita, di curare, di salvare, di salvarsi.

    19- Sinners (Ryan Coogler)
    Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station, ma anche di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Sorprendente, nonostante i mille finali.

    18- A House of Dynamite (Kathryn Bigelow)
    Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Appena si entra nella storia infatti, è impossibile staccare gli occhi dallo schermo, dagli sguardi confusi e spaventati dei protagonisti, da quei numeri che scorrono sui monitor. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, Kathryn Bigelow sa come si gira un film: è grande cinema.

    17- L’Ultimo Turno (Heldin, Petra Volpe)
    Non sorprendetevi se, nella prossima cinquina di candidati per l’Oscar al Miglior Film Straniero, dovesse esserci anche questo bellissimo film svizzero, realizzato da Petra Volpe. Un’escalation di situazioni, allarmi, capricci, ansie, dove la mano di Leonie Benesch, ma soprattutto il cuore, può essere piuma e può essere ferro (cit). Un film ansiogeno, dove allo spettatore non viene concesso un momento di pausa, stesso destino riservato alla sua protagonista. Il messaggio che compare nel finale, prima del fade to black, chiarisce molto meglio il punto di tutto il film, ovvero la grave carenza di infermieri negli ospedali svizzeri. Bellissimo, ma che ansia.

    16- Sotto le Foglie (Quand Vient l’Automne, François Ozon)
    François Ozon, uno dei registi più attivi degli ultimi decenni, riesce sempre a sfornare bei film, ma quasi mai film davvero bellissimi (almeno secondo me). Ecco, questa potrebbe essere la volta buona in cui il regista francese tira fuori la perla, un dramma che si svela piano piano, strato dopo strato, mettendo in tavola una bella teglia di dubbi, ipotesi, che lo spettatore può abbracciare o rifiutare. Una serie di eventi in cui la risposta non è mai una sola, dove si scoprono realtà scomode, passati ingombranti, verità inconfutabili. E quando entri in questo labirinto di sospetti, non ne esci più. Grande film.

    15- Nosferatu (Robert Eggers)
    Parafrasando Nietzsche, si può dire che se tu guarderai a lungo nell’oscurità, anche l’oscurità vorrà guardare dentro di te. Ed è proprio in un buio accecante che Eggers immerge lo spettatore (e Lily-Rose Depp) sin dalla primissima inquadratura, come a volerlo rendere parte di quella stessa notte buia, la stessa oscurità nella quale il regista fa muovere le sue ombre. La grandezza di questa nuova versione è, al di là dell’indubbia potenza visiva, la capacità di reinventarsi in ogni scena, di essere coinvolgente anche di fronte a una storia che abbiamo visto in tutte le salse, che il regista statunitense però riesce a modernizzare con la metafora, neanche troppo sottile, di una donna indipendente in lotta contro una società di maschi dominanti. L’oscurità non è mai stata così “buia”: spegnete le luci.

    14- Grand Theft Hamlet (Sam Crane, Pinny Grylls)
    Durante la pandemia, due attori di teatro, rimasti improvvisamente a spasso, decidono di mettere in scena l’Amleto all’interno dell’open world del videogioco GTA, facendo casting, prove e l’intero spettacolo dentro il gioco, cercando di evitare di essere uccisi da altri gamer (per i meno pratici, GTA è uno dei videogame più violenti di sempre, dove chi gioca può rubare, uccidere e compiere qualunque attività criminale per ottenere bonus di vario genere). L’idea di Sam Crane e Pinny Grylls non è soltanto originalissima, ma è anche divertente, oltre che incredibilmente coinvolgente: dopo i primi cinque minuti sarà impossibile smettere di guardare questo assurdo documentario, se così si può definire. Anche in un periodo di grande crisi, uno splendido esempio di umanità e di come il bisogno di esprimersi artisticamente riesca ad abbattere ostacoli apparentemente insormontabili. Che bello!

    13- Aragoste a Manhattan (La Cocina, Alonso Ruizpalacios)
    Dopo il successo di The Bear, tutto ciò che si svolge dentro una cucina deve caricarsi sulle spalle vari esami del dna per definire il grado di parentela con la serie. Ciò che vediamo nel film di Ruizpalacios ha però delle vibrazioni tutte sue, che raccontano molto del mondo che viviamo oggi: individui di culture diverse si districano tra i muri dell’incomprensione, mentre il macigno del capitalismo tenta di sacrificare ogni individualità, ogni sogno, ogni speranza sull’altare del profitto e del consumo. A condire tutte queste vicende c’è tanto umorismo caustico e una regia piena di belle intuizioni, tra cui un piano sequenza da urlo: quanta fame (di vita!) in un film così piccolo.

    12- September 5 (Tim Fehlbaum)
    Quasi interamente girato all’interno della cabina di regia della ABC durante il sequestro degli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972, il film lascia da parte qualunque approfondimento politico per concentrarsi esclusivamente sul lavoro giornalistico, con le sue urgenze, i suoi errori, le improvvise rivelazioni, la corsa alla notizia. Breve, dal ritmo serrato, senza dubbio coinvolgente, con alcuni volti interessanti come Peter Saarsgard, Ben Chaplin, John Magaro (il marito di Past Lives) e Leonie Benesch (protagonista de La Sala Professori e de L’Ultimo Turno, che avete già incontrato in questa classifica). La conferma che, ancora una volta, quello del giornalista è il lavoro più bello da vedere in un film.

    11- Io Sono Ancora Qui (Ainda Estou Aqui, Walter Salles)
    L’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti film brasiliani della storia. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono una merda. Gran film.

    10- Presence (Steven Soderbergh)
    Steven Soderbergh piazza lo spettatore a osservare una “normale” famiglia statunitense dal punto di vista grandangolare di un fantasma che vive nella loro casa, raccontando la crisi di una generazione, le aspettative, la competitività, il bisogno di vivere di apparenza pur di restare a galla, inzuppando tutta questa vita ordinaria con alcune tracce di sovrannaturale (oggetti che levitano, una medium che avverte la presenza, ecc). Il regista ci apparecchia la tavola per la prima ora, senza mai stancare, fino a spiazzarci nell’ultimo quarto d’ora, in un paio di scene che regalano brividi. Chi lo va a vedere aspettandosi un horror resterà molto deluso, è un filmone che parla di tutt’altro. Stupendo.

    9- Springsteen – Liberami dal Nulla (Deliver Me From Nowhere, Scott Cooper)
    Chi si aspetta di vedere su grande schermo il mito di Bruce Springsteen, troverà invece un’opera che gli toglie la maschera, soffoca la leggenda per alimentare però la sua umanità, il suo cuore, il suo bisogno di essere ancora una persona normale in un mondo di luci accecanti. In questo bellissimo film di Scott Cooper scoprirete finalmente il lato oscuro del mito, l’animo intimo di un artista che non è mai sceso a compromessi con il suo successo, che ha cercato di restare se stesso sempre, mentre il mondo intorno a lui continuava a girare vorticosamente. Anche perché, come ci suggerisce il film, il passato non esiste più e il futuro non si può rincorrere: possiamo vivere soltanto dentro noi stessi, ora.

    8- No Other Land (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal)
    Un collettivo di registi israeliani e palestinesi racconta la violenza e la distruzione da parte dei coloni israeliani di una piccola comunità rurale della Cisgiordania, Masafer Yatta. Il rapporto tra un giornalista di Isreaele e un giovane attivista palestinese è uno dei tantissimi spunti di un film che, inevitabilmente, atterrisce lo spettatore con le tante crudeltà che mostra e che, al tempo stesso, commuove per l’enorme forza e la necessità di sopravvivere che mette in scena minuto dopo minuto. È complicato racchiudere in poche righe tutta l’impotenza che si prova durante la visione, ma anche la voglia di abbracciare i bambini che vengono fatti sfollare dalla scuola, prima che venga distrutta da una ruspa. Premio Oscar per il miglior documentario, una storia che fa male, ma che riesce anche a illuminare con la sua umanità.

    7- A Complete Unknown (James Mangold)
    Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che gravitano tutte intorno al grande protagonista Bob Dylan: dalla leggenda Woody Guthrie allo sfortunato Dave Van Ronk, dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica. Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco: un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.

    6- Bird (Andrea Arnold)
    Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Nykiya Adams (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono proprio i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”.

    5- The Brutalist (Brady Corbet)
    La cosa più difficile da fare con quest’opera immensa di Brady Corbet è scegliere di cominciare a vederla. Poi tutto va in discesa perché l’attenzione che gli dedichi, il film te la restituisce sottoforma di splendido cinema: è davvero tanta roba. Potete facilmente immaginare che, in oltre 3 ore di film, di cose ne succedono parecchie e ci sarebbe tantissimo da dire: è una di quelle storie che ti porti appresso fuori dalla sala, che ti si arrampica dentro durante la notte, a cui inevitabilmente ripensi al mattino. Adrien Brody è magnifico e quello di Guy Pearce è un piacevolissimo ritorno sulle scene di un film importante. Girato con un budget ridotto, è uno dei più ambiziosi ed enormi film indipendenti mai realizzati. Clamoroso.

    4- La Voce di Hind Rajab (Ṣawt al-Hind Rajab, Kaouther Ben Hania)
    Sono andato al cinema senza sapere neanche di cosa parlasse. Sapevo solo che dovevo vederlo. Il film di Kaouther Ben Hania mescola realtà e finzione, ricostruendo il tentativo da parte della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo mediorientale della nostra Croce Rossa) di ottenere i permessi necessari per salvare una bambina palestinese chiusa dentro un’automobile, appena assaltata dai soldati israeliani che hanno sterminato la famiglia della piccola Hind Rajab. Solo questo basterebbe a renderlo un film potentissimo, ma il punto di forza (nonché elemento straziante) è che la voce al telefono che sentiamo per tutto il film è la voce reale della bambina, ovvero la registrazione delle conversazioni telefoniche avvenute tra lei e i soccorritori (che invece sono interpretati da attori e attrici). Un’opera di rara potenza ed emozione, commovente, agghiacciante, spaventosa. Se il Cinema con la C maiuscola ha il dovere di raccontare il tempo che vive, questo film è destinato a essere ricordato in eterno.

    3- Emilia Perez (Jacques Audiard)
    Vincitore del premio della Giuria a Cannes, è una sorta di musical incentrato su un boss del cartello messicano che decide di cambiare sesso (!). Da un’idea assurda, quasi grottesca a pensarci, nasce un’opera meravigliosa su genere, identità, violenza, redenzione, senza mai perdere un grammo di credibilità. Un film che ha dentro di sé mille film diversi: musical, gangster, dramma sociale, sentimento. Girato con un gusto estetico superiore (parliamo sempre di Jacques Audiard, uno dei più grandi registi europei della sua generazione), una fotografia meravigliosa e un trio di attrici fuori dall’ordinario: Zoe Saldana, in particolare, è incredibile e il film è stu-pen-do.

    2- Una Battaglia Dopo l’Altra (One Battle After Another, Paul Thomas Anderson)
    Quasi un decennio dopo il fortunato Vizio di Forma, il regista di Los Angeles torna a pescare idee dalla narrativa di Thomas Pynchon, il cui romanzo Vineland ha fornito il materiale di base sul quale modellare poi la storia, molto diversa, di questo nuovo film. Ci sono momenti che sembrano uscire fuori dal cinema dei fratelli Coen, ma soprattutto c’è l’enorme talento di PTA nel raccontare storie, nel prendere per mano lo spettatore e coinvolgerlo in un caleidoscopio di ironia, azione, calore umano e battute fulminanti, fino a una bellissima scena di inseguimento nel deserto, tra dossi, salite e discese, in una sorta di “labirinto rettilineo” che tiene con il fiato sospeso. Il mondo forse si può davvero cambiare, una battaglia dopo l’altra. Nel frattempo, godiamoci film stupendi come questo: “ocean waves“, amici e amiche, “ocean waves“.

    1- Un Semplice Incidente (Yak Taṣādof-e Sāde, Jafar Panahi)
    Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Il suono di quella protesi alla gamba e, soprattutto, quel finale incredibile, me li porterò appresso ancora per molto tempo. Un capolavoro.

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  18. Opinión | Raúl García Araujo – En Corto | Armenta defiende a migrantes poblanos

    Mientras muchos prefieren no mirar o quedarse en el discurso, el gobierno de Puebla ha actuado. Y lo ha hecho con decisión.

    Por Raúl García Araujo                                            

    Desde este miércoles, la Casa por Amor a Puebla, en Los Ángeles, California, cuenta con un equipo jurídico que brindará asesoría legal gratuita a las y los connacionales poblanos en riesgo de ser deportados. Se trata de una respuesta concreta, eficaz y oportuna ante un problema real.

    El gobernador Alejandro Armenta no dudó. Su compromiso con los migrantes va más allá de las palabras: hoy se traduce en políticas públicas que los protegen, los escuchan y los acompañan. Con esta medida, Puebla se convierte en el primer estado del país en brindar asesoría legal directa en territorio estadounidense, asumiendo un papel que trasciende fronteras y que coloca a las personas en el centro de la acción gubernamental.

    Esta iniciativa se da en un contexto delicado. La política migratoria de Estados Unidos, impulsada durante la primera administración de Donald Trump y retomada ahora con nuevos matices, ha provocado redadas, detenciones masivas y deportaciones que afectan principalmente a comunidades trabajadoras, muchas de ellas mexicanas, muchas de ellas poblanas.

    Protesta Los Angeles

    Frente a eso, la respuesta del gobernador Armenta ha sido clara: defender a los migrantes es defender a Puebla. Y no está solo. La presidente Claudia Sheinbaum ha asumido esta causa como un tema prioritario. El pasado domingo, durante su visita al estado, donde inauguró dos nuevas torres en el Hospital de la Niñez Poblana, expresó su condena a las redadas y envió un mensaje contundente desde San Andrés Cholula: “los migrantes no son criminales”, dijo con firmeza. Y tenía razón.

    La mandataria federal sabe que la comunidad migrante no solo aporta a la economía estadounidense, sino que mantiene viva la conexión entre México y sus ciudadanos en el exterior. Es una comunidad que nunca ha dejado de pertenecer, aunque la distancia sea grande y las políticas a veces sean duras.

    Los números son claros. Se estima que 3.5 millones de poblanos viven en Estados Unidos. Un millón están solo en la ciudad de Los Ángeles y su área metropolitana. Otro millón 200 mil están en la zona triestatal: Nueva York, New Jersey y Connecticut. La mayoría lleva años allá. Algunos ya son ciudadanos, otros residentes permanentes. Pero muchos, al menos medio millón, siguen en condición irregular y sin protección suficiente.

    Por eso la medida del gobernador es tan importante. Porque pone al alcance de esta población un derecho básico: la defensa legal. Y lo hace desde un enfoque humano, fraterno, solidario. Porque los migrantes no piden privilegios. Piden justicia.

    Alejandro Armenta

    Lo que está haciendo Puebla es también una nueva forma de ejercer diplomacia: una diplomacia con rostro humano, desde lo local, desde el compromiso con su gente. Ya no basta con dejarle toda la tarea a los consulados. Los gobiernos estatales tienen mucho que decir y mucho que hacer, sobre todo cuando conocen a su comunidad y entienden su realidad.

    En un momento donde la migración vuelve a colocarse al centro del debate político internacional, el gobierno de Puebla envía un mensaje claro: sus ciudadanos, estén donde estén, no están solos. Hay un gobierno que los respalda, que los defiende, que los escucha.

    La presidente Sheinbaum y el gobernador Armenta están trazando juntos una ruta de justicia para los migrantes. Una ruta de acción y de cercanía. No es casual que Puebla sea uno de los estados que más ha visitado la mandataria nacional. Hay una sintonía de fondo. Una visión compartida de país.

    Y esa visión tiene algo muy claro: la dignidad no tiene fronteras.

    En Cortito

    Nos cuentan que buen punto se anotó Alejandro Encinas al concitar en torno de la presentación de la segunda edición de su libro «Memoria de Siete Siglos«, a personalidades de pensamiento progresista; el fundamental, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, ex gobernador, ex candidato presidencial y primer Jefe de Gobierno, electo, de la capital del país

    El Colegio de San Ildefonso se vistió de gala, pues en su interior deliberaron Cuauhtémoc Cárdenas, Alejandro Encinas (ambos Jefes de Gobierno de la Cdmx), Eduardo Vázquez y Gabriela Pulido sobre temas fundamentales que han aquejado a la ciudad de México, a 700 años de su fundación, como el del agua, en el que coincidieron que se debe trabajar arduamente para corregir errores y seguir logrando la viabilidad de la gran urbe.

    Cuauhtémoc cardenas

    Por ahí se vio a Félix Hernández Gamundi, líder histórico del movimiento estudiantil de 1968 y otros muchos personajes de la izquierda mexicana, que abarrotaron el lugar, ante quienes recordó Encinas la creación del Frente Democrático Nacional -que abanderó Cuauhtémoc Cárdenas como candidato presidencial en 1988- como un movimiento irruptivo que dejó constancia de la viabilidad de la izquierda como gobierno en la capital del país y en México, de la que dijo llegó para quedarse «y no habrá marcha atrás».

    Ahí el secretario de Planeación Ordenamiento Territorial y Coordinación Metropolitana del gobierno de la ciudad, urgió a tener libros de historia que nos permitan recuperar las historias locales de la ciudad y fortalecer la memoria.

    Periodista mexicano | Twitter @araujogar

    Columna anterior: Morelos en manos del crimen

    Raúl García Araujo

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  19. Opinión | Raúl García Araujo – En Corto | Armenta defiende a migrantes poblanos

    Mientras muchos prefieren no mirar o quedarse en el discurso, el gobierno de Puebla ha actuado. Y lo ha hecho con decisión.

    Por Raúl García Araujo                                            

    Desde este miércoles, la Casa por Amor a Puebla, en Los Ángeles, California, cuenta con un equipo jurídico que brindará asesoría legal gratuita a las y los connacionales poblanos en riesgo de ser deportados. Se trata de una respuesta concreta, eficaz y oportuna ante un problema real.

    El gobernador Alejandro Armenta no dudó. Su compromiso con los migrantes va más allá de las palabras: hoy se traduce en políticas públicas que los protegen, los escuchan y los acompañan. Con esta medida, Puebla se convierte en el primer estado del país en brindar asesoría legal directa en territorio estadounidense, asumiendo un papel que trasciende fronteras y que coloca a las personas en el centro de la acción gubernamental.

    Esta iniciativa se da en un contexto delicado. La política migratoria de Estados Unidos, impulsada durante la primera administración de Donald Trump y retomada ahora con nuevos matices, ha provocado redadas, detenciones masivas y deportaciones que afectan principalmente a comunidades trabajadoras, muchas de ellas mexicanas, muchas de ellas poblanas.

    Protesta Los Angeles

    Frente a eso, la respuesta del gobernador Armenta ha sido clara: defender a los migrantes es defender a Puebla. Y no está solo. La presidente Claudia Sheinbaum ha asumido esta causa como un tema prioritario. El pasado domingo, durante su visita al estado, donde inauguró dos nuevas torres en el Hospital de la Niñez Poblana, expresó su condena a las redadas y envió un mensaje contundente desde San Andrés Cholula: “los migrantes no son criminales”, dijo con firmeza. Y tenía razón.

    La mandataria federal sabe que la comunidad migrante no solo aporta a la economía estadounidense, sino que mantiene viva la conexión entre México y sus ciudadanos en el exterior. Es una comunidad que nunca ha dejado de pertenecer, aunque la distancia sea grande y las políticas a veces sean duras.

    Los números son claros. Se estima que 3.5 millones de poblanos viven en Estados Unidos. Un millón están solo en la ciudad de Los Ángeles y su área metropolitana. Otro millón 200 mil están en la zona triestatal: Nueva York, New Jersey y Connecticut. La mayoría lleva años allá. Algunos ya son ciudadanos, otros residentes permanentes. Pero muchos, al menos medio millón, siguen en condición irregular y sin protección suficiente.

    Por eso la medida del gobernador es tan importante. Porque pone al alcance de esta población un derecho básico: la defensa legal. Y lo hace desde un enfoque humano, fraterno, solidario. Porque los migrantes no piden privilegios. Piden justicia.

    Alejandro Armenta

    Lo que está haciendo Puebla es también una nueva forma de ejercer diplomacia: una diplomacia con rostro humano, desde lo local, desde el compromiso con su gente. Ya no basta con dejarle toda la tarea a los consulados. Los gobiernos estatales tienen mucho que decir y mucho que hacer, sobre todo cuando conocen a su comunidad y entienden su realidad.

    En un momento donde la migración vuelve a colocarse al centro del debate político internacional, el gobierno de Puebla envía un mensaje claro: sus ciudadanos, estén donde estén, no están solos. Hay un gobierno que los respalda, que los defiende, que los escucha.

    La presidente Sheinbaum y el gobernador Armenta están trazando juntos una ruta de justicia para los migrantes. Una ruta de acción y de cercanía. No es casual que Puebla sea uno de los estados que más ha visitado la mandataria nacional. Hay una sintonía de fondo. Una visión compartida de país.

    Y esa visión tiene algo muy claro: la dignidad no tiene fronteras.

    En Cortito

    Nos cuentan que buen punto se anotó Alejandro Encinas al concitar en torno de la presentación de la segunda edición de su libro «Memoria de Siete Siglos«, a personalidades de pensamiento progresista; el fundamental, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, ex gobernador, ex candidato presidencial y primer Jefe de Gobierno, electo, de la capital del país

    El Colegio de San Ildefonso se vistió de gala, pues en su interior deliberaron Cuauhtémoc Cárdenas, Alejandro Encinas (ambos Jefes de Gobierno de la Cdmx), Eduardo Vázquez y Gabriela Pulido sobre temas fundamentales que han aquejado a la ciudad de México, a 700 años de su fundación, como el del agua, en el que coincidieron que se debe trabajar arduamente para corregir errores y seguir logrando la viabilidad de la gran urbe.

    Cuauhtémoc cardenas

    Por ahí se vio a Félix Hernández Gamundi, líder histórico del movimiento estudiantil de 1968 y otros muchos personajes de la izquierda mexicana, que abarrotaron el lugar, ante quienes recordó Encinas la creación del Frente Democrático Nacional -que abanderó Cuauhtémoc Cárdenas como candidato presidencial en 1988- como un movimiento irruptivo que dejó constancia de la viabilidad de la izquierda como gobierno en la capital del país y en México, de la que dijo llegó para quedarse «y no habrá marcha atrás».

    Ahí el secretario de Planeación Ordenamiento Territorial y Coordinación Metropolitana del gobierno de la ciudad, urgió a tener libros de historia que nos permitan recuperar las historias locales de la ciudad y fortalecer la memoria.

    Periodista mexicano | Twitter @araujogar

    Columna anterior: Morelos en manos del crimen

    Raúl García Araujo

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  20. Opinión | Raúl García Araujo – En Corto | Armenta defiende a migrantes poblanos

    Mientras muchos prefieren no mirar o quedarse en el discurso, el gobierno de Puebla ha actuado. Y lo ha hecho con decisión.

    Por Raúl García Araujo                                            

    Desde este miércoles, la Casa por Amor a Puebla, en Los Ángeles, California, cuenta con un equipo jurídico que brindará asesoría legal gratuita a las y los connacionales poblanos en riesgo de ser deportados. Se trata de una respuesta concreta, eficaz y oportuna ante un problema real.

    El gobernador Alejandro Armenta no dudó. Su compromiso con los migrantes va más allá de las palabras: hoy se traduce en políticas públicas que los protegen, los escuchan y los acompañan. Con esta medida, Puebla se convierte en el primer estado del país en brindar asesoría legal directa en territorio estadounidense, asumiendo un papel que trasciende fronteras y que coloca a las personas en el centro de la acción gubernamental.

    Esta iniciativa se da en un contexto delicado. La política migratoria de Estados Unidos, impulsada durante la primera administración de Donald Trump y retomada ahora con nuevos matices, ha provocado redadas, detenciones masivas y deportaciones que afectan principalmente a comunidades trabajadoras, muchas de ellas mexicanas, muchas de ellas poblanas.

    Protesta Los Angeles

    Frente a eso, la respuesta del gobernador Armenta ha sido clara: defender a los migrantes es defender a Puebla. Y no está solo. La presidente Claudia Sheinbaum ha asumido esta causa como un tema prioritario. El pasado domingo, durante su visita al estado, donde inauguró dos nuevas torres en el Hospital de la Niñez Poblana, expresó su condena a las redadas y envió un mensaje contundente desde San Andrés Cholula: “los migrantes no son criminales”, dijo con firmeza. Y tenía razón.

    La mandataria federal sabe que la comunidad migrante no solo aporta a la economía estadounidense, sino que mantiene viva la conexión entre México y sus ciudadanos en el exterior. Es una comunidad que nunca ha dejado de pertenecer, aunque la distancia sea grande y las políticas a veces sean duras.

    Los números son claros. Se estima que 3.5 millones de poblanos viven en Estados Unidos. Un millón están solo en la ciudad de Los Ángeles y su área metropolitana. Otro millón 200 mil están en la zona triestatal: Nueva York, New Jersey y Connecticut. La mayoría lleva años allá. Algunos ya son ciudadanos, otros residentes permanentes. Pero muchos, al menos medio millón, siguen en condición irregular y sin protección suficiente.

    Por eso la medida del gobernador es tan importante. Porque pone al alcance de esta población un derecho básico: la defensa legal. Y lo hace desde un enfoque humano, fraterno, solidario. Porque los migrantes no piden privilegios. Piden justicia.

    Alejandro Armenta

    Lo que está haciendo Puebla es también una nueva forma de ejercer diplomacia: una diplomacia con rostro humano, desde lo local, desde el compromiso con su gente. Ya no basta con dejarle toda la tarea a los consulados. Los gobiernos estatales tienen mucho que decir y mucho que hacer, sobre todo cuando conocen a su comunidad y entienden su realidad.

    En un momento donde la migración vuelve a colocarse al centro del debate político internacional, el gobierno de Puebla envía un mensaje claro: sus ciudadanos, estén donde estén, no están solos. Hay un gobierno que los respalda, que los defiende, que los escucha.

    La presidente Sheinbaum y el gobernador Armenta están trazando juntos una ruta de justicia para los migrantes. Una ruta de acción y de cercanía. No es casual que Puebla sea uno de los estados que más ha visitado la mandataria nacional. Hay una sintonía de fondo. Una visión compartida de país.

    Y esa visión tiene algo muy claro: la dignidad no tiene fronteras.

    En Cortito

    Nos cuentan que buen punto se anotó Alejandro Encinas al concitar en torno de la presentación de la segunda edición de su libro «Memoria de Siete Siglos«, a personalidades de pensamiento progresista; el fundamental, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, ex gobernador, ex candidato presidencial y primer Jefe de Gobierno, electo, de la capital del país

    El Colegio de San Ildefonso se vistió de gala, pues en su interior deliberaron Cuauhtémoc Cárdenas, Alejandro Encinas (ambos Jefes de Gobierno de la Cdmx), Eduardo Vázquez y Gabriela Pulido sobre temas fundamentales que han aquejado a la ciudad de México, a 700 años de su fundación, como el del agua, en el que coincidieron que se debe trabajar arduamente para corregir errores y seguir logrando la viabilidad de la gran urbe.

    Cuauhtémoc cardenas

    Por ahí se vio a Félix Hernández Gamundi, líder histórico del movimiento estudiantil de 1968 y otros muchos personajes de la izquierda mexicana, que abarrotaron el lugar, ante quienes recordó Encinas la creación del Frente Democrático Nacional -que abanderó Cuauhtémoc Cárdenas como candidato presidencial en 1988- como un movimiento irruptivo que dejó constancia de la viabilidad de la izquierda como gobierno en la capital del país y en México, de la que dijo llegó para quedarse «y no habrá marcha atrás».

    Ahí el secretario de Planeación Ordenamiento Territorial y Coordinación Metropolitana del gobierno de la ciudad, urgió a tener libros de historia que nos permitan recuperar las historias locales de la ciudad y fortalecer la memoria.

    Periodista mexicano | Twitter @araujogar

    Columna anterior: Morelos en manos del crimen

    Raúl García Araujo

    ¡Conéctate con Sociedad Noticias! Suscríbete a nuestro canal de YouTube y activa las notificaciones, o bien, síguenos en las redes sociales: FacebookTwitter e Instagram.

    #Delfinagomeza #AdolfoCerquedaRebollo #AlejandroArmenta #AméricoVillarealAnaya #AMLo #AndrésManuelLópezObrador #AndresSalas #BlancoBravo #CártelJaliscoNuevaGeneración #Cdmx #CisnerosCoss #ClaudiaSheinbuam #CongresoDelEstadoDeMéxico #Coyoacán #CristianPaulCamachoOsnaya #CuauhtémocBlancoBravo #Cuernavaca #DanielaFernandaTapiaBazán #EdgarMaldonadoCeballos #FamiliaMichoacana #GiovaniGutiérrez #GuardiaNacional #HannaDeLaMadrid #IgnacioMier #IsraelRamírezIñiguez #Jalisco #JoséLuisUriósteguiSalgado #JuanPabloHernández #MaríaDelRocíoGarcía #MargaritaGonzálezSaravia #MargaritaVillalobosDelgado #MarioDelgado #MauroJáuregui #México #mexicoNarco #Morelos #Morena #narco #narcotráfico #noticia #NoticiasDeCuautla #NoticiasSociedad #OmarGarcíaHarfuch #PabloLemus #pabloLemusNavarro #PalacioNacional #PaolaPatriciaTolsaMuñoz #PresidenciaDeLaRepública #Puebla #RaquelBuenrostro #RubénRochaMoya #SecretaríaDeSeguridadPúblicaDeJalisco #SN #Sociedad #SociedadNoticias #SociedadNoticiasCom #sociedadNoticias #SociedadNoticiasCom #teocaltiche #UrielCarmonaGándara #VillaHidalgo

  21. Game of Thrones 8: l’Armata delle Tenebre (Episodio 3)

    Uno degli episodi più attesi di sempre è finalmente arrivato e personalmente ho ancora i brividi. Come al solito questa breve introduzione è senza spoiler, per permettervi di smettere di leggere in tempo prima che sia troppo tardi. Non dico niente, soltanto che ci sono dei momenti davvero commoventi. Fuori dalla finestra il cielo è grigio, la primavera sembra aver lasciato spazio al ritorno dell’inverno e mi pare pure di vedere un paio di corvi (con solo due occhi però) appollaiati sulle antenne televisive del palazzo di fronte. Comincia la battaglia.

    Da qui in avanti si entra in ZONA SPOILER, quindi se state ancora leggendo presumo che abbiate già visto la puntata. Il terzo episodio si apre con un bel pianosequenza che segue prima Sam, poi Tyrion e si conclude, guarda un po’, con Bran che lo fissa per un istante. L’introduzione è girata splendidamente, l’ansia monta lentamente dentro di noi e ci sembra di essere proprio là insieme all’esercito dei vivi, in attesa della notte più lunga. Si tratta davvero di una scena bellissima, la tensione è palpabile e la suspense è totale. Edd cazzia Sam per essere arrivato in ritardo, mentre dal buio arriva lentamente un cavallo: è Melisandre, appena giunta a Grande Inverno, che grazie al potere del Signore della Luce rende infuocate le armi dei Dothraki, in modo tale da poter abbattere un po’ di Estranei. La “donna rossa” entra così a Winterfell, dove Ser Davos ha una leggerissima voglia di ammazzarla. Lei capisce subito le sue intenzioni e gli dice che non servirà ucciderla, perché sarà morta prima dell’alba: l’ottimismo viaggia su ali di drago insomma.

    Nel buio di una fotografia cupissima i signori dei cavalli si lanciano verso i non-morti (che ancora non si vedono) e la scena è pazzesca: tutto ciò che vediamo sono le armi infuocate che a poco a poco sono sempre di meno fino a sparire del tutto. I Dothraki sopravvissuti, guidati da Mormont, battono la ritirata: 1-0 per gli Estranei. Comincia così la mattanza del terzo episodio e il primo a farne le spese è uno di quei personaggi che al TotoMorte venivano dati per favoriti: il guardiano della notte Edd, che viene trafitto dopo aver aiutato Sam. Daeneyrs e Jon, a bordo dei due draghi, salvano il salvabile e riportano per un momento in equilibrio la situazione: 1-1 immediato. Subito dopo però la regina dei draghi e il buon Snow finiscono in una tormenta di neve…

    Arya intanto spedisce Sansa nella cripta, “ché tanto là sulle mura non servi a un caxxo” e nel mentre salva pure il Mastino con una freccia ben assestata. La battaglia imperversa, Jaime e Brienne sembrano abbastanza impicciati e ogni momento è buono per farci tremare. In diretta dalla cripta Tyrion si rivela, come previsto, piuttosto insofferente: vuole essere in battaglia, perché sa di poter avere idee illuminanti per salvare la baracca come accadde nella vecchia battaglia ad Approdo del Re. Sansa gli risponde che stanno bene dove stanno e Tyrion, giacché deve stare bloccato nella cripta, tanto vale tentare la via della provola, dicendo a Lady Stark che a questo punto era meglio se fossero ancora sposati. Sansa non fa una piega e gli risponde che la lealtà di Tyrion nei confronti di Daenerys avrebbe mandato tutto a monte. Missandei non la prende benissimo e si intromette tra ex moglie ed ex marito dicendo che se non fosse per la regina dei draghi sarebbero già tutti morti.

    Intanto all’esterno Lyanna Mormont fa aprire i cancelli di Grande Inverno per mettere in salvo l’esercito, mentre Ser Davos sfrutta la sua esperienza all’aeroporto di Fiumicino per dare ai draghi il segnale di dar fuoco alla trincea (per frenare l’avanzata dei morti). Ovviamente nel mezzo della tormenta non si vede praticamente niente e i draghi continuano così a volare per i fatti loro. A salvare la situazione, a sorpresa, è nuovamente Melisandre, che grazie ad una formula magica (tipo “Klaatu, Barada, Nikto”) riesce a dare la trincea in pasto alle fiamme.

    Tutto a posto quindi? Neanche un po’. I morti fanno una specie di torre (dis)umana tipo i castellers catalani durante le fiere di paese e riescono a fare breccia nella trincea. Sembra il remake dell’Armata delle Tenebre di Sam Raimi, ma invece di Ash qui c’è Lyanna Mormont che, coraggiosissima, si lancia all’attacco di un gigante non-morto, viene acchiappata e prima di morire (noooo!) riesce a infilzarlo per ben benino. Jaime, Brienne, Sam, Tormund, Gendry, Verme Grigio e Beric, che sono nel mezzo della battaglia, sono più impicciati di Cenerentola a mezzanotte meno cinque, i morti sono ovunque e sembrano un esercito di cocainomani assatanati. Mastino nel frattempo ha un piccolo attacco di panico. Intanto Theon cerca di spiegarsi con Bran, che di rimando gli dice che tutto ciò che ha fatto in passato è servito a portarlo adesso nel luogo al quale appartiene: Grande Inverno. Poi Bran, stufo di sentir chiacchiere, cade in trance e si “trasferisce” momentaneamente in volo con il corvo, dove riesce finalmente ad individuare il Re della Notte. Poco dopo ecco Jon e Daenerys, che tamponano il drago con a bordo il Re della Notte: Jon dice che veniva da destra ma il NightKing non vuole sentire ragioni e non sembra aver intenzione di firmare il CID. I tre draghi si sfregiano a vicenda e l’unico a cavarsela sembra essere Drogon, gli altri due arrancano e atterrano. Jon vede il Re della Notte tutto soletto nel mezzo del campo di battaglia ormai deserto e si lancia all’attacco: il Re della Notte non fa una piega e con la sua solita nonchalance fa risorgere tutti i morti intorno a lui. Risorgono come morti pure Edd e Lyanna (!!!), una cosa alla quale non avevo proprio pensato: ovviamente non dobbiamo fare i conti solo con i personaggi che muoiono, ma anche col fatto che possono tornare come non-morti! Insomma, Jon si ritrova circondato da centinaia di non-morti e per un momento pensiamo che sia la fine, quando ovviamente arriva la premiata ditta Daenerys-Drogon che con una bella sventagliata di fiamme salva l’erede al trono. Il Re della Notte però è immune al fuoco del drago, per ucciderlo servirà ben altro…

    Arya è nei guai: all’interno del castello si deve nascondere da un gruppetto di morti che girano per le sale di vedetta. Grazie alle sue doti di assassina silenziosa riesce in qualche modo ad uscire dalla situazione, ma viene inseguita da un altro gruppo di morti. In questa scena siamo nel panico più totale, in piena empatia e soprattutto temiamo per la vita di Arya. Che tensione! A salvarla ci pensa Beric, che si sacrifica per lei, mentre il Mastino la porta via di peso, come ai bei tempi. I due sopravvissuti incontrano Melisandre, che dice ad Arya che il Signore della Luce ha fatto rinascere Beric tipo duecentomila volte soltanto per compiere il suo destino, che era quello di salvare la piccola Stark. Poi, per quanto mi riguarda il Momento Fomento dell’Episodio 3, Melisandre ripete ad Arya il primo insegnamento che la giovane aveva ricevuto ad Approdo nel Re, nella prima stagione, da Syrio Forell: “Cosa diciamo noi al Re della Morte?”. “Not today!” risponde Arya, che recuperata la sua freddezza e la sua sicurezza, prende e va verso il suo destino.

    Nelle cripte intanto, come aveva predetto Jessica Chastain con un tweet di domenica sera, i morti sepolti là dentro (sono cripte dopotutto!) si risvegliano e costringono gli occupanti alla fuga: purtroppo la bimba che avevamo conosciuto ed amato nella scorsa puntata soccombe a causa dei morti di casa Stark tornati in vita (abbastanza decomposti tra l’altro). Per un momento abbiamo sperato di rivedere addirittura Ned Stark, salvo poi ricordare che essendo stato decapitato, non può più tornare in (non)vita. Sansa e Tyrion sono nascosti e per un momento arriviamo sul punto di credere che si stiano per suicidare pur di non diventare non-morti. Tyrion bacia la mano di Lady Stark e i due si danno dunque anch’essi alla fuga.

    Intanto gli Estranei arrivano al Giardino degli Dei, dove Bran si è appena risvegliato dalla sua trance. Theon e i suoi uomini di ferro difendono il Corvo con Tre Occhi fino alla fine, letteralmente. Theon ammazza caterve di non-morti, finisce le frecce e continua a sfragnarli con la spada finché non arriva il Re della Notte. Bran dice a Theon che è un brav’uomo, Greyjoy ha riscattato tutte le sue malefatte passate e, come prevedibile, si lancia in un attacco suicida verso il Re della Notte il quale lo blocca e lo uccide, facendolo morire da eroe (tutto ciò era ampiamente prevedibile, praticamente era ovvio che Theon, con tutto quello che ha combinato in passato, sarebbe morto eroicamente per difendere gli Stark).

    Jon Snow si è intanto lanciato all’inseguimento del Re della Notte all’interno di Grande Inverno. Daenerys sta rifiatando un attimo a bordo del drago quando si accorge di un bel gruppetto di morti che si sta arrampicando su Drakaris. Il drago vola per sgrullarsi di dosso i non-morti, Daenerys cade e rimane da sola sul campo di battaglia. Chi arriva a salvarle il capello biondo platino? Ovviamente Jorah Mormont, che la difenderà fino alla fine e, come era prevedibile, muore per salvarla (anche questa era una morte annunciatissima).

    Siamo agli sgoccioli, Jon corre dentro Grande Inverno schivando e sfondando Estranei, il drago dei non-morti arranca e sta per crollare, ma riesce comunque a sputare un bel po’ di fuoco blu. Jon cerca di schivarlo come può ma ecco che il drago lo sta per uccidere: il Re della Notte intanto sta per uccidere Bran: è la fine? I buoni stanno per perdere? NOT TODAY! Arya si lancia in volo verso il Re della Notte che la prende per il collo, è andata male anche questa e Arya sta per morire. Ma Arya urla che “non me sta bene che no!” e si lascia scivolare il pugnale nell’altra mano, che infilza a morte il Re della Notte. Il capo dei cattivi si rompe in mille pezzi e come lui tutto il suo esercito, dragone compreso (che schiatta un attimo prima di cuocere Jon). Il momento è solenne, Daenerys piange lacrime calde per Jorah, Melisandre invece, avendo ormai avuto la sua parte nella guerra, si incammina sola verso l’inverno e si spoglia dei suoi poteri, tornando nel suo corpo originale e finendo per morire sotto gli occhi dell’incredulo Ser Davos. Titoli di coda.

    La puntata si conclude con la vittoria, che non mi aspettavo arrivasse così presto, anzi, pensavo che questa battaglia sarebbe durata due o tre puntate, tipo un’azione da gol di Holly e Benji, invece si conclude tutto in un’oretta, grazie al piano ingegnoso elaborato da Bran nell’episodio precedente. Giustamente però la serie si chiama Game of Thrones ed era tempo ormai di rimettere la battaglia per il trono al centro del villaggio. Ripensiamo ai caduti di questa grande battaglia: i due Mormont, Beric, Edd, Theon e Melisandre. Poteva andare peggio, nessuno dei personaggi più amati sembra essere stato abbattuto (anche se per Lyanna mi dispiace tantissimo), probabilmente il “peggio”, da questo punto di vista, deve ancora arrivare. Ad ogni modo mancano tre puntate, ovvero mezza stagione, e i morti già sono stati sconfitti: Cersei cagati sotto.

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